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The Project Gutenberg eBook of Le avventure di Pinocchio:
Storia di un burattino

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Title: Le avventure di Pinocchio: Storia di un burattino

Author: Carlo Collodi

Illustrator: Carlo Chiostri

Release date: July 3, 2016 [eBook #52484]
Most recently updated: October 23, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/52484

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE
AVVENTURE DI PINOCCHIO: STORIA DI UN BURATTINO ***

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LE AVVENTURE DI PINOCCHIO

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C. COLLODI

Le Avventure di Pinocchio
Storia di un burattino

illustrata da
CARLO CHIOSTRI

Incisioni di A. Bongini

Nuova edizione

FIRENZE
R. Bemporad & Figlio — Editori.

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PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO

12 — 1902. — Tip. di V. Sieni, Corso de' Tintori, Firenze.

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INDICE

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I.
Come andò che Maestro Ciliegia, falegname trovò un pezzo di
legno che piangeva e rideva come un bambino.

— C'era una volta....
— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.
— No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli
che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e
per riscaldare le stanze.

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Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di
legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome
mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via
della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una
ciliegia matura.

.... sentì una vocina sottile sottile.

Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò
tutto; e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza
voce:

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— Questo legno è capitato a tempo; voglio servirmene per fare una
gamba di tavolino. —
Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per cominciare a levargli la
scorza e a digrossarlo; ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata,
rimase col braccio sospeso in aria, perchè sentì una vocina sottile sottile,
che disse raccomandandosi:
— Non mi picchiar tanto forte! —
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!
Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva
essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e
nessuno: guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno;
guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l'uscio di
bottega per dare un'occhiata anche sulla strada, e nessuno. O dunque?...
— Ho capito; — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca — si
vede che quella vocina me la son figurata io. Rimettiamoci a lavorare. —
E ripresa l'ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di
legno.
— Ohi! tu m'hai fatto male! — gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo
per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al
mento, come un mascherone da fontana.
Appena riebbe l'uso della parola, cominciò a dire tremando e
balbettando dallo spavento:
— Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui
non c'è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia
imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso
credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come
tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c'è da far bollire una pentola di fagioli....

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O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c'è nascosto qualcuno,
tanto peggio per lui. Ora l'accomodo io! —
E così dicendo, agguantò con tutt'e due le mani quel povero pezzo di
legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.
Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che si
lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti,
e nulla!
— Ho capito — disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la
parrucca — si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la son figurata
io! Rimettiamoci a lavorare. —
E perchè gli era entrato addosso una gran paura, si provò a canterellare
per farsi un po' di coraggio.
Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per piallare e
tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in
giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo:
— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! —
Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato.
Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.
Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta del naso, di paonazza
come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.

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II.
Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il
quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che sappia
ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

In quel punto fu bussato alla porta.
— Passate pure, — disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in
piedi.

Un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto.

Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome
Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte

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le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua
parrucca gialla, che somigliava moltissimo alla polendina di granturco.
Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava
subito una bestia, e non c'era più verso di tenerlo.
— Buon giorno, mastr'Antonio, — disse Geppetto. — Che cosa fate
costì per terra?
— Insegno l'abbaco alle formicole.
— Buon pro vi faccia.
— Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?
— Le gambe. Sappiate, mastr'Antonio, che son venuto da voi, per
chiedervi un favore.
— Eccomi qui, pronto a servirvi, — replicò il falegname rizzandosi su i
ginocchi.
— Stamani m'è piovuta nel cervello un'idea.
— Sentiamola.
— Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno: ma un
burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti
mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo
di pane e un bicchier di vino: che ve ne pare?
— Bravo Polendina! — gridò la solita vocina, che non si capiva di dove
uscisse.
A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come un
peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito:
— Perchè mi offendete?
— Chi vi offende?
— Mi avete detto Polendina!
— Non sono stato io.
— Sta' un po' a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato voi.

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— No!
— Sì!
— No!
— Sì! —
E riscaldandosi sempre più, vennero dalle parole ai fatti, e acciuffatisi
fra di loro, si graffiarono, si morsero e si sbertucciarono.
Finito il combattimento, mastr'Antonio si trovò fra le mani la parrucca
gialla di Geppetto, e Geppetto si accòrse di avere in bocca la parrucca
brizzolata del falegname.
— Rendimi la mia parrucca! — gridò mastr'Antonio.
— E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace. —
I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca, si
strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.
— Dunque, compar Geppetto, — disse il falegname in segno di pace
fatta — qual è il piacere che volete da me?
— Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino; me lo date? —
Mastr'Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco quel
pezzo del legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu lì
per consegnarlo all'amico, il pezzo di legno dette uno scossone, e
sgusciandogli violentemente dalle mani, andò a battere con forza negli
stinchi impresciuttiti del povero Geppetto.
— Ah! gli è con questo bel garbo, mastr'Antonio, che voi regalate la
vostra roba? M'avete quasi azzoppito!...
— Vi giuro che non sono stato io!
— Allora sarò stato io!...
— La colpa è tutta di questo legno....
— Lo so che è del legno: ma siete voi che me l'avete tirato nelle gambe!
— Io non ve l'ho tirato!

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— Bugiardo!
— Geppetto, non mi offendete: se no vi chiamo Polendina!...
— Asino!
— Polendina!
— Somaro!
— Polendina!
— Brutto scimmiotto!
— Polendina! —
A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il lume
degli occhi, si avventò sul falegname e lì se ne dettero un sacco e una
sporta.
A battaglia finita, mastr'Antonio si trovò due graffi di più sul naso, e
quell'altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo i
loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta
la vita.

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Intanto Geppetto prese con sè il suo bravo pezzo di legno, e ringraziato
mastr'Antonio, se ne tornò zoppicando a casa.

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III.
Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e
gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del burattino.

La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un
sottoscala. La mobilia non poteva esser più semplice: una seggiola cattiva,
un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si
vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al
fuoco c'era dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori
una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero.
Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a
intagliare e a fabbricare il suo burattino.
— Che nome gli metterò? — disse fra sè e sè. — Lo voglio chiamar
Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia
intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i
ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva
l'elemosina.
Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a
lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi.
Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accòrse che gli
occhi si movevano e che lo guardavano fisso fisso.

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Più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo.

Geppetto vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n'ebbe quasi
per male, e disse con accento risentito:
— Occhiacci di legno, perchè mi guardate? —
Nessuno rispose.
Allora, dopo gli occhi gli fece il naso; ma il naso, appena fatto,
cominciò a crescere: e cresci, cresci, cresci, diventò in pochi minuti un
nasone che non finiva mai.
Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e lo
scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo.
Dopo il naso gli fece la bocca.
La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e a
canzonarlo.

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— Smetti di ridere! — disse Geppetto impermalito; ma fu come dire al
muro.
— Smetti di ridere, ti ripeto! — urlò con voce minacciosa.
Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua.
Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene, e
continuò a lavorare. Dopo la bocca gli fece il mento, poi il collo, poi le
spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.
Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi via la parrucca dal capo.
Si voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del
burattino.
— Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca! —
E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per sè,
rimanendovi sotto mezzo affogato.
A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece tristo e
melanconico, come non era stato mai in vita sua: e voltandosi verso
Pinocchio, gli disse:
— Birba d'un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a
mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! —

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E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per sè....

E si rasciugò una lacrima.
Restavano sempre da fare le gambe e i piedi.
Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un calcio
sulla punta del naso.
— Me lo merito — disse allora fra sè. — Dovevo pensarci prima!
Ormai è tardi! —
Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul pavimento
della stanza, per farlo camminare.
Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e
Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo
dietro l'altro.

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— Piglialo! piglialo! — urlava Geppetto.

Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a
camminare da sè e a correre per la stanza; finchè, infilata la porta di casa,
saltò nella strada e si dètte a scappare.
E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere,
perchè quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e battendo
i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso come venti
paia di zoccoli da contadini.
— Piglialo! piglialo! — urlava Geppetto; ma la gente che era per la via,
vedendo questo burattino di legno, che correva come un barbero, si fermava
incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da non poterselo figurare.
Alla fine, e per buona fortuna, capitò un carabiniere il quale, sentendo
tutto quello schiamazzo, e credendo si trattasse di un puledro che avesse
levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in
mezzo alla strada, con l'animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di
maggiori disgrazie.

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Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere, che
barricava tutta la strada, s'ingegnò di passargli, per sorpresa, framezzo alle
gambe, e invece fece fiasco.
Il carabiniere, senza punto smuoversi lo acciuffò pulitamente per il naso
(era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere acchiappato
dai carabinieri) e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto; il quale, a
titolo di correzione, voleva dargli subito una buona tiratina d'orecchi. Ma
figuratevi come rimase, quando nel cercargli gli orecchi non gli riuscì di
poterli trovare: e sapete perchè? perchè, nella furia di scolpirlo, si era
dimenticato di farglieli.

Lo acciuffò pulitamente per il naso....

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Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva indietro, gli
disse tentennando minacciosamente il capo:
— Andiamo subito a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che
faremo i nostri conti! —
Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra, e non volle più
camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lì
dintorno e a far capannello.
Chi ne diceva una, chi un'altra.
— Povero burattino! — dicevano alcuni — ha ragione a non voler
tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell'omaccio di
Geppetto!... —
E gli altri soggiungevano malignamente:
— Quel Geppetto pare un galantuomo! ma è un vero tiranno, coi
ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, è capacissimo di
farlo a pezzi! —
Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimesse in
libertà Pinocchio, e condusse in prigione quel pover'uomo di Geppetto. Il
quale non avendo parole lì per lì per difendersi, piangeva come un vitellino,
e nell'avviarsi verso il carcere, balbettava singhiozzando:
— Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un
burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!... —
Quello che accadde dopo, è una storia così strana, da non potersi quasi
credere, e ve la racconterò in quest'altri capitoli.

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IV.
La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i
ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di
loro.

Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto
senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero dalle
grinfie del carabiniere, se la dava a gambe giù attraverso ai campi, per far
più presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del correre saltava greppi
altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d'acqua, tale e quale come avrebbe
potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori.
Giunto dinanzi a casa, trovò l'uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò
dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per terra,
lasciando andare un gran sospirone di contentezza.
Ma quella contentezza durò poco, perchè sentì nella stanza qualcuno
che fece:
— Crì-crì-crì!
— Chi è che mi chiama? — disse Pinocchio tutto impaurito.
— Sono io! —
Pinocchio si voltò, e vide un grosso grillo che saliva lentamente su su
per il muro.
— Dimmi, Grillo, e tu chi sei?
— Io sono il Grillo-parlante, e abito in questa stanza da più di cent'anni.

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— Oggi però questa stanza è mia, — disse il burattino — e se vuoi
farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.
— Io non me ne anderò di qui, — rispose il Grillo — se prima non ti
avrò detto una gran verità.
— Dimmela, e spicciati.
— Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, e che
abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene in
questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.
— Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani,
all'alba, voglio andarmene di qui, perchè se rimango qui, avverrà a me quel
che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola, e
per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela in confidenza, di
studiare non ho punta voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e
a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.
— Povero grullerello!... Ma non sai che, facendo così, diventerai da
grande un bellissimo somaro, e che tutti si piglieranno gioco di te?
— Chetati, grillaccio del mal'augurio! — gridò Pinocchio.
Ma il grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di
questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce:
— E se non ti garba di andare a scuola, perchè non impari almeno un
mestiere tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?
— Vuoi che te lo dica? — replicò Pinocchio, che cominciava a perdere
la pazienza. — Fra i mestieri del mondo non ce n'è che uno solo, che
veramente mi vada a genio.
— E questo mestiere sarebbe?
— Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi, e fare dalla mattina
alla sera la vita del vagabondo.

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— Per tua regola — disse il Grillo-parlante con la sua solita calma —
tutti quelli che fanno codesto mestiere, finiscono quasi sempre allo spedale
o in prigione.
— Bada, grillaccio del mal'augurio!... se mi monta la bizza, guai a
te! —
— Povero Pinocchio: mi fai proprio compassione!...
— Perchè ti faccio compassione?
— Perchè sei un burattino e, quel che è peggio, perchè hai la testa di
legno. —

Preso di sul banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo-parlante.

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A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt'infuriato, e preso di sul
banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo-parlante.
Forse non credeva nemmeno di colpirlo; ma disgraziatamente lo colse
per l'appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare
crì-crì-crì, e poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.

Page 29

V.
Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più
bello, la frittata gli vola via dalla finestra.

Intanto cominciò a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva
mangiato nulla, sentì un'uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo
all'appetito.
Ma l'appetito dei ragazzi cammina presto, e difatti, dopo pochi minuti
l'appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere si convertì in
una fame da lupi, in una fame da tagliarsi col coltello.
Il povero Pinocchio corse subito al focolare dove c'era una pentola che
bolliva, e fece l'atto di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse dentro:
ma la pentola era dipinta sul muro. Immaginatevi come restò. Il suo naso,
che era già lungo, gli diventò più lungo almeno quattro dita.
Allora si dètte a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette e
per tutti i ripostigli in cerca di un po' di pane, magari un po' di pan secco, un
crosterello, un osso avanzato al cane, un po' di polenta muffita, una lisca di
pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma qualche cosa da masticare: ma non
trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla.
E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre: e il povero Pinocchio
non aveva altro sollievo che quello di sbadigliare e faceva degli sbadigli
così lunghi, che qualche volta la bocca gli arrivava fino agli orecchi. E dopo
avere sbadigliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli andava via.

Page 30

Allora piangendo e disperandosi, diceva:
— Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio
babbo e a fuggire di casa.... Se il mio babbo fosse qui ora non mi troverei a
morire di sbadigli! Oh! che brutta malattia che è la fame! —
Quand'ecco che gli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche
cosa di tondo e di bianco, che somigliava tutto ad un uovo di gallina.
Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un punto solo. Era un uovo davvero.
La gioia del burattino è impossibile descriverla: bisogna sapersela
figurare. Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava quest'uovo fra le
mani, e lo toccava e lo baciava e baciandolo diceva:
— E ora come dovrò cuocerlo? Ne farò una frittata?... No, è meglio
cuocerlo nel piatto!... o non sarebbe più saporito se lo friggessi in padella?
O se invece lo cuocessi a uso uovo a bere? No, la più lesta di tutte è di
cuocerlo nel piatto o nel tegamino: ho troppa voglia di mangiarmelo! —
Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa:
messe nel tegamino, invece d'olio o di burro, un po' d'acqua: e quando
l'acqua principiò a fumare, tac!... spezzò il guscio dell'uovo, e fece l'atto di
scodellarvelo dentro.
Ma invece della chiara e del torlo scappò fuori un pulcino tutto allegro e
complimentoso, il quale facendo una bella riverenza disse:
— Mille grazie, signor Pinocchio, d'avermi risparmiata la fatica di
rompere il guscio! Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa! —
Ciò detto, distese le ali, e, infilata la finestra che era aperta, se ne volò
via a perdita d'occhio.
Il povero burattino rimase lì, come incantato, cogli occhi fissi, colla
bocca aperta e coi gusci dell'uovo in mano. Riavutosi, peraltro, dal primo
sbigottimento, cominciò a piangere, a strillare, a battere i piedi in terra per
la disperazione, e piangendo diceva:

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— Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Se non fossi scappato di
casa e se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame. Eh!
che brutta malattia che è la fame!... —
E perchè il corpo gli seguitava a brontolare più che mai, e non sapeva
come fare a chetarlo, pensò di uscir di casa e di dare una scappata al
paesello vicino, nella speranza di trovare qualche persona caritatevole, che
gli facesse l'elemosina di un po' di pane.

Page 32

VI.
Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si
sveglia coi piedi tutti bruciati.

Per l'appunto era una nottataccia d'inferno. Tonava forte forte,
lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco, e un ventaccio freddo e
strapazzone, fischiando rabbiosamente e sollevando un immenso nuvolo di
polvere, faceva stridere e cigolare tutti gli alberi della campagna.
Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e dei lampi: se non che la
fame era più forte della paura: motivo per cui accostò l'uscio di casa, e presa
la carriera, in un centinaio di salti arrivò fino al paese, colla lingua fuori e
col fiato grosso, come un can da caccia.
Ma trovò tutto buio e tutto deserto. Le botteghe erano chiuse; le porte di
casa chiuse, le finestre chiuse, e nella strada nemmeno un cane. Pareva il
paese dei morti.
Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, si attaccò al
campanello d'una casa, e cominciò a sonare a distesa, dicendo dentro di sè:
— Qualcuno si affaccerà. —
Difatti si affacciò un vecchio, col berretto da notte in capo, il quale
gridò tutto stizzito:
— Che cosa volete a quest'ora?

Page 33

Tornò a casa bagnato come un pulcino....

— Che mi fareste il piacere di darmi un po' di pane?
— Aspettatemi costì che torno subito, — rispose il vecchino, credendo
di aver da fare con qualcuno di quei ragazzacci rompicolli che si divertono
di notte a sonare i campanelli delle case, per molestare la gente per bene,
che se la dorme tranquillamente.
Dopo mezzo minuto la finestra si riaprì, e la voce del solito vecchino
gridò a Pinocchio:
— Fàtti sotto e para il cappello. —
Pinocchio che non aveva ancora un cappello, si avvicinò e sentì pioversi
addosso un'enorme catinellata d'acqua che lo annaffiò tutto, dalla testa ai
piedi, come se fosse un vaso di giranio appassito.

Page 34

Tornò a casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e dalla
fame: e perchè non aveva più forza di reggersi ritto, si pose a sedere,
appoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra un caldano pieno di
brace accesa.
E lì si addormentò; e nel dormire i piedi che erano di legno gli presero
fuoco, e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere.
E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi
fossero quelli d'un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perchè
qualcuno aveva bussato alla porta.
— Chi è? — domandò sbadigliando e stropicciandosi gli occhi.
— Sono io! — rispose una voce.
Quella voce era la voce di Geppetto.

Page 35

VII.
Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione che il
pover'uomo aveva portata per sè.

Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s'era
ancora avvisto dei piedi che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentì la
voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto;
ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul
pavimento.
E nel battere in terra fece lo stesso rumore, che avrebbe fatto un sacco di
mestoli, cascato da un quinto piano.
— Aprimi! — intanto gridava Geppetto dalla strada.
— Babbo mio, non posso.... — rispondeva il burattino piangendo e
ruzzolandosi per terra.
— Perchè non puoi?
— Perchè mi hanno mangiato i piedi.
— E chi te li ha mangiati?
— Il gatto — disse Pinocchio, vedendo il gatto che colle zampine
davanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno.
— Aprimi, ti dico! — ripetè Geppetto — se no, quando vengo in casa, il
gatto te lo do io!
— Non posso star ritto, credetelo. Oh! povero me! povero me, che mi
toccherà a camminare coi ginocchi per tutta la vita. —

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Entrò in casa dalla finestra.

Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un'altra monelleria
del burattino, pensò bene di farla finita; e arrampicatosi su per il muro,
entrò in casa dalla finestra.
Da principio voleva dire e voleva fare; ma poi, quando vide il suo
Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì
intenerirsi; e presolo subito in collo si dette a baciarlo e a fargli mille
carezze e mille moine, e, coi lucciconi che gli cascavano giù per le gote, gli
disse singhiozzando:
— Pinocchiuccio mio! Com'è che ti sei bruciato i piedi?
— Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata una nottata d'inferno, e me
ne ricorderò fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una gran fame, e

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allora il Grillo-parlante mi disse: «Ti sta bene: sei stato cattivo e te lo
meriti» e io gli dissi: «Bada, Grillo!...» e lui mi disse: «Tu sei un burattino e
hai la testa di legno» e io gli tirai un manico di martello, e lui morì, ma la
colpa fu sua, perchè io non volevo ammazzarlo, prova ne sia, che messi un
tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scappò fuori e disse:
«Arrivedella,... e tanti saluti a casa.» E la fame cresceva sempre, motivo per
cui quel vecchino col berretto da notte, affacciandosi alla finestra mi disse:
«Fatti sotto e para il cappello» e io con quella catinellata d'acqua sul capo,
perchè il chiedere un po' di pane non è vergogna, non è vero? me ne tornai
subito a casa, e perchè avevo sempre una gran fame, messi i piedi sul
caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e
intanto la fame l'ho sempre e i piedi non li ho più! ih!... ih!... ih!... ih!... —
E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo
sentivano da cinque chilometri lontano.
Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa
sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca
tre pere, e porgendogliele, disse:
— Queste tre pere erano la mia colazione: ma io te le do volentieri.
Mangiale, e buon pro ti faccia.
— Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.
— Sbucciarle? — replicò Geppetto meravigliato. — Non avrei mai
creduto, ragazzo mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di
palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi
abboccati e a saper mangiar di tutto, perchè non si sa mai quel che ci può
capitare. I casi son tanti!...
— Voi direte bene, — soggiunse Pinocchio — ma io non mangerò mai
una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire. —

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E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di
santa pazienza, sbucciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo
della tavola.
Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece
l'atto di buttar via il torsolo; ma Geppetto gli trattenne il braccio dicendogli:
— Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo.
— Ma io il torsolo non lo mangio davvero!... — gridò il burattino
rivoltandosi come una vipera.
— Chi lo sa! I casi son tanti!... — ripetè Geppetto, senza riscaldarsi.
Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra,
vennero posati sull'angolo della tavola in compagnia delle bucce.
Mangiate, o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un
lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:
— Ho dell'altra fame!
— Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti.
— Proprio nulla, nulla?
— Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.
— Pazienza! — disse Pinocchio — se non c'è altro, mangerò una
buccia. —
E cominciò a masticare. Da principio storse un po' la bocca: ma poi una
dietro l'altra, spolverò in un soffio tutte le bucce; e dopo le bucce anche i
torsoli, e quand'ebbe finito di mangiare ogni cosa, si battè tutto contento le
mani sul corpo, e disse gongolando:
— Ora sì, che sto bene!
— Vedi, dunque, — osservò Geppetto — che avevo ragione io, quando
ti dicevo che non bisogna avvezzarsi nè troppo sofistici nè troppo delicati di
palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I
casi son tanti!... —

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VIII.
Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per
comprargli l'Abbecedario.

Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a
bofonchiare e a piangere, perchè voleva un paio di piedi nuovi.

Lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata.

Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, lo lasciò piangere e
disperarsi per una mezza giornata; poi gli disse:

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— E perchè dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar di nuovo da
casa tua?
— Vi prometto — disse il burattino singhiozzando — che da oggi in poi
sarò buono....
— Tutti i ragazzi — replicò Geppetto — quando vogliono ottenere
qualcosa, dicono così.
— Vi prometto che anderò a scuola, studierò e mi farò onore....
— Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la
medesima storia.
— Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono più buono di tutti, e
dico sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un'arte, e che sarò
la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia. —
Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, aveva gli occhi pieni di
pianto e il cuore grosso dalla passione nel vedere il suo povero Pinocchio in
quello stato compassionevole, non rispose altre parole: ma, presi in mano
gli arnesi del mestiere e due pezzetti di legno stagionato, si pose a lavorare
di grandissimo impegno.
E in meno d'un'ora, i piedi erano bell'e fatti: due piedini svelti, asciutti e
nervosi, come se fossero modellati da un artista di genio.
Allora Geppetto disse al burattino:
— Chiudi gli occhi e dormi! —
E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo che si
fingeva addormentato, Geppetto con un po' di colla sciolta in un guscio
d'uovo gli appiccicò i due piedi al loro posto, e glieli appiccicò così bene,
che non si vedeva nemmeno il segno dell'attaccatura.

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Principiò a fare mille sgambetti.

Appena il burattino si accòrse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola
dove stava disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole, come
se fosse ammattito dalla gran contentezza.
— Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me — disse Pinocchio al
suo babbo — voglio subito andare a scuola.
— Bravo ragazzo.
— Ma per andare a scuola ho bisogno d'un po' di vestito. —

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Gli fece.... un berrettino di midolla di pane.

Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo,
gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza
d'albero e un berrettino di midolla di pane.
Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d'acqua e
rimase così contento di sè, che disse pavoneggiandosi:
— Paio proprio un signore!
— Davvero; — replicò Geppetto — perchè, tienlo a mente, non è il
vestito bello che fa il signore, ma è piuttosto il vestito pulito.
— A proposito, — soggiunse il burattino — per andare alla scuola mi
manca sempre qualcosa: anzi mi manca il più e il meglio.
— Cioè?

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— Mi manca l'Abbecedario.
— Hai ragione: ma come si fa per averlo?
— È facilissimo: si va da un libraio e si compra.
— E i quattrini?
— Io non ce l'ho.
— Nemmen io — soggiunse il buon vecchio, facendosi tristo.
E Pinocchio sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche
lui: perchè la miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti: anche i
ragazzi.
— Pazienza! — gridò Geppetto tutt'a un tratto rizzandosi in piedi; e
infilatasi la vecchia casacca, di frustagno, tutta toppe e rimendi, uscì
correndo di casa.
Dopo poco tornò: e quando tornò, aveva in mano l'Abbecedario per il
figliuolo, ma la casacca non l'aveva più. Il pover'uomo era in maniche di
camicia, e fuori nevicava.
— E la casacca, babbo?
— L'ho venduta.
— Perchè l'avete venduta?
— Perchè mi faceva caldo. —
Pinocchio capì questa risposta a volo, e non potendo frenare l'impeto del
suo buon cuore, saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il
viso.

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IX.
Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatro dei
burattini.

Smesso che fu di nevicare, Pinocchio, col suo bravo Abbecedario nuovo
sotto il braccio, prese la strada che menava alla scuola: e strada facendo,
fantasticava nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelli in aria,
uno più bello dell'altro.
E discorrendo da sè solo, diceva:
— Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi
imparerò a scrivere, e domani l'altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia
abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in
tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che
dico di panno? Gliela voglio fare tutta d'argento e d'oro, e coi bottoni di
brillanti. E quel pover'uomo se la merita davvero; perchè insomma, per
comprarmi i libri e per farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia.... a
questi freddi! Non ci sono che i babbi che sieno capaci di certi sacrifizi!...

Mentre tutto commosso diceva così, gli parve di sentire in lontananza
una musica di pifferi e di colpi di grancassa: pì-pì—pì, pì-pì—pì, zum, zum,
zum, zum.
Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una
lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto, fabbricato

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sulla spiaggia del mare.
— Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se
no.... —
E rimase lì perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione;
o a scuola, o a sentire i pifferi.
— Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a scuola. Per andare a scuola
c'è sempre tempo — disse finalmente quel monello, facendo una
spallucciata.
Detto fatto, infilò giù per la strada traversa e cominciò a correre a
gambe. Più correva e più sentiva distinto il suono dei pifferi e dei tonfi della
grancassa: pì-pì—pì, pì—pì-pì, pì-pì—pì, zum, zum, zum, zum.
Quand'ecco che si trovò in mezzo a una piazza tutta piena di gente, la
quale si affollava intorno a un gran baraccone di legno e di tela dipinta di
mille colori.
— Che cos'è quel baraccone? — domandò Pinocchio, voltandosi a un
ragazzetto che era lì del paese.
— Leggi il cartello, che c'è scritto, e lo saprai.
— Lo leggerei volentieri, ma per l'appunto oggi non so leggere.
— Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che in quel cartello
a lettere rosse come il fuoco, c'è scritto: Gran Teatro dei Burattini....
— È molto che è incominciata la commedia?
— Comincia ora.
— E quanto si spende per entrare?
— Quattro soldi. —
Pinocchio che aveva addosso la febbre della curiosità, perse ogni
ritegno e disse, senza vergognarsi, al ragazzetto col quale parlava:
— Mi daresti quattro soldi fino a domani?

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— Te li darei volentieri, — gli rispose l'altro canzonandolo — ma oggi
per l'appunto non te li posso dare.
— Per quattro soldi ti vendo la mia giacchetta — gli disse allora il
burattino.
— Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci piove
su, non c'è più verso di cavarsela da dosso.
— Vuoi comprare le mie scarpe?
— Sono buone per accendere il fuoco.
— Quanto mi dai del berretto?
— Bell'acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C'è il caso che
i topi me lo vengano a mangiare in capo! —

— Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo?

Pinocchio era sulle spine. Stava lì lì per fare l'ultima offerta: ma non
aveva coraggio: esitava, tentennava, pativa. Alla fine disse:
— Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo?

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— Io sono un ragazzo e non compro nulla dai ragazzi — gli rispose il
suo piccolo interlocutore, che aveva più giudizio di lui.
— Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io — gridò un rivenditore
di panni usati, che s'era trovato presente alla conversazione.
E il libro fu venduto lì su due piedi. E pensare che quel pover'uomo di
Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per
comprare l'Abbecedario al figliuolo!

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X.
I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una
grandissima festa; ma sul più bello esce fuori il burattinaio
Mangiafoco, e Pinocchio corre pericolo di fare una brutta fine.

Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto
che destò una mezza rivoluzione.
Bisogna sapere che il sipario era tirato su, e la commedia era già
incominciata.
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di
loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento all'altro di
scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.
La platea tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate, nel sentire
il battibecco di quei due burattini, che gestivano e si trattavano d'ogni
vitupero con tanta verità, come se fossero proprio due animali ragionevoli e
due persone di questo mondo.
Quando all'improvviso, che è che non è, Arlecchino smette di recitare, e
voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo
alla platea, comincia a urlare in tono drammatico:
— Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù è
Pinocchio!...
— È Pinocchio davvero! — grida Pulcinella.

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.... Eppure quello laggiù è Pinocchio!...

— È proprio lui! — strilla la signora Rosaura, facendo capolino in
fondo alla scena.
— È Pinocchio! è Pinocchio! — urlarono in coro tutti i burattini,
uscendo a salti fuori delle quinte.
— È Pinocchio! È il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio!...
— Pinocchio, vieni quassù da me! — grida Arlecchino — vieni a
gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno! —
A questo affettuoso invito, Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla
platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti monta
sulla testa del direttore d'orchestra, e di lì schizza sul palcoscenico.
È impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i
pizzicotti dell'amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che
Pinocchio ricevè in mezzo a tanto arruffio degli attori e delle attrici di
quella compagnia drammatico-vegetale.
Questo spettacolo era commovente, non c'è che dire: ma il pubblico
della platea, vedendo che la commedia non andava più avanti, s'impazientì e

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prese a gridare: — Vogliamo la commedia! vogliamo la commedia! —
Tutto fiato buttato via, perchè i burattini, invece di continuare la recita,
raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle, se lo
portarono in trionfo ai lumi della ribalta.
Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così brutto, che metteva paura
soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio
d'inchiostro, e tanto lunga, che gli scendeva dal mento fino a terra: basta
dire che, quando camminava se la pestava coi piedi. La sua bocca era larga
come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume
acceso di dietro; e con le mani schioccava una grossa frusta, fatta di
serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme.

All'apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti.

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All'apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti: nessuno
fiatò più. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi
e femmine, tremavano come tante foglie.
— Perchè sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? —
domandò il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d'Orco gravemente
infreddato di testa.
— La creda, illustrissimo, che la colpa non è stata mia!...
— Basta così! stasera faremo i nostri conti. —
Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio andò in cucina,
dov'egli s'era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente
infilato nello spiede. E perchè gli mancavano le legna per finirlo di cuocere
e di rosolare, chiamò Arlecchino e Pulcinella e disse loro:
— Portatemi di qua quel burattino, che troverete attaccato al chiodo. Mi
pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che a
buttarlo sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata all'arrosto. —
Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da
un'occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo tornarono in cucina
portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come
un'anguilla fuori dell'acqua, strillava disperatamente: — Babbo mio,
salvatemi! Non voglio morire, no, non voglio morire!... —

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XI.
Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende
dalla morte il suo amico Arlecchino.

Il burattinaio Mangiafoco (che questo era il suo nome) pareva un uomo
spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera che, a uso
grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma nel fondo poi non
era un cattiv'uomo. Prova ne sia, che quando vide portarsi davanti quel
povero Pinocchio, che si dibatteva per ogni verso, urlando «Non voglio
morire, non voglio morire!» principiò subito a commuoversi e a
impietosirsi; e dopo aver resistito un bel pezzo, alla fine non ne potè più, e
lasciò andare un sonorosissimo starnuto.
A quello starnuto, Arlecchino che fino allora era stato afflitto e ripiegato
come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi verso
Pinocchio gli bisbigliò sottovoce:
— Buone nuove, fratello! Il burattinaio ha starnutito, e questo è segno
che s'è mosso a compassione per te, e oramai sei salvo. —
Perchè bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini quando si sentono
impietositi per qualcuno, o piangono, o per lo meno fanno finta di
rasciugarsi gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che s'inteneriva
davvero, aveva il vizio di starnutire. Era un modo come un altro, per dare a
conoscere agli altri la sensibilità del suo cuore.

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Dopo avere starnutito, il burattinaio, seguitando a fare il burbero, gridò
a Pinocchio:
— Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un'uggiolina qui
in fondo allo stomaco.... sento uno spasimo, che quasi quasi.... etcì, etcì! —
e fece altri due starnuti.
— Felicità! — disse Pinocchio.
— Grazie. E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? —
domandò Mangiafoco.
— Il babbo, sì; la mamma non l'ho mai conosciuta.
— Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se ora ti
facessi gettare fra quei carboni ardenti. Povero vecchio! lo compatisco....
etcì, etcì, etcì, — e fece altri tre starnuti.
— Felicità! — disse Pinocchio.
— Grazie. Del resto bisogna compatire anche me, perchè come vedi,
non ho più legna per finire di cuocere quel montone arrosto, e tu, dico la
verità, in questo caso mi avresti fatto un gran comodo! Ma ormai mi sono
impietosito e ci vuol pazienza. Invece di te, metterò a bruciare sotto lo
spiede qualche burattino della mia compagnia. Olà, giandarmi! —
A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi
lunghi, secchi secchi, col cappello a lucerna in testa e colla sciabola
sfoderata in mano.

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— Pigliatemi lì quell'Arlecchino....

Allora il burattinaio disse loro con voce rantolosa:
— Pigliatemi lì quell'Arlecchino, legatelo ben bene, e poi gettatelo a
bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito bene! —
Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il suo spavento, che le gambe
gli si ripiegarono e cadde bocconi per terra.
Pinocchio alla vista di quello spettacolo straziante, andò a gettarsi ai
piedi del burattinaio, e piangendo dirottamente e bagnandogli di lacrime
tutti i peli della lunghissima barba, cominciò a dire con voce supplichevole:
— Pietà, signor Mangiafoco!...
— Qui non ci sono signori! — replicò duramente il burattinaio.
— Pietà, signor Cavaliere!...

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— Qui non ci sono cavalieri!
— Pietà, signor Commendatore!
— Qui non ci sono commendatori!
— Pietà, Eccellenza!... —
A sentirsi chiamare Eccellenza, il burattinaio fece subito il bocchino
tondo, e diventato tutt'a un tratto più umano e più trattabile, disse a
Pinocchio:
— Ebbene, che cosa vuoi da me?
— Vi domando grazia per il povero Arlecchino!...
— Qui non c'è grazia che tenga. Se ho risparmiato te, bisogna che faccia
mettere sul fuoco lui, perchè io voglio che il mio montone sia arrostito
bene.
— In questo caso — gridò fieramente Pinocchio, rizzandosi e gettando
via il suo berretto di midolla di pane — in questo caso conosco qual è il mio
dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi là fra quelle
fiamme. No, non è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico mio,
debba morire per me! —
Queste parole, pronunziate con voce alta e con accento eroico, fecero
piangere tutti i burattini che erano presenti a quella scena. Gli stessi
giandarmi, sebbene fossero di legno, piangevano come due agnellini di
latte.
Mangiafoco, sul principio, rimase duro e immobile come un pezzo di
ghiaccio: ma poi, adagio adagio, cominciò anche lui a commuoversi e a
starnutire. E fatti quattro o cinque starnuti, aprì affettuosamente le braccia e
disse a Pinocchio:
— Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me, e dammi un
bacio. —

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Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la
barba del burattinaio, andò a posargli un bellissimo bacio sulla punta del
naso.
— Dunque la grazia è fatta? — domandò il povero Arlecchino, con un
fil di voce che si sentiva appena.

E arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barba del burattinaio....

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— La grazia è fatta! — rispose Mangiafoco; poi soggiunse sospirando e
tentennando il capo:
— Pazienza! per questa sera mi rassegnerò a mangiare il montone
mezzo crudo: ma un'altra volta, guai a chi toccherà!... —

Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul
palcoscenico e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di gala,
cominciarono a saltare e a ballare.
Era l'alba e ballavano sempre.

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XII.
Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio
perchè le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia
abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.

Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
— Come si chiama tuo padre?
— Geppetto.
— E che mestiere fa?
— Il povero.
— Guadagna molto?
— Guadagna tanto quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in
tasca. Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dovè vendere
l'unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era
tutta una piaga.
— Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete
d'oro. Va' subito a portargliele, e salutalo tanto da parte mia. —
Pinocchio, come è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il
burattinaio: abbracciò, a uno a uno, tutti i burattini della compagnia, anche i
giandarmi; e fuori di sè dalla contentezza, si mise in viaggio per
ritornarsene a casa sua.

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— Com'è che sai il mio nome?

Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada
una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gli occhi, che se
ne andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La
Volpe, che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che
era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.
— Buon giorno, Pinocchio, — gli disse la Volpe, salutandolo
garbatamente.
— Com'è che sai il mio nome? — domandò il burattino.
— Conosco bene il tuo babbo.
— Dove l'hai veduto?
— L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua.
— E che cosa faceva?
— Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.
— Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!

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— Perchè?
— Perchè io sono diventato un gran signore.
— Un gran signore tu? — disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso
sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a
vedere, si pettinava i baffi colle zampine davanti.
— C'è poco da ridere — gridò Pinocchio impermalito. — Mi dispiace
davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne
intendete, sono cinque bellissime monete d'oro. —
E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.
Al simpatico suono di quelle monete, la Volpe per un moto involontario
allungò la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt'e due gli
occhi, che parvero due lanterne verdi; ma poi li richiuse subito, tant'è vero
che Pinocchio non si accòrse di nulla.
— E ora — gli domandò la Volpe — che cosa vuoi farne di codeste
monete?
— Prima di tutto — rispose il burattino — voglio comprare per il mio
babbo una bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento, e coi bottoni di
brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me.
— Per te?
— Davvero: perchè voglio andare a scuola e mettermi a studiare a
buono.
— Guarda me! — disse la Volpe. — Per la passione sciocca di studiare
ho perduto una gamba.
— Guarda me! — disse il Gatto. — Per la passione sciocca di studiare
ho perduto la vista di tutt'e due gli occhi. —
In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe
della strada, fece il suo solito verso e disse:

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— Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne
pentirai! —
Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto spiccando un gran salto,
gli si avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi, se lo
mangiò in un boccone con le penne e tutto.
Mangiato che l'ebbe e ripulitosi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e
ricominciò a fare il cieco come prima.
— Povero Merlo! — disse Pinocchio al Gatto — perchè l'hai trattato
così male?

Spiccando un gran salto, gli si avventò addosso.

— Ho fatto per dargli una lezione. Così un'altra volta imparerà a non
metter bocca nei discorsi degli altri. —
Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di
punto in bianco, disse al burattino:

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— Vuoi tu raddoppiare le tue monete d'oro?
— Cioè?
— Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?
— Magari! e la maniera?
— La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti
venir con noi.
— E dove mi volete condurre?
— Nel paese dei Barbagianni. —
Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:
— No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio
andarmene a casa, dove c'è il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa, povero
vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare. Purtroppo io sono
stato un figliuolo cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva:
«I ragazzi disobbedienti non possono aver bene in questo mondo.» Ed io
l'ho provato a mie spese, perchè mi sono capitate molte disgrazie, e anche
ieri sera in casa di Mangiafoco ho corso pericolo.... Brrr! mi viene i bordoni
soltanto a pensarci!
— Dunque, — disse la Volpe — vuoi proprio andare a casa tua? Allora
va' pure, e tanto peggio per te.
— Tanto peggio per te! — ripetè il Gatto.
— Pensaci bene, Pinocchio, perchè tu dai un calcio alla fortuna.
— Alla fortuna! — ripetè il Gatto.
— I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati
duemila.
— Duemila! — ripetè il Gatto.
— Ma com'è mai possibile che diventino tanti? — domandò Pinocchio,
restando a bocca aperta dallo stupore.

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— Te lo spiego subito; — disse la Volpe — bisogna sapere che nel
paese dei Barbagianni c'è un campo benedetto chiamato da tutti il Campo
dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro, per
esempio, uno zecchino d'oro. Poi ricoprì la buca con un po' di terra:
l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale,
e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo
zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo di levata, ritornando nel
campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oro
quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.
— Sicchè dunque — disse Pinocchio sempre più sbalordito — se io
sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti
zecchini vi troverei?
— È un conto facilissimo; — rispose la Volpe — un conto che puoi
farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di
cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque, e la mattina
dopo trovi in tasca duemilacinquecento zecchini lampanti e sonanti.
— Oh che bella cosa! — gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza. —
Appena che questi zecchini li avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e
gli altri cinquecento di più li darò in regalo a voialtri due.
— Un regalo a noi? — gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi
offesa. — Dio te ne liberi!
— Te ne liberi! — ripetè il Gatto.
— Noi — riprese la Volpe — non lavoriamo per il vile interesse: noi
lavoriamo per arricchire gli altri.
— Gli altri! — ripetè il Gatto.
— Che brave persone! — pensò dentro di sè Pinocchio: e
dimenticandosi lì sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova,

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dell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla Volpe e al
Gatto:
— Andiamo subito, io vengo con voi. —

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XIII.
L'osteria del «Gambero Rosso.»

Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono
stanchi morti all'osteria del Gambero Rosso.
— Fermiamoci un po' qui, — disse la Volpe — tanto per mangiare un
boccone e per riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo, per
essere domani, all'alba, nel Campo dei miracoli. —
Entrati nell'osteria si posero tutt'e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva
appetito.
Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non potè
mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro
porzioni di trippa alla parmigiana: e perchè la trippa non gli pareva condita
abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!
La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma
siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dovè
contentarsi di una semplice lepre dolce e forte, con un leggerissimo
contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si
fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di
ranocchi, di lucertole e d'uva paradisa; e poi non volle altro.

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Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio.

Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi
nulla alla bocca.
Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di
noce e un cantuccio di pane e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero figliuolo,
col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso
un'indigestione anticipata di monete d'oro.
Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste:
— Datemi due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra per
me e per il mio compagno. Prima di ripartire stiacceremo un sonnellino.
Ricordatevi, però, che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per
continuare il nostro viaggio.
— Sissignore — rispose l'oste, e strizzò l'occhio alla Volpe e al Gatto,
come dire: «Ho mangiato la foglia e ci siamo intesi!...» —

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Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addormentò a colpo, e
principiò a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un campo, e
questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli, e questi grappoli
erano carichi di zecchini d'oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano
zin, zin, zin, quasi volessero dire: «Chi ci vuole, venga a prenderci.» Ma
quando Pinocchio fu sul più bello, quando cioè allungò, la mano per
prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in tasca, si trovò
svegliato all'improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta di camera.
Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era sonata.
— E i miei compagni sono pronti? — gli domandò il burattino.
— Altro che pronti! son partiti due ore fa.
— Perchè mai tanta fretta?
— Perchè il Gatto ha ricevuto un'imbasciata che il suo gattino
maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.

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Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era sonata.

— E la cena l'hanno pagata?
— Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo educate, perchè facciano
un affronto simile alla signoria vostra.
— Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! — disse
Pinocchio grattandosi il capo. Poi domandò:
— E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?
— Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno. —
Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi
compagni, e dopo partì.
Ma si può dire che partisse a tastoni, perchè fuori dell'osteria c'era un
buio così buio, che non ci si vedeva di qui a lì. Nella campagna all'intorno
non si sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni uccellacci notturni,
traversando la strada da una siepe all'altra, venivano a sbattere le ali sul
naso di Pinocchio, il quale, facendo un salto indietro per la paura, gridava:
— Chi va là? — e l'eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza: —
Chi va la? chi va là? chi va là? —
Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo
animaletto, che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da
notte dentro una lampada di porcellana trasparente.
— Chi sei? — gli domandò Pinocchio.
— Sono l'ombra del Grillo-parlante — rispose l'animaletto con una
vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là.
— Che vuoi da me? — disse il burattino.
— Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattro zecchini,
che ti sono rimasti, al tuo povero babbo, che piange e si dispera per non
averti più veduto.

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— Domani il mio babbo sarà un gran signore, perchè questi quattro
zecchini diventeranno duemila.
— Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco
dalla mattina alla sera. Per il solito o sono matti o imbroglioni! Dài retta a
me, ritorna indietro.
— E io invece voglio andare avanti.
— L'ora è tarda!...
— Voglio andare avanti.
— La nottata è scura....
— Voglio andare avanti.
— La strada è pericolosa....
— Voglio andare avanti.
— Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di capriccio e a modo loro,
prima o poi se ne pentono.
— Le solite storie. Buona notte, Grillo.
— Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli
assassini. —
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense a un
tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase più buia
di prima.

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XIV.
Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-
parlante, s'imbatte negli assassini.

— Davvero.... — disse fra sè il burattino rimettendosi in viaggio —
come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci
ammoniscono, tutti ci dànno dei consigli. A lasciarli dire, tutti si
metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri; tutti; anche i
Grilli-parlanti. Ecco qui: perchè io non ho voluto dar retta a quell'uggioso di
Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere!
Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli assassini io non
ci credo, nè ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati inventati
apposta dai babbi, per far paura ai ragazzi che vogliono andar fuori la notte.
E poi, se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero forse soggezione?
Neanche per sogno, anderei loro sul viso, gridando: «Signori assassini, che
cosa vogliono da me? Si rammentino che con me non si scherza! Se ne
vadano dunque per i fatti loro, e zitti!» A questa parlantina fatta sul serio,
quei poveri assassini, mi par di vederli, scapperebbero via come il vento.
Caso poi fossero tanto ineducati da non volere scappare, allora scapperei io,
e così la farei finita.... —
Ma Pinocchio non potè finire il suo ragionamento, perchè in quel punto
gli parve di sentire dietro di sè un leggerissimo fruscìo di foglie.

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Si voltò a guardare, e vide nel buio due figuracce nere, tutte
imbacuccate in due sacchi da carbone, le quali correvano dietro a lui a salti
e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.
— Eccoli davvero! — disse dentro di sè: e non sapendo dove
nascondere i quattro zecchini, se li nascose in bocca e precisamente sotto la
lingua.
Poi si provò a scappare. Ma non aveva ancora fatto il primo passo, che
sentì agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e cavernose, che gli
dissero:
— O la borsa o la vita! —
Pinocchio non potendo rispondere con le parole a motivo delle monete
che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille pantomime, per dare ad
intendere a quei due incappati, di cui si vedevano soltanto gli occhi
attraverso i buchi dei sacchi, che lui era un povero burattino e che non
aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.
— Via via! Meno ciarle e fuori i denari — gridarono minacciosamente i
due briganti.
E il burattino fece col capo e colle mani un segno, come dire: «Non ne
ho.»

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Sentì agguantarsi per le braccia....

— Metti fuori i denari o sei morto; — disse l'assassino più alto di
statura.
— Morto! — ripetè l'altro.
— E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!
— Anche tuo padre!
— No, no, no, il mio povero babbo no! — gridò Pinocchio con accento
disperato: ma nel gridare così, gli zecchini gli sonarono in bocca.
— Ah furfante! dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua? Sputali
subito! —
E Pinocchio, duro.
— Ah! tu fai il sordo? Aspetta un po', che penseremo noi a farteli
sputare! —

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Difatti uno di loro afferrò il burattino per la punta del naso e quell'altro
lo prese per la bazza, e lì cominciarono a tirare screanzatamente uno per in
qua l'altro per in là, tanto da costringerlo a spalancare la bocca: ma non ci fu
verso. La bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita.
Allora l'assassino più piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio,
provò a conficcarglielo a guisa di leva e di scalpello fra le labbra: ma
Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la mano coi denti, e dopo
avergliela con un morso staccata di netto, la sputò e figuratevi la sua
maraviglia quando, invece di una mano, si accòrse di aver sputato in terra
uno zampetto di gatto.
Incoraggito da questa prima vittoria, si liberò a forza dalle unghie degli
assassini, e saltata la siepe della strada, cominciò a fuggire per la campagna.
E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani dietro a una lepre: e
quello che aveva perduto uno zampetto correva con una gamba sola, nè si è
saputo mai come facesse.
Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più.
Allora vistosi perso, si arrampicò su per il fusto di un altissimo pino e si
pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini tentarono di arrampicarsi anche
loro, ma giunti a metà del fusto sdrucciolarono, e ricascando a terra, si
spellarono le mani e i piedi.
Non per questo si dettero per vinti: che anzi, raccolto un fastello di
legna secche a piè del pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non si dice,
il pino cominciò a bruciare e a divampare come una candela agitata dal
vento. Pinocchio, vedendo che le fiamme salivano sempre più e non
volendo far la fine del piccione arrosto, spiccò un bel salto di vetta
all'albero, e via a correre daccapo attraverso i campi e ai vigneti. E gli
assassini dietro, sempre dietro, senza stancarsi mai.

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Intanto cominciava a baluginare il giorno e si trovò improvvisamente
sbarrato il passo da un fosso largo e profondissimo, tutto pieno di acquaccia
sudicia, color del caffè e latte. Che fare? «Una, due, tre!» gridò il burattino,
e slanciandosi con una gran rincorsa, saltò dall'altra parte. E gli assassini
saltarono anche loro, ma non avendo preso bene la misura, patatunfete!...
cascarono giù nel bel mezzo del fosso. Pinocchio che sentì il tonfo e gli
schizzi dell'acqua, urlò ridendo e seguitando a correre:
— Buon bagno, signori assassini. —
E già si figurava che fossero bell'e affogati, quando invece, voltandosi a
guardare, si accòrse che gli correvano dietro tutt'e due, sempre imbacuccati
nei loro sacchi, e grondanti acqua come due panieri sfondati.

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XV.
Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto lo
impiccano a un ramo della Quercia grande.

Allora il burattino, perdutosi d'animo fu proprio sul punto di gettarsi a
terra e di darsi per vinto, quando, nel girare gli occhi all'intorno, vide fra
mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina
candida come la neve.
— Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei
salvo! — disse dentro di sè.
E senza indugiare un minuto, riprese a correre per il bosco a carriera
distesa. E gli assassini sempre dietro.
Dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente, tutto trafelato,
arrivò alla porta di quella casina e bussò.
Nessuno rispose.
Tornò a bussare con maggior violenza, perchè sentiva avvicinarsi il
rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso dei suoi persecutori.
Lo stesso silenzio.
Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per
disperazione a dare calci e zuccate nella porta. Allora si affacciò alla
finestra una bella Bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come
un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale

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senza muover punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse
dall'altro mondo:
— In questa casa non c'è nessuno; sono tutti morti.
— Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio piangendo e
raccomandandosi.
— Sono morta anch'io.
— Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?
— Aspetto la bara che venga a portarmi via. —
Appena detto così, la Bambina disparve e la finestra si richiuse senza far
rumore.
— O bella Bambina dai capelli turchini, — gridava Pinocchio — aprimi
per carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli
assass.... —
Ma non potè finir la parola, perchè sentì afferrarsi per il collo, e le solite
due vociacce che gli brontolarono minacciosamente:
— Ora non ci scappi più! —
Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da
un tremito così forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue
gambe di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua.
— Dunque? — gli domandarono gli assassini — vuoi aprirla la bocca,
sì o no? Ah! non rispondi? Lascia fare: che questa volta te la faremo aprir
noi!... —
E cavati fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi, zaff e
zaff... gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
Ma il burattino per sua fortuna era fatto d'un legno durissimo, motivo
per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini
rimasero col manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.

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— Ho capito; — disse allora uno di loro — bisogna impiccarlo.
Impicchiamolo!
— Impicchiamolo — ripetè l'altro.
Detto fatto gli legarono le mani dietro le spalle, e passatogli un nodo
scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa
pianta detta la Quercia grande.
Poi si posero là, seduti sull'erba, aspettando che il burattino facesse
l'ultimo sgambetto: ma il burattino dopo tre ore aveva sempre gli occhi
aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai.
Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero
sghignazzando:
— Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai
la garbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca spalancata. —
E se ne andarono.

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Intanto s'era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e
mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato,
facendolo dondolare violentemente come il battaglio d'una campana che
suona a festa. E quel dondolìo gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo
scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro.
A poco a poco gli occhi gli si appannarono; e sebbene sentisse
avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento a un altro
sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto.
Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio
nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo.... e balbettò quasi

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moribondo:
— Oh babbo mio! se tu fossi qui!... —
E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le
gambe, e dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.

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XVI.
La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo
mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.

In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un
ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella
Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositasi
alla vista di quell'infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle
ventate di tramontana, battè per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli
colpi.
A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano con foga
precipitosa, e un grosso Falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.
— Che cosa comandate, mia graziosa Fata? — disse il Falco
abbassando il becco in atto di riverenza; perchè bisogna sapere, che la
Bambina dai capelli turchini, non era altro, in fin dei conti, che una
buonissima Fata, che da più di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel
bosco.
— Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia
grande?
— Lo vedo.
— Orbene: vola subito laggiù; rompi col tuo fortissimo becco il nodo
che lo tiene sospeso in aria, e posalo delicatamente sdraiato sull'erba, a piè
della Quercia. —

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Il Falco volò via, e dopo due minuti tornò dicendo:
— Quel che mi avete comandato è fatto.
— E come l'hai trovato? Vivo o morto?

Un grosso Falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.

— A vederlo pareva morto, ma non dev'essere ancora morto perbene,
perchè appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno alla
gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: «Ora mi
sento meglio!...» —
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e
apparve un magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di
dietro, tale e quale come se fosse un uomo.

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Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo
un nicchiettino a tre punte gallonato d'oro, una parrucca bionda coi riccioli
che gli scendevano giù per il collo, una giubba color di cioccolata coi
bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi, che gli
regalava a pranzo la padrona, un paio di calzon corti di velluto cremisi, le
calze di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da
ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo
cominciava a piovere.
— Su da bravo, Medoro! — disse la Fata al Can-barbone. — Fa' subito
attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco.
Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull'erba un
povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari sui
cuscini della carrozza e portamelo qui. Hai capito? —
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito, dimenò tre o
quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partì come un
barbero.
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color
dell'aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell'interno di panna
montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento pariglie
di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a
destra e a sinistra, come un vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi.

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Il Can-barbone partì come un barbero.

Non era ancora passato un quarto d'ora che la carrozzina tornò, e la
Fata, che stava aspettando sull'uscio di casa, prese in collo il povero
burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla,
mandò subito a chiamare i medici più famosi del vicinato.
E i medici arrivarono subito uno dopo l'altro: arrivò cioè, un Corvo, una
Civetta e un Grillo-parlante.
— Vorrei saper da lor signori — disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici
riuniti intorno al letto di Pinocchio — vorrei sapere da lor signori se questo
disgraziato burattino sia vivo o morto!... —

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La Fata prese in collo il povero burattino.

A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a
Pinocchio; poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand'ebbe
tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
— A mio credere il burattino è bell'e morto: ma se per disgrazia non
fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
— Mi dispiace — disse la Civetta — di dover contraddire il Corvo, mio
illustre amico e collega; per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se
per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero.
— E lei non dice nulla? — domandò la Fata al Grillo-parlante.
— Io dico che il medico prudente, quando non sa quello che dice, la
miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. Del resto quel burattino
lì, non m'è fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo! —

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Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di
legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.
— Quel burattino lì — seguitò a dire il Grillo-parlante — è una birba
matricolata.... —
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
— È un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo.... —
Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
— Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di
crepacuore il suo povero babbo!... —
A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e
singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorchè, sollevati un poco i
lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.
— Quando il morto piange è segno che è in via di guarigione — disse
solennemente il Corvo.
— Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, — soggiunse
la Civetta — ma per me quando il morto piange, è segno che gli dispiace a
morire. —

Page 86

XVII.
Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi; però quando
vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice
una bugia e per gastigo gli cresce il naso.

Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a
Pinocchio, e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accòrse che era travagliato
da un febbrone da non si dire.
Allora sciolse un certa polverina bianca in un mezzo bicchier d'acqua, e
porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
— Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. —
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po' la bocca, e poi domandò con
voce di piagnisteo:
— È dolce o amara?
— È amara, ma ti farà bene.
— Se è amara non la voglio.
— Da' retta a me: bevila.
— A me l'amaro non mi piace.
— Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per
rifarti la bocca.
— Dov'è la pallina di zucchero?
— Eccola qui — disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d'oro.

Page 87

— Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell'acquaccia
amara....
— Me lo prometti?
— Sì.... —
La Fata gli dette la pallina, e Pinocchio dopo averla sgranocchiata e
ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:
— Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi purgherei
tutt'i giorni.
— Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acqua, che
ti renderanno la salute. —
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la
punta del naso: poi se l'accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del
naso: finalmente disse:
— È troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.
— Come fai a dirlo, se non l'hai nemmeno assaggiata?
— Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio prima un'altra pallina di
zucchero.... e poi la beverò! —
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in
bocca un altro po' di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere.
— Così non lo posso bere! — disse il burattino, facendo mille smorfie.
— Perchè?
— Perchè mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi. —
La Fata gli levò il guanciale.
— È inutile! Nemmeno così la posso bere.
— Che cos'altro ti dà noia?
— Mi da noia l'uscio di camera, che è mezzo aperto. —
La Fata andò, e chiuse l'uscio di camera.

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— Insomma, — gridò Pinocchio dando in uno scoppio di pianto —
quest'acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!...
— Ragazzo mio, te ne pentirai....
— Non me n'importa....
— La tua malattia è grave.
— Non me n'importa.....
— La febbre ti porterà in poche ore all'altro mondo....
— Non me n'importa....
— Non hai paura della morte?
— Nessuna paura! Piuttosto morire, che bevere quella medicina
cattiva. —
A questo punto, la porta della camera si spalancò, ed entrarono dentro
quattro conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola
bara da morto.

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Entrarono dentro quattro conigli neri come l'inchiostro.

— Che cosa volete da me? — gridò Pinocchio, rizzandosi tutto
impaurito a sedere sul letto.
— Siamo venuti a prenderti — rispose il coniglio più grosso.
— A prendermi? Ma io non sono ancora morto!...
— Ancora no: ma ti restano pochi momenti di vita, avendo tu ricusato di
bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!
— O Fata mia, o Fata mia! — cominciò allora a strillare il burattino —
datemi subito quel bicchiere.... Spicciatevi, per carità, perchè non voglio
morire, no.... non voglio morire. —

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E preso il bicchiere con tutt'e due le mani, lo votò in un fiato.
— Pazienza! — dissero i conigli. — Per questa volta abbiamo fatto il
viaggio a ufo. — E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di
camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell'e
guarito; perchè bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di
ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro
come un gallettino di primo canto, gli disse:
— Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero?
— Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!
— E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
— Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle
medicine che del male.
— Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento
preso a tempo, può salvarli da una grave malattia e fors'anche dalla morte....
— Oh! ma un'altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di
quei conigli neri, con la bara sulle spalle.... e allora piglierò subito il
bicchiere in mano e giù....
— Ora vieni un po' qui da me, e raccontami come andò che ti trovasti
fra le mani degli assassini.
— Gli andò, che il burattinaio Mangiafoco, mi dette cinque monete
d'oro, e mi disse: — To', portale al tuo babbo! — e io, invece, per la strada
trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi dissero: —
Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti
condurremo al Campo dei miracoli. — E io dissi, andiamo; — e loro
dissero: — Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso, e dopo la
mezzanotte ripartiremo. — E io quando mi svegliai, non c'erano più, perchè

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erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, che era un buio che
pareva impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due
sacchi da carbone, che mi dissero: — Metti fuori i quattrini; — e io dissi:
— non ce n'ho; — perchè le monete d'oro me l'ero nascoste in bocca, e uno
degli assassini si provò a mettermi le mani in bocca, e io con un morso gli
staccai la mano e poi la sputai, ma invece di una mano sputai uno zampetto
di gatto. E gli assassini a corrermi dietro, e io corri che ti corri, finchè mi
raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo bosco col dire:
— Domani torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e così ti
porteremo via le monete d'oro che hai nascoste sotto la lingua. —
— E ora le quattro monete dove le hai messe? — gli domandò la Fata.
— Le ho perdute! — rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perchè
invece le aveva in tasca.
Appena detta la bugia il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito
due dita di più.
— E dove le hai perdute?
— Nel bosco qui vicino. —
A questa seconda bugia, il naso seguitò a crescere.
— Se le hai perdute nel bosco vicino — disse la Fata — le cercheremo e
le ritroveremo: perchè tutto quello che si perde nel vicino bosco, si ritrova
sempre.
— Ah! ora che mi rammento bene — replicò il burattino imbrogliandosi
— le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene, le ho
inghiottite mentre bevevo la vostra medicina. —

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Il naso gli si allungò in un modo così straordinario....

A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così straordinario,
che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. Se si
voltava di qui, batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra, se si voltava
di là, lo batteva nelle pareti o nella porta di camera, se alzava un po' di più il
capo, correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.
E la Fata lo guardava e rideva.
— Perchè ridete? — gli domandò il burattino, tutto confuso e
impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.
— Rido della bugia che hai detto.
— Come mai sapete che ho detto una bugia?

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— Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perchè ve ne sono di
due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno
il naso lungo: la tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso lungo. —
Pinocchio, non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò
a fuggire di camera, ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tanto, che
non passava più dalla porta.

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XVIII.
Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le
quattro monete nel Campo dei miracoli.

Come potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e
urlasse una buona mezz'ora a motivo di quel suo naso che non passava più
dalla porta di camera: e lo fece per dargli una severa lezione e perchè si
correggesse dal brutto vizio di dire bugie, il più brutto vizio che possa avere
un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa
dalla gran disperazione, allora, mossa a pietà, battè le mani insieme, e a
quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli
chiamati Picchi, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a
beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e
spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale.
— Quanto siete buona, Fata mia, — disse il burattino, asciugandosi gli
occhi — e quanto bene vi voglio!
— Ti voglio bene anch'io, — rispose la Fata — e se tu vuoi rimanere
con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina....
— Io resterei volentieri.... ma il mio povero babbo?
— Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato digià avvertito: e prima che
faccia notte, sarà qui.
— Davvero? — gridò Pinocchio, saltando dall'allegrezza. — Allora,
Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l'ora di

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poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me!
— Va' pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono
sicura che lo incontrerai. —
Pinocchio partì: e appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un
capriòlo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla
Quercia grande, si fermò, perchè gli parve di aver sentito gente fra mezzo
alle frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate chi?... la Volpe e il
Gatto, ossia i due compagni di viaggio coi quali aveva cenato all'osteria del
Gambero rosso.
— Ecco il nostro caro Pinocchio! — gridò la Volpe, abbracciandolo e
baciandolo. — Come mai sei qui?
— Come mai sei qui? — ripetè il Gatto.
— È una storia lunga — disse il burattino — e ve la racconterò a
comodo. Sappiate però che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo
nell'osteria ho trovato gli assassini per la strada....
— Gli assassini?... Oh povero amico! E che cosa volevano?

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— Ecco il nostro caro Pinocchio! — gridò la Volpe, abbracciandolo.

— Mi volevano rubare le monete d'oro.
— Infami!... — disse la Volpe.
— Infamissimi! — ripetè il Gatto.
— Ma io cominciai a scappare — continuò a dire il burattino — e loro
sempre dietro: finchè mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di quella
quercia.... —
E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.
— Si può sentir di peggio? — disse la Volpe. — In che mondo siamo
condannati a vivere! Dove troveremo un rifugio sicuro noialtri
galantuomini? —
Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il gatto era
zoppo dalla gamba destra davanti, perchè gli mancava in fondo tutto lo

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zampetto cogli unghioli; per cui gli domandò:
— Che cosa hai fatto del tuo zampetto? —
Il gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogliò. Allora la Volpe
disse subito:
— Il mio amico è troppo modesto, e per questo non risponde.
Risponderò io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla
strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po'
d'elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che
cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare? Si è staccato
coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l'ha gettato a quella
povera bestia, perchè potesse sdigiunarsi. —
E la Volpe, nel dir così si asciugò una lagrima.
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli
negli orecchi:
— Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!
— E ora che cosa fai in questi luoghi? — domandò la Volpe al
burattino.
— Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.
— E le tue monete d'oro?
— Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del Gambero
rosso.
— E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare
domani mille e duemila! Perchè non dài retta al mio consiglio? Perchè non
vai a seminarle nel Campo dei miracoli?
— Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.
— Un altro giorno sarà tardi! — disse la Volpe.
— Perchè?

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— Perchè quel campo è stato comprato da un gran signore, e da domani
in là non sarà più permesso a nessuno di seminarvi i denari.
— Quant'è distante di qui il Campo dei miracoli?
— Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei là:
semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila, e
stasera ritorni qui con le tasche piene. Vuoi venire con noi? —
Pinocchio esitò un poco a rispondere, perchè gli tornò in mente la buona
Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finì
col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore;
finì, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:
— Andiamo pure; io vengo con voi. —
E partirono.
Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che
aveva nome «Acchiappacitrulli.» Appena entrato in città, Pinocchio vide
tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall'appetito,
di pecore tosate, che tremavano dal freddo, e di galline rimaste senza cresta
e senza bargigli, che chiedevano l'elemosina d'un chicco di granturco, di
grosse farfalle che non potevano più volare, perchè avevano venduto le loro
bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi
vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro
scintillanti penne d'oro e d'argento, ormai perdute per sempre.
In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi, passavano di
tanto in tanto alcune carrozze signorili con entro o qualche Volpe, o qualche
Gazza ladra, o qualche uccellaccio di rapina.
— E il Campo dei miracoli dov'è? — domandò Pinocchio.
— È qui a due passi. —

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Vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati.

Detto fatto traversarono la città, e, usciti fuori delle mura, si fermarono
in un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli altri campi.
— Eccoci giunti; — disse la Volpe al burattino — ora chinati giù a terra,
scava con le mani una piccola buca nel campo, e mettici dentro le monete
d'oro. —
Pinocchio obbedì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d'oro che gli
erano rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po' di terra.
— Ora poi — disse la Volpe — va' alla gora qui vicina, prendi una
secchia d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato. —
Pinocchio andò alla gora, e perchè non aveva lì per lì una secchia, si
levò di piedi una ciabatta, e riempitala d'acqua, annaffiò la terra che copriva

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la buca. Poi domandò:
— C'è altro da fare?
— Nient'altro; — rispose la Volpe — ora possiamo andar via. Tu poi
ritorna qui fra una ventina di minuti, e troverai l'arboscello già spuntato dal
suolo e coi rami tutti carichi di monete. —
Il povero burattino, fuori di sè dalla gran contentezza, ringraziò mille
volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo.
— Noi non vogliamo regali; — risposero que' due malanni — a noi ci
basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo
contenti come pasque. —
Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se
ne andarono per i fatti loro.

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XIX.
Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro, e per gastigo si busca
quattro mesi di prigione.

Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno: e
quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che menava al
Campo dei miracoli.
E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli
faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E
intanto pensava dentro di sè:
— E se invece di mille monete ne trovassi su i rami dell'albero
duemila?... E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila? e se invece di
cinquemila, ne trovassi centomila? O che bel signore, allora, che
diventerei!... Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille
scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosolii e di alchermes, e una
libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di
cialdoni colla panna. —

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Tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.

Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a
guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi
di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla; entrò
sul campo.... andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i
suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso, e, dimenticando le regole
del Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una
lunghissima grattatina di capo.
In quel mentre sentì fischiarsi negli orecchi una gran risata: e voltandosi
in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo, che si spollinava le poche

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penne che aveva addosso.
— Perchè ridi? — gli domandò Pinocchio con voce di bizza.
— Rido, perchè nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le ali. —
Il burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d'acqua la solita
ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra, che ricopriva le monete
d'oro.
Quand'ecco che un'altra risata, anche più impertinente della prima, si
fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.
— Insomma, — gridò Pinocchio arrabbiandosi — si può sapere,
Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?
— Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si
lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.
— Parli forse di me?
— Sì, parlo di te, povero Pinocchio: di te che sei così dolce di sale, da
credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si
seminano i fagiuoli e le zucche. Anch'io l'ho creduto una volta, e oggi ne
porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per
mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col
lavoro delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa.
— Non ti capisco — disse il burattino, che già cominciava a tremare
dalla paura.
— Pazienza! Mi spiegherò meglio — soggiunse il Pappagallo. — Sappi
dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo
campo: hanno preso le monete d'oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il
vento. E ora, chi li raggiunge è bravo! —
Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del
Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che

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aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci
sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non c'erano più.
Preso allora dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in
tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano
derubato.
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio
scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e
specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era costretto a portare
continuamente, a motivo d'una flussione d'occhi, che lo tormentava da
parecchi anni.

Pinocchio, alla presenza del giudice raccontò per filo e per segno l'iniqua frode.

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Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno
l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i
connotati dei malandrini, e finì chiedendo giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al
racconto: s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla
da dire, allungò la mano e sonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da
giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
— Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro:
pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione. —
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di
princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi
inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi
sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo.
Perchè bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di
Acchiappacitrulli, avendo riportato una bella vittoria contro i suoi nemici,
ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e
di velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte
anche le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io — disse
Pinocchio al carceriere.

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— Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo dunque, e mettetelo
subito in prigione.

— Voi no, — rispose il carceriere — perchè voi non siete del bel
numero....
— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono un malandrino
anch'io.

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Gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.

— In questo caso avete mille ragioni, — disse il carceriere; e levandosi
il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo
lasciò scappare.

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XX.
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma
lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla
tagliuola.

Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio quando si sentì libero. Senza stare a
dire che è e che non è, uscì subito fuori della città e riprese la strada che
doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
A cagione del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un
pantano e ci si andava fino a mezza gamba.
Ma il burattino non se ne dava per inteso.
Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai
capelli turchini, correva a salti come un can levriero, e nel correre le
pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto andava dicendo fra
sè e sè:
— Quante disgrazie mi sono accadute... E me le merito! perchè io sono
un burattino testardo e piccoso..., voglio far sempre tutte le cose a modo
mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille volte
più giudizio di me!... Ma da questa volta in là, faccio proponimento di
cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente!... Tanto ormai
ho bell'e visto che i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e
non ne infilano mai una per il su' verso. E il mio babbo mi avrà aspettato?...
Ce lo troverò a casa della Fata? È tanto tempo, pover'uomo, che non lo vedo

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più, e che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci! E la Fata
mi perdonerà la brutta azione che le ho fatta?... E pensare che ho ricevuto
da lei tante attenzioni e tante cure amorose.... e pensare che se oggi son
sempre vivo, lo debbo a lei! Ma si può dare un ragazzo più ingrato e più
senza cuore di me?... —
Nel tempo che diceva così, si fermò tutt'a un tratto spaventato, e fece
quattro passi indietro.
Che cosa aveva veduto?
Aveva veduto un grosso serpente, disteso attraverso alla strada, che
aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntata che gli fumava
come una cappa di camino.
Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanandosi
più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi,
aspettando che il serpente se ne andasse una buona volta per i fatti suoi e
lasciasse libero il passo della strada.
Aspettò un'ora; due ore: tre ore: ma il serpente era sempre là, e anche di
lontano, si vedeva il rosseggiare de' suoi occhi di fuoco e la colonna di
fumo che gli usciva dalla punta della coda.
Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi
di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al
serpente:
— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino
da una parte, tanto da lasciarmi passare? —
Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
Allora riprese colla solita vocina:
— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c'è il mio
babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!... Si contenta
dunque, che io seguiti per la mia strada? —

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Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non
venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò
immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero, e la coda gli smesse di
fumare.
— Che sia morto davvero? — disse Pinocchio, dandosi una fregatina di
mani dalla gran contentezza; e senza mettere tempo in mezzo, fece l'atto di
scavalcarlo, per passare dall'altra parte della strada. Ma non aveva ancora
finito di alzare la gamba, che il serpente si rizzò all'improvviso come una
molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e
cadde per terra.

Cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada....

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E per l'appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango
della strada e colle gambe ritte su in aria.
Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una
velocità incredibile, il serpente fu preso da una tal convulsione di risa che
ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una
vena sul petto: e quella volta morì davvero.
Allora Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della Fata
avanti che si facesse buio. Ma lungo la strada, non potendo più reggere ai
morsi terribili della fame, saltò in un campo coll'intenzione di cogliere
poche ciocche d'uva moscadella. Non l'avesse mai fatto!
Appena giunto sotto la vite, crac.... sentì stringersi le gambe da due ferri
taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano in cielo.
Il povero burattino era rimasto preso a una tagliuola appostata là da
alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il flagello di
tutti i polli del vicinato.

Page 112

XXI.
Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can
di guardia a un pollaio.

Pinocchio, come potete figurarvelo, si dètte a piangere, a strillare, a
raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perchè lì all'intorno non si
vedevano case, e dalla strada non passava anima viva.
Intanto si fece notte.
Un po' per lo spasimo della tagliuola che gli segava gli stinchi, e un po'
per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il burattino
principiava quasi a svenirsi: quando a un tratto, vedendosi passare una
lucciola di sul capo, la chiamò e le disse:
— O lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo supplizio?...
— Povero figliuolo! — replicò la lucciola, fermandosi impietosita a
guardarlo. — Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra cotesti ferri
arrotati?
— Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva
moscadella, e....
— Ma l'uva era tua?
— No....
— E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?...
— Avevo fame....

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— La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potersi
appropriare la roba che non è nostra...
— È vero, è vero! — gridò Pinocchio piangendo — ma un'altra volta
non lo farò più. —
A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di
passi, che si avvicinavano. Era il padrone del campo che veniva in punta di
piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che gli mangiavano di
nottetempo i polli, fosse rimasta presa al trabocchetto della tagliuola.
E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di
sotto al pastrano, s'accòrse che, invece di una faina, c'era rimasto preso un
ragazzo.
— Ah, ladracchiòlo! — disse il contadino incollerito — dunque sei tu
che mi porti via le galline?
— Io no, io no! — gridò Pinocchio, singhiozzando. — Io sono entrato
nel campo per prendere soltanto due grappoli d'uva!
— Chi ruba l'uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a
me, che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo. —

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— Ah, ladracchiòlo! dunque sei tu che mi porti via le galline?

E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo portò di
peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte.
Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in terra: e
tenendogli un piede sul collo, gli disse:
— Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti gli aggiusteremo
domani. Intanto, siccome oggi m'è morto il cane che mi faceva la guardia di
notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia. —

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— Tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno.

Detto fatto, gl'infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni
d'ottone, e glielo strinse in modo, da non poterselo levare passandoci la
testa di dentro. Al collare c'era attaccata una lunga catenella di ferro: e la
catenella era fissata nel muro.
— Se questa notte — disse il contadino — cominciasse a piovere, tu
puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c'è sempre la paglia che
ha servito di letto per quattro anni al mio povero cane. E se per disgrazia
venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare. —
Dopo quest'ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo la
porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato
sull'aia più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura. E

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di tanto in tanto cacciandosi rabbiosamente le mani dentro il collare, che gli
serrava la gola, diceva piangendo:
— Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il
vagabondo.... ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la fortuna
mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n'è
tanti; se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa
col mio povero babbo, a quest'ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a
fare il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh se potessi rinascere
un'altra volta!... Ma oramai è tardi e ci vuol pazienza! —
Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entrò dentro
il casotto e si addormentò.

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XXII.
Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele vien
posto in libertà.

Ed era già più di due ore che dormiva saporitamente, quando verso la
mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi—pissi di vocine
strane, che gli parve di sentir nell'aia. Messa fuori la punta del naso dalla
buca del casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiole di pelame scuro
che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano faine, animaletti carnivori,
ghiottissimi d'uova e di pollastrine giovani. Una di queste faine, staccandosi
dalle sue compagne, andò alla buca del casotto, e disse sottovoce:
— Buona sera, Melampo.
— Io non mi chiamo Melampo — rispose il burattino.
— O dunque chi sei?
— Io sono Pinocchio.
— E che cosa fai costì?
— Faccio il cane di guardia.
— O Melampo dov'è? dov'è il vecchio cane, che stava in questo
casotto?
— È morto questa mattina.
— Morto? povera bestia!... Era tanto buono!... Ma giudicandoti dalla
fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo.
— Domando scusa, io non sono un cane!...

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— O chi sei?

Una di queste faine, staccandosi dalle sue compagne andò alla buca del casotto.

— Io sono un burattino.
— E fai da cane di guardia?
— Pur troppo: per mia punizione!...
— Ebbene, io ti propongo gli stessi patti che avevo col defunto
Melampo, e sarai contento.
— E questi patti sarebbero?
— Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di
notte questo pollaio e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le
mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s'intende bene, che tu
faccia finta di dormire e non ti venga mai l'estro di abbaiare e di svegliare il
contadino.
— E Melampo faceva proprio così? — domandò Pinocchio.
— Faceva così, e fra noi e lui, siamo andati sempre d'accordo. Dormi
dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui ti lasceremo

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sul casotto una gallina bell'e pelata per la colazione di domani. Ci siamo
intesi bene?
— Anche troppo bene!... — rispose Pinocchio: e tentennò il capo in un
certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: — Fra poco ci
riparleremo!... —
Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono
difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane; e
aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legno, che ne chiudeva
l'entrata, vi sgusciarono dentro, una dopo l'altra. Ma non erano ancora finite
d'entrare, che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza.
Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di
averla richiusa, vi passò davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a
guisa di puntello.
E poi cominciò ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane
di guardia, faceva colla voce: bù—bù-bù-bù.
A quella abbaiata, il contadino saltò il letto, e preso il fucile e
affacciatosi alla finestra, domandò:
— Che c'è di nuovo?
— Ci sono i ladri! — rispose Pinocchio.
— Dove sono?
— Nel pollaio.
— Ora scendo subito. —
E difatti, in men che si dice amen, il contadino scese: entrò di corsa nel
pollaio, e dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quattro faine,
disse loro con accento di vera contentezza:
— Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sì vil non
sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all'oste del vicino paese, il
quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. È un onore che non

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vi meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste
piccolezze!... —
Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze, e fra
le altre cose, gli domandò:
— Com'hai fatto a scoprire il complotto di queste quattro ladroncelle? E
dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era mai accorto di nulla!...

Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva; avrebbe
potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano tra il cane e le
faine; ma ricordandosi che il cane era morto, pensò subito dentro di sè: — A
che serve accusare i morti?... I morti son morti, e la miglior cosa che si
possa fare è quella di lasciarli in pace!...
— All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? — continuò a
chiedergli il contadino.
— Dormivo: — rispose Pinocchio — ma le faine mi hanno svegliato coi
loro chiacchiericci, e una è venuta fin qui al casotto per dirmi: «Se prometti
di non abbaiare, e di non svegliare il padrone, noi ti regaleremo una
pollastra bell'e pelata!» Capite, eh? Avere la sfacciataggine di fare a me una
simile proposta! Perchè bisogna sapere che io sono un burattino, che avrò
tutti i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello di star di balla e di
reggere il sacco alla gente disonesta!
— Bravo ragazzo! — gridò il contadino, battendogli sur una spalla. —
Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande
soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa. —
E gli levò il collare da cane.

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XXIII.
Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini:
poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta
nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.

Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel
collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso ai campi, e non si
fermò un solo minuto finchè non ebbe raggiunta la strada maestra, che
doveva ricondurlo alla casina della Fata.
Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella sottoposta
pianura, e vide benissimo, a occhio nudo, il bosco dove disgraziatamente
aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la
cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il
collo; ma, guarda di qui, guarda di là, non gli fu possibile di vedere la
piccola casa della bella Bambina dai capelli turchini.
Allora ebbe una specie di tristo presentimento; e datosi a correre con
quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato,
dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c'era più.
C'era, invece, una piccola pietra di marmo, sulla quale si leggevano in
carattere stampatello queste dolorose parole:

QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI

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MORTA DI DOLORE

PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO.

Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio quelle
parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra, e coprendo di mille
baci quel marmo mortuario, dètte in un grande scoppio di pianto. Pianse
tutta la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre,
sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti
erano così strazianti ed acuti, che tutte le colline all'intorno ne ripetevano
l'eco.
E piangendo diceva:
«O Fatina mia, perchè sei morta?... perchè, invece di te, non sono morto
io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo dove
sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, chè voglio stare sempre con
lui, e non lasciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che non è vero che
sei morta!... Se davvero mi vuoi bene.... se vuoi bene al tuo fratellino,
rivivisci.... ritorna viva come prima! Non ti dispiace a vedermi solo,
abbandonato da tutti?... Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno daccapo
al ramo dell'albero.... e allora morirò per sempre. Che vuoi che io faccia qui
solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da
mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina
nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! Sì,
voglio morire! ih! ih! ih!»

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— O Fatina mia perchè sei morta?

E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi strappare i
capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non potè nemmeno levarsi il
gusto di ficcarci dentro le dita.
Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali
distese, gli gridò da una grande altezza:
— Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù?
— Non lo vedi? piango! — disse Pinocchio alzando il capo verso quella
voce, e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta.
— Dimmi, — soggiunse allora il Colombo — non conosci per caso fra i
tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
— Pinocchio? Hai detto Pinocchio? — ripetè il burattino saltando
subito in piedi. — Pinocchio sono io! —
Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a
terra. Era più grosso di un tacchino.
— Conoscerai dunque anche Geppetto? — domandò al burattino.

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— Se lo conosco! È il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi
conduci da lui? ma è sempre vivo? rispondimi, per carità; è sempre vivo?
— L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
— Che cosa faceva?
— Si fabbricava da sè una piccola barchetta, per traversare l'Oceano.
Quel pover'uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di
te: e non avendoti potuto mai trovare, ora si è messo in capo di cercarti nei
paesi lontani del nuovo mondo.
— Quanto c'è di qui alla spiaggia? — domandò Pinocchio con ansia
affettuosa.
— Più di mille chilometri.
— Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue
ali!...
— Se vuoi venire, ti ci porto io.
— Come?
— A cavallo sulla mia groppa. Sei peso dimolto?
— Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia. —
E lì, senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo; e
messa una gamba di qui e l'altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò tutto
contento: «Galoppa, galoppa, cavallino, chè mi preme di arrivar presto!...»
Il Colombo prese l'aìre e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto, che
toccava quasi le nuvole. Giunto a quell'altezza straordinaria, il burattino
ebbe la curiosità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso da tanta paura e da
tali giracapi, che per evitare il pericolo di venir di sotto, si avviticchiò colle
braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.

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Si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.

Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
— Ho una gran sete!
— E io una gran fame! — soggiunse Pinocchio.
— Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo
in viaggio, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. —
Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era soltanto una catinella
piena d'acqua e un cestino ricolmo di vecce.
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le vecce: a
sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne
mangiò a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli
disse:

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— Non avrei mai creduto che le vecce fossero così buone!
— Bisogna persuadersi, ragazzo mio, — replicò il Colombo — che
quando la fame dice davvero e non c'è altro da mangiare, anche le vecce
diventano squisite! La fame non ha capricci nè ghiottonerie! —
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La
mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare.
Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la
seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese
subito il volo e sparì.
La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava, guardando verso
il mare.
— Che cos'è accaduto? — domandò Pinocchio a una vecchina.
— Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliuolo, gli
è voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; e il
mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per andare sott'acqua....
— Dov'è la barchetta?
— Eccola laggiù, diritta al mio dito — disse la vecchia, accennando una
piccola barca che, veduta a quella distanza pareva un guscio di noce con
dentro un omino piccino piccino.
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato
attentamente, cacciò un urlo acutissimo gridando:
— Gli è il mi' babbo! gli è il mi' babbo! —
Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva fra i
grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio, ritto sulla punta di
un alto scoglio, non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome, e dal
fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col
berretto che aveva in capo.

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E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia,
riconoscesse il figliuolo, perchè si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a
furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il
mare era tanto grosso, che gl'impediva di lavorare col remo e di potersi
avvicinare alla terra.

Pinocchio, non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome.

Tutt'a un tratto venne una terribile ondata, e la barca sparì. Aspettarono
che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più tornare.
— Pover'uomo — dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla
spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, si mossero per tornarsene
alle loro case.

Page 128

Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e voltandosi indietro, videro
un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio si gettava in mare gridando:
— Voglio salvare il mio babbo! —
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava
come un pesce. Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei
flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima
distanza dalla terra. Alla fine lo persero d'occhio, non lo videro più.
— Povero ragazzo! — dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla
spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, tornarono alle loro case.

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XXIV.
Pinocchio arriva all'isola delle «Api industriose» e ritrova la Fata.

Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al
suo povero babbo, nuotò tutta quanta la notte.
E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò
spaventosamente e con certi lampi, che pareva di giorno.
Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia
di terra. Era un'isola in mezzo al mare.
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le
onde, rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come
se fosse stato un fuscello o un fil di paglia. Alla fine, e per sua buona
fortuna, venne un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaraventò di
peso sulla rena del lido.
Il colpo fu così forte, che battendo in terra, gli crocchiarono tutte le
costole e tutte le congiunture; ma si consolò subito col dire: — Anche per
questa volta l'ho scampata bella! —
Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il
suo splendore, e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio.
Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli, e si pose a
guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa
spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma dopo aver

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guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sè che cielo, mare e qualche
vela di bastimento, ma così lontana lontana, che pareva una mosca.
— Sapessi almeno come si chiama quest'isola! — andava dicendo. —
Sapessi almeno se quest'isola è abitata da gente di garbo, voglio dire da
gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi! ma a
chi mai posso domandarlo? a chi, se non c'è nessuno?... —
Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo, in mezzo a quel gran paese
disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per piangere;
quando tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso
pesce che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi con tutta la testa
fuori dell'acqua.
Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli gridò a voce
alta, per farsi sentire:
— Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola?
— Anche due — rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato,
come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.
— Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi dove
si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati?
— Ve ne sono sicuro! — rispose il Delfino. — Anzi, ne troverai uno
poco lontano di qui.
— E che strada si fa per andarvi?
— Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre
diritto al naso. Non puoi sbagliare.
— Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte
per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con
dentro il mi' babbo?
— E chi è il tuo babbo?

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— Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più
cattivo che si possa dare.
— Colla burrasca che ha fatto questa notte — rispose il Delfino — la
barchetta sarà andata sott'acqua.
— E il mio babbo?
— A quest'ora l'avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche
giorno è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque.
— Che è grosso dimolto questo Pesce-cane? — domandò Pinocchio,
che di già cominciava a tremare dalla paura.

— Arrivederla, signor pesce: scusi tanto l'incomodo, e mille grazie della sua garbatezza.

— Se gli è grosso!... — replicò il Delfino. — Perchè tu possa fartene
un'idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una
boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il
treno della strada ferrata colla macchina accesa.

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— Mamma mia! — gridò spaventato il burattino; e rivestitosi in fretta e
furia, si voltò al Delfino e gli disse:
— Arrivederla, signor pesce: scusi tanto l'incomodo, e mille grazie della
sua garbatezza. —
Detto ciò prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo
svelto: tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni più piccolo
rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di
vedersi inseguire da quel terribile Pesce-cane grosso come una casa di
cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca.
Dopo aver camminato più di mezz'ora, arrivò a un piccolo paese detto
«il paese delle Api industriose.» Le strade formicolavano di persone che
correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano
qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a
cercarlo col lumicino.
— Ho capito; — disse subito quello svogliato di Pinocchio — questo
paese non è fatto per me! Io non son nato per lavorare! —
Intanto la fame lo tormentava, perchè erano oramai passate
ventiquattr'ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno una pietanza di
vecce.
Che fare?
Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po'
di lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccon di pane.
A chiedere l'elemosina si vergognava: perchè il suo babbo gli aveva
predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i
vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza
e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'età o di
malattia si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col

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lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare; e se non
lavorano e patiscono la fame tanto peggio per loro.
In quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il
quale da sè solo tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone.
Pinocchio, giudicandolo alla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò
e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce:
— Mi fareste la carità di darmi un soldo perchè mi sento morir dalla
fame?
— Non un soldo solo, — rispose il carbonaio — ma te ne do quattro, a
patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone.
— Mi meraviglio! — rispose il burattino quasi offeso; — per vostra
regola io non ho fatto mai il somaro; io non ho mai tirato il carretto!
— Meglio per te! — rispose il carbonaio. — Allora, ragazzo mio, se ti
senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e
bada di non prendere un'indigestione. —

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— Mi fareste la carità di darmi un soldo perchè mi sento morir dalla fame?

Dopo pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle spalle
un corbello di calcina.
— Fareste, galantuomo, la carità d'un soldo a un povero ragazzo, che
sbadiglia dall'appetito?
— Volentieri; vieni con me a portar calcina, — rispose il muratore — e
invece d'un soldo, te ne darò cinque.
— Ma la calcina è pesa, — replicò Pinocchio — e io non voglio durar
fatica.
— Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, divertiti a sbadigliare, e
buon pro ti faccia. —
In men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio
chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero:

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— Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, va'
piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! —
Finalmente passò una buona donnina, che portava due brocche d'acqua.
— Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla
vostra brocca? — chiese Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete.
— Bevi pure, ragazzo mio! — disse la donnina, posando le due brocche
in terra.
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza
voce, asciugandosi la bocca:
— La sete me la son levata! Così mi potessi levar la fame!... —
La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito:
— Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò un
bel pezzo di pane. —
Pinocchio guardò la brocca, e non rispose nè sì nè no.
— E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavol fiore condito
coll'olio e coll'aceto — soggiunse la buona donna.
Pinocchio dètte un'altra occhiata alla brocca, e non rispose nè sì nè no.
— E dopo il cavol fiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio. —
Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più
resistere, e fatto un animo risoluto, disse:
— Pazienza! vi porterò la brocca fino a casa! —
La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza di portarla
colle mani, si rassegnò a portarla in capo.
Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola
tavola apparecchiata, e gli pose davanti il pane, il cavol fiore condito e il
confetto.
Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere
rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi.

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Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo
per ringraziare la sua benefattrice: ma non aveva ancora finito di fissarla in
volto, che cacciò un lunghissimo ohhh! di maraviglia, e rimase là incantato,
cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e
di cavol fiore.
— Che cosa è mai tutta questa meraviglia? — disse ridendo la buona
donna.
— Egli è.... — rispose balbettando Pinocchio — egli è.... egli è.... che
voi mi somigliate.... voi mi rammentate... sì, sì, sì, la stessa voce.... gli stessi
occhi.... gli stessi capelli.... sì sì, sì.... anche voi avete i capelli turchini....
come lei! O Fatina mia!... O Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio
voi!... Non mi fate più piangere! Se sapeste! Ho pianto tanto, ho patito
tanto!... —

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E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettatosi ginocchioni
per terra abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa.

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XXV.
Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perchè è
stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.

In sulle prime, la buona donnina cominciò col dire che lei non era la
piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi ormai scoperta e non
volendo mandare più in lungo la commedia, finì per farsi riconoscere, e
disse a Pinocchio:
— Birba d'un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io?
— Gli è il gran bene che vi voglio, quello che me l'ha detto.
— Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna; tanto
donna, che potrei quasi farti da mamma.
— E io l'ho caro dimolto, perchè così, invece di sorellina, vi chiamerò la
mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come
tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere così presto?
— È un segreto.
— Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Son
sempre rimasto alto come un soldo di cacio.
— Ma tu non puoi crescere — replicò la Fata.
— Perchè?
— Perchè i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono
burattini e muoiono burattini.

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— Oh! sono stufo di far sempre il burattino! — gridò Pinocchio,
dandosi uno scappellotto. — Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo....
— E lo diventerai, se saprai meritarlo....
— Davvero? E che posso fare per meritarmelo?
— Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.
— O che forse non lo sono?
— Tutt'altro! i ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece....
— E io non ubbidisco mai.
— I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu....
— E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno.
— I ragazzi perbene dicono sempre la verità...
— E io sempre le bugie.
— I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola...
— E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi
voglio mutar vita.
— Me lo prometti?
— Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio essere
la consolazione del mio babbo... Dove sarà, il mio povero babbo, a
quest'ora?
— Non lo so.
— Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?
— Credo di sì: anzi ne sono sicura. —
A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le
mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi
fuori di sè. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domandò:
— Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?
— Par di no — rispose sorridendo la Fata.

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— Se tu sapessi che dolore e che serratura alla gola che provai, quando
lessi qui giace...
— Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo dolore
mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore,
anche se sono un po' monelli e avvezzati male, c'è sempre da sperar
qualcosa: ossia, c'è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco
perchè son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma....

— Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?

— Oh che bella cosa! — gridò Pinocchio saltando dall'allegrezza.

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— Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.
— Volentieri, volentieri, volentieri!
— Fino da domani — soggiunse la Fata — tu comincerai coll'andare a
scuola. —
Pinocchio diventò subito un po' meno allegro.
— Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere.... —
Pinocchio diventò serio.
— Che cosa brontoli fra i denti? — domandò la Fata con accento
risentito.
— Dicevo.... — mugolò il burattino a mezza voce — che oramai per
andare a scuola mi pare un po' tardi....
— Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai
tardi.
— Ma io non voglio fare nè arti nè mestieri....
— Perchè?
— Perchè a lavorare mi par fatica.
— Ragazzo mio, — disse la Fata — quelli che dicono così, finiscono
quasi sempre o in carcere o all'ospedale. L'uomo, per tua regola, nasca ricco
o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a
lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! L'ozio è una bruttissima
malattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini; se no, quando siamo
grandi non si guarisce più. —
Queste parole toccarono l'animo di Pinocchio, il quale, rialzando
vivacemente la testa, disse alla Fata:
— Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perchè
insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un
ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non è vero?
— Te l'ho promesso, e ora dipende da te. —

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XXVI.
Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere
il terribile Pesce-cane.

Il giorno dopo Pinocchio andò alla Scuola comunale.
Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro
scuola un burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi gli faceva uno
scherzo, chi un altro: chi gli levava il berretto di mano: chi gli tirava il
giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll'inchiostro due grandi baffi
sotto il naso, e chi si attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani,
per farlo ballare.
Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente,
sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli che più lo tafanavano e si
pigliavano giuoco di lui, e disse loro a muso duro:
— Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone.
Io rispetto gli altri e voglio esser rispettato.
— Bravo Berlicche! Hai parlato come un libro stampato! — urlarono
quei monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro più
impertinente degli altri, allungò la mano coll'idea di prendere il burattino
per la punta del naso.
Ma non fece a tempo: perchè Pinocchio stese la gamba sotto la tavola, e
gli consegnò una pedata negli stinchi.

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— Ohi! che piedi duri! — urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che
gli aveva fatto il burattino.
— E che gomiti!... anche più duri dei piedi! — disse un altro che, per i
suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco.
Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio acquistò
subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano
mille carezze e tutti gli volevano un ben dell'anima.
E anche il maestro se ne lodava, perchè lo vedeva attento, studioso,
intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a
rizzarsi in piedi, a scuola finita.
Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni; e fra
questi c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di
studiare e di farsi onore.

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E anche il maestro se ne lodava, perchè lo vedeva attento, studioso, intelligente.

Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava
di dirgli e di ripetergli più volte:
— Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno, prima o
poi, col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti addosso
qualche grossa disgrazia.
— Non c'è pericolo! — rispondeva il burattino, facendo una
spallucciata, e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire:
«C'è tanto giudizio qui dentro!»
Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso la scuola,
incontrò un branco dei soliti compagni, che, andandogli incontro, gli
dissero:

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— Sai la gran notizia?
— No.
— Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane grosso come una
montagna.
— Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il
mio povero babbo?
— Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi venire anche tu?
— Io no: voglio andare a scuola.
— Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con
una lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari.
— E il maestro che dirà?
— Il maestro si lascia dire. È pagato apposta per brontolare tutti i giorni.
— E la mia mamma?
— Le mamme non sanno mai nulla — risposero quei malanni.
— Sapete che cosa farò? — disse Pinocchio. — Il Pesce-cane voglio
vederlo per certe mie ragioni.... ma anderò a vederlo dopo la scuola.
— Povero giucco! — ribattè uno del branco. — Che credi che un pesce
di quella grossezza voglia star lì a fare il comodo tuo? Appena s'è annoiato,
piglia il dirizzone per un'altra parte, e allora chi s'è visto s'è visto.

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Coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio si mossero a correre attraverso ai campi.

— Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? — domandò il burattino.
— Fra un'ora siamo bell'e andati e tornati.
— Dunque, via! e chi più corre, è più bravo! — gridò Pinocchio.
Dato così il segnale della partenza, quel branco di monelli coi loro libri
e i loro quaderni sotto il braccio si messero a correre attraverso ai campi e
Pinocchio era sempre avanti a tutti, pareva che avesse le ali ai piedi.
Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti
a una bella distanza, e nel vederli ansanti, trafelati, polverosi, e con tanto di
lingua fuori, se la rideva proprio di cuore. Lo sciagurato, in quel momento,
non sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie andava incontro.

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XXVII.
Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dei quali
essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri.

Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dètte subito una grande occhiata
sul mare; ma non vide nessun Pesce-cane. Il mare era tutto liscio come un
gran cristallo da specchio.
— O il Pesce-cane dov'è? — domandò, voltandosi ai compagni.
— Sarà andato a far colazione — rispose uno di loro, ridendo.
— O si sarà buttato sul letto per fare un sonnellino — soggiunse un
altro, ridendo più forte che mai.
Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio
capì che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli ad
intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse loro con
voce di bizza:
— E ora? che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del
Pesce-cane?
— Il sugo c'è sicuro!... — risposero in coro quei monelli.
— E sarebbe?
— Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti
vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e così diligente alla lezione?
Non ti vergogni a studiar tanto, come fai?
— E se io studio, che cosa ve ne importa?

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— A noi ce ne importa moltissimo, perchè ci costringi a fare una brutta
figura col maestro....
— Perchè?
— Perchè gli scolari che studiano, fanno sempre scomparire quelli,
come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo
scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!...
— E allora che cosa devo fare per contentarvi?
— Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che
sono i nostri tre grandi nemici.
— E se io volessi seguitare a studiare?
— Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ce la
pagherai.
— In verità mi fate quasi ridere — disse il burattino con una scrollatina
di capo.
— Ehi, Pinocchio! — gridò allora il più grande di quei ragazzi
andandogli sul viso. — Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir qui a
far tanto il galletto!... perchè se tu non hai paura di noi, neanche noi
abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo sette.
— Sette come i peccati mortali — disse Pinocchio con una gran risata.
— Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamato col nome di
peccati mortali!...
— Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa.... e se no, guai a te!...
— Cucù! — fece il burattino, battendosi coll'indice sulla punta del naso,
in segno di canzonatura.
— Pinocchio! la finisce male!...
— Cucù!
— Ne toccherai quanto un somaro!...
— Cucù!

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— Ritornerai a casa col naso rotto!...
— Cucù!
— Ora il Cucù te lo darò io! — gridò il più ardito di quei monelli. —
Prendi intanto quest'acconto, e serbalo per la cena di stasera. —
E nel dir così, gli appiccicò un pugno nel capo.
Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perchè il burattino, com'era da
aspettarselo, rispose subito con un altro pugno: e lì, da un momento all'altro,
il combattimento diventò generale e accanito.
Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi
piedi di legno durissimo lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici a
rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci
lasciavano sempre un livido per ricordo.
Allora i ragazzi indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo
a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili; e sciolti i fagotti de'
loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i Sillabari, le
Grammatiche, i Giannettini, i Minuzzoli, i Racconti del Thouar, il Pulcino
della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d'occhio svelto e
ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicchè i volumi, passandogli di
sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare.
Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da
mangiare, correvano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata
qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito, facendo con la
bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: «Non è roba per noi: noi
siamo avvezzi a cibarci molto meglio!»
Intanto il combattimento s'inferociva sempre più, quand'ecco che un
grosso Granchio, che era uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio
arrampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vociaccia di trombone
infreddato:

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— Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre manesche fra
ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia accade
sempre!... —

Quand'ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dall'acqua....

Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi,
quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli
disse sgarbatamente:
— Chetati, Granchio dell'uggia! Faresti meglio a succiare due pasticche
di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Va' piuttosto a letto, e
cerca di sudare!...

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In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito ormai di tirare tutti i loro
libri, occhiarono lì a poca distanza il fagotto dei libri del burattino, e se ne
impadronirono in men che non si dice.
Fra questi libri, v'era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla
costola e colle punte di cartapecora. Era un Trattato di Aritmetica. Vi lascio
immaginare se era peso di molto!
Uno di quei monelli agguantò quel volume, e presa di mira la testa di
Pinocchio, lo scagliò con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di
cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni, il quale diventò
bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste parole:
— O mamma mia,... aiutatemi perchè muoio!... — Poi cadde disteso
sulla rena del lido.
Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a
gambe, e in pochi minuti non si videro più.
Ma Pinocchio rimase lì; e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche
lui fosse più morto che vivo, nondimeno corse ad inzuppare il suo
fazzoletto nell'acqua del mare, e si pose a bagnare la tempia del suo povero
compagno di scuola. E intanto, piangendo dirottamente e disperandosi, lo
chiamava per nome e gli diceva:
— Eugenio!... povero Eugenio mio!... apri gli occhi e guardami!...
Perchè non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male!
Credilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio.... Se tieni gli occhi
chiusi, mi farai morire anche me.... O Dio mio! come farò ora a tornare a
casa?... Con che coraggio potrò presentarmi alla mia buona mamma? Che
sarà di me?... Dove fuggirò?... Dove anderò a nascondermi?... Oh quant'era
meglio, mille volte meglio che fossi andato a Scuola!... Perchè ho dato retta
a questi compagni, che sono la mia dannazione? E il maestro me l'aveva
detto!... e la mia mamma me l'aveva ripetuto: «Guardati dai cattivi

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compagni!» Ma io sono un testardo.... un caparbiaccio.... lascio dir tutti, e
poi fo sempre a modo mio! E dopo mi tocca a scontarle.... E così, da che
sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di bene. Dio mio! Che
sarà di me, che sarà di me, che sarà di me? —
E Pinocchio continuava a piangere, a berciare, a darsi dei pugni nel
capo e a chiamar per nome il povero Eugenio, quando sentì a un tratto un
rumore sordo di passi che si avvicinavano.
Si voltò: erano due carabinieri.
— Che cosa fai così sdraiato per terra? — domandarono a Pinocchio.
— Assisto questo mio compagno di scuola.
— Che gli è venuto male?
— Par di sì!...
— Altro che male! — disse uno dei carabinieri chinandosi e osservando
Eugenio da vicino. — Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi è che
l'ha ferito?
— Io no! — balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo.
— Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l'ha ferito?
— Io no! — ripetè Pinocchio.
— E con che cosa è stato ferito?
— Con questo libro. — E il burattino raccattò di terra il Trattato di
Aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere.
— E questo libro di chi è?
— Mio.
— Basta così: non occorre altro. Rizzati subito, e vien via con noi.
— Ma io....
— Via con noi!...
— Ma io sono innocente....
— Via con noi! —

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Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel
momento passavano per l'appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e
dissero loro:
— Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa vostra
e assistetelo. Domani torneremo a vederlo. —
Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due,
gl'intimarono con accento soldatesco:
— Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te! —
Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a camminare per quella
viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva più
nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che brutto
sogno! Era fuori di sè. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli
tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva più
spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella specie di stupidità e di
rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cioè, di
dover passare sotto le finestre di casa della sua buona fata, in mezzo ai
carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire.

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Si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due.

Erano già arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di
vento strapazzone levò di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo
lontano una diecina di passi.
— Si contentano — disse il burattino ai carabinieri — che vada a
riprendere il mio berretto?
— Vai pure; ma facciamo una cosa lesta. —
Il burattino andò, raccattò il berretto.... ma invece di metterselo in capo,
se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominciò a correre di gran carriera
verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile.
I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli aizzarono
dietro un grosso cane mastino che aveva guadagnato il primo premio a tutte

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le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva più di lui; per cui tutta
la gente si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo alla strada, ansiosa
di veder la fine di un palio così inferocito. Ma non potè levarsi questa
voglia, perchè il can mastino e Pinocchio sollevarono lungo la strada un tal
polverone, che dopo pochi minuti non era possibile di veder più nulla.

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XXVIII.
Pinocchio corre pericolo di esser fritto in padella, come un pesce.

Durante quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un momento
in cui Pinocchio si credè perduto: perchè bisogna sapere che Alidoro (era
questo il nome del can mastino) a furia di correre e correre, l'aveva quasi
raggiunto.

Sentiva dietro di sè, alla distanza d'un palmo, l'ansare affannoso di quella bestiaccia.

Basti dire che il burattino sentiva dietro di sè, alla distanza d'un palmo,
l'ansare affannoso di quella bestiaccia, e ne sentiva perfino la vampa calda

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delle fiatate.
Per buona fortuna la spiaggia era oramai vicina, e il mare si vedeva lì a
pochi passi.
Appena fu sulla spiaggia, il burattino spiccò un bellissimo salto, come
avrebbe potuto fare un ranocchio, e andò a cascare in mezzo all'acqua.
Alidoro invece voleva fermarsi: ma trasportato dall'impeto della corsa,
entrò nell'acqua anche lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per cui
cominciò subito ad annaspare colle zampe per reggersi a galla; ma più
annaspava, e più andava col capo sott'acqua.
Quando ritornò a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli occhi
impauriti e stralunati, e, abbaiando gridava:
— Affogo! affogo!
— Crepa! — gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva oramai
sicuro da ogni pericolo.
— Aiutami, Pinocchio mio!... salvami dalla morte!... —
A quelle grida strazianti il burattino, che in fondo aveva un cuore
eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane, gli disse:
— Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi più noia e di
non corrermi dietro?
— Te lo prometto! te lo prometto! Spicciati per carità, perchè se indugi
un altro mezzo minuto, son bell'e morto. —
Pinocchio esitò un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli aveva
detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai, andò
nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda con tutt'e due le
mani, lo portò sano e salvo sulla rena asciutta del lido.

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Andò nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda....

Il povero cane non si reggeva più in piedi. Aveva bevuto, senza volerlo,
tant'acqua salata, che era gonfiato come un pallone. Per altro il burattino,
non volendo fare a fidarsi troppo, stimò cosa prudente di gettarsi novamente
in mare; e allontanandosi dalla spiaggia, gridò all'amico salvato:
— Addio, Alidoro; fa' buon viaggio, e tanti saluti a casa.
— Addio, Pinocchio, — rispose il cane — mille grazie di avermi
liberato dalla morte. Tu m'hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel
che è fatto è reso. Se capita l'occasione ci riparleremo.... —
Pinocchio seguitò a nuotare, tenendosi sempre vicino alla terra.
Finalmente gli parve di esser giunto in un luogo sicuro: e dando un'occhiata
alla spiaggia, vide sugli scogli una specie di grotta, dalla quale usciva un
lunghissimo pennacchio di fumo.
— In quella grotta — disse allora fra sè — ci deve essere del fuoco.
Tanto meglio! anderò a rasciugarmi e riscaldarmi, e poi?... e poi sarà quel
che sarà. —

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Presa questa risoluzione, si avvicinò alla scogliera; ma quando fu lì per
arrampicarsi, sentì qualche cosa sotto l'acqua che saliva, saliva, saliva e lo
portava per aria. Tentò subito di fuggire, ma oramai era tardi, perchè con
sua grandissima maraviglia si trovò rinchiuso dentro una grossa rete in
mezzo a un brulichìo di pesci d'ogni forma e grandezza, che scodinzolavano
e si dibattevano come tante anime disperate.
E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore così brutto, ma
tanto brutto, che pareva un mostro marino. Invece di capelli aveva sulla
testa un cespuglio foltissimo di erba verde; verde era la pelle del suo corpo,
verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin quaggiù.
Pareva un grosso ramarro, ritto sui piedi di dietro.
Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, gridò tutto
contento:
— Provvidenza benedetta! Anch'oggi potrò fare una bella scorpacciata
di pesce!
— Manco male, che io non sono un pesce! — disse Pinocchio dentro di
sè, ripigliando un po' di coraggio.
La rete piena di pesci fu portata dentro la grotta, una grotta buia e
affumicata in mezzo alla quale friggeva una gran padella d'olio, che
mandava un odorino di moccolaia, da mozzare il respiro.
— Ora vediamo un po' che pesci abbiamo presi! — disse il pescatore
verde; e ficcando nella rete una manona così spropositata, che pareva una
pala da fornai, tirò fuori una manciata di triglie.
— Buone queste triglie! — disse, guardandole e annusandole con
compiacenza. E dopo averle annusate, le scaraventò in una conca
senz'acqua.
Poi ripetè più volte la solita operazione; e via via che cavava fuori gli
altri pesci, sentiva venirsi l'acquolina in bocca e gongolando diceva:

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— Buoni questi naselli!...
— Squisiti questi muggini!...
— Deliziose queste sogliole!...
— Prelibati questi ragnotti!...
— Carine queste acciughe col capo! —
Come potete immaginarvelo, i naselli, i muggini, le sogliole, i ragnotti e
l'acciughe, andarono tutti alla rinfusa nella conca, a tener compagnia alle
triglie.
L'ultimo che restò nella rete fu Pinocchio.
Appena il pescatore l'ebbe cavato fuori, sgranò dalla maraviglia i suoi
occhioni verdi, gridando quasi impaurito:
— Che razza di pesce è questo? Dei pesci fatti a questo modo non mi
ricordo di averne mangiati mai. —
E tornò a guardarlo attentamente, e dopo averlo guardato ben bene per
ogni verso, finì col dire:
— Ho capito; dev'essere un granchio di mare. —
Allora Pinocchio, mortificato di sentirsi scambiato per un granchio,
disse con accento risentito:
— Ma che granchio e non granchio? Guardi come lei mi tratta! Io, per
sua regola, sono un burattino.

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— Che razza di pesce è questo?

— Un burattino? — replicò il pescatore. — Dico la verità, il pesce
burattino è per me un pesce nuovo! Meglio così! ti mangerò più volentieri.
— Mangiarmi? ma la vuol capire che io non sono un pesce? O non
sente che parlo, e ragiono come lei?
— È verissimo; — soggiunse il pescatore — e siccome vedo che sei un
pesce, e che hai la fortuna di parlare e di ragionare come me, così voglio
usarti anch'io i dovuti riguardi.
— E questi riguardi sarebbero?...
— In segno di amicizia e di stima particolare, lascerò a te la scelta del
come vuoi esser cucinato. Desideri esser fritto in padella, oppure preferisci
di esser cotto nel tegame colla salsa di pomidoro?

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— A dir la verità, — rispose Pinocchio — se io debbo scegliere,
preferisco piuttosto di esser lasciato libero, per potermene tornare a casa
mia.
— Tu scherzi! Ti pare che io voglia perdere l'occasione di assaggiare un
pesce così raro? Non capita mica tutti i giorni, un pesce burattino in questi
mari. Lascia fare a me: ti friggerò in padella assieme a tutti gli altri pesci, e
te ne troverai contento. L'esser fritto in compagnia è sempre una
consolazione. —
L'infelice Pinocchio, a quest'antifona, cominciò a piangere, a strillare, a
raccomandarsi: e piangendo diceva: — Quant'era meglio, che fossi andato a
scuola!... Ho voluto dar retta ai compagni, e ora la pago!... Ih!... Ih!... Ih!...

E perchè si divincolava come un'anguilla e faceva sforzi incredibili, per
isgusciare dalle grinfie del pescatore verde, questi prese una bella buccia di
giunco, e dopo averlo legato per le mani e per i piedi, come un salame, lo
gettò in fondo alla conca cogli altri.
Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno di farina, si dètte a
infarinare tutti quei pesci: e man mano che li aveva infarinati, li buttava a
friggere dentro la padella.
I primi a ballare nell'olio bollente furono i poveri naselli: poi toccò ai
ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe, e poi venne la
volta di Pinocchio. Il quale, a vedersi così vicino alla morte (e che brutta
morte!) fu preso da tanto tremito e da tanto spavento, che non aveva più nè
voce nè fiato per raccomandarsi.
Il povero figliuolo si raccomandava cogli occhi! Ma il pescatore verde,
senza badarlo neppure, lo avvoltò cinque o sei volte nella farina,
infarinandolo così bene dal capo ai piedi, che pareva diventato un burattino
di gesso.

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Poi lo prese per il capo, e....

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XXIX.
Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo
non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran colazione
di caffè-e-latte per festeggiare questo grande avvenimento.

Mentre il pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio nella
padella, entrò nella grotta un grosso cane, condotto là dall'odore acutissimo
e ghiotto della frittura.
— Passa via! — gli gridò il pescatore minacciandolo e tenendo sempre
in mano il burattino infarinato.
Ma il povero cane aveva una fame per quattro, e mugolando e
dimenando la coda, pareva che dicesse:
— Dammi un boccone di frittura e ti lascio in pace.
— Passa via, ti dico! — gli ripetè il pescatore; e allungò la gamba per
tirargli una pedata.
Allora il cane che, quando aveva fame davvero, non era avvezzo a
lasciarsi posar mosche sul naso, si rivoltò ringhioso al pescatore,
mostrandogli le sue terribili zanne.
In quel mentre si udì nella grotta una vocina fioca fioca che disse:
— Salvami, Alidoro! Se non mi salvi, son fritto!... —

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— Passa via! — gli gridò il pescatore.

Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio, e si accòrse, con sua
grandissima meraviglia, che la vocina era uscita da quel fagotto infarinato,
che il pescatore teneva in mano.
Allora che cosa fa? Spicca un gran lancio da terra, abbocca quel fagotto
infarinato, e tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta, e
via come un baleno!
Il pescatore arrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un pesce, che
egli avrebbe mangiato tanto volentieri, si provò a rincorrere il cane; ma fatti
pochi passi gli venne un nodo di tosse e dovè tornarsene indietro.
Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola che conduceva al paese, si
fermò e posò delicatamente in terra l'amico Pinocchio.

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Tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta, e via come un baleno!

— Quanto ti debbo ringraziare! — disse il burattino.
— Non c'è bisogno; — replicò il cane — tu salvasti me, e quel che è
fatto è reso. Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l'uno con l'altro.
— Ma come mai sei capitato in quella grotta?
— Ero sempre qui disteso sulla spiaggia più morto che vivo, quando il
vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura. Quell'odorino mi ha
stuzzicato l'appetito, e io gli sono andato dietro. Se arrivavo un minuto più
tardi!...
— Non me lo dire! — urlò Pinocchio che tremava ancora dalla paura.
— Non me lo dire! Se tu arrivavi un minuto più tardi, a quest'ora io ero
bell'e fritto, mangiato e digerito. Brrr! mi vengono i brividi soltanto a
pensarvi!... —
Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso il burattino, il quale gliela
strinse forte forte in segno di grande amicizia: e dopo si lasciarono.
Il cane riprese la strada di casa: e Pinocchio, rimasto solo, andò a una
capanna lì poco distante, e domandò a un vecchietto che stava sulla porta a
scaldarsi al sole:
— Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel capo e
che si chiamava Eugenio?

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— Il ragazzo è stato portato da alcuni pescatori in questa capanna, e
ora....
— Ora sarà morto!... — interruppe Pinocchio, con gran dolore.
— No: ora è vivo, ed è già ritornato a casa sua.

— Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel capo e che si chiamava Eugenio?

— Davvero?... davvero?... — gridò il burattino, saltando dall'allegrezza.
— Dunque la ferita non era grave?...

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— Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale, — rispose il
vecchietto — perchè gli tirarono nel capo un grosso libro rilegato in
cartone.
— E chi glielo tirò?
— Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio....
— E chi è questo Pinocchio? — domandò il burattino facendo lo gnorri.
— Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo, un vero rompicollo.
— Calunnie! Tutte calunnie!
— Lo conosci tu questo Pinocchio?
— Di vista! — rispose il burattino.
— E tu, che concetto ne hai? — gli chiese il vecchietto.
— A me mi pare un gran buon figliuolo, pieno di voglia di studiare,
obbediente, affezionato al suo babbo e alla sua famiglia.... —
Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugie, si toccò il
naso e si accorse che il naso gli era allungato più di un palmo. Allora tutto
impaurito cominciò a gridare:
— Non date retta, galantuomo, a tutto il bene che ve ne ho detto; perchè
conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch'io ch'è davvero un
ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, e che invece di andare a
scuola, va coi compagni a fare lo sbarazzino! —
Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo naso raccorcì e tornò alla
grandezza naturale, come era prima.
— E perchè sei tutto bianco a codesto modo? — gli domandò a un tratto
il vecchietto.
— Vi dirò.... senza avvedermene, mi sono strofinato a un muro, che era
imbiancato di fresco — rispose il burattino vergognandosi a raccontare che
lo avevano infarinato come un pesce, per poi friggerlo in padella.

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— O della tua giacchetta, de' tuoi calzoncini e del tuo berretto, che cosa
ne hai fatto?
— Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato. Dite, buon vecchio, non
avreste per caso da darmi un po' di vestituccio, tanto perchè io possa
ritornare a casa?
— Ragazzo mio; in quanto a vestiti, io non ho che un piccolo sacchetto,
dove ci tengo i lupini. Se lo vuoi, piglialo: eccolo là. —
Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese subito il sacchetto dei
lupini che era vuoto, e dopo averci fatto colle forbici una piccola buca nel
fondo e due buche dalle parti, se lo infilò a uso camicia. E vestito leggerino
a quel modo, si avviò verso il paese. Ma, lungo la strada, non si sentiva
punto tranquillo; tant'è vero che faceva un passo avanti e uno indietro, e
discorrendo da sè solo andava dicendo:
— Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dirà quando mi
vedrà?... Vorrà perdonarmi questa seconda birichinata?... Scommetto che
non me la perdona!... oh! non me la perdona di certo!... E mi sta il dovere:
perchè io sono un monello che prometto sempre di correggermi, e non
mantengo mai!... —

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E vestito leggerino a quel modo, si avviò verso il paese.

Arrivò al paese che era già notte buia; e perchè faceva tempaccio e
l'acqua veniva giù a catinelle, andò diritto diritto alla casa della Fata,
coll'animo risoluto di bussare alla porta e di farsi aprire.
Ma quando fu lì, sentì mancarsi il coraggio, e invece di bussare, si
allontanò, correndo, una ventina di passi. Poi tornò una seconda volta alla
porta, e non concluse nulla: poi si avvicinò una terza volta e nulla: la quarta
volta prese, tremando, il battente di ferro in mano, e bussò un piccolo
colpettino.
Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz'ora si aprì una finestra
dell'ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide affacciarsi
una grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo, la quale disse:
— Chi è a quest'ora?
— La Fata è in casa? — domandò il burattino.

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— La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma tu chi sei?
— Sono io!
— Chi io?
— Pinocchio.
— Chi Pinocchio?
— Il burattino, quello che sta in casa colla Fata.
— Ah! ho capito; — disse la Lumaca — aspettami costì, che ora scendo
giù e ti apro subito.
— Spicciatevi, per carità, perchè io muoio dal freddo.
— Ragazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache non hanno mai
fretta. —
Intanto passò un'ora, ne passarono due e la porta non si apriva: per cui
Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall'acqua che aveva
addosso, si fece cuore e bussò una seconda volta, e bussò più forte.
A quel secondo colpo si aprì una finestra del piano di sotto e si affacciò
la solita Lumaca.
— Lumachina bella, — gridò Pinocchio dalla strada — sono due ore
che aspetto! E due ore, a questa serataccia, diventano più lunghe di due
anni. Spicciatevi, per carità.
— Ragazzo mio, — gli rispose dalla finestra quella bestiuola tutta pace
e tutta flemma — ragazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache non
hanno mai fretta. — E la finestra si richiuse.
Di lì a poco suonò la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo
mezzanotte, e la porta era sempre chiusa.
Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferrò con rabbia il battente
della porta per bussare un colpo da far rintronare tutto il casamento; ma il
battente che era di ferro, diventò a un tratto un'anguilla viva, che

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sgusciandogli dalle mani sparì in un rigagnolo d'acqua, che scorreva in
mezzo alla strada.
— Ah! sì? — gridò Pinocchio sempre più accecato dalla collera. — Se
il battente è sparito, io seguiterò a bussare a furia di calci. —
E tiratosi un poco indietro, lasciò andare una solennissima pedata
nell'uscio della casa. Il colpo fu così forte, che il piede penetrò nel legno
fino a mezzo: e quando il burattino si provò a ricavarlo fuori, fu tutta fatica
inutile, perchè il piede c'era rimasto conficcato dentro, come un chiodo
ribadito.
Figuratevi il povero Pinocchio! Dovè passare tutto il resto della notte
con un piede in terra e con quell'altro per aria.
La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si aprì. Quella brava
bestiuola della Lumaca, a scendere dal quarto piano fino all'uscio di strada,
ci aveva messo solamente nove ore. Bisogna proprio dire che avesse fatto
una sudata.
— Che cosa fate con codesto piede conficcato nell'uscio? — domandò
ridendo al burattino.
— È stata una disgrazia. Vedete un po', Lumachina bella, se vi riesce di
liberarmi da questo supplizio.
— Ragazzo mio, costì ci vuole un legnaiolo, e io non ho fatto mai la
legnaiola.
— Pregate la Fata da parte mia!...
— La Fata dorme e non vuol essere svegliata.

Page 173

— Che cosa fate con codesto piede conficcato nell'uscio?

— Ma che cosa volete che io faccia, inchiodato tutto il giorno a questa
porta?
— Divertiti a contare le formicole che passano per la strada.
— Portatemi almeno qualche cosa da mangiare, perchè mi sento rifinito.
— Subito! — disse la Lumaca.
Difatti dopo tre ore e mezzo, Pinocchio la vide tornare con un vassoio
d'argento in capo. Nel vassoio c'era un pane, un pollastro arrosto e quattro
albicocche mature.
— Ecco la colazione che vi manda la Fata — disse la Lumaca.
Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino sentì consolarsi tutto. Ma
quale fu il suo disinganno, quando incominciando a mangiare, si dovè
accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro
albicocche di alabastro, colorite, come se fossero vere.

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Voleva piangere, voleva darsi alla disperazione, voleva buttar via il
vassoio e quel che c'era dentro; ma invece, o fosse il gran dolore o la gran
languidezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto.
Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un sofà, e la Fata era accanto a
lui.
— Anche per questa volta ti perdono: — gli disse la Fata — ma guai a
te, se me ne fai un'altra delle tue!... —
Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe
condotto sempre bene. E mantenne la parola per tutto il resto dell'anno.
Difatti agli esami delle vacanze, ebbe l'onore di essere il più bravo della
scuola; e i suoi portamenti, in generale, furono giudicati così lodevoli e
soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli disse:
— Domani finalmente il tuo desiderio sarà appagato!

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Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata, non potrà mai figurarsela.

— Cioè?
— Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un
ragazzo per bene. —
Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata,
non potrà mai figurarsela. Tutti i suoi amici e compagni di scuola dovevano
essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa della Fata, per
festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata aveva fatto preparare
dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di dentro e di
fuori. Quella giornata prometteva di riuscire molto bella e molto allegra:
ma....

Page 176

Disgraziatamente, nella vita dei burattini, c'è sempre un ma, che sciupa
ogni cosa.

Page 177

XXX.
Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo
amico Lucignolo per il «Paese dei balocchi.»

Com'è naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare
in giro per la città a fare gl'inviti: e la Fata gli disse:
— Va' pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani: ma
ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito?
— Fra un'ora prometto di esser bell'e ritornato — replicò il burattino.
— Bada, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere, ma il più delle
volte, fanno tardi a mantenere.
— Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la
mantengo.
— Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto peggio per te.
— Perchè?
— Perchè i ragazzi che non dànno retta ai consigli di chi ne sa più di
loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia.
— E io l'ho provato! — disse Pinocchio. — Ma ora non ci ricasco più!
— Vedremo se dici il vero. —
Senza aggiungere altre parole, il burattino salutò la sua buona Fata, che
era per lui una specie di mamma, e cantando e ballando uscì fuori dalla
porta di casa.

Page 178

In poco più d'un'ora tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni accettarono
subito e di gran cuore, altri, da principio, si fecero un po' pregare; ma
quando seppero che i panini da inzuppare nel caffè-e-latte sarebbero stati
imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col dire: — Verremo
anche noi, per farti piacere. —
Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di
scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome
Romeo; ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del
suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo
nuovo di un lumino da notte.
Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola:
ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andò subito a cercarlo a casa
per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda volta, e
Lucignolo non c'era: tornò una terza volta, e fece la strada invano.
Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide
nascosto sotto il portico di una casa di contadini.
— Che cosa fai costì? — gli domandò Pinocchio, avanzandosi.
— Aspetto la mezzanotte, per partire....
— Dove vai?
— Lontano, lontano, lontano!
— E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!...
— Che cosa volevi da me?
— Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata?
— Quale?
— Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te,
e come tutti gli altri.
— Buon pro ti faccia.
— Domani dunque ti aspetto a colazione a casa mia.

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— Ma se ti dico che parto questa sera.
— A che ora?
— Fra poco.
— E dove vai?
— Vado ad abitare in un paese.... che è il più bel paese di questo mondo:
una vera cuccagna!...
— E come si chiama?
— Si chiama il «Paese dei balocchi.» Perchè non vieni anche tu?
— Io? no davvero!
— Hai torto, Pinocchio! Credilo a me, che se non vieni, te ne pentirai.
Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono
scuole: lì non vi sono maestri; lì non vi sono libri. In quel paese benedetto
non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta
di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanze dell'autunno
cominciano col primo di gennaio e finiscono coll'ultimo di dicembre. Ecco
un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i
paesi civili!...
— Ma come si passano le giornate nel «Paese dei balocchi?»
— Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La
sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne
pare?
— Uhm!... — fece Pinocchio; e tentennò leggermente il capo, come
dire: — È una vita che la farei volentieri anch'io.
— Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Risolviti.
— No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di
diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi,
siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio subito e scappo via. Dunque
addio, e buon viaggio.

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— Dove corri con tanta furia?
— A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.
— Aspetta altri due minuti.
— Faccio troppo tardi.
— Due minuti soli.
— E se poi la Fata mi grida?
— Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà — disse
quella birba di Lucignolo.
— E come fai? Parti solo o in compagnia?
— Solo? Saremo più di cento ragazzi.
— E il viaggio lo fate a piedi?
— Fra poco passerà di qui il carro che mi deve prendere e condurre fin
dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.
— Che cosa pagherei che il carro passasse ora!...
— Perchè?
— Per vedervi partire tutti insieme.
— Rimani qui un altro poco e ci vedrai.
— No, no: voglio ritornare a casa.
— Aspetta altri due minuti.
— Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in pensiero per me.
— Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?
— Ma dunque, — soggiunse Pinocchio — tu sei veramente sicuro che
in quel paese non ci sono punte scuole?...
— Neanche l'ombra.
— E nemmeno i maestri?
— Nemmeno uno.
— E non c'è mai l'obbligo di studiare?
— Mai, mai, mai!

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— Che bel paese! — disse Pinocchio, sentendo venirsi l'acquolina in
bocca. — Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!...
— Perchè non vieni anche tu?
— È inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di
diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola.
— Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!... e anche quelle
liceali, se le incontri per la strada.
— Addio, Lucignolo; fa' buon viaggio, divertiti e rammentati qualche
volta degli amici. —
Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi,
fermandosi e voltandosi all'amico, gli domandò:
— Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno
composte di sei giovedì e di una domenica?
— Sicurissimo.
— Ma lo sai dicerto, che le vacanze abbiano principio col primo di
gennaio e finiscano coll'ultimo di dicembre?
— Di certissimo.
— Che bel paese! — ripetè Pinocchio, sputando dalla soverchia
consolazione. Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e in furia:
— Dunque, addio davvero: e buon viaggio.
— Addio.
— Fra quanto partirete?
— Fra poco.
— Peccato! se alla partenza mancasse un'ora sola, sarei quasi capace di
aspettare.
— E la Fata?
— Oramai ho fatto tardi!... e tornare a casa un'ora prima o un'ora dopo è
lo stesso.

Page 182

— Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?
— Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene si
cheterà. —
Intanto si era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro
muoversi in lontananza un lumicino.... e sentirono un suono di bubboli e
uno squillo di trombetta, così piccolino e soffocato, che pareva il sibilo di
una zanzara.
— Eccolo! — gridò Lucignolo rizzandosi in piedi.
— Chi è? — domandò sottovoce Pinocchio.
— È il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, sì o no?
— Ma è proprio vero — domandò il burattino — che in quel paese i
ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare?
— Mai, mai, mai!
— Che bel paese!... che bel paese!... Che bel paese!... —

Page 183

XXXI.
Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran meraviglia
sente spuntarsi un bel pajo d'orecchie asinine, e diventa un ciuchino,
con la coda e tutto.

Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore,
perchè le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.
Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza,
ma di diverso pelame.
Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri
rigati da grandi strisce gialle e turchine.
Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia
quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le altre bestie
da tiro o da soma, avevano ai piedi degli stivaletti da uomo fatti di pelle
bianca.
E il conduttore del carro?...

Page 184

Finalmente il carro arrivò....

Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una
palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e
una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto, che si raccomanda al
buon cuore della padrona di casa.
Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano
a gara nel montare sul suo carro, per esser condotti da lui in quella vera
cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di «Paese
de' balocchi.»

Page 185

Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro.

Difatti il carro era già tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici
anni, ammonticchiati gli uni sugli altri come tante acciughe nella salamoia.
Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare: ma nessuno
diceva ohi! nessuno si lamentava. La consolazione di sapere che fra poche
ore sarebbero giunti in un paese, dove non c'erano nè libri, nè scuole, nè
maestri, li rendeva così contenti e rassegnati, che non sentivano nè i disagi,
nè gli strapazzi, nè la fame, nè la sete, nè il sonno.
Appena che il carro si fu fermato, l'omino si volse a Lucignolo, e con
mille smorfie e mille manierine, gli domandò sorridendo:
— Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu, in quel fortunato
paese?
— Sicuro, che ci voglio venire!

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— Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c'è più posto. Come
vedi, è tutto pieno!...
— Pazienza! — replicò Lucignolo — se non c'è posto dentro, mi
adatterò a star seduto sulle stanghe del carro. — E spiccato un salto, montò
a cavalcioni sulle stanghe.
— E tu amor mio, — disse l'omino volgendosi tutto complimentoso a
Pinocchio — che intendi fare? Vieni con noi o rimani?...
— Io rimango — rispose Pinocchio. — Io voglio tornarmene a casa
mia: voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come fanno tutti i
ragazzi perbene.
— Buon pro ti faccia!
— Pinocchio, — disse allora Lucignolo — dai retta a me: vieni con noi
e staremo allegri!
— No, no, no!

— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata?

— Vieni con noi e staremo allegri! — gridarono altre quattro voci di
dentro al carro.

Page 187

— Vieni con noi e staremo allegri! — urlarono tutte insieme un
centinaio di voci.
— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata? — disse il
burattino, che cominciava a intenerirsi e a ciurlare nel manico.
— Non ti fasciare il capo con tante malinconie. Pensa che andiamo in
un paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina alla sera! —
Pinocchio non rispose, ma fece un sospiro; poi fece un altro sospiro: poi
un terzo sospiro: finalmente disse:
— Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io!...
— I posti son tutti pieni; — replicò l'omino — ma per mostrarti quanto
sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta.
— E voi?
— E io farò la strada a piedi.
— No davvero, che non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire in
groppa a qualcuno di questi ciuchini! — gridò Pinocchio.
Detto fatto, si avvicinò al ciuchino manritto della prima pariglia, e fece
l'atto di volerlo cavalcare: ma la bestiuola, voltandosi a secco, gli dètte una
gran musata nello stomaco e lo gettò a gambe all'aria.
Figuratevi la risatona impertinente e sgangherata di tutti quei ragazzi
presenti alla scena.
Ma l'omino non rise. Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino
ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso la metà
dell'orecchio destro.
Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizzò con un salto
sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu così bello, che i ragazzi,
smesso di ridere, cominciarono a urlare: viva Pinocchio! e a fare una
smanacciata di applausi, che non finivano più.

Page 188

Dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero burattino in mezzo alla strada.

Quand'ecco che all'improvviso il ciuchino alzò tutt'e due le gambe di
dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero burattino
in mezzo alla strada, sopra un monte di ghiaia.
Allora grandi risate daccapo: ma l'omino, invece di ridere, si sentì preso
da tanto amore per quell'irrequieto asinello che, con un bacio, gli portò via
di netto la metà di quell'altro orecchio. Poi disse al burattino:
— Rimonta pure a cavallo, e non aver paura. Quel ciuchino aveva
qualche grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi, e
spero di averlo reso mansueto e ragionevole. —
Pinocchio montò, e il carro cominciò a muoversi: ma nel tempo che i
ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciottoli della via maestra, gli
parve al burattino di sentire una voce sommessa e appena intelligibile, che
gli disse:
— Povero gonzo! Hai voluto fare a modo tuo, ma te ne pentirai! —

Page 189

Pinocchio, quasi impaurito, guardò di qua e di là, per conoscere da qual
parte venissero queste parole; ma non vide nessuno: i ciuchini galoppavano,
il carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano, Lucignolo russava
come un ghiro, e l'omino seduto a cassetta canterellava fra i denti:

Tutti la notte dormono
E io non dormo mai....

Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentì la vocina fioca che gli
disse:
— Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare e
voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai
balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che una fine disgraziata! Io
lo so per prova, e te lo posso dire!... Verrà un giorno che piangerai anche tu,
come oggi piango io.... ma allora sarà tardi!... —
A queste parole bisbigliate sommessamente, il burattino, spaventato più
che mai, saltò giù dalla groppa della cavalcatura, e andò a prendere il suo
ciuchino per il muso.
E immaginatevi come restò, quando s'accòrse che il suo ciuchino
piangeva.... e piangeva proprio come un ragazzo!
— Ehi, signor omino, — gridò allora Pinocchio al padrone del carro —
sapete che cosa c'è di nuovo? Questo ciuchino piange.
— Lascialo piangere: riderà quando sarà sposo!
— Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare?
— No: ha imparato da sè a borbottare qualche parola, essendo stato tre
anni in una compagnia di cani ammaestrati.
— Povera bestia!...

Page 190

— Via, via.... — disse l'omino — non perdiamo il nostro tempo a
vedere piangere un ciuco. Rimonta a cavallo, e andiamo: la nottata è fresca,
e la strada è lunga. —
Pinocchio obbedì senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e la
mattina sul far dell'alba arrivarono felicemente nel «Paese dei balocchi.»

La sua popolazione era tutta composta di ragazzi.

Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua
popolazione era tutta composta di ragazzi. I più vecchi avevano 14 anni: i
più giovani ne avevano 8 appena. Nelle strade, un'allegria, un chiasso, uno
strillìo da levar di cervello! Branchi di monelli da per tutto: chi giocava alle
noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra un
cavallino di legno: questi facevano a moscacieca; quegli altri si
rincorrevano: altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi

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recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare
colle mani in terra e colle gambe in aria: chi mandava il cerchio, chi
passeggiava vestito da generale coll'elmo di foglio e lo squadrone di
cartapesta: chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi
fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l'ovo: insomma
un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi
mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. Su tutte le piazze
si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su
tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose
come queste: viva i balocci! (invece di balocchi): non voliamo più schole
(invece di non vogliamo più scuole): abbasso Larin Metica (invece di
aritmetica) e altri fiori consimili.
Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto il
viaggio coll'omino, appena ebbero messo il piede dentro la città, si
ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti, com'è
facile immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. Chi più felice, chi più
contento di loro? In mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le
ore, i giorni, le settimane passavano come tanti baleni.
— Oh! che bella vita! — diceva Pinocchio tutte le volte che per caso
s'imbatteva in Lucignolo.
— Vedi, dunque, se avevo ragione? — ripigliava quest'ultimo. — E dire
che tu non volevi partire! E pensare che t'eri messo in capo di tornartene a
casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a studiare! Se oggi ti sei liberato
dalla noia dei libri e delle scuole, lo devi a me, ai miei consigli, alle mie
premure, ne convieni? Non vi sono che i veri amici, che sappiano rendere di
questi grandi favori.
— È vero, Lucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente contento, è
tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, parlando di

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te? Mi diceva sempre: «Non praticare quella birba di Lucignolo, perchè
Lucignolo è un cattivo compagno, e non può consigliarti altro che a far del
male!...»
— Povero maestro! — replicò l'altro tentennando il capo. — Lo so pur
troppo che mi aveva a noia, e che si divertiva sempre a calunniarmi; ma io
sono generoso e gli perdono!
— Anima grande! — disse Pinocchio abbracciando affettuosamente
l'amico, e dandogli un bacio in mezzo agli occhi.
Intanto era già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di
baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia nè un
libro nè una scuola; quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe,
come si suol dire, una gran brutta sorpresa, che lo messe proprio di
malumore.

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XXXII.
A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un
ciuchino vero e comincia a ragliare.

E questa sorpresa quale fu?
Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che a Pinocchio,
svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e nel grattarsi
il capo si accòrse...
Indovinate un po' di che cosa si accòrse?
Si accòrse, con suo grandissimo stupore, che gli orecchi gli erano
cresciuti più d'un palmo.
Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini
piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure!
Immaginatevi dunque come restò, quando dovè toccar con mano che i suoi
orecchi, durante la notte, erano così allungati, che parevano due spazzole di
padule. Andò subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non
trovando uno specchio, empì d'acqua la catinella del lavamano, e
specchiandovisi dentro, vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide,
cioè, la sua immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini.
Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e la disperazione del povero
Pinocchio!

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I suoi orecchi, durante la notte, erano così allungati, che parevano due spazzole di padule.

Cominciò a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma quanto
più si disperava, e più i suoi orecchi crescevano, crescevano, crescevano e
diventavano pelosi verso la cima.
Al rumore di quelle grida acutissime, entrò nella stanza una bella
Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il burattino in
così grandi smanie, gli domandò premurosamente:
— Che cos'hai, mio caro casigliano?
— Sono malato, Marmottina mia, molto malato.... e malato d'una
malattia che mi fa paura! te ne intendi tu del polso?
— Un pochino.
— Senti dunque se per caso avessi la febbre. —
La Marmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il polso
a Pinocchio, gli disse sospirando:

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— Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!...
— Cioè?
— Tu hai una gran brutta febbre!
— E che febbre sarebbe?
— È la febbre del somaro.
— Non la capisco questa febbre! — rispose il burattino, che l'aveva pur
troppo capita.
— Allora te la spiegherò io; — soggiunse la Marmottina — sappi
dunque, che fra due o tre ore tu non sarai più nè un burattino, nè un
ragazzo....
— E che cosa sarò?
— Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come
quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata al mercato.
— Oh! povero me! povero me! — gridò Pinocchio pigliandosi con le
mani tutt'e due gli orecchi, e tirandoli e strappandoli rabbiosamente, come
se fossero gli orecchi di un altro.

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— È la febbre del somaro.

— Caro mio, — replicò la Marmottina per consolarlo — che cosa ci
vuoi tu fare? Oramai è destino, oramai è scritto nei decreti della sapienza,
che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i
maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giuochi e in divertimenti,
debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari.
— Ma davvero è proprio così? — domandò singhiozzando il burattino.
— Pur troppo è così! E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci
prima!
— Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di
Lucignolo!...
— E chi è questo Lucignolo?
— Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo
essere ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore.... ma
Lucignolo mi disse: — «Perchè vuoi tu annoiarti a studiare? perchè vuoi

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andare alla scuola?... Vieni piuttosto con me, nel Paese dei balocchi: lì non
studieremo più; lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre
allegri.»
— E perchè seguisti il consiglio di quel falso amico, di quel cattivo
compagno?
— Perchè?... perchè, Marmottina mia, io sono un burattino senza
giudizio.... e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei
mai abbandonata quella buona Fata, che mi voleva bene come una mamma
e che aveva fatto tanto per me!... e a quest'ora non sarei più un burattino....
ma sarei invece un ragazzino ammodo, come ce n'è tanti! Oh!... ma se
incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una sporta. —

Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa.

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E fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricordò che
aveva gli orecchi d'asino, e vergognandosi di mostrarli in pubblico, che cosa
inventò? Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa, se lo
ingozzò fin sotto gli orecchi.
Poi uscì, e si dette a cercare Lucignolo da per tutto. Lo cercò nelle
strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non lo trovò. Ne chiese
notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno l'aveva veduto.
Allora andò a cercarlo a casa: e arrivato alla porta, bussò.
— Chi è? — domandò Lucignolo di dentro.
— Sono io! — rispose il burattino.
— Aspetta un poco, e ti aprirò. —
Dopo mezz'ora la porta si aprì: e figuratevi come restò Pinocchio,
quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran
berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso.
Alla vista di quel berretto, Pinocchio sentì quasi consolarsi e pensò
subito dentro di sè:
— Che l'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia
anche lui la febbre del ciuchino?... —
E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domandò sorridendo:
— Come stai, mio caro Lucignolo?
— Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.
— Lo dici proprio sul serio?
— E perchè dovrei dirti una bugia?
— Scusami, amico: e allora perchè tieni in capo cotesto berretto di
cotone, che ti cuopre tutti gli orecchi?
— Me l'ha ordinato il medico, perchè mi son fatto male a un ginocchio.
E tu, caro Pinocchio, perchè porti codesto berretto di cotone ingozzato fin
sotto gli orecchi?

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— Me l'ha ordinato il medico, perchè mi sono sbucciato un piede.
— Oh! povero Pinocchio!
— Oh! povero Lucignolo!... —
A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il quale i
due amici non fecero altro che guardarsi fra loro, in atto di canzonatura.
Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al suo
compagno:
— Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di
malattia agli orecchi?
— Mai!... e tu?
— Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio che mi fa
spasimare.
— Ho lo stesso male anch'io.
— Anche tu?... E qual è l'orecchio che ti duole?
— Tutt'e due. E tu?
— Tutt'e due. Che sia la medesima malattia?
— Ho paura di sì.
— Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?
— Volentieri! Con tutto il cuore.
— Mi fai vedere i tuoi orecchi?
— Perchè no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.
— No: il primo devi esser tu.
— No, carino! Prima tu e dopo io!
— Ebbene, — disse allora il burattino — facciamo un patto da buoni
amici.
— Sentiamo il patto.
— Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti?
— Accetto.

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— Dunque attenti! —
E Pinocchio cominciò a contare a voce alta:
— Uno! Due! Tre! —
Alla parola tre! i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li gettarono
in aria.
E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera.
Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt'e
due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti,
cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo
mille sguaiataggini finirono col dare una bella risata.

Cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti.

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E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul più
bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chetò, e barcollando e
cambiando di colore, disse all'amico:
— Aiuto, aiuto, Pinocchio!
— Che cos'hai?
— Ohimè! non mi riesce più di star ritto sulle gambe.
— Non mi riesce più neanche a me — gridò Pinocchio, piangendo e
traballando.

Ragliando sonoramente, facevano tutt'e due in coro: j-a, j-a, j-a.

E mentre dicevano così, si piegarono tutt'e due carponi a terra e,
camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la

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stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi
si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene si coprirono di un
pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero.
Ma il momento più brutto per que' due sciagurati sapete quando fu? Il
momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di
dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a
piangere e a lamentarsi del loro destino.
Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano
fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt'e due in coro:
j-a, j-a, j-a.
In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:
— Aprite! Sono l'omino, sono il conduttore del carro che vi portò in
questo paese. Aprite subito, guai a voi! —

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XXXIII.
Diventato un ciuchino vero è portato a vendere, e lo compra il
Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e
saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro,
per far con la sua pelle un tamburo.

Vedendo che la porta non si apriva, l'omino la spalancò con un
violentissimo calcio: ed entrato nella stanza, disse col suo solito risolino a
Pinocchio e a Lucignolo:
— Bravi ragazzi! Avete ragliato bene; io vi ho subito riconosciuti alla
voce, e per questo eccomi qui. —
A tali parole i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa giù, con gli
orecchi bassi e con la coda fra le gambe.
Da principio l'omino li lisciò, li accarezzò, li palpeggiò: poi, tirata fuori
la striglia, cominciò a strigliarli per bene.
E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi,
allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato, con la
speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno.
E i compratori, difatti, non si fecero aspettare. Lucignolo fu comprato
da un contadino, a cui era morto il somaro il giorno avanti, e Pinocchio fu
venduto al Direttore di una compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il
quale lo comprò per ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme
con le altre bestie della compagnia.

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Li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli.

E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che
faceva l'omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva la fisonomia tutta
di latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo;
strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi
svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole; e dopo averli caricati sul suo
carro, gli conduceva nel «Paese dei balocchi» perchè passassero tutto il loro
tempo in giuochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri
ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non studiar mai, diventavano
tanti ciuchini, allora tutto allegro e contento s'impadroniva di loro e li
portava a vendere sulle fiere e su i mercati. E così in pochi anni aveva fatto
fior di quattrini ed era diventato milionario.
Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so per altro, che Pinocchio
andò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata.
Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli empì la greppia di
paglia: ma Pinocchio dopo averne assaggiata una boccata, la risputò.

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Allora il padrone, brontolando, gli empì la greppia di fieno: ma neppure
il fieno gli piacque.
— Ah! non ti piace neppure il fieno? — gridò il padrone imbizzito. —
Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo, penserò io a
levarteli!... —
E a titolo di correzione, gli affibbiò subito una frustata nelle gambe.
Pinocchio, dal gran dolore, cominciò a piangere e a ragliare, e ragliando
disse:
— J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!...
— Allora mangia il fieno! — replicò il padrone, che intendeva
benissimo il dialetto asinino.
— J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!...
— Pretenderesti, dunque, che un somaro pari tuo, lo dovessi mantenere
a petti di pollo e cappone in galantina? — soggiunse il padrone
arrabbiandosi sempre più, e affibbiandogli una seconda frustata.
A quella seconda frustata, Pinocchio per prudenza si chetò subito, e non
disse altro.
Intanto la stalla fu chiusa, e Pinocchio rimase solo: e perchè erano molte
ore che non aveva mangiato, cominciò a sbadigliare dal grande appetito. E,
sbadigliando, spalancava una bocca che pareva un forno.
Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegnò a masticare un
po' di fieno; e dopo averlo masticato ben bene, chiuse gli occhi e lo tirò giù.
— Questo fieno non è cattivo; — poi disse dentro di sè — ma quanto
sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... A quest'ora, invece
di fieno potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella fetta di
salame. Pazienza!... —
La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito nella greppia un altro po' di
fieno: ma non lo trovò, perchè l'aveva mangiato tutto nella notte.

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Allora prese una boccata di paglia tritata: e in quel mentre che la stava
masticando, si dovè persuadere che il sapore della paglia tritata non
somigliava punto nè al risotto alla milanese nè ai maccheroni alla
napoletana.
— Pazienza! — ripetè, continuando a masticare. — Che almeno la mia
disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e che non
hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!
— Pazienza un corno! — urlò il padrone, entrando in quel momento
nella stalla. — Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato
unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perchè tu
lavori e perchè tu mi faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, da
bravo! Vieni con me nel Circo, e là ti insegnerò a saltare i cerchi, a rompere
col capo le botti di foglio e a ballare il valzer e la polca, stando ritto sulle
gambe di dietro. —
Il povero Pinocchio, o per amore o per forza, dovè imparare tutte queste
bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e molte
frustate da levare il pelo.
Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone potè annunziare uno
spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario colore, attaccati alle
cantonate delle strade, dicevano così:

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Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse lo
spettacolo, il teatro era pieno stipato.
Non si trovava più nè una poltrona, nè un posto distinto, nè un palco,
nemmeno a pagarlo a peso d'oro.
Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di
ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la smania di veder
ballare il famoso ciuchino Pinocchio.

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Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore della compagnia,
vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle fin sopra
ai ginocchi si presentò all'affollatissimo pubblico, e, fatto un grande
inchino, recitò con molta solennità il seguente spropositato discorso:
«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!
«L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre
metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonchè il piacere di presentare
a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre ciuchino, che ebbe già
l'onore di ballare al cospetto di sua maestà l'imperatore di tutte le principali
corti di Europa.
«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e
compatiteci!»
Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma gli
applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla comparsa
del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto agghindato a festa.
Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie e borchie d'ottone; due
camelie bianche agli orecchi: la criniera divisa in tanti riccioli legati con
fiocchettini di seta rossa: una gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla
vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto paonazzo e celeste. Era,
insomma, un ciuchino da innamorare!
Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole:
«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogna delle grandi
difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare questo
mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle
pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasudi da'
suoi occhi, conciossiachè essendo riusciti vanitosi tutti i mezzi per
addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto più volte ricorrere
all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza invece di farmi da

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lui ben volere, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. Io però, seguendo
il sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola cartagine ossea che la
stessa Facoltà Medicea di Parigi riconobbe esser quello il bulbo
rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. E per questo io lo volli
ammaestrare nel ballo nonchè nei relativi salti dei cerchi e delle botti
foderate di foglio. Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima però di prendere
cognato da voi, permettete, o signori, che io v'inviti al diurno spettacolo di
domani sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua,
allora lo spettacolo, invece di domani sera, sarà posticipato a domattina, alle
ore 11 antimeridiane del pomeriggio.»
E qui il Direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi
volgendosi a Pinocchio gli disse:
— Animo, Pinocchio! Avanti di dar principio ai vostri esercizi, salutate
questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi! —
Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginocchi davanti, e rimase
inginocchiato fino a tanto che il Direttore, schioccando la frusta, non gli
gridò:
— Al passo! —
Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe, e cominciò a girare
intorno al Circo, camminando sempre di passo.
Dopo un poco il Direttore gridò:
— Al trotto! — E Pinocchio, ubbidiente al comando, cambiò il passo in
trotto.
— Al galoppo! — e Pinocchio staccò il galoppo.
— Alla carriera! — e Pinocchio si dette a correre, di gran carriera. Ma
in quella che correva come un barbero, il Direttore, alzando il braccio in
aria, iscaricò un colpo di pistola.

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Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginocchi davanti.

A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo,
come se fosse moribondo davvero.
Rizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di
battimani, che andavano alle stelle, gli venne fatto naturalmente di alzare la
testa e di guardare in su.... e guardando vide in un palco una bella signora,
che aveva al collo una grossa collana d'oro, dalla quale pendeva un
medaglione. Nel medaglione c'era dipinto il ritratto d'un burattino.
— Quel ritratto è il mio!... quella signora è la Fata! — disse dentro di sè
Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi vincere dalla gran
contentezza, si provò a gridare:
— Oh Fatina mia! oh Fatina mia! —

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Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un raglio così sonoro e
prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti i ragazzi
che erano in teatro.
Allora il Direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non è
buona creanza di mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli diè col manico
della frusta una bacchettata sul naso.
Il povero ciuchino tirato fuori un palmo di lingua, durò a leccarsi il naso
almeno cinque minuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore che aveva
sentito.
Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda
volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!...
Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a
piangere dirottamente. Nessuno però se ne accòrse, e, meno degli altri, il
Direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò:
— Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta
grazia sapete saltare i cerchi. —
Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti al
cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più comodamente di sotto. Alla
fine spiccò un salto e l'attraversò: ma le gambe di dietro gli rimasero
disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui ricadde in terra
dall'altra parte tutto in un fascio.
Quando si rizzò, era azzoppito, e a mala pena potè ritornare alla
scuderia.
— Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! —
gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso.
Ma il ciuchino per quella sera non si fece più vedere.
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando
l'ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.

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Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:
— Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un
mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo. —

Il ciuchino, con quel macigno al collo, andò subito a fondo.

Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domandò al
garzone di stalla:
— Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?
— Venti lire.
— Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo
compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e con
la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese. —

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Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero
Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo!
Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse il
ciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli un sasso al
collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli diè
improvvisamente uno spintone e lo gettò nell'acqua.
Pinocchio con quel macigno al collo, andò subito a fondo; e il
compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere sullo
scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di morire affogato,
per poi scorticarlo e levargli la pelle.

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XXXIV.
Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad essere
un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato
dal terribile Pesce-cane.

Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il compratore
disse, discorrendo da sè solo:
— A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'e affogato.
Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel tamburo. —
E cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una gamba:
e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d'acqua.... Indovinate? Invece di
un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua un burattino vivo che
scodinzolava come un'anguilla.
Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo credè di sognare e
rimase lì intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa.
Riavutosi un poco del suo primo stupore, disse piangendo e balbettando:
— E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è?...

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Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua un burattino vivo.

— Quel ciuchino son io! — rispose il burattino, ridendo.
— Tu?
— Io.
— Ah! mariuolo! Pretenderesti forse di burlarti di me?
— Burlarmi di voi? Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul serio.
— Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora stando nell'acqua,
sei diventato un burattino di legno?...
— Sarà effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questi scherzi.
— Bada, burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie spalle.
Guai a te, se mi scappa la pazienza!

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— Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi
questa gamba e io ve la racconterò. —
Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera
storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e allora
Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell'aria, prese a dirgli così:
— Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma
mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo
mondo ce n'è tanti: se non che, per la mia poca voglia di studiare e per dar
retta ai cattivi compagni, scappai di casa.... e un bel giorno, svegliandomi,
mi trovai cambiato in un somaro con tanto d'orecchi.... e con tanto di
coda!... Che vergogna fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone, che
Sant'Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi! Portato a
vendere sul mercato degli asini, fui comprato dal Direttore di una
compagnia equestre, il quale si messe in capo di far di me un gran ballerino
o un gran saltatore di cerchi; ma una sera durante lo spettacolo, feci in
teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tutt'e due le gambe. Allora il
Direttore non sapendo che cosa farsi d'un asino zoppo, mi mandò a
rivendere, e voi mi avete comprato!
— Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora, chi mi rende i miei
poveri venti soldi?
— E perchè mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la
mia pelle un tamburo!... un tamburo!...
— Pur troppo! E ora dove troverò un'altra pelle!...
— Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n'è tanti, in
questo mondo!
— Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?
— No, — rispose il burattino — ci sono altre due parole, e poi è finita.
Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo per uccidermi,

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ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d'umanità, avete preferito di
legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento
di delicatezza vi onora moltissimo, e io ve ne serberò eterna riconoscenza.
Per altro, caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la
Fata....
— E chi è questa Fata?
— È la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che
vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d'occhio, e li
assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per
le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero di essere
abbandonati e lasciati in balia a sè stessi. Dicevo, dunque, che la buona
Fata, appena mi vide in pericolo di affogare, mandò subito intorno a me un
branco infinito di pesci, i quali credendomi davvero un ciuchino bell'e
morto, cominciarono a mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non avrei
mai creduto che i pesci fossero più ghiotti anche dei ragazzi! Chi mi mangiò
gli orecchi, chi mi mangiò il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle
delle zampe, chi la pelliccia della schiena.... e fra gli altri, vi fu un
pesciolino così garbato, che si degnò perfino di mangiarmi la coda.
— Da oggi in poi — disse il compratore inorridito — faccio giuro di
non assaggiar più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo a aprire una
triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco!
— Io la penso come voi — replicò il burattino, ridendo. — Del resto,
dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella
buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, arrivarono, com'è
naturale, all'osso.... o per dir meglio, arrivarono al legno, perchè, come
vedete, io son fatto di legno durissimo. Ma dopo dato i primi morsi, quei
pesci ghiottoni si accòrsero subito che il legno non era ciccia per i loro
denti, e nauseati da questo cibo indigesto se ne andarono chi in qua chi in

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là, senza voltarsi nemmeno a dirmi grazie.... Ed eccovi raccontato come
qualmente voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino vivo, invece
d'un ciuchino morto.
— Io mi rido della tua storia — gridò il compratore imbestialito. — Io
so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai che
cosa farò? Ti porterò daccapo al mercato, e ti rivenderò a peso di legno
stagionato per accendere il fuoco nel camminetto.
— Rivendetemi pure: io sono contento — disse Pinocchio. Ma nel dir
così, fece un salto e schizzò in mezzo all'acqua. E nuotando allegramente e
allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero compratore:
— Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo,
ricordatevi di me. —
E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi
indietro, urlava più forte:
— Addio, padrone;... se avete bisogno di un po' di legno stagionato per
accendere il camminetto, ricordatevi di me. —
Fatto sta che in un batter d'occhio si era tanto allontanato, che non si
vedeva quasi più; ossia si vedeva solamente sulla superficie del mare un
puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le gambe fuori dell'acqua e
faceva capriole e salti, come un delfino in vena di buon umore.
Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno
scoglio che pareva di marmo bianco, e su in cima allo scoglio, una bella
caprettina, che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della caprettina, invece di
esser bianca, o nera, o pallata di più colori, come quella delle altre capre,
era invece turchina, ma d'un turchino così sfolgorante, che rammentava
moltissimo i capelli della bella Bambina.

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Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere
più forte! Raddoppiando di forze e di energia si diè a nuotare verso lo
scoglio bianco; ed era già a mezza strada, quand'ecco uscir fuori dell'acqua
e venirgli incontro un'orribile testa di mostro marino, con la bocca
spalancata come una voragine, e tre filari di zanne, che avrebbero fatto
paura anche a vederle dipinte.
E sapete chi era quel mostro marino?
Quel mostro marino era nè più nè meno quel gigantesco Pesce-cane
ricordato più volte in questa storia, e che per le sue stragi e per la sua
insaziabile voracità, veniva soprannominato «l'Attila dei pesci e dei
pescatori.»
Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio, alla vista del mostro.
Cercò di scansarlo, di cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella immensa
bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocità di una saetta.
— Affrettati, Pinocchio, per carità! — gridava belando la bella
caprettina.
E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le
gambe e coi piedi.
— Corri, Pinocchio, perchè il mostro si avvicina!... —
E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella
corsa.
— Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge! Eccolo!... Eccolo!...
Affrettati, per carità, o sei perduto!... —

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E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi piedi.

E Pinocchio a nuotare più lesto che mai, e via, via, e via, come
anderebbe una palla di fucile. E già si accostava allo scoglio, e già la
caprettina spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti
per aiutarlo a uscir fuori dell'acqua.... Ma!...
Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto. Il mostro, tirando il
fiato a sè, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di
gallina, e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità, che Pinocchio,
cascando giù in corpo al Pesce-cane, battè un colpo così screanzato da
restarne sbalordito per un quarto d'ora.
Quando ritornò in sè da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi,
nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a sè c'era da ogni parte un gran
buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col
capo in un calamaio pieno d'inchiostro. Stette in ascolto e non sentì nessun
rumore; solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi

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buffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento
uscisse: ma poi capì che usciva dai polmoni del mostro. Perchè bisogna
sapere che il Pesce-cane soffriva moltissimo d'asma, e quando respirava
pareva proprio che soffiasse la tramontana.
Pinocchio, sulle prime, s'ingegnò di farsi un po' di coraggio: ma
quand'ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro
marino allora cominciò a piangere e a strillare; e piangendo diceva:
— Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c'è nessuno che venga a salvarmi!
— Chi vuoi che ti salvi, disgraziato? — disse in quel buio una vociaccia
fessa di chitarra scordata.
— Chi è che parla così? — domandò Pinocchio, sentendosi gelare dallo
spavento.
— Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pesce-cane insieme
con te. E tu che pesce sei?
— Io non ho che veder nulla coi pesci. Io sono un burattino.
— E allora se non sei un pesce, perchè ti sei fatto inghiottire dal
mostro?
— Non son io, che mi son fatto inghiottire: gli è lui che mi ha
inghiottito! Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?...
— Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt'e
due!...
— Ma io non voglio esser digerito! — urlò Pinocchio, ricominciando a
piangere.
— Neppure io vorrei esser digerito — soggiunse il Tonno — ma io sono
abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c'è
più dignità a morir sott'acqua che sott'olio!...
— Scioccherie! — gridò Pinocchio.

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— La mia è un'opinione — replicò il Tonno — e le opinioni, come
dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
— Insomma.... io voglio andarmene di qui.... io voglio fuggire....
— Fuggi, se ti riesce!...
— È molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? — domandò
il burattino.
— Figurati che il suo corpo è più lungo di un chilometro, senza contare
la coda. —
Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio
di vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.
— Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? — disse
Pinocchio.
— Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi,
il momento di esser digerito!...
— Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse
qualche vecchio pesce capace d'insegnarmi la strada per fuggire?
— Io te l'auguro di cuore, caro burattino.
— Addio, Tonno.
— Addio, burattino; e buona fortuna.
— Dove ci rivedremo?...
— Chi lo sa?... È meglio non pensarci neppure! —

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XXXV.
Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi ritrova? Leggete
questo capitolo e lo saprete.

Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si
mosse brancolando in mezzo a quel buio, e camminando a tastoni dentro il
corpo del Pesce-cane, si avviò, un passo dietro l'altro, verso quel piccolo
chiarore che vedeva baluginare lontano lontano.
E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera
d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di un odore così acuto
di pesce fritto, che gli pareva d'essere a mezza quaresima.
E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto:
finchè, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato.... che cosa
trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola
apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di
cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse
di neve o di panna montata; il quale se ne stava lì biascicando alcuni
pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte, mentre li mangiava, gli
scappavano perfino di bocca.

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E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente.

A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza così grande e così
inaspettata, che ci mancò un ètte che non cadesse in delirio. Voleva ridere,
voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava
confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate.
Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia, e spalancando le
braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
— Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio
più, mai più, mai più!

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Gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare.

— Dunque gli occhi mi dicono il vero? — replicò il vecchietto,
stropicciandosi gli occhi. — Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio?
— Sì, sì! sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è
vero? Oh babbino mio, come siete buono!... e pensare che io, invece.... Oh!
ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi
sono andate a traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino,
col vendere la vostra casacca, mi compraste l'Abbecedario per andare a
scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul
fuoco perchè gli cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dètte
cinque monete d'oro, perchè le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il
Gatto, che mi condussero all'Osteria del Gambero Rosso, dove mangiarono
come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si messero a
corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via, e loro sempre dietro, e io via,

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finchè m'impiccarono a un ramo della Quercia Grande, dovecchè la bella
Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina, e i
medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito: «Se non è morto, è segno
che è sempre vivo» e allora mi scappò detta una bugia, e il naso cominciò a
crescermi e non mi passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai
con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro, che una l'avevo
spesa all'Osteria, e il pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila
monete non trovai più nulla, la quale il Giudice quando seppe che ero stato
derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai
ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d'uva in un campo, che
rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare
da cane perchè facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza
e mi lasciò andare, e il serpente, colla coda che gli fumava, cominciò a
ridere e gli si strappò una vena sul petto, e così ritornai alla casa della bella
Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: «Ho
visto il tu' babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare», e
io gli dissi: «Oh! se avessi le ali anch'io» e lui mi disse: «Vuoi venire dal
tuo babbo?» e io gli dissi: «Magari! ma chi mi ci porta?» e lui mi disse: «Ti
ci porto io» e io gli dissi: «Come?» e lui mi disse: «Montami sulla groppa»
e così abbiamo volato tutta la notte, poi la mattina tutti i pescatori che
guardavano verso il mare mi dissero: «C'è un pover'omo in una barchetta
che sta per affogare» e io da lontano vi riconobbi subito, perchè me lo
diceva il core, e vi feci segno di tornare alla spiaggia....
— Ti riconobbi anch'io, — disse Geppetto — e sarei volentieri tornato
alla spiaggia: ma come fare? il mare era grosso e un cavallone m'arrovesciò
la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane che era lì vicino, appena che
m'ebbe visto nell'acqua, corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi
prese pari pari, e m'inghiottì come un tortellino di Bologna.

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— E quant'è che siete rinchiuso qui dentro? — domandò Pinocchio.
— Da quel giorno in poi, saranno ormai due anni: due anni, Pinocchio
mio.... che mi son parsi due secoli!
— E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E i
fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati?
— Ora ti racconterò tutto. Devi dunque sapere che quella medesima
burrasca, che rovesciò la mia barchetta, fece anche affondare un bastimento
mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma il bastimento colò a fondo, e il
solito Pesce-cane, che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo aver
inghiottito me, inghiottì anche il bastimento....
— Come! Lo inghiottì tutto in un boccone?... — domandò Pinocchio
maravigliato.
— Tutto in un boccone: e risputò solamente l'albero maestro, perchè gli
era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia gran fortuna, quel bastimento
era carico non solo di carne conservata in cassette di stagno, ma di biscotto,
ossia di pane abbrostolito, di bottiglie di vino, d'uva secca, di cacio, di
caffè, di zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera.
Con tutta questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono
agli ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c'è più nulla, e questa candela,
che vedi accesa, è l'ultima candela che mi sia rimasta....
— E dopo?
— E dopo, caro mio, rimarremo tutt'e due al buio.
— Allora, babbino mio, — disse Pinocchio — non c'è tempo da perdere.
Bisogna pensar subito a fuggire.
— A fuggire?... e come?
— Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare.
— Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare!

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— E che importa?... Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle, e io,
che sono un buon nuotatore, vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia.
— Illusioni, ragazzo mio! — replicò Geppetto, scotendo il capo e
sorridendo malinconicamente. — Ti pare egli possibile che un burattino,
alto appena un metro come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto
sulle spalle?
— Provatevi e vedrete! A ogni modo, se sarà scritto in cielo che
dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire
abbracciati insieme. —
E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti
per far lume, disse al suo babbo:
— Venite dietro a me, e non abbiate paura. —
E così camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto il corpo e tutto lo
stomaco del Pesce-cane. Ma giunti al punto dove cominciava la spaziosa
gola del mostro, pensarono bene di fermarsi per dare un'occhiata e cogliere
il momento opportuno alla fuga.
Ora bisogna sapere che il Pesce-cane, essendo molto vecchio e
soffrendo d'asma e di palpitazione di cuore, era costretto a dormire a bocca
aperta: per cui Pinocchio affacciandosi al principio della gola, e guardando
in su, potè vedere al di fuori di quell'enorme bocca spalancata un bel pezzo
di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.
— Questo è il vero momento di scappare — bisbigliò allora, voltandosi
al suo babbo. — Il Pesce-cane dorme come un ghiro: il mare è tranquillo e
ci si vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me, e fra poco
saremo salvi. —
Detto fatto salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in
quell'immensa bocca cominciarono a camminare in punta di piedi sulla
lingua; una lingua così larga e così lunga, che pareva il viottolone d'un

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giardino. E già stavano lì lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel
mare, quando, sul più bello, il Pesce-cane starnutì, e nello starnutire, dètte
uno scossone così violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono
rimbalzati all'indietro e scaraventati nuovamente in fondo allo stomaco del
mostro.
Nel grand'urto della caduta la candela si spense, e padre e figliuolo
rimasero al buio.
— E ora?... — domandò Pinocchio facendosi serio.
— Ora, ragazzo mio, siamo bell'e perduti.
— Perchè perduti? Datemi la mano, babbino, e badate di non
sdrucciolare!...
— Dove mi conduci?
— Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura. —
Ciò detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando
sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi
traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima però di
fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo:
— Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Al
resto ci penso io. —

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Si gettò nell'acqua e cominciò a nuotare.

Appena Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliuolo, il
bravo Pinocchio, sicuro del fatto suo, si gettò nell'acqua e cominciò a
nuotare. Il mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo
chiarore, e il Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così profondo, che
non l'avrebbe svegliato nemmeno una cannonata.

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XXXVI.
Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un
ragazzo.

Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia, si
accòrse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva
le gambe mezze nell'acqua, tremava fitto fitto, come se al pover'uomo gli
battesse la febbre terzana.
Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa?... Forse un po' dell'uno e un
po' dell'altra. Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di paura, gli
disse per confortarlo:
— Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi.
— Ma dov'è questa spiaggia benedetta? — domandò il vecchietto,
diventando sempre più inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i sarti
quando infilano l'ago. — Eccomi qui, che guardo da tutte le parti e non
vedo altro che cielo e mare.
— Ma io vedo anche la spiaggia — disse il burattino. — Per vostra
regola io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno. —
Il povero Pinocchio faceva finta di esser di buon umore: ma invece....
invece cominciava a scoraggirsi: le forze gli scemavano, il suo respiro
diventava grosso e affannoso.... insomma non ne poteva più, e la spiaggia
era sempre lontana.

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Nuotò finchè ebbe fiato: poi si voltò col capo verso Geppetto, e disse
con parole interrotte:
— Babbo mio, aiutatemi.... perchè io muoio.... —
E padre e figliuolo erano oramai sul punto di affogare, quando udirono
una voce di chitarra scordata che disse:
— Chi è che muore?
— Sono io e il mio povero babbo!
— Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!...
— Preciso; e tu?
— Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al Pesce-
cane.
— E come hai fatto a scappare?
— Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la
strada, e dopo te sono fuggito anch'io.
— Tonno mio, tu càpìti proprio a tempo! Ti prego, per l'amore che porti
ai tonnini tuoi figliuoli; aiutaci, o siamo perduti.
— Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutt'e due alla mia coda, e
lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurrò alla riva. —

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Giudicarono più comodo di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del Tonno.

Geppetto e Pinocchio, come potete immaginarvelo, accettarono subito
l'invito; ma invece di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo di
mettersi addirittura a sedere sulla groppa del Tonno.
— Siamo troppo pesi? — gli domandò Pinocchio.
— Pesi? Neanche per ombra: mi par di aver addosso due gusci di
conchiglia — rispose il Tonno, il quale era di una corporatura così grossa e
robusta, da parere un vitello di due anni.
Giunti alla riva, Pinocchio saltò a terra il primo per aiutare il suo babbo
a fare altrettanto: poi si voltò al Tonno, e con voce commossa gli disse:
— Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per
ringraziarti abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio, in segno di

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riconoscenza eterna!... —
Il Tonno cacciò il muso fuori dell'acqua, e Pinocchio, piegatosi coi
ginocchi a terra, gli posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. A questo
tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c'era
avvezzo, si sentì talmente commosso, che vergognandosi a farsi veder
piangere come un bambino, ricacciò il capo sott'acqua e sparì.
Intanto s'era fatto giorno.
Allora Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto, che aveva appena
il fiato di reggersi in piedi, gli disse:
— Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo.
Cammineremo pian pianino come le formicole, e quando saremo stanchi, ci
riposeremo lungo la via.

Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a terra, gli posò un affettuosissimo bacio sulla bocca.

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— E dove dobbiamo andare? — domandò Geppetto.
— In cerca di una casa o d'una capanna, dove ci diano per carità un
boccon di pane e un po' di paglia che ci serva da letto. —
Non avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul ciglione
della strada due brutti ceffi, i quali stavano lì in atto di chieder l'elemosina.
Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quelli d'una
volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito
coll'accecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da
una parte, non aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella trista
ladracchiola, caduta nella più squallida miseria, si trovò costretta un bel
giorno a vendere perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante,
che la comprò per farsene uno scacciamosche.
— O Pinocchio! — gridò la volpe con voce di piagnisteo — fai un po'
di carità a questi due poveri infermi!
— Infermi! — ripetè il Gatto.
— Addio, mascherine! — rispose il burattino. — Mi avete ingannato
una volta, e ora non mi ripigliate più.
— Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati davvero!
— Davvero! — ripetè il Gatto.
— Se siete poveri ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: «I
quattrini rubati non fanno mai frutto.» Addio, mascherine.
— Abbi compassione di noi!...
— Di noi!
— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «La farina
del diavolo va tutta in crusca.»
— Non ci abbandonare!...
— are...! — ripetè il Gatto.

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— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: «Chi ruba il
mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia.» —
E così dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente per la
loro strada; finchè fatti altri cento passi, videro in fondo a una viottola, in
mezzo ai campi, una bella capanna tutta di paglia, e col tetto coperto
d'embrici e di mattoni.
— Quella capanna dev'essere abitata da qualcuno — disse Pinocchio. —
Andiamo là, e bussiamo. —
Difatti andarono, e bussarono alla porta.
— Chi è? — disse una vocina di dentro.
— Siamo un povero babbo e un povero figliuolo, senza pane e senza
tetto, — rispose il burattino.
— Girate la chiave, e la porta si aprirà, — disse la solita vocina.
Pinocchio girò la chiave, e la porta si aprì. Appena entrati dentro,
guardarono di qua, guardarono di là, e non videro nessuno.

Page 237

— Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: “Chi ruba il mantello al suo prossimo, per
il solito muore senza camicia.„

— O il padrone della capanna dov'è? — disse Pinocchio maravigliato.
— Eccomi quassù! —
Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro sopra un
travicello il Grillo-parlante.
— Oh! mio caro Grillino — disse Pinocchio, salutandolo garbatamente.

Page 238

— Ora mi chiami il «Tuo caro Grillino» non è vero? Ma ti rammenti di
quando, per cacciarmi di casa tua, mi tirasti un manico di martello?
— Hai ragione, Grillino! Scaccia anche me.... tira anche a me un
manico di martello: ma abbi pietà del mio povero babbo...
— Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo! ma ho voluto
rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo,
quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser
ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno.
— Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere; e io terrò a mente la
lezione che mi hai data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti questa bella
capanna?
— Questa capanna mi è stata regalata jeri da una graziosa capra, che
aveva la lana d'un bellissimo colore turchino.
— E la capra dov'è andata? — domandò Pinocchio, con vivissima
curiosità.
— Non lo so.
— E quando ritornerà?...
— Non ritornerà mai. Ieri è partita tutta afflitta, e, belando, pareva che
dicesse: «Povero Pinocchio!... oramai non lo rivedrò più!... Il Pesce-cane a
quest'ora l'avrà bell'e divorato!...»
— Ha detto proprio così?... Dunque era lei!... era lei!... era la mia cara
Fatina!... — cominciò a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo
dirottamente.
Quand'ebbe pianto ben bene, si rasciugò gli occhi, e preparato un buon
lettino di paglia, vi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domandò al
Grillo-parlante:
— Dimmi, Grillino, dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio
povero babbo?

Page 239

— Tre campi distante di qui c'è l'ortolano Giangio, che tiene le mucche.
Va' da lui, e troverai il latte che cerchi. —
Pinocchio andò di corsa a casa dell'ortolano Giangio: ma l'ortolano gli
disse:
— Quanto ne vuoi del latte?
— Ne voglio un bicchiere pieno.
— Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto dal darmi il
soldo.
— Non ho nemmeno un centesimo — rispose Pinocchio, tutto
mortificato e dolente.
— Male, burattino mio, — replicò l'ortolano. — Se tu non hai nemmeno
un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte.
— Pazienza! — disse Pinocchio, e fece l'atto di andarsene.
— Aspetta un po' — disse Giangio. — Fra te e me ci possiamo
accomodare. Vuoi adattarti a girare il bindolo?
— Che cos'è il bindolo?
— Gli è quell'ordigno di legno che serve a tirar su l'acqua dalla cisterna
per annaffiare gli ortaggi.
— Mi proverò....
— Dunque, tirami su cento secchie d'acqua, e io ti regalerò in compenso
un bicchiere di latte.
— Sta bene. —
Giangio condusse il burattino nell'orto e gl'insegnò la maniera di girare
il bindolo. Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima di aver tirato su le
cento secchie d'acqua, era tutto grondante di sudore dalla testa ai piedi. Una
fatica a quel modo non l'aveva durata mai.
— Finora questa fatica di girare il bindolo — disse l'ortolano — l'ho
fatta fare al mio ciuchino; ma oggi quel povero animale è in fin di vita.

Page 240

— Mi menate a vederlo? — disse Pinocchio.
— Volentieri. —

E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino: — Chi sei? —

Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla; vide un bel ciuchino
disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro. Quando l'ebbe
guardato fisso fisso, disse dentro di sè, turbandosi:
— Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi è fisonomia nuova! —
E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino:
— Chi sei? —
A questa domanda, il ciuchino aprì gli occhi moribondi, e rispose
balbettando nel medesimo dialetto:
— Sono Lu....ci....gno....lo. —

Page 241

E dopo richiuse gli occhi e spirò.
— Oh! povero Lucignolo! — disse Pinocchio a mezza voce: e presa una
manciata di paglia si rasciugò una lacrima che gli colava giù per il viso.
— Ti commuovi tanto per un asino che non ti costa nulla? — disse
l'ortolano. — Che cosa dovrei far io che lo comprai a quattrini contanti?
— Vi dirò.... era un mio amico....
— Tuo amico?
— Un mio compagno di scuola!...
— Come?! — urlò Giangio dando in una gran risata. — Come?! avevi
dei somari per compagni di scuola?... Figuriamoci i begli studi che devi
aver fatto!... —
Il burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non rispose: ma
prese il suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne tornò alla capanna.
E da quel giorno in poi, continuò più di cinque mesi a levarsi ogni
mattina, prima dell'alba, per andare a girare il bindolo, e guadagnare così
quel bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla salute cagionosa del suo
babbo. Nè si contentò di questo: perchè a tempo avanzato, imparò a
fabbricare anche i canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che ne
ricavava, provvedeva con moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere.
Fra le altre cose costruì da sè stesso un elegante carrettino per condurre a
spasso il suo babbo nelle belle giornate, e per fargli prendere una boccata
d'aria.
Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere. Aveva
comprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso libro, al quale
mancavano il frontespizio e l'indice, e con quello faceva la sua lettura.
Quanto allo scrivere, si serviva di un fuscello temperato a uso penna; e non
avendo nè calamaio nè inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di
sugo di more e di ciliege.

Page 242

Fatto sta che con la sua buona volontà d'ingegnarsi, di lavorare e di
tirarsi avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo
genitore sempre malaticcio, ma per di più aveva potuto mettere da parte
anche quaranta soldi per comprarsi un vestitino nuovo.
Una mattina disse a suo padre:
— Vado qui al mercato vicino a comprarmi una giacchettina, un
berrettino e un paio di scarpe. Quando tornerò a casa — soggiunse ridendo
— sarò vestito così bene, che mi scambierete per un gran signore. —
E uscito di casa, cominciò a correre tutto allegro e contento. Quando a
un tratto sentì chiamarsi per nome, e voltandosi, vide una bella Lumaca che
sbucava fuori dalla siepe.
— Non mi riconosci? — disse la Lumaca.
— Mi pare e non mi pare....
— Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava per cameriera con la Fata
dai capelli turchini? non ti rammenti di quella volta quando scesi a farti
lume, e tu rimanesti con un piede confitto nell'uscio di casa?
— Mi rammento di tutto, — gridò Pinocchio — rispondimi subito,
Lumachina bella; dove hai lasciato la mia buona Fata? che fa? mi ha
perdonato? si ricorda sempre di me? mi vuol sempre bene? è molto lontana
di qui? potrei andare a trovarla? —
A tutte queste domande, fatte precipitosamente e senza ripigliar fiato, la
Lumaca rispose con la sua solita flemma:
— Pinocchio mio! La povera Fata giace in un fondo di letto allo
spedale!....
— Allo spedale?...
— Pur troppo. Colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata, e
non ha più da comprarsi un boccon di pane.

Page 243

— Davvero?... Oh! che gran dolore che mi hai dato! Oh! povera Fatina!
povera Fatina! povera Fatina! Se avessi un milione, correrei a
portarglielo.... Ma io non ho che quaranta soldi.... eccoli qui! andavo giusto
a comprarmi un vestito nuovo. Prendili, Lumaca, e va' a portarli subito alla
mia buona Fata.
— E il tuo vestito nuovo?
— Che m'importa del vestito nuovo? Venderei anche questi cenci che ho
addosso, per poterla aiutare! Va', Lumaca, e spicciati! e fra due giorni
ritorna qui, che spero di poterti dare qualche altro soldo. Finora ho lavorato
per mantenere il mio babbo: da oggi in là, lavorerò cinque ore di più per
mantenere anche la mia buona mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti
aspetto. —
La Lumaca, contro il suo costume, cominciò a correre come una
lucertola nei grandi solleoni d'agosto.
Quando Pinocchio tornò a casa, il suo babbo gli domandò:
— E il vestito nuovo?
— Non mi è stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene.
Pazienza!... Lo comprerò un'altra volta. —
Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino alle dieci, vegliò fino alla
mezzanotte sonata! e invece di far otto canestri di giunco ne fece sedici.
Poi andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli pareva di vedere in
sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio,
gli disse così:
— Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le
monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i
propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre
gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli

Page 244

d'ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l'avvenire, e sarai
felice. —
A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d'occhi
spalancati.
Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia quando, svegliandosi,
si accòrse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato,
invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dètte un'occhiata all'intorno, e invece
delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina
ammobiliata e agghindata con una semplicità quasi elegante. Saltando giù
dal letto, trovò preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un
paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura.
Appena si fu vestito, gli venne fatto, naturalmente di mettere le mani
nelle tasche e tirò fuori un piccolo portamonete d'avorio, sul quale erano
scritte queste parole: «La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro
Pinocchio i quaranta soldi, e lo ringrazia tanto del suo buon cuore.» Aperto
il portafoglio, invece di quaranta soldi di rame, vi luccicavano quaranta
zecchini d'oro tutti nuovi di zecca.
Dopo andò a guardarsi allo specchio e gli parve d'essere un altro. Non
vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide
l'immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli
occhi celesti e con un'aria allegra e festosa come una pasqua di rose.
In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre,
Pinocchio non sapeva più nemmeno lui se era desto davvero o se sognava
sempre a occhi aperti.
— E il mio babbo dov'è? — gridò tutt'a un tratto; ed entrato nella stanza
accanto trovò il vecchio Geppetto sano, arzillo e di buon umore, come una
volta, il quale, avendo ripreso subito la sua professione d'intagliatore, stava

Page 245

appunto disegnando una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di
testine di diversi animali.

Gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola.

— Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo
cambiamento improvviso? — gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e
coprendolo di baci.
— Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo —
disse Geppetto.
— Perchè merito mio?

Page 246

— Perchè quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di
far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche nell'interno delle loro
famiglie.
— E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?
— Eccolo là! — rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino
appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia
ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un
miracolo se stava ritto.
Pinocchio si voltò a guardarlo: e dopo che l'ebbe guardato un poco,
disse dentro di sè con grandissima compiacenza:
— Com'ero buffo, quand'ero un burattino! e come ora son contento di
esser diventato un ragazzino perbene!... —

FINE.

Page 247

Page 248

INDICE

I Come andò che maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che
piangeva e rideva come un bambino Pag. 5
II Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo
prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di
scherma e fare i salti mortali 10
III Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il
nome di Pinocchio. Prime monellerie del burattino 15
IV La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi
hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro 23
V Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello, la
frittata gli vola via dalla finestra 27
VI Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi
piedi tutti bruciati 31
VII Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione che il pover'uomo aveva
portata per sè 34
VIII Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli
l'Abbecedario 40
IX Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatro dei burattini 46

X I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima
festa; ma sul più bello esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre
pericolo di fare una brutta fine 51
XI Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il
suo amico Arlecchino 56
XII Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio perchè le porti
al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e
dal Gatto e se ne va con loro 64
XIII L'osteria del «Gambero Rosso» 72
XIV Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s'imbatte
negli assassini 78
XV Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto lo impiccano a un
ramo della Quercia grande 84

Page 249

XVI La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e
chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto 89
XVII Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi; però quando vede i
becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia, e per
gastigo gli cresce il naso 96
XVIII Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete
nel Campo dei miracoli 105
XIX Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro, e per gastigo si busca quattro mesi
di prigione 113
XX Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la strada
trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola 122
XXI Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can di guardia a
un pollaio 127

XXII Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele vien posto in
libertà 132
XXIII Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un
Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell'acqua per andare in
aiuto del suo babbo Geppetto 137
XXIV Pinocchio arriva all'isola delle «Api industriose» e ritrova la Fata 147
XXV Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perchè è stufo di fare il
burattino e vuol diventare un bravo ragazzo 157
XXVI Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile
Pesce-cane 163
XXVII Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dei quali essendo
rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri 169
XXVIII Pinocchio corre pericolo di esser fritto in padella, come un pesce 180
XXIX Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un
burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di caffè-e-latte per
festeggiare questo grande avvenimento 189
XXX Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico
Lucignolo per il «Paese dei balocchi» 204
XXXI Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con sua gran meraviglia, sente
spuntarsi un bel paio d'orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e
tutto 212
XXXII A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e
comincia a ragliare 226

XXXIII Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una 238
compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e saltare i cerchi: ma una sera

Page 250

azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo
XXXIV Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad essere un burattino
come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane 252
XXXV Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi ritrova? Leggete questo capitolo e
lo saprete 264
XXXVI Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo 276

Page 251

Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Page 252

*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LE AVVENTURE
DI PINOCCHIO: STORIA DI UN BURATTINO ***

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providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
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Section 2. Information about the Mission of Project
Gutenberg

Project Gutenberg is synonymous with the free distribution of electronic
works in formats readable by the widest variety of computers including
obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists because of the

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efforts of hundreds of volunteers and donations from people in all walks of
life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the assistance
they need are critical to reaching Project Gutenberg’s goals and ensuring
that the Project Gutenberg collection will remain freely available for
generations to come. In 2001, the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation was created to provide a secure and permanent future for
Project Gutenberg and future generations. To learn more about the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation and how your efforts and donations
can help, see Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
www.gutenberg.org.

Section 3. Information about the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit 501(c)
(3) educational corporation organized under the laws of the state of
Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue Service.
The Foundation’s EIN or federal tax identification number is 64-6221541.
Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax
deductible to the full extent permitted by U.S. federal laws and your state’s
laws.

The Foundation’s business office is located at 41 Watchung Plaza #516,
Montclair NJ 07042, USA, +1 (862) 621-9288. Email contact links and up
to date contact information can be found at the Foundation’s website and
official page at www.gutenberg.org/contact

Section 4. Information about Donations to the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread
public support and donations to carry out its mission of increasing the
number of public domain and licensed works that can be freely distributed
in machine-readable form accessible by the widest array of equipment

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including outdated equipment. Many small donations ($1 to $5,000) are
particularly important to maintaining tax exempt status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United States.
Compliance requirements are not uniform and it takes a considerable effort,
much paperwork and many fees to meet and keep up with these
requirements. We do not solicit donations in locations where we have not
received written confirmation of compliance. To SEND DONATIONS or
determine the status of compliance for any particular state visit
www.gutenberg.org/donate.

While we cannot and do not solicit contributions from states where we have
not met the solicitation requirements, we know of no prohibition against
accepting unsolicited donations from donors in such states who approach us
with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make any
statements concerning tax treatment of donations received from outside the
United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg web pages for current donation methods
and addresses. Donations are accepted in a number of other ways including
checks, online payments and credit card donations. To donate, please visit:
www.gutenberg.org/donate.

Section 5. General Information About Project Gutenberg
electronic works

Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg
concept of a library of electronic works that could be freely shared with
anyone. For forty years, he produced and distributed Project Gutenberg
eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg eBooks are often created from several printed editions,
all of which are confirmed as not protected by copyright in the U.S. unless a

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copyright notice is included. Thus, we do not necessarily keep eBooks in
compliance with any particular paper edition.

Most people start at our website which has the main PG search facility:
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