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The Project Gutenberg eBook of Ricordi d'infanzia e di scuola
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.
Title: Ricordi d'infanzia e di scuola
Author: Edmondo De Amicis
Release date: April 21, 2020 [eBook #61885]
Most recently updated: October 17, 2024
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/61885
Credits: Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
produced from images made available by The Internet
Archive)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI
D'INFANZIA E DI SCUOLA ***
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Author: Edmondo De Amicis
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D'INFANZIA E DI SCUOLA ***
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RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA
Page 5
Edmondo De AMICIS
RICORDI
d'INFANZIA
e di SCUOLA
SEGUÌTI DA
BAMBOLE E MARIONETTE — GENTE MINIMA
PICCOLI STUDENTI — ADOLESCENTI
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1913
—
Quattordicesimo migliaio.
RICORDI
d'INFANZIA
e di SCUOLA
SEGUÌTI DA
BAMBOLE E MARIONETTE — GENTE MINIMA
PICCOLI STUDENTI — ADOLESCENTI
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1913
—
Quattordicesimo migliaio.
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Proprietà letteraria ed artistica.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Tip. Fratelli Treves.
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tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Tip. Fratelli Treves.
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INDICE
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Al dottore ANGELO BOCCA
Sindaco di Cuneo
caro amico dei miei primi anni
inseparabile nell'animo mio
dalla memoria della città illustre e bella
a cui mi lega amore e reverenza
di figlio.
Sindaco di Cuneo
caro amico dei miei primi anni
inseparabile nell'animo mio
dalla memoria della città illustre e bella
a cui mi lega amore e reverenza
di figlio.
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RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA.
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I primi anni.
La traccia più remota ch'io trovi in me della mia coscienza è quella d'un
giorno che stavo giocando sopra un mucchio di sabbia con un mio
fratellino, maggiore di me di due anni, il quale morì quand'io n'avevo
quattro, non lasciandomi neppure una vaga reminiscenza del suo viso. In
che maniera mi sia rimasta l'immagine di lui in quel punto, e non l'ombra
d'un ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua morte, che avrebbe
dovuto lasciarmi un'impressione profonda, è uno di quei tanti misteri della
memoria, che tenta invano il nostro pensiero. E non è meno misteriosa per
me la certezza assoluta che ebbi sempre, che quella larva con cui giocavo
quel giorno era mio fratello, quantunque non abbia nessuna ragione
d'esserne certo. A me pare che la mia esistenza sia incominciata in quel
momento. Ma dopo di questo ricomincian le tenebre, e non ritrovo più il
lume d'una ricordanza che molto tempo di poi: quello d'avere una volta,
scendendo la scala di casa, contato i miei anni, che eran cinque, sulla punta
delle dita, e d'aver pensato che mi sarei potuto chiamar grande quando per
contar la mia età mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. D'allora in
poi gli avvenimenti di cui mi rammento, benchè separati ancora da molti
spazi oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui monti, sono chiari nella
mia memoria come quelli dei periodi più recenti della mia vita.
*
Mio padre, genovese, era banchiere regio dei sali e tabacchi in una piccola
città del Piemonte, che è per il sito e per i dintorni una delle più belle
d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano, che si protende a punta e
sovrasta al confluente d'un fiume e d'un torrente, i quali la cingono come
d'un abbraccio; e di là dalle rive si stende, ascendendo ad anfiteatro, una
campagna floridissima, tutta macchie e vigneti, coronata dalle Alpi
imminenti. Tutti i ricordi dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde
vivo di quella campagna, sull'azzurro chiaro di quelle acque, sulla neve
La traccia più remota ch'io trovi in me della mia coscienza è quella d'un
giorno che stavo giocando sopra un mucchio di sabbia con un mio
fratellino, maggiore di me di due anni, il quale morì quand'io n'avevo
quattro, non lasciandomi neppure una vaga reminiscenza del suo viso. In
che maniera mi sia rimasta l'immagine di lui in quel punto, e non l'ombra
d'un ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua morte, che avrebbe
dovuto lasciarmi un'impressione profonda, è uno di quei tanti misteri della
memoria, che tenta invano il nostro pensiero. E non è meno misteriosa per
me la certezza assoluta che ebbi sempre, che quella larva con cui giocavo
quel giorno era mio fratello, quantunque non abbia nessuna ragione
d'esserne certo. A me pare che la mia esistenza sia incominciata in quel
momento. Ma dopo di questo ricomincian le tenebre, e non ritrovo più il
lume d'una ricordanza che molto tempo di poi: quello d'avere una volta,
scendendo la scala di casa, contato i miei anni, che eran cinque, sulla punta
delle dita, e d'aver pensato che mi sarei potuto chiamar grande quando per
contar la mia età mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. D'allora in
poi gli avvenimenti di cui mi rammento, benchè separati ancora da molti
spazi oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui monti, sono chiari nella
mia memoria come quelli dei periodi più recenti della mia vita.
*
Mio padre, genovese, era banchiere regio dei sali e tabacchi in una piccola
città del Piemonte, che è per il sito e per i dintorni una delle più belle
d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano, che si protende a punta e
sovrasta al confluente d'un fiume e d'un torrente, i quali la cingono come
d'un abbraccio; e di là dalle rive si stende, ascendendo ad anfiteatro, una
campagna floridissima, tutta macchie e vigneti, coronata dalle Alpi
imminenti. Tutti i ricordi dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde
vivo di quella campagna, sull'azzurro chiaro di quelle acque, sulla neve
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luminosa di quelle alte montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che
guardava da una parte sul fiume, e aveva a terreno l'ufficio e i magazzini, e
davanti un giardino, un orto, due grandi pergolati, e un vasto cortile; il quale
si riempiva due volte la settimana dei carri dei rivenditori, discesi a far le
provviste fin dai villaggi più lontani del circondario; e quei giorni era un
moto, un traffico, un rumorìo di mercato, nel quale io mi tuffavo con gran
piacere, correndo qua e là fra le bestie e la gente e su per i sacchi e le casse,
curioso e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal pensiero che tutto
quell'affaccendamento mettesse capo a mio padre, che mi pareva un
personaggio più potente d'un ministro. Ma le impressioni più belle e più
forti di quei primi anni furono quelle che ebbi dalla natura: tanto belle che,
ripensando a quel tempo, mi pare che non ci siano più stati al mondo
splendori di sole così sfolgoranti, lumi di luna così limpidi, primavere così
fresche e così odorose; tanto forti che anche ora il piacere che mi dànno
l'aurora, il tramonto, la pioggia, la neve, l'odor della terra e il profumo delle
rose e delle viole, deriva in gran parte dal ricordo delle sensazioni che tutte
quelle cose mi destavano allora. Per il luogo e per le circostanze in cui
trascorsi la mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. Mi è sempre
stato un conforto dolcissimo il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di
quella vasta bellezza alpina, in quella casa grande e sonora, inondata di luce
e scossa dai venti, tra il verde di quel giardino che mi pareva immenso, in
mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, di lavoro e di grida, che
metteva in moto ogni momento la mia immaginazione e le mie gambe, e mi
faceva vivere una vita intensa e varia, tra cittadina e campestre, un po' da
figliuol di signore e un po' da ragazzo d'officina, libera e vigorosa come
l'aria purissima che respiravo.
*
Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora sorridere, è la condizione
singolare in cui mi trovavo davanti a mia madre e a mio padre in riguardo
del linguaggio. Portato via, che non avevo ancor due anni, da Oneglia,
dov'ero nato e cominciavo a balbettare il genovese, e trapiantato in una città
dove si parlava un dialetto diversissimo, avevo scordato quello affatto, e
imparato questo dalle persone di servizio e dai miei nuovi concittadini
coetanei avanti che i miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; perchè
guardava da una parte sul fiume, e aveva a terreno l'ufficio e i magazzini, e
davanti un giardino, un orto, due grandi pergolati, e un vasto cortile; il quale
si riempiva due volte la settimana dei carri dei rivenditori, discesi a far le
provviste fin dai villaggi più lontani del circondario; e quei giorni era un
moto, un traffico, un rumorìo di mercato, nel quale io mi tuffavo con gran
piacere, correndo qua e là fra le bestie e la gente e su per i sacchi e le casse,
curioso e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal pensiero che tutto
quell'affaccendamento mettesse capo a mio padre, che mi pareva un
personaggio più potente d'un ministro. Ma le impressioni più belle e più
forti di quei primi anni furono quelle che ebbi dalla natura: tanto belle che,
ripensando a quel tempo, mi pare che non ci siano più stati al mondo
splendori di sole così sfolgoranti, lumi di luna così limpidi, primavere così
fresche e così odorose; tanto forti che anche ora il piacere che mi dànno
l'aurora, il tramonto, la pioggia, la neve, l'odor della terra e il profumo delle
rose e delle viole, deriva in gran parte dal ricordo delle sensazioni che tutte
quelle cose mi destavano allora. Per il luogo e per le circostanze in cui
trascorsi la mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. Mi è sempre
stato un conforto dolcissimo il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di
quella vasta bellezza alpina, in quella casa grande e sonora, inondata di luce
e scossa dai venti, tra il verde di quel giardino che mi pareva immenso, in
mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, di lavoro e di grida, che
metteva in moto ogni momento la mia immaginazione e le mie gambe, e mi
faceva vivere una vita intensa e varia, tra cittadina e campestre, un po' da
figliuol di signore e un po' da ragazzo d'officina, libera e vigorosa come
l'aria purissima che respiravo.
*
Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora sorridere, è la condizione
singolare in cui mi trovavo davanti a mia madre e a mio padre in riguardo
del linguaggio. Portato via, che non avevo ancor due anni, da Oneglia,
dov'ero nato e cominciavo a balbettare il genovese, e trapiantato in una città
dove si parlava un dialetto diversissimo, avevo scordato quello affatto, e
imparato questo dalle persone di servizio e dai miei nuovi concittadini
coetanei avanti che i miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; perchè
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ai bambini il linguaggio che intendono dai compagni di gioco e dagli
inferiori ossequiosi si attacca più prontamente di quello che sentono in casa.
Ne seguì che per un bel pezzo mia madre ed io ci capimmo poco o punto;
ed eran scene comiche, che facevan ridere tutti i presenti, quando essa mi
dava una lavatina di testa in genovese ed io mi giustificavo e protestavo in
piemontese, e la disputa andava per le lunghe, essendo grammatica tedesca
per ciascuna parte le argomentazioni dell'altra; tanto che molte volte, per
finirla, bisognava chiamare per interprete uno dei miei fratelli. E così a
tavola due volte il giorno, essendo io il solo che parlasse il nuovo dialetto e
non capisse l'altro, feci per molto tempo la figura d'un forestiero intruso,
d'un trovatello raccolto nella città nuova, impacciato a chieder molte cose e
costretto spesso al silenzio, come quei viaggiatori che si trovano solitari a
una tavola rotonda d'albergo in mezzo a commensali di un'altra nazione.
Non fu che anni dopo che cominciai a parlare in casa il mio dialetto
d'origine, che ora posseggo quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il
colore del concio piemontese, e però son sempre rimasto il più piemontese
della famiglia; benchè, passata la prima gioventù, mi sia nato e andato
crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente delle memorie
familiari, un affetto dolce e profondo per la mia regione nativa.
*
Fra le memorie della mia infanzia tiene un posto di principessa, accanto a
mia madre regina, una vecchia serva, uno dei cuori più buoni e più dolci
ch'io abbia conosciuto al mondo; della quale ho davanti agli occhi,
lucidissimo, il piccolo viso sorridente, vero specchio dell'anima, e sento
ancora la voce amorosa e tremola, di cui si diceva in casa che pareva la
voce d'un'anima del purgatorio. Si chiamava Maddalena. Era come una
seconda madre per me: nascondeva le mie piccole malefatte, si rallegrava
come una bambina d'ogni mia gioia, s'affannava d'ogni mia sbucciatura
come d'una grande disgrazia, e mi dava dei santi consigli dalla mattina alla
sera; ed io le volevo bene come un figliuolo, le stavo appiccicato alle
sottane ore intere, a farmi raccontar cento volte le stesse storielle, che mi
parevan portenti di fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere al suono
del suo canto lamentevole, che somigliava alle nenie degli Arabi. Posso dire
che le ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare che, se c'è un mondo
inferiori ossequiosi si attacca più prontamente di quello che sentono in casa.
Ne seguì che per un bel pezzo mia madre ed io ci capimmo poco o punto;
ed eran scene comiche, che facevan ridere tutti i presenti, quando essa mi
dava una lavatina di testa in genovese ed io mi giustificavo e protestavo in
piemontese, e la disputa andava per le lunghe, essendo grammatica tedesca
per ciascuna parte le argomentazioni dell'altra; tanto che molte volte, per
finirla, bisognava chiamare per interprete uno dei miei fratelli. E così a
tavola due volte il giorno, essendo io il solo che parlasse il nuovo dialetto e
non capisse l'altro, feci per molto tempo la figura d'un forestiero intruso,
d'un trovatello raccolto nella città nuova, impacciato a chieder molte cose e
costretto spesso al silenzio, come quei viaggiatori che si trovano solitari a
una tavola rotonda d'albergo in mezzo a commensali di un'altra nazione.
Non fu che anni dopo che cominciai a parlare in casa il mio dialetto
d'origine, che ora posseggo quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il
colore del concio piemontese, e però son sempre rimasto il più piemontese
della famiglia; benchè, passata la prima gioventù, mi sia nato e andato
crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente delle memorie
familiari, un affetto dolce e profondo per la mia regione nativa.
*
Fra le memorie della mia infanzia tiene un posto di principessa, accanto a
mia madre regina, una vecchia serva, uno dei cuori più buoni e più dolci
ch'io abbia conosciuto al mondo; della quale ho davanti agli occhi,
lucidissimo, il piccolo viso sorridente, vero specchio dell'anima, e sento
ancora la voce amorosa e tremola, di cui si diceva in casa che pareva la
voce d'un'anima del purgatorio. Si chiamava Maddalena. Era come una
seconda madre per me: nascondeva le mie piccole malefatte, si rallegrava
come una bambina d'ogni mia gioia, s'affannava d'ogni mia sbucciatura
come d'una grande disgrazia, e mi dava dei santi consigli dalla mattina alla
sera; ed io le volevo bene come un figliuolo, le stavo appiccicato alle
sottane ore intere, a farmi raccontar cento volte le stesse storielle, che mi
parevan portenti di fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere al suono
del suo canto lamentevole, che somigliava alle nenie degli Arabi. Posso dire
che le ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare che, se c'è un mondo
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di là, dove dobbiamo rivedere le persone care, sarà lei una delle prime che
cercherò nello sciame bianco, e di quelle a cui volerò incontro con un
remeggio d'ali più vigoroso. Strani giochi della memoria! Perchè essa mi
condusse una sera con altri ragazzi a fare i rotoloni giù per una china, verso
il fiume, dov'erano moltissime lucciole, la sua immagine mi si presenta
quasi sempre coronata di lucciole, come la Madonna di stelle; e perchè fu
lei che m'insegnò a intrecciar coroncine coi fiori rossi e azzurri che fanno
tra il grano, oggi ancora mi balena davanti il suo viso ogni volta che vedo
accoppiati, o in natura o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta impressa
così addentro nel cuore quella buona donna, che anche al presente, quando
sogno qualche mio grande dolore, vedo qualche volta lei, con la rocca
infilata nella cintura del grembiale, che mi guarda con viso ansioso, come
faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la sua voce dolce che mi dice
parole confuse di compassione e di conforto. Ah! se la rivedessi viva,
quando mi risveglio da quei sogni, come darei ancora il capo bianco alle
sue braccia, con che dolcezza piangerei ancora sulle ginocchia della mia
vecchia Maddalena!
*
Non per altro che per ignoranza, con l'intento di ricrearmi, fu lei che fece di
me per un certo tempo una delle vittime più compassionevoli, che siano
state mai, del terrore dei fantasmi; e questo con un solo racconto, che essa
disse sbadatamente, filando — me ne ricordo bene — e dando ogni tanto
un'occhiata alla pentola, dove bolliva la minestra per la cena. Era la storia
della Morte, che, beffata da un ragazzo, gli annunzia che verrà a pigliarlo
nel letto la notte; e il ragazzo, la notte, sente prima il passo di lei per la
strada, poi all'uscio della camera, poi dentro; e infine la Morte se lo porta
via. Questa storia mi diede una vera malattia di paura. D'immaginazione
viva com'ero, io sentivo veramente, da letto, il passo della Morte, e
rabbrividivo, sudavo freddo, tremavo da battere i denti; saltai più d'una
volta giù dal letto e corsi nella camera di mia madre, gridando aiuto. E da
quello mi nacquero cento altri terrori. Per molti giorni mi atterrì la
solitudine anche di giorno; tremai alla vista improvvisa d'un lenzuolo steso,
che mi pareva il mantello dello spettro; ebbi paura d'un vecchio
allampanato, che da una finestra d'un ospizio di cronici, che prospettava la
cercherò nello sciame bianco, e di quelle a cui volerò incontro con un
remeggio d'ali più vigoroso. Strani giochi della memoria! Perchè essa mi
condusse una sera con altri ragazzi a fare i rotoloni giù per una china, verso
il fiume, dov'erano moltissime lucciole, la sua immagine mi si presenta
quasi sempre coronata di lucciole, come la Madonna di stelle; e perchè fu
lei che m'insegnò a intrecciar coroncine coi fiori rossi e azzurri che fanno
tra il grano, oggi ancora mi balena davanti il suo viso ogni volta che vedo
accoppiati, o in natura o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta impressa
così addentro nel cuore quella buona donna, che anche al presente, quando
sogno qualche mio grande dolore, vedo qualche volta lei, con la rocca
infilata nella cintura del grembiale, che mi guarda con viso ansioso, come
faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la sua voce dolce che mi dice
parole confuse di compassione e di conforto. Ah! se la rivedessi viva,
quando mi risveglio da quei sogni, come darei ancora il capo bianco alle
sue braccia, con che dolcezza piangerei ancora sulle ginocchia della mia
vecchia Maddalena!
*
Non per altro che per ignoranza, con l'intento di ricrearmi, fu lei che fece di
me per un certo tempo una delle vittime più compassionevoli, che siano
state mai, del terrore dei fantasmi; e questo con un solo racconto, che essa
disse sbadatamente, filando — me ne ricordo bene — e dando ogni tanto
un'occhiata alla pentola, dove bolliva la minestra per la cena. Era la storia
della Morte, che, beffata da un ragazzo, gli annunzia che verrà a pigliarlo
nel letto la notte; e il ragazzo, la notte, sente prima il passo di lei per la
strada, poi all'uscio della camera, poi dentro; e infine la Morte se lo porta
via. Questa storia mi diede una vera malattia di paura. D'immaginazione
viva com'ero, io sentivo veramente, da letto, il passo della Morte, e
rabbrividivo, sudavo freddo, tremavo da battere i denti; saltai più d'una
volta giù dal letto e corsi nella camera di mia madre, gridando aiuto. E da
quello mi nacquero cento altri terrori. Per molti giorni mi atterrì la
solitudine anche di giorno; tremai alla vista improvvisa d'un lenzuolo steso,
che mi pareva il mantello dello spettro; ebbi paura d'un vecchio
allampanato, che da una finestra d'un ospizio di cronici, che prospettava la
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mia casa, mi guardava lungamente, quando giocavo nel cortile; e credo che
mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato di fibra molto robusta. È
ancora così forte in me il ricordo di quei tormenti che quando in una casa o
in un giardino pubblico vedo una governante nell'atto di raccontare una
favola a dei bambini, provo un senso d'inquietudine, e son tentato
d'avvicinarmele, per assicurarmi che non racconti loro nulla di terribile, e
per pregarla di smettere, quando ciò fosse. Povera Maddalena! Essa rimase
più spaventata di me degli effetti della sua imprudenza, e fece punto fermo
coi suoi racconti, inesorabilmente; ciò che le alleggerì di molto le fatiche
del servizio, perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla tortura il suo
povero cervello, che non era quello del Dumas padre, sebbene io le
concedessi un uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! mai più! —
rispondeva alle mie preghiere. — Che nostro Signore mi perdoni, povera
testa voida che sono stata!
*
I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno dei nostri facchini, il quale
abitava in una casetta accanto al portone del cortile, e faceva anche da
portinaio. Erano una tribù di ciabattoni, che facevano scala, come le canne
degli organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne saltava fuori dalla casetta
uno nuovo. Per me, figliuolo del padrone, avevano un certo ossequio di
servitorelli, e mi ricordo che inclinavo ad abusarne. Ma su questo punto mio
padre e mia madre erano severi, non me ne lasciavano passar una, ed è una
delle cose di cui son loro più grato. Non si lasciavano sfuggire un'occasione
di rintuzzare in me l'orgoglio signorile, d'inculcarmi il sentimento
dell'uguaglianza e il rispetto della povertà. In ogni litigio che nascesse fra
me e i piccoli mangiatori di polenta, se io non avevo proprio della ragione
da buttar via, mi davano torto. E quando commettevo qualche grossa
prepotenza, mia madre aveva un modo particolare di farmi ravvedere e
chieder scusa: coglieva quel momento per fare alla famiglia uno dei regali
soliti di biancheria o d'abiti smessi, che per quella povera gente era tanta
manna, e voleva che portassi io stesso la roba, non accompagnato. Con la
soddisfazione del compiere l'atto benefico m'entrava nel cuore il pentimento
del sopruso, e con questo la vergogna; la quale alle volte mi teneva un
pezzo titubante e mi faceva fare molti zig zag nel cortile, prima di
mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato di fibra molto robusta. È
ancora così forte in me il ricordo di quei tormenti che quando in una casa o
in un giardino pubblico vedo una governante nell'atto di raccontare una
favola a dei bambini, provo un senso d'inquietudine, e son tentato
d'avvicinarmele, per assicurarmi che non racconti loro nulla di terribile, e
per pregarla di smettere, quando ciò fosse. Povera Maddalena! Essa rimase
più spaventata di me degli effetti della sua imprudenza, e fece punto fermo
coi suoi racconti, inesorabilmente; ciò che le alleggerì di molto le fatiche
del servizio, perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla tortura il suo
povero cervello, che non era quello del Dumas padre, sebbene io le
concedessi un uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! mai più! —
rispondeva alle mie preghiere. — Che nostro Signore mi perdoni, povera
testa voida che sono stata!
*
I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno dei nostri facchini, il quale
abitava in una casetta accanto al portone del cortile, e faceva anche da
portinaio. Erano una tribù di ciabattoni, che facevano scala, come le canne
degli organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne saltava fuori dalla casetta
uno nuovo. Per me, figliuolo del padrone, avevano un certo ossequio di
servitorelli, e mi ricordo che inclinavo ad abusarne. Ma su questo punto mio
padre e mia madre erano severi, non me ne lasciavano passar una, ed è una
delle cose di cui son loro più grato. Non si lasciavano sfuggire un'occasione
di rintuzzare in me l'orgoglio signorile, d'inculcarmi il sentimento
dell'uguaglianza e il rispetto della povertà. In ogni litigio che nascesse fra
me e i piccoli mangiatori di polenta, se io non avevo proprio della ragione
da buttar via, mi davano torto. E quando commettevo qualche grossa
prepotenza, mia madre aveva un modo particolare di farmi ravvedere e
chieder scusa: coglieva quel momento per fare alla famiglia uno dei regali
soliti di biancheria o d'abiti smessi, che per quella povera gente era tanta
manna, e voleva che portassi io stesso la roba, non accompagnato. Con la
soddisfazione del compiere l'atto benefico m'entrava nel cuore il pentimento
del sopruso, e con questo la vergogna; la quale alle volte mi teneva un
pezzo titubante e mi faceva fare molti zig zag nel cortile, prima di
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presentarmi; e provavo poi un grande piacere quando, nel porger l'involto
alla mamma, vedevo il piccolo offeso sorridermi, facendo capolino di dietro
all'uscio, dove s'era rimpiattato al mio apparire. Il mio prediletto era
Franceschino, un trippettino biondo, d'un par d'anni più di me, gran
cacciatore di lumache al cospetto di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle
crepe dei muri, e le faceva arrostire a modo suo, per semplice formalità, con
un fiammifero. Un giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte da un sasso
ch'egli aveva lanciato in aria alla cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse
mia madre, e un momento dopo la portinaia, che s'avventò sul ragazzo
come una furia per pestargli le ossa. Questi, scappando in giro come una
rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia madre l'arrestò, e mentre
m'aspettavo che facesse lei le mie vendette, gli mise le mani sul capo e se lo
strinse al petto, per difenderlo, dicendo alla donna: — Non l'ha fatto
apposta, non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi cacciò dall'animo
come per incanto ogni risentimento, e quasi non sentii più il dolore. Questo
si chiama educare.
*
Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo dipinto a fresco sulla vôlta
d'una cappella del duomo, dove andavo la domenica a sentir la messa con la
famiglia: un'alta figura alata, ravvolta in un camicione bianco, di viso
soavissimo, che pareva mi guardasse coi suoi grandi occhi azzurri. Fu
quella figura che mi destò il primo sentimento religioso, facendomi pensare
quanto fosse dolce il vivere dopo la morte in mezzo a migliaia di creature
così belle, buone e bianche, seduto sopra le nuvole, dentro una gran luce
rosata, in un'aria odorosa d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che
pensavo a quell'angiolo ogni sera, mentre dicevo il Paternoster e
l'Avemaria, prima di andare a letto, e che davo con l'immaginazione la sua
forma all'angelo custode che credetti fermamente, per un pezzo, mi venisse
accanto dalla mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo che sovente, nei
miei giochi, m'interrompevo, per domandarmi dov'egli stesse in quel
momento, se davanti a me o alle spalle o dai lati, se vicinissimo o un po'
discosto, se con l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo attorno,
qualche volta, con la vaga idea, se non di veder lui in persona, almeno
qualche indizio della sua presenza, alcun che di bianco, una forma
alla mamma, vedevo il piccolo offeso sorridermi, facendo capolino di dietro
all'uscio, dove s'era rimpiattato al mio apparire. Il mio prediletto era
Franceschino, un trippettino biondo, d'un par d'anni più di me, gran
cacciatore di lumache al cospetto di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle
crepe dei muri, e le faceva arrostire a modo suo, per semplice formalità, con
un fiammifero. Un giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte da un sasso
ch'egli aveva lanciato in aria alla cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse
mia madre, e un momento dopo la portinaia, che s'avventò sul ragazzo
come una furia per pestargli le ossa. Questi, scappando in giro come una
rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia madre l'arrestò, e mentre
m'aspettavo che facesse lei le mie vendette, gli mise le mani sul capo e se lo
strinse al petto, per difenderlo, dicendo alla donna: — Non l'ha fatto
apposta, non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi cacciò dall'animo
come per incanto ogni risentimento, e quasi non sentii più il dolore. Questo
si chiama educare.
*
Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo dipinto a fresco sulla vôlta
d'una cappella del duomo, dove andavo la domenica a sentir la messa con la
famiglia: un'alta figura alata, ravvolta in un camicione bianco, di viso
soavissimo, che pareva mi guardasse coi suoi grandi occhi azzurri. Fu
quella figura che mi destò il primo sentimento religioso, facendomi pensare
quanto fosse dolce il vivere dopo la morte in mezzo a migliaia di creature
così belle, buone e bianche, seduto sopra le nuvole, dentro una gran luce
rosata, in un'aria odorosa d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che
pensavo a quell'angiolo ogni sera, mentre dicevo il Paternoster e
l'Avemaria, prima di andare a letto, e che davo con l'immaginazione la sua
forma all'angelo custode che credetti fermamente, per un pezzo, mi venisse
accanto dalla mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo che sovente, nei
miei giochi, m'interrompevo, per domandarmi dov'egli stesse in quel
momento, se davanti a me o alle spalle o dai lati, se vicinissimo o un po'
discosto, se con l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo attorno,
qualche volta, con la vaga idea, se non di veder lui in persona, almeno
qualche indizio della sua presenza, alcun che di bianco, una forma
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vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo la fede, se così può chiamarsi quello
che allora sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto paura dell'inferno, al
quale quasi neppur pensavo, come a una cosa che non riguardasse i ragazzi.
La religione era per me come la visione confusa d'una grande bellezza e un
sentimento indeterminato di tenerezza e di bontà per tutti e per tutto, fin per
i più piccoli insetti, che nei giorni di zelo più vivo badavo a scansare coi
piedi. Dal che seguì che quando ebbi in chiesa le prime lezioni di
catechismo dal parroco, che non ci metteva nè miele nè fiori, mi parve che
m'avessero mutata la materia, e, senza rendermene chiara ragione, rimasi
male, come uno che, aprendo un libro con l'idea di leggere un poema, si
ritrovi sotto gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special modo, senza
però turbarmi, quel nodoso dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto di
minacciare le pene eterne. Quando facevo a mia madre qualche domanda
relativa alla religione, non la interrogavo mai che sul paradiso, che era per
me l'oggetto d'una curiosità vivissima, e intorno al quale pensavo che i
grandi avessero delle cognizioni molto più precise che i bambini. E quando
udivo dire d'una persona morta: — È andata in paradiso, — credevo che si
dicesse per aver visto veramente qualche cosa di quella persona, come
un'ombra o una fiamma, volare in alto e perdersi nell'azzurro. Quel pensiero
del paradiso fu così forte allora nella mia mente, che mi attrassero poi
sempre, anche nell'età matura, e mi dilettarono vivamente l'immaginazione
tutte quelle scene di teatro, anche rappresentate alla peggio, nelle quali per
uno squarcio delle nuvole, a traverso a un velo bianco trasparente, si
vedono in un fondo luminoso delle vaghe figure celesti, sedute in vari
ordini di seggi, come nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il
paradiso in una baracca di burattini ci ho altrettanto piacere che il più
piccolo degli spettatori.
*
L'angelo custode non mi guardò dal crup, al quale scampai per miracolo,
dopo che il medico m'aveva dato per perso. Non ho memoria alcuna dei
patimenti provati, che furono atroci, come seppi poi da mia madre, poichè,
già soffocato a mezzo, durai per ore a rantolare e ad annaspar con le mani,
come un naufrago, rimovendo da me chiunque mi s'accostasse, come se mi
rubassero l'aria, e supplicando coi cenni che si spalancasse la finestra.
che allora sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto paura dell'inferno, al
quale quasi neppur pensavo, come a una cosa che non riguardasse i ragazzi.
La religione era per me come la visione confusa d'una grande bellezza e un
sentimento indeterminato di tenerezza e di bontà per tutti e per tutto, fin per
i più piccoli insetti, che nei giorni di zelo più vivo badavo a scansare coi
piedi. Dal che seguì che quando ebbi in chiesa le prime lezioni di
catechismo dal parroco, che non ci metteva nè miele nè fiori, mi parve che
m'avessero mutata la materia, e, senza rendermene chiara ragione, rimasi
male, come uno che, aprendo un libro con l'idea di leggere un poema, si
ritrovi sotto gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special modo, senza
però turbarmi, quel nodoso dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto di
minacciare le pene eterne. Quando facevo a mia madre qualche domanda
relativa alla religione, non la interrogavo mai che sul paradiso, che era per
me l'oggetto d'una curiosità vivissima, e intorno al quale pensavo che i
grandi avessero delle cognizioni molto più precise che i bambini. E quando
udivo dire d'una persona morta: — È andata in paradiso, — credevo che si
dicesse per aver visto veramente qualche cosa di quella persona, come
un'ombra o una fiamma, volare in alto e perdersi nell'azzurro. Quel pensiero
del paradiso fu così forte allora nella mia mente, che mi attrassero poi
sempre, anche nell'età matura, e mi dilettarono vivamente l'immaginazione
tutte quelle scene di teatro, anche rappresentate alla peggio, nelle quali per
uno squarcio delle nuvole, a traverso a un velo bianco trasparente, si
vedono in un fondo luminoso delle vaghe figure celesti, sedute in vari
ordini di seggi, come nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il
paradiso in una baracca di burattini ci ho altrettanto piacere che il più
piccolo degli spettatori.
*
L'angelo custode non mi guardò dal crup, al quale scampai per miracolo,
dopo che il medico m'aveva dato per perso. Non ho memoria alcuna dei
patimenti provati, che furono atroci, come seppi poi da mia madre, poichè,
già soffocato a mezzo, durai per ore a rantolare e ad annaspar con le mani,
come un naufrago, rimovendo da me chiunque mi s'accostasse, come se mi
rubassero l'aria, e supplicando coi cenni che si spalancasse la finestra.
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Ricordo soltanto che stavo spesso con l'orecchio teso per sentire se cantasse
il corvo di fuori, perchè m'aveva detto Franceschino che il giorno prima
della morte di mio fratello s'era sentito cantare un corvo sul tetto della casa.
Ricordo d'aver visto per un momento ritta accanto al mio letto la forma nera
del parroco. E un'altra cosa m'è rimasta in mente, che ancora mi fa fremere.
Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, mio padre e mia madre
l'accompagnarono nella stanza accanto; donde mi venne all'orecchio un
suono di voci sommesse, e poi un'esclamazione terribile di mio padre: —
Anche questo! —; terribile al mio cuore in appresso, quando seppi che
significava: — Anche questo figliuolo mi è tolto, — poichè il medico gli
aveva levata in quel punto ogni speranza; ma non già allora, perchè non
compresi. E così non compresi perchè mio padre, poco dopo, si sedesse a
un piccolo tavolino accosto al letto, e menasse la matita sopra un foglio di
carta, guardandomi spesso attentamente. Mi fu detto poi che, compiendo
uno sforzo eroico, egli m'aveva fatto il ritratto a matita, per avere almeno
quella memoria del mio viso, non ci essendo ancora in città, a quel tempo,
nessun fotografo. Povero padre mio! Conservo ancora quel ritratto che mi
fu lasciato da mia madre, e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, a
pensare con quale strazio nell'animo furono fatti da lui tutti quei tratti
minutissimi, che paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente
quell'arruffio di riccioli bruni, sui quali egli era già preparato a darmi
l'ultimo bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei parenti, la
convalescenza, tutto è svanito dalla mia mente. Non mi rammento che la
prima volta che fui riportato nel giardino, con un cuffietto in capo e un
fazzoletto al collo, accompagnato a festa da tutti i miei, seguiti dalla povera
Maddalena che piangeva dalla consolazione; rammento che era una mattina
di primavera, e che provai un piacere delizioso, come se m'apparisse per la
prima volta ogni cosa, al riveder la luce del sole, gli alberi fioriti, e il gatto,
che si arrestò a guardarmi, stupito.
*
Fra quella e la prima impressione della scuola ne ricordo un'altra, che ebbi
dalla prima cognizione d'un grande dolore umano, e che vorrei poter
cancellare dalla mia memoria, in cui è incisa come una ferita nella carne.
C'era accanto alla nostra casa l'ospedale militare, e davanti a questo una
il corvo di fuori, perchè m'aveva detto Franceschino che il giorno prima
della morte di mio fratello s'era sentito cantare un corvo sul tetto della casa.
Ricordo d'aver visto per un momento ritta accanto al mio letto la forma nera
del parroco. E un'altra cosa m'è rimasta in mente, che ancora mi fa fremere.
Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, mio padre e mia madre
l'accompagnarono nella stanza accanto; donde mi venne all'orecchio un
suono di voci sommesse, e poi un'esclamazione terribile di mio padre: —
Anche questo! —; terribile al mio cuore in appresso, quando seppi che
significava: — Anche questo figliuolo mi è tolto, — poichè il medico gli
aveva levata in quel punto ogni speranza; ma non già allora, perchè non
compresi. E così non compresi perchè mio padre, poco dopo, si sedesse a
un piccolo tavolino accosto al letto, e menasse la matita sopra un foglio di
carta, guardandomi spesso attentamente. Mi fu detto poi che, compiendo
uno sforzo eroico, egli m'aveva fatto il ritratto a matita, per avere almeno
quella memoria del mio viso, non ci essendo ancora in città, a quel tempo,
nessun fotografo. Povero padre mio! Conservo ancora quel ritratto che mi
fu lasciato da mia madre, e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, a
pensare con quale strazio nell'animo furono fatti da lui tutti quei tratti
minutissimi, che paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente
quell'arruffio di riccioli bruni, sui quali egli era già preparato a darmi
l'ultimo bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei parenti, la
convalescenza, tutto è svanito dalla mia mente. Non mi rammento che la
prima volta che fui riportato nel giardino, con un cuffietto in capo e un
fazzoletto al collo, accompagnato a festa da tutti i miei, seguiti dalla povera
Maddalena che piangeva dalla consolazione; rammento che era una mattina
di primavera, e che provai un piacere delizioso, come se m'apparisse per la
prima volta ogni cosa, al riveder la luce del sole, gli alberi fioriti, e il gatto,
che si arrestò a guardarmi, stupito.
*
Fra quella e la prima impressione della scuola ne ricordo un'altra, che ebbi
dalla prima cognizione d'un grande dolore umano, e che vorrei poter
cancellare dalla mia memoria, in cui è incisa come una ferita nella carne.
C'era accanto alla nostra casa l'ospedale militare, e davanti a questo una
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casetta, dove abitava l'amministratore, tenente di fanteria, con sua moglie:
una coppia simpatica alla città intera, che parevano fratello e sorella, e che
io vedevo spesso dalla finestra passare sul viale dei bastioni, con due
bambini bellissimi, fra i quattro e i sei anni, che tutti ammiravano. Una
mattina, tornando con Maddalena da una passeggiata, vedemmo molta
gente che s'affollava davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai bersaglieri
di guardia, tutti col viso alzato verso le finestre della piccola casa, dalle
quali, tra varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo di donna
violento, strozzato, disperato, più somigliante all'urlo che al pianto, e che a
molti della folla strappava le lacrime. Maddalena interrogò qualcuno. La
risposta gelò il sangue a me pure, benchè bambino. Era accaduto questo:
che il farmacista dell'ospedale, dovendo mandare della santonina per i due
bimbi malati, aveva mandato invece della stricnina, e le due povere
creature, prese le polveri a un tempo, erano morte quasi nello stesso punto
fra le braccia del padre e della madre. La buona Maddalena si cacciò le
mani nei capelli e si diede a esclamare senza fine, piangendo dirotto: — Ah
povera gente! Ah povera gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo
sull'uscio di casa, che era l'ora di desinare, mi raccomandò in fretta di non
dir nulla alla mamma, chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena entrata, al
veder mia madre seduta, che piangeva, con la fronte nelle mani,
comprendendo che già sapeva, proruppe in un'esclamazione d'angoscia
quasi collerica, che mi scosse il cuore, benchè io non capissi ancora che era
un'eco del grido eterno dell'umanità flagellata: — Signore Iddio
misericordioso, come possono accadere di queste cose!
una coppia simpatica alla città intera, che parevano fratello e sorella, e che
io vedevo spesso dalla finestra passare sul viale dei bastioni, con due
bambini bellissimi, fra i quattro e i sei anni, che tutti ammiravano. Una
mattina, tornando con Maddalena da una passeggiata, vedemmo molta
gente che s'affollava davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai bersaglieri
di guardia, tutti col viso alzato verso le finestre della piccola casa, dalle
quali, tra varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo di donna
violento, strozzato, disperato, più somigliante all'urlo che al pianto, e che a
molti della folla strappava le lacrime. Maddalena interrogò qualcuno. La
risposta gelò il sangue a me pure, benchè bambino. Era accaduto questo:
che il farmacista dell'ospedale, dovendo mandare della santonina per i due
bimbi malati, aveva mandato invece della stricnina, e le due povere
creature, prese le polveri a un tempo, erano morte quasi nello stesso punto
fra le braccia del padre e della madre. La buona Maddalena si cacciò le
mani nei capelli e si diede a esclamare senza fine, piangendo dirotto: — Ah
povera gente! Ah povera gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo
sull'uscio di casa, che era l'ora di desinare, mi raccomandò in fretta di non
dir nulla alla mamma, chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena entrata, al
veder mia madre seduta, che piangeva, con la fronte nelle mani,
comprendendo che già sapeva, proruppe in un'esclamazione d'angoscia
quasi collerica, che mi scosse il cuore, benchè io non capissi ancora che era
un'eco del grido eterno dell'umanità flagellata: — Signore Iddio
misericordioso, come possono accadere di queste cose!
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La prima scuola.
Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro che
teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano ammessi a
pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai volentieri; m'hanno
sempre attratto fortemente tutte le cose nuove: se la natura m'avesse dato la
virtù del persistere pari all'ardore dell'incominciare, sarei forse diventato un
pezzo grosso. Il maestro era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba,
imparruccato, una figura di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che
covava in quel tempo l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una
ragazza ventenne; la quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui
stava ritto sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di
farsi beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva
insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la scuola
piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso un gran
numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con colori chiassosi,
e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima sui ragazzi, campi e piazze,
interni di case e d'officine, con scene relative a tutti i mestieri, animate da
molte figure d'uomini e d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero
capolavori, e che ricordo con una chiarezza maravigliosa, mi fecero
un'impressione così viva e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più
dalla pittura (Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.
*
Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due file
di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra per quelli
dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno grigio. La distinzione non era
soltanto nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento che usava il
maestro, il quale faceva ancora una seconda distinzione fra gli esterni di
famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce
per i signori, agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava
Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro che
teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano ammessi a
pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai volentieri; m'hanno
sempre attratto fortemente tutte le cose nuove: se la natura m'avesse dato la
virtù del persistere pari all'ardore dell'incominciare, sarei forse diventato un
pezzo grosso. Il maestro era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba,
imparruccato, una figura di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che
covava in quel tempo l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una
ragazza ventenne; la quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui
stava ritto sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di
farsi beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva
insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la scuola
piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso un gran
numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con colori chiassosi,
e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima sui ragazzi, campi e piazze,
interni di case e d'officine, con scene relative a tutti i mestieri, animate da
molte figure d'uomini e d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero
capolavori, e che ricordo con una chiarezza maravigliosa, mi fecero
un'impressione così viva e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più
dalla pittura (Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.
*
Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due file
di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra per quelli
dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno grigio. La distinzione non era
soltanto nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento che usava il
maestro, il quale faceva ancora una seconda distinzione fra gli esterni di
famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce
per i signori, agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava
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a ceffoni, scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io
appartenevo all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il
figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti; intorno al
quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra in casa sua,
facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati e assedianti
con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran marenghi e i generali doppie di
Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una
bella signora, che compariva alla scuola a quando a quando, vestita con
gran lusso; sulla quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa
voce dei commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa
non era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel
povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi pareva
allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un giudice di
tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi
ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un giorno, avendolo ingiurato un
ragazzo dell'ospizio, il maestro, infuriato, afferrò il colpevole per un
orecchio, e scotendogli il capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non
sai, ma non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che
cose! Che tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata
d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.
*
Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non meno
presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi didattici.
Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica, in casa,
avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro di lettura per vedere
a che punto fossi, rimase maravigliato che io leggessi già quasi corrente, e
ne diede la notizia a mio padre e a mia madre, i quali se ne rallegrarono
come di cosa inaspettata. Mi rallegrai anch'io di quel riconoscimento
ufficiale della mia uscita dalla classe illetterata; ma per una mia ragione
particolare, da cui mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato
che bastasse saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque
libro, come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno
medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi misi a
leggere. Era il libro Della tirannide di Vittorio Alfieri. Lessi una mezza
appartenevo all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il
figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti; intorno al
quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra in casa sua,
facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati e assedianti
con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran marenghi e i generali doppie di
Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una
bella signora, che compariva alla scuola a quando a quando, vestita con
gran lusso; sulla quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa
voce dei commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa
non era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel
povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi pareva
allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un giudice di
tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi
ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un giorno, avendolo ingiurato un
ragazzo dell'ospizio, il maestro, infuriato, afferrò il colpevole per un
orecchio, e scotendogli il capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non
sai, ma non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che
cose! Che tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata
d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.
*
Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non meno
presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi didattici.
Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica, in casa,
avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro di lettura per vedere
a che punto fossi, rimase maravigliato che io leggessi già quasi corrente, e
ne diede la notizia a mio padre e a mia madre, i quali se ne rallegrarono
come di cosa inaspettata. Mi rallegrai anch'io di quel riconoscimento
ufficiale della mia uscita dalla classe illetterata; ma per una mia ragione
particolare, da cui mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato
che bastasse saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque
libro, come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno
medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi misi a
leggere. Era il libro Della tirannide di Vittorio Alfieri. Lessi una mezza
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pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento: non ci capivo un'acca, come
se fosse stato ebraico. E non me ne potevo capacitare. — O come va
questo? — mi domandai. — È scritto in italiano, so leggere, e non intendo
nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un libro difficile: ne presi un altro.
Era il Primato del Gioberti. Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a
capire allora che mi rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel
regno della letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non
confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il
ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio, salito
in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un tavolino, ne
compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che sapeva leggere; ma lesse:
— Opere schelte. — Io lo corressi, si persuase, e mi ringraziò. Fu per me
una viva soddisfazione d'amor proprio che mi fece rialzare la fronte e
ritornare fiducioso agli “studi„.
*
Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il
ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a
Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di zio:
una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di vagoni e di
diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio e di tempo, che mi
paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi; e fra l'una e l'altra, in una
luce vivissima, particolari di nessun conto, come un gatto visto sopra un
tetto o un cencio rosso appeso a una finestra, e dei via vai d'ombre umane
senza viso, e suoni vaghi di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il
sentimento provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della
mia scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi
guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea di
vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un ammasso
enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si disegnassero nel cielo
come una cresta alpina, mostrando le bocche di mille cannoni e le baionette
di un esercito di sentinelle. Credo che la mia passione di girare il mondo sia
nata dalle commozioni straordinarie che ebbi in quel viaggio; durante il
quale mi rammento che mia madre doveva frenare di continuo le mie
impazienze, ritenermi per un braccio quando mi lanciavo allo sportello, e
se fosse stato ebraico. E non me ne potevo capacitare. — O come va
questo? — mi domandai. — È scritto in italiano, so leggere, e non intendo
nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un libro difficile: ne presi un altro.
Era il Primato del Gioberti. Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a
capire allora che mi rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel
regno della letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non
confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il
ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio, salito
in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un tavolino, ne
compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che sapeva leggere; ma lesse:
— Opere schelte. — Io lo corressi, si persuase, e mi ringraziò. Fu per me
una viva soddisfazione d'amor proprio che mi fece rialzare la fronte e
ritornare fiducioso agli “studi„.
*
Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il
ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a
Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di zio:
una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di vagoni e di
diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio e di tempo, che mi
paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi; e fra l'una e l'altra, in una
luce vivissima, particolari di nessun conto, come un gatto visto sopra un
tetto o un cencio rosso appeso a una finestra, e dei via vai d'ombre umane
senza viso, e suoni vaghi di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il
sentimento provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della
mia scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi
guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea di
vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un ammasso
enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si disegnassero nel cielo
come una cresta alpina, mostrando le bocche di mille cannoni e le baionette
di un esercito di sentinelle. Credo che la mia passione di girare il mondo sia
nata dalle commozioni straordinarie che ebbi in quel viaggio; durante il
quale mi rammento che mia madre doveva frenare di continuo le mie
impazienze, ritenermi per un braccio quando mi lanciavo allo sportello, e
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farmi cenno di parlare più basso quando esprimevo i miei sentimenti con
esclamazioni a voce alta, che facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo
per il diletto che provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai
parenti per l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma
anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel breve
viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto che, tornato a
scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi fatto prima in
parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo ogni viaggio un
rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi ritrovai in uno stato di
coscienza intellettuale somigliante a quello che ci è frequente
nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a considerare ciò che eravamo
poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà, come dello stato d'un essere
inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a una grande distanza.
*
Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo incancellabile.
Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio mi diedero la notizia
che era morto il giorno avanti un loro e mio condiscepolo, del quale ricordo
il nome: Giacinto, e mi domandarono se lo volevo vedere. Risposi di sì,
spensieratamente, e condotto da uno di essi, m'andai a affacciare all'uscio
d'una cameretta a terreno, dov'era disteso in letto il cadavere, col capo
scoperto. Quel viso immobile e bianco, con gli occhi vitrei spalancati in
un'espressione di stupore sovrumano, mi fece un senso così profondo di
terrore e di ribrezzo, che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e
arrivato a casa, mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e
non dissi una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi
stava davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che
sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio stato
d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse, insistendo,
a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità che m'aveva spinto a
vedere; ma subito sviò da questo il discorso, impietosendosi per quel
povero ragazzo morto in un ospizio di poveri, senza padre nè madre, che
forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna assistenza amorosa, non pianto
da alcuno, e che sarebbe stato sepolto senza un fiore sul feretro, e non
ricordato da anima viva. Quelle parole mi destarono in cuore un senso di
esclamazioni a voce alta, che facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo
per il diletto che provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai
parenti per l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma
anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel breve
viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto che, tornato a
scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi fatto prima in
parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo ogni viaggio un
rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi ritrovai in uno stato di
coscienza intellettuale somigliante a quello che ci è frequente
nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a considerare ciò che eravamo
poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà, come dello stato d'un essere
inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a una grande distanza.
*
Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo incancellabile.
Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio mi diedero la notizia
che era morto il giorno avanti un loro e mio condiscepolo, del quale ricordo
il nome: Giacinto, e mi domandarono se lo volevo vedere. Risposi di sì,
spensieratamente, e condotto da uno di essi, m'andai a affacciare all'uscio
d'una cameretta a terreno, dov'era disteso in letto il cadavere, col capo
scoperto. Quel viso immobile e bianco, con gli occhi vitrei spalancati in
un'espressione di stupore sovrumano, mi fece un senso così profondo di
terrore e di ribrezzo, che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e
arrivato a casa, mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e
non dissi una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi
stava davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che
sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio stato
d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse, insistendo,
a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità che m'aveva spinto a
vedere; ma subito sviò da questo il discorso, impietosendosi per quel
povero ragazzo morto in un ospizio di poveri, senza padre nè madre, che
forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna assistenza amorosa, non pianto
da alcuno, e che sarebbe stato sepolto senza un fiore sul feretro, e non
ricordato da anima viva. Quelle parole mi destarono in cuore un senso di
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compassione e di tenerezza, che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò assai,
e quasi coperse d'un velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei
pensieri; a traverso ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo
aspetto, più doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale
della sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo
dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin che
fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che velavano di
bianco ai miei occhi il fantasma della morte.
*
Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto faticosa,
grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico di quel tempo,
nel quale si misurava forse meglio d'adesso la capacità cerebrale dei
fanciulli. E fu sul finire del second'anno che incominciai a leggere qualche
libro, e a comprendere. La prima commozione profonda che ebbi dalla
lettura me la diede un capitolo del Giannetto dov'è raccontata una scappata
di casa del piccolo protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure,
ritrovandosi solo in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal
pentimento, mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto
fra i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il libro,
m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor mio che mai,
mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda avventura. Ma che è
mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una sull'altra, egualmente
profonde, due impressioni di natura opposta, e che potenza maravigliosa ha
sulla fantasia fanciullesca ogni finzione! La mia seconda lettura fu la Vita
d'un bandito: un vecchio libro ch'io scovai per caso nei fondi della
biblioteca di casa, e che poi andò perduto; con mio grande rammarico,
poichè ebbi più tardi cento volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la
forte scossa che n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di
che tempo fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste
rubando e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi
sbalorditoi, dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo
che mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e
tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare in
segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo consentisse,
e quasi coperse d'un velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei
pensieri; a traverso ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo
aspetto, più doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale
della sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo
dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin che
fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che velavano di
bianco ai miei occhi il fantasma della morte.
*
Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto faticosa,
grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico di quel tempo,
nel quale si misurava forse meglio d'adesso la capacità cerebrale dei
fanciulli. E fu sul finire del second'anno che incominciai a leggere qualche
libro, e a comprendere. La prima commozione profonda che ebbi dalla
lettura me la diede un capitolo del Giannetto dov'è raccontata una scappata
di casa del piccolo protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure,
ritrovandosi solo in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal
pentimento, mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto
fra i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il libro,
m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor mio che mai,
mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda avventura. Ma che è
mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una sull'altra, egualmente
profonde, due impressioni di natura opposta, e che potenza maravigliosa ha
sulla fantasia fanciullesca ogni finzione! La mia seconda lettura fu la Vita
d'un bandito: un vecchio libro ch'io scovai per caso nei fondi della
biblioteca di casa, e che poi andò perduto; con mio grande rammarico,
poichè ebbi più tardi cento volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la
forte scossa che n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di
che tempo fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste
rubando e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi
sbalorditoi, dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo
che mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e
tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare in
segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo consentisse,
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e che m'infervorai a tal punto in questo sogno che già dalle finestre di casa
mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale via avrei preso per la
fuga, e su quale delle alture lontane avrei fatto il mio primo bivacco
brigantesco, e forse affrontato per la prima volta la forza pubblica. Ah,
come sarebbe rimasto male, se m'avesse potuto veder nell'animo, il povero
autore del Giannetto!
*
Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì
un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile carriera
che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al quale volevo
un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie ginocchia. Mi prese
un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come un cagnolino, e gli legai
al collo una corda, con un nodo largo e fermo, che non gli desse noia, e non
si potesse stringere. Ma, fatto appena il nodo, egli mi scappò, e non mi
riuscì di raggiungerlo; nè lo rividi più per quel giorno. La mattina dopo,
giocando nel giardino, lo vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come
appostato, nell'atto d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse.
Mi feci sotto l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto.
Impigliandosi fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo
come un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi a
confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di non dir
nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre mi perdonò e
promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto, nessuno tradì il segreto.
Ma fu un momento terribile quando mio padre, a tavola, uscì a dire tutt'a un
tratto: — O dov'è andato il gatto rosso, che non si vede più? — Non
debbono esser sonate più terribili al primo fratricida le parole divine: —
Caino, che cos'hai fatto di tuo fratello? — Mi sentii la coscienza d'un
assassino. Non potei reggere allo sguardo di mio padre, che pareva mi
leggesse nel cuore. Finsi di sentirmi poco bene per scappar da tavola, e
m'andai a chiudere nella mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore
oppresso dalla paura e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la Vita d'un
bandito. Al veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di
aver mai l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica
professione che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a
mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale via avrei preso per la
fuga, e su quale delle alture lontane avrei fatto il mio primo bivacco
brigantesco, e forse affrontato per la prima volta la forza pubblica. Ah,
come sarebbe rimasto male, se m'avesse potuto veder nell'animo, il povero
autore del Giannetto!
*
Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì
un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile carriera
che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al quale volevo
un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie ginocchia. Mi prese
un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come un cagnolino, e gli legai
al collo una corda, con un nodo largo e fermo, che non gli desse noia, e non
si potesse stringere. Ma, fatto appena il nodo, egli mi scappò, e non mi
riuscì di raggiungerlo; nè lo rividi più per quel giorno. La mattina dopo,
giocando nel giardino, lo vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come
appostato, nell'atto d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse.
Mi feci sotto l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto.
Impigliandosi fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo
come un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi a
confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di non dir
nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre mi perdonò e
promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto, nessuno tradì il segreto.
Ma fu un momento terribile quando mio padre, a tavola, uscì a dire tutt'a un
tratto: — O dov'è andato il gatto rosso, che non si vede più? — Non
debbono esser sonate più terribili al primo fratricida le parole divine: —
Caino, che cos'hai fatto di tuo fratello? — Mi sentii la coscienza d'un
assassino. Non potei reggere allo sguardo di mio padre, che pareva mi
leggesse nel cuore. Finsi di sentirmi poco bene per scappar da tavola, e
m'andai a chiudere nella mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore
oppresso dalla paura e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la Vita d'un
bandito. Al veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di
aver mai l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica
professione che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a
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questa conclusione: — No. Tu che sei ridotto in questo stato per la morte
d'un gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo di
ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole più
riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello. E rinunziai da
quel momento alla vita del brigante, e ridivenni Giannetto.
*
Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre
inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro, dove una
povera compagnia drammatica rappresentava il Tartufo del Molière.
Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia non appannò
nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il bellissimo nulla.
Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo, torcendo il collo
e giungendo le mani, disse alla signora: — Voi avete certe armi! — tutto il
teatro diede in una risata, della quale non compresi il perchè, non vedendo
indosso all'attrice nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali
sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo
una breve esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la
bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma per
me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine dei palchi, il
lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che
rappresentava una rivolta di popolo contro un feudatario del medioevo: la
commedia non mi parve che un accessorio di quelle maraviglie. E all'uscita
feci rider mio padre esclamando con entusiasmo: — Ah, quanto mi son
divertito! — Buon padre mio! Anche privando sè di molte cose, egli ci
procurava ogni specie di divertimenti, e quando mia madre gli faceva
qualche osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri
figliuoli; abbelliamo loro la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà
il loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.
Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu sempre
turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva distolto,
morendo, dalla via della violenza e del sangue.
d'un gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo di
ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole più
riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello. E rinunziai da
quel momento alla vita del brigante, e ridivenni Giannetto.
*
Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre
inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro, dove una
povera compagnia drammatica rappresentava il Tartufo del Molière.
Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia non appannò
nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il bellissimo nulla.
Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo, torcendo il collo
e giungendo le mani, disse alla signora: — Voi avete certe armi! — tutto il
teatro diede in una risata, della quale non compresi il perchè, non vedendo
indosso all'attrice nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali
sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo
una breve esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la
bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma per
me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine dei palchi, il
lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che
rappresentava una rivolta di popolo contro un feudatario del medioevo: la
commedia non mi parve che un accessorio di quelle maraviglie. E all'uscita
feci rider mio padre esclamando con entusiasmo: — Ah, quanto mi son
divertito! — Buon padre mio! Anche privando sè di molte cose, egli ci
procurava ogni specie di divertimenti, e quando mia madre gli faceva
qualche osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri
figliuoli; abbelliamo loro la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà
il loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.
Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu sempre
turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva distolto,
morendo, dalla via della violenza e del sangue.
Page 26
Qui, quae, quod.
Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole
pubbliche, in Prima Grammatica, come si chiamava allora il primo corso di
Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri che hanno la
smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre il palio, come se la
loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da una infinità di casi intimi
ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto ai quali il dubbio vantaggio di finire
i primi studi un anno o due avanti gli altri non conta il minimo che. Questa
smania non aveva già mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma
l'esperimento, benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel
“troppo presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità,
che pure erano allora meno difficili d'adesso.
Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella
grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o quattro anni
più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di reverenza paurosa
quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito, che torreggiava sopra i
banchi come un castello feudale sopra le casipole d'un villaggio. Il
professore, un uomo sulla quarantina, di viso aristocratico e grave, sempre
insaccato in una gran palandrana oscura, che pareva un prete spretato, ci
faceva dire le preghiere in coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e
benchè vigesse da sei anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra,
picchiava spesso e sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più
volentieri sui panni rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle
mani, era un buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo
potere di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di tutto
quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate, di sogni
affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del giorno onomastico del
professore, che si soleva festeggiare allora, in tutte le scuole inferiori, con
un regalo collettivo, per il quale la scolaresca si dava moto quindici giorni
avanti. Il regalo fu fatto quell'anno in un modo comicissimo, che mette
Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole
pubbliche, in Prima Grammatica, come si chiamava allora il primo corso di
Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri che hanno la
smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre il palio, come se la
loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da una infinità di casi intimi
ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto ai quali il dubbio vantaggio di finire
i primi studi un anno o due avanti gli altri non conta il minimo che. Questa
smania non aveva già mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma
l'esperimento, benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel
“troppo presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità,
che pure erano allora meno difficili d'adesso.
Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella
grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o quattro anni
più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di reverenza paurosa
quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito, che torreggiava sopra i
banchi come un castello feudale sopra le casipole d'un villaggio. Il
professore, un uomo sulla quarantina, di viso aristocratico e grave, sempre
insaccato in una gran palandrana oscura, che pareva un prete spretato, ci
faceva dire le preghiere in coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e
benchè vigesse da sei anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra,
picchiava spesso e sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più
volentieri sui panni rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle
mani, era un buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo
potere di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di tutto
quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate, di sogni
affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del giorno onomastico del
professore, che si soleva festeggiare allora, in tutte le scuole inferiori, con
un regalo collettivo, per il quale la scolaresca si dava moto quindici giorni
avanti. Il regalo fu fatto quell'anno in un modo comicissimo, che mette
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conto d'accennare, per dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. Si mise
trenta soldi ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie
di vin di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne
per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò che
avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon diversi,
si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa d'un piccolo
droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi che il professore
aveva da quindici giorni la tosse, propose di coronare il regalo con otto
soldi di gomma arabica. E come fu portata la roba! Coram populo, di pieno
giorno, come il Santo Sacramento, da tutta la compagnia: il pan di Spagna,
scoperto, alla testa, portato dal più alto della classe; poi uno col mazzo,
tenuto su come un flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una
bottiglia in mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una
processione rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente
che si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di
Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un
ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente, e da
certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece di gomma
arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor da dire: la scena
della presentazione fu assai più amena. Era presente la signora. Tutto era
già stato offerto, il professore aveva già fatto il suo discorsetto, esortandoci
a dimostrargli il nostro amore con lo studio invece che col vin di Barolo, e
stavamo per andarcene, quando il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare
il suo presente, si fece innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le
chiavi d'una città, disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora
questo! — e poichè quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la
sua tosse, signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che
per alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione delle
pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo il qui quae
quod riprese tutta l'asprezza dell'antico impero, ricominciarono a grandinare
i pensi e le briscole, e anche il piccolo droghiere dovette riconoscere che
non serve la gomma arabica a mutar l'andamento delle cose umane.
trenta soldi ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie
di vin di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne
per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò che
avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon diversi,
si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa d'un piccolo
droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi che il professore
aveva da quindici giorni la tosse, propose di coronare il regalo con otto
soldi di gomma arabica. E come fu portata la roba! Coram populo, di pieno
giorno, come il Santo Sacramento, da tutta la compagnia: il pan di Spagna,
scoperto, alla testa, portato dal più alto della classe; poi uno col mazzo,
tenuto su come un flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una
bottiglia in mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una
processione rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente
che si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di
Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un
ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente, e da
certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece di gomma
arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor da dire: la scena
della presentazione fu assai più amena. Era presente la signora. Tutto era
già stato offerto, il professore aveva già fatto il suo discorsetto, esortandoci
a dimostrargli il nostro amore con lo studio invece che col vin di Barolo, e
stavamo per andarcene, quando il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare
il suo presente, si fece innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le
chiavi d'una città, disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora
questo! — e poichè quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la
sua tosse, signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che
per alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione delle
pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo il qui quae
quod riprese tutta l'asprezza dell'antico impero, ricominciarono a grandinare
i pensi e le briscole, e anche il piccolo droghiere dovette riconoscere che
non serve la gomma arabica a mutar l'andamento delle cose umane.
Page 28
I bersaglieri.
Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che ebbe
un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici anni dopo in
un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che finisce forse con queste
pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio: per i bersaglieri, che erano
il solo presidio della città; chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son
certo che quella passione sarebbe stata assai men forte, avendo
principalmente giovato a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del
tempo e con la mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la
sveltezza degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro
La Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in
alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole assai
più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera frenesia, che non
valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti i giorni di
vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo le lezioni, io scappavo di casa a
tutte le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla
ginnastica, e fin nelle marcie in campagna, allontanandomi di parecchie
miglia, anche sotto la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da
impietosire i sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto
casa mia, non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune
dalle finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo,
lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche volta
in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai presto a quel
modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, i segnali delle
trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi la
maggior parte dei sergenti e dei caporali della guarnigione, molti dei quali
mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome, come un
cagnolino familiare. E non ero un semplice dilettante, che si contentasse di
guardare: negli intervalli di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi
ficcavo tra i crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi:
andavo ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un
Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che ebbe
un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici anni dopo in
un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che finisce forse con queste
pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio: per i bersaglieri, che erano
il solo presidio della città; chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son
certo che quella passione sarebbe stata assai men forte, avendo
principalmente giovato a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del
tempo e con la mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la
sveltezza degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro
La Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in
alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole assai
più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera frenesia, che non
valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti i giorni di
vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo le lezioni, io scappavo di casa a
tutte le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla
ginnastica, e fin nelle marcie in campagna, allontanandomi di parecchie
miglia, anche sotto la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da
impietosire i sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto
casa mia, non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune
dalle finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo,
lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche volta
in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai presto a quel
modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, i segnali delle
trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi la
maggior parte dei sergenti e dei caporali della guarnigione, molti dei quali
mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome, come un
cagnolino familiare. E non ero un semplice dilettante, che si contentasse di
guardare: negli intervalli di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi
ficcavo tra i crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi:
andavo ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un
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soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a spolverar
le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi davano di
lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in terra per lo
sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando a quel tempo, non
ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento veramente, come se lo
aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle uose, e quello delle cartucce
rotte e del fumo delle schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa che
venivano su dalle cucine della caserma. A vedermi vestito com'ero spesso,
tutto impolverato e col capo nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un
cialtroncello scappato dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era
mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo
già una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato
dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla più
parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni di simpatia,
che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse
pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso, e persino l'andatura! E
ricordo pure che in quelle mie corse al suon delle trombe e davanti allo
spettacolo degli esercizi di battaglione la mia immaginazione era in
continuo lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti e di battaglie e
d'avventure guerresche d'ogni specie, nelle quali mettevo in azione, sempre
vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu così viva quella passione che
oggi ancora la campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua
che la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano
sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle
baionette dei bersaglieri.
Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome, e ho
ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora subalterni, che
raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea, a San Martino, a
Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un grande aiutante
maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con timida curiosità,
perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie, per punizione, ed era
vero; il famoso tenente negro, Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio,
allora sottotenente, ancora imberbe, che pareva un ragazzo, e faceva girar
molte teste infiorate; il tenente Franchini che, quando fu maggiore, nel
1861, arrestò e fece fucilare il famigerato Borjes; il capitano Pallavicini,
le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi davano di
lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in terra per lo
sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando a quel tempo, non
ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento veramente, come se lo
aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle uose, e quello delle cartucce
rotte e del fumo delle schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa che
venivano su dalle cucine della caserma. A vedermi vestito com'ero spesso,
tutto impolverato e col capo nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un
cialtroncello scappato dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era
mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo
già una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato
dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla più
parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni di simpatia,
che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse
pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso, e persino l'andatura! E
ricordo pure che in quelle mie corse al suon delle trombe e davanti allo
spettacolo degli esercizi di battaglione la mia immaginazione era in
continuo lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti e di battaglie e
d'avventure guerresche d'ogni specie, nelle quali mettevo in azione, sempre
vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu così viva quella passione che
oggi ancora la campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua
che la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano
sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle
baionette dei bersaglieri.
Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome, e ho
ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora subalterni, che
raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea, a San Martino, a
Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un grande aiutante
maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con timida curiosità,
perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie, per punizione, ed era
vero; il famoso tenente negro, Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio,
allora sottotenente, ancora imberbe, che pareva un ragazzo, e faceva girar
molte teste infiorate; il tenente Franchini che, quando fu maggiore, nel
1861, arrestò e fece fucilare il famigerato Borjes; il capitano Pallavicini,
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quello che poi, colonnello, arrestò Garibaldi a Aspromonte, e che io vidi
una mattina, andando a scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente
ferito al ventre in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il
giorno dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo:
— Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie
budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono le mie
relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale dei
bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la bassa forza,
come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto, e così
ingenuo, che quando i giorni di festa, passando davanti a certi vicoli, in cui
non entravano le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei amici piumati in
cattiva compagnia, ne provavo un senso penoso, un misto d'accoramento e
di vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo scontento, come per la
perdita d'una cara illusione.
una mattina, andando a scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente
ferito al ventre in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il
giorno dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo:
— Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie
budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono le mie
relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale dei
bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la bassa forza,
come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto, e così
ingenuo, che quando i giorni di festa, passando davanti a certi vicoli, in cui
non entravano le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei amici piumati in
cattiva compagnia, ne provavo un senso penoso, un misto d'accoramento e
di vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo scontento, come per la
perdita d'una cara illusione.
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Il caporale Martinotti.
Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più cari
ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere, nativo di
Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media, robusto e svelto, un
vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma pieno di bontà, e di modi
semplici e amabili; che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per me a
forza di vedermi galoppare, con la lingua fuori, davanti alla sua tromba.
Stringemmo relazione in piazza d'armi. Poi cominciammo a passeggiare
insieme nelle ore ch'egli era libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava
come un uomo; il che m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di
gratitudine. Mi parlava della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi
raccontava la cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande
gravità, e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa non
discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli chiamavano “il
generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi del tu; ma non ebbi mai
tanto ardimento. Farmi veder per la strada accanto a lui era un trionfo per
me, e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa, andavo in gloria: non
mi sarei insuperbito di più se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi
chiamava col nome di battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così
com'è, troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino.
Un giorno mi regalò un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li
portai a casa come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della
giacchetta, e con quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino,
che era un latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia
adorazione per lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e
fischiavo dalla mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più
spesso ai suoi trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella
felicità. So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il
Martinotti dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del
mio cuore. Finì invece bruscamente.
Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più cari
ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere, nativo di
Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media, robusto e svelto, un
vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma pieno di bontà, e di modi
semplici e amabili; che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per me a
forza di vedermi galoppare, con la lingua fuori, davanti alla sua tromba.
Stringemmo relazione in piazza d'armi. Poi cominciammo a passeggiare
insieme nelle ore ch'egli era libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava
come un uomo; il che m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di
gratitudine. Mi parlava della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi
raccontava la cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande
gravità, e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa non
discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli chiamavano “il
generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi del tu; ma non ebbi mai
tanto ardimento. Farmi veder per la strada accanto a lui era un trionfo per
me, e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa, andavo in gloria: non
mi sarei insuperbito di più se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi
chiamava col nome di battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così
com'è, troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino.
Un giorno mi regalò un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li
portai a casa come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della
giacchetta, e con quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino,
che era un latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia
adorazione per lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e
fischiavo dalla mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più
spesso ai suoi trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella
felicità. So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il
Martinotti dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del
mio cuore. Finì invece bruscamente.
Page 32
Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, incontrandomi sui bastioni,
egli mi disse:
— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non
capivo, soggiunse: — Vado in Crimea.
Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come, non
m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui. Non mi
riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione,
guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi dicendomi:
— Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica ammazzar tutti.
E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, coraggio. Ci rivedremo.
Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e poi
scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce d'un
superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato, diedi a mia
madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il caporale
Martinotti.... va alla guerra!
— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi,
che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione.
La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il battaglione
era partito la mattina.
E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le rotaie
luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo con la fantasia
fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di mistero, donde pensavo che
non sarebbe tornato mai più.
egli mi disse:
— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non
capivo, soggiunse: — Vado in Crimea.
Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come, non
m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui. Non mi
riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione,
guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi dicendomi:
— Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica ammazzar tutti.
E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, coraggio. Ci rivedremo.
Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e poi
scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce d'un
superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato, diedi a mia
madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il caporale
Martinotti.... va alla guerra!
— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi,
che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione.
La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il battaglione
era partito la mattina.
E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le rotaie
luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo con la fantasia
fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di mistero, donde pensavo che
non sarebbe tornato mai più.
Page 33
La guerra di Crimea e i miei amici poveri.
La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi qualche
traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse, che ne stupisco,
considerando che avevo già allora quasi nove anni, e che le grandi cose
delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero dovuto lasciarmi
impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto quello che precedette la
spedizione non ricordo altro che una frase: — Stiamo a vedere come si
dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio padre, dal direttore delle Poste,
che rivedo seduto, com'era in quel punto, in un angolo della sala da
desinare, con una gamba sull'altra, e un braccio ciondoloni dietro la
spalliera della seggiola. Della partenza delle truppe, dopo quella del
battaglione del caporale, non rammento che un episodio, che si riduce
nell'immagine d'una giovine contadina; la quale, dall'alto dei bastioni,
singhiozzando, col busto spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio
disperato di dolore, gridava gli ultimi: — Ciao! Ciao! — al treno fuggente
sul ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni i
pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la Gazzetta del
Popolo fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla commozione, la
lettura della descrizione dell'incendio del Croesus, salpato pochi dì avanti
da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo che durò la guerra non ho più
altro nella memoria che una nebbia, in mezzo alla quale vedo una dozzina
di ragazzi scamiciati, raggruppati in fondo al mio cortile, che cantano in
coro una canzone guerresca: vedo la bocca squarciata e torta di uno di essi,
che si chiamava Clemente, e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e
ho ancora in mente una strofetta di quella canzone, da cui si può
argomentare che non ci fosse allora in una parte del popolino un'idea molto
chiara delle nostre alleanze, poichè diceva:
La caserma degl'Inglesi
È situata in mezzo al mar,
Napoleone coi suoi cannoni
La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi qualche
traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse, che ne stupisco,
considerando che avevo già allora quasi nove anni, e che le grandi cose
delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero dovuto lasciarmi
impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto quello che precedette la
spedizione non ricordo altro che una frase: — Stiamo a vedere come si
dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio padre, dal direttore delle Poste,
che rivedo seduto, com'era in quel punto, in un angolo della sala da
desinare, con una gamba sull'altra, e un braccio ciondoloni dietro la
spalliera della seggiola. Della partenza delle truppe, dopo quella del
battaglione del caporale, non rammento che un episodio, che si riduce
nell'immagine d'una giovine contadina; la quale, dall'alto dei bastioni,
singhiozzando, col busto spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio
disperato di dolore, gridava gli ultimi: — Ciao! Ciao! — al treno fuggente
sul ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni i
pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la Gazzetta del
Popolo fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla commozione, la
lettura della descrizione dell'incendio del Croesus, salpato pochi dì avanti
da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo che durò la guerra non ho più
altro nella memoria che una nebbia, in mezzo alla quale vedo una dozzina
di ragazzi scamiciati, raggruppati in fondo al mio cortile, che cantano in
coro una canzone guerresca: vedo la bocca squarciata e torta di uno di essi,
che si chiamava Clemente, e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e
ho ancora in mente una strofetta di quella canzone, da cui si può
argomentare che non ci fosse allora in una parte del popolino un'idea molto
chiara delle nostre alleanze, poichè diceva:
La caserma degl'Inglesi
È situata in mezzo al mar,
Napoleone coi suoi cannoni
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La faranno sprofondar.
Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano, e che
dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri rimasti, come
se egli avesse portato via con sè tutta la poesia del suo Corpo e tutti gli
entusiasmi del mio cuore.
*
Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei compagni di gioco di quel tempo,
fra i quali ritorno spesso e mi trattengo lungamente col pensiero, poichè
trovo in loro il primo perchè di molte idee, tendenze e simpatie, che ho
conservate per tutta la vita. Essendo sempre aperto il grande cortile della
casa, era il luogo di convegno e il campo di gioco di tutta la ragazzaglia del
vicinato; onde mi trovai mescolato fin da bambino con ragazzi d'ogni
condizione, la più parte figliuoli d'operai e di rivenduglioli; alcuni dei quali
poverissimi, che perdevano i panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi
dell'anno. Con questi ebbi per anni una famigliarità fraterna, cementata da
scappate comuni in campagna, da scambi di busse e di regali, da rotture e
rimpaciamenti, e da migliaia di partite di palla e di pila e croce e di piccole
monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno che mi si lasciava troppa
libertà, che quella compagnia non mi poteva riuscir che perniciosa. Ebbene,
io son grato invece a mio padre e a mia madre d'avermi lasciato così la
briglia sul collo, d'aver permesso che mi tuffassi così liberamente in quello
stracciume (dal quale, del resto, date le condizioni della casa, non avrebbero
potuto separarmi che segregandomi), poichè ho capito allora della vita e
dell'animo della gente povera tante cose, che non capirà mai chi non è stato
da ragazzo in mezzo a coetanei di quella classe sociale, chi non ha
osservato in germe, per così dire, il popolo minuto, da cui ci separano più
tardi troppi preconcetti e troppe diffidenze reciproche; perchè fu quella
promiscuità coi piccoli scamiciati che mi fece nascere per la poveraglia una
simpatia affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse poi sempre in mezzo
agli umili, con sentimento d'amico, negli anni posteriori; poichè furono
quelle amicizie che non lasciarono crescere nel mio cuore certe vanità e
superbiole di “giovin signore„ le quali, svolgendosi col tempo, chiudono in
molti le porte dell'animo a certi sentimenti d'umanità e di giustizia, che
Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano, e che
dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri rimasti, come
se egli avesse portato via con sè tutta la poesia del suo Corpo e tutti gli
entusiasmi del mio cuore.
*
Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei compagni di gioco di quel tempo,
fra i quali ritorno spesso e mi trattengo lungamente col pensiero, poichè
trovo in loro il primo perchè di molte idee, tendenze e simpatie, che ho
conservate per tutta la vita. Essendo sempre aperto il grande cortile della
casa, era il luogo di convegno e il campo di gioco di tutta la ragazzaglia del
vicinato; onde mi trovai mescolato fin da bambino con ragazzi d'ogni
condizione, la più parte figliuoli d'operai e di rivenduglioli; alcuni dei quali
poverissimi, che perdevano i panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi
dell'anno. Con questi ebbi per anni una famigliarità fraterna, cementata da
scappate comuni in campagna, da scambi di busse e di regali, da rotture e
rimpaciamenti, e da migliaia di partite di palla e di pila e croce e di piccole
monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno che mi si lasciava troppa
libertà, che quella compagnia non mi poteva riuscir che perniciosa. Ebbene,
io son grato invece a mio padre e a mia madre d'avermi lasciato così la
briglia sul collo, d'aver permesso che mi tuffassi così liberamente in quello
stracciume (dal quale, del resto, date le condizioni della casa, non avrebbero
potuto separarmi che segregandomi), poichè ho capito allora della vita e
dell'animo della gente povera tante cose, che non capirà mai chi non è stato
da ragazzo in mezzo a coetanei di quella classe sociale, chi non ha
osservato in germe, per così dire, il popolo minuto, da cui ci separano più
tardi troppi preconcetti e troppe diffidenze reciproche; perchè fu quella
promiscuità coi piccoli scamiciati che mi fece nascere per la poveraglia una
simpatia affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse poi sempre in mezzo
agli umili, con sentimento d'amico, negli anni posteriori; poichè furono
quelle amicizie che non lasciarono crescere nel mio cuore certe vanità e
superbiole di “giovin signore„ le quali, svolgendosi col tempo, chiudono in
molti le porte dell'animo a certi sentimenti d'umanità e di giustizia, che
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picchiano per entrare, troppo tardi. E quanto all'infezione morale, come
dicono ora gli educatori, l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè ho a
questo riguardo dei ricordi molto chiari: ricordo che fra i ragazzi del mio
ceto, che conoscevo alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero dovuto
infettare nel cortile, non c'era alcuna differenza nè in materia di cognizioni,
nè in materia di linguaggio, nè in altro che si riferisse a cose proibite; che,
anzi, se una differenza c'era, stava in questo: che i ben vestiti, ai quali
l'agiatezza dava maggior libertà di spirito, e il buon nutrimento più vivacità
d'immaginazione, lavoravano con questa intorno agli argomenti interdetti
assai più continuamente e più volentieri che i poveri, distratti molto spesso
dall'appetito insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, e dalle busse
paterne, materne e fraterne.
*
Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun di loro dopo che lasciai la
città; ma essi vivono, parlano ancora nella mia memoria, dopo più di
quarant'anni, come se li avessi lasciati ieri: vedo ancora, oltre che i visi, i
vestiti di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani, i rammendi delle camicie
rozze, gli scarponi girati loro dai fratelli, e le capigliature inesplorate dal
pettine, e le crepature dei geloni alle mani, e quasi sento ancora l'odore che
portava ciascuno con sè del mestiere di suo padre. Ho conosciuto poi nella
vita centinaia di uomini d'altre classi sociali, che corrispondevano
mirabilmente nell'indole ai tipi diversi ch'eran tra di essi; posso dire anzi
d'aver incontrato ben poche persone così originali di carattere, che non mi
paresse d'averle già conosciute in embrione in qualcuno di quei piccoli “mal
nutriti„; poichè noi possiamo cambiare quanto vogliamo e il tenor di vita e
il cerchio degli amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre presso a
poco in mezzo alla stessa compagnia drammatica, con quei certi personaggi
e maschere inevitabili, che la natura ripete senza fine. Ricordo Tonino,
figliuolo d'un carrettiere, che portava due cerchietti d'ottone agli orecchi,
uno spirito satirico, che metteva tutti in canzonella, ma di cuor buono e d'un
buon senso precoce, e dotato di molte piccole abilità meccaniche, che
invidiavo e ammiravo; col quale m'era un piacere indicibile, un vero
tripudio, nei giorni di pioggia, il far cuocere le castagne in un pentolino di
terracotta, sotto una tettoia in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser
dicono ora gli educatori, l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè ho a
questo riguardo dei ricordi molto chiari: ricordo che fra i ragazzi del mio
ceto, che conoscevo alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero dovuto
infettare nel cortile, non c'era alcuna differenza nè in materia di cognizioni,
nè in materia di linguaggio, nè in altro che si riferisse a cose proibite; che,
anzi, se una differenza c'era, stava in questo: che i ben vestiti, ai quali
l'agiatezza dava maggior libertà di spirito, e il buon nutrimento più vivacità
d'immaginazione, lavoravano con questa intorno agli argomenti interdetti
assai più continuamente e più volentieri che i poveri, distratti molto spesso
dall'appetito insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, e dalle busse
paterne, materne e fraterne.
*
Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun di loro dopo che lasciai la
città; ma essi vivono, parlano ancora nella mia memoria, dopo più di
quarant'anni, come se li avessi lasciati ieri: vedo ancora, oltre che i visi, i
vestiti di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani, i rammendi delle camicie
rozze, gli scarponi girati loro dai fratelli, e le capigliature inesplorate dal
pettine, e le crepature dei geloni alle mani, e quasi sento ancora l'odore che
portava ciascuno con sè del mestiere di suo padre. Ho conosciuto poi nella
vita centinaia di uomini d'altre classi sociali, che corrispondevano
mirabilmente nell'indole ai tipi diversi ch'eran tra di essi; posso dire anzi
d'aver incontrato ben poche persone così originali di carattere, che non mi
paresse d'averle già conosciute in embrione in qualcuno di quei piccoli “mal
nutriti„; poichè noi possiamo cambiare quanto vogliamo e il tenor di vita e
il cerchio degli amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre presso a
poco in mezzo alla stessa compagnia drammatica, con quei certi personaggi
e maschere inevitabili, che la natura ripete senza fine. Ricordo Tonino,
figliuolo d'un carrettiere, che portava due cerchietti d'ottone agli orecchi,
uno spirito satirico, che metteva tutti in canzonella, ma di cuor buono e d'un
buon senso precoce, e dotato di molte piccole abilità meccaniche, che
invidiavo e ammiravo; col quale m'era un piacere indicibile, un vero
tripudio, nei giorni di pioggia, il far cuocere le castagne in un pentolino di
terracotta, sotto una tettoia in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser
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stato colto dal temporale in un bosco, e d'essermi rifugiato in un antro,
senza saper quando mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, un
viso d'arabo, figliuolo d'un pescatore, invitto giocatore a castellina, che non
lasciava una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, con cui nessuno
la poteva nella lotta delle ingiurie, e che insolentiva qualche volta a
pagamento: capace di durarla una mezza giornata per quattro fichi secchi;
Tommasino, figliuolo del pollivendolo, un pallidino con un fil di voce, di
animo mite, che piangeva per nulla, e che tutti si divertivano a tormentare;
Giacometto, figliuolo della lattaia, piccolo e tarchiato, buon diavolaccio, e
un po' melenso, ma che quando lo mettevano a un puntaccio dava in vere
furie di torello, che facevano scappare tutti quanti. E il povero Andrea, che
fine avrà fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un panattiere, che tutti
picchiavano nella panatteria, così per spasso; un vero sacco da botte, e pure
fresco sempre e pien d'allegria, come se i manrovesci e le pedate gli
facessero l'effetto di docce igieniche: insuperabile a far saltare i soldi con la
trottola e a saltare sui muriccioli a piedi giunti. E dove sarà il frate, figliuolo
del cenciaio, a cui s'era dato quel soprannome perchè da bambino, per un
voto fatto, era andato un pezzo vestito da fraticello; quel piccolo frate che
aveva un così bel testone di filosofo piantato per traverso sopra due spalle
gibbose, e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi del vicinato, il più
astuto e più ciarliero della compagnia, e tanto buffo da farci scoppiar dal
ridere al solo suo apparire? E Gigetto, il ciabattino, gran rapinatore di nidi
d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava in tutte le corse
avventurose per la campagna, e che era regolarmente scapaccionato da sua
madre ad ogni ritorno, perchè ritornava sempre mostrando una natica per un
grande squarcio dei calzoni? E il piccolo Savoiardo, quel bel ragazzo
biondo, sempre serio, orfano d'un oste, che i ragazzi più grandi
tormentavano con certe allusioni misteriose a una sua sorella, sulle quali poi
io meditavo lungamente.... Mi ricordo sempre d'una volta che essa venne a
cercarlo nel cortile, tutta ben vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura
di cuoio alla vita: mi ricordo che mandava un odore acuto d'essenza di
violetta, e che per molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione
quei riccioli ogni volta che sentii quell'odore.
Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso è un ragazzo sotto i dieci,
che si chiamava Clemente, quello della Crinea, figliuolo d'un'erbivendola,
senza saper quando mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, un
viso d'arabo, figliuolo d'un pescatore, invitto giocatore a castellina, che non
lasciava una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, con cui nessuno
la poteva nella lotta delle ingiurie, e che insolentiva qualche volta a
pagamento: capace di durarla una mezza giornata per quattro fichi secchi;
Tommasino, figliuolo del pollivendolo, un pallidino con un fil di voce, di
animo mite, che piangeva per nulla, e che tutti si divertivano a tormentare;
Giacometto, figliuolo della lattaia, piccolo e tarchiato, buon diavolaccio, e
un po' melenso, ma che quando lo mettevano a un puntaccio dava in vere
furie di torello, che facevano scappare tutti quanti. E il povero Andrea, che
fine avrà fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un panattiere, che tutti
picchiavano nella panatteria, così per spasso; un vero sacco da botte, e pure
fresco sempre e pien d'allegria, come se i manrovesci e le pedate gli
facessero l'effetto di docce igieniche: insuperabile a far saltare i soldi con la
trottola e a saltare sui muriccioli a piedi giunti. E dove sarà il frate, figliuolo
del cenciaio, a cui s'era dato quel soprannome perchè da bambino, per un
voto fatto, era andato un pezzo vestito da fraticello; quel piccolo frate che
aveva un così bel testone di filosofo piantato per traverso sopra due spalle
gibbose, e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi del vicinato, il più
astuto e più ciarliero della compagnia, e tanto buffo da farci scoppiar dal
ridere al solo suo apparire? E Gigetto, il ciabattino, gran rapinatore di nidi
d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava in tutte le corse
avventurose per la campagna, e che era regolarmente scapaccionato da sua
madre ad ogni ritorno, perchè ritornava sempre mostrando una natica per un
grande squarcio dei calzoni? E il piccolo Savoiardo, quel bel ragazzo
biondo, sempre serio, orfano d'un oste, che i ragazzi più grandi
tormentavano con certe allusioni misteriose a una sua sorella, sulle quali poi
io meditavo lungamente.... Mi ricordo sempre d'una volta che essa venne a
cercarlo nel cortile, tutta ben vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura
di cuoio alla vita: mi ricordo che mandava un odore acuto d'essenza di
violetta, e che per molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione
quei riccioli ogni volta che sentii quell'odore.
Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso è un ragazzo sotto i dieci,
che si chiamava Clemente, quello della Crinea, figliuolo d'un'erbivendola,
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un tipo di monello compiuto, nel quale era il germe del delinquente. È il
ricordo di costui che, prima ch'io leggessi alcun libro di Cesare Lombroso,
mi persuase che ci sono dei delinquenti di nascita. Era un piccolo Don
Chisciotte del delitto. Il suo ideale supremo era di diventare un farabutto
famoso, e si gloriava d'esser già tale, con una impudenza da pestargli la
faccia. Portava sempre in tasca un coltelluccio spuntato, per impaurirci,
minacciando ogni momento di servirsene. Menava vanto d'esser tenuto
d'occhio dalla polizia, di non aver paura dei carabinieri, di essere anzi già
sfuggito più d'una volta dalle loro mani, e diceva che per arrestar lui due
non bastavano. A sentirlo, andava in giro tutta la notte, e ogni notte compiva
qualche prodezza, alla quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un occhio
e appuntandosi con due dita uno dei baffi che non aveva. Ebbe un giorno la
faccia tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi sul ciottolato certe
macchie che egli diceva di sangue, sparso là da un uomo, da un prepotente,
al quale egli aveva data una lezione; e un'altra volta, accennandomi la porta
d'una stanza a terreno dell'ospedale civico, dove si esponevano i cadaveri
degli assassinati, mi mormorò all'orecchio: — Sai? Ce n'ho già mandati un
bel numero lì dentro! — Io sospettavo la smargiassata; ma che qualche cosa
di vero ci fosse non dubitavo. E avevo di lui un gran terrore, che cercavo di
nascondere, e me lo propiziavo regalandogli quasi ogni giorno le frutta di
cui mi privavo a tavola, e anche roba che non mi spettava. Per questo egli
s'atteggiava a mio protettore, e per buscar dell'altro mi dava a bere che
avevo dei nemici, delle canaglie che mi volevan fare la pelle, e si vantava
ogni tanto d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi e cacciati in fuga
col suo coltello, mentre s'aggiravano in atto sinistro intorno a casa mia. E io
facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica per ricompensare i suoi finti
servigi di brigante amico.
Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza nulla di grave; non era
ancora che uno spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro che aveva già
incominciato la carriera. Non veniva che di rado nel cortile, perchè abitava
lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo; forse di nessuno. Era sempre in
giro; passava più notti al lume della luna che sotto i travicelli, se pure aveva
un tetto. Era un ladruncolo di mestiere, specialista delle frutta. Passando
accanto a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, in presenza di chi si
fosse, agguantava una pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con una tal
ricordo di costui che, prima ch'io leggessi alcun libro di Cesare Lombroso,
mi persuase che ci sono dei delinquenti di nascita. Era un piccolo Don
Chisciotte del delitto. Il suo ideale supremo era di diventare un farabutto
famoso, e si gloriava d'esser già tale, con una impudenza da pestargli la
faccia. Portava sempre in tasca un coltelluccio spuntato, per impaurirci,
minacciando ogni momento di servirsene. Menava vanto d'esser tenuto
d'occhio dalla polizia, di non aver paura dei carabinieri, di essere anzi già
sfuggito più d'una volta dalle loro mani, e diceva che per arrestar lui due
non bastavano. A sentirlo, andava in giro tutta la notte, e ogni notte compiva
qualche prodezza, alla quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un occhio
e appuntandosi con due dita uno dei baffi che non aveva. Ebbe un giorno la
faccia tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi sul ciottolato certe
macchie che egli diceva di sangue, sparso là da un uomo, da un prepotente,
al quale egli aveva data una lezione; e un'altra volta, accennandomi la porta
d'una stanza a terreno dell'ospedale civico, dove si esponevano i cadaveri
degli assassinati, mi mormorò all'orecchio: — Sai? Ce n'ho già mandati un
bel numero lì dentro! — Io sospettavo la smargiassata; ma che qualche cosa
di vero ci fosse non dubitavo. E avevo di lui un gran terrore, che cercavo di
nascondere, e me lo propiziavo regalandogli quasi ogni giorno le frutta di
cui mi privavo a tavola, e anche roba che non mi spettava. Per questo egli
s'atteggiava a mio protettore, e per buscar dell'altro mi dava a bere che
avevo dei nemici, delle canaglie che mi volevan fare la pelle, e si vantava
ogni tanto d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi e cacciati in fuga
col suo coltello, mentre s'aggiravano in atto sinistro intorno a casa mia. E io
facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica per ricompensare i suoi finti
servigi di brigante amico.
Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza nulla di grave; non era
ancora che uno spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro che aveva già
incominciato la carriera. Non veniva che di rado nel cortile, perchè abitava
lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo; forse di nessuno. Era sempre in
giro; passava più notti al lume della luna che sotto i travicelli, se pure aveva
un tetto. Era un ladruncolo di mestiere, specialista delle frutta. Passando
accanto a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, in presenza di chi si
fosse, agguantava una pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con una tal
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velocità che non c'erano gambe che lo potessero raggiungere: era un ladro
alato. Aveva una faccia trista. E come l'avrebbe potuta aver buona, povero
ragazzo, cresciuto come una fiera in un bosco? Ma io non potevo allora
sentirne la pietà che ne sento adesso. Temevo assai più lui di quell'altro, e
per questo l'accoglievo con particolar cortesia quando onorava i miei poderi
d'una sua visita. Un giorno, dopo avermi guadagnato un soldo al gioco delle
bocce (lo lasciavo sempre guadagnare), egli infilò la strada per andarsene,
ed io stavo osservandolo dalla soglia del portone. Passò in quel punto
davanti a me un brigadiere della polizia, — un perticone alto due metri, con
una durlindana che non finiva più; — il quale, vedendo il ragazzo alle
spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce l'ho finalmente! — e
slanciatosi di corsa in punta di piedi, a passi corti e rapidissimi, lo raggiunse
e lo ghermì per un braccio. Quegli si mise a urlare come un disperato,
chiedendo pietà e misericordia; ma il brigadiere tenne duro, e lo tirò via. Io
rimasi agghiacciato dalla paura, con la coscienza d'un complice, a cui
dovesse toccare la stessa sorte fra poco; e rientrato in casa pallido e
tremante, stetti rintanato tutto il giorno, spiando tratto tratto dalla finestra,
col tremacuore di veder comparire da un momento all'altro il brigadiere
lungo, in aria di dire: — All'altro, adesso! — Non vidi più quel ragazzo
dopo quel giorno.
Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, tutti gli altri erano in fondo
buoni figliuoli, incapaci d'una birbonata vera, alcuni affezionatissimi e già
utili alle loro famiglie; e mi volevan tutti bene, nonostante i battibecchi
frequenti, perchè, non tanto per proposito quanto per affetto, io non facevo
sentir loro in alcun modo la mia superiorità di condizione. Il che non
toglieva che facessi qualche volta il prepotente, per impulso d'istinto; ma
ricordo che quando mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) ch'io
facevo così perchè ero un signore, queste parole mi ferivano al cuore, e ne
rimanevo umiliato e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare con ogni
specie di cortesie, e anche d'adulazioni.
alato. Aveva una faccia trista. E come l'avrebbe potuta aver buona, povero
ragazzo, cresciuto come una fiera in un bosco? Ma io non potevo allora
sentirne la pietà che ne sento adesso. Temevo assai più lui di quell'altro, e
per questo l'accoglievo con particolar cortesia quando onorava i miei poderi
d'una sua visita. Un giorno, dopo avermi guadagnato un soldo al gioco delle
bocce (lo lasciavo sempre guadagnare), egli infilò la strada per andarsene,
ed io stavo osservandolo dalla soglia del portone. Passò in quel punto
davanti a me un brigadiere della polizia, — un perticone alto due metri, con
una durlindana che non finiva più; — il quale, vedendo il ragazzo alle
spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce l'ho finalmente! — e
slanciatosi di corsa in punta di piedi, a passi corti e rapidissimi, lo raggiunse
e lo ghermì per un braccio. Quegli si mise a urlare come un disperato,
chiedendo pietà e misericordia; ma il brigadiere tenne duro, e lo tirò via. Io
rimasi agghiacciato dalla paura, con la coscienza d'un complice, a cui
dovesse toccare la stessa sorte fra poco; e rientrato in casa pallido e
tremante, stetti rintanato tutto il giorno, spiando tratto tratto dalla finestra,
col tremacuore di veder comparire da un momento all'altro il brigadiere
lungo, in aria di dire: — All'altro, adesso! — Non vidi più quel ragazzo
dopo quel giorno.
Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, tutti gli altri erano in fondo
buoni figliuoli, incapaci d'una birbonata vera, alcuni affezionatissimi e già
utili alle loro famiglie; e mi volevan tutti bene, nonostante i battibecchi
frequenti, perchè, non tanto per proposito quanto per affetto, io non facevo
sentir loro in alcun modo la mia superiorità di condizione. Il che non
toglieva che facessi qualche volta il prepotente, per impulso d'istinto; ma
ricordo che quando mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) ch'io
facevo così perchè ero un signore, queste parole mi ferivano al cuore, e ne
rimanevo umiliato e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare con ogni
specie di cortesie, e anche d'adulazioni.
Page 39
Sul campo dell'onore.
La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda di
mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli, li
ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie militari
con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo sempre con loro
d'un nemico immaginario, col quale un giorno o l'altro ci saremmo dovuti
misurare, e contro il quale essi s'andavano accendendo di giorno in giorno
di generosa ira guerriera: tanto è facile montar la testa alle moltitudini coi
fantasmi dell'onore e della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E
veramente io vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova,
senza saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione.
L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città un altro
piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola di Modena ed è
ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava pure un piccolo esercito
contro un nemico creato dalla sua fantasia. Apprender l'esistenza l'un
dell'altro, ed esser nemici, e considerar necessario il cozzo delle due
schiere, fu una cosa sola. S'era bene italiani da una parte e dall'altra, e
cittadini della stessa città, e in un tempo in cui la patria comune era
impegnata in una guerra contro la Russia; ma si apparteneva a due
parrocchie diverse, e questo bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi
dicevamo con disprezzo: — Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano
con disdegno: — Quelli di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale
e quale, e anche fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole
della diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per
iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una ventina
di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta, dai loro
accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate. Io m'ero messo
a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo d'una vecchia tenda
di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata di carta d'argento, che
m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo formidabile. Ma quando vidi
apparire in fondo alla strada, alla testa dei suoi, il generale nemico,
La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda di
mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli, li
ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie militari
con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo sempre con loro
d'un nemico immaginario, col quale un giorno o l'altro ci saremmo dovuti
misurare, e contro il quale essi s'andavano accendendo di giorno in giorno
di generosa ira guerriera: tanto è facile montar la testa alle moltitudini coi
fantasmi dell'onore e della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E
veramente io vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova,
senza saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione.
L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città un altro
piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola di Modena ed è
ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava pure un piccolo esercito
contro un nemico creato dalla sua fantasia. Apprender l'esistenza l'un
dell'altro, ed esser nemici, e considerar necessario il cozzo delle due
schiere, fu una cosa sola. S'era bene italiani da una parte e dall'altra, e
cittadini della stessa città, e in un tempo in cui la patria comune era
impegnata in una guerra contro la Russia; ma si apparteneva a due
parrocchie diverse, e questo bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi
dicevamo con disprezzo: — Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano
con disdegno: — Quelli di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale
e quale, e anche fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole
della diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per
iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una ventina
di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta, dai loro
accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate. Io m'ero messo
a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo d'una vecchia tenda
di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata di carta d'argento, che
m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo formidabile. Ma quando vidi
apparire in fondo alla strada, alla testa dei suoi, il generale nemico,
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riconobbi con umiliazione ch'egli era assai più fieramente armato di me,
poichè aveva in capo un vero e proprio cappello di bersagliere, con tanto di
sottogola, un vero zaino sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani.
A un segnale dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero
incontro. Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata,
come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali non
avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse stata decisa
dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma fu vittima d'una
illusione: scambiò con una lama vera il mio brando di legno inargentato, mi
credette risoluto al sangue, die' indietro ai primi colpi, mi voltò lo zaino e
riprese a gambe la via della sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio
davanti ai Curiazi. Io gli detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla
gente che s'arrestava a guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A
un certo punto, il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse
con una mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il
proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato dall'ira, mi
lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me, sparì come un razzo.
Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con la scomparsa del
fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo rimasti noi padroni del
terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato in due; a ogni mossa,
ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre che era un colpo d'aria. Ma
la galloria, ma il vampo che menammo di quel trionfo ipotetico fu una cosa
da non immaginare. Per tutto quel giorno, e per qualche giorno appresso,
non parlammo d'altro; tutti raccontavano episodi, tutti avevano fatto
prodezze da Orlando; tale e quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già
cessato da un pezzo il dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora,
camminando inflesso come un arco, per far durare la gloria della ferita.
Quante volte, molti anni dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io
ricordammo quella famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa
che il bravo colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando
lavorano i muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un
mucchio di mattoni!
poichè aveva in capo un vero e proprio cappello di bersagliere, con tanto di
sottogola, un vero zaino sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani.
A un segnale dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero
incontro. Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata,
come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali non
avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse stata decisa
dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma fu vittima d'una
illusione: scambiò con una lama vera il mio brando di legno inargentato, mi
credette risoluto al sangue, die' indietro ai primi colpi, mi voltò lo zaino e
riprese a gambe la via della sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio
davanti ai Curiazi. Io gli detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla
gente che s'arrestava a guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A
un certo punto, il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse
con una mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il
proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato dall'ira, mi
lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me, sparì come un razzo.
Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con la scomparsa del
fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo rimasti noi padroni del
terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato in due; a ogni mossa,
ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre che era un colpo d'aria. Ma
la galloria, ma il vampo che menammo di quel trionfo ipotetico fu una cosa
da non immaginare. Per tutto quel giorno, e per qualche giorno appresso,
non parlammo d'altro; tutti raccontavano episodi, tutti avevano fatto
prodezze da Orlando; tale e quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già
cessato da un pezzo il dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora,
camminando inflesso come un arco, per far durare la gloria della ferita.
Quante volte, molti anni dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io
ricordammo quella famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa
che il bravo colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando
lavorano i muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un
mucchio di mattoni!
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Primi palpiti....
Trovo a questo punto il ricordo di quel primo sentimento confuso e
soavissimo, che si può chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la parola
non può render che malamente, come il pennello il primo barlume dell'alba.
Una sera, tornando da una passeggiata col portinaio, ci fermammo in una
piazzetta dove dava spettacolo una famiglia di poveri saltimbanchi, e
danzava in quel punto sopra una corda, con le sottanine corte e il bilanciere
in mano, una ragazzina della mia età, di forme graziose e di viso dolce e
triste, accompagnata da un organetto che suonava un'aria lamentevole. Le
batteva in viso la luce d'un lampione; vidi che aveva gli occhi pieni di
lacrime: era forse stata battuta, o era digiuna o malata, e la facevano ballare
per forza. Non so ben dire, ma ricordo bene quello che provai: un
sentimento nuovo per me, una simpatia viva, dolcissima, piena di tenerezza
e di pietà, diversa affatto da quanto avessi mai sentito fino allora in
presenza dell'altro sesso; una commozione gentile e grave ad un tempo,
della quale sentivo non so quale alterezza, e che mi lasciò pensieroso per
tutta la sera, come d'un mistero, e compreso di quella malinconia che ci
viene dalla solitudine della campagna all'ora del tramonto; ma non turbato
neppure dall'ombra d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni di scuola
e di gioco mi fosse già passata per gli orecchi molta parte dello scibile; anzi
rifuggente con ribrezzo da ogni immagine impura che mi balenasse appena
alla mente. Ciò che prova per me che non è quella peste incurabile che si
crede la cognizione precoce (d'altra parte inevitabile, che che si faccia) di
certe cose, poichè l'amore è più forte di lei, e quando si leva spazza via
dall'anima, come un colpo di vento, ogni pensiero immondo. Disparve
presto quella immagine; ma non rimase più vuoto il posto che ella aveva
occupato: nel quale sottentrarono via via le piccole signorine più belle e più
note della città, che usavano ballar tra di loro ogni domenica in una
piazzetta del passeggio pubblico, mentre suonava la banda municipale; e
tutti quegli amori furon della natura del primo, affettuosi e puri, tutti del
cuore e della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe di gloria, da
Trovo a questo punto il ricordo di quel primo sentimento confuso e
soavissimo, che si può chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la parola
non può render che malamente, come il pennello il primo barlume dell'alba.
Una sera, tornando da una passeggiata col portinaio, ci fermammo in una
piazzetta dove dava spettacolo una famiglia di poveri saltimbanchi, e
danzava in quel punto sopra una corda, con le sottanine corte e il bilanciere
in mano, una ragazzina della mia età, di forme graziose e di viso dolce e
triste, accompagnata da un organetto che suonava un'aria lamentevole. Le
batteva in viso la luce d'un lampione; vidi che aveva gli occhi pieni di
lacrime: era forse stata battuta, o era digiuna o malata, e la facevano ballare
per forza. Non so ben dire, ma ricordo bene quello che provai: un
sentimento nuovo per me, una simpatia viva, dolcissima, piena di tenerezza
e di pietà, diversa affatto da quanto avessi mai sentito fino allora in
presenza dell'altro sesso; una commozione gentile e grave ad un tempo,
della quale sentivo non so quale alterezza, e che mi lasciò pensieroso per
tutta la sera, come d'un mistero, e compreso di quella malinconia che ci
viene dalla solitudine della campagna all'ora del tramonto; ma non turbato
neppure dall'ombra d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni di scuola
e di gioco mi fosse già passata per gli orecchi molta parte dello scibile; anzi
rifuggente con ribrezzo da ogni immagine impura che mi balenasse appena
alla mente. Ciò che prova per me che non è quella peste incurabile che si
crede la cognizione precoce (d'altra parte inevitabile, che che si faccia) di
certe cose, poichè l'amore è più forte di lei, e quando si leva spazza via
dall'anima, come un colpo di vento, ogni pensiero immondo. Disparve
presto quella immagine; ma non rimase più vuoto il posto che ella aveva
occupato: nel quale sottentrarono via via le piccole signorine più belle e più
note della città, che usavano ballar tra di loro ogni domenica in una
piazzetta del passeggio pubblico, mentre suonava la banda municipale; e
tutti quegli amori furon della natura del primo, affettuosi e puri, tutti del
cuore e della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe di gloria, da
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immaginazioni poetiche di nozze premature, di fughe avventurose,
d'incontri romanzeschi in foreste e in deserti, di colloqui appassionati e
sommessi nel silenzio delle notti stellate. Che sciocco errore è di far colpa
ai ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di quei primi moti della
passione, che sono invece la sola forza intima che possa preservarli dalla
corruzione! Io ricordo che tutte quelle ragazzine m'apparivano come
ravvolte in una infinità di veli, di cui il mio pensiero non raggiungeva mai
l'ultimo; che le tenevo come creature sovrumane, le quali non avessero di
fanciullesco che l'aspetto, così che restavo stupito, quasi deluso, quando nel
passare accanto a loro, mentre discorrevano con le governanti o coi fratelli
piccoli, le udivo dire qualche sciocchezza, come ne dicevano tutti i ragazzi
della mia età. E avrei sentito una vergogna mortale se esse avessero potuto
udire certi discorsi che facevamo fra di noi, e ogni allusione volgare che si
fosse fatta a quella che per il momento stava sull'altare, m'avrebbe offeso
nell'anima. Ma da quei discorsi, per quanto stava in me, esse rimanevano
sempre fuori, come esseri inaccessibili alle volgarità di questa terra. Le
nostre immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi avevan per oggetto
persone d'altra età e d'altra condizione, nelle quali non si guardava nè a
bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva che vedere la simpatia; e anche
correva un lungo tratto tra l'audacia impudente delle parole e la vera
capacità morale di peccare. Benchè il mio sentimento religioso fosse molto
vago, e andasse soggetto a molte intermittenze, quello di cui si parlava così
allegramente m'appariva pur sempre un peccato enorme, di conseguenze
grandi e terribili nell'altra vita ed in questa; la prima delle quali pensavo che
fosse un'immediata e profonda trasformazione morale, un'entrata violenta e
pericolosa di tutto l'essere nella virilità, lo scoprimento istantaneo di molti
misteri solenni della vita, una sazietà improvvisa di tutti i giochi e di tutti i
piaceri della fanciullezza, e la morte d'ogni amore allo studio. Tanto è vero
che, essendosi vantato con me quel tal Clemente, d'aver conosciuto l'albero
del bene e del male, e avendomi raccontato che la sera della sua prima colpa
era stato accompagnato fino a casa da una voce cupa e continua che veniva
di sottoterra, io la bevetti come me la diede, e ne serbai per molto tempo un
senso segreto di terrore.
d'incontri romanzeschi in foreste e in deserti, di colloqui appassionati e
sommessi nel silenzio delle notti stellate. Che sciocco errore è di far colpa
ai ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di quei primi moti della
passione, che sono invece la sola forza intima che possa preservarli dalla
corruzione! Io ricordo che tutte quelle ragazzine m'apparivano come
ravvolte in una infinità di veli, di cui il mio pensiero non raggiungeva mai
l'ultimo; che le tenevo come creature sovrumane, le quali non avessero di
fanciullesco che l'aspetto, così che restavo stupito, quasi deluso, quando nel
passare accanto a loro, mentre discorrevano con le governanti o coi fratelli
piccoli, le udivo dire qualche sciocchezza, come ne dicevano tutti i ragazzi
della mia età. E avrei sentito una vergogna mortale se esse avessero potuto
udire certi discorsi che facevamo fra di noi, e ogni allusione volgare che si
fosse fatta a quella che per il momento stava sull'altare, m'avrebbe offeso
nell'anima. Ma da quei discorsi, per quanto stava in me, esse rimanevano
sempre fuori, come esseri inaccessibili alle volgarità di questa terra. Le
nostre immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi avevan per oggetto
persone d'altra età e d'altra condizione, nelle quali non si guardava nè a
bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva che vedere la simpatia; e anche
correva un lungo tratto tra l'audacia impudente delle parole e la vera
capacità morale di peccare. Benchè il mio sentimento religioso fosse molto
vago, e andasse soggetto a molte intermittenze, quello di cui si parlava così
allegramente m'appariva pur sempre un peccato enorme, di conseguenze
grandi e terribili nell'altra vita ed in questa; la prima delle quali pensavo che
fosse un'immediata e profonda trasformazione morale, un'entrata violenta e
pericolosa di tutto l'essere nella virilità, lo scoprimento istantaneo di molti
misteri solenni della vita, una sazietà improvvisa di tutti i giochi e di tutti i
piaceri della fanciullezza, e la morte d'ogni amore allo studio. Tanto è vero
che, essendosi vantato con me quel tal Clemente, d'aver conosciuto l'albero
del bene e del male, e avendomi raccontato che la sera della sua prima colpa
era stato accompagnato fino a casa da una voce cupa e continua che veniva
di sottoterra, io la bevetti come me la diede, e ne serbai per molto tempo un
senso segreto di terrore.
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Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea.
Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; del quale non conservo
altro ricordo netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io feci in una
traduzione dal latino a un esame mensile, il più sformato farfallone, il più
buffo e scandaloso quiproquo che sia mai stato preso, credo, nelle scuole
d'Italia, da che vi s'insegna la lingua di Cicerone, e che rimase meritamente
celebre tra la scolaresca per tutta la durata del corso. Era.... Ma no, non lo
dico, perchè non sarebbe creduto, perchè si penserebbe certamente ch'io
l'avessi inventato per rallegrar la materia e per vantarmi d'aver superato in
qualche cosa i confini dell'immaginazione umana: la memoria d'una tale
scelleratezza deve scender con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il mio
ricordo più vivo di quell'anno fu il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. Già,
quand'era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova, avevo
pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle battaglie e
al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato il nostro piccolo
esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava alle trincee di Sebastopoli?
E se era vivo, sarebbe ritornato nella piccola città dove l'avevo conosciuto?
Il giorno che si sparse la voce: — Arrivano due battaglioni domattina — fui
fuor di me dal piacere e dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, credette
di dovermi preparare a una delusione. — Bada — mi disse — ne son morti
tanti! E poi, chi ti dice che non sia rimasto a Genova, o che non debba
rimanere a Torino? — Quest'avvertimento mi rese pensieroso. Mi svegliai
non di meno la mattina dopo con l'allegra certezza di rivederlo. Accorse ad
aspettare i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano
dalla stazione, sul margine d'un largo viale che saliva dalla strada ferrata ai
bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra i primi spettatori.
Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di tromba, e
vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni! Ma che soldati
eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri. Eran tutti neri come
beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi, con certe miserie di pennacchi
Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; del quale non conservo
altro ricordo netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io feci in una
traduzione dal latino a un esame mensile, il più sformato farfallone, il più
buffo e scandaloso quiproquo che sia mai stato preso, credo, nelle scuole
d'Italia, da che vi s'insegna la lingua di Cicerone, e che rimase meritamente
celebre tra la scolaresca per tutta la durata del corso. Era.... Ma no, non lo
dico, perchè non sarebbe creduto, perchè si penserebbe certamente ch'io
l'avessi inventato per rallegrar la materia e per vantarmi d'aver superato in
qualche cosa i confini dell'immaginazione umana: la memoria d'una tale
scelleratezza deve scender con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il mio
ricordo più vivo di quell'anno fu il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. Già,
quand'era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova, avevo
pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle battaglie e
al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato il nostro piccolo
esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava alle trincee di Sebastopoli?
E se era vivo, sarebbe ritornato nella piccola città dove l'avevo conosciuto?
Il giorno che si sparse la voce: — Arrivano due battaglioni domattina — fui
fuor di me dal piacere e dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, credette
di dovermi preparare a una delusione. — Bada — mi disse — ne son morti
tanti! E poi, chi ti dice che non sia rimasto a Genova, o che non debba
rimanere a Torino? — Quest'avvertimento mi rese pensieroso. Mi svegliai
non di meno la mattina dopo con l'allegra certezza di rivederlo. Accorse ad
aspettare i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano
dalla stazione, sul margine d'un largo viale che saliva dalla strada ferrata ai
bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra i primi spettatori.
Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di tromba, e
vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni! Ma che soldati
eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri. Eran tutti neri come
beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi, con certe miserie di pennacchi
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scemi e stinti, cascanti come cenci dai cappelli logori: più fieri all'aspetto,
senza dubbio, più belli cento volte di com'eran partiti; ma mi parevan
soldati d'un esercito straniero, che dovessero parlare un'altra lingua, e di cui
nessuno m'avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi
della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che mi
dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il mio
caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore più forte.
Ah! eccolo, ecco Martinotti.... Ahimè, fu l'illusione d'un momento. Il
caporale era un altro. Martinotti non c'era. I trombettieri passarono. Rimasi
col cuore oppresso. Guardai tutti i gallonati della colonna: non lo vidi. Ah! è
morto — pensai — il mio buon caporale è morto! O è forse rimasto a
Torino o a Genova, come mi disse mia madre, e non lo rivedrò mai più,
come se fosse morto. — Non restava più da passare che una compagnia, e
io stavo osservando un vecchio capitano che aveva una grande cicatrice a
una guancia, quando udii a due passi da me una voce allegra: — O
Mondino! — Mi voltai, come a una scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni
di sergente, in serrafile, col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso
abbronzato, dimagrito, un po' invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto
come avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon
sorriso d'una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con un: —
Ah! — che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi cacciai tra
le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi gridò, e non ebbe
tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra gli applausi e gli
evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe dietro alla colonna per
accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno dopo, con che festa si può
pensare, e la nostra amicizia si riannodò più salda di prima. Ma, cosa strana,
non ricordo assolutamente nulla delle molte cose della guerra ch'egli mi
deve aver raccontate quel giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente alcun
particolare delle nostre relazioni dopo il suo ritorno. La sola cosa che
ricordo, dopo quell'avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i
soldati nella piazza d'armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime
tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato. Ma anche di questo non
conservo che un'immagine confusa, come d'uno spettacolo visto di sfuggita,
e a traverso un velo di vapori.
senza dubbio, più belli cento volte di com'eran partiti; ma mi parevan
soldati d'un esercito straniero, che dovessero parlare un'altra lingua, e di cui
nessuno m'avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi
della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che mi
dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il mio
caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore più forte.
Ah! eccolo, ecco Martinotti.... Ahimè, fu l'illusione d'un momento. Il
caporale era un altro. Martinotti non c'era. I trombettieri passarono. Rimasi
col cuore oppresso. Guardai tutti i gallonati della colonna: non lo vidi. Ah! è
morto — pensai — il mio buon caporale è morto! O è forse rimasto a
Torino o a Genova, come mi disse mia madre, e non lo rivedrò mai più,
come se fosse morto. — Non restava più da passare che una compagnia, e
io stavo osservando un vecchio capitano che aveva una grande cicatrice a
una guancia, quando udii a due passi da me una voce allegra: — O
Mondino! — Mi voltai, come a una scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni
di sergente, in serrafile, col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso
abbronzato, dimagrito, un po' invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto
come avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon
sorriso d'una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con un: —
Ah! — che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi cacciai tra
le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi gridò, e non ebbe
tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra gli applausi e gli
evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe dietro alla colonna per
accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno dopo, con che festa si può
pensare, e la nostra amicizia si riannodò più salda di prima. Ma, cosa strana,
non ricordo assolutamente nulla delle molte cose della guerra ch'egli mi
deve aver raccontate quel giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente alcun
particolare delle nostre relazioni dopo il suo ritorno. La sola cosa che
ricordo, dopo quell'avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i
soldati nella piazza d'armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime
tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato. Ma anche di questo non
conservo che un'immagine confusa, come d'uno spettacolo visto di sfuggita,
e a traverso un velo di vapori.
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Il furore della pittura.
La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè,
indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar carta
coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero furore di
maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si tratta d'una
piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi. Me l'attaccò un grande
quadro, non ancor finito, rappresentante la battaglia della Cernaia, che mio
padre mi condusse a vedere nello studio d'un bravo pittore lombardo (il
Borgocarati, un eroe delle Cinque giornate) che era stabilito da anni nella
nostra città. Fra gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo
purpureo d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della
tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista
famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva quel grido.
Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni, per aver fatto uno
scarabocchio di battaglia, il quale era parso una maraviglia al mio buon
padre, che l'aveva messo in un quadro, come una manifestazione non
dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno! Faceva tanto più onore al
suo cuor di padre quell'errore perchè, senza aver fatto studi regolari, egli era
intendentissimo d'arte, e disegnava, miniava e modellava con gusto squisito.
Vadano pur cauti i padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè
non avranno mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento
vivissimo dei colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà
la musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti a
una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti a un
quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento che non
si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me quello che
avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano invece col menar la
penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia d'entrar nell'arte. Ma questo
dubbio non poteva neppur lampeggiare alla mia mente. Sciupai dozzine di
scatole di colori a tingere risme di carta, tentando tutti i generi, dal
paesaggio da confettiera al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più
La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè,
indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar carta
coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero furore di
maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si tratta d'una
piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi. Me l'attaccò un grande
quadro, non ancor finito, rappresentante la battaglia della Cernaia, che mio
padre mi condusse a vedere nello studio d'un bravo pittore lombardo (il
Borgocarati, un eroe delle Cinque giornate) che era stabilito da anni nella
nostra città. Fra gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo
purpureo d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della
tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista
famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva quel grido.
Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni, per aver fatto uno
scarabocchio di battaglia, il quale era parso una maraviglia al mio buon
padre, che l'aveva messo in un quadro, come una manifestazione non
dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno! Faceva tanto più onore al
suo cuor di padre quell'errore perchè, senza aver fatto studi regolari, egli era
intendentissimo d'arte, e disegnava, miniava e modellava con gusto squisito.
Vadano pur cauti i padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè
non avranno mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento
vivissimo dei colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà
la musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti a
una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti a un
quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento che non
si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me quello che
avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano invece col menar la
penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia d'entrar nell'arte. Ma questo
dubbio non poteva neppur lampeggiare alla mia mente. Sciupai dozzine di
scatole di colori a tingere risme di carta, tentando tutti i generi, dal
paesaggio da confettiera al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più
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che altro la pittura militare; alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre,
col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non si son
combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della terra quante io ne
scombiccherai in sei mesi col mio granatino della malora. Ne buttavo giù
fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica di carnificine dipinte. Non si
possono immaginare gli orrori che ho messi in acquarello. E siccome
regalavo i miei lavori, come Massimo d'Azeglio, a tutti i miei amici e
conoscenti, venne un tempo in cui ne fu invasa la città, e se ne vedevano
appiccicati ai muri per la strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli
usci delle stalle. Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli,
perchè non mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza.
Quante volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah!
di quanto mal fu matre quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera si
moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal mio
pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che il primo;
non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso conio di famiglia;
tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni, che lanciavo all'assalto sulla
carta di protocollo, gridavano in coro contro il piccolo assassino dell'arte. E
intesi quel grido, finalmente, e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non
son mica malcontento, ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di
criminalità pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e
deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili, fu quella
rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da qualche altro
malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere effetti più gravi che
lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura cittadine.
col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non si son
combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della terra quante io ne
scombiccherai in sei mesi col mio granatino della malora. Ne buttavo giù
fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica di carnificine dipinte. Non si
possono immaginare gli orrori che ho messi in acquarello. E siccome
regalavo i miei lavori, come Massimo d'Azeglio, a tutti i miei amici e
conoscenti, venne un tempo in cui ne fu invasa la città, e se ne vedevano
appiccicati ai muri per la strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli
usci delle stalle. Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli,
perchè non mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza.
Quante volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah!
di quanto mal fu matre quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera si
moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal mio
pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che il primo;
non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso conio di famiglia;
tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni, che lanciavo all'assalto sulla
carta di protocollo, gridavano in coro contro il piccolo assassino dell'arte. E
intesi quel grido, finalmente, e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non
son mica malcontento, ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di
criminalità pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e
deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili, fu quella
rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da qualche altro
malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere effetti più gravi che
lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura cittadine.
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Il regno del terrore.
Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi rese
quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia sbarbata
e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due occhi chiari e
freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non picchiava; ma era
peggio che se picchiasse, perchè si serviva del latino come d'una frusta
metallica, con cui ci faceva frullare come i mezzani di Malebolge sotto le
scuriade dei diavoli. Ci caricava di lavoro, ci oberava di pensi, non ci
lasciava girar gli occhi, nè allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a
una funzione funebre. Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne
dovevamo tener dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle
due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la
mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria, che non ci
dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente spietato. E il
linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A ogni errore di
grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la sua famiglia —
Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera — Questo è uno
sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla cacciare in
prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti ridotti un
branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del nuovo metodo,
imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al suono del comando: —
Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento delle dieci lezioni
quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel gran crocifisso
appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava lo stato di tutti!
Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta nel cuor dell'inverno:
tirammo tutti un respiro di mantice; ma un respiro solo, perchè egli ci
spirava terrore anche da letto. Venne a sostituirlo un suo collega, professore
in aspettativa, che comparve il primo giorno in divisa di guardia nazionale,
e appoggiò il fucile alla parete, accanto alla cattedra. Credendolo della
stoffa dell'altro, di cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto
armato per far fuoco sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che
Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi rese
quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia sbarbata
e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due occhi chiari e
freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non picchiava; ma era
peggio che se picchiasse, perchè si serviva del latino come d'una frusta
metallica, con cui ci faceva frullare come i mezzani di Malebolge sotto le
scuriade dei diavoli. Ci caricava di lavoro, ci oberava di pensi, non ci
lasciava girar gli occhi, nè allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a
una funzione funebre. Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne
dovevamo tener dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle
due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la
mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria, che non ci
dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente spietato. E il
linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A ogni errore di
grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la sua famiglia —
Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera — Questo è uno
sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla cacciare in
prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti ridotti un
branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del nuovo metodo,
imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al suono del comando: —
Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento delle dieci lezioni
quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel gran crocifisso
appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava lo stato di tutti!
Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta nel cuor dell'inverno:
tirammo tutti un respiro di mantice; ma un respiro solo, perchè egli ci
spirava terrore anche da letto. Venne a sostituirlo un suo collega, professore
in aspettativa, che comparve il primo giorno in divisa di guardia nazionale,
e appoggiò il fucile alla parete, accanto alla cattedra. Credendolo della
stoffa dell'altro, di cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto
armato per far fuoco sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che
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ci restituì alla vita umana. Ma quel paradiso non durò che otto giorni; dopo i
quali il tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con
raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando.
Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora
stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non temesse
Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica, che
rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto di ribellione.
Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con risposte o atti
insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo disprezzo, con una
pertinacia invitta nella volontà di non studiare; e non c'era rimprovero nè
minaccia che gli facesse mutare aspetto nè piegar sua costa. Egli affrontava
i fulmini fissando negli occhi al professore uno sguardo da Capaneo, che ci
faceva fremere d'entusiasmo. Il professore castigava i rei facendoli stare in
ginocchio sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava
inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte alta, in un
atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica, nel quale
grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo. Il tiranno si
rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla scuola egli abbia
passato più tempo in ginocchio che seduto, e che, se è tuttora in vita, debba
avere ancora i calli alle giunture, come quei maomettani fanatici che hanno
fatto il viaggio alla Mecca carponi. O anima altera e disdegnosa! Dovunque
tu sia, possa raggiungerti questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico
compagno di schiavitù e d'inginocchiatura.
L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto, di viso
precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da Saluzzo, mi
pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che gli allentava la
briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo tutti con certa
ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente della sua libertà; ci
appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica, come un eroe del Byron, e
poichè, diffidando di noi, non accennava che velatamente, e di rado, alle sue
scappate, noi davamo alle sue poche parole oscure cento interpretazioni
fantastiche, assai più ardite e profonde del suo pensiero. Risento ancora la
commozione della scena solenne che seguì una mattina, quando il
professore, informato non so da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in
presenza della scolaresca davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un
quali il tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con
raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando.
Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora
stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non temesse
Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica, che
rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto di ribellione.
Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con risposte o atti
insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo disprezzo, con una
pertinacia invitta nella volontà di non studiare; e non c'era rimprovero nè
minaccia che gli facesse mutare aspetto nè piegar sua costa. Egli affrontava
i fulmini fissando negli occhi al professore uno sguardo da Capaneo, che ci
faceva fremere d'entusiasmo. Il professore castigava i rei facendoli stare in
ginocchio sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava
inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte alta, in un
atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica, nel quale
grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo. Il tiranno si
rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla scuola egli abbia
passato più tempo in ginocchio che seduto, e che, se è tuttora in vita, debba
avere ancora i calli alle giunture, come quei maomettani fanatici che hanno
fatto il viaggio alla Mecca carponi. O anima altera e disdegnosa! Dovunque
tu sia, possa raggiungerti questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico
compagno di schiavitù e d'inginocchiatura.
L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto, di viso
precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da Saluzzo, mi
pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che gli allentava la
briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo tutti con certa
ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente della sua libertà; ci
appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica, come un eroe del Byron, e
poichè, diffidando di noi, non accennava che velatamente, e di rado, alle sue
scappate, noi davamo alle sue poche parole oscure cento interpretazioni
fantastiche, assai più ardite e profonde del suo pensiero. Risento ancora la
commozione della scena solenne che seguì una mattina, quando il
professore, informato non so da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in
presenza della scolaresca davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un
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presidente di Tribunale statario, gli disse: — Nefande cose ho saputo sul
conto suo, signor.... tal dei tali!
E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte!
E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del consorzio
civile!
E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve!
E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!
Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse; durò per
un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica, veramente. Il piccolo
accusato, immobile e muto, ci apparve come l'immagine incarnata di tutte le
corruttele e di tutti i delitti della decadenza di Roma.
Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo solo che
c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia eterna, e l'ergastolo, e
altre dolcezze consimili, messe fuori con voce cavernosa e roteando gli
occhi in modo da dar la terzana, e che, finita la lezione, non per ribrezzo di
lui, ma per terrore del tiranno, sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore
come un maledetto da Dio.
Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio notaio,
figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che aveva grandi
pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a musaico, a furia di frasi
raccattate qua e là con una pazienza di santo, e messe insieme con gli
artifici più grossolani, congiunte proprio con la forza, a marcio dispetto
della logica e del senso comune, che per lui non contavan nulla, purchè la
lingua e lo stile, come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo
ancora davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi
intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.
Il professore gli disse: — Ma io non capisco.
— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine.
— Ma che frasi sono, che io non le intendo?
— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa. Capire alla
prima è impossibile!
conto suo, signor.... tal dei tali!
E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte!
E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del consorzio
civile!
E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve!
E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!
Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse; durò per
un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica, veramente. Il piccolo
accusato, immobile e muto, ci apparve come l'immagine incarnata di tutte le
corruttele e di tutti i delitti della decadenza di Roma.
Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo solo che
c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia eterna, e l'ergastolo, e
altre dolcezze consimili, messe fuori con voce cavernosa e roteando gli
occhi in modo da dar la terzana, e che, finita la lezione, non per ribrezzo di
lui, ma per terrore del tiranno, sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore
come un maledetto da Dio.
Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio notaio,
figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che aveva grandi
pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a musaico, a furia di frasi
raccattate qua e là con una pazienza di santo, e messe insieme con gli
artifici più grossolani, congiunte proprio con la forza, a marcio dispetto
della logica e del senso comune, che per lui non contavan nulla, purchè la
lingua e lo stile, come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo
ancora davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi
intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.
Il professore gli disse: — Ma io non capisco.
— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine.
— Ma che frasi sono, che io non le intendo?
— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa. Capire alla
prima è impossibile!
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E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si rimise a sedere scoraggiato,
facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso: il vero latino non
è più inteso.
Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che fu il
primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi Una lotta fra il
leone e la tigre: argomento in armonia con la mia natura, si capisce.
Ricordo che incominciava con la frase: Sul rosseggiar del cielo, ed era tutto
uno stridío di parole terribili, scelte tra le più ricche di erre e di esse, una
musica infernale di ruggiti e di rantoli, una lacerazione furiosa di carni e di
regole di sintassi, che finiva in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo,
quando fui chiamato a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo,
che risero insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile del
Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E questo fiasco, che
m'avvilì allora profondamente, è adesso per me un caro ricordo, poichè fu
l'avvenimento che fruttò ai miei compagni di servaggio e di terrore il solo
quarto d'ora d'ilarità collettiva ch'essi abbiano avuto in quella scuola
dolorosa.
Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter
reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per l'affanno
continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e farneticare
come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena se n'accorsero mio
padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi dalla scuola e di non
rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi l'animo e le forze. Prima
che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e uscii dai lavori forzati.
facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso: il vero latino non
è più inteso.
Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che fu il
primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi Una lotta fra il
leone e la tigre: argomento in armonia con la mia natura, si capisce.
Ricordo che incominciava con la frase: Sul rosseggiar del cielo, ed era tutto
uno stridío di parole terribili, scelte tra le più ricche di erre e di esse, una
musica infernale di ruggiti e di rantoli, una lacerazione furiosa di carni e di
regole di sintassi, che finiva in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo,
quando fui chiamato a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo,
che risero insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile del
Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E questo fiasco, che
m'avvilì allora profondamente, è adesso per me un caro ricordo, poichè fu
l'avvenimento che fruttò ai miei compagni di servaggio e di terrore il solo
quarto d'ora d'ilarità collettiva ch'essi abbiano avuto in quella scuola
dolorosa.
Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter
reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per l'affanno
continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e farneticare
come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena se n'accorsero mio
padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi dalla scuola e di non
rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi l'animo e le forze. Prima
che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e uscii dai lavori forzati.
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Il maestro prete.
Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far ripetizione di latino da un prete,
un'ora il giorno, a casa sua, dov'egli stava con sua madre e una zia; le quali
m'aprivano l'uscio pian piano, e scomparivano senza dir nulla, come due
larve. Era un bel pretino biondo, fresco come una rosa, con due occhi
azzurri vivissimi; i quali potevano far presagire agli accorti che presto o
tardi egli avrebbe gettato il collare sur un fico; come lo gettò infatti pochi
anni dopo per mettersi al collo una collana vivente. Ma, ahimè! il giovine
maestro non aveva più voglia d'insegnarmi il latino di quello che n'avessi io
d'impararlo. Il ricordo di quell'esperienza m'ha fatto poi avversario risoluto
dell'insegnamento a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante e alunno
siano due miracoli di buon volere), poichè quasi sempre manca all'uno e
all'altro ogni stimolo; quando nella scuola collettiva, invece, lasciando
anche da parte l'emulazione, s'avvivano e s'acuiscono le facoltà intellettuali
del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro, per effetto della comunione
che si stabilisce fra le menti, le quali quasi operano insieme, illuminandosi a
vicenda. Sotto il tiranno Ezzelino ero ammazzato dalla fatica; col prete
morivo dall'uggia. Per un po' di giorni simulammo tutti e due: egli lo zelo,
io l'attenzione. Poscia più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento
reciproco. Ci guardavamo alle volte l'un l'altro con due grand'occhi fissi,
che a poco a poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi cade in
deliquio; poi aprivamo la bocca insieme e ci tiravamo in faccia uno
sbadiglio sgangherato, enorme, interminabile, in cui pareva che esalassimo
fino agli ultimi cuius tutto il latino che avevamo in corpo.... e non c'era
molto di più nel suo che nel mio.
Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita fra di noi, e
infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una traccia profonda nella
mia memoria. Era allora attivissima l'opera ecclesiastica per il riscatto
dell'infanzia chinese abbandonata. Ex abrupto, il giovine prete mi
ragguagliò della cosa: poi mi domandò se avrei accettato l'ufficio di
Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far ripetizione di latino da un prete,
un'ora il giorno, a casa sua, dov'egli stava con sua madre e una zia; le quali
m'aprivano l'uscio pian piano, e scomparivano senza dir nulla, come due
larve. Era un bel pretino biondo, fresco come una rosa, con due occhi
azzurri vivissimi; i quali potevano far presagire agli accorti che presto o
tardi egli avrebbe gettato il collare sur un fico; come lo gettò infatti pochi
anni dopo per mettersi al collo una collana vivente. Ma, ahimè! il giovine
maestro non aveva più voglia d'insegnarmi il latino di quello che n'avessi io
d'impararlo. Il ricordo di quell'esperienza m'ha fatto poi avversario risoluto
dell'insegnamento a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante e alunno
siano due miracoli di buon volere), poichè quasi sempre manca all'uno e
all'altro ogni stimolo; quando nella scuola collettiva, invece, lasciando
anche da parte l'emulazione, s'avvivano e s'acuiscono le facoltà intellettuali
del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro, per effetto della comunione
che si stabilisce fra le menti, le quali quasi operano insieme, illuminandosi a
vicenda. Sotto il tiranno Ezzelino ero ammazzato dalla fatica; col prete
morivo dall'uggia. Per un po' di giorni simulammo tutti e due: egli lo zelo,
io l'attenzione. Poscia più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento
reciproco. Ci guardavamo alle volte l'un l'altro con due grand'occhi fissi,
che a poco a poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi cade in
deliquio; poi aprivamo la bocca insieme e ci tiravamo in faccia uno
sbadiglio sgangherato, enorme, interminabile, in cui pareva che esalassimo
fino agli ultimi cuius tutto il latino che avevamo in corpo.... e non c'era
molto di più nel suo che nel mio.
Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita fra di noi, e
infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una traccia profonda nella
mia memoria. Era allora attivissima l'opera ecclesiastica per il riscatto
dell'infanzia chinese abbandonata. Ex abrupto, il giovine prete mi
ragguagliò della cosa: poi mi domandò se avrei accettato l'ufficio di
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raccoglier fra i ragazzi di mia conoscenza sottoscrizioni di dodici soldi
l'anno, allo scopo di salvar dalla morte e dalla perdizione migliaia di poveri
bambini del Celeste Impero, ch'eran buttati via come cenci o venduti come
bestie; e aggiunse ch'io avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore,
che tutti i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro di
essi, due ragazzi e due ragazze, scelti fra i più avvenenti, avrebbero avuto
l'onore di far la questua in una funzione solenne che si doveva celebrare in
una chiesa della parrocchia; per la quale egli aveva composto i versi e la
musica d'un inno, da cantarsi dalle voci migliori, fra cui poteva esser la mia.
Fu come avvicinare una fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei
bambini, l'ambizione dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del
vescovo m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era
misto di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò
l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito, non
sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale, troppo
astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di utilità pubblica,
che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili, stimolerebbe altre facoltà
ed altri affetti, e insegnerebbe con la dottrina la vita? Non mi pare un'idea
da buttar via. Ma tiriamo innanzi.
Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato
compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si ridestò in
quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a dire le preghiere
la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi amore alle cerimonie del
culto, mi venne il desiderio d'imparar a servir la messa, e per questo mi
diedi a frequentare una chiesa vicina a casa mia, dove strinsi amicizia con
altri piccoli topi di sacrestia, e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che
mi regalava delle immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei
giorni, vedo arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par
di respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, il sapore
d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi, una dolcezza
quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che svaniscono se
v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica che ci suonano
alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in note vocali.
Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete.
l'anno, allo scopo di salvar dalla morte e dalla perdizione migliaia di poveri
bambini del Celeste Impero, ch'eran buttati via come cenci o venduti come
bestie; e aggiunse ch'io avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore,
che tutti i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro di
essi, due ragazzi e due ragazze, scelti fra i più avvenenti, avrebbero avuto
l'onore di far la questua in una funzione solenne che si doveva celebrare in
una chiesa della parrocchia; per la quale egli aveva composto i versi e la
musica d'un inno, da cantarsi dalle voci migliori, fra cui poteva esser la mia.
Fu come avvicinare una fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei
bambini, l'ambizione dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del
vescovo m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era
misto di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò
l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito, non
sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale, troppo
astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di utilità pubblica,
che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili, stimolerebbe altre facoltà
ed altri affetti, e insegnerebbe con la dottrina la vita? Non mi pare un'idea
da buttar via. Ma tiriamo innanzi.
Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato
compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si ridestò in
quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a dire le preghiere
la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi amore alle cerimonie del
culto, mi venne il desiderio d'imparar a servir la messa, e per questo mi
diedi a frequentare una chiesa vicina a casa mia, dove strinsi amicizia con
altri piccoli topi di sacrestia, e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che
mi regalava delle immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei
giorni, vedo arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par
di respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, il sapore
d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi, una dolcezza
quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che svaniscono se
v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica che ci suonano
alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in note vocali.
Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete.
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Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di peccato in quella serenità
serafica. Il pretino dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa sua tutti i
collettori e le collettrici, una ventina all'incirca, me compreso, per
insegnarci l'inno da cantare in chiesa; il quale ricordo che incominciava col
verso: — Là nella Cina inospite. — Le collettrici eran quasi tutte signorine
della mia età, alcune bellissime. La loro presenza mi produsse un vivo
eccitamento. Quando mi ci trovai in mezzo non pensai più nè alla China, nè
al vescovo, nè alla chiesa; non ebbi più anima e senso che per loro. C'era
nella stanza del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto di quindici
anni, figliuolo d'un organista, provava la musica dell'inno, fra l'ammirazione
di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a cagione delle ammiratrici. A
un certo punto, non potendomi più contenere, pregai il suonatore, con poca
buona grazia, di lasciar suonare me pure. Parrà incredibile una tale
ignoranza a quell'età; ma è un fatto ch'io credevo ancora che per suonare il
pianoforte bastasse sapere il motivo che si voleva suonare, e picchiar le
mani sulla tastiera, così a dettatura d'orecchio, come si fischia un'aria. Con
questa sciocca idea insistetti tanto che il ragazzo, credendo ch'io sapessi di
musica, mi cedette il posto per un momento. Immaginate quale fu alla prova
il mio stupore e la mia vergogna. Una vergogna tale che, anche ora, dopo
quel po' di primavere che son passate, quando mi ricordo tutt'a un tratto di
quella bella figura, perchè non me ne torni a gola tutta l'amarezza, bisogna
ch'io mi ragioni, e faccia onta a me stesso del mio orgoglio, ancora
palpitante quando dovrebbe esser morto e sotterrato.
Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci in quel periodo ecclesiastico
della mia fanciullezza, e ricordo anche la peggiore per il gusto di
schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. Venne il giorno della
funzione solenne. La chiesa era piena come un ovo. Ai due collettori e alle
due collettrici, che dovevano andare attorno con una borsina elegante a
raccogliere le offerte, era stato assegnato un banco vicino all'altare.
Modestia a parte, erano due bei ragazzi e due belle ragazzine. Di una di
queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi moglie d'un Direttore della Banca
Nazionale, e il mio collega diventò un avvocato celebre. Eravamo vestiti
come principini, impomatati e inguantati: quattro splendori. Ci erano state
indicate prima le file dei banchi dove doveva passare ciascuno. Durante la
funzione io commisi il peccato di pensar troppo intensamente alla mia
serafica. Il pretino dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa sua tutti i
collettori e le collettrici, una ventina all'incirca, me compreso, per
insegnarci l'inno da cantare in chiesa; il quale ricordo che incominciava col
verso: — Là nella Cina inospite. — Le collettrici eran quasi tutte signorine
della mia età, alcune bellissime. La loro presenza mi produsse un vivo
eccitamento. Quando mi ci trovai in mezzo non pensai più nè alla China, nè
al vescovo, nè alla chiesa; non ebbi più anima e senso che per loro. C'era
nella stanza del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto di quindici
anni, figliuolo d'un organista, provava la musica dell'inno, fra l'ammirazione
di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a cagione delle ammiratrici. A
un certo punto, non potendomi più contenere, pregai il suonatore, con poca
buona grazia, di lasciar suonare me pure. Parrà incredibile una tale
ignoranza a quell'età; ma è un fatto ch'io credevo ancora che per suonare il
pianoforte bastasse sapere il motivo che si voleva suonare, e picchiar le
mani sulla tastiera, così a dettatura d'orecchio, come si fischia un'aria. Con
questa sciocca idea insistetti tanto che il ragazzo, credendo ch'io sapessi di
musica, mi cedette il posto per un momento. Immaginate quale fu alla prova
il mio stupore e la mia vergogna. Una vergogna tale che, anche ora, dopo
quel po' di primavere che son passate, quando mi ricordo tutt'a un tratto di
quella bella figura, perchè non me ne torni a gola tutta l'amarezza, bisogna
ch'io mi ragioni, e faccia onta a me stesso del mio orgoglio, ancora
palpitante quando dovrebbe esser morto e sotterrato.
Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci in quel periodo ecclesiastico
della mia fanciullezza, e ricordo anche la peggiore per il gusto di
schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. Venne il giorno della
funzione solenne. La chiesa era piena come un ovo. Ai due collettori e alle
due collettrici, che dovevano andare attorno con una borsina elegante a
raccogliere le offerte, era stato assegnato un banco vicino all'altare.
Modestia a parte, erano due bei ragazzi e due belle ragazzine. Di una di
queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi moglie d'un Direttore della Banca
Nazionale, e il mio collega diventò un avvocato celebre. Eravamo vestiti
come principini, impomatati e inguantati: quattro splendori. Ci erano state
indicate prima le file dei banchi dove doveva passare ciascuno. Durante la
funzione io commisi il peccato di pensar troppo intensamente alla mia
Page 54
vicina, la futura banchiera, che era vestita d'un abito bianco, del quale
sentiva la carezza il mio abito nero. Il cenno del prete che ci disse: —
Vadano — mi sopraccolse in quel pensiero. Preso così all'improvviso a una
così gran distanza dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, oltrepassato
appena il primo banco, dove tutti, mi diedero un soldo, sbagliai, e invece di
proseguire come dovevo, mi cacciai fra gli altri banchi, davanti ai quali era
già passata una delle ragazze, e dove non ebbi più il becco d'un quattrino.
Quella sequela inaspettata di rifiuti, che mi parve effetto d'antipatia
personale, mi fece perder la bussola; non vidi più nulla; non compresi i
cenni con cui si cercava di rimettermi sulla buona via; andai errando di
banco in banco, alla cieca, impacciato e goffo, con una faccia di ebete, che
invece di stimolar la carità provocava l'allegria, e dopo un pellegrinaggio
interminabile, che fu una tortura mortale, ritornai al banco dei collettori,
convertito per me in banco della berlina, con sette soldi nella borsa. Ahi,
dura terra! Che cosa sono le impressioni di quell'età! Sta per morire il
secolo che era allora a mezza strada, e ancora non posso sentir pronunciare
la parola collettore, senza che una voce sarcastica mi mormori all'orecchio:
— Sette soldi, signor collettore! Sette soldi, e che figurona!
Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche dalle più grandi cadute.
L'umiliazione patita in chiesa non tolse che fosse un giorno di festa per me
quello in cui il nostro prete mi condusse con tutto il drappello dei colleghi e
delle colleghe a far visita al vescovo. Questi era un vecchio tutto bianco, già
curvo, di viso grave e dolce. C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi il
Padre quaresimalista, che predicava allora nel duomo; un bell'uomo bruno,
coi capelli lunghi e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno scienziato; la cui
presenza impreveduta mi turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito
un'invettiva terribile contro certi peccatori, con voce tonante e gesto
minaccioso, egli aveva per caso fissato sopra di me, che stavo davanti al
pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva messo i brividi. Il vescovo
domandò a ciascuno di noi come ci chiamassimo. Quando fu la mia volta, il
predicatore disse non so che scherzo sulla latinità del mio nome, con
accento e sorriso benevolo, e quello scherzo, che mi fece l'effetto di
un'assoluzione, mi dissipò dall'animo ogni terrore. Delle parole del vescovo
non ricordo che un complimento che rivolse al mio prete, sorridendo: —
Lei è la colonna dell'istituzione, — e ricordo la gioia che sfolgorò sul viso
sentiva la carezza il mio abito nero. Il cenno del prete che ci disse: —
Vadano — mi sopraccolse in quel pensiero. Preso così all'improvviso a una
così gran distanza dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, oltrepassato
appena il primo banco, dove tutti, mi diedero un soldo, sbagliai, e invece di
proseguire come dovevo, mi cacciai fra gli altri banchi, davanti ai quali era
già passata una delle ragazze, e dove non ebbi più il becco d'un quattrino.
Quella sequela inaspettata di rifiuti, che mi parve effetto d'antipatia
personale, mi fece perder la bussola; non vidi più nulla; non compresi i
cenni con cui si cercava di rimettermi sulla buona via; andai errando di
banco in banco, alla cieca, impacciato e goffo, con una faccia di ebete, che
invece di stimolar la carità provocava l'allegria, e dopo un pellegrinaggio
interminabile, che fu una tortura mortale, ritornai al banco dei collettori,
convertito per me in banco della berlina, con sette soldi nella borsa. Ahi,
dura terra! Che cosa sono le impressioni di quell'età! Sta per morire il
secolo che era allora a mezza strada, e ancora non posso sentir pronunciare
la parola collettore, senza che una voce sarcastica mi mormori all'orecchio:
— Sette soldi, signor collettore! Sette soldi, e che figurona!
Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche dalle più grandi cadute.
L'umiliazione patita in chiesa non tolse che fosse un giorno di festa per me
quello in cui il nostro prete mi condusse con tutto il drappello dei colleghi e
delle colleghe a far visita al vescovo. Questi era un vecchio tutto bianco, già
curvo, di viso grave e dolce. C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi il
Padre quaresimalista, che predicava allora nel duomo; un bell'uomo bruno,
coi capelli lunghi e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno scienziato; la cui
presenza impreveduta mi turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito
un'invettiva terribile contro certi peccatori, con voce tonante e gesto
minaccioso, egli aveva per caso fissato sopra di me, che stavo davanti al
pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva messo i brividi. Il vescovo
domandò a ciascuno di noi come ci chiamassimo. Quando fu la mia volta, il
predicatore disse non so che scherzo sulla latinità del mio nome, con
accento e sorriso benevolo, e quello scherzo, che mi fece l'effetto di
un'assoluzione, mi dissipò dall'animo ogni terrore. Delle parole del vescovo
non ricordo che un complimento che rivolse al mio prete, sorridendo: —
Lei è la colonna dell'istituzione, — e ricordo la gioia che sfolgorò sul viso
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del lodato, pari a quella che davano ai granatieri della Guardia gli encomî di
Napoleone. Eh, povera colonna, che doveva piegar tra poco come un giunco
sotto una manina scomunicata! E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin
dalla prima volta che ho letto i Promessi Sposi ho sempre dato al cardinal
Federico il viso di quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, potrei
riprodurre fedelmente, mettendo al suo punto preciso il piccolo neo che
aveva accanto alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare i miei
fratelli, che dicevan per celia che era finto.
In che maniera tutto quel mio fervore religioso si sia andato spegnendo, non
saprei dire. C'è a questo punto nella mia memoria, come in altri punti, uno
squarcio. Pare che quel piccolo mondo ecclesiastico sia sparito dalla mia
vita come una meteora. Mi ricordo peraltro che il mio ufficio di collettore si
veniva facendo di mese in mese più duro, poichè era sempre più difficile
strappare ai sottoscrittori poveri il soldo promesso; e che un giorno tornai a
casa quasi piangente perchè la pollivendola, dandomi il soldo di mal garbo,
dopo aver frugato in tasca mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: —
Ma.... questi soldi vanno poi tutti per davvero dove dovrebbero andare? —
Rinunciai all'ufficio quel giorno.
Proprio, non fui più fortunato io con la China di quello che doveva essere
quarant'anni dopo il Governo del mio paese.
Napoleone. Eh, povera colonna, che doveva piegar tra poco come un giunco
sotto una manina scomunicata! E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin
dalla prima volta che ho letto i Promessi Sposi ho sempre dato al cardinal
Federico il viso di quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, potrei
riprodurre fedelmente, mettendo al suo punto preciso il piccolo neo che
aveva accanto alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare i miei
fratelli, che dicevan per celia che era finto.
In che maniera tutto quel mio fervore religioso si sia andato spegnendo, non
saprei dire. C'è a questo punto nella mia memoria, come in altri punti, uno
squarcio. Pare che quel piccolo mondo ecclesiastico sia sparito dalla mia
vita come una meteora. Mi ricordo peraltro che il mio ufficio di collettore si
veniva facendo di mese in mese più duro, poichè era sempre più difficile
strappare ai sottoscrittori poveri il soldo promesso; e che un giorno tornai a
casa quasi piangente perchè la pollivendola, dandomi il soldo di mal garbo,
dopo aver frugato in tasca mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: —
Ma.... questi soldi vanno poi tutti per davvero dove dovrebbero andare? —
Rinunciai all'ufficio quel giorno.
Proprio, non fui più fortunato io con la China di quello che doveva essere
quarant'anni dopo il Governo del mio paese.
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Davanti al tribunale.
Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere la Terza
Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno di più, e dopo
molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva dell'anno avanti.
M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò non ostante. E a questo,
sventuratamente, io offersi una memoranda occasione d'esser terribile.
L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo
amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni. Uno
dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto impiegato
delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una signorina della
sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e tornava ogni giorno da
non so che scuola privata con una sua piccola amica, figliuola d'un notaro,
passando per le strade che pigliavamo noi per tornare a casa. Io
m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio nacque dall'uniformità dei due
orari scolastici. Andavamo tutti i giorni ad aspettar la coppia gentile a una
cantonata, all'uscir dalla scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima
di vederle, intimiditi a un tratto quando apparivano in fondo alla strada,
tremanti come due cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga
della nostra passione non andava più in là di qualche esclamazione
petrarchesca che spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle
orecchie, quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini,
sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e due, l'uno
incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla paura dello stivale
notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento con chiacchiere
interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi.
Questo giochetto innocente durò un paio di mesi, senza variazioni notevoli,
e senza tristi conseguenze.
Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno traduceva a voce alta un
distico delle Georgiche, entrò il bidello con una lettera per il professore.
Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere la Terza
Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno di più, e dopo
molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva dell'anno avanti.
M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò non ostante. E a questo,
sventuratamente, io offersi una memoranda occasione d'esser terribile.
L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo
amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni. Uno
dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto impiegato
delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una signorina della
sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e tornava ogni giorno da
non so che scuola privata con una sua piccola amica, figliuola d'un notaro,
passando per le strade che pigliavamo noi per tornare a casa. Io
m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio nacque dall'uniformità dei due
orari scolastici. Andavamo tutti i giorni ad aspettar la coppia gentile a una
cantonata, all'uscir dalla scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima
di vederle, intimiditi a un tratto quando apparivano in fondo alla strada,
tremanti come due cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga
della nostra passione non andava più in là di qualche esclamazione
petrarchesca che spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle
orecchie, quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini,
sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e due, l'uno
incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla paura dello stivale
notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento con chiacchiere
interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi.
Questo giochetto innocente durò un paio di mesi, senza variazioni notevoli,
e senza tristi conseguenze.
Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno traduceva a voce alta un
distico delle Georgiche, entrò il bidello con una lettera per il professore.
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Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando le sopracciglia, e poi diede
un lungo sguardo a me e un altro al mio amico, che sedeva in un banco del
lato opposto. Quei due sguardi furono per noi come due lampi rivelatori
della verità tremenda. Ci guardammo: l'uno lesse in viso all'altro il proprio
pensiero: ci sentimmo perduti. Vedo ancora la faccia pallida e spaventata
del mio complice, che doveva essere il riflesso della mia.
Il professore non interruppe la lezione; ma fu più feroce che se ci avesse
fulminati subito in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi accorto che
avevamo capito, ci tormentò spietatamente per un'ora con ogni specie
d'allusioni avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia virgiliana; l'ultima
delle quali: — Ci son altri che amano! — a proposito della frase: — Le viti
amano il sole —, smozzicata fra i denti e accompagnata da due sguardi
fulminei, fu così manifesta, che molti compagni si voltarono a guardarci,
raddoppiando in quel modo il nostro terrore.
Venne finalmente il momento fatale. — Il tale e il tale si fermino — disse il
professore, quando entrò il bidello a dare il finis.
Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla cattedra col passo di due
condannati alla corda.
Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, piantandoci ogni parola nel
cuore. Non era firmata. Era una denuncia anonima dei nostri amori; la quale
conteneva una calunnia, perchè parlava di “regali fatti e ricevuti„, quando
noi potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata che il nostro amore non
ci costava un soldo, e terminava esortando il professore a intimarci di
smetterla se non volevamo “pagare amaramente il fio„ della nostra audacia.
Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei due padri; il che non era
verosimile per la ragione che v'erano accusate le ragazze d'averci fatto dei
regali. Solo molto tempo dopo sospettammo d'un alunno di filosofia, nostro
amico e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase sempre un mistero.
Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare amaramente il fio,„ che
lasciava spaziare l'immaginazione fra una pedata e un colpo di pistola, ci
fece allibire.
Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. Se avessimo rapite e
portate in Svizzera quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe potuto
un lungo sguardo a me e un altro al mio amico, che sedeva in un banco del
lato opposto. Quei due sguardi furono per noi come due lampi rivelatori
della verità tremenda. Ci guardammo: l'uno lesse in viso all'altro il proprio
pensiero: ci sentimmo perduti. Vedo ancora la faccia pallida e spaventata
del mio complice, che doveva essere il riflesso della mia.
Il professore non interruppe la lezione; ma fu più feroce che se ci avesse
fulminati subito in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi accorto che
avevamo capito, ci tormentò spietatamente per un'ora con ogni specie
d'allusioni avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia virgiliana; l'ultima
delle quali: — Ci son altri che amano! — a proposito della frase: — Le viti
amano il sole —, smozzicata fra i denti e accompagnata da due sguardi
fulminei, fu così manifesta, che molti compagni si voltarono a guardarci,
raddoppiando in quel modo il nostro terrore.
Venne finalmente il momento fatale. — Il tale e il tale si fermino — disse il
professore, quando entrò il bidello a dare il finis.
Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla cattedra col passo di due
condannati alla corda.
Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, piantandoci ogni parola nel
cuore. Non era firmata. Era una denuncia anonima dei nostri amori; la quale
conteneva una calunnia, perchè parlava di “regali fatti e ricevuti„, quando
noi potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata che il nostro amore non
ci costava un soldo, e terminava esortando il professore a intimarci di
smetterla se non volevamo “pagare amaramente il fio„ della nostra audacia.
Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei due padri; il che non era
verosimile per la ragione che v'erano accusate le ragazze d'averci fatto dei
regali. Solo molto tempo dopo sospettammo d'un alunno di filosofia, nostro
amico e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase sempre un mistero.
Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare amaramente il fio,„ che
lasciava spaziare l'immaginazione fra una pedata e un colpo di pistola, ci
fece allibire.
Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. Se avessimo rapite e
portate in Svizzera quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe potuto
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dire di peggio. Ci trattò come due marci libertini, spavento delle famiglie e
disonore della città; ci parlò di tribunali; ci parlò pure, com'era suo solito,
della giustizia eterna, citando il Canto quinto dell'Inferno, con la bufera che
mena nella sua rapina i peccator carnali; ce ne disse tante, insomma, e con
un tal cipiglio e un tale accento, che finimmo con scoppiare in pianto tutti e
due; anche il mio amico, che si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per
intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati in uno:
Sta come torre e lascia dir le genti.
Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei
peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti altri, ci
volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era nulla d'ignobile.
S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta, ma contentandosi di
dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a posteggiare ai canti due
ragazzine oneste e sole, come due birichine vagabonde, noi ci saremmo
certamente persuasi e pentiti. Trattati invece in quella maniera, passata che
fu la prima paura, ci invanimmo quasi d'aver avuto la temerità di calpestare
a quel modo tutte le leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto
valutammo giusto il piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve
una buffonata, e il riprensore un inetto e uno sciocco.
Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per tornare a
casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo con furore alla
palla di gomma elastica.
disonore della città; ci parlò di tribunali; ci parlò pure, com'era suo solito,
della giustizia eterna, citando il Canto quinto dell'Inferno, con la bufera che
mena nella sua rapina i peccator carnali; ce ne disse tante, insomma, e con
un tal cipiglio e un tale accento, che finimmo con scoppiare in pianto tutti e
due; anche il mio amico, che si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per
intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati in uno:
Sta come torre e lascia dir le genti.
Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei
peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti altri, ci
volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era nulla d'ignobile.
S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta, ma contentandosi di
dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a posteggiare ai canti due
ragazzine oneste e sole, come due birichine vagabonde, noi ci saremmo
certamente persuasi e pentiti. Trattati invece in quella maniera, passata che
fu la prima paura, ci invanimmo quasi d'aver avuto la temerità di calpestare
a quel modo tutte le leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto
valutammo giusto il piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve
una buffonata, e il riprensore un inetto e uno sciocco.
Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per tornare a
casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo con furore alla
palla di gomma elastica.
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Sulla mala via.
Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un quarto
d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per tutta la vita. Quasi
all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e i muri, la terra mi vacillò
sotto i piedi, mi si velarono gli occhi, mi si oscurò la mente, e preso da un
senso di stanchezza infinita, non potendo più reggermi ritto, mi distesi per
terra ed aspettai la morte. Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando
come un ferito, mi trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la
verità a mia madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece
fiutare dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così
presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo!
E io ci ricaddi, pur troppo.
Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo alla prima prova, avessi
potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto, a che
padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre; se avessi
potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del corpo e
dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute, di quante ore di
stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia tormentosa o agitate da sogni
spaurevoli mi sarebbe stato cagione l'abito malaugurato che stavo per
contrarre; se avessi preveduto ch'io sarei stato un giorno certissimo, come
ora sono, che infinite ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e
radure e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise
dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà d'abbracciar
con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un effetto di quell'abito; se
avessi previsto nell'avvenire quante volte avrei fuggito villanamente delle
compagnie gentili o rinunziato a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti
intellettuali fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che
stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello,
condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger libri e
a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati dell'odore del mio
Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un quarto
d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per tutta la vita. Quasi
all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e i muri, la terra mi vacillò
sotto i piedi, mi si velarono gli occhi, mi si oscurò la mente, e preso da un
senso di stanchezza infinita, non potendo più reggermi ritto, mi distesi per
terra ed aspettai la morte. Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando
come un ferito, mi trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la
verità a mia madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece
fiutare dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così
presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo!
E io ci ricaddi, pur troppo.
Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo alla prima prova, avessi
potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto, a che
padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre; se avessi
potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del corpo e
dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute, di quante ore di
stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia tormentosa o agitate da sogni
spaurevoli mi sarebbe stato cagione l'abito malaugurato che stavo per
contrarre; se avessi preveduto ch'io sarei stato un giorno certissimo, come
ora sono, che infinite ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e
radure e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise
dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà d'abbracciar
con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un effetto di quell'abito; se
avessi previsto nell'avvenire quante volte avrei fuggito villanamente delle
compagnie gentili o rinunziato a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti
intellettuali fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che
stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello,
condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger libri e
a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati dell'odore del mio
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vizio; se avessi potuto antivedere, infine, quante dure lotte, dalla giovinezza
fino all'età matura, avrei dovuto sostenere per liberarmi da quel vizio,
destinate a finir tutte quante, dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una
vile dedizione al nemico, non lasciandomi altro conforto che quello di veder
immuni dalla mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal
rimorso d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro
guance dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con
che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro che
stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi brucia ancora la
bocca e la coscienza!
*
Ma già anche prima del sigaro io ero da un po' di tempo sur un brutto
sdrucciolo. Proprio, venivo pigliando la piega del cattivo soggetto. Che era
stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, ammucchiandosi a poco a poco e
andando in fermento, cominciavano a dar fuori; di quei germi che son come
nell'aria e che tutti i ragazzi assorbiscono, salvo che sien tenuti sott'olio
come le sardelle. Scatti di ribellione, bugiarderia, secchezza d'animo,
volgarità di linguaggio, predilezione pei compagni sbarazzini, e propositi,
più che altro, di bricconate; ma anche qualche piccola bricconata che,
sebbene commessa in casa, avrebbe meritato qualche settimana di carcere
correzionale, furono le prime manifestazioni del serpentello maligno che
m'era entrato in corpo. Fors'anche perchè quell'anno era stato per me un
anno di cresciuta straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva alla virtù
dello spirito l'animalità imbaldanzita. Ma il male non era veramente
profondo, poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi duro e
arrogante anche a mia madre, pure i suoi rimproveri m'entravano sempre
nel cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava il contegno di mio padre,
che s'era mutato con me: il suo aspetto severo e freddo, il proposito
manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi la parola e di non
incontrare il mio sguardo mi facevano soffrire così nel vivo, che mangiavo
in furia molte volte e scappavo da tavola il più presto possibile, col cuore
serrato. Non ebbi nessun castigo, e credo che sia stato meglio. Credo che
tutti i ragazzi passino per crisi somiglianti, le quali son per l'animo ciò che
la tosse asinina e i bachi per il corpo, e che i parenti non se ne debbano
fino all'età matura, avrei dovuto sostenere per liberarmi da quel vizio,
destinate a finir tutte quante, dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una
vile dedizione al nemico, non lasciandomi altro conforto che quello di veder
immuni dalla mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal
rimorso d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro
guance dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con
che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro che
stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi brucia ancora la
bocca e la coscienza!
*
Ma già anche prima del sigaro io ero da un po' di tempo sur un brutto
sdrucciolo. Proprio, venivo pigliando la piega del cattivo soggetto. Che era
stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, ammucchiandosi a poco a poco e
andando in fermento, cominciavano a dar fuori; di quei germi che son come
nell'aria e che tutti i ragazzi assorbiscono, salvo che sien tenuti sott'olio
come le sardelle. Scatti di ribellione, bugiarderia, secchezza d'animo,
volgarità di linguaggio, predilezione pei compagni sbarazzini, e propositi,
più che altro, di bricconate; ma anche qualche piccola bricconata che,
sebbene commessa in casa, avrebbe meritato qualche settimana di carcere
correzionale, furono le prime manifestazioni del serpentello maligno che
m'era entrato in corpo. Fors'anche perchè quell'anno era stato per me un
anno di cresciuta straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva alla virtù
dello spirito l'animalità imbaldanzita. Ma il male non era veramente
profondo, poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi duro e
arrogante anche a mia madre, pure i suoi rimproveri m'entravano sempre
nel cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava il contegno di mio padre,
che s'era mutato con me: il suo aspetto severo e freddo, il proposito
manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi la parola e di non
incontrare il mio sguardo mi facevano soffrire così nel vivo, che mangiavo
in furia molte volte e scappavo da tavola il più presto possibile, col cuore
serrato. Non ebbi nessun castigo, e credo che sia stato meglio. Credo che
tutti i ragazzi passino per crisi somiglianti, le quali son per l'animo ciò che
la tosse asinina e i bachi per il corpo, e che i parenti non se ne debbano
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spaventare, nè ricorrere ai grandi mezzi di correzione, lasciando invece che
il male, fatto il suo sfogo, se ne vada da sè; che è ciò che segue sempre,
quando la natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual caso valgon poco
o punto i castighi. Quello che mantenne vivo e cocente in me per tutta la
vita il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia madre in quel periodo fu
appunto il fatto di non esser stato punito da loro come meritavo. A poco a
poco lo stato violento di coscienza in cui vivevo mi divenne insopportabile.
Ero già preparato a un pieno ravvedimento: non occorreva più che una
spinta, e il caso me la diede. Mia madre fu presa una notte da un grave
malore, si mandò per il medico, la casa fu sottosopra; io la intesi gridare
dalla mia camera con accento di dolore disperato: — Ah mio Dio, morire!
Lasciare quel figliuolo ancora così ragazzo! — Quel grido mi snodò il
cuore, scoppiai in pianto, m'inginocchiai sul letto, ridissi la preghiera che
non dicevo più da un pezzo, supplicando Iddio che non mi togliesse la
mamma, — e quando essa fu fuor di pericolo, io era uscito di malattia.
*
Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, come accade prima o poi a
ogni ragazzo, il furore delle letture romanzesche; se pure si può chiamar
“leggere„ il divorar l'un sull'altro decine di romanzi, dalla mattina alla sera,
senz'un'ora di respiro, fino ad averne la mente e la vista offuscate, fino a
passar più giorni di fila, come a me accadeva, senza veder nè le Alpi nè il
cielo, sempre coi pugni sul libro, col mento sui pugni e con gli occhi sul
foglio. Cascai prima sui romanzi del Dumas padre, e il primo di questi fu il
Conte di Montecristo, che rimase sempre il mio preferito, non solo perchè
mi parve e mi pare ancora il più maraviglioso per la favola e il più attraente
per l'arte del racconto, ma anche per il fatto che mia madre mi aveva dato
pensatamente il nome di battesimo del protagonista, per aver letto con
molto piacere quel romanzo mentre stava aspettando ch'io venissi al mondo.
Seguirono a quello non so quanti altri, che poi mi si confusero tutti nella
mente in un solo romanzo enorme di migliaia di personaggi e di avventure
d'ogni tempo e d'ogni paese. Ma questa furia s'arrestò ad un tratto,
fortunatamente, per effetto della lettura d'un libro, che doveva aver poi un
influsso straordinario sul mio pensiero e sul mio cuore, per tutta la vita. Non
avevo letto sino allora dei Promessi Sposi che poche pagine sparse per le
il male, fatto il suo sfogo, se ne vada da sè; che è ciò che segue sempre,
quando la natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual caso valgon poco
o punto i castighi. Quello che mantenne vivo e cocente in me per tutta la
vita il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia madre in quel periodo fu
appunto il fatto di non esser stato punito da loro come meritavo. A poco a
poco lo stato violento di coscienza in cui vivevo mi divenne insopportabile.
Ero già preparato a un pieno ravvedimento: non occorreva più che una
spinta, e il caso me la diede. Mia madre fu presa una notte da un grave
malore, si mandò per il medico, la casa fu sottosopra; io la intesi gridare
dalla mia camera con accento di dolore disperato: — Ah mio Dio, morire!
Lasciare quel figliuolo ancora così ragazzo! — Quel grido mi snodò il
cuore, scoppiai in pianto, m'inginocchiai sul letto, ridissi la preghiera che
non dicevo più da un pezzo, supplicando Iddio che non mi togliesse la
mamma, — e quando essa fu fuor di pericolo, io era uscito di malattia.
*
Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, come accade prima o poi a
ogni ragazzo, il furore delle letture romanzesche; se pure si può chiamar
“leggere„ il divorar l'un sull'altro decine di romanzi, dalla mattina alla sera,
senz'un'ora di respiro, fino ad averne la mente e la vista offuscate, fino a
passar più giorni di fila, come a me accadeva, senza veder nè le Alpi nè il
cielo, sempre coi pugni sul libro, col mento sui pugni e con gli occhi sul
foglio. Cascai prima sui romanzi del Dumas padre, e il primo di questi fu il
Conte di Montecristo, che rimase sempre il mio preferito, non solo perchè
mi parve e mi pare ancora il più maraviglioso per la favola e il più attraente
per l'arte del racconto, ma anche per il fatto che mia madre mi aveva dato
pensatamente il nome di battesimo del protagonista, per aver letto con
molto piacere quel romanzo mentre stava aspettando ch'io venissi al mondo.
Seguirono a quello non so quanti altri, che poi mi si confusero tutti nella
mente in un solo romanzo enorme di migliaia di personaggi e di avventure
d'ogni tempo e d'ogni paese. Ma questa furia s'arrestò ad un tratto,
fortunatamente, per effetto della lettura d'un libro, che doveva aver poi un
influsso straordinario sul mio pensiero e sul mio cuore, per tutta la vita. Non
avevo letto sino allora dei Promessi Sposi che poche pagine sparse per le
Page 62
Antologie scolastiche. Non ricordo che alcun professore delle prime scuole
ce ne consigliasse con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano sul
romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di Firenze, del 1827, in tre
volumi, che conservo ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu
maraviglioso. Mi sentii come preso da mille uncini e da mille lacci
sottilissimi, che mi avvolsero e mi strinsero, penetrandomi fin nel più
profondo dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, non interrotto
punto, nè quasi scemato dalle digressioni storiche e dalle descrizioni minute
che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso da commozioni violente, che mi
strappavano il pianto, accompagnato dal principio alla fine da un consenso
pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti e di tutti i pensieri. Non distinguevo
l'un dall'altro, mi ricordo bene, ma sentivo confusi tutti insieme gli effetti di
quell'arte profonda e semplice, dell'armonia delle facoltà, della misura
sapiente, della logica finissima, della trasparenza cristallina dello stile, di
quella musica grave e delicata, e quasi segreta, che par che venga più dal
pensiero che dalla parola, e suoni nell'anima senza che l'orecchio la senta.
Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; ma la simpatia fu tale da
non poter più crescere. Presentii fin dalla prima lettura che avrei riletto quel
libro mille volte, anche da uomo. Una quantità d'immagini, di sentenze e di
frasi mi s'impressero subito e per sempre nella memoria. Mi rimase
nell'animo una serenità, una pace, quasi una compostezza, che m'era prima
sconosciuta; quasi un'armonia sommessa, alla quale s'intonò per un pezzo la
voce di tutto il mio essere. Mi parve che entrasse nella mia vita un amico,
un maestro aspettato da lungo tempo, e il cuore mi diceva che non ne
sarebbe uscito mai più. Posso dire che la lettura di quel libro segnò per me
il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza.
*
Riandando col pensiero quei primi anni, sono sempre ricondotto, per ciò
che riguarda l'educazione dei figliuoli, alle stesse conclusioni; non nuove
per certo, ma, a mio avviso, non mai abbastanza stampate. Son persuaso che
c'è meno pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà, ed anche una libertà
larga, che a tenerli a catena, perchè riconobbi che gl'incatenati, che son
come anime compresse, non solo non riescon migliori, ma peggiori dei
liberi, non foss'altro per l'arte più fine della simulazione, che suole poi
ce ne consigliasse con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano sul
romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di Firenze, del 1827, in tre
volumi, che conservo ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu
maraviglioso. Mi sentii come preso da mille uncini e da mille lacci
sottilissimi, che mi avvolsero e mi strinsero, penetrandomi fin nel più
profondo dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, non interrotto
punto, nè quasi scemato dalle digressioni storiche e dalle descrizioni minute
che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso da commozioni violente, che mi
strappavano il pianto, accompagnato dal principio alla fine da un consenso
pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti e di tutti i pensieri. Non distinguevo
l'un dall'altro, mi ricordo bene, ma sentivo confusi tutti insieme gli effetti di
quell'arte profonda e semplice, dell'armonia delle facoltà, della misura
sapiente, della logica finissima, della trasparenza cristallina dello stile, di
quella musica grave e delicata, e quasi segreta, che par che venga più dal
pensiero che dalla parola, e suoni nell'anima senza che l'orecchio la senta.
Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; ma la simpatia fu tale da
non poter più crescere. Presentii fin dalla prima lettura che avrei riletto quel
libro mille volte, anche da uomo. Una quantità d'immagini, di sentenze e di
frasi mi s'impressero subito e per sempre nella memoria. Mi rimase
nell'animo una serenità, una pace, quasi una compostezza, che m'era prima
sconosciuta; quasi un'armonia sommessa, alla quale s'intonò per un pezzo la
voce di tutto il mio essere. Mi parve che entrasse nella mia vita un amico,
un maestro aspettato da lungo tempo, e il cuore mi diceva che non ne
sarebbe uscito mai più. Posso dire che la lettura di quel libro segnò per me
il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza.
*
Riandando col pensiero quei primi anni, sono sempre ricondotto, per ciò
che riguarda l'educazione dei figliuoli, alle stesse conclusioni; non nuove
per certo, ma, a mio avviso, non mai abbastanza stampate. Son persuaso che
c'è meno pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà, ed anche una libertà
larga, che a tenerli a catena, perchè riconobbi che gl'incatenati, che son
come anime compresse, non solo non riescon migliori, ma peggiori dei
liberi, non foss'altro per l'arte più fine della simulazione, che suole poi
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essere cagione ai parenti di grandi disinganni. Son persuaso che è fatica
perduta affatto quella gran cura che metton molti a mantenerli
nell'ignoranza di certe cose, delle quali essi acquistano in ogni modo, per
mille vie impossibili a precludersi, la cognizione precoce; e che, ciò
essendo, è perniciosissimo e stupido il tenere in presenza loro certi discorsi,
come quasi tutti fanno, con parole coperte, nella fiducia che essi non li
intendano, poichè o li intendono, o capiscono se non altro che i loro parenti
tengono dei discorsi che non dovrebbero, ma da cui non sanno astenersi,
perchè ci trovan piacere; onde questi scadono nella loro stima, facendo per
giunta davanti a loro una figura ridicola. Son persuaso che non ci sia nulla
di più dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi che il costringerli, per
mandarli avanti presto, a studi prematuri, perchè, se anche ci reggono da
principio, scontano immancabilmente lo sforzo più tardi, uscendone con le
facoltà fiaccate e spuntate, compresi d'una sorda avversione per la scuola, e
non più sospinti dal bisogno di leggere e di studiare da sè, per curiosità e
per diletto. Son persuaso che lo spettacolo più nocivo all'educazione loro, il
più funesto per il loro cuore e il loro carattere sia quello della discordia,
degli urti anche più leggieri tra padre e madre, nei quali si sbriciola
l'autorità di tutti e due, ledendo nel ragazzo il concetto della santità della
famiglia, e lasciandogli dei ricordi incancellabili che gli offuscano più tardi
nel cuore le loro immagini, e vi diventan radici inestirpabili di scetticismo.
Son persuaso che è sacrosanta verità la sentenza del Capponi, che le cose
udite, non le insegnate, formano l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò che di
buono e di gentile essi intendono, che è detto in presenza loro
spontaneamente, senza pensare a loro, per impulso d'istinto e di coscienza; e
che perciò ammonimenti, consigli, prediche, e anche castighi, tutto è fiato e
rigore sprecato se essi non vedono che nei loro parenti corrispondano
perfettamente ai precetti il carattere, la vita, lo spirito dei discorsi
impremeditati e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta e sempre alle cure
della famiglia, scevra d'ogni vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi,
impietosita d'ogni sventura altrui, caritatevole ai poveri, facile al perdono
con tutti; ho visto mio padre lavorar dalla mattina alla sera con uno zelo
d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti i ritagli di tempo dei suoi figliuoli,
e studiare, quanto gli era concesso, tutta la vita per coltivare il proprio
spirito; ho intuito sin da bambino che mia madre era una donna buona e
onesta e che mio padre era un uomo retto e generoso: questi sono stati
perduta affatto quella gran cura che metton molti a mantenerli
nell'ignoranza di certe cose, delle quali essi acquistano in ogni modo, per
mille vie impossibili a precludersi, la cognizione precoce; e che, ciò
essendo, è perniciosissimo e stupido il tenere in presenza loro certi discorsi,
come quasi tutti fanno, con parole coperte, nella fiducia che essi non li
intendano, poichè o li intendono, o capiscono se non altro che i loro parenti
tengono dei discorsi che non dovrebbero, ma da cui non sanno astenersi,
perchè ci trovan piacere; onde questi scadono nella loro stima, facendo per
giunta davanti a loro una figura ridicola. Son persuaso che non ci sia nulla
di più dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi che il costringerli, per
mandarli avanti presto, a studi prematuri, perchè, se anche ci reggono da
principio, scontano immancabilmente lo sforzo più tardi, uscendone con le
facoltà fiaccate e spuntate, compresi d'una sorda avversione per la scuola, e
non più sospinti dal bisogno di leggere e di studiare da sè, per curiosità e
per diletto. Son persuaso che lo spettacolo più nocivo all'educazione loro, il
più funesto per il loro cuore e il loro carattere sia quello della discordia,
degli urti anche più leggieri tra padre e madre, nei quali si sbriciola
l'autorità di tutti e due, ledendo nel ragazzo il concetto della santità della
famiglia, e lasciandogli dei ricordi incancellabili che gli offuscano più tardi
nel cuore le loro immagini, e vi diventan radici inestirpabili di scetticismo.
Son persuaso che è sacrosanta verità la sentenza del Capponi, che le cose
udite, non le insegnate, formano l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò che di
buono e di gentile essi intendono, che è detto in presenza loro
spontaneamente, senza pensare a loro, per impulso d'istinto e di coscienza; e
che perciò ammonimenti, consigli, prediche, e anche castighi, tutto è fiato e
rigore sprecato se essi non vedono che nei loro parenti corrispondano
perfettamente ai precetti il carattere, la vita, lo spirito dei discorsi
impremeditati e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta e sempre alle cure
della famiglia, scevra d'ogni vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi,
impietosita d'ogni sventura altrui, caritatevole ai poveri, facile al perdono
con tutti; ho visto mio padre lavorar dalla mattina alla sera con uno zelo
d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti i ritagli di tempo dei suoi figliuoli,
e studiare, quanto gli era concesso, tutta la vita per coltivare il proprio
spirito; ho intuito sin da bambino che mia madre era una donna buona e
onesta e che mio padre era un uomo retto e generoso: questi sono stati
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gl'insegnamenti più efficaci ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio che mi
diedero che mi ritenne sulla buona via ogni volta che fui sul punto
d'uscirne; fu il ricordo delle loro opere che mi fece sempre ripentire e
ravvedere d'ogni atto insensato e ignobile. Tutto il resto, nel campo
dell'educazione, è vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve fingere coi
figliuoli, e far due parti, l'una per loro e l'altra secondo il comodo proprio; è
anzi meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi nostri difetti e con le
nostre debolezze; chè, se non altro, così mostrandoci, siamo stimati sinceri.
V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. Ma è difficile, si capisce.
diedero che mi ritenne sulla buona via ogni volta che fui sul punto
d'uscirne; fu il ricordo delle loro opere che mi fece sempre ripentire e
ravvedere d'ogni atto insensato e ignobile. Tutto il resto, nel campo
dell'educazione, è vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve fingere coi
figliuoli, e far due parti, l'una per loro e l'altra secondo il comodo proprio; è
anzi meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi nostri difetti e con le
nostre debolezze; chè, se non altro, così mostrandoci, siamo stimati sinceri.
V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. Ma è difficile, si capisce.
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In Umanità.
Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica quando
invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno d'Umanità, —
benchè non capissi punto in quale significato fosse usata quella parola; anzi
appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche fra i grandi.
Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori, la più
parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che corrispondeva alla
quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore di lettere italiane e latine non
era nè giovane nè bravo, sebbene non mancasse nè di coltura nè di buon
volere; era uno di quei molti insegnanti a cui manca l'arte specialissima
dell'insegnamento, rara a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran
levatura, come le voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato
un buon professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto
l'ispirazione, ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda,
l'avrebbero chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e
perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe
insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia letteraria,
nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure un momento dalla
sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia della sua voce che
rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire, nè la placidità immobile
del suo buon faccione di padre guardiano. E in questa maniera otteneva
effetti maravigliosi. Pareva che con la sua voce si espandesse nella scuola
un'esalazione continua di cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci,
domava a poco a poco i temperamenti più irrequieti e otteneva una
disciplina di convento. In anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti
della stessa natura; ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice.
Era contento di noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido:
egli ci recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio
immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina servite
in una tal salsa di papavero.
Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica quando
invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno d'Umanità, —
benchè non capissi punto in quale significato fosse usata quella parola; anzi
appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche fra i grandi.
Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori, la più
parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che corrispondeva alla
quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore di lettere italiane e latine non
era nè giovane nè bravo, sebbene non mancasse nè di coltura nè di buon
volere; era uno di quei molti insegnanti a cui manca l'arte specialissima
dell'insegnamento, rara a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran
levatura, come le voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato
un buon professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto
l'ispirazione, ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda,
l'avrebbero chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e
perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe
insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia letteraria,
nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure un momento dalla
sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia della sua voce che
rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire, nè la placidità immobile
del suo buon faccione di padre guardiano. E in questa maniera otteneva
effetti maravigliosi. Pareva che con la sua voce si espandesse nella scuola
un'esalazione continua di cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci,
domava a poco a poco i temperamenti più irrequieti e otteneva una
disciplina di convento. In anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti
della stessa natura; ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice.
Era contento di noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido:
egli ci recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio
immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina servite
in una tal salsa di papavero.
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C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore d'aritmetica, un omino
tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo, pieno d'ingegno e
d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle matematiche. Questi
insegnava mirabilmente; ma era impaziente come un poledro stallino e
rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per la sua natura violenta a
picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed anche dalla buona educazione,
aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa di mezzo tra la percossa, che era
proibita, e gli epiteti forti, che non gli bastavano: il pizzicotto; ma non
quello semplice, che sarebbe stato una bazza: una specie di pizzicotto
rotatorio. Quando lo scolaro chiamato alla lavagna non capiva le sue
spiegazioni, egli s'alzava, gli afferrava il braccio sotto alla spalla con
l'indice e il pollice, e stringeva e torceva fin che quegli capisse. In
quell'esercizio, ch'egli faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano
acquistato una forza di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si
dovesse inoculare in quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di
scuola eravamo quasi tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci
andavamo a bagnare nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli
delle altre classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si
poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione e
intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che avevan per
la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè del suo
insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder le stelle, ma
anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè pizzicottava signori e
poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al mondo l'avremmo voluto
cambiare con un professore di mano più dolce, ma di metodo didattico
meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica a chi le agevola lo studio,
anche martirizzandole le carni.
Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia; il quale
provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di tener la disciplina
sia la fermezza del carattere e la dignità delle maniere. Egli aveva tutti i
giorni lo stesso viso e lo stesso umore, come un uomo in cui non potesse
alcuna passione; non pizzicava, non gridava, quasi non rimproverava
neppure: e non di meno, credo che se ci avesse fatto lezione il re d'Italia in
persona non avrebbe ottenuto maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato
lui nella scuola, non rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a
tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo, pieno d'ingegno e
d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle matematiche. Questi
insegnava mirabilmente; ma era impaziente come un poledro stallino e
rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per la sua natura violenta a
picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed anche dalla buona educazione,
aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa di mezzo tra la percossa, che era
proibita, e gli epiteti forti, che non gli bastavano: il pizzicotto; ma non
quello semplice, che sarebbe stato una bazza: una specie di pizzicotto
rotatorio. Quando lo scolaro chiamato alla lavagna non capiva le sue
spiegazioni, egli s'alzava, gli afferrava il braccio sotto alla spalla con
l'indice e il pollice, e stringeva e torceva fin che quegli capisse. In
quell'esercizio, ch'egli faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano
acquistato una forza di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si
dovesse inoculare in quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di
scuola eravamo quasi tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci
andavamo a bagnare nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli
delle altre classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si
poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione e
intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che avevan per
la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè del suo
insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder le stelle, ma
anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè pizzicottava signori e
poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al mondo l'avremmo voluto
cambiare con un professore di mano più dolce, ma di metodo didattico
meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica a chi le agevola lo studio,
anche martirizzandole le carni.
Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia; il quale
provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di tener la disciplina
sia la fermezza del carattere e la dignità delle maniere. Egli aveva tutti i
giorni lo stesso viso e lo stesso umore, come un uomo in cui non potesse
alcuna passione; non pizzicava, non gridava, quasi non rimproverava
neppure: e non di meno, credo che se ci avesse fatto lezione il re d'Italia in
persona non avrebbe ottenuto maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato
lui nella scuola, non rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a
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rimettere a dovere i più audaci; non lo udimmo dire in tutto l'anno una
parola più forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè
leggermente colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria.
A renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto,
poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane bellissimo,
di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre con grande
eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba d'un biondo d'oro,
che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e l'invidia di tutta la gioventù
brillante della città; e non lasciava trasparire per questo il menomo segno di
compiacenza vanitosa o d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era
quello di non rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli
scherzi, rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di
magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui, tanto
che una sua parola di lode, un semplice bene o anche solo un cenno
approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione
grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla vergogna
una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva informazioni: —
Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e che da quel giorno
stetti in iscuola come una statua.
Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di francese,
un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato e sanguigno, che
non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi tormentavamo
barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno al suo tavolino, con la
grammatica in mano, col pretesto scellerato di chiedergli spiegazioni, che
chiedevamo apposta tutti insieme ad alta voce. Quando capiva il gioco,
perdeva i lumi, scattava in piedi, e si metteva a sprangar calci da tutte le
parti e a inseguir l'uno dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la
scuola come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola
sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero professore!
E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di montanaro, che ci
sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci le traccie
dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non ci faceva entrare il
francese da nessuna parte. Colpa meno sua che della consuetudine stupida,
non ancora smessa affatto, di non dare nelle scuole la grande importanza
dovuta allo studio di quella lingua necessaria a tutti; la quale moltissimi
parola più forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè
leggermente colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria.
A renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto,
poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane bellissimo,
di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre con grande
eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba d'un biondo d'oro,
che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e l'invidia di tutta la gioventù
brillante della città; e non lasciava trasparire per questo il menomo segno di
compiacenza vanitosa o d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era
quello di non rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli
scherzi, rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di
magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui, tanto
che una sua parola di lode, un semplice bene o anche solo un cenno
approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione
grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla vergogna
una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva informazioni: —
Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e che da quel giorno
stetti in iscuola come una statua.
Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di francese,
un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato e sanguigno, che
non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi tormentavamo
barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno al suo tavolino, con la
grammatica in mano, col pretesto scellerato di chiedergli spiegazioni, che
chiedevamo apposta tutti insieme ad alta voce. Quando capiva il gioco,
perdeva i lumi, scattava in piedi, e si metteva a sprangar calci da tutte le
parti e a inseguir l'uno dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la
scuola come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola
sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero professore!
E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di montanaro, che ci
sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci le traccie
dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non ci faceva entrare il
francese da nessuna parte. Colpa meno sua che della consuetudine stupida,
non ancora smessa affatto, di non dare nelle scuole la grande importanza
dovuta allo studio di quella lingua necessaria a tutti; la quale moltissimi
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debbono studiare in furia più tardi sotto la stretta del bisogno, imparandola
male per sempre, e dopo aver fatto una lunga serie di figure ridicole.
male per sempre, e dopo aver fatto una lunga serie di figure ridicole.
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Tenorino fallito.
Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in quell'inverno l'illusione
risuscitata d'avere una bella voce di tenore, in grazia della quale avrei
dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi alla musica; e l'idea del
cambiamento non mi atterriva. È quello l'episodio della mia adolescenza
che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente d'ogni altro alle mie
proprie spalle. Illusione “risuscitata„ ho detto, perchè l'avevo avuta già
tempo prima, essendomi inteso dire fin da piccino che avevo una bella
voce, in special modo da mia madre, che spesso mi faceva cantare; ma non
m'ero mai curato gran fatto di quel supposto dono della natura. Mi nacque
la passione del canto e la speranza di poter far fortuna con l'ugola soltanto
in quell'inverno, nel quale mio padre mi condusse varie volte a sentir l'opera
in musica; e fu una frenesia vera, come quella dei soldati e della pittura, e
che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta la giornata, in casa e per la strada, e
per le scale della scuola, e perfino nel teatro, mentre cantavano i miei
maestri, e in tutti i luoghi e i momenti in cui potessi non essere udito
cantavo con quanta voce avevo in canna, come se mi fossero già pagate le
note un marengo l'una. Una vocina passabile l'avevo; ma una miseria, e
mancavo d'orecchio: stonavo come un ubbriaco. E capivo bene che, così
come era, la mia voce non meritava nemmeno di esser coltivata per spasso,
nè per metallo, nè per estensione. Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi
sempre d'ingannar me stesso mi persuadevo che da una settimana all'altra,
per effetto di cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come la volevo.
Dicevo: — Mi verrà quando smetterò di fumare; — poi: — quando non
berrò più che acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, che son
quelli che mi rovinano, non altro, — e quantunque dopo ciascuna prova
seguitassi a strillare come un uccello spennato vivo, pure persistevo a
sperare, accagionando il difetto ora a un raffreddore, ora a una
infiammazione di gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E questa
passione tirava con sè un corteo di altre piccole ridicolaggini. Non solo
facevo dei gargarismi dalla mattina alla sera, ma imitavo il passo e il gesto
Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in quell'inverno l'illusione
risuscitata d'avere una bella voce di tenore, in grazia della quale avrei
dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi alla musica; e l'idea del
cambiamento non mi atterriva. È quello l'episodio della mia adolescenza
che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente d'ogni altro alle mie
proprie spalle. Illusione “risuscitata„ ho detto, perchè l'avevo avuta già
tempo prima, essendomi inteso dire fin da piccino che avevo una bella
voce, in special modo da mia madre, che spesso mi faceva cantare; ma non
m'ero mai curato gran fatto di quel supposto dono della natura. Mi nacque
la passione del canto e la speranza di poter far fortuna con l'ugola soltanto
in quell'inverno, nel quale mio padre mi condusse varie volte a sentir l'opera
in musica; e fu una frenesia vera, come quella dei soldati e della pittura, e
che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta la giornata, in casa e per la strada, e
per le scale della scuola, e perfino nel teatro, mentre cantavano i miei
maestri, e in tutti i luoghi e i momenti in cui potessi non essere udito
cantavo con quanta voce avevo in canna, come se mi fossero già pagate le
note un marengo l'una. Una vocina passabile l'avevo; ma una miseria, e
mancavo d'orecchio: stonavo come un ubbriaco. E capivo bene che, così
come era, la mia voce non meritava nemmeno di esser coltivata per spasso,
nè per metallo, nè per estensione. Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi
sempre d'ingannar me stesso mi persuadevo che da una settimana all'altra,
per effetto di cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come la volevo.
Dicevo: — Mi verrà quando smetterò di fumare; — poi: — quando non
berrò più che acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, che son
quelli che mi rovinano, non altro, — e quantunque dopo ciascuna prova
seguitassi a strillare come un uccello spennato vivo, pure persistevo a
sperare, accagionando il difetto ora a un raffreddore, ora a una
infiammazione di gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E questa
passione tirava con sè un corteo di altre piccole ridicolaggini. Non solo
facevo dei gargarismi dalla mattina alla sera, ma imitavo il passo e il gesto
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dei cantanti; non solo imparavo a memoria, ma mi copiavo in bella
calligrafia i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, ma per sfogare
più sfrenatamente le mie forze vocali facevo apposta delle corse in
campagna, dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, e mettevo in fuga
uccelli da tutte le parti. Ma, ahi! (l'interiezione è imitativa) non ci
guadagnavano nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi s'andava anzi sciupando
sempre peggio quel filo di voce, che non era al tutto sgradevole prima ch'io
fissassi il chiodo di fare il tenore. Infine, mi sentii tanto trattare dai miei
compagni di chiavistello arrugginito e di galletto strozzato, e vidi anche
nella mia famiglia dei così manifesti segni di sazietà di quel diluvio di
stecche false di cui empivo la casa, che mi persuasi di dover rinunziare alla
“carriera lirica„ e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione riguardo
alla voce, mi rimase sempre un gusto così vivo, anzi una passione così calda
per il canto, che anche ora una nota dolce e potente mi fa impallidire dalla
commozione, e una voce bella udita di sera per la strada mi fa pedinare il
cantante anche per un miglio, ed è quello il dono di natura che, dopo il dono
dell'ingegno, invidio di più a chi lo possiede, e ritengo il canto uno dei
mezzi più efficaci di educazione dell'animo, e l'ho per uno dei più dolci
conforti della vita.
calligrafia i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, ma per sfogare
più sfrenatamente le mie forze vocali facevo apposta delle corse in
campagna, dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, e mettevo in fuga
uccelli da tutte le parti. Ma, ahi! (l'interiezione è imitativa) non ci
guadagnavano nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi s'andava anzi sciupando
sempre peggio quel filo di voce, che non era al tutto sgradevole prima ch'io
fissassi il chiodo di fare il tenore. Infine, mi sentii tanto trattare dai miei
compagni di chiavistello arrugginito e di galletto strozzato, e vidi anche
nella mia famiglia dei così manifesti segni di sazietà di quel diluvio di
stecche false di cui empivo la casa, che mi persuasi di dover rinunziare alla
“carriera lirica„ e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione riguardo
alla voce, mi rimase sempre un gusto così vivo, anzi una passione così calda
per il canto, che anche ora una nota dolce e potente mi fa impallidire dalla
commozione, e una voce bella udita di sera per la strada mi fa pedinare il
cantante anche per un miglio, ed è quello il dono di natura che, dopo il dono
dell'ingegno, invidio di più a chi lo possiede, e ritengo il canto uno dei
mezzi più efficaci di educazione dell'animo, e l'ho per uno dei più dolci
conforti della vita.
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Il Cinquantanove.
Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben più potente distrazione dagli
studi; la quale, per fortuna dell'Italia, durò assai più lungo tempo dell'altra.
Il colpo più funesto al latino lo diede in quell'anno scolastico Vittorio
Emanuele, e per l'appunto il primo di gennaio, col discorso memorabile del
“grido di dolore„. Entrò da quel giorno nella scolaresca uno spirito di
divagazione patriottica, che non riuscirono a frenare neppure i professori
più autorevoli; chè anzi lo sovreccitarono spesso, anche facendo scuola, con
allusioni agli avvenimenti, e con digressioni politiche, che scappavan loro
di bocca come il vino spumante dalla bottiglia. Era come diffuso per l'aria
un odor di polvere; il suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano
vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli occhi e fiorir sotto la penna agitata
le sgrammaticature; anche i vecchi professori più sconquassati prendevan
nell'andatura qualche cosa di belligero, e noi non ridevamo più per la strada
nemmeno delle guardie nazionali panciute, che facevano tre passi sur un
mattone. Crebbe ancora il fermento sulla fine di febbraio, quando nella
nostra piccola città, fatta sede del maggior deposito dei Cacciatori delle
Alpi, cominciarono ad arrivare a frotte i giovani emigrati, la più parte
lombardi e veneti, di ogni condizione sociale; i quali portarono come
un'onda di sangue ardente nella vita cittadina, e diedero quasi un nuovo
aspetto alle strade, ai caffè, a tutti i luoghi di ritrovo pubblico, dove a ogni
passo s'incontrava un viso sconosciuto e s'incrociava lo sguardo con due
occhi scintillanti d'alterezza e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei
quali erano predestinati all'onore del marmo e del bronzo, mi sono rimasti
scolpiti nella memoria come visi d'amici intimi. C'erano fra quel migliaio e
più di nuovi venuti dei campioni della guerra del '48 e della difesa di Roma;
c'erano dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano, il De Albertis;
c'erano il Cairoli e il Bertani, e il De Cristoforis, del quale dovevo legger
poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il Trattato della guerra. Ma non
ricordo d'aver inteso allora i loro nomi, che erano ancora fiori di gloria in
boccio. Il solo nome che correva sulla bocca di tutti era quello del Cosenz,
Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben più potente distrazione dagli
studi; la quale, per fortuna dell'Italia, durò assai più lungo tempo dell'altra.
Il colpo più funesto al latino lo diede in quell'anno scolastico Vittorio
Emanuele, e per l'appunto il primo di gennaio, col discorso memorabile del
“grido di dolore„. Entrò da quel giorno nella scolaresca uno spirito di
divagazione patriottica, che non riuscirono a frenare neppure i professori
più autorevoli; chè anzi lo sovreccitarono spesso, anche facendo scuola, con
allusioni agli avvenimenti, e con digressioni politiche, che scappavan loro
di bocca come il vino spumante dalla bottiglia. Era come diffuso per l'aria
un odor di polvere; il suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano
vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli occhi e fiorir sotto la penna agitata
le sgrammaticature; anche i vecchi professori più sconquassati prendevan
nell'andatura qualche cosa di belligero, e noi non ridevamo più per la strada
nemmeno delle guardie nazionali panciute, che facevano tre passi sur un
mattone. Crebbe ancora il fermento sulla fine di febbraio, quando nella
nostra piccola città, fatta sede del maggior deposito dei Cacciatori delle
Alpi, cominciarono ad arrivare a frotte i giovani emigrati, la più parte
lombardi e veneti, di ogni condizione sociale; i quali portarono come
un'onda di sangue ardente nella vita cittadina, e diedero quasi un nuovo
aspetto alle strade, ai caffè, a tutti i luoghi di ritrovo pubblico, dove a ogni
passo s'incontrava un viso sconosciuto e s'incrociava lo sguardo con due
occhi scintillanti d'alterezza e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei
quali erano predestinati all'onore del marmo e del bronzo, mi sono rimasti
scolpiti nella memoria come visi d'amici intimi. C'erano fra quel migliaio e
più di nuovi venuti dei campioni della guerra del '48 e della difesa di Roma;
c'erano dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano, il De Albertis;
c'erano il Cairoli e il Bertani, e il De Cristoforis, del quale dovevo legger
poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il Trattato della guerra. Ma non
ricordo d'aver inteso allora i loro nomi, che erano ancora fiori di gloria in
boccio. Il solo nome che correva sulla bocca di tutti era quello del Cosenz,
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comandante, che rammento d'aver visto più volte in Piazza d'Armi, quando
i volontari non vestivano ancora l'uniforme, comandare gli esercizi col
tubino e col soprabito nero, come un capo di barricate: una figura svelta e
dritta come uno stocco, con un viso grave di filosofo, che molti per le vie
salutavano rispettosamente, ricordando le sue prodezze eroiche di Venezia.
E anche rammento, quando scomparve sotto il cappotto bigio ogni
apparente differenza di condizione sociale fra gli emigrati, lo strano effetto
che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno e dell'altro di quei soldati
semplici: — Questo è un avvocato. — Quello è un medico. — Quello là è
un professore. — Quello lì è un signorone. — Ciò che valeva più d'ogni
discorso o articolo di giornale a dare alla gente incolta un'idea della
grandezza degli avvenimenti che si preparavano, e faceva rivolgere dalle
signorine a quei rozzi cappotti certi sguardi di curiosità romantica, dei quali
prima d'allora non avevano onorato mai la “bassa forza„. Beati giorni, che
risplendono come zaffiri nella corona delle nostre più care memorie.
*
L'agitazione della scolaresca giunse al colmo nel marzo, quando, richiamati
alle armi i contingenti, si videro arrivare i bersaglieri delle classi congedate,
uomini fatti, anneriti dal sole dei campi, con le tuniche logore, coi cappelli
spelati, con le scarpe contadinesche, molti con le medaglie di Crimea dai
nastri sbiaditi: d'aspetto così grave la più parte, che parevano i padri dei
soldati in servizio, di cui venivano a ingrossare le file. E qui mi ricordo d'un
fatto, che mi fece un gran senso, e che prova come neanche in Piemonte, e
neppure per le guerre più popolari, ci sia mai stato un grande ardore
guerresco nei vecchi soldati che erano strappati ai figliuoli e ai loro campi e
mandati a farsi ammazzare; quantunque poi, per sentimento del dovere, si
portassero così bravamente che l'entusiasmo non avrebbe potuto fare di più.
Era una sera di domenica. Un gran numero di quei richiamati, ancora
senz'armi, passeggiavano a coppie e a drappelli per la strada principale,
affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare una bandiera, aprirsi la
folla e venire avanti un folto stuolo di cittadini, ordinati in quattro file, che
cantavano l'inno del Mameli; tutti signori in cilindro e in pastrano, fra i
quali riconobbi con piacere alcuni dei professori del Ginnasio: quello di
matematica il primo. Mentre mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi
i volontari non vestivano ancora l'uniforme, comandare gli esercizi col
tubino e col soprabito nero, come un capo di barricate: una figura svelta e
dritta come uno stocco, con un viso grave di filosofo, che molti per le vie
salutavano rispettosamente, ricordando le sue prodezze eroiche di Venezia.
E anche rammento, quando scomparve sotto il cappotto bigio ogni
apparente differenza di condizione sociale fra gli emigrati, lo strano effetto
che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno e dell'altro di quei soldati
semplici: — Questo è un avvocato. — Quello è un medico. — Quello là è
un professore. — Quello lì è un signorone. — Ciò che valeva più d'ogni
discorso o articolo di giornale a dare alla gente incolta un'idea della
grandezza degli avvenimenti che si preparavano, e faceva rivolgere dalle
signorine a quei rozzi cappotti certi sguardi di curiosità romantica, dei quali
prima d'allora non avevano onorato mai la “bassa forza„. Beati giorni, che
risplendono come zaffiri nella corona delle nostre più care memorie.
*
L'agitazione della scolaresca giunse al colmo nel marzo, quando, richiamati
alle armi i contingenti, si videro arrivare i bersaglieri delle classi congedate,
uomini fatti, anneriti dal sole dei campi, con le tuniche logore, coi cappelli
spelati, con le scarpe contadinesche, molti con le medaglie di Crimea dai
nastri sbiaditi: d'aspetto così grave la più parte, che parevano i padri dei
soldati in servizio, di cui venivano a ingrossare le file. E qui mi ricordo d'un
fatto, che mi fece un gran senso, e che prova come neanche in Piemonte, e
neppure per le guerre più popolari, ci sia mai stato un grande ardore
guerresco nei vecchi soldati che erano strappati ai figliuoli e ai loro campi e
mandati a farsi ammazzare; quantunque poi, per sentimento del dovere, si
portassero così bravamente che l'entusiasmo non avrebbe potuto fare di più.
Era una sera di domenica. Un gran numero di quei richiamati, ancora
senz'armi, passeggiavano a coppie e a drappelli per la strada principale,
affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare una bandiera, aprirsi la
folla e venire avanti un folto stuolo di cittadini, ordinati in quattro file, che
cantavano l'inno del Mameli; tutti signori in cilindro e in pastrano, fra i
quali riconobbi con piacere alcuni dei professori del Ginnasio: quello di
matematica il primo. Mentre mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi
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bersaglieri che mi stava accanto uscì qualche apostrofe a voce alta, in tuono
di sarcasmo: — Già, è comodo di cantare! — Loro cantano e noi andiamo a
dare la pelle. — Vengano con noi a battersi invece di far del baccano. — Il
drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti risposero; s'attaccarono
vari battibecchi vivaci. Alcuni dei signori, risentiti, rinfacciavano ai soldati
di mancar d'amor di patria; altri, più pacati, cercavano di rabbonirli,
persuadendoli che non tutti avevano il dovere, che non a tutti era possibile
d'andare alla guerra, e qualcuno diceva loro che s'era battuto anche lui nel
'48 e nel '49. Ma i soldati parevano poco persuasi, rispondevano
brontolando e alzando le spalle. Ciò che mi fece più maraviglia in quel
contrasto doloroso fu la bella disinvoltura con cui alcuni dimostranti
brizzolati e panciuti assicuravano, picchiandosi la mano sul petto, che
sarebbero andati alla guerra essi pure, mentre si capiva dai loro faccioni
pacifici che non si sognavano neppure una mattata compagna. E ripetevano
con calore: — Ci rivedremo al campo! Ci rivedremo al campo! — Vedo
ancora gli sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano le loro
rotondità, come se domandassero a sè stessi in quale campo avrebbero mai
potuto rivederli, non stimando che fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri.
Il litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti, alla vista dei quali i
bersaglieri si sbandarono. Povera gente, chi sa che alcuni di loro non siano
caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto di San Martino! Quella
scena mi lasciò addolorato e turbato da molti pensieri confusi; da questo fra
gli altri: che, perchè una guerra fosse veramente nazionale, si dovrebbe
andare a battere molta gente la quale rimane a casa, e che, in ogni modo,
sarebbe delicatezza e prudenza che quelli che rimangono non cantassero
troppo forte passando davanti a quelli che partono.
*
Un altro mio ricordo vivissimo è quello della venuta di Garibaldi; ma
mescolato d'un forte amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in rivista i
Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto, avendo pregato prima che non
si annunciasse la sua venuta, e non si trattenne tra noi che poche ore. Da noi
scolari non si seppe ch'era in città che quando aveva già fatto la rivista e
smesso la divisa di generale. Ero con un compagno sur un viale della Piazza
d'Armi quando alcuni ragazzi, accennando una carrozza che passava di
di sarcasmo: — Già, è comodo di cantare! — Loro cantano e noi andiamo a
dare la pelle. — Vengano con noi a battersi invece di far del baccano. — Il
drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti risposero; s'attaccarono
vari battibecchi vivaci. Alcuni dei signori, risentiti, rinfacciavano ai soldati
di mancar d'amor di patria; altri, più pacati, cercavano di rabbonirli,
persuadendoli che non tutti avevano il dovere, che non a tutti era possibile
d'andare alla guerra, e qualcuno diceva loro che s'era battuto anche lui nel
'48 e nel '49. Ma i soldati parevano poco persuasi, rispondevano
brontolando e alzando le spalle. Ciò che mi fece più maraviglia in quel
contrasto doloroso fu la bella disinvoltura con cui alcuni dimostranti
brizzolati e panciuti assicuravano, picchiandosi la mano sul petto, che
sarebbero andati alla guerra essi pure, mentre si capiva dai loro faccioni
pacifici che non si sognavano neppure una mattata compagna. E ripetevano
con calore: — Ci rivedremo al campo! Ci rivedremo al campo! — Vedo
ancora gli sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano le loro
rotondità, come se domandassero a sè stessi in quale campo avrebbero mai
potuto rivederli, non stimando che fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri.
Il litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti, alla vista dei quali i
bersaglieri si sbandarono. Povera gente, chi sa che alcuni di loro non siano
caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto di San Martino! Quella
scena mi lasciò addolorato e turbato da molti pensieri confusi; da questo fra
gli altri: che, perchè una guerra fosse veramente nazionale, si dovrebbe
andare a battere molta gente la quale rimane a casa, e che, in ogni modo,
sarebbe delicatezza e prudenza che quelli che rimangono non cantassero
troppo forte passando davanti a quelli che partono.
*
Un altro mio ricordo vivissimo è quello della venuta di Garibaldi; ma
mescolato d'un forte amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in rivista i
Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto, avendo pregato prima che non
si annunciasse la sua venuta, e non si trattenne tra noi che poche ore. Da noi
scolari non si seppe ch'era in città che quando aveva già fatto la rivista e
smesso la divisa di generale. Ero con un compagno sur un viale della Piazza
d'Armi quando alcuni ragazzi, accennando una carrozza che passava di
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corsa, si misero a strillare: — Garibaldi! Garibaldi! — e noi dietro a tutte
gambe.
.... Come s'andava un lo poi rede'.
Si fece non so quanta strada battendoci le mele coi tacchi, finchè ci
mancarono le forze e cascammo sulla proda d'un fosso, anelando, come due
levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la corsa, il Generale era già
all'albergo a desinare, e il desinare chiamava a casa anche noi: egli partì la
sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura da morderci i gomiti. Il giorno
dopo ripassammo per tutte le strade dov'egli era passato, come per fiutare le
sue tracce. Ci fu detto che era andato a visitare una rivenditrice di
commestibili, soprannominata la Pasqualina, che aveva bottega sotto i
portici; un pezzo di donna tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e
rispettava perchè uno dei suoi figliuoli, Paolo Ramorino, era stato
commilitone e amico di Garibaldi in America, ed era morto eroicamente
alla difesa di Roma, combattendo al fianco di Luciano Manara. Arrivammo
subito dalla Pasqualina, e la trovammo là davanti alla bottega, attorniata da
molti curiosi, ai quali accennava un sacco di riso sul quale s'era seduto
Garibaldi il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah, fortunata Pasqualina!
Come ci parve bella e gloriosa! Stemmo là un pezzo a contemplar lei e il
suo sacco, e poichè avevo qualche soldo in tasca, mi balenò l'idea di
comprare un etto di quel riso memorando, che aveva avuto l'onore di far da
cuscino all'Eroe di Sant'Antonio. Ma il mio compagno, che conosceva
l'umore della brava donna, me ne distolse, osservando che ella avrebbe
potuto pigliare la cosa come una canzonatura e risponderci con una ceffata,
che non sarebbe stata di natura femminile. E così, miseramente, terminò la
nostra spedizione; la quale fu anche più sventurata ch'io non potessi allora
pensare, perchè non mi si doveva offrir modo mai più d'appagare il mio
ardente desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una serie di accidenti e di
contrattempi maledetti, qualche volta per il ritardo d'un minuto, qualche
altra volta per un impedimento materiale futilissimo, quella sfortuna si
ripetè dieci volte nella mia vita. Ho un rimpianto nel cuore e lo confesso
con un sentimento di vergogna, come una colpa: non vidi mai Garibaldi!
*
gambe.
.... Come s'andava un lo poi rede'.
Si fece non so quanta strada battendoci le mele coi tacchi, finchè ci
mancarono le forze e cascammo sulla proda d'un fosso, anelando, come due
levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la corsa, il Generale era già
all'albergo a desinare, e il desinare chiamava a casa anche noi: egli partì la
sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura da morderci i gomiti. Il giorno
dopo ripassammo per tutte le strade dov'egli era passato, come per fiutare le
sue tracce. Ci fu detto che era andato a visitare una rivenditrice di
commestibili, soprannominata la Pasqualina, che aveva bottega sotto i
portici; un pezzo di donna tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e
rispettava perchè uno dei suoi figliuoli, Paolo Ramorino, era stato
commilitone e amico di Garibaldi in America, ed era morto eroicamente
alla difesa di Roma, combattendo al fianco di Luciano Manara. Arrivammo
subito dalla Pasqualina, e la trovammo là davanti alla bottega, attorniata da
molti curiosi, ai quali accennava un sacco di riso sul quale s'era seduto
Garibaldi il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah, fortunata Pasqualina!
Come ci parve bella e gloriosa! Stemmo là un pezzo a contemplar lei e il
suo sacco, e poichè avevo qualche soldo in tasca, mi balenò l'idea di
comprare un etto di quel riso memorando, che aveva avuto l'onore di far da
cuscino all'Eroe di Sant'Antonio. Ma il mio compagno, che conosceva
l'umore della brava donna, me ne distolse, osservando che ella avrebbe
potuto pigliare la cosa come una canzonatura e risponderci con una ceffata,
che non sarebbe stata di natura femminile. E così, miseramente, terminò la
nostra spedizione; la quale fu anche più sventurata ch'io non potessi allora
pensare, perchè non mi si doveva offrir modo mai più d'appagare il mio
ardente desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una serie di accidenti e di
contrattempi maledetti, qualche volta per il ritardo d'un minuto, qualche
altra volta per un impedimento materiale futilissimo, quella sfortuna si
ripetè dieci volte nella mia vita. Ho un rimpianto nel cuore e lo confesso
con un sentimento di vergogna, come una colpa: non vidi mai Garibaldi!
*
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Mi stupisce come non mi sia rimasto alcun ricordo della forte impressione
che mi fecero certamente le descrizioni dell'arrivo dei Francesi a Torino e le
prime notizie delle battaglie di Montebello, di Palestro, di San Martino. Su
questi ricordi, che debbo aver serbati vivi per un pezzo, s'è distesa, non so
quando nè come, una nuvola fitta, che non m'è riuscito mai di diradare. Mi
rammento solo del primo annunzio della vittoria di Magenta, che mi fu dato
da mio padre, su per la scala, con una esclamazione enfatica, tendendo un
braccio in alto, e sclamando: — Siamo a Milano! — Ma non c'è da
meravigliarsi, chi ci rifletta, di queste eclissi di certi grandi avvenimenti
nella nostra memoria, perchè è una illusione quella per cui pensiamo che
noi risentissimo allora al loro annuncio, noi, come tutta l'altra gente, una
commozione infinitamente maggiore di quella che ci desta il loro ricordo, e
che dovessimo quasi non viver d'altro, in quel periodo di tempo, che di
quelle commozioni. Come, guardando una fuga di colonne da un capo della
via, non vediamo gl'intervalli che separano quelle lontane, che ci appaiono
congiunte, così non vediamo più fra quegli avvenimenti passati i larghi
spazi di tempo, durante i quali eravamo tutti assorti, come nei tempi
ordinari, nelle nostre faccende e nei nostri piaceri, che avevano pur sempre
in noi il sopravvento sui nostri pensieri e affetti di cittadini; e neppure
consideriamo, d'altra parte, che la lunga aspettazione e la frequenza stessa
di quei grandi fatti ci avevano come stancata la facoltà sensitiva, e reso
l'animo in certo grado indifferente anche alle cose più straordinarie.
Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo dei frequenti Te Deum che si
cantavano nel Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità e in abito
di gala tutte le autorità civili e militari; fra le quali spiccava la bella testa
bruna del nuovo provveditore degli studi, venuto quell'anno, Domenico
Carbone, che è rimasto una delle memorie più luminose e più care della mia
adolescenza. Quanto bene, anche fuor dell'insegnamento diretto, può fare a
una scolaresca un uomo d'intelligenza eletta e di alto carattere! La venuta di
quel provveditore, coronato della doppia gloria di poeta e di combattente
volontario del 1848, e preceduto dalla fama d'uomo integro e buono, ancor
giovane, bello della persona, amorevole e severo ad un tempo, e pieno di
nobiltà nelle parole e negli atti, aveva portato come un'onda d'aria pura e
vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli entrasse e discorresse,
lasciava un ardore di buona volontà e di nobile ambizione, e quasi un
che mi fecero certamente le descrizioni dell'arrivo dei Francesi a Torino e le
prime notizie delle battaglie di Montebello, di Palestro, di San Martino. Su
questi ricordi, che debbo aver serbati vivi per un pezzo, s'è distesa, non so
quando nè come, una nuvola fitta, che non m'è riuscito mai di diradare. Mi
rammento solo del primo annunzio della vittoria di Magenta, che mi fu dato
da mio padre, su per la scala, con una esclamazione enfatica, tendendo un
braccio in alto, e sclamando: — Siamo a Milano! — Ma non c'è da
meravigliarsi, chi ci rifletta, di queste eclissi di certi grandi avvenimenti
nella nostra memoria, perchè è una illusione quella per cui pensiamo che
noi risentissimo allora al loro annuncio, noi, come tutta l'altra gente, una
commozione infinitamente maggiore di quella che ci desta il loro ricordo, e
che dovessimo quasi non viver d'altro, in quel periodo di tempo, che di
quelle commozioni. Come, guardando una fuga di colonne da un capo della
via, non vediamo gl'intervalli che separano quelle lontane, che ci appaiono
congiunte, così non vediamo più fra quegli avvenimenti passati i larghi
spazi di tempo, durante i quali eravamo tutti assorti, come nei tempi
ordinari, nelle nostre faccende e nei nostri piaceri, che avevano pur sempre
in noi il sopravvento sui nostri pensieri e affetti di cittadini; e neppure
consideriamo, d'altra parte, che la lunga aspettazione e la frequenza stessa
di quei grandi fatti ci avevano come stancata la facoltà sensitiva, e reso
l'animo in certo grado indifferente anche alle cose più straordinarie.
Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo dei frequenti Te Deum che si
cantavano nel Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità e in abito
di gala tutte le autorità civili e militari; fra le quali spiccava la bella testa
bruna del nuovo provveditore degli studi, venuto quell'anno, Domenico
Carbone, che è rimasto una delle memorie più luminose e più care della mia
adolescenza. Quanto bene, anche fuor dell'insegnamento diretto, può fare a
una scolaresca un uomo d'intelligenza eletta e di alto carattere! La venuta di
quel provveditore, coronato della doppia gloria di poeta e di combattente
volontario del 1848, e preceduto dalla fama d'uomo integro e buono, ancor
giovane, bello della persona, amorevole e severo ad un tempo, e pieno di
nobiltà nelle parole e negli atti, aveva portato come un'onda d'aria pura e
vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli entrasse e discorresse,
lasciava un ardore di buona volontà e di nobile ambizione, e quasi un
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profumo di gentilezza, che penetrava in fondo agli animi. Egli fece dei
miracoli: convertì dei discoli che nessuno aveva mai domati, svegliò delle
volontà che parevano addormentate per sempre. Tutti i poveri angariati, che
sono in ogni scolaresca, tutte le vittime derise della prepotenza dei
compagni e dall'antipatia dei maestri, anche prima d'aver esperimentato la
sua bontà, si sentivano protetti dalla sola sua presenza, e prevenivano,
pronunciando solo il suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate. Tutti
lo amavano e lo riverivano. Ci affollavamo sui pianerottoli per vederlo
passare; per la strada, facevamo apposta delle corse e dei giri per passargli
davanti e salutarlo; e quando nel Duomo, ai Te Deum, egli compariva primo
nel banco dei professori e girava sugli scolari accalcati quei due grandi
occhi austeri e leali, con quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei
figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con un fremito di simpatia e
d'alterezza. Se si potessero fabbricare degli uomini simili invece di
rimpastar programmi e regolamenti!
*
Racconto un fatterello che lo riguarda, non tanto per far onore a lui, quanto
per far ridere a mie spese; chè ci provo piacere ormai, come i flagellanti
d'un tempo a farsi frizzare la pelle.
Avevamo da anni un viceprovveditore prete, caldo più di morbin che di
ardor cattolico, che portava la tonaca come una camicia di forza: non punto
cattivo in fondo, ma assai piccoso, e invasato dalla smania di fare il
terribile; ciò che otteneva più che altro con certe minaccie piene di mistero
e con certe stralunature d'occhi da Luigi undecimo da arena. Contro costui
aveva scritto una poesia satirica, che girava per le scuole, un alunno di
filosofia, che io bazzicavo, essendo in relazione d'amicizia le nostre
famiglie. Smanioso di legger la satira, il reverendo pensò di strapparla a me
spaventandomi, e, mandatomi a chiamare in provveditoria, a un'ora che non
c'era nessuno, m'ingiunse con parole solenni di portargli il corpo del reato,
pena la bocciatura agli esami finali, prefiggendomi per giunta il giorno e
l'ora della consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio con la tremarella
in corpo, egualmente sgomentato dalla minaccia della vendetta e dall'idea
dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a commettere, e passai la
miracoli: convertì dei discoli che nessuno aveva mai domati, svegliò delle
volontà che parevano addormentate per sempre. Tutti i poveri angariati, che
sono in ogni scolaresca, tutte le vittime derise della prepotenza dei
compagni e dall'antipatia dei maestri, anche prima d'aver esperimentato la
sua bontà, si sentivano protetti dalla sola sua presenza, e prevenivano,
pronunciando solo il suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate. Tutti
lo amavano e lo riverivano. Ci affollavamo sui pianerottoli per vederlo
passare; per la strada, facevamo apposta delle corse e dei giri per passargli
davanti e salutarlo; e quando nel Duomo, ai Te Deum, egli compariva primo
nel banco dei professori e girava sugli scolari accalcati quei due grandi
occhi austeri e leali, con quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei
figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con un fremito di simpatia e
d'alterezza. Se si potessero fabbricare degli uomini simili invece di
rimpastar programmi e regolamenti!
*
Racconto un fatterello che lo riguarda, non tanto per far onore a lui, quanto
per far ridere a mie spese; chè ci provo piacere ormai, come i flagellanti
d'un tempo a farsi frizzare la pelle.
Avevamo da anni un viceprovveditore prete, caldo più di morbin che di
ardor cattolico, che portava la tonaca come una camicia di forza: non punto
cattivo in fondo, ma assai piccoso, e invasato dalla smania di fare il
terribile; ciò che otteneva più che altro con certe minaccie piene di mistero
e con certe stralunature d'occhi da Luigi undecimo da arena. Contro costui
aveva scritto una poesia satirica, che girava per le scuole, un alunno di
filosofia, che io bazzicavo, essendo in relazione d'amicizia le nostre
famiglie. Smanioso di legger la satira, il reverendo pensò di strapparla a me
spaventandomi, e, mandatomi a chiamare in provveditoria, a un'ora che non
c'era nessuno, m'ingiunse con parole solenni di portargli il corpo del reato,
pena la bocciatura agli esami finali, prefiggendomi per giunta il giorno e
l'ora della consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio con la tremarella
in corpo, egualmente sgomentato dalla minaccia della vendetta e dall'idea
dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a commettere, e passai la
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giornata intera in uno stato d'incertezza angosciosa. Ma il giorno dopo mi
lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico Carbone! — Ero ben certo che
egli avrebbe disapprovato l'atto del prete e non condannato la mia
disobbedienza; nè avevo bisogno di far grave la cosa, ricorrendo a lui
formalmente. Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli era sempre in
ufficio, col mio babau e col segretario, pensai che se avessi esposto il mio
rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita, in modo da farmi sentire
da lui e da costringerlo a domandare di che si trattasse, io sarei stato salvo e
l'amico nelle peste. Eureka! In verità, per un ragazzo di tredici anni, non
c'era male. E non solo mi sentii salvo da quel momento, ma, confondendo le
carte nella mia coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali casi, mi
parve d'essere un'anima spartana, e preparai nella mente una risposta eroica,
un “pistolotto„ da primo attore, che mettesse in luce gloriosa la nobiltà del
mio carattere.
All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i tacchi, come per far suonare gli
sproni. Erano seduti a un grande tavolo, da una parte il Carbone e il
segretario, che discorrevano fra di loro, dalla parte opposta lo
spaventaragazzi, che in quel momento mi fece pietà. Questi mi fece cenno
che m'avvicinassi, e mi domandò sotto voce “se avevo portato„.
M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando dalla parte del
provveditore, risposi con voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che
avrei commesso un'azione....
— Basta, basta — disse il prete, accennandomi con la mano che tacessi.
E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato che avrei commesso
un'azione.... un'azione....
— Ma basta, le ripeto; non occorre altro....
Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore s'era voltato, volevo fare il
colpo a ogni costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione indegna....
tradito un amico....
— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito e rosso in viso. — Poichè
le ho detto che non occorre altro, vada una buona volta....
lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico Carbone! — Ero ben certo che
egli avrebbe disapprovato l'atto del prete e non condannato la mia
disobbedienza; nè avevo bisogno di far grave la cosa, ricorrendo a lui
formalmente. Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli era sempre in
ufficio, col mio babau e col segretario, pensai che se avessi esposto il mio
rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita, in modo da farmi sentire
da lui e da costringerlo a domandare di che si trattasse, io sarei stato salvo e
l'amico nelle peste. Eureka! In verità, per un ragazzo di tredici anni, non
c'era male. E non solo mi sentii salvo da quel momento, ma, confondendo le
carte nella mia coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali casi, mi
parve d'essere un'anima spartana, e preparai nella mente una risposta eroica,
un “pistolotto„ da primo attore, che mettesse in luce gloriosa la nobiltà del
mio carattere.
All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i tacchi, come per far suonare gli
sproni. Erano seduti a un grande tavolo, da una parte il Carbone e il
segretario, che discorrevano fra di loro, dalla parte opposta lo
spaventaragazzi, che in quel momento mi fece pietà. Questi mi fece cenno
che m'avvicinassi, e mi domandò sotto voce “se avevo portato„.
M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando dalla parte del
provveditore, risposi con voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che
avrei commesso un'azione....
— Basta, basta — disse il prete, accennandomi con la mano che tacessi.
E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato che avrei commesso
un'azione.... un'azione....
— Ma basta, le ripeto; non occorre altro....
Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore s'era voltato, volevo fare il
colpo a ogni costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione indegna....
tradito un amico....
— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito e rosso in viso. — Poichè
le ho detto che non occorre altro, vada una buona volta....
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Allora me n'andai, ma lentamente, e a passi maestosi, come dev'essere
uscito Pier Capponi dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora di
sull'uscio a guardare il vinto, che mi lanciò un'occhiata da darmi il fuoco.
Non seppi poi mai se il provveditore avesse chiesto e avuto spiegazione
della cosa; ma non c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica. Il fatto
è che non ebbi più molestie per quella faccenda, e che agli esami, benchè a
scappellotto, come al solito, fui promosso. Ed ecco come fra tante altre
buone azioni l'autore del Re Tentenna, senza saperlo, fece anche quella di
non lasciarmi commettere una birbonata.
*
Cavalier che hai bianca fede
Come bianca è la tua croce,
Tu d'eroi gagliardo erede,
Tu all'oppresso amica voce,
Tu sgomento all'oppressor....
Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio Emanuele che pubblicò il
Carbone in quell'anno, e che tutti gli scolari impararono a memoria. La
guerra aveva dato la stura, anche in quella piccola città subalpina, a un
torrente di lirica patriottica. Professori, impiegati della prefettura, avvocati,
ufficiali dei bersaglieri, tutti sfornavano rime guerresche. Non si
raccoglievano venti cittadini intorno a un risotto alla milanese senza che
qualcuno trombettasse una filastrocca di strofe, che poi andavano attorno
manoscritte o stampate, a rinfiammar in molti l'odio contro l'Austria, in
alcuni l'odio contro le Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel vespaio
di poeti m'è rimasto nella memoria. Lasciate che io ve lo presenti, ve ne
prego, perchè il ricordo di lui, che è un conforto della mia vita, potrà
mettere qualche dolcezza anche nella vostra. Era il professore di filosofia,
uno dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato le scuole del Regno,
un cinquantenne zazzeruto, con mezzo il capo sempre insaccato in una
tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata sul cranio, e vestito tutto l'anno
d'un certo biracchio nero che gli dava alle ginocchia e mostrava l'ordito; un
uomo che sarebbe divenuto famoso nella città non per altro che per un suo
uscito Pier Capponi dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora di
sull'uscio a guardare il vinto, che mi lanciò un'occhiata da darmi il fuoco.
Non seppi poi mai se il provveditore avesse chiesto e avuto spiegazione
della cosa; ma non c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica. Il fatto
è che non ebbi più molestie per quella faccenda, e che agli esami, benchè a
scappellotto, come al solito, fui promosso. Ed ecco come fra tante altre
buone azioni l'autore del Re Tentenna, senza saperlo, fece anche quella di
non lasciarmi commettere una birbonata.
*
Cavalier che hai bianca fede
Come bianca è la tua croce,
Tu d'eroi gagliardo erede,
Tu all'oppresso amica voce,
Tu sgomento all'oppressor....
Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio Emanuele che pubblicò il
Carbone in quell'anno, e che tutti gli scolari impararono a memoria. La
guerra aveva dato la stura, anche in quella piccola città subalpina, a un
torrente di lirica patriottica. Professori, impiegati della prefettura, avvocati,
ufficiali dei bersaglieri, tutti sfornavano rime guerresche. Non si
raccoglievano venti cittadini intorno a un risotto alla milanese senza che
qualcuno trombettasse una filastrocca di strofe, che poi andavano attorno
manoscritte o stampate, a rinfiammar in molti l'odio contro l'Austria, in
alcuni l'odio contro le Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel vespaio
di poeti m'è rimasto nella memoria. Lasciate che io ve lo presenti, ve ne
prego, perchè il ricordo di lui, che è un conforto della mia vita, potrà
mettere qualche dolcezza anche nella vostra. Era il professore di filosofia,
uno dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato le scuole del Regno,
un cinquantenne zazzeruto, con mezzo il capo sempre insaccato in una
tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata sul cranio, e vestito tutto l'anno
d'un certo biracchio nero che gli dava alle ginocchia e mostrava l'ordito; un
uomo che sarebbe divenuto famoso nella città non per altro che per un suo
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gesto abituale comicissimo, che era di ripiegare un braccio in alto col pugno
chiuso, e di battersi dei gran colpi sul gomito con l'altra mano, come.... se
volesse sculacciare la propria immagine; un curioso professore e educatore,
il quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più sodi dei pareri amichevoli
intorno al modo di regolarsi con una vedova ch'egli corteggiava, e che non
sapeva decidersi a sposare, perchè aveva un orario di pasti che non
s'accordava col suo; il più clamoroso dei filosofi, come lo chiamavano i
suoi colleghi, perchè urlava la filosofia con una tal potenza di polmoni da
coprir la voce di tutti i professori delle classi vicine. Ma non son nulla tutte
queste stranezze appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi versi, che
tutti i suoi scolari recitavano, facendoci delle risate da slogarsi le mascelle.
Che peccato non averne più copia! Ma non li ho tutti dimenticati, grazie al
cielo. Ricordo una strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva:
Natura ti diè nome
Petitti, ma sei grande
E il nome tuo si spande
Per l'aula elettoral;
due versi in lode a Garibaldi:
Tua venuta a queste sponde
Bianca in pietra fia segnata;
e pochi versi d'un'altra poesia in onore della città di Bene, la quale si
distende, a quanto egli diceva, sopra sette colli; ciò che dava al poeta il
pretesto di farle quest'ardito complimento: che Roma era stata eletta in
luogo di lei capitale d'Italia per un equivoco. Era vaticinato, diceva.
Che d'Italia fia regina
Tal cittade, che sia posta
Sopra sei e una collina,
E Cavour la credè Roma,
Ignorando i sette in Bene
Colli aprichi, e la gran soma
Di virtù che ascose tiene.
chiuso, e di battersi dei gran colpi sul gomito con l'altra mano, come.... se
volesse sculacciare la propria immagine; un curioso professore e educatore,
il quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più sodi dei pareri amichevoli
intorno al modo di regolarsi con una vedova ch'egli corteggiava, e che non
sapeva decidersi a sposare, perchè aveva un orario di pasti che non
s'accordava col suo; il più clamoroso dei filosofi, come lo chiamavano i
suoi colleghi, perchè urlava la filosofia con una tal potenza di polmoni da
coprir la voce di tutti i professori delle classi vicine. Ma non son nulla tutte
queste stranezze appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi versi, che
tutti i suoi scolari recitavano, facendoci delle risate da slogarsi le mascelle.
Che peccato non averne più copia! Ma non li ho tutti dimenticati, grazie al
cielo. Ricordo una strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva:
Natura ti diè nome
Petitti, ma sei grande
E il nome tuo si spande
Per l'aula elettoral;
due versi in lode a Garibaldi:
Tua venuta a queste sponde
Bianca in pietra fia segnata;
e pochi versi d'un'altra poesia in onore della città di Bene, la quale si
distende, a quanto egli diceva, sopra sette colli; ciò che dava al poeta il
pretesto di farle quest'ardito complimento: che Roma era stata eletta in
luogo di lei capitale d'Italia per un equivoco. Era vaticinato, diceva.
Che d'Italia fia regina
Tal cittade, che sia posta
Sopra sei e una collina,
E Cavour la credè Roma,
Ignorando i sette in Bene
Colli aprichi, e la gran soma
Di virtù che ascose tiene.
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Sulla qual modestia della città insisteva con quest'amore di strofa:
Bene fa, e n'ha più merito
Perchè tien nascosto il bene;
Chi rimira il suo preterito
Forse ciò a capir non viene....
Come potesse insegnar la filosofia un professore che trattava la poesia in
questa maniera, benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce; eppure
dicevano che non c'era gran male. Misteri della mente umana. Povero poeta
dei sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui molti anni fa, a Torino,
dove mi dissero che, avendo ricorso per non so che affare a certi falsi
spiritisti birboni, costoro, per spillargli dei quattrini, lo avevan fatto
bastonare dallo spirito che aveva evocato, e non già con un bastone
spirituale, ma con un vero e nodoso ramo di frassino, che l'aveva messo a
letto per una settimana.
Petitti guai della filosofia.
Bene fa, e n'ha più merito
Perchè tien nascosto il bene;
Chi rimira il suo preterito
Forse ciò a capir non viene....
Come potesse insegnar la filosofia un professore che trattava la poesia in
questa maniera, benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce; eppure
dicevano che non c'era gran male. Misteri della mente umana. Povero poeta
dei sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui molti anni fa, a Torino,
dove mi dissero che, avendo ricorso per non so che affare a certi falsi
spiritisti birboni, costoro, per spillargli dei quattrini, lo avevan fatto
bastonare dallo spirito che aveva evocato, e non già con un bastone
spirituale, ma con un vero e nodoso ramo di frassino, che l'aveva messo a
letto per una settimana.
Petitti guai della filosofia.
Page 81
Attore drammatico.
La poesia patriottica aveva invaso quell'anno anche il teatro, dove,
succeduta all'opera la commedia, non passava quasi settimana che non fosse
declamata dal primo attore qualche lirica d'argomento nazionale, accolta
sempre con applausi frenetici. E così m'entrò anche l'assillo della
declamazione. Avevo creduto d'esser nato pittore, e poi tenore; credetti pure
per un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica. Ero in questa
illusione più scusabile perchè, se non avevo voce per cantare, per declamare
n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio. Fu anche questo un furore da
far desiderare che fossi nato afono. Sceglievo i passi delle tragedie in cui
occorresse un maggiore sforzo di mantice, e di preferenza quelli in cui il
personaggio delira, come il soliloquio di Saul e quello di Aristodemo
nell'ultim'atto, per poter tonare più forte. La mia specialità, come ora si
dice, era il delirio dei re. Si sottintende che ero un cane. Ci accozzammo
parecchi compagni, tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme
tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora dell'altro, e spesso anche nel
ghiareto del torrente e del fiume, dove le pietre, per nostra fortuna, non si
potevano muovere. Ma il nostro teatro preferito, poichè ci potevamo
sbraitare senz'essere uditi, era veramente degno dell'arte nostra: era una
stalla in fondo al cortile di casa mia, dove i tabaccai dei villaggi riparavano
durante il giorno i muli e i cavalli. Disgraziato Alfieri! E infelice Berchet!
Poichè s'espettorava pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi credevo
chiamato a una grande carriera tragica. E mi frullavano sotto i capelli le
idee più temerarie: di dare un saggio di declamazione nel Teatro Civico, di
smetter gli studi e di entrare in una compagnia drammatica, di formare io
stesso una compagnia unisessuale coi miei quattro sbraitoni e di trovar dei
“capitalisti„ per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe stato strano che fra
tante idee matte non mi fosse saltata anche quella di scrivere un dramma.
L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale soggetto avessi escogitato: ricordo
soltanto che era un dramma cruento, e che la parte del protagonista l'avrei
dovuta far io: condizione sine qua non, da imporsi al capocomico che
La poesia patriottica aveva invaso quell'anno anche il teatro, dove,
succeduta all'opera la commedia, non passava quasi settimana che non fosse
declamata dal primo attore qualche lirica d'argomento nazionale, accolta
sempre con applausi frenetici. E così m'entrò anche l'assillo della
declamazione. Avevo creduto d'esser nato pittore, e poi tenore; credetti pure
per un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica. Ero in questa
illusione più scusabile perchè, se non avevo voce per cantare, per declamare
n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio. Fu anche questo un furore da
far desiderare che fossi nato afono. Sceglievo i passi delle tragedie in cui
occorresse un maggiore sforzo di mantice, e di preferenza quelli in cui il
personaggio delira, come il soliloquio di Saul e quello di Aristodemo
nell'ultim'atto, per poter tonare più forte. La mia specialità, come ora si
dice, era il delirio dei re. Si sottintende che ero un cane. Ci accozzammo
parecchi compagni, tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme
tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora dell'altro, e spesso anche nel
ghiareto del torrente e del fiume, dove le pietre, per nostra fortuna, non si
potevano muovere. Ma il nostro teatro preferito, poichè ci potevamo
sbraitare senz'essere uditi, era veramente degno dell'arte nostra: era una
stalla in fondo al cortile di casa mia, dove i tabaccai dei villaggi riparavano
durante il giorno i muli e i cavalli. Disgraziato Alfieri! E infelice Berchet!
Poichè s'espettorava pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi credevo
chiamato a una grande carriera tragica. E mi frullavano sotto i capelli le
idee più temerarie: di dare un saggio di declamazione nel Teatro Civico, di
smetter gli studi e di entrare in una compagnia drammatica, di formare io
stesso una compagnia unisessuale coi miei quattro sbraitoni e di trovar dei
“capitalisti„ per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe stato strano che fra
tante idee matte non mi fosse saltata anche quella di scrivere un dramma.
L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale soggetto avessi escogitato: ricordo
soltanto che era un dramma cruento, e che la parte del protagonista l'avrei
dovuta far io: condizione sine qua non, da imporsi al capocomico che
Page 82
avesse avuto l'onore di metterlo in scena. Caso senza esempio, credo, nella
storia degli autori drammatici: anche prima di mettermi a scrivere il
dramma io feci il cartellone — un annunzio in caratteri cubitali sopra un
lenzuolo di carta — per avere un'idea dell'effetto che avrebbe fatto alle
cantonate, e m'esercitai a emettere certe grida di disperazione e di terrore,
che non sapevo ancor bene a che proposito, ma dovevan sonare
assolutamente in certe scene, e (voglio esser sincero fino in fondo) feci
molte prove del passo con cui mi sarei presentato alla ribalta e
dell'atteggiamento modesto e dignitoso ad un tempo, col quale avrei
ringraziato il pubblico strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in fine:
non restava che un accessorio: quello di scrivere il dramma. Dio m'assistè:
non ne scrissi che la prima scena. Ma non cadde l'illusione dell'attore con la
lena del drammaturgo: il mio vaneggiamento e il mio abbaio drammatico
continuarono fino all'apertura del nuovo anno scolastico. I primi freddi e i
primi pensi, non so come, mi levarono dal capo per sempre il ruzzo della
recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi e Tommaso Salvini da una
vecchiaia avvilita.
storia degli autori drammatici: anche prima di mettermi a scrivere il
dramma io feci il cartellone — un annunzio in caratteri cubitali sopra un
lenzuolo di carta — per avere un'idea dell'effetto che avrebbe fatto alle
cantonate, e m'esercitai a emettere certe grida di disperazione e di terrore,
che non sapevo ancor bene a che proposito, ma dovevan sonare
assolutamente in certe scene, e (voglio esser sincero fino in fondo) feci
molte prove del passo con cui mi sarei presentato alla ribalta e
dell'atteggiamento modesto e dignitoso ad un tempo, col quale avrei
ringraziato il pubblico strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in fine:
non restava che un accessorio: quello di scrivere il dramma. Dio m'assistè:
non ne scrissi che la prima scena. Ma non cadde l'illusione dell'attore con la
lena del drammaturgo: il mio vaneggiamento e il mio abbaio drammatico
continuarono fino all'apertura del nuovo anno scolastico. I primi freddi e i
primi pensi, non so come, mi levarono dal capo per sempre il ruzzo della
recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi e Tommaso Salvini da una
vecchiaia avvilita.
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Nuove amicizie e nuove grullerie.
Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima mattina una sorpresa gradita.
Nel far la chiamata degli alunni il professore lesse un nome che ci fece
voltar tutti con viva curiosità verso il chiamato: — Angelo Brofferio. — Gli
domandò il professore se fosse figliuolo del Brofferio deputato: rispose di
sì. Fummo tutti colpiti dalla grande rassomiglianza che egli aveva col padre,
che noi conoscevamo, più che dalle fotografie, dalle caricature
frequentissime del Fischietto e del Pasquino: di profilo era tale e quale.
Aveva una testa molto grossa, che pareva anche più grossa in confronto del
corpo piccolino; un viso lungo, di lineamenti e d'espressione virili, rocchio
bruno, la bocca arguta, un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si
mostrò fin dai primi giorni d'ingegno aperto e pronto, e parlatore facile, con
alcun che d'avvocatesco nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo coi
compagni, non punto orgoglioso della fama del padre, che era allora
popolarissimo, in specie per le canzoni piemontesi; molte delle quali,
cantate per i caffè e per le strade, noi sapevamo tutti a memoria. Finito quel
corso, andò a compiere gli studi altrove, e io non n'ebbi più notizia che
dopo circa trent'anni, quando, professore di filosofia a Milano, se non erro,
egli pubblicò un libro dotto e brillante sullo Spiritismo, che fece molto
rumore. Ricordo che, bravo in letteratura, egli aveva pure un'attitudine
particolare alle matematiche. E m'illusi d'avercela anch'io in quell'anno, che
era l'anno dell'algebra. Avendo avuto mio padre la buona idea di mandarmi
durante le vacanze a prender lezioni d'algebra da un geometra suo
conoscente, io ero entrato nel corso già infarinato della materia; in grazia di
che avevo nei primi mesi riportato qualche successo onorevole alla prova
della lavagna, salvandomi dai pizzicotti professorali. Questo era bastato a
farmi credere che mi fosse dato fuori a un tratto il bernoccolo della
matematica, e lo credetti tanto che ebbi l'audacia di fondare un periodico
bisettimanale (di tiratura modesta, poichè n'usciva un numero solo,
manoscritto), nel quale rifacevo le lezioni ad uso dei pizzicottati. Ma
quest'illusione durò anche meno dell'altre perchè, non avendo studiato nelle
Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima mattina una sorpresa gradita.
Nel far la chiamata degli alunni il professore lesse un nome che ci fece
voltar tutti con viva curiosità verso il chiamato: — Angelo Brofferio. — Gli
domandò il professore se fosse figliuolo del Brofferio deputato: rispose di
sì. Fummo tutti colpiti dalla grande rassomiglianza che egli aveva col padre,
che noi conoscevamo, più che dalle fotografie, dalle caricature
frequentissime del Fischietto e del Pasquino: di profilo era tale e quale.
Aveva una testa molto grossa, che pareva anche più grossa in confronto del
corpo piccolino; un viso lungo, di lineamenti e d'espressione virili, rocchio
bruno, la bocca arguta, un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si
mostrò fin dai primi giorni d'ingegno aperto e pronto, e parlatore facile, con
alcun che d'avvocatesco nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo coi
compagni, non punto orgoglioso della fama del padre, che era allora
popolarissimo, in specie per le canzoni piemontesi; molte delle quali,
cantate per i caffè e per le strade, noi sapevamo tutti a memoria. Finito quel
corso, andò a compiere gli studi altrove, e io non n'ebbi più notizia che
dopo circa trent'anni, quando, professore di filosofia a Milano, se non erro,
egli pubblicò un libro dotto e brillante sullo Spiritismo, che fece molto
rumore. Ricordo che, bravo in letteratura, egli aveva pure un'attitudine
particolare alle matematiche. E m'illusi d'avercela anch'io in quell'anno, che
era l'anno dell'algebra. Avendo avuto mio padre la buona idea di mandarmi
durante le vacanze a prender lezioni d'algebra da un geometra suo
conoscente, io ero entrato nel corso già infarinato della materia; in grazia di
che avevo nei primi mesi riportato qualche successo onorevole alla prova
della lavagna, salvandomi dai pizzicotti professorali. Questo era bastato a
farmi credere che mi fosse dato fuori a un tratto il bernoccolo della
matematica, e lo credetti tanto che ebbi l'audacia di fondare un periodico
bisettimanale (di tiratura modesta, poichè n'usciva un numero solo,
manoscritto), nel quale rifacevo le lezioni ad uso dei pizzicottati. Ma
quest'illusione durò anche meno dell'altre perchè, non avendo studiato nelle
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vacanze che fino all'estrazione delle radici cubiche, quando si arrivò a
questo punto del programma mi ritrovai da capo al livello degli altri.... e i
pizzicotti ricominciarono. Ricominciando i pizzicotti, cessò il giornale. Ma
non importa: consiglierò sempre ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi
agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, perchè anche la più
leggiera preparazione riesce loro di giovamento grandissimo, preservandoli
dal danno grave di rimanere addietro al primo intoppo.
Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra troppe cose mi dovevano
distrarre quell'anno. Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo per la
statura, che era d'un uomo, io andavo allargando di giorno in giorno il
cerchio delle mie amicizie, e le nuove erano assai più pericolose delle altre,
perchè eran fuori del giro della scuola. Le prime di queste, e le più care,
furon le amicizie militari. C'erano allora fra i bersaglieri volontari, e anche
fra quelli di leva, molti giovani di famiglia signorile: studenti smessi,
laureati, artisti drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e
tutti caldi d'un entusiasmo patriottico, che dava un'impronta di nobiltà
d'animo anche ai caratteri più leggieri. Stretta relazione con uno di essi,
venivan gli altri come le ciliege. Con questi conobbi la prima volta il
piacere e l'alterezza dell'amicizia virile. Nascondevo con loro i miei tredici
anni; mi davo l'aria d'uno studente già esperto del mondo; ero tutto contento
di farmi vedere alla passeggiata in loro compagnia, appoggiando il braccio
sopra un braccio gallonato, con la tesa del cappello accarezzata dagli
svolazzi d'un grande pennacchio, e mi pareva di fare una prodezza di
brillante scapigliato trattenendomi mezz'ora con essi davanti a un caffè,
all'uscita del teatro, come se tutti i passanti avessero dovuto dire: — Chi sa
mai dove passerà la notte quel collorotto? — Di una di quelle sere mi
ricordo in particolar modo perchè fui presentato da un sergente a un bel
giovanotto, alto e elegante, impiegato al Commissariato militare; il quale si
chiamava Ugo Iginio Tarchetti. Era il futuro autore dei Drammi della vita
militare e di Tosca, il poeta forte e triste, che doveva morir nel fior dell'età,
appena baciato dalla gloria. Chi m'avrebbe predetto allora ch'io avrei scritto
dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto al suo, che saremmo stati
citati mille volte come due antagonisti, e che, dopo averlo tenuto in conto
d'un nemico mentr'era vivo, io l'avrei amato, morto, come un fratello!
questo punto del programma mi ritrovai da capo al livello degli altri.... e i
pizzicotti ricominciarono. Ricominciando i pizzicotti, cessò il giornale. Ma
non importa: consiglierò sempre ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi
agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, perchè anche la più
leggiera preparazione riesce loro di giovamento grandissimo, preservandoli
dal danno grave di rimanere addietro al primo intoppo.
Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra troppe cose mi dovevano
distrarre quell'anno. Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo per la
statura, che era d'un uomo, io andavo allargando di giorno in giorno il
cerchio delle mie amicizie, e le nuove erano assai più pericolose delle altre,
perchè eran fuori del giro della scuola. Le prime di queste, e le più care,
furon le amicizie militari. C'erano allora fra i bersaglieri volontari, e anche
fra quelli di leva, molti giovani di famiglia signorile: studenti smessi,
laureati, artisti drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e
tutti caldi d'un entusiasmo patriottico, che dava un'impronta di nobiltà
d'animo anche ai caratteri più leggieri. Stretta relazione con uno di essi,
venivan gli altri come le ciliege. Con questi conobbi la prima volta il
piacere e l'alterezza dell'amicizia virile. Nascondevo con loro i miei tredici
anni; mi davo l'aria d'uno studente già esperto del mondo; ero tutto contento
di farmi vedere alla passeggiata in loro compagnia, appoggiando il braccio
sopra un braccio gallonato, con la tesa del cappello accarezzata dagli
svolazzi d'un grande pennacchio, e mi pareva di fare una prodezza di
brillante scapigliato trattenendomi mezz'ora con essi davanti a un caffè,
all'uscita del teatro, come se tutti i passanti avessero dovuto dire: — Chi sa
mai dove passerà la notte quel collorotto? — Di una di quelle sere mi
ricordo in particolar modo perchè fui presentato da un sergente a un bel
giovanotto, alto e elegante, impiegato al Commissariato militare; il quale si
chiamava Ugo Iginio Tarchetti. Era il futuro autore dei Drammi della vita
militare e di Tosca, il poeta forte e triste, che doveva morir nel fior dell'età,
appena baciato dalla gloria. Chi m'avrebbe predetto allora ch'io avrei scritto
dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto al suo, che saremmo stati
citati mille volte come due antagonisti, e che, dopo averlo tenuto in conto
d'un nemico mentr'era vivo, io l'avrei amato, morto, come un fratello!
Page 85
*
Entrai allora in quel breve periodo il quale corrisponde negli adolescenti a
quello in cui le ragazze cominciano a stringersi il busto e a mettersi dei fiori
nei capelli: il periodo in cui diventa il mobile più importante della casa lo
specchio. Per quanto sia in vena di confessioni non oso di dire fino a quale
altezza di grulleria io sia salito in quella fase di luna, quanto tempo ci
mettessi a farmi il nodo della cravatta, quante volte tornassi indietro a
raggiustarmi il cappello davanti alla specchiera prima d'uscire di casa, e
quale sciupio abbia fatto delle pomate e delle acque d'odore delle mie
sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione di san Crispino per fare
il piedino aristocratico. Molti padri e madri, quando i loro figliuoli piglian
quella passione, credono di guarirli mettendoli in ridicolo e trattandoli dalla
mattina alla sera d'imbecilli. È una sciocchezza, che i miei non commisero,
comprendendo che era una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo:
finsero invece di non badarvi, non scambiandosi che qualche sorriso
discreto quando io chiedevo una cravatta nuova o un paio di scarpe di
marocchino; sorriso che non mi sfuggiva. E li lodo ora di quella indulgenza,
che non fu l'ultima delle cause per cui la malattia non fu lunga, perchè,
umiliandomi, l'avrebbero inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura di paino
e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia non miravano a guadagnarmi le
grazie dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo periodo degli
innamoramenti platonici, spinti fino alle passeggiate sotto le finestre e alle
“pedinature„ furtive e alla contemplazione estatica dei palchetti del teatro:
amori repentini, languidi e mutevoli, anzi procedenti non di rado a coppie, e
anche a triadi, facilissimi alle più insensate illusioni, pasciuti per settimane
d'uno sguardo incontrato a caso o d'un sorriso forse più di canzonatura che
di simpatia, e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre tristezze, imparate
nei libri. Ah, che bell'attore! Mi è uno spasso il ricordare le mie avventure
d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi più amori io che don Juan
Tenorio e Luis Mendía messi insieme. Il mio cuore ospitò più bellezze che
il serraglio imperiale del Bosforo. E i miei sospiri amorosi si levavano a
tutte le altezze: una settimana era la figliuola del prefetto, un'altra la moglie
del professore; succedeva alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice
d'una casa nobile la vedova d'un colonnello. E con le adorazioni del
Entrai allora in quel breve periodo il quale corrisponde negli adolescenti a
quello in cui le ragazze cominciano a stringersi il busto e a mettersi dei fiori
nei capelli: il periodo in cui diventa il mobile più importante della casa lo
specchio. Per quanto sia in vena di confessioni non oso di dire fino a quale
altezza di grulleria io sia salito in quella fase di luna, quanto tempo ci
mettessi a farmi il nodo della cravatta, quante volte tornassi indietro a
raggiustarmi il cappello davanti alla specchiera prima d'uscire di casa, e
quale sciupio abbia fatto delle pomate e delle acque d'odore delle mie
sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione di san Crispino per fare
il piedino aristocratico. Molti padri e madri, quando i loro figliuoli piglian
quella passione, credono di guarirli mettendoli in ridicolo e trattandoli dalla
mattina alla sera d'imbecilli. È una sciocchezza, che i miei non commisero,
comprendendo che era una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo:
finsero invece di non badarvi, non scambiandosi che qualche sorriso
discreto quando io chiedevo una cravatta nuova o un paio di scarpe di
marocchino; sorriso che non mi sfuggiva. E li lodo ora di quella indulgenza,
che non fu l'ultima delle cause per cui la malattia non fu lunga, perchè,
umiliandomi, l'avrebbero inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura di paino
e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia non miravano a guadagnarmi le
grazie dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo periodo degli
innamoramenti platonici, spinti fino alle passeggiate sotto le finestre e alle
“pedinature„ furtive e alla contemplazione estatica dei palchetti del teatro:
amori repentini, languidi e mutevoli, anzi procedenti non di rado a coppie, e
anche a triadi, facilissimi alle più insensate illusioni, pasciuti per settimane
d'uno sguardo incontrato a caso o d'un sorriso forse più di canzonatura che
di simpatia, e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre tristezze, imparate
nei libri. Ah, che bell'attore! Mi è uno spasso il ricordare le mie avventure
d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi più amori io che don Juan
Tenorio e Luis Mendía messi insieme. Il mio cuore ospitò più bellezze che
il serraglio imperiale del Bosforo. E i miei sospiri amorosi si levavano a
tutte le altezze: una settimana era la figliuola del prefetto, un'altra la moglie
del professore; succedeva alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice
d'una casa nobile la vedova d'un colonnello. E con le adorazioni del
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passeggio e del teatro andavano di passo le adorazioni di casa. Quando
veniva una bella signora a far visita a mia madre, non scappavo più in
cortile, come per il passato, per sfuggire alla noia dei discorsi soliti: stavo lì
ribadito sur una seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della visitatrice con gli
occhi come due lampioni, e con una immobilità di magnetizzato, di cui non
sfuggiva il senso alle più accorte; le quali scansavano il mio sguardo
indiscreto con un sorriso a fior di labbra, e, stringendomi la mano all'atto di
andarsene, mi dicevano con una rapida occhiata indulgente: — Ho capito,
piccolo impertinente; faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, avevo
un debole per le donne maritate, e più per quelle che portavano indosso una
parte maggiore dello stipendio del marito. È incredibile il numero di mariti
rispettabili che ho oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori di fantasia
avessero avuto effetto, e mi fossi dovuto battere, avrei avuto un duello ogni
settimana, e a andar bene bene, mi sarei ridotto un crivello ambulante avanti
d'aver finito il ginnasio. E non nel cuore, ma nel cervello, erano così vivi,
benchè rapidissimi, questi amori, che n'avevo spesso la coscienza turbata,
come di colpe vere; arrossivo fino ai capelli incontrando per la via certe
coppie coniugali; mi pareva alle volte d'essere veramente un dissoluto senza
freno nè legge, insidiatore di talami e scandalo della gente onesta, di
reputazione perduta, e ne sentivo non di meno una vanagloria segreta, come
se soltanto con una coscienza così fatta uno si potesse vantare d'esser uomo.
*
L'uomo, peraltro, non era ancora che un lungo bambino, il quale seguitava a
baloccarsi per ore intere con tutti i giocattoli che gli eran rimasti dell'età
infantile, coi fantocci, con le trottole, con le palline di vetro e perfino con le
oche di carta. Per darmi questi spassi mi nascondevo, e quando mi coglieva
sul fatto qualcuno della famiglia, riponevo ogni cosa in furia,
vergognandomi, e fingendo d'aver tirato fuori quelle carabattole per
curiosità di filosofo, amante di meditare sul proprio passato. Ma non mi
vergogno ora che conosco il mondo e la vita, di dire che quell'amore dei
trastulli fanciulleschi mi rinacque a quando a quando fin quasi ai trent'anni,
che, già reo di parecchi libri, mi divertivo per delle mezz'ore a far saltare sul
tavolino di quei ranocchi di legno, che hanno sotto il filo attorto e la
bacchettina cerata, e che pure adesso, qualche volta, passando davanti a una
veniva una bella signora a far visita a mia madre, non scappavo più in
cortile, come per il passato, per sfuggire alla noia dei discorsi soliti: stavo lì
ribadito sur una seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della visitatrice con gli
occhi come due lampioni, e con una immobilità di magnetizzato, di cui non
sfuggiva il senso alle più accorte; le quali scansavano il mio sguardo
indiscreto con un sorriso a fior di labbra, e, stringendomi la mano all'atto di
andarsene, mi dicevano con una rapida occhiata indulgente: — Ho capito,
piccolo impertinente; faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, avevo
un debole per le donne maritate, e più per quelle che portavano indosso una
parte maggiore dello stipendio del marito. È incredibile il numero di mariti
rispettabili che ho oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori di fantasia
avessero avuto effetto, e mi fossi dovuto battere, avrei avuto un duello ogni
settimana, e a andar bene bene, mi sarei ridotto un crivello ambulante avanti
d'aver finito il ginnasio. E non nel cuore, ma nel cervello, erano così vivi,
benchè rapidissimi, questi amori, che n'avevo spesso la coscienza turbata,
come di colpe vere; arrossivo fino ai capelli incontrando per la via certe
coppie coniugali; mi pareva alle volte d'essere veramente un dissoluto senza
freno nè legge, insidiatore di talami e scandalo della gente onesta, di
reputazione perduta, e ne sentivo non di meno una vanagloria segreta, come
se soltanto con una coscienza così fatta uno si potesse vantare d'esser uomo.
*
L'uomo, peraltro, non era ancora che un lungo bambino, il quale seguitava a
baloccarsi per ore intere con tutti i giocattoli che gli eran rimasti dell'età
infantile, coi fantocci, con le trottole, con le palline di vetro e perfino con le
oche di carta. Per darmi questi spassi mi nascondevo, e quando mi coglieva
sul fatto qualcuno della famiglia, riponevo ogni cosa in furia,
vergognandomi, e fingendo d'aver tirato fuori quelle carabattole per
curiosità di filosofo, amante di meditare sul proprio passato. Ma non mi
vergogno ora che conosco il mondo e la vita, di dire che quell'amore dei
trastulli fanciulleschi mi rinacque a quando a quando fin quasi ai trent'anni,
che, già reo di parecchi libri, mi divertivo per delle mezz'ore a far saltare sul
tavolino di quei ranocchi di legno, che hanno sotto il filo attorto e la
bacchettina cerata, e che pure adesso, qualche volta, passando davanti a una
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bottega di giocattoli, sento delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne
dovrei vergognare? Gli uomini non sono che ragazzi invecchiati, che
nascondono la loro fanciullaggine sotto un'apparenza di gravità, e che ogni
qualvolta possono, di nascosto, ci si abbandonano con un piacere infinito. E
in fondo, poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle cose strane e
impossibili, ma ardentemente desiderate, non è che un baloccarsi con idee
ed immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo e l'altro scarabocchia
dei pupazzetti o fa delle greche sui margini, si balocca come un ragazzo; e
si balocca il ministro di Stato che nei momenti d'ozio piega e ripiega in
dieci forme un giornale o suona il tamburo sul banco col tagliacarte, come
faceva il conte Cavour, durante i discorsi dei deputati seccatori. Io credo
che a chiudere in una stanza nuda l'uomo più serio del mondo con una
scatola di soldatini di piombo, viene il momento che li tira fuori, e li
schiera, e li fa armeggiare come un bambino di sei anni. Quella passione
persistente dei trastulli infantili giovò a divagarmi alquanto dagli amori, e
fu per me un calmante salutare. Ah, se una di quelle molte signore a cui
facevo gli occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature da trovatore,
m'avesse visto far correre sul tavolino per tutta una mattinata delle file di
noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti di carta dorata, per
rappresentare gli stati maggiori degli eserciti combattenti in Lombardia, che
bella risata argentina m'avrebbe data in faccia, e che bel colpo d'ombrellino,
forse m'avrebbe assestato sulla nuca! Ma si guardino le mamme dal ridere e
dal far vergogna ai figliuoli grandi quando li vedono occupati in trastulli
che credono indegni della loro età, e indizio di poco cervello; chè quello è
anzi segno d'una semplicità d'animo, d'una vivacità d'immaginazione, d'una
facoltà di dar corpo a dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un mondo
foggiato da loro, che saranno anche negli anni più tardi un grande conforto,
un rifugio dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, e quasi una fiammella
inestinguibile di gioventù; la quale gioverà molto a tener vive in essi tutte
quelle altre passioni e illusioni, senza di cui la vita non sarebbe per il più
degli uomini che un desiderio continuo della morte.
*
Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una distrazione dagli studi ben più
potente che non fossero gli amici bersaglieri e gli amori sospirosi. Come nel
dovrei vergognare? Gli uomini non sono che ragazzi invecchiati, che
nascondono la loro fanciullaggine sotto un'apparenza di gravità, e che ogni
qualvolta possono, di nascosto, ci si abbandonano con un piacere infinito. E
in fondo, poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle cose strane e
impossibili, ma ardentemente desiderate, non è che un baloccarsi con idee
ed immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo e l'altro scarabocchia
dei pupazzetti o fa delle greche sui margini, si balocca come un ragazzo; e
si balocca il ministro di Stato che nei momenti d'ozio piega e ripiega in
dieci forme un giornale o suona il tamburo sul banco col tagliacarte, come
faceva il conte Cavour, durante i discorsi dei deputati seccatori. Io credo
che a chiudere in una stanza nuda l'uomo più serio del mondo con una
scatola di soldatini di piombo, viene il momento che li tira fuori, e li
schiera, e li fa armeggiare come un bambino di sei anni. Quella passione
persistente dei trastulli infantili giovò a divagarmi alquanto dagli amori, e
fu per me un calmante salutare. Ah, se una di quelle molte signore a cui
facevo gli occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature da trovatore,
m'avesse visto far correre sul tavolino per tutta una mattinata delle file di
noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti di carta dorata, per
rappresentare gli stati maggiori degli eserciti combattenti in Lombardia, che
bella risata argentina m'avrebbe data in faccia, e che bel colpo d'ombrellino,
forse m'avrebbe assestato sulla nuca! Ma si guardino le mamme dal ridere e
dal far vergogna ai figliuoli grandi quando li vedono occupati in trastulli
che credono indegni della loro età, e indizio di poco cervello; chè quello è
anzi segno d'una semplicità d'animo, d'una vivacità d'immaginazione, d'una
facoltà di dar corpo a dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un mondo
foggiato da loro, che saranno anche negli anni più tardi un grande conforto,
un rifugio dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, e quasi una fiammella
inestinguibile di gioventù; la quale gioverà molto a tener vive in essi tutte
quelle altre passioni e illusioni, senza di cui la vita non sarebbe per il più
degli uomini che un desiderio continuo della morte.
*
Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una distrazione dagli studi ben più
potente che non fossero gli amici bersaglieri e gli amori sospirosi. Come nel
Page 88
1859 aveva dato un colpo mortale al latino Vittorio Emanuele, così fu
Garibaldi nel 1860 il peggior nemico del greco; poichè in quell'anno
appunto fu istituito nel Ginnasio lo studio del greco, riconosciuto di
necessità urgente per affrettare la liberazione d'Italia. La partenza dei Mille
da Quarto fu come un segnale convenuto fra Garibaldi e la scolaresca
perchè smettessimo d'affaticarci troppo il cervello sui libri di testo.
Partivano per la Sicilia, a frotte, giovani d'ogni condizione, e fin dei
mostriciattoli, che erano lo zimbello pubblico: fra i quali ricordo un piccolo
sarto gobbo, con le gambe arcate come due fette di popone, che fu salutato
alla partenza da una tempesta di risa e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi
s'accese nella testa una nuova girandola: quella della politica. Ero stretto
allora d'amicizia fraterna con due compagni di scuola, tutti e due di principî
rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un mazziniano, l'altro perchè ribelle
per istinto a ogni autorità, cominciando da Senofonte e venendo fino agli
ultimi classici. Io ero figliuolo d'un monarchico, e non rivoluzionario per
natura; ma tale m'aveva fatto a poco a poco la lettura quotidiana del Diritto,
a cui mio padre s'era abbonato per simpatia letteraria. Tutti e tre, fanatici di
Garibaldi, concertammo una fuga clandestina per “accorrere in suo aiuto„;
la quale non ci riuscì, come raccontai altrove; e quel tentativo fallito
esasperò la nostra passione patriottica. Diventammo nemici implacabili del
conte di Cavour, che intralciava l'impresa di Garibaldi con “le arti subdole
di una politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. La cessione di
Nizza e di Savoia alla Francia ci mise su tutte le furie. In tutte le nostre
conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro uno strazio miserando.
Leggevamo i suoi discorsi nei giornali con un sorriso di sarcasmo feroce. E
conciammo secondo i suoi meriti anche Napoleone il piccolo, che
conoscevamo a fondo, grazie al libro di Vittor Hugo. Attaccavamo intorno
all'uno e all'altro delle discussioni furiose coi nostri compagni “moderati„ i
quali ci accusavano di “metter dei bastoni fra le ruote alla politica del
Governo„. — Sì, — rispondevamo in coro tutti e tre, — noi combatteremo
il governo con tutte le nostre forze; non gli daremo tregua mai; noi non
vogliamo la politica dell'asservimento allo straniero; chi non è con noi, è
contro l'Italia. — Quando poi andò a armeggiare in Sicilia il La Farina,
uscimmo addirittura dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa come una sfida
gettataci in faccia dal venditore di Nizza e Savoia, e parlammo di fondare
un giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano fremere i giudizi che
Garibaldi nel 1860 il peggior nemico del greco; poichè in quell'anno
appunto fu istituito nel Ginnasio lo studio del greco, riconosciuto di
necessità urgente per affrettare la liberazione d'Italia. La partenza dei Mille
da Quarto fu come un segnale convenuto fra Garibaldi e la scolaresca
perchè smettessimo d'affaticarci troppo il cervello sui libri di testo.
Partivano per la Sicilia, a frotte, giovani d'ogni condizione, e fin dei
mostriciattoli, che erano lo zimbello pubblico: fra i quali ricordo un piccolo
sarto gobbo, con le gambe arcate come due fette di popone, che fu salutato
alla partenza da una tempesta di risa e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi
s'accese nella testa una nuova girandola: quella della politica. Ero stretto
allora d'amicizia fraterna con due compagni di scuola, tutti e due di principî
rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un mazziniano, l'altro perchè ribelle
per istinto a ogni autorità, cominciando da Senofonte e venendo fino agli
ultimi classici. Io ero figliuolo d'un monarchico, e non rivoluzionario per
natura; ma tale m'aveva fatto a poco a poco la lettura quotidiana del Diritto,
a cui mio padre s'era abbonato per simpatia letteraria. Tutti e tre, fanatici di
Garibaldi, concertammo una fuga clandestina per “accorrere in suo aiuto„;
la quale non ci riuscì, come raccontai altrove; e quel tentativo fallito
esasperò la nostra passione patriottica. Diventammo nemici implacabili del
conte di Cavour, che intralciava l'impresa di Garibaldi con “le arti subdole
di una politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. La cessione di
Nizza e di Savoia alla Francia ci mise su tutte le furie. In tutte le nostre
conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro uno strazio miserando.
Leggevamo i suoi discorsi nei giornali con un sorriso di sarcasmo feroce. E
conciammo secondo i suoi meriti anche Napoleone il piccolo, che
conoscevamo a fondo, grazie al libro di Vittor Hugo. Attaccavamo intorno
all'uno e all'altro delle discussioni furiose coi nostri compagni “moderati„ i
quali ci accusavano di “metter dei bastoni fra le ruote alla politica del
Governo„. — Sì, — rispondevamo in coro tutti e tre, — noi combatteremo
il governo con tutte le nostre forze; non gli daremo tregua mai; noi non
vogliamo la politica dell'asservimento allo straniero; chi non è con noi, è
contro l'Italia. — Quando poi andò a armeggiare in Sicilia il La Farina,
uscimmo addirittura dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa come una sfida
gettataci in faccia dal venditore di Nizza e Savoia, e parlammo di fondare
un giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano fremere i giudizi che
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davan di Garibaldi certi vecchi impiegati, cavuriani marci, che
frequentavano casa mia: uno fra gli altri, un ispettore di non so che cosa, un
gigante canuto, con due grandi solini a vela, il quale parlava con una
lentezza insopportabile, come se ad ogni parola che gli usciva dalla bocca
gli scappasse uno scudo dalla borsa. Quando lo sentivo parlare di Garibaldi
come d'un guastamestieri della politica di Torino, d'un perturbatore
importuno del mondo, fortunato per disgrazia nostra, con quella solita
chiusa sinistra, che faceva scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà del filo
da torcere, vedrete, vedrete! — io gli saettavo delle guardatacce da passarlo
da parte a parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E quella febbre
garibaldina durò allo stato acuto fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come
siano andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno scolastico si può
immaginare: come gli affari del re di Napoli, presso a poco. Ma per essere
promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe bastato il gridare: “-Viva
l'Italia!„ e fui promosso io pure. Pochi giorno dopo l'esame, passando per
un vicolo vicino a casa mia, vidi molte donne affollate intorno a una
merciaia, che stava seduta sullo sporto della sua botteguccia, coi gomiti
sulle ginocchia e il capo fra le mani, piangendo dirottamente. Domandai
perchè. Mi rispose una donna: — Gli hanno ammazzato il figliuolo a
Milass. — Il mio primo senso fu di pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo)
di vergogna. Sentii dentro una voce che mi disse: — Quello ha combattuto
ed è morto, e tu da tre mesi in qua non hai fatto che sbraitare, buffone! — E
da quel giorno feci un po' meno lo smargiasso contro il conte di Cavour.
frequentavano casa mia: uno fra gli altri, un ispettore di non so che cosa, un
gigante canuto, con due grandi solini a vela, il quale parlava con una
lentezza insopportabile, come se ad ogni parola che gli usciva dalla bocca
gli scappasse uno scudo dalla borsa. Quando lo sentivo parlare di Garibaldi
come d'un guastamestieri della politica di Torino, d'un perturbatore
importuno del mondo, fortunato per disgrazia nostra, con quella solita
chiusa sinistra, che faceva scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà del filo
da torcere, vedrete, vedrete! — io gli saettavo delle guardatacce da passarlo
da parte a parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E quella febbre
garibaldina durò allo stato acuto fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come
siano andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno scolastico si può
immaginare: come gli affari del re di Napoli, presso a poco. Ma per essere
promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe bastato il gridare: “-Viva
l'Italia!„ e fui promosso io pure. Pochi giorno dopo l'esame, passando per
un vicolo vicino a casa mia, vidi molte donne affollate intorno a una
merciaia, che stava seduta sullo sporto della sua botteguccia, coi gomiti
sulle ginocchia e il capo fra le mani, piangendo dirottamente. Domandai
perchè. Mi rispose una donna: — Gli hanno ammazzato il figliuolo a
Milass. — Il mio primo senso fu di pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo)
di vergogna. Sentii dentro una voce che mi disse: — Quello ha combattuto
ed è morto, e tu da tre mesi in qua non hai fatto che sbraitare, buffone! — E
da quel giorno feci un po' meno lo smargiasso contro il conte di Cavour.
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Professori di liceo.
Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu istituito quell'anno in luogo dei
due corsi di filosofia, dovemmo fare un esame di greco in iscritto, il quale si
ridusse alla declinazione di qualche sostantivo; ma parve che scrivessimo
un greco, dirò così, garibaldino, poichè fummo quasi tutti rimandati; e fu la
nostra salvezza l'essere in tanti, avendo deciso il Ministero, perchè il Liceo
non restasse vuoto, d'insaccarvici tutti a ogni modo.
E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così mirabile d'una
razza particolare di professori di lettere che fu assai numerosa in quel
periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo l'unificazione della
patria, un tipo così perfetto e così ameno di mangiapaga a tradimento e di
spandichiacchiere scansafatiche, che non posso resistere alla tentazione di
farne la fotografia. Era venuto nella nostra città, non so di dove, quell'anno
stesso, con una gran pancia e una gran sicumera, accompagnate da una
grandissima voglia di non far nulla. Era professore di letteratura italiana.
Ma di questa non discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre
dell'Italia e dei fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque
argomento. Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli,
e passo passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni
specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato i suoi
stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano; poichè, fra le altre
fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli uomini d'Italia, e si
vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto alla politica, per entrar
nell'argomento non pigliava vie traverse: entrava addirittura nella scuola col
Diritto spiegato fra le mani, e ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei
deputati; dichiarando peraltro che non ce li leggeva per il contenuto, che
non aveva che far con la scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi
più efficaci e più eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna,
tra l'una e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto un
monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i locali
Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu istituito quell'anno in luogo dei
due corsi di filosofia, dovemmo fare un esame di greco in iscritto, il quale si
ridusse alla declinazione di qualche sostantivo; ma parve che scrivessimo
un greco, dirò così, garibaldino, poichè fummo quasi tutti rimandati; e fu la
nostra salvezza l'essere in tanti, avendo deciso il Ministero, perchè il Liceo
non restasse vuoto, d'insaccarvici tutti a ogni modo.
E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così mirabile d'una
razza particolare di professori di lettere che fu assai numerosa in quel
periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo l'unificazione della
patria, un tipo così perfetto e così ameno di mangiapaga a tradimento e di
spandichiacchiere scansafatiche, che non posso resistere alla tentazione di
farne la fotografia. Era venuto nella nostra città, non so di dove, quell'anno
stesso, con una gran pancia e una gran sicumera, accompagnate da una
grandissima voglia di non far nulla. Era professore di letteratura italiana.
Ma di questa non discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre
dell'Italia e dei fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque
argomento. Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli,
e passo passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni
specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato i suoi
stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano; poichè, fra le altre
fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli uomini d'Italia, e si
vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto alla politica, per entrar
nell'argomento non pigliava vie traverse: entrava addirittura nella scuola col
Diritto spiegato fra le mani, e ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei
deputati; dichiarando peraltro che non ce li leggeva per il contenuto, che
non aveva che far con la scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi
più efficaci e più eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna,
tra l'una e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto un
monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i locali
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scolastici. Quando non parlava di sè e della patria, ci leggeva
svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia
letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il molto in
poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo v'era ridotto in
quattro o cinque paginette: una vera quintessenza di rose; ed era
comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di carriera: si sarebbe corsa
la storia universale in un trimestre. Tutto il suo lavoro era condensato a quel
modo. Dopo averci annunciato per dei mesi che avrebbe fatto “una
campagna giornalistica„ contro il Municipio, per costringerlo a trasferire il
Liceo in un'altra sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere
righe non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho
combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli si
credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che veniva
proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul tavolo, ci
gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine a battere così
la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento tutta l'anima sua,
che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la vita„ per noi. Del
rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi sempre di cose allegre,
soventissimo di musica, perchè da giovane aveva suonato il violino, e del
Barbiere di Siviglia in particolar modo, del quale era matto ammiratore;
tanto che ogni volta che trovava in un testo italiano la parola “barba„ tirava
in ballo quell'opera, raccontando invariabilmente le peripezie della prima
rappresentazione di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la
vita del Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè, o
di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano tutti a un
modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria dello stipendio.
— Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un obbrobrio per uno
Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo egualmente il nostro
dovere... — E rientrava nel dovere in questa forma, per esempio: — Io vi
dicevo, dunque, che la serenata del conte d'Almaviva fu composta dal
tenore Garcia. Ebbene....
svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia
letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il molto in
poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo v'era ridotto in
quattro o cinque paginette: una vera quintessenza di rose; ed era
comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di carriera: si sarebbe corsa
la storia universale in un trimestre. Tutto il suo lavoro era condensato a quel
modo. Dopo averci annunciato per dei mesi che avrebbe fatto “una
campagna giornalistica„ contro il Municipio, per costringerlo a trasferire il
Liceo in un'altra sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere
righe non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho
combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli si
credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che veniva
proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul tavolo, ci
gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine a battere così
la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento tutta l'anima sua,
che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la vita„ per noi. Del
rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi sempre di cose allegre,
soventissimo di musica, perchè da giovane aveva suonato il violino, e del
Barbiere di Siviglia in particolar modo, del quale era matto ammiratore;
tanto che ogni volta che trovava in un testo italiano la parola “barba„ tirava
in ballo quell'opera, raccontando invariabilmente le peripezie della prima
rappresentazione di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la
vita del Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè, o
di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano tutti a un
modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria dello stipendio.
— Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un obbrobrio per uno
Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo egualmente il nostro
dovere... — E rientrava nel dovere in questa forma, per esempio: — Io vi
dicevo, dunque, che la serenata del conte d'Almaviva fu composta dal
tenore Garcia. Ebbene....
Page 92
Un rimorso.
Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon fratoccio;
il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo intermezzo renderci
assai più piacevole il suo insegnamento, poichè si diceva che avesse una
bellissima voce di tenore, e che cantasse con garbo; eccellente il professore
di lettere latine, un coso risecchito, ma pien di vita, che parlava con una
correttezza e con una precisione, da parer che recitasse a memoria delle
lezioni scritte con cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di
filosofia. Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino: il
nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato,
d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo di
renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in specie alla
natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo rammento per
infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine mingherlino, di viso
fine e pallido, un professore improvvisato, credo, come eran molti in quegli
anni, il quale studiava forse giorno per giorno la storia che c'insegnava, e
aveva la parola fioca e restia, e una timidità fanciullesca, che gli
raddoppiava la fatica; ma faceva ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci
trattava come compagni, e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo
avessimo incoraggiato dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci
facevamo beffe di lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio
con ogni specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno dei
più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non comprendo
come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo un grande
affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto il ricordare, oltre
che per altri, per il preside del liceo: un degno prete, veramente, di ottimo
cuore e d'educazione squisita; ma che con noi non aveva punto che fare, e a
me non aveva dato nessun segno particolare di benevolenza; ciò che prova
che animo affatto cattivo non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni
casa, il canto della spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa
dose di malvagità che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo
Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon fratoccio;
il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo intermezzo renderci
assai più piacevole il suo insegnamento, poichè si diceva che avesse una
bellissima voce di tenore, e che cantasse con garbo; eccellente il professore
di lettere latine, un coso risecchito, ma pien di vita, che parlava con una
correttezza e con una precisione, da parer che recitasse a memoria delle
lezioni scritte con cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di
filosofia. Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino: il
nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato,
d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo di
renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in specie alla
natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo rammento per
infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine mingherlino, di viso
fine e pallido, un professore improvvisato, credo, come eran molti in quegli
anni, il quale studiava forse giorno per giorno la storia che c'insegnava, e
aveva la parola fioca e restia, e una timidità fanciullesca, che gli
raddoppiava la fatica; ma faceva ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci
trattava come compagni, e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo
avessimo incoraggiato dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci
facevamo beffe di lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio
con ogni specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno dei
più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non comprendo
come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo un grande
affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto il ricordare, oltre
che per altri, per il preside del liceo: un degno prete, veramente, di ottimo
cuore e d'educazione squisita; ma che con noi non aveva punto che fare, e a
me non aveva dato nessun segno particolare di benevolenza; ciò che prova
che animo affatto cattivo non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni
casa, il canto della spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa
dose di malvagità che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo
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bassamente contro un giovane mite e debole, che sapevo incapace di
farmela ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte
nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io tenni
con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire di più.
Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico che gli passò sul
viso una volta che gli feci in piena scuola un atto irriverente, per il quale
non mi disse neppure una parola di rimprovero, e al sorger di
quell'immagine sento sempre uno strizzone al cuore e un moto
d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo tanto tempo, e
benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io lo vidi abbia compreso
che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in un'altra città l'anno dopo, e non
seppi più nulla di lui. Spero che sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà
questa pagina, sappia che l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei
quarant'anni che son trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho
dimenticato mai, e gli ho voluto sempre bene.
farmela ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte
nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io tenni
con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire di più.
Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico che gli passò sul
viso una volta che gli feci in piena scuola un atto irriverente, per il quale
non mi disse neppure una parola di rimprovero, e al sorger di
quell'immagine sento sempre uno strizzone al cuore e un moto
d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo tanto tempo, e
benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io lo vidi abbia compreso
che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in un'altra città l'anno dopo, e non
seppi più nulla di lui. Spero che sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà
questa pagina, sappia che l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei
quarant'anni che son trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho
dimenticato mai, e gli ho voluto sempre bene.
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I liceisti.
La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta in
gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di giovanotti che
avrebbero potuto portar sulle spalle i professori. Molti erano convittori d'un
Collegio Civico, separato dal Liceo, che venivano a scuola con un berretto
militare, e portavano i giorni di festa una divisa somigliante a quella dei
bersaglieri. Mi ricordo che i più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia
meno agiata, figliuoli di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che
facevano duri sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che
anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più
lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere.
Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli, furon quelli
gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta la vita, poichè in
quell'anno soltanto cominciarono a stringermi ai miei condiscepoli dei
legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi vicino un futuro Conservatore
delle ipoteche, un generale avvenire, un vescovo in erba e un rettore
predestinato di quello stesso collegio, del quale era collegiale: altrettanto,
buono allora coi compagni ed esemplare nell'osservanza della disciplina,
quanto poi fu amorevole coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio
dell'autorità. Il generale avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia
sinistra. Era uno dei più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto
robusto, coi capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti di
vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano due
fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà infantile.
Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio, il metallo della
sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e rivedo le sue grosse
labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei mulatti, delle quali
osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi, recitava la lezione al professore,
ed io gli facevo da suggeritore, com'egli faceva a me, quando ero io sotto i
ferri. Accadeva spesso fra gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o
La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta in
gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di giovanotti che
avrebbero potuto portar sulle spalle i professori. Molti erano convittori d'un
Collegio Civico, separato dal Liceo, che venivano a scuola con un berretto
militare, e portavano i giorni di festa una divisa somigliante a quella dei
bersaglieri. Mi ricordo che i più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia
meno agiata, figliuoli di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che
facevano duri sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che
anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più
lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere.
Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli, furon quelli
gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta la vita, poichè in
quell'anno soltanto cominciarono a stringermi ai miei condiscepoli dei
legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi vicino un futuro Conservatore
delle ipoteche, un generale avvenire, un vescovo in erba e un rettore
predestinato di quello stesso collegio, del quale era collegiale: altrettanto,
buono allora coi compagni ed esemplare nell'osservanza della disciplina,
quanto poi fu amorevole coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio
dell'autorità. Il generale avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia
sinistra. Era uno dei più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto
robusto, coi capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti di
vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano due
fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà infantile.
Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio, il metallo della
sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e rivedo le sue grosse
labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei mulatti, delle quali
osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi, recitava la lezione al professore,
ed io gli facevo da suggeritore, com'egli faceva a me, quando ero io sotto i
ferri. Accadeva spesso fra gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o
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per un libro buttato sotto il banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma
non seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo
d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo ancora col
suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un pennacchio
azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile. Quante risate
abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni del banco davanti,
quando il professore di lettere italiane attaccava il ritornello solito del
Barbiere e dello stipendio; di quelle risate deliziose, che hanno il gusto del
frutto proibito, e di cui si perde la facoltà quando non si ha più in faccia
qualcuno che ci possa gridare: — La smetta —! Mi rammento che un
giorno il professore di lettere fece recitare a lui la poesia del Guidi, Alla
Fortuna, della quale non ho più in mente che un verso:
Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.
In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon compagno,
che si chiamava Giuseppe Arimondi.
non seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo
d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo ancora col
suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un pennacchio
azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile. Quante risate
abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni del banco davanti,
quando il professore di lettere italiane attaccava il ritornello solito del
Barbiere e dello stipendio; di quelle risate deliziose, che hanno il gusto del
frutto proibito, e di cui si perde la facoltà quando non si ha più in faccia
qualcuno che ci possa gridare: — La smetta —! Mi rammento che un
giorno il professore di lettere fece recitare a lui la poesia del Guidi, Alla
Fortuna, della quale non ho più in mente che un verso:
Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.
In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon compagno,
che si chiamava Giuseppe Arimondi.
Page 96
Il bimbo del Consigliere.
Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, allora ancor bambino,
predestinato alla fama in tutt'altro campo.
I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, erano in quel periodo
mutati spessissimo. Nei pochi anni che trascorsero dalla guerra di Crimea
alla liberazione di Napoli ne passarono in quella piccola città non so quanti,
che ho dimenticati, tranne il Bellati, governatore, il quale aveva fama di
letterato per una bella traduzione del poema del Milton, e un Consigliere
lombardo, il cui nome, che allora sapevo senza dubbio, m'uscì poi dalla
mente, e non lo riseppi che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa —
una giovane signora d'aspetto buono e di modi schietti e gentili — veniva
qualche volta a casa nostra a render visita a mia madre, conducendo sempre
con sè un figliuoletto di tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi
nella memoria gli occhietti vivaci e la forma singolare del viso, dal mento
fuggente a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura di cappotto
color nocciola, che gli stava dipinto, e gli dava l'aria d'un ometto. È
probabile ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, con la condiscendenza
d'un fratello maggiore, per liberarlo dalla noia che son sempre per i ragazzi
le visite. Ma non rammento altro che la sua personcina e le feste che gli
soleva fare mia madre, complimentandolo per quel cappottino prematuro di
zerbinotto, che non dimenticò mai più neppur essa. Chi m'avesse profetato
che cosa dovea diventare quel bambino, e quale influsso esercitar con la sua
penna sul mio pensiero, e che ansie dolorose farmi provare per lui in un
momento terribile della sua vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu
così. Quel figliuoletto d'un consigliere di prefettura, che poi fu prefetto,
divenuto trent'anni dopo un pubblicista originale e potente, d'una arte
dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto punte e incavi, dal quale sprizzano
le idee fitte e lucide come baleni da un'armatura a scaglie d'acciaio, ed
escon mille suoni acuti e minacciosi come da un fascio di spade agitate, mi
doveva prima e più d'ogni altro accendere e persuadere dell'Idea, alla quale
Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, allora ancor bambino,
predestinato alla fama in tutt'altro campo.
I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, erano in quel periodo
mutati spessissimo. Nei pochi anni che trascorsero dalla guerra di Crimea
alla liberazione di Napoli ne passarono in quella piccola città non so quanti,
che ho dimenticati, tranne il Bellati, governatore, il quale aveva fama di
letterato per una bella traduzione del poema del Milton, e un Consigliere
lombardo, il cui nome, che allora sapevo senza dubbio, m'uscì poi dalla
mente, e non lo riseppi che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa —
una giovane signora d'aspetto buono e di modi schietti e gentili — veniva
qualche volta a casa nostra a render visita a mia madre, conducendo sempre
con sè un figliuoletto di tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi
nella memoria gli occhietti vivaci e la forma singolare del viso, dal mento
fuggente a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura di cappotto
color nocciola, che gli stava dipinto, e gli dava l'aria d'un ometto. È
probabile ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, con la condiscendenza
d'un fratello maggiore, per liberarlo dalla noia che son sempre per i ragazzi
le visite. Ma non rammento altro che la sua personcina e le feste che gli
soleva fare mia madre, complimentandolo per quel cappottino prematuro di
zerbinotto, che non dimenticò mai più neppur essa. Chi m'avesse profetato
che cosa dovea diventare quel bambino, e quale influsso esercitar con la sua
penna sul mio pensiero, e che ansie dolorose farmi provare per lui in un
momento terribile della sua vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu
così. Quel figliuoletto d'un consigliere di prefettura, che poi fu prefetto,
divenuto trent'anni dopo un pubblicista originale e potente, d'una arte
dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto punte e incavi, dal quale sprizzano
le idee fitte e lucide come baleni da un'armatura a scaglie d'acciaio, ed
escon mille suoni acuti e minacciosi come da un fascio di spade agitate, mi
doveva prima e più d'ogni altro accendere e persuadere dell'Idea, alla quale
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egli dedicò tutto il suo ingegno e tutta la sua vita, e che lo condusse
ammanettato davanti a un tribunale di guerra, e dal tribunale all'ergastolo,
condannato a dodici anni di reclusione per un delitto politico, a cui
ripugnavano con egual forza la sua ragione e la sua natura. Ma soltanto
assai tempo dopo ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano una sola persona
il direttore della Critica sociale e quel bambino; non lo seppi che il giorno
in cui mia madre mi domandò: — Ma questo Turati che hanno condannato è
forse figliuolo del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh come
sentii più forte l'affetto d'amico e di compagno di fede che mi stringeva a
lui, quando si legarono nella mia mente quel cappottino color nocciola e la
casacca grigia del galeotto!
ammanettato davanti a un tribunale di guerra, e dal tribunale all'ergastolo,
condannato a dodici anni di reclusione per un delitto politico, a cui
ripugnavano con egual forza la sua ragione e la sua natura. Ma soltanto
assai tempo dopo ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano una sola persona
il direttore della Critica sociale e quel bambino; non lo seppi che il giorno
in cui mia madre mi domandò: — Ma questo Turati che hanno condannato è
forse figliuolo del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh come
sentii più forte l'affetto d'amico e di compagno di fede che mi stringeva a
lui, quando si legarono nella mia mente quel cappottino color nocciola e la
casacca grigia del galeotto!
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La resa di Gaeta.
La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i nostri bollori
patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però farci andare di miglior
voglia agli esercizi militari, che erano stati istituiti di fresco per tutte le
scolaresche del Regno: esercizi che noi ci ostinavamo a non prender sul
serio, benchè studiassimo logica e ci dichiarassimo pronti a combattere per
la patria; come se per ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima
di tutto di saper caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un
modo e in un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo.
C'era un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone
che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare la
caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù delle scuole,
perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque ragazzo o giovine,
che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare con lui in tono familiare,
raccontandogli aneddoti morali e dandogli consigli filosofici. Eravamo
quattro o cinque liceisti con lui davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si
discorreva di Gaeta, di cui durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci
diceva egli con un sorriso compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai
presa, dovete sapere. Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che
ci si ruppero le corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i
Saraceni. Poi se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con
la forza delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il
principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E ci
vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper quell'osso.
Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve lo dico: per anni! —
Proprio in quel punto passò di corsa un giovane impiegato della prefettura,
che ci gridò senza arrestarsi, col viso radiante: — Gaeta è presa! — Ci
voltammo tutti verso il professore, mettendo fuori in coro un ah! di trionfo,
per godere della sua confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non
scosse neanche un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca
il suo pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio,
La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i nostri bollori
patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però farci andare di miglior
voglia agli esercizi militari, che erano stati istituiti di fresco per tutte le
scolaresche del Regno: esercizi che noi ci ostinavamo a non prender sul
serio, benchè studiassimo logica e ci dichiarassimo pronti a combattere per
la patria; come se per ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima
di tutto di saper caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un
modo e in un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo.
C'era un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone
che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare la
caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù delle scuole,
perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque ragazzo o giovine,
che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare con lui in tono familiare,
raccontandogli aneddoti morali e dandogli consigli filosofici. Eravamo
quattro o cinque liceisti con lui davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si
discorreva di Gaeta, di cui durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci
diceva egli con un sorriso compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai
presa, dovete sapere. Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che
ci si ruppero le corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i
Saraceni. Poi se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con
la forza delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il
principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E ci
vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper quell'osso.
Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve lo dico: per anni! —
Proprio in quel punto passò di corsa un giovane impiegato della prefettura,
che ci gridò senza arrestarsi, col viso radiante: — Gaeta è presa! — Ci
voltammo tutti verso il professore, mettendo fuori in coro un ah! di trionfo,
per godere della sua confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non
scosse neanche un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca
il suo pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio,
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guardò in giro per aria come per vedere che tempo facesse, poi disse con la
bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se n'andò
via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva esser quello
il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi rimanemmo mal
soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al teatro, dove si
rappresentava la Gemma di Vergy, con illuminazione “a giorno„ per
festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro fece al pubblico una
lieta sorpresa. Al momento di cantar l'a solo
Mi toglieste al sole ardente,
Ai deserti, alle foreste,
si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere sguinzagliato, e invece di
dire i versi del libretto, cantò una strofa d'occasione, composta da lui, che
m'è rimasta in mente tutta intera, e che voglio regalare alla storia della lirica
italiana:
Là sui merli di Gaeta
Splende l'italo vessillo,
Delle trombe il fiero squillo
Chiama Italia a libertà;
Sulla rupe del Tarpeo
Sorge unanime una voce:
Vien Vittorio, vien veloce,
E l'Italia è fatta già!
Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar la strofa tre volte; fini alla
terza con una stecca; ma fu attribuita alla commozione, e coronò il suo
trionfo. Felici giorni, anche per i tenori.
bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se n'andò
via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva esser quello
il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi rimanemmo mal
soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al teatro, dove si
rappresentava la Gemma di Vergy, con illuminazione “a giorno„ per
festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro fece al pubblico una
lieta sorpresa. Al momento di cantar l'a solo
Mi toglieste al sole ardente,
Ai deserti, alle foreste,
si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere sguinzagliato, e invece di
dire i versi del libretto, cantò una strofa d'occasione, composta da lui, che
m'è rimasta in mente tutta intera, e che voglio regalare alla storia della lirica
italiana:
Là sui merli di Gaeta
Splende l'italo vessillo,
Delle trombe il fiero squillo
Chiama Italia a libertà;
Sulla rupe del Tarpeo
Sorge unanime una voce:
Vien Vittorio, vien veloce,
E l'Italia è fatta già!
Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar la strofa tre volte; fini alla
terza con una stecca; ma fu attribuita alla commozione, e coronò il suo
trionfo. Felici giorni, anche per i tenori.
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Un pericolo e un lutto.
Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che più ci commossero furono la
lettera famosa che scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la gran
burrasca parlamentare dell'aprile, e la morte del conte di Cavour. Benchè
anche la parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in grazia il vincitore di
Castelfidardo non meno per la prosa poetica dei suoi proclami che per le
sue vittorie, pure quella lettera male ispirata, la quale svelava un sentimento
acre di gelosia e sonava più che ammonimento d'avversario provocazione di
nemico, ci mise il sangue in rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un
duello. Ricordo le dispute tempestose che avemmo nella scuola coi
compagni devoti al Governo, e al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e
le risposte clamorose: — È una infamia. — È una lezione meritata. —
Raccoglieremo il guanto! — Vi piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie,
gravide di guerra civile, che ci lanciammo in faccia per tutta una serata,
picchiando i pugni sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; e
ricordo pure il senso di viva soddisfazione che produsse in tutti la risposta
pacata e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e dissipò ogni pericolo.
Quanto alla morte del conte di Cavour, son lieto di poter dire che anche la
triade garibaldina, che aveva combattuto con tanto furore la sua politica, ne
fu addolorata sinceramente. Già fin dal marzo ci eravamo alquanto
riconciliati con lui per effetto dei discorsi stupendi ch'egli aveva pronunciati
intorno alla questione di Roma: avevamo riconosciuto onestamente che non
gli si poteva negare l'ingegno, e che forse, a modo suo, amava anche lui il
suo paese. Non s'andava d'accordo; ma, da leali avversari, si ammetteva che
avesse reso all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non c'era per il
momento un altro uomo di pari levatura che gli potesse succedere: la
passione di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser giusti. Ed era di
questa opinione anche il professore d'italiano, quantunque per la sua
rassomiglianza con Gustavo Modena egli si credesse in dovere di professare
le idee della Sinistra estrema; ammirò egli pure — in morte — il gran
ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci in scuola, invece di far
Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che più ci commossero furono la
lettera famosa che scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la gran
burrasca parlamentare dell'aprile, e la morte del conte di Cavour. Benchè
anche la parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in grazia il vincitore di
Castelfidardo non meno per la prosa poetica dei suoi proclami che per le
sue vittorie, pure quella lettera male ispirata, la quale svelava un sentimento
acre di gelosia e sonava più che ammonimento d'avversario provocazione di
nemico, ci mise il sangue in rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un
duello. Ricordo le dispute tempestose che avemmo nella scuola coi
compagni devoti al Governo, e al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e
le risposte clamorose: — È una infamia. — È una lezione meritata. —
Raccoglieremo il guanto! — Vi piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie,
gravide di guerra civile, che ci lanciammo in faccia per tutta una serata,
picchiando i pugni sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; e
ricordo pure il senso di viva soddisfazione che produsse in tutti la risposta
pacata e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e dissipò ogni pericolo.
Quanto alla morte del conte di Cavour, son lieto di poter dire che anche la
triade garibaldina, che aveva combattuto con tanto furore la sua politica, ne
fu addolorata sinceramente. Già fin dal marzo ci eravamo alquanto
riconciliati con lui per effetto dei discorsi stupendi ch'egli aveva pronunciati
intorno alla questione di Roma: avevamo riconosciuto onestamente che non
gli si poteva negare l'ingegno, e che forse, a modo suo, amava anche lui il
suo paese. Non s'andava d'accordo; ma, da leali avversari, si ammetteva che
avesse reso all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non c'era per il
momento un altro uomo di pari levatura che gli potesse succedere: la
passione di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser giusti. Ed era di
questa opinione anche il professore d'italiano, quantunque per la sua
rassomiglianza con Gustavo Modena egli si credesse in dovere di professare
le idee della Sinistra estrema; ammirò egli pure — in morte — il gran
ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci in scuola, invece di far
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lezione, le più eloquenti necrologie che si pubblicarono in quei giorni
dolorosi; non solo per rendere l'onore dovuto al grande morto — diceva —
ma per farci imparar lo stile degli elogi funebri, che erano un genere a parte,
come chi dicesse la musica sacra rispetto alla musica drammatica; al qual
proposito citò lo Stabat Mater del Rossini, che lo condusse a discorrere del
Barbiere di Siviglia....
dolorosi; non solo per rendere l'onore dovuto al grande morto — diceva —
ma per farci imparar lo stile degli elogi funebri, che erano un genere a parte,
come chi dicesse la musica sacra rispetto alla musica drammatica; al qual
proposito citò lo Stabat Mater del Rossini, che lo condusse a discorrere del
Barbiere di Siviglia....
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Primi studi di lingua.
In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un piccolo
avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria, e che noto
soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali appunto mi par
necessaria una breve prefazione.
Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso proprio
della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto d'esser nati in Italia
tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla, o come se bastassero a farla
imparare quelle poche letture di scrittori italiani, disordinate, frammentarie
e superficiali, che si facevano a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni
semplice lettura, resta tanto meno di lingua nella memoria quanto più è
assorbita l'attenzione dal contenuto. I professori ci correggevano nei
componimenti gli errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da
sostituire al modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni
autori: e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da
nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure
dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti
piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque altra
regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario molto più
ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non altro. Che un ragazzo
non nato in Toscana, e più se nato ai piedi delle Alpi, non potesse imparare
in altro modo la lingua italiana, non parlata da alcuno intorno a lui, che
studiandola come avrebbe fatto d'una lingua straniera, ossia formandosi a
poco a poco, per via di ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi
e di costrutti, da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di
sentenze, non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe
in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza di
lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a rimpastare nel
liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico che s'era usato nelle
prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza
In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un piccolo
avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria, e che noto
soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali appunto mi par
necessaria una breve prefazione.
Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso proprio
della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto d'esser nati in Italia
tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla, o come se bastassero a farla
imparare quelle poche letture di scrittori italiani, disordinate, frammentarie
e superficiali, che si facevano a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni
semplice lettura, resta tanto meno di lingua nella memoria quanto più è
assorbita l'attenzione dal contenuto. I professori ci correggevano nei
componimenti gli errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da
sostituire al modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni
autori: e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da
nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure
dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti
piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque altra
regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario molto più
ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non altro. Che un ragazzo
non nato in Toscana, e più se nato ai piedi delle Alpi, non potesse imparare
in altro modo la lingua italiana, non parlata da alcuno intorno a lui, che
studiandola come avrebbe fatto d'una lingua straniera, ossia formandosi a
poco a poco, per via di ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi
e di costrutti, da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di
sentenze, non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe
in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza di
lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a rimpastare nel
liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico che s'era usato nelle
prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza
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forza e senza finezza, e senz'alcun sentore di distinzione fra il linguaggio
accademico e il familiare, come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo
che avesse studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per
capire e farsi capire senza far ridere.
Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto gli
occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in capo
una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi toscani — e
mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. — Del Giusti non
avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le Crestomazie
scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima all'ultima. Fu come una
festa. Non saprei paragonare il piacere che n'ebbi se non a quello che si
prova da fanciulli quando ci è messa in mano la prima scatola di colori o il
primo strumento di musica; un piacere puramente artistico, e questo quasi
tutto filologico, nel quale non entrava che in minima parte il pensiero
satirico e politico del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella
grande ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella
varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di legature eleganti
e flessibili fra idea e idea, quella profusione di gemme e di perle fini,
infilate l'una sull'altra, incastonate nel verso con quel garbo, fatte come
saltar nelle mani con quella lestezza e con quella grazia; che esprimevano
mirabilmente mille cose ch'io non avrei saputo neppure adombrare con la
parola, e ch'erano come risposte inaspettate a mille domande curiose
accumulate da un pezzo nella mia mente, mi misero il cervello in
ebollizione. Quelle parole, quelle frasi mi risplendevano agli occhi come
fuochi di mille colori, mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di
voci argentine, mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come
sguardi e lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel
pensiero a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle
dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una pianta e a
odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per la lingua nacque
da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato dalla coscienza d'aver
delle facoltà di scrittore o dalla speranza d'acquistarle, chè a questo allora
non pensavo punto: fu come la passione di chi raccoglie monete preziose o
conchiglie rare per il solo piacere di osservarle e di palparle, senza neppur
pensare di mostrarle agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi
accademico e il familiare, come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo
che avesse studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per
capire e farsi capire senza far ridere.
Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto gli
occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in capo
una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi toscani — e
mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. — Del Giusti non
avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le Crestomazie
scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima all'ultima. Fu come una
festa. Non saprei paragonare il piacere che n'ebbi se non a quello che si
prova da fanciulli quando ci è messa in mano la prima scatola di colori o il
primo strumento di musica; un piacere puramente artistico, e questo quasi
tutto filologico, nel quale non entrava che in minima parte il pensiero
satirico e politico del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella
grande ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella
varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di legature eleganti
e flessibili fra idea e idea, quella profusione di gemme e di perle fini,
infilate l'una sull'altra, incastonate nel verso con quel garbo, fatte come
saltar nelle mani con quella lestezza e con quella grazia; che esprimevano
mirabilmente mille cose ch'io non avrei saputo neppure adombrare con la
parola, e ch'erano come risposte inaspettate a mille domande curiose
accumulate da un pezzo nella mia mente, mi misero il cervello in
ebollizione. Quelle parole, quelle frasi mi risplendevano agli occhi come
fuochi di mille colori, mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di
voci argentine, mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come
sguardi e lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel
pensiero a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle
dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una pianta e a
odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per la lingua nacque
da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato dalla coscienza d'aver
delle facoltà di scrittore o dalla speranza d'acquistarle, chè a questo allora
non pensavo punto: fu come la passione di chi raccoglie monete preziose o
conchiglie rare per il solo piacere di osservarle e di palparle, senza neppur
pensare di mostrarle agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi
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cominciai a far delle note; feci lo spoglio di tutte le poesie, trascrissi quasi
tutto il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le ore
come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una lingua
nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che una nozione
confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e pittura, e di
diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello studio, più
intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte aveva in quella
passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora una ben chiara
coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il bisogno di correggere la
mia pronunzia, giovandomi della conversazione d'un bersagliere, nativo di
Siena, poeta improvvisatore e caporale: altra piccola miseria, questa della
pronunzia italiana, di cui non si davano alcun pensiero gl'insegnanti di
lettere; ai quali si poteva leggere un verso del Petrarca nel seguente modo,
per citare un esempio:
Giuvine dona soto un frasco louro,
senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione della
lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia del Giusti.
Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul Guerrazzi, del quale
avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto con l'occhio del patriotta, non
inteso ad altro che a pescarvi delle invettive contro i tiranni da innestare nei
componimenti d'effetto. Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile
immaginoso e forte, non mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte,
portavo via il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine
intere, che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano
nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in quell'esercizio
gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a menadito tutti i più bei
passi dell'Assedio di Firenze, e li diceva con un garbo squisito. Poi feci
nella passione della lingua delle volate come quelle che facevo nell'amore.
Passai dal Guerrazzi al Guadagnoli....
tutto il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le ore
come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una lingua
nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che una nozione
confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e pittura, e di
diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello studio, più
intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte aveva in quella
passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora una ben chiara
coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il bisogno di correggere la
mia pronunzia, giovandomi della conversazione d'un bersagliere, nativo di
Siena, poeta improvvisatore e caporale: altra piccola miseria, questa della
pronunzia italiana, di cui non si davano alcun pensiero gl'insegnanti di
lettere; ai quali si poteva leggere un verso del Petrarca nel seguente modo,
per citare un esempio:
Giuvine dona soto un frasco louro,
senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione della
lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia del Giusti.
Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul Guerrazzi, del quale
avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto con l'occhio del patriotta, non
inteso ad altro che a pescarvi delle invettive contro i tiranni da innestare nei
componimenti d'effetto. Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile
immaginoso e forte, non mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte,
portavo via il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine
intere, che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano
nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in quell'esercizio
gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a menadito tutti i più bei
passi dell'Assedio di Firenze, e li diceva con un garbo squisito. Poi feci
nella passione della lingua delle volate come quelle che facevo nell'amore.
Passai dal Guerrazzi al Guadagnoli....
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Furori ginnastici.
Ma che mosca senza capo è mai un uomo di quindici anni. Figurarsi che
quella gran passione filologica fu troncata di colpo, a metà delle vacanze,
dall'apparizione dei fratelli Guillaume. Non era mai venuta nella città una
grande Compagnia equestre: tutto quell'apparato spettacoloso di cavalli, di
attrezzi, di maglie e di vestiti variopinti m'infiammò d'entusiasmo per
l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena fanciullezza. Il mio buon padre, che
mi contentava in ogni cosa, mi fece fare un trampolino, e mi comperò
corde, anelli, trapezi e cerchi, come s'io avessi dovuto rizzar baracca di
saltimbanco. E questo feci, a un di presso. Chiamai a raccolta tutti i miei
compagni che avevano tendenze d'acrobati, e mi diedi con loro allo sport
circense con una passione sfrenata. Furono esercizi e camiciate da pazzi,
con conseguenti capitomboli, ammaccature, torsioni e rotture di testa e
scalmane da cavalli. Ma era anche quello “furor di gloria,„ poichè, facendo
le mie prodezze, m'immaginavo sempre di “agire„ davanti a una moltitudine
spettatrice, che io vedevo e di cui sentivo gli applausi, come un allucinato.
Sul serio, covai per qualche tempo l'ambizione di diventare un direttore di
circo equestre. Mio padre mi rimproverava d'andare all'eccesso. Io gli
rispondevo: — Mens sana in corpore sano; — al che egli ribatteva
argutamente che, intanto, era un principio bell'e buono d'insania di mente il
rompersi la testa per sanificare il resto del corpo. E il corpo, infatti, salvo le
enfiagioni e le sbucciature, era sano: crescevo come un girasole, ero un lupo
a tavola, un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini del Banco, per bravata, a
portar dei sacchi di sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato il
mio professore di filosofia. Ma quanto a nutrir la mente sana di studi, era un
altro discorso: non mi ricordo d'aver mai avuto in tanta avversione la carta
stampata quanto in quel periodo: ero sulla via di diventare un fortissimo e
agilissimo cretino. Ma è proprio vero che le malattie della vanità guariscono
da sè stesse: poichè non era altro, per tre quarti, quella mia smania di ballar
per aria. Ed ecco come guarii, con molta soddisfazione di mia madre, che
stava sempre col batticuore di vedermi portare in casa a quattro braccia. Il
Ma che mosca senza capo è mai un uomo di quindici anni. Figurarsi che
quella gran passione filologica fu troncata di colpo, a metà delle vacanze,
dall'apparizione dei fratelli Guillaume. Non era mai venuta nella città una
grande Compagnia equestre: tutto quell'apparato spettacoloso di cavalli, di
attrezzi, di maglie e di vestiti variopinti m'infiammò d'entusiasmo per
l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena fanciullezza. Il mio buon padre, che
mi contentava in ogni cosa, mi fece fare un trampolino, e mi comperò
corde, anelli, trapezi e cerchi, come s'io avessi dovuto rizzar baracca di
saltimbanco. E questo feci, a un di presso. Chiamai a raccolta tutti i miei
compagni che avevano tendenze d'acrobati, e mi diedi con loro allo sport
circense con una passione sfrenata. Furono esercizi e camiciate da pazzi,
con conseguenti capitomboli, ammaccature, torsioni e rotture di testa e
scalmane da cavalli. Ma era anche quello “furor di gloria,„ poichè, facendo
le mie prodezze, m'immaginavo sempre di “agire„ davanti a una moltitudine
spettatrice, che io vedevo e di cui sentivo gli applausi, come un allucinato.
Sul serio, covai per qualche tempo l'ambizione di diventare un direttore di
circo equestre. Mio padre mi rimproverava d'andare all'eccesso. Io gli
rispondevo: — Mens sana in corpore sano; — al che egli ribatteva
argutamente che, intanto, era un principio bell'e buono d'insania di mente il
rompersi la testa per sanificare il resto del corpo. E il corpo, infatti, salvo le
enfiagioni e le sbucciature, era sano: crescevo come un girasole, ero un lupo
a tavola, un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini del Banco, per bravata, a
portar dei sacchi di sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato il
mio professore di filosofia. Ma quanto a nutrir la mente sana di studi, era un
altro discorso: non mi ricordo d'aver mai avuto in tanta avversione la carta
stampata quanto in quel periodo: ero sulla via di diventare un fortissimo e
agilissimo cretino. Ma è proprio vero che le malattie della vanità guariscono
da sè stesse: poichè non era altro, per tre quarti, quella mia smania di ballar
per aria. Ed ecco come guarii, con molta soddisfazione di mia madre, che
stava sempre col batticuore di vedermi portare in casa a quattro braccia. Il
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mio esercizio prediletto era quello del salto col trampolino; la mia
ambizione suprema, quella di riuscire a saltare una diligenza, come avevo
visto fare a un pagliaccio del circolo Guillaume (un semidio). Ma per
arrivare a tanto bisognava imparare a far il salto mortale, come il semidio lo
faceva, ed io smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci provavo, perchè
non c'era da scherzare: era troppo facile di rompersi il nodo del collo. Un
giorno, nella compagnia solita dei miei fratelli d'arte, fra i quali m'arrogavo
il primato, che m'era concesso, come a proprietario degli attrezzi,
s'imbrancò un mio condiscepolo, assai più svelto e più ardito di me, che si
provò a fare quel salto. Ci riuscì alla prima, fra l'ammirazione di tutti; io fui
ricacciato fra gli artisti di second'ordine, e n'ebbi una gelosia mortale. Cento
volte, da me solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto per dei quarti
d'ora sull'alto del trampolino, coi pugni chiusi e con gli occhi fissi sulla
sabbia sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo in calzoni sul punto di
fare il gran tonfo, aspettando l'impulso del coraggio, e dandomi delle
spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma l'impulso non venne
mai. Tutto ben considerato, avevo una sola spina dorsale, e non conveniva
arrischiarne l'integrità. E allora mi persi d'animo, e smisi. Smisi le gare con
gli amici e le ambizioni di gloria ginnica; ma non perdetti l'amore degli
esercizi fisici; i quali accompagnai sempre, non di meno, con l'immagine
del circo e della folla plaudente, composta specialmente di signore e di
signorine. E quell'amore mi durò per tutta la prima giovinezza, pigliando
molte forme diverse, fra le quali quella del gioco del pallone, della palla e
delle boccie; del che fui così soddisfatto da benedire anche quelle prime
pazzie, perchè son fermamente persuaso di dover in gran parte alla
ginnastica la salute vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi la rara
serenità di spirito, la maravigliosa facilità di godere d'ogni più piccola cosa
e di pigliare la vita lietamente, e d'esser contento di vivere in qualunque
stato: serenità che non mi lasciò mai, se non a rarissimi e brevissimi
intervalli, finchè non fui colpito da quelle grandi sventure che sconvolgono
anche i temperamenti più sani, come gli uragani atterrano anche gli alberi
più forti.
ambizione suprema, quella di riuscire a saltare una diligenza, come avevo
visto fare a un pagliaccio del circolo Guillaume (un semidio). Ma per
arrivare a tanto bisognava imparare a far il salto mortale, come il semidio lo
faceva, ed io smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci provavo, perchè
non c'era da scherzare: era troppo facile di rompersi il nodo del collo. Un
giorno, nella compagnia solita dei miei fratelli d'arte, fra i quali m'arrogavo
il primato, che m'era concesso, come a proprietario degli attrezzi,
s'imbrancò un mio condiscepolo, assai più svelto e più ardito di me, che si
provò a fare quel salto. Ci riuscì alla prima, fra l'ammirazione di tutti; io fui
ricacciato fra gli artisti di second'ordine, e n'ebbi una gelosia mortale. Cento
volte, da me solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto per dei quarti
d'ora sull'alto del trampolino, coi pugni chiusi e con gli occhi fissi sulla
sabbia sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo in calzoni sul punto di
fare il gran tonfo, aspettando l'impulso del coraggio, e dandomi delle
spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma l'impulso non venne
mai. Tutto ben considerato, avevo una sola spina dorsale, e non conveniva
arrischiarne l'integrità. E allora mi persi d'animo, e smisi. Smisi le gare con
gli amici e le ambizioni di gloria ginnica; ma non perdetti l'amore degli
esercizi fisici; i quali accompagnai sempre, non di meno, con l'immagine
del circo e della folla plaudente, composta specialmente di signore e di
signorine. E quell'amore mi durò per tutta la prima giovinezza, pigliando
molte forme diverse, fra le quali quella del gioco del pallone, della palla e
delle boccie; del che fui così soddisfatto da benedire anche quelle prime
pazzie, perchè son fermamente persuaso di dover in gran parte alla
ginnastica la salute vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi la rara
serenità di spirito, la maravigliosa facilità di godere d'ogni più piccola cosa
e di pigliare la vita lietamente, e d'esser contento di vivere in qualunque
stato: serenità che non mi lasciò mai, se non a rarissimi e brevissimi
intervalli, finchè non fui colpito da quelle grandi sventure che sconvolgono
anche i temperamenti più sani, come gli uragani atterrano anche gli alberi
più forti.
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Fisica e storia.
C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un anno straordinario, che, quando
ripensiamo a quel tempo nell'età matura, ci si presenta alla mente come
all'occhio dell'oratore pubblico uno di quei volti singolari, i quali attirano la
sua attenzione fra gli altri mille dell'uditorio e lo costringono a riguardarli
cento volte, come se s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati
d'una luce più viva. Tale è per me il secondo anno di liceo, che incominciò
nel novembre del 1861.
Principiò bene in grazia di due nuovi professori, che m'è sempre grato
ricordare, e che nomino per sentimento di gratitudine e per dovere di
cittadino, perchè nel campo ristretto del loro ufficio fecero tanto bene a
tanta gioventù da meritare che chiunque possa, anche dopo mezzo secolo, li
onori pubblicamente. Erano molto giovani tutti e due; l'uno professore di
fisica, l'altro di storia.
Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo sanguigno, forte e sano come
una pianta di montagna, d'un viso aperto e simpatico, che diceva a primo
aspetto l'animo e l'ingegno, era un insegnante impareggiabile, nato fatto,
come direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare idee dalla propria
“nell'altrui recipiente testa.„ Il far lezione era per lui un vero godimento
dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva scintillar gli occhi, vibrar la voce
e scattare il gesto come a un oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione un
ordine matematico e una chiarezza cristallina, sentiva la poesia della sua
scienza e ne trasfondeva il sentimento nella scolaresca, ci rendeva amena la
fisica, quanto la letteratura, con un'eloquenza viva, colorita, ondulata, direi,
per esprimere la varietà piacevole delle sue intonazioni; eloquenza, per
altro, che anche quando scoppiettava in motti arguti, non usciva mai un
momento dal suo soggetto. Ed era modesto senz'affettazione, indulgente
senza debolezza, familiare con noi, senza incoraggiarci alla licenza, buono e
fermo, sempre sereno ad un modo, tutti i giorni dell'anno, come se, salendo
C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un anno straordinario, che, quando
ripensiamo a quel tempo nell'età matura, ci si presenta alla mente come
all'occhio dell'oratore pubblico uno di quei volti singolari, i quali attirano la
sua attenzione fra gli altri mille dell'uditorio e lo costringono a riguardarli
cento volte, come se s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati
d'una luce più viva. Tale è per me il secondo anno di liceo, che incominciò
nel novembre del 1861.
Principiò bene in grazia di due nuovi professori, che m'è sempre grato
ricordare, e che nomino per sentimento di gratitudine e per dovere di
cittadino, perchè nel campo ristretto del loro ufficio fecero tanto bene a
tanta gioventù da meritare che chiunque possa, anche dopo mezzo secolo, li
onori pubblicamente. Erano molto giovani tutti e due; l'uno professore di
fisica, l'altro di storia.
Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo sanguigno, forte e sano come
una pianta di montagna, d'un viso aperto e simpatico, che diceva a primo
aspetto l'animo e l'ingegno, era un insegnante impareggiabile, nato fatto,
come direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare idee dalla propria
“nell'altrui recipiente testa.„ Il far lezione era per lui un vero godimento
dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva scintillar gli occhi, vibrar la voce
e scattare il gesto come a un oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione un
ordine matematico e una chiarezza cristallina, sentiva la poesia della sua
scienza e ne trasfondeva il sentimento nella scolaresca, ci rendeva amena la
fisica, quanto la letteratura, con un'eloquenza viva, colorita, ondulata, direi,
per esprimere la varietà piacevole delle sue intonazioni; eloquenza, per
altro, che anche quando scoppiettava in motti arguti, non usciva mai un
momento dal suo soggetto. Ed era modesto senz'affettazione, indulgente
senza debolezza, familiare con noi, senza incoraggiarci alla licenza, buono e
fermo, sempre sereno ad un modo, tutti i giorni dell'anno, come se, salendo
Page 108
sulla cattedra, gli fuggisse dalla mente ogni pensiero e dall'animo ogni
sentimento che non fosse quello della sua scienza e del suo dovere.
L'altro, una figura smilza e pallida di abatino patrizio, era meno vivace
nell'insegnamento; ma anch'egli, in forma diversa, efficacissimo. Faceva
lezione come avrebbe celebrato la messa, con una dignità sacerdotale che
c'imponeva rispetto e c'ingrandiva mirabilmente il concetto dell'importanza
della storia. Quando ci esponeva le condizioni d'un grande trattato di pace o
d'alleanza, lo faceva con una tale gravità di viso e d'accento, che stavamo
tutti ad ascoltarlo raccolti e silenziosi, come compresi della solennità del
momento storico, come se avessimo visto in mezzo alla scuola i principi e
gli ambasciatori dei vari Stati, seduti intorno al tappeto verde, a discutere le
sorti dell'Europa. Annunziava le dichiarazioni di guerra in maniera che ci
faceva battere il cuore come alla lettura della scena dell'Adelchi, dove il
messo di re Carlo lancia il guanto a Desiderio, e quasi esclamare in cuor
nostro: — Che necessità tremenda! Quanto sangue umano si sta per versare!
— In fine, trasportava così bene la nostra immaginazione nei luoghi e nei
tempi remoti, che, dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti di
dieci secoli fa come su fatti di storia contemporanea, accalorandoci per
Federico Barbarossa e per Giovanni delle Bande Nere come per Napoleone
III e per Garibaldi. Non scherzava mai; teneva lo sguardo raccolto come un
prete all'altare, parlava sotto voce come se ci confidasse dei gelosissimi
segreti politici, e non lodava mai chi sapeva, restringendosi a fare col capo
un atto lento d'approvazione, come per dire: — Non spetta a me di lodarla;
ella ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene saranno riconoscenti.
— E non c'è da riderne, perchè era un'arte che ci teneva attenti e ci faceva
studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana. Non ne ho più saputo nulla
dopo quell'anno; ma non ho mai aperto un libro di storia senza che mi
sorgesse davanti l'immagine di lui, col viso grave e con gli occhi bassi,
nell'atto di “celebrar„ la lezione. Posso dire in tutta coscienza che se non
son diventato uno storico illustre la colpa è d'un altro; non sua.
sentimento che non fosse quello della sua scienza e del suo dovere.
L'altro, una figura smilza e pallida di abatino patrizio, era meno vivace
nell'insegnamento; ma anch'egli, in forma diversa, efficacissimo. Faceva
lezione come avrebbe celebrato la messa, con una dignità sacerdotale che
c'imponeva rispetto e c'ingrandiva mirabilmente il concetto dell'importanza
della storia. Quando ci esponeva le condizioni d'un grande trattato di pace o
d'alleanza, lo faceva con una tale gravità di viso e d'accento, che stavamo
tutti ad ascoltarlo raccolti e silenziosi, come compresi della solennità del
momento storico, come se avessimo visto in mezzo alla scuola i principi e
gli ambasciatori dei vari Stati, seduti intorno al tappeto verde, a discutere le
sorti dell'Europa. Annunziava le dichiarazioni di guerra in maniera che ci
faceva battere il cuore come alla lettura della scena dell'Adelchi, dove il
messo di re Carlo lancia il guanto a Desiderio, e quasi esclamare in cuor
nostro: — Che necessità tremenda! Quanto sangue umano si sta per versare!
— In fine, trasportava così bene la nostra immaginazione nei luoghi e nei
tempi remoti, che, dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti di
dieci secoli fa come su fatti di storia contemporanea, accalorandoci per
Federico Barbarossa e per Giovanni delle Bande Nere come per Napoleone
III e per Garibaldi. Non scherzava mai; teneva lo sguardo raccolto come un
prete all'altare, parlava sotto voce come se ci confidasse dei gelosissimi
segreti politici, e non lodava mai chi sapeva, restringendosi a fare col capo
un atto lento d'approvazione, come per dire: — Non spetta a me di lodarla;
ella ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene saranno riconoscenti.
— E non c'è da riderne, perchè era un'arte che ci teneva attenti e ci faceva
studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana. Non ne ho più saputo nulla
dopo quell'anno; ma non ho mai aperto un libro di storia senza che mi
sorgesse davanti l'immagine di lui, col viso grave e con gli occhi bassi,
nell'atto di “celebrar„ la lezione. Posso dire in tutta coscienza che se non
son diventato uno storico illustre la colpa è d'un altro; non sua.
Page 109
Avvocato!
A quel professore di storia debbo le mie prime soddisfazioni di vendiparole.
Egli ci aveva esortati a far di quando in quando dei “lavori di diligenza„ che
dovevano essere sunti narrativi di un periodo storico, chiusi da qualche
considerazione generale. L'ambizione d'entrargli in grazia era così viva in
tutti che i “lavori di diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine sul suo
tavolino, e gareggiando fra di noi a chi scrivesse più roba, c'era chi gli
rovesciava addosso delle mezze risme di carta, ch'egli mandava a prendere
dal bidello; il quale usciva qualche volta carico come un somaro. L'aria del
tempo voleva che ogni scritto scolaresco terminasse con una sonata
patriottica. Io feci al primo di quei lavori una chiusa di questo genere, che
ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè vari compagni ricorressero a me
abitualmente per farsi fare la tirata finale del loro “sunto„. Le richieste mi
titillarono l'amor proprio, divenni un fabbricante di chiuse: chiuse
rimbombanti d'amor di patria, tirate con le mani e coi piedi, code di frasoni
cucite ai lavori non con filo bianco, ma con spago da imballatura, veri
petardi di rettorica, furfanterie letterarie da non averne un'idea. Con
l'esercizio continuo acquistai in questo mestiere indegno una destrezza
spaventevole: avrei potuto aprir bottega e guadagnarmi il pane. Ne
insuperbii. Ma è strano che da questo buon successo non nacquero punto in
me la speranza e il proposito di diventare uno scrittore; ma sorse invece
l'idea d'aver la vocazione dell'avvocatura.
Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da improvvisatore che da letterato,
apparteneva esclusivamente al genere oratorio, e al più basso. L'idea, a poco
a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. Sì, ero nato per tuonare alla sbarra,
per grandeggiare nel foro; nessun dubbio oramai; mi maravigliavo d'aver
sentito così tardi la voce della natura. Era quella, dunque, la mia nona
incarnazione: prima bandito, poi soldato, pittore, prete, tenore, matematico,
commediante, direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai la nuova
illusione con lo stesso ardore con cui avevo abbracciato le altre otto.
A quel professore di storia debbo le mie prime soddisfazioni di vendiparole.
Egli ci aveva esortati a far di quando in quando dei “lavori di diligenza„ che
dovevano essere sunti narrativi di un periodo storico, chiusi da qualche
considerazione generale. L'ambizione d'entrargli in grazia era così viva in
tutti che i “lavori di diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine sul suo
tavolino, e gareggiando fra di noi a chi scrivesse più roba, c'era chi gli
rovesciava addosso delle mezze risme di carta, ch'egli mandava a prendere
dal bidello; il quale usciva qualche volta carico come un somaro. L'aria del
tempo voleva che ogni scritto scolaresco terminasse con una sonata
patriottica. Io feci al primo di quei lavori una chiusa di questo genere, che
ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè vari compagni ricorressero a me
abitualmente per farsi fare la tirata finale del loro “sunto„. Le richieste mi
titillarono l'amor proprio, divenni un fabbricante di chiuse: chiuse
rimbombanti d'amor di patria, tirate con le mani e coi piedi, code di frasoni
cucite ai lavori non con filo bianco, ma con spago da imballatura, veri
petardi di rettorica, furfanterie letterarie da non averne un'idea. Con
l'esercizio continuo acquistai in questo mestiere indegno una destrezza
spaventevole: avrei potuto aprir bottega e guadagnarmi il pane. Ne
insuperbii. Ma è strano che da questo buon successo non nacquero punto in
me la speranza e il proposito di diventare uno scrittore; ma sorse invece
l'idea d'aver la vocazione dell'avvocatura.
Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da improvvisatore che da letterato,
apparteneva esclusivamente al genere oratorio, e al più basso. L'idea, a poco
a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. Sì, ero nato per tuonare alla sbarra,
per grandeggiare nel foro; nessun dubbio oramai; mi maravigliavo d'aver
sentito così tardi la voce della natura. Era quella, dunque, la mia nona
incarnazione: prima bandito, poi soldato, pittore, prete, tenore, matematico,
commediante, direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai la nuova
illusione con lo stesso ardore con cui avevo abbracciato le altre otto.
Page 110
Ricordandomi il gran colpo che m'aveva fatto il discorso in difesa del
generale Ramorino dell'avvocato Brofferio, mi diedi a leggere i Miei tempi
(che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui stile oratorio mi pareva
giustamente il meglio atto a formar l'eloquenza d'un aspirante alla toga, e
studiai a memoria tutti i frammenti di discorsi parlamentari che l'autore
riferisce in quell'opera, e li andai recitando nel giardino e nel cortile, con
una gran mimica curialesca, fingendo che fossero arringhe in difesa di
accusati, e vedendo, dico vedendo proprio la gabbia, i giudici, l'uditorio, i
carabinieri, tutti rintontiti dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte
d'Assise, e marinai una volta la scuola per andar a sentire il vecchio
avvocato Sineo, venuto da Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi
a fare delle arringhe per conto mio, in difesa di mascalzoni immaginari e di
Ramorini ideali. M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno dichiarai il
mio pensiero a mio padre: avevo scelto la mia carriera, non avevo più
bisogno che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser stato un po' sopra
pensiero, acconsentì, dicendomi che agli studi universitari, in ogni modo, io
ero destinato, che potevo studiar leggi, se tale era mio desiderio. — Va bene
— concluse — sarai avvocato. — Mi parve di esser laureato in quel punto,
e che dovesse cominciare il giorno dopo ad affluir la clientela. Diedi
l'annunzio ai miei compagni, come d'una cosa fatta, e cominciai, nel
discuter con loro, a fare i gesti avvocateschi di sciogliere il braccio dalla
toga e di aggiustarmi sul petto le facciuole, e in casa, nei momenti d'ozio, a
palpare con amorevole familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente,
avevo trovato la mia strada! E intanto, per esercitarmi sempre più
all'improvvisazione, giù “chiuse„ a rifascio.
generale Ramorino dell'avvocato Brofferio, mi diedi a leggere i Miei tempi
(che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui stile oratorio mi pareva
giustamente il meglio atto a formar l'eloquenza d'un aspirante alla toga, e
studiai a memoria tutti i frammenti di discorsi parlamentari che l'autore
riferisce in quell'opera, e li andai recitando nel giardino e nel cortile, con
una gran mimica curialesca, fingendo che fossero arringhe in difesa di
accusati, e vedendo, dico vedendo proprio la gabbia, i giudici, l'uditorio, i
carabinieri, tutti rintontiti dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte
d'Assise, e marinai una volta la scuola per andar a sentire il vecchio
avvocato Sineo, venuto da Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi
a fare delle arringhe per conto mio, in difesa di mascalzoni immaginari e di
Ramorini ideali. M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno dichiarai il
mio pensiero a mio padre: avevo scelto la mia carriera, non avevo più
bisogno che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser stato un po' sopra
pensiero, acconsentì, dicendomi che agli studi universitari, in ogni modo, io
ero destinato, che potevo studiar leggi, se tale era mio desiderio. — Va bene
— concluse — sarai avvocato. — Mi parve di esser laureato in quel punto,
e che dovesse cominciare il giorno dopo ad affluir la clientela. Diedi
l'annunzio ai miei compagni, come d'una cosa fatta, e cominciai, nel
discuter con loro, a fare i gesti avvocateschi di sciogliere il braccio dalla
toga e di aggiustarmi sul petto le facciuole, e in casa, nei momenti d'ozio, a
palpare con amorevole familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente,
avevo trovato la mia strada! E intanto, per esercitarmi sempre più
all'improvvisazione, giù “chiuse„ a rifascio.
Page 111
I profughi Polacchi.
“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della
Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione, che si
protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le tre
precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza la vista
quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola militare di
Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati in Italia e venuti a
stabilire nella nostra città, per aspettarvi l'occasione e il modo di ritornare a
combattere per il loro popolo. Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi
robusti, di viso ardito e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della
patria lontana e della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la
più parte sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La
cittadinanza, a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi
morti generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero
nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia feroce data
ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata provocata, li
circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle cortesie essi
rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero una prova gentile, in
occasione della morte del sindaco, portando con le proprie braccia il feretro
al camposanto. Di molti di quei giovani votati alla morte ho ancora nella
mente l'immagine, che mi si presenta sempre accompagnata dal suono
armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo curiosamente qualche parola
passando accanto ai loro crocchi, mentre commentavano le notizie
giornaliere della guerra santa che li aspettava. Di uno in special modo mi
ricordo, che nessuna mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato:
la figura più bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla
amorosa: un viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato
d'una maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima,
non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia del corpo
alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta troppo rapida:
perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore di bellezza e
“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della
Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione, che si
protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le tre
precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza la vista
quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola militare di
Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati in Italia e venuti a
stabilire nella nostra città, per aspettarvi l'occasione e il modo di ritornare a
combattere per il loro popolo. Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi
robusti, di viso ardito e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della
patria lontana e della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la
più parte sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La
cittadinanza, a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi
morti generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero
nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia feroce data
ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata provocata, li
circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle cortesie essi
rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero una prova gentile, in
occasione della morte del sindaco, portando con le proprie braccia il feretro
al camposanto. Di molti di quei giovani votati alla morte ho ancora nella
mente l'immagine, che mi si presenta sempre accompagnata dal suono
armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo curiosamente qualche parola
passando accanto ai loro crocchi, mentre commentavano le notizie
giornaliere della guerra santa che li aspettava. Di uno in special modo mi
ricordo, che nessuna mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato:
la figura più bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla
amorosa: un viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato
d'una maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima,
non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia del corpo
alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta troppo rapida:
perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore di bellezza e
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d'eleganza femminea, austero non di meno, che pareva anche più delicato
appetto alle altre forti piante della Vistola, in mezzo alle quali finiva allora
di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi una sera al teatro, in sedia chiusa, solo,
tutto intento alla commedia, di cui forse non capiva una parola: alcune
giovani signore, che gli stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la
sua attenzione, e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non
diede segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro; stette
sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, come assorto in un
pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo, doveva esser seguito nella
sua famiglia lontana. Egli pensava forse a suo padre che si trascinava in
catene per le vie della Siberia, o a un fratello, soldato forzato, che si
struggeva dall'ira tra le rupi del Caucaso, o a sua madre impazzita dal
dolore in quella notte tremenda, in cui le soldatesche del governatore
Wielopolski, sguinzagliate come branchi di briganti, avevano strappato alla
Polonia il fiore dei suoi figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve,
che la guerra insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile
sull'erba, lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.
appetto alle altre forti piante della Vistola, in mezzo alle quali finiva allora
di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi una sera al teatro, in sedia chiusa, solo,
tutto intento alla commedia, di cui forse non capiva una parola: alcune
giovani signore, che gli stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la
sua attenzione, e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non
diede segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro; stette
sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, come assorto in un
pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo, doveva esser seguito nella
sua famiglia lontana. Egli pensava forse a suo padre che si trascinava in
catene per le vie della Siberia, o a un fratello, soldato forzato, che si
struggeva dall'ira tra le rupi del Caucaso, o a sua madre impazzita dal
dolore in quella notte tremenda, in cui le soldatesche del governatore
Wielopolski, sguinzagliate come branchi di briganti, avevano strappato alla
Polonia il fiore dei suoi figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve,
che la guerra insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile
sull'erba, lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.
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Giorni d'ebbrezza.
Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò per aria ad un tratto, e la fisica e
la storia con loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui il sole sfolgorava
come se si fosse avvicinato alla terra, e la luna mi guardava e mi parlava, e
le Alpi eran così bianche e la campagna così verde come non erano state
mai nè mai più saranno; giorni in cui i fiori del mio giardino, mandandomi
un'ondata di profumo, mi dicevano; — A te, bel ragazzo! — e ogni musica
che suonava nell'aria pareva che suonasse in onor mio, per accompagnare il
canto di trionfo del mio cuore; giorni in cui la gente affollata al passeggio,
che io fendevo guizzando come un pesce nell'onda e cercando intorno con
gli occhi, mi pareva una moltitudine d'infelici che non avessero ragione
d'esistere, e tutte le cure della vita e gli aspetti umani e le cose vicine e
lontane m'apparivano come a traverso i vapori rossi d'un incendio che
avvampasse l'universo. E v'era nella città una povera strada dove tutte le
case mi parevano templi e palazzi d'un'architettura di sogno, e in quella
strada una casa, che aveva per me la vita e l'espressione d'un enorme viso
umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire fissandomi con l'occhio
d'una finestra che mi pareva accesa, e in quella casa una scala dove vedevo
oscurarsi l'aria e danzare i muri e sentivo tremare le pietre sotto i miei piedi
come per una scossa di terremoto. E v'era un'immagine che
m'accompagnava da per tutto, e mi pareva a un tempo gentile come un fiore
e immensa come un mondo, dolce insieme e terribile, familiare all'occhio e
al pensiero, e pure ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile, in cui si
smarriva la fantasia, come lo sguardo in un abisso di tenebre. E in quei
giorni sdegnavo ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi, cercavo
le braccia di mia madre; mi risaliva la preghiera dal cuore alle labbra,
mossa dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente buono potesse
aver fatto il cuore umano capace della dolcezza infinita che m'inebbriava; e
mentre adoravo la vita, vedevo bella anche l'immagine della morte, perchè
mi pareva che neppur essa avrebbe potuto spegnere la fiamma onnipotente
che m'ardeva, e che la vita futura non potesse esser altro che l'appagamento
Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò per aria ad un tratto, e la fisica e
la storia con loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui il sole sfolgorava
come se si fosse avvicinato alla terra, e la luna mi guardava e mi parlava, e
le Alpi eran così bianche e la campagna così verde come non erano state
mai nè mai più saranno; giorni in cui i fiori del mio giardino, mandandomi
un'ondata di profumo, mi dicevano; — A te, bel ragazzo! — e ogni musica
che suonava nell'aria pareva che suonasse in onor mio, per accompagnare il
canto di trionfo del mio cuore; giorni in cui la gente affollata al passeggio,
che io fendevo guizzando come un pesce nell'onda e cercando intorno con
gli occhi, mi pareva una moltitudine d'infelici che non avessero ragione
d'esistere, e tutte le cure della vita e gli aspetti umani e le cose vicine e
lontane m'apparivano come a traverso i vapori rossi d'un incendio che
avvampasse l'universo. E v'era nella città una povera strada dove tutte le
case mi parevano templi e palazzi d'un'architettura di sogno, e in quella
strada una casa, che aveva per me la vita e l'espressione d'un enorme viso
umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire fissandomi con l'occhio
d'una finestra che mi pareva accesa, e in quella casa una scala dove vedevo
oscurarsi l'aria e danzare i muri e sentivo tremare le pietre sotto i miei piedi
come per una scossa di terremoto. E v'era un'immagine che
m'accompagnava da per tutto, e mi pareva a un tempo gentile come un fiore
e immensa come un mondo, dolce insieme e terribile, familiare all'occhio e
al pensiero, e pure ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile, in cui si
smarriva la fantasia, come lo sguardo in un abisso di tenebre. E in quei
giorni sdegnavo ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi, cercavo
le braccia di mia madre; mi risaliva la preghiera dal cuore alle labbra,
mossa dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente buono potesse
aver fatto il cuore umano capace della dolcezza infinita che m'inebbriava; e
mentre adoravo la vita, vedevo bella anche l'immagine della morte, perchè
mi pareva che neppur essa avrebbe potuto spegnere la fiamma onnipotente
che m'ardeva, e che la vita futura non potesse esser altro che l'appagamento
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assoluto e il trionfo immortale della passione che mi sollevava da terra. E
questo basta, perchè, fra molte altre cose, non ho mai capito come un uomo
possa raccontare al pubblico il suo primo amore.
questo basta, perchè, fra molte altre cose, non ho mai capito come un uomo
possa raccontare al pubblico il suo primo amore.
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Un grande dolore.
Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine.
Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola con noi, si lasciò cascar dalle
mani la forchetta; si sforzò due volte di riprenderla, non potè; disse: — Non
mi sento bene, — e alzatosi a fatica, si mise a sedere sul sofà, dove rimase
qualche tempo immobile, con gli occhi fissi, senza parlare. Poi volle andare
a letto, e v'andò a stento, trascinandosi, sorretto da mia madre e da uno dei
miei fratelli. Si mandò a chiamare il medico, che accorse subito.
Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile.
Era perduto.
Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta la parte destra del corpo, e
offeso il cervello.
Così si spegneva a un tratto, come una fiamma soffocata, quella mente
acuta e lucida, dotata d'una ragione potente e di squisite facoltà artistiche,
aperta a ogni idea bella e atta a ogni maniera di studio e di disciplina; così
finivano cinquant'anni di lavoro utile, di vita onesta e feconda, di cure e di
sacrifici affettuosi e continui perla famiglia, prima ch'egli potesse avere
alcuna ricompensa dalla buona riuscita dei suoi figliuoli; finivano con lo
sgomento e con l'angoscia di lasciarci quando avevamo ancor bisogno di
lui, e di rigettarci, lasciandoci, da una condizione agiata nelle angustie e
nell'incertezza dell'avvenire, come se egli non avesse faticato, lottato per
tanto tempo che per renderci più funesta la sua fine!
Da quel giorno la nostra casa non fu più che una tomba, nella quale, ancor
vivo, egli era già come sepolto, già separato da noi più terribilmente che
dalla morte, poichè non avevamo più padre, e ci rimaneva ancora davanti,
come l'immagine stessa della nostra sventura, la sua larva dolorosa. Parlava
ancora, ma con parole sconnesse e insensate, che ci laceravano il cuore più
che il silenzio della morte; ricordava ancora i nostri nomi, ma dava all'uno
Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine.
Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola con noi, si lasciò cascar dalle
mani la forchetta; si sforzò due volte di riprenderla, non potè; disse: — Non
mi sento bene, — e alzatosi a fatica, si mise a sedere sul sofà, dove rimase
qualche tempo immobile, con gli occhi fissi, senza parlare. Poi volle andare
a letto, e v'andò a stento, trascinandosi, sorretto da mia madre e da uno dei
miei fratelli. Si mandò a chiamare il medico, che accorse subito.
Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile.
Era perduto.
Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta la parte destra del corpo, e
offeso il cervello.
Così si spegneva a un tratto, come una fiamma soffocata, quella mente
acuta e lucida, dotata d'una ragione potente e di squisite facoltà artistiche,
aperta a ogni idea bella e atta a ogni maniera di studio e di disciplina; così
finivano cinquant'anni di lavoro utile, di vita onesta e feconda, di cure e di
sacrifici affettuosi e continui perla famiglia, prima ch'egli potesse avere
alcuna ricompensa dalla buona riuscita dei suoi figliuoli; finivano con lo
sgomento e con l'angoscia di lasciarci quando avevamo ancor bisogno di
lui, e di rigettarci, lasciandoci, da una condizione agiata nelle angustie e
nell'incertezza dell'avvenire, come se egli non avesse faticato, lottato per
tanto tempo che per renderci più funesta la sua fine!
Da quel giorno la nostra casa non fu più che una tomba, nella quale, ancor
vivo, egli era già come sepolto, già separato da noi più terribilmente che
dalla morte, poichè non avevamo più padre, e ci rimaneva ancora davanti,
come l'immagine stessa della nostra sventura, la sua larva dolorosa. Parlava
ancora, ma con parole sconnesse e insensate, che ci laceravano il cuore più
che il silenzio della morte; ricordava ancora i nostri nomi, ma dava all'uno
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quello dell'altro, come se non vedesse più in noi che delle ombre, e ci
ascoltava con lo sguardo fisso e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo
intenso e lungo per raccogliere e riconnettere i congegni spezzati
dell'intelligenza; ma non ci comprendeva più, come se gli avessimo parlato
una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale non gli toccasse più altro che
l'udito. E se qualche volta, per pochi momenti, gli ritornava un barlume
d'intelligenza, eran quelli i momenti di maggiore angoscia per noi, poichè,
avendo come a lampi coscienza della sua sventura, si batteva la mano sulla
fronte in atto disperato, ed esprimeva il desiderio di morire, il rammarico di
esser ridotto per noi un “fastidio„ e un “ingombro„, il tormento che lo
straziava di non poter più parlarci ed intenderci; e questo esprimeva con
esclamazioni rotte e violente e con scoppi di pianto sconsolato, che ci
facevano fuggir singhiozzando.
Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie lunghe ore pensierose,
riandando il passato, io compresi tutta la sua bontà, tutte le sue virtù d'uomo
e di padre. Il suo amore per noi avea qualche cosa d'austero: egli ci amava,
ma non ci adorava, e in questo pure era saggio, e per questo la sua carezza,
benchè frequente, ci faceva l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. Egli
era stato per tutti noi il primo maestro. Quand'eravamo ancora bambini, ci
conduceva a far delle lunghe passeggiate in campagna, che per noi erano
una festa, e, strada facendo, ci diceva sempre in forma dilettevole qualche
cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, insegnandoci i nomi
delle piante, stimolando e appagando in mille modi arguti la nostra curiosità
infantile. Egli ci tracciava delle tavole sinottiche per facilitarci lo studio del
latino, c'insegnava il francese, che sapeva benissimo, e la calligrafia, in cui
era maestro, ci faceva dei quadretti coloriti per farci imparare la
nomenclatura italiana degli oggetti domestici, e ci disegnava delle carte
geografiche con un metodo suo proprio, che gli costavano settimane di
fatica. Dotato di molte e finissime abilità meccaniche, le esercitava
continuamente a nostro vantaggio: ci legava i libri, ci faceva dei giocattoli,
ci fabbricava dei piccoli mobili, ci scolpiva le teste delle marionette, ci
dipingeva gli scenari per il teatrino. E pure essendo padre così operoso e
pieno di pensieri estranei al suo ufficio, era un impiegato, più che diligente,
ardente di zelo; tanto da mandare ogni anno al Ministero dei grandi progetti
di riforme computistiche, intorno a cui lavorava per mesi e mesi. E non
ascoltava con lo sguardo fisso e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo
intenso e lungo per raccogliere e riconnettere i congegni spezzati
dell'intelligenza; ma non ci comprendeva più, come se gli avessimo parlato
una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale non gli toccasse più altro che
l'udito. E se qualche volta, per pochi momenti, gli ritornava un barlume
d'intelligenza, eran quelli i momenti di maggiore angoscia per noi, poichè,
avendo come a lampi coscienza della sua sventura, si batteva la mano sulla
fronte in atto disperato, ed esprimeva il desiderio di morire, il rammarico di
esser ridotto per noi un “fastidio„ e un “ingombro„, il tormento che lo
straziava di non poter più parlarci ed intenderci; e questo esprimeva con
esclamazioni rotte e violente e con scoppi di pianto sconsolato, che ci
facevano fuggir singhiozzando.
Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie lunghe ore pensierose,
riandando il passato, io compresi tutta la sua bontà, tutte le sue virtù d'uomo
e di padre. Il suo amore per noi avea qualche cosa d'austero: egli ci amava,
ma non ci adorava, e in questo pure era saggio, e per questo la sua carezza,
benchè frequente, ci faceva l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. Egli
era stato per tutti noi il primo maestro. Quand'eravamo ancora bambini, ci
conduceva a far delle lunghe passeggiate in campagna, che per noi erano
una festa, e, strada facendo, ci diceva sempre in forma dilettevole qualche
cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, insegnandoci i nomi
delle piante, stimolando e appagando in mille modi arguti la nostra curiosità
infantile. Egli ci tracciava delle tavole sinottiche per facilitarci lo studio del
latino, c'insegnava il francese, che sapeva benissimo, e la calligrafia, in cui
era maestro, ci faceva dei quadretti coloriti per farci imparare la
nomenclatura italiana degli oggetti domestici, e ci disegnava delle carte
geografiche con un metodo suo proprio, che gli costavano settimane di
fatica. Dotato di molte e finissime abilità meccaniche, le esercitava
continuamente a nostro vantaggio: ci legava i libri, ci faceva dei giocattoli,
ci fabbricava dei piccoli mobili, ci scolpiva le teste delle marionette, ci
dipingeva gli scenari per il teatrino. E pure essendo padre così operoso e
pieno di pensieri estranei al suo ufficio, era un impiegato, più che diligente,
ardente di zelo; tanto da mandare ogni anno al Ministero dei grandi progetti
di riforme computistiche, intorno a cui lavorava per mesi e mesi. E non
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restringeva la sua vita intellettuale nel cerchio dell'ufficio e della casa:
leggeva libri nuovi d'ogni genere, sapeva a memoria un gran numero di
poesie, che recitava mirabilmente, aveva un'ammirazione appassionata per i
grandi scienziati e i grandi artisti, visitava studi di pittori e stabilimenti
industriali, andava a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi merito, il quale
passasse per la nostra città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello
d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. Non ho di lui altra
immagine che quella d'un uomo bianco di capelli e di barba; così mi sembra
d'averlo sempre veduto; eppure non mi pareva vecchio, e non mi passava
mai per la mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi un uomo fatto,
tanto era sano, vigoroso, vivace, anche nei suoi discorsi in famiglia, pieni di
ricordi e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi ricordo che provavo un gran
piacere, come a un segno ch'egli mi desse di dover vivere lungamente,
quando, mettendo io nella sua larga mano tutt'e due le mie, egli, per
scherzo, me le serrava come in una morsa, fino a farmi cacciare uno strillo,
che esageravo, per dargli un'idea più grande della sua forza. Visse
lungamente, sì, ma morì troppo presto per noi, e per il premio a cui gli dava
diritto la sua nobilissima vita. Povero padre mio, mio maestro e mio amico,
che m'hai dato l'esempio di tutte le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io
non ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza pubblica, io che,
certamente, essendo l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso, il più
disperato dei tuoi ultimi pensieri!
E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, sentivo nella camera accanto il
suo vaneggiamento compassionevole, delle esclamazioni affannose e senza
senso, che m'entravan nel cuore come colpi di pugnale, e le parole dolci e
tristi di mia madre che lo vegliava; le quali mi facevano soffrire anche più
delle sue. Che terribili notti, e che terribili giorni!
leggeva libri nuovi d'ogni genere, sapeva a memoria un gran numero di
poesie, che recitava mirabilmente, aveva un'ammirazione appassionata per i
grandi scienziati e i grandi artisti, visitava studi di pittori e stabilimenti
industriali, andava a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi merito, il quale
passasse per la nostra città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello
d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. Non ho di lui altra
immagine che quella d'un uomo bianco di capelli e di barba; così mi sembra
d'averlo sempre veduto; eppure non mi pareva vecchio, e non mi passava
mai per la mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi un uomo fatto,
tanto era sano, vigoroso, vivace, anche nei suoi discorsi in famiglia, pieni di
ricordi e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi ricordo che provavo un gran
piacere, come a un segno ch'egli mi desse di dover vivere lungamente,
quando, mettendo io nella sua larga mano tutt'e due le mie, egli, per
scherzo, me le serrava come in una morsa, fino a farmi cacciare uno strillo,
che esageravo, per dargli un'idea più grande della sua forza. Visse
lungamente, sì, ma morì troppo presto per noi, e per il premio a cui gli dava
diritto la sua nobilissima vita. Povero padre mio, mio maestro e mio amico,
che m'hai dato l'esempio di tutte le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io
non ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza pubblica, io che,
certamente, essendo l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso, il più
disperato dei tuoi ultimi pensieri!
E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, sentivo nella camera accanto il
suo vaneggiamento compassionevole, delle esclamazioni affannose e senza
senso, che m'entravan nel cuore come colpi di pugnale, e le parole dolci e
tristi di mia madre che lo vegliava; le quali mi facevano soffrire anche più
delle sue. Che terribili notti, e che terribili giorni!
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Cambiamento di rotta.
Ma tanta è la forza della vita a quindici anni che l'animo non rimane
prostrato a lungo neppur dai più grandi dolori; dai quali si divincola, per
rialzarsi impetuosamente, come il getto d'acqua vigoroso che respinge la
mano da cui è compresso. Così avvenne a me dopo pochi giorni. Della
condizione mutata della famiglia, in ciò che riguardava i mezzi economici,
non ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno pensiero: eppure era
mutata per modo ch'io non avrei più potuto far gli studi universitari senza
sacrifizi gravi di mia madre e dei miei fratelli. Erano disposti a farli, e li
avrebbero fatti lietamente; lo compresi, e me lo dissero; ma compresi pure
che era mio dovere di prendere spontaneamente una deliberazione che li
liberasse da quell'obbligo; di scegliere, cioè, una carriera che mi mettesse in
grado al più presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, sognati trionfi
del foro! Ma rinunziai al foro senz'alcun rammarico, come avevo rinunziato
al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi patriottici erano ancora
caldi, il periodo delle guerre nazionali ancora aperto, la mia passione per
l'esercito non del tutto spenta: scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro
che avrei finito ancora il secondo corso del Liceo, e che ai primi dell'anno
prossimo sarei entrato in un collegio a Torino, per prepararmi agli esami
d'ammissione alla scuola di Modena. E il buon volere, anzi l'allegrezza con
cui presi quella decisione non fu punto turbata dal fatto, che acquistassi
proprio in quei giorni, lucida e ferma, destinata a non più cadere, la
coscienza di poter riuscire, comunque fosse, uno scrittore.
Fu per un caso, come quasi sempre avviene, che mi s'accese quella nuova
girandola, a fuoco perpetuo.
Una mattina il professore di lettere italiane ci fece fare in scuola un
componimento sul tema: I Promessi Sposi. Due giorni dopo, avendo letto
tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare che il meno peggio era il mio; ma
con una frase assai più cortese di questa, seguita da vari commenti, che
terminavano con una falsa profezia. E fu proprio quella falsa profezia che
Ma tanta è la forza della vita a quindici anni che l'animo non rimane
prostrato a lungo neppur dai più grandi dolori; dai quali si divincola, per
rialzarsi impetuosamente, come il getto d'acqua vigoroso che respinge la
mano da cui è compresso. Così avvenne a me dopo pochi giorni. Della
condizione mutata della famiglia, in ciò che riguardava i mezzi economici,
non ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno pensiero: eppure era
mutata per modo ch'io non avrei più potuto far gli studi universitari senza
sacrifizi gravi di mia madre e dei miei fratelli. Erano disposti a farli, e li
avrebbero fatti lietamente; lo compresi, e me lo dissero; ma compresi pure
che era mio dovere di prendere spontaneamente una deliberazione che li
liberasse da quell'obbligo; di scegliere, cioè, una carriera che mi mettesse in
grado al più presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, sognati trionfi
del foro! Ma rinunziai al foro senz'alcun rammarico, come avevo rinunziato
al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi patriottici erano ancora
caldi, il periodo delle guerre nazionali ancora aperto, la mia passione per
l'esercito non del tutto spenta: scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro
che avrei finito ancora il secondo corso del Liceo, e che ai primi dell'anno
prossimo sarei entrato in un collegio a Torino, per prepararmi agli esami
d'ammissione alla scuola di Modena. E il buon volere, anzi l'allegrezza con
cui presi quella decisione non fu punto turbata dal fatto, che acquistassi
proprio in quei giorni, lucida e ferma, destinata a non più cadere, la
coscienza di poter riuscire, comunque fosse, uno scrittore.
Fu per un caso, come quasi sempre avviene, che mi s'accese quella nuova
girandola, a fuoco perpetuo.
Una mattina il professore di lettere italiane ci fece fare in scuola un
componimento sul tema: I Promessi Sposi. Due giorni dopo, avendo letto
tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare che il meno peggio era il mio; ma
con una frase assai più cortese di questa, seguita da vari commenti, che
terminavano con una falsa profezia. E fu proprio quella falsa profezia che
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decise del mio destino. Avrei forse presa, più tardi, la medesima strada,
anche se non mi ci avesse spinto allora quel piccolo avvenimento; ma è un
fatto che soltanto dopo quel giorno cominciai a studiare e a scrivere col
proposito determinato e con la speranza viva di riuscire a qualche cosa con
la penna, e che da quel momento in poi la mia passione per la letteratura
non ebbe più intermittenze. Le prime cose che scrissi furono dissertazioni in
forma di lettere, dirette ora all'uno ora all'altro dei miei amici; ma lettere
che mi sarebbero costate un occhio se le avessi mandate per la posta, e che
nessuno avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il coraggio di regalarle a
chi mi era servito di bersaglio per scriverle. Eran quaderni, e trattavano di
tutto, senza dir propriamente nulla, girigogoli di frasi, fughe interminabili di
parole, cascate fluviali di periodi, non altro che esercizi d'immaginazione e
di stile, nei quali cacciavo a forza tutte le mie reminiscenze di letture, e
facevo dei larghi giri di falco per venire a una data immagine o a una data
locuzione, quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore o una perla, e
anche votavo addirittura delle sacca di roba altrui, tinta soltanto dei colori
della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte perchè si confondesse meglio
con la merce dei miei magazzini. Ma c'era pure in quella prosa di cicalone e
di ladro qualche cosa di personale, ed era la musica, che s'è mutata poco
d'allora in poi. Con quegli esercizi mi sfranchivo la mano a scrivere,
imparavo a tradurre in parole il sentimento quale mi spirava nell'animo, a
esprimere in modi diversi il mio pensiero, a snodare e a annodar fra loro i
periodi, a maneggiare con destrezza il materiale di lingua che avevo già
accumulato nella memoria. E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi,
perchè credevo fermamente d'avere tutti i bernoccoli letterari. Avevo letto la
prima volta nella primavera di quell'anno le liriche e le ballate del Prati, e
quell'onda sonora di rime, quel barbaglio di lampi e di colori m'aveva
prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane la prima vista d'una grande
sala da ballo sfarzosa, in cui turbini una folla di belle signore infiorate e
gemmate. E le mie poesie erano tutte un'imitazione quasi plagiaria del
“superbo signore dei colori e dei suoni„ tirate via con una facilità di
versaiolo estemporaneo, sonore come concerti di campane e luminose come
fuochi di Bengala; inni e ballate d'un Prati rimbambito. Ma non posso dire il
piacere che godevo in quelle lunghe ore di scribacchiamento diurno e
notturno, in cui mi giungeva importuna l'ora del desinare e della cena, e mi
coglieva come improvvisa la sera, e non avevo più quasi alcun senso della
anche se non mi ci avesse spinto allora quel piccolo avvenimento; ma è un
fatto che soltanto dopo quel giorno cominciai a studiare e a scrivere col
proposito determinato e con la speranza viva di riuscire a qualche cosa con
la penna, e che da quel momento in poi la mia passione per la letteratura
non ebbe più intermittenze. Le prime cose che scrissi furono dissertazioni in
forma di lettere, dirette ora all'uno ora all'altro dei miei amici; ma lettere
che mi sarebbero costate un occhio se le avessi mandate per la posta, e che
nessuno avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il coraggio di regalarle a
chi mi era servito di bersaglio per scriverle. Eran quaderni, e trattavano di
tutto, senza dir propriamente nulla, girigogoli di frasi, fughe interminabili di
parole, cascate fluviali di periodi, non altro che esercizi d'immaginazione e
di stile, nei quali cacciavo a forza tutte le mie reminiscenze di letture, e
facevo dei larghi giri di falco per venire a una data immagine o a una data
locuzione, quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore o una perla, e
anche votavo addirittura delle sacca di roba altrui, tinta soltanto dei colori
della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte perchè si confondesse meglio
con la merce dei miei magazzini. Ma c'era pure in quella prosa di cicalone e
di ladro qualche cosa di personale, ed era la musica, che s'è mutata poco
d'allora in poi. Con quegli esercizi mi sfranchivo la mano a scrivere,
imparavo a tradurre in parole il sentimento quale mi spirava nell'animo, a
esprimere in modi diversi il mio pensiero, a snodare e a annodar fra loro i
periodi, a maneggiare con destrezza il materiale di lingua che avevo già
accumulato nella memoria. E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi,
perchè credevo fermamente d'avere tutti i bernoccoli letterari. Avevo letto la
prima volta nella primavera di quell'anno le liriche e le ballate del Prati, e
quell'onda sonora di rime, quel barbaglio di lampi e di colori m'aveva
prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane la prima vista d'una grande
sala da ballo sfarzosa, in cui turbini una folla di belle signore infiorate e
gemmate. E le mie poesie erano tutte un'imitazione quasi plagiaria del
“superbo signore dei colori e dei suoni„ tirate via con una facilità di
versaiolo estemporaneo, sonore come concerti di campane e luminose come
fuochi di Bengala; inni e ballate d'un Prati rimbambito. Ma non posso dire il
piacere che godevo in quelle lunghe ore di scribacchiamento diurno e
notturno, in cui mi giungeva importuna l'ora del desinare e della cena, e mi
coglieva come improvvisa la sera, e non avevo più quasi alcun senso della
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vita esteriore. E fu una provvidenza per me quella specie di febbrone
letterario perchè, tenendomi così assorto continuamente, mi faceva vivere
fuori della grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, e quasi
dimenticar la sventura. Solo di quando in quando mi s'alzava davanti tutt'a
un tratto l'immagine del povero vecchio che giaceva immobile in un letto
all'estremità opposta della casa, e il pensiero ch'egli non sapeva nulla di
quella mia nuova felicità, che non avrebbe mai letto nulla nè di quello che
scrivevo allora, nè di quanto avrei scritto nell'avvenire, mi faceva posare la
penna e restare un pezzo meditabondo, con gli occhi pieni di lacrime. Ah,
come avrei voluto ch'egli venisse ancora, come faceva nel passato, a
portarmi a copiare qualche tavola dei suoi progetti di riforma
amministrativa, e come mi pentivo amaramente di non avergli qualche volta
nascosta la mala voglia con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo,
come mi pareva odiosa in quei momenti la mia ingratitudine, e con che
parole dolorose e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua memoria!
letterario perchè, tenendomi così assorto continuamente, mi faceva vivere
fuori della grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, e quasi
dimenticar la sventura. Solo di quando in quando mi s'alzava davanti tutt'a
un tratto l'immagine del povero vecchio che giaceva immobile in un letto
all'estremità opposta della casa, e il pensiero ch'egli non sapeva nulla di
quella mia nuova felicità, che non avrebbe mai letto nulla nè di quello che
scrivevo allora, nè di quanto avrei scritto nell'avvenire, mi faceva posare la
penna e restare un pezzo meditabondo, con gli occhi pieni di lacrime. Ah,
come avrei voluto ch'egli venisse ancora, come faceva nel passato, a
portarmi a copiare qualche tavola dei suoi progetti di riforma
amministrativa, e come mi pentivo amaramente di non avergli qualche volta
nascosta la mala voglia con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo,
come mi pareva odiosa in quei momenti la mia ingratitudine, e con che
parole dolorose e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua memoria!
Page 121
Aspromonte.
Da quella furia di scribacchino mi fece uscire per qualche giorno, nel mese
d'agosto, Garibaldi. Il grido di Roma o Morte ridestò improvvisamente la
fiamma delle mie passioni politiche e mi ricacciò in mezzo ai miei
compagni rivoluzionari a fremere e a vociare contro “l'uomo di Novara„ e
“la sfinge di Parigi„. Noi volevamo, si sottintende, andare a Roma a qua-
lun-que co-sto, e non dubitavamo neppur per sogno che Garibaldi, il quale
moveva allora verso Catania coi suoi volontari, ci sarebbe arrivato, a
dispetto di tutti i diavoli e di tutti i santi. E non volevamo intender ragioni.
A chi ci diceva: — E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E noi
faremo la guerra alla Francia. — E se ci salta addosso l'Austria? — E ne
daremo anche all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, a morte tutti. Il giorno
che venne la notizia d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina in una
trattoria, presieduti da un reduce garibaldino del sessanta, uno sbarbatello
indemoniato, che per l'occasione s'era messo in capo il suo vecchio berretto
rosso sdruscito, e, scovata in casa dell'oste una bandiera stinta e
sbrindellata, che non aveva mai visto che il fuoco della marmitta e pareva
un avanzo di venti battaglie, percorremmo la città cantando l'inno del
Mercantini e urlando Roma o Morte, fra lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di
riprovazione dei cittadini pacifici, a cui facevamo l'effetto d'un branco di
evasi dal manicomio. Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello
Pallavicini, che era partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare
ad assumere il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all'assalto
d'Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla fatale
che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo a morte con quel
colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno„ per tanti anni, e
che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità cittadina„ a quel modo,
mordendo a sangue il nostro dio. Qualcuno parlò di fargli la festa, se avesse
avuto la fronte di ritornar fra noi. La sua promozione a generale inasprì
anche di più le nostre ire, come una provocazione aggiunta all'offese. Si
ventilò l'idea di comprare una sua grande fotografia, che era esposta nella
Da quella furia di scribacchino mi fece uscire per qualche giorno, nel mese
d'agosto, Garibaldi. Il grido di Roma o Morte ridestò improvvisamente la
fiamma delle mie passioni politiche e mi ricacciò in mezzo ai miei
compagni rivoluzionari a fremere e a vociare contro “l'uomo di Novara„ e
“la sfinge di Parigi„. Noi volevamo, si sottintende, andare a Roma a qua-
lun-que co-sto, e non dubitavamo neppur per sogno che Garibaldi, il quale
moveva allora verso Catania coi suoi volontari, ci sarebbe arrivato, a
dispetto di tutti i diavoli e di tutti i santi. E non volevamo intender ragioni.
A chi ci diceva: — E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E noi
faremo la guerra alla Francia. — E se ci salta addosso l'Austria? — E ne
daremo anche all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, a morte tutti. Il giorno
che venne la notizia d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina in una
trattoria, presieduti da un reduce garibaldino del sessanta, uno sbarbatello
indemoniato, che per l'occasione s'era messo in capo il suo vecchio berretto
rosso sdruscito, e, scovata in casa dell'oste una bandiera stinta e
sbrindellata, che non aveva mai visto che il fuoco della marmitta e pareva
un avanzo di venti battaglie, percorremmo la città cantando l'inno del
Mercantini e urlando Roma o Morte, fra lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di
riprovazione dei cittadini pacifici, a cui facevamo l'effetto d'un branco di
evasi dal manicomio. Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello
Pallavicini, che era partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare
ad assumere il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all'assalto
d'Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla fatale
che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo a morte con quel
colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno„ per tanti anni, e
che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità cittadina„ a quel modo,
mordendo a sangue il nostro dio. Qualcuno parlò di fargli la festa, se avesse
avuto la fronte di ritornar fra noi. La sua promozione a generale inasprì
anche di più le nostre ire, come una provocazione aggiunta all'offese. Si
ventilò l'idea di comprare una sua grande fotografia, che era esposta nella
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vetrina d'un libraio, per farne un auto da fè davanti alla Prefettura; ma ne
volevano cinque lire, e preferimmo di spenderle in birra. Salì poi al colmo
la nostra indignazione (e, fuor di scherzo, fu una grande tristezza) quando
vedemmo passare per le vie della città una colonna di garibaldini
prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi. Come m'è rimasto
impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio, fiancheggiati da due
file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, uomini maturi la più parte,
alcuni coi capelli grigi, e col petto scintillante di medaglie, figure belle e
superbe che camminavano a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una
frotta di poveri ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e triste, che
diceva una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti, più
che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ si voltavano a
guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come se cercassero del
pane. Ah, che furiose discussioni quella sera, al caffè, coi nostri amici
bersaglieri, che ci chiamavano i Romaomorti e si burlavano dei liberatori di
Roma senza scarpe e inneggiavano al “vincitore di Aspromonte!„ S'affollò
gente nella sala, accorse il padrone, s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il
nostro nemico, il vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai una sera a buio,
sotto i portici, vestito da borghese, che andava a passo spedito, guardando
verso la strada, come per raggiungere qualcuno. Gli cedetti il passo,
fremendo, e gli lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: aveva ben
altro per il capo. Voltandomi indietro, lo vidi poco dopo uscir di sotto le
arcate e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava una bella signora.
Le due teste si avvicinarono, la carrozza partì, io rimasi come un grullo, e
Aspromonte restò invendicato.
volevano cinque lire, e preferimmo di spenderle in birra. Salì poi al colmo
la nostra indignazione (e, fuor di scherzo, fu una grande tristezza) quando
vedemmo passare per le vie della città una colonna di garibaldini
prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi. Come m'è rimasto
impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio, fiancheggiati da due
file di bersaglieri: i primi in camicia rossa, uomini maturi la più parte,
alcuni coi capelli grigi, e col petto scintillante di medaglie, figure belle e
superbe che camminavano a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una
frotta di poveri ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e triste, che
diceva una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti, più
che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ si voltavano a
guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come se cercassero del
pane. Ah, che furiose discussioni quella sera, al caffè, coi nostri amici
bersaglieri, che ci chiamavano i Romaomorti e si burlavano dei liberatori di
Roma senza scarpe e inneggiavano al “vincitore di Aspromonte!„ S'affollò
gente nella sala, accorse il padrone, s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il
nostro nemico, il vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai una sera a buio,
sotto i portici, vestito da borghese, che andava a passo spedito, guardando
verso la strada, come per raggiungere qualcuno. Gli cedetti il passo,
fremendo, e gli lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: aveva ben
altro per il capo. Voltandomi indietro, lo vidi poco dopo uscir di sotto le
arcate e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava una bella signora.
Le due teste si avvicinarono, la carrozza partì, io rimasi come un grullo, e
Aspromonte restò invendicato.
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Un fiume d'inchiostro.
Rientrai allora nella mia fucina letteraria e non ne uscii più per il rimanente
di quell'anno. Ebbi solo qualche giorno di malinconia, all'aprirsi dell'anno
scolastico, pensando ai miei antichi compagni che entravano nel terzo corso
del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un sentimento come di nostalgia
della scuola, ch'io lasciavo prima d'aver compiuti gli studi, e più che altro di
rimpianto degli studi classici abbandonati, come d'uno scadimento della mia
dignità intellettuale. Ma fu una malinconia presto soverchiata dall'ardor del
lavoro, se può darsi questo nome a quella mia eruzione di parole, che
riprese dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa e più violenta che mai.
Rimasi veramente stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai in fondo a un
cassone i miei manoscritti di quel tempo, d'aver potuto rovesciar sulla carta
in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: racconti, dialoghi, satire, paralleli
di scrittori, pappolate filosofiche: una specie di Decamerone, fra le altre
cose, che Dio e il Boccaccio me lo perdonino. La mia passione prese
davvero in quell'ultimo periodo il carattere d'una malattia mentale,
degenerando di letteraria in libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di
vedere i miei parti in forma di volumi stampati e legati, con gran lusso
calligrafico d'intestazioni, di indici e di fregi, e ciò che è più strano, immuni
di correzioni quanto più fosse possibile; tanto che ci lasciavo spesso intatti
dei grossi spropositi per non deturpare la pagina con un frego. E come non
mi spiego da che mi nascesse quella fisima, poichè non davo a leggere le
mie “opere„ neppure agli amici più stretti, non capisco neppure il perchè di
quella smodata produzione, non pensando io neppur per ombra a dare alle
stampe quelle bracciate di prosa. Avevo bisogno di scrivere, credo, come
avevo avuto l'anno avanti il bisogno di saltare e di arrampicare; erano umori
del cervello che dovevan dar fuori; bisognava che m'affaticassi le facoltà
eccitate per castigarle e renderle atte più tardi a un lavoro pensato e
tranquillo. Nondimeno, mi vergogno ancora un poco, quando ci ripenso, di
quella lunga orgia di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi ancora
male a buon senso in quell'anno, quantunque mi cominciassero a spuntare i
Rientrai allora nella mia fucina letteraria e non ne uscii più per il rimanente
di quell'anno. Ebbi solo qualche giorno di malinconia, all'aprirsi dell'anno
scolastico, pensando ai miei antichi compagni che entravano nel terzo corso
del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un sentimento come di nostalgia
della scuola, ch'io lasciavo prima d'aver compiuti gli studi, e più che altro di
rimpianto degli studi classici abbandonati, come d'uno scadimento della mia
dignità intellettuale. Ma fu una malinconia presto soverchiata dall'ardor del
lavoro, se può darsi questo nome a quella mia eruzione di parole, che
riprese dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa e più violenta che mai.
Rimasi veramente stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai in fondo a un
cassone i miei manoscritti di quel tempo, d'aver potuto rovesciar sulla carta
in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: racconti, dialoghi, satire, paralleli
di scrittori, pappolate filosofiche: una specie di Decamerone, fra le altre
cose, che Dio e il Boccaccio me lo perdonino. La mia passione prese
davvero in quell'ultimo periodo il carattere d'una malattia mentale,
degenerando di letteraria in libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di
vedere i miei parti in forma di volumi stampati e legati, con gran lusso
calligrafico d'intestazioni, di indici e di fregi, e ciò che è più strano, immuni
di correzioni quanto più fosse possibile; tanto che ci lasciavo spesso intatti
dei grossi spropositi per non deturpare la pagina con un frego. E come non
mi spiego da che mi nascesse quella fisima, poichè non davo a leggere le
mie “opere„ neppure agli amici più stretti, non capisco neppure il perchè di
quella smodata produzione, non pensando io neppur per ombra a dare alle
stampe quelle bracciate di prosa. Avevo bisogno di scrivere, credo, come
avevo avuto l'anno avanti il bisogno di saltare e di arrampicare; erano umori
del cervello che dovevan dar fuori; bisognava che m'affaticassi le facoltà
eccitate per castigarle e renderle atte più tardi a un lavoro pensato e
tranquillo. Nondimeno, mi vergogno ancora un poco, quando ci ripenso, di
quella lunga orgia di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi ancora
male a buon senso in quell'anno, quantunque mi cominciassero a spuntare i
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baffi. Mi conforta solo il ricordare che non mi facevo grandi illusioni
intorno al valore intrinseco dei miei finti libri; dei quali, per mia fortuna,
ero io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, che io avessi la certezza,
ma proprio la certezza assoluta di riuscire un giorno a qualche cosa, la
previsione netta e sicura che la carriera militare non sarebbe stata che un
episodio della mia vita, che la mia vera ed unica vocazione fosse quella di
metter del nero sul bianco a beneficio del genere umano. Non era una
certezza fondata sui saggi che davo di me a me medesimo in quel periodo di
esercitazione letteraria meccanica; ma sul presentimento di facoltà che
sarebbero poi sorte nella mia mente, su promesse confuse della coscienza,
su non so quale armonia che mi suonava dentro, non ancor formulata in
idee, vaga, profonda, dolce, continua, su non so che cosa che mi sentivo
correre per le vene e per le fibre e brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io
pensavo sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo di fuoco per effetto d'un
avvenimento inaspettato, dello spettacolo d'una città nuova, della
compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal dischiudersi delle porte
dorate della gioventù, di cui stavo per varcare la soglia.
intorno al valore intrinseco dei miei finti libri; dei quali, per mia fortuna,
ero io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, che io avessi la certezza,
ma proprio la certezza assoluta di riuscire un giorno a qualche cosa, la
previsione netta e sicura che la carriera militare non sarebbe stata che un
episodio della mia vita, che la mia vera ed unica vocazione fosse quella di
metter del nero sul bianco a beneficio del genere umano. Non era una
certezza fondata sui saggi che davo di me a me medesimo in quel periodo di
esercitazione letteraria meccanica; ma sul presentimento di facoltà che
sarebbero poi sorte nella mia mente, su promesse confuse della coscienza,
su non so quale armonia che mi suonava dentro, non ancor formulata in
idee, vaga, profonda, dolce, continua, su non so che cosa che mi sentivo
correre per le vene e per le fibre e brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io
pensavo sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo di fuoco per effetto d'un
avvenimento inaspettato, dello spettacolo d'una città nuova, della
compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal dischiudersi delle porte
dorate della gioventù, di cui stavo per varcare la soglia.
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La partenza.
Venne finalmente il giorno della partenza per Torino. Parrebbe ch'io avessi
dovuto lasciar con dolore quella casa dov'ero entrato bambino e donde
partivo giovinetto, e quella piccola città, che era per me come la città
nativa, dov'ero vissuto quattordici anni, dov'ero cresciuto così sano e forte e
lasciavo tante memorie. Eppure questo non fu. La prima età ha di questi
momenti di duro egoismo, in cui la furia d'uscir del guscio, l'ebbrezza di
mutare orizzonti e di slanciarsi nella vita preme con tanta forza su tutti gli
altri affetti, da cacciarli quasi dal cuore. Quella città, che doveva diventarmi
poi così cara, mi si era fatta in ultimo intollerabile. Vi conoscevo tutti i visi,
avevo impresse nella mente le facciate di tutte le case, potevo rammentare
per ordine tutte le botteghe di tutte le strade, e questa conoscenza di tutto mi
dava un senso di sazietà d'ogni cosa: perfino dall'aspetto dei dintorni
bellissimi, che m'erano stampati nel cervello sentiero per sentiero e albero
per albero, mi veniva un tedio infinito: mi dibattevo fra quelle mura come
un falchetto in una stia da uccellino; sentivo una tale smania d'andarmene
che il solo odore del fumo della strada ferrata, alle volte, mi faceva fremere
come fa l'amante al profumo d'un fiore regalatogli dalla sua bella. E ciò non
ostante non m'è rimasta nella memoria alcuna traccia dei particolari della
partenza: non mi ricordo neppure degli addii dati in casa, nè di chi m'abbia
accompagnato alla stazione, nè dello stato d'animo, triste o lieto, in cui mi
ritrovavo all'ultimo momento. Mi ricordo soltanto che il giorno prima della
partenza chiamai a raccolta nel cortile quelli che rimanevano dei miei
antichi compagni scamiciati di gioco e di milizia, e che distribuii fra tutti,
perchè ne facessero un regalo ai loro fratelli piccoli, quanto mi era restato in
casa dei miei trastulli della fanciullezza: stampe colorite, che
rappresentavano soldati francesi e italiani, casette e figurine di presepio, e
trombe e daghe di legno dei miei tempi bellicosi. Solo allora, quando vidi
portar via quella roba che m'era stata un tempo così preziosa, provai un
senso di tenerezza e di mestizia, come se in quel punto si fosse spezzato il
legame che teneva ancora unito in me il giovinetto al fanciullo, e quei
Venne finalmente il giorno della partenza per Torino. Parrebbe ch'io avessi
dovuto lasciar con dolore quella casa dov'ero entrato bambino e donde
partivo giovinetto, e quella piccola città, che era per me come la città
nativa, dov'ero vissuto quattordici anni, dov'ero cresciuto così sano e forte e
lasciavo tante memorie. Eppure questo non fu. La prima età ha di questi
momenti di duro egoismo, in cui la furia d'uscir del guscio, l'ebbrezza di
mutare orizzonti e di slanciarsi nella vita preme con tanta forza su tutti gli
altri affetti, da cacciarli quasi dal cuore. Quella città, che doveva diventarmi
poi così cara, mi si era fatta in ultimo intollerabile. Vi conoscevo tutti i visi,
avevo impresse nella mente le facciate di tutte le case, potevo rammentare
per ordine tutte le botteghe di tutte le strade, e questa conoscenza di tutto mi
dava un senso di sazietà d'ogni cosa: perfino dall'aspetto dei dintorni
bellissimi, che m'erano stampati nel cervello sentiero per sentiero e albero
per albero, mi veniva un tedio infinito: mi dibattevo fra quelle mura come
un falchetto in una stia da uccellino; sentivo una tale smania d'andarmene
che il solo odore del fumo della strada ferrata, alle volte, mi faceva fremere
come fa l'amante al profumo d'un fiore regalatogli dalla sua bella. E ciò non
ostante non m'è rimasta nella memoria alcuna traccia dei particolari della
partenza: non mi ricordo neppure degli addii dati in casa, nè di chi m'abbia
accompagnato alla stazione, nè dello stato d'animo, triste o lieto, in cui mi
ritrovavo all'ultimo momento. Mi ricordo soltanto che il giorno prima della
partenza chiamai a raccolta nel cortile quelli che rimanevano dei miei
antichi compagni scamiciati di gioco e di milizia, e che distribuii fra tutti,
perchè ne facessero un regalo ai loro fratelli piccoli, quanto mi era restato in
casa dei miei trastulli della fanciullezza: stampe colorite, che
rappresentavano soldati francesi e italiani, casette e figurine di presepio, e
trombe e daghe di legno dei miei tempi bellicosi. Solo allora, quando vidi
portar via quella roba che m'era stata un tempo così preziosa, provai un
senso di tenerezza e di mestizia, come se in quel punto si fosse spezzato il
legame che teneva ancora unito in me il giovinetto al fanciullo, e quei
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giocattoli fossero stati una parte viva di me, che morisse in quel punto, e la
portassero a seppellire. V'è da quel momento un buio nella mia memoria
fino a quello in cui mi trovai solo in un vagone, sul treno che andava a
Torino, con una grande sacca coricata sul sedile, dentro la quale c'era tutta
la compagnia dei grossi burattini dalle teste di legno, scolpite dal mio buon
padre, che avevan deliziato non solo la mia, ma anche la fanciullezza dei
miei fratelli, e che mia madre m'aveva affidati con molte raccomandazioni
perchè li portassi a un mio nipotino di Torino. Vedo ancora quella vecchia
sacca da viaggio ricamata a colori vistosi, e quasi risento sotto le mani le
teste dure di quegli antichi amici, che facevan gobba da tutte le parti. E a
questo ricordo mi vien sulle labbra un sorriso d'ironia malinconica. Sì,
proprio, in quella sacca era chiusa l'immagine del mio avvenire. Ahimè!
Che cosa ho fatto altro nella vita che far ballare dei burattini? E non ho
nemmeno la coscienza d'essere stato un grande burattinaio. Eccomi qui, coi
capelli bianchi, già preparato a un'altra partenza, e mi pare d'aver di nuovo
accanto quella sacca. Allora c'era chiuso il mio avvenire, ora c'è chiuso il
mio passato. Vanitas vanitatum: ecco il fondo delle cose, e la conclusione di
tutto. Quando queste parole, che sogliono rattristar l'animo e offender
l'orgoglio dell'uomo, gli son diventate un conforto, vuol dire che il suo
cammino è finito.
portassero a seppellire. V'è da quel momento un buio nella mia memoria
fino a quello in cui mi trovai solo in un vagone, sul treno che andava a
Torino, con una grande sacca coricata sul sedile, dentro la quale c'era tutta
la compagnia dei grossi burattini dalle teste di legno, scolpite dal mio buon
padre, che avevan deliziato non solo la mia, ma anche la fanciullezza dei
miei fratelli, e che mia madre m'aveva affidati con molte raccomandazioni
perchè li portassi a un mio nipotino di Torino. Vedo ancora quella vecchia
sacca da viaggio ricamata a colori vistosi, e quasi risento sotto le mani le
teste dure di quegli antichi amici, che facevan gobba da tutte le parti. E a
questo ricordo mi vien sulle labbra un sorriso d'ironia malinconica. Sì,
proprio, in quella sacca era chiusa l'immagine del mio avvenire. Ahimè!
Che cosa ho fatto altro nella vita che far ballare dei burattini? E non ho
nemmeno la coscienza d'essere stato un grande burattinaio. Eccomi qui, coi
capelli bianchi, già preparato a un'altra partenza, e mi pare d'aver di nuovo
accanto quella sacca. Allora c'era chiuso il mio avvenire, ora c'è chiuso il
mio passato. Vanitas vanitatum: ecco il fondo delle cose, e la conclusione di
tutto. Quando queste parole, che sogliono rattristar l'animo e offender
l'orgoglio dell'uomo, gli son diventate un conforto, vuol dire che il suo
cammino è finito.
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Un mistero.
Quella città, non più riveduta che due volte in trentaquattro anni, e non
ricordata che raramente, e di sfuggita, e senz'affetto, nel tempo della
gioventù, ha preso poi nel mio spirito, nell'età matura, una vita intensa e
quasi risplendente, mi è diventata oggetto fino a questi giorni di sempre più
frequenti e più vive riflessioni. E in questo non è nulla di singolare, perchè,
meditando l'uomo sul mistero di sè medesimo, via via che invecchia,
sempre più assiduamente, è naturale che risalga sempre più spesso col
pensiero ai propri principi, e quindi ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma
singolare è che a quella città io ritorni sempre più sovente nei sogni, e
strano, inesplicabile per me che questi sogni siano tutti lo svolgimento
d'uno stesso fatto doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi ritrovo nella
strada maestra, fiancheggiata da un capo all'altro da un doppio ordine di
portici bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè di notte, poichè i portici è
la strada sono qui oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo, altrove
come ingombri d'una nebbia fitta, che ora si squarcia, ora si riaddensa; ma è
l'ora della passeggiata domenicale, poichè va e viene gente da tutte le parti,
e le botteghe son chiuse. In ogni sogno sono arrivato allora allora, con un
vivo desiderio di ritrovare gli antichi amici molti dei quali vivono ancora;
mi caccio tra la folla, e vo innanzi cercandoli con lo sguardo, curioso e
impaziente. Ma cammino e cammino, e non ne incontro nessuno, e non
rivedo neppure, fra tutta quella gente, uno solo dei tanti visi noti, che mi si
presenterebbero nella realtà, e che dovrei incontrare per questo anche in
sogno. Invano ricorro da un capo all'altro i portici di destra e di sinistra,
osservando i crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano e i gruppi che
stan fermi alle cantonate, dove sempre ne vedevo qualcuno, quando vi
passavo da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta una popolazione
sconosciuta, come mi sarebbe quella d'una città dove non fossi mai stato.
Vedo spesso venir verso di me, in quella luce incerta di foresta, una persona
che mi par di quelle ch'io cerco, e dico tra me, rallegrandomi: — È il tal dei
tali! — ma, andandogli incontro, m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, un
Quella città, non più riveduta che due volte in trentaquattro anni, e non
ricordata che raramente, e di sfuggita, e senz'affetto, nel tempo della
gioventù, ha preso poi nel mio spirito, nell'età matura, una vita intensa e
quasi risplendente, mi è diventata oggetto fino a questi giorni di sempre più
frequenti e più vive riflessioni. E in questo non è nulla di singolare, perchè,
meditando l'uomo sul mistero di sè medesimo, via via che invecchia,
sempre più assiduamente, è naturale che risalga sempre più spesso col
pensiero ai propri principi, e quindi ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma
singolare è che a quella città io ritorni sempre più sovente nei sogni, e
strano, inesplicabile per me che questi sogni siano tutti lo svolgimento
d'uno stesso fatto doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi ritrovo nella
strada maestra, fiancheggiata da un capo all'altro da un doppio ordine di
portici bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè di notte, poichè i portici è
la strada sono qui oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo, altrove
come ingombri d'una nebbia fitta, che ora si squarcia, ora si riaddensa; ma è
l'ora della passeggiata domenicale, poichè va e viene gente da tutte le parti,
e le botteghe son chiuse. In ogni sogno sono arrivato allora allora, con un
vivo desiderio di ritrovare gli antichi amici molti dei quali vivono ancora;
mi caccio tra la folla, e vo innanzi cercandoli con lo sguardo, curioso e
impaziente. Ma cammino e cammino, e non ne incontro nessuno, e non
rivedo neppure, fra tutta quella gente, uno solo dei tanti visi noti, che mi si
presenterebbero nella realtà, e che dovrei incontrare per questo anche in
sogno. Invano ricorro da un capo all'altro i portici di destra e di sinistra,
osservando i crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano e i gruppi che
stan fermi alle cantonate, dove sempre ne vedevo qualcuno, quando vi
passavo da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta una popolazione
sconosciuta, come mi sarebbe quella d'una città dove non fossi mai stato.
Vedo spesso venir verso di me, in quella luce incerta di foresta, una persona
che mi par di quelle ch'io cerco, e dico tra me, rallegrandomi: — È il tal dei
tali! — ma, andandogli incontro, m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, un
Page 128
ignoto. A poco a poco la folla si dirada, percorro lunghi tratti deserti,
fiancheggiati da edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza o di carcere,
da case e da muri di cinta in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna, solo;
rientro un'altra volta sotto i portici, dove non suona più il passo che di pochi
solitari: corro dietro all'uno, corro incontro all'altro: nessun amico, nessun
conoscente; nessuno mi riconosce, nessuno mi guarda; chi svolta a destra,
chi svolta a sinistra, tutti scompaiono. Corro a casa degli amici più stretti,
agli uffici dove sono impiegati, a quella tal farmacia, in quel dato caffè che
so che frequentano: non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; suono,
picchio, chiamo, domando ad alta voce: — Il tale? Il tal altro? — Nessuno
sa nulla. Affannato, addolorato, mi rimetto a correre per la via maestra,
infilo i vicoli laterali, giro e rigiro in mezzo a case che riconosco, non so
come, benchè non sian più quelle d'una volta, per crocicchi e per piazzette
che si allargano e si restringono come se gli edifizi dintorno danzassero, per
vicoli che s'allungano e si perdon nelle tenebre, intorno a vecchie chiese che
si trasformano al mio avvicinarsi in cattedrali enormi, e da per tutto
incontro, fiancheggio, raggiungo delle ombre umane; ma da nessuna parte
rivedo un amico, un conoscente, un viso del passato. E questa corsa
angosciosa dura fin che mi risveglio, col cuore pieno di tristezza. Da anni e
anni faccio sempre, con poche variazioni, questo medesimo sogno. È
impossibile che non ci sia una ragione. L'ho cercata molte volte, meditando
a lungo; ho anche letto dei libri di onirologia scientifica, con la speranza di
cavarne qualche lume a scoprire il mistero: non ci ho trovato nulla che mi
giovasse. Eppure, dico, una ragione ci ha da essere, nella mia vita, nella mia
coscienza, che so io? una ragione che dispero di ritrovare, ma che son
persuaso non possa essere che triste, e legata strettamente con altri misteri
dell'anima, tristi del pari, che non mi saranno svelati mai. Per questo non la
cerco più da qualche tempo. Ora se una voce soprannaturale mi dicesse: —
La so, — e mi domandasse: — La vuoi sapere? — risponderei: — Voglio
ignorarla. — Sarà una superstizione indegna d'un uomo; ma è così. Ho
paura non so di che, come l'Osvaldo dell'Ibsen. E non di meno desidero
sempre di rifare quel sogno, tanto è cara al mio cuore, tanto mi par bella
anche non popolata che di spettri, tanto mi attira e mi affascina quella
piccola città alpina, dove l'età più felice della mia vita si chiuse con la morte
del più saggio e dolce amico ch'io abbia avuto sopra la terra. Cuneo è la
città, e pronuncio con sentimento di riverenza e di gratitudine questo nome,
fiancheggiati da edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza o di carcere,
da case e da muri di cinta in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna, solo;
rientro un'altra volta sotto i portici, dove non suona più il passo che di pochi
solitari: corro dietro all'uno, corro incontro all'altro: nessun amico, nessun
conoscente; nessuno mi riconosce, nessuno mi guarda; chi svolta a destra,
chi svolta a sinistra, tutti scompaiono. Corro a casa degli amici più stretti,
agli uffici dove sono impiegati, a quella tal farmacia, in quel dato caffè che
so che frequentano: non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; suono,
picchio, chiamo, domando ad alta voce: — Il tale? Il tal altro? — Nessuno
sa nulla. Affannato, addolorato, mi rimetto a correre per la via maestra,
infilo i vicoli laterali, giro e rigiro in mezzo a case che riconosco, non so
come, benchè non sian più quelle d'una volta, per crocicchi e per piazzette
che si allargano e si restringono come se gli edifizi dintorno danzassero, per
vicoli che s'allungano e si perdon nelle tenebre, intorno a vecchie chiese che
si trasformano al mio avvicinarsi in cattedrali enormi, e da per tutto
incontro, fiancheggio, raggiungo delle ombre umane; ma da nessuna parte
rivedo un amico, un conoscente, un viso del passato. E questa corsa
angosciosa dura fin che mi risveglio, col cuore pieno di tristezza. Da anni e
anni faccio sempre, con poche variazioni, questo medesimo sogno. È
impossibile che non ci sia una ragione. L'ho cercata molte volte, meditando
a lungo; ho anche letto dei libri di onirologia scientifica, con la speranza di
cavarne qualche lume a scoprire il mistero: non ci ho trovato nulla che mi
giovasse. Eppure, dico, una ragione ci ha da essere, nella mia vita, nella mia
coscienza, che so io? una ragione che dispero di ritrovare, ma che son
persuaso non possa essere che triste, e legata strettamente con altri misteri
dell'anima, tristi del pari, che non mi saranno svelati mai. Per questo non la
cerco più da qualche tempo. Ora se una voce soprannaturale mi dicesse: —
La so, — e mi domandasse: — La vuoi sapere? — risponderei: — Voglio
ignorarla. — Sarà una superstizione indegna d'un uomo; ma è così. Ho
paura non so di che, come l'Osvaldo dell'Ibsen. E non di meno desidero
sempre di rifare quel sogno, tanto è cara al mio cuore, tanto mi par bella
anche non popolata che di spettri, tanto mi attira e mi affascina quella
piccola città alpina, dove l'età più felice della mia vita si chiuse con la morte
del più saggio e dolce amico ch'io abbia avuto sopra la terra. Cuneo è la
città, e pronuncio con sentimento di riverenza e di gratitudine questo nome,
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il quale mi desta la visione d'una città immensamente lontana, posta quasi ai
confini del mondo, che si disegna in contorni azzurri sulla bianchezza
d'un'alba luminosa.
confini del mondo, che si disegna in contorni azzurri sulla bianchezza
d'un'alba luminosa.
Page 130
BAMBOLE E MARIONETTE
Page 131
IL “RE DELLE BAMBOLE„.
Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti, ed è Gerardo Bonini,
inventore, fabbricante e negoziante di bambine inanimate, che ha la bottega
in via Roma. Non è difficile trovarla perchè vi si vede davanti a tutte le ore
del giorno una schiera di ragazzine del popolo che, ammirando le vetrine, si
scordano dell'involto, del cavolo o delle pagnotte che debbono portare a
casa, per abbandonarsi a un'orgia di desideri. E tutte le signorine piccole
che passan di là, condotte per mano dalla mamma o dalla governante, per
una ventina di passi tirano l'accompagnatrice, sporgendo il viso innanzi, e
per un'altra ventina di passi si fanno tirare, torcendo il capo indietro.
Passando di là una mattina, mi ricordai d'un giorno che, avendo detto in
casa mia, in presenza della figlioletta d'una nostra vicina: — A momenti
verrà il Bonini (un mio amico ufficiale), — quella, illusa dall'omonimia,
diede uno scatto sulla seggiola, come se avessi detto: — A momenti verrà
l'Imperatore di tutte le Russie; — e quel ricordo mi destò curiosità di
conoscer l'uomo e le sue opere.
Pensai di presentarmi senz'altro. — Ho lavorato anch'io per i bambini, —
dissi tra me; — non sdegnerà di ricevermi come un collega. — Ed entrai in
quella bottega stretta, lunghissima, male rischiarata; ma che alla fantasia di
bambine innumerevoli appare più vasta e più sfolgorante del palazzo
imperiale degl'Incas.
Il Bonini stava in fondo alla sua reggia piena di tesori visibili e invisibili,
leggendo la Gazzetta del popolo, come uno oscuro cittadino qualsiasi. È un
ometto sui cinquanta, di viso intelligente e benevolo, dotato di quella
dolcezza particolare di modi che è propria di tutti coloro che hanno una
clientela fanciullesca signorile, siano essi bottegai, sarti, medici o ripetitori.
Temetti non di meno, per un momento, che il suo aspetto mi avesse
ingannato perchè, appena inteso lo scopo della mia visita, afferrò per i piedi
una delle sue bambole, e a modo dell'Eviradnus di Victor Hugo col
Così lo chiamano molte delle sue piccole clienti, ed è Gerardo Bonini,
inventore, fabbricante e negoziante di bambine inanimate, che ha la bottega
in via Roma. Non è difficile trovarla perchè vi si vede davanti a tutte le ore
del giorno una schiera di ragazzine del popolo che, ammirando le vetrine, si
scordano dell'involto, del cavolo o delle pagnotte che debbono portare a
casa, per abbandonarsi a un'orgia di desideri. E tutte le signorine piccole
che passan di là, condotte per mano dalla mamma o dalla governante, per
una ventina di passi tirano l'accompagnatrice, sporgendo il viso innanzi, e
per un'altra ventina di passi si fanno tirare, torcendo il capo indietro.
Passando di là una mattina, mi ricordai d'un giorno che, avendo detto in
casa mia, in presenza della figlioletta d'una nostra vicina: — A momenti
verrà il Bonini (un mio amico ufficiale), — quella, illusa dall'omonimia,
diede uno scatto sulla seggiola, come se avessi detto: — A momenti verrà
l'Imperatore di tutte le Russie; — e quel ricordo mi destò curiosità di
conoscer l'uomo e le sue opere.
Pensai di presentarmi senz'altro. — Ho lavorato anch'io per i bambini, —
dissi tra me; — non sdegnerà di ricevermi come un collega. — Ed entrai in
quella bottega stretta, lunghissima, male rischiarata; ma che alla fantasia di
bambine innumerevoli appare più vasta e più sfolgorante del palazzo
imperiale degl'Incas.
Il Bonini stava in fondo alla sua reggia piena di tesori visibili e invisibili,
leggendo la Gazzetta del popolo, come uno oscuro cittadino qualsiasi. È un
ometto sui cinquanta, di viso intelligente e benevolo, dotato di quella
dolcezza particolare di modi che è propria di tutti coloro che hanno una
clientela fanciullesca signorile, siano essi bottegai, sarti, medici o ripetitori.
Temetti non di meno, per un momento, che il suo aspetto mi avesse
ingannato perchè, appena inteso lo scopo della mia visita, afferrò per i piedi
una delle sue bambole, e a modo dell'Eviradnus di Victor Hugo col
Page 132
cadavere del piccolo Ladislao, si mise a picchiar botte da orbo sul banco,
come se fosse irritato dalla mia presenza. Mi ricredetti subito, peraltro. Era
quella una delle sue bambole infrangibili, benedette dai padri di famiglia,
ed egli ne faceva quel mal governo per provarmi l'invulnerabilità delle sue
creature.
Poi, alzando le sottanine alla bambola, mi fece osservare come fossero ben
riprodotte le forme anche delle gambe; ciò che una volta non si faceva.
Erano due belle gambe, infatti, ma di donna, non di bimba; anzi così bene
imitate che l'atto del Bonini sarebbe potuto parer disonesto.
E prese a discorrere familiarmente. Riconobbi subito l'artista al modo con
cui mi raccontò, colorandosi in viso, come egli e sua moglie avessero fatto
un viaggio a Parigi per visitare i grandi magazzini di bambole, e rubare —
è la sua espressione — con gli occhi. Scopersi poi sotto l'artista il filosofo
quando, dicendomi che le mamme preferiscono le bambole “vestite da
bimba„ a quelle “vestite da signora„ perchè queste “svegliano nelle ragazze
delle idee ambiziose„ fece un fine sorriso, che voleva dire evidentemente:
— Ha capito? Lei credeva forse che fosse il lusso delle mamme quello che
sveglia l'ambizione nelle figliuole.... Si disinganni; è il lusso delle
bambole. —
Conosciuto l'uomo, decisi di fare un interrogatorio minuto, tanto più che,
piovendo, non si era disturbati dagli avventori. La grande affluenza, del
resto, è dopo mezzogiorno, e sopra tutto in dicembre, sotto Natale. Allora la
bottega è affollata dalla mattina alla sera, il numero raddoppiato dei
commessi basta appena al servizio, son tutti costretti qualche giorno a far di
meno della colazione, e dopo chiusa la bottega, il lavoro dura ancora nel
laboratorio, dove molte ragazze passano le notti intere ad allestir corredi
straordinari; e si succedono così le giornate fra un tal rimescolìo e una tal
confusione di bambole e di bimbe, di vocine naturali e di vocine
meccaniche, di braccini di carne e di braccini di legno, gesticolanti ad un
tempo, e d'occhietti viventi e d'occhietti di vetro luccicanti da tutte le parti,
che in qualche momento, dice il Bonini, stanco di corpo e di mente e come
preso da un'allucinazione, egli è sul punto di confondere la merce con la
clientela, di rivolger la parola a una puppattola e di dar la corda a una
signorina.
come se fosse irritato dalla mia presenza. Mi ricredetti subito, peraltro. Era
quella una delle sue bambole infrangibili, benedette dai padri di famiglia,
ed egli ne faceva quel mal governo per provarmi l'invulnerabilità delle sue
creature.
Poi, alzando le sottanine alla bambola, mi fece osservare come fossero ben
riprodotte le forme anche delle gambe; ciò che una volta non si faceva.
Erano due belle gambe, infatti, ma di donna, non di bimba; anzi così bene
imitate che l'atto del Bonini sarebbe potuto parer disonesto.
E prese a discorrere familiarmente. Riconobbi subito l'artista al modo con
cui mi raccontò, colorandosi in viso, come egli e sua moglie avessero fatto
un viaggio a Parigi per visitare i grandi magazzini di bambole, e rubare —
è la sua espressione — con gli occhi. Scopersi poi sotto l'artista il filosofo
quando, dicendomi che le mamme preferiscono le bambole “vestite da
bimba„ a quelle “vestite da signora„ perchè queste “svegliano nelle ragazze
delle idee ambiziose„ fece un fine sorriso, che voleva dire evidentemente:
— Ha capito? Lei credeva forse che fosse il lusso delle mamme quello che
sveglia l'ambizione nelle figliuole.... Si disinganni; è il lusso delle
bambole. —
Conosciuto l'uomo, decisi di fare un interrogatorio minuto, tanto più che,
piovendo, non si era disturbati dagli avventori. La grande affluenza, del
resto, è dopo mezzogiorno, e sopra tutto in dicembre, sotto Natale. Allora la
bottega è affollata dalla mattina alla sera, il numero raddoppiato dei
commessi basta appena al servizio, son tutti costretti qualche giorno a far di
meno della colazione, e dopo chiusa la bottega, il lavoro dura ancora nel
laboratorio, dove molte ragazze passano le notti intere ad allestir corredi
straordinari; e si succedono così le giornate fra un tal rimescolìo e una tal
confusione di bambole e di bimbe, di vocine naturali e di vocine
meccaniche, di braccini di carne e di braccini di legno, gesticolanti ad un
tempo, e d'occhietti viventi e d'occhietti di vetro luccicanti da tutte le parti,
che in qualche momento, dice il Bonini, stanco di corpo e di mente e come
preso da un'allucinazione, egli è sul punto di confondere la merce con la
clientela, di rivolger la parola a una puppattola e di dar la corda a una
signorina.
Page 133
*
— In tanti anni — gli dissi — avrà potuto fare sulla sua clientela molte
osservazioni preziose.
Sì, ne fece molte e curiose. La prima è che, rispetto alle bambole, le clienti
si possono dividere in tre famiglie: quelle che le desiderano e le amano
moderatamente, le appassionate ardenti, e quelle indifferenti o quasi, o per
precocità d'altri gusti o per apatìa di natura. Quest'ultime, però, sono assai
rare.
E corrugando le ciglia, dopo un breve silenzio, come per interporre uno
spazio, che impedisse il sospetto d'un accordo interessato tra il fabbricante e
il filosofo, soggiunse: — Difficilmente queste riescono buone madri.
— Anch'io lo credo, — risposi, e stavo per citare sbadatamente il proverbio
“chi non ama le bestie non ama i cristiani„, ma tacqui perchè mi parve
un'offesa all'arte.
— Lei dovrebbe vedere, — rispose il Bonini, — è un divertimento. — E
parlò delle “appassionate„. Ce n'è di quelle che entrano nella bottega con la
febbre, che prorompono in grida di ammirazione, in esclamazioni di gioia,
in risa, in trilli di piacere, da parer che ammattiscano. Alcune, non di meno,
si mostran poi ragionevoli, si contentano o, meglio, si rassegnano a quella
che conviene alla borsa del padre o della madre. Ma altre no, e fanno scene
di tragedia, singhiozzando e pestando i piedi, fino a buttarsi sul pavimento e
a rivoltolarvisi, menando in aria le piote, come frenetiche. — Ma anche
quelle che si rassegnano, se vedesse che sguardi lanciano alle bambole a cui
debbono rinunziare; sguardi d'amore, sospiri, se sentisse, addii, col capo
rivolto indietro, con certe espressioni di tenerezza e di struggimento, che
nessuna attrice drammatica sarebbe capace di rifarle. Mi fa pena a vederle,
qualche volta, glie l'assicuro.
Fra le “appassionate„ poi, v'è una “categoria„ particolare, interessantissima.
Son le dignitose che entrano col manifesto proposito di dissimulare la
propria passione. E a parole si mostran tranquille, non spiccicando che
monosillabi, non esprimendo con la voce nè curiosità nè meraviglia: a chi
non le osservi bene posson parere quasi indifferenti. Ma tremano e fremono,
— In tanti anni — gli dissi — avrà potuto fare sulla sua clientela molte
osservazioni preziose.
Sì, ne fece molte e curiose. La prima è che, rispetto alle bambole, le clienti
si possono dividere in tre famiglie: quelle che le desiderano e le amano
moderatamente, le appassionate ardenti, e quelle indifferenti o quasi, o per
precocità d'altri gusti o per apatìa di natura. Quest'ultime, però, sono assai
rare.
E corrugando le ciglia, dopo un breve silenzio, come per interporre uno
spazio, che impedisse il sospetto d'un accordo interessato tra il fabbricante e
il filosofo, soggiunse: — Difficilmente queste riescono buone madri.
— Anch'io lo credo, — risposi, e stavo per citare sbadatamente il proverbio
“chi non ama le bestie non ama i cristiani„, ma tacqui perchè mi parve
un'offesa all'arte.
— Lei dovrebbe vedere, — rispose il Bonini, — è un divertimento. — E
parlò delle “appassionate„. Ce n'è di quelle che entrano nella bottega con la
febbre, che prorompono in grida di ammirazione, in esclamazioni di gioia,
in risa, in trilli di piacere, da parer che ammattiscano. Alcune, non di meno,
si mostran poi ragionevoli, si contentano o, meglio, si rassegnano a quella
che conviene alla borsa del padre o della madre. Ma altre no, e fanno scene
di tragedia, singhiozzando e pestando i piedi, fino a buttarsi sul pavimento e
a rivoltolarvisi, menando in aria le piote, come frenetiche. — Ma anche
quelle che si rassegnano, se vedesse che sguardi lanciano alle bambole a cui
debbono rinunziare; sguardi d'amore, sospiri, se sentisse, addii, col capo
rivolto indietro, con certe espressioni di tenerezza e di struggimento, che
nessuna attrice drammatica sarebbe capace di rifarle. Mi fa pena a vederle,
qualche volta, glie l'assicuro.
Fra le “appassionate„ poi, v'è una “categoria„ particolare, interessantissima.
Son le dignitose che entrano col manifesto proposito di dissimulare la
propria passione. E a parole si mostran tranquille, non spiccicando che
monosillabi, non esprimendo con la voce nè curiosità nè meraviglia: a chi
non le osservi bene posson parere quasi indifferenti. Ma tremano e fremono,
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si fanno pallide e rosse, schizzano scintille dagli occhi, e al momento di
metter la mano sulla bambola desiderata e ottenuta, ma non sperata, quasi
tutte si tradiscono. Bisogna veder le mosse, lo slancio con cui alcune se ne
impossessano e se le serrano al petto: tigrette affamate che abbrancano la
preda. — E non vogliono a nessun patto che io mandi loro la bambola a
casa: se la vogliono portare da sè, anche se è pesante, a braccia incrociate,
viso contro viso, girando gli occhi diffidenti, scansando ogni bimba che
incontrano per la strada, “per paura di un colpo di mano„.
E le astute! Anche queste fanno delle scenette impagabili. Ce n'è delle
piccolissime che hanno già la finezza di fingere di non capire che una certa
bambola sia più cara d'un'altra, e cercan di dare alla loro scelta una ragione
diversa dalla vera, che paia anche una prova della loro gentilezza di cuore:
non vogliono quella tale perchè è più grande e meglio abbigliata; ma perchè
ha l'aria più buona. Altre credono di pigliare all'amo i parenti con certi
sotterfugi di un'evidenza comicissima: vogliono una bambola da trenta lire,
per esempio, invece di una da cinque; ma quella si contentano di prenderla
in camicia, mentre questa è vestita; perchè c'è compenso, secondo loro. E
bisogna sentire qualche altra, quando la mamma, mentre contratta una
bambola già quasi accettata, cerca, movendosi, di non lasciargliene vedere
una più cara, che potrebbe far rifiutare la prima, bisogna sentire con che
tuono le dicono: — Eh, mamma, non serve che tu ti metta in mezzo: l'ho già
vista. Tu cerchi di pararla perchè costa di più. Ah, vedi che diventi rossa!
Ebbene, è quella lì appunto che io voglio. —
Fra le astute ci sono le ostinate impassibili, che sono un “genere„ tremendo;
ed hanno tutte un procedimento uguale, come se l'avessero imparato tutte da
una sola. Si vede alle volte una intera famiglia, disposta in cerchio intorno a
una bimba alta un palmo, scalmanarsi un'ora inutilmente, con le buone e
con le brusche, per indurla a cedere; e quella rimane là in mezzo immobile,
incocciata a volere la bambola preferita, dura e muta come un paracarro.
Conosce i suoi polli, ha fatto i suoi conti; sa per prova che, a tener duro, la
spunterà, senza darsi l'incomodo di piangere e di strepitare: le basta tacere e
non muoversi, respingendo a colpi di gomito ben assestati le mani
carezzevoli che tentano di posarsele sulle spalle per rabbonirla. Non c'è che
pigliarla in braccio e portarla via come un pacco. Ma le bimbe che fanno
così hanno dei parenti incapaci di quegli atti eroici. Falliti i negoziati e
metter la mano sulla bambola desiderata e ottenuta, ma non sperata, quasi
tutte si tradiscono. Bisogna veder le mosse, lo slancio con cui alcune se ne
impossessano e se le serrano al petto: tigrette affamate che abbrancano la
preda. — E non vogliono a nessun patto che io mandi loro la bambola a
casa: se la vogliono portare da sè, anche se è pesante, a braccia incrociate,
viso contro viso, girando gli occhi diffidenti, scansando ogni bimba che
incontrano per la strada, “per paura di un colpo di mano„.
E le astute! Anche queste fanno delle scenette impagabili. Ce n'è delle
piccolissime che hanno già la finezza di fingere di non capire che una certa
bambola sia più cara d'un'altra, e cercan di dare alla loro scelta una ragione
diversa dalla vera, che paia anche una prova della loro gentilezza di cuore:
non vogliono quella tale perchè è più grande e meglio abbigliata; ma perchè
ha l'aria più buona. Altre credono di pigliare all'amo i parenti con certi
sotterfugi di un'evidenza comicissima: vogliono una bambola da trenta lire,
per esempio, invece di una da cinque; ma quella si contentano di prenderla
in camicia, mentre questa è vestita; perchè c'è compenso, secondo loro. E
bisogna sentire qualche altra, quando la mamma, mentre contratta una
bambola già quasi accettata, cerca, movendosi, di non lasciargliene vedere
una più cara, che potrebbe far rifiutare la prima, bisogna sentire con che
tuono le dicono: — Eh, mamma, non serve che tu ti metta in mezzo: l'ho già
vista. Tu cerchi di pararla perchè costa di più. Ah, vedi che diventi rossa!
Ebbene, è quella lì appunto che io voglio. —
Fra le astute ci sono le ostinate impassibili, che sono un “genere„ tremendo;
ed hanno tutte un procedimento uguale, come se l'avessero imparato tutte da
una sola. Si vede alle volte una intera famiglia, disposta in cerchio intorno a
una bimba alta un palmo, scalmanarsi un'ora inutilmente, con le buone e
con le brusche, per indurla a cedere; e quella rimane là in mezzo immobile,
incocciata a volere la bambola preferita, dura e muta come un paracarro.
Conosce i suoi polli, ha fatto i suoi conti; sa per prova che, a tener duro, la
spunterà, senza darsi l'incomodo di piangere e di strepitare: le basta tacere e
non muoversi, respingendo a colpi di gomito ben assestati le mani
carezzevoli che tentano di posarsele sulle spalle per rabbonirla. Non c'è che
pigliarla in braccio e portarla via come un pacco. Ma le bimbe che fanno
così hanno dei parenti incapaci di quegli atti eroici. Falliti i negoziati e
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sciupate le minacce, il padre o la madre finisce con rassegnarsi e munger la
borsa, con la magra consolazione — qualche volta espressa a voce alta —
di pensar che la sua figliuola è un carattere.
Domandai al Bonini che parte egli rappresentasse in questi piccoli drammi.
— Una parte odiosa, — rispose sorridendo, — quasi sempre. — E mi
raccontò un fatterello divertente. Anni fa, gli venne in bottega, con la
mamma e una zia, una bella bimba, una ricciolina bruna, di quelle
“tragiche„; la quale fece tali furie perchè non le volevan comprare una
bambola delle più care, si mise a strillare e a dimenarsi con tale frenesia,
che la madre, sgomenta, affannata dal timore che le pigliassero le
convulsioni, si diede a gridare quasi piangendo: — Dio mio! Che cosa fare!
M'aiuti lei! Trovi qualche modo! — E il Bonini trovò: agguantò la bambola
desiderata, corse in fondo alla bottega, fece mostra di ravvolgerla in un
panno, dove mise invece quella scelta dalla signora, ingrossando il volume
con una dozzina di giornali, legò l'involto traditore in fretta e in furia, e
portatolo alla bimba, le disse: — Prenda, se la porti a casa, aggiusteremo i
conti un'altra volta. — Ah, buon Dio! — esclamò; — seppi poi quello che
era accaduto a casa, all'apertura dell'involto: una tempesta, un inferno tale,
caro signore, che ebbi rimorso dell'opera mia.
— E poi? — domandai.
— E poi.... La bimba è tornata qui altre volte.... Da anni non ci vien più, è
una signorina da marito, la vedo qualche volta passar per via Roma: ebbene,
lo vuol credere? Lo capisco dalle occhiate che mi tira.... Non mi ha ancor
perdonato!
Gli domandai fino a che età venissero le ragazze a comperar bambole.
Sorrise, e rispose sottovoce: — Alcune vengono fino a un'età.... incredibile.
— E si mostrò osservatore fine ed artista parlando del come certe ragazze
grandi si presentano, nelle ore che non c'è nessuno, un po' impacciate, con
due rose vive sulle guance, sorridendo e vergognandosi a un tempo:
graziosissime, veramente. E qualche volta egli s'avvede benissimo della
commediola concertata che recitano insieme, per salvare la dignità, la
figliuola e la mamma; le quali esaminano la merce discorrendo fra loro
come se la compera fosse destinata ad una sorella più piccola, di cui non
esiste l'effigie. Quante ne ha viste passare in ventidue anni! Quante ne
borsa, con la magra consolazione — qualche volta espressa a voce alta —
di pensar che la sua figliuola è un carattere.
Domandai al Bonini che parte egli rappresentasse in questi piccoli drammi.
— Una parte odiosa, — rispose sorridendo, — quasi sempre. — E mi
raccontò un fatterello divertente. Anni fa, gli venne in bottega, con la
mamma e una zia, una bella bimba, una ricciolina bruna, di quelle
“tragiche„; la quale fece tali furie perchè non le volevan comprare una
bambola delle più care, si mise a strillare e a dimenarsi con tale frenesia,
che la madre, sgomenta, affannata dal timore che le pigliassero le
convulsioni, si diede a gridare quasi piangendo: — Dio mio! Che cosa fare!
M'aiuti lei! Trovi qualche modo! — E il Bonini trovò: agguantò la bambola
desiderata, corse in fondo alla bottega, fece mostra di ravvolgerla in un
panno, dove mise invece quella scelta dalla signora, ingrossando il volume
con una dozzina di giornali, legò l'involto traditore in fretta e in furia, e
portatolo alla bimba, le disse: — Prenda, se la porti a casa, aggiusteremo i
conti un'altra volta. — Ah, buon Dio! — esclamò; — seppi poi quello che
era accaduto a casa, all'apertura dell'involto: una tempesta, un inferno tale,
caro signore, che ebbi rimorso dell'opera mia.
— E poi? — domandai.
— E poi.... La bimba è tornata qui altre volte.... Da anni non ci vien più, è
una signorina da marito, la vedo qualche volta passar per via Roma: ebbene,
lo vuol credere? Lo capisco dalle occhiate che mi tira.... Non mi ha ancor
perdonato!
Gli domandai fino a che età venissero le ragazze a comperar bambole.
Sorrise, e rispose sottovoce: — Alcune vengono fino a un'età.... incredibile.
— E si mostrò osservatore fine ed artista parlando del come certe ragazze
grandi si presentano, nelle ore che non c'è nessuno, un po' impacciate, con
due rose vive sulle guance, sorridendo e vergognandosi a un tempo:
graziosissime, veramente. E qualche volta egli s'avvede benissimo della
commediola concertata che recitano insieme, per salvare la dignità, la
figliuola e la mamma; le quali esaminano la merce discorrendo fra loro
come se la compera fosse destinata ad una sorella più piccola, di cui non
esiste l'effigie. Quante ne ha viste passare in ventidue anni! Quante ne
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riconosce ancora, che hanno preso marito e son madri! Per alcune, tra
l'ultima bambola che comprarono per sè e la prima che vengono a
comperare per la loro bambina, non passano che cinque o sei anni.
Vedendole comparire, dopo qualche tempo, con una governante che ha un
batuffolo in braccio, gli par che vengano a restituire l'ultimo acquisto che
hanno fatto nella sua bottega. Qualcuna gli dice scherzando: — Quando le
comperavo per me, non tirava i prezzi a questo modo. — E spesso egli vede
la bambina far le medesime scenate che fece la madre, e quando questa le
dice: — Ma che modi son questi? Ma non hai vergogna a farti sentire? Ma
non vedi che tutti ti guardano, ecc. — si ricorda che eran proprio quelle
stesse parole che la nonna diceva a lei, pochi anni addietro, e proprio sulle
stesse pianelle del pavimento, e con lo stessissimo frutto; e ha buona
speranza di veder ancor ripetere la scena dalla bambina presente con una
bambina futura.
*
Di un gran numero delle sue clienti serba i nomi in un registro “a figlia e
matrice„ dove sono segnate le riparazioni da fare alle bambole: poichè egli
non è meno rinomato raccomodatore che fabbricatore, e fa l'agevolezza del
pagamento cumulativo in fin d'anno, come i medici. Diedi un'occhiata
all'ultimo libro: in poco più d'un anno quasi tremila riparazioni: è un bel
rompere. Si trovano in quei fogli i nomi d'un gran numero di famiglie note
dell'aristocrazia, dell'alta industria, dell'alta finanza e della politica, e le
registrazioni sono fatte in modo che, a legger quel libro altrove, senza
sapere a chi appartiene, si fremerebbe d'orrore e di pietà, e si riderebbe
anche cordialmente. Figuratevi! — Signorina A. B. le gambe rotte —
Contessa S. D. R. perduti gli occhi — Marchesa D. O. T. — una parrucca
— Signora E. Z. — cambiarle le calze; e avanti così. A una baronessa va
rinnovato il meccanismo, un'altra signora ha perduto la voce, un'altra ha
perduto la testa. Ma in realtà non c'è da ridere, perchè molte delle clienti
vengono a portar la bambola con gli occhi ancora lagrimosi, addolorate
come d'una disgrazia vera, e, lasciandola, fanno raccomandazioni su
raccomandazioni, con voce commossa, come la madre al chirurgo che deve
operare il figliuolo. E la sala delle operazioni è là presso, tutta ingombra di
ferri, di pinze, di fili, di piccoli congegni per tener unite le membra avulse,
l'ultima bambola che comprarono per sè e la prima che vengono a
comperare per la loro bambina, non passano che cinque o sei anni.
Vedendole comparire, dopo qualche tempo, con una governante che ha un
batuffolo in braccio, gli par che vengano a restituire l'ultimo acquisto che
hanno fatto nella sua bottega. Qualcuna gli dice scherzando: — Quando le
comperavo per me, non tirava i prezzi a questo modo. — E spesso egli vede
la bambina far le medesime scenate che fece la madre, e quando questa le
dice: — Ma che modi son questi? Ma non hai vergogna a farti sentire? Ma
non vedi che tutti ti guardano, ecc. — si ricorda che eran proprio quelle
stesse parole che la nonna diceva a lei, pochi anni addietro, e proprio sulle
stesse pianelle del pavimento, e con lo stessissimo frutto; e ha buona
speranza di veder ancor ripetere la scena dalla bambina presente con una
bambina futura.
*
Di un gran numero delle sue clienti serba i nomi in un registro “a figlia e
matrice„ dove sono segnate le riparazioni da fare alle bambole: poichè egli
non è meno rinomato raccomodatore che fabbricatore, e fa l'agevolezza del
pagamento cumulativo in fin d'anno, come i medici. Diedi un'occhiata
all'ultimo libro: in poco più d'un anno quasi tremila riparazioni: è un bel
rompere. Si trovano in quei fogli i nomi d'un gran numero di famiglie note
dell'aristocrazia, dell'alta industria, dell'alta finanza e della politica, e le
registrazioni sono fatte in modo che, a legger quel libro altrove, senza
sapere a chi appartiene, si fremerebbe d'orrore e di pietà, e si riderebbe
anche cordialmente. Figuratevi! — Signorina A. B. le gambe rotte —
Contessa S. D. R. perduti gli occhi — Marchesa D. O. T. — una parrucca
— Signora E. Z. — cambiarle le calze; e avanti così. A una baronessa va
rinnovato il meccanismo, un'altra signora ha perduto la voce, un'altra ha
perduto la testa. Ma in realtà non c'è da ridere, perchè molte delle clienti
vengono a portar la bambola con gli occhi ancora lagrimosi, addolorate
come d'una disgrazia vera, e, lasciandola, fanno raccomandazioni su
raccomandazioni, con voce commossa, come la madre al chirurgo che deve
operare il figliuolo. E la sala delle operazioni è là presso, tutta ingombra di
ferri, di pinze, di fili, di piccoli congegni per tener unite le membra avulse,
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di boccette di colori per ritingere i visi slavati, di vasetti di pasta per curare
le scoriazioni e le piaghe; e vi si vedono sui tavoli, sulle seggiole, sul
davanzale delle finestre, buttate in tutti gli atteggiamenti, grandi bambole
nude, con le capigliature tragicamente arrovesciate, con “gli occhi mobili„
stralunati, con le “bocche parlanti„ spalancate, le une cieche, le altre zoppe,
le altre mutilate, teste separate dal busto, tronchi con le braccia tese, braccia
e gambe disperse; uno spettacolo orrendo, che mi ricordò un cert'antro
fantastico di Jack lo squartatore, visto in un baraccone di Piazza Vittorio
Emanuele, nel carnevale passato. Ma v'è in un angolo un cassone che dà
anche meglio l'idea di tutti gli strazi che possono fare di un simulacro
fragile di corpo umano quegli artiglietti così industriosi e pazienti nel lavoro
di distruzione che son le manine fanciullesche eccitate dalla curiosità
istintiva dell'anatomia del giocattolo: un cassone che vi richiamerebbe alla
mente il carnaio della casa di Sédan, descritto dallo Zola, dov'era
ammucchiato tutto quello che cadeva dalle tavole d'operazione del dottore
Bouroche. È una miscela miseranda di pezzi di cranio, di mezze facce, di
occhi divelti, di frammenti d'arti superiori e inferiori, di manine e di piedini
recisi, e di nasetti staccati e di chiome bruciate, che fanno pensare a mille
accidenti domestici e pianti e dolori e scenate e diverbi coniugali
conseguenti.... — Sei tu che l'hai avvezzata male. — Ma se ha il tuo
carattere per l'appunto! — Non è il mio carattere, è la tua educazione. —
Ma come?... — Ma certo!... — Ah, che esistenza, Dio mio!...
*
Merce ve n'è da contentare il bel sesso di tutte le scuole elementari della
penisola: cassetti sopra cassetti, casse dietro casse, strati sopra strati,
collegi, folle, generazioni di bambole; e poichè le straniere, per scemar le
spese della dogana, che prende due lire il chilogramma per le bambole
intere, si fanno venire divise in due, e anche le indigene, per occupar meno
spazio, si dividono, così ci sono casse piene di corpi senza testa, e casse
piene di teste scompagnate, in modo che le clienti possono metter la testa
che vogliono sul corpo che loro piace: operazione che scongiurerebbe tanti
guai se si potesse fare nei matrimoni! E poichè pagano di meno le teste
senz'occhi, ci sono casse piene di teste con le occhiaie vuote e casse piene
d'occhi di tutti i colori, che, al levar del coperchio, vi fissano in viso cento
le scoriazioni e le piaghe; e vi si vedono sui tavoli, sulle seggiole, sul
davanzale delle finestre, buttate in tutti gli atteggiamenti, grandi bambole
nude, con le capigliature tragicamente arrovesciate, con “gli occhi mobili„
stralunati, con le “bocche parlanti„ spalancate, le une cieche, le altre zoppe,
le altre mutilate, teste separate dal busto, tronchi con le braccia tese, braccia
e gambe disperse; uno spettacolo orrendo, che mi ricordò un cert'antro
fantastico di Jack lo squartatore, visto in un baraccone di Piazza Vittorio
Emanuele, nel carnevale passato. Ma v'è in un angolo un cassone che dà
anche meglio l'idea di tutti gli strazi che possono fare di un simulacro
fragile di corpo umano quegli artiglietti così industriosi e pazienti nel lavoro
di distruzione che son le manine fanciullesche eccitate dalla curiosità
istintiva dell'anatomia del giocattolo: un cassone che vi richiamerebbe alla
mente il carnaio della casa di Sédan, descritto dallo Zola, dov'era
ammucchiato tutto quello che cadeva dalle tavole d'operazione del dottore
Bouroche. È una miscela miseranda di pezzi di cranio, di mezze facce, di
occhi divelti, di frammenti d'arti superiori e inferiori, di manine e di piedini
recisi, e di nasetti staccati e di chiome bruciate, che fanno pensare a mille
accidenti domestici e pianti e dolori e scenate e diverbi coniugali
conseguenti.... — Sei tu che l'hai avvezzata male. — Ma se ha il tuo
carattere per l'appunto! — Non è il mio carattere, è la tua educazione. —
Ma come?... — Ma certo!... — Ah, che esistenza, Dio mio!...
*
Merce ve n'è da contentare il bel sesso di tutte le scuole elementari della
penisola: cassetti sopra cassetti, casse dietro casse, strati sopra strati,
collegi, folle, generazioni di bambole; e poichè le straniere, per scemar le
spese della dogana, che prende due lire il chilogramma per le bambole
intere, si fanno venire divise in due, e anche le indigene, per occupar meno
spazio, si dividono, così ci sono casse piene di corpi senza testa, e casse
piene di teste scompagnate, in modo che le clienti possono metter la testa
che vogliono sul corpo che loro piace: operazione che scongiurerebbe tanti
guai se si potesse fare nei matrimoni! E poichè pagano di meno le teste
senz'occhi, ci sono casse piene di teste con le occhiaie vuote e casse piene
d'occhi di tutti i colori, che, al levar del coperchio, vi fissano in viso cento
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sguardi interrogatori, come stupiti della luce improvvisa. E poi ancora
scatole sopra scatole piene di piccole capigliature bionde, brune, castagne,
arricciolate, increspate, ondulate, incipriate, che danno l'immagine di tanti
cofanetti di don Giovanni, contenenti le ciocche delle cento belle sedotte.
Ma quelle cassette di teste, con quei cartellini scritti a grossi caratteri,
quanto fanno pensare di più! Ce n'è tanta varietà quanta ne può offrire una
Camera di deputati: Teste di legno — Teste di ferro — Teste di cera — Teste
infrangibili — Teste piccole — Teste grandi — Teste fini.... — E v'è accanto
a questo un altro grande compartimento, quello delle marionette, che sono
pure una “specialità„ del Bonini; altri scatoloni innumerevoli, con certi
strani accoppiamenti di nomi sulle etichette, come vecchie e streghe —
monache e diavoli — fantasmi e garibaldini, — e fra le più appariscenti, tre
scatole che si toccano, su cui è scritto: — dottori — assassini — sindaci. —
E poi bambole da capo, il compartimento dei corredi, dove sono maraviglie
di piccolissime calze di tutte le tinte, con legaccioli che paiono anelli da
dito, di camicine trinate, di ombrellini, di manicotti in cui non entra il
mignolo, di piccoli corredi compiuti, che costano lo stipendio d'un anno di
molti maestri elementari del regno d'Italia; e poi il magazzino delle stoviglie
da tavola e da lavamani, che un tempo venivan tutte di fuori e ora si
fabbricano con molto gusto e a mite prezzo a Laveno; e in fine la sezione
dei mobili, dove ai prodotti di fabbrica sono frammiste tavole e seggiole
minuscole, fatte pazientemente a mano da lavoratori solitari, da giovani
artisti senza impiego, e anche da vecchi servitori dello Stato pensionati e
cavalieri, che, serbando l'incognito, si guadagnano con quei gingilli il
tabacco da naso.
*
Il Bonini mi mostrò le bambole più belle, chiomate e vestite, chiuse in una
scatola, e le scoperse come fa con le piccole clienti, levando il coperchio
con un gesto rapido e presentando la scatola ritta, in modo che la bambola
apparisca tutt'a un tratto, come sur un uscio spalancato, in tutta la sua virtù
seduttrice. E si capisce come, così presentate, facciano colpo. Alcune
appariscono con un braccio teso, come per porgere la mano alla
compratrice; altre con un piede alzato, come per slanciarsi verso di lei;
questa con la testina inclinata da una parte, come per vezzo; quella con gli
scatole sopra scatole piene di piccole capigliature bionde, brune, castagne,
arricciolate, increspate, ondulate, incipriate, che danno l'immagine di tanti
cofanetti di don Giovanni, contenenti le ciocche delle cento belle sedotte.
Ma quelle cassette di teste, con quei cartellini scritti a grossi caratteri,
quanto fanno pensare di più! Ce n'è tanta varietà quanta ne può offrire una
Camera di deputati: Teste di legno — Teste di ferro — Teste di cera — Teste
infrangibili — Teste piccole — Teste grandi — Teste fini.... — E v'è accanto
a questo un altro grande compartimento, quello delle marionette, che sono
pure una “specialità„ del Bonini; altri scatoloni innumerevoli, con certi
strani accoppiamenti di nomi sulle etichette, come vecchie e streghe —
monache e diavoli — fantasmi e garibaldini, — e fra le più appariscenti, tre
scatole che si toccano, su cui è scritto: — dottori — assassini — sindaci. —
E poi bambole da capo, il compartimento dei corredi, dove sono maraviglie
di piccolissime calze di tutte le tinte, con legaccioli che paiono anelli da
dito, di camicine trinate, di ombrellini, di manicotti in cui non entra il
mignolo, di piccoli corredi compiuti, che costano lo stipendio d'un anno di
molti maestri elementari del regno d'Italia; e poi il magazzino delle stoviglie
da tavola e da lavamani, che un tempo venivan tutte di fuori e ora si
fabbricano con molto gusto e a mite prezzo a Laveno; e in fine la sezione
dei mobili, dove ai prodotti di fabbrica sono frammiste tavole e seggiole
minuscole, fatte pazientemente a mano da lavoratori solitari, da giovani
artisti senza impiego, e anche da vecchi servitori dello Stato pensionati e
cavalieri, che, serbando l'incognito, si guadagnano con quei gingilli il
tabacco da naso.
*
Il Bonini mi mostrò le bambole più belle, chiomate e vestite, chiuse in una
scatola, e le scoperse come fa con le piccole clienti, levando il coperchio
con un gesto rapido e presentando la scatola ritta, in modo che la bambola
apparisca tutt'a un tratto, come sur un uscio spalancato, in tutta la sua virtù
seduttrice. E si capisce come, così presentate, facciano colpo. Alcune
appariscono con un braccio teso, come per porgere la mano alla
compratrice; altre con un piede alzato, come per slanciarsi verso di lei;
questa con la testina inclinata da una parte, come per vezzo; quella con gli
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“occhi mobili„ voltati in su come se dicesse: — Sia ringraziato il cielo! Son
libera! — E altre ancora in atteggiamenti drammatici, tutte con quel visetto
fatto a pesca, con quella bocca a botton di rosa, con quegli occhi grandi e
freddi di damine senza cuore e di cocottes senza pensieri. E vedendole così
passare pensavo al loro diverso destino, ai mille scopi diversi con cui
sarebbero state comprate. — Per questa, forse, la compratrice è già per la
strada, gongolante, e sarà qui a momenti; per quella, o sta per nascere o non
è ancor concepita; e quest'altra apparterrà a una bambina che, per ottenerla,
sta stillandosi il cervello sull'aritmetica e sulla geografia. E quante
serviranno a strappare il consenso all'estrazione d'un dente o alla trafittura
degli orecchi per le piccole búccole! L'una dormirà la notte di Natale sotto
un cuscino da letto, l'altra la sua prima notte libera sulla strada ferrata, e
parecchie saranno regalate alla figliuola per ripagare d'un favore il babbo, o
serviranno a distrarre la bimba mentre il donatore parlerà nell'orecchio alla
mamma. Ed altre son destinate a rallegrar la convalescenza di piccole
inferme, e forse più d'una ad esser pôrta, soffocando i singhiozzi, da una
madre desolata, ultimo conforto a una malattia senza speranza, e a cadere
un giorno dalla piccola mano scarnita, e a spezzarsi sul pavimento nel punto
che la sua mammina adottiva chiuderà gli occhi per sempre. E quante
carezze amorose, quante parole gentili, quanti teneri baci avranno questi
corpicini insensibili, quanti piccoli cuori palpiteranno contro questi brevi
petti pieni di tritura di sughero, su quante innocenti e soavi nudità
premeranno queste fantoccie i loro labbruzzi freddi di porcellana, strette fra
due braccini candidi e scaldate da un alito odoroso, dentro un lettuccio
visitato da sogni azzurri! — Eh, sì; ma molte si buscheranno anche delle
pacche secche, poichè è sempre in vigore, m'immagino, quel bell'uso
materno, così sapientemente educativo, di consolar la bimba che cade
picchiando la bambola ch'essa ha fatto cadere con sè; e poi perchè.... où il y
a des femmes il y a des claques, come dice il proverbio dei nostri amici.
*
Vidi infine le rarità: prima fra queste una piccola montanara di Varallo,
dove nacque il “re delle bambole„, vestita di tutto punto come le sue
compaesane vive, con quei ricami variopinti, che paiono mazzetti di fiori,
con quei calzoncini di panno nero, con quelle treccie solide, con quegli ori
libera! — E altre ancora in atteggiamenti drammatici, tutte con quel visetto
fatto a pesca, con quella bocca a botton di rosa, con quegli occhi grandi e
freddi di damine senza cuore e di cocottes senza pensieri. E vedendole così
passare pensavo al loro diverso destino, ai mille scopi diversi con cui
sarebbero state comprate. — Per questa, forse, la compratrice è già per la
strada, gongolante, e sarà qui a momenti; per quella, o sta per nascere o non
è ancor concepita; e quest'altra apparterrà a una bambina che, per ottenerla,
sta stillandosi il cervello sull'aritmetica e sulla geografia. E quante
serviranno a strappare il consenso all'estrazione d'un dente o alla trafittura
degli orecchi per le piccole búccole! L'una dormirà la notte di Natale sotto
un cuscino da letto, l'altra la sua prima notte libera sulla strada ferrata, e
parecchie saranno regalate alla figliuola per ripagare d'un favore il babbo, o
serviranno a distrarre la bimba mentre il donatore parlerà nell'orecchio alla
mamma. Ed altre son destinate a rallegrar la convalescenza di piccole
inferme, e forse più d'una ad esser pôrta, soffocando i singhiozzi, da una
madre desolata, ultimo conforto a una malattia senza speranza, e a cadere
un giorno dalla piccola mano scarnita, e a spezzarsi sul pavimento nel punto
che la sua mammina adottiva chiuderà gli occhi per sempre. E quante
carezze amorose, quante parole gentili, quanti teneri baci avranno questi
corpicini insensibili, quanti piccoli cuori palpiteranno contro questi brevi
petti pieni di tritura di sughero, su quante innocenti e soavi nudità
premeranno queste fantoccie i loro labbruzzi freddi di porcellana, strette fra
due braccini candidi e scaldate da un alito odoroso, dentro un lettuccio
visitato da sogni azzurri! — Eh, sì; ma molte si buscheranno anche delle
pacche secche, poichè è sempre in vigore, m'immagino, quel bell'uso
materno, così sapientemente educativo, di consolar la bimba che cade
picchiando la bambola ch'essa ha fatto cadere con sè; e poi perchè.... où il y
a des femmes il y a des claques, come dice il proverbio dei nostri amici.
*
Vidi infine le rarità: prima fra queste una piccola montanara di Varallo,
dove nacque il “re delle bambole„, vestita di tutto punto come le sue
compaesane vive, con quei ricami variopinti, che paiono mazzetti di fiori,
con quei calzoncini di panno nero, con quelle treccie solide, con quegli ori
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antichi: una bella maschiotta bionda, che costò al Bonini e a sua moglie
mesi di lavoro, e fece furore all'Esposizione di Palermo; per il che è
conservata in bottega come una gloria di famiglia. — Questa non si vende,
— mi disse l'autore de' suoi giorni. Infatti, aveva un'aria onesta. Ma le altre
“rarità„ che rappresentano contadine sarde, romane e napolitane, si
vendono; ed è curioso che sono quasi tutti viaggiatori stranieri quelli che le
comprano, non come giocattoli, ma come esemplari di vestiari italiani, per
non comprare un quadro del Michetti, del Quadrone o del Corelli; facendo
così una economia non disprezzabile. Domandai al Bonini se avesse delle
bambole col fonografo dentro. Mi rispose che n'aveva avute; ma che non ne
possedeva più. — Il modello che avevo fatto venire — soggiunse —
cantava una strofetta francese e poi faceva una risata.... Ma sa, di quelle
risate sguaiate, da canzonettiste parigine, che in una famiglia per bene fanno
un brutto sentire.... — Bambole corrotte, — osservai; — ha fatto bene a
farle fuori, perchè.... basta alle volte una sola anche in un grande
magazzino.... — Ed ero sul punto d'aggiungere: —.... per guastare tutte le
altre, — ma rinvenni a tempo dalla mia distrazione e fermai al volo lo
sproposito.
*
Ma ora viene il meglio, un vero finale da teatro. Stavo ancora
amoreggiando con la bella varallese, quando mi vedo buttar sul banco una
grossa bambola che agita le braccia e le gambe, gnaulando, come un bimbo
in culla, con una tale apparenza di vita, che mi desta quasi un senso di
ripugnanza. Mentre sto in ammirazione di quello sgambettìo, sentendomi
toccare una polpa, guardo giù, e vedo un'altra puppattolona con la veste
lunga, che mi fa intorno un giro di valzer. Non mi sono ancora scansato, ed
ecco un'altra bambola enorme, che alterna dei passi sul pavimento, tenuta
per le mani da un commesso, tale e quale come un bimbo che impara a
camminare. Un'altra bambola tanto fatta, nello stesso tempo, mi viene
incontro sul banco a passi risoluti, diritta, gettando delle strida di galletto,
come per domandarmi qualche cosa, e, voltandomi a un leggero rumore,
vedo dall'altra parte un'altra fantocciona paffuta, in camicia, che succhia il
poppaiolo a tutta forza, come divorata dalla fame. Non so dire lo strano
senso di stupore e quasi d'inquietudine che provai in mezzo a
mesi di lavoro, e fece furore all'Esposizione di Palermo; per il che è
conservata in bottega come una gloria di famiglia. — Questa non si vende,
— mi disse l'autore de' suoi giorni. Infatti, aveva un'aria onesta. Ma le altre
“rarità„ che rappresentano contadine sarde, romane e napolitane, si
vendono; ed è curioso che sono quasi tutti viaggiatori stranieri quelli che le
comprano, non come giocattoli, ma come esemplari di vestiari italiani, per
non comprare un quadro del Michetti, del Quadrone o del Corelli; facendo
così una economia non disprezzabile. Domandai al Bonini se avesse delle
bambole col fonografo dentro. Mi rispose che n'aveva avute; ma che non ne
possedeva più. — Il modello che avevo fatto venire — soggiunse —
cantava una strofetta francese e poi faceva una risata.... Ma sa, di quelle
risate sguaiate, da canzonettiste parigine, che in una famiglia per bene fanno
un brutto sentire.... — Bambole corrotte, — osservai; — ha fatto bene a
farle fuori, perchè.... basta alle volte una sola anche in un grande
magazzino.... — Ed ero sul punto d'aggiungere: —.... per guastare tutte le
altre, — ma rinvenni a tempo dalla mia distrazione e fermai al volo lo
sproposito.
*
Ma ora viene il meglio, un vero finale da teatro. Stavo ancora
amoreggiando con la bella varallese, quando mi vedo buttar sul banco una
grossa bambola che agita le braccia e le gambe, gnaulando, come un bimbo
in culla, con una tale apparenza di vita, che mi desta quasi un senso di
ripugnanza. Mentre sto in ammirazione di quello sgambettìo, sentendomi
toccare una polpa, guardo giù, e vedo un'altra puppattolona con la veste
lunga, che mi fa intorno un giro di valzer. Non mi sono ancora scansato, ed
ecco un'altra bambola enorme, che alterna dei passi sul pavimento, tenuta
per le mani da un commesso, tale e quale come un bimbo che impara a
camminare. Un'altra bambola tanto fatta, nello stesso tempo, mi viene
incontro sul banco a passi risoluti, diritta, gettando delle strida di galletto,
come per domandarmi qualche cosa, e, voltandomi a un leggero rumore,
vedo dall'altra parte un'altra fantocciona paffuta, in camicia, che succhia il
poppaiolo a tutta forza, come divorata dalla fame. Non so dire lo strano
senso di stupore e quasi d'inquietudine che provai in mezzo a
Page 141
quell'inaspettata eruzione di vita artificiale, accompagnata da un ronzìo
sordo di congegni nascosti, somigliante ai borborigmi dei bimbi malati;
tanto che mi parve ad un tempo di trovarmi al teatro Regio a una scena del
ballo Puppenfee e in una sala della Maternità in un momento di scompiglio.
E non badai a pregare il Bonini di non dar la corda ad altri automi, e lasciai
che dèsse un secondo giro anche ai primi, così che finii con trovarmi in
mezzo a un girìo e a uno sbracciamento di corpiciattoli e a un concerto di
miagolii, di gemiti e di strilli, che mi facevano voltare in fretta di qua e di
là, quasi inconsciamente, come se m'avessero chiamato per nome da cento
parti. Ma all'improvviso mi prese un dubbio, che mi fece subito scrutare i
miei sentimenti e interrogar la coscienza, quasi diffidando, con curiosità
viva ed attenta.... E dissi tra me: — Come?... Sarebbe vero?... dopo quasi un
mezzo secolo? — Ed era proprio vero. — Oh rossor! — come dice l'Alfieri
— O vecchio rimbambito! Insomma.... mi divertivo.
*
E scappai fuori per non cedere alla tentazione di comprare. Ma per un
pezzo, per la strada, non potei staccare il pensiero da quanto avevo veduto,
perchè la vista dei passanti, invece di distrarmi, mi riconduceva la mente a
quello spettacolo. Ed era ben naturale, tante son le rassomiglianze che
corrono fra questo bel mondo e la bottega del signor Bonini! Persone senza
il capo sulle spalle, occhi fissi che non vedono, bocche aperte che non
mangiano, e crani vuoti e facce pitturate e parrucche, se ne vedono a ogni
passo. E i bei visetti a prezzo fisso, e i personaggi di gomma elastica, e gli
uomini che hanno nel ventre il principio motore d'ogni passo e d'ogni
atteggiamento, e le donnine eleganti che non hanno in corpo che tritura di
sughero, non si contano. E se son rare le creature femminine infrangibili,
quanti non sono gli uomini pubblici che s'agitano e gridano per un'idea,
soltanto fin che dura la corda che ha dato loro il padrone, e quanti i poveri
disgraziati che delle manine di bimba carezzano e spezzano per un
capriccio, e quante le belle signore che ballano il valzer allegramente
mentre il bambino abbandonato succhia del latte di vacca freddo da una
mammella di vetro!
sordo di congegni nascosti, somigliante ai borborigmi dei bimbi malati;
tanto che mi parve ad un tempo di trovarmi al teatro Regio a una scena del
ballo Puppenfee e in una sala della Maternità in un momento di scompiglio.
E non badai a pregare il Bonini di non dar la corda ad altri automi, e lasciai
che dèsse un secondo giro anche ai primi, così che finii con trovarmi in
mezzo a un girìo e a uno sbracciamento di corpiciattoli e a un concerto di
miagolii, di gemiti e di strilli, che mi facevano voltare in fretta di qua e di
là, quasi inconsciamente, come se m'avessero chiamato per nome da cento
parti. Ma all'improvviso mi prese un dubbio, che mi fece subito scrutare i
miei sentimenti e interrogar la coscienza, quasi diffidando, con curiosità
viva ed attenta.... E dissi tra me: — Come?... Sarebbe vero?... dopo quasi un
mezzo secolo? — Ed era proprio vero. — Oh rossor! — come dice l'Alfieri
— O vecchio rimbambito! Insomma.... mi divertivo.
*
E scappai fuori per non cedere alla tentazione di comprare. Ma per un
pezzo, per la strada, non potei staccare il pensiero da quanto avevo veduto,
perchè la vista dei passanti, invece di distrarmi, mi riconduceva la mente a
quello spettacolo. Ed era ben naturale, tante son le rassomiglianze che
corrono fra questo bel mondo e la bottega del signor Bonini! Persone senza
il capo sulle spalle, occhi fissi che non vedono, bocche aperte che non
mangiano, e crani vuoti e facce pitturate e parrucche, se ne vedono a ogni
passo. E i bei visetti a prezzo fisso, e i personaggi di gomma elastica, e gli
uomini che hanno nel ventre il principio motore d'ogni passo e d'ogni
atteggiamento, e le donnine eleganti che non hanno in corpo che tritura di
sughero, non si contano. E se son rare le creature femminine infrangibili,
quanti non sono gli uomini pubblici che s'agitano e gridano per un'idea,
soltanto fin che dura la corda che ha dato loro il padrone, e quanti i poveri
disgraziati che delle manine di bimba carezzano e spezzano per un
capriccio, e quante le belle signore che ballano il valzer allegramente
mentre il bambino abbandonato succhia del latte di vacca freddo da una
mammella di vetro!
Page 142
E v'è anche questa rassomiglianza, che come delle accomodature delle
bambole malmenate dalle bambine non sono queste che fanno le spese, così
avviene quasi sempre nel mondo degli uomini, che rompono gli uni e
pagano gli altri.
bambole malmenate dalle bambine non sono queste che fanno le spese, così
avviene quasi sempre nel mondo degli uomini, che rompono gli uni e
pagano gli altri.
Page 143
UN PICCOLO TEATRO CELEBRE.
Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo, verso le tre dopo
mezzogiorno, un concorso straordinario al teatro dei fratelli Lupi, dove si
rappresentava Le sette meraviglie del mondo. La ressa era tale che s'eran
dovute mettere due guardie municipali ai due lati della porta per impedire
che seguissero disgrazie. La gente formava sulla piccola scalinata esteriore
un monte di teste, a cui sovrastavano i visi ansiosi dei ragazzini tenuti in
collo; alcuni dei quali, piangendo per il timore di non poter entrare,
tendevano le braccia verso lo sportello del bullettinaio con un atto
d'invocazione supplichevole, che metteva pietà e faceva ridere. La strada
era per un buon tratto affollata, d'una folla diversa dalle solite: eran famiglie
numerose strette in gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una falange
di governanti, di balie, di servitori, soldati di fanteria e bersaglieri, gente di
campagna, donne del popolo. Alcune di queste, vicino a me, tenevano in
mano il programma dello spettacolo, e lo leggevano forte, compitando,
masticando quelle misteriose parole: Il mausoleo d'Artemisia, gli orti
pensili di Babilonia, con un viso di divote che sentissero nominare un
miracoloso santuario sconosciuto. Intesi un operaio, che aveva un po'
d'accollo, dire in accento di trionfo ai vicini, mostrando un suo ragazzetto
con la medaglia delle scuole municipali: — Questo non paga. I premiati
hanno diritto. Ah, quei Lupi, che uomini! — Da ogni parte, girando fra la
folla, sentivo commentare il programma, predir maraviglie della
rappresentazione e decantar la “compagnia„. C'erano ragazzi che saltavano
dalla gioia, che strepitavano dall'impazienza, che si cacciavano fra le gambe
alla gente come cani, e si facevan largo a gomitate e a capate; e n'arrivavano
altri continuamente, precedendo di corsa le loro famiglie, ansanti e col viso
rosso; e al veder la porta affollata qualcuno si batteva il pugno sulla fronte
in atto di disperazione. A un certo punto arrivarono i musicanti che, dopo
aver tentato invano di aprirsi il passo, ritornando indietro per entrar dalla
piazza Carlina, si soffermarono intorno a un signore alto, in giacchetta e
cappello alla calabrese, fermo a una cantonata. In quel punto un ragazzo
Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo, verso le tre dopo
mezzogiorno, un concorso straordinario al teatro dei fratelli Lupi, dove si
rappresentava Le sette meraviglie del mondo. La ressa era tale che s'eran
dovute mettere due guardie municipali ai due lati della porta per impedire
che seguissero disgrazie. La gente formava sulla piccola scalinata esteriore
un monte di teste, a cui sovrastavano i visi ansiosi dei ragazzini tenuti in
collo; alcuni dei quali, piangendo per il timore di non poter entrare,
tendevano le braccia verso lo sportello del bullettinaio con un atto
d'invocazione supplichevole, che metteva pietà e faceva ridere. La strada
era per un buon tratto affollata, d'una folla diversa dalle solite: eran famiglie
numerose strette in gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una falange
di governanti, di balie, di servitori, soldati di fanteria e bersaglieri, gente di
campagna, donne del popolo. Alcune di queste, vicino a me, tenevano in
mano il programma dello spettacolo, e lo leggevano forte, compitando,
masticando quelle misteriose parole: Il mausoleo d'Artemisia, gli orti
pensili di Babilonia, con un viso di divote che sentissero nominare un
miracoloso santuario sconosciuto. Intesi un operaio, che aveva un po'
d'accollo, dire in accento di trionfo ai vicini, mostrando un suo ragazzetto
con la medaglia delle scuole municipali: — Questo non paga. I premiati
hanno diritto. Ah, quei Lupi, che uomini! — Da ogni parte, girando fra la
folla, sentivo commentare il programma, predir maraviglie della
rappresentazione e decantar la “compagnia„. C'erano ragazzi che saltavano
dalla gioia, che strepitavano dall'impazienza, che si cacciavano fra le gambe
alla gente come cani, e si facevan largo a gomitate e a capate; e n'arrivavano
altri continuamente, precedendo di corsa le loro famiglie, ansanti e col viso
rosso; e al veder la porta affollata qualcuno si batteva il pugno sulla fronte
in atto di disperazione. A un certo punto arrivarono i musicanti che, dopo
aver tentato invano di aprirsi il passo, ritornando indietro per entrar dalla
piazza Carlina, si soffermarono intorno a un signore alto, in giacchetta e
cappello alla calabrese, fermo a una cantonata. In quel punto un ragazzo
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accanto a me, accennando con la mano quel signore, esclamò con accento
appassionato d'ammirazione e di riverenza: — È lui!... Luigi Lupi! — Fu
quell'esclamazione che mi diede l'ultima spinta a scriver queste pagine.
*
Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato a Ferrara, che cominciò in
qualità di garzone o, come si dice in linguaggio teatrale, di “personaggio„
d'un marionettista rinomato, il quale girava per le città del Piemonte e
veniva ogni anno a “far la stagione di carnevale„ a Torino. Vennero per
molti anni al Teatro Paesana, nel palazzo dei Conti di Paesana, in via della
Consolata; poi il Lupi mise su teatro da sè, e seguitando a girare come il suo
maestro, continuò a venire a Torino l'inverno, non più al Paesana, al San
Martiniano, dove gli succedette il figliuolo Enrico. Era un piccolo teatro
senza facciata, posto al crocicchio di due strade uggiose della vecchia
Torino, e così si chiamava dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu
abbattuta quando s'aprì la nuova via Pietro Micca. Ricordo che vent'anni fa,
abitando là accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del ballo e qualche
volta scoppi d'applausi e fucilate; ma senza badarci, perchè non ci attirano
le marionette se non quando ci danno una immagine del mondo che non si
conosce ancora o quando ci rappresentano la caricatura della vita di cui s'è
fatto esperienza. Quel nome del compagno di martirio di San Processo fece
per trent'anni battere il cuore di tutti i ragazzi torinesi d'ogni condizione:
non credo che ci sia un mio concittadino della mia generazione a cui esso
non desti un ricordo confuso di vivi desideri e di vivi piaceri, e che,
passando davanti a quella casa e dando uno sguardo a quella porta,
sormontata ora da un'insegna di tappezziere, non ci veda riflessa come in
uno specchio la sua immagine di fanciullo. In quel teatrino, che vide più
volte nei suoi palchetti Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti celebri,
dove recitò un prologo col capo nelle “nuvole„ Leopoldo Marenco, e di cui
furono frequentatori, nella fanciullezza, la principessa Margherita e il duca
di Genova, vennero su i due figliuoli di Enrico Lupi, ora proprietari e
direttori; i quali, prevedendo che quella casa sarebbe caduta prima o poi
sotto il piccone del conte di Sambuy, ne sloggiarono nel 1884, e, comperato
il D'Angennes, un tempo primo teatro della commedia dopo il Carignano,
andarono a installare il Gianduja e Giacometta dove avevano recitato
appassionato d'ammirazione e di riverenza: — È lui!... Luigi Lupi! — Fu
quell'esclamazione che mi diede l'ultima spinta a scriver queste pagine.
*
Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato a Ferrara, che cominciò in
qualità di garzone o, come si dice in linguaggio teatrale, di “personaggio„
d'un marionettista rinomato, il quale girava per le città del Piemonte e
veniva ogni anno a “far la stagione di carnevale„ a Torino. Vennero per
molti anni al Teatro Paesana, nel palazzo dei Conti di Paesana, in via della
Consolata; poi il Lupi mise su teatro da sè, e seguitando a girare come il suo
maestro, continuò a venire a Torino l'inverno, non più al Paesana, al San
Martiniano, dove gli succedette il figliuolo Enrico. Era un piccolo teatro
senza facciata, posto al crocicchio di due strade uggiose della vecchia
Torino, e così si chiamava dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu
abbattuta quando s'aprì la nuova via Pietro Micca. Ricordo che vent'anni fa,
abitando là accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del ballo e qualche
volta scoppi d'applausi e fucilate; ma senza badarci, perchè non ci attirano
le marionette se non quando ci danno una immagine del mondo che non si
conosce ancora o quando ci rappresentano la caricatura della vita di cui s'è
fatto esperienza. Quel nome del compagno di martirio di San Processo fece
per trent'anni battere il cuore di tutti i ragazzi torinesi d'ogni condizione:
non credo che ci sia un mio concittadino della mia generazione a cui esso
non desti un ricordo confuso di vivi desideri e di vivi piaceri, e che,
passando davanti a quella casa e dando uno sguardo a quella porta,
sormontata ora da un'insegna di tappezziere, non ci veda riflessa come in
uno specchio la sua immagine di fanciullo. In quel teatrino, che vide più
volte nei suoi palchetti Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti celebri,
dove recitò un prologo col capo nelle “nuvole„ Leopoldo Marenco, e di cui
furono frequentatori, nella fanciullezza, la principessa Margherita e il duca
di Genova, vennero su i due figliuoli di Enrico Lupi, ora proprietari e
direttori; i quali, prevedendo che quella casa sarebbe caduta prima o poi
sotto il piccone del conte di Sambuy, ne sloggiarono nel 1884, e, comperato
il D'Angennes, un tempo primo teatro della commedia dopo il Carignano,
andarono a installare il Gianduja e Giacometta dove avevano recitato
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Gustavo Modena e Adelaide Ristori. Ebbero per un pezzo un rivale
formidabile nel Teatro Gianduja, fondato e diretto da un marionettista
argutissimo, Giambattista Sales, che fu il primo a metter sulla scena la
maschera di quel nome, e con questo sostennero una lotta accanita, tirando
a superarlo nella varietà e nella ricchezza degli spettacoli; ma con la morte
del Sales il Gianduja decadde e, dopo aver tentato inutilmente di rialzarsi
con la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865 scomparve. D'allora in poi,
ossia da circa trent'anni, i Lupi non hanno più rivali a Torino, e poichè
nessuna delle altre buone “compagnie„ italiane, essendo tutte girovaghe,
può disporre di un copioso e vario materiale di scena com'è quello che essi
possedono, si può dire che non hanno più emuli neppure in Italia.
*
Il primo e più forte impulso al perfezionamento del piccolo teatro lo diede il
padre Enrico, che fu uomo singolare per vivacità d'ingegno e vigore di
volontà, non fornito di coltura scolastica, ma ricco di cognizioni d'ogni
ordine acquistate leggendo avidamente ogni specie di libri, studiando gli
uomini e la vita in tutte le classi sociali, intervenendo, anche vecchio, a
conferenze, a riunioni pubbliche, a lezioni universitarie, e bazzicando
pubblicisti, artisti, professori, con lo spirito sempre inteso all'osservazione e
pronto a trar partito d'ogni cosa. I suoi due figliuoli ereditarono tutte le sue
facoltà. Hanno nome Luigi tutt'e due e si firmano Luigi I e Luigi II, come
due monarchi, padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono, come i fratelli
Goncourt, due lavoratori intellettuali associati, fra cui esiste un accordo
perfetto. Ciascuno, peraltro, ha attribuzioni sue proprie. Il maggiore cerca i
soggetti, compone, traduce, riduce, dirige l'andamento del teatro; l'altro
provvede alla messa in scena, alla fattura dei personaggi, ai vestiari, a tutti i
particolari della rappresentazione. Il primo, che ha passato la cinquantina, è
il più originale della coppia. Uno dei caratteri più notevoli della sua
originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato nell'ufficio di polizia
del municipio di Torino. È un uomo d'alta statura, di testa grossa e di
membra robuste, che, visto una volta, non si dimentica più: la fronte
ostinata, il naso audace, la bocca comica, gli occhi vivi e risoluti d'un uomo
immaginoso e operoso, il collo e la voce ingrossati dall'esercizio della
recitazione a voce forzata, gli atteggiamenti e i modi d'un artista. E d'artista
formidabile nel Teatro Gianduja, fondato e diretto da un marionettista
argutissimo, Giambattista Sales, che fu il primo a metter sulla scena la
maschera di quel nome, e con questo sostennero una lotta accanita, tirando
a superarlo nella varietà e nella ricchezza degli spettacoli; ma con la morte
del Sales il Gianduja decadde e, dopo aver tentato inutilmente di rialzarsi
con la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865 scomparve. D'allora in poi,
ossia da circa trent'anni, i Lupi non hanno più rivali a Torino, e poichè
nessuna delle altre buone “compagnie„ italiane, essendo tutte girovaghe,
può disporre di un copioso e vario materiale di scena com'è quello che essi
possedono, si può dire che non hanno più emuli neppure in Italia.
*
Il primo e più forte impulso al perfezionamento del piccolo teatro lo diede il
padre Enrico, che fu uomo singolare per vivacità d'ingegno e vigore di
volontà, non fornito di coltura scolastica, ma ricco di cognizioni d'ogni
ordine acquistate leggendo avidamente ogni specie di libri, studiando gli
uomini e la vita in tutte le classi sociali, intervenendo, anche vecchio, a
conferenze, a riunioni pubbliche, a lezioni universitarie, e bazzicando
pubblicisti, artisti, professori, con lo spirito sempre inteso all'osservazione e
pronto a trar partito d'ogni cosa. I suoi due figliuoli ereditarono tutte le sue
facoltà. Hanno nome Luigi tutt'e due e si firmano Luigi I e Luigi II, come
due monarchi, padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono, come i fratelli
Goncourt, due lavoratori intellettuali associati, fra cui esiste un accordo
perfetto. Ciascuno, peraltro, ha attribuzioni sue proprie. Il maggiore cerca i
soggetti, compone, traduce, riduce, dirige l'andamento del teatro; l'altro
provvede alla messa in scena, alla fattura dei personaggi, ai vestiari, a tutti i
particolari della rappresentazione. Il primo, che ha passato la cinquantina, è
il più originale della coppia. Uno dei caratteri più notevoli della sua
originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato nell'ufficio di polizia
del municipio di Torino. È un uomo d'alta statura, di testa grossa e di
membra robuste, che, visto una volta, non si dimentica più: la fronte
ostinata, il naso audace, la bocca comica, gli occhi vivi e risoluti d'un uomo
immaginoso e operoso, il collo e la voce ingrossati dall'esercizio della
recitazione a voce forzata, gli atteggiamenti e i modi d'un artista. E d'artista
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ha pure il linguaggio scolpito e colorito, e correttamente italiano, come il
suo modo di scrivere; ma attraente più che altro per la passione che lo
scalda quand'egli discorre delle cose sue. A sentirlo parlare delle vicende
corse dalla sua compagnia, ch'egli portò a Napoli, a Montevideo, a Buenos
Aires, delle rappresentazioni che andava a dare con suo padre al castello di
Moncalieri per il piccolo principe Oddone e per la principessa Maria Pia,
dei viaggi ch'egli fece a Londra, a Parigi, a Chicago, a Vienna, a Berlino, in
Danimarca per studiare i progressi della sua arte e osservare le grandi
Esposizioni che voleva riprodurre sul suo teatro; ma sopra tutto a udirlo
giudicare, dal lato dell'opportunità e dell'adattamento alle sue scene, le
grandi opere drammatiche e liriche e gli avvenimenti politici e guerreschi
d'ogni paese, ai quali egli tien dietro con attenzione assidua spiando ai
quattro canti dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o questione “teatrabile„
pare d'aver dinanzi un grande impresario autore attore e direttore d'una
grande compagnia di prosa, di canto e di ballo, che pensi e lavori per il gran
pubblico, e si riman poi maravigliati, girando lo sguardo intorno, di veder
appesi alle pareti degli artisti di legno. E non si può disconoscere che nel
cogliere i punti culminanti d'un periodo storico o della vita d'un uomo
avventuroso e famoso, nell'intrecciare a qualunque soggetto i piccoli casi
della sua marionetta protagonista, nella scelta delle situazioni drammatiche
e dei quadri finali, ed anche nella condotta dei dialoghi appassionati ed
arguti, e in special modo nelle “riviste„ egli dia prova di facoltà teatrali
singolarissime; fra le quali primeggia una immaginazione ardente,
temeraria, diabolica, ma sempre corretta, — se questo participio si può
congiungere a quegli aggettivi, — da un buon senso raro, che anche nelle
sue corse più stravaganti la tien legata per un filo sottilissimo a un sano
intento morale e a un severo rispetto della decenza.
*
Domanderete di che si componga il suo repertorio.
È una domanda che sgomenta. Per rispondervi dovrei scrivere un volume. È
un repertorio che, fra drammi, commedie, farse, riviste, balli e fantasie,
abbraccia in tempo e in spazio l'universo; va dal diluvio universale
all'assedio di Makallè, comprende la mitologia, la storia patria e la cronaca
suo modo di scrivere; ma attraente più che altro per la passione che lo
scalda quand'egli discorre delle cose sue. A sentirlo parlare delle vicende
corse dalla sua compagnia, ch'egli portò a Napoli, a Montevideo, a Buenos
Aires, delle rappresentazioni che andava a dare con suo padre al castello di
Moncalieri per il piccolo principe Oddone e per la principessa Maria Pia,
dei viaggi ch'egli fece a Londra, a Parigi, a Chicago, a Vienna, a Berlino, in
Danimarca per studiare i progressi della sua arte e osservare le grandi
Esposizioni che voleva riprodurre sul suo teatro; ma sopra tutto a udirlo
giudicare, dal lato dell'opportunità e dell'adattamento alle sue scene, le
grandi opere drammatiche e liriche e gli avvenimenti politici e guerreschi
d'ogni paese, ai quali egli tien dietro con attenzione assidua spiando ai
quattro canti dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o questione “teatrabile„
pare d'aver dinanzi un grande impresario autore attore e direttore d'una
grande compagnia di prosa, di canto e di ballo, che pensi e lavori per il gran
pubblico, e si riman poi maravigliati, girando lo sguardo intorno, di veder
appesi alle pareti degli artisti di legno. E non si può disconoscere che nel
cogliere i punti culminanti d'un periodo storico o della vita d'un uomo
avventuroso e famoso, nell'intrecciare a qualunque soggetto i piccoli casi
della sua marionetta protagonista, nella scelta delle situazioni drammatiche
e dei quadri finali, ed anche nella condotta dei dialoghi appassionati ed
arguti, e in special modo nelle “riviste„ egli dia prova di facoltà teatrali
singolarissime; fra le quali primeggia una immaginazione ardente,
temeraria, diabolica, ma sempre corretta, — se questo participio si può
congiungere a quegli aggettivi, — da un buon senso raro, che anche nelle
sue corse più stravaganti la tien legata per un filo sottilissimo a un sano
intento morale e a un severo rispetto della decenza.
*
Domanderete di che si componga il suo repertorio.
È una domanda che sgomenta. Per rispondervi dovrei scrivere un volume. È
un repertorio che, fra drammi, commedie, farse, riviste, balli e fantasie,
abbraccia in tempo e in spazio l'universo; va dal diluvio universale
all'assedio di Makallè, comprende la mitologia, la storia patria e la cronaca
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cittadina, si stende dalla China alla California, dalla Cafreria alla
Groenlandia, dalle regioni dell'etere agli abissi dell'oceano, dai cerchi del
paradiso alle bolge dell'inferno. C'entrano le vecchie commedie dell'arte,
drammi raffazzonati di tutte le letterature, i balli del Pratesi e del Manzotti,
le opere del Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della nazione dalla
battaglia di Goito alla occupazione di Roma, tutti i congressi, i terremoti, le
epidemie, le inondazioni, le incoronazioni, le esposizioni, le grandi scoperte
che si succedettero sulla faccia dei due continenti negli ultimi cinquant'anni.
Tutti i sovrani, tutti i grandi statisti e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri
in qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 ai nostri giorni,
passarono su quel palcoscenico, non di nome soltanto, ma nella loro effigie,
scolpiti apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti come vestivano,
riprodotti perfino, quanto era possibile, nei gesti e nella voce, presentati
negli atti più importanti della loro vita pubblica e nei particolari più noti
della loro vita privata. Il teatro dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra
nuova vita nazionale. Gianduia arrischiò il carcere quando la parola non era
libera, sfidò le polizie, preconizzò la rivoluzione, congiurò, fu tribuno,
soffiò negli entusiasmi, glorificò i martiri, celebrò le vittorie, pianse sulle
sventure patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia dei governi e dei
popoli. Con un tal repertorio, pensate al cumulo dei copioni che debbono
dormire nei suoi magazzini: s'avvicinano al migliaio. E per rappresentare
tutta questa roba immaginate quello che deve aver visto quel palco di
vestiari di tutte le fogge, d'armi di tutte le forme, d'edifizi mobili di tutte le
architetture, di onde e di rocce, di piante e di ponti, di treni e di troni, di
animali da tiro, da corsa e da soma, domestici e selvatici, asiatici ed
europei, immaginari e reali, dall'asino e dal bue di Betlemme ai cammelli
della colonia Eritrea, dal cerbero della Divina Commedia ai draghi del
Celeste Impero; figuratevi le sacca di polvere da schioppo e di Bengala, di
licopodio e di magnesio che vi debbono essere state bruciate, e i
miriagrammi di legno e di cartapesta che vi debbono esser passati in
sembianza umana.
*
Le teste, appunto. Voi certo non immaginate (nè io l'immaginavo) che le
teste degli attori di legno possano dare ai fratelli Lupi assai più pensieri che
Groenlandia, dalle regioni dell'etere agli abissi dell'oceano, dai cerchi del
paradiso alle bolge dell'inferno. C'entrano le vecchie commedie dell'arte,
drammi raffazzonati di tutte le letterature, i balli del Pratesi e del Manzotti,
le opere del Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della nazione dalla
battaglia di Goito alla occupazione di Roma, tutti i congressi, i terremoti, le
epidemie, le inondazioni, le incoronazioni, le esposizioni, le grandi scoperte
che si succedettero sulla faccia dei due continenti negli ultimi cinquant'anni.
Tutti i sovrani, tutti i grandi statisti e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri
in qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 ai nostri giorni,
passarono su quel palcoscenico, non di nome soltanto, ma nella loro effigie,
scolpiti apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti come vestivano,
riprodotti perfino, quanto era possibile, nei gesti e nella voce, presentati
negli atti più importanti della loro vita pubblica e nei particolari più noti
della loro vita privata. Il teatro dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra
nuova vita nazionale. Gianduia arrischiò il carcere quando la parola non era
libera, sfidò le polizie, preconizzò la rivoluzione, congiurò, fu tribuno,
soffiò negli entusiasmi, glorificò i martiri, celebrò le vittorie, pianse sulle
sventure patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia dei governi e dei
popoli. Con un tal repertorio, pensate al cumulo dei copioni che debbono
dormire nei suoi magazzini: s'avvicinano al migliaio. E per rappresentare
tutta questa roba immaginate quello che deve aver visto quel palco di
vestiari di tutte le fogge, d'armi di tutte le forme, d'edifizi mobili di tutte le
architetture, di onde e di rocce, di piante e di ponti, di treni e di troni, di
animali da tiro, da corsa e da soma, domestici e selvatici, asiatici ed
europei, immaginari e reali, dall'asino e dal bue di Betlemme ai cammelli
della colonia Eritrea, dal cerbero della Divina Commedia ai draghi del
Celeste Impero; figuratevi le sacca di polvere da schioppo e di Bengala, di
licopodio e di magnesio che vi debbono essere state bruciate, e i
miriagrammi di legno e di cartapesta che vi debbono esser passati in
sembianza umana.
*
Le teste, appunto. Voi certo non immaginate (nè io l'immaginavo) che le
teste degli attori di legno possano dare ai fratelli Lupi assai più pensieri che
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non ne diano ai capocomici le teste degli attori in carne ed ossa. Ed è così,
poichè essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle teste dei personaggi
illustri, morti o vivi che siano, e in quelle di tutti gli altri una
corrispondenza rigorosa della fisonomia col carattere; e non è cosa facile
agli artisti il soddisfare a una tale esigenza attenendosi ad un tempo
all'esagerazione dei lineamenti voluta dall'ottica teatrale, senza spinger
neppure questa esagerazione oltre il limite d'una caricatura discreta. Vi
furono in questo genere due scultori genovesi, i fratelli Pittaluga, morti da
circa trenta anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte da loro servono
ancora di modello e son riprodotte, con poche modificazioni, in centinaia di
esemplari. Ma altre moltissime debbono esser fatte d'immaginazione, e non
riuscendo alla prima, rifatte, e fino a tre o quattro volte rimodellate in creta,
prese nel gesso, gittate in cartapesta, colorite a olio, con cura e fatica
infinita di chi le ordina e di chi le forma. E così negli scenari, dopo il
vecchio Morgari, che fu insuperabile, son rari i pittori che ottengano gli
effetti speciali voluti da certe rappresentazioni fantastiche d'un teatro di
marionette. E per il vestiario e per tutto ciò che vi si connette è il
medesimo: è difficile trovar lavoratori che abbiano l'abilità e il buon volere
di far degli stivali minuscoli perfetti in ogni loro parte, delle scarpettine di
signora lunghe quanto un dito, delle parrucche grandi come la mano,
brizzolate, architettate, disordinate con arte, e una quantità innumerevole di
piccoli oggetti, come parasoli, panierini, portafogli, valigette, attorno a cui
le dita più agili e più delicate si stancano e s'impazientano. E ad ogni nuova
produzione spettacolosa c'è un esercito d'attori, d'attrici, di comparse grandi
e piccole da vestire, calzare, incappellare, armare e ingioiellare, secondo
l'uso di vari tempi e paesi, consultando album di costumi, studiando quadri,
facendo ricerche di figurini, utilizzando vestiari smessi; di modo che non
bastano all'opera la signora Lupi e le sue figliuole, e vi s'aggiungono
modiste e crestaine e stiratrici, e qualche volta per un solo spettacolo dura il
lavoro per un mese intero. Durante il quale è bellissimo a vedere il
laboratorio, dov'è uno sfoggio di manti regali, di strascichi di dame, di
sottanine di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione di piccole cose
strane, graziose e pompose, un barbaglio di colori e di splendori, da
impazzirci un collegio di bambine e uno sciame di gazze.
poichè essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle teste dei personaggi
illustri, morti o vivi che siano, e in quelle di tutti gli altri una
corrispondenza rigorosa della fisonomia col carattere; e non è cosa facile
agli artisti il soddisfare a una tale esigenza attenendosi ad un tempo
all'esagerazione dei lineamenti voluta dall'ottica teatrale, senza spinger
neppure questa esagerazione oltre il limite d'una caricatura discreta. Vi
furono in questo genere due scultori genovesi, i fratelli Pittaluga, morti da
circa trenta anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte da loro servono
ancora di modello e son riprodotte, con poche modificazioni, in centinaia di
esemplari. Ma altre moltissime debbono esser fatte d'immaginazione, e non
riuscendo alla prima, rifatte, e fino a tre o quattro volte rimodellate in creta,
prese nel gesso, gittate in cartapesta, colorite a olio, con cura e fatica
infinita di chi le ordina e di chi le forma. E così negli scenari, dopo il
vecchio Morgari, che fu insuperabile, son rari i pittori che ottengano gli
effetti speciali voluti da certe rappresentazioni fantastiche d'un teatro di
marionette. E per il vestiario e per tutto ciò che vi si connette è il
medesimo: è difficile trovar lavoratori che abbiano l'abilità e il buon volere
di far degli stivali minuscoli perfetti in ogni loro parte, delle scarpettine di
signora lunghe quanto un dito, delle parrucche grandi come la mano,
brizzolate, architettate, disordinate con arte, e una quantità innumerevole di
piccoli oggetti, come parasoli, panierini, portafogli, valigette, attorno a cui
le dita più agili e più delicate si stancano e s'impazientano. E ad ogni nuova
produzione spettacolosa c'è un esercito d'attori, d'attrici, di comparse grandi
e piccole da vestire, calzare, incappellare, armare e ingioiellare, secondo
l'uso di vari tempi e paesi, consultando album di costumi, studiando quadri,
facendo ricerche di figurini, utilizzando vestiari smessi; di modo che non
bastano all'opera la signora Lupi e le sue figliuole, e vi s'aggiungono
modiste e crestaine e stiratrici, e qualche volta per un solo spettacolo dura il
lavoro per un mese intero. Durante il quale è bellissimo a vedere il
laboratorio, dov'è uno sfoggio di manti regali, di strascichi di dame, di
sottanine di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione di piccole cose
strane, graziose e pompose, un barbaglio di colori e di splendori, da
impazzirci un collegio di bambine e uno sciame di gazze.
Page 149
*
Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli, la moglie e i figliuoli
del primo: quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra i diciannove e i
ventidue anni. E bisogna vederli tutti là, tranne i due più piccoli, appollaiati
sul ponte, o appoggiatoio, come lo chiamano, sovrastante al palcoscenico,
durante la rappresentazione. Ecco il soggetto d'un quadro originale per un
pittore ardito. La prima volta che, stando sul palco, vidi di profilo quelle
otto teste d'uomini e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da quella specie
d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su, ora parlanti ad una ad una,
ora tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle labbra e di strane
intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso a quella di soprano in
falsetto, mentre le sedici mani movevano con un centinaio di fili una folla
di personcine di sotto, mi parve di vedere una famiglia di numi sorretti da
una nuvola che dirigessero le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola
umanità agitantesi sopra il polo d'un asteroide. Ma riconobbi subito che il
fare i numi a quel modo non doveva essere una delizia. Stare delle ore in
quell'atteggiamento contratto, col calore di tutti quei lumi nel viso, forzare e
variare continuamente la voce, lavorando a un tempo con le dieci dita e
consultando con lo sguardo obliquo il copione posto nel mezzo che fa
l'ufficio di suggeritore, e mentre si parla e s'opera in alto invigilare e dar
ordini a chi lavora in basso e ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un
rompicollo di scaletta da bastimento quasi verticale, è una fatica da
ammazzare anche dei numi. Non mi maravigliai, quando calò la tela, di
vederli scendere dall'Olimpo, in maniche di camicia e con le braccia nude,
bagnati di sudore e anelanti, come scendono gli acrobati dai trapezi. E
allora soltanto m'accorsi che le due signorine portavano un vestito maschile,
camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere due operai; ma
due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe tollerato
qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi alle multe. Ma
il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi ci sale la prima volta, è
pieno di altre sorprese piacevoli. Stando accanto alle quinte mi veniva fatto
di scansarmi con un leggiero inchino, come si fa con le attrici vive, ogni
volta che usciva di scena una signora, e rimanevo poi stupito al vederla
tutt'a un tratto sollevarsi in aria, invece d'andare al suo camerino, e restarmi
Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli, la moglie e i figliuoli
del primo: quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra i diciannove e i
ventidue anni. E bisogna vederli tutti là, tranne i due più piccoli, appollaiati
sul ponte, o appoggiatoio, come lo chiamano, sovrastante al palcoscenico,
durante la rappresentazione. Ecco il soggetto d'un quadro originale per un
pittore ardito. La prima volta che, stando sul palco, vidi di profilo quelle
otto teste d'uomini e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da quella specie
d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su, ora parlanti ad una ad una,
ora tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle labbra e di strane
intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso a quella di soprano in
falsetto, mentre le sedici mani movevano con un centinaio di fili una folla
di personcine di sotto, mi parve di vedere una famiglia di numi sorretti da
una nuvola che dirigessero le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola
umanità agitantesi sopra il polo d'un asteroide. Ma riconobbi subito che il
fare i numi a quel modo non doveva essere una delizia. Stare delle ore in
quell'atteggiamento contratto, col calore di tutti quei lumi nel viso, forzare e
variare continuamente la voce, lavorando a un tempo con le dieci dita e
consultando con lo sguardo obliquo il copione posto nel mezzo che fa
l'ufficio di suggeritore, e mentre si parla e s'opera in alto invigilare e dar
ordini a chi lavora in basso e ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un
rompicollo di scaletta da bastimento quasi verticale, è una fatica da
ammazzare anche dei numi. Non mi maravigliai, quando calò la tela, di
vederli scendere dall'Olimpo, in maniche di camicia e con le braccia nude,
bagnati di sudore e anelanti, come scendono gli acrobati dai trapezi. E
allora soltanto m'accorsi che le due signorine portavano un vestito maschile,
camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere due operai; ma
due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe tollerato
qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi alle multe. Ma
il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi ci sale la prima volta, è
pieno di altre sorprese piacevoli. Stando accanto alle quinte mi veniva fatto
di scansarmi con un leggiero inchino, come si fa con le attrici vive, ogni
volta che usciva di scena una signora, e rimanevo poi stupito al vederla
tutt'a un tratto sollevarsi in aria, invece d'andare al suo camerino, e restarmi
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appesa in faccia come un salcicciotto. E così avevo un'illusione amenissima
al veder tra le quinte del lato opposto una delle signorine Lupi che dava gli
ultimi ritocchi all'abbigliamento dei personaggi prima che si presentassero
al pubblico, accomodando a uno una spilla, stirando a un altro il vestito,
aggiustando a un terzo il cappello, come si fa ai bambini filodrammatici,
con atti lesti e carezzevoli, a cui quelli rispondevano, appunto come i
bambini, con gesti che parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta
che li reggeva dall'alto. E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi
pareva che ragionassero davvero degli affari propri, come fanno gli attori
fra due battute, quei due altri più piccoli che le altre due ragazze, voltate
dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeggiare e gestire
pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena. E quella confusione
che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità, di personaggi della
commedia che stava per finire e dello spettacolo coreografico che stava per
cominciare, di ballerine, di mime, di dame scollate, di marionette in giubba
e in uniforme, con la tuba e con l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni
statura, mi dava quasi l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande
teatro quando finisce l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci era solo questa
differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero allora,
non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a combattere in
nome della moralità la dotazione del Teatro Regio.
*
Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte e la valentìa della famiglia
Lupi bisogna vederla all'opera in una giornata campale. Lo spettacolo, in tal
caso, è assai più grandioso e terribile osservato dalle scene che visto dalla
platea. Già è bellissimo veder gli apprestamenti della battaglia: le masse
d'armati raccolti nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; i
cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli carichi di
munizioni che s'allungano in fila ai due lati del palco; i comandanti con la
spada sguainata che aspettano dalle due parti il gran momento, coi grandi
occhi sporgenti e fissi davanti a sè, come spianti il doppio mistero
dell'orizzonte e della morte. Quando l'istante solenne è vicino, i direttori
danno gli ultimi consigli, lanciano gli ordini supremi. Le truppe son pronte?
Pronte. I cannoni sono in batteria? Sono. Le miccie sono accese? Sì. E
al veder tra le quinte del lato opposto una delle signorine Lupi che dava gli
ultimi ritocchi all'abbigliamento dei personaggi prima che si presentassero
al pubblico, accomodando a uno una spilla, stirando a un altro il vestito,
aggiustando a un terzo il cappello, come si fa ai bambini filodrammatici,
con atti lesti e carezzevoli, a cui quelli rispondevano, appunto come i
bambini, con gesti che parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta
che li reggeva dall'alto. E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi
pareva che ragionassero davvero degli affari propri, come fanno gli attori
fra due battute, quei due altri più piccoli che le altre due ragazze, voltate
dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeggiare e gestire
pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena. E quella confusione
che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità, di personaggi della
commedia che stava per finire e dello spettacolo coreografico che stava per
cominciare, di ballerine, di mime, di dame scollate, di marionette in giubba
e in uniforme, con la tuba e con l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni
statura, mi dava quasi l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande
teatro quando finisce l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci era solo questa
differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero allora,
non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a combattere in
nome della moralità la dotazione del Teatro Regio.
*
Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte e la valentìa della famiglia
Lupi bisogna vederla all'opera in una giornata campale. Lo spettacolo, in tal
caso, è assai più grandioso e terribile osservato dalle scene che visto dalla
platea. Già è bellissimo veder gli apprestamenti della battaglia: le masse
d'armati raccolti nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; i
cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli carichi di
munizioni che s'allungano in fila ai due lati del palco; i comandanti con la
spada sguainata che aspettano dalle due parti il gran momento, coi grandi
occhi sporgenti e fissi davanti a sè, come spianti il doppio mistero
dell'orizzonte e della morte. Quando l'istante solenne è vicino, i direttori
danno gli ultimi consigli, lanciano gli ordini supremi. Le truppe son pronte?
Pronte. I cannoni sono in batteria? Sono. Le miccie sono accese? Sì. E
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allora avanti e Dio ci guardi! Le avanguardie scambiano le prime fucilate, i
primi cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono il capo di cartapesta sul
palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rialzarsi tra poco più indemoniati
di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per imitare il tuono del
cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove la macchina che fa
correre in lontananza un reggimento, un quarto galoppa intorno al palco
accendendo i razzi fissi alle quinte che rendon lo strepito del fuoco di fila.
I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie feroci,
un cozzar di teste e di petti, un grandinar di colpi, un mulinìo di lame,
un incalzar di cavalli accorrenti,
di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e dalle rocce,
con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio, i fratelli Lupi, coi
figliuoli, agitano le braccia furiosamente cacciando urli, minaccie, gemiti,
grida di soccorso, frammiste a comandi e ad avvertimenti concitati agli
aiutanti di sotto; questi e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni
atto è preciso, ogni passo misurato, ogni secondo contato, corrono e
ricorrono fra le quinte e le pareti, staccano le marionette, le porgono, le
riprendono, le riappendono, le riporgono, raccattando di volo armi, elmi,
giberne, bandiere, turbinando come fantasmi in una nuvola densa di fumo e
in un odore acre di zolfo. E quando credete che il pandemonio sia per finire,
non è che un artificio per crescer l'effetto: la battaglia riattacca più ardente,
raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa il fumo, s'accelera il
turbinìo; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i clamori della platea, con
gli urli d'ira dei combattenti si confondono le grida di entusiasmo dei
ragazzi; è una furia febbrile e crescente d'uomini che salgono e che
scendono, di lumi che girano, di marionette che volano, di fili di ferro che
s'incrocian per aria, è un moto vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di
braccia, di attrezzi, una tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia
fitta, un rovinìo, un casa del diavolo che, quando cala la tela e tutto si queta,
vi lascia sbalorditi, intronati come all'uscir da un manicomio dove siano
scoppiati insieme una ribellione e un incendio.
*
primi cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono il capo di cartapesta sul
palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rialzarsi tra poco più indemoniati
di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per imitare il tuono del
cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove la macchina che fa
correre in lontananza un reggimento, un quarto galoppa intorno al palco
accendendo i razzi fissi alle quinte che rendon lo strepito del fuoco di fila.
I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie feroci,
un cozzar di teste e di petti, un grandinar di colpi, un mulinìo di lame,
un incalzar di cavalli accorrenti,
di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e dalle rocce,
con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio, i fratelli Lupi, coi
figliuoli, agitano le braccia furiosamente cacciando urli, minaccie, gemiti,
grida di soccorso, frammiste a comandi e ad avvertimenti concitati agli
aiutanti di sotto; questi e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni
atto è preciso, ogni passo misurato, ogni secondo contato, corrono e
ricorrono fra le quinte e le pareti, staccano le marionette, le porgono, le
riprendono, le riappendono, le riporgono, raccattando di volo armi, elmi,
giberne, bandiere, turbinando come fantasmi in una nuvola densa di fumo e
in un odore acre di zolfo. E quando credete che il pandemonio sia per finire,
non è che un artificio per crescer l'effetto: la battaglia riattacca più ardente,
raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa il fumo, s'accelera il
turbinìo; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i clamori della platea, con
gli urli d'ira dei combattenti si confondono le grida di entusiasmo dei
ragazzi; è una furia febbrile e crescente d'uomini che salgono e che
scendono, di lumi che girano, di marionette che volano, di fili di ferro che
s'incrocian per aria, è un moto vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di
braccia, di attrezzi, una tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia
fitta, un rovinìo, un casa del diavolo che, quando cala la tela e tutto si queta,
vi lascia sbalorditi, intronati come all'uscir da un manicomio dove siano
scoppiati insieme una ribellione e un incendio.
*
Page 152
Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame del “personale„ artistico. La
prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima volta il palco scenico,
fu la statura dei personaggi, che visti dalla platea paiono poco più alti d'un
palmo, e son più di mezzo metro, come bimbi. E mi meravigliò l'esattezza
minuziosa, perfin superflua, dei vestimenti. Non crediate che sian fatti
soltanto per ingannar l'occhio da lontano, chè possono affrontar l'analisi
della lente. Ecco, per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è
vestito di panni logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie
d'unto, spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a
corda, la camicia di tela rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e crepate. Il
signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro ai polsini e allo
sparato, e la catenella dell'orologio che gli pende dal taschino della
sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato, con un cappello cilindrico
che mostra dieci anni di servizio, gli occhiali sulle orecchie, e una
palandrana d'un color di ragno arrabbiato, che farebbe venir l'acquolina in
bocca a Ermete Novelli. Ma le più belle son le signore, vestite secondo
l'ultimo figurino, con un gusto squisito, dai fiori del cappellino agli
stivaletti, che son piccole meraviglie, con spille, orecchini, anelli, borsa,
ventaglio, con capelli veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano
col pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e
insaldate, perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda che son
vestite di tutto punto, da signore per bene. E la proporzione delle loro forme
è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi, braccia di donnine vere, tanto
che è un diletto il voltarle e rivoltarle fra le mani, e col pretesto di vedere
come son vestite vi lasciate andare a prolungar l'analisi con un sentimento
di curiosità colpevole. E la varietà dei tipi! La prima volta che fui sul palco,
di giorno, il signor Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore della sua
aristocrazia, tutte giovani e eleganti, appendendole l'una accanto all'altra per
il loro fil di ferro lungo due metri a una spranghetta che mi stava sopra il
capo, e definendo in due parole ciascuna: — Ecco un tipo sentimentale —
Quest'altra è più bella, ma meno simpatica. — Veda questa, che aria
distinta! — E quando me le vidi schierate davanti, come un comitato di
patronesse d'opera pia, aspettanti la visita d'un pezzo grosso, tutte impettite,
con quegli occhi larghi e luccicanti, che volete? sentii una certa suggezione,
mi parve di dover dir qualche cosa, poco mancò che non dimandassi loro se
avevano sofferto il mal di mare nel viaggio in America.
prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima volta il palco scenico,
fu la statura dei personaggi, che visti dalla platea paiono poco più alti d'un
palmo, e son più di mezzo metro, come bimbi. E mi meravigliò l'esattezza
minuziosa, perfin superflua, dei vestimenti. Non crediate che sian fatti
soltanto per ingannar l'occhio da lontano, chè possono affrontar l'analisi
della lente. Ecco, per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è
vestito di panni logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie
d'unto, spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a
corda, la camicia di tela rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e crepate. Il
signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro ai polsini e allo
sparato, e la catenella dell'orologio che gli pende dal taschino della
sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato, con un cappello cilindrico
che mostra dieci anni di servizio, gli occhiali sulle orecchie, e una
palandrana d'un color di ragno arrabbiato, che farebbe venir l'acquolina in
bocca a Ermete Novelli. Ma le più belle son le signore, vestite secondo
l'ultimo figurino, con un gusto squisito, dai fiori del cappellino agli
stivaletti, che son piccole meraviglie, con spille, orecchini, anelli, borsa,
ventaglio, con capelli veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano
col pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e
insaldate, perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda che son
vestite di tutto punto, da signore per bene. E la proporzione delle loro forme
è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi, braccia di donnine vere, tanto
che è un diletto il voltarle e rivoltarle fra le mani, e col pretesto di vedere
come son vestite vi lasciate andare a prolungar l'analisi con un sentimento
di curiosità colpevole. E la varietà dei tipi! La prima volta che fui sul palco,
di giorno, il signor Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore della sua
aristocrazia, tutte giovani e eleganti, appendendole l'una accanto all'altra per
il loro fil di ferro lungo due metri a una spranghetta che mi stava sopra il
capo, e definendo in due parole ciascuna: — Ecco un tipo sentimentale —
Quest'altra è più bella, ma meno simpatica. — Veda questa, che aria
distinta! — E quando me le vidi schierate davanti, come un comitato di
patronesse d'opera pia, aspettanti la visita d'un pezzo grosso, tutte impettite,
con quegli occhi larghi e luccicanti, che volete? sentii una certa suggezione,
mi parve di dover dir qualche cosa, poco mancò che non dimandassi loro se
avevano sofferto il mal di mare nel viaggio in America.
Page 153
*
Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene fra gli attori d'un teatro simile
segue un caso psichico curiosissimo, il quale non avviene a chi visita un
magazzino di bambole, sian pure stupendamente formate; avendo queste
tutte lo stesso viso, la stessa età e un vestimento convenzionale. Fra quelle
marionette, invece, che rappresentano una grande varietà di tipi, ed età, ceti,
professioni, caratteri diversi, con una riproduzione così perfetta, oltre che
degli aspetti fisici, di tutti i particolari del vestire, la nostra immaginazione
è presa a poco a poco in un inganno che, distraendola dalla considerazione
della grandezza, finisce con fargliele vedere e considerare come persone
vive. Riesce maggiore l'illusione quando s'è fatto l'occhio all'esagerazione
dei lineamenti e dell'espressione dei visi, non sensibile a lungo perchè
comune a tutti, e non mai spinta oltre quel segno che pure nel vero è
possibile; la quale, poi, produce quest'altro strano effetto che, uscendo di là,
ci paiono mancanti di rilievo, di vigore, d'espressione, quasi facce appena
abbozzate, i primi visi umani che ci si paran dinanzi; come accade a chi
vive tra i pazzi, che quando rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito
e monotono il loro linguaggio sensato e pacato. Ed è appunto questa
illusione che rende piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo dei
fratelli Lupi. Io mi ci son divertito, non dico “come„ ma assai più d'un
ragazzo. Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è innumerevole. Per lo
spiraglio d'un guardaroba socchiuso, dietro a una tenda che il Lupi solleva,
negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri delle pareti, da per tutto
vedete crocchi di signore, pattuglie d'armati, conciliaboli di facce
equivoche, personaggi di corte sfolgoranti d'oro, barboni misteriosi,
occhioni che vi scrutano, bocche spalancate come per cacciare un grido,
rattenuto al vostro apparire, frotte di popolani, brigate di signori in abito
nero, gruppi di ballerine in maglie color di carne. Una di queste mi diede
nell'occhio: il Lupi stese la mano per prenderla. Stavo per dire: — Non la
disturbi, — ma era già sull'impiantito, che faceva le sue piroette, voltando il
busto e il capo dalla parte opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine
trasparenti tempestate di pagliuole d'argento, e pubblicando, come dice
l'Aleardi, le arcane forme pienotte con tanta vivacità e tanta grazia, che non
mi parve più una stravaganza quel romanzetto di Felice Govean, nel quale il
Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene fra gli attori d'un teatro simile
segue un caso psichico curiosissimo, il quale non avviene a chi visita un
magazzino di bambole, sian pure stupendamente formate; avendo queste
tutte lo stesso viso, la stessa età e un vestimento convenzionale. Fra quelle
marionette, invece, che rappresentano una grande varietà di tipi, ed età, ceti,
professioni, caratteri diversi, con una riproduzione così perfetta, oltre che
degli aspetti fisici, di tutti i particolari del vestire, la nostra immaginazione
è presa a poco a poco in un inganno che, distraendola dalla considerazione
della grandezza, finisce con fargliele vedere e considerare come persone
vive. Riesce maggiore l'illusione quando s'è fatto l'occhio all'esagerazione
dei lineamenti e dell'espressione dei visi, non sensibile a lungo perchè
comune a tutti, e non mai spinta oltre quel segno che pure nel vero è
possibile; la quale, poi, produce quest'altro strano effetto che, uscendo di là,
ci paiono mancanti di rilievo, di vigore, d'espressione, quasi facce appena
abbozzate, i primi visi umani che ci si paran dinanzi; come accade a chi
vive tra i pazzi, che quando rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito
e monotono il loro linguaggio sensato e pacato. Ed è appunto questa
illusione che rende piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo dei
fratelli Lupi. Io mi ci son divertito, non dico “come„ ma assai più d'un
ragazzo. Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è innumerevole. Per lo
spiraglio d'un guardaroba socchiuso, dietro a una tenda che il Lupi solleva,
negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri delle pareti, da per tutto
vedete crocchi di signore, pattuglie d'armati, conciliaboli di facce
equivoche, personaggi di corte sfolgoranti d'oro, barboni misteriosi,
occhioni che vi scrutano, bocche spalancate come per cacciare un grido,
rattenuto al vostro apparire, frotte di popolani, brigate di signori in abito
nero, gruppi di ballerine in maglie color di carne. Una di queste mi diede
nell'occhio: il Lupi stese la mano per prenderla. Stavo per dire: — Non la
disturbi, — ma era già sull'impiantito, che faceva le sue piroette, voltando il
busto e il capo dalla parte opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine
trasparenti tempestate di pagliuole d'argento, e pubblicando, come dice
l'Aleardi, le arcane forme pienotte con tanta vivacità e tanta grazia, che non
mi parve più una stravaganza quel romanzetto di Felice Govean, nel quale il
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protagonista s'innamora perdutamente della prima ballerina del Gianduja.
Non fo celia: metteva voglia di prenderla per la vita e di portarsela via: un
impertinente avrebbe domandato al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa
più amena è che fra un così gran numero di visi verosimili vi occorre ogni
tanto di trovarne uno che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza
straordinaria con qualche persona che conoscete. Ho trovato là, fra color
che son sospesi, due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino di casa; e
qualche altro di cui riconobbi il viso, senza ricordare chi fosse, ma che mi
fece dire senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato. — E, punto dalla
curiosità, continuai a cercare, e feci anche delle scoperte sgradevoli.
Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi scappò un'esclamazione: — La
regina Taitù! — Era lei pretta sputata. Un po' più in là trovai Menelik,
Maconnen, Mangascià, il generale Baratieri, con la sua uniforme d'Africa,
somigliantissimo, ma ancora con l'aria scipionica, perchè era stato
modellato dopo Senafè. Il Lupi alzò una mano, sollevò un personaggio e
disse con accento di rispetto: — Il maggiore Toselli. — Ebbene, nessuno ne
avrebbe sorriso, e non mi parve una profanazione. Era anch'essa una forma
di gloria quel piccolo simulacro che aveva scosso il cuore e fatto batter le
mani a tanti fanciulli e strappato qualche lagrima anche a dei grandi, e
pensai che se il bravo soldato l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso
dolcemente, come un trionfatore che senta fra il plauso d'un popolo gridare
il suo nome da un bambino.
*
Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi perfettamente uguali: che
rappresentino i Menecmi di Plauto o i Gemelli del Goldoni? No. Il
protagonista è uno solo; ma vuole il dramma che a un dato punto egli si
tolga la berretta sulla scena: operazione impossibile a cagione del filo che
regge i suoi destini: e non c'è altro che sostituire a lui, con uno stratagemma
di cui non s'avveda il pubblico, un alter ego con la berretta in mano: una
sberrettata che costa ai signori Lupi venticinque lire. Trovate qui un
personaggio col viso fresco e coi capelli neri; poco discosto il medesimo col
viso rugoso e col pelo grigio; un po' più oltre ancora lo stesso, con la faccia
decrepita e il cranio pelato: è un personaggio che deve apparir nel dramma
in tre età diverse; e se è vero che nel corpo umano si rinnovano di continuo
Non fo celia: metteva voglia di prenderla per la vita e di portarsela via: un
impertinente avrebbe domandato al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa
più amena è che fra un così gran numero di visi verosimili vi occorre ogni
tanto di trovarne uno che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza
straordinaria con qualche persona che conoscete. Ho trovato là, fra color
che son sospesi, due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino di casa; e
qualche altro di cui riconobbi il viso, senza ricordare chi fosse, ma che mi
fece dire senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato. — E, punto dalla
curiosità, continuai a cercare, e feci anche delle scoperte sgradevoli.
Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi scappò un'esclamazione: — La
regina Taitù! — Era lei pretta sputata. Un po' più in là trovai Menelik,
Maconnen, Mangascià, il generale Baratieri, con la sua uniforme d'Africa,
somigliantissimo, ma ancora con l'aria scipionica, perchè era stato
modellato dopo Senafè. Il Lupi alzò una mano, sollevò un personaggio e
disse con accento di rispetto: — Il maggiore Toselli. — Ebbene, nessuno ne
avrebbe sorriso, e non mi parve una profanazione. Era anch'essa una forma
di gloria quel piccolo simulacro che aveva scosso il cuore e fatto batter le
mani a tanti fanciulli e strappato qualche lagrima anche a dei grandi, e
pensai che se il bravo soldato l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso
dolcemente, come un trionfatore che senta fra il plauso d'un popolo gridare
il suo nome da un bambino.
*
Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi perfettamente uguali: che
rappresentino i Menecmi di Plauto o i Gemelli del Goldoni? No. Il
protagonista è uno solo; ma vuole il dramma che a un dato punto egli si
tolga la berretta sulla scena: operazione impossibile a cagione del filo che
regge i suoi destini: e non c'è altro che sostituire a lui, con uno stratagemma
di cui non s'avveda il pubblico, un alter ego con la berretta in mano: una
sberrettata che costa ai signori Lupi venticinque lire. Trovate qui un
personaggio col viso fresco e coi capelli neri; poco discosto il medesimo col
viso rugoso e col pelo grigio; un po' più oltre ancora lo stesso, con la faccia
decrepita e il cranio pelato: è un personaggio che deve apparir nel dramma
in tre età diverse; e se è vero che nel corpo umano si rinnovano di continuo
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le cellule, in modo ch'esso è tutto intero rinnovato ogni tanto tempo, la
marionetta non rappresenta forse più il vero che l'attore? Così, per
rappresentare l'epopea garibaldina, che ebbe un successo strepitoso, i Lupi
fecero fare una famiglia di Garibaldi, da Garibaldi bambino a Garibaldi
morente, e d'uno stesso Garibaldi vari esemplari, grandi e piccoli, per
mostrarlo sul proscenio, a qualche distanza, e lontanissimo. Così crede il
pubblico di vedere tre fratelli Girard, che fanno i giochi maravigliosi, e ne
vede quindici. Di Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia di ogni età e di
ogni altezza, Gianduia ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti,
contraffatti; come si richiede per un personaggio che è contemporaneo e
cooperatore degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti. Le teste storiche o
di viventi illustri, che potrebbero abbisognare altre volte, i Lupi le
conservano: ne hanno piene delle scatole da petrolio, ammontate a parte in
un magazzino. Luigi Lupi ne aperse una piena di teste di Gesù, modellate
assai bene, e levandole e presentandomele rapidamente l'una dopo l'altra, mi
produsse un'illusione singolare, somigliante a quella che dà il
cinematografo: mi parve di veder lo stesso viso, da prima sorridente,
rattristarsi, balenar d'ira, rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi da capo,
impallidire, stillar sangue, alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile nella
morte. Le teste di Cristo, badate, sono le sole che non son mescolate con
altre. Ma che bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani nelle altre scatole!
— To', Maino della Spinetta — To', Tommaso Villa — La regina Vittoria —
Davide Lazzaretti. — Mi venne in mano una testa che mi destò una vaga
reminiscenza, ma non accompagnata da un nome. Domandai: era
Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta, mi spiegò il Lupi,
perchè, volendosi fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto alterare il
contorno inferiore del viso; del che si mostrò dolente. Ma l'effetto di quella
mostra di teste ha qualcosa di repugnante: vi fa pensare ai cestoni orrendi
della ghigliottina del Terrore. Corrono un'altra sorte, però, le teste degli
uomini notevoli di second'ordine, pei quali è improbabile che ritorni un'altra
ora di celebrità dopo quella accidentale che li portò sul palco scenico: le
teste di questi, opportunamente svisate, rimangono in servizio sotto altri
nomi, passano sulle spalle di altri personaggi. A quali marionette saranno
toccate le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni, di consiglieri
comunali e di regi prefetti, che vedemmo passare, salutate dagli applausi,
sulle scene del teatrino di Gianduia? Forse gli stessi Lupi non le
marionetta non rappresenta forse più il vero che l'attore? Così, per
rappresentare l'epopea garibaldina, che ebbe un successo strepitoso, i Lupi
fecero fare una famiglia di Garibaldi, da Garibaldi bambino a Garibaldi
morente, e d'uno stesso Garibaldi vari esemplari, grandi e piccoli, per
mostrarlo sul proscenio, a qualche distanza, e lontanissimo. Così crede il
pubblico di vedere tre fratelli Girard, che fanno i giochi maravigliosi, e ne
vede quindici. Di Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia di ogni età e di
ogni altezza, Gianduia ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti,
contraffatti; come si richiede per un personaggio che è contemporaneo e
cooperatore degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti. Le teste storiche o
di viventi illustri, che potrebbero abbisognare altre volte, i Lupi le
conservano: ne hanno piene delle scatole da petrolio, ammontate a parte in
un magazzino. Luigi Lupi ne aperse una piena di teste di Gesù, modellate
assai bene, e levandole e presentandomele rapidamente l'una dopo l'altra, mi
produsse un'illusione singolare, somigliante a quella che dà il
cinematografo: mi parve di veder lo stesso viso, da prima sorridente,
rattristarsi, balenar d'ira, rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi da capo,
impallidire, stillar sangue, alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile nella
morte. Le teste di Cristo, badate, sono le sole che non son mescolate con
altre. Ma che bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani nelle altre scatole!
— To', Maino della Spinetta — To', Tommaso Villa — La regina Vittoria —
Davide Lazzaretti. — Mi venne in mano una testa che mi destò una vaga
reminiscenza, ma non accompagnata da un nome. Domandai: era
Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta, mi spiegò il Lupi,
perchè, volendosi fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto alterare il
contorno inferiore del viso; del che si mostrò dolente. Ma l'effetto di quella
mostra di teste ha qualcosa di repugnante: vi fa pensare ai cestoni orrendi
della ghigliottina del Terrore. Corrono un'altra sorte, però, le teste degli
uomini notevoli di second'ordine, pei quali è improbabile che ritorni un'altra
ora di celebrità dopo quella accidentale che li portò sul palco scenico: le
teste di questi, opportunamente svisate, rimangono in servizio sotto altri
nomi, passano sulle spalle di altri personaggi. A quali marionette saranno
toccate le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni, di consiglieri
comunali e di regi prefetti, che vedemmo passare, salutate dagli applausi,
sulle scene del teatrino di Gianduia? Forse gli stessi Lupi non le
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riconoscono più. Saranno diventate teste di portinai, di mercanti, di lacchè,
di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice!
*
V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che serve insieme da magazzino
di vestiari e da laboratorio. Al primo entrare vi si presenta uno spettacolo
tremendo. Pendono in un angolo centinaia di corpi ignudi d'impiccati, col
capo nascosto in un cappuccio da fratelli della Misericordia, ma bianco e
tirato fin sulle spalle, come l'orrido berretto da notte che si metteva un
tempo ai condannati a morte. Vi par di vedere lo spaventevole verger du roi
Louis che descrive il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta
davanti, a Luigi undicesimo. È il dormitorio delle marionette
provvisoriamente disoccupate. Là potete far degli studi anatomici,
ammirare la bella proporzione delle membra, la perfezione delle giunture, la
delicata fattura dei piedi e delle mani, le polpe delle regine e delle servette, i
toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi trovate anche pance di
Falstaff, schiene di Rigoletti, gambe di Quasimodi, corpiciattoli di nani,
tutte le deformità miserande d'un ospizio di “incurabili„. Ma non si può
immaginare come tormenti la curiosità la vista di tutti quei cappucci lugubri
sotto i quali l'immaginazione si raffigura dei visi contratti dagli spasimi
dell'agonia o composti nella quiete solenne dell'eternità. Domandai al Lupi
se fosse lecito, per amor dell'arte, violare il segreto della morte. Egli fece un
cenno d'assenso. Io scopersi una testa....
Oh via dagli occhi miei,
Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi,
come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai una più spaurevole faccia di
vecchio pazzo e feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore delle sue
ispirazioni infernali, nè da quella del Goya nel tracciare a ludibrio
dell'uomo le caricature spietate della sua maschera. Mi balenò un ricordo.
Era forse lui. Non poteva essere altri che lui. Ed era lui infatti, me lo disse il
Lupi. Era un vecchio alchimista matto e solitario della parodia di Giulietta e
Romeo, il quale, pochi mesi addietro, aveva fatto una così profonda
impressione al bambino d'un mio amico, che se l'era sognato di notte e il
di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice!
*
V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che serve insieme da magazzino
di vestiari e da laboratorio. Al primo entrare vi si presenta uno spettacolo
tremendo. Pendono in un angolo centinaia di corpi ignudi d'impiccati, col
capo nascosto in un cappuccio da fratelli della Misericordia, ma bianco e
tirato fin sulle spalle, come l'orrido berretto da notte che si metteva un
tempo ai condannati a morte. Vi par di vedere lo spaventevole verger du roi
Louis che descrive il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta
davanti, a Luigi undicesimo. È il dormitorio delle marionette
provvisoriamente disoccupate. Là potete far degli studi anatomici,
ammirare la bella proporzione delle membra, la perfezione delle giunture, la
delicata fattura dei piedi e delle mani, le polpe delle regine e delle servette, i
toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi trovate anche pance di
Falstaff, schiene di Rigoletti, gambe di Quasimodi, corpiciattoli di nani,
tutte le deformità miserande d'un ospizio di “incurabili„. Ma non si può
immaginare come tormenti la curiosità la vista di tutti quei cappucci lugubri
sotto i quali l'immaginazione si raffigura dei visi contratti dagli spasimi
dell'agonia o composti nella quiete solenne dell'eternità. Domandai al Lupi
se fosse lecito, per amor dell'arte, violare il segreto della morte. Egli fece un
cenno d'assenso. Io scopersi una testa....
Oh via dagli occhi miei,
Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi,
come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai una più spaurevole faccia di
vecchio pazzo e feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore delle sue
ispirazioni infernali, nè da quella del Goya nel tracciare a ludibrio
dell'uomo le caricature spietate della sua maschera. Mi balenò un ricordo.
Era forse lui. Non poteva essere altri che lui. Ed era lui infatti, me lo disse il
Lupi. Era un vecchio alchimista matto e solitario della parodia di Giulietta e
Romeo, il quale, pochi mesi addietro, aveva fatto una così profonda
impressione al bambino d'un mio amico, che se l'era sognato di notte e il
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padre aveva dovuto scender dal letto per quetare il suo terrore. Con mano
peritosa scopersi un altro impeso, vicino a quello, e prima che ne apparisse
il viso, mi lambì la mano una ciocca morbida di bellissimi capelli biondi. O
nuovo miracolo gentile! Era un angiolo, un viso bianco e puro di
Margherita, con due grandi occhi innocenti e un sorriso da pargolo che
sogna gli splendori del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di vernice
perchè gli aveva sciupato una guancia un colpo di trombone dei briganti in
un assalto dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai a scoperchiare
teste, e vidi facce così superlativamente buffe che mi fecero scoppiare in
una risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte di Cassazione, musi
incartapecoriti d'usurai senza viscere, grinte di megere furibonde, rictus di
Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti dei miracoli e da galera, frontespizi
di bricconi così insolenti, così cinici e odiosi da spendere volentieri qualche
franco, come dice il sor Camola, per pagare il piacere de dagh una
martelada. E anche dei visi di uomini onesti e simpatici; ma quegli altri
erano i più anche là, come nel mondo.
*
Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi dietro a quelle scene
vedresti ben altre maraviglie. Ce n'è una a ogni passo: locomotive di strada
ferrata che potrebbero far servizio negli imperi di Blefuscu e di Liliput,
carrozze di gala da piccole fate, batterie di cannoni che sembrano uscite
dalla vetrina dei modelli dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni di
velluto, con le gambe e le spalliere scolpite, con rilievi di vero bronzo e
candelabri che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra una mensa di
principi; poichè i fratelli Lupi vogliono la riproduzione del vero, anche
nelle cose minime, più esatta assai di quanto sia richiesto dall'effetto
teatrale e dai più difficili spettatori; e ciò non per altro che per amor
dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza, come quei raffinati che
mettono il lusso anche nelle cose che non si vedono. Nè tutto è qui: ecco
una flotta di corazzate con le artiglierie, di piroscafi coi passeggieri, di
bastimenti mercantili col carico, di barche d'ogni forma coi rematori: quanto
occorre per rappresentare splendidamente la gran festa d'inaugurazione del
canale di Suez. Ecco un castello che si sfascia a pezzo a pezzo sotto le
percosse degli arieti o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una mina,
peritosa scopersi un altro impeso, vicino a quello, e prima che ne apparisse
il viso, mi lambì la mano una ciocca morbida di bellissimi capelli biondi. O
nuovo miracolo gentile! Era un angiolo, un viso bianco e puro di
Margherita, con due grandi occhi innocenti e un sorriso da pargolo che
sogna gli splendori del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di vernice
perchè gli aveva sciupato una guancia un colpo di trombone dei briganti in
un assalto dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai a scoperchiare
teste, e vidi facce così superlativamente buffe che mi fecero scoppiare in
una risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte di Cassazione, musi
incartapecoriti d'usurai senza viscere, grinte di megere furibonde, rictus di
Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti dei miracoli e da galera, frontespizi
di bricconi così insolenti, così cinici e odiosi da spendere volentieri qualche
franco, come dice il sor Camola, per pagare il piacere de dagh una
martelada. E anche dei visi di uomini onesti e simpatici; ma quegli altri
erano i più anche là, come nel mondo.
*
Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi dietro a quelle scene
vedresti ben altre maraviglie. Ce n'è una a ogni passo: locomotive di strada
ferrata che potrebbero far servizio negli imperi di Blefuscu e di Liliput,
carrozze di gala da piccole fate, batterie di cannoni che sembrano uscite
dalla vetrina dei modelli dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni di
velluto, con le gambe e le spalliere scolpite, con rilievi di vero bronzo e
candelabri che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra una mensa di
principi; poichè i fratelli Lupi vogliono la riproduzione del vero, anche
nelle cose minime, più esatta assai di quanto sia richiesto dall'effetto
teatrale e dai più difficili spettatori; e ciò non per altro che per amor
dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza, come quei raffinati che
mettono il lusso anche nelle cose che non si vedono. Nè tutto è qui: ecco
una flotta di corazzate con le artiglierie, di piroscafi coi passeggieri, di
bastimenti mercantili col carico, di barche d'ogni forma coi rematori: quanto
occorre per rappresentare splendidamente la gran festa d'inaugurazione del
canale di Suez. Ecco un castello che si sfascia a pezzo a pezzo sotto le
percosse degli arieti o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una mina,
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come per un crollo di terremoto. Ecco cavalli che scalpitano e s'impennano,
elefanti che mulinano la proboscide, leoni che squassano la giubba,
scimmie che s'arrampicano su per gli alberi come scimmie vive, serpenti
che strisciano e si rizzano sulla coda da metterti i brividi. Cerca con la
fantasia quanto puoi desiderare di più prezioso per regalo di capo d'anno e
lo troverai qui più grande e più seducente di come l'immagini. E qui puoi
anche vedere con che ingegnosa industria di fili a una marionetta è fatto
levare il portamonete dalla tasca interna del soprabito con un gesto
spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra cavar la spada dal fodero con la
vivace eleganza d'un ufficialetto di cavalleria, a una terza spegnere una
lampada con l'apparenza ch'essa sia spenta dal suo soffio: una delle
prodezze marionettistiche più freneticamente applaudite. E ti puoi anche
fare un'idea dell'attenzione e della destrezza che si richiedono per fare con
garbo tutti quei movimenti delle gambe, delle braccia, del capo, degli occhi,
della bocca; per evitare quei mille accidenti, così facili, di fili che
s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano, d'ingombri, di contrattempi e di
cozzi, dei quali basta uno solo a mandar a male una scena od un quadro; per
guardarsi, in mezzo ad attori di natura così accensibile, a un tal cumulo di
tela, di legno e di carta, a tanto fuoco di lumi, di razzi, di lampi, d'esplosioni
e di fiammate, da una svista, da una distrazione momentanea che muterebbe
a un tratto tutto quel palazzo magico in un falò spaventoso. Vedi quanta
fatica, quante cure costa a chi ti diverte quello spettacolo che forse tu credi
sia anche per loro uno spasso; vedi che ardua cosa è il governare anche il
più facile dei popoli, un popolo che non mangia e non parla.
*
Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o piccolo lettore, avresti anche
molte delusioni; le quali, per altro, ti sarebbero compensate da una più viva
ammirazione dell'ingegno e dell'arte con cui le illusioni ti sono prodotte.
Vedi, per esempio: quei cavalieri e quelle dame in gran gala che nel
Napoleone a Mosca ballano con ebbrezza spensierata in fondo a un salone
del Kremlino già morso ai fianchi dall'incendio, e che ti fecero un effetto
così fantastico, non ballano: sono fantocci tutti d'un pezzo confitti in un
disco invisibile che gira come la ruota d'un arcolaio. Quelle contraddanze
così intricate e precise di zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder
elefanti che mulinano la proboscide, leoni che squassano la giubba,
scimmie che s'arrampicano su per gli alberi come scimmie vive, serpenti
che strisciano e si rizzano sulla coda da metterti i brividi. Cerca con la
fantasia quanto puoi desiderare di più prezioso per regalo di capo d'anno e
lo troverai qui più grande e più seducente di come l'immagini. E qui puoi
anche vedere con che ingegnosa industria di fili a una marionetta è fatto
levare il portamonete dalla tasca interna del soprabito con un gesto
spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra cavar la spada dal fodero con la
vivace eleganza d'un ufficialetto di cavalleria, a una terza spegnere una
lampada con l'apparenza ch'essa sia spenta dal suo soffio: una delle
prodezze marionettistiche più freneticamente applaudite. E ti puoi anche
fare un'idea dell'attenzione e della destrezza che si richiedono per fare con
garbo tutti quei movimenti delle gambe, delle braccia, del capo, degli occhi,
della bocca; per evitare quei mille accidenti, così facili, di fili che
s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano, d'ingombri, di contrattempi e di
cozzi, dei quali basta uno solo a mandar a male una scena od un quadro; per
guardarsi, in mezzo ad attori di natura così accensibile, a un tal cumulo di
tela, di legno e di carta, a tanto fuoco di lumi, di razzi, di lampi, d'esplosioni
e di fiammate, da una svista, da una distrazione momentanea che muterebbe
a un tratto tutto quel palazzo magico in un falò spaventoso. Vedi quanta
fatica, quante cure costa a chi ti diverte quello spettacolo che forse tu credi
sia anche per loro uno spasso; vedi che ardua cosa è il governare anche il
più facile dei popoli, un popolo che non mangia e non parla.
*
Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o piccolo lettore, avresti anche
molte delusioni; le quali, per altro, ti sarebbero compensate da una più viva
ammirazione dell'ingegno e dell'arte con cui le illusioni ti sono prodotte.
Vedi, per esempio: quei cavalieri e quelle dame in gran gala che nel
Napoleone a Mosca ballano con ebbrezza spensierata in fondo a un salone
del Kremlino già morso ai fianchi dall'incendio, e che ti fecero un effetto
così fantastico, non ballano: sono fantocci tutti d'un pezzo confitti in un
disco invisibile che gira come la ruota d'un arcolaio. Quelle contraddanze
così intricate e precise di zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder
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l'opera di cento mani, non sono che il movimento d'una delle così dette
scalette, un apparecchio contrattile di regoli di legno, su cui è piantato il
corpo di ballo, maneggiato da due mani sole. Quelle ballerine innumerevoli
che ne La coda del gatto scendono sul palco come un'onda umana
inesauribile, e che ti strapparono un grido d'ammirazione, non son che una
cinquantina di bambole infitte in un tamburo rotante, il quale te le ripresenta
continuamente, come uno scrittore povero le medesime frasi e le medesime
immagini da un capo all'altro del libro. E anche quella calata dei mille lumi
dell'esercito abissino sopra Amba-Alagi, che ti scosse quasi come la vista
della realtà, non è che l'effetto di un moccolo acceso fatto passare dietro a
uno scenario bucherellato come un crivello. E non son più vere le belle
cascate d'acqua, che ti fanno batter le mani dall'allegrezza: sono cascate di
sabbia bianca mista con pezzetti di cristallo, che un apparecchio raccoglie e
rimanda in secchielli alla sorgente, senza disperderne un grano. E quel
tuono così bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute quasi
sgomento, ahimè! non è che un rumore di ciottoli cascanti dentro a un
cassone, mossi dalla stessa mano che produce il sibilo del vento nella
foresta per mezzo d'una confricazione di grossi fili di ferro. E quel mare
azzurro, in fine, quel bel mare ondeggiante, che ti pare debba soverchiare da
un momento all'altro le sponde e irrompere nella platea, non è che un
saliscendi di pezzi di legno congiunti a cerniera che scote dietro le quinte un
ragazzo della tua età, il piccolo Edmondo Lupi; il quale comincia la sua
carriera facendo le onde e rappresentando il Colosso di Rodi nelle Sette
meraviglie del mondo, come la cominciarono suo padre e suo nonno, e
come la comincieranno, è da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo,
non isvelar questi segreti ai tuoi compagni, perchè a questo mondo, vedi,
non bisogna togliere alla gente che le illusioni pericolose: strapparle quelle
che, senza danno, ci fanno più belle le cose e più vive le commozioni
piacevoli, è una brutalità, come sciupare i fiori.
*
I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni, non si diverton meno dei
piccoli che gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte del pubblico. È
improprio, in fatti, chiamar teatro dei bambini il teatro Lupi, nel quale, fuor
che i giorni di festa, otto su dieci spettatori sono adulti. E un buon numero
scalette, un apparecchio contrattile di regoli di legno, su cui è piantato il
corpo di ballo, maneggiato da due mani sole. Quelle ballerine innumerevoli
che ne La coda del gatto scendono sul palco come un'onda umana
inesauribile, e che ti strapparono un grido d'ammirazione, non son che una
cinquantina di bambole infitte in un tamburo rotante, il quale te le ripresenta
continuamente, come uno scrittore povero le medesime frasi e le medesime
immagini da un capo all'altro del libro. E anche quella calata dei mille lumi
dell'esercito abissino sopra Amba-Alagi, che ti scosse quasi come la vista
della realtà, non è che l'effetto di un moccolo acceso fatto passare dietro a
uno scenario bucherellato come un crivello. E non son più vere le belle
cascate d'acqua, che ti fanno batter le mani dall'allegrezza: sono cascate di
sabbia bianca mista con pezzetti di cristallo, che un apparecchio raccoglie e
rimanda in secchielli alla sorgente, senza disperderne un grano. E quel
tuono così bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute quasi
sgomento, ahimè! non è che un rumore di ciottoli cascanti dentro a un
cassone, mossi dalla stessa mano che produce il sibilo del vento nella
foresta per mezzo d'una confricazione di grossi fili di ferro. E quel mare
azzurro, in fine, quel bel mare ondeggiante, che ti pare debba soverchiare da
un momento all'altro le sponde e irrompere nella platea, non è che un
saliscendi di pezzi di legno congiunti a cerniera che scote dietro le quinte un
ragazzo della tua età, il piccolo Edmondo Lupi; il quale comincia la sua
carriera facendo le onde e rappresentando il Colosso di Rodi nelle Sette
meraviglie del mondo, come la cominciarono suo padre e suo nonno, e
come la comincieranno, è da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo,
non isvelar questi segreti ai tuoi compagni, perchè a questo mondo, vedi,
non bisogna togliere alla gente che le illusioni pericolose: strapparle quelle
che, senza danno, ci fanno più belle le cose e più vive le commozioni
piacevoli, è una brutalità, come sciupare i fiori.
*
I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni, non si diverton meno dei
piccoli che gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte del pubblico. È
improprio, in fatti, chiamar teatro dei bambini il teatro Lupi, nel quale, fuor
che i giorni di festa, otto su dieci spettatori sono adulti. E un buon numero
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di questi, uomini maturi e vecchi, e anche gente colta, sono frequentatori
assidui. Per effetto di quali vicende, di quali rivolgimenti psichici si saranno
ridotti al teatro delle marionette? In molti, senza dubbio, non è altra causa
che la semplicità dell'animo; ma in altri dev'essere una castrazione
volontaria della fantasia, desiderosa di diletto, ma amante della quiete; una
repugnanza, nata da un'esperienza amara della vita, alla rappresentazione
troppo verosimile delle miserie e dei dolori umani, quale si fa nel teatro
vero; un ritornare indietro di proposito, un rifugiarsi nel mondo della
fanciullezza per sazietà o per aborrimento di quello degli uomini; e c'è forse
in loro una stretta corrispondenza fra la passione per le marionette e l'indole
delle letture preferite e di tutti gli altri passatempi: son forse di quei signori
che passano ore ed ore, sui sedili dei giardini pubblici, a veder giocare i
bambini. Ma è singolare come questi bambini con la barba non cerchino
soltanto in quel teatro una ricreazione amena, come prediligano anzi i
drammoni di grande effetto, e brontolino alle commediole e alle farse,
giudicandole quasi una degradazione dell'arte, e paragonino e discutano
quelle produzioni come drammi del Dumas e del Sardou, e propongano
perfino dei soggetti ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie. E bisogna
vedere con che serietà assistono allo spettacolo, come s'impazientano agli
applausi e alle risa intempestive dei ragazzi che turbano la
rappresentazione, e con che sdegno zittiscono gli sbadati che lascian cascare
la canna, come se rompessero una frase dello Shakespeare in bocca a
Tommaso Salvini. A vederli, ci vien sulle labbra un sorriso di pietà; ma a
pensarci bene, non è questo il senso che ci dovrebbero ispirare. Che uomini
i quali hanno vissuto più d'un mezzo secolo, lottato, sofferto, visto mille
casi strani e terribili; e che hanno ancora passioni, dolori, cure gravi,
possano prestar per tre ore alla conversazione di dieci pupi di legno
un'attenzione che non presterebbero alla disputa d'un Consiglio di ministri
intorno agli interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe destar piuttosto,
confortandoci, un sentimento d'ammirazione per la miracolosa facoltà che
ha la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di consolarsi con dei fantasmi
e dei sogni delle sue miserie infinite?
*
assidui. Per effetto di quali vicende, di quali rivolgimenti psichici si saranno
ridotti al teatro delle marionette? In molti, senza dubbio, non è altra causa
che la semplicità dell'animo; ma in altri dev'essere una castrazione
volontaria della fantasia, desiderosa di diletto, ma amante della quiete; una
repugnanza, nata da un'esperienza amara della vita, alla rappresentazione
troppo verosimile delle miserie e dei dolori umani, quale si fa nel teatro
vero; un ritornare indietro di proposito, un rifugiarsi nel mondo della
fanciullezza per sazietà o per aborrimento di quello degli uomini; e c'è forse
in loro una stretta corrispondenza fra la passione per le marionette e l'indole
delle letture preferite e di tutti gli altri passatempi: son forse di quei signori
che passano ore ed ore, sui sedili dei giardini pubblici, a veder giocare i
bambini. Ma è singolare come questi bambini con la barba non cerchino
soltanto in quel teatro una ricreazione amena, come prediligano anzi i
drammoni di grande effetto, e brontolino alle commediole e alle farse,
giudicandole quasi una degradazione dell'arte, e paragonino e discutano
quelle produzioni come drammi del Dumas e del Sardou, e propongano
perfino dei soggetti ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie. E bisogna
vedere con che serietà assistono allo spettacolo, come s'impazientano agli
applausi e alle risa intempestive dei ragazzi che turbano la
rappresentazione, e con che sdegno zittiscono gli sbadati che lascian cascare
la canna, come se rompessero una frase dello Shakespeare in bocca a
Tommaso Salvini. A vederli, ci vien sulle labbra un sorriso di pietà; ma a
pensarci bene, non è questo il senso che ci dovrebbero ispirare. Che uomini
i quali hanno vissuto più d'un mezzo secolo, lottato, sofferto, visto mille
casi strani e terribili; e che hanno ancora passioni, dolori, cure gravi,
possano prestar per tre ore alla conversazione di dieci pupi di legno
un'attenzione che non presterebbero alla disputa d'un Consiglio di ministri
intorno agli interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe destar piuttosto,
confortandoci, un sentimento d'ammirazione per la miracolosa facoltà che
ha la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di consolarsi con dei fantasmi
e dei sogni delle sue miserie infinite?
*
Page 161
Le sere dei giorni feriali la sala non ha un aspetto diverso da quello degli
altri teatri. Per vederla nella singolarità della sua bellezza bisogna andare
alla rappresentazione diurna della domenica, quando centinaia di ragazzi e
di bambini riempiono le sedie e le panche e formano in platea e nei
palchetti come tanti mazzi, ghirlande, aiuole di teste bionde, e la varietà dei
colori chiari e vivi dei vestiti le dà l'apparenza d'una sala infiorata e
imbandierata per una festa. Anche prima che s'alzi il sipario v'è in quella
piccola folla oricrinita l'agitazione, il rimescolìo d'una gabbiata d'uccelli
digiuni al momento che si mette il panico nelle cassette. Gli uni son seduti,
altri inginocchiati, altri ritti sulle panche o sulle ginocchia delle mamme o
delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle sedie davanti, pigiati nei
palchetti in doppia, triplice fila di teste, che fanno scala, le più alte col
mento posato sulle teste più basse, e queste col mento sul parapetto, come
disposte da un fotografo per il ritratto. All'alzarsi del sipario, si può dire che
cominciano due spettacoli. È delizioso, durante una scena spettacolosa,
vedere tutti quegli occhi spalancati come a un'apparizione dell'altro mondo,
quelle espressioni di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita, quelle
piccole bocche aperte in forma di O, di anelli e di semicircoli, quelle
piccole fronti nivee corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione
filosofica, che si riscotono poi bruscamente come al destarsi da un sogno.
Poi, tutt'a un tratto, a una scena comica, a una risposta o a un atto buffo d'un
personaggio, file intere di corpicini si torcono dal ridere, schiere di teste si
arrovesciano indietro, scrollando matasse di riccioli, scoprendo i piccoli
colli bianchi, schiudendo le bocchine come scrignetti rossi pieni di perle
minute, e nell'impeto della gioia alcuni abbracciano il fratello o la sorella,
altri si abbandonano fra le braccia della mamma, e molti dei più piccoli si
buttano sulla sedia con le gambe all'aria, mostrando innocentemente la
biancheria più segreta. E vedere come nel rapimento dell'ammirazione
respingono furiosamente il fazzoletto importuno che cerca il loro nasino o
ammollano una ceffata senza prefazione a chi para loro la vista del
palcoscenico. Sono trecento paia di mani che applaudono con tutte le forze
e non fanno fra tutte lo strepito di quattro mani virili: par di vedere e di
sentire il frullo di centinaia di alette rosate, rattenute da altrettanti fili alle
panche. E vi sono anche gli spettatori indifferenti, i ghiottoni piccolissimi
che non voltano il viso verso il palco se non quando sentono delle fucilate;
ma per riattaccarlo subito alla poppa con un giro risoluto del capo, come
altri teatri. Per vederla nella singolarità della sua bellezza bisogna andare
alla rappresentazione diurna della domenica, quando centinaia di ragazzi e
di bambini riempiono le sedie e le panche e formano in platea e nei
palchetti come tanti mazzi, ghirlande, aiuole di teste bionde, e la varietà dei
colori chiari e vivi dei vestiti le dà l'apparenza d'una sala infiorata e
imbandierata per una festa. Anche prima che s'alzi il sipario v'è in quella
piccola folla oricrinita l'agitazione, il rimescolìo d'una gabbiata d'uccelli
digiuni al momento che si mette il panico nelle cassette. Gli uni son seduti,
altri inginocchiati, altri ritti sulle panche o sulle ginocchia delle mamme o
delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle sedie davanti, pigiati nei
palchetti in doppia, triplice fila di teste, che fanno scala, le più alte col
mento posato sulle teste più basse, e queste col mento sul parapetto, come
disposte da un fotografo per il ritratto. All'alzarsi del sipario, si può dire che
cominciano due spettacoli. È delizioso, durante una scena spettacolosa,
vedere tutti quegli occhi spalancati come a un'apparizione dell'altro mondo,
quelle espressioni di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita, quelle
piccole bocche aperte in forma di O, di anelli e di semicircoli, quelle
piccole fronti nivee corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione
filosofica, che si riscotono poi bruscamente come al destarsi da un sogno.
Poi, tutt'a un tratto, a una scena comica, a una risposta o a un atto buffo d'un
personaggio, file intere di corpicini si torcono dal ridere, schiere di teste si
arrovesciano indietro, scrollando matasse di riccioli, scoprendo i piccoli
colli bianchi, schiudendo le bocchine come scrignetti rossi pieni di perle
minute, e nell'impeto della gioia alcuni abbracciano il fratello o la sorella,
altri si abbandonano fra le braccia della mamma, e molti dei più piccoli si
buttano sulla sedia con le gambe all'aria, mostrando innocentemente la
biancheria più segreta. E vedere come nel rapimento dell'ammirazione
respingono furiosamente il fazzoletto importuno che cerca il loro nasino o
ammollano una ceffata senza prefazione a chi para loro la vista del
palcoscenico. Sono trecento paia di mani che applaudono con tutte le forze
e non fanno fra tutte lo strepito di quattro mani virili: par di vedere e di
sentire il frullo di centinaia di alette rosate, rattenute da altrettanti fili alle
panche. E vi sono anche gli spettatori indifferenti, i ghiottoni piccolissimi
che non voltano il viso verso il palco se non quando sentono delle fucilate;
ma per riattaccarlo subito alla poppa con un giro risoluto del capo, come
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dicendo: — Corbellerie! Io ci ho di meglio! — Ma al rumor delle fucilate
altri si spaventano e strillano, a certe scene tragiche qualcuno scoppia in
pianto e tende le braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non piangono, ma,
celando il viso in seno alla mamma, guardano il restante della scena con un
occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche, è una gioia a
sentirle. Allo scoprirsi improvviso di certi quadri, all'apparire di certi agnelli
o asinelli o porcellini che paion vivi, sono scoppi di oh!, lunghi mormorii di
maraviglia, a cui tien dietro quasi sempre qualche esclamazione solitaria
d'una vocina sottile, che risuona nel silenzio come un vagito in una chiesa,
un: — Ah com'è bello! — che prorompe d'infondo all'anima, che esprime
una pienezza di contento, una beatitudine celeste. Ma è sempre Gianduia
quello che produce gli effetti più grandi. Son qualche volta accessi di riso
convulso, cori di singhiozzi e di trilli, risate acute, cantanti, prolungate,
inestinguibili, che fanno voltar tutti gli adulti, col viso sorridente, verso le
panche, come se gli attori fossero saltati dal palco nella platea, e che quando
si smorzano in modo da lasciar riprender la parola alla famiglia Lupi,
lasciano ancora qua e là qualche strascico sonoro, qualche piccino piegato
in due, che non può smettere nè frenarsi, che col capo chino e col viso nelle
mani seguita a ridere e a ridere, perdendo le lacrime e la saliva, sfinito; ma
non acquietato nè da rimproveri nè da carezze, inebbriato e soffocato dal
proprio riso, non ridotto al silenzio che quando la mamma gli mette un
braccio intorno al collo e gli preme la pezzuola sulla bocca.
*
Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza, anzi un seguito di
scoppi, quasi senza interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo a
traverso la tela, affiochiti e confusi come se venissero di lontano, fanno un
effetto insolito, vanno anche più diritti al cuore che a sentirli dalla sala.
Pareva di udire un suono di cascatelle d'acqua, il canto di mille uccelli in un
bosco, e ogni scroscio di risa finiva in un lungo sospiro di voluttà, simile al
mormorio d'una onda larga e lenta che viene a morir sulla riva. Si
rappresentava L'ultima notte dell'anno. Era un successo così straordinario
che gli stessi fratelli Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio, costretti
ogni momento a interrompere la recitazione, mostravano nei visi accesi e
sudanti una viva compiacenza dell'opera loro. Ed io pensavo, guardandoli,
altri si spaventano e strillano, a certe scene tragiche qualcuno scoppia in
pianto e tende le braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non piangono, ma,
celando il viso in seno alla mamma, guardano il restante della scena con un
occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche, è una gioia a
sentirle. Allo scoprirsi improvviso di certi quadri, all'apparire di certi agnelli
o asinelli o porcellini che paion vivi, sono scoppi di oh!, lunghi mormorii di
maraviglia, a cui tien dietro quasi sempre qualche esclamazione solitaria
d'una vocina sottile, che risuona nel silenzio come un vagito in una chiesa,
un: — Ah com'è bello! — che prorompe d'infondo all'anima, che esprime
una pienezza di contento, una beatitudine celeste. Ma è sempre Gianduia
quello che produce gli effetti più grandi. Son qualche volta accessi di riso
convulso, cori di singhiozzi e di trilli, risate acute, cantanti, prolungate,
inestinguibili, che fanno voltar tutti gli adulti, col viso sorridente, verso le
panche, come se gli attori fossero saltati dal palco nella platea, e che quando
si smorzano in modo da lasciar riprender la parola alla famiglia Lupi,
lasciano ancora qua e là qualche strascico sonoro, qualche piccino piegato
in due, che non può smettere nè frenarsi, che col capo chino e col viso nelle
mani seguita a ridere e a ridere, perdendo le lacrime e la saliva, sfinito; ma
non acquietato nè da rimproveri nè da carezze, inebbriato e soffocato dal
proprio riso, non ridotto al silenzio che quando la mamma gli mette un
braccio intorno al collo e gli preme la pezzuola sulla bocca.
*
Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza, anzi un seguito di
scoppi, quasi senza interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo a
traverso la tela, affiochiti e confusi come se venissero di lontano, fanno un
effetto insolito, vanno anche più diritti al cuore che a sentirli dalla sala.
Pareva di udire un suono di cascatelle d'acqua, il canto di mille uccelli in un
bosco, e ogni scroscio di risa finiva in un lungo sospiro di voluttà, simile al
mormorio d'una onda larga e lenta che viene a morir sulla riva. Si
rappresentava L'ultima notte dell'anno. Era un successo così straordinario
che gli stessi fratelli Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio, costretti
ogni momento a interrompere la recitazione, mostravano nei visi accesi e
sudanti una viva compiacenza dell'opera loro. Ed io pensavo, guardandoli,
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quanti ragazzi e bambini essi avevano divertiti e commossi, quanti piccoli
dolori avevano consolati; pensavo quanto migliaia di piccole creature,
grazie a loro, s'erano svegliate la mattina d'un giorno di festa gettando
un'esclamazione di contentezza: — È quest'oggi! — e immaginavo i tanti
scolaretti poveri che avevano studiato per un pezzo fino a notte avanzata
per guadagnar la medaglia che dà l'entrata gratuita, e vedevo i tanti visetti
smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un sorriso alla promessa d'esser
condotti a quel teatro. E, pensando a questo, l'opera loro m'appariva in un
aspetto così gentile, la loro famiglia in una luce così amabile! Non pensavo
più che anche per essi il primo scopo del lavoro era la vita, non vedevo più
in loro che dei benefattori della fanciullezza. Mi pareva che i due fratelli
Luigi avessero qualche cosa di paterno per quella grande famiglia rumorosa
che sentivo e non vedevo, e guardando quelle due belle ragazze,
inginocchiate in alto, mentre agitavano i fili con atti graziosi, rosse nel viso
come se le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori, mi compiacevo a far
passare col pensiero sui loro capelli tutte quelle manine bianche che
applaudivano e sulla loro fronte tutte quelle bocche vermiglie che ridevano.
Oh quelle risa argentine, quel riso fresco e beato, la più dolce delle musiche
della terra, quel riso che ci fa rivivere nell'infanzia e rivedere il volto di
nostra madre giovane, quel riso che dice innocenza e speranza, ignoranza
della vita e gioia di vivere, che si diffonde intorno nelle anime come una
virtù feconda e consolatrice, sia benedetto chi lo ride e ringraziato chi lo
desta.
dolori avevano consolati; pensavo quanto migliaia di piccole creature,
grazie a loro, s'erano svegliate la mattina d'un giorno di festa gettando
un'esclamazione di contentezza: — È quest'oggi! — e immaginavo i tanti
scolaretti poveri che avevano studiato per un pezzo fino a notte avanzata
per guadagnar la medaglia che dà l'entrata gratuita, e vedevo i tanti visetti
smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un sorriso alla promessa d'esser
condotti a quel teatro. E, pensando a questo, l'opera loro m'appariva in un
aspetto così gentile, la loro famiglia in una luce così amabile! Non pensavo
più che anche per essi il primo scopo del lavoro era la vita, non vedevo più
in loro che dei benefattori della fanciullezza. Mi pareva che i due fratelli
Luigi avessero qualche cosa di paterno per quella grande famiglia rumorosa
che sentivo e non vedevo, e guardando quelle due belle ragazze,
inginocchiate in alto, mentre agitavano i fili con atti graziosi, rosse nel viso
come se le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori, mi compiacevo a far
passare col pensiero sui loro capelli tutte quelle manine bianche che
applaudivano e sulla loro fronte tutte quelle bocche vermiglie che ridevano.
Oh quelle risa argentine, quel riso fresco e beato, la più dolce delle musiche
della terra, quel riso che ci fa rivivere nell'infanzia e rivedere il volto di
nostra madre giovane, quel riso che dice innocenza e speranza, ignoranza
della vita e gioia di vivere, che si diffonde intorno nelle anime come una
virtù feconda e consolatrice, sia benedetto chi lo ride e ringraziato chi lo
desta.
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GENTE MINIMA
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GREMBIULINI BIANCHI.
Erano dieci anni che non vedevo più un asilo infantile. Mi ricevette la
direttrice, una monaca sui quarant'anni, di persona esile, col viso scolorito e
gli occhi chiari, d'una espressione giovanile e dolcissima. Mi fece entrare in
una vasta scuola, dov'eran raccolti trecento fra bambine e bambini in lunghi
ordini di banchi, messi a gradinata, in modo che s'abbracciavano tutti con
uno sguardo. Avevan tutti un grembiule bianco, pulitissimo; erano quasi
tutti biondi. Entrava una luce viva per tre grandi porte vetrate. Era una
bellezza da innamorare l'aspetto di quelle trecento piccole creature, strette le
une alle altre come gli uccelletti sulle bacchette delle gabbie, e disposte
come i fiori nei tepidari, a file sopra file, ciascuna delle quali presentava
come tre striscie di colori, il bianco dei grembiulini, il rosa dei visi e l'oro
dei capelli. Si capiva, davanti a quel quadro, come la mente umana non
abbia potuto raffigurarsi il paradiso senza bimbi. A un certo momento, la
direttrice disse uno scherzo, e io vidi aprirsi trecento bocciuoli di fiori rossi
e brillarvi dentro migliaia di perle bianche.
*
Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione. Uscirono tutti a due a due,
guidati da tre maestre monache e da una laica, ed entrarono in tre stanze
nude; una delle quali, la più ampia, fu occupata dalle “signorine„ l'altre dai
“giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle pareti i canestrini rotondi, che
avevan portati da casa col loro becchime per la mattina, e fui maravigliato
della rapidità con cui le monache li distribuirono, senza leggere i nomi sulle
piastrine, e senza fare uno sbaglio, come se fosse dipinto sopra ogni
canestro il ritratto del proprietario. In pochi secondi furono tutti serviti. E
allora cominciò lo spettacolo sempre nuovo e sempre bello dei mangia
panini a tradimento.
Erano dieci anni che non vedevo più un asilo infantile. Mi ricevette la
direttrice, una monaca sui quarant'anni, di persona esile, col viso scolorito e
gli occhi chiari, d'una espressione giovanile e dolcissima. Mi fece entrare in
una vasta scuola, dov'eran raccolti trecento fra bambine e bambini in lunghi
ordini di banchi, messi a gradinata, in modo che s'abbracciavano tutti con
uno sguardo. Avevan tutti un grembiule bianco, pulitissimo; erano quasi
tutti biondi. Entrava una luce viva per tre grandi porte vetrate. Era una
bellezza da innamorare l'aspetto di quelle trecento piccole creature, strette le
une alle altre come gli uccelletti sulle bacchette delle gabbie, e disposte
come i fiori nei tepidari, a file sopra file, ciascuna delle quali presentava
come tre striscie di colori, il bianco dei grembiulini, il rosa dei visi e l'oro
dei capelli. Si capiva, davanti a quel quadro, come la mente umana non
abbia potuto raffigurarsi il paradiso senza bimbi. A un certo momento, la
direttrice disse uno scherzo, e io vidi aprirsi trecento bocciuoli di fiori rossi
e brillarvi dentro migliaia di perle bianche.
*
Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione. Uscirono tutti a due a due,
guidati da tre maestre monache e da una laica, ed entrarono in tre stanze
nude; una delle quali, la più ampia, fu occupata dalle “signorine„ l'altre dai
“giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle pareti i canestrini rotondi, che
avevan portati da casa col loro becchime per la mattina, e fui maravigliato
della rapidità con cui le monache li distribuirono, senza leggere i nomi sulle
piastrine, e senza fare uno sbaglio, come se fosse dipinto sopra ogni
canestro il ritratto del proprietario. In pochi secondi furono tutti serviti. E
allora cominciò lo spettacolo sempre nuovo e sempre bello dei mangia
panini a tradimento.
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Si misero a sedere, parte su panchettine, lungo le pareti, parte
sull'impiantito, a file e a cerchi, che davan l'immagine di corone e di
spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran dei piccoli “Taddei„ che,
volendo fare il loro manducamento in santa pace, si cercavano un posto
solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi minuziosi e lenti che
facevano alcuni, con la serietà di vecchi gastronomi, come per un pasto che
dovesse durare tre ore. Altri, spiriti contemplativi, stavano col canestrino
chiuso fra le ginocchia, guardando per aria, col pensiero chi sa dove, e
bisognava che le maestre li eccitassero a mangiare, agitando il bocconcino
davanti alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti di nido. Le femmine,
mangiando, cinguettavano; i maschi, più placidi, sgranocchiavano in
silenzio: in una delle stanze occupate da questi sgranocchiatori non si
sentiva una voce, tanto che, stando all'uscio, credevo che non ci fosse
nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder là dentro quaranta ganascine al
lavoro. Tutti quelli che avevan nel canestro qualche cosa di dolce,
mangiavano prima tutto il dolce, rimanendo poi a pane asciutto; come fanno
spesso, in altre cose della vita, anche i grandi. Le maestre vigilavano perchè
questi privilegiati non facessero dei contratti birboni coi loro compagni,
poichè accadeva sovente, mi dissero, che per un pezzettino minuscolo di
cioccolata o di confetto alcuni dessero allegramente tutte le loro
provvigioni, con la giunta d'un bacio di gratitudine. Parecchi, invece di
mangiare, si facevano del cibo un balocco. Una bimba, che aveva un
bocconcino di carne in salsa dentro una ciotola, pestò nella salsa il
formaggio, il biscottino e le ciliege, e ne fece con molta cura una pasta d'un
solo colore, che poi si mise a leccare col raccoglimento di chi assapora una
ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in una esclamazione di piacere.
Vedendo un bambino che faceva correre sull'impiantito una pallottola,
domandai a una maestra se fossero permessi i giocattoli: quella guardò ed
accorse subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La pallottola era un
rosso d'ovo sodo, annerito dalla polvere: il bimbo si scusò, dicendo che
l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità con cui le bambine che
avevano una colazione abbondante ne facevan parte alle compagne mal
provvedute: ad alcune le monache dovevano far riprendere quello che
avevan dato perchè non rimanessero affatto digiune. Di tratto in tratto se
n'alzava una e correva ad offrire un pinocchio o un acino d'uva secca o una
ciliegia alla direttrice; la quale accettava ogni cosa ringraziando, ma per
sull'impiantito, a file e a cerchi, che davan l'immagine di corone e di
spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran dei piccoli “Taddei„ che,
volendo fare il loro manducamento in santa pace, si cercavano un posto
solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi minuziosi e lenti che
facevano alcuni, con la serietà di vecchi gastronomi, come per un pasto che
dovesse durare tre ore. Altri, spiriti contemplativi, stavano col canestrino
chiuso fra le ginocchia, guardando per aria, col pensiero chi sa dove, e
bisognava che le maestre li eccitassero a mangiare, agitando il bocconcino
davanti alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti di nido. Le femmine,
mangiando, cinguettavano; i maschi, più placidi, sgranocchiavano in
silenzio: in una delle stanze occupate da questi sgranocchiatori non si
sentiva una voce, tanto che, stando all'uscio, credevo che non ci fosse
nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder là dentro quaranta ganascine al
lavoro. Tutti quelli che avevan nel canestro qualche cosa di dolce,
mangiavano prima tutto il dolce, rimanendo poi a pane asciutto; come fanno
spesso, in altre cose della vita, anche i grandi. Le maestre vigilavano perchè
questi privilegiati non facessero dei contratti birboni coi loro compagni,
poichè accadeva sovente, mi dissero, che per un pezzettino minuscolo di
cioccolata o di confetto alcuni dessero allegramente tutte le loro
provvigioni, con la giunta d'un bacio di gratitudine. Parecchi, invece di
mangiare, si facevano del cibo un balocco. Una bimba, che aveva un
bocconcino di carne in salsa dentro una ciotola, pestò nella salsa il
formaggio, il biscottino e le ciliege, e ne fece con molta cura una pasta d'un
solo colore, che poi si mise a leccare col raccoglimento di chi assapora una
ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in una esclamazione di piacere.
Vedendo un bambino che faceva correre sull'impiantito una pallottola,
domandai a una maestra se fossero permessi i giocattoli: quella guardò ed
accorse subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La pallottola era un
rosso d'ovo sodo, annerito dalla polvere: il bimbo si scusò, dicendo che
l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità con cui le bambine che
avevano una colazione abbondante ne facevan parte alle compagne mal
provvedute: ad alcune le monache dovevano far riprendere quello che
avevan dato perchè non rimanessero affatto digiune. Di tratto in tratto se
n'alzava una e correva ad offrire un pinocchio o un acino d'uva secca o una
ciliegia alla direttrice; la quale accettava ogni cosa ringraziando, ma per
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render tutto un minuto dopo; e le donatrici accettavano la roba resa con una
compiacenza così manifesta da far capire che avevan fatto il regalo pro
forma, con la certezza di rientrar nel proprio. Una bambina stava
mangiando un pezzetto di carne in umido: una monaca le domandò: — Con
che cosa è fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse di che cosa
fosse fatta, e dopo un momento di riflessione rispose: — La carne è fatta di
sangue. — A un'altra che aveva un pezzetto di frittata, la direttrice
domandò: — Chi t'ha fatto quella frittata? — E la bimba, come avrebbe
nominato una persona celebre, che tutti dovessero conoscere, rispose: —
Pinota (Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota? Non ci fu modo di
farglielo dire: parve che fosse offesa dalla nostra ignoranza nel suo
sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una sola bimba, alla quale si
permetteva di portare all'asilo una piccola boccetta di vino annacquato,
perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto mentre ne dava da bere un
sorso, di nascosto, a una compagna più piccina di lei, dicendole con gravità
materna: — Tira giù, che ti rinforza.
*
Via via che finivan di mangiare venivano intorno alla direttrice, che
rivolgeva a tutte delle interrogazioni, con molto acume e molto garbo, per
esercitarle a discorrere. Ma era oppressa dalle loro carezze. Si vedeva che
l'adoravano. Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai panni, con le
guancie strette alla sua vita, facendole così una cintura di testine bionde,
che confondevano le capigliature, e la costringevano a tener le braccia
levate, e le impedivano di muoversi; e tutte le altre tendevano verso di lei le
manine aperte somiglianti a grandi margherite agitate dal vento. Un quadro
incantevole quella monaca dal viso pallido e dal vestito nero, baciata da
tutta quella fanciullezza rosata e bianca, che le faceva salire al viso la
fiamma dell'amor materno, più vermiglia e più bella che non possa apparire
in viso a una mamma vera. Una delle più graziose bambine che
l'abbracciavano mi parve, dal rossore della palpebra, che avesse un occhio
malato: seppi poi che quell'occhio era di vetro; ma che in un anno da che
essa veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se n'era accorta, e che le
maestre badavano attentamente a prevenire tra lei e l'altre ogni gioco che
potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino bellissimo, di famiglia
compiacenza così manifesta da far capire che avevan fatto il regalo pro
forma, con la certezza di rientrar nel proprio. Una bambina stava
mangiando un pezzetto di carne in umido: una monaca le domandò: — Con
che cosa è fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse di che cosa
fosse fatta, e dopo un momento di riflessione rispose: — La carne è fatta di
sangue. — A un'altra che aveva un pezzetto di frittata, la direttrice
domandò: — Chi t'ha fatto quella frittata? — E la bimba, come avrebbe
nominato una persona celebre, che tutti dovessero conoscere, rispose: —
Pinota (Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota? Non ci fu modo di
farglielo dire: parve che fosse offesa dalla nostra ignoranza nel suo
sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una sola bimba, alla quale si
permetteva di portare all'asilo una piccola boccetta di vino annacquato,
perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto mentre ne dava da bere un
sorso, di nascosto, a una compagna più piccina di lei, dicendole con gravità
materna: — Tira giù, che ti rinforza.
*
Via via che finivan di mangiare venivano intorno alla direttrice, che
rivolgeva a tutte delle interrogazioni, con molto acume e molto garbo, per
esercitarle a discorrere. Ma era oppressa dalle loro carezze. Si vedeva che
l'adoravano. Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai panni, con le
guancie strette alla sua vita, facendole così una cintura di testine bionde,
che confondevano le capigliature, e la costringevano a tener le braccia
levate, e le impedivano di muoversi; e tutte le altre tendevano verso di lei le
manine aperte somiglianti a grandi margherite agitate dal vento. Un quadro
incantevole quella monaca dal viso pallido e dal vestito nero, baciata da
tutta quella fanciullezza rosata e bianca, che le faceva salire al viso la
fiamma dell'amor materno, più vermiglia e più bella che non possa apparire
in viso a una mamma vera. Una delle più graziose bambine che
l'abbracciavano mi parve, dal rossore della palpebra, che avesse un occhio
malato: seppi poi che quell'occhio era di vetro; ma che in un anno da che
essa veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se n'era accorta, e che le
maestre badavano attentamente a prevenire tra lei e l'altre ogni gioco che
potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino bellissimo, di famiglia
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povera, che aveva una grande capigliatura dorata e arricciolata, e domandai
perchè facesse eccezione quello solo alla regola dei capelli corti per i
maschi. Mi rispose la direttrice che quando aveva detto alla mamma di farlo
rapare, questa s'era battuta la mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh
povera me! — con un accento di così profondo dolore, che a lei era
mancato il coraggio d'insistere. Poi mi furono presentate tre sorelline brune
e pallide, dall'aria triste: una di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni
e mezzo. Avevan perduto la madre da pochi mesi. A tutte tre s'era fatto
credere ch'essa era partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe ritornata.
Un mese dopo, vedendo la bambina maggiore sempre addolorata, la
direttrice le aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline, che giuocano
con le compagne. — Ed essa aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle,
che son piccole, non capiscono ancora che cosa vuol dire aver la mamma
lontana. — Lei, poveretta, credeva di capire, e l'aspettava!
*
Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi e poi i più piccoli, e fecero
parecchi giri per il cortile, in processione. Mi fermai in uno dei punti dove
svoltavano, per vederli sfilare. Quante forme diverse di testine e di
pettinature, quante espressioni variate di sguardo e di sorriso! Alcuni mi
sorridevano con un'aria di famigliarità scherzosa, come se fossimo stretti
amici da un anno. I bimbi salutavano mettendo la mano tesa contro la
fronte, le bimbe facendo un piccolo inchino brusco del capo, come se
ricevessero l'una dopo l'altra da una mano invisibile una pacchina sulla
nuca. Quando carezzavo il capo o prendevo la mano ad uno, cinque o sei mi
porgevano la manina o la zucchetta, e tutti gli accarezzati, quando mi
ripassavano davanti dopo fatto il giro, domandavano la carezza un'altra
volta. Qualcuno usciva dalle file per venirmi ad afferrare la mano o il
braccio, e vi posava su il viso, e non si voleva più staccare. A momenti ne
passava come un'ondata, tutti belli e biondi della stessa sfumatura, come se
fossero stati scelti e messi insieme per far bellezza. Molti portavano il nome
trapunto in grandi caratteri sulla cintura o inciso sui fermagli metallici,
come colli viventi da spedirsi per la strada ferrata; e mi fu detto che alcuni
di questi, dimandati del loro nome, per non darsi la noia di rispondere,
indicavano col dito la propria pancia. Le bimbe, per la maggior parte, eran
perchè facesse eccezione quello solo alla regola dei capelli corti per i
maschi. Mi rispose la direttrice che quando aveva detto alla mamma di farlo
rapare, questa s'era battuta la mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh
povera me! — con un accento di così profondo dolore, che a lei era
mancato il coraggio d'insistere. Poi mi furono presentate tre sorelline brune
e pallide, dall'aria triste: una di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni
e mezzo. Avevan perduto la madre da pochi mesi. A tutte tre s'era fatto
credere ch'essa era partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe ritornata.
Un mese dopo, vedendo la bambina maggiore sempre addolorata, la
direttrice le aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline, che giuocano
con le compagne. — Ed essa aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle,
che son piccole, non capiscono ancora che cosa vuol dire aver la mamma
lontana. — Lei, poveretta, credeva di capire, e l'aspettava!
*
Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi e poi i più piccoli, e fecero
parecchi giri per il cortile, in processione. Mi fermai in uno dei punti dove
svoltavano, per vederli sfilare. Quante forme diverse di testine e di
pettinature, quante espressioni variate di sguardo e di sorriso! Alcuni mi
sorridevano con un'aria di famigliarità scherzosa, come se fossimo stretti
amici da un anno. I bimbi salutavano mettendo la mano tesa contro la
fronte, le bimbe facendo un piccolo inchino brusco del capo, come se
ricevessero l'una dopo l'altra da una mano invisibile una pacchina sulla
nuca. Quando carezzavo il capo o prendevo la mano ad uno, cinque o sei mi
porgevano la manina o la zucchetta, e tutti gli accarezzati, quando mi
ripassavano davanti dopo fatto il giro, domandavano la carezza un'altra
volta. Qualcuno usciva dalle file per venirmi ad afferrare la mano o il
braccio, e vi posava su il viso, e non si voleva più staccare. A momenti ne
passava come un'ondata, tutti belli e biondi della stessa sfumatura, come se
fossero stati scelti e messi insieme per far bellezza. Molti portavano il nome
trapunto in grandi caratteri sulla cintura o inciso sui fermagli metallici,
come colli viventi da spedirsi per la strada ferrata; e mi fu detto che alcuni
di questi, dimandati del loro nome, per non darsi la noia di rispondere,
indicavano col dito la propria pancia. Le bimbe, per la maggior parte, eran
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più pulite: alcune s'arrestavano qua e là per spolverarsi il grembiule o il
vestito: cosa che i maschietti non facevano mai. Fra le une e gli altri notai
molti visi seri, ma d'una serietà singolare, come di persone grandi occupate
da pensieri gravi. Alle volte ne passavano parecchi in un gruppo, che mi
guardavan tutti con la coda dell'occhio, senza alzar la testa, sorridendo
furtivamente, come per farmi un segno d'intelligenza di nascosto alla
direttrice. Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla schiera, mi si venne
a piantar dinanzi, si tirò su a due mani il grembiale e il vestito, come
davanti a un medico, e stette guardandomi: io non capivo: la direttrice
m'illuminò: voleva che guardassi le sue calze nuove. Eran due giorni che,
per quella vanità, ogni momento, senza badare al sesso degli spettatori,
alzava il sipario.
*
La processione si sciolse sotto un porticato, dove cominciò la “ricreazione„.
Chiudendo gli occhi, avrei creduto di trovarmi in un bosco dove cantassero
mille uccelli e mille fontane. Dalla parte delle bimbe c'era meno rimescolìo
e meno strepito; dall'altra si vedevano girare e saltare le teste come le
palline di midollo di sambuco nella danza elettrica. Nacque qualche litigio,
subito sedato. Domandai a una monaca se si picchiassero spesso. Dopo una
breve esitazione, mi rispose di sì, sorridendo, e soggiunse: — I bimbi, per
solito, danno dei pugni; le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale
satirico in quel già, detto da una monaca!
Una bimba venne a mostrare alla direttrice un ditino graffiato. Questa
chiamò la gatta avversaria e le ordinò di baciare la compagna. Non scorderò
mai il sorrisetto finissimamente femmineo con cui la colpevole, ancora
indispettita, accolse il comando, nè il bacio rapido e secco, un vero bacio di
ribelle, che diede alla compagna, voltandole quasi ad un punto le spalle,
come un automa girante sopra sè stesso. — Una panca segnava il confine
fra i due sessi. Una bambina di tre anni lo passò, ed entrò fra i maschi. Uno
di questi, della stessa età, le si piantò davanti con un'impostatura di padre
guardiano, e fissandola negli occhi, le disse con voce burbera: — Che fai tu
qui? Non è il tuo posto.... fila! — Domandai alla direttrice se tutte le bimbe
sconfinanti fossero ricevute con quella forma di galanteria. — No, —
vestito: cosa che i maschietti non facevano mai. Fra le une e gli altri notai
molti visi seri, ma d'una serietà singolare, come di persone grandi occupate
da pensieri gravi. Alle volte ne passavano parecchi in un gruppo, che mi
guardavan tutti con la coda dell'occhio, senza alzar la testa, sorridendo
furtivamente, come per farmi un segno d'intelligenza di nascosto alla
direttrice. Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla schiera, mi si venne
a piantar dinanzi, si tirò su a due mani il grembiale e il vestito, come
davanti a un medico, e stette guardandomi: io non capivo: la direttrice
m'illuminò: voleva che guardassi le sue calze nuove. Eran due giorni che,
per quella vanità, ogni momento, senza badare al sesso degli spettatori,
alzava il sipario.
*
La processione si sciolse sotto un porticato, dove cominciò la “ricreazione„.
Chiudendo gli occhi, avrei creduto di trovarmi in un bosco dove cantassero
mille uccelli e mille fontane. Dalla parte delle bimbe c'era meno rimescolìo
e meno strepito; dall'altra si vedevano girare e saltare le teste come le
palline di midollo di sambuco nella danza elettrica. Nacque qualche litigio,
subito sedato. Domandai a una monaca se si picchiassero spesso. Dopo una
breve esitazione, mi rispose di sì, sorridendo, e soggiunse: — I bimbi, per
solito, danno dei pugni; le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale
satirico in quel già, detto da una monaca!
Una bimba venne a mostrare alla direttrice un ditino graffiato. Questa
chiamò la gatta avversaria e le ordinò di baciare la compagna. Non scorderò
mai il sorrisetto finissimamente femmineo con cui la colpevole, ancora
indispettita, accolse il comando, nè il bacio rapido e secco, un vero bacio di
ribelle, che diede alla compagna, voltandole quasi ad un punto le spalle,
come un automa girante sopra sè stesso. — Una panca segnava il confine
fra i due sessi. Una bambina di tre anni lo passò, ed entrò fra i maschi. Uno
di questi, della stessa età, le si piantò davanti con un'impostatura di padre
guardiano, e fissandola negli occhi, le disse con voce burbera: — Che fai tu
qui? Non è il tuo posto.... fila! — Domandai alla direttrice se tutte le bimbe
sconfinanti fossero ricevute con quella forma di galanteria. — No, —
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rispose sorridendo; — va a simpatie. — Del resto, c'è anche fra di loro
spirito di gentilezza. I nuovi entrati, per esempio, e in specie i più piccoli,
sono ben ricevuti da tutti; ai convalescenti che rientrano tutti fanno festa;
non c'è uno sciancato o un malaticcio che non trovi qualche piccolo
protettore. Provai a rivolgere qualche domanda a qualcuno; ma a me non
osavano rispondere: rispondevano alla direttrice, e bisognava ch'io mettessi
l'orecchio alla loro bocca per raccogliere il filo tenuissimo di voce che ne
usciva a stento. Ma un momento dopo, da quella stessa bocca lasciata libera
uscivano degli squilli di trombetta da passare i timpani. Domandai a una
bambina piccolissima dove stesse di casa. La bambina, che stava rivolta
verso il cortile, appuntò davanti a sè un ditino microscopico, che invece di
indicare una qualunque parte di Torino pareva che accennasse a un bottone
del mio vestito, e rispose con voce appena intelligibile: — Giù di lì. —
L'informazione è precisa, — mi disse ridendo una monaca; — lei può trovar
la casa a occhi chiusi.
*
Tra il diletto che mi davano i bambini e l'ammirazione che mi destava la
direttrice non saprei dire quale fosse il sentimento più vivo. Essa parlava
con me; ma aveva l'occhio a tutti e a tutto; non le sfuggiva, in mezzo a
quella folla agitata e rumorosa, nè una voce di lamento nè una mossa
scomposta; di tutti sapeva il nome e la condizione di famiglia; non diceva
una parola ad alcuno che non avesse uno scopo d'insegnamento; era dolce e
grave, affabile e ferma ad un tempo; parlava continuamente e pensava
sempre. — Da ogni bambino — mi diceva — imparo ogni giorno qualche
cosa. — Io credevo d'aver fatto molte osservazioni sulla fanciullezza; ma
non una gliene potei dire, ch'ella non avesse già fatta, e me ne disse cento,
che mi riuscirono nuove e che mi parvero acutissime. Benchè monaca,
come conosceva, o meglio come capiva il mondo! E la sua bontà era più
ammirabile perchè non si fondava sopra le liete illusioni che addolciscono
l'animo; ma era fortificata appunto da quella cognizione della tristizia
umana, che in tanti altri cuori la scema. Aveva spesso occasione di andar
nelle case dei suoi bimbi poveri, e mi diceva, mettendosi una mano sulla
fronte: — Che cosa ci si vede, alle volte! Come si capisce che tante povere
creature non hanno alcuna colpa di esser malvagie! Come si diventa
spirito di gentilezza. I nuovi entrati, per esempio, e in specie i più piccoli,
sono ben ricevuti da tutti; ai convalescenti che rientrano tutti fanno festa;
non c'è uno sciancato o un malaticcio che non trovi qualche piccolo
protettore. Provai a rivolgere qualche domanda a qualcuno; ma a me non
osavano rispondere: rispondevano alla direttrice, e bisognava ch'io mettessi
l'orecchio alla loro bocca per raccogliere il filo tenuissimo di voce che ne
usciva a stento. Ma un momento dopo, da quella stessa bocca lasciata libera
uscivano degli squilli di trombetta da passare i timpani. Domandai a una
bambina piccolissima dove stesse di casa. La bambina, che stava rivolta
verso il cortile, appuntò davanti a sè un ditino microscopico, che invece di
indicare una qualunque parte di Torino pareva che accennasse a un bottone
del mio vestito, e rispose con voce appena intelligibile: — Giù di lì. —
L'informazione è precisa, — mi disse ridendo una monaca; — lei può trovar
la casa a occhi chiusi.
*
Tra il diletto che mi davano i bambini e l'ammirazione che mi destava la
direttrice non saprei dire quale fosse il sentimento più vivo. Essa parlava
con me; ma aveva l'occhio a tutti e a tutto; non le sfuggiva, in mezzo a
quella folla agitata e rumorosa, nè una voce di lamento nè una mossa
scomposta; di tutti sapeva il nome e la condizione di famiglia; non diceva
una parola ad alcuno che non avesse uno scopo d'insegnamento; era dolce e
grave, affabile e ferma ad un tempo; parlava continuamente e pensava
sempre. — Da ogni bambino — mi diceva — imparo ogni giorno qualche
cosa. — Io credevo d'aver fatto molte osservazioni sulla fanciullezza; ma
non una gliene potei dire, ch'ella non avesse già fatta, e me ne disse cento,
che mi riuscirono nuove e che mi parvero acutissime. Benchè monaca,
come conosceva, o meglio come capiva il mondo! E la sua bontà era più
ammirabile perchè non si fondava sopra le liete illusioni che addolciscono
l'animo; ma era fortificata appunto da quella cognizione della tristizia
umana, che in tanti altri cuori la scema. Aveva spesso occasione di andar
nelle case dei suoi bimbi poveri, e mi diceva, mettendosi una mano sulla
fronte: — Che cosa ci si vede, alle volte! Come si capisce che tante povere
creature non hanno alcuna colpa di esser malvagie! Come si diventa
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indulgenti! — Ma la serenità che le veniva dalla coscienza della sua vita
operosa e benefica non la lasciava insistere in alcun triste pensiero. Essa
interruppe il discorso triste per accennarmi con un sorriso una bambina di
quattro anni, di mente molto sveglia e di carattere un po' difficile, la quale,
pochi giorni prima, aveva fatto una amenissima ammonizione alla mamma.
Questa, una mattina che la sua figliuola aveva fatto le bizze in casa, s'era
raccomandata alla direttrice perchè, senza accennare a lei, raccontasse il
caso in iscuola e desse un avvertimento generale che giovasse alla
colpevole. E la bimba, ritornata a casa la sera, aveva detto alla madre,
fissandola con due occhi scrutatori e tentennando il capo: — Stamani la
direttrice ha raccontato un caso che pareva proprio quello avvenuto fra me e
te.... Non vorrei che qualcuno avesse parlato.... Ma se vengo a scoprire!
*
Dopo la ricreazione, rientrarono tutti nella scuola, in quei banchi disposti a
scala, che presentavano la piccola scolaresca come affollata sulla gradinata
d'un tempio. La direttrice, con una voce armoniosa e modulata
mirabilmente, intonò un canto che diceva con molta proprietà ed efficacia di
termini tutti gli usi e le virtù della mano. I bambini fecero coro, prima con
un po' di titubanza, poi con un accordo straordinario per l'età loro. Al canto
era accompagnata la mimica e la ginnastica. Ora alzavan le braccia agitando
le mani, e pareva di veder per aria trecento “rondinelle della vergine„, che
battessero le ali, rattenute ai banchi da altrettanti fili; ora s'inchinavan tutti
da una parte come i fiori di un'aiuola sotto un soffio di vento; ora si
pigliavan per mano, intrecciando le braccia, in modo da formare una sola
ghirlanda da un capo all'altro dei banchi; ora posavan sui banchi la fronte,
tutti a un punto, in atto di dormire, e mettevano il desiderio di far correre la
bocca su quelle file di testine come la mano sopra una tastiera. E si
sentivano in quel canto note di usignuoli, suoni di violino e di flauto,
tintinnii di campanelli, mormorii di rigagnoli e sospiri di vento fra gli
alberi, e certe smorzature prolungate (corrispondenti a un'incertezza o
all'aspettazione d'un suggerimento della direttrice) d'una soavità e d'una
grazia da non parer suoni di voci umane. Una giornata intera sarei stato là a
vederli e a sentirli. Via via che procedevano nel canto, non perdendo mai
d'occhio il viso e il gesto della direttrice, s'eccitavano e si accaloravano, e la
operosa e benefica non la lasciava insistere in alcun triste pensiero. Essa
interruppe il discorso triste per accennarmi con un sorriso una bambina di
quattro anni, di mente molto sveglia e di carattere un po' difficile, la quale,
pochi giorni prima, aveva fatto una amenissima ammonizione alla mamma.
Questa, una mattina che la sua figliuola aveva fatto le bizze in casa, s'era
raccomandata alla direttrice perchè, senza accennare a lei, raccontasse il
caso in iscuola e desse un avvertimento generale che giovasse alla
colpevole. E la bimba, ritornata a casa la sera, aveva detto alla madre,
fissandola con due occhi scrutatori e tentennando il capo: — Stamani la
direttrice ha raccontato un caso che pareva proprio quello avvenuto fra me e
te.... Non vorrei che qualcuno avesse parlato.... Ma se vengo a scoprire!
*
Dopo la ricreazione, rientrarono tutti nella scuola, in quei banchi disposti a
scala, che presentavano la piccola scolaresca come affollata sulla gradinata
d'un tempio. La direttrice, con una voce armoniosa e modulata
mirabilmente, intonò un canto che diceva con molta proprietà ed efficacia di
termini tutti gli usi e le virtù della mano. I bambini fecero coro, prima con
un po' di titubanza, poi con un accordo straordinario per l'età loro. Al canto
era accompagnata la mimica e la ginnastica. Ora alzavan le braccia agitando
le mani, e pareva di veder per aria trecento “rondinelle della vergine„, che
battessero le ali, rattenute ai banchi da altrettanti fili; ora s'inchinavan tutti
da una parte come i fiori di un'aiuola sotto un soffio di vento; ora si
pigliavan per mano, intrecciando le braccia, in modo da formare una sola
ghirlanda da un capo all'altro dei banchi; ora posavan sui banchi la fronte,
tutti a un punto, in atto di dormire, e mettevano il desiderio di far correre la
bocca su quelle file di testine come la mano sopra una tastiera. E si
sentivano in quel canto note di usignuoli, suoni di violino e di flauto,
tintinnii di campanelli, mormorii di rigagnoli e sospiri di vento fra gli
alberi, e certe smorzature prolungate (corrispondenti a un'incertezza o
all'aspettazione d'un suggerimento della direttrice) d'una soavità e d'una
grazia da non parer suoni di voci umane. Una giornata intera sarei stato là a
vederli e a sentirli. Via via che procedevano nel canto, non perdendo mai
d'occhio il viso e il gesto della direttrice, s'eccitavano e si accaloravano, e la
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buona monaca pure s'eccitava: le sue guancie smagrite si facevano color
rosa, i suoi occhi chiari splendevano, la sua bella voce vibrava, le sue mani
sottili tagliavan l'aria con gesti larghi e vigorosi, tutto il suo corpo esile
fremeva come quello d'una giovane poetessa ispirata. E quanta poesia
spirava in lei, e intorno a lei, da tutti quei visi fiorenti, da tutta quella
innocenza, dal misterioso avvenire che aleggiava intorno a quelle trecento
fronti serene, dalla beata gioia di vivere che si espandeva in quelle trecento
voci argentine, fra le pareti bianche di quella scuola inondata di luce e di
armonia! O benedetti bambini, seminatori eterni di speranza! Noi possiamo
ben credere, quando non vi vediamo, che un giorno sarete tormentati voi
pure dalle tristi passioni che ci tormentano, e macchiati degli stessi vizi e
delle stesse colpe; ma quando ci state dinanzi in una scuola, quando
guardiamo le vostre fronti non velate d'un'ombra, i vostri occhi in cui non
brilla un pensiero che dobbiate nascondere e le vostre bocche da cui non è
uscita ancora una parola d'odio, allora l'illusione che sarete migliori di noi
ci rinasce irresistibilmente nell'animo; ed è questa cara illusione, è questa
santa speranza, rinascente in ogni padre con ogni nuovo figliuolo e nella
umanità ad ogni nuova generazione, quella che più fortemente ci aiuta a
vivere e ci impedisce d'intristire.
*
Osservando la direttrice mentre cantava coi bambini, mi ricordai d'aver
inteso dire da qualche visitatore di quell'asilo ch'ella s'affaticava senza alcun
riguardo alla propria salute, e anche nell'eccitazione di quel momento il suo
aspetto confermava quel giudizio. Io glielo dissi, uscendo, dopo averle
espresso con parole riverenti la mia più viva ammirazione. Essa sorrise con
una leggiera espressione di tristezza, e rispose con un gesto vago della
mano, che voleva dire: — Che importa! Spendo la vita per i bambini e
morirò contenta. — Quando rimasi solo sull'uscio, sentii che ritornava alla
scuola correndo, per riguadagnare qualche secondo del tempo che le avevo
fatto perdere. Un minuto dopo, infatti, mi raggiunse per la via il canto
affiochito e dolce dei suoi trecento figliuoli.
rosa, i suoi occhi chiari splendevano, la sua bella voce vibrava, le sue mani
sottili tagliavan l'aria con gesti larghi e vigorosi, tutto il suo corpo esile
fremeva come quello d'una giovane poetessa ispirata. E quanta poesia
spirava in lei, e intorno a lei, da tutti quei visi fiorenti, da tutta quella
innocenza, dal misterioso avvenire che aleggiava intorno a quelle trecento
fronti serene, dalla beata gioia di vivere che si espandeva in quelle trecento
voci argentine, fra le pareti bianche di quella scuola inondata di luce e di
armonia! O benedetti bambini, seminatori eterni di speranza! Noi possiamo
ben credere, quando non vi vediamo, che un giorno sarete tormentati voi
pure dalle tristi passioni che ci tormentano, e macchiati degli stessi vizi e
delle stesse colpe; ma quando ci state dinanzi in una scuola, quando
guardiamo le vostre fronti non velate d'un'ombra, i vostri occhi in cui non
brilla un pensiero che dobbiate nascondere e le vostre bocche da cui non è
uscita ancora una parola d'odio, allora l'illusione che sarete migliori di noi
ci rinasce irresistibilmente nell'animo; ed è questa cara illusione, è questa
santa speranza, rinascente in ogni padre con ogni nuovo figliuolo e nella
umanità ad ogni nuova generazione, quella che più fortemente ci aiuta a
vivere e ci impedisce d'intristire.
*
Osservando la direttrice mentre cantava coi bambini, mi ricordai d'aver
inteso dire da qualche visitatore di quell'asilo ch'ella s'affaticava senza alcun
riguardo alla propria salute, e anche nell'eccitazione di quel momento il suo
aspetto confermava quel giudizio. Io glielo dissi, uscendo, dopo averle
espresso con parole riverenti la mia più viva ammirazione. Essa sorrise con
una leggiera espressione di tristezza, e rispose con un gesto vago della
mano, che voleva dire: — Che importa! Spendo la vita per i bambini e
morirò contenta. — Quando rimasi solo sull'uscio, sentii che ritornava alla
scuola correndo, per riguadagnare qualche secondo del tempo che le avevo
fatto perdere. Un minuto dopo, infatti, mi raggiunse per la via il canto
affiochito e dolce dei suoi trecento figliuoli.
Page 173
PERSONAGGI INFANTILI.
I.
Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei lunghe file di panchetti bassi, in
modo che parevano accocolati sul pavimento e presentavan l'aspetto, così
fitti com'erano, d'una nidiata enorme di uccelli; i quali, al mio entrar nel
camerone, voltarono il becco tutti insieme, rallentando il canto e
mostrandomi duecento bocche aperte, come se aspettassero l'imbeccata.
Quando fui davanti a loro, accanto alla direttrice, ebbi per un momento tutti
quegli occhi addosso spalancati e fissi; ma, con mio rammarico, riconobbi
subito di non aver quello sguardo affascinatore dei fanciulli, del quale certi
ispettori si vantano, perchè vidi che tutti quegli occhi non erano attirati dalla
virtù della mia pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna. Che
imprudenza! Se non avessi portato la canna non avrei perduto l'illusione....
Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini che mi fa ogni volta lo stesso
effetto quasi di stupore, come d'un canto che venga di lontano, di fra le
nuvole, da creature in cui rimanga la memoria, ma non più il senso delle
passioni umane, e che sempre mi si traduce agli occhi nell'immagine
d'un'alba limpida che imbianca una terra sconosciuta....
Poi andai intorno per osservare ad una ad una quella messe di teste che, al
primo sguardo, m'eran parse tutte compagne. Ah quando si dice: il tipo
regionale! In ogni folla di bambini è rappresentata l'umanità intera. C'erano
là teste di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi, d'inglesi, di giapponesi,
d'indiani; e più di piemontesi, certo; ma chi le avrebbe riconosciute a
Milano? E là pure, come in tutti gli asili infantili, non c'era viso che non
portasse qualche segno della lotta quotidiana con gli uomini, con gli animali
e con le cose: tracce di graffiature umane o feline, lividi, ammaccature,
scottature, gonfietti, come se li avessero marcati a uno a uno per
riconoscerli. E così quelle voci, che parevan tutte eguali nel canto, come
I.
Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei lunghe file di panchetti bassi, in
modo che parevano accocolati sul pavimento e presentavan l'aspetto, così
fitti com'erano, d'una nidiata enorme di uccelli; i quali, al mio entrar nel
camerone, voltarono il becco tutti insieme, rallentando il canto e
mostrandomi duecento bocche aperte, come se aspettassero l'imbeccata.
Quando fui davanti a loro, accanto alla direttrice, ebbi per un momento tutti
quegli occhi addosso spalancati e fissi; ma, con mio rammarico, riconobbi
subito di non aver quello sguardo affascinatore dei fanciulli, del quale certi
ispettori si vantano, perchè vidi che tutti quegli occhi non erano attirati dalla
virtù della mia pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna. Che
imprudenza! Se non avessi portato la canna non avrei perduto l'illusione....
Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini che mi fa ogni volta lo stesso
effetto quasi di stupore, come d'un canto che venga di lontano, di fra le
nuvole, da creature in cui rimanga la memoria, ma non più il senso delle
passioni umane, e che sempre mi si traduce agli occhi nell'immagine
d'un'alba limpida che imbianca una terra sconosciuta....
Poi andai intorno per osservare ad una ad una quella messe di teste che, al
primo sguardo, m'eran parse tutte compagne. Ah quando si dice: il tipo
regionale! In ogni folla di bambini è rappresentata l'umanità intera. C'erano
là teste di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi, d'inglesi, di giapponesi,
d'indiani; e più di piemontesi, certo; ma chi le avrebbe riconosciute a
Milano? E là pure, come in tutti gli asili infantili, non c'era viso che non
portasse qualche segno della lotta quotidiana con gli uomini, con gli animali
e con le cose: tracce di graffiature umane o feline, lividi, ammaccature,
scottature, gonfietti, come se li avessero marcati a uno a uno per
riconoscerli. E così quelle voci, che parevan tutte eguali nel canto, come
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suonarono diverse quando la direttrice fece alzare l'uno dopo l'altro a dire i
numeri! Fu come far correre la mano sopra una tastiera: una rapida
manifestazione d'animi e di temperamenti fisici distinti, che alla mia
fantasia trasformava istantaneamente quei bimbi negli uomini e nelle donne
avvenire, sospinti da mille disparate passioni per mille vie dolorose a
diversi destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito.
II.
Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e si sparsero per il camerone
aspettando che smettesse di piovere per andar nel giardino.
Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„.
Il primo fu un bimbo di poco più di cinque anni, figliolo d'un gasista, un
faccione pacato e serio di bimbo precoce che pensi agli affari di casa. —
Questo — mi disse una maestra — lo chiamammo il papà. — Era un
originale amabile, che aveva l'istinto della protezione dei piccoli e del
mantenimento dell'ordine pubblico. Quando un bambino piangeva egli
andava a consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli il viso con la
sua pezzuola, che non sempre glielo puliva; denunciava alle maestre i torti
fatti a questo o a quello; quando nasceva una lite, si cercava sempre lui
come paciere. Ma il curioso, mi dissero, era la gravità con cui compiva il
suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione di tenerezza, consolando con buone
ragioni, esortando con un certo frasario pedagogico. Quando qualcuno
l'andava avvertire che c'era in qualche parte una vittima, egli diceva
gravemente: — Vado mi — e s'avviava col passo e con l'aria d'una guardia
civica chiamata a far rispettare la legge.
Mentre facevo i miei complimenti a questo brav'uomo me ne indicarono un
altro che passava, un musetto di topo, con due piccoli occhi scintillanti e
una bocca aguzza di ghiottone. — Questa è la gola più lunga della
compagnia — mi dissero — e uno scroccone di prima forza, che si sfrega
sempre intorno a quelli che hanno qualche cosa di buono nel panierino.
Quando lo vediamo seduto accanto a un altro bimbo, non c'è da sbagliare: è
certo che questo ha un boccone scelto. I ben provvisti egli li conosce tutti, li
numeri! Fu come far correre la mano sopra una tastiera: una rapida
manifestazione d'animi e di temperamenti fisici distinti, che alla mia
fantasia trasformava istantaneamente quei bimbi negli uomini e nelle donne
avvenire, sospinti da mille disparate passioni per mille vie dolorose a
diversi destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito.
II.
Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e si sparsero per il camerone
aspettando che smettesse di piovere per andar nel giardino.
Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„.
Il primo fu un bimbo di poco più di cinque anni, figliolo d'un gasista, un
faccione pacato e serio di bimbo precoce che pensi agli affari di casa. —
Questo — mi disse una maestra — lo chiamammo il papà. — Era un
originale amabile, che aveva l'istinto della protezione dei piccoli e del
mantenimento dell'ordine pubblico. Quando un bambino piangeva egli
andava a consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli il viso con la
sua pezzuola, che non sempre glielo puliva; denunciava alle maestre i torti
fatti a questo o a quello; quando nasceva una lite, si cercava sempre lui
come paciere. Ma il curioso, mi dissero, era la gravità con cui compiva il
suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione di tenerezza, consolando con buone
ragioni, esortando con un certo frasario pedagogico. Quando qualcuno
l'andava avvertire che c'era in qualche parte una vittima, egli diceva
gravemente: — Vado mi — e s'avviava col passo e con l'aria d'una guardia
civica chiamata a far rispettare la legge.
Mentre facevo i miei complimenti a questo brav'uomo me ne indicarono un
altro che passava, un musetto di topo, con due piccoli occhi scintillanti e
una bocca aguzza di ghiottone. — Questa è la gola più lunga della
compagnia — mi dissero — e uno scroccone di prima forza, che si sfrega
sempre intorno a quelli che hanno qualche cosa di buono nel panierino.
Quando lo vediamo seduto accanto a un altro bimbo, non c'è da sbagliare: è
certo che questo ha un boccone scelto. I ben provvisti egli li conosce tutti, li
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trova al fiuto, e non bazzica che con loro. Non può immaginare con che
costanza li seguita, con che arte li loda, li liscia e li serve, con che fine
garbo di cortigiano riesce a farsi dare la ghiottoneria su cui ha messo gli
occhi, e con che trovate astute, qualche volta, a pigliarsela. È capace di
“lavorare„ il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: ora par cucito a
quel bambino col vestito verde: è sicuro che quello gli confidò d'aver nel
panierino qualche cosa di prelibato. — Infatti, una maestra ci andò a
guardare e ritornò dicendo: — Un pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, e
lo vedrà all'opera all'ora della colazione.
Quello che mi mostrarono dopo era uno dei bambini più strani ch'io abbia
mai conosciuto. Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni rimpicciolito:
tutto faccia e pancia; un viso di buffone accorto, che nel ridere strizzava
un'occhio, e torceva la bocca da una parte, corrugandosi tutto in un modo
così lepido, con uno sguardo così astutamente e comicamente canzonatorio,
che quando mi fissò restai lì stupito, sospettando che si burlasse di me. In
verità se m'avesse detto a chiare note: — Tal dei tali, ti conosco e non ti
piglio sul serio, — non mi avrebbe fatto una più strana impressione; tanto
che arrestai la mano già stesa a fargli una carezza e non mi riuscì di dirgli
una parola, parendomi che m'avrebbe risposto con una ghignata. Mi fece
l'effetto d'un nano burlone confuso per sbaglio con dei bambini. E seguitava
a guardarmi sorridendo a quel modo come se gli paressi il frontespizio più
buffo del mondo. Un caso singolarissimo, — più apparente che reale, voglio
credere, — di precocità di senso critico e di malizia beffarda.
III.
Con troppa presunzione mi volli provare ad argomentar dall'aspetto d'alcuni
le facoltà intellettuali e il carattere. Vedendo una bambina con gli occhi neri
e pieni di vita e di fisonomia mobilissima, espressi a una maestra la mia
ammirazione per la sua bellezza, e stavo per soggiungere: — dev'essere
intelligentissima — quando essa m'interruppe: — sì, è una bella bimba; ma
non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse; ma confermò. Proprio, la più
dura di mente, forse, di tutto l'asilo; anche nel parlare era addietro d'un anno
costanza li seguita, con che arte li loda, li liscia e li serve, con che fine
garbo di cortigiano riesce a farsi dare la ghiottoneria su cui ha messo gli
occhi, e con che trovate astute, qualche volta, a pigliarsela. È capace di
“lavorare„ il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: ora par cucito a
quel bambino col vestito verde: è sicuro che quello gli confidò d'aver nel
panierino qualche cosa di prelibato. — Infatti, una maestra ci andò a
guardare e ritornò dicendo: — Un pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, e
lo vedrà all'opera all'ora della colazione.
Quello che mi mostrarono dopo era uno dei bambini più strani ch'io abbia
mai conosciuto. Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni rimpicciolito:
tutto faccia e pancia; un viso di buffone accorto, che nel ridere strizzava
un'occhio, e torceva la bocca da una parte, corrugandosi tutto in un modo
così lepido, con uno sguardo così astutamente e comicamente canzonatorio,
che quando mi fissò restai lì stupito, sospettando che si burlasse di me. In
verità se m'avesse detto a chiare note: — Tal dei tali, ti conosco e non ti
piglio sul serio, — non mi avrebbe fatto una più strana impressione; tanto
che arrestai la mano già stesa a fargli una carezza e non mi riuscì di dirgli
una parola, parendomi che m'avrebbe risposto con una ghignata. Mi fece
l'effetto d'un nano burlone confuso per sbaglio con dei bambini. E seguitava
a guardarmi sorridendo a quel modo come se gli paressi il frontespizio più
buffo del mondo. Un caso singolarissimo, — più apparente che reale, voglio
credere, — di precocità di senso critico e di malizia beffarda.
III.
Con troppa presunzione mi volli provare ad argomentar dall'aspetto d'alcuni
le facoltà intellettuali e il carattere. Vedendo una bambina con gli occhi neri
e pieni di vita e di fisonomia mobilissima, espressi a una maestra la mia
ammirazione per la sua bellezza, e stavo per soggiungere: — dev'essere
intelligentissima — quando essa m'interruppe: — sì, è una bella bimba; ma
non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse; ma confermò. Proprio, la più
dura di mente, forse, di tutto l'asilo; anche nel parlare era addietro d'un anno
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da tutte le sue coetanee; una lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed io
registrai il mio primo granchio.
E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso di madonnina, bianco e
dolcissimo, di quei visi che fanno dire alle donnicciole: — È una bimba
troppo buona, non farà vita lunga. — Questa dev'essere un angioletto, —
dissi alla maestra. — Un angioletto, costei? — mi rispose maravigliata. —
È un serpentino a sonagli che se ce ne fossero dieci compagne ci sarebbe da
perder la testa.
Possibile! E voltandomi ad altre bambine che facevano cerchio: — Non è
vero, — domandai, — che questa ragazzina è buona?
Tutte insieme scossero fortemente la testa in atto negativo.
— E che cosa fa per non esser buona?
Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda. Poi una disse risolutamente: —
Picchia. — E allora tutte le altre, preso animo, la servirono di barba e di
parrucca:
— Graffia.
— Strappa i capelli.
— Tira calci.
— Dà dei titoli.
E come in una scarica di plotone c'è sempre il colpo che parte in ritardo,
dopo un breve silenzio ci fu una che soggiunse: — E morde anche.
E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata restò sorridente, girando
sulle accusatrici il suo dolce sguardo di santerella, come se le avessero fatto
un panegirico. — O povero illuso, — dissi in cuor mio, — che pretendi di
legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera scienza è la tua!
In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima e sformata d'un ragazzo
che mi mostrava le spalle, ed essendosi egli voltato nel punto stesso, fui
colpito, quasi con un senso di ribrezzo, dalla strana rassomiglianza che
presentava il suo viso con la faccia orribile messa dal Lombroso sulla
copertina del suo Uomo delinquente. Ma questa volta non mi potevo
ingannare. In quel viso mostruoso, che si stringeva dal basso all'alto come
registrai il mio primo granchio.
E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso di madonnina, bianco e
dolcissimo, di quei visi che fanno dire alle donnicciole: — È una bimba
troppo buona, non farà vita lunga. — Questa dev'essere un angioletto, —
dissi alla maestra. — Un angioletto, costei? — mi rispose maravigliata. —
È un serpentino a sonagli che se ce ne fossero dieci compagne ci sarebbe da
perder la testa.
Possibile! E voltandomi ad altre bambine che facevano cerchio: — Non è
vero, — domandai, — che questa ragazzina è buona?
Tutte insieme scossero fortemente la testa in atto negativo.
— E che cosa fa per non esser buona?
Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda. Poi una disse risolutamente: —
Picchia. — E allora tutte le altre, preso animo, la servirono di barba e di
parrucca:
— Graffia.
— Strappa i capelli.
— Tira calci.
— Dà dei titoli.
E come in una scarica di plotone c'è sempre il colpo che parte in ritardo,
dopo un breve silenzio ci fu una che soggiunse: — E morde anche.
E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata restò sorridente, girando
sulle accusatrici il suo dolce sguardo di santerella, come se le avessero fatto
un panegirico. — O povero illuso, — dissi in cuor mio, — che pretendi di
legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera scienza è la tua!
In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima e sformata d'un ragazzo
che mi mostrava le spalle, ed essendosi egli voltato nel punto stesso, fui
colpito, quasi con un senso di ribrezzo, dalla strana rassomiglianza che
presentava il suo viso con la faccia orribile messa dal Lombroso sulla
copertina del suo Uomo delinquente. Ma questa volta non mi potevo
ingannare. In quel viso mostruoso, che si stringeva dal basso all'alto come
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un trapezio, sotto quella fronte bassissima, irta di setole, dalla quale
sporgevano due grandi orecchi che parevano i manichi d'una pentola
deforme, brillavano due occhi di grandezza ineguale e sporgenti dall'orbita,
ma così angelicamente buoni e amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio
quando la maestra, chiamatolo e messagli una mano sul capo, mi disse: —
Questo, vede, è un angelo; la più dolce, la più cara creatura che sia stata qui
da molti anni. — Allungai la mano per prendergli il mento, e mi commosse,
mi diede quasi una stretta al cuore l'atto pronto con cui egli l'afferrò, come
un affamato afferra un pane, e la grazia affettuosa con cui se la mise sul
capo, chiudendo gli occhi, come per raccogliersi tutto nel sentimento di
quella carezza....
IV.
Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, dove vidi molte scenette
curiosissime.
I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno con una mano appoggiata
sulla spalla di quello che lo precedeva, andavano e venivano per i sentieri,
pestando i piedi e cantando una strofetta. In un angolo, lungo il muro,
c'erano poche fragole che sarebbero state tutte sulla palma della mano. Ogni
volta che' una delle file cantanti passava di là, tutti, come se obbedissero a
un comando, voltavano il viso verso quelle tentazioni porporine, rallentando
il passo e smorzando la voce, e seguitavano così col collo torto e con gli
occhi rivolti verso il frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come fa una
pattuglia di soldati quando passa davanti a una bella ragazza; e in quel
passaggio sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo, che, a vederli, si
ridestavano in me pure, come un vago ricordo, gli stimoli antichi del palato
infantile, e mi pareva di ringiovanire in quel senso. Oh, gli asili infantili,
che case di cura sarebbero per i malati di disappetenza! Mentre quei cori
giravano, si formavano qua e là gruppi in ginocchio attorno a un bimbo o a
una bimba che aveva trovato una lumaca o un'ape o una pietruzza
luccicante, corone di teste rapate o capellute, chinate e strette, che non si
vedeva più un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, come si vedono nei
mercati d'erbaggi, appiccicate le une alle altre in maniera che le maestre le
sporgevano due grandi orecchi che parevano i manichi d'una pentola
deforme, brillavano due occhi di grandezza ineguale e sporgenti dall'orbita,
ma così angelicamente buoni e amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio
quando la maestra, chiamatolo e messagli una mano sul capo, mi disse: —
Questo, vede, è un angelo; la più dolce, la più cara creatura che sia stata qui
da molti anni. — Allungai la mano per prendergli il mento, e mi commosse,
mi diede quasi una stretta al cuore l'atto pronto con cui egli l'afferrò, come
un affamato afferra un pane, e la grazia affettuosa con cui se la mise sul
capo, chiudendo gli occhi, come per raccogliersi tutto nel sentimento di
quella carezza....
IV.
Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, dove vidi molte scenette
curiosissime.
I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno con una mano appoggiata
sulla spalla di quello che lo precedeva, andavano e venivano per i sentieri,
pestando i piedi e cantando una strofetta. In un angolo, lungo il muro,
c'erano poche fragole che sarebbero state tutte sulla palma della mano. Ogni
volta che' una delle file cantanti passava di là, tutti, come se obbedissero a
un comando, voltavano il viso verso quelle tentazioni porporine, rallentando
il passo e smorzando la voce, e seguitavano così col collo torto e con gli
occhi rivolti verso il frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come fa una
pattuglia di soldati quando passa davanti a una bella ragazza; e in quel
passaggio sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo, che, a vederli, si
ridestavano in me pure, come un vago ricordo, gli stimoli antichi del palato
infantile, e mi pareva di ringiovanire in quel senso. Oh, gli asili infantili,
che case di cura sarebbero per i malati di disappetenza! Mentre quei cori
giravano, si formavano qua e là gruppi in ginocchio attorno a un bimbo o a
una bimba che aveva trovato una lumaca o un'ape o una pietruzza
luccicante, corone di teste rapate o capellute, chinate e strette, che non si
vedeva più un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, come si vedono nei
mercati d'erbaggi, appiccicate le une alle altre in maniera che le maestre le
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dovevan separare a forza perchè pigliassero un po' di respiro. E intanto io
ammiravo l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine, benchè di
famiglia povera, facevano alle signore che si rendon visita: — Venga avanti
— Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il favore d'accomodarsi. — Era
tanto tempo che desideravo di rivederla!... — E mille riverenze da
contraddanza e sorrisi di damine in solluchero. E mentre da una parte
seguiva questo scambio di cerimonie, vedevo di sbieco dall'altra una piccola
baruffa, non so se finta o vera, in cui le “damine„ si ricambiavano con voci
angeliche la parola del Cambronne e si voltavan la schiena battendosi la
manina sulle mele minuscole, con un atto di disprezzo che, senza dubbio,
avevano preso dal vero.
Le mie osservazioni furono interrotte in quel momento dalle grida di cinque
o sei piccini che accorrevano ad annunciare alla direttrice, col viso
spaventato: — C'è un bambino che ha perduto un braccio!
La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, al quale la mamma, perchè non
movesse un braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva stretto al
busto con una fascia, di sotto alla giacchettina, di cui ciondolava vuota la
manica; e per questo gli s'era fatta intorno una folla, che lo guardava e lo
tastava, facendo mille commenti terribili.
V.
La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due sessi: prima
una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo bianco di
diavoletti, messile dalla mamma, per mandarla arricciolata a una
processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel sobborgo. Era
una bambina celebre per un motto pronunciato un mese innanzi in casa sua;
dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del desinare e piangendo tutta la
famiglia senza mettersi a tavola, lei, che non capiva la morte e sentiva la
fame, s'era lagnata del ritardo, e all'osservazione del babbo — che era ora di
piangere e non di mangiare — aveva risposto: — ma prima mangiamo e poi
piangeremo — ma con tale accento di franchezza, con così manifesta
coscienza di dire una cosa ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere,
anche nel dolore. Io le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. —
ammiravo l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine, benchè di
famiglia povera, facevano alle signore che si rendon visita: — Venga avanti
— Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il favore d'accomodarsi. — Era
tanto tempo che desideravo di rivederla!... — E mille riverenze da
contraddanza e sorrisi di damine in solluchero. E mentre da una parte
seguiva questo scambio di cerimonie, vedevo di sbieco dall'altra una piccola
baruffa, non so se finta o vera, in cui le “damine„ si ricambiavano con voci
angeliche la parola del Cambronne e si voltavan la schiena battendosi la
manina sulle mele minuscole, con un atto di disprezzo che, senza dubbio,
avevano preso dal vero.
Le mie osservazioni furono interrotte in quel momento dalle grida di cinque
o sei piccini che accorrevano ad annunciare alla direttrice, col viso
spaventato: — C'è un bambino che ha perduto un braccio!
La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, al quale la mamma, perchè non
movesse un braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva stretto al
busto con una fascia, di sotto alla giacchettina, di cui ciondolava vuota la
manica; e per questo gli s'era fatta intorno una folla, che lo guardava e lo
tastava, facendo mille commenti terribili.
V.
La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due sessi: prima
una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo bianco di
diavoletti, messile dalla mamma, per mandarla arricciolata a una
processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel sobborgo. Era
una bambina celebre per un motto pronunciato un mese innanzi in casa sua;
dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del desinare e piangendo tutta la
famiglia senza mettersi a tavola, lei, che non capiva la morte e sentiva la
fame, s'era lagnata del ritardo, e all'osservazione del babbo — che era ora di
piangere e non di mangiare — aveva risposto: — ma prima mangiamo e poi
piangeremo — ma con tale accento di franchezza, con così manifesta
coscienza di dire una cosa ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere,
anche nel dolore. Io le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. —
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Scòtiti, — le disse la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, dopo uno
sforzo mentale visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio
padre s'è tagliato i capelli.
Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata
un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva le
lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre e di madre,
— mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica; non c'è modo di farla
sorridere. — Nemmeno il papà, che le stava accanto in quel momento, era
riuscito a rasserenarla. Teneva la testina chinata sopra una spalla in un
atteggiamento d'abbandono stanco, come una malata, e pareva che non
vedesse e non udisse nessuno; pareva un viso su cui, per natura, non potesse
spuntare il sorriso. Mi dissero che aveva un fratello gemello, entrato
nell'asilo con lei, ma che era allegro, e giocava con gli altri. La direttrice
mandò una maestra a cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per
mano. Non si può dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli
occhi alla sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli
s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al collo,
come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una
moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar più,
non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo.
La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi, una
figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto
ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: — Ha
degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e, tirata la
maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da capo. Punto
dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi che astuzia! —
rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa ha detto quel signore
dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva inteso. — Per prudenza,
essa le aveva risposto: — M'ha detto che si vede dai tuoi occhi che devi
esser buona. — Ma era stata prudenza inutile, perchè la furbacchiola non
aveva chiesto che una ripetizione, approvata dall'autorità, del complimento.
E non fu quella la sola osservazione che potei fare sulla precocità della
vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi presentarono, —
assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da parenti e da conoscenti, —
sforzo mentale visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio
padre s'è tagliato i capelli.
Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata
un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva le
lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre e di madre,
— mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica; non c'è modo di farla
sorridere. — Nemmeno il papà, che le stava accanto in quel momento, era
riuscito a rasserenarla. Teneva la testina chinata sopra una spalla in un
atteggiamento d'abbandono stanco, come una malata, e pareva che non
vedesse e non udisse nessuno; pareva un viso su cui, per natura, non potesse
spuntare il sorriso. Mi dissero che aveva un fratello gemello, entrato
nell'asilo con lei, ma che era allegro, e giocava con gli altri. La direttrice
mandò una maestra a cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per
mano. Non si può dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli
occhi alla sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli
s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al collo,
come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una
moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar più,
non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo.
La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi, una
figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto
ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: — Ha
degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e, tirata la
maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da capo. Punto
dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi che astuzia! —
rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa ha detto quel signore
dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva inteso. — Per prudenza,
essa le aveva risposto: — M'ha detto che si vede dai tuoi occhi che devi
esser buona. — Ma era stata prudenza inutile, perchè la furbacchiola non
aveva chiesto che una ripetizione, approvata dall'autorità, del complimento.
E non fu quella la sola osservazione che potei fare sulla precocità della
vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi presentarono, —
assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da parenti e da conoscenti, —
Page 180
dopo che m'avevan risposto alle domande solite del nome e dell'età, si
capiva che stavan lì ad aspettare il complimento solito; si vedeva dalla
sospensione d'animo che sollevava un poco il loro piccolo petto e dal tenue
flusso di sangue che il palpito affrettato del coricino mandava alle loro
guance contratte da un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per
questo io non dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una
vaga ombra di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche
Gabriele d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.
VI.
Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: una bimba con la capigliatura
nera strisciata d'oro; conciata a quel modo dalla mamma che, incaponita di
tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava qualche volta a mezzo l'operazione e
la mandava fuori così, chiomata del bicolore austriaco; un'altra che quasi
nascondeva il visetto sotto un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa
stupenda di anelli di velluto corvino, in cui tutte le compagne cacciavan le
mani per diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa del capo come animati
da mille spiritelli irrequieti; e infine il bimbo dai cinque panciotti, imbottito
in quella forma dalla mamma per un suo terrore morboso dei' raffreddori di
petto, e che, oppresso da quella rigatteria, camminava annaspando con le
braccia larghe come se invocasse soccorso. Ah, c'era da divertirsi, e anche
da commoversi, non altro che ad osservare in quei bimbi la varietà dei
prodotti dell'industria domestica, e in un solo capo di vestiario. Una
collezione di calzoncini, per esempio, da far rimpiangere di non esser andati
là con una istantanea: tutti i più strani saggi di taglio a cui possano riuscire
le forbici inesperte e affrettate d'una povera donna del popolo che ha le
faccende a gola e che utilizza senza scrupoli artistici quanti avanzi di stoffa
le cascano nelle mani, con la certezza che la vittima inconsapevole accetterà
qualunque ludibrio. Calzoni di due colori e di più di due, raccorciati con
filze, allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti di tende da letto, di federe
di guanciali e di scialli logori, con borsoni posteriori capaci quattro volte
del contenuto, con spaccature somiglianti a finestre a sesto acuto: mezze
brachine della forma d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di sacchetti
da ricotta, che mettevano su quei corpicini delle apparenze buffe di fianchi,
capiva che stavan lì ad aspettare il complimento solito; si vedeva dalla
sospensione d'animo che sollevava un poco il loro piccolo petto e dal tenue
flusso di sangue che il palpito affrettato del coricino mandava alle loro
guance contratte da un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per
questo io non dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una
vaga ombra di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche
Gabriele d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.
VI.
Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: una bimba con la capigliatura
nera strisciata d'oro; conciata a quel modo dalla mamma che, incaponita di
tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava qualche volta a mezzo l'operazione e
la mandava fuori così, chiomata del bicolore austriaco; un'altra che quasi
nascondeva il visetto sotto un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa
stupenda di anelli di velluto corvino, in cui tutte le compagne cacciavan le
mani per diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa del capo come animati
da mille spiritelli irrequieti; e infine il bimbo dai cinque panciotti, imbottito
in quella forma dalla mamma per un suo terrore morboso dei' raffreddori di
petto, e che, oppresso da quella rigatteria, camminava annaspando con le
braccia larghe come se invocasse soccorso. Ah, c'era da divertirsi, e anche
da commoversi, non altro che ad osservare in quei bimbi la varietà dei
prodotti dell'industria domestica, e in un solo capo di vestiario. Una
collezione di calzoncini, per esempio, da far rimpiangere di non esser andati
là con una istantanea: tutti i più strani saggi di taglio a cui possano riuscire
le forbici inesperte e affrettate d'una povera donna del popolo che ha le
faccende a gola e che utilizza senza scrupoli artistici quanti avanzi di stoffa
le cascano nelle mani, con la certezza che la vittima inconsapevole accetterà
qualunque ludibrio. Calzoni di due colori e di più di due, raccorciati con
filze, allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti di tende da letto, di federe
di guanciali e di scialli logori, con borsoni posteriori capaci quattro volte
del contenuto, con spaccature somiglianti a finestre a sesto acuto: mezze
brachine della forma d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di sacchetti
da ricotta, che mettevano su quei corpicini delle apparenze buffe di fianchi,
Page 181
di pancie e di deretani enormi e spostati, o li serravano, per scarsità di
panno, come maglie chirurgiche, facendo schizzar per di dietro, a ogni più
piccolo movimento, degli spicchi di carne rosata, impazienti della prigionia,
impudicamente ribelli all'avarizia tiranna della sarta: una raccolta di figurini
di fantasia da farne una sezione umoristica a parte nella prossima
Esposizione nazionale.
Ma da queste osservazioni ero continuamente ricondotto a quella della
varietà dei caratteri che si manifestava nei modi molto diversi di ricevere le
dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto, parecchi quasi
repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte del capo dov'era stato
baciato, come se non capisse che cosa io gli avessi fatto. Ma i più si
mostravano contenti e grati, e fra questi alcuni che si riscotevano e
brillavano sotto la carezza come per la soddisfazione d'un bisogno vivo
dell'animo, e che ritornavan poco dopo a prendermi la mano e a mettersela
da sè sulla spalla o sotto il mento e a strisciarmisi attorno come gattini,
guardandomi di sotto in su con una espressione di grande dolcezza; quello
dalla testa deforme, fra gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino
piccolissimo, nato con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi,
nuotante nel più spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche
quand'eran lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi,
che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna, propria
della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le stature ed ha per tutti
quelli che l'amano lo stesso sorriso.
E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del bimbo
burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi capire, con
quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto strizzato, che gli
parevo ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi che in un moccicoso di
quell'età non poteva corrispondere il pensiero all'espressione della
maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele mi riusciva molesto e,
quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si fa qualche volta in casa
d'altri davanti a certi ritratti di persone sconosciute, che par che ci frughino
con lo sguardo nell'anima e pensino di noi roba da chiodi.
VII.
panno, come maglie chirurgiche, facendo schizzar per di dietro, a ogni più
piccolo movimento, degli spicchi di carne rosata, impazienti della prigionia,
impudicamente ribelli all'avarizia tiranna della sarta: una raccolta di figurini
di fantasia da farne una sezione umoristica a parte nella prossima
Esposizione nazionale.
Ma da queste osservazioni ero continuamente ricondotto a quella della
varietà dei caratteri che si manifestava nei modi molto diversi di ricevere le
dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto, parecchi quasi
repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte del capo dov'era stato
baciato, come se non capisse che cosa io gli avessi fatto. Ma i più si
mostravano contenti e grati, e fra questi alcuni che si riscotevano e
brillavano sotto la carezza come per la soddisfazione d'un bisogno vivo
dell'animo, e che ritornavan poco dopo a prendermi la mano e a mettersela
da sè sulla spalla o sotto il mento e a strisciarmisi attorno come gattini,
guardandomi di sotto in su con una espressione di grande dolcezza; quello
dalla testa deforme, fra gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino
piccolissimo, nato con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi,
nuotante nel più spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche
quand'eran lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi,
che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna, propria
della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le stature ed ha per tutti
quelli che l'amano lo stesso sorriso.
E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del bimbo
burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi capire, con
quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto strizzato, che gli
parevo ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi che in un moccicoso di
quell'età non poteva corrispondere il pensiero all'espressione della
maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele mi riusciva molesto e,
quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si fa qualche volta in casa
d'altri davanti a certi ritratti di persone sconosciute, che par che ci frughino
con lo sguardo nell'anima e pensino di noi roba da chiodi.
VII.
Page 182
Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti nel camerone e presero posto,
in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era scodellata la minestra di riso e
fagioli. Fu un divertimento a vedere come gingillavano tutte quelle manine
per annodarsi sotto la nuca le fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a
incrociarle; molte bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non
facevano che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da
zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile. Non
vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non aveva
appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi si pentì e rivolle
la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio emerito, si rifiutò: dopo
molto contrasto, nondimeno, scese a patti, e gli offri, generosamente, un
fagiolo — uno solo — che il primo respinse con sdegno, invocando a grida
la maestra. A capo della stessa tavola vidi un banchettante che si ribeveva le
lacrime, ma nel senso materiale della parola, poichè mangiava avidamente e
piangeva insieme a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel
gran dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca
col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella per
consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli occhi
ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena tre anni;
era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale di disperazione
che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al petto una medaglia; e
s'era quetato come per miracolo. Nel momento che gli passavo accanto egli
spalancava la bocca per ricevere il fatto suo: eppure, in quello stesso
momento, senza neanche torcere il capo, guardandomi con la coda
dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese la medaglia con due dita e me
la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno sopprimere le onorificenze
ufficiali?
VIII.
Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i panierini e tutti
si sparsero per quella e per l'altre stanze per riunirsi da capo, qua e là, a
coppie e a gruppi, sedendosi in parte sulle panchettine lungo le pareti e in
parte sull'ammattonato, a mangiare in libertà quello che s'eran portati da
casa. La direttrice mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che
in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era scodellata la minestra di riso e
fagioli. Fu un divertimento a vedere come gingillavano tutte quelle manine
per annodarsi sotto la nuca le fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a
incrociarle; molte bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non
facevano che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da
zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile. Non
vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non aveva
appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi si pentì e rivolle
la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio emerito, si rifiutò: dopo
molto contrasto, nondimeno, scese a patti, e gli offri, generosamente, un
fagiolo — uno solo — che il primo respinse con sdegno, invocando a grida
la maestra. A capo della stessa tavola vidi un banchettante che si ribeveva le
lacrime, ma nel senso materiale della parola, poichè mangiava avidamente e
piangeva insieme a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel
gran dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca
col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella per
consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli occhi
ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena tre anni;
era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale di disperazione
che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al petto una medaglia; e
s'era quetato come per miracolo. Nel momento che gli passavo accanto egli
spalancava la bocca per ricevere il fatto suo: eppure, in quello stesso
momento, senza neanche torcere il capo, guardandomi con la coda
dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese la medaglia con due dita e me
la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno sopprimere le onorificenze
ufficiali?
VIII.
Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i panierini e tutti
si sparsero per quella e per l'altre stanze per riunirsi da capo, qua e là, a
coppie e a gruppi, sedendosi in parte sulle panchettine lungo le pareti e in
parte sull'ammattonato, a mangiare in libertà quello che s'eran portati da
casa. La direttrice mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che
Page 183
leticavano e — Veda che caso — mi disse: — questi due fratelli hanno il
panierino in comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente,
s'accapigliano per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol
prender tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è
così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che
incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me
pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca mia,
l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.
M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava fisso, e gli domandai che
cosa gli avesse dato la mamma per colazione. Mi rispose con una grossa
voce: — Un pesce!
Al modo come lo disse pareva che dovesse essere un salmone. Lo pregai di
farmelo vedere. E mi mostrò il pugno da cui spuntavano le estremità d'una
mezza acciuga, ridotta non più che un filo dalle vigorose fregagioni che —
come mi fu detto da un'assistente — egli aveva liberalmente concesso alle
pagnotte circonvicine.
Venne in quel punto una maestra a dirmi che andassi a vedere all'opera lo
“scroccone„. Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, col suo muso
di topo sul petto, tutto intento a levar la crosta a un panino. Finita la
scrostatura, si mise a leccar la mollica da tutte le parti, con grande cura,
come se la volesse inumidir tutta quanta prima d'addentarla. — Ne prepara
qualcuna delle sue, senza dubbio, — disse la maestra. — Infatti, dopo che
ebbe condito bene il suo pane, si voltò verso un gruppo di bimbi che
assediavano il possessore dello zucchero biondo e, cavallerescamente,
liberò l'assediato, facendo in là gl'importuni che volevano intingere il dito
nella sua proprietà. Poi gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli disse
nell'orecchio non so che cosa, a cui quegli acconsentì, porgendo il pacchetto
aperto. Povero ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con un pane asciutto,
che avrebbe fatto poco danno. Era invece un pane traditore che, maneggiato
da una mano abile, girando rapidamente come un buratto.... produsse un
vuoto spaventoso;
onde sospiri e pianti ed alti guai.
panierino in comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente,
s'accapigliano per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol
prender tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è
così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che
incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me
pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca mia,
l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.
M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava fisso, e gli domandai che
cosa gli avesse dato la mamma per colazione. Mi rispose con una grossa
voce: — Un pesce!
Al modo come lo disse pareva che dovesse essere un salmone. Lo pregai di
farmelo vedere. E mi mostrò il pugno da cui spuntavano le estremità d'una
mezza acciuga, ridotta non più che un filo dalle vigorose fregagioni che —
come mi fu detto da un'assistente — egli aveva liberalmente concesso alle
pagnotte circonvicine.
Venne in quel punto una maestra a dirmi che andassi a vedere all'opera lo
“scroccone„. Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, col suo muso
di topo sul petto, tutto intento a levar la crosta a un panino. Finita la
scrostatura, si mise a leccar la mollica da tutte le parti, con grande cura,
come se la volesse inumidir tutta quanta prima d'addentarla. — Ne prepara
qualcuna delle sue, senza dubbio, — disse la maestra. — Infatti, dopo che
ebbe condito bene il suo pane, si voltò verso un gruppo di bimbi che
assediavano il possessore dello zucchero biondo e, cavallerescamente,
liberò l'assediato, facendo in là gl'importuni che volevano intingere il dito
nella sua proprietà. Poi gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli disse
nell'orecchio non so che cosa, a cui quegli acconsentì, porgendo il pacchetto
aperto. Povero ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con un pane asciutto,
che avrebbe fatto poco danno. Era invece un pane traditore che, maneggiato
da una mano abile, girando rapidamente come un buratto.... produsse un
vuoto spaventoso;
onde sospiri e pianti ed alti guai.
Page 184
IX.
Entrammo poi in una “classe„ dove non c'erano, sparsi per i banchi, che sei
o sette bambini; due dei quali dormivano così saporitamente, con le testine
rase appoggiate sui gomiti, che nemmeno scossi a più riprese non si
destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri la maestra rivolse alcune
delle solite domande scolastiche, a cui diedero le risposte solite;
comicissime alcune per il contrasto che faceva la solennità della loro forma
letteraria col viso di putto di chi le pronunciava.
A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni domandò tutt'a un tratto:
— Che cos'è l'Italia?
Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato me e la maestra con due occhi
spauriti, mandò giù la saliva e rispose solennemente: — È la mia terra.
Un altro, che stava rodendo una ciambella, dopo che la maestra gli ebbe
detto nell'orecchio il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando in aria le due
piccole braccia e spalancando la bocca impastata, mise fuori un O sonoro,
come alla vista d'un fuoco d'artifizio maraviglioso, un O così prolungato
ch'io ebbi tutto il tempo di domandare a me stesso e di cercare con la
fantasia quale cosa al mondo potess'essere degno oggetto di quella
stupefacente invocazione. E venne fuori finalmente....
Oooooo tricolor bandiera,
Sventola sopra i monti,
Sui petti e sulle fronti,
Sull'armi e sugli altar....
Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: gli s'enfiava il collo, gli
uscivan gli occhi dal capo, una parola sì e una no gli restava in gola per
mancanza di fiato: pareva la caricatura d'un tribuno che arringasse un
popolo. Tutto quell'entusiasmo, però, si spense d'un colpo. Espettorata
appena l'ultima sillaba, ricadde sul banco e riaddentò la ciambella.
Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli suggerì il titolo d'una poesia:
egli si alzò e cominciò:
Entrammo poi in una “classe„ dove non c'erano, sparsi per i banchi, che sei
o sette bambini; due dei quali dormivano così saporitamente, con le testine
rase appoggiate sui gomiti, che nemmeno scossi a più riprese non si
destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri la maestra rivolse alcune
delle solite domande scolastiche, a cui diedero le risposte solite;
comicissime alcune per il contrasto che faceva la solennità della loro forma
letteraria col viso di putto di chi le pronunciava.
A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni domandò tutt'a un tratto:
— Che cos'è l'Italia?
Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato me e la maestra con due occhi
spauriti, mandò giù la saliva e rispose solennemente: — È la mia terra.
Un altro, che stava rodendo una ciambella, dopo che la maestra gli ebbe
detto nell'orecchio il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando in aria le due
piccole braccia e spalancando la bocca impastata, mise fuori un O sonoro,
come alla vista d'un fuoco d'artifizio maraviglioso, un O così prolungato
ch'io ebbi tutto il tempo di domandare a me stesso e di cercare con la
fantasia quale cosa al mondo potess'essere degno oggetto di quella
stupefacente invocazione. E venne fuori finalmente....
Oooooo tricolor bandiera,
Sventola sopra i monti,
Sui petti e sulle fronti,
Sull'armi e sugli altar....
Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: gli s'enfiava il collo, gli
uscivan gli occhi dal capo, una parola sì e una no gli restava in gola per
mancanza di fiato: pareva la caricatura d'un tribuno che arringasse un
popolo. Tutto quell'entusiasmo, però, si spense d'un colpo. Espettorata
appena l'ultima sillaba, ricadde sul banco e riaddentò la ciambella.
Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli suggerì il titolo d'una poesia:
egli si alzò e cominciò:
Page 185
Una goccia, o nuvoletta....
e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e seguitò a gocciolare
senza andare avanti. Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise al naso
come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli disse la maestra, — il sangue
dal naso ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un po' vedere. — Ma
quegli fece un gesto con la manina libera, come per dire: — Aspetta,
aspetta, che deve venire, — un gesto così comicamente affannato e
affettato, che la maestra diede in uno scoppio di risa, e si contentò della
goccia. — Ma vede che malizia, — disse poi allontanandosi, mentre quello
continuava la commedia. — Ah, le dico che ci abbiamo certi artisti!
X.
Di là rientrai nella sala grande, dove quasi tutti si trovavan raccolti, ed era
un gran moto, un ronzìo, un pio pio, quasi un ribollimento di suoni rotti,
acuti e sommessi, quale si può dare soltanto in una folla di creature non
ferme mai un minuto in un solo pensiero e che parlano un linguaggio ancora
monco e spezzato come i loro pensieri. E guardando quello spettacolo feci
anche quella volta il proposito, che si fa sempre all'uscire da un di quei
luoghi, di tornarvi al più presto, e che non si mantiene quasi mai; ma che in
quel momento è sincero e vivissimo, ispirato quasi da un istinto di
protezione, come se quelle deboli creature, a cui bastò un'ora a legarci,
avessero bisogno di noi e fosse durezza il separarsene per non rivederle mai
più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il papà, la bimba dai diavoletti e tutti
gli altri più espansivi a domandar la carezza d'addio, tendendo le loro
manine che stringevano ancora dei pezzetti di pane e dei torsi di mela, e
dicendomi cento Ciao, su tutti i toni, come a una persona della loro famiglia
che partisse per un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, accarezzandoli,
ch'eran loro, invece, che partivano per un lungo viaggio, per il viaggio
misterioso della vita, nel quale, appunto perchè eran di natura più dolce e
più affettuosa degli altri, chi sa quanto avrebbero avuto più degli altri da
soffrire e da piangere ed anche più spesso desiderato la fine....
e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e seguitò a gocciolare
senza andare avanti. Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise al naso
come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli disse la maestra, — il sangue
dal naso ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un po' vedere. — Ma
quegli fece un gesto con la manina libera, come per dire: — Aspetta,
aspetta, che deve venire, — un gesto così comicamente affannato e
affettato, che la maestra diede in uno scoppio di risa, e si contentò della
goccia. — Ma vede che malizia, — disse poi allontanandosi, mentre quello
continuava la commedia. — Ah, le dico che ci abbiamo certi artisti!
X.
Di là rientrai nella sala grande, dove quasi tutti si trovavan raccolti, ed era
un gran moto, un ronzìo, un pio pio, quasi un ribollimento di suoni rotti,
acuti e sommessi, quale si può dare soltanto in una folla di creature non
ferme mai un minuto in un solo pensiero e che parlano un linguaggio ancora
monco e spezzato come i loro pensieri. E guardando quello spettacolo feci
anche quella volta il proposito, che si fa sempre all'uscire da un di quei
luoghi, di tornarvi al più presto, e che non si mantiene quasi mai; ma che in
quel momento è sincero e vivissimo, ispirato quasi da un istinto di
protezione, come se quelle deboli creature, a cui bastò un'ora a legarci,
avessero bisogno di noi e fosse durezza il separarsene per non rivederle mai
più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il papà, la bimba dai diavoletti e tutti
gli altri più espansivi a domandar la carezza d'addio, tendendo le loro
manine che stringevano ancora dei pezzetti di pane e dei torsi di mela, e
dicendomi cento Ciao, su tutti i toni, come a una persona della loro famiglia
che partisse per un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, accarezzandoli,
ch'eran loro, invece, che partivano per un lungo viaggio, per il viaggio
misterioso della vita, nel quale, appunto perchè eran di natura più dolce e
più affettuosa degli altri, chi sa quanto avrebbero avuto più degli altri da
soffrire e da piangere ed anche più spesso desiderato la fine....
Page 186
Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono, sentii ancora nella mia una
piccola mano che ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi, e
sollevando il mento a quell'ultimo accompagnatore, riconobbi il piccolo
disgraziato che somigliava alla figura del libro del Lombroso, quello a cui
la natura aveva così crudelmente smentito sul viso la bontà angelica
dell'anima. E lo fissai per qualche momento in quei piccoli occhi ineguali e
sporgenti che dicevano così umilmente: — Son brutto; ma son buono; non
mi guardate; ma amatemi, — e mi domandai nel cuore, con tristezza, quante
umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe costata nella vita quella
menzogna spietata della natura; e stretto fra le mani il suo capo deforme, fui
costretto a prolungare il bacio che gli stampai sulla fronte, — mentre egli
mi s'attaccava al bavero con le manine, — per avere il tempo di scomporre
sulla mia faccia l'espressione di profonda pietà che temevo egli potesse
comprendere....
Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver l'ultima stoccata da quella
strana faccia canzonatoria di mefistofeluccio, che era lì a due passi, e che
mi guardava socchiudendo un occhio e torcendo la bocca, con l'aria di
dirmi: — Ti conosco, e non me ne vendi. — Non poteva essere, lo capisco
bene; ma tant'è, l'orgoglio è irragionevole: se non c'era lì la direttrice, gli
allungavo una pacca.
piccola mano che ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi, e
sollevando il mento a quell'ultimo accompagnatore, riconobbi il piccolo
disgraziato che somigliava alla figura del libro del Lombroso, quello a cui
la natura aveva così crudelmente smentito sul viso la bontà angelica
dell'anima. E lo fissai per qualche momento in quei piccoli occhi ineguali e
sporgenti che dicevano così umilmente: — Son brutto; ma son buono; non
mi guardate; ma amatemi, — e mi domandai nel cuore, con tristezza, quante
umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe costata nella vita quella
menzogna spietata della natura; e stretto fra le mani il suo capo deforme, fui
costretto a prolungare il bacio che gli stampai sulla fronte, — mentre egli
mi s'attaccava al bavero con le manine, — per avere il tempo di scomporre
sulla mia faccia l'espressione di profonda pietà che temevo egli potesse
comprendere....
Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver l'ultima stoccata da quella
strana faccia canzonatoria di mefistofeluccio, che era lì a due passi, e che
mi guardava socchiudendo un occhio e torcendo la bocca, con l'aria di
dirmi: — Ti conosco, e non me ne vendi. — Non poteva essere, lo capisco
bene; ma tant'è, l'orgoglio è irragionevole: se non c'era lì la direttrice, gli
allungavo una pacca.
Page 187
I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO.
Una delle più care bellezze dell'alta valle di Andorno sono i bambini; per i
quali io credo che il Correggio redivivo, se li vedesse una volta, andrebbe a
villeggiare ogni anno a Campiglia. Salendo dalla Balma a Piedicavallo, se
ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati, fra i pietroni del Cervo, su per i
sentieri che salgono e si perdono fra i faggi e i castagni, e a mucchi e a
processioni in ogni villaggio: tanto numerosi da far pensare che non ci sia
altra valle in Italia così prolifica. E poichè d'estate, emigrando quasi tutta la
popolazione maschile (composta in gran parte di muratori e di scalpellini), è
rarissimo incontrare dalla Balma in su un uomo giovane o maturo, ne segue
che al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde provenga tutta quella
razza minuta: se sia una produzione spontanea della terra, o merce
importata, per la stagione estiva, da altri paesi. Sono tutti floridi e biondi, di
tutte le sfumature dell'oro monetato e delle barbe di pannocchia di meliga:
teste d'inglesi e di scandinavi d'una carnagione maravigliosa di colorito e di
freschezza, con occhi di tutte le gradazioni dell'azzurro, da quello forte delle
loro Alpi a quello chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante
come i cieli del Veronese: alcuni con biancori di latte sulla fronte, dietro le
orecchie e nel collo; e tutti segnati di due rose rosse sulle guance, eguali di
forma e di tono in quasi tutti, come quelle delle bambole che l'artefice
imporpora una dopo l'altra con lo stesso tocco meccanico del pennello. E
non solo per i capelli e per i colori, sono belli anche per i lineamenti fini,
per la forma gentile della bocca, per la grazia scultoria di tutte le forme: e
più belli appariscono per il risalto che dà alle loro capigliature aurine
scompigliate dall'aria viva e ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo
della vegetazione su cui si disegnano per solito le loro personcine
rotondeggianti, quando, dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie,
in gruppi o in schiere immobili, coi piedi nudi nell'erba, stanno a vedere il
forestiere che vien su lentamente in carrozza per lo stradone della valle.
Una delle più care bellezze dell'alta valle di Andorno sono i bambini; per i
quali io credo che il Correggio redivivo, se li vedesse una volta, andrebbe a
villeggiare ogni anno a Campiglia. Salendo dalla Balma a Piedicavallo, se
ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati, fra i pietroni del Cervo, su per i
sentieri che salgono e si perdono fra i faggi e i castagni, e a mucchi e a
processioni in ogni villaggio: tanto numerosi da far pensare che non ci sia
altra valle in Italia così prolifica. E poichè d'estate, emigrando quasi tutta la
popolazione maschile (composta in gran parte di muratori e di scalpellini), è
rarissimo incontrare dalla Balma in su un uomo giovane o maturo, ne segue
che al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde provenga tutta quella
razza minuta: se sia una produzione spontanea della terra, o merce
importata, per la stagione estiva, da altri paesi. Sono tutti floridi e biondi, di
tutte le sfumature dell'oro monetato e delle barbe di pannocchia di meliga:
teste d'inglesi e di scandinavi d'una carnagione maravigliosa di colorito e di
freschezza, con occhi di tutte le gradazioni dell'azzurro, da quello forte delle
loro Alpi a quello chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante
come i cieli del Veronese: alcuni con biancori di latte sulla fronte, dietro le
orecchie e nel collo; e tutti segnati di due rose rosse sulle guance, eguali di
forma e di tono in quasi tutti, come quelle delle bambole che l'artefice
imporpora una dopo l'altra con lo stesso tocco meccanico del pennello. E
non solo per i capelli e per i colori, sono belli anche per i lineamenti fini,
per la forma gentile della bocca, per la grazia scultoria di tutte le forme: e
più belli appariscono per il risalto che dà alle loro capigliature aurine
scompigliate dall'aria viva e ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo
della vegetazione su cui si disegnano per solito le loro personcine
rotondeggianti, quando, dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie,
in gruppi o in schiere immobili, coi piedi nudi nell'erba, stanno a vedere il
forestiere che vien su lentamente in carrozza per lo stradone della valle.
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V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli e sorelle; ci son famiglie
numerose in cui tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano una serie di
edizioni in formato vario dello stesso libro, non riveduto nè corretto: tanto
rassomiglianti che, incontrandoli per via, a una certa distanza, l'un dopo
l'altro, vi pare di vedere sempre lo stesso bimbo, ora ingrandito ora
rimpicciolito, ora maschio ora femmina, come se cambiasse di statura e di
sesso a modo d'un personaggio dei racconti fantastici dell'Hoffman. Ci
diranno i fisiologi se questo possa derivare dall'essere stati tutti concepiti
nelle condizioni medesime, nei ritorni periodici e a data fissa dei padri
emigrati, i quali riportano a casa quella quantità solita di risparmi di danaro
e di castità, a cui corrisponde sempre fra i due coniugi, con gli stessi
pensieri e gli stessi discorsi, la stessa misura d'allegrezza domestica e
d'impulso generativo.
A loro l'ardua sentenza.
Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi bei fiori montanini nati di
rudi lavoratori pratici e positivi in sommo grado, dei quali è ultima qualità
lo spirito poetico, si distinguono per nomi classici e romantici, che paiono
stati scelti da padri letterati e da madri poetesse; benchè, in realtà, non sia
invalsa la consuetudine di quei nomi insoliti che per ovviare alla confusione
dei cognomi, diventati comuni a un gran numero di famiglie per effetto
della rete fitta di parentele che allaccia i valligiani, devoti al proverbio del
“moglie e buoi„. La sera, all'udir le mamme chiamar di sull'uscio la prole
dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par di udir invocare gli eroi e le
eroine della storia e della poesia di ogni paese e d'ogni secolo. Dante vi
passa accanto piegato in due sotto una fascina che lo nasconde tutto;
Clorinda, settenne, raccatta per la strada le reliquie fecondatrici dell'orto;
qui stimola i porci Temistocle; là sferza le vacche Tarquinio; Rinaldo
strascica il sedere sui ciottoli con una fetta di polenta fra le mani, e
Erminia intanto fra le ombrose piante
si soffia il nasino con la camicia.
Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è generalmente
placida e prudente. Il forestiere, che passa per la prima volta, essi guardano
con occhio intento e scrutatore, come se prevedessero d'aver da trattare con
numerose in cui tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano una serie di
edizioni in formato vario dello stesso libro, non riveduto nè corretto: tanto
rassomiglianti che, incontrandoli per via, a una certa distanza, l'un dopo
l'altro, vi pare di vedere sempre lo stesso bimbo, ora ingrandito ora
rimpicciolito, ora maschio ora femmina, come se cambiasse di statura e di
sesso a modo d'un personaggio dei racconti fantastici dell'Hoffman. Ci
diranno i fisiologi se questo possa derivare dall'essere stati tutti concepiti
nelle condizioni medesime, nei ritorni periodici e a data fissa dei padri
emigrati, i quali riportano a casa quella quantità solita di risparmi di danaro
e di castità, a cui corrisponde sempre fra i due coniugi, con gli stessi
pensieri e gli stessi discorsi, la stessa misura d'allegrezza domestica e
d'impulso generativo.
A loro l'ardua sentenza.
Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi bei fiori montanini nati di
rudi lavoratori pratici e positivi in sommo grado, dei quali è ultima qualità
lo spirito poetico, si distinguono per nomi classici e romantici, che paiono
stati scelti da padri letterati e da madri poetesse; benchè, in realtà, non sia
invalsa la consuetudine di quei nomi insoliti che per ovviare alla confusione
dei cognomi, diventati comuni a un gran numero di famiglie per effetto
della rete fitta di parentele che allaccia i valligiani, devoti al proverbio del
“moglie e buoi„. La sera, all'udir le mamme chiamar di sull'uscio la prole
dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par di udir invocare gli eroi e le
eroine della storia e della poesia di ogni paese e d'ogni secolo. Dante vi
passa accanto piegato in due sotto una fascina che lo nasconde tutto;
Clorinda, settenne, raccatta per la strada le reliquie fecondatrici dell'orto;
qui stimola i porci Temistocle; là sferza le vacche Tarquinio; Rinaldo
strascica il sedere sui ciottoli con una fetta di polenta fra le mani, e
Erminia intanto fra le ombrose piante
si soffia il nasino con la camicia.
Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è generalmente
placida e prudente. Il forestiere, che passa per la prima volta, essi guardano
con occhio intento e scrutatore, come se prevedessero d'aver da trattare con
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lui un appalto o una vendita: con occhio scrutatore, ma rispettoso. E
rispettosi sono coi villeggianti abituali, che sogliono salutare in modo
originale, pronunciando il loro nome, quando li incontrano, e fissandoli,
come fanno i soldati coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco
rissosi, come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata
che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il mondo, e
attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari di quella terra
divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla quale e per la quale
s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono dignitosi: nessuna di quelle
piccole mani, neanche dei più poveri, si stende a chiedere il soldo al
passante; e quando uno ne stringono, non c'è caso che lo sciupino o lo
perdano; somigliantissimi pure in questo ai loro genitori. E anche nei loro
spassi mostrano mirabilmente l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun
altro luogo vidi mai i ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini
e condotti d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per
ore ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai
disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo e
ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana d'un
opificio.
Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori, portando
nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par di mattoni per
volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave d'operaie adulte.
Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una mattinata, per trastullo, sulla
proda d'una strada, a picchiare con un chiodo e un martello un pezzo di
sienite, come se avessero preso il lavoro a cottimo, senza alzare una volta in
un quarto d'ora la testina bionda, dardeggiata dal sole.
Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio
precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la strada
dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che non
possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono sempre
incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati di rispondervi nella
lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla meglio quelle venti parole,
facendo lunghe pause riflessive fra l'una e l'altra, come fanno in Italia i
viaggiatori inglesi e tedeschi, con una flemma di filologi scrupolosi, senza
rispettosi sono coi villeggianti abituali, che sogliono salutare in modo
originale, pronunciando il loro nome, quando li incontrano, e fissandoli,
come fanno i soldati coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco
rissosi, come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata
che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il mondo, e
attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari di quella terra
divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla quale e per la quale
s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono dignitosi: nessuna di quelle
piccole mani, neanche dei più poveri, si stende a chiedere il soldo al
passante; e quando uno ne stringono, non c'è caso che lo sciupino o lo
perdano; somigliantissimi pure in questo ai loro genitori. E anche nei loro
spassi mostrano mirabilmente l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun
altro luogo vidi mai i ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini
e condotti d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per
ore ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai
disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo e
ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana d'un
opificio.
Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori, portando
nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par di mattoni per
volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave d'operaie adulte.
Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una mattinata, per trastullo, sulla
proda d'una strada, a picchiare con un chiodo e un martello un pezzo di
sienite, come se avessero preso il lavoro a cottimo, senza alzare una volta in
un quarto d'ora la testina bionda, dardeggiata dal sole.
Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio
precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la strada
dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che non
possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono sempre
incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati di rispondervi nella
lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla meglio quelle venti parole,
facendo lunghe pause riflessive fra l'una e l'altra, come fanno in Italia i
viaggiatori inglesi e tedeschi, con una flemma di filologi scrupolosi, senza
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darsi un pensiero della vostra impazienza, non intesi ad altro, con tutte le
forze del cervello, che a scansare gli spropositi.
Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a
Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona d'Italia,
dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa curiosa frase di suo
conio: — L'hanno fatto passar cavaliere — ma con un accento di trionfo,
che traduceva il pensiero: — l'ho cercata un pezzo, ma l'ho trovata bene. —
E hanno delle trovate singolari, da montanari sottili, diverse in questo da
quelle degli altri bimbi, che vengon fuori in una forma di gravità
comicamente impropria all'età loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita
perchè la dividesse in parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli
stavano al fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte
del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto, e poi
disse solennemente alle sorelle: — Qui non si fa niente senza il coltello, —
e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il comodo suo; ma con
l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri pensieri, per distornare,
s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano invece in certezza gli sguardi
obliqui e indagatori di cui ogni tanto mi saettava.
E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo di
men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta della
Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò con le
manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in fondo
attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette, le esaminò ad una
ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa parte dove le aveva
prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì a far rientrare la linguetta
nel taglio e, dopo essersi assicurato col pollice che era chiusa bene, me la
ripose sulla palma della mano e ve la premè colla sua zampetta come per
farmi prender atto che era fatta in tutte le regole la restituzione della
mercanzia.
Questi ragazzi, che sentono parlare in casa di tutti i paesi d'Europa e
d'Africa e d'Oriente e d'America, dove i loro padri lavorarono e lavorano,
viaggiano un po' coll'immaginazione, anche prima d'uscire dal guscio, per il
mondo intero. Appena sono in forza da portar la secchia della calce, la più
parte vanno a fare il tirocinio di muratori nelle città grandi, e, compiuto
forze del cervello, che a scansare gli spropositi.
Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a
Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona d'Italia,
dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa curiosa frase di suo
conio: — L'hanno fatto passar cavaliere — ma con un accento di trionfo,
che traduceva il pensiero: — l'ho cercata un pezzo, ma l'ho trovata bene. —
E hanno delle trovate singolari, da montanari sottili, diverse in questo da
quelle degli altri bimbi, che vengon fuori in una forma di gravità
comicamente impropria all'età loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita
perchè la dividesse in parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli
stavano al fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte
del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto, e poi
disse solennemente alle sorelle: — Qui non si fa niente senza il coltello, —
e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il comodo suo; ma con
l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri pensieri, per distornare,
s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano invece in certezza gli sguardi
obliqui e indagatori di cui ogni tanto mi saettava.
E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo di
men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta della
Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò con le
manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in fondo
attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette, le esaminò ad una
ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa parte dove le aveva
prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì a far rientrare la linguetta
nel taglio e, dopo essersi assicurato col pollice che era chiusa bene, me la
ripose sulla palma della mano e ve la premè colla sua zampetta come per
farmi prender atto che era fatta in tutte le regole la restituzione della
mercanzia.
Questi ragazzi, che sentono parlare in casa di tutti i paesi d'Europa e
d'Africa e d'Oriente e d'America, dove i loro padri lavorarono e lavorano,
viaggiano un po' coll'immaginazione, anche prima d'uscire dal guscio, per il
mondo intero. Appena sono in forza da portar la secchia della calce, la più
parte vanno a fare il tirocinio di muratori nelle città grandi, e, compiuto
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questo, emigrano dall'Italia. Ma le separazioni della famiglia si fanno senza
lagrime, e quasi senza commozione, perchè tutti ci hanno il cuore preparato
fin dall'infanzia. Non senza tristezza, però, quando li vedo giocar per le
strade così rosei e sereni, io me li raffiguro giovinetti, curvi sotto il carico
su per le alte scale oscillanti degli edifici in costruzione, o ammucchiati
nelle soffitte, dove essi stessi si fanno da mangiare e si rimendano i panni,
stillando ogni sorta di più duro risparmio; e poi, più grandi, soli in terre
straniere, in mezzo a gente di cui ignorano la lingua, invisi quasi sempre ai
concorrenti indigeni per il loro accanimento al lavoro e per la loro
parsimonia spartana, e vittime qualche volta di persecuzioni crudeli.
Ma mi conforta il pensiero che darà saldo coraggio a tutti l'immagine della
valle nativa a cui sempre pensano, e che, se campano, li riavrà tutti quanti
certissimamente, arricchiti o poveri, stretti a lei fino alla morte. Quanti sono
già dispersi per il mondo che vidi bambini fare i castelli coi sassi e
scheggiar la sienite col chiodo, coi capelli biondi dorati dal sole e agitati dal
vento!
Ogni anno leva il volo una schiera di questi miei antichi amici, e i loro nomi
e i loro visi prima si confondono, poi svaniscono nella mia memoria.
Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando nella valle vi trovo ogni
anno nuove capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove guance vermiglie,
un drappello nuovo di Danti, di Temistocli e di Goffredi, figliuoli di padri
lontani che non vidi e non vedrò mai; e questi nuovi eroi nascono e
crescono così somiglianti, sotto ogni aspetto, ai partiti, che, insomma, mi
par di ritrovarmi sempre in mezzo alla stessa popolazione infantile. Bella e
strana popolazione di piccoli impresari in forma di cherubini, di futuri
capomastri, che paiono putti scappati dai quadri del Rubens, di scalpellini e
di muratori in erba a cui possono invidiare le rose e i gigli del viso i
figliuoli dei principi: innocenti sì, e amabili come tutti i bambini; ma che
pure hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella parola da far credere
che nella notte di Natale, quando sognano la scarpetta che hanno messo
sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro dei dolci, ma una cedola
del Consolidato 5%.
lagrime, e quasi senza commozione, perchè tutti ci hanno il cuore preparato
fin dall'infanzia. Non senza tristezza, però, quando li vedo giocar per le
strade così rosei e sereni, io me li raffiguro giovinetti, curvi sotto il carico
su per le alte scale oscillanti degli edifici in costruzione, o ammucchiati
nelle soffitte, dove essi stessi si fanno da mangiare e si rimendano i panni,
stillando ogni sorta di più duro risparmio; e poi, più grandi, soli in terre
straniere, in mezzo a gente di cui ignorano la lingua, invisi quasi sempre ai
concorrenti indigeni per il loro accanimento al lavoro e per la loro
parsimonia spartana, e vittime qualche volta di persecuzioni crudeli.
Ma mi conforta il pensiero che darà saldo coraggio a tutti l'immagine della
valle nativa a cui sempre pensano, e che, se campano, li riavrà tutti quanti
certissimamente, arricchiti o poveri, stretti a lei fino alla morte. Quanti sono
già dispersi per il mondo che vidi bambini fare i castelli coi sassi e
scheggiar la sienite col chiodo, coi capelli biondi dorati dal sole e agitati dal
vento!
Ogni anno leva il volo una schiera di questi miei antichi amici, e i loro nomi
e i loro visi prima si confondono, poi svaniscono nella mia memoria.
Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando nella valle vi trovo ogni
anno nuove capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove guance vermiglie,
un drappello nuovo di Danti, di Temistocli e di Goffredi, figliuoli di padri
lontani che non vidi e non vedrò mai; e questi nuovi eroi nascono e
crescono così somiglianti, sotto ogni aspetto, ai partiti, che, insomma, mi
par di ritrovarmi sempre in mezzo alla stessa popolazione infantile. Bella e
strana popolazione di piccoli impresari in forma di cherubini, di futuri
capomastri, che paiono putti scappati dai quadri del Rubens, di scalpellini e
di muratori in erba a cui possono invidiare le rose e i gigli del viso i
figliuoli dei principi: innocenti sì, e amabili come tutti i bambini; ma che
pure hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella parola da far credere
che nella notte di Natale, quando sognano la scarpetta che hanno messo
sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro dei dolci, ma una cedola
del Consolidato 5%.
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PICCOLI STUDENTI
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MOMENTI SOLENNI.
Il regolamento delle scuole municipali dice che gli esami orali sono
“pubblici„. Non feci dunque che esercitare uno dei miei diritti di cittadino
chiedendo d'assistere agli esami degli alunni della 1ª elementare della
scuola “Giuseppe Grassi.„ Desideravo di vedere con che animo e con che
aspetto i miei concittadini di sette anni affrontavano la prima prova del
fuoco sul campo di battaglia della scienza.
Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi di alunni e d'alunne, trovai
molte mamme, che davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o stavano
aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con l'aria paziente e rassegnata di
postulanti d'anticamera; altre che andavan su e giù, col viso ansioso, come
se aspettassero il risultato d'un'operazione chirurgica. E pensai a quanti altri
milioni di madri, in quei giorni, erano, come quelle, prese per una fibra del
cuore nei congegni di quella macchina immensa dell'istruzione pubblica,
che lavora il cervello delle generazioni crescenti in tutti i paesi civili.
Salito al primo piano, entrai in una stanza ariosa e chiara, dove quattro
maestre e due maestri sedevano intorno a una gran tavola coperta d'un
tappeto verde, ciascuno rivolto verso un piccolo alunno, che gli stava
accanto, in piedi. Il direttore, — un omone dal viso barbuto e benigno, —
girava attorno alla tavola, usciva, rientrava, assentendo col capo alle
risposte giuste e corrugando la fronte ai farfalloni che coglieva a volo. A
quella vista il mio pensiero fece un improvviso salto indietro di
quarant'anni, e sentii come il vago ridestarsi d'un terrore antico, che era già
quasi morto anche nella mia memoria. Mi ricordai, come in sogno, d'aver
avuto una forte tremarella in una stanza di quello stesso colore, davanti a
una tavola verde come quella, in presenza di un'altra gran barba nera di
direttore, di faccia a un altro finestrone con le tende bianche, dal quale
veniva dentro lo stesso raggio di sole, lo stesso odore di fiori d'acacia, lo
stesso silenzio di strada solitaria, che sentivo in quel punto. E mi rallegrai
veramente al pensare che non ero là per essere esaminato.
Il regolamento delle scuole municipali dice che gli esami orali sono
“pubblici„. Non feci dunque che esercitare uno dei miei diritti di cittadino
chiedendo d'assistere agli esami degli alunni della 1ª elementare della
scuola “Giuseppe Grassi.„ Desideravo di vedere con che animo e con che
aspetto i miei concittadini di sette anni affrontavano la prima prova del
fuoco sul campo di battaglia della scienza.
Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi di alunni e d'alunne, trovai
molte mamme, che davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o stavano
aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con l'aria paziente e rassegnata di
postulanti d'anticamera; altre che andavan su e giù, col viso ansioso, come
se aspettassero il risultato d'un'operazione chirurgica. E pensai a quanti altri
milioni di madri, in quei giorni, erano, come quelle, prese per una fibra del
cuore nei congegni di quella macchina immensa dell'istruzione pubblica,
che lavora il cervello delle generazioni crescenti in tutti i paesi civili.
Salito al primo piano, entrai in una stanza ariosa e chiara, dove quattro
maestre e due maestri sedevano intorno a una gran tavola coperta d'un
tappeto verde, ciascuno rivolto verso un piccolo alunno, che gli stava
accanto, in piedi. Il direttore, — un omone dal viso barbuto e benigno, —
girava attorno alla tavola, usciva, rientrava, assentendo col capo alle
risposte giuste e corrugando la fronte ai farfalloni che coglieva a volo. A
quella vista il mio pensiero fece un improvviso salto indietro di
quarant'anni, e sentii come il vago ridestarsi d'un terrore antico, che era già
quasi morto anche nella mia memoria. Mi ricordai, come in sogno, d'aver
avuto una forte tremarella in una stanza di quello stesso colore, davanti a
una tavola verde come quella, in presenza di un'altra gran barba nera di
direttore, di faccia a un altro finestrone con le tende bianche, dal quale
veniva dentro lo stesso raggio di sole, lo stesso odore di fiori d'acacia, lo
stesso silenzio di strada solitaria, che sentivo in quel punto. E mi rallegrai
veramente al pensare che non ero là per essere esaminato.
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Oltre agli esaminati v'era in un angolo un gruppetto d'esaminandi, che al
vedermi entrare, credendomi un'autorità scolastica, si scossero tutti a un
tempo come una nidiata di passeri spauriti e mi piantarono gli occhi
addosso con l'aria di domandarmi qual particolare ufficio di aiutante
aguzzino io venissi a fare in quella stanza di tortura; e quando mi videro
tirar fuori una matita dilatarono gli occhi anche di più, come se avessi
cavato di tasca un par di tanaglie. Io sorrisi amichevolmente, per
rassicurarli; ma dovettero pensare che il mio sorriso significasse: — Ora
v'accomodo io, — o qualcos'altro di simile, perchè non si rasserenarono
punto; anzi mi parve che si turbassero peggio. E allora rimisi la matita in
tasca.... per non farli più tristi.
Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai capelli bianchi, che dava
l'esame di lingua. Gli esaminatori erano divisi in tre coppie; in ciascuna
delle quali uno esaminava sulla lingua, l'altro sull'aritmetica. Essendo stati
promossi senza esami gli alunni migliori, gli esaminandi non erano che gli
“scadenti„ o, per parlare col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca.
Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando un visetto di poco più
di sette anni, così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto cuore di
“bocciarlo„ neanche se avesse straziato la grammatica come una tigre. Ma
pareva che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per aria l'ultima domanda,
che era di letteratura storica: — Quali sono i colori della bandiera italiana?
— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento di titubanza: — verde.
— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. Si cominciava bene. N'ebbi
piacere.
Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in quella confusione di
domande e di risposte che mi venivano all'orecchio, a frammenti, da varie
parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? — Pere cite (pietre
piccole). — Il sa-crifi-cio di Le-o-nida.... — Quattordici, tredici, dodici....
— Il maiale grugnisce. — Ma bene, quattro nocciole e tre nocciole fa nove
nocciole: si raccolgono i frutti dell'annata.... — Quadrupede, dunque,
significa.... — La mia patria m'ha dato il Signore, Mio pensiero, mia fede....
— E scrivi venti con due zeri? Mariuolo!...
vedermi entrare, credendomi un'autorità scolastica, si scossero tutti a un
tempo come una nidiata di passeri spauriti e mi piantarono gli occhi
addosso con l'aria di domandarmi qual particolare ufficio di aiutante
aguzzino io venissi a fare in quella stanza di tortura; e quando mi videro
tirar fuori una matita dilatarono gli occhi anche di più, come se avessi
cavato di tasca un par di tanaglie. Io sorrisi amichevolmente, per
rassicurarli; ma dovettero pensare che il mio sorriso significasse: — Ora
v'accomodo io, — o qualcos'altro di simile, perchè non si rasserenarono
punto; anzi mi parve che si turbassero peggio. E allora rimisi la matita in
tasca.... per non farli più tristi.
Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai capelli bianchi, che dava
l'esame di lingua. Gli esaminatori erano divisi in tre coppie; in ciascuna
delle quali uno esaminava sulla lingua, l'altro sull'aritmetica. Essendo stati
promossi senza esami gli alunni migliori, gli esaminandi non erano che gli
“scadenti„ o, per parlare col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca.
Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando un visetto di poco più
di sette anni, così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto cuore di
“bocciarlo„ neanche se avesse straziato la grammatica come una tigre. Ma
pareva che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per aria l'ultima domanda,
che era di letteratura storica: — Quali sono i colori della bandiera italiana?
— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento di titubanza: — verde.
— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. Si cominciava bene. N'ebbi
piacere.
Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in quella confusione di
domande e di risposte che mi venivano all'orecchio, a frammenti, da varie
parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? — Pere cite (pietre
piccole). — Il sa-crifi-cio di Le-o-nida.... — Quattordici, tredici, dodici....
— Il maiale grugnisce. — Ma bene, quattro nocciole e tre nocciole fa nove
nocciole: si raccolgono i frutti dell'annata.... — Quadrupede, dunque,
significa.... — La mia patria m'ha dato il Signore, Mio pensiero, mia fede....
— E scrivi venti con due zeri? Mariuolo!...
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A questo punto ci fu un intervallo di silenzio, dopo il quale udii
distintamente la voce grave d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa il
bue?
E una voce argentina e franca rispose: — Il bue ci dà il latte.
Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi chinar la fronte sotto due occhi
fulminei.
Debbo dire che la maggior parte mostravano assai meno timore di quello
che m'aspettassi. Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo per tutti. Li
riconoscevo, dopo che avevan dato una risposta, dal movimento forzato di
deglutizione che facevan tutti, allungando il piccolo collo come se
mandassero giù un osso di pesca. A più d'uno tremavano le mani e le labbra.
Si vedeva su certe fronti lo sforzo violento dell'intelligenza tesa a tutta
possa, quasi con l'espressione d'un dolore fisico, che si mutava tutt'a un
tratto in serenità a un: — Bene — dell'esaminatore, come la contrazione del
viso d'un assetato a una sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per comprender
meglio, si cacciavan sotto, col viso voltato in su, quasi fra le ginocchia del
maestro, quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo negli occhi con gli
occhi spalancati, acconsentendo col capo a tutti i movimenti del suo capo,
riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti del suo viso, come ipnotizzati. E a
che grado di tenuità si riducevano per la paura certe voci! Erano bisbigli di
confessionale, gemiti d'aurette, mormorii di fili d'acqua, sospiri moribondi
d'anime in pena. Parecchi eran così piccoli che arrivavano appena col mento
all'orlo della tavola, in modo che, quando leggevano col viso spinto innanzi,
non mostrando nè spalle nè collo, pareva che la loro zucchina rapata
posasse sul tappeto verde come divisa dal busto, e quando scrivevano con la
penna del maestro, iperbolicamente lunga per loro, la quale, tenuta ritta,
sorpassava di quattro dita il loro capo, pareva che scrivessero con uno
spiede.
— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò un maestro.
L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero, rispose prontamente,
come chi non ha il minimo dubbio sull'ordine razionale dell'enumerazione:
— La polenta, le patate, l'insalata....
distintamente la voce grave d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa il
bue?
E una voce argentina e franca rispose: — Il bue ci dà il latte.
Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi chinar la fronte sotto due occhi
fulminei.
Debbo dire che la maggior parte mostravano assai meno timore di quello
che m'aspettassi. Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo per tutti. Li
riconoscevo, dopo che avevan dato una risposta, dal movimento forzato di
deglutizione che facevan tutti, allungando il piccolo collo come se
mandassero giù un osso di pesca. A più d'uno tremavano le mani e le labbra.
Si vedeva su certe fronti lo sforzo violento dell'intelligenza tesa a tutta
possa, quasi con l'espressione d'un dolore fisico, che si mutava tutt'a un
tratto in serenità a un: — Bene — dell'esaminatore, come la contrazione del
viso d'un assetato a una sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per comprender
meglio, si cacciavan sotto, col viso voltato in su, quasi fra le ginocchia del
maestro, quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo negli occhi con gli
occhi spalancati, acconsentendo col capo a tutti i movimenti del suo capo,
riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti del suo viso, come ipnotizzati. E a
che grado di tenuità si riducevano per la paura certe voci! Erano bisbigli di
confessionale, gemiti d'aurette, mormorii di fili d'acqua, sospiri moribondi
d'anime in pena. Parecchi eran così piccoli che arrivavano appena col mento
all'orlo della tavola, in modo che, quando leggevano col viso spinto innanzi,
non mostrando nè spalle nè collo, pareva che la loro zucchina rapata
posasse sul tappeto verde come divisa dal busto, e quando scrivevano con la
penna del maestro, iperbolicamente lunga per loro, la quale, tenuta ritta,
sorpassava di quattro dita il loro capo, pareva che scrivessero con uno
spiede.
— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò un maestro.
L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero, rispose prontamente,
come chi non ha il minimo dubbio sull'ordine razionale dell'enumerazione:
— La polenta, le patate, l'insalata....
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La stessa domanda era rivolta quasi nello stesso tempo a un altro alunno,
che, confondendola con un'altra domanda usuale di suono simile, rispose
con scioltezza: — Gli alimenti principali dell'uomo sono la testa, il collo, le
spalle....
Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò mai, un viso
sorridente e ardito, con due occhi chiari di ribelle sereno, inaccessibile per
indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva dire a tutta la Commissione
esaminatrice: — Ma non sapete che io non ho neppure un pelo che si dia
pensiero di voi, dell'esame, del ministero dell'istruzione pubblica e di tutto
lo scibile umano? —
Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi tutti con le dita per rispondere
alle domande d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni mentali. Alcuni,
per dignità, facevano il calcolo di nascosto, sotto la tavola o dietro la
schiena; altri, senza un riguardo al mondo, calcolavano con le mani sotto il
naso dell'esaminatore, afferrando successivamente le dita della mano
sinistra col pollice e con l'indice della destra e scotendole a tutta forza come
per provare la saldezza delle articolazioni, e nel contare battevano fitto le
labbra e le palpebre come le divote che recitano il rosario. A uno di questi
matematici “prestidigitatori„ un morettino di sette anni, il maestro domandò
quanti anni avrebbe avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto armeggiato
con le mani sotto la tavola, egli rispose trionfalmente: — Quarantanove. —
E, secondo il suo modo di vedere, come dice il Ferravilla dell'orso bianco
che incanutisce in nero, egli aveva calcolato giusto: solo che aveva
moltiplicato, invece di sommare. Un semplice malinteso.
Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi minuti! Per la grande finestra
aperta si vedeva il cielo, qualche vetta d'albero, degli uccelli che roteavano
nerazzurro; e i poveri ragazzi, nei momenti d'incertezza o di smarrimento,
rivolgevano quasi tutti lo sguardo da quella parte, verso l'aria pura e la
libertà, con un sentimento d'invidia — si capiva — per quell'altre piccole
creature volanti, che non conoscono nè grammatica nè numeri; e quel
sentimento era compreso da più d'una maestra che, impietosita, per
richiamare all'attenzione l'alunno, lo pigliava dolcemente per un orecchio o
pel mento e gli faceva voltare il capo verso di sè, — come si fa girare un
mappamondo sferico sul suo asse, — dissimulando un sorriso.
che, confondendola con un'altra domanda usuale di suono simile, rispose
con scioltezza: — Gli alimenti principali dell'uomo sono la testa, il collo, le
spalle....
Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò mai, un viso
sorridente e ardito, con due occhi chiari di ribelle sereno, inaccessibile per
indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva dire a tutta la Commissione
esaminatrice: — Ma non sapete che io non ho neppure un pelo che si dia
pensiero di voi, dell'esame, del ministero dell'istruzione pubblica e di tutto
lo scibile umano? —
Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi tutti con le dita per rispondere
alle domande d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni mentali. Alcuni,
per dignità, facevano il calcolo di nascosto, sotto la tavola o dietro la
schiena; altri, senza un riguardo al mondo, calcolavano con le mani sotto il
naso dell'esaminatore, afferrando successivamente le dita della mano
sinistra col pollice e con l'indice della destra e scotendole a tutta forza come
per provare la saldezza delle articolazioni, e nel contare battevano fitto le
labbra e le palpebre come le divote che recitano il rosario. A uno di questi
matematici “prestidigitatori„ un morettino di sette anni, il maestro domandò
quanti anni avrebbe avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto armeggiato
con le mani sotto la tavola, egli rispose trionfalmente: — Quarantanove. —
E, secondo il suo modo di vedere, come dice il Ferravilla dell'orso bianco
che incanutisce in nero, egli aveva calcolato giusto: solo che aveva
moltiplicato, invece di sommare. Un semplice malinteso.
Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi minuti! Per la grande finestra
aperta si vedeva il cielo, qualche vetta d'albero, degli uccelli che roteavano
nerazzurro; e i poveri ragazzi, nei momenti d'incertezza o di smarrimento,
rivolgevano quasi tutti lo sguardo da quella parte, verso l'aria pura e la
libertà, con un sentimento d'invidia — si capiva — per quell'altre piccole
creature volanti, che non conoscono nè grammatica nè numeri; e quel
sentimento era compreso da più d'una maestra che, impietosita, per
richiamare all'attenzione l'alunno, lo pigliava dolcemente per un orecchio o
pel mento e gli faceva voltare il capo verso di sè, — come si fa girare un
mappamondo sferico sul suo asse, — dissimulando un sorriso.
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Dopo un quarto d'ora ch'ero là il mio atteggiamento di “potenza neutrale„
aveva rassicurato anche i più timorosi. Non solo non mi guardavan più con
terrore; ma qualcuno dei più vicini, in certi momenti critici, cercando
ansiosamente una risposta, mi rivolgeva uno sguardo che implorava
soccorso. E avrei suggerito volentieri; fui anzi tentato più volte di far dei
segni salvatori dietro le spalle del vecchio maestro; ma oltre che il rispetto
per questo, che era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo dico
sul serio — una considerazione di alta politica, il pensiero della mia fede
nell'avvenire d'un ordinamento sociale, in cui, essendo aperto a tutti il
concorso nel campo degli uffici intellettuali, la selezione delle intelligenze
dovrà essere anche più severa, e quindi la prova degli esami anche più
rigorosa che al presente. — Sii logico, — dissi a me stesso, — ed ebbi la
forza di non fare un cenno nemmeno a un povero ragazzo col naso
ammaccato, che, sul punto d'affogare in una sottrazione, volgendomi uno
sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse il verso di Dante:
Non hai tu spirto di pietade alcuno?
Ah! come la politica indurisce il cuore.
— La morte di Socrate!
Queste parole solenni, dette da una bella voce di contralto, mi fecero voltare
bruscamente verso l'angolo opposto della tavola: era una giovane maestra,
dagli occhi severi e dal naso aristocratico, che le aveva dette a un ragazzo
minuscolo, presentatosi in quel momento, con un visino smarrito, che
pareva una mela lessa. — La morte di Socrate! — pensai. — E che potrà
mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma, con mia maraviglia,
l'ometto era ferrato sull'argomento. La morte di Socrate non era che un
raccontino di poche righe, compreso nel libretto delle Prime letture, e
imparato a mente dagli alunni nel corso dell'anno. L'ometto si fece onore.
Disse anzi la chiusa: — Ammirabile risposta! — (la risposta di Socrate) —
con un accento di gravità filosofica, che fece ottimo effetto.
Si presentò poco dopo al maestro mio vicino uno scolaretto poveramente
vestito, rosso in viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco prima un
pugilato con un suo compagno, perchè gli spenzolava il bottone dal collo
della camicia, e mostrava il petto nudo: un povero petto scarnito e incavato,
aveva rassicurato anche i più timorosi. Non solo non mi guardavan più con
terrore; ma qualcuno dei più vicini, in certi momenti critici, cercando
ansiosamente una risposta, mi rivolgeva uno sguardo che implorava
soccorso. E avrei suggerito volentieri; fui anzi tentato più volte di far dei
segni salvatori dietro le spalle del vecchio maestro; ma oltre che il rispetto
per questo, che era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo dico
sul serio — una considerazione di alta politica, il pensiero della mia fede
nell'avvenire d'un ordinamento sociale, in cui, essendo aperto a tutti il
concorso nel campo degli uffici intellettuali, la selezione delle intelligenze
dovrà essere anche più severa, e quindi la prova degli esami anche più
rigorosa che al presente. — Sii logico, — dissi a me stesso, — ed ebbi la
forza di non fare un cenno nemmeno a un povero ragazzo col naso
ammaccato, che, sul punto d'affogare in una sottrazione, volgendomi uno
sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse il verso di Dante:
Non hai tu spirto di pietade alcuno?
Ah! come la politica indurisce il cuore.
— La morte di Socrate!
Queste parole solenni, dette da una bella voce di contralto, mi fecero voltare
bruscamente verso l'angolo opposto della tavola: era una giovane maestra,
dagli occhi severi e dal naso aristocratico, che le aveva dette a un ragazzo
minuscolo, presentatosi in quel momento, con un visino smarrito, che
pareva una mela lessa. — La morte di Socrate! — pensai. — E che potrà
mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma, con mia maraviglia,
l'ometto era ferrato sull'argomento. La morte di Socrate non era che un
raccontino di poche righe, compreso nel libretto delle Prime letture, e
imparato a mente dagli alunni nel corso dell'anno. L'ometto si fece onore.
Disse anzi la chiusa: — Ammirabile risposta! — (la risposta di Socrate) —
con un accento di gravità filosofica, che fece ottimo effetto.
Si presentò poco dopo al maestro mio vicino uno scolaretto poveramente
vestito, rosso in viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco prima un
pugilato con un suo compagno, perchè gli spenzolava il bottone dal collo
della camicia, e mostrava il petto nudo: un povero petto scarnito e incavato,
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dal quale e dagli occhi pallidi, e come stanchi, si capiva che nell'annata egli
doveva contar più giornate che pasti. Alla prima interrogazione, di
vermiglio che era, si fece smorto: aveva una gran paura, e gli si leggeva in
viso ch'era paura d'una cosa lontana più che del maestro presente; ahimè!
delle botte materne e paterne, forse, che avrebbero suggellato un esame
infelice. Mi fece una grande pietà. — Ah, questa volta — pensai — vada al
diavolo la logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione e con
stupore del maestro, il piccolo pugilatore fece un “esamone„. Superato il
primo intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo a tutte le
domande, nel secondo esame come nel primo, senza incagliare una volta
sola. Ed era commovente il vedere come quel povero viso a grado a grado
s'illuminava, come quel piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di lode,
come sotto una carezza. L'esaminatrice d'aritmetica, contenta, gli disse
terminando: — Bene. Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il numero cento?
— E quegli, trionfante oramai, stirato prima il braccio in aria con l'atto
d'uno schermitore che sta per impugnare la spada, prese la penna, piantò i
gomiti sulla tavola con un far da padrone, e scrisse in mezzo al foglio un
100 enorme, in vere cifre da lotteria, inappuntabile. Poi buttò la penna da
parte, e alzò il viso baldamente, come dicendo: — Si vuol altro da me?...
Son qui pronto!
Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli fece i rallegramenti, e disse al
maestro: — Lo proporremo per la villa Genèro.
Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa ridente, sulla bella collina di
Torino, in mezzo agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli occhi e le Alpi di
fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli occhi due raggi di sole....
Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto malinconico, a cui la mamma
aveva annodato con molta cura una cravattina nuova, che metteva più in
vista la giacchetta trita. Fattegli alcune domande, il maestro dai capelli
bianchi gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che rappresentava una
signora con la sua figliuola, vestita riccamente, la quale tendeva la mano a
una ragazza povera, accompagnata dalla sua mamma vestita a bruno; e c'era
scritto, sotto la stampa: — La figliuola della vedova. — Interrogato, il
ragazzo pose il dito prima sull'una e poi sull'altra figura, e disse: — Questa
è la fanciulla ricca, questa è la povera.
doveva contar più giornate che pasti. Alla prima interrogazione, di
vermiglio che era, si fece smorto: aveva una gran paura, e gli si leggeva in
viso ch'era paura d'una cosa lontana più che del maestro presente; ahimè!
delle botte materne e paterne, forse, che avrebbero suggellato un esame
infelice. Mi fece una grande pietà. — Ah, questa volta — pensai — vada al
diavolo la logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione e con
stupore del maestro, il piccolo pugilatore fece un “esamone„. Superato il
primo intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo a tutte le
domande, nel secondo esame come nel primo, senza incagliare una volta
sola. Ed era commovente il vedere come quel povero viso a grado a grado
s'illuminava, come quel piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di lode,
come sotto una carezza. L'esaminatrice d'aritmetica, contenta, gli disse
terminando: — Bene. Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il numero cento?
— E quegli, trionfante oramai, stirato prima il braccio in aria con l'atto
d'uno schermitore che sta per impugnare la spada, prese la penna, piantò i
gomiti sulla tavola con un far da padrone, e scrisse in mezzo al foglio un
100 enorme, in vere cifre da lotteria, inappuntabile. Poi buttò la penna da
parte, e alzò il viso baldamente, come dicendo: — Si vuol altro da me?...
Son qui pronto!
Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli fece i rallegramenti, e disse al
maestro: — Lo proporremo per la villa Genèro.
Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa ridente, sulla bella collina di
Torino, in mezzo agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli occhi e le Alpi di
fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli occhi due raggi di sole....
Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto malinconico, a cui la mamma
aveva annodato con molta cura una cravattina nuova, che metteva più in
vista la giacchetta trita. Fattegli alcune domande, il maestro dai capelli
bianchi gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che rappresentava una
signora con la sua figliuola, vestita riccamente, la quale tendeva la mano a
una ragazza povera, accompagnata dalla sua mamma vestita a bruno; e c'era
scritto, sotto la stampa: — La figliuola della vedova. — Interrogato, il
ragazzo pose il dito prima sull'una e poi sull'altra figura, e disse: — Questa
è la fanciulla ricca, questa è la povera.
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— Perchè, — gli domandò l'esaminatore, — dici che questa è la povera? —
e aspettava che gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il ragazzo
rispose invece, con certo accento di mestizia: — Perchè non ha più suo
padre.
Il maestro parve stupito e commosso da quella risposta, e, fatto cenno a me
che quel ragazzo appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti, gli rispose
con sapiente delicatezza, passandogli una mano sul capo: — Hai ragione....
In fatti.... un bimbo non è mai povero fin che ha suo padre.
E altri ne passarono: visi umili che domandavano misericordia, faccine toste
che parea che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi in disdetta che
non ne azzeccavano una, bricconcelli fortunati che le infilavano tutte, e
bocchine slattate da un lustro che dicevano quattro e sette fa dieci con una
grazia adorabile, e anche più d'un becco roseo invermigliato di sugo di
ciliegie. Ne venne uno che per leggere il nome di Epaminonda preparò i
muscoli labiali con un movimento comicissimo, come se avesse dovuto
imboccare un trombone smisurato; poi un altro, un biondino tutto
sgomento, il quale balbettò il nome di Cincinnato con tanti cin, da parere
che imitasse il suono dei piatti turchi, mettendo a duro cimento la serietà di
tutto il corpo esaminante; e dopo di lui un meschinello che a non so qual
domanda difficile, dopo un lungo silenzio, non trovò altra risposta che due
lacrime. E vidi ancora far molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno
dei quali, avendogli detto la maestra: — Ma che cosa ci hai in quella testa?
— si passò una mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo dietro alle
letture del Complemento del sillabario, feci molte volate vertiginose da
Mosè a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico il Grande a Orazio
Coclite, a Giobbe, a Scipione, a Emanuele Filiberto, divertendomi a
immaginare la ridda matta che dovevan ballare quei grandi personaggi
nell'oscurità di quelle piccole teste; e dopo la solita formula: — Va pure, —
sentii certi
possenti aneliti
d'una seconda vita.
che non credo se ne sentano di più profondi e di più dolci nelle aule dei
tribunali regi alla lettura dei verdetti d'assoluzione.
e aspettava che gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il ragazzo
rispose invece, con certo accento di mestizia: — Perchè non ha più suo
padre.
Il maestro parve stupito e commosso da quella risposta, e, fatto cenno a me
che quel ragazzo appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti, gli rispose
con sapiente delicatezza, passandogli una mano sul capo: — Hai ragione....
In fatti.... un bimbo non è mai povero fin che ha suo padre.
E altri ne passarono: visi umili che domandavano misericordia, faccine toste
che parea che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi in disdetta che
non ne azzeccavano una, bricconcelli fortunati che le infilavano tutte, e
bocchine slattate da un lustro che dicevano quattro e sette fa dieci con una
grazia adorabile, e anche più d'un becco roseo invermigliato di sugo di
ciliegie. Ne venne uno che per leggere il nome di Epaminonda preparò i
muscoli labiali con un movimento comicissimo, come se avesse dovuto
imboccare un trombone smisurato; poi un altro, un biondino tutto
sgomento, il quale balbettò il nome di Cincinnato con tanti cin, da parere
che imitasse il suono dei piatti turchi, mettendo a duro cimento la serietà di
tutto il corpo esaminante; e dopo di lui un meschinello che a non so qual
domanda difficile, dopo un lungo silenzio, non trovò altra risposta che due
lacrime. E vidi ancora far molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno
dei quali, avendogli detto la maestra: — Ma che cosa ci hai in quella testa?
— si passò una mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo dietro alle
letture del Complemento del sillabario, feci molte volate vertiginose da
Mosè a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico il Grande a Orazio
Coclite, a Giobbe, a Scipione, a Emanuele Filiberto, divertendomi a
immaginare la ridda matta che dovevan ballare quei grandi personaggi
nell'oscurità di quelle piccole teste; e dopo la solita formula: — Va pure, —
sentii certi
possenti aneliti
d'una seconda vita.
che non credo se ne sentano di più profondi e di più dolci nelle aule dei
tribunali regi alla lettura dei verdetti d'assoluzione.
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L'ultimo che si presentò alla maestra che avevo accanto fu il più lepido
della processione. Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva aver sette anni
al più; un viso di nulla, che somigliava una miniatura. La maestra gli fece
una domanda, e, tardando la risposta, gli disse, un po' impazientita, con
l'occhio rivolto altrove: — Su via! — Quegli credette che quel via
significasse vattene, e, non desiderando di meglio, girò senz'altro sui talloni
e se la diede a gambe. Quando l'esaminatrice si voltò, e non lo vide più,
restò a bocca aperta un momento; poi s'alzò di scatto e corse nel corridoio,
dove lo raggiunse, e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente
accorto del disinganno.
E questo innocente “tentativo d'evasione„ fu l'ultimo episodio notevole a
cui assistetti. Uscito prima che si sciogliesse la Commissione, trovai ancora
nel corridoio del primo piano e in quello a terreno un buon numero di
mamme, di nonne e di zie, che aspettavano con santa pazienza da un paio
d'ore, e vidi gli abbracciamenti con cui alcune accoglievano “gli usciti fuor
del pelago„ sommettendoli a un interrogatorio concitato, seguito da un
arruffio di risposte, che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano
più inquiete di prima. Non tutti, peraltro, si mostravano incerti o modesti.
Un piccolo spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria con un gesto di
capitan Fracassa: — Ho saputo tutto! — Intesi un altro trionfatore che si
vantava; ma la mamma, una donna del popolo, gli tagliò in bocca le
vanterie, dicendogli: — Sta zitto, vanerello, che è stato sant'Antonio: tu non
sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era un gruppo di donne che
circondavano un bimbo d'un'altra classe, del quale si diceva che avesse fatto
maraviglie, e tutti ci facevano dei commenti laudativi, lavorando di
fantasia: — qualche cosa di non mai visto nè inteso, — gli esaminatori
trasecolati, — un vero portento, — e guardavano il marmottino da capo a
piedi, con grande ammirazione, come se gli vedessero già in dosso
l'uniforme di Presidente dei Ministri. Un po' più in là raccolsi un frammento
di dialogo di due popolane, una delle quali si lagnava, dicendo: — L'hanno
interrogato su tutte le combinazioni più difficili. Già questi maestri e
maestre, agli esami, si sa, vanno tutti per protezione. — E domandandole
l'altra perchè non fosse andata ad assistere agli esami, che erano a piede
libero: — Eh, cosa ci sarei andata a fare, — rispose, — io che non conosco
l'errore!
della processione. Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva aver sette anni
al più; un viso di nulla, che somigliava una miniatura. La maestra gli fece
una domanda, e, tardando la risposta, gli disse, un po' impazientita, con
l'occhio rivolto altrove: — Su via! — Quegli credette che quel via
significasse vattene, e, non desiderando di meglio, girò senz'altro sui talloni
e se la diede a gambe. Quando l'esaminatrice si voltò, e non lo vide più,
restò a bocca aperta un momento; poi s'alzò di scatto e corse nel corridoio,
dove lo raggiunse, e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente
accorto del disinganno.
E questo innocente “tentativo d'evasione„ fu l'ultimo episodio notevole a
cui assistetti. Uscito prima che si sciogliesse la Commissione, trovai ancora
nel corridoio del primo piano e in quello a terreno un buon numero di
mamme, di nonne e di zie, che aspettavano con santa pazienza da un paio
d'ore, e vidi gli abbracciamenti con cui alcune accoglievano “gli usciti fuor
del pelago„ sommettendoli a un interrogatorio concitato, seguito da un
arruffio di risposte, che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano
più inquiete di prima. Non tutti, peraltro, si mostravano incerti o modesti.
Un piccolo spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria con un gesto di
capitan Fracassa: — Ho saputo tutto! — Intesi un altro trionfatore che si
vantava; ma la mamma, una donna del popolo, gli tagliò in bocca le
vanterie, dicendogli: — Sta zitto, vanerello, che è stato sant'Antonio: tu non
sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era un gruppo di donne che
circondavano un bimbo d'un'altra classe, del quale si diceva che avesse fatto
maraviglie, e tutti ci facevano dei commenti laudativi, lavorando di
fantasia: — qualche cosa di non mai visto nè inteso, — gli esaminatori
trasecolati, — un vero portento, — e guardavano il marmottino da capo a
piedi, con grande ammirazione, come se gli vedessero già in dosso
l'uniforme di Presidente dei Ministri. Un po' più in là raccolsi un frammento
di dialogo di due popolane, una delle quali si lagnava, dicendo: — L'hanno
interrogato su tutte le combinazioni più difficili. Già questi maestri e
maestre, agli esami, si sa, vanno tutti per protezione. — E domandandole
l'altra perchè non fosse andata ad assistere agli esami, che erano a piede
libero: — Eh, cosa ci sarei andata a fare, — rispose, — io che non conosco
l'errore!
Page 201
M'ero soffermato in quel momento a pochi passi dal portone della Scuola,
davanti al quale stavano affollati una cinquantina tra scolari e scolare delle
prime due classi, che facevano un cicaleccio vivissimo. A un tratto tutti
tacquero, e li vidi dividersi rispettosamente in due ali, guardando tutti verso
il mezzo (dove io non vedevo), con gli occhi scintillanti come di simpatia e
d'ammirazione. Certo, entrava qualche personaggio autorevole, l'Ispettore
governativo, il Provveditore, che so io? il Sindaco di Torino. — Che ragazzi
bene educati, — pensai; — buoni piccoli piemontesi, in cui pare innata, in
cui è così profonda la reverenza dell'Autorità, che dimenticano, all'apparire
d'un Superiore, ogni divertimento, ogni cura....
Non avevo finito di dir questo che il personaggio entrò.
Era un cameriere di caffè che portava un gelato.
davanti al quale stavano affollati una cinquantina tra scolari e scolare delle
prime due classi, che facevano un cicaleccio vivissimo. A un tratto tutti
tacquero, e li vidi dividersi rispettosamente in due ali, guardando tutti verso
il mezzo (dove io non vedevo), con gli occhi scintillanti come di simpatia e
d'ammirazione. Certo, entrava qualche personaggio autorevole, l'Ispettore
governativo, il Provveditore, che so io? il Sindaco di Torino. — Che ragazzi
bene educati, — pensai; — buoni piccoli piemontesi, in cui pare innata, in
cui è così profonda la reverenza dell'Autorità, che dimenticano, all'apparire
d'un Superiore, ogni divertimento, ogni cura....
Non avevo finito di dir questo che il personaggio entrò.
Era un cameriere di caffè che portava un gelato.
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PICCOLI SCRITTORI.
Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque alunni della seconda
elementare d'una scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette agli otto
anni, di tutte le classi sociali. Chi non ha mai letto una raccolta di “prose„ di
questo genere non immagina quanto ci sia da divertirsi e da meditare.
Si noti che il componimento fu fatto nella scuola, senza brutta copia, sotto
gli occhi della maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse alcun
suggerimento, e che perciò questi lavori sono la schietta manifestazione
dell'animo e della capacità intellettuale degli alunni.
Il tema era: — dite quali siano le occupazioni del vostro babbo, della vostra
mamma, di ogni persona della vostra casa. —
Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. Noto di volo, soltanto,
che gli errori grammaticali sono quasi tutti i medesimi, derivando la
maggior parte o da anomalie della lingua, come quello frequentissimo di
scrivere al nominativo miei fratelli perchè si dice al singolare mio fratello, o
dalla suggestione del dialetto, come quello del dativo gli in vece di le; nel
che non si può supporre che i miei piccoli scrittori intendessero di seguire la
teoria manzoniana. Quanto all'ortografia, sono pecche comuni (e la ragione
si capisce) l'orrore della virgola, il disprezzo dell'apostrofe, l'appiccicatura
degli articoli ai sostantivi, e la cattiva amministrazione delle consonanti,
risparmiate o spese a sproposito, per non aver la norma della pronunzia
esatta. Lo scoglio in cui tutti battono è l'acca del verbo avere. Io credo che
molti ragazzi la sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano di
scriverla; ma quegli altri che, ricordandosi che ci vuole, senza sapere ben
dove, la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo così il verbo in
un'interiezione, — ah, — la quale in certi punti fa un effetto comico, come
se volesse dire: son stufo. E degli errori di senso è il più ovvio quello che
proviene dall'intromettersi d'un pensiero in un altro pensiero, il quale
rimane così troncato nella mente del fanciullo ed espresso a metà sulla
Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque alunni della seconda
elementare d'una scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette agli otto
anni, di tutte le classi sociali. Chi non ha mai letto una raccolta di “prose„ di
questo genere non immagina quanto ci sia da divertirsi e da meditare.
Si noti che il componimento fu fatto nella scuola, senza brutta copia, sotto
gli occhi della maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse alcun
suggerimento, e che perciò questi lavori sono la schietta manifestazione
dell'animo e della capacità intellettuale degli alunni.
Il tema era: — dite quali siano le occupazioni del vostro babbo, della vostra
mamma, di ogni persona della vostra casa. —
Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. Noto di volo, soltanto,
che gli errori grammaticali sono quasi tutti i medesimi, derivando la
maggior parte o da anomalie della lingua, come quello frequentissimo di
scrivere al nominativo miei fratelli perchè si dice al singolare mio fratello, o
dalla suggestione del dialetto, come quello del dativo gli in vece di le; nel
che non si può supporre che i miei piccoli scrittori intendessero di seguire la
teoria manzoniana. Quanto all'ortografia, sono pecche comuni (e la ragione
si capisce) l'orrore della virgola, il disprezzo dell'apostrofe, l'appiccicatura
degli articoli ai sostantivi, e la cattiva amministrazione delle consonanti,
risparmiate o spese a sproposito, per non aver la norma della pronunzia
esatta. Lo scoglio in cui tutti battono è l'acca del verbo avere. Io credo che
molti ragazzi la sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano di
scriverla; ma quegli altri che, ricordandosi che ci vuole, senza sapere ben
dove, la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo così il verbo in
un'interiezione, — ah, — la quale in certi punti fa un effetto comico, come
se volesse dire: son stufo. E degli errori di senso è il più ovvio quello che
proviene dall'intromettersi d'un pensiero in un altro pensiero, il quale
rimane così troncato nella mente del fanciullo ed espresso a metà sulla
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carta, come uno di quegli avvisi pubblici a cui si sovrappone in parte un
altro avviso. Nella correttezza grammaticale, del resto, come nella
regolarità calligrafica, vi sono tra i lavori grandi differenze; non tutte
riferibili al vario grado di capacità degli alunni, poichè molte derivano dal
loro umore della giornata; che è come dire dalla rottura d'un balocco o dalla
perdita d'un soldo o dalla soppressione del caffè e latte mattutino. Ma dei
dispiaceri di questa natura si risente molte volte anche lo stile degli scrittori
di quarant'anni.
*
Restringo le mie osservazioni al campo morale, che è più fecondo e più
vario. Ricavo per prima cosa da questi componimenti che la maggior parte
delle famiglie si occupano dei loro piccoli scolari assai più di quanto non si
soglia credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di questi trentacinque, anche di
quelli di più umile condizione (e non c'è ragione di sospettare che non sian
veritieri), il quale non dica che il padre o la madre o un fratello o una sorella
gli fa recitare ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, e tutti quanti
accennano il particolare, che, ogni volta che escon di casa per andar a
scuola, la mamma guarda loro nel zaino per veder se ci hanno ogni cosa. Mi
par questo un segno certo di progredita istruzione popolare, poichè non
credo che nelle famiglie povere di trent'anni addietro si facesse altrettanto.
Quasi tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di tutti i loro parenti. E
da questo e da altri accenni a consuetudini domestiche si capisce la vita
ordinata e operosa di molte famiglie, in cui tutti si levano all'alba e lavorano
tutta la giornata, e si aiutano e si ricreano insieme nel breve tempo che
passano uniti; e appariscono vagamente figure di madri ammirabili, e
sventure nobilmente sopportate, e case di piccoli “borghesi„ nelle quali il
decoro visibile è mantenuto a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata
dalla buona armonia e dalla buona coscienza. E per questo rispetto la lettura
dei componimenti m'ha rallegrato.
Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe a una mia opinione,
ma che, potendo essere un semplice caso, non basta a distruggerla; ed è
questa, che dalla classificazione dei componimenti non resulta che i ragazzi
di famiglie popolane siano inferiori, per il minor aiuto intellettuale che
altro avviso. Nella correttezza grammaticale, del resto, come nella
regolarità calligrafica, vi sono tra i lavori grandi differenze; non tutte
riferibili al vario grado di capacità degli alunni, poichè molte derivano dal
loro umore della giornata; che è come dire dalla rottura d'un balocco o dalla
perdita d'un soldo o dalla soppressione del caffè e latte mattutino. Ma dei
dispiaceri di questa natura si risente molte volte anche lo stile degli scrittori
di quarant'anni.
*
Restringo le mie osservazioni al campo morale, che è più fecondo e più
vario. Ricavo per prima cosa da questi componimenti che la maggior parte
delle famiglie si occupano dei loro piccoli scolari assai più di quanto non si
soglia credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di questi trentacinque, anche di
quelli di più umile condizione (e non c'è ragione di sospettare che non sian
veritieri), il quale non dica che il padre o la madre o un fratello o una sorella
gli fa recitare ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, e tutti quanti
accennano il particolare, che, ogni volta che escon di casa per andar a
scuola, la mamma guarda loro nel zaino per veder se ci hanno ogni cosa. Mi
par questo un segno certo di progredita istruzione popolare, poichè non
credo che nelle famiglie povere di trent'anni addietro si facesse altrettanto.
Quasi tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di tutti i loro parenti. E
da questo e da altri accenni a consuetudini domestiche si capisce la vita
ordinata e operosa di molte famiglie, in cui tutti si levano all'alba e lavorano
tutta la giornata, e si aiutano e si ricreano insieme nel breve tempo che
passano uniti; e appariscono vagamente figure di madri ammirabili, e
sventure nobilmente sopportate, e case di piccoli “borghesi„ nelle quali il
decoro visibile è mantenuto a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata
dalla buona armonia e dalla buona coscienza. E per questo rispetto la lettura
dei componimenti m'ha rallegrato.
Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe a una mia opinione,
ma che, potendo essere un semplice caso, non basta a distruggerla; ed è
questa, che dalla classificazione dei componimenti non resulta che i ragazzi
di famiglie popolane siano inferiori, per il minor aiuto intellettuale che
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hanno in casa, a quelli di famiglie agiate, poichè degli undici, sui
trentacinque, che ebbero i punti migliori, sei sono figliuoli di povera gente.
Notevole è pure che sono figliuoli del popolo quelli che scrissero
espressioni più vive di affetto e di gratitudine per i loro parenti; il che può
derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare per la famiglia in una forma più
sensibile che non sia quella del lavoro della mente, e sono indotti più degli
altri alla riflessione dall'austerità della vita, e comprendono e valutano
meglio le privazioni che s'impongono per loro il padre e la madre, per
effetto dell'esperienza dolorosa che ne fanno sovente essi pure.
Curioso è che i tre alunni più affettuosi della classe sono tutti e tre figliuoli
di cuochi.
*
Uno di questi chiude il componimento colle parole seguenti, che trascrivo
alla lettera: — Oh se potessi essere al posto di mio babbo, e non farlo più
lavorare! Io penso che ha cinquant'anni! Io penso alla mia povera mamma
che è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia! — Il figliuolo d'una
lavandaia, orfano del padre, scrive: — Io non ho il babbo, ma dico che cosa
fa la mamma. — E dice la sua lunga giornata di lavoro. — Viene a casa
tanto stanca che nemmeno mangia la cena. È molto buona e fa tutto quello
che può per me, mi guarda perchè i vestiti siano puliti, mi fa la colazione,
mi pettina e ha cura di me. — Originale e bella è questa chiusa del figliuolo
d'un fabbro ferraio: — Oh bambini, obbedite sempre i vostri genitori. Essi
sono gli angioli. Ti anno allevato, ti mantennero ti mandano a scuola
ordinato e pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare. — Questo ti
fecero camminare non è bellissimo? Non è men bella quest'altra chiusa, del
figliuolo d'un carbonaio: — Povero babbo a durar fatica dalle 5 alle 9 e
mezza. Povera sorella che dura fatica a lavorare. Povero fratello, è
ammalato e molto. — Ma la più singolare mi par quella del figliuolo d'un
conciatore, che dice: — Quanto sono carini i miei genitori! Quando noi gli
chiediamo qualche cosa non osano dir di no, dicono di sì. Anno proprio
compassione di noi. Il padre si chiama Antonio Lotta, la madre si chiama
Maria Lotta, io mi chiamo Giulio Lotta. — E come è semplice e graziosa
questa frase del figliuolo d'un lavorante orefice: — Il babbo è molto buono,
trentacinque, che ebbero i punti migliori, sei sono figliuoli di povera gente.
Notevole è pure che sono figliuoli del popolo quelli che scrissero
espressioni più vive di affetto e di gratitudine per i loro parenti; il che può
derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare per la famiglia in una forma più
sensibile che non sia quella del lavoro della mente, e sono indotti più degli
altri alla riflessione dall'austerità della vita, e comprendono e valutano
meglio le privazioni che s'impongono per loro il padre e la madre, per
effetto dell'esperienza dolorosa che ne fanno sovente essi pure.
Curioso è che i tre alunni più affettuosi della classe sono tutti e tre figliuoli
di cuochi.
*
Uno di questi chiude il componimento colle parole seguenti, che trascrivo
alla lettera: — Oh se potessi essere al posto di mio babbo, e non farlo più
lavorare! Io penso che ha cinquant'anni! Io penso alla mia povera mamma
che è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia! — Il figliuolo d'una
lavandaia, orfano del padre, scrive: — Io non ho il babbo, ma dico che cosa
fa la mamma. — E dice la sua lunga giornata di lavoro. — Viene a casa
tanto stanca che nemmeno mangia la cena. È molto buona e fa tutto quello
che può per me, mi guarda perchè i vestiti siano puliti, mi fa la colazione,
mi pettina e ha cura di me. — Originale e bella è questa chiusa del figliuolo
d'un fabbro ferraio: — Oh bambini, obbedite sempre i vostri genitori. Essi
sono gli angioli. Ti anno allevato, ti mantennero ti mandano a scuola
ordinato e pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare. — Questo ti
fecero camminare non è bellissimo? Non è men bella quest'altra chiusa, del
figliuolo d'un carbonaio: — Povero babbo a durar fatica dalle 5 alle 9 e
mezza. Povera sorella che dura fatica a lavorare. Povero fratello, è
ammalato e molto. — Ma la più singolare mi par quella del figliuolo d'un
conciatore, che dice: — Quanto sono carini i miei genitori! Quando noi gli
chiediamo qualche cosa non osano dir di no, dicono di sì. Anno proprio
compassione di noi. Il padre si chiama Antonio Lotta, la madre si chiama
Maria Lotta, io mi chiamo Giulio Lotta. — E come è semplice e graziosa
questa frase del figliuolo d'un lavorante orefice: — Il babbo è molto buono,
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la mamma è buona come il babbo —;e quest'altra: — La mamma pensa a
tutti e a tutto. La sorella, quando la madre è fuori, essa fa da madre. — È
una perla quell'essa.
*
Due caratteri principali si riscontrano in questi piccoli scrittori: i riserbati e
laconici, che dicono il meno possibile, restringendosi a indicar secco secco
le ore in cui le persone della famiglia si levano, mangiano, e vanno a
dormire, e gli espansivi, che profondono le notizie e le confidenze. Questi
parlano in special modo dei fratelli e delle sorelle, e si possono dividere alla
volta loro in “affettuosi„ e in “critici„. La maggior parte dei primi ricordano
con molta tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò che conferma la
massima pericolosa d'un mio amico, padre molto prolifico, secondo il quale
bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino, perchè ingentilisce il
cuore dei figliuoli grandi. Dice uno: — Quando la mamma mi lascia da
guardare il fratellino più piccolo sono molto contento perchè gli do anche
da mangiare. — Un altro fa l'elogio del fratellino, che studia molto, e dice
di sua sorella minore: — Mi diverto in tutte le maniere con lei. — Un terzo
scrive: — Maria è la mia gioia la faccio saltare e qualche volta fa le bizze.
E allora — soggiunge come la cosa più naturale del mondo — la mamma
mi batte. — Dice il medesimo un quarto: — Io o anche la sorellina che a
appena cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento, e quando ho
fatto il lavoro mi diverto e lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar dalla
mamma. — È un destino!... Un altro butta là nel mezzo del componimento,
senz'alcuna attaccatura col resto, questa frase curiosa: — Mio fratello
qualche volta mi fa dei piaceri.
I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti, qualche volta. Ve n'è uno
che giudica in questo modo le sue tre sorelle: — Ada è buona, ma un po'
capricciosa; quella che si chiama Teresa va solamente a scuola all'asilo
(come si sente in quel solamente l'orgoglio dello scienziato!), Adelaide è un
po' cattiva. — Altri fanno a carico dei loro fratelli rivelazioni più gravi,
come quelle che seguono:
— Poi ho un fratellino che ha appena due anni, e è un biricchino di prima
riga.
tutti e a tutto. La sorella, quando la madre è fuori, essa fa da madre. — È
una perla quell'essa.
*
Due caratteri principali si riscontrano in questi piccoli scrittori: i riserbati e
laconici, che dicono il meno possibile, restringendosi a indicar secco secco
le ore in cui le persone della famiglia si levano, mangiano, e vanno a
dormire, e gli espansivi, che profondono le notizie e le confidenze. Questi
parlano in special modo dei fratelli e delle sorelle, e si possono dividere alla
volta loro in “affettuosi„ e in “critici„. La maggior parte dei primi ricordano
con molta tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò che conferma la
massima pericolosa d'un mio amico, padre molto prolifico, secondo il quale
bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino, perchè ingentilisce il
cuore dei figliuoli grandi. Dice uno: — Quando la mamma mi lascia da
guardare il fratellino più piccolo sono molto contento perchè gli do anche
da mangiare. — Un altro fa l'elogio del fratellino, che studia molto, e dice
di sua sorella minore: — Mi diverto in tutte le maniere con lei. — Un terzo
scrive: — Maria è la mia gioia la faccio saltare e qualche volta fa le bizze.
E allora — soggiunge come la cosa più naturale del mondo — la mamma
mi batte. — Dice il medesimo un quarto: — Io o anche la sorellina che a
appena cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento, e quando ho
fatto il lavoro mi diverto e lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar dalla
mamma. — È un destino!... Un altro butta là nel mezzo del componimento,
senz'alcuna attaccatura col resto, questa frase curiosa: — Mio fratello
qualche volta mi fa dei piaceri.
I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti, qualche volta. Ve n'è uno
che giudica in questo modo le sue tre sorelle: — Ada è buona, ma un po'
capricciosa; quella che si chiama Teresa va solamente a scuola all'asilo
(come si sente in quel solamente l'orgoglio dello scienziato!), Adelaide è un
po' cattiva. — Altri fanno a carico dei loro fratelli rivelazioni più gravi,
come quelle che seguono:
— Poi ho un fratellino che ha appena due anni, e è un biricchino di prima
riga.
Page 206
— Ho un fratellino di 7 anni che va a scuola, non vuole saperne di
studiare.
— Ho un fratello grande che è bocciato.
Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli più minuti, in una forma
amenissima: — Il mio fratello più grande non studia abbastanza, ma fa
dannare il babbo e la mamma. Torna a casa con un castigo da fare per la
maestra. Il babbo e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei castighi da
fare e lui dice di no e ha vergogna di dir di sì.
E che dire di un cervello sodo di sette anni e mezzo, il quale scrive: — Ho
due fratelli, il maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta giudizio?
*
Molte cose strane e oscure dicono riguardo alla professione e alle
occupazioni del padre. La professione alcuni non l'accennano; altri pare che
non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice uno: — mio padre è impiegato
fuori di porta — senz'altro: provatevi a indovinare. Un altro definisce la
professione paterna in questo modo singolare, un po' indeterminato, mi
sembra: — Il babbo va via alle 7 per guadagnarsi il pane col sudore della
sua fronte. — Altrettanto singolare e non molto più lucida è quest'altra
definizione: — L'occupazione del padre è di pensare molto ai colori per
fare i quadri con dei fiori e altre cose. — Il figliuolo di un “impiegato al
gas„ dice: — Mio padre a mezzanotte va a spegnere i ceri. — Definisce un
altro in questa ardita forma grammaticale l'occupazione di sua madre: —
L'occupazione di mia madre è che pensa alla roba di non perderla. — Il più
originale, per altro, e il più misterioso è quello che, dopo aver detto: —
L'occupazione del mio babbo è di fare il benestante, — soggiunge: — cioè
5 o 6 giorni sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in campagna a lavorare, e quei
5 o 6 giorni che è a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà all'ufficio,
insomma ha tanto da lavorare che un'ora è in casa e un'altra è fuori. — Un
benestante, come si vede, che non poltrisce sulle sue rendite. Ne cito ancor
uno che fra le occupazioni del padre registra questa: — poi il babbo viene a
casa e sta due ore a leggere il popolo (la Gazzetta del popolo) — e un altro
studiare.
— Ho un fratello grande che è bocciato.
Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli più minuti, in una forma
amenissima: — Il mio fratello più grande non studia abbastanza, ma fa
dannare il babbo e la mamma. Torna a casa con un castigo da fare per la
maestra. Il babbo e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei castighi da
fare e lui dice di no e ha vergogna di dir di sì.
E che dire di un cervello sodo di sette anni e mezzo, il quale scrive: — Ho
due fratelli, il maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta giudizio?
*
Molte cose strane e oscure dicono riguardo alla professione e alle
occupazioni del padre. La professione alcuni non l'accennano; altri pare che
non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice uno: — mio padre è impiegato
fuori di porta — senz'altro: provatevi a indovinare. Un altro definisce la
professione paterna in questo modo singolare, un po' indeterminato, mi
sembra: — Il babbo va via alle 7 per guadagnarsi il pane col sudore della
sua fronte. — Altrettanto singolare e non molto più lucida è quest'altra
definizione: — L'occupazione del padre è di pensare molto ai colori per
fare i quadri con dei fiori e altre cose. — Il figliuolo di un “impiegato al
gas„ dice: — Mio padre a mezzanotte va a spegnere i ceri. — Definisce un
altro in questa ardita forma grammaticale l'occupazione di sua madre: —
L'occupazione di mia madre è che pensa alla roba di non perderla. — Il più
originale, per altro, e il più misterioso è quello che, dopo aver detto: —
L'occupazione del mio babbo è di fare il benestante, — soggiunge: — cioè
5 o 6 giorni sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in campagna a lavorare, e quei
5 o 6 giorni che è a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà all'ufficio,
insomma ha tanto da lavorare che un'ora è in casa e un'altra è fuori. — Un
benestante, come si vede, che non poltrisce sulle sue rendite. Ne cito ancor
uno che fra le occupazioni del padre registra questa: — poi il babbo viene a
casa e sta due ore a leggere il popolo (la Gazzetta del popolo) — e un altro
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che fa questa straordinaria rivelazione: — Il babbo va a letto la sera alle 11
e non si alza più che alla mattina.
*
Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano in questi pochi
componimenti, se volessi citarle tutte, riempirebbero troppe pagine. Non si
direbbe che è un epigramma pensato questa doppia proposizione: — Mio
fratello va al ginnasio, ma studia? — E come è ben resa la varia operosità
d'una brava ragazza di casa con questi due tocchi: — Mia sorella mi
corregge il lavoro e scopa il negozio. — E che fior di logica semplicità v'è
in questa frase: — Allora i genitori mi fanno ripetere la lezione, se la so mi
dànno la merenda e se non la so non me la dànno — e nella seguente: — la
mamma mi lava i vestiti se sono sporchi, me li cucisce se sono stracciati. —
Dopo aver accennato le occupazioni dei parenti, uno passa a dire le proprie
con questo ingenuo avvertimento: — Vengo a parlare di me. — Un altro: —
Adesso parlo di me. — E un terzo, più solenne: — Ed ora parlo di me
stesso. — Questi me ne rammenta un quarto che notifica in una forma
nuova affatto la composizione della propria famiglia: — A casa mia ho il
babbo, la mamma, la sorella e me.
Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le seguenti, che paiono state
cercate per ottenere un “effetto finale„:
— Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi.
— Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza.
— Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi levo alle 7.
Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante notizia; la quale, per quanto
concerne lui, è certamente una piccola spacconata: — Dopo cena qualche
volta andiamo al caffè a bere dei liquori.
Da un periodo arruffato d'un altro si capisce che in casa sua sono incaricati i
ragazzi di apparecchiar la tavola; ma sentite con quali restrizioni, e come
giudiziosamente e ordinatamente specificate: — Ma mettono solamente il
tovagliolo e le tovaglie perchè se mettono i tondi li rompono e le posate si
e non si alza più che alla mattina.
*
Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano in questi pochi
componimenti, se volessi citarle tutte, riempirebbero troppe pagine. Non si
direbbe che è un epigramma pensato questa doppia proposizione: — Mio
fratello va al ginnasio, ma studia? — E come è ben resa la varia operosità
d'una brava ragazza di casa con questi due tocchi: — Mia sorella mi
corregge il lavoro e scopa il negozio. — E che fior di logica semplicità v'è
in questa frase: — Allora i genitori mi fanno ripetere la lezione, se la so mi
dànno la merenda e se non la so non me la dànno — e nella seguente: — la
mamma mi lava i vestiti se sono sporchi, me li cucisce se sono stracciati. —
Dopo aver accennato le occupazioni dei parenti, uno passa a dire le proprie
con questo ingenuo avvertimento: — Vengo a parlare di me. — Un altro: —
Adesso parlo di me. — E un terzo, più solenne: — Ed ora parlo di me
stesso. — Questi me ne rammenta un quarto che notifica in una forma
nuova affatto la composizione della propria famiglia: — A casa mia ho il
babbo, la mamma, la sorella e me.
Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le seguenti, che paiono state
cercate per ottenere un “effetto finale„:
— Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi.
— Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza.
— Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi levo alle 7.
Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante notizia; la quale, per quanto
concerne lui, è certamente una piccola spacconata: — Dopo cena qualche
volta andiamo al caffè a bere dei liquori.
Da un periodo arruffato d'un altro si capisce che in casa sua sono incaricati i
ragazzi di apparecchiar la tavola; ma sentite con quali restrizioni, e come
giudiziosamente e ordinatamente specificate: — Ma mettono solamente il
tovagliolo e le tovaglie perchè se mettono i tondi li rompono e le posate si
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tagliano o cadono per terra e possono fargli del male sugli occhi dentro
alla bocca sulla fronte.
Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa maravigliosa uscita, che a
qualcuno farà dare un balzo sulla seggiola: — Il babbo viene a casa ed è
l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato usciamo. — Si capisce che
voleva dir ceniamo; ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva forse in mente
per l'espressione d'un pensiero d'affetto alla chiusa, essendosi cacciato
avanti tutt'a un tratto, gli cascò sulla carta invece dell'altro.
Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo d'un muratore, per
intender la quale conviene sapere che una società di filantropi torinesi fondò
delle “colonie alpine„ dove son mandati ogni anno a passar l'estate un certo
numero di fanciulli poveri delle scuole municipali, scelti fra i più deboli di
salute. Il povero ragazzo scrive che a casa sta coi piedi nudi per non
sciupare le scarpe, perchè ho da andare alle colonie alpine, e così ci vuole
un paio di scarpe buone, — ed enumera dopo questo gli altri oggetti di
corredo richiesti, soggiungendo con una esclamazione di gioia: — E io ho
già tutto!
Ma la più saporita l'ho serbata per la fine. Dice un ragazzo: —
L'occupazione di mio fratello maggiore è di levarsi la mattina alle 3 e di
andare a Chieri al passo di corsa. — Dêi del cielo, ci son venti chilometri!
— E che dannata professione sarà mai questa? — mi domandai leggendo;
ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì di scoprirla. Seppi poi dalla
maestra che quel fratello è “volontario d'un anno„ nei bersaglieri, e che
l'alunno aveva inteso d'accennare a una “marcia di resistenza„ fatta dal
reggimento; ma s'era espresso in modo, come si vede, da far scambiare la
fatica straordinaria con una occupazione quotidiana — spaventevole.
*
Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti, che non si
troverebbe in una grande raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti
elementari, che l'insegnarono a me, quanto ci sia da imparare spingendo
l'analisi di questi lavori oltre l'ortografia e la grammatica. Ma mi arrischio a
dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro che studiano il cuore e la
alla bocca sulla fronte.
Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa maravigliosa uscita, che a
qualcuno farà dare un balzo sulla seggiola: — Il babbo viene a casa ed è
l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato usciamo. — Si capisce che
voleva dir ceniamo; ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva forse in mente
per l'espressione d'un pensiero d'affetto alla chiusa, essendosi cacciato
avanti tutt'a un tratto, gli cascò sulla carta invece dell'altro.
Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo d'un muratore, per
intender la quale conviene sapere che una società di filantropi torinesi fondò
delle “colonie alpine„ dove son mandati ogni anno a passar l'estate un certo
numero di fanciulli poveri delle scuole municipali, scelti fra i più deboli di
salute. Il povero ragazzo scrive che a casa sta coi piedi nudi per non
sciupare le scarpe, perchè ho da andare alle colonie alpine, e così ci vuole
un paio di scarpe buone, — ed enumera dopo questo gli altri oggetti di
corredo richiesti, soggiungendo con una esclamazione di gioia: — E io ho
già tutto!
Ma la più saporita l'ho serbata per la fine. Dice un ragazzo: —
L'occupazione di mio fratello maggiore è di levarsi la mattina alle 3 e di
andare a Chieri al passo di corsa. — Dêi del cielo, ci son venti chilometri!
— E che dannata professione sarà mai questa? — mi domandai leggendo;
ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì di scoprirla. Seppi poi dalla
maestra che quel fratello è “volontario d'un anno„ nei bersaglieri, e che
l'alunno aveva inteso d'accennare a una “marcia di resistenza„ fatta dal
reggimento; ma s'era espresso in modo, come si vede, da far scambiare la
fatica straordinaria con una occupazione quotidiana — spaventevole.
*
Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti, che non si
troverebbe in una grande raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti
elementari, che l'insegnarono a me, quanto ci sia da imparare spingendo
l'analisi di questi lavori oltre l'ortografia e la grammatica. Ma mi arrischio a
dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro che studiano il cuore e la
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mente umana; poichè credo fermamente che i fanciulli, a studiarli
profondamente e con amore, siano, dopo gli scrittori di genio, i migliori
maestri dell'uomo.
profondamente e con amore, siano, dopo gli scrittori di genio, i migliori
maestri dell'uomo.
Page 210
I DESIDERI DEI RAGAZZI.
Non sono immaginazione mia: li manifestarono per scritto trentacinque
alunni d'una seconda classe elementare delle scuole municipali di Torino, ai
quali la maestra diede per tema: I miei desideri, e fece fare il componimento
nella scuola, senza brutta copia, concedendo un'ora di tempo. La maggior
parte sono ragazzi dai sette agli otto anni, che venti mesi fa non leggevano
ancora l'alfabeto, e diciotto sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho fra
le mani i loro componimenti, — un mucchio di foglietti di carta rigata,
coperti d'ogni forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta alla pura e
pretta raspatura di gallina, e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e
piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e non so risolvermi a
buttarli in un canto, prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori più belli per
offrirli agli studiosi e ai dilettanti di letteratura fanciullesca.
*
Prima di principiare a leggere pensai che questi componimenti non
potessero essere che elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a un
dipresso, come le vetrine dei venditori di giocattoli; non pensai, fra l'altre
cose, che potesse essere così generale, come lo riscontrai, in ragazzi di
quell'età il desiderio dei viaggi; il quale poteva dare, come dà infatti, ai loro
lavori una varietà inaspettata e dilettevole; e sono appunto le espressioni
diverse di questo desiderio ciò che mi divertì sopra tutto e che mi parve più
meritevole d'osservazione nei periodi bizzarramente scarmigliati e
claudicanti dei miei piccoli prosatori.
*
Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, il desiderio di viaggiare, e
nominano le città che preferirebbero di vedere. Le città più “desiderate„
sono, per ordine di voti, Milano, Napoli e Roma. Penso che abbia il primato
Non sono immaginazione mia: li manifestarono per scritto trentacinque
alunni d'una seconda classe elementare delle scuole municipali di Torino, ai
quali la maestra diede per tema: I miei desideri, e fece fare il componimento
nella scuola, senza brutta copia, concedendo un'ora di tempo. La maggior
parte sono ragazzi dai sette agli otto anni, che venti mesi fa non leggevano
ancora l'alfabeto, e diciotto sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho fra
le mani i loro componimenti, — un mucchio di foglietti di carta rigata,
coperti d'ogni forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta alla pura e
pretta raspatura di gallina, e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e
piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e non so risolvermi a
buttarli in un canto, prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori più belli per
offrirli agli studiosi e ai dilettanti di letteratura fanciullesca.
*
Prima di principiare a leggere pensai che questi componimenti non
potessero essere che elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a un
dipresso, come le vetrine dei venditori di giocattoli; non pensai, fra l'altre
cose, che potesse essere così generale, come lo riscontrai, in ragazzi di
quell'età il desiderio dei viaggi; il quale poteva dare, come dà infatti, ai loro
lavori una varietà inaspettata e dilettevole; e sono appunto le espressioni
diverse di questo desiderio ciò che mi divertì sopra tutto e che mi parve più
meritevole d'osservazione nei periodi bizzarramente scarmigliati e
claudicanti dei miei piccoli prosatori.
*
Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, il desiderio di viaggiare, e
nominano le città che preferirebbero di vedere. Le città più “desiderate„
sono, per ordine di voti, Milano, Napoli e Roma. Penso che abbia il primato
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Milano per la ragione che, essendo la più vicina a Torino, è quella di cui i
ragazzi sentono parlare più spesso. Quelli che vorrebbero andare a Roma
son quattro, e due di questi paiono mossi da sentimenti politici opposti,
perchè l'uno vorrebbe andarvi soltanto “per vedere dove abita il papa„,
l'altro, per vedere quel bel palazzo dove ci sta Umberto I. Il terzo,
indifferente al monarca e al pontefice, dice che desidera di andar a Roma
non per altro che perchè “c'è stato il suo padrino„, ed è dubbio il quarto
perchè scrive che vorrebbe andare “sul bastimento a rona„ e può darsi che
abbia inteso di scrivere a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, del resto,
che parla d'andare “col bastimento„ a Milano. Per Firenze non ci sono che
due aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. Ce n'è sette, invece, per
l'America; ma è da notarsi che i più di questi dicono l'America perchè ci
ebbero o ci hanno qualche parente; ed è lo stesso dei tre che desiderano
d'andare in Francia. Due soli hanno desideri senza confini; uno che
vorrebbe visitare tutto il mondo, e un altro che desidera di viaggiare tutti i
paesi; e altri due sognano viaggi avventurosi di scoperte e di lotte. Il mio
desiderio, sarebbe di attraversare il mare e di cercar le oasi (voleva dir le
isole forse), e il secondo: Mi piacerebbe visitare i deserti dove c'è le bestie
feroci. C'è anche un originale che vorrebbe non solo andare, ma stare in
Asia; in quale parte non lo dice; si può intendere fra Gerusalemme e
Pechino; e la ragione della sua scelta è un po' vaga: — perchè è molto bello
e mi piace molto e c'è un sole molto caldo. — Invitato dalla maestra a
spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio pien di mistero. Più comprensibile
è uno dei sette già rammentati, che vorrebbe visitare quella grande città
d'America (non dice quale) perchè ci sono quelle grosse piante, quei tronchi
che sono di una grandezza straordinaria; ed esprime in questa forma
ingenua la sua ammirazione per la fecondità della natura: — E poi da quelle
piante piccole a venire e quelle piante straordinariamente grosse! — E gli
accozzamenti delle grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi. Uno
vorrebbe veder Milano, Firenze, Castellamonte; un altro vorrebbe andare in
America, e poi a Crescentino, un comune della provincia di Novara, dove
dice che è “puro il cielo„. Ma la cosa più amena sono le ragioni che
adducono, gli scopi particolari che si prefiggono alcuni al loro viaggio.
Quello che dice: — vorrei andare a Genova a pigliare i bagni di mare, ma
ho un po' paura della burrasca — si capisce; ma quello che vorrebbe
andare a Firenze! Non pensate che sia per veder Santa Croce, i musei, i
ragazzi sentono parlare più spesso. Quelli che vorrebbero andare a Roma
son quattro, e due di questi paiono mossi da sentimenti politici opposti,
perchè l'uno vorrebbe andarvi soltanto “per vedere dove abita il papa„,
l'altro, per vedere quel bel palazzo dove ci sta Umberto I. Il terzo,
indifferente al monarca e al pontefice, dice che desidera di andar a Roma
non per altro che perchè “c'è stato il suo padrino„, ed è dubbio il quarto
perchè scrive che vorrebbe andare “sul bastimento a rona„ e può darsi che
abbia inteso di scrivere a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, del resto,
che parla d'andare “col bastimento„ a Milano. Per Firenze non ci sono che
due aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. Ce n'è sette, invece, per
l'America; ma è da notarsi che i più di questi dicono l'America perchè ci
ebbero o ci hanno qualche parente; ed è lo stesso dei tre che desiderano
d'andare in Francia. Due soli hanno desideri senza confini; uno che
vorrebbe visitare tutto il mondo, e un altro che desidera di viaggiare tutti i
paesi; e altri due sognano viaggi avventurosi di scoperte e di lotte. Il mio
desiderio, sarebbe di attraversare il mare e di cercar le oasi (voleva dir le
isole forse), e il secondo: Mi piacerebbe visitare i deserti dove c'è le bestie
feroci. C'è anche un originale che vorrebbe non solo andare, ma stare in
Asia; in quale parte non lo dice; si può intendere fra Gerusalemme e
Pechino; e la ragione della sua scelta è un po' vaga: — perchè è molto bello
e mi piace molto e c'è un sole molto caldo. — Invitato dalla maestra a
spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio pien di mistero. Più comprensibile
è uno dei sette già rammentati, che vorrebbe visitare quella grande città
d'America (non dice quale) perchè ci sono quelle grosse piante, quei tronchi
che sono di una grandezza straordinaria; ed esprime in questa forma
ingenua la sua ammirazione per la fecondità della natura: — E poi da quelle
piante piccole a venire e quelle piante straordinariamente grosse! — E gli
accozzamenti delle grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi. Uno
vorrebbe veder Milano, Firenze, Castellamonte; un altro vorrebbe andare in
America, e poi a Crescentino, un comune della provincia di Novara, dove
dice che è “puro il cielo„. Ma la cosa più amena sono le ragioni che
adducono, gli scopi particolari che si prefiggono alcuni al loro viaggio.
Quello che dice: — vorrei andare a Genova a pigliare i bagni di mare, ma
ho un po' paura della burrasca — si capisce; ma quello che vorrebbe
andare a Firenze! Non pensate che sia per veder Santa Croce, i musei, i
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monumenti: si può dare in mille a indovinare. — Per bere il latte che è
squisito! — Donde gli sarà mai venuto un così straordinario concetto del
latte fiorentino? Può fare il paio con quell'altro che desidera d'andare a
Napoli, oltre che per vedere il vulcano o vesuvio, sapete perchè? Perchè si
mangiano dei maccheroni napoletani; e questo passi; ma soggiunge il
sudicioncello: — e sono molto buoni e non si prendono col cucchiaio ma si
mangiano con le mani. — Chiedo scusa per costui, come cittadino torinese,
ai miei compaesani di Napoli, e li assicuro che si tratta d'un'opinione affatto
personale dello scrittore.
*
Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole che quasi tutti quelli che
v'accennano desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno di progredita
cultura igienica? Perchè non uno su trenta scolaretti di Torino, quando io
ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio; certo, non ci avrebbe
pensato nessun ragazzo di famiglia povera. L'immagine più poetica,
riguardo al mare, è quella del figliuolo d'un operaio, il quale dice: — Mi
piacerebbe andare sugli alti mari dove si vede per tutto acqua e celo; — ma
vorrebbe avere con sè la mamma, la zia e un cugino “per dividere i
pericoli„. Sono anche di più quelli che desiderano di andare in montagna;
ed è naturale anche questo poichè vivono tutti davanti allo spettacolo
incantevole delle Alpi. Uno dice che vorrebbe andare in montagna per
vedere i buoi; un altro per stare molti giorni ad una certa altezza numerosa;
un bel traslato ardito, se lo volle riferire, come pare, al numero dei metri
d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso desiderio con una frase
semplice e triste che tocca il cuore: — Vorrei andare sulle più alte
montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non sono mai andato in
nessun paese. — Andare a passar l'estate in campagna, senza
determinazione di luoghi, è il desiderio più comune; più vivo in quelli che
non lo possono soddisfare, ed espresso da tutti con un'insistenza e un calore
di parola, in cui si sente un bisogno vero del corpo e dello spirito, un
fremito d'uccelletti ingabbiati, assetati d'aria e di verde. Conviene anche
dire, peraltro, che quanto a viaggi e a escursioni i desideri di una buona
parte sono assai moderati, arrestandosi in alcuni ai Santuari d'Oropa e di
Graglia, e in altri a villaggi dei dintorni di Torino e alla basilica di Superga;
squisito! — Donde gli sarà mai venuto un così straordinario concetto del
latte fiorentino? Può fare il paio con quell'altro che desidera d'andare a
Napoli, oltre che per vedere il vulcano o vesuvio, sapete perchè? Perchè si
mangiano dei maccheroni napoletani; e questo passi; ma soggiunge il
sudicioncello: — e sono molto buoni e non si prendono col cucchiaio ma si
mangiano con le mani. — Chiedo scusa per costui, come cittadino torinese,
ai miei compaesani di Napoli, e li assicuro che si tratta d'un'opinione affatto
personale dello scrittore.
*
Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole che quasi tutti quelli che
v'accennano desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno di progredita
cultura igienica? Perchè non uno su trenta scolaretti di Torino, quando io
ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio; certo, non ci avrebbe
pensato nessun ragazzo di famiglia povera. L'immagine più poetica,
riguardo al mare, è quella del figliuolo d'un operaio, il quale dice: — Mi
piacerebbe andare sugli alti mari dove si vede per tutto acqua e celo; — ma
vorrebbe avere con sè la mamma, la zia e un cugino “per dividere i
pericoli„. Sono anche di più quelli che desiderano di andare in montagna;
ed è naturale anche questo poichè vivono tutti davanti allo spettacolo
incantevole delle Alpi. Uno dice che vorrebbe andare in montagna per
vedere i buoi; un altro per stare molti giorni ad una certa altezza numerosa;
un bel traslato ardito, se lo volle riferire, come pare, al numero dei metri
d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso desiderio con una frase
semplice e triste che tocca il cuore: — Vorrei andare sulle più alte
montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non sono mai andato in
nessun paese. — Andare a passar l'estate in campagna, senza
determinazione di luoghi, è il desiderio più comune; più vivo in quelli che
non lo possono soddisfare, ed espresso da tutti con un'insistenza e un calore
di parola, in cui si sente un bisogno vero del corpo e dello spirito, un
fremito d'uccelletti ingabbiati, assetati d'aria e di verde. Conviene anche
dire, peraltro, che quanto a viaggi e a escursioni i desideri di una buona
parte sono assai moderati, arrestandosi in alcuni ai Santuari d'Oropa e di
Graglia, e in altri a villaggi dei dintorni di Torino e alla basilica di Superga;
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nella quale uno degli scrittori vorrebbe andare a vedere “quei sotterranei
dove è morto il re„. Parecchi sono anche più modesti: non desiderano che
“una passeggiata nel Corso Palestro„ che vedono ogni giorno, poichè è a
un passo dalla loro scuola, o una di quelle passeggiate in via Po (chi sa
quali?), o fino alla succursale (niente di meno), che è una stazione
minuscola della strada ferrata di Milano, dentro la cinta. Ce n'è uno, poi,
che non vuol andare in nessun luogo, e manifesta per i viaggi un'avversione
assoluta; dicendo che vorrebbe star tutta la vita a Torino, per una ragione
che siete mille miglia lontani dall'immaginare: perchè c'è aria fina. E
neppure potete immaginare la ragione, tanto è semplice, che adduce un altro
del non poter fare i grandi viaggi che vorrebbe. — Ma fare tutti questi
viaggi non posso--dice — perchè o da frequentar la scuola tutte le mattine.
*
Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La propaganda per la
pace ha recato qualche frutto? Si può riconoscere in codesti componimenti
uno scemato spirito guerresco nel desiderio scemato di quei giocattoli che
rappresentano strumenti e idee di guerra e di morte? — Mi manca, per dare
una risposta, il termine di paragone; ma temo che, se anche l'avessi, non
potrei dare una risposta molto consolante. Su trentacinque sono undici che
desiderano trombe, soldati di piombo, fucili, sciabole, pistole, un intero
arsenale. Credo soltanto minore di quello che sarebbe stata trent'anni fa la
richiesta dei tamburi (due soli ne chiedono) perchè, non usandosi più il
tamburo nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È vero, peraltro, che
uno solo di quegli undici esprime chiaramente delle idee belligere, e anche
in senso puramente difensivo, dicendo: — Vorrei essere vestito da soldato
per andare in guerra a combattere contro il nemico e salvar la mia patria.
— Quasi tutti gli altri non chiedono armi che per giocare. Ce n'è uno, anzi,
che confessa la propria avversione alla guerra in un modo assai comico, ed
è di quelli che vorrebbero viaggiare in Africa. — Ma andare in Africa —
soggiunge — non mi piace perchè c'è la battaglia, ma io vado quando non
fanno la battaglia. — E dice anche, contraddicendosi, che non gli piace
d'andare in Africa, perchè vi sono neri gli Abissini.
dove è morto il re„. Parecchi sono anche più modesti: non desiderano che
“una passeggiata nel Corso Palestro„ che vedono ogni giorno, poichè è a
un passo dalla loro scuola, o una di quelle passeggiate in via Po (chi sa
quali?), o fino alla succursale (niente di meno), che è una stazione
minuscola della strada ferrata di Milano, dentro la cinta. Ce n'è uno, poi,
che non vuol andare in nessun luogo, e manifesta per i viaggi un'avversione
assoluta; dicendo che vorrebbe star tutta la vita a Torino, per una ragione
che siete mille miglia lontani dall'immaginare: perchè c'è aria fina. E
neppure potete immaginare la ragione, tanto è semplice, che adduce un altro
del non poter fare i grandi viaggi che vorrebbe. — Ma fare tutti questi
viaggi non posso--dice — perchè o da frequentar la scuola tutte le mattine.
*
Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La propaganda per la
pace ha recato qualche frutto? Si può riconoscere in codesti componimenti
uno scemato spirito guerresco nel desiderio scemato di quei giocattoli che
rappresentano strumenti e idee di guerra e di morte? — Mi manca, per dare
una risposta, il termine di paragone; ma temo che, se anche l'avessi, non
potrei dare una risposta molto consolante. Su trentacinque sono undici che
desiderano trombe, soldati di piombo, fucili, sciabole, pistole, un intero
arsenale. Credo soltanto minore di quello che sarebbe stata trent'anni fa la
richiesta dei tamburi (due soli ne chiedono) perchè, non usandosi più il
tamburo nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È vero, peraltro, che
uno solo di quegli undici esprime chiaramente delle idee belligere, e anche
in senso puramente difensivo, dicendo: — Vorrei essere vestito da soldato
per andare in guerra a combattere contro il nemico e salvar la mia patria.
— Quasi tutti gli altri non chiedono armi che per giocare. Ce n'è uno, anzi,
che confessa la propria avversione alla guerra in un modo assai comico, ed
è di quelli che vorrebbero viaggiare in Africa. — Ma andare in Africa —
soggiunge — non mi piace perchè c'è la battaglia, ma io vado quando non
fanno la battaglia. — E dice anche, contraddicendosi, che non gli piace
d'andare in Africa, perchè vi sono neri gli Abissini.
Page 214
*
Più delle armi sono desiderati gli animali, naturalmente, poichè dopo
l'uomo — primo oggetto d'osservazione pei fanciulli, — son quello che più
gli rassomiglia; e fra gli animali, per la bellezza delle forme, e per la
vivacità delle mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più desiderato è il
cavallo. Sedici alunni vorrebbero averne uno, ma due soli specificano: un
cavallino sardo. Poi viene il cane, desiderato da cinque: uno dei quali
vorrebbe uno di quei cani inglesi, e un altro, un bel can barbone; ma per
licenziare la serva, parrebbe: perchè — dice — il can barbone è docile e
serve a far la spesa ai padroni. Sono desiderati da altri una pecora, una
pecorella viva, un asinetto, ed altri animali domestici; di uccelli non è
nominato che il canarino. Anche il gatto ha un voto solo; forse perchè quasi
tutti ne hanno uno da tormentare in casa propria. Ma a proposito di bestie il
più saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe “un bel cane e un
cagnolino da guardia: sentite se si può essere più assennati e più previdenti;
par che ripeta un discorsetto di suo nonno: — Ma con questi due cani —
dice — uno piccolo, e l'altro grosso, non vorrei che fossero invidiosi, che
non si mordessero malamente, come fanno certi cani, e non mi piacerebbe
niente se venissero arrabbiati, allora poi li farei uccidere perchè senò si
uccidono tra loro....„
*
Tra le cose inanimate quelle che destano più desideri sono la lavagnetta col
gesso e il teatro coi burattini; ma perchè l'una e l'altro servono all'imitazione
della vita. Anche la lavagnetta, in fatti, benchè dicano quasi tutti — le
mascherine — di desiderarla per esercitarsi alle operazioni aritmetiche (che
suol essere il pretesto con cui se la fanno comperare), in realtà la vogliono
per rabescarvi su dei fantocci. Quattro desiderano una biblioteca, senza dir
altro; uno eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche molto discrete,
poichè la vorrebbe composta di tutti e cinque i libri di lettura delle cinque
classi elementari e di una bella storia sacra per leggere la venuta dei magi.
Di altri libri che si desiderino non trovo accennati che due libri di preghiere
e un bel libro di preghiere a Gesù Bambino. Opere d'arte ne desidera uno
Più delle armi sono desiderati gli animali, naturalmente, poichè dopo
l'uomo — primo oggetto d'osservazione pei fanciulli, — son quello che più
gli rassomiglia; e fra gli animali, per la bellezza delle forme, e per la
vivacità delle mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più desiderato è il
cavallo. Sedici alunni vorrebbero averne uno, ma due soli specificano: un
cavallino sardo. Poi viene il cane, desiderato da cinque: uno dei quali
vorrebbe uno di quei cani inglesi, e un altro, un bel can barbone; ma per
licenziare la serva, parrebbe: perchè — dice — il can barbone è docile e
serve a far la spesa ai padroni. Sono desiderati da altri una pecora, una
pecorella viva, un asinetto, ed altri animali domestici; di uccelli non è
nominato che il canarino. Anche il gatto ha un voto solo; forse perchè quasi
tutti ne hanno uno da tormentare in casa propria. Ma a proposito di bestie il
più saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe “un bel cane e un
cagnolino da guardia: sentite se si può essere più assennati e più previdenti;
par che ripeta un discorsetto di suo nonno: — Ma con questi due cani —
dice — uno piccolo, e l'altro grosso, non vorrei che fossero invidiosi, che
non si mordessero malamente, come fanno certi cani, e non mi piacerebbe
niente se venissero arrabbiati, allora poi li farei uccidere perchè senò si
uccidono tra loro....„
*
Tra le cose inanimate quelle che destano più desideri sono la lavagnetta col
gesso e il teatro coi burattini; ma perchè l'una e l'altro servono all'imitazione
della vita. Anche la lavagnetta, in fatti, benchè dicano quasi tutti — le
mascherine — di desiderarla per esercitarsi alle operazioni aritmetiche (che
suol essere il pretesto con cui se la fanno comperare), in realtà la vogliono
per rabescarvi su dei fantocci. Quattro desiderano una biblioteca, senza dir
altro; uno eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche molto discrete,
poichè la vorrebbe composta di tutti e cinque i libri di lettura delle cinque
classi elementari e di una bella storia sacra per leggere la venuta dei magi.
Di altri libri che si desiderino non trovo accennati che due libri di preghiere
e un bel libro di preghiere a Gesù Bambino. Opere d'arte ne desidera uno
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solo, che vorrebbe una statua, e non aggiunge parola: la prima statua
venuta. Non metto fra gli oggetti d'arte i due quadri, uno del re e uno della
regina, a cui accenna un altro, perchè possono essere desiderati per
sentimento di devozione alla monarchia; come forse per sentimento
religioso desiderano altri tre un bel crocifisso, un bel quadro della
Madonna, una Madonna dipinta. Un solo filarmonico si palesa, uno che
vorrebbe un pianoforte per imparare a sonarlo molto bene. Fra gli oggetti
di desiderio più singolari noto una bell'arnia e un servizio da caffè. Ma
come badano tutti, quando può nascere equivoco, a far ben capire che
vogliono oggetti da grandi, e non dei trastulli. — Vorrei un bell'orologio —
dice uno — ma non di quelli da cinque centesimi, e che vada. Un altro
vorrebbe una barca — ma proprio di quelle da metterci noi dentro e partire;
— l'espressione potrebbe essere forse più elegante, ma non più chiara. E
uno di quelli che desiderano un cavallo spiega bene: — un cavallo, ma da
andare in groppa. Un quarto mette in un mazzo, come tre cose affini, questi
tre desideri: un teatro, una gallina, una spada. È strano come non uno di
questi trentacinque ragazzi, di cui la più parte sono di famiglia povera,
esprima il desiderio d'un bel vestito, d'un oggetto d'ornamento, d'una
qualunque cosa che dimostri la vanità di volersi distinguere esteriormente.
Qualcuno si stupirà che non sia stata ancor nominata la bicicletta, e ci
sarebbe davvero da stupire se non l'avesse rammentata nessuno. I desiderosi
del nuovo “locomobile„ come lo chiama prosaicamente il regolamento
municipale, o del ferreo corsiero, come lo chiama poeticamente Lorenzo
Stecchetti, son cinque; uno dei quali espone il suo desiderio con questa
piccola spampanata: — Mi piacerebbe andare a Napoli a traversare il mare
che è veramente bello; ma se io avevo una bicicletta sarei già andato.
*
Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ i desideri son pochi, e non
irragionevoli. La proprietà più ambita è il giardino — un giardino con molti
fiori — un giardino tutto fiorito di rose — ed altri, definiti brevemente, con
immagini graziose, che esprimono un desiderio vivo. V'è un solo ragazzo,
più pratico, chè vorrebbe “un campo pieno di frumento„. Tre desiderano una
casa, che uno chiama una costruzione, e la vorrebbe mobiliare a modo suo,
col proponimento, pare, di rimaner celibe, perchè scrive: una piccola
venuta. Non metto fra gli oggetti d'arte i due quadri, uno del re e uno della
regina, a cui accenna un altro, perchè possono essere desiderati per
sentimento di devozione alla monarchia; come forse per sentimento
religioso desiderano altri tre un bel crocifisso, un bel quadro della
Madonna, una Madonna dipinta. Un solo filarmonico si palesa, uno che
vorrebbe un pianoforte per imparare a sonarlo molto bene. Fra gli oggetti
di desiderio più singolari noto una bell'arnia e un servizio da caffè. Ma
come badano tutti, quando può nascere equivoco, a far ben capire che
vogliono oggetti da grandi, e non dei trastulli. — Vorrei un bell'orologio —
dice uno — ma non di quelli da cinque centesimi, e che vada. Un altro
vorrebbe una barca — ma proprio di quelle da metterci noi dentro e partire;
— l'espressione potrebbe essere forse più elegante, ma non più chiara. E
uno di quelli che desiderano un cavallo spiega bene: — un cavallo, ma da
andare in groppa. Un quarto mette in un mazzo, come tre cose affini, questi
tre desideri: un teatro, una gallina, una spada. È strano come non uno di
questi trentacinque ragazzi, di cui la più parte sono di famiglia povera,
esprima il desiderio d'un bel vestito, d'un oggetto d'ornamento, d'una
qualunque cosa che dimostri la vanità di volersi distinguere esteriormente.
Qualcuno si stupirà che non sia stata ancor nominata la bicicletta, e ci
sarebbe davvero da stupire se non l'avesse rammentata nessuno. I desiderosi
del nuovo “locomobile„ come lo chiama prosaicamente il regolamento
municipale, o del ferreo corsiero, come lo chiama poeticamente Lorenzo
Stecchetti, son cinque; uno dei quali espone il suo desiderio con questa
piccola spampanata: — Mi piacerebbe andare a Napoli a traversare il mare
che è veramente bello; ma se io avevo una bicicletta sarei già andato.
*
Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ i desideri son pochi, e non
irragionevoli. La proprietà più ambita è il giardino — un giardino con molti
fiori — un giardino tutto fiorito di rose — ed altri, definiti brevemente, con
immagini graziose, che esprimono un desiderio vivo. V'è un solo ragazzo,
più pratico, chè vorrebbe “un campo pieno di frumento„. Tre desiderano una
casa, che uno chiama una costruzione, e la vorrebbe mobiliare a modo suo,
col proponimento, pare, di rimaner celibe, perchè scrive: una piccola
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casetta per mettervi un lettuccio, un sofà, un guardaroba, con alcune
seggiole e un seggiolone. Più numerosi son quelli che desiderano
indeterminatamente la ricchezza; ma quasi tutti (e in questo è evidente che
esprimono un'idea inculcata loro alla scuola più che un sentimento
spontaneo) dicono di desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere i poveri.
Uno solo determina l'ammontare del patrimonio che vorrebbe avere,
aggiungendo quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — Vorrei avere
una lira per fare elemosina agli infelici, cioè come lo storpio, il cieco e il
monchino. Desideri riguardo all'avvenire, e in specie alla carriera, tre
soltanto ne espongono: uno che vorrebbe esser marinaio, e due che
vogliono far l'avvocato. E pare che uno di questi faccia conto di pescar nel
Foro fior di quattrini perchè dice: — I miei desideri sono pure, quando sarò
già avvocato, due bellissimi cavalli e una magnifica carrozza, e quando
avremo voglia d'andare a cavallo, io e il mio papà, andremo, e quando
avremo voglia di andare in carrozza, andremo. — E perchè no? Non si
direbbe che c'è sotto una sfida ai socialisti? Un altro, meno ambizioso, dice
di desiderare un caffè; ma non si capisce se sia per “esercitare il negozio„ o
solamente per vuotare a suo libito le bocce e le zuccheriere; che è forse la
versione più ragionevole. Osservo, a questo proposito, che non ci sono in
tutti e trentacinque i componimenti se non pochissimi indizi di ghiottoneria.
Quattro soli desiderano dei dolci, pochi altri delle frutta; e dice uno di
questi che vorrebbe andare in America perchè c'è lo zucchero e in Africa
perchè c'è i datteri. Cito ancora ad onore un ragazzo sobrio che vorrebbe
fare una bella cena in un giardino, e bevere un pochino, ma non bevere
molto, e un altro capetto scarico, il quale desidera che i suoi genitori diano
un pranzo in casa, e numera le persone che vorrebbe invitate, una caterva di
parenti, congiunti, padrini, madrine ed amici, da dar fondo alle dispense
dell'Albergo d'Europa.
*
Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee, per
un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno parer lettere
scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che lavori di scuola; e danno
perciò a conoscere in parte, l'indole dello scrittore; la quale rimane affatto
seggiole e un seggiolone. Più numerosi son quelli che desiderano
indeterminatamente la ricchezza; ma quasi tutti (e in questo è evidente che
esprimono un'idea inculcata loro alla scuola più che un sentimento
spontaneo) dicono di desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere i poveri.
Uno solo determina l'ammontare del patrimonio che vorrebbe avere,
aggiungendo quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — Vorrei avere
una lira per fare elemosina agli infelici, cioè come lo storpio, il cieco e il
monchino. Desideri riguardo all'avvenire, e in specie alla carriera, tre
soltanto ne espongono: uno che vorrebbe esser marinaio, e due che
vogliono far l'avvocato. E pare che uno di questi faccia conto di pescar nel
Foro fior di quattrini perchè dice: — I miei desideri sono pure, quando sarò
già avvocato, due bellissimi cavalli e una magnifica carrozza, e quando
avremo voglia d'andare a cavallo, io e il mio papà, andremo, e quando
avremo voglia di andare in carrozza, andremo. — E perchè no? Non si
direbbe che c'è sotto una sfida ai socialisti? Un altro, meno ambizioso, dice
di desiderare un caffè; ma non si capisce se sia per “esercitare il negozio„ o
solamente per vuotare a suo libito le bocce e le zuccheriere; che è forse la
versione più ragionevole. Osservo, a questo proposito, che non ci sono in
tutti e trentacinque i componimenti se non pochissimi indizi di ghiottoneria.
Quattro soli desiderano dei dolci, pochi altri delle frutta; e dice uno di
questi che vorrebbe andare in America perchè c'è lo zucchero e in Africa
perchè c'è i datteri. Cito ancora ad onore un ragazzo sobrio che vorrebbe
fare una bella cena in un giardino, e bevere un pochino, ma non bevere
molto, e un altro capetto scarico, il quale desidera che i suoi genitori diano
un pranzo in casa, e numera le persone che vorrebbe invitate, una caterva di
parenti, congiunti, padrini, madrine ed amici, da dar fondo alle dispense
dell'Albergo d'Europa.
*
Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee, per
un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno parer lettere
scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che lavori di scuola; e danno
perciò a conoscere in parte, l'indole dello scrittore; la quale rimane affatto
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nascosta in tutti gli altri, segnati d'una comune impronta scolastica. Quattro
di questi scrittori originali mi colpirono in particolar modo.
Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà al
componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui
frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri desideri
parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua maestra; alla quale dà
del lei e del tu, espandendo l'anima lirica con una concitazione di stile
singolarissima: — Io vorrei andare a Roma — scrive, salvo i peccati
mortali d'ortografia — stare due mesi in campagna, ma che lei venisse a
vedermi, vorrei giocare alla palla e pregherò per te che non ti arrivi
nessuna disgrazia, io le voglio molto bene e vorrei andar nel mare, e guardi
di venire a vedermi, che saremo felici, e guardi di non esser mai malata, a
me piace d'andare a giocare e guardi di venire al più presto che puoi. Ma
l'adoratore rientra in sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: —
Con tutta stima la riverisco.
Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime
rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli effetti
d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con disordine pensato
immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in villeggiatura, a Roma, a
Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul vapore, in vettura, in tram, in
pallone, e dopo aver aggiunto che vorrebbe stare in un gran palazzo e che
gli piacerebbe d'essere il re, e accennato altre sue vaste aspirazioni e
splendidi sogni, finisce il componimento esprimendo il desiderio
modestissimo di pigliare un bagno.
Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con l'affetto e
con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè medesimo per darsi delle
ammonizioni e dei consigli, coloriti di canzonatura. Dopo aver significato il
desiderio d'andare in campagna per mangiar frutta, dice: — Ma per te, mio
Cesarino, non ci andrai che quando le scuole saranno al fin dell'anno; — e
poi enumera le uve che mangierà — l'uva bianca, l'uva nera, l'uva
mericana, ecc., e soggiunge paternamente a sè stesso: — Ma io ti dirò, caro
Cesarino, che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e
fa perfino venire mal di gola; e infine si dà questo memento gentile: — Tu
di questi scrittori originali mi colpirono in particolar modo.
Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà al
componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui
frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri desideri
parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua maestra; alla quale dà
del lei e del tu, espandendo l'anima lirica con una concitazione di stile
singolarissima: — Io vorrei andare a Roma — scrive, salvo i peccati
mortali d'ortografia — stare due mesi in campagna, ma che lei venisse a
vedermi, vorrei giocare alla palla e pregherò per te che non ti arrivi
nessuna disgrazia, io le voglio molto bene e vorrei andar nel mare, e guardi
di venire a vedermi, che saremo felici, e guardi di non esser mai malata, a
me piace d'andare a giocare e guardi di venire al più presto che puoi. Ma
l'adoratore rientra in sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: —
Con tutta stima la riverisco.
Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime
rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli effetti
d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con disordine pensato
immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in villeggiatura, a Roma, a
Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul vapore, in vettura, in tram, in
pallone, e dopo aver aggiunto che vorrebbe stare in un gran palazzo e che
gli piacerebbe d'essere il re, e accennato altre sue vaste aspirazioni e
splendidi sogni, finisce il componimento esprimendo il desiderio
modestissimo di pigliare un bagno.
Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con l'affetto e
con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè medesimo per darsi delle
ammonizioni e dei consigli, coloriti di canzonatura. Dopo aver significato il
desiderio d'andare in campagna per mangiar frutta, dice: — Ma per te, mio
Cesarino, non ci andrai che quando le scuole saranno al fin dell'anno; — e
poi enumera le uve che mangierà — l'uva bianca, l'uva nera, l'uva
mericana, ecc., e soggiunge paternamente a sè stesso: — Ma io ti dirò, caro
Cesarino, che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e
fa perfino venire mal di gola; e infine si dà questo memento gentile: — Tu
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mangierai le frutta, ma le viole le governi per portarle alla maestra, che è
tanto buona e gentile coi bambini della sua classe.
L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e grasso
vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe d'andar l'estate
prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — a spassarmela in campagna
— dice — perchè là si sta molto bene, si mangia, si beve, si dorme e si va a
spasso, e poi c'è molta uva, c'è di tutto e questi sono i miei più cari desideri.
E dopo aver detto che andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già
suo compagno di scuola (antico compagno, lo chiama), che se ne sta
coricato nella sabbia calda dal sole, esce in questa impagabile frase
esclamativa, di cui rispetto l'ortografia: E!! — ne son ben malcontento di
non poterci far parte! — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che
parla del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un
povero operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del
componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma
che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza di
spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in un
senso.... terribile: non posso più trattenermi.
*
V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di desideri,
meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe più proprio chiamar
propositi, di studiare, di esser buoni, di migliorarsi. Quasi tutti li esprimono:
molti, certo, più per sentimento di convenienza che per impulso dell'animo,
o anche per forza di consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della
sincerità d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il
loro linguaggio. Dice uno: — mi piacerebbe che la madonna mi facesse
essere buono a scuola e a casa. — Un altro: — Io voglio ancora studiare
con tanta voglia e con tanta bontà (non è bellissimo?) e poi darò ancora
1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai miei
superiori. C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — Il mio più bel
desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto buona, di non dargli
tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto. E adesso guarderò di fare
tutto quello che posso per star buono. E carino è l'esordio che fa un altro al
tanto buona e gentile coi bambini della sua classe.
L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e grasso
vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe d'andar l'estate
prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — a spassarmela in campagna
— dice — perchè là si sta molto bene, si mangia, si beve, si dorme e si va a
spasso, e poi c'è molta uva, c'è di tutto e questi sono i miei più cari desideri.
E dopo aver detto che andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già
suo compagno di scuola (antico compagno, lo chiama), che se ne sta
coricato nella sabbia calda dal sole, esce in questa impagabile frase
esclamativa, di cui rispetto l'ortografia: E!! — ne son ben malcontento di
non poterci far parte! — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che
parla del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un
povero operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del
componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma
che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza di
spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in un
senso.... terribile: non posso più trattenermi.
*
V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di desideri,
meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe più proprio chiamar
propositi, di studiare, di esser buoni, di migliorarsi. Quasi tutti li esprimono:
molti, certo, più per sentimento di convenienza che per impulso dell'animo,
o anche per forza di consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della
sincerità d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il
loro linguaggio. Dice uno: — mi piacerebbe che la madonna mi facesse
essere buono a scuola e a casa. — Un altro: — Io voglio ancora studiare
con tanta voglia e con tanta bontà (non è bellissimo?) e poi darò ancora
1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai miei
superiori. C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — Il mio più bel
desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto buona, di non dargli
tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto. E adesso guarderò di fare
tutto quello che posso per star buono. E carino è l'esordio che fa un altro al
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componimento: — Io farò tutto quello che so per farlo bene e per scriverlo
bene (senza dir che cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei
quali è di possedere una penna d'avorio, e il secondo è espresso
candidamente, così: — Io vorrei che mio padre e mia madre non mi
sgridassero mai. — E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di
buona condotta addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un
cortile per giocare “ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un
pochino si fa sempre di chiasso„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il
terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione d'un
povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri, mostrando di
capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non potrà aver mai, dice
che si contenterebbe d'andare alle Colonie alpine dei ragazzi poveri, e
soggiunge: — Ma i miei genitori non vogliono perchè dovrò andare a
lavorare, ebbene, sia così.
*
E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano
nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene trovate
in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non soltanto il
ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui nessuno dei mille
desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili, sono appagati, e che, non
comprendendo ancora che cosa veramente sia l'esser poveri, non
comprendono che i genitori non possono, e pensano che non vogliano, e
dicono come quello: — E sia così! — rassegnatamente, ma col cuore di chi
si rassegna ad un torto. Ah, i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo
una delle più care e delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una
delle più dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle
amarezze peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente
quei fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici. Accanto
alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia bisogno, ci
dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa desidera; dietro la
mano che gli dà un pane, una mano che gli porga un trastullo; perchè non
basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli sorrida; perchè nella fanciullezza
che passa senza sorriso si prepara l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà
e che odierà i suoi simili per vendetta
bene (senza dir che cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei
quali è di possedere una penna d'avorio, e il secondo è espresso
candidamente, così: — Io vorrei che mio padre e mia madre non mi
sgridassero mai. — E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di
buona condotta addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un
cortile per giocare “ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un
pochino si fa sempre di chiasso„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il
terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione d'un
povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri, mostrando di
capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non potrà aver mai, dice
che si contenterebbe d'andare alle Colonie alpine dei ragazzi poveri, e
soggiunge: — Ma i miei genitori non vogliono perchè dovrò andare a
lavorare, ebbene, sia così.
*
E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano
nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene trovate
in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non soltanto il
ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui nessuno dei mille
desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili, sono appagati, e che, non
comprendendo ancora che cosa veramente sia l'esser poveri, non
comprendono che i genitori non possono, e pensano che non vogliano, e
dicono come quello: — E sia così! — rassegnatamente, ma col cuore di chi
si rassegna ad un torto. Ah, i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo
una delle più care e delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una
delle più dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle
amarezze peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente
quei fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici. Accanto
alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia bisogno, ci
dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa desidera; dietro la
mano che gli dà un pane, una mano che gli porga un trastullo; perchè non
basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli sorrida; perchè nella fanciullezza
che passa senza sorriso si prepara l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà
e che odierà i suoi simili per vendetta
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IL GAROFANO ROSSO.
Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava ancora su per le scale con
la cartella del disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello e, appena le
fu aperto, si slanciò nella sala da desinare, dove l'aspettavano il padre e la
madre, coi regali pel suo giorno natalizio.
In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il mazzo di fiori, l'anello, il libro
illustrato e il canestrino da lavoro, disposti sulla tavola apparecchiata, su cui
brillava un raggio di sole; poi, ringraziando e ridendo, abbracciò e baciò
con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si lasciò guardare.
Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli ondulati e i suoi grandi
occhi parevan più neri del solito, e il bel garofano rosso, contornato di
violette, che le usciva dall'abbottonatura del giubbetto bianco, non reggeva
al confronto della sua piccola bocca capricciosa e imperiosa.
Suo padre stette un minuto in adorazione davanti a lei; e i suoi occhi pieni
di tenerezza facevano un contrasto singolare coi minacciosi baffi grigi che
gli andavan dalla bocca alle orecchie. Sarebbe bastato uno sguardo a chi che
sia per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor Mazzi, dalla faccia di
vecchio soldato e dalle mani d'antico operaio, più temuto che amato dai
duecento cinquanta lavoratori della sua grande fabbrica d'ombrelli e di
bardature, una delle più fiorenti di Torino, non era che il servitore
umilissimo di quella ragazzina di dodici anni, in cui pareva che si fosse
affinato ancora il sangue signorile della mamma. Bella, figliuola unica,
delicata di salute: aveva tutto quello che ci voleva per far la tiranna. Una
lunga malattia sofferta da lei due anni innanzi, a cagion della quale, perduto
un anno, ripeteva l'ultimo corso elementare nelle scuole del Municipio,
aveva ancor rinsaldato il suo impero. A ogni sua nuova prepotenza giurava
bensì il signor Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando un'altra volta la
vedeva addolorarsi d'una ripulsa o ricorrere all'arma terribile del digiuno per
far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto, le vedeva gonfiar per la
Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava ancora su per le scale con
la cartella del disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello e, appena le
fu aperto, si slanciò nella sala da desinare, dove l'aspettavano il padre e la
madre, coi regali pel suo giorno natalizio.
In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il mazzo di fiori, l'anello, il libro
illustrato e il canestrino da lavoro, disposti sulla tavola apparecchiata, su cui
brillava un raggio di sole; poi, ringraziando e ridendo, abbracciò e baciò
con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si lasciò guardare.
Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli ondulati e i suoi grandi
occhi parevan più neri del solito, e il bel garofano rosso, contornato di
violette, che le usciva dall'abbottonatura del giubbetto bianco, non reggeva
al confronto della sua piccola bocca capricciosa e imperiosa.
Suo padre stette un minuto in adorazione davanti a lei; e i suoi occhi pieni
di tenerezza facevano un contrasto singolare coi minacciosi baffi grigi che
gli andavan dalla bocca alle orecchie. Sarebbe bastato uno sguardo a chi che
sia per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor Mazzi, dalla faccia di
vecchio soldato e dalle mani d'antico operaio, più temuto che amato dai
duecento cinquanta lavoratori della sua grande fabbrica d'ombrelli e di
bardature, una delle più fiorenti di Torino, non era che il servitore
umilissimo di quella ragazzina di dodici anni, in cui pareva che si fosse
affinato ancora il sangue signorile della mamma. Bella, figliuola unica,
delicata di salute: aveva tutto quello che ci voleva per far la tiranna. Una
lunga malattia sofferta da lei due anni innanzi, a cagion della quale, perduto
un anno, ripeteva l'ultimo corso elementare nelle scuole del Municipio,
aveva ancor rinsaldato il suo impero. A ogni sua nuova prepotenza giurava
bensì il signor Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando un'altra volta la
vedeva addolorarsi d'una ripulsa o ricorrere all'arma terribile del digiuno per
far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto, le vedeva gonfiar per la
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collera quel bel collo esile e bianco, come se fosse sul punto di schiattare,
ogni forza alla lotta gli mancava. Faceva ancora un'ultima mostra di
resistenza invocando il soccorso della signora Mazzi, che con la sua
mollezza di bionda grassa e linfatica gli consigliava di cedere per la pace, e
poi.... cedeva per la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo d'Alba
una fitta e intricata vegetazione di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro,
non aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà, nato in lei e mantenuto
vivo da una precoce e quasi maravigliosa intuizione delle miserie e dei
dolori del mondo che non conosceva.
Quando si credette ammirata abbastanza, disse:
— Papà, ti ho da domandare un favore.
Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio la cameriera ad annunziare che
il signor Boleri, avvocato criminale e radicale, brillante ed entrante, buon
amico di casa Mazzi, desiderava dir due parole al padrone.
Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina che, fra gli altri difetti,
aveva anche quello d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò all'uscio socchiuso
per ascoltare. Ma il dialogo non le arrivò all'orecchio che a frammenti.
Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo solito accento gioviale, il
Mazzi rispose con tutt'altro accento: — Mi rincresce, non posso.
— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai far scomparire il presidente
onorario della Fratellanza artigiana, a cui quel povero diavolo s'è
raccomandato. È un buon operaio, alla fin dei conti; ha lavorato per due
anni nella tua fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene.
Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle ragioni che la ragazza non
intese.
L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta sul serio: — Sta bene, — disse;
— ma pensa che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova; che chiedendoti
d'esser riammesso, fa ammenda del suo torto, se pure ti fece un torto, e che
ha famiglia.... e fame.
Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando. Doveva dare un esempio.
Avrebbe voluto dir di sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno voluto
lottare, — concluse, — lui e gli altri della combriccola, e hanno perso: tanto
ogni forza alla lotta gli mancava. Faceva ancora un'ultima mostra di
resistenza invocando il soccorso della signora Mazzi, che con la sua
mollezza di bionda grassa e linfatica gli consigliava di cedere per la pace, e
poi.... cedeva per la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo d'Alba
una fitta e intricata vegetazione di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro,
non aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà, nato in lei e mantenuto
vivo da una precoce e quasi maravigliosa intuizione delle miserie e dei
dolori del mondo che non conosceva.
Quando si credette ammirata abbastanza, disse:
— Papà, ti ho da domandare un favore.
Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio la cameriera ad annunziare che
il signor Boleri, avvocato criminale e radicale, brillante ed entrante, buon
amico di casa Mazzi, desiderava dir due parole al padrone.
Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina che, fra gli altri difetti,
aveva anche quello d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò all'uscio socchiuso
per ascoltare. Ma il dialogo non le arrivò all'orecchio che a frammenti.
Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo solito accento gioviale, il
Mazzi rispose con tutt'altro accento: — Mi rincresce, non posso.
— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai far scomparire il presidente
onorario della Fratellanza artigiana, a cui quel povero diavolo s'è
raccomandato. È un buon operaio, alla fin dei conti; ha lavorato per due
anni nella tua fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene.
Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle ragioni che la ragazza non
intese.
L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta sul serio: — Sta bene, — disse;
— ma pensa che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova; che chiedendoti
d'esser riammesso, fa ammenda del suo torto, se pure ti fece un torto, e che
ha famiglia.... e fame.
Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando. Doveva dare un esempio.
Avrebbe voluto dir di sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno voluto
lottare, — concluse, — lui e gli altri della combriccola, e hanno perso: tanto
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peggio per loro. È una guerra a oltranza che si combatte fra loro e noi. Io
non do tregua. Faccio come essi fanno: mi servo di tutte le armi che sono in
mia mano.
— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè il Boleri, — contro un
vinto, che ti chiede grazia.
— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi domani. È inutile che tu
insista. Ho deciso.
— È la tua ultima parola?
— Me ne dispiace per te, che hai preso la cosa a cuore. È l'ultima.
— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi per uscire, — ti credevo non
soltanto più pietoso, ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati questa,
e buon pro ti faccia. Darai alla bambina questo mazzetto. Tanti saluti.
*
Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare col viso rannuvolato e porse ad
Alba il mazzo di fiori.
— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi quell'operaio.
— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì subito di quella durezza, e
soggiunse benevolmente: — Parliamo d'altro, Albina mia. Avevi un favore
da domandarmi, m'hai detto?
— Era quello.
— Come, quello? — domandò il padre, stupito, fermandosi in mezzo alla
sala.
— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a poco a poco, continuando: — era
quello, appunto; Maria Cinzano, una mia compagna di scuola, figliuola di
quel tuo operaio; è lei che me n'ha parlato questa mattina; m'ha detto: —
verrà un avvocato da tuo padre, per raccomandar mio padre. Io mi
raccomando a te. Faglielo riprendere. È senza lavoro. Siamo nella miseria.
— E m'ha dato questo mazzettino per la mia festa, un garofano rosso. Io le
ho detto di sì. Mi puoi dir di no, tu, il giorno della mia festa?
non do tregua. Faccio come essi fanno: mi servo di tutte le armi che sono in
mia mano.
— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè il Boleri, — contro un
vinto, che ti chiede grazia.
— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi domani. È inutile che tu
insista. Ho deciso.
— È la tua ultima parola?
— Me ne dispiace per te, che hai preso la cosa a cuore. È l'ultima.
— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi per uscire, — ti credevo non
soltanto più pietoso, ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati questa,
e buon pro ti faccia. Darai alla bambina questo mazzetto. Tanti saluti.
*
Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare col viso rannuvolato e porse ad
Alba il mazzo di fiori.
— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi quell'operaio.
— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì subito di quella durezza, e
soggiunse benevolmente: — Parliamo d'altro, Albina mia. Avevi un favore
da domandarmi, m'hai detto?
— Era quello.
— Come, quello? — domandò il padre, stupito, fermandosi in mezzo alla
sala.
— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a poco a poco, continuando: — era
quello, appunto; Maria Cinzano, una mia compagna di scuola, figliuola di
quel tuo operaio; è lei che me n'ha parlato questa mattina; m'ha detto: —
verrà un avvocato da tuo padre, per raccomandar mio padre. Io mi
raccomando a te. Faglielo riprendere. È senza lavoro. Siamo nella miseria.
— E m'ha dato questo mazzettino per la mia festa, un garofano rosso. Io le
ho detto di sì. Mi puoi dir di no, tu, il giorno della mia festa?
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E gli saltò al collo.
Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise.
— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso serio, — perchè hai buon
cuore; non te ne faccio rimprovero. Ma non posso contentarti.
— Ma perchè?
— Il perchè non lo puoi capire.
— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti al signor Boleri. Ma non è un
buon perchè. E poi.... come ho da fare a andar a dire alla mia compagna che
m'hai detto di no? E oggi appunto ho da fare un componimento sopra un
signore caritatevole che salva dalla miseria una povera famiglia! In che
maniera ho da trovar le idee? Perchè sono nella miseria, hai da sapere. Ah!
ora capisco. È un mese che la vedo cambiata, è dimagrita, chi sa come
mangia; vive forse di pan nero; non studia più; viene a scuola con gli occhi
rossi. Ho da andarle a dire che tu vuoi che muoia di fame?
— Non voglio questo, — rispose burbero il padre. — Basta così, e
mettiamoci a tavola.
— Ebbene, — disse la ragazza, — se non mangia lei, non mangio io.
— Alba!... Ti castigo.
— Castigami!
Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto, voltandosi verso sua moglie
che stava seduta sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che questa
ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è mai vista un'audacia simile! — E
tornò a voltarsi verso la figliuola: — Ma che obblighi ho io verso un
briccone che mi piantò da un'ora all'altra, quando avevo bisogno di lui, e
che adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi offre un lavoro.... di cui
non so che fare? — Poi si voltò da capo alla moglie: — Figurati! Un
presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato, mi mette su una decina di
compagni.... fanno tutto il loro armeggio sott'acqua.... imbastiscono una
specie di Cooperativa.... Poi, un bel giorno, si licenziano, e con che arie!
Vanno a offrire i loro servizi ai miei clienti, brigano al Municipio, fanno
parlare i giornali.... In capo a un anno, si capisce, sono andati a gambe
Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise.
— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso serio, — perchè hai buon
cuore; non te ne faccio rimprovero. Ma non posso contentarti.
— Ma perchè?
— Il perchè non lo puoi capire.
— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti al signor Boleri. Ma non è un
buon perchè. E poi.... come ho da fare a andar a dire alla mia compagna che
m'hai detto di no? E oggi appunto ho da fare un componimento sopra un
signore caritatevole che salva dalla miseria una povera famiglia! In che
maniera ho da trovar le idee? Perchè sono nella miseria, hai da sapere. Ah!
ora capisco. È un mese che la vedo cambiata, è dimagrita, chi sa come
mangia; vive forse di pan nero; non studia più; viene a scuola con gli occhi
rossi. Ho da andarle a dire che tu vuoi che muoia di fame?
— Non voglio questo, — rispose burbero il padre. — Basta così, e
mettiamoci a tavola.
— Ebbene, — disse la ragazza, — se non mangia lei, non mangio io.
— Alba!... Ti castigo.
— Castigami!
Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto, voltandosi verso sua moglie
che stava seduta sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che questa
ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è mai vista un'audacia simile! — E
tornò a voltarsi verso la figliuola: — Ma che obblighi ho io verso un
briccone che mi piantò da un'ora all'altra, quando avevo bisogno di lui, e
che adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi offre un lavoro.... di cui
non so che fare? — Poi si voltò da capo alla moglie: — Figurati! Un
presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato, mi mette su una decina di
compagni.... fanno tutto il loro armeggio sott'acqua.... imbastiscono una
specie di Cooperativa.... Poi, un bel giorno, si licenziano, e con che arie!
Vanno a offrire i loro servizi ai miei clienti, brigano al Municipio, fanno
parlare i giornali.... In capo a un anno, si capisce, sono andati a gambe
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all'aria e ci han rimesso quel po' di fondi raggruzzolati non so come.... E io
dovrei riprendere il caporione! Per far piacere a quel gran protettore di tutti
i cialtroni disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E si voltò un'altra volta
verso la ragazza: — Tu non conosci gli operai, povera ingenua. Tu non sai
che razza di cani son tutti quanti.
— Sei stato operaio anche tu, — rispose la ragazza.
— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli altri; ma per questo li
conosco, e li tratto come si meritano.
— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti mica diventato ricco tu, se non
avessero lavorato per te.
Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere che m'hanno fatto una grazia.
Essi danno a me il loro lavoro; io do loro il mio danaro.
La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma essi te ne fanno
guadagnare molto più di quanto ne dai.
A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa dici? Chi t'ha insegnato a
metter fuori di queste ragioni? — E, dopo un momento di riflessione,
riprese con maggior collera: — Questa non è farina del tuo sacco.... È forse
la maestra che t'imbecca di codesta roba?... A questi lumi di luna, non ci
sarebbe da stupire.... Dimmi un po': ho indovinato?... Ah, bene! Andrò io a
dirle due parole all'orecchio, alla tua maestra.
— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza.
— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?... O mi dici chi è, o vo
dalla maestra domani mattina.
— L'ho letto.
— Dove l'hai letto?
— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando animo; — l'ho letto nei libretti
che hai tu, che hai portato tu a casa.
— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò il signor Mazzi,
fremente.
dovrei riprendere il caporione! Per far piacere a quel gran protettore di tutti
i cialtroni disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E si voltò un'altra volta
verso la ragazza: — Tu non conosci gli operai, povera ingenua. Tu non sai
che razza di cani son tutti quanti.
— Sei stato operaio anche tu, — rispose la ragazza.
— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli altri; ma per questo li
conosco, e li tratto come si meritano.
— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti mica diventato ricco tu, se non
avessero lavorato per te.
Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere che m'hanno fatto una grazia.
Essi danno a me il loro lavoro; io do loro il mio danaro.
La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma essi te ne fanno
guadagnare molto più di quanto ne dai.
A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa dici? Chi t'ha insegnato a
metter fuori di queste ragioni? — E, dopo un momento di riflessione,
riprese con maggior collera: — Questa non è farina del tuo sacco.... È forse
la maestra che t'imbecca di codesta roba?... A questi lumi di luna, non ci
sarebbe da stupire.... Dimmi un po': ho indovinato?... Ah, bene! Andrò io a
dirle due parole all'orecchio, alla tua maestra.
— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza.
— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?... O mi dici chi è, o vo
dalla maestra domani mattina.
— L'ho letto.
— Dove l'hai letto?
— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando animo; — l'ho letto nei libretti
che hai tu, che hai portato tu a casa.
— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò il signor Mazzi,
fremente.
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Ed entrò a passi concitati nella stanza accanto, seguitato dalla figliuola, la
quale, senza ombra di timore, andò difilata a una libreria, si chinò e tirò
fuori dallo scaffale più basso, di sotto a un grande album di disegni di
macchine, e porse al padre alcuni opuscoletti impolverati. Erano il
Catechismo dell'operaio, I diritti del lavoro, Riflessioni d'un disoccupato,
che il signor Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di mano a certi giovani
operai della sua fabbrica. Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto
come roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità, li aveva scovati e
sfogliati.
Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche a te si doveva attaccare
questa infezione! — gridò, — non ci mancava altro! — E fece a pezzi gli
opuscoli e li buttò a pedate in un angolo della stanza. — Ed ora, —
soggiunse, agitando l'indice della destra, — non più una parola al proposito,
nè ora nè mai! Siamo intesi, o saran cose serie. A tavola, signorina.
*
Sedettero a tavola. La figliuola quasi non mangiò. Il padre, risoluto a tener
duro, finse di non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse fermo una
volta se non voleva diventare addirittura lo strofinacciolo di quella monella.
E non disse parola. Ma via via che il desinare procedeva ed egli la vedeva
ostinata a non mangiare, nonostante le placide esortazioni di sua madre, gli
andava succedendo nell'animo allo sdegno il dolore. Vedete un po'! Una
giornata ch'egli si era immaginata così allegra! Gli altri anni, in quel giorno,
soleva riandare a tavola la breve storia della sua figliuola, rammentare le
sue amabili bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i suoi motti più arguti, i
primi piccoli trionfi della sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan fatto
palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre stato una festa per lui. Ed
ora, doveva vederla digiunare, imbronciata e triste, e ingozzare egli stesso
un pane avvelenato, col cuore gonfio di dispetto. E la guardava di sfuggita,
quasi timidamente, perchè conosceva la sua caparbietà, e sapeva che era
capace, per un punto, di stare a pane asciutto una settimana, facendogli
soffrir le pene dell'inferno e rischiando di buscarsi una malattia. E tutto
questo per la bella faccia di quel mascalzone di trinciapelli che gli aveva già
dato tanti altri fastidi! Poter del mondo! Al pensare che pel fatto di costui
quale, senza ombra di timore, andò difilata a una libreria, si chinò e tirò
fuori dallo scaffale più basso, di sotto a un grande album di disegni di
macchine, e porse al padre alcuni opuscoletti impolverati. Erano il
Catechismo dell'operaio, I diritti del lavoro, Riflessioni d'un disoccupato,
che il signor Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di mano a certi giovani
operai della sua fabbrica. Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto
come roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità, li aveva scovati e
sfogliati.
Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche a te si doveva attaccare
questa infezione! — gridò, — non ci mancava altro! — E fece a pezzi gli
opuscoli e li buttò a pedate in un angolo della stanza. — Ed ora, —
soggiunse, agitando l'indice della destra, — non più una parola al proposito,
nè ora nè mai! Siamo intesi, o saran cose serie. A tavola, signorina.
*
Sedettero a tavola. La figliuola quasi non mangiò. Il padre, risoluto a tener
duro, finse di non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse fermo una
volta se non voleva diventare addirittura lo strofinacciolo di quella monella.
E non disse parola. Ma via via che il desinare procedeva ed egli la vedeva
ostinata a non mangiare, nonostante le placide esortazioni di sua madre, gli
andava succedendo nell'animo allo sdegno il dolore. Vedete un po'! Una
giornata ch'egli si era immaginata così allegra! Gli altri anni, in quel giorno,
soleva riandare a tavola la breve storia della sua figliuola, rammentare le
sue amabili bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i suoi motti più arguti, i
primi piccoli trionfi della sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan fatto
palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre stato una festa per lui. Ed
ora, doveva vederla digiunare, imbronciata e triste, e ingozzare egli stesso
un pane avvelenato, col cuore gonfio di dispetto. E la guardava di sfuggita,
quasi timidamente, perchè conosceva la sua caparbietà, e sapeva che era
capace, per un punto, di stare a pane asciutto una settimana, facendogli
soffrir le pene dell'inferno e rischiando di buscarsi una malattia. E tutto
questo per la bella faccia di quel mascalzone di trinciapelli che gli aveva già
dato tanti altri fastidi! Poter del mondo! Al pensare che pel fatto di costui
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essa gli faceva una tal scena, al ricordar le ragionacce che aveva pescate in
quegli scellerati libricciattoli per gettargliele in viso con quella petulanza,
egli non sentiva più alcuna pietà, e si raffermava con tutte le forze nella sua
risoluzione, e fissava gli occhi su quel visetto pallido, contornato di capelli
neri, quasi in atto di sfida, come per esercitarsi alla resistenza in cui avrebbe
dovuto persistere per qualche giorno, per restaurare la sua autorità paterna
in rovina.
*
Il desinare finì com'era cominciato, tristamente. Finito appena, il signor
Mazzi uscì a passi risonanti, e la ragazza che, essendo giovedì, non aveva
scuola dopo mezzogiorno, rimase a casa a far con mille stenti il suo
esercizio di composizione sull'argomento della famiglia indigente e del
ricco benefico. La sera, la cena non fu più gaia del desinare. La signorina
mangiò appena una foglia di lattuga e un bocconcino di pane, che finse
d'inghiottire a gran fatica, e rimase muta e cocciuta. A un certo punto, però,
il padre perdè la pazienza, e l'attaccò con la signora: — Ma scotiti dunque!
Come puoi tollerare...? Non hai nulla da dire a un'impertinente che digiuna
apposta per torturare suo padre?
— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la signora. — Sai pure che con
questa benedetta creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E poi....
insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala una volta, e che sia finita. È
la più spiccia, mi pare.
Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa! Un bel sistema
d'educazione! La madre che ha anche meno giudizio della figliuola! Ma non
capisci che se ripigliassi quello dovrei ripigliare gli altri, e che sarebbe un
disdoro in faccia a tutti, un atto di debolezza che mi toglierebbe ogni
autorità nella fabbrica! Ma è possibile che tu non intenda mai nulla di
queste cose?... Son io, dunque, che ho il torto!... Ah, che belle consolazioni
mi dà la famiglia!
E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò nella sua stanza, dove sedette,
al buio, e restò a masticar la sua rabbia; con l'orecchio teso, però,
aspettando di sentire da un momento all'altro il passo della figliuola. Voleva
quegli scellerati libricciattoli per gettargliele in viso con quella petulanza,
egli non sentiva più alcuna pietà, e si raffermava con tutte le forze nella sua
risoluzione, e fissava gli occhi su quel visetto pallido, contornato di capelli
neri, quasi in atto di sfida, come per esercitarsi alla resistenza in cui avrebbe
dovuto persistere per qualche giorno, per restaurare la sua autorità paterna
in rovina.
*
Il desinare finì com'era cominciato, tristamente. Finito appena, il signor
Mazzi uscì a passi risonanti, e la ragazza che, essendo giovedì, non aveva
scuola dopo mezzogiorno, rimase a casa a far con mille stenti il suo
esercizio di composizione sull'argomento della famiglia indigente e del
ricco benefico. La sera, la cena non fu più gaia del desinare. La signorina
mangiò appena una foglia di lattuga e un bocconcino di pane, che finse
d'inghiottire a gran fatica, e rimase muta e cocciuta. A un certo punto, però,
il padre perdè la pazienza, e l'attaccò con la signora: — Ma scotiti dunque!
Come puoi tollerare...? Non hai nulla da dire a un'impertinente che digiuna
apposta per torturare suo padre?
— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la signora. — Sai pure che con
questa benedetta creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E poi....
insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala una volta, e che sia finita. È
la più spiccia, mi pare.
Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa! Un bel sistema
d'educazione! La madre che ha anche meno giudizio della figliuola! Ma non
capisci che se ripigliassi quello dovrei ripigliare gli altri, e che sarebbe un
disdoro in faccia a tutti, un atto di debolezza che mi toglierebbe ogni
autorità nella fabbrica! Ma è possibile che tu non intenda mai nulla di
queste cose?... Son io, dunque, che ho il torto!... Ah, che belle consolazioni
mi dà la famiglia!
E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò nella sua stanza, dove sedette,
al buio, e restò a masticar la sua rabbia; con l'orecchio teso, però,
aspettando di sentire da un momento all'altro il passo della figliuola. Voleva
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un po' vedere se non sarebbe venuta, come tutte le sere, a dargli la buona
notte. E, in fondo, egli sperava che in quel momento, che è quello della
tenerezza, quando tutto s'accomoda fra padre e figliuoli, ella avrebbe
domandato perdono. Trascorsa mezz'ora, infatti, udì il suo passo
nell'oscurità, e si drizzò sul busto, come per mettersi sulle difese, e non
perdonare alla prima. Ma perdette un poco della sua forza sentendo che il
passo, invece che incerto e timido come sperava, era risoluto. Quando si
vide davanti l'ombra graziosa della sua figliuola, spiccante nel chiarore
crepuscolare della finestra, fu sul punto di afferrarla e di serrarsela al petto.
Ma si rattenne.
Essa disse con voce fredda: — Buona notte, papà.
— Non hai altro da dirmi? — domandò il padre.
La ragazza titubò un momento; poi rispose:
— Riprendi il Cinzano.
— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando in piedi. — Ah, questo è
troppo!... No! Hai inteso? No, mai! mai al mondo, se anche tu digiunassi
per un mese!... Va a letto.
La ragazza se n'andò, senza rispondere, a passi di ribelle.
*
Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per la casa, il signor Mazzi si
soffermò, col lume in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba, e pose
l'orecchio al buco della serratura. Sentì il suo respiro regolare: dormiva.
Nondimeno dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio pian piano e,
mettendo una mano davanti alla fiammella della candela, entrò in punta di
piedi. La ragazza stava supina sul letto, con tutto il busto coperto. Non gli
era mai parsa così bella e così gentile. Ma sul suo viso assopito era ancora
dipinta la tristezza; il suo labbro inferiore sporgeva un poco,
nell'atteggiamento della bocca dei bambini, quando si lagnano d'un torto e
son lì per piangere; il suo respiro gli parve affannoso. E a un tratto egli
rabbrividì, osservando che aveva le braccia incrociate sul petto, come una
morta. Alla sua immaginazione eccitata sembrò che quel nasino si fosse
notte. E, in fondo, egli sperava che in quel momento, che è quello della
tenerezza, quando tutto s'accomoda fra padre e figliuoli, ella avrebbe
domandato perdono. Trascorsa mezz'ora, infatti, udì il suo passo
nell'oscurità, e si drizzò sul busto, come per mettersi sulle difese, e non
perdonare alla prima. Ma perdette un poco della sua forza sentendo che il
passo, invece che incerto e timido come sperava, era risoluto. Quando si
vide davanti l'ombra graziosa della sua figliuola, spiccante nel chiarore
crepuscolare della finestra, fu sul punto di afferrarla e di serrarsela al petto.
Ma si rattenne.
Essa disse con voce fredda: — Buona notte, papà.
— Non hai altro da dirmi? — domandò il padre.
La ragazza titubò un momento; poi rispose:
— Riprendi il Cinzano.
— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando in piedi. — Ah, questo è
troppo!... No! Hai inteso? No, mai! mai al mondo, se anche tu digiunassi
per un mese!... Va a letto.
La ragazza se n'andò, senza rispondere, a passi di ribelle.
*
Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per la casa, il signor Mazzi si
soffermò, col lume in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba, e pose
l'orecchio al buco della serratura. Sentì il suo respiro regolare: dormiva.
Nondimeno dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio pian piano e,
mettendo una mano davanti alla fiammella della candela, entrò in punta di
piedi. La ragazza stava supina sul letto, con tutto il busto coperto. Non gli
era mai parsa così bella e così gentile. Ma sul suo viso assopito era ancora
dipinta la tristezza; il suo labbro inferiore sporgeva un poco,
nell'atteggiamento della bocca dei bambini, quando si lagnano d'un torto e
son lì per piangere; il suo respiro gli parve affannoso. E a un tratto egli
rabbrividì, osservando che aveva le braccia incrociate sul petto, come una
morta. Alla sua immaginazione eccitata sembrò che quel nasino si fosse
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assottigliato, che quel viso fosse già dimagrito, da mezzogiorno in poi.
Ansioso, le prese delicatamente le mani, per disgiungerle, che non le
facessero pressione sul cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto,
vedendo fra le sue dita una macchia rossa, che pareva di sangue. Guardò
meglio e riconobbe il garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase
pensieroso. Povera Alba! Si teneva il fiore dell'amica sul cuore. Era pure
affettuosa e buona! E gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza che,
pure in quel momento, dormiva forse anche essa col respiro affannoso,
agitata in sogno da una dolce speranza o da un presentimento sinistro. Ma si
ribellò subito alla pietà che stava per vincerlo e gli prese un nuovo senso di
sdegno al pensare che quei bricconi avevano scaltramente abusato della
bontà della sua figliuola per giungere al loro fine, e turbata la pace della sua
casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma essa pure.... aver di quelle idee,
alla sua età, nella sua condizione! Infetta di socialismo.... la sua creatura! E
pensò di levarle quel fiore contagioso dalle mani per rimetterlo nel bicchier
d'acqua ch'era sul tavolino da notte. Ma un senso di delicatezza lo rattenne.
E dopo averla guardata affettuosamente un altro po', usci adagio adagio, e
se n'andò a dormire...; ma vedendosi ancora dinanzi la bambina
addormentata, con quella macchietta rossa sul petto, che pareva una ferita al
cuore.
*
La mattina dopo egli non andò, come di solito, a darle il buon giorno a letto.
Alba ne fu afflitta, perchè sperava che col bacio mattutino egli le avrebbe
portato il consenso desiderato. E si levò col fermo proponimento di
proseguire la lotta. Andò nella sala da desinare, dove l'aspettava il caffè e
latte, mise sulla tavola, come un'insegna di guerra, il bicchiere d'acqua col
garofano rosso, sedette davanti alla tazza fumante, fece in là il pane con la
mano, e stette aspettando che s'affacciasse all'uscio suo padre per fargli
vedere che persisteva nel digiuno provocatore. Suo padre s'affacciò, in fatti;
e data un'occhiata obliqua al pane intatto, corrugò la fronte e richiuse
l'uscio. Allora Alba sbattè il cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma
sperava ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine di cogliere ogni mattina
un fiore dai vasi del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello del soprabito
perchè uscisse con un suo ricordo. Sarebbe uscito, quella mattina, senza il
Ansioso, le prese delicatamente le mani, per disgiungerle, che non le
facessero pressione sul cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto,
vedendo fra le sue dita una macchia rossa, che pareva di sangue. Guardò
meglio e riconobbe il garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase
pensieroso. Povera Alba! Si teneva il fiore dell'amica sul cuore. Era pure
affettuosa e buona! E gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza che,
pure in quel momento, dormiva forse anche essa col respiro affannoso,
agitata in sogno da una dolce speranza o da un presentimento sinistro. Ma si
ribellò subito alla pietà che stava per vincerlo e gli prese un nuovo senso di
sdegno al pensare che quei bricconi avevano scaltramente abusato della
bontà della sua figliuola per giungere al loro fine, e turbata la pace della sua
casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma essa pure.... aver di quelle idee,
alla sua età, nella sua condizione! Infetta di socialismo.... la sua creatura! E
pensò di levarle quel fiore contagioso dalle mani per rimetterlo nel bicchier
d'acqua ch'era sul tavolino da notte. Ma un senso di delicatezza lo rattenne.
E dopo averla guardata affettuosamente un altro po', usci adagio adagio, e
se n'andò a dormire...; ma vedendosi ancora dinanzi la bambina
addormentata, con quella macchietta rossa sul petto, che pareva una ferita al
cuore.
*
La mattina dopo egli non andò, come di solito, a darle il buon giorno a letto.
Alba ne fu afflitta, perchè sperava che col bacio mattutino egli le avrebbe
portato il consenso desiderato. E si levò col fermo proponimento di
proseguire la lotta. Andò nella sala da desinare, dove l'aspettava il caffè e
latte, mise sulla tavola, come un'insegna di guerra, il bicchiere d'acqua col
garofano rosso, sedette davanti alla tazza fumante, fece in là il pane con la
mano, e stette aspettando che s'affacciasse all'uscio suo padre per fargli
vedere che persisteva nel digiuno provocatore. Suo padre s'affacciò, in fatti;
e data un'occhiata obliqua al pane intatto, corrugò la fronte e richiuse
l'uscio. Allora Alba sbattè il cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma
sperava ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine di cogliere ogni mattina
un fiore dai vasi del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello del soprabito
perchè uscisse con un suo ricordo. Sarebbe uscito, quella mattina, senza il
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fiore?... Pareva di sì, pur troppo, perchè l'ora della scuola s'avvicinava ed
egli non ricompariva. Infine, si dovette risolvere ad andare a prendere i libri
nella sua camera. Suo padre ne uscì mentr'essa v'entrava. Era forse andato,
come altre volte, a legger di nascosto il suo componimento italiano. Le
parve un buon segno. Tossì. Ma quegli non rispose. Oh! come si sarebbe
piegata a supplicarlo con le più dolci parole per non dover andare alla
scuola con la vergogna di quel no sulla fronte! Ma conosceva addentro suo
padre, la machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo certo di spuntarla
con lui non era quello di deporre le armi e di chinare la testa. E non si
mosse. Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto, con un'ultima
speranza.... Ahimè! Il passo paterno s'allontanò, l'uscio di casa s'aperse e si
richiuse, e la sua ultima speranza si spense.
*
S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera, col cuore pieno di
tristezza e di confusione, rallentando il passo e soffermandosi a ogni tratto
per giunger tardi, quando tutte le sue compagne fossero già nei banchi e
Maria Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E diceva tra sè,
amaramente: — O non sa ancor nulla, e mi verrà incontro piena di speranza,
col viso buono e sorridente, e allora con che cuore le darò la triste notizia?
O le han già dato la notizia, e la vedrò più pallida del solito, scoraggiata,
con gli occhi pieni di lacrime, e come potrò reggere a quella vista? — Ma la
ragazza non le si presentò nè con l'uno nè con l'altro di quei due aspetti.
Entrando nella scuola, nel punto che v'entrava la maestra, essa la vide
seduta al suo posto, nel primo banco, e incontrò subito i suoi occhi, che
l'aspettavano. Come le trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo, sarcastico,
quasi feroce, che quella le vibrò di sotto in su, mordendo l'asticciuola della
penna! Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso bieco d'una nemica,
la dichiarazione d'una guerra sorda e implacabile, che non le avrebbe
lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per sentimento d'alterezza, si
fece forza, e dovendo passar davanti alla compagna per andare al suo
banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore. Fu peggio per lei. Maria
Cinzano, quand'essa le passò accanto, ebbe il tempo di dirle all'orecchio,
con voce soffocata e fischiante: — Tuo padre non ha cuore.
egli non ricompariva. Infine, si dovette risolvere ad andare a prendere i libri
nella sua camera. Suo padre ne uscì mentr'essa v'entrava. Era forse andato,
come altre volte, a legger di nascosto il suo componimento italiano. Le
parve un buon segno. Tossì. Ma quegli non rispose. Oh! come si sarebbe
piegata a supplicarlo con le più dolci parole per non dover andare alla
scuola con la vergogna di quel no sulla fronte! Ma conosceva addentro suo
padre, la machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo certo di spuntarla
con lui non era quello di deporre le armi e di chinare la testa. E non si
mosse. Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto, con un'ultima
speranza.... Ahimè! Il passo paterno s'allontanò, l'uscio di casa s'aperse e si
richiuse, e la sua ultima speranza si spense.
*
S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera, col cuore pieno di
tristezza e di confusione, rallentando il passo e soffermandosi a ogni tratto
per giunger tardi, quando tutte le sue compagne fossero già nei banchi e
Maria Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E diceva tra sè,
amaramente: — O non sa ancor nulla, e mi verrà incontro piena di speranza,
col viso buono e sorridente, e allora con che cuore le darò la triste notizia?
O le han già dato la notizia, e la vedrò più pallida del solito, scoraggiata,
con gli occhi pieni di lacrime, e come potrò reggere a quella vista? — Ma la
ragazza non le si presentò nè con l'uno nè con l'altro di quei due aspetti.
Entrando nella scuola, nel punto che v'entrava la maestra, essa la vide
seduta al suo posto, nel primo banco, e incontrò subito i suoi occhi, che
l'aspettavano. Come le trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo, sarcastico,
quasi feroce, che quella le vibrò di sotto in su, mordendo l'asticciuola della
penna! Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso bieco d'una nemica,
la dichiarazione d'una guerra sorda e implacabile, che non le avrebbe
lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per sentimento d'alterezza, si
fece forza, e dovendo passar davanti alla compagna per andare al suo
banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore. Fu peggio per lei. Maria
Cinzano, quand'essa le passò accanto, ebbe il tempo di dirle all'orecchio,
con voce soffocata e fischiante: — Tuo padre non ha cuore.
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Alba sentì come un colpo di stile che le forasse la tempia, e andò ai posto a
passi ineguali, smorta, con gli occhi offuscati come da una nebbia. La
maestra incominciò la lezione; ma essa non sentì. Le risonavano di continuo
all'orecchio, come un fischio mordente, ripetuto mille volte, quelle terribili
parole. Provava un sentimento di pietà amara per suo padre, un misto di
avvilimento e di rabbia, e una tristezza profonda. Lanciava ogni tanto uno
sguardo alla sua nemica, che le voltava la schiena, curva sul banco, e
sentiva a vicenda un violento bisogno di vendicarsi e una viva e triste pietà
alla vista di quelle spalle ossute e di quel collo sottile, che la facevan
pensare alle privazioni e agli stenti a cui il padre suo la condannava. E si
stringeva il capo fra le mani e faceva un grande sforzo per non dare in uno
scoppio di pianto.
La maestra, — una buona madre di famiglia, che, di nascosto, mentre
faceva lezione, rimendava i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò, a
traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso mutato della ragazza, e per
distrarla dalla tristezza, senza domandargliene la cagione, la chiamò a
leggere il componimento sul quaderno, come solevan far tutte, accanto al
proprio tavolino, mentre essa seguiva la lettura sulla bella copia.
Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco, dove la maestra
troneggiava. Le mancaron quasi le forze quando si trovò là, sola, in faccia
alla scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era un nuovo e peggior
supplizio per lei il dover leggere ad alta voce, a un passo dal primo banco,
quasi sul viso di Maria Cinzano, quel componimento malaugurato, in cui si
decantava un signore benefico, che con un atto generoso e delicato salvava
dalla disperazione una famiglia povera ad era colmato di grazie e di
benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò a leggere con voce fioca e
con gli occhi velati, come avrebbe letto un atto d'accusa contro di sè e
contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva lo sguardo iroso della sua
compagna confitto nel suo viso, sentiva che a ciascuna delle sue frasi sulla
carità e sulla gentilezza del signore immaginario, guizzava un sorriso di
scherno su quella bocca a cui suo padre rifiutava il pane. A un certo punto,
forzata da non so qual curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento dalla
lettura, e vide quello sguardo, vide quel sorriso. La voce le si spense, le salì
al viso un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le dita. Si vinse,
nondimeno, e riprese a leggere col viso sempre più pallido, con la voce
passi ineguali, smorta, con gli occhi offuscati come da una nebbia. La
maestra incominciò la lezione; ma essa non sentì. Le risonavano di continuo
all'orecchio, come un fischio mordente, ripetuto mille volte, quelle terribili
parole. Provava un sentimento di pietà amara per suo padre, un misto di
avvilimento e di rabbia, e una tristezza profonda. Lanciava ogni tanto uno
sguardo alla sua nemica, che le voltava la schiena, curva sul banco, e
sentiva a vicenda un violento bisogno di vendicarsi e una viva e triste pietà
alla vista di quelle spalle ossute e di quel collo sottile, che la facevan
pensare alle privazioni e agli stenti a cui il padre suo la condannava. E si
stringeva il capo fra le mani e faceva un grande sforzo per non dare in uno
scoppio di pianto.
La maestra, — una buona madre di famiglia, che, di nascosto, mentre
faceva lezione, rimendava i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò, a
traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso mutato della ragazza, e per
distrarla dalla tristezza, senza domandargliene la cagione, la chiamò a
leggere il componimento sul quaderno, come solevan far tutte, accanto al
proprio tavolino, mentre essa seguiva la lettura sulla bella copia.
Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco, dove la maestra
troneggiava. Le mancaron quasi le forze quando si trovò là, sola, in faccia
alla scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era un nuovo e peggior
supplizio per lei il dover leggere ad alta voce, a un passo dal primo banco,
quasi sul viso di Maria Cinzano, quel componimento malaugurato, in cui si
decantava un signore benefico, che con un atto generoso e delicato salvava
dalla disperazione una famiglia povera ad era colmato di grazie e di
benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò a leggere con voce fioca e
con gli occhi velati, come avrebbe letto un atto d'accusa contro di sè e
contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva lo sguardo iroso della sua
compagna confitto nel suo viso, sentiva che a ciascuna delle sue frasi sulla
carità e sulla gentilezza del signore immaginario, guizzava un sorriso di
scherno su quella bocca a cui suo padre rifiutava il pane. A un certo punto,
forzata da non so qual curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento dalla
lettura, e vide quello sguardo, vide quel sorriso. La voce le si spense, le salì
al viso un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le dita. Si vinse,
nondimeno, e riprese a leggere col viso sempre più pallido, con la voce
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sempre più fioca. Ma, ad un tratto, quando voltò la pagina per leggere le
ultime righe, i suoi occhi si fissarono, dilatati, sulla facciata di destra, dove
non c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di inaspettato, che
risplendesse.
— Vada avanti, — disse la maestra.
Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono, il suo viso s'accese, il
suo petto si gonfiò. All'improvviso, con un atto impetuoso strappò il foglio
dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano, che, stupita, lo afferrò per aria e lo
fermò sul banco. La maestra, maravigliata, stette a vedere. Quella lesse, e
rimase un momento come trasognata; poi pose un braccio a traverso il
foglio, chinò la fronte sul braccio, e si mise a piangere. Allora Alba saltò giù
dal palco e baciò la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio intorno
al collo e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami.
Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — Dirai a Maria
Cinzano che suo padre può ritornare alla fabbrica e che sarà il benvenuto.
*
Palpitando di gioia e di gratitudine, appena finita la scuola, Alba divorò la
strada di casa sua, facendo trafelare la cameriera che la seguiva. Per poco
non strappò il cordone del campanello, entrò nella sala da desinare come un
colpo di vento, si gettò d'un salto sul petto di suo padre, e gli coperse il viso
di baci, senza parlare, con una foga che gli mozzò il fiato e gli fece brillar
due lacrime negli occhi. Dopo l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale
dell'avvocato Boleri, con cui il signor Mazzi, che aveva anticipato il pranzo,
stava per uscire.
— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma non credere che
siano le tue scenate d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E la
madre, con la sua dolcezza flemmatica, soggiunse sorridendo: — È stato il
mazzetto che t'ha visto fra le mani, mentre dormivi.
— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò la ragazza, battendo le
mani.
— Come, una buona idea? — domandò il padre meravigliato.
ultime righe, i suoi occhi si fissarono, dilatati, sulla facciata di destra, dove
non c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di inaspettato, che
risplendesse.
— Vada avanti, — disse la maestra.
Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono, il suo viso s'accese, il
suo petto si gonfiò. All'improvviso, con un atto impetuoso strappò il foglio
dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano, che, stupita, lo afferrò per aria e lo
fermò sul banco. La maestra, maravigliata, stette a vedere. Quella lesse, e
rimase un momento come trasognata; poi pose un braccio a traverso il
foglio, chinò la fronte sul braccio, e si mise a piangere. Allora Alba saltò giù
dal palco e baciò la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio intorno
al collo e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami.
Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — Dirai a Maria
Cinzano che suo padre può ritornare alla fabbrica e che sarà il benvenuto.
*
Palpitando di gioia e di gratitudine, appena finita la scuola, Alba divorò la
strada di casa sua, facendo trafelare la cameriera che la seguiva. Per poco
non strappò il cordone del campanello, entrò nella sala da desinare come un
colpo di vento, si gettò d'un salto sul petto di suo padre, e gli coperse il viso
di baci, senza parlare, con una foga che gli mozzò il fiato e gli fece brillar
due lacrime negli occhi. Dopo l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale
dell'avvocato Boleri, con cui il signor Mazzi, che aveva anticipato il pranzo,
stava per uscire.
— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma non credere che
siano le tue scenate d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E la
madre, con la sua dolcezza flemmatica, soggiunse sorridendo: — È stato il
mazzetto che t'ha visto fra le mani, mentre dormivi.
— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò la ragazza, battendo le
mani.
— Come, una buona idea? — domandò il padre meravigliato.
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— Ma sì! — rispose Alba, con un sorriso fine; — l'idea del mazzetto. Io
sentii che ronzavi attorno all'uscio; sapevo bene che avresti finito con
entrare. Adora presi il mazzetto di Maria Cinzano e finsi di dormire. Pensai:
Papà è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul cuore s'intenerirà.... e
farà quello che voglio.
L'avvocato Boleri diede in una risata.
Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah! questo è male! È stata
una finzione! Questo mi amareggia tutto il piacere!
— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non hai tu detto che volevi
combatter gli operai con qualunque arma? La tua figliuola ha messo in
pratica il tuo principio, per il suo fine.
— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli le braccia, — non mi far quel
viso, poichè sei stato così buono. Ora tu sei in collera e io non voglio. — E
slanciatasi in un canto della sala, prese dal bicchiere il garofano dell'amica,
glielo infilò nell'occhiello e gli disse: — Va alla fabbrica di buon umore. Ci
troverai il Cinzano. Trattalo bene come hai promesso sul quaderno; pensa
che hai sul cuore il fiore della sua figliuola.
Il padre la guardò un momento, e poi le diede un bacio sulla fronte.
Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a denti stretti, la sua frase solita:
— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che la vince.
— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è la prima! Voglio
dire che è la prima di una nuova serie di vittorie.... come la tua figliuola è
forse la prima di una nuova generazione di signorine. Tutte le grandi lotte
sociali, caro mio, cominciano in scaramucce tra padri e figliuoli. La
famiglia è il primo laboratorio d'ogni idea nuova. Che ci vuoi fare? Tu credi
che la tua figliuola sia soltanto più buona di te; è invece anche più giusta, e
vede più lontano. Tu sei il secolo decimono; lei è il ventesimo; l'un contro
l'altro armato. E poi, si chiama Alba. Le hai dato un nome profetico, caro
mio. Preparati alla lotta, e confortati pensando che in mille altre famiglie
come la tua seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè, in questa lotta,
non saranno i vecchi quelli che vinceranno.
sentii che ronzavi attorno all'uscio; sapevo bene che avresti finito con
entrare. Adora presi il mazzetto di Maria Cinzano e finsi di dormire. Pensai:
Papà è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul cuore s'intenerirà.... e
farà quello che voglio.
L'avvocato Boleri diede in una risata.
Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah! questo è male! È stata
una finzione! Questo mi amareggia tutto il piacere!
— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non hai tu detto che volevi
combatter gli operai con qualunque arma? La tua figliuola ha messo in
pratica il tuo principio, per il suo fine.
— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli le braccia, — non mi far quel
viso, poichè sei stato così buono. Ora tu sei in collera e io non voglio. — E
slanciatasi in un canto della sala, prese dal bicchiere il garofano dell'amica,
glielo infilò nell'occhiello e gli disse: — Va alla fabbrica di buon umore. Ci
troverai il Cinzano. Trattalo bene come hai promesso sul quaderno; pensa
che hai sul cuore il fiore della sua figliuola.
Il padre la guardò un momento, e poi le diede un bacio sulla fronte.
Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a denti stretti, la sua frase solita:
— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che la vince.
— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è la prima! Voglio
dire che è la prima di una nuova serie di vittorie.... come la tua figliuola è
forse la prima di una nuova generazione di signorine. Tutte le grandi lotte
sociali, caro mio, cominciano in scaramucce tra padri e figliuoli. La
famiglia è il primo laboratorio d'ogni idea nuova. Che ci vuoi fare? Tu credi
che la tua figliuola sia soltanto più buona di te; è invece anche più giusta, e
vede più lontano. Tu sei il secolo decimono; lei è il ventesimo; l'un contro
l'altro armato. E poi, si chiama Alba. Le hai dato un nome profetico, caro
mio. Preparati alla lotta, e confortati pensando che in mille altre famiglie
come la tua seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè, in questa lotta,
non saranno i vecchi quelli che vinceranno.
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— Sciocchezze! — ribattè il Mazzi, aggrottando le sopracciglia, e, come
per distrazione, fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello.
— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli la mano, — non sarebbe
gentile.... E poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane socialista.
Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, e ritenne il fiore.
per distrazione, fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello.
— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli la mano, — non sarebbe
gentile.... E poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane socialista.
Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, e ritenne il fiore.
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ADOLESCENTI
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SUI BANCHI DEL GINNASIO
(Frammento).
· · · · · · · · · · · · · · · ·
Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, tutto tappezzato di carte
geografiche e d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo in mezzo a
due lunghissime file di cappotti appesi alle pareti, che davano al ginnasio
l'aspetto d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio secondo il suo solito, come se
portasse in corpo tutta la scienza che s'era insegnata da vent'anni nelle
stanze affidate alla sua scopa.
A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di sè, si voltò in tronco, e fece
un saluto dignitoso al professore Carati che andava alla sua classe.
Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno spintone i battenti, e in
quattro passi impetuosi, come se pigliasse la rincorsa per un salto, salì sulla
cattedra.
La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da due finestroni, tutta bianca e
nuda, fuorchè dalla parte della cattedra, dove pendevano alla parete un
crocifisso e il ritratto del re, tra una grande lavagna e un planisferio, — era
occupata da dieci banchi neri, divisi da una corsia, tutti pieni di alunni. In
un banco a sinistra del professore c'erano quattro ragazze. Nei due
penultimi spiccavano le uniformi orlate di rosso e luccicanti di bottoni
metallici di dieci convittori del Vittorio Emanuele. Erano in tutto una
cinquantina di scolari, cento occhi vivi, ridenti, petulanti, curiosi, paurosi,
fissi negli occhi d'un solo.
Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali un par di pupille
piccolissime e nerissime, che, quando le fissava in faccia a qualcuno, gli
faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e freddo come un succhiello.
Quella mattina aveva l'occhio sinistro ammaccato da un librone cadutogli
(Frammento).
· · · · · · · · · · · · · · · ·
Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, tutto tappezzato di carte
geografiche e d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo in mezzo a
due lunghissime file di cappotti appesi alle pareti, che davano al ginnasio
l'aspetto d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio secondo il suo solito, come se
portasse in corpo tutta la scienza che s'era insegnata da vent'anni nelle
stanze affidate alla sua scopa.
A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di sè, si voltò in tronco, e fece
un saluto dignitoso al professore Carati che andava alla sua classe.
Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno spintone i battenti, e in
quattro passi impetuosi, come se pigliasse la rincorsa per un salto, salì sulla
cattedra.
La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da due finestroni, tutta bianca e
nuda, fuorchè dalla parte della cattedra, dove pendevano alla parete un
crocifisso e il ritratto del re, tra una grande lavagna e un planisferio, — era
occupata da dieci banchi neri, divisi da una corsia, tutti pieni di alunni. In
un banco a sinistra del professore c'erano quattro ragazze. Nei due
penultimi spiccavano le uniformi orlate di rosso e luccicanti di bottoni
metallici di dieci convittori del Vittorio Emanuele. Erano in tutto una
cinquantina di scolari, cento occhi vivi, ridenti, petulanti, curiosi, paurosi,
fissi negli occhi d'un solo.
Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali un par di pupille
piccolissime e nerissime, che, quando le fissava in faccia a qualcuno, gli
faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e freddo come un succhiello.
Quella mattina aveva l'occhio sinistro ammaccato da un librone cadutogli
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sul viso da uno scaffale alto della sua libreria. Era un ometto di media
statura, con un naso ardito, con una bocca a taglio di rasoio, con certe
mandibole rilevate come se ci avesse due noci tra pelle e pelle; piantato su
due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando era ritto, presentavan di
profilo la forma di due archi rientranti inflessibili. Egli era venuto su fin da
ragazzo per forza d'una volontà indomata, conquistando tutti i posti gratuiti
dal Convitto Vittorio Emanuele al Collegio delle Province, ed era allora,
oltre che professore al Ginnasio, libero docente all'Università e ufficiale di
complemento degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto per le lunghe
marce in salita, e per la lotta con le bufere. Come non aveva mai avuto
indulgenza per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava gli scolari come
soldati d'una compagnia di disciplina; giusto, risoluto, e dopo che aveva
deciso, inesorabile. Le sue punizioni erano fulmini senza tuoni e senza
lampi. E in tutto agiva così a scatto di molla. Moveva delle domande
improvvise che facean l'effetto di stoccate in pieno petto; diceva dei no, dei
mai, dei via, che facevan trasaltare la scolaresca come lo scoppio d'un
petardo. Per far sentire la forza del latino pronunziava certe frasi, una di
Livio specialmente: exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et spoliat;
duce ostium occiso urbem primo impetu capit, in modo che pareva di sentir
scalpitare dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva bocciare e
bocciato con tante ci che ai paurosi degli esami metteva un brivido per le
ossa. Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un occhio di lince e un
udito di gatto; si spiegava con grande chiarezza, senza una parola superflua;
e, terminata la lezione con un taglio netto, andava via di volo, cacciando da
sè interrogatori, adulatori, parenti, e in special modo le mamme
appiccichine, come uno sciame di mosche. Aveva — come dicevano — il
latino nero, — e trentadue anni.
Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, fece raccogliere i lavori dai
caposquadra, e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce alta: —
Votini! —
Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, figliuolo d'un
banchiere, s'alzò stentatamente, coi muscoli ancora indolenziti da una lunga
corsa sul velocipede, e rimase piegato a mezzo, con le mani appoggiate al
banco, come per iscomodarsi il meno possibile.
statura, con un naso ardito, con una bocca a taglio di rasoio, con certe
mandibole rilevate come se ci avesse due noci tra pelle e pelle; piantato su
due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando era ritto, presentavan di
profilo la forma di due archi rientranti inflessibili. Egli era venuto su fin da
ragazzo per forza d'una volontà indomata, conquistando tutti i posti gratuiti
dal Convitto Vittorio Emanuele al Collegio delle Province, ed era allora,
oltre che professore al Ginnasio, libero docente all'Università e ufficiale di
complemento degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto per le lunghe
marce in salita, e per la lotta con le bufere. Come non aveva mai avuto
indulgenza per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava gli scolari come
soldati d'una compagnia di disciplina; giusto, risoluto, e dopo che aveva
deciso, inesorabile. Le sue punizioni erano fulmini senza tuoni e senza
lampi. E in tutto agiva così a scatto di molla. Moveva delle domande
improvvise che facean l'effetto di stoccate in pieno petto; diceva dei no, dei
mai, dei via, che facevan trasaltare la scolaresca come lo scoppio d'un
petardo. Per far sentire la forza del latino pronunziava certe frasi, una di
Livio specialmente: exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et spoliat;
duce ostium occiso urbem primo impetu capit, in modo che pareva di sentir
scalpitare dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva bocciare e
bocciato con tante ci che ai paurosi degli esami metteva un brivido per le
ossa. Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un occhio di lince e un
udito di gatto; si spiegava con grande chiarezza, senza una parola superflua;
e, terminata la lezione con un taglio netto, andava via di volo, cacciando da
sè interrogatori, adulatori, parenti, e in special modo le mamme
appiccichine, come uno sciame di mosche. Aveva — come dicevano — il
latino nero, — e trentadue anni.
Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, fece raccogliere i lavori dai
caposquadra, e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce alta: —
Votini! —
Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, figliuolo d'un
banchiere, s'alzò stentatamente, coi muscoli ancora indolenziti da una lunga
corsa sul velocipede, e rimase piegato a mezzo, con le mani appoggiate al
banco, come per iscomodarsi il meno possibile.
Page 237
— La lezione, — disse il professore.
Eran quattro regole sull'uso dei casi.
Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, rimase in asso.
— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. Mi scriverà quaranta
volte queste regole per posdomani.
Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo della bocca al suo vicino, per
mostrare che s'infischiava del latino e dei suoi ministri.
— Annina Rosetti, — disse il professore.
Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso il banco delle ragazze per
vedere se il professore avrebbe usato delle preferenze. E d'in fondo al banco
s'alzò una ragazzina di undici anni, vestita a lutto, piccolina, con un viso
gentile e timido, che si coprì di rossore. Capiron tutti che non era sicura del
fatto suo.
La ragazza, infatti, espose con voce tremante, poco bene, le due prime
regole, — tartagliò la terza, — storpiò la quarta.
Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti i ragazzi si
guardarono, scambiando un sorriso di approvazione: riconoscevan la
giustizia. La ragazza sedette, con le lacrime agli occhi.
Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran tutti fondati sull'esame
bimensile, che non avrebbe lasciato al professore il tempo d'interrogare.
Il professore chiuse il registro con un colpo secco; poi, con un accento che
faceva d'ogni parola una frustata, disse: — Poltroni: non avete vergogna a
mangiare il pane dei vostri parenti? Voi, per le vostre famiglie, non siete che
animali domestici; e ancora.... questi servono a qualche cosa. Vi dovreste
coprir la faccia con le mani quando incontrate per la strada i ragazzi del
popolo che lavorano dieci ore il giorno nelle officine. Voi dite: Gli uni
lavorano, gli altri studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate voi da
mettere in confronto con le loro fatiche? Voi convertite in una ingiustizia
odiosa la superiorità di condizione sociale in cui vi ha messi la fortuna. La
vostra poltroneria è un insulto alla fanciullezza povera che stenta e lavora. E
osate parlar di patria nei vostri componimenti! La patria ha bisogno
Eran quattro regole sull'uso dei casi.
Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, rimase in asso.
— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. Mi scriverà quaranta
volte queste regole per posdomani.
Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo della bocca al suo vicino, per
mostrare che s'infischiava del latino e dei suoi ministri.
— Annina Rosetti, — disse il professore.
Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso il banco delle ragazze per
vedere se il professore avrebbe usato delle preferenze. E d'in fondo al banco
s'alzò una ragazzina di undici anni, vestita a lutto, piccolina, con un viso
gentile e timido, che si coprì di rossore. Capiron tutti che non era sicura del
fatto suo.
La ragazza, infatti, espose con voce tremante, poco bene, le due prime
regole, — tartagliò la terza, — storpiò la quarta.
Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti i ragazzi si
guardarono, scambiando un sorriso di approvazione: riconoscevan la
giustizia. La ragazza sedette, con le lacrime agli occhi.
Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran tutti fondati sull'esame
bimensile, che non avrebbe lasciato al professore il tempo d'interrogare.
Il professore chiuse il registro con un colpo secco; poi, con un accento che
faceva d'ogni parola una frustata, disse: — Poltroni: non avete vergogna a
mangiare il pane dei vostri parenti? Voi, per le vostre famiglie, non siete che
animali domestici; e ancora.... questi servono a qualche cosa. Vi dovreste
coprir la faccia con le mani quando incontrate per la strada i ragazzi del
popolo che lavorano dieci ore il giorno nelle officine. Voi dite: Gli uni
lavorano, gli altri studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate voi da
mettere in confronto con le loro fatiche? Voi convertite in una ingiustizia
odiosa la superiorità di condizione sociale in cui vi ha messi la fortuna. La
vostra poltroneria è un insulto alla fanciullezza povera che stenta e lavora. E
osate parlar di patria nei vostri componimenti! La patria ha bisogno
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d'intelligenze colte e utili, e voi le preparate dei parassiti ignoranti. Non
avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma, badate: cadrete nella mota
a mezza via, e i valorosi vi passeranno sul ventre. Intanto, non sperate
compassione in fin d'anno, nei giorni in cui i codardi piangono. Io vi
schiaccierò. Scrivete.
E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema d'esame: un passo di
Cornelio da voltare in italiano e due periodi italiani da tradurre in latino.
Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger prima attentamente il passo da
tradurre per veder di coglierne il senso generale, si buttaron subito sui
vocabolari a cercar le parole della prima frase, anche quelle che sapevano.
E per un pezzo non si sentì più nella scuola che il fruscìo dei libroni
scartabellati.
La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi, coi suoi lineamenti regolari di
santina di frate Angelico, sui quali non si vedeva mai l'espressione d'uno
sforzo intellettuale. Quando intoppava in una difficoltà, posava la penna, e,
fissati gli occhi chiarissimi sulla finestra, cominciava a riflettere, a girare
lentamente col pensiero intorno al punto difficile, come un ufficiale con lo
sguardo attorno a una fortezza nemica; e se qualche rumore la scoteva, si
voltava a guardare, stupita quasi che ci fossero altri che lei nella scuola.
Vico Nelli, suo vicino di banco ed amico, la guardava tratto tratto, dal
secondo banco di destra, pensando con invidia a quella mente pacata in cui
tutte le idee si posavano pronte e nette come le immagini sur uno specchio;
mentre lui, come gli diceva sua madre, capiva, è vero, e ricordava, ma tutto
a mezzo, e aveva la testa piena di nozioni indeterminate e ondeggianti,
come il linguaggio della musica, che studiava da due anni; e passandosi
sulla fronte la mano larga e pallida, cercava di mettere in atto il consiglio di
sua madre, la quale imparava il latino con lui: “non passar mai alla
traduzione d'una proposizione secondaria senza esser certo d'aver tradotto
bene la principale, per non correr pericolo di frantenderle tutte.„ E ripeteva
tra sè: — vediamo; vediamo; — ma il motivo della fantasia dell'Alard, che
il maestro di violino gli aveva data per lezione, non gli lasciava raccogliere
le idee. Ma il più agitato di tutti era un certo Morelli, seduto all'altra
estremità dello stesso banco, — figliuolo d'un impiegato del Registro, —
timido per natura, e affetto per giunta d'una malattia particolare, tutta
avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma, badate: cadrete nella mota
a mezza via, e i valorosi vi passeranno sul ventre. Intanto, non sperate
compassione in fin d'anno, nei giorni in cui i codardi piangono. Io vi
schiaccierò. Scrivete.
E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema d'esame: un passo di
Cornelio da voltare in italiano e due periodi italiani da tradurre in latino.
Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger prima attentamente il passo da
tradurre per veder di coglierne il senso generale, si buttaron subito sui
vocabolari a cercar le parole della prima frase, anche quelle che sapevano.
E per un pezzo non si sentì più nella scuola che il fruscìo dei libroni
scartabellati.
La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi, coi suoi lineamenti regolari di
santina di frate Angelico, sui quali non si vedeva mai l'espressione d'uno
sforzo intellettuale. Quando intoppava in una difficoltà, posava la penna, e,
fissati gli occhi chiarissimi sulla finestra, cominciava a riflettere, a girare
lentamente col pensiero intorno al punto difficile, come un ufficiale con lo
sguardo attorno a una fortezza nemica; e se qualche rumore la scoteva, si
voltava a guardare, stupita quasi che ci fossero altri che lei nella scuola.
Vico Nelli, suo vicino di banco ed amico, la guardava tratto tratto, dal
secondo banco di destra, pensando con invidia a quella mente pacata in cui
tutte le idee si posavano pronte e nette come le immagini sur uno specchio;
mentre lui, come gli diceva sua madre, capiva, è vero, e ricordava, ma tutto
a mezzo, e aveva la testa piena di nozioni indeterminate e ondeggianti,
come il linguaggio della musica, che studiava da due anni; e passandosi
sulla fronte la mano larga e pallida, cercava di mettere in atto il consiglio di
sua madre, la quale imparava il latino con lui: “non passar mai alla
traduzione d'una proposizione secondaria senza esser certo d'aver tradotto
bene la principale, per non correr pericolo di frantenderle tutte.„ E ripeteva
tra sè: — vediamo; vediamo; — ma il motivo della fantasia dell'Alard, che
il maestro di violino gli aveva data per lezione, non gli lasciava raccogliere
le idee. Ma il più agitato di tutti era un certo Morelli, seduto all'altra
estremità dello stesso banco, — figliuolo d'un impiegato del Registro, —
timido per natura, e affetto per giunta d'una malattia particolare, tutta
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scolastica, che i medici hanno ancora da definire, — un terrore degli esami,
degli studi, dei professori, di tutto quanto avesse relazione con la scuola, —
terrore che gl'ingigantiva il concetto di tutte le difficoltà, che gli
scompigliava in capo davanti alla cattedra la lezione saputa perfettamente
fino a un minuto innanzi, che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza, nel
momento della prova, alla idea più semplice, alla domanda più chiara.
Passato a stento dalla 1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento addosso del
pericolo corso, come uno scampato a un eccidio, e a otto mesi di distanza
gli opprimeva già l'anima il pensiero dei nuovi esami. Arrestato da una
difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli cominciava ad affannarsi,
come sempre, sfogliando con mano concitata dizionari, Esercizi e
grammatica, e lanciando da ogni parte delle occhiate di naufrago che invoca
soccorso.
I due veri principi della classe, superbamente sicuri del fatto proprio, erano
il Derossi e il Carpini, seduti alle estremità di due banchi vicini, in modo
che la corsia soltanto li separava. Erano differentissimi fra di loro, sotto
ogni aspetto. Il Derossi, figliuolo d'un ricco fabbricante di seta, biondo,
bello e riboccante di vita, aveva un'intelligenza larga e brillante, riscaldata
da un cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione. Il Carpini, per
contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una figura secca, che mostrava più
anni di quelli che aveva, con una testa piccola e fatta a punta, coperta di
capelli neri appiccicati come se si fosse tuffato nell'acqua, con due occhi
grigi e freddi, un po' loschi, nei quali non passava che a momenti un vivo
balenìo, aveva un ingegno meno pronto e meno vasto, ma più fermo e più
esatto di quello del Derossi. Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente
che la sua carriera d'ingegnere: contava già sulle dita ogni giorno gli anni
del ginnasio, del liceo, dell'Università e del Valentino, meditando dei salti e
delle scorciatoie; e non gli premeva tanto di levarsi in alto quanto d'arrivar
lontano, e il più presto che avesse potuto. Trattava già i suoi compagni
come concorrenti; non aiutava nessuno; non amava nessuno; avrebbe,
potendo, rubato le frasi latine e le regole al cervello dei suoi colleghi, non
tanto per arricchir sè quanto per spogliar loro; combatteva già, senza
scrupoli, la lotta per la vita, con un intuito precoce delle durezze del mondo,
e con la coscienza sicura che nella società egli sarebbe stato coi lupi e non
fra gli agnelli. Fin dai primi giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi
degli studi, dei professori, di tutto quanto avesse relazione con la scuola, —
terrore che gl'ingigantiva il concetto di tutte le difficoltà, che gli
scompigliava in capo davanti alla cattedra la lezione saputa perfettamente
fino a un minuto innanzi, che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza, nel
momento della prova, alla idea più semplice, alla domanda più chiara.
Passato a stento dalla 1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento addosso del
pericolo corso, come uno scampato a un eccidio, e a otto mesi di distanza
gli opprimeva già l'anima il pensiero dei nuovi esami. Arrestato da una
difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli cominciava ad affannarsi,
come sempre, sfogliando con mano concitata dizionari, Esercizi e
grammatica, e lanciando da ogni parte delle occhiate di naufrago che invoca
soccorso.
I due veri principi della classe, superbamente sicuri del fatto proprio, erano
il Derossi e il Carpini, seduti alle estremità di due banchi vicini, in modo
che la corsia soltanto li separava. Erano differentissimi fra di loro, sotto
ogni aspetto. Il Derossi, figliuolo d'un ricco fabbricante di seta, biondo,
bello e riboccante di vita, aveva un'intelligenza larga e brillante, riscaldata
da un cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione. Il Carpini, per
contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una figura secca, che mostrava più
anni di quelli che aveva, con una testa piccola e fatta a punta, coperta di
capelli neri appiccicati come se si fosse tuffato nell'acqua, con due occhi
grigi e freddi, un po' loschi, nei quali non passava che a momenti un vivo
balenìo, aveva un ingegno meno pronto e meno vasto, ma più fermo e più
esatto di quello del Derossi. Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente
che la sua carriera d'ingegnere: contava già sulle dita ogni giorno gli anni
del ginnasio, del liceo, dell'Università e del Valentino, meditando dei salti e
delle scorciatoie; e non gli premeva tanto di levarsi in alto quanto d'arrivar
lontano, e il più presto che avesse potuto. Trattava già i suoi compagni
come concorrenti; non aiutava nessuno; non amava nessuno; avrebbe,
potendo, rubato le frasi latine e le regole al cervello dei suoi colleghi, non
tanto per arricchir sè quanto per spogliar loro; combatteva già, senza
scrupoli, la lotta per la vita, con un intuito precoce delle durezze del mondo,
e con la coscienza sicura che nella società egli sarebbe stato coi lupi e non
fra gli agnelli. Fin dai primi giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi
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l'uno di fronte all'altro, come due campioni che si sarebbero disputati la
primazia; ed essi, indovinatisi a vicenda, non s'erano ancora scambiati una
parola in due mesi, benchè due volte la settimana si trovassero insieme a
tirar di scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove andava pure il Votini.
Ma il Carpini, che all'ammirazione dei compagni non teneva gran fatto, non
si appassionava punto in quella specie di rivalità pubblica; mentre l'altro,
caldo di natura, abituato a primeggiare e un po' gonfiato da sua madre, era
gelosissimo, e si preparava a combattere con tutte le forze. Questo si vedeva
benissimo dal loro contegno, quella mattina. Il Carpini lavorava quieto e
raccolto; il Derossi era eccitato e, scrivendo, sbirciava a ogni poco il vicino,
con un sorriso nel quale già si riconosceva il difetto che gli andava
crescendo nell'anima da un anno: la vanagloria.
Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo di nome Pitto, passato dalla 1ª
alla 2ª per un miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, — lo
zimbello della scuola, — una di quelle povere creature assolutamente inette
agli studi, — le quali dicono e scrivono gli spropositi enormi che passano in
tradizione — che imparan la lezione senza intenderla e traducono a caso —
vittime innocenti della scuola, instupidite e schiacciate ogni giorno di più
dalle difficoltà che s'accumulano, e come perduti in un caos tenebroso di
idee e di parole, in cui vanno brancolando alla cieca fin che un professore
abbia l'onesto coraggio di consigliare i loro parenti a liberarli da quel
supplizio inumano. Il povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima parola,
domandava tratto tratto una spiegazione al Carpini, il quale gli rispondeva
in fretta, senza curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio come prima,
guardava per aria, con l'espressione rassegnata e indifferente d'uno
assuefatto a quegli impicci, e che non spera nè teme più nulla. Ogni tanto,
mosso a compassione, gli suggeriva una parola o una frase un convittore,
che stava nel banco dietro al suo.
Costui, di nome Borzini, era il bello spirito della classe, uno dei diavoli più
indiavolati del Vittorio Emanuele, che aveva sempre qualche ammaccatura,
o lividura, o gonfio, o graffio, o una mano o la testa fasciata, in
conseguenza di pugilati o di cadute che gli fruttava la ginnastica temeraria e
matta a cui s'abbandonava durante le ricreazioni. Il suo ideale era di
diventare ufficiale d'artiglieria. Caricaturista, imitatore di voci e di gesti,
motteggiatore terribile, — studiava poco; ma con certe sue furberie e
primazia; ed essi, indovinatisi a vicenda, non s'erano ancora scambiati una
parola in due mesi, benchè due volte la settimana si trovassero insieme a
tirar di scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove andava pure il Votini.
Ma il Carpini, che all'ammirazione dei compagni non teneva gran fatto, non
si appassionava punto in quella specie di rivalità pubblica; mentre l'altro,
caldo di natura, abituato a primeggiare e un po' gonfiato da sua madre, era
gelosissimo, e si preparava a combattere con tutte le forze. Questo si vedeva
benissimo dal loro contegno, quella mattina. Il Carpini lavorava quieto e
raccolto; il Derossi era eccitato e, scrivendo, sbirciava a ogni poco il vicino,
con un sorriso nel quale già si riconosceva il difetto che gli andava
crescendo nell'anima da un anno: la vanagloria.
Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo di nome Pitto, passato dalla 1ª
alla 2ª per un miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, — lo
zimbello della scuola, — una di quelle povere creature assolutamente inette
agli studi, — le quali dicono e scrivono gli spropositi enormi che passano in
tradizione — che imparan la lezione senza intenderla e traducono a caso —
vittime innocenti della scuola, instupidite e schiacciate ogni giorno di più
dalle difficoltà che s'accumulano, e come perduti in un caos tenebroso di
idee e di parole, in cui vanno brancolando alla cieca fin che un professore
abbia l'onesto coraggio di consigliare i loro parenti a liberarli da quel
supplizio inumano. Il povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima parola,
domandava tratto tratto una spiegazione al Carpini, il quale gli rispondeva
in fretta, senza curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio come prima,
guardava per aria, con l'espressione rassegnata e indifferente d'uno
assuefatto a quegli impicci, e che non spera nè teme più nulla. Ogni tanto,
mosso a compassione, gli suggeriva una parola o una frase un convittore,
che stava nel banco dietro al suo.
Costui, di nome Borzini, era il bello spirito della classe, uno dei diavoli più
indiavolati del Vittorio Emanuele, che aveva sempre qualche ammaccatura,
o lividura, o gonfio, o graffio, o una mano o la testa fasciata, in
conseguenza di pugilati o di cadute che gli fruttava la ginnastica temeraria e
matta a cui s'abbandonava durante le ricreazioni. Il suo ideale era di
diventare ufficiale d'artiglieria. Caricaturista, imitatore di voci e di gesti,
motteggiatore terribile, — studiava poco; ma con certe sue furberie e
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industrie, che gli giovavano molto; e aveva una grande immaginazione
sregolata, che gli faceva tirar giù dei componimenti interminabili, pieni di
scorrezioni e di idee e frasi originali, per lo più comiche; e una memoria
maravigliosa, ma non sorretta dalla riflessione; nella quale, come in un
magazzino di strada ferrata, entrava affollatamente una gran quantità di
roba da una porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora dopo la dettatura
del tema, egli non aveva ancora tradotto che una frase: stava facendo la
caricatura d'un certo Pantone, suo compagno, il quale ripeteva la 2ª dopo
aver ripetuta la 1ª ginnasio e la 4ª elementare: e lo rappresentava vecchio
come l'alleluia, ancora alunno della 5ª ginnasiale, che accompagnava a
scuola i suoi figliuoli, già liceisti.
Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in mezzo agli altri ripetenti, era il
più attempato della classe: un ragazzone sonnolento e molle, che incretiniva
lentamente e dolcemente, rattrappito dentro a una scorza d'indifferenza così
spessa, che nessun rimprovero di professore o di parente arrivava neppur
più a passargli la prima pelle. Vorace come un bufalo, egli si consolava di
qualunque più clamorosa “topica„ con la idea d'una data pietanza o minestra
che avrebbe mangiato la sera, o con la gioia infantile di poter aggiungere un
oggetto nuovo a una sua strana collezione, composta di pelli di topo, di
bottelli di scatole di Liebig, di caratteri tipografici, di calamite, di prismi di
vetro, di carte asciuganti di tutti i colori, che non usava, e che serbava
pulitissime. Egli se ne stava lì inerte, con la schiena arrotondata, come un
grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione prediletta di
sforacchiarsi con la punta d'una penna la pelle della mano, che s'era ridotta
come la mano d'un crocifisso; e aspettava le dieci per risolversi a copiare il
lavoro da un altro.
Un altro bel personaggio era un ragazzo di nome Fossotto, seduto in fondo
al primo banco di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e sano di
montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di Val Vermenagna, dove stava suo
padre, capomastro, che aveva rammucchiato qualche migliaio di lire e
voleva far del figliuolo “un uomo di scienza„ mentre questi, invece, aveva
per aspirazione suprema di essere un giorno impiegato postale del “servizio
mobile„ e ciò per aver visto una volta, durante una fermata di treni, l'interno
d'un vagone-posta, con l'impiegato dentro, che scriveva e fumava. Era un
testone ben costrutto, un piccolo studente posato, che rivoltava adagio
sregolata, che gli faceva tirar giù dei componimenti interminabili, pieni di
scorrezioni e di idee e frasi originali, per lo più comiche; e una memoria
maravigliosa, ma non sorretta dalla riflessione; nella quale, come in un
magazzino di strada ferrata, entrava affollatamente una gran quantità di
roba da una porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora dopo la dettatura
del tema, egli non aveva ancora tradotto che una frase: stava facendo la
caricatura d'un certo Pantone, suo compagno, il quale ripeteva la 2ª dopo
aver ripetuta la 1ª ginnasio e la 4ª elementare: e lo rappresentava vecchio
come l'alleluia, ancora alunno della 5ª ginnasiale, che accompagnava a
scuola i suoi figliuoli, già liceisti.
Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in mezzo agli altri ripetenti, era il
più attempato della classe: un ragazzone sonnolento e molle, che incretiniva
lentamente e dolcemente, rattrappito dentro a una scorza d'indifferenza così
spessa, che nessun rimprovero di professore o di parente arrivava neppur
più a passargli la prima pelle. Vorace come un bufalo, egli si consolava di
qualunque più clamorosa “topica„ con la idea d'una data pietanza o minestra
che avrebbe mangiato la sera, o con la gioia infantile di poter aggiungere un
oggetto nuovo a una sua strana collezione, composta di pelli di topo, di
bottelli di scatole di Liebig, di caratteri tipografici, di calamite, di prismi di
vetro, di carte asciuganti di tutti i colori, che non usava, e che serbava
pulitissime. Egli se ne stava lì inerte, con la schiena arrotondata, come un
grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione prediletta di
sforacchiarsi con la punta d'una penna la pelle della mano, che s'era ridotta
come la mano d'un crocifisso; e aspettava le dieci per risolversi a copiare il
lavoro da un altro.
Un altro bel personaggio era un ragazzo di nome Fossotto, seduto in fondo
al primo banco di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e sano di
montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di Val Vermenagna, dove stava suo
padre, capomastro, che aveva rammucchiato qualche migliaio di lire e
voleva far del figliuolo “un uomo di scienza„ mentre questi, invece, aveva
per aspirazione suprema di essere un giorno impiegato postale del “servizio
mobile„ e ciò per aver visto una volta, durante una fermata di treni, l'interno
d'un vagone-posta, con l'impiegato dentro, che scriveva e fumava. Era un
testone ben costrutto, un piccolo studente posato, che rivoltava adagio
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adagio e per tutti i versi le frasi latine, e le metteva le une sulle altre con
gran riguardo, come già aveva fatto coi pietroni da bimbo, nella sua valle
nativa, quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli a fabbricar
muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmente risurte per li rami le virtù
manuali del padre. Questi l'aveva messo a una magra dozzina da una
vedova sua conoscente; pretendeva che, per esercizio, gli scrivesse le lettere
in latino, ch'egli si faceva tradurre dal parroco; e veniva a Torino una volta
al mese ad aspettarlo all'uscita della mattina davanti alla porta del Ginnasio,
dove lanciava occhiate furibonde ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle
spalle delle studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti che passavano
sul corso Siccardi. Il figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del padre,
la testa rapata, delle grosse camicie di fil di canapa, e un par di scarpacce,
che si guardava ogni momento per verificarne lo stato. Ed era diligente
nello studio, benchè non leggesse nè scrivesse una sillaba più del
necessario; pien di buon senso; punto affettuoso con gli amici; ma incapace
d'un'impostura. L'unico suo tormento era quello d'esser canzonato dalla
scolaresca per la sua barbarissima pronunzia italiana: perchè pronunziava
come se avesse la bocca piena di pasta, e i muscoli labiali ribelli alle parole
lunghe, e gli era negata dalla natura l'esse ci; tanto che il convittore Borzini
gli aveva messo il soprannome di vovo al gussio.
A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il suo rovescio, figliuolo d'un padre
troppo buono, che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto di vizi;
fannullone, mellifluo, adulatore, impostore, invidioso; una vera mela marcia
messa a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte, un curioso originale,
figliuolo d'un illustre professore d'anatomia, una faccia rugosa di vecchio
commediante, che il convittore Borzini aveva soprannominato l'astro
spento, perchè era stato un fanciullo miracoloso nella 3ª e 4ª elementare,
aveva avuto sei mesi di celebrità nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto —
come se gli si fosse spezzata la molla della volontà sotto la pressione delle
lodi, — non aveva più fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i
mediocri, e da questi fra gli ultimi, non conservando più dell'antica
grandezza che un perpetuo sorriso tra minaccioso e sprezzante, che diceva:
— Guai se volessi! — Pover a voi se mi ci rimetto! — Ma non ci si
rimetteva mai, e non era più che una superba rovina intellettuale.
gran riguardo, come già aveva fatto coi pietroni da bimbo, nella sua valle
nativa, quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli a fabbricar
muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmente risurte per li rami le virtù
manuali del padre. Questi l'aveva messo a una magra dozzina da una
vedova sua conoscente; pretendeva che, per esercizio, gli scrivesse le lettere
in latino, ch'egli si faceva tradurre dal parroco; e veniva a Torino una volta
al mese ad aspettarlo all'uscita della mattina davanti alla porta del Ginnasio,
dove lanciava occhiate furibonde ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle
spalle delle studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti che passavano
sul corso Siccardi. Il figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del padre,
la testa rapata, delle grosse camicie di fil di canapa, e un par di scarpacce,
che si guardava ogni momento per verificarne lo stato. Ed era diligente
nello studio, benchè non leggesse nè scrivesse una sillaba più del
necessario; pien di buon senso; punto affettuoso con gli amici; ma incapace
d'un'impostura. L'unico suo tormento era quello d'esser canzonato dalla
scolaresca per la sua barbarissima pronunzia italiana: perchè pronunziava
come se avesse la bocca piena di pasta, e i muscoli labiali ribelli alle parole
lunghe, e gli era negata dalla natura l'esse ci; tanto che il convittore Borzini
gli aveva messo il soprannome di vovo al gussio.
A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il suo rovescio, figliuolo d'un padre
troppo buono, che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto di vizi;
fannullone, mellifluo, adulatore, impostore, invidioso; una vera mela marcia
messa a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte, un curioso originale,
figliuolo d'un illustre professore d'anatomia, una faccia rugosa di vecchio
commediante, che il convittore Borzini aveva soprannominato l'astro
spento, perchè era stato un fanciullo miracoloso nella 3ª e 4ª elementare,
aveva avuto sei mesi di celebrità nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto —
come se gli si fosse spezzata la molla della volontà sotto la pressione delle
lodi, — non aveva più fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i
mediocri, e da questi fra gli ultimi, non conservando più dell'antica
grandezza che un perpetuo sorriso tra minaccioso e sprezzante, che diceva:
— Guai se volessi! — Pover a voi se mi ci rimetto! — Ma non ci si
rimetteva mai, e non era più che una superba rovina intellettuale.
Page 243
Nel banco delle ragazze, — tra Maria Bianchi, che toccava i quattordici
anni, e Annina Rosetti, una sensitiva, che diventava smorta a veder leticare
due compagni all'uscita e s'imporporava a ogni interrogazione del
professore, — c'erano due alunne che facevano un vivo contrasto tra di loro.
Una certa Italia Marri, rossa di capelli, fatticcia della persona, diritta come
un colonnino, di voce e di mosse maschili, — sempre rannuvolata con le
compagne — imperterrita davanti al professore — e facile ad irritarsi con
tutti; alla quale il Borzini aveva posto il soprannome di russa per la sua
somiglianza con una studentessa russa dell'Università di Zurigo, di cui
aveva visto la fotografia; e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria,
una bella ragazza vanerella, che s'era data agli studi classici per questa sola
ragione, che le aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa
studentessa di legge, la quale aveva sostenuto gli esami pubblici di laurea,
due anni prima, con un vestito nero che le stava dipinto. Comparire un
giorno in quella stessa aula universitaria, vestita in quella maniera, in mezzo
agli applausi, era da due anni la passione, il sogno della sua vita. Ma la
signorina studiava pochino, aveva il vezzo di fare tutti i sostantivi
femminili, e una repugnanza innata al corretto uso del soggiuntivo. In
compenso, rideva a ogni proposito e sproposito, per mostrare il doppio giro
dei chicchi bianchi; rideva tanto che, se ogni volta che apriva la bocca le
fosse entrata dentro una regola di grammatica, eh! ne avrebbe potuto
insegnare a Tommaso Vallauri. Ed era questa illusione forse che le faceva
guardare dall'alto al basso il suo sesso — digiuno di studi classici: — una
sua frase prediletta, che aveva trovato in un articolo bibliografico del
giornale l'Eleganza.
Questi erano i personaggi principali della classe; gli altri, i soliti. Qualche
ragazzo d'ingegno, che aveva poca volontà; alcune intelligenze mediocri,
molto studiose; dei giovanetti poveri e buoni; dei signorini villani; parecchi
somarelli di nascita, una decina di mascalzoni, e il resto, nè carne nè pesce.
Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora e mezzo. Poi molti cominciarono a
lanciar occhiate al Derossi e al Carpini, curiosi di vedere chi dei due
avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per il primo, in faccia alla classe, il
giudizio del professore; perchè l'aver fatto meglio in minor tempo sarebbe
stato una doppia vittoria.
anni, e Annina Rosetti, una sensitiva, che diventava smorta a veder leticare
due compagni all'uscita e s'imporporava a ogni interrogazione del
professore, — c'erano due alunne che facevano un vivo contrasto tra di loro.
Una certa Italia Marri, rossa di capelli, fatticcia della persona, diritta come
un colonnino, di voce e di mosse maschili, — sempre rannuvolata con le
compagne — imperterrita davanti al professore — e facile ad irritarsi con
tutti; alla quale il Borzini aveva posto il soprannome di russa per la sua
somiglianza con una studentessa russa dell'Università di Zurigo, di cui
aveva visto la fotografia; e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria,
una bella ragazza vanerella, che s'era data agli studi classici per questa sola
ragione, che le aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa
studentessa di legge, la quale aveva sostenuto gli esami pubblici di laurea,
due anni prima, con un vestito nero che le stava dipinto. Comparire un
giorno in quella stessa aula universitaria, vestita in quella maniera, in mezzo
agli applausi, era da due anni la passione, il sogno della sua vita. Ma la
signorina studiava pochino, aveva il vezzo di fare tutti i sostantivi
femminili, e una repugnanza innata al corretto uso del soggiuntivo. In
compenso, rideva a ogni proposito e sproposito, per mostrare il doppio giro
dei chicchi bianchi; rideva tanto che, se ogni volta che apriva la bocca le
fosse entrata dentro una regola di grammatica, eh! ne avrebbe potuto
insegnare a Tommaso Vallauri. Ed era questa illusione forse che le faceva
guardare dall'alto al basso il suo sesso — digiuno di studi classici: — una
sua frase prediletta, che aveva trovato in un articolo bibliografico del
giornale l'Eleganza.
Questi erano i personaggi principali della classe; gli altri, i soliti. Qualche
ragazzo d'ingegno, che aveva poca volontà; alcune intelligenze mediocri,
molto studiose; dei giovanetti poveri e buoni; dei signorini villani; parecchi
somarelli di nascita, una decina di mascalzoni, e il resto, nè carne nè pesce.
Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora e mezzo. Poi molti cominciarono a
lanciar occhiate al Derossi e al Carpini, curiosi di vedere chi dei due
avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per il primo, in faccia alla classe, il
giudizio del professore; perchè l'aver fatto meglio in minor tempo sarebbe
stato una doppia vittoria.
Page 244
Il Derossi, avendo perso un po' di tempo ad aiutare i vicini, era rimasto un
po' indietro. Ma quando vide, con la coda dell'occhio, che il Carpini stava
per finire la copiatura, piccato, s'affrettò, e riuscì a terminar la pagina
mentre l'altro ci scriveva su il nome.
Tutti e due scesero dal banco nello stesso punto, in modo che si toccarono
con le spalle, andarono tutti e due insieme alla cattedra, e porsero tutti e due
a un tempo il lavoro, l'uno a destra e l'altro a sinistra; poi tornarono l'uno
accanto all'altro al loro posto, il Derossi col viso acceso, il Carpini
indifferente, — senza guardarsi.
Il professore si mise a leggere i due lavori.
Tutti alzarono il capo e stettero attenti per indovinare il giudizio dal suo
viso. Ma, terminata la lettura, il viso del professore rimase impassibile.
Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti consultando a ogni minuto
l'orologio (c'erano nella classe tredici orologi); e in pochi minuti quasi tutti
finirono e rimisero il foglio. Una delle prime fu la russa, che il professore
rimproverò per un grosso sgorbio che aveva fatto nel margine.
— M'è cascata la penna, — disse la ragazza, un po' secco.
— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose il professore sullo stesso
tono.
E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è un delitto.
Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa.
Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise a dare la pagina con
parecchie righe lasciate in bianco, e la diede con l'aria avvilita e triste del
colpevole che fornisce volontariamente al giudice le prove del suo delitto.
Poi fu il Morelli, preso da un tale affanno che, avvicinandosi alla cattedra,
incespicò e dovette afferrarsi a un banco, fra le risa sommesse di tutti i
compagni: eccettuata Annina Rosetti, che gli diede uno sguardo furtivo,
pieno di pietà e di simpatia. E dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva per
massima di esser sempre uno degli ultimi, e se era possibile, l'ultimo — per
prudenza. Ma quella mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti col
viso scarlatto, in punta di piedi, così timida e leggiera, che pareva dovesse
svanire da un momento all'altro come una larva. In quel punto comparve
po' indietro. Ma quando vide, con la coda dell'occhio, che il Carpini stava
per finire la copiatura, piccato, s'affrettò, e riuscì a terminar la pagina
mentre l'altro ci scriveva su il nome.
Tutti e due scesero dal banco nello stesso punto, in modo che si toccarono
con le spalle, andarono tutti e due insieme alla cattedra, e porsero tutti e due
a un tempo il lavoro, l'uno a destra e l'altro a sinistra; poi tornarono l'uno
accanto all'altro al loro posto, il Derossi col viso acceso, il Carpini
indifferente, — senza guardarsi.
Il professore si mise a leggere i due lavori.
Tutti alzarono il capo e stettero attenti per indovinare il giudizio dal suo
viso. Ma, terminata la lettura, il viso del professore rimase impassibile.
Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti consultando a ogni minuto
l'orologio (c'erano nella classe tredici orologi); e in pochi minuti quasi tutti
finirono e rimisero il foglio. Una delle prime fu la russa, che il professore
rimproverò per un grosso sgorbio che aveva fatto nel margine.
— M'è cascata la penna, — disse la ragazza, un po' secco.
— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose il professore sullo stesso
tono.
E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è un delitto.
Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa.
Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise a dare la pagina con
parecchie righe lasciate in bianco, e la diede con l'aria avvilita e triste del
colpevole che fornisce volontariamente al giudice le prove del suo delitto.
Poi fu il Morelli, preso da un tale affanno che, avvicinandosi alla cattedra,
incespicò e dovette afferrarsi a un banco, fra le risa sommesse di tutti i
compagni: eccettuata Annina Rosetti, che gli diede uno sguardo furtivo,
pieno di pietà e di simpatia. E dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva per
massima di esser sempre uno degli ultimi, e se era possibile, l'ultimo — per
prudenza. Ma quella mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti col
viso scarlatto, in punta di piedi, così timida e leggiera, che pareva dovesse
svanire da un momento all'altro come una larva. In quel punto comparve
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sull'uscio il bidello e diede con accento grave il solito finis; a cui seguì
immediatamente un rimescolio affrettato di tele cerate, di zaini e d'assicelle,
e un rumor sordo di quaderni e di libri sbattuti; al di sopra del quale si sentì,
come sempre, lo strepito indecente che faceva Pantone. Perchè questo
bertuccione intorpidito e sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio al
momento di riporre i libri, e metteva in quell'operazione tutta la vitalità che
gli rimaneva; premeva i volumi stringendo i denti, serrava le cinghie con
vigore erculeo, pareva che provasse un diabolico piacere a stroncare lì
dentro Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per vendicarsi dei
tormenti e delle umiliazioni che gli avevano inflitte per il passato; ed era
così furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci si sbucciava le mani.
Un gesto del professore ristabilì all'improvviso il silenzio. Egli assegnò la
lezione e il lavoro, triplo di quel del dì precedente. Poi, per finire con un
monito soldatesco, com'era suo solito, disse, o piuttosto sparò queste
parole: — Studiate, dunque, faticate. Siate brutali con voi stessi. Giù dal
letto avanti giorno, — una tuffata del capo nell'acqua fredda, — quattro
rotazioni delle braccia, — e al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è dura per
tutti. A nulla si riesce senza soffrire. L'hanno bandita i fiacchi la sentenza
che la vita degli studi è la vita della quiete e della sicurezza. Anche negli
studi i valorosi cimentano la salute e la vita, e molti ne muoiono —
onoratamente. Si può anche sul banco della scuola essere eroi. Scotetevi, se
avete dell'alterezza e del sangue....
Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di parlare invano, e disse con
accento sdegnoso, accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono, in
silenzio.
Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita, il Votini s'avvicinò al
Derossi, e gli domandò se sapeva dove stesse dì casa Garotti, il loro antico
compagno delle elementari, che copiava i pensi a pagamento. — Non so, —
rispose quello —,ma so dove sta il Garrone, che è alle tecniche con lui, Via
delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! — rispose il Votini. — Otto
minuti di velocipede.
Nel corridoio c'erano quella mattina molte signore, alcune ben vestite, altre
assai dimessamente, come beghinette; studenti di liceo, che aspettavano i
fratelli del ginnasio; padri, cameriere, servitori. Fra gli altri, il padre e la
immediatamente un rimescolio affrettato di tele cerate, di zaini e d'assicelle,
e un rumor sordo di quaderni e di libri sbattuti; al di sopra del quale si sentì,
come sempre, lo strepito indecente che faceva Pantone. Perchè questo
bertuccione intorpidito e sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio al
momento di riporre i libri, e metteva in quell'operazione tutta la vitalità che
gli rimaneva; premeva i volumi stringendo i denti, serrava le cinghie con
vigore erculeo, pareva che provasse un diabolico piacere a stroncare lì
dentro Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per vendicarsi dei
tormenti e delle umiliazioni che gli avevano inflitte per il passato; ed era
così furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci si sbucciava le mani.
Un gesto del professore ristabilì all'improvviso il silenzio. Egli assegnò la
lezione e il lavoro, triplo di quel del dì precedente. Poi, per finire con un
monito soldatesco, com'era suo solito, disse, o piuttosto sparò queste
parole: — Studiate, dunque, faticate. Siate brutali con voi stessi. Giù dal
letto avanti giorno, — una tuffata del capo nell'acqua fredda, — quattro
rotazioni delle braccia, — e al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è dura per
tutti. A nulla si riesce senza soffrire. L'hanno bandita i fiacchi la sentenza
che la vita degli studi è la vita della quiete e della sicurezza. Anche negli
studi i valorosi cimentano la salute e la vita, e molti ne muoiono —
onoratamente. Si può anche sul banco della scuola essere eroi. Scotetevi, se
avete dell'alterezza e del sangue....
Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di parlare invano, e disse con
accento sdegnoso, accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono, in
silenzio.
Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita, il Votini s'avvicinò al
Derossi, e gli domandò se sapeva dove stesse dì casa Garotti, il loro antico
compagno delle elementari, che copiava i pensi a pagamento. — Non so, —
rispose quello —,ma so dove sta il Garrone, che è alle tecniche con lui, Via
delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! — rispose il Votini. — Otto
minuti di velocipede.
Nel corridoio c'erano quella mattina molte signore, alcune ben vestite, altre
assai dimessamente, come beghinette; studenti di liceo, che aspettavano i
fratelli del ginnasio; padri, cameriere, servitori. Fra gli altri, il padre e la
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madre del Pitto, che venivano sempre agli esami bimensili; lui, un notaro in
riposo, piccolo e curvo; lei pure piccola e incartocciata, sempre l'uno stretto
all'altro, attenti a salutare con inchini ossequiosi tutti i professori, e come
smarriti fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano da tutte le parti;
dentro ai quali andavan cercando il loro piccolo martire, con gli occhi
ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I ragazzi si staccavan dalle file
via via che vedevano i loro parenti. Alcuni di questi s'avvicinavano ai
professori, e li interrogavano. Ma nessuno osò abbordare il Carati, che
passò a naso ritto, facendo sonare i tacchi come un carabiniere in servizio.
In coda alle file, a una certa distanza, venivano a coppie e a gruppi le
ragazze delle varie classi, lentamente, aspettando che sfuriasse l'onda
mascolina, la quale fiottava giù per le scale, e allagava la strada. Qui,
appena usciti, qualche studente di liceo accendeva il sigaro; e alcuni del
ginnasio pure, ma guardandosi attorno con sospetto, e facendosi schermo
del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava il bidello, con le braccia
incrociate sul petto. Una cameriera gli si avvicinò rispettosamente e gli
domandò: — Scusi: c'è ginnastica stasera per il ginnasio? — Egli la guardò
da capo a piedi, e rispose severamente: — Consulti gli orari.
E proprio a destra e a sinistra del portone stavano aspettando, in mezzo ad
altre, la signora Derossi e la signora Carpini, che non si conoscevano ancora
fra di loro, ma di cui ciascuna conosceva il figliuolo dell'altra; e ciascuna
rassomigliava al proprio: la signora Derossi, grassa, bionda e elegante; la
Carpini asciutta e bruna, con due occhi grigi e freddi, vestita di scuro.
Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie dell'esame bimensile.
Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero, e si scambiarono
uno sguardo.
La guerra era dichiarata.
· · · · · · · · · · · · · · · ·
Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor Carati, il quale, vedendo
un gruppo di scolari che ingombravano il passo, disse forte: Ite in crucem,
popelli! [1]
riposo, piccolo e curvo; lei pure piccola e incartocciata, sempre l'uno stretto
all'altro, attenti a salutare con inchini ossequiosi tutti i professori, e come
smarriti fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano da tutte le parti;
dentro ai quali andavan cercando il loro piccolo martire, con gli occhi
ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I ragazzi si staccavan dalle file
via via che vedevano i loro parenti. Alcuni di questi s'avvicinavano ai
professori, e li interrogavano. Ma nessuno osò abbordare il Carati, che
passò a naso ritto, facendo sonare i tacchi come un carabiniere in servizio.
In coda alle file, a una certa distanza, venivano a coppie e a gruppi le
ragazze delle varie classi, lentamente, aspettando che sfuriasse l'onda
mascolina, la quale fiottava giù per le scale, e allagava la strada. Qui,
appena usciti, qualche studente di liceo accendeva il sigaro; e alcuni del
ginnasio pure, ma guardandosi attorno con sospetto, e facendosi schermo
del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava il bidello, con le braccia
incrociate sul petto. Una cameriera gli si avvicinò rispettosamente e gli
domandò: — Scusi: c'è ginnastica stasera per il ginnasio? — Egli la guardò
da capo a piedi, e rispose severamente: — Consulti gli orari.
E proprio a destra e a sinistra del portone stavano aspettando, in mezzo ad
altre, la signora Derossi e la signora Carpini, che non si conoscevano ancora
fra di loro, ma di cui ciascuna conosceva il figliuolo dell'altra; e ciascuna
rassomigliava al proprio: la signora Derossi, grassa, bionda e elegante; la
Carpini asciutta e bruna, con due occhi grigi e freddi, vestita di scuro.
Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie dell'esame bimensile.
Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero, e si scambiarono
uno sguardo.
La guerra era dichiarata.
· · · · · · · · · · · · · · · ·
Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor Carati, il quale, vedendo
un gruppo di scolari che ingombravano il passo, disse forte: Ite in crucem,
popelli! [1]
Page 247
E, data un'occhiata di traverso alle mamme, soggiunse fra i denti: Et vos,
femellae dicaces! [2]
— Ha inteso? — domandò dolcemente a una sua vicina la signora Derossi,
a voce bassa, ma con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da lui: — quello
parla bene il latino!
· · · · · · · · · · · · · · · ·
femellae dicaces! [2]
— Ha inteso? — domandò dolcemente a una sua vicina la signora Derossi,
a voce bassa, ma con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da lui: — quello
parla bene il latino!
· · · · · · · · · · · · · · · ·
Page 248
I COMMEDIANTI E I RAGAZZI.
.... Era una gran festa per molti dei miei compagni di scuola, e per me, quel
cartellone che annunziava l'arrivo della compagnia drammatica. La città era
piccola; non ci veniva che una compagnia all'anno, dai primi di novembre ai
primi di dicembre; una compagnia povera e canina, si sottintende. Ma ci
parevano tutti grandi attori. Un'ora dopo ch'erano arrivati, sapevamo a che
albergo eran discesi. — La prima donna e il brillante sono alla Sbarra di
ferro. — Il prim'uomo è alla Corona. — È stato visto il padre nobile al
Caffè dell'Unione. — Prima che cominciassero a recitare, li conoscevamo
di vista dal primo all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; li
esaminavamo profondamente, al Caffè d'Italia, guardando le loro immagini
negli specchi, per non farci scorgere. Quanti ne ho visti passare, dei primi
attori impomatati, col soprabito nero stretto alla vita e spelato ai gomiti;
delle prime donne pallide e tristi, vestite di cenci zingareschi; dei tirannelli
gialli, insaccati in certi casacconi verdi e imbacuccati in grandi scialli grigi;
e dei poveri diavoli d'amorosi allampanati, tutti cilindro e mantello, che
parevan lo spettro della fame. Nelle città piccole si va poco alla commedia:
qualche volta il teatro si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; la
compagnia non aveva più quattrini nè per rimanere nè per andarsene, e i
cittadini dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava mica la nostra
ammirazione per gli artisti. Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri occhi,
in quella miseria, vittime dell'ignoranza e della barbarie pubblica; e per
lungo tempo dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo, ricordando i loro
atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo che i signori della nostra città erano
un branco d'ignoranti e di pitocchi.
*
Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano erano così maravigliose,
che dovevan parerci animali senza cervello e senza cuore coloro che non le
provavano. Gli effetti della finzione drammatica, nei ragazzi, sono poco
.... Era una gran festa per molti dei miei compagni di scuola, e per me, quel
cartellone che annunziava l'arrivo della compagnia drammatica. La città era
piccola; non ci veniva che una compagnia all'anno, dai primi di novembre ai
primi di dicembre; una compagnia povera e canina, si sottintende. Ma ci
parevano tutti grandi attori. Un'ora dopo ch'erano arrivati, sapevamo a che
albergo eran discesi. — La prima donna e il brillante sono alla Sbarra di
ferro. — Il prim'uomo è alla Corona. — È stato visto il padre nobile al
Caffè dell'Unione. — Prima che cominciassero a recitare, li conoscevamo
di vista dal primo all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; li
esaminavamo profondamente, al Caffè d'Italia, guardando le loro immagini
negli specchi, per non farci scorgere. Quanti ne ho visti passare, dei primi
attori impomatati, col soprabito nero stretto alla vita e spelato ai gomiti;
delle prime donne pallide e tristi, vestite di cenci zingareschi; dei tirannelli
gialli, insaccati in certi casacconi verdi e imbacuccati in grandi scialli grigi;
e dei poveri diavoli d'amorosi allampanati, tutti cilindro e mantello, che
parevan lo spettro della fame. Nelle città piccole si va poco alla commedia:
qualche volta il teatro si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; la
compagnia non aveva più quattrini nè per rimanere nè per andarsene, e i
cittadini dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava mica la nostra
ammirazione per gli artisti. Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri occhi,
in quella miseria, vittime dell'ignoranza e della barbarie pubblica; e per
lungo tempo dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo, ricordando i loro
atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo che i signori della nostra città erano
un branco d'ignoranti e di pitocchi.
*
Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano erano così maravigliose,
che dovevan parerci animali senza cervello e senza cuore coloro che non le
provavano. Gli effetti della finzione drammatica, nei ragazzi, sono poco
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meno profondi che gli effetti della realtà; al che giova pure il non conoscere
affatto, nemmeno per intuito, la classe degli attori; i quali paiono creature
quasi sovrumane, e il mistero che li avvolge duplica la loro potenza. Anche
i peggiori cani, allora, ci facevano tremare, strepitare dall'entusiasmo, assai
più che non abbian fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del mondo.
Come stavamo immobili, inchiodati sulla panca, col respiro sospeso, col
cuore che ci saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione come
d'una mano che ci serrasse alla strozza, quando il dialogo concitato di due
personaggi accennava a finire in una risoluzione disperata o in un colpo di
spada! Non dimenticherò mai, vivessi cent'anni, l'effetto che mi fece una
scena di Margherita Pusterla, una sera ch'ero in palco con la famiglia, tutto
contento, dopo aver fatto il mio lavoro di quarta elementare. Quando
Alpinolo afferrò per il collo quel boia di Luchino Visconti, e gli appuntò il
pugnale sul viso, caricandolo di contumelie, fremetti e risi di gioia,
sprofondando le unghie nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge,
Luchino (che era un pezzo d'omo, con un vocione spaventevole) si slancia
alla finestra, urlando: — Inseguitelo! — accenna le vicende
dell'inseguimento, grida: — Lo raggiungono.... si salva.... no.... gli son
vicini.... sfugge.... è raggiunto! — Quella terribile parola è raggiunto mi
fece scoppiare in un singhiozzo convulso, che fui appena in tempo a
soffocare col fazzoletto. Mio padre mi condusse fuori del palco, nel
corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio arrivava ancora la voce
stentorea di Luchino; capii che Alpinolo gli era stato ricondotto davanti,
legato; era una cosa orribile; ricominciai a singhiozzare; mio padre dovette
accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là ancora rimbombava quella
formidabile voce; fui costretto a uscire nella strada; ero inconsolabile,
avevo il petto rotto, e continuai a disperarmi per un bel pezzo, in mezzo al
cerchio dei monelli che aspettavan le cicche, non piangendo più, ma
singhiozzando ancora, con quel tiranno esecrato davanti agli occhi.
*
Naturalmente, a noi pareva che quegli attori avessero anche fuori del teatro
l'importanza, la potenza affascinatrice dei personaggi che rappresentavano
sulle scene. Ci pareva che nessun banchiere milionario avrebbe osato
rifiutar la mano della sua figliuola a quel bel primo attore, ardente e
affatto, nemmeno per intuito, la classe degli attori; i quali paiono creature
quasi sovrumane, e il mistero che li avvolge duplica la loro potenza. Anche
i peggiori cani, allora, ci facevano tremare, strepitare dall'entusiasmo, assai
più che non abbian fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del mondo.
Come stavamo immobili, inchiodati sulla panca, col respiro sospeso, col
cuore che ci saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione come
d'una mano che ci serrasse alla strozza, quando il dialogo concitato di due
personaggi accennava a finire in una risoluzione disperata o in un colpo di
spada! Non dimenticherò mai, vivessi cent'anni, l'effetto che mi fece una
scena di Margherita Pusterla, una sera ch'ero in palco con la famiglia, tutto
contento, dopo aver fatto il mio lavoro di quarta elementare. Quando
Alpinolo afferrò per il collo quel boia di Luchino Visconti, e gli appuntò il
pugnale sul viso, caricandolo di contumelie, fremetti e risi di gioia,
sprofondando le unghie nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge,
Luchino (che era un pezzo d'omo, con un vocione spaventevole) si slancia
alla finestra, urlando: — Inseguitelo! — accenna le vicende
dell'inseguimento, grida: — Lo raggiungono.... si salva.... no.... gli son
vicini.... sfugge.... è raggiunto! — Quella terribile parola è raggiunto mi
fece scoppiare in un singhiozzo convulso, che fui appena in tempo a
soffocare col fazzoletto. Mio padre mi condusse fuori del palco, nel
corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio arrivava ancora la voce
stentorea di Luchino; capii che Alpinolo gli era stato ricondotto davanti,
legato; era una cosa orribile; ricominciai a singhiozzare; mio padre dovette
accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là ancora rimbombava quella
formidabile voce; fui costretto a uscire nella strada; ero inconsolabile,
avevo il petto rotto, e continuai a disperarmi per un bel pezzo, in mezzo al
cerchio dei monelli che aspettavan le cicche, non piangendo più, ma
singhiozzando ancora, con quel tiranno esecrato davanti agli occhi.
*
Naturalmente, a noi pareva che quegli attori avessero anche fuori del teatro
l'importanza, la potenza affascinatrice dei personaggi che rappresentavano
sulle scene. Ci pareva che nessun banchiere milionario avrebbe osato
rifiutar la mano della sua figliuola a quel bel primo attore, ardente e
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superbo, che aveva fatto così bene Francesco primo la settimana passata; e
non eravamo lontani dal credere che, assalito da una banda d'assassini, il
tiranno non avrebbe avuto che a gridare con quella sua voce sibilante: —
Indietro, miiiiseee....rabili! — come gridava nel dramma Il delitto
misterioso, per vederli sparire come uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del
Presidente del Consiglio e l'amicizia del caratterista, avremmo scelto
questa, senza un momento di esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto
che sentii per un mio zio burlone, dopo una sera che, rientrando in casa,
disse d'aver giocato una partita al biliardo col brillante. Quanto alle prime
donne bastava che non fossero mostri: ne eravamo tutti cotti; era un
innamoramento all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre,
regolare e inevitabile, come la pioggia d'autunno. Ne ricordo ancora una
mezza dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone con una voce di
bombarda; una mingherlina, gobbina, che pareva sempre che piangesse; una
bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre incinta di molti mesi,
poveretta; e dell'altre, tozzotte, belloccie, malaticcie, bruttine, con certe voci
stridule e certe pronuncie dell'altro mondo; ma che ci rapivano in estasi,
quando comparivano sul palco scenico, coi capelli sciolti per le spalle,
facendo le pazze col solito spediente del piantoriso. Ah! Dio grande! Essere
amati da una prima donna! Era la suprema delle felicità e delle glorie
umane! Come dovevano essere superiori a tutte le miserie della vita, che
sovrumano linguaggio dovevan parlare, come ci parevano scolorite e
prosaiche tutte le altre donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi
avrebbe osato sperare neppure uno sguardo da una di quelle creature arcane
e sfolgoranti, che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria Stuarda e di
Diana di Poitiers. Incontrandole per la strada, arrossivamo; e una loro
parola che cogliessimo a volo mentre passavano, una frase straordinaria e
misteriosa, come: Ho aspettato la sarta fino alle sette.... oppure: — Ci hanno
portato i bagagli al Bue rosso.... — ci sonava nel capo per tutta la giornata,
come il suono d'un'arpa celeste.
*
Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione più profonda, perchè, a
quell'età, si ammira più il grandioso e il terribile di quello che non s'ami il
tenero e il gentile. La nostra grande passione erano le scene in cui un
non eravamo lontani dal credere che, assalito da una banda d'assassini, il
tiranno non avrebbe avuto che a gridare con quella sua voce sibilante: —
Indietro, miiiiseee....rabili! — come gridava nel dramma Il delitto
misterioso, per vederli sparire come uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del
Presidente del Consiglio e l'amicizia del caratterista, avremmo scelto
questa, senza un momento di esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto
che sentii per un mio zio burlone, dopo una sera che, rientrando in casa,
disse d'aver giocato una partita al biliardo col brillante. Quanto alle prime
donne bastava che non fossero mostri: ne eravamo tutti cotti; era un
innamoramento all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre,
regolare e inevitabile, come la pioggia d'autunno. Ne ricordo ancora una
mezza dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone con una voce di
bombarda; una mingherlina, gobbina, che pareva sempre che piangesse; una
bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre incinta di molti mesi,
poveretta; e dell'altre, tozzotte, belloccie, malaticcie, bruttine, con certe voci
stridule e certe pronuncie dell'altro mondo; ma che ci rapivano in estasi,
quando comparivano sul palco scenico, coi capelli sciolti per le spalle,
facendo le pazze col solito spediente del piantoriso. Ah! Dio grande! Essere
amati da una prima donna! Era la suprema delle felicità e delle glorie
umane! Come dovevano essere superiori a tutte le miserie della vita, che
sovrumano linguaggio dovevan parlare, come ci parevano scolorite e
prosaiche tutte le altre donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi
avrebbe osato sperare neppure uno sguardo da una di quelle creature arcane
e sfolgoranti, che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria Stuarda e di
Diana di Poitiers. Incontrandole per la strada, arrossivamo; e una loro
parola che cogliessimo a volo mentre passavano, una frase straordinaria e
misteriosa, come: Ho aspettato la sarta fino alle sette.... oppure: — Ci hanno
portato i bagagli al Bue rosso.... — ci sonava nel capo per tutta la giornata,
come il suono d'un'arpa celeste.
*
Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione più profonda, perchè, a
quell'età, si ammira più il grandioso e il terribile di quello che non s'ami il
tenero e il gentile. La nostra grande passione erano le scene in cui un
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personaggio coraggioso e generoso, invasato dall'ira, incalzava un altro
personaggio a traverso al palco scenico, gridandogli sul viso. — Codardo,
sciagurato, infame, miserabile, assassino del sangue tuo, oppure del sangue
mio. — Quanto più ne sputava, tanto più applaudivamo. E in queste scene,
bisogna dirlo, anche i più tangheri avevano dei momenti felici. Ma sopra
tutte ci entusiasmavano le scene culminanti dei drammi patriottici, che in
quegli anni avevano gran voga. Erano i bei tempi dei Martiri del 21, del
Fanciullo Mortara, dei Processi di Mantova, se non sbaglio il titolo, e di
altri drammi pieni di congiurati, di commissarii di polizia, di sgherri papali,
di gendarmi austriaci: — drammi mediocri, per quanto mi ricordo, come
lavori d'arte, — ma d'efficacia maravigliosa sui giovanetti, specialmente per
le tirate degli oppressi contro gli oppressori, alcune delle quali non
mancavano davvero di eloquenza. Noi pestavamo i piedi, battevamo i
pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle espressioni clamorose d'amor di
patria, nelle quali gli attori ci apparivano venerabili e gloriosi quanto gli
eroi medesimi che rappresentavano. C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il
quale avremmo dato metà del nostro sangue. E sì che allora le tirate
patriottiche erano fatte in maniera da toglier qualunque illusione artistica.
Arrivato a quel punto, l'attore si voltava addirittura verso la platea, come
per arringare il pubblico, e recitava la sua filastrocca, come un pezzo
staccato dal dramma, cambiando voce e intonazione, con lo sguardo come
perduto verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava! Eran sublimi. E
se qualche volta uno spettatore scettico e impertinente, accanto a noi,
esclamava a mezza voce: — Che cani! — era bell'e giudicato, da noi altri:
non poteva essere che un asino e un vile. Che belle, indimenticabili serate!
Ci fermavamo alla porta per veder uscire il Confalonieri, Silvio Pellico, il
vecchio Schiller. — Son loro, — ci dicevamo nell'orecchio: — eccoli qui.
— E ci pareva un nuovo e maggiore indizio di grandezza quell'aria stracca,
e così tra sprezzante e burlona, con la quale uscivano dal tempio della loro
gloria, accendendo un mezzo sigaro e tirandosi il bavero sugli orecchi,
come il comune dei mortali.
*
Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi disegnare, tanto mi son rimasti
stampati, cesellati nella memoria. Uno m'entusiasmò principalmente, un
personaggio a traverso al palco scenico, gridandogli sul viso. — Codardo,
sciagurato, infame, miserabile, assassino del sangue tuo, oppure del sangue
mio. — Quanto più ne sputava, tanto più applaudivamo. E in queste scene,
bisogna dirlo, anche i più tangheri avevano dei momenti felici. Ma sopra
tutte ci entusiasmavano le scene culminanti dei drammi patriottici, che in
quegli anni avevano gran voga. Erano i bei tempi dei Martiri del 21, del
Fanciullo Mortara, dei Processi di Mantova, se non sbaglio il titolo, e di
altri drammi pieni di congiurati, di commissarii di polizia, di sgherri papali,
di gendarmi austriaci: — drammi mediocri, per quanto mi ricordo, come
lavori d'arte, — ma d'efficacia maravigliosa sui giovanetti, specialmente per
le tirate degli oppressi contro gli oppressori, alcune delle quali non
mancavano davvero di eloquenza. Noi pestavamo i piedi, battevamo i
pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle espressioni clamorose d'amor di
patria, nelle quali gli attori ci apparivano venerabili e gloriosi quanto gli
eroi medesimi che rappresentavano. C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il
quale avremmo dato metà del nostro sangue. E sì che allora le tirate
patriottiche erano fatte in maniera da toglier qualunque illusione artistica.
Arrivato a quel punto, l'attore si voltava addirittura verso la platea, come
per arringare il pubblico, e recitava la sua filastrocca, come un pezzo
staccato dal dramma, cambiando voce e intonazione, con lo sguardo come
perduto verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava! Eran sublimi. E
se qualche volta uno spettatore scettico e impertinente, accanto a noi,
esclamava a mezza voce: — Che cani! — era bell'e giudicato, da noi altri:
non poteva essere che un asino e un vile. Che belle, indimenticabili serate!
Ci fermavamo alla porta per veder uscire il Confalonieri, Silvio Pellico, il
vecchio Schiller. — Son loro, — ci dicevamo nell'orecchio: — eccoli qui.
— E ci pareva un nuovo e maggiore indizio di grandezza quell'aria stracca,
e così tra sprezzante e burlona, con la quale uscivano dal tempio della loro
gloria, accendendo un mezzo sigaro e tirandosi il bavero sugli orecchi,
come il comune dei mortali.
*
Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi disegnare, tanto mi son rimasti
stampati, cesellati nella memoria. Uno m'entusiasmò principalmente, un
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primo attore romagnolo, giovane, il quale, a quel che dicevano, imitava
Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso. Ripensandoci ora, mi sembra
che dovess'essere un birbaccione: smaniava come un ossesso, e aveva una
voce arrantolata da metter paura ai bambini. Ma quando faceva il Bravo di
Venezia, nell'ultim'atto, gli avrei gettato sul palcoscenico una bracciata di
cartelle del Debito pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere terribili
e grottesche, delle figure che mi parevano modelli insuperabili di bellezza e
d'eleganza, dei colossi dal passo elefantino, una varietà infinita di gambe,
soprattutto, gambe vestite di maglie di tutti i colori, gambe sottili e maligne
di Luigi undecimi e di Filippi secondi, ristecchite dalle fatiche continue
della caccia al desinare; gamboni idropici di Don Marzi, gambe torte e
bitorzolute di Paoli e di Romei, belle gambe scultorie di Cesari di Bazan,
alle quali paragonavo con invidia le mie seste ginocchiute di scolaretto
cresciuto precocemente. Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella
mente, è un tiranno, — lombardo, mi pare; — quello stesso che faceva il
Luchino Visconti in quella serata terribile. Ma faceva pure delle parti
buone, — le parti di gran forza, — nei drammi patriottici. Era un
curiosissimo originale: di media statura, tarchiato come un atleta, un po'
panciuto, con un gran naso a gancio, senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di
trentacinque anni, o press'a poco. Capiva pochissimo quello che diceva: l'ho
capito dopo; recitava con una monotonia micidiale; faceva il duca d'Alba e
il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva un organo vocale di tal potenza,
quel buon bestione, che, nelle tirate patriottiche, in special modo, quando la
sprigionava tutta quanta dalle spaziose atre caverne, faceva tremare il
teatro, e suscitava un uragano d'applausi. No, nessuna parola può dare
un'idea di quella voce; non ne ho mai più udita una simile. Aveva un organo
di cattedrale, un cannone, un leone, il corno d'Astolfo nel corpo; avrebbe
coperto lo strepito d'un arsenale col suo mostruoso vocione. Non so più in
quale dramma, nominando per caso gli Svizzeri, faceva una sfuriata contro
gli Svizzeri mercenari. Me ne ricordo sempre. Diceva a voce bassa,
naturalmente, terminando un periodo: — .... come usano gli Svizzeri; — e
poi, tutt'a un tratto, esplodendo come un mortaio: — Oooooh gli Svizzeri!
Caaarne ven-du-ta! Oooooh se l'ombra di Guglielmo Tell potesse levarsi dal
suo sepolcro, ecc. — Pareva di sentire il fragore del tuono in una valle delle
Alpi. E non se la pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il suo accento
non aveva neppure un leggerissimo tremito, la sua faccia rimaneva
Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso. Ripensandoci ora, mi sembra
che dovess'essere un birbaccione: smaniava come un ossesso, e aveva una
voce arrantolata da metter paura ai bambini. Ma quando faceva il Bravo di
Venezia, nell'ultim'atto, gli avrei gettato sul palcoscenico una bracciata di
cartelle del Debito pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere terribili
e grottesche, delle figure che mi parevano modelli insuperabili di bellezza e
d'eleganza, dei colossi dal passo elefantino, una varietà infinita di gambe,
soprattutto, gambe vestite di maglie di tutti i colori, gambe sottili e maligne
di Luigi undecimi e di Filippi secondi, ristecchite dalle fatiche continue
della caccia al desinare; gamboni idropici di Don Marzi, gambe torte e
bitorzolute di Paoli e di Romei, belle gambe scultorie di Cesari di Bazan,
alle quali paragonavo con invidia le mie seste ginocchiute di scolaretto
cresciuto precocemente. Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella
mente, è un tiranno, — lombardo, mi pare; — quello stesso che faceva il
Luchino Visconti in quella serata terribile. Ma faceva pure delle parti
buone, — le parti di gran forza, — nei drammi patriottici. Era un
curiosissimo originale: di media statura, tarchiato come un atleta, un po'
panciuto, con un gran naso a gancio, senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di
trentacinque anni, o press'a poco. Capiva pochissimo quello che diceva: l'ho
capito dopo; recitava con una monotonia micidiale; faceva il duca d'Alba e
il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva un organo vocale di tal potenza,
quel buon bestione, che, nelle tirate patriottiche, in special modo, quando la
sprigionava tutta quanta dalle spaziose atre caverne, faceva tremare il
teatro, e suscitava un uragano d'applausi. No, nessuna parola può dare
un'idea di quella voce; non ne ho mai più udita una simile. Aveva un organo
di cattedrale, un cannone, un leone, il corno d'Astolfo nel corpo; avrebbe
coperto lo strepito d'un arsenale col suo mostruoso vocione. Non so più in
quale dramma, nominando per caso gli Svizzeri, faceva una sfuriata contro
gli Svizzeri mercenari. Me ne ricordo sempre. Diceva a voce bassa,
naturalmente, terminando un periodo: — .... come usano gli Svizzeri; — e
poi, tutt'a un tratto, esplodendo come un mortaio: — Oooooh gli Svizzeri!
Caaarne ven-du-ta! Oooooh se l'ombra di Guglielmo Tell potesse levarsi dal
suo sepolcro, ecc. — Pareva di sentire il fragore del tuono in una valle delle
Alpi. E non se la pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il suo accento
non aveva neppure un leggerissimo tremito, la sua faccia rimaneva
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impassibile; egli metteva fuori tutta quell'ira di Dio senza scomporsi
menomamente, come se avesse chiacchierato con un amico con la tromba a
volano. Ma come resistere a quella voce? Io me la sentivo rombare poi nella
camera per tutta la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo che gonfiare
il collo, declamando: — Oooooh Svizzeri! Caarne venduta! — con un
entusiasmo.... del quale si risentiva poi miseramente la mia composizione
latina.
*
Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani, allora, dall'immaginare le
miserie e i dolori che nascondevano sotto i loro manti di re e sotto i loro
giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che dovessero essere tutti felici,
fortunati in amore, cercati, festeggiati per tutto dove si presentavano. Non
c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora di far l'artista drammatico. —
La famiglia ci farà un po' di opposizione sulle prime, — pensavamo — ma
poi, quando riconoscerà la vocazione, e proverà l'ebbrezza degli applausi,
acconsentirà, e come! — Intanto c'ingegnavamo d'imitare gli attori.
Copiavamo la pettinatura del prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il
brillante, imitavamo la pronunzia, il passo, il modo di ridere ora dell'uno ora
dell'altro, avremmo voluto poterci vestire sul loro modello. Quel certo
primo attore romagnolo aveva un cappotto di mezza stagione, color caffè e
latte, che gli stava come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma una
bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra. Mi pareva che passeggiar per la
città con quel cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera innanzi il
Bravo di Venezia com'egli lo recitava, dovesse essere il più dolce dei trionfi
umani: lui, invece, modesto, si fermava delle mezze ore davanti alle vetrine
dei salumai. Noi sapevamo i fatti loro, come spie, da tanto che n'eravamo
curiosi, e con tanto ardore ne accattavamo notizie da ogni parte. Luigi
undecimo faceva cucina in casa: chi lo avrebbe mai pensato! La prima
donna sonava la chitarra. L'attore che faceva così bene Carlo Quinto aveva
detto una sera, nel Caffè della rotonda, ad alta voce: — Val più un pelo
dello Shakspeare che tutta la parrucca di Vittorio Alfieri! — L'amoroso
fumava tabacco turco. E in quei quaranta giorni di convivenza spirituale
con loro, mettevamo un certo affetto a tutti; quando qualcheduno era
fischiato, ne provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo della loro
menomamente, come se avesse chiacchierato con un amico con la tromba a
volano. Ma come resistere a quella voce? Io me la sentivo rombare poi nella
camera per tutta la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo che gonfiare
il collo, declamando: — Oooooh Svizzeri! Caarne venduta! — con un
entusiasmo.... del quale si risentiva poi miseramente la mia composizione
latina.
*
Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani, allora, dall'immaginare le
miserie e i dolori che nascondevano sotto i loro manti di re e sotto i loro
giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che dovessero essere tutti felici,
fortunati in amore, cercati, festeggiati per tutto dove si presentavano. Non
c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora di far l'artista drammatico. —
La famiglia ci farà un po' di opposizione sulle prime, — pensavamo — ma
poi, quando riconoscerà la vocazione, e proverà l'ebbrezza degli applausi,
acconsentirà, e come! — Intanto c'ingegnavamo d'imitare gli attori.
Copiavamo la pettinatura del prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il
brillante, imitavamo la pronunzia, il passo, il modo di ridere ora dell'uno ora
dell'altro, avremmo voluto poterci vestire sul loro modello. Quel certo
primo attore romagnolo aveva un cappotto di mezza stagione, color caffè e
latte, che gli stava come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma una
bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra. Mi pareva che passeggiar per la
città con quel cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera innanzi il
Bravo di Venezia com'egli lo recitava, dovesse essere il più dolce dei trionfi
umani: lui, invece, modesto, si fermava delle mezze ore davanti alle vetrine
dei salumai. Noi sapevamo i fatti loro, come spie, da tanto che n'eravamo
curiosi, e con tanto ardore ne accattavamo notizie da ogni parte. Luigi
undecimo faceva cucina in casa: chi lo avrebbe mai pensato! La prima
donna sonava la chitarra. L'attore che faceva così bene Carlo Quinto aveva
detto una sera, nel Caffè della rotonda, ad alta voce: — Val più un pelo
dello Shakspeare che tutta la parrucca di Vittorio Alfieri! — L'amoroso
fumava tabacco turco. E in quei quaranta giorni di convivenza spirituale
con loro, mettevamo un certo affetto a tutti; quando qualcheduno era
fischiato, ne provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo della loro
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partenza, si era sempre un po' malinconici come se fossero partiti con loro
mille idee, mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa dei
personaggi storici e delle creature immaginarie che essi avevano incarnato
sulla scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta in un silenzio stupido e
uggioso.
*
E ora, — mi domando sovente, — dove saranno andati a finire quei
commedianti, che vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, con
le loro fisonomie, con la loro voce, coi loro vestiti? I padri nobili, poveretti,
saran morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, è sfumato un quarto di
secolo dopo quegli anni; più d'un tiranno avrà chiusi gli occhi all'ospedale,
pur troppo; altri avranno corso le più bizzarre avventure; celebre, tra i
giovani, non è diventato nessuno, ch'io sappia. E quelle povere prime
attrici? Io le vedo confusamente proseguire il loro pellegrinaggio faticoso di
piccola città in piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati e semioscuri,
piangere nelle camere nude degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate,
spossate; e ne sento una grande pietà, come se a quel tempo le avessi amate
davvero, non come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, esse hanno
rallegrato e commosso la nostra prima età, e sono come vecchie amiche
perdute, per noi altri. Come possiamo ricordarle senza affetto e senza
gratitudine? Qualche volta, assistendo a una rappresentazione drammatica
nel teatro d'una piccola città dove sono andato a passar ventiquattr'ore con
un amico, riconosco uno di quegli antichi attori, invecchiato, sfiatato,
caduto nelle parti secondarie, con la storia di venticinque anni di stenti
scritta sul viso. Non lo riconosco subito, naturalmente; bisogna che gli si
presenti l'opportunità di fare quel certo gesto o di metter fuori quel dato
grido, per il quale la sua immagine è viva nel mio capo; allora, alla terza o
alla quarta scena, per lo più, ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il
marito di Maria Giovanna dei tempi antichi, il Conte di Montecristo che mi
fece tornare a casa per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. Che
piacere, un poco triste, ma vivo, riprovo sempre in quel momento! Con che
profonda attenzione lo ascolto allora, quante cose rivedo e risento al suono
della sua voce! E come andrei ad aspettarlo all'uscita del teatro, per fargli
festa, e parlare con lui del nostro buon tempo, se non temessi di esser preso
mille idee, mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa dei
personaggi storici e delle creature immaginarie che essi avevano incarnato
sulla scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta in un silenzio stupido e
uggioso.
*
E ora, — mi domando sovente, — dove saranno andati a finire quei
commedianti, che vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, con
le loro fisonomie, con la loro voce, coi loro vestiti? I padri nobili, poveretti,
saran morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, è sfumato un quarto di
secolo dopo quegli anni; più d'un tiranno avrà chiusi gli occhi all'ospedale,
pur troppo; altri avranno corso le più bizzarre avventure; celebre, tra i
giovani, non è diventato nessuno, ch'io sappia. E quelle povere prime
attrici? Io le vedo confusamente proseguire il loro pellegrinaggio faticoso di
piccola città in piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati e semioscuri,
piangere nelle camere nude degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate,
spossate; e ne sento una grande pietà, come se a quel tempo le avessi amate
davvero, non come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, esse hanno
rallegrato e commosso la nostra prima età, e sono come vecchie amiche
perdute, per noi altri. Come possiamo ricordarle senza affetto e senza
gratitudine? Qualche volta, assistendo a una rappresentazione drammatica
nel teatro d'una piccola città dove sono andato a passar ventiquattr'ore con
un amico, riconosco uno di quegli antichi attori, invecchiato, sfiatato,
caduto nelle parti secondarie, con la storia di venticinque anni di stenti
scritta sul viso. Non lo riconosco subito, naturalmente; bisogna che gli si
presenti l'opportunità di fare quel certo gesto o di metter fuori quel dato
grido, per il quale la sua immagine è viva nel mio capo; allora, alla terza o
alla quarta scena, per lo più, ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il
marito di Maria Giovanna dei tempi antichi, il Conte di Montecristo che mi
fece tornare a casa per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. Che
piacere, un poco triste, ma vivo, riprovo sempre in quel momento! Con che
profonda attenzione lo ascolto allora, quante cose rivedo e risento al suono
della sua voce! E come andrei ad aspettarlo all'uscita del teatro, per fargli
festa, e parlare con lui del nostro buon tempo, se non temessi di esser preso
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per un burlone o per un matto! Non più di sei mesi fa, per esempio (è il
ricordo che mi ispirò di scrivere l'articoletto), ne feci uno graditissimo di
questi riconoscimenti. Passeggiando col professore D'Ovidio in piazza
Solferino, mi vedo camminar davanti, a una decina di passi, un poco di
sbieco, un signore grasso, largo di spalle, vestito alla diavola, ma pulito, con
una grossa canna in mano; una figura che mi ridesta una lontanissima
reminiscenza. — Possibile! dico tra me. Che sia proprio lui! Ancora lui,
così saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il passo, guardo
curiosamente quel viso.... Era lui, — lui in corpo e in anima, — Luchino
Visconti, la voce di cannone, quello della carne venduta, il formidabile
tiranno che m'aveva fatto scappar dal teatro, soffocato dai singhiozzi. Il mio
primo impulso sarebbe stato di fermarlo, di dirgli: — Ma come, lei qui? Ma
come va? Ma dov'è stato? Ma venga.... — Sai chi è quello lì? dissi al
D'Ovidio, e gli raccontai la storia. — Fermiamolo dunque, — rispose egli
ridendo; e mi sospinse verso di lui. Ma il solito timore di parere un cervello
balzano mi trattenne. Che sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata,
avrei desinato con lui, avrei inteso la storia di chi sa che strane vicende, gli
avrei fatto piacere a raccontargli le mie commozioni di ragazzo, e dopo aver
votato parecchie bottiglie, ci saremmo forse alzati da tavola vociando
insieme: — Ooooooh Svizzeri! Caaaarne venduta! — E invece non feci che
accompagnarlo con lo sguardo finchè svoltò a una cantonata....
Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera e profonda simpatia,
mandandogli un saluto dal più vivo del cuore, e salutando affettuosamente
con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi, vivi e morti, amorosi e
tiranni, bravi attori e poveri cani.... idoli della mia infanzia, cari ricordi
della mia gioventù, fantasmi dolcemente tristi della mia età matura....
ricordo che mi ispirò di scrivere l'articoletto), ne feci uno graditissimo di
questi riconoscimenti. Passeggiando col professore D'Ovidio in piazza
Solferino, mi vedo camminar davanti, a una decina di passi, un poco di
sbieco, un signore grasso, largo di spalle, vestito alla diavola, ma pulito, con
una grossa canna in mano; una figura che mi ridesta una lontanissima
reminiscenza. — Possibile! dico tra me. Che sia proprio lui! Ancora lui,
così saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il passo, guardo
curiosamente quel viso.... Era lui, — lui in corpo e in anima, — Luchino
Visconti, la voce di cannone, quello della carne venduta, il formidabile
tiranno che m'aveva fatto scappar dal teatro, soffocato dai singhiozzi. Il mio
primo impulso sarebbe stato di fermarlo, di dirgli: — Ma come, lei qui? Ma
come va? Ma dov'è stato? Ma venga.... — Sai chi è quello lì? dissi al
D'Ovidio, e gli raccontai la storia. — Fermiamolo dunque, — rispose egli
ridendo; e mi sospinse verso di lui. Ma il solito timore di parere un cervello
balzano mi trattenne. Che sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata,
avrei desinato con lui, avrei inteso la storia di chi sa che strane vicende, gli
avrei fatto piacere a raccontargli le mie commozioni di ragazzo, e dopo aver
votato parecchie bottiglie, ci saremmo forse alzati da tavola vociando
insieme: — Ooooooh Svizzeri! Caaaarne venduta! — E invece non feci che
accompagnarlo con lo sguardo finchè svoltò a una cantonata....
Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera e profonda simpatia,
mandandogli un saluto dal più vivo del cuore, e salutando affettuosamente
con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi, vivi e morti, amorosi e
tiranni, bravi attori e poveri cani.... idoli della mia infanzia, cari ricordi
della mia gioventù, fantasmi dolcemente tristi della mia età matura....
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UN'ASCENSIONE IN PALLONE.
Era una promessa fatta a due giovani studenti, miei compagni di viaggio
carissimi; ma speravo di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero pentito
d'aver promesso quando da un piroscafo del lago avevo visto sospesa nel
cielo di Ginevra quella palla color di patata, grossa quanto un'arancia, e al
pensiero di doverci andar dentro il giorno dopo m'era preso un principio di
capogiro. Il giorno dopo fui fortunato: trovammo scritto sulla porta del
recinto: — Vent trop fort, ascensions suspendues; — e sperai nella
continuazione del vento. Ma la mattina seguente il cielo era limpido, l'aria
immobile, il fato ineluttabile. — Sia fatta la vostra volontà — dissi — così
in cielo come in terra, — e m'avviai alla stazione di partenza per le regioni
eteree con un buon umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, da una
curiosità vivissima della sensazione nuova che avrei provata.
*
Vicino al recinto incontrai un mio buon amico di Torino e lo invitai a fare
l'ascensione con noi. Credette che parlassi di montagne. — No — gli dissi
— sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu vuoi scherzare, — mi
rispose, e pestando un piede in terra: — Io amo questa, — soggiunse. E mi
disse la ragione della sua ripugnanza. Era un ricordo di ventisette anni fa.
Un suo conoscente, a Firenze, s'era voluto levare il capriccio, spendendo un
centinaio di lire, di fare un'ascensione areostatica con altri tre o quattro
signori. Ma aveva fatto assegnamento sopra un “coraggio fisico„ che non
aveva. Partito appena il pallone, con la rapidità d'una freccia, dal Politeama
Vittorio Emanuele, egli era impallidito come un morto, s'era accucciato
nella navicella come un cane, e stando così, stravolto e tremante, non aveva
fatto che ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per tutta la durata
del viaggio; terminato il quale, portato a casa in carrozza, s'era cacciato in
letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai l'amico dell'incoraggiamento
amichevole, pagai a uno sportello (caruccio) il bel piacere che m'aspettava,
Era una promessa fatta a due giovani studenti, miei compagni di viaggio
carissimi; ma speravo di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero pentito
d'aver promesso quando da un piroscafo del lago avevo visto sospesa nel
cielo di Ginevra quella palla color di patata, grossa quanto un'arancia, e al
pensiero di doverci andar dentro il giorno dopo m'era preso un principio di
capogiro. Il giorno dopo fui fortunato: trovammo scritto sulla porta del
recinto: — Vent trop fort, ascensions suspendues; — e sperai nella
continuazione del vento. Ma la mattina seguente il cielo era limpido, l'aria
immobile, il fato ineluttabile. — Sia fatta la vostra volontà — dissi — così
in cielo come in terra, — e m'avviai alla stazione di partenza per le regioni
eteree con un buon umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, da una
curiosità vivissima della sensazione nuova che avrei provata.
*
Vicino al recinto incontrai un mio buon amico di Torino e lo invitai a fare
l'ascensione con noi. Credette che parlassi di montagne. — No — gli dissi
— sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu vuoi scherzare, — mi
rispose, e pestando un piede in terra: — Io amo questa, — soggiunse. E mi
disse la ragione della sua ripugnanza. Era un ricordo di ventisette anni fa.
Un suo conoscente, a Firenze, s'era voluto levare il capriccio, spendendo un
centinaio di lire, di fare un'ascensione areostatica con altri tre o quattro
signori. Ma aveva fatto assegnamento sopra un “coraggio fisico„ che non
aveva. Partito appena il pallone, con la rapidità d'una freccia, dal Politeama
Vittorio Emanuele, egli era impallidito come un morto, s'era accucciato
nella navicella come un cane, e stando così, stravolto e tremante, non aveva
fatto che ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per tutta la durata
del viaggio; terminato il quale, portato a casa in carrozza, s'era cacciato in
letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai l'amico dell'incoraggiamento
amichevole, pagai a uno sportello (caruccio) il bel piacere che m'aspettava,
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e, passato tra i ferri d'un contatore, mi trovai di faccia all'enorme sfera di
seta chinese, chiusa in una rete di quattrocento corde e gonfia di tremila
cinquecento metri cubi d'idrogeno, che doveva portarmi dove non
desideravo di andare.
*
Siamo appena entrati che sopraggiunge una folla di gente d'ogni paese, fra
cui molte signore e signorine impennacchiate, molto più impazienti di me di
levarsi a volo; le quali discutono in dieci lingue della forza di resistenza
della seta e delle corde, delle valvole automatiche e del palloncino
compensatore, come se avessero fatto un corso compiuto d'areostatica. —
Ma noi abbiamo la fortuna, — così dicono i miei due compagni, — d'essere
della prima infornata. — I fortunati sono undici, non contando il capitano;
poichè c'è un capitano, col berretto gallonato, un grosso svizzero biondo e
flemmatico, a cui saranno affidate le nostre vite. E ci stringiamo tutti in un
gruppo, col nostro biglietto numerato alla mano, che fa nascer subito fra di
noi una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono due rotonde signore
quarantenni, due piccole immagini dell'areostato, e il marito d'una di esse,
che sento chiamare da altri viaggiatori monsieur Charles, sferico come la
sua compagna, un viso di buon diavolo angustiato, che mostra una passione
per la navigazione aerea anche meno ardente della mia. Dagli sguardi
inquieti che rivolge a tutti i suoi compagni di viaggio capisco il suo
pensiero. Par che il caso abbia raccolto nella nostra infornata, — fatta
eccezione dei miei figliuoli, — le più maestose moli umane di Ginevra.
Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente la forza di resistenza di duecento
chilogrammi che ha ciascuna delle quattrocento corde? Questa domanda si
legge nei suoi occhi, e negli occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come
per pesarsi. Il colosso, un giovine svizzero burlone, dice forte: — Dove
andremo a cascare? In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? O ci
andremo a infilare nei pini del Brünig? Il cuore non mi dice nulla di buono.
— Tu l'entends? — domanda monsieur Charles alla signora; ed io colgo a
volo un tais-toi, c'est ridicule, che mi dice chiaro che è lei, con quel becco
imperioso di pappagallo, che vuole far l'ascensione, e ch'egli s'è deciso ad
avventurarsi nel cielo per evitare una battaglia sulla terra. Un altro, — un
grosso tedesco giallognolo, — non mi par più smanioso di lui di
seta chinese, chiusa in una rete di quattrocento corde e gonfia di tremila
cinquecento metri cubi d'idrogeno, che doveva portarmi dove non
desideravo di andare.
*
Siamo appena entrati che sopraggiunge una folla di gente d'ogni paese, fra
cui molte signore e signorine impennacchiate, molto più impazienti di me di
levarsi a volo; le quali discutono in dieci lingue della forza di resistenza
della seta e delle corde, delle valvole automatiche e del palloncino
compensatore, come se avessero fatto un corso compiuto d'areostatica. —
Ma noi abbiamo la fortuna, — così dicono i miei due compagni, — d'essere
della prima infornata. — I fortunati sono undici, non contando il capitano;
poichè c'è un capitano, col berretto gallonato, un grosso svizzero biondo e
flemmatico, a cui saranno affidate le nostre vite. E ci stringiamo tutti in un
gruppo, col nostro biglietto numerato alla mano, che fa nascer subito fra di
noi una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono due rotonde signore
quarantenni, due piccole immagini dell'areostato, e il marito d'una di esse,
che sento chiamare da altri viaggiatori monsieur Charles, sferico come la
sua compagna, un viso di buon diavolo angustiato, che mostra una passione
per la navigazione aerea anche meno ardente della mia. Dagli sguardi
inquieti che rivolge a tutti i suoi compagni di viaggio capisco il suo
pensiero. Par che il caso abbia raccolto nella nostra infornata, — fatta
eccezione dei miei figliuoli, — le più maestose moli umane di Ginevra.
Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente la forza di resistenza di duecento
chilogrammi che ha ciascuna delle quattrocento corde? Questa domanda si
legge nei suoi occhi, e negli occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come
per pesarsi. Il colosso, un giovine svizzero burlone, dice forte: — Dove
andremo a cascare? In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? O ci
andremo a infilare nei pini del Brünig? Il cuore non mi dice nulla di buono.
— Tu l'entends? — domanda monsieur Charles alla signora; ed io colgo a
volo un tais-toi, c'est ridicule, che mi dice chiaro che è lei, con quel becco
imperioso di pappagallo, che vuole far l'ascensione, e ch'egli s'è deciso ad
avventurarsi nel cielo per evitare una battaglia sulla terra. Un altro, — un
grosso tedesco giallognolo, — non mi par più smanioso di lui di
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abbandonare il globo terracqueo. — Souffrez-fous le fertige? — mi
domanda nell'orecchio. — Più del necessario per divertirmi, — rispondo.
Finalmente cade la catena che chiude il passaggio, e per un ponte mobile
montiamo sulla navicella, dove il capitano distribuisce le nostre gravità in
modo da mantener l'equilibrio. Una voce grida: — Attention! — Tutti si
voltano da una parte, dove scopro la principale ragione per cui molti si
decidono a quel viaggio: una grande macchina fotografica rivolta verso di
noi. Tutti prendono delle impostature d'areonauti temerari. — C'est fait! —
grida il fotografo. Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano dà un
fischio, sei inservienti in uniforme staccano a un punto dagli anelli le sei
corde che ci agganciavano al pianeta.... e il pallone si solleva.
*
Non è che questo? È una delizia. L'ascensione è lenta. Non par di salire. Io
mi trovo fra il colosso e monsieur Charles, che mi volta le spalle,
mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che par la fotografia animata
dello Sgomento. Questo mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io guardo
lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado allargando. Ma a un certo
punto commetto l'imprudenza di chinare il viso sul largo foro centrale della
navicella e di guardar giù, proprio a filo sotto i miei piedi, misurando con
un'occhiata tutto lo spazio — l'altezza d'un par di torri di Giotto — che ci
separa già dalla terra. Mi fo indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine
m'ha acciuffato. Fu un minuto solo; ma.... lungo. Una tentazione
vergognosa mi prese d'accoccolarmi dolcemente fra i due parapetti della
navicella, chinando il capo e chiudendo gli occhi. Ma uno sguardo mi salvò:
vidi la mano con cui monsieur Charles stringeva una delle corde, e la
violenza compassionevole della commozione che indicavano i muscoli
gonfiati e tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, mi rinfrancò.
Mi rimase un malessere, non di meno, nuovo affatto, e difficile a esprimere:
una maledetta voglia di sedere, un sentimento di solitudine fisica, un senso
fastidioso del mio peso, quasi un ribrezzo della cedevolezza dei vimini di
quel cestone odioso, a cui m'appoggiavo col fianco.... — Parfaitement
dêsagréable — intesi dire da una delle due signore, che non vedevo. —
C'est ça, risposi tra me; era pure la mia opinione. È strano: non avevo quasi
coscienza in quel momento della legge fisica in virtù della quale salivamo,
domanda nell'orecchio. — Più del necessario per divertirmi, — rispondo.
Finalmente cade la catena che chiude il passaggio, e per un ponte mobile
montiamo sulla navicella, dove il capitano distribuisce le nostre gravità in
modo da mantener l'equilibrio. Una voce grida: — Attention! — Tutti si
voltano da una parte, dove scopro la principale ragione per cui molti si
decidono a quel viaggio: una grande macchina fotografica rivolta verso di
noi. Tutti prendono delle impostature d'areonauti temerari. — C'est fait! —
grida il fotografo. Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano dà un
fischio, sei inservienti in uniforme staccano a un punto dagli anelli le sei
corde che ci agganciavano al pianeta.... e il pallone si solleva.
*
Non è che questo? È una delizia. L'ascensione è lenta. Non par di salire. Io
mi trovo fra il colosso e monsieur Charles, che mi volta le spalle,
mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che par la fotografia animata
dello Sgomento. Questo mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io guardo
lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado allargando. Ma a un certo
punto commetto l'imprudenza di chinare il viso sul largo foro centrale della
navicella e di guardar giù, proprio a filo sotto i miei piedi, misurando con
un'occhiata tutto lo spazio — l'altezza d'un par di torri di Giotto — che ci
separa già dalla terra. Mi fo indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine
m'ha acciuffato. Fu un minuto solo; ma.... lungo. Una tentazione
vergognosa mi prese d'accoccolarmi dolcemente fra i due parapetti della
navicella, chinando il capo e chiudendo gli occhi. Ma uno sguardo mi salvò:
vidi la mano con cui monsieur Charles stringeva una delle corde, e la
violenza compassionevole della commozione che indicavano i muscoli
gonfiati e tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, mi rinfrancò.
Mi rimase un malessere, non di meno, nuovo affatto, e difficile a esprimere:
una maledetta voglia di sedere, un sentimento di solitudine fisica, un senso
fastidioso del mio peso, quasi un ribrezzo della cedevolezza dei vimini di
quel cestone odioso, a cui m'appoggiavo col fianco.... — Parfaitement
dêsagréable — intesi dire da una delle due signore, che non vedevo. —
C'est ça, risposi tra me; era pure la mia opinione. È strano: non avevo quasi
coscienza in quel momento della legge fisica in virtù della quale salivamo,
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nè dell'apparecchio macchinoso che ci portava: mi pareva che ci levasse in
alto qualche smisurato uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. La
navicella non faceva il minimo moto, nè le corde il più leggiero fruscìo:
avrei giurato che stavamo immobili nello spazio. — C'est égal; ce ne sera
jamais mon métier, — disse una voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che
si dice del mare! È un elemento infido; ma vi sentite sotto qualche cosa, su
cui in qualche modo ci si può reggere; ma l'aria.... l'aria non è niente. No,
non sarà mai questo il mio genere di sport, se ne dovrò scegliere uno. Cento
volte meglio la bicicletta. — E tutti quei modi coi quali si suole esprimere
un sentimento di gioia o d'entusiasmo: — “parersi sollevato al disopra della
terra„ — “sorvolare a questo basso mondo„ — “sentirsi rapito in alto„ —
mi parevano smargiassate rettoriche. In verità, non avevo creduto mai di
essere così strettamente affezionato, come mi sentivo in quel quarto d'ora, al
mio pianeta nativo.
*
Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, le case scatole, i parchi
aiuole, gli uomini insetti come se una forza mostruosa stringesse,
raccorciasse, rattrappisse ogni cosa. Che mirabile spettacolo! Ginevra
dorata dal sole, l'Arve e il Rodano inargentati, una vasta corona di colline
seminate di borghi e di ville, la grande mezzaluna color celeste del lago di
Leman, i monti verdi del Giura e le rocce grigie della Savoja, la catena
superba del Monte Bianco, un'immensità d'azzurro, di verzura e di neve,
fatta per lo sguardo d'un'aquila. In quella immensità splendida le due
signore si davan la briga di cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del
Voltaire. Altri due sentivo che discutevano sul confine della Francia. —
Voilà le capitaine qui lit son journal — disse il colosso. Infatti, il capitano
leggeva tranquillamente la Tribune de Genève, come se fosse stato in una
sala del Cafè du nord. Quest'osservazione parve che tranquillasse un poco
monsieur Charles che tentò d'abbozzare un sorriso. Se il capitano leggeva il
giornale, pericolo imminente d'un disastro non c'era. Ma una voce che
disse: — Nous dévions — lo turbò da capo. S'era levata veramente un po'
d'aria; la grande bandiera svizzera attaccata al polo inferiore dell'areostato
s'agitava; il pallone era deviato alquanto fuor della direzione del recinto da
cui era partito. Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur Charles
alto qualche smisurato uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. La
navicella non faceva il minimo moto, nè le corde il più leggiero fruscìo:
avrei giurato che stavamo immobili nello spazio. — C'est égal; ce ne sera
jamais mon métier, — disse una voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che
si dice del mare! È un elemento infido; ma vi sentite sotto qualche cosa, su
cui in qualche modo ci si può reggere; ma l'aria.... l'aria non è niente. No,
non sarà mai questo il mio genere di sport, se ne dovrò scegliere uno. Cento
volte meglio la bicicletta. — E tutti quei modi coi quali si suole esprimere
un sentimento di gioia o d'entusiasmo: — “parersi sollevato al disopra della
terra„ — “sorvolare a questo basso mondo„ — “sentirsi rapito in alto„ —
mi parevano smargiassate rettoriche. In verità, non avevo creduto mai di
essere così strettamente affezionato, come mi sentivo in quel quarto d'ora, al
mio pianeta nativo.
*
Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, le case scatole, i parchi
aiuole, gli uomini insetti come se una forza mostruosa stringesse,
raccorciasse, rattrappisse ogni cosa. Che mirabile spettacolo! Ginevra
dorata dal sole, l'Arve e il Rodano inargentati, una vasta corona di colline
seminate di borghi e di ville, la grande mezzaluna color celeste del lago di
Leman, i monti verdi del Giura e le rocce grigie della Savoja, la catena
superba del Monte Bianco, un'immensità d'azzurro, di verzura e di neve,
fatta per lo sguardo d'un'aquila. In quella immensità splendida le due
signore si davan la briga di cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del
Voltaire. Altri due sentivo che discutevano sul confine della Francia. —
Voilà le capitaine qui lit son journal — disse il colosso. Infatti, il capitano
leggeva tranquillamente la Tribune de Genève, come se fosse stato in una
sala del Cafè du nord. Quest'osservazione parve che tranquillasse un poco
monsieur Charles che tentò d'abbozzare un sorriso. Se il capitano leggeva il
giornale, pericolo imminente d'un disastro non c'era. Ma una voce che
disse: — Nous dévions — lo turbò da capo. S'era levata veramente un po'
d'aria; la grande bandiera svizzera attaccata al polo inferiore dell'areostato
s'agitava; il pallone era deviato alquanto fuor della direzione del recinto da
cui era partito. Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur Charles
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osservava con uno sguardo obliquo il dinamometro appeso all'anello
d'acciaio, come se gli indicasse il grado variante del pericolo, e non ne
staccava gli occhi che per gettare qualche rapida occhiata dentro la cinta
dell'Esposizione. Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza! Paiono quello
che sono in realtà: trastulli di popoli. Vedevo una piccola città carnevalesca,
divisa in due da un ruscello, simmetrica da un lato, disordinata dall'altro,
variata di cento architetture di mille colori, che innalzavan le cupole, le
guglie, le torri, i frontoni dipinti, i tetti a cono e a piramide, luccicanti e
imbandierati, sopra un labirinto di giardini e di boschetti, biancheggianti di
zampilli e di cascate, e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli che
entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano per le vie larghe un dito
e per le piazze grandi come la mano, come un popolo di formiche
affaccendate. Vidi passare sur uno dei due ponti dell'Arve il tranvai elettrico
che faceva il giro della Mostra. Che miseria! Uno scarabeo giallo fuggente
sopra un fuscello a traverso un fil d'acqua. Mi diede nell'occhio, a
un'estremità della cinta, un qualche cosa della grandezza e della forma d'un
mezzo guscio d'ovo tagliato pel lungo: era il grande circo per le giostre e
per le feste ginnastiche, posto sulla riva del fiume, di là dal “villaggio
svizzero„. E il grande villaggio, la maraviglia e il trionfo dell'Esposizione,
pareva formato di châlets tolti dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una
cosa da raccattarsi con due mani e da porgersi per balocco a un bambino.
Sulla piazzetta della chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini rossi
e bianchi. Dovevano essere le belle ragazze svizzere che si preparavano per
le danze nazionali. Com'era mai credibile che per uno di quei puntini rossi
uomini tanto fatti potessero perder la pace?
*
— Nous descendons, monsieur? — mi domandò monsieur Charles, senza
guardarmi.
— Non, nous montons toujours.
— Diable!
A lui pareva già d'averne per più di quanto aveva pagato. Ma se io dicessi
che mi sentivo ancora in credito non direi la verità vera. Stavo molto
d'acciaio, come se gli indicasse il grado variante del pericolo, e non ne
staccava gli occhi che per gettare qualche rapida occhiata dentro la cinta
dell'Esposizione. Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza! Paiono quello
che sono in realtà: trastulli di popoli. Vedevo una piccola città carnevalesca,
divisa in due da un ruscello, simmetrica da un lato, disordinata dall'altro,
variata di cento architetture di mille colori, che innalzavan le cupole, le
guglie, le torri, i frontoni dipinti, i tetti a cono e a piramide, luccicanti e
imbandierati, sopra un labirinto di giardini e di boschetti, biancheggianti di
zampilli e di cascate, e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli che
entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano per le vie larghe un dito
e per le piazze grandi come la mano, come un popolo di formiche
affaccendate. Vidi passare sur uno dei due ponti dell'Arve il tranvai elettrico
che faceva il giro della Mostra. Che miseria! Uno scarabeo giallo fuggente
sopra un fuscello a traverso un fil d'acqua. Mi diede nell'occhio, a
un'estremità della cinta, un qualche cosa della grandezza e della forma d'un
mezzo guscio d'ovo tagliato pel lungo: era il grande circo per le giostre e
per le feste ginnastiche, posto sulla riva del fiume, di là dal “villaggio
svizzero„. E il grande villaggio, la maraviglia e il trionfo dell'Esposizione,
pareva formato di châlets tolti dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una
cosa da raccattarsi con due mani e da porgersi per balocco a un bambino.
Sulla piazzetta della chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini rossi
e bianchi. Dovevano essere le belle ragazze svizzere che si preparavano per
le danze nazionali. Com'era mai credibile che per uno di quei puntini rossi
uomini tanto fatti potessero perder la pace?
*
— Nous descendons, monsieur? — mi domandò monsieur Charles, senza
guardarmi.
— Non, nous montons toujours.
— Diable!
A lui pareva già d'averne per più di quanto aveva pagato. Ma se io dicessi
che mi sentivo ancora in credito non direi la verità vera. Stavo molto
Page 261
meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso quest'osservazione: — Che
bisogno c'è di stringer così forte la corda con la mano destra? — E allentai
la mano.... un poco. E m'arrischiai a guardare un'altra volta per l'apertura
del mezzo — un'occhiata sola, rispettosamente sfuggevole — quanto mi
bastò per veder giù — a una profondità d'abisso — la folla dei viaggiatori
aspettanti — una macchia scura punteggiata di rosa dai visi che guardavano
in alto, verso il piccolo mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, con
un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi raccolsi nell'ammirazione del
lago di Ginevra, una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi piroscafi
apparivano come moscherini anneganti che si dibattessero senza far
cammino, e la lunga fila dei villaggi e delle ville della riva settentrionale
sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli multicolori, raggruppati in
ghirlande e in mazzetti, con gli steli immersi nell'acqua. Che dolce silenzio!
Nè il rumore della galleria delle macchine, nè lo scampanìo festoso, nè il
muggito degli armenti del villaggio svizzero, nè la musica barbara
dell'accampamento dei negri, nè gli strilli degli arabi venditori del “caffè
delle fate„ non arrivavano più alla nostra “superba altezza„ dove un'aria
purissima, dilatandoci i polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte le
vene, e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. Oh tutti gli altri modi di
viaggio inventati dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua e sulla
terra, tra il fumo, lo strepito e la polvere, molestati dall'immagine d'uno
sforzo continuo delle cose, come ci parevano rozzi, faticosi ed umili,
appetto a quell'ascensione dolce e muta di nuvola carezzata dall'aria, di cui
non si sentiva e non si vedeva il moto, come se non noi ci movessimo, ma si
allontanasse la terra! Nessuno parlava più, nè badava ai suoi vicini.
Ciascuno, da quella terrazza aerea, beveva da solo, come un ingordo, la
grande bellezza, non dicendo una parola per non perdere un sorso, in un
atteggiamento d'ammirazione immobile, che pareva uno stupore profondo.
*
Ma qui sento un lettore impaziente che mi domanda: — Ebbene, e poi? Che
cosa provaste quando non vedeste più la faccia della terra? Quando
cominciaste a sentir difficoltà di respiro? Quando l'uscita del sangue dagli
orecchi? Quando i primi deliqui?
bisogno c'è di stringer così forte la corda con la mano destra? — E allentai
la mano.... un poco. E m'arrischiai a guardare un'altra volta per l'apertura
del mezzo — un'occhiata sola, rispettosamente sfuggevole — quanto mi
bastò per veder giù — a una profondità d'abisso — la folla dei viaggiatori
aspettanti — una macchia scura punteggiata di rosa dai visi che guardavano
in alto, verso il piccolo mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, con
un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi raccolsi nell'ammirazione del
lago di Ginevra, una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi piroscafi
apparivano come moscherini anneganti che si dibattessero senza far
cammino, e la lunga fila dei villaggi e delle ville della riva settentrionale
sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli multicolori, raggruppati in
ghirlande e in mazzetti, con gli steli immersi nell'acqua. Che dolce silenzio!
Nè il rumore della galleria delle macchine, nè lo scampanìo festoso, nè il
muggito degli armenti del villaggio svizzero, nè la musica barbara
dell'accampamento dei negri, nè gli strilli degli arabi venditori del “caffè
delle fate„ non arrivavano più alla nostra “superba altezza„ dove un'aria
purissima, dilatandoci i polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte le
vene, e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. Oh tutti gli altri modi di
viaggio inventati dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua e sulla
terra, tra il fumo, lo strepito e la polvere, molestati dall'immagine d'uno
sforzo continuo delle cose, come ci parevano rozzi, faticosi ed umili,
appetto a quell'ascensione dolce e muta di nuvola carezzata dall'aria, di cui
non si sentiva e non si vedeva il moto, come se non noi ci movessimo, ma si
allontanasse la terra! Nessuno parlava più, nè badava ai suoi vicini.
Ciascuno, da quella terrazza aerea, beveva da solo, come un ingordo, la
grande bellezza, non dicendo una parola per non perdere un sorso, in un
atteggiamento d'ammirazione immobile, che pareva uno stupore profondo.
*
Ma qui sento un lettore impaziente che mi domanda: — Ebbene, e poi? Che
cosa provaste quando non vedeste più la faccia della terra? Quando
cominciaste a sentir difficoltà di respiro? Quando l'uscita del sangue dagli
orecchi? Quando i primi deliqui?
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A questo punto, per chi non ha ancora capito, debbo fare una
dichiarazione.... molto dolorosa alla mia vanità. Debbo dire che attaccata al
pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un diametro da trent'uno a
ventinove millimetri, tessuta di canapa di Napoli, di qualità sopraffina,
capace di sostenere uno sforzo di più di novemila chilogrammi, e che questa
corda — debbo dire anche questo — scendeva fino a terra, dove
s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso da una macchina a vapore della
forza di venticinque cavalli, la quale.... Insomma, il pallone era frenato. —
È detta.
Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; ma a venir giù dall'altezza di
sei mila o di cinquecento metri mi pare che la patta sarebbe stata a un di
presso la stessa. E questo è quanto. Ed era certo del medesimo parere
monsieur Charles, il quale mi domandò ancora una volta, senza voltare il
capo: — Nous montons toujours? — Nous montons toujours. — E allora
perdette la santa pazienza: — Eh qu'est-ce qu'il f.... donc ce capitaine avec
son f....u journal? — Non credevo di poter fare una risata a quell'altezza;
ma il fenomeno avvenne. — On nous a trompé — esclamò il colosso, per
ispassarsi del pover uomo; — il n'y a plus de cable; c'est une ascension
libre que nous faisons! — Un nom de dieu inimitabile gli rispose, che il
buon Dio deve aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione
che a una bestemmia. E lo scherzo crudele del mio vicino sarebbe
continuato se non si fosse sentita una voce dall'altra parte della navicella,
che disse forte: — Wir gehen hinunter (noi discendiamo). — Dolce lingua
tedesca! Ma era vero? Non ci accorgevamo di discendere più che non ci
fossimo accorti di salire. Qualcuno anzi sosteneva che si saliva ancora; altri
diceva che s'era immobili. Si discendeva così a rilento, in ogni modo, che
non ce ne poteva accertare l'ingrandirsi delle cose sottostanti, non apparente
ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza fu breve. Dato uno sguardo in
basso, vidi Ginevra più vasta, l'Arve dilatato, le architetture
dell'Esposizione ingrandite, tutto il formicolìo nero sparso per il labirinto
delle vie e delle piazzette, che cominciava a riprender l'aspetto d'una
moltitudine umana. Poi la discesa si fece ogni momento più sensibile. Sotto,
sui frontoni del palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, dentro alle aiuole,
nei giardini, pareva che le statue crescessero, che le pitture pigliassero vita,
che i fiori sbocciassero, che gli zampilli s'innalzassero a salti; un ronzìo
dichiarazione.... molto dolorosa alla mia vanità. Debbo dire che attaccata al
pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un diametro da trent'uno a
ventinove millimetri, tessuta di canapa di Napoli, di qualità sopraffina,
capace di sostenere uno sforzo di più di novemila chilogrammi, e che questa
corda — debbo dire anche questo — scendeva fino a terra, dove
s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso da una macchina a vapore della
forza di venticinque cavalli, la quale.... Insomma, il pallone era frenato. —
È detta.
Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; ma a venir giù dall'altezza di
sei mila o di cinquecento metri mi pare che la patta sarebbe stata a un di
presso la stessa. E questo è quanto. Ed era certo del medesimo parere
monsieur Charles, il quale mi domandò ancora una volta, senza voltare il
capo: — Nous montons toujours? — Nous montons toujours. — E allora
perdette la santa pazienza: — Eh qu'est-ce qu'il f.... donc ce capitaine avec
son f....u journal? — Non credevo di poter fare una risata a quell'altezza;
ma il fenomeno avvenne. — On nous a trompé — esclamò il colosso, per
ispassarsi del pover uomo; — il n'y a plus de cable; c'est une ascension
libre que nous faisons! — Un nom de dieu inimitabile gli rispose, che il
buon Dio deve aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione
che a una bestemmia. E lo scherzo crudele del mio vicino sarebbe
continuato se non si fosse sentita una voce dall'altra parte della navicella,
che disse forte: — Wir gehen hinunter (noi discendiamo). — Dolce lingua
tedesca! Ma era vero? Non ci accorgevamo di discendere più che non ci
fossimo accorti di salire. Qualcuno anzi sosteneva che si saliva ancora; altri
diceva che s'era immobili. Si discendeva così a rilento, in ogni modo, che
non ce ne poteva accertare l'ingrandirsi delle cose sottostanti, non apparente
ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza fu breve. Dato uno sguardo in
basso, vidi Ginevra più vasta, l'Arve dilatato, le architetture
dell'Esposizione ingrandite, tutto il formicolìo nero sparso per il labirinto
delle vie e delle piazzette, che cominciava a riprender l'aspetto d'una
moltitudine umana. Poi la discesa si fece ogni momento più sensibile. Sotto,
sui frontoni del palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, dentro alle aiuole,
nei giardini, pareva che le statue crescessero, che le pitture pigliassero vita,
che i fiori sbocciassero, che gli zampilli s'innalzassero a salti; un ronzìo
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confuso, soverchiato da mille suoni sparsi di voci, d'acque, di ruote, di
musiche, ci giungeva crescendo agli orecchi; e guardando per il foro della
navicella giù nel recinto le piccole facce voltate in su della folla che ci
aspettava, simili a una gran canestrata di mele rosee, cominciai a
distinguervi i cerchietti degli occhi e i buchi neri delle bocche aperte.
Ancora un minuto, ed ecco i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che
accorrono, eccoci riattaccati da sei solidi ganci alla superficie terrestre.
O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente il viver lontano da te; ma
non al di sopra! Non sono superbo. E non fui degli ultimi a passare il
ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità camminante. Il primo,
s'intende, fu monsieur Charles, col viso ancora rannuvolato. Vari
conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. Egli lanciò loro,
passando, un'occhiata a colpo di falce, e rispose con voce rauca: —
Délicieux.
— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei due giovani compagni. —
Un'altra volta faremo un'ascensione libera....
— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma soggiunsi in cuor mio:
— Sì, all'Esposizione internazionale di Carmagnola.
musiche, ci giungeva crescendo agli orecchi; e guardando per il foro della
navicella giù nel recinto le piccole facce voltate in su della folla che ci
aspettava, simili a una gran canestrata di mele rosee, cominciai a
distinguervi i cerchietti degli occhi e i buchi neri delle bocche aperte.
Ancora un minuto, ed ecco i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che
accorrono, eccoci riattaccati da sei solidi ganci alla superficie terrestre.
O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente il viver lontano da te; ma
non al di sopra! Non sono superbo. E non fui degli ultimi a passare il
ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità camminante. Il primo,
s'intende, fu monsieur Charles, col viso ancora rannuvolato. Vari
conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. Egli lanciò loro,
passando, un'occhiata a colpo di falce, e rispose con voce rauca: —
Délicieux.
— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei due giovani compagni. —
Un'altra volta faremo un'ascensione libera....
— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma soggiunsi in cuor mio:
— Sì, all'Esposizione internazionale di Carmagnola.
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DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
RACCONTO
RACCONTO
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DUE DI SPADE E DUE DI CUORI.
Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione particolare della gola; per
esempio, il Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per i maccheroni, il
Niccolini per le radici: era dunque scusabile il non illustre Arturo Pironi,
appena dodicenne, d'avere egli pure la sua, che era per il gelato di crema. Se
fosse stato re, avrebbe dato qualche volta il suo regno per un sorbetto giallo.
E bisogna dire che il piacere di mandar giù quella dolcezza, com'egli
faceva, sei volte la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore della
fronte. Suo padre gli dava ogni mattina otto soldi per far le quattro corse in
tranvai fra piazza San Martino, dove stavan di casa, e il lontano Ginnasio
Gioberti, dov'egli l'aveva messo perchè c'era professore di lettere un suo
cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva alla Società elettrica che venti
centesimi. Andava e tornava la mattina con le sue sante gambe, correndo
come uno struzzo; tornava a casa di galoppo anche la sera, sputando un'ala
di polmone, perchè, sebbene vivacissimo, era di complessione delicata; e
faceva in tranvai la sola prima corsa pomeridiana, che rompeva in due, per
saltar giù a spendere i suoi risparmi in un gelato canarino, al caffè del
Teatro Alfieri, a mezza strada. A quell'ora non c'era quasi mai nessuno: egli
entrava per la porta piccola, sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio
della sala del biliardo, ordinava con un accento che voleva dire: — Propere
propera; — vuotava il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino con la
lingua, e poi via, come chi scappa senza pagare. Ma durante la dolce
operazione dava tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri stavan lì a
guardarlo, godendosela, come a veder mangiare un affamato, e qualche
volta anche la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata sorridente a quel
bel ragazzo biondo, a cui pareva che ogni cucchiaiata di gelato facesse
l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna, e gli andasse in tanto sangue. Lo
chiamavano fra di loro: il gelato di crema.
Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione particolare della gola; per
esempio, il Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per i maccheroni, il
Niccolini per le radici: era dunque scusabile il non illustre Arturo Pironi,
appena dodicenne, d'avere egli pure la sua, che era per il gelato di crema. Se
fosse stato re, avrebbe dato qualche volta il suo regno per un sorbetto giallo.
E bisogna dire che il piacere di mandar giù quella dolcezza, com'egli
faceva, sei volte la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore della
fronte. Suo padre gli dava ogni mattina otto soldi per far le quattro corse in
tranvai fra piazza San Martino, dove stavan di casa, e il lontano Ginnasio
Gioberti, dov'egli l'aveva messo perchè c'era professore di lettere un suo
cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva alla Società elettrica che venti
centesimi. Andava e tornava la mattina con le sue sante gambe, correndo
come uno struzzo; tornava a casa di galoppo anche la sera, sputando un'ala
di polmone, perchè, sebbene vivacissimo, era di complessione delicata; e
faceva in tranvai la sola prima corsa pomeridiana, che rompeva in due, per
saltar giù a spendere i suoi risparmi in un gelato canarino, al caffè del
Teatro Alfieri, a mezza strada. A quell'ora non c'era quasi mai nessuno: egli
entrava per la porta piccola, sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio
della sala del biliardo, ordinava con un accento che voleva dire: — Propere
propera; — vuotava il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino con la
lingua, e poi via, come chi scappa senza pagare. Ma durante la dolce
operazione dava tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri stavan lì a
guardarlo, godendosela, come a veder mangiare un affamato, e qualche
volta anche la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata sorridente a quel
bel ragazzo biondo, a cui pareva che ogni cucchiaiata di gelato facesse
l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna, e gli andasse in tanto sangue. Lo
chiamavano fra di loro: il gelato di crema.
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*
Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che si metteva a sedere nel posto
solito, egli udì nella sala del biliardo le voci di vari giocatori; uno dei quali
pronunciò un nome che attirò la sua attenzione. Era il nome dell'avvocato
Bussi, un amico di suo padre, che non veniva più in casa da un pezzo, ma
ch'egli sentiva rammentar sovente.
— Il Bussi, — diceva uno dei giocatori, — è un tiratore. Siamo andati sei
mesi insieme alla sala Gandolfi; poi io smisi, egli seguitò. L'ho visto tirare
due anni fa al Teatro Scribe, nell'accademia a beneficio dell'Ospedaletto: ha
un polso di ferro, ed è un tempista. Dell'altro non so; ma non vorrei essere
nel suo soprabito... Tiro al rinterzo.... otto a sei.
— Si accomoderanno, — disse un altro, — fra avvocati!
— Tu mi canzoni, — ribattè il primo. — Una presa di sciocco in pieno caffè
San Filippo, in mezzo a una corona di colto pubblico.... Sei impallato: oggi
non è il tuo giorno.... L'avvocato Bussi non è uomo da tirarla giù come un
ovo fresco. E poi, quando c'entra la politica! Sta certo che si batteranno, se
non si son già battuti questa mattina.
— Impossibile, — disse un terzo. — La scenata è seguìta ieri sera alle
undici. Non possono aver regolato tutto nella notte. Son cose che vanno per
le lunghe. Al più presto si batteranno oggi. Quanto alza la rossa?
— Oggi no, — rispose un quarto. — Alza due dita. Oggi il Bussi ci ha la
causa del gobbo di Vanchiglia alle Assise. Questa mattina era all'udienza,
deve fare oggi la sua arringa. Si batteranno domattina, a giorno.
— Ho paura, — tornò a dire il primo, — che il complimento sarà pagato
caro.
— Chi sa mai! — esclamò un altro, che non aveva ancora parlato. — Non
sempre chi maneggia meglio la sciabola è quello che dà la botta. L'avvocato
Pironi....
Il ragazzo lasciò cadere il cucchiaino e restò senza fiato.
— L'avvocato Pironi, — continuò il parlatore invisibile, — è un uomo di
sangue caldo, di quelli che sul “terreno„ perdono il lume degli occhi e si
Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che si metteva a sedere nel posto
solito, egli udì nella sala del biliardo le voci di vari giocatori; uno dei quali
pronunciò un nome che attirò la sua attenzione. Era il nome dell'avvocato
Bussi, un amico di suo padre, che non veniva più in casa da un pezzo, ma
ch'egli sentiva rammentar sovente.
— Il Bussi, — diceva uno dei giocatori, — è un tiratore. Siamo andati sei
mesi insieme alla sala Gandolfi; poi io smisi, egli seguitò. L'ho visto tirare
due anni fa al Teatro Scribe, nell'accademia a beneficio dell'Ospedaletto: ha
un polso di ferro, ed è un tempista. Dell'altro non so; ma non vorrei essere
nel suo soprabito... Tiro al rinterzo.... otto a sei.
— Si accomoderanno, — disse un altro, — fra avvocati!
— Tu mi canzoni, — ribattè il primo. — Una presa di sciocco in pieno caffè
San Filippo, in mezzo a una corona di colto pubblico.... Sei impallato: oggi
non è il tuo giorno.... L'avvocato Bussi non è uomo da tirarla giù come un
ovo fresco. E poi, quando c'entra la politica! Sta certo che si batteranno, se
non si son già battuti questa mattina.
— Impossibile, — disse un terzo. — La scenata è seguìta ieri sera alle
undici. Non possono aver regolato tutto nella notte. Son cose che vanno per
le lunghe. Al più presto si batteranno oggi. Quanto alza la rossa?
— Oggi no, — rispose un quarto. — Alza due dita. Oggi il Bussi ci ha la
causa del gobbo di Vanchiglia alle Assise. Questa mattina era all'udienza,
deve fare oggi la sua arringa. Si batteranno domattina, a giorno.
— Ho paura, — tornò a dire il primo, — che il complimento sarà pagato
caro.
— Chi sa mai! — esclamò un altro, che non aveva ancora parlato. — Non
sempre chi maneggia meglio la sciabola è quello che dà la botta. L'avvocato
Pironi....
Il ragazzo lasciò cadere il cucchiaino e restò senza fiato.
— L'avvocato Pironi, — continuò il parlatore invisibile, — è un uomo di
sangue caldo, di quelli che sul “terreno„ perdono il lume degli occhi e si
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caccian sotto per persi. Costoro alle volte sconcertano anche un bravo
tiratore, che si becca una sciabolata senza capir nè come nè perchè....
Steccaccia da capo! Non gioco più! Sono una sbercia.
— Eh, s'ammazzino pure, — disse quello di prima. — Ce ne son troppi.
Sapete che n'abbiamo seicento dentro la cinta di Torino?... Questi son calci,
o signori! Ventiquattro. Si fa la rivincita?... Morto un avvocato, ne nascon
dodici....
Il povero ragazzo non udì più altro: pagò, senza finire il gelato, si cacciò i
libri sotto il braccio, si slanciò fuori del caffè come da una casa incendiata,
corse fino in mezzo a piazza Solferino, dove s'arrestò ad un tratto, coi piedi
come inchiodati alla terra, e là ebbe una visione così lucida e terribile di suo
padre disteso al suolo, immobile e sanguinante da un'orrenda ferita, che gli
venne su dal cuore un singhiozzo, gli ondeggiarono agli occhi gli alberi e le
case, e gli mancarono sotto le ginocchia....
Ma fu un momento. Egli era delicato di fibra, ma gagliardo d'animo. Subito
si sentì come scattar dentro una molla d'acciaio che lo rizzò sul busto e gli
fece alzare la fronte in atto di risoluzione virile. — No! — disse tra sè, —
non perderò mio padre.... mio padre non si batterà.... non me lo
uccideranno, ci dovessi lasciare la vita!
*
S'andò a buttare sur un sedile del giardino pubblico, vicino al monumento
del generale De Sonnaz, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e il capo fra le
mani, e si mise a pensare.
Ma la commozione e lo stupore gl'impedirono per un po' di tempo di
raccapezzarsi. Era possibile? Suo padre battersi in duello col Bussi! Un
tempo erano stati amici. Pochi anni addietro il Bussi veniva qualche volta a
casa sua, con la moglie e col figliuolo: un ragazzetto della sua età, che era
lo spasso di tutti, e giocavano insieme. Poi, fra la signora Bussi e la
mamma, senza ch'egli ne sapesse il perchè, s'era rotta ogni relazione; ma
non fra suo padre e il marito di lei, che egli aveva visti ancora insieme
molte volte per le strade di Torino. Come avevano potuto tutt'a un tratto, in
un luogo pubblico, venire a un diverbio violento, insultarsi e sfidarsi come
tiratore, che si becca una sciabolata senza capir nè come nè perchè....
Steccaccia da capo! Non gioco più! Sono una sbercia.
— Eh, s'ammazzino pure, — disse quello di prima. — Ce ne son troppi.
Sapete che n'abbiamo seicento dentro la cinta di Torino?... Questi son calci,
o signori! Ventiquattro. Si fa la rivincita?... Morto un avvocato, ne nascon
dodici....
Il povero ragazzo non udì più altro: pagò, senza finire il gelato, si cacciò i
libri sotto il braccio, si slanciò fuori del caffè come da una casa incendiata,
corse fino in mezzo a piazza Solferino, dove s'arrestò ad un tratto, coi piedi
come inchiodati alla terra, e là ebbe una visione così lucida e terribile di suo
padre disteso al suolo, immobile e sanguinante da un'orrenda ferita, che gli
venne su dal cuore un singhiozzo, gli ondeggiarono agli occhi gli alberi e le
case, e gli mancarono sotto le ginocchia....
Ma fu un momento. Egli era delicato di fibra, ma gagliardo d'animo. Subito
si sentì come scattar dentro una molla d'acciaio che lo rizzò sul busto e gli
fece alzare la fronte in atto di risoluzione virile. — No! — disse tra sè, —
non perderò mio padre.... mio padre non si batterà.... non me lo
uccideranno, ci dovessi lasciare la vita!
*
S'andò a buttare sur un sedile del giardino pubblico, vicino al monumento
del generale De Sonnaz, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e il capo fra le
mani, e si mise a pensare.
Ma la commozione e lo stupore gl'impedirono per un po' di tempo di
raccapezzarsi. Era possibile? Suo padre battersi in duello col Bussi! Un
tempo erano stati amici. Pochi anni addietro il Bussi veniva qualche volta a
casa sua, con la moglie e col figliuolo: un ragazzetto della sua età, che era
lo spasso di tutti, e giocavano insieme. Poi, fra la signora Bussi e la
mamma, senza ch'egli ne sapesse il perchè, s'era rotta ogni relazione; ma
non fra suo padre e il marito di lei, che egli aveva visti ancora insieme
molte volte per le strade di Torino. Come avevano potuto tutt'a un tratto, in
un luogo pubblico, venire a un diverbio violento, insultarsi e sfidarsi come
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due nemici mortali? Capiva allora perchè suo padre avesse quella mattina
desinato fuori, dicendo che era invitato da un collega, con cui doveva parlar
d'affari. Aveva dovuto andar fuori per trattare coi padrini, che non voleva
ricevere in casa sua, per non destare sospetti. Oh! povero babbo! Chi sa che
ore tristi d'ansietà, chi sa che dolorosa giornata era quella per lui, costretto a
fingere con la famiglia, a prepararsi al cimento terribile, senza una parola di
conforto dei suoi, senza poter espandere l'animo suo, come se fosse solo al
mondo, e la sua vita non premesse a nessuno! La prima idea che gli venne
fu di correre a casa del nemico, di gettarsi ai suoi piedi e di supplicarlo,
abbracciandogli le ginocchia e piangendo, d'aver pietà di lui, di risparmiar
la vita a suo padre, di perdonare l'offesa.... Ma respinse sull'atto quell'idea.
Quel Bussi, che gli voleva uccidere il babbo, gli si presentava nell'aspetto
d'un uomo fremente d'ira e di vendetta, d'un assassino feroce e inesorabile,
che nessuna preghiera avrebbe potuto rimovere dal suo proposito; gli
metteva orrore e ribrezzo; gli pareva che al solo vederlo si sarebbe sentito
gelare il sangue e morir la voce nella gola. Gli venne un altro pensiero: di
dir tutto alla mamma. Ma rigettò anche questo, comprendendo che sarebbe
stato un passo peggio che inutile. A che pro gettare il terrore e la
disperazione in cuore alla sua povera madre, che avrebbe passato una
giornata e una notte d'angoscie di morte? Sarebbe forse riuscita a impedire
che suo padre s'andasse a battere? Egli aveva bene un'idea, benchè confusa,
di che cosa fosse per un uomo della classe signorile il sentimento così detto
dell'onore, e capiva che se per questo suo padre arrischiava la vita, non c'era
da sperare che s'inducesse a soffocarlo per amore della famiglia. Poi pensò
a un altro mezzo: ad avvertire la Polizia. Sapeva di molti casi in cui la
Polizia, avvertita che due signori si dovevan battere, era arrivata in tempo
sul luogo per impedire il duello.... Ma neppur questo mezzo gli parve da
scegliersi. E se suo padre fosse stato arrestato? E se, risapendo dopo che la
Polizia era stata avvertita da lui, l'avvocato Bussi avesse sospettato che egli
fosse stato spinto a quell'atto da suo padre stesso, per paura di battersi? Gli
balenò infine un'idea, che gli parve la meglio di tutte: d'impedire il duello
egli medesimo. Svolse nella mente questa idea con un sentimento crescente
di speranza e di conforto. — Per andarsi a battere, — pensò, — mio padre
uscirà la mattina molto presto. Io veglio la notte, senza spogliarmi, per
sentire quando s'alza ed esser pronto a uscir subito dopo di lui; gli tengo
dietro per la strada, di lontano, fin dove si dovrà battere; si batteranno in
desinato fuori, dicendo che era invitato da un collega, con cui doveva parlar
d'affari. Aveva dovuto andar fuori per trattare coi padrini, che non voleva
ricevere in casa sua, per non destare sospetti. Oh! povero babbo! Chi sa che
ore tristi d'ansietà, chi sa che dolorosa giornata era quella per lui, costretto a
fingere con la famiglia, a prepararsi al cimento terribile, senza una parola di
conforto dei suoi, senza poter espandere l'animo suo, come se fosse solo al
mondo, e la sua vita non premesse a nessuno! La prima idea che gli venne
fu di correre a casa del nemico, di gettarsi ai suoi piedi e di supplicarlo,
abbracciandogli le ginocchia e piangendo, d'aver pietà di lui, di risparmiar
la vita a suo padre, di perdonare l'offesa.... Ma respinse sull'atto quell'idea.
Quel Bussi, che gli voleva uccidere il babbo, gli si presentava nell'aspetto
d'un uomo fremente d'ira e di vendetta, d'un assassino feroce e inesorabile,
che nessuna preghiera avrebbe potuto rimovere dal suo proposito; gli
metteva orrore e ribrezzo; gli pareva che al solo vederlo si sarebbe sentito
gelare il sangue e morir la voce nella gola. Gli venne un altro pensiero: di
dir tutto alla mamma. Ma rigettò anche questo, comprendendo che sarebbe
stato un passo peggio che inutile. A che pro gettare il terrore e la
disperazione in cuore alla sua povera madre, che avrebbe passato una
giornata e una notte d'angoscie di morte? Sarebbe forse riuscita a impedire
che suo padre s'andasse a battere? Egli aveva bene un'idea, benchè confusa,
di che cosa fosse per un uomo della classe signorile il sentimento così detto
dell'onore, e capiva che se per questo suo padre arrischiava la vita, non c'era
da sperare che s'inducesse a soffocarlo per amore della famiglia. Poi pensò
a un altro mezzo: ad avvertire la Polizia. Sapeva di molti casi in cui la
Polizia, avvertita che due signori si dovevan battere, era arrivata in tempo
sul luogo per impedire il duello.... Ma neppur questo mezzo gli parve da
scegliersi. E se suo padre fosse stato arrestato? E se, risapendo dopo che la
Polizia era stata avvertita da lui, l'avvocato Bussi avesse sospettato che egli
fosse stato spinto a quell'atto da suo padre stesso, per paura di battersi? Gli
balenò infine un'idea, che gli parve la meglio di tutte: d'impedire il duello
egli medesimo. Svolse nella mente questa idea con un sentimento crescente
di speranza e di conforto. — Per andarsi a battere, — pensò, — mio padre
uscirà la mattina molto presto. Io veglio la notte, senza spogliarmi, per
sentire quando s'alza ed esser pronto a uscir subito dopo di lui; gli tengo
dietro per la strada, di lontano, fin dove si dovrà battere; si batteranno in
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campagna, come s'usa; mi nascondo dietro un albero o una siepe; quando li
vedo l'uno di fronte all'altro salto su, mi getto in mezzo, m'avvinghio al
babbo, supplico, grido.... Voglio vedere se l'altro avrà il coraggio di ferir
mio padre che non si potrà difendere; mio padre non riuscirà a svincolarsi
da me; tutti si commuoveranno, sentiranno pietà.... — Ma appunto questa
parola pietà, che gli suonò quasi all'orecchio come se l'avesse pronunciata a
voce alta, gli fece cader dall'animo anche quel proposito. No, non era
possibile. Egli avrebbe potuto impietosire suo padre: ma l'altro! E che
figura ci avrebbe fatta suo padre? E se anche in questo caso si fosse
sospettato che egli stesso avesse suggerito al figliuolo quel passo, per
vigliaccheria? Non trovando risposta a queste domande, non venendogli
altre idee, e disperando che gliene venisse, egli fu invaso dallo sgomento,
rivide l'immagine del babbo disteso a terra nel sangue, e si mise a piangere
a calde lacrime nel cavo delle mani, scrollando il capo in atto sconsolato....
All'improvviso, come se una mano vigorosa lo sollevasse dal sedile, egli
balzò in piedi col viso illuminato da un pensiero, s'asciugò in fretta le
lacrime, riafferrò i suoi libri e ritornò al caffè quasi di corsa.
*
— Un altro gelato? — gli domandò sorridendo il cameriere. — No, —
rispose il ragazzo, con voce concitata; — la Guida di Torino. — Il
cameriere gli portò un grosso libro, che egli conosceva, perchè l'aveva nello
studio suo padre. Lo aperse, cercò l'elenco degli avvocati, vide dove stava
di casa l'avvocato Bussi, ringraziò e tirò via. Stava in via San Domenico.
Egli vi arrivò in un batter d'ali, s'affacciò all'uscio di uno sgabuzzino del
portone, dove stava rattoppando una scarpa un vecchio ciabattino con gli
occhiali, e gli domandò se stesse lì di casa l'avvocato Bussi. Ci stava: al
secondo piano. Domandò ancora: — A che scuola va il suo figliuolo? — La
seconda domanda dovè parere indiscreta all'ombroso Crispino, il quale gli
rispose con mal garbo: — A scuola non ce l'ho messo io: vada a chiedere le
informazioni in casa. — Ma il ragazzo ridomandò: — A che scuola va il suo
figliuolo? — con un accento così commosso di preghiera, d'impazienza e
d'affanno, che quegli rispose quasi a suo malgrado, come a un comando,
guardandolo con due grand'occhi stupiti: — Qua vicino, al Ginnasio Balbo,
vedo l'uno di fronte all'altro salto su, mi getto in mezzo, m'avvinghio al
babbo, supplico, grido.... Voglio vedere se l'altro avrà il coraggio di ferir
mio padre che non si potrà difendere; mio padre non riuscirà a svincolarsi
da me; tutti si commuoveranno, sentiranno pietà.... — Ma appunto questa
parola pietà, che gli suonò quasi all'orecchio come se l'avesse pronunciata a
voce alta, gli fece cader dall'animo anche quel proposito. No, non era
possibile. Egli avrebbe potuto impietosire suo padre: ma l'altro! E che
figura ci avrebbe fatta suo padre? E se anche in questo caso si fosse
sospettato che egli stesso avesse suggerito al figliuolo quel passo, per
vigliaccheria? Non trovando risposta a queste domande, non venendogli
altre idee, e disperando che gliene venisse, egli fu invaso dallo sgomento,
rivide l'immagine del babbo disteso a terra nel sangue, e si mise a piangere
a calde lacrime nel cavo delle mani, scrollando il capo in atto sconsolato....
All'improvviso, come se una mano vigorosa lo sollevasse dal sedile, egli
balzò in piedi col viso illuminato da un pensiero, s'asciugò in fretta le
lacrime, riafferrò i suoi libri e ritornò al caffè quasi di corsa.
*
— Un altro gelato? — gli domandò sorridendo il cameriere. — No, —
rispose il ragazzo, con voce concitata; — la Guida di Torino. — Il
cameriere gli portò un grosso libro, che egli conosceva, perchè l'aveva nello
studio suo padre. Lo aperse, cercò l'elenco degli avvocati, vide dove stava
di casa l'avvocato Bussi, ringraziò e tirò via. Stava in via San Domenico.
Egli vi arrivò in un batter d'ali, s'affacciò all'uscio di uno sgabuzzino del
portone, dove stava rattoppando una scarpa un vecchio ciabattino con gli
occhiali, e gli domandò se stesse lì di casa l'avvocato Bussi. Ci stava: al
secondo piano. Domandò ancora: — A che scuola va il suo figliuolo? — La
seconda domanda dovè parere indiscreta all'ombroso Crispino, il quale gli
rispose con mal garbo: — A scuola non ce l'ho messo io: vada a chiedere le
informazioni in casa. — Ma il ragazzo ridomandò: — A che scuola va il suo
figliuolo? — con un accento così commosso di preghiera, d'impazienza e
d'affanno, che quegli rispose quasi a suo malgrado, come a un comando,
guardandolo con due grand'occhi stupiti: — Qua vicino, al Ginnasio Balbo,
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in via Porta Palatina. — Non aveva ancor detto la via che il ragazzo era già
scappato. Svoltò in via Milano, infilò via della Basilica, riuscì in via
Palatina e arrivò trafelato davanti alla porta del Ginnasio, dove stava ritto il
custode — un ometto sbilenco dal muso volpino — il quale, vistogli i libri
sotto il braccio, gli lanciò un'occhiata severa, dicendo tra sè: — Ecco un
monello che ha marinato la scuola, e che viene ad aspettare un altro poco di
buono, per andare insieme a batter le strade. Che grinta! Questo deve dar
delle belle consolazioni, a suo padre!...
All'uscita degli scolari Arturo si piantò nel mezzo della soglia e cominciò a
chiamare: — Bussi — Bussi — Bussi, cercando a destra e a sinistra il viso
del suo piccolo amico d'un tempo, che non era certo di riconoscere. Non
n'eran passati trenta che una voce gli rispose: — Son qui — e gli si parò
davanti un ragazzo, il quale, guardatolo appena, gli domandò con accento di
stupore, sorridendo: — Pironi?
Era un ragazzo assai più alto e più robusto di lui, benchè non avesse che un
anno di più: bruno di pelo e di pelle, e d'aspetto piacente; benchè di una
espressione precocemente ferma, quasi d'un uomo, e leggermente beffarda;
la quale gli avrebbe fatto cattivo senso s'egli avesse avuto l'occhio meno
velato dalla passione. Ma Arturo non ci badò, lo prese per mano, lo tirò
dall'altra parte della strada e gli disse affannosamente: — Senti.... domani
mattina.... mio padre e tuo padre.... si battono in duello....
La notizia non produsse l'effetto ch'egli s'aspettava. Quegli non fece che un
leggiero segno di stupore, dicendo:
— Oh, diavolo!... E perchè mai?
Arturo gli disse in furia quello che sapeva, e come l'aveva saputo, e
soggiunse con voce rotta: — Ora noi dobbiamo impedire, capisci, a
qualunque costo. Mio padre può uccidere il tuo, o restar ucciso. Questo non
dev'essere. È un orrore. Son venuto da te. Aiutami tu. Tentiamo insieme.
Noi soli possiamo impedire una tremenda disgrazia.
Il ragazzo si grattò il mento con un dito; poi rispose tranquillamente: —
Impedire.... va bene. Ma in che maniera?
Arturo gli espose il suo disegno. Il duello si sarebbe fatto senza dubbio la
mattina prestissimo. Dovevano vegliar tutti e due, attenti a quando il babbo
scappato. Svoltò in via Milano, infilò via della Basilica, riuscì in via
Palatina e arrivò trafelato davanti alla porta del Ginnasio, dove stava ritto il
custode — un ometto sbilenco dal muso volpino — il quale, vistogli i libri
sotto il braccio, gli lanciò un'occhiata severa, dicendo tra sè: — Ecco un
monello che ha marinato la scuola, e che viene ad aspettare un altro poco di
buono, per andare insieme a batter le strade. Che grinta! Questo deve dar
delle belle consolazioni, a suo padre!...
All'uscita degli scolari Arturo si piantò nel mezzo della soglia e cominciò a
chiamare: — Bussi — Bussi — Bussi, cercando a destra e a sinistra il viso
del suo piccolo amico d'un tempo, che non era certo di riconoscere. Non
n'eran passati trenta che una voce gli rispose: — Son qui — e gli si parò
davanti un ragazzo, il quale, guardatolo appena, gli domandò con accento di
stupore, sorridendo: — Pironi?
Era un ragazzo assai più alto e più robusto di lui, benchè non avesse che un
anno di più: bruno di pelo e di pelle, e d'aspetto piacente; benchè di una
espressione precocemente ferma, quasi d'un uomo, e leggermente beffarda;
la quale gli avrebbe fatto cattivo senso s'egli avesse avuto l'occhio meno
velato dalla passione. Ma Arturo non ci badò, lo prese per mano, lo tirò
dall'altra parte della strada e gli disse affannosamente: — Senti.... domani
mattina.... mio padre e tuo padre.... si battono in duello....
La notizia non produsse l'effetto ch'egli s'aspettava. Quegli non fece che un
leggiero segno di stupore, dicendo:
— Oh, diavolo!... E perchè mai?
Arturo gli disse in furia quello che sapeva, e come l'aveva saputo, e
soggiunse con voce rotta: — Ora noi dobbiamo impedire, capisci, a
qualunque costo. Mio padre può uccidere il tuo, o restar ucciso. Questo non
dev'essere. È un orrore. Son venuto da te. Aiutami tu. Tentiamo insieme.
Noi soli possiamo impedire una tremenda disgrazia.
Il ragazzo si grattò il mento con un dito; poi rispose tranquillamente: —
Impedire.... va bene. Ma in che maniera?
Arturo gli espose il suo disegno. Il duello si sarebbe fatto senza dubbio la
mattina prestissimo. Dovevano vegliar tutti e due, attenti a quando il babbo
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uscisse di casa, e uscir dopo di lui, senza farsi sentire. Certamente, secondo
l'uso, l'uno e l'altro sarebbero stati aspettati dai padrini sulla strada, con una
carrozza. Essi si dovevano attaccare dietro alla carrozza, e non lasciarla più.
Così, senza gran fatica, potevano arrivare al luogo fissato per il duello. Là si
sarebbero facilmente ritrovati, e nascosti insieme, in qualche modo, ad
aspettare il momento. Giunto il momento, si sarebbe gettato ciascuno ai
piedi del proprio padre, supplicandolo di non battersi. Non avrebbero osato,
per certo, di battersi in presenza dei loro figliuoli, si sarebbero commossi
tutti e due, lasciati persuadere dai padrini a desistere, forse riconciliati. — È
questo l'unico mezzo, — concluse. — Io solo non impedirei nulla. Mi
raccomando a te. Non lasciarmi solo. Aiutami, per quanto hai di più caro al
mondo. Te ne scongiuro!
L'altro rimase un poco sopra pensiero; ma con un sorriso sulle labbra, come
se fosse più allettato dalla novità bizzarra dell'impresa che commosso
dall'idea del pericolo paterno e della gentilezza dell'azione. Poi rispose con
molta placidità: — L'idea è buona; ma.... quanto alla riuscita, ho i miei
dubbi. Per quello che riguarda mio padre, intanto, io sono certo d'una cosa,
come se fosse già avvenuta, ed è che, quando mi vedrà comparire, invece di
commoversi, mi ammollerà una piattonata sulla schiena. Mi vuol bene;
ma.... me l'ammollerà. Me la sento. Ma questo non vorrebbe dire. Il male è
che si farebbe un buco nell'acqua.... credo. Dimmi un po': e se non ne
facessimo nulla? Non bisogna poi montarsi la testa. Non tireranno mica a
finirsi. Tutti i giorni seguono dei duelli senz'altra conseguenza che una
scalfittura al braccio o una sdrucitura al capo: il medico ci dà qualche
punto, i duellanti si stringon la mano, e poi.... vanno insieme a far
colazione.
— No! no! — esclamò Arturo, col pianto nella gola; — non dir così, te ne
supplico. Tuo padre è stato offeso, il mio è impetuoso. Quando hanno le
armi alla mano perdon la testa. E poi, chi lo sa? E se si battono con la
pistola? Uno dei due può morire. Pensa che rimorso, che disperazione ne
avremmo tutti e due! Pensa alla tua povera mamma! Pensa che domani
mattina, fra poche ore, tu potresti non aver più padre, o potrei non averlo io!
E questo per una parola! È una cosa orrenda! Tu scherzi; ma sei buono.
Abbiamo giuocato insieme da bambini, ci volevamo bene. Aiutiamoci come
due fratelli. Non lasciarmi solo. Io ci vado solo, se tu non vieni, anche a
l'uso, l'uno e l'altro sarebbero stati aspettati dai padrini sulla strada, con una
carrozza. Essi si dovevano attaccare dietro alla carrozza, e non lasciarla più.
Così, senza gran fatica, potevano arrivare al luogo fissato per il duello. Là si
sarebbero facilmente ritrovati, e nascosti insieme, in qualche modo, ad
aspettare il momento. Giunto il momento, si sarebbe gettato ciascuno ai
piedi del proprio padre, supplicandolo di non battersi. Non avrebbero osato,
per certo, di battersi in presenza dei loro figliuoli, si sarebbero commossi
tutti e due, lasciati persuadere dai padrini a desistere, forse riconciliati. — È
questo l'unico mezzo, — concluse. — Io solo non impedirei nulla. Mi
raccomando a te. Non lasciarmi solo. Aiutami, per quanto hai di più caro al
mondo. Te ne scongiuro!
L'altro rimase un poco sopra pensiero; ma con un sorriso sulle labbra, come
se fosse più allettato dalla novità bizzarra dell'impresa che commosso
dall'idea del pericolo paterno e della gentilezza dell'azione. Poi rispose con
molta placidità: — L'idea è buona; ma.... quanto alla riuscita, ho i miei
dubbi. Per quello che riguarda mio padre, intanto, io sono certo d'una cosa,
come se fosse già avvenuta, ed è che, quando mi vedrà comparire, invece di
commoversi, mi ammollerà una piattonata sulla schiena. Mi vuol bene;
ma.... me l'ammollerà. Me la sento. Ma questo non vorrebbe dire. Il male è
che si farebbe un buco nell'acqua.... credo. Dimmi un po': e se non ne
facessimo nulla? Non bisogna poi montarsi la testa. Non tireranno mica a
finirsi. Tutti i giorni seguono dei duelli senz'altra conseguenza che una
scalfittura al braccio o una sdrucitura al capo: il medico ci dà qualche
punto, i duellanti si stringon la mano, e poi.... vanno insieme a far
colazione.
— No! no! — esclamò Arturo, col pianto nella gola; — non dir così, te ne
supplico. Tuo padre è stato offeso, il mio è impetuoso. Quando hanno le
armi alla mano perdon la testa. E poi, chi lo sa? E se si battono con la
pistola? Uno dei due può morire. Pensa che rimorso, che disperazione ne
avremmo tutti e due! Pensa alla tua povera mamma! Pensa che domani
mattina, fra poche ore, tu potresti non aver più padre, o potrei non averlo io!
E questo per una parola! È una cosa orrenda! Tu scherzi; ma sei buono.
Abbiamo giuocato insieme da bambini, ci volevamo bene. Aiutiamoci come
due fratelli. Non lasciarmi solo. Io ci vado solo, se tu non vieni, anche a
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costo di cascar morto per la strada. E allora direbbero tutti: — Perchè non ci
è andato anche l'altro? Penserebbero male di te.... Oh, vieni, vieni.... Come
ti chiami?... Carlo? Sì, ora mi ricordo. Vieni, Carlo, te ne prego;
m'inginocchio qui sulla strada, se non mi dici di sì; ho bisogno di te; tu puoi
salvar la vita a mio padre; te ne scongiuro in nome di mia madre, e della
tua; e se mi aiuti, ti vorrò bene sempre, anche quando sarò grande, sarò
sempre per te quello che tu vorrai, pronto a darti anche la mia vita, se me la
chiedessi! — E così dicendo, gli mise le mani tremanti sulle spalle e il viso
contro il viso.
Carlo, che aveva sorriso alle prime, parole, cessò di sorridere alle ultime, lo
fissò, e gli disse con un accento di pietà, da fratello maggiore: — Povero
Arturo!
Questi gli strinse le spalle più forte, aspettando la risposta, con tutta l'anima
negli occhi.
Carlo rispose: — Verrò.
Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al collo e gli baciò le due guance; e
domandò ancora: — Me lo prometti?
— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente. Poi, sorridendo da capo in aria
di canzonatura: — Ma dimmi un po'.... E se andassero a battersi a Rivoli?
Avremmo una dozzina di chilometri da fare dietro la carrozza. Sarebbero
lunghetti.
Arturo fece un gesto risoluto come per dire che a qualunque distanza egli
avrebbe avuto la forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli occhi: —
Mi hai promesso! Mi fido di te!
E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia parola.
Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con tutta l'anima: — Grazie! — e
s'allontanò correndo; senz'accorgersi che Carlo lo stava osservando, come
fanno gli scommettitori coi cavalli da corsa, per vedere se avesse gambe
pari all'impresa. Poi anche Carlo se n'andò, col suo passo solito, dicendo tra
sè: — Le seste le ha buone; vedremo i polmoni. Mio padre si batte! Oh
diavolo.... diavolo. Non so se la darà al signor Pironi; ma a me la darà, di
sicuro. Si tratta d'aver prima buone gambe, e poi.... buona schiena. Macte
è andato anche l'altro? Penserebbero male di te.... Oh, vieni, vieni.... Come
ti chiami?... Carlo? Sì, ora mi ricordo. Vieni, Carlo, te ne prego;
m'inginocchio qui sulla strada, se non mi dici di sì; ho bisogno di te; tu puoi
salvar la vita a mio padre; te ne scongiuro in nome di mia madre, e della
tua; e se mi aiuti, ti vorrò bene sempre, anche quando sarò grande, sarò
sempre per te quello che tu vorrai, pronto a darti anche la mia vita, se me la
chiedessi! — E così dicendo, gli mise le mani tremanti sulle spalle e il viso
contro il viso.
Carlo, che aveva sorriso alle prime, parole, cessò di sorridere alle ultime, lo
fissò, e gli disse con un accento di pietà, da fratello maggiore: — Povero
Arturo!
Questi gli strinse le spalle più forte, aspettando la risposta, con tutta l'anima
negli occhi.
Carlo rispose: — Verrò.
Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al collo e gli baciò le due guance; e
domandò ancora: — Me lo prometti?
— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente. Poi, sorridendo da capo in aria
di canzonatura: — Ma dimmi un po'.... E se andassero a battersi a Rivoli?
Avremmo una dozzina di chilometri da fare dietro la carrozza. Sarebbero
lunghetti.
Arturo fece un gesto risoluto come per dire che a qualunque distanza egli
avrebbe avuto la forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli occhi: —
Mi hai promesso! Mi fido di te!
E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia parola.
Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con tutta l'anima: — Grazie! — e
s'allontanò correndo; senz'accorgersi che Carlo lo stava osservando, come
fanno gli scommettitori coi cavalli da corsa, per vedere se avesse gambe
pari all'impresa. Poi anche Carlo se n'andò, col suo passo solito, dicendo tra
sè: — Le seste le ha buone; vedremo i polmoni. Mio padre si batte! Oh
diavolo.... diavolo. Non so se la darà al signor Pironi; ma a me la darà, di
sicuro. Si tratta d'aver prima buone gambe, e poi.... buona schiena. Macte
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virtute, Carole. Sarà una scarrozzata di nuovo genere. Purchè non vadano a
Rivoli!
*
Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a dissimulare il suo stato d'animo
alla mamma; la quale era ancora assai giovane, e d'indole così espansiva, e
così familiare con lui, che gli pareva alle volte, più che una madre, una
sorella. E quel giorno era più allegra del solito; il che gli fece più pena, e gli
rese più difficile la dissimulazione. All'ora del desinare, quando sentì la
scampanellata di suo padre, tremò, non ebbe cuore d'andargli incontro,
sedette a tavola a aspettarlo, tutto trepidante.
Ma riprese animo quando lo vide comparire con l'aspetto consueto, e più
quando egli cominciò a discorrere, come faceva sempre, dei casi occorsigli
nella giornata, non solo senz'alcuna apparenza di turbamento, ma con una
vivacità insolita, e in un tono anche più affabile dell'usato. Gli pareva solo
qualche volta che, dopo aver fatto una domanda, non ponesse mente alla
risposta, come se avesse interrogato così per parlare, e che di tratto in tratto,
quando fissava lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse assorto un
momento come se vedesse in lontananza, per aria, qualche cosa di
singolare. Ma a quel modo egli aveva fatto altre volte. Il ragazzo si
tranquillò alquanto, a poco a poco; non solo, ma a un certo punto una risata
improvvisa che diede suo padre a uno scherzo della mamma gli fece brillare
una speranza, che gli aperse il cuore.
— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli aveva inteso
dire più d'una volta di “quistioni d'onore„ — come le chiamavano, —
composte dai padrini amichevolmente; aveva visto in qualche gazzetta
qualcuno dei così detti “verbali„ sottoscritti da quattro persone, le quali
dichiaravano, dopo aver esaminato il caso, non esservi ragione di battersi
fra due signori, che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè non potevano
essersi riconciliati, per intromissione degli amici, suo padre e l'avvocato
Bussi? Come avrebbe potuto suo padre mostrarsi così tranquillo, se avesse
dovuto il giorno dopo rischiar la vita? — E s'afferrò con tutte le forze a
questa speranza, nella quale ogni sorriso di suo padre lo riconfortava, e si
sentì crescere in cuore, a grado a grado, una gioia immensa.
Rivoli!
*
Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a dissimulare il suo stato d'animo
alla mamma; la quale era ancora assai giovane, e d'indole così espansiva, e
così familiare con lui, che gli pareva alle volte, più che una madre, una
sorella. E quel giorno era più allegra del solito; il che gli fece più pena, e gli
rese più difficile la dissimulazione. All'ora del desinare, quando sentì la
scampanellata di suo padre, tremò, non ebbe cuore d'andargli incontro,
sedette a tavola a aspettarlo, tutto trepidante.
Ma riprese animo quando lo vide comparire con l'aspetto consueto, e più
quando egli cominciò a discorrere, come faceva sempre, dei casi occorsigli
nella giornata, non solo senz'alcuna apparenza di turbamento, ma con una
vivacità insolita, e in un tono anche più affabile dell'usato. Gli pareva solo
qualche volta che, dopo aver fatto una domanda, non ponesse mente alla
risposta, come se avesse interrogato così per parlare, e che di tratto in tratto,
quando fissava lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse assorto un
momento come se vedesse in lontananza, per aria, qualche cosa di
singolare. Ma a quel modo egli aveva fatto altre volte. Il ragazzo si
tranquillò alquanto, a poco a poco; non solo, ma a un certo punto una risata
improvvisa che diede suo padre a uno scherzo della mamma gli fece brillare
una speranza, che gli aperse il cuore.
— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli aveva inteso
dire più d'una volta di “quistioni d'onore„ — come le chiamavano, —
composte dai padrini amichevolmente; aveva visto in qualche gazzetta
qualcuno dei così detti “verbali„ sottoscritti da quattro persone, le quali
dichiaravano, dopo aver esaminato il caso, non esservi ragione di battersi
fra due signori, che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè non potevano
essersi riconciliati, per intromissione degli amici, suo padre e l'avvocato
Bussi? Come avrebbe potuto suo padre mostrarsi così tranquillo, se avesse
dovuto il giorno dopo rischiar la vita? — E s'afferrò con tutte le forze a
questa speranza, nella quale ogni sorriso di suo padre lo riconfortava, e si
sentì crescere in cuore, a grado a grado, una gioia immensa.
Page 274
Tutt'a un tratto suo padre si battè una mano sulla fronte e sclamò: — Che
smemorato! — Poi, rivolto alla mamma: — Mi scordavo di dirti che
domattina devo partire per Vercelli.
Al ragazzo corse un brivido per le vene.
— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse suo padre.
— Ritornerò la sera. Parto col primo treno.
— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non m'avevi detto che la
causa era rimandata al mese venturo?
— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma fu anticipato il
dibattimento, perchè ne fu rinviato un altro, che lo doveva precedere. Ho
ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo che mi secca. Ma
non c'è che fare.
— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò la signora, senza
un'ombra di sospetto.
— Certissimo. È un affare di poche ore. Non mi porto neppure la valigietta.
Non t'avrai nemmeno da svegliare.
Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso dallo sgomento e
dall'affanno, non udì più nulla. Si levò da tavola appena finito di desinare,
andò nella sua camera, accese il lume e sedette a tavolino, fingendo di fare
il suo lavoro di scuola. A una cert'ora suo padre si affacciò all'uscio e gli
disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo; non mi disturbare; ti do fin
d'ora la buona notte.
— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo con voce soffocata, e rimase là
atterrito, agghiacciato dal pensiero che potesse esser quella l'ultima volta
ch'egli si sentiva dir: — Buona notte, — da quella voce....
*
Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense il lume, e restò con gli occhi
aperti nel buio e con l'orecchio teso, per sentire quando suo padre andasse a
dormire. Scoccarono le undici, e non aveva ancora udito il suo passo. Che
smemorato! — Poi, rivolto alla mamma: — Mi scordavo di dirti che
domattina devo partire per Vercelli.
Al ragazzo corse un brivido per le vene.
— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse suo padre.
— Ritornerò la sera. Parto col primo treno.
— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non m'avevi detto che la
causa era rimandata al mese venturo?
— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma fu anticipato il
dibattimento, perchè ne fu rinviato un altro, che lo doveva precedere. Ho
ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo che mi secca. Ma
non c'è che fare.
— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò la signora, senza
un'ombra di sospetto.
— Certissimo. È un affare di poche ore. Non mi porto neppure la valigietta.
Non t'avrai nemmeno da svegliare.
Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso dallo sgomento e
dall'affanno, non udì più nulla. Si levò da tavola appena finito di desinare,
andò nella sua camera, accese il lume e sedette a tavolino, fingendo di fare
il suo lavoro di scuola. A una cert'ora suo padre si affacciò all'uscio e gli
disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo; non mi disturbare; ti do fin
d'ora la buona notte.
— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo con voce soffocata, e rimase là
atterrito, agghiacciato dal pensiero che potesse esser quella l'ultima volta
ch'egli si sentiva dir: — Buona notte, — da quella voce....
*
Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense il lume, e restò con gli occhi
aperti nel buio e con l'orecchio teso, per sentire quando suo padre andasse a
dormire. Scoccarono le undici, e non aveva ancora udito il suo passo. Che
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cosa poteva mai fare fino a quell'ora così tarda, poichè non era possibile che
avesse l'animo tanto tranquillo da occuparsi dei suoi affari d'ufficio?
Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre più viva, quella domanda: —
Che cosa sta facendo?
Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive il suo testamento!
Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli faceva quella cosa terribile.
Suo padre aveva il presentimento della morte, e si preparava a morire. E a
quel pensiero lo prese una pietà e una tenerezza infinita. Suo padre, ancora
così giovane, e così buono, che aveva circondato la sua infanzia di tante
cure, che aveva tanto lavorato per lui, che dedicava ogni suo momento
libero a istruirlo e a ricrearlo, e che cercava e trovava ogni giorno qualche
nuovo modo di rendergli più bella la vita! E di ricordo in ricordo, risalendo
fino al principio della sua memoria, riandò tutte le prove d'affetto che gli
aveva date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui gli era apparso più
rispettabile e più amabile, rivide i suoi sorrisi, riudì le sue parole, risentì le
sue carezze, e, giunto al termine di quella corsa del pensiero, ritrovandosi
dinanzi l'immagine di lui disteso a terra insanguinato, fu oppresso da una
stretta di dolore più violenta ancora di quella che aveva risentito la mattina
al primo intender la notizia funesta, e scoppiò in dirottissimo pianto. Ma,
infine, la stanchezza lasciata in lui dalle commozioni profonde della
giornata fu più forte dell'affanno, e nonostante tutti i suoi sforzi per resistere
al sonno, si assopì leggermente.
E sognò.
Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava. Egli era solo in casa;
ma in una stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono e l'altro, e qualche
volta confusa col tuono, sentiva la voce di suo padre, che lo chiamava,
come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Ma egli non
capiva donde venisse quella voce, poichè pareva ad un tempo vicina e
lontana, che venisse dal piano di sopra e da quel di sotto, di dentro ai muri,
di sotto ai mobili, e di fuori, dai terrazzini, o dall'aria. Si slanciò nella stanza
accanto: la risentì: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Gli parve che la voce
fuggisse davanti a lui. Si diede a girare di stanza in stanza, correndo, per un
labirinto di stanze sconosciute, ora oscure come sotterranei, ora illuminate
avesse l'animo tanto tranquillo da occuparsi dei suoi affari d'ufficio?
Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre più viva, quella domanda: —
Che cosa sta facendo?
Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive il suo testamento!
Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli faceva quella cosa terribile.
Suo padre aveva il presentimento della morte, e si preparava a morire. E a
quel pensiero lo prese una pietà e una tenerezza infinita. Suo padre, ancora
così giovane, e così buono, che aveva circondato la sua infanzia di tante
cure, che aveva tanto lavorato per lui, che dedicava ogni suo momento
libero a istruirlo e a ricrearlo, e che cercava e trovava ogni giorno qualche
nuovo modo di rendergli più bella la vita! E di ricordo in ricordo, risalendo
fino al principio della sua memoria, riandò tutte le prove d'affetto che gli
aveva date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui gli era apparso più
rispettabile e più amabile, rivide i suoi sorrisi, riudì le sue parole, risentì le
sue carezze, e, giunto al termine di quella corsa del pensiero, ritrovandosi
dinanzi l'immagine di lui disteso a terra insanguinato, fu oppresso da una
stretta di dolore più violenta ancora di quella che aveva risentito la mattina
al primo intender la notizia funesta, e scoppiò in dirottissimo pianto. Ma,
infine, la stanchezza lasciata in lui dalle commozioni profonde della
giornata fu più forte dell'affanno, e nonostante tutti i suoi sforzi per resistere
al sonno, si assopì leggermente.
E sognò.
Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava. Egli era solo in casa;
ma in una stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono e l'altro, e qualche
volta confusa col tuono, sentiva la voce di suo padre, che lo chiamava,
come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Ma egli non
capiva donde venisse quella voce, poichè pareva ad un tempo vicina e
lontana, che venisse dal piano di sopra e da quel di sotto, di dentro ai muri,
di sotto ai mobili, e di fuori, dai terrazzini, o dall'aria. Si slanciò nella stanza
accanto: la risentì: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Gli parve che la voce
fuggisse davanti a lui. Si diede a girare di stanza in stanza, correndo, per un
labirinto di stanze sconosciute, ora oscure come sotterranei, ora illuminate
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dai lampi, per lunghi anditi, per sale vastissime, di cui il tuono incessante
faceva tremar le vetrate, e dove, con suo grande stupore, inciampava in
cespugli e in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi sotto i suoi piedi; e
sempre si udiva chiamare: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — da una voce
sempre più supplichevole, sempre più fioca, sempre più lontana. Lo prese la
disperazione, si mise a correre con più furia, singhiozzando: — Babbo!
Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine il tuono cessò, seguì un silenzio
profondo, e nell'oscurità muta, non più rotta dai lampi, egli sentì un passo
leggiero che s'avvicinava....
Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno, e sentì ancora quel passo....
Fece appena in tempo a tirarsi addosso le coperte: suo padre era sulla soglia
dell'uscio.
Veniva a dargli il bacio d'addio.
Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava in punta di piedi al suo
capezzale.
Lo assalì una tentazione violenta di gettargli le braccia al collo. Ma capì che
se l'avesse fatto sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe tradito il suo secreto.
Con uno sforzo vigoroso di tutto l'animo e di tutti i nervi, si contenne, e
simulò il respiro fitto e regolare del sonno.
Sentì la bocca di suo padre sulla fronte.
Tremò tutto; ma si vinse.
Suo padre s'allontanò come un'ombra.
*
Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo, finito di vestirsi in un
lampo, si trovava già sul pianerottolo. Al momento che suo padre usciva dal
portone, egli scendeva l'ultimo scalino, e di là, sporgendo il capo, vide nella
luce incerta dell'alba una carrozza ferma vicino al marciapiede, e tre signori
ritti accanto allo sportello; i quali salutarono suo padre, e salirono dentro
con lui. Il fiaccheraio frustò il cavallo, la carrozza partì, ed egli vi si cacciò
dietro, afferrandosi all'asse delle ruote posteriori.
faceva tremar le vetrate, e dove, con suo grande stupore, inciampava in
cespugli e in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi sotto i suoi piedi; e
sempre si udiva chiamare: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — da una voce
sempre più supplichevole, sempre più fioca, sempre più lontana. Lo prese la
disperazione, si mise a correre con più furia, singhiozzando: — Babbo!
Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine il tuono cessò, seguì un silenzio
profondo, e nell'oscurità muta, non più rotta dai lampi, egli sentì un passo
leggiero che s'avvicinava....
Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno, e sentì ancora quel passo....
Fece appena in tempo a tirarsi addosso le coperte: suo padre era sulla soglia
dell'uscio.
Veniva a dargli il bacio d'addio.
Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava in punta di piedi al suo
capezzale.
Lo assalì una tentazione violenta di gettargli le braccia al collo. Ma capì che
se l'avesse fatto sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe tradito il suo secreto.
Con uno sforzo vigoroso di tutto l'animo e di tutti i nervi, si contenne, e
simulò il respiro fitto e regolare del sonno.
Sentì la bocca di suo padre sulla fronte.
Tremò tutto; ma si vinse.
Suo padre s'allontanò come un'ombra.
*
Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo, finito di vestirsi in un
lampo, si trovava già sul pianerottolo. Al momento che suo padre usciva dal
portone, egli scendeva l'ultimo scalino, e di là, sporgendo il capo, vide nella
luce incerta dell'alba una carrozza ferma vicino al marciapiede, e tre signori
ritti accanto allo sportello; i quali salutarono suo padre, e salirono dentro
con lui. Il fiaccheraio frustò il cavallo, la carrozza partì, ed egli vi si cacciò
dietro, afferrandosi all'asse delle ruote posteriori.
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Il cavallo andava di trotto lento: lo poteva seguitare senza fatica. La
carrozza svoltò in via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso Vinzaglio. Il
suo primo pensiero fu chi potesse essere il terzo di quei signori che erano
saliti nel legno con suo padre. Che lo dovessero accompagnare due padrini,
lo sapeva; ma chi era il terzo? Non gli venne in mente che fosse il medico.
Ma non insistè in quel pensiero. Era una bella mattinata di primavera,
limpida e piena di fragranze di campagna. Ma la città, ancora dormente, con
le vie deserte e le botteghe chiuse, presentava l'aspetto triste d'una città
disabitata, e le pedate del cavallo e il rumore delle ruote echeggiavano in
quella solitudine silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile. Al
crocicchio di Corso Oporto attraversò la via un'altra carrozza, il cui
fiaccheraio gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata! ne porti uno
gratis! — e quasi nello stesso punto Arturo fu colpito alla guancia dallo
sverzino della frusta, che il “camerata„ aveva menata con un giro del
braccio all'indietro. Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò di più la
vergogna. Cominciava a passare qualche operaio, ad aprirsi qualche
finestra: gli pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo per uno
straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta di dietro! —
Correva per lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo i passanti e gli
alberi che come ombre fuggenti, inzaccherandosi nelle pozzanghere che
aveva fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel numero della carrozza
come per raccogliere in quello tutta la sua mente, e non pensare ad altro.
Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso Duca di Genova il cavallo prese
un trotto più rapido, ed egli cominciò a sentir la stanchezza, e a filar grosse
goccie dalla fronte e dalle tempie. Lo affaticava sopra tutto lo star chino con
le mani sull'asse, che era troppo basso; provò a tenersi alle molle, ma
s'affaticò anche di più, perchè doveva star colle braccia troppo aperte, e
quell'atteggiamento gli opprimeva il respiro; tornò ad appoggiarsi come
prima. Quando la carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli principiò a
temere che non gli bastassero le forze per proseguire lungamente. Ma
raccolse tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò a correre. Gli
pareva che se si fosse arrestato sarebbe stato un presagio sinistro, che se suo
padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe andato certamente a morire.
Ma oramai grondava di sudore, gli saltava il cuore nel petto, gli usciva il
respiro come un soffio di mantice. Pensare che il suo povero babbo era lì, a
tre palmi dal suo capo, che c'era solo fra di loro una sottile parete di legno, e
carrozza svoltò in via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso Vinzaglio. Il
suo primo pensiero fu chi potesse essere il terzo di quei signori che erano
saliti nel legno con suo padre. Che lo dovessero accompagnare due padrini,
lo sapeva; ma chi era il terzo? Non gli venne in mente che fosse il medico.
Ma non insistè in quel pensiero. Era una bella mattinata di primavera,
limpida e piena di fragranze di campagna. Ma la città, ancora dormente, con
le vie deserte e le botteghe chiuse, presentava l'aspetto triste d'una città
disabitata, e le pedate del cavallo e il rumore delle ruote echeggiavano in
quella solitudine silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile. Al
crocicchio di Corso Oporto attraversò la via un'altra carrozza, il cui
fiaccheraio gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata! ne porti uno
gratis! — e quasi nello stesso punto Arturo fu colpito alla guancia dallo
sverzino della frusta, che il “camerata„ aveva menata con un giro del
braccio all'indietro. Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò di più la
vergogna. Cominciava a passare qualche operaio, ad aprirsi qualche
finestra: gli pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo per uno
straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta di dietro! —
Correva per lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo i passanti e gli
alberi che come ombre fuggenti, inzaccherandosi nelle pozzanghere che
aveva fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel numero della carrozza
come per raccogliere in quello tutta la sua mente, e non pensare ad altro.
Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso Duca di Genova il cavallo prese
un trotto più rapido, ed egli cominciò a sentir la stanchezza, e a filar grosse
goccie dalla fronte e dalle tempie. Lo affaticava sopra tutto lo star chino con
le mani sull'asse, che era troppo basso; provò a tenersi alle molle, ma
s'affaticò anche di più, perchè doveva star colle braccia troppo aperte, e
quell'atteggiamento gli opprimeva il respiro; tornò ad appoggiarsi come
prima. Quando la carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli principiò a
temere che non gli bastassero le forze per proseguire lungamente. Ma
raccolse tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò a correre. Gli
pareva che se si fosse arrestato sarebbe stato un presagio sinistro, che se suo
padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe andato certamente a morire.
Ma oramai grondava di sudore, gli saltava il cuore nel petto, gli usciva il
respiro come un soffio di mantice. Pensare che il suo povero babbo era lì, a
tre palmi dal suo capo, che c'era solo fra di loro una sottile parete di legno, e
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che pure gli pareva tanto lontano, e come separato da lui da una muraglia
enorme e da un abisso insuperabile! E domandava a sè stesso se egli
pensasse a lui in quel momento, e immaginava i tristi pensieri e l'affanno
doloroso che lo dovevano opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni scossa
della carrozza, movendo continuamente le mani dall'asse alle molle e da
queste all'asse, piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi con uno
sforzo sempre più penoso, ripeteva tra sè: — No, no, non ti abbandonerò,
padre mio.... non ti lascierò ferire.... cadrò prima sfinito in mezzo alla
strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio, babbo mio! Il tuo Arturo è con
te.... Senti il mio cuore che batte vicino al tuo.... Senti il respiro del tuo
figliuolo che ti accompagna!
*
Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva e pensava. Gli stava seduto
accanto il medico, un biondone corpulento, che sonnecchiava, e gli
sedevano in faccia i due padrini, due avvocati sulla quarantina, barbuti e
gravi; ma di quella falsa gravità con cui i padrini cercano per solito di
dissimulare agli altri e a sè stessi la coscienza inquieta d'esser complici di
un atto insensato e incivile. L'avvocato Pironi pensava alla moglie, che
aveva ingannata, al ragazzo, al quale aveva dato quasi a tradimento forse
l'ultimo bacio; pensava che era fuggito di casa come un ladro, e che forse
egli era un ladro veramente; perchè poteva essere che, uscendo di nascosto
da quella casa, ne avesse portato via la felicità, la pace, l'agiatezza,
l'avvenire del figliuolo, e anche la salute, e anche la vita della madre. E per
la prima volta domandò alla propria coscienza se egli avesse diritto di
disporre a quel modo dell'esistenza e della fortuna della donna che aveva
legata alla propria sorte e del fanciullo che aveva messo al mondo, giurando
sull'onor suo di proteggerli e di consacrare a loro tutto sè stesso. E una voce
solenne della coscienza gli rispose: — No, tu non hai questo diritto, perchè
la tua vita non è tua! No, tu non dovevi fare quello che hai fatto, non
dovresti fare quello che farai, perchè è un'azione sleale e crudele verso i
tuoi, barbara verso la civiltà, stolta davanti alla ragione, iniqua davanti alla
legge di Cristo. — E che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi dalla
coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare l'amico. — Ma l'ho
oltraggiato, e gli dovevo una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una; ma era
enorme e da un abisso insuperabile! E domandava a sè stesso se egli
pensasse a lui in quel momento, e immaginava i tristi pensieri e l'affanno
doloroso che lo dovevano opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni scossa
della carrozza, movendo continuamente le mani dall'asse alle molle e da
queste all'asse, piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi con uno
sforzo sempre più penoso, ripeteva tra sè: — No, no, non ti abbandonerò,
padre mio.... non ti lascierò ferire.... cadrò prima sfinito in mezzo alla
strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio, babbo mio! Il tuo Arturo è con
te.... Senti il mio cuore che batte vicino al tuo.... Senti il respiro del tuo
figliuolo che ti accompagna!
*
Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva e pensava. Gli stava seduto
accanto il medico, un biondone corpulento, che sonnecchiava, e gli
sedevano in faccia i due padrini, due avvocati sulla quarantina, barbuti e
gravi; ma di quella falsa gravità con cui i padrini cercano per solito di
dissimulare agli altri e a sè stessi la coscienza inquieta d'esser complici di
un atto insensato e incivile. L'avvocato Pironi pensava alla moglie, che
aveva ingannata, al ragazzo, al quale aveva dato quasi a tradimento forse
l'ultimo bacio; pensava che era fuggito di casa come un ladro, e che forse
egli era un ladro veramente; perchè poteva essere che, uscendo di nascosto
da quella casa, ne avesse portato via la felicità, la pace, l'agiatezza,
l'avvenire del figliuolo, e anche la salute, e anche la vita della madre. E per
la prima volta domandò alla propria coscienza se egli avesse diritto di
disporre a quel modo dell'esistenza e della fortuna della donna che aveva
legata alla propria sorte e del fanciullo che aveva messo al mondo, giurando
sull'onor suo di proteggerli e di consacrare a loro tutto sè stesso. E una voce
solenne della coscienza gli rispose: — No, tu non hai questo diritto, perchè
la tua vita non è tua! No, tu non dovevi fare quello che hai fatto, non
dovresti fare quello che farai, perchè è un'azione sleale e crudele verso i
tuoi, barbara verso la civiltà, stolta davanti alla ragione, iniqua davanti alla
legge di Cristo. — E che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi dalla
coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare l'amico. — Ma l'ho
oltraggiato, e gli dovevo una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una; ma era
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quella di umiliare, di punire il tuo orgoglio, da cui era uscito l'oltraggio; non
quella di mettere in gioco due vite che sono strette alla tua, ma non son cosa
tua; no, non per altro che per salvare il tuo orgoglio, tu metti l'una e l'altra a
cimento; perchè ti manca il nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il
coraggio scellerato di gettar la disperazione nella tua casa; per parere un
uomo coraggioso non t'importa d'essere un marito e un padre spietato; copri
con la maschera del gentiluomo un egoismo feroce; il tuo coraggio non è
che debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario che generoso;
prostituisci l'anima per salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti, fatti
ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo scontino per tutta la vita con
la miseria e col pianto una parola insolente che t'è sfuggita nell'ira, e che tu
non volesti ritirare per superbia. Vigliacco! — A queste parole non trovò più
obbiezioni, chiuse gli occhi, fingendo d'appisolarsi, e pensò con profonda
tristezza al figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un ragazzo ha
maggior bisogno del consiglio e degli aiuti del padre; che era intelligente e
studioso, ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione troppo
eccitabile; e sano e bello, e di carattere vigoroso e risoluto, ma di
complessione non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto preservare con
gran riguardo da ogni commozione troppo forte, che gli sarebbe potuta
riuscir funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni forte commozione, e
stava per dargli quella terribile di vedersi portare a casa suo padre con una
mano recisa o con la fronte spaccata, e forse moribondo, e forse morto! Un
atroce rimorso gli passò il cuore a quel pensiero, e aprendo gli occhi giusto
in quel punto a uno scossone della carrozza, e vedendo la nuova piazza
d'armi, lungo la quale correvano, egli si ricordò delle tante volte che aveva
portato a scorrazzare su quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli
tornarono vivi alla mente il suo aspetto infantile, i suoi atti graziosi, le voci
d'allegrezza e il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che balbettava
allora, e la grande gioia ch'egli provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo
in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e a quei ricordi gli venne su
dal cuore come una ondata di tenerezza e di pietà così improvvisa e
impetuosa, che si dovè addentare le labbra per ricacciar giù le lacrime, di
cui si sarebbe vergognato. E giurò in cuor suo che, se fosse scampato da
quel duello, mai più, mai più nella vita avrebbe rimesso i suoi cari a una
così triste prova, nè l'animo proprio a una così crudele tortura. —
Perdonami questa volta — disse tra sè; — una sola volta m'avrai da
quella di mettere in gioco due vite che sono strette alla tua, ma non son cosa
tua; no, non per altro che per salvare il tuo orgoglio, tu metti l'una e l'altra a
cimento; perchè ti manca il nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il
coraggio scellerato di gettar la disperazione nella tua casa; per parere un
uomo coraggioso non t'importa d'essere un marito e un padre spietato; copri
con la maschera del gentiluomo un egoismo feroce; il tuo coraggio non è
che debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario che generoso;
prostituisci l'anima per salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti, fatti
ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo scontino per tutta la vita con
la miseria e col pianto una parola insolente che t'è sfuggita nell'ira, e che tu
non volesti ritirare per superbia. Vigliacco! — A queste parole non trovò più
obbiezioni, chiuse gli occhi, fingendo d'appisolarsi, e pensò con profonda
tristezza al figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un ragazzo ha
maggior bisogno del consiglio e degli aiuti del padre; che era intelligente e
studioso, ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione troppo
eccitabile; e sano e bello, e di carattere vigoroso e risoluto, ma di
complessione non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto preservare con
gran riguardo da ogni commozione troppo forte, che gli sarebbe potuta
riuscir funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni forte commozione, e
stava per dargli quella terribile di vedersi portare a casa suo padre con una
mano recisa o con la fronte spaccata, e forse moribondo, e forse morto! Un
atroce rimorso gli passò il cuore a quel pensiero, e aprendo gli occhi giusto
in quel punto a uno scossone della carrozza, e vedendo la nuova piazza
d'armi, lungo la quale correvano, egli si ricordò delle tante volte che aveva
portato a scorrazzare su quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli
tornarono vivi alla mente il suo aspetto infantile, i suoi atti graziosi, le voci
d'allegrezza e il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che balbettava
allora, e la grande gioia ch'egli provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo
in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e a quei ricordi gli venne su
dal cuore come una ondata di tenerezza e di pietà così improvvisa e
impetuosa, che si dovè addentare le labbra per ricacciar giù le lacrime, di
cui si sarebbe vergognato. E giurò in cuor suo che, se fosse scampato da
quel duello, mai più, mai più nella vita avrebbe rimesso i suoi cari a una
così triste prova, nè l'animo proprio a una così crudele tortura. —
Perdonami questa volta — disse tra sè; — una sola volta m'avrai da
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perdonare, figliuol mio! Mai più tuo padre non giocherà sulla punta della
spada la tua salute e il tuo cuore! E questa volta Dio mi protegga per amor
tuo, mio buono, mio adorato, mio povero Arturo! —
*
Mentre questo diceva il padre, la carrozza, correndo sempre più
rapidamente, svoltava sul corso Peschiera, e il povero Arturo era all'estremo
delle sue forze. Eran già quasi due miglia ch'egli aveva fatto di corsa, e per
un ragazzo come lui, di petto debole, eran già troppe. Avrebbe resistito di
più se si fosse messo alla prova fresco di lena; ma ci s'era messo già
affaticato dagli affanni del giorno avanti, e dalla notte insonne e travagliata,
e dal digiuno: solo uno sforzo enorme della volontà l'aveva sorretto fino a
quel punto. Era tutto in acqua, aveva i muscoli sfiniti, il cuore gli saltava
alla gola, gli martellavano le tempie, gli tremavano le braccia, gli si
aggranchivano le mani, la vista gli s'intorbidiva, le idee gli si confondevano;
la sua respirazione non era più che un anelito continuo e doloroso; andava
avanti quasi senza conoscenza, come spinto da un impulso di dentro, che si
veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre perdendo sangue da
una piaga; si sentiva mancare non solo il vigore, ma il pensiero e la vita. La
carrozza infilò il corso Sommeiller, e poi svoltò a destra. Come a traverso
una nebbia egli riconobbe gli olmi e le case del viale di Stupinigi, e disse
quasi inconsciamente, come un'eco: — Stupinigi! — Poi balenò nella sua
mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti duelli si facevano nei boschi
di Stupinigi. Non c'era dubbio. Suo padre andava là. C'erano dieci
chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la speranza di poter resistere, lo
abbandonò l'ultimo resto del vigore. Le gambe gli piegavano, si lasciò
trascinare; non gli restò che un po' di forza nelle mani, con cui si teneva
rabbiosamente stretto all'asse delle ruote. Ma gettando a destra uno sguardo
di naufrago, vide la facciata dell'ospedale Mauriziano, ed ebbe nel punto
stesso quasi l'apparizione viva di suo padre portato là da quattro uomini, col
viso bianco e le braccia ciondoloni. A quella visione perdè la testa, allentò
le mani, e cadde nel mezzo della strada, appena oltrepassato l'ospedale,
mandando un gemito, e dicendo disperatamente: — Addio, babbo! addio!
addio! — E impotente a rimettersi in piedi, riuscì ancora a trascinarsi
spada la tua salute e il tuo cuore! E questa volta Dio mi protegga per amor
tuo, mio buono, mio adorato, mio povero Arturo! —
*
Mentre questo diceva il padre, la carrozza, correndo sempre più
rapidamente, svoltava sul corso Peschiera, e il povero Arturo era all'estremo
delle sue forze. Eran già quasi due miglia ch'egli aveva fatto di corsa, e per
un ragazzo come lui, di petto debole, eran già troppe. Avrebbe resistito di
più se si fosse messo alla prova fresco di lena; ma ci s'era messo già
affaticato dagli affanni del giorno avanti, e dalla notte insonne e travagliata,
e dal digiuno: solo uno sforzo enorme della volontà l'aveva sorretto fino a
quel punto. Era tutto in acqua, aveva i muscoli sfiniti, il cuore gli saltava
alla gola, gli martellavano le tempie, gli tremavano le braccia, gli si
aggranchivano le mani, la vista gli s'intorbidiva, le idee gli si confondevano;
la sua respirazione non era più che un anelito continuo e doloroso; andava
avanti quasi senza conoscenza, come spinto da un impulso di dentro, che si
veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre perdendo sangue da
una piaga; si sentiva mancare non solo il vigore, ma il pensiero e la vita. La
carrozza infilò il corso Sommeiller, e poi svoltò a destra. Come a traverso
una nebbia egli riconobbe gli olmi e le case del viale di Stupinigi, e disse
quasi inconsciamente, come un'eco: — Stupinigi! — Poi balenò nella sua
mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti duelli si facevano nei boschi
di Stupinigi. Non c'era dubbio. Suo padre andava là. C'erano dieci
chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la speranza di poter resistere, lo
abbandonò l'ultimo resto del vigore. Le gambe gli piegavano, si lasciò
trascinare; non gli restò che un po' di forza nelle mani, con cui si teneva
rabbiosamente stretto all'asse delle ruote. Ma gettando a destra uno sguardo
di naufrago, vide la facciata dell'ospedale Mauriziano, ed ebbe nel punto
stesso quasi l'apparizione viva di suo padre portato là da quattro uomini, col
viso bianco e le braccia ciondoloni. A quella visione perdè la testa, allentò
le mani, e cadde nel mezzo della strada, appena oltrepassato l'ospedale,
mandando un gemito, e dicendo disperatamente: — Addio, babbo! addio!
addio! — E impotente a rimettersi in piedi, riuscì ancora a trascinarsi
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carponi fino alla proda del viale, dove andò giù disteso, come un corpo
morto.
*
Pochi momenti dopo, come in un sogno, udì il rumore d'una carrozza che
passava, e quasi ad un tempo il suono del suo nome.
Aperse gli occhi: vide Carlo Bussi inginocchiato davanti a lui.
— Pironi! — esclamò quegli, pigliandogli una mano. — Pironi!... Che hai?
Cos'è stato?
— .... Non posso più, — rispose Arturo.
— Alzati! — gli disse concitato il compagno — fatti forza! Siamo ancora in
tempo. La carrozza di mio padre è passata ora. T'ho visto passando. T'ho
creduto morto. Su, Arturo, su! Possiamo ancora raggiungerli. Non andranno
lontano. La carrozza va adagio. Guarda.... Oh che fortuna! S'è fermata!
A un centinaio di passi più oltre, infatti, la carrozza s'era fermata per
aspettare che passasse il treno della strada ferrata, la quale attraversava il
viale di Stupinigi in quel punto. Doveva passare il treno di Milano, partito
allora dalla stazione di Porta Nuova. Il cantoniere aveva chiuso le due
barriere.
— Coraggio! — ripetè Carlo, aiutando l'amico a mettersi a sedere e
facendogli appoggiar la schiena a un paracarri. — Ecco il tuo berretto.
Abbiamo cinque minuti di vantaggio. Hai il tempo di riprender fiato. Su,
Pironetto, su. Vuoi darla vinta a un ronzino da trenta soldi l'ora? Ci ho delle
pasticche di menta: ingollane una, chè ti rimetterà in gamba. Hai fatto il più:
fa ancora un ultimo sforzo. Fino a Stupinigi non ci vanno; ho inteso dire al
cocchiere il nome d'una villa. Ci arriveremo e non li lascieremo battersi.
Vedrai come mi buscherò la piattonata del genitore! Che credi che non
abbia faticato anch'io? Nella furia di scappare ho infilato nell'anticamera le
scarpe del servitore. Guarda che torpediniere! Ho dovuto far miracoli per
portarle a salvamento. Credevo di lasciarne una davanti al Municipio.
Lèvati presto. Non avrai più da correre. Io ti metto a sedere sull'asse delle
ruote, tu ti appoggi con le mani alle mie spalle, e vai come un milionario.
morto.
*
Pochi momenti dopo, come in un sogno, udì il rumore d'una carrozza che
passava, e quasi ad un tempo il suono del suo nome.
Aperse gli occhi: vide Carlo Bussi inginocchiato davanti a lui.
— Pironi! — esclamò quegli, pigliandogli una mano. — Pironi!... Che hai?
Cos'è stato?
— .... Non posso più, — rispose Arturo.
— Alzati! — gli disse concitato il compagno — fatti forza! Siamo ancora in
tempo. La carrozza di mio padre è passata ora. T'ho visto passando. T'ho
creduto morto. Su, Arturo, su! Possiamo ancora raggiungerli. Non andranno
lontano. La carrozza va adagio. Guarda.... Oh che fortuna! S'è fermata!
A un centinaio di passi più oltre, infatti, la carrozza s'era fermata per
aspettare che passasse il treno della strada ferrata, la quale attraversava il
viale di Stupinigi in quel punto. Doveva passare il treno di Milano, partito
allora dalla stazione di Porta Nuova. Il cantoniere aveva chiuso le due
barriere.
— Coraggio! — ripetè Carlo, aiutando l'amico a mettersi a sedere e
facendogli appoggiar la schiena a un paracarri. — Ecco il tuo berretto.
Abbiamo cinque minuti di vantaggio. Hai il tempo di riprender fiato. Su,
Pironetto, su. Vuoi darla vinta a un ronzino da trenta soldi l'ora? Ci ho delle
pasticche di menta: ingollane una, chè ti rimetterà in gamba. Hai fatto il più:
fa ancora un ultimo sforzo. Fino a Stupinigi non ci vanno; ho inteso dire al
cocchiere il nome d'una villa. Ci arriveremo e non li lascieremo battersi.
Vedrai come mi buscherò la piattonata del genitore! Che credi che non
abbia faticato anch'io? Nella furia di scappare ho infilato nell'anticamera le
scarpe del servitore. Guarda che torpediniere! Ho dovuto far miracoli per
portarle a salvamento. Credevo di lasciarne una davanti al Municipio.
Lèvati presto. Non avrai più da correre. Io ti metto a sedere sull'asse delle
ruote, tu ti appoggi con le mani alle mie spalle, e vai come un milionario.
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Su, su, senti il treno che arriva. Andiamo subito. Vedrai che tutto andrà
bene. Ma non perdiamo più un momento!
A quelle parole Arturo si sentì nel petto come un nuovo soffio di vita, si
levò in piedi, e ciondolando un poco, ma a passi spediti, tirato per la mano
da Carlo, arrivò sin dietro alla carrozza, nel momento che passava il treno
con un fracasso di tuono.
— Riaprono! — disse Carlo. — Su, Arturo, in sella!
E, preso l'amico fra le braccia, lo pose a sedere sull'asse, si fece metter le
mani sulle spalle, e s'afferrò al ferro con le sue, l'una a destra e l'altra a
sinistra, pronto alla corsa.
La frusta schioccò; la carrozza si mise in moto.
— Ci stai bene? — domandò Carlo.
Arturo accennò di sì.
— Fa conto di far gli esercizii alla sbarra fissa. Ma agguantami forte, e
attento ai sobbalzi. Non aver paura, però. Non s'andrà molto lesti. Mi sono
accorto che il fiaccheraio è sborniato. E non darti pensiero di me. Io ho i
polmoni del Bargozzi. Vedrai che avremo fortuna....
*
Proprio in quel momento, nella carrozza, uno dei padrini, — un signore
lungo e secco, con due occhi di gatto e un pizzo di barba grigia — dava gli
ultimi consigli all'avvocato Bussi, seduto dirimpetto a lui, intorno al modo
di regolarsi nel duello. — Dunque, siamo intesi. L'avversario è fuor
d'esercizio, si stancherà dopo la prima furia. Tu aspetta che molli, e allora fa
quello che t'ho detto: — così — così — e là! — E sarà servito. — E rifece
con la mano ossuta l'accenno di due finte e d'un colpo di bandoliera,
strizzando l'occhio felino.
L'avvocato Bussi non rispose. Aveva l'aria d'un uomo seccato. Volgeva in
mente da un po' di tempo dei pensieri assai discordanti dalla conversazione;
i quali s'esprimevano in un sorriso sarcastico sulle sue labbra taglienti, usate
alla canzonatura. — Curioso — diceva tra sè — questo bravo signore, che
bene. Ma non perdiamo più un momento!
A quelle parole Arturo si sentì nel petto come un nuovo soffio di vita, si
levò in piedi, e ciondolando un poco, ma a passi spediti, tirato per la mano
da Carlo, arrivò sin dietro alla carrozza, nel momento che passava il treno
con un fracasso di tuono.
— Riaprono! — disse Carlo. — Su, Arturo, in sella!
E, preso l'amico fra le braccia, lo pose a sedere sull'asse, si fece metter le
mani sulle spalle, e s'afferrò al ferro con le sue, l'una a destra e l'altra a
sinistra, pronto alla corsa.
La frusta schioccò; la carrozza si mise in moto.
— Ci stai bene? — domandò Carlo.
Arturo accennò di sì.
— Fa conto di far gli esercizii alla sbarra fissa. Ma agguantami forte, e
attento ai sobbalzi. Non aver paura, però. Non s'andrà molto lesti. Mi sono
accorto che il fiaccheraio è sborniato. E non darti pensiero di me. Io ho i
polmoni del Bargozzi. Vedrai che avremo fortuna....
*
Proprio in quel momento, nella carrozza, uno dei padrini, — un signore
lungo e secco, con due occhi di gatto e un pizzo di barba grigia — dava gli
ultimi consigli all'avvocato Bussi, seduto dirimpetto a lui, intorno al modo
di regolarsi nel duello. — Dunque, siamo intesi. L'avversario è fuor
d'esercizio, si stancherà dopo la prima furia. Tu aspetta che molli, e allora fa
quello che t'ho detto: — così — così — e là! — E sarà servito. — E rifece
con la mano ossuta l'accenno di due finte e d'un colpo di bandoliera,
strizzando l'occhio felino.
L'avvocato Bussi non rispose. Aveva l'aria d'un uomo seccato. Volgeva in
mente da un po' di tempo dei pensieri assai discordanti dalla conversazione;
i quali s'esprimevano in un sorriso sarcastico sulle sue labbra taglienti, usate
alla canzonatura. — Curioso — diceva tra sè — questo bravo signore, che
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si vanta di credere in Dio, e che m'insegna tranquillamente a sgozzare il
prossimo, come mi darebbe una ricetta per una salsa! E quest'altro
palloncino pien di vento, che non riesce a nascondere la felicità d'esser per
la prima volta padrino in un duello, come se fosse una delle imprese
d'Ercole, e schizza dagli occhi l'impazienza d'andarlo a strombettare ai
quattro canti di Torino! E questi due armadi a ruote che portan via di
nascosto me e quell'altro come due ragazze rapite, e quel signore che
c'impresta cortesemente la villa perchè ci possiamo ammazzare a nostro
comodo, e il medico che ci accompagna con l'ago e col filo per rimendarci
la pelle.... tutto questo m'ha l'aria d'una lugubre buffonata. Vorrei sapere
perchè mi vado a battere. Quando il Pironi mi regalò quell'epiteto, io ero
ben certo che tale non mi credeva, e che quanti eran lì eran certi della stessa
cosa, e che capivano ch'egli m'aveva lanciato quella parola perchè l'avevo
messo al muro e non sapeva più che altro rispondermi. Avrei dovuto ridergli
in faccia, senz'altro. Io mi batto dunque per dimostrare che non son uomo
da lasciarmi dire delle impertinenze. Ma se egli mi ferisce, a che servirà
l'aver dimostrato che non mi lascio dire delle impertinenze, se dimostrerò
ad un tempo che mi lascio dare delle sciabolate? Che corbelleria! Ma è una
corbelleria che può finire.... con la fine d'uno dei due. Si può essere più
bestialmente matti?... Basta: purchè non ci sian là a vederci dei contadini. È
il mio pensiero fisso da ieri: un pensiero che mi dà una noia.... da non
credersi. Mi pare che mi vergognerei, e che buscherei una botta per effetto
della distrazione. E perchè me ne vergognerei?... Perchè la gente del popolo
ride del duello. È certo per questo. Ma perchè, se io vedo due popolani che
rissano col coltello, non rido, ed essi ridono quando vedono due di noi che
si battono con la sciabola? Vediamo un poco. Forse.... perchè essi non si
battono che in un accesso di furore, il quale, se non giustifica la rissa, la
spiega, e le dà almeno un aspetto tragico; quando il nostro combattimento
condotto con tutte le regole, — dopo uno scambio di saluti, con le debite
pause, in presenza di quattro signori, in un luogo prestabilito, senza neanche
la giustificazione apparente dell'ira — è veramente una cosa buffa e
antipatica. E io me ne vergognerei anche perchè quella gente, vedendo un
duello, comprendono che è assurda la distinzione enorme che noi facciamo
fra le nostre risse e le loro, e godono di coglierci in una contraddizione
stupida e odiosa fra la nostra ferocia di duellanti e le nostre vanterie di
gente civile e gentile; contraddizione tanto più odiosa in quanto ad
prossimo, come mi darebbe una ricetta per una salsa! E quest'altro
palloncino pien di vento, che non riesce a nascondere la felicità d'esser per
la prima volta padrino in un duello, come se fosse una delle imprese
d'Ercole, e schizza dagli occhi l'impazienza d'andarlo a strombettare ai
quattro canti di Torino! E questi due armadi a ruote che portan via di
nascosto me e quell'altro come due ragazze rapite, e quel signore che
c'impresta cortesemente la villa perchè ci possiamo ammazzare a nostro
comodo, e il medico che ci accompagna con l'ago e col filo per rimendarci
la pelle.... tutto questo m'ha l'aria d'una lugubre buffonata. Vorrei sapere
perchè mi vado a battere. Quando il Pironi mi regalò quell'epiteto, io ero
ben certo che tale non mi credeva, e che quanti eran lì eran certi della stessa
cosa, e che capivano ch'egli m'aveva lanciato quella parola perchè l'avevo
messo al muro e non sapeva più che altro rispondermi. Avrei dovuto ridergli
in faccia, senz'altro. Io mi batto dunque per dimostrare che non son uomo
da lasciarmi dire delle impertinenze. Ma se egli mi ferisce, a che servirà
l'aver dimostrato che non mi lascio dire delle impertinenze, se dimostrerò
ad un tempo che mi lascio dare delle sciabolate? Che corbelleria! Ma è una
corbelleria che può finire.... con la fine d'uno dei due. Si può essere più
bestialmente matti?... Basta: purchè non ci sian là a vederci dei contadini. È
il mio pensiero fisso da ieri: un pensiero che mi dà una noia.... da non
credersi. Mi pare che mi vergognerei, e che buscherei una botta per effetto
della distrazione. E perchè me ne vergognerei?... Perchè la gente del popolo
ride del duello. È certo per questo. Ma perchè, se io vedo due popolani che
rissano col coltello, non rido, ed essi ridono quando vedono due di noi che
si battono con la sciabola? Vediamo un poco. Forse.... perchè essi non si
battono che in un accesso di furore, il quale, se non giustifica la rissa, la
spiega, e le dà almeno un aspetto tragico; quando il nostro combattimento
condotto con tutte le regole, — dopo uno scambio di saluti, con le debite
pause, in presenza di quattro signori, in un luogo prestabilito, senza neanche
la giustificazione apparente dell'ira — è veramente una cosa buffa e
antipatica. E io me ne vergognerei anche perchè quella gente, vedendo un
duello, comprendono che è assurda la distinzione enorme che noi facciamo
fra le nostre risse e le loro, e godono di coglierci in una contraddizione
stupida e odiosa fra la nostra ferocia di duellanti e le nostre vanterie di
gente civile e gentile; contraddizione tanto più odiosa in quanto ad
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ammazzare essi non imparano, e noi ci esercitiamo per molti anni. Ah,
buffoni, buffoni, buffoni! Ma dunque non si arriverà mai a questa villa del
malanno?
*
In quel momento, i due ragazzi sentirono uscir dalla carrozza un grido
soldatesco: — Ferma!
— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci subito. — Arturo
si buttò giù dall'asse, corse dietro all'amico e saltò con lui dentro al fosso
che fiancheggiava la strada; dove tutt'e due s'accucciarono, levandosi il
cappello e sporgendo il capo al disopra della proda appena quanto
occorreva per veder ciò che avveniva.
La carrozza si fermò davanti alla cancellata d'una villa signorile, della quale
appariva il tetto di là dagli alberi d'un vasto giardino, cinto d'un muro. La
cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata da una mano invisibile, la
carrozza entrò, i battenti si chiusero.
— Siamo perduti! — esclamò Arturo.
— Neppur per sogno, — rispose Carlo.
— Come faremo ad entrare?
— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar per la porta. Vieni con me,
ma lesto.
Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò, si gettò di corsa, seguito
da Arturo, in un campo accanto alla villa, arrivò fino ai piedi del muro di
cinta, lo misurò con uno sguardo, e disse al compagno: — Scavalchiamolo.
— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo affannato. — Intanto si
batteranno!
— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi son lunghi. Fa a modo
mio.
Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece piantar forte i piedi e incrociare
le mani a seggiolino, e dettogli: — Tien saldo! — gli pose un piede sulle
buffoni, buffoni, buffoni! Ma dunque non si arriverà mai a questa villa del
malanno?
*
In quel momento, i due ragazzi sentirono uscir dalla carrozza un grido
soldatesco: — Ferma!
— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci subito. — Arturo
si buttò giù dall'asse, corse dietro all'amico e saltò con lui dentro al fosso
che fiancheggiava la strada; dove tutt'e due s'accucciarono, levandosi il
cappello e sporgendo il capo al disopra della proda appena quanto
occorreva per veder ciò che avveniva.
La carrozza si fermò davanti alla cancellata d'una villa signorile, della quale
appariva il tetto di là dagli alberi d'un vasto giardino, cinto d'un muro. La
cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata da una mano invisibile, la
carrozza entrò, i battenti si chiusero.
— Siamo perduti! — esclamò Arturo.
— Neppur per sogno, — rispose Carlo.
— Come faremo ad entrare?
— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar per la porta. Vieni con me,
ma lesto.
Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò, si gettò di corsa, seguito
da Arturo, in un campo accanto alla villa, arrivò fino ai piedi del muro di
cinta, lo misurò con uno sguardo, e disse al compagno: — Scavalchiamolo.
— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo affannato. — Intanto si
batteranno!
— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi son lunghi. Fa a modo
mio.
Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece piantar forte i piedi e incrociare
le mani a seggiolino, e dettogli: — Tien saldo! — gli pose un piede sulle
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mani, afferrandosi alle sue braccia, prese una spinta con l'altro piede, gli salì
ritto sulle spalle e tastò con le dita la sommità del muro.
— Accidenti al proprietario! — esclamò, e ricadde a terra.
— Che cosa c'è? — domandò Arturo, sgomento.
— C'è che la cresta del muro è incrostata di schegge di vetro, a servizio dei
galantuomini. Bisogna sacrificar le giacchette. Dammi la tua.
Se le tolsero tutt'e due, Carlo le prese fra i denti, e, risalito sulle spalle del
compagno, gettò l'una sopra l'altra sul sommo del muro, vi piantò le mani
come due artigli, si tirò su, si rigirò verso il compagno appoggiandosi sul
ventre, tese le braccia verso di lui, e gli disse: — Afferrati, punta i piedi
contro le sporgenze e vien su senza paura: ho le pale solide.
In quella maniera, facendo uno sforzo di piccolo atleta, tirò a sè il
compagno come un secchio.
— Bada a non bucarti! — gli disse quando Arturo s'attaccò alle giacchette.
Arturo mise un grido.
— Che c'è?
— Nulla; una puntura.
— Io salto dentro. Tu aspetta.
Carlo saltò giù nel giardino, e tese le braccia allargate verso Arturo,
dicendogli: — A te, ora!
Questi si lascio andar giù e gli cadde fra le braccia.
— Bene arrivato! — esclamò Carlo, — siamo nella fortezza!
Si trovavano all'estremità d'un lungo sentiero che andava diritto in mezzo a
due fughe di piccole aiuole, divise da altri sentieri, fino a una siepe
altissima di mortelle; la quale attraversava il giardino come un muro
divisorio, aperta qua e là in vani arcati dalla forma di porte.
— Si battono là dietro! — disse Arturo. — Corriamo!
E tutt'e due scamiciati, grondanti di sudore, trafelanti, si lanciaron di corsa
verso il muro verde....
ritto sulle spalle e tastò con le dita la sommità del muro.
— Accidenti al proprietario! — esclamò, e ricadde a terra.
— Che cosa c'è? — domandò Arturo, sgomento.
— C'è che la cresta del muro è incrostata di schegge di vetro, a servizio dei
galantuomini. Bisogna sacrificar le giacchette. Dammi la tua.
Se le tolsero tutt'e due, Carlo le prese fra i denti, e, risalito sulle spalle del
compagno, gettò l'una sopra l'altra sul sommo del muro, vi piantò le mani
come due artigli, si tirò su, si rigirò verso il compagno appoggiandosi sul
ventre, tese le braccia verso di lui, e gli disse: — Afferrati, punta i piedi
contro le sporgenze e vien su senza paura: ho le pale solide.
In quella maniera, facendo uno sforzo di piccolo atleta, tirò a sè il
compagno come un secchio.
— Bada a non bucarti! — gli disse quando Arturo s'attaccò alle giacchette.
Arturo mise un grido.
— Che c'è?
— Nulla; una puntura.
— Io salto dentro. Tu aspetta.
Carlo saltò giù nel giardino, e tese le braccia allargate verso Arturo,
dicendogli: — A te, ora!
Questi si lascio andar giù e gli cadde fra le braccia.
— Bene arrivato! — esclamò Carlo, — siamo nella fortezza!
Si trovavano all'estremità d'un lungo sentiero che andava diritto in mezzo a
due fughe di piccole aiuole, divise da altri sentieri, fino a una siepe
altissima di mortelle; la quale attraversava il giardino come un muro
divisorio, aperta qua e là in vani arcati dalla forma di porte.
— Si battono là dietro! — disse Arturo. — Corriamo!
E tutt'e due scamiciati, grondanti di sudore, trafelanti, si lanciaron di corsa
verso il muro verde....
Page 286
*
Appena entrato nella villa e sceso di carrozza vicino alla porta, dove stava
già l'altro legno, l'avvocato Bussi s'era trovato davanti a un largo viale,
fiancheggiato da due alte pareti di mortelle e chiuso in fondo dalla facciata
della palazzina. Al capo opposto del viale, c'era l'avvocato Pironi col
medico e co' suoi padrini. Questi e quelli del Bussi s'erano subito mossi gli
uni verso gli altri, e, incontratisi a mezza via, avevano fissato lì il campo del
duello, e tracciato delle linee sulla terra con la punta delle canne. Poi
avevano levato dalle fodere e dato le sciabole al medico, che le aveva
asperse d'acido fenico, dopo aver preparato bende, pinze e boccette sopra un
sediletto di legno, vicino a una delle aperture di fianco.
Mentre i due ragazzi stavano scalando il muro, i due avversari, chiamati dai
padrini, si avvicinavano, si levavano il cappello e il vestito, si
rimboccavano la manica della camicia sul braccio, si facevano fasciar la
mano con un fazzoletto, e, impugnate le sciabole, si mettevano l'uno di
fronte all'altro, avendo ciascuno i proprii padrini a destra e a sinistra. Uno
dei padrini del Bussi, quello dal pizzo grigio, che aveva pure una sciabola in
mano, faceva da direttore del combattimento.
Tutt'e due avevano il viso pallido, ma risoluto. Tutti gli altri tacevano. Non
si sentiva che un cinguettìo allegro d'uccelli e il latrato lontano d'un cane. Il
sole batteva il primo raggio sulla facciata rosea della palazzina.
A un cenno dei padrini, i due avversari fecero il saluto con la sciabola.
Il signore del pizzo gridò: — A voi!
Era il segnale dell'assalto.
Si misero in guardia e incrociarono le lame....
In quel punto, di là dalla parete delle mortelle, suonò un grido acuto e
doloroso: — Aiuto!
L'avvocato Bussi s'arrestò il primo, stupefatto, come se avesse riconosciuto
quella voce, ma incredulo, come se gli paresse un'illusione.
La voce ripetè con un grido più lungo e più supplichevole: — Aiuto!
Appena entrato nella villa e sceso di carrozza vicino alla porta, dove stava
già l'altro legno, l'avvocato Bussi s'era trovato davanti a un largo viale,
fiancheggiato da due alte pareti di mortelle e chiuso in fondo dalla facciata
della palazzina. Al capo opposto del viale, c'era l'avvocato Pironi col
medico e co' suoi padrini. Questi e quelli del Bussi s'erano subito mossi gli
uni verso gli altri, e, incontratisi a mezza via, avevano fissato lì il campo del
duello, e tracciato delle linee sulla terra con la punta delle canne. Poi
avevano levato dalle fodere e dato le sciabole al medico, che le aveva
asperse d'acido fenico, dopo aver preparato bende, pinze e boccette sopra un
sediletto di legno, vicino a una delle aperture di fianco.
Mentre i due ragazzi stavano scalando il muro, i due avversari, chiamati dai
padrini, si avvicinavano, si levavano il cappello e il vestito, si
rimboccavano la manica della camicia sul braccio, si facevano fasciar la
mano con un fazzoletto, e, impugnate le sciabole, si mettevano l'uno di
fronte all'altro, avendo ciascuno i proprii padrini a destra e a sinistra. Uno
dei padrini del Bussi, quello dal pizzo grigio, che aveva pure una sciabola in
mano, faceva da direttore del combattimento.
Tutt'e due avevano il viso pallido, ma risoluto. Tutti gli altri tacevano. Non
si sentiva che un cinguettìo allegro d'uccelli e il latrato lontano d'un cane. Il
sole batteva il primo raggio sulla facciata rosea della palazzina.
A un cenno dei padrini, i due avversari fecero il saluto con la sciabola.
Il signore del pizzo gridò: — A voi!
Era il segnale dell'assalto.
Si misero in guardia e incrociarono le lame....
In quel punto, di là dalla parete delle mortelle, suonò un grido acuto e
doloroso: — Aiuto!
L'avvocato Bussi s'arrestò il primo, stupefatto, come se avesse riconosciuto
quella voce, ma incredulo, come se gli paresse un'illusione.
La voce ripetè con un grido più lungo e più supplichevole: — Aiuto!
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Era il suo Carlo. Il Bussi non sentì più altro, gittò un'occhiata intorno, vide
il vano della siepe, vi si lanciò, tutti lo seguirono.
Fatti appena venti passi, s'arrestarono.
Arturo giaceva in terra, disceso a traverso a un sentiero, tutto insanguinato e
fuor dei sensi; Carlo, inginocchiato accanto a lui, atterrito e tremante, gli
sorreggeva il capo con una mano, e con l'altra, rossa di sangue, gli stringeva
un braccio intorno al polso; lungo il sentiero serpeggiava una striscia
sanguigna.
L'avvocato Pironi mise un grido disperato: — Mio figlio è morto! — e gli si
gittò accanto in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il braccio; tutti gli
altri affollarono Carlo di domande.
Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando. Disse com'eran venuti là, per
impedire ai loro padri di battersi, e come avevano scavalcato il muro,
incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi, Arturo s'era ferito al polso.
Non se n'era accorto subito. Poi, correndo a traverso al giardino, sentendosi
mancar le forze, aveva scoperto la ferita; aveva perduto molto sangue; era
caduto là, fra le sue braccia.
— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore, me lo salvi!
Il dottore, che aveva esaminato il braccio e lo stava fasciando, lo rassicurò,
dicendo, che era stata ferita l'arteria radiale, ma leggermente, che il
compagno, comprimendola, aveva arrestato in tempo l'effusione del sangue,
e che non c'era pericolo.
Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo il figliuolo dar segno di
vita, non gli credette, e gridò più affannosamente: — Mi muore! mi muore!
ma non lo vede che mi muore?
— No, — rispose il medico, avvicinando alle nari del ferito una boccetta,
— ecco che rivive.
Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre, gli sorrise, e alzando il
braccio illeso fece l'atto di mettergli la mano sulla spalla.
Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse la fronte di baci,
singhiozzando.
il vano della siepe, vi si lanciò, tutti lo seguirono.
Fatti appena venti passi, s'arrestarono.
Arturo giaceva in terra, disceso a traverso a un sentiero, tutto insanguinato e
fuor dei sensi; Carlo, inginocchiato accanto a lui, atterrito e tremante, gli
sorreggeva il capo con una mano, e con l'altra, rossa di sangue, gli stringeva
un braccio intorno al polso; lungo il sentiero serpeggiava una striscia
sanguigna.
L'avvocato Pironi mise un grido disperato: — Mio figlio è morto! — e gli si
gittò accanto in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il braccio; tutti gli
altri affollarono Carlo di domande.
Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando. Disse com'eran venuti là, per
impedire ai loro padri di battersi, e come avevano scavalcato il muro,
incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi, Arturo s'era ferito al polso.
Non se n'era accorto subito. Poi, correndo a traverso al giardino, sentendosi
mancar le forze, aveva scoperto la ferita; aveva perduto molto sangue; era
caduto là, fra le sue braccia.
— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore, me lo salvi!
Il dottore, che aveva esaminato il braccio e lo stava fasciando, lo rassicurò,
dicendo, che era stata ferita l'arteria radiale, ma leggermente, che il
compagno, comprimendola, aveva arrestato in tempo l'effusione del sangue,
e che non c'era pericolo.
Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo il figliuolo dar segno di
vita, non gli credette, e gridò più affannosamente: — Mi muore! mi muore!
ma non lo vede che mi muore?
— No, — rispose il medico, avvicinando alle nari del ferito una boccetta,
— ecco che rivive.
Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre, gli sorrise, e alzando il
braccio illeso fece l'atto di mettergli la mano sulla spalla.
Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse la fronte di baci,
singhiozzando.
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— Babbo —, mormorò Arturo appena potè raccogliere la voce —, è stato
Carlo.... Io ero caduto per la strada..., mi rialzò, mi fece coraggio.... È lui
che mi ha tirato su pel muro.... Senza di lui non sarei qui.... Egli m'ha
fermato il sangue.... È lui che ha fatto tutto....
Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava ritto al fianco, lo fissò negli
occhi, e gli disse: — Tu sei un uomo! — e lo baciò sul cuore.
Poi balzò in piedi, raccolse la sciabola che aveva buttata via, e voltatosi
verso il Bussi, che stava immobile a pochi passi, gli disse con un accento
risoluto, che discordava dallo sguardo, sfavillante di gratitudine per il suo
figliuolo:
— Son pronto!
— Io pure! — rispose fieramente il Bussi, e gettò la sciabola a terra.
Il Pironi gli s'avventò al collo, e mentre s'abbracciavano, gli disse
nell'orecchio: — Dimentica! — Poi, svincolandosi, a voce alta, perchè tutti
sentissero: — Perdonami!
Pochi minuti dopo, il ragazzo ferito, sorretto sulle braccia dai due padri,
sulle cui spalle appoggiava le mani ancora insanguinate, facendo fra l'uno e
l'altro come un vincolo vivo, e il suo bravo compagno, sollevato anch'egli
da terra, in sogno di festa, da due padrini, furono portati alle carrozze, fra
gli applausi e gli evviva, come in trionfo....
· · · · · · · · · · · · · · · ·
Ma l'avvocato Pironi non doveva arrivare a casa senz'aver provato un nuovo
affanno. Nella carrozza, dove entrarono il Bussi e il medico con lui e con
Arturo, questi, dopo esser rimasto un pezzo assopito, ridestatosi, volle
rispondere a tutte le domande che gli eran rivolte, e s'affaticò per modo che,
nel punto che stavano per sboccare da via Sacchi sul corso Vittorio
Emanuele, ebbe un leggero deliquio. — Che cos'è questo? — domandò il
Pironi spaventato. Era debolezza. Il medico consigliò un cordiale. Il Pironi
gridò: — Ferma! — La carrozza si fermò all'angolo del caffè Mogna.
Dissero tutti e tre insieme: — Un cognac? — Del vino chinato? — Un
Carlo.... Io ero caduto per la strada..., mi rialzò, mi fece coraggio.... È lui
che mi ha tirato su pel muro.... Senza di lui non sarei qui.... Egli m'ha
fermato il sangue.... È lui che ha fatto tutto....
Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava ritto al fianco, lo fissò negli
occhi, e gli disse: — Tu sei un uomo! — e lo baciò sul cuore.
Poi balzò in piedi, raccolse la sciabola che aveva buttata via, e voltatosi
verso il Bussi, che stava immobile a pochi passi, gli disse con un accento
risoluto, che discordava dallo sguardo, sfavillante di gratitudine per il suo
figliuolo:
— Son pronto!
— Io pure! — rispose fieramente il Bussi, e gettò la sciabola a terra.
Il Pironi gli s'avventò al collo, e mentre s'abbracciavano, gli disse
nell'orecchio: — Dimentica! — Poi, svincolandosi, a voce alta, perchè tutti
sentissero: — Perdonami!
Pochi minuti dopo, il ragazzo ferito, sorretto sulle braccia dai due padri,
sulle cui spalle appoggiava le mani ancora insanguinate, facendo fra l'uno e
l'altro come un vincolo vivo, e il suo bravo compagno, sollevato anch'egli
da terra, in sogno di festa, da due padrini, furono portati alle carrozze, fra
gli applausi e gli evviva, come in trionfo....
· · · · · · · · · · · · · · · ·
Ma l'avvocato Pironi non doveva arrivare a casa senz'aver provato un nuovo
affanno. Nella carrozza, dove entrarono il Bussi e il medico con lui e con
Arturo, questi, dopo esser rimasto un pezzo assopito, ridestatosi, volle
rispondere a tutte le domande che gli eran rivolte, e s'affaticò per modo che,
nel punto che stavano per sboccare da via Sacchi sul corso Vittorio
Emanuele, ebbe un leggero deliquio. — Che cos'è questo? — domandò il
Pironi spaventato. Era debolezza. Il medico consigliò un cordiale. Il Pironi
gridò: — Ferma! — La carrozza si fermò all'angolo del caffè Mogna.
Dissero tutti e tre insieme: — Un cognac? — Del vino chinato? — Un
Page 289
Marsala? — Arturo aperse gli occhi languidi e mormorò sorridendo: —
No.... un gelato di crema.
Poi soggiunse, richiudendo gli occhi: — Doppio.
No.... un gelato di crema.
Poi soggiunse, richiudendo gli occhi: — Doppio.
Page 290
Page 291
INDICE.
Dedica Pag. vii
RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA
[da pag. 1 a 188].
I primi anni Pag. 3
La prima scuola 18
Qui, quae, quod 30
I bersaglieri 34
Il caporale Martinotti 39
La guerra di Crimea e i miei amici poveri 42
Sul campo dell'onore 52
Primi palpiti 56
Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea 60
Il furore della pittura 64
Il regno del terrore 67
Il maestro prete 73
Davanti al tribunale 81
Sulla mala via 86
In Umanità 95
Tenorino fallito 100
Il Cinquantanove 103
Attore drammatico 118
Nuove amicizie e nuove grullerie 121
Professori di liceo 132
Un rimorso 135
I liceisti 138
Dedica Pag. vii
RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA
[da pag. 1 a 188].
I primi anni Pag. 3
La prima scuola 18
Qui, quae, quod 30
I bersaglieri 34
Il caporale Martinotti 39
La guerra di Crimea e i miei amici poveri 42
Sul campo dell'onore 52
Primi palpiti 56
Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea 60
Il furore della pittura 64
Il regno del terrore 67
Il maestro prete 73
Davanti al tribunale 81
Sulla mala via 86
In Umanità 95
Tenorino fallito 100
Il Cinquantanove 103
Attore drammatico 118
Nuove amicizie e nuove grullerie 121
Professori di liceo 132
Un rimorso 135
I liceisti 138
Page 292
Il bimbo del Consigliere 140
La resa di Gaeta 143
Un pericolo e un lutto 146
Primi studi di lingua 148
Furori ginnastici 153
Fisica e storia 156
Avvocato! 159
I profughi polacchi 162
Giorni d'ebbrezza 164
Un grande dolore 166
Cambiamento di rotta 171
Aspromonte 175
Un fiume d'inchiostro 178
La partenza 181
Un mistero 184
BAMBOLE E MARIONETTE.
Il “Re delle bambole„ 191
Un piccolo teatro celebre 210
GENTE MINIMA.
Grembiulini bianchi 247
Personaggi infantili 261
I bambini di Val d'Andorno 283
PICCOLI STUDENTI.
Momenti solenni 293
Piccoli scrittori 307
I desideri dei ragazzi 318
Il garofano rosso, racconto 335
La resa di Gaeta 143
Un pericolo e un lutto 146
Primi studi di lingua 148
Furori ginnastici 153
Fisica e storia 156
Avvocato! 159
I profughi polacchi 162
Giorni d'ebbrezza 164
Un grande dolore 166
Cambiamento di rotta 171
Aspromonte 175
Un fiume d'inchiostro 178
La partenza 181
Un mistero 184
BAMBOLE E MARIONETTE.
Il “Re delle bambole„ 191
Un piccolo teatro celebre 210
GENTE MINIMA.
Grembiulini bianchi 247
Personaggi infantili 261
I bambini di Val d'Andorno 283
PICCOLI STUDENTI.
Momenti solenni 293
Piccoli scrittori 307
I desideri dei ragazzi 318
Il garofano rosso, racconto 335
Page 293
ADOLESCENTI.
Sui banchi del Ginnasio 357
I commedianti e i ragazzi 376
Un'ascensione in pallone 389
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
racconto
[da pag. 403 a 442].
Sui banchi del Ginnasio 357
I commedianti e i ragazzi 376
Un'ascensione in pallone 389
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI
racconto
[da pag. 403 a 442].
Page 294
[Ed. Treves.] OPERE di E. DE AMICIS [Ed. Treves.]
IN-16.
La vita militare. 67.ª impressione della edizione del
1880, rifusa dall'autore, con l'aggiunta di due
bozzetti L. 4 —
— — edizione popolare. 55.º migliaio 1—
Pagine sparse. Nuova edizione economica con
prefazione di Salvatore Farina 2—
Marocco. 23.ª edizione 5—
Novelle. 28.ª impressione della nuova edizione del
1878, riveduta e ampliata dall'autore. Illustrata da 7
incis. di Bignami 4—
Olanda. 22.ª edizione riveduta dall'autore 4—
Costantinopoli. 32.º migliaio. Nuova edizione 5—
Ricordi di Londra. 27.ª edizione con 21 disegni 1 50
Ricordi di Parigi. 23.ª edizione 1—
Ritratti letterari. 7.ª edizione 2—
Poesie. 13.ª edizione 4—
Gli Amici. 24.ª edizione. Due volumi 2—
Cuore. Libro per i ragazzi. 610.º migliaio 2—
Del 500.º migliaio fu fatta un'edizione speciale a L. 4 —
La medesima rilegata in gran lusso 20 —
Alle Porte d'Italia. 18.ª impressione della nuova
edizione del 1888, completamente rifusa e ampliata
dall'autore 3 50
Sull'Oceano. 32.ª edizione 5—
Il romanzo d'un maestro. 11.ª edizione 5—
— — Edizione economica in due volumi. 33.ª
edizione 2—
Fra scuola e casa, racconti e bozzetti. 12.ª edizione 4—
La maestrina degli operai. Racconto. 5.ª edizione
bijou 3—
Ai ragazzi, discorsi. 16.ª edizione 1—
— — Legato in tela e oro 5 — Legato uso antico 8—
La carrozza di tutti. 25.ª edizione 4—
Memorie. 12.ª edizione 3 50
Ricordi d'Infanzia e di Scuola. 14.ª edizione 4—
Capo d'anno, Pagine parlate. 7.ª edizione 3 50
Nel Regno del Cervino, nuovi racconti e bozzetti. 10.ª
ediz. 3 50
IN-16.
La vita militare. 67.ª impressione della edizione del
1880, rifusa dall'autore, con l'aggiunta di due
bozzetti L. 4 —
— — edizione popolare. 55.º migliaio 1—
Pagine sparse. Nuova edizione economica con
prefazione di Salvatore Farina 2—
Marocco. 23.ª edizione 5—
Novelle. 28.ª impressione della nuova edizione del
1878, riveduta e ampliata dall'autore. Illustrata da 7
incis. di Bignami 4—
Olanda. 22.ª edizione riveduta dall'autore 4—
Costantinopoli. 32.º migliaio. Nuova edizione 5—
Ricordi di Londra. 27.ª edizione con 21 disegni 1 50
Ricordi di Parigi. 23.ª edizione 1—
Ritratti letterari. 7.ª edizione 2—
Poesie. 13.ª edizione 4—
Gli Amici. 24.ª edizione. Due volumi 2—
Cuore. Libro per i ragazzi. 610.º migliaio 2—
Del 500.º migliaio fu fatta un'edizione speciale a L. 4 —
La medesima rilegata in gran lusso 20 —
Alle Porte d'Italia. 18.ª impressione della nuova
edizione del 1888, completamente rifusa e ampliata
dall'autore 3 50
Sull'Oceano. 32.ª edizione 5—
Il romanzo d'un maestro. 11.ª edizione 5—
— — Edizione economica in due volumi. 33.ª
edizione 2—
Fra scuola e casa, racconti e bozzetti. 12.ª edizione 4—
La maestrina degli operai. Racconto. 5.ª edizione
bijou 3—
Ai ragazzi, discorsi. 16.ª edizione 1—
— — Legato in tela e oro 5 — Legato uso antico 8—
La carrozza di tutti. 25.ª edizione 4—
Memorie. 12.ª edizione 3 50
Ricordi d'Infanzia e di Scuola. 14.ª edizione 4—
Capo d'anno, Pagine parlate. 7.ª edizione 3 50
Nel Regno del Cervino, nuovi racconti e bozzetti. 10.ª
ediz. 3 50
Page 295
L'Idioma Gentile. 57.ª edizione 3 50
Pagine allegre. 11.ª edizione 4—
Nel Regno dell'Amore. 12.º e 13.º migliaio 5—
Lotte Civili (Edizione postuma) 2—
Speranze e Glorie — Le tre Capitali (Torino-Firenze-
Roma) 2—
IN-8 ILLUSTRATE.
Marocco 10 — Sull'Oceano 10 —
Costantinopoli 10 — Alle Porte d'Italia 10 —
La Vita Militare 6— Novelle 6—
— — Edizione Gli Amici
popolare 2 50 4—
Olanda La lettera
10 — anonima 4—
Cuore Nel Regno
5— dell'Amore 7—
ULTIME PAGINE (1908).
I. Nuovi Ritratti Letterari ed Artistici. 4.º migliaio 3 50
II. Nuovi Racconti e Bozzetti. 4.º migliaio 4—
III. Cinematografo Cerebrale. 4.º migliaio 3 50
ANTOLOGIA DE AMICIS.
Alla Gioventù. Letture scelte dalle opere di
EDMONDO DE AMICIS. Antologia scolastica e
famigliare per cura di Dino Mantovani. 27.º
migliaio 2—
Pagine allegre. 11.ª edizione 4—
Nel Regno dell'Amore. 12.º e 13.º migliaio 5—
Lotte Civili (Edizione postuma) 2—
Speranze e Glorie — Le tre Capitali (Torino-Firenze-
Roma) 2—
IN-8 ILLUSTRATE.
Marocco 10 — Sull'Oceano 10 —
Costantinopoli 10 — Alle Porte d'Italia 10 —
La Vita Militare 6— Novelle 6—
— — Edizione Gli Amici
popolare 2 50 4—
Olanda La lettera
10 — anonima 4—
Cuore Nel Regno
5— dell'Amore 7—
ULTIME PAGINE (1908).
I. Nuovi Ritratti Letterari ed Artistici. 4.º migliaio 3 50
II. Nuovi Racconti e Bozzetti. 4.º migliaio 4—
III. Cinematografo Cerebrale. 4.º migliaio 3 50
ANTOLOGIA DE AMICIS.
Alla Gioventù. Letture scelte dalle opere di
EDMONDO DE AMICIS. Antologia scolastica e
famigliare per cura di Dino Mantovani. 27.º
migliaio 2—
Page 296
NOTE:
1. Andate sulla forca, canaglie.
2. E anche voi, femminucce pettegole.
1. Andate sulla forca, canaglie.
2. E anche voi, femminucce pettegole.
Page 297
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
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D'INFANZIA E DI SCUOLA ***
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• You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any
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REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT LIABILITY, BREACH
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EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.
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of a refund. If the second copy is also defective, you may demand a
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1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth in
paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS’, WITH NO
OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED,
INCLUDING BUT NOT LIMITED TO WARRANTIES OF
MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages. If
any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the law
of the state applicable to this agreement, the agreement shall be
interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by
the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any
provision of this agreement shall not void the remaining provisions.
1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the
Foundation, the trademark owner, any agent or employee of the
Foundation, anyone providing copies of Project Gutenberg™
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volunteers associated with the production, promotion and distribution
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costs and expenses, including legal fees, that arise directly or indirectly
from any of the following which you do or cause to occur: (a)
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and (c) any Defect you cause.
Section 2. Information about the Mission of Project
Gutenberg
Project Gutenberg is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.
Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg’s goals
and ensuring that the Project Gutenberg collection will remain freely
available for generations to come. In 2001, the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation was created to provide a secure and
permanent future for Project Gutenberg and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and
the Foundation information page at www.gutenberg.org.
Section 3. Information about the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation
The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state
of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue
Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification number is
64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation are tax deductible to the full extent permitted by U.S.
federal laws and your state’s laws.
The Foundation’s business office is located at 41 Watchung Plaza
#516, Montclair NJ 07042, USA, +1 (862) 621-9288. Email contact
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Section 4. Information about Donations to the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation
Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without
widespread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small
donations ($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax
exempt status with the IRS.
The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United States.
Compliance requirements are not uniform and it takes a considerable
effort, much paperwork and many fees to meet and keep up with these
requirements. We do not solicit donations in locations where we have
not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit www.gutenberg.org/donate.
While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.
International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate.
Foundation’s website and official page at www.gutenberg.org/contact
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Section 5. General Information About Project Gutenberg
electronic works
Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For forty years, he produced and distributed Project
Gutenberg eBooks with only a loose network of volunteer support.
Project Gutenberg eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
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Most people start at our website which has the main PG search facility:
www.gutenberg.org.
This website includes information about Project Gutenberg, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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