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The Project Gutenberg eBook of Il libro di Sidrach: testo
inedito del secolo XIV
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.
Title: Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV
Author: active 13th century Sidrac
Editor: Adolfo Bartoli
Release date: December 31, 2013 [eBook #44549]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/44549
Credits: Produced by Enrico Segre and the Online Distributed
Proofreading Teams at PGDP (http://www.pgdp.net) and at
DP-Italia (http://dp-test.dm.unipi.it)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO DI
SIDRACH: TESTO INEDITO DEL SECOLO XIV ***
inedito del secolo XIV
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Title: Il libro di Sidrach: testo inedito del secolo XIV
Author: active 13th century Sidrac
Editor: Adolfo Bartoli
Release date: December 31, 2013 [eBook #44549]
Most recently updated: October 23, 2024
Language: Italian
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SIDRACH: TESTO INEDITO DEL SECOLO XIV ***
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Indice generale e Nota di trascrizione in calce al libro.
Page 5
COLLEZIONE
DI
OPERE INEDITE O RARE
DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA
PUBBLICATA PER CURA
DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI
LINGUA
NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA
BOLOGNA
Presso Gaetano Romagnoli
1868.
DI
OPERE INEDITE O RARE
DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA
PUBBLICATA PER CURA
DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI
LINGUA
NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA
BOLOGNA
Presso Gaetano Romagnoli
1868.
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COLLEZIONE
DI
OPERE INEDITE O RARE
DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA
PUBBLICATA PER CURA
DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA
NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA
DI
OPERE INEDITE O RARE
DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA
PUBBLICATA PER CURA
DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA
NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA
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REGIA TIPOGRAFIA.
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IL
LIBRO DI SIDRACH
TESTO INEDITO
DEL SECOLO XIV
PUBBLICATO
DA
ADOLFO BARTOLI
GIÀ COMPILATORE DELL'ARCHIVO STORICO ITALIANO
SOCIO DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA TOSCANA,
L'UMBRIA E LA MARCHE
PARTE PRIMA
(TESTO)
BOLOGNA
Presso Gaetano Romagnoli
1868.
LIBRO DI SIDRACH
TESTO INEDITO
DEL SECOLO XIV
PUBBLICATO
DA
ADOLFO BARTOLI
GIÀ COMPILATORE DELL'ARCHIVO STORICO ITALIANO
SOCIO DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA TOSCANA,
L'UMBRIA E LA MARCHE
PARTE PRIMA
(TESTO)
BOLOGNA
Presso Gaetano Romagnoli
1868.
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ALL'ECCELLENZA
DEL SIGNOR COMMENDATORE
CONTE
LUIGI CIBRARIO
MINISTRO DI STATO, SENATORE DEL REGNO
PRIMO SEGRETARIO DI S. M.
PEL GRAN MAGISTERO DELL'ORDINE MAURIZIANO
EC. EC. EC.
DEL SIGNOR COMMENDATORE
CONTE
LUIGI CIBRARIO
MINISTRO DI STATO, SENATORE DEL REGNO
PRIMO SEGRETARIO DI S. M.
PEL GRAN MAGISTERO DELL'ORDINE MAURIZIANO
EC. EC. EC.
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Eccellenza,
Mi tengo ad onore che possa venire intitolato a Vostra
Eccellenza questo volume, il quale, come documento di molte
opinioni popolari del medio evo, sarà forse da considerare non
affatto inutile alle discipline storiche, e riuscirà, spero, bene accetto
agli studiosi della lingua italiana.
So di offerire cosa troppo men che proporzionata al merito
della Eccellenza Vostra; ma siami scusa presso a Lei il desiderio
che ebbi di dare il Sidrach in custodia ad un nome illustre, e di
attestare publicamente la mia riverenza allo scrittore che gli italiani
da molti anni amano e venerano.
Della E. V.
Devotissimo Servitore
ADOLFO BARTOLI.
Mi tengo ad onore che possa venire intitolato a Vostra
Eccellenza questo volume, il quale, come documento di molte
opinioni popolari del medio evo, sarà forse da considerare non
affatto inutile alle discipline storiche, e riuscirà, spero, bene accetto
agli studiosi della lingua italiana.
So di offerire cosa troppo men che proporzionata al merito
della Eccellenza Vostra; ma siami scusa presso a Lei il desiderio
che ebbi di dare il Sidrach in custodia ad un nome illustre, e di
attestare publicamente la mia riverenza allo scrittore che gli italiani
da molti anni amano e venerano.
Della E. V.
Devotissimo Servitore
ADOLFO BARTOLI.
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AVVERTENZA PRELIMINARE
Noi stiamo in isperanza che questo Libro di Sidrach non vorrà parere
indegno di comparire tra le pubblicazioni a cui dà opera la nostra
Commissione pe' Testi di lingua, sia come scrittura del secolo
decimoquarto, sia come opera ch'ebbe ad essere nei tempi di mezzo
ricercata e letta avidamente in Francia, in Italia ed in altre parti di Europa.
Forse questo nome di Sidrach, sotto il quale amò di nascondersi lo scrittore,
potrebbe ricordarci quel Sirach, padre di Gesù, reputato autore
dell'Ecclesiastico, che i Greci chiamarono Sapienza o Panaretos di Gesù
figliuolo di Sirach. Infatti noi troviamo che al nostro libro, in molti codici e
in istampe del quattrocento, fu dato il titolo di Fontana di tutte le Scenze; e
un manoscritto dell'Ambrosiana ne chiama l'autore Iesu Sidracho (1). Ma
che che di ciò possa credersi, è fuori di ogni dubbio che lo scrittore di esso
libro sperò, con impostura forse non rara a' suoi tempi, nome ed onore di
profeta nel mondo; e facendo fascio di ogni erba, pur di darsi per illuminato
da sapienza divina, compose una di quelle enciclopedie, ch'erano al
medioevo in ammirazione e in amore, e che a noi rimangono come viva e
parlante effige di esso. Sidrach di tutto parla, ogni questione risolve, dà a
ogni domanda, come che sia, una risposta, facendo mescolanza continua
delle cose più diverse, passando da un capitolo di misticismo illibato ad un
altro di oscenità stravagante, insegnando al suo re una sapienza, ch'è a noi
spesso documento irrecusabile della grossezza di quei tempi. Il libro di
questo profeta contiene molto di teologia e di asceticismo: nè mancagli
assai di politica, di storia, di medicina, di fisica, di cosmografia; nè un
trattato dell'arte astrologica e delle virtù miracolose delle pietre e dell'erbe:
imbandigione sontuosa degli errori e dei pregiudizi del medioevo. Quando
ai secoli XII e XIII si cominciò a sentire il desiderio e il bisogno di
divulgare quelle cognizioni, le quali erano state fino a quel tempo privilegio
Noi stiamo in isperanza che questo Libro di Sidrach non vorrà parere
indegno di comparire tra le pubblicazioni a cui dà opera la nostra
Commissione pe' Testi di lingua, sia come scrittura del secolo
decimoquarto, sia come opera ch'ebbe ad essere nei tempi di mezzo
ricercata e letta avidamente in Francia, in Italia ed in altre parti di Europa.
Forse questo nome di Sidrach, sotto il quale amò di nascondersi lo scrittore,
potrebbe ricordarci quel Sirach, padre di Gesù, reputato autore
dell'Ecclesiastico, che i Greci chiamarono Sapienza o Panaretos di Gesù
figliuolo di Sirach. Infatti noi troviamo che al nostro libro, in molti codici e
in istampe del quattrocento, fu dato il titolo di Fontana di tutte le Scenze; e
un manoscritto dell'Ambrosiana ne chiama l'autore Iesu Sidracho (1). Ma
che che di ciò possa credersi, è fuori di ogni dubbio che lo scrittore di esso
libro sperò, con impostura forse non rara a' suoi tempi, nome ed onore di
profeta nel mondo; e facendo fascio di ogni erba, pur di darsi per illuminato
da sapienza divina, compose una di quelle enciclopedie, ch'erano al
medioevo in ammirazione e in amore, e che a noi rimangono come viva e
parlante effige di esso. Sidrach di tutto parla, ogni questione risolve, dà a
ogni domanda, come che sia, una risposta, facendo mescolanza continua
delle cose più diverse, passando da un capitolo di misticismo illibato ad un
altro di oscenità stravagante, insegnando al suo re una sapienza, ch'è a noi
spesso documento irrecusabile della grossezza di quei tempi. Il libro di
questo profeta contiene molto di teologia e di asceticismo: nè mancagli
assai di politica, di storia, di medicina, di fisica, di cosmografia; nè un
trattato dell'arte astrologica e delle virtù miracolose delle pietre e dell'erbe:
imbandigione sontuosa degli errori e dei pregiudizi del medioevo. Quando
ai secoli XII e XIII si cominciò a sentire il desiderio e il bisogno di
divulgare quelle cognizioni, le quali erano state fino a quel tempo privilegio
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di pochissimi, vennero composti certi libri, quasi enciclopedie, dove, con
più o meno di chiarezza e d'ordine, si raccolse tutto ciò che sapevasi intorno
a Dio, alla natura ed all'uomo. La Francia ebbe così l'Imagine del Mondo, il
Lucidario, il Breviario d'amore, e, massima fra tutte, l'opera famosa del
Bellovacense; l'Inghilterra, i due poemi di Filippo di Thaun e il trattato di
Alessandro di Neckam; l'Italia, il Tesoro di Brunetto Latini. Ma pochi tra
questi si paiono tanto popolarmente divulgati quanto il Sidrach, del quale
esistono codici francesi, provenzali, italiani ed inglesi; e parecchie edizioni
fatte in Francia ed in Inghilterra nei secoli quindicesimo e sedicesimo; di
maniera che non sono molte le biblioteche d'Europa a cui manchi o un
manoscritto o una stampa di esso. Che significa ciò? Perchè ebbero a
dilettarsi così nella lettura di questo libro, non solamente l'età di mezzo, ma
i secoli posteriori? Come degnò appressare le labbra a questa fontana di
acque torbide e lotose il dotto cinquecento? Una delle ragioni che possono
spiegare un tal fatto ci pare che sia l'essere stato il libro di Sidrach tenuto
quasi come un manuale dell'arte astrologica e dell'arte magica. Non è
alcuno che ignori quanto cara fosse al medioevo quella scenza che le
leggende narravano insegnata a Cam dagli angeli ribelli. Ma che meraviglia
non ebbero dunque a provare le genti, quando nel Sidrach, operatore di
prodigi, convertitore di miscredenti, profeta ispirato da celeste virtù, lessero
che un angiolo stesso di Dio erasi fatto maestro in astrologia al prediletto
Jafet? Questo dovea certo parere come una santificazione della scenza degli
astri, la quale era posta così accanto alla teologia; ed anche quasi una
canonizzazione della magia, se ne facea professione e ne dava insegnamenti
un tale uomo, il quale abbondava in ogni maniera di sapienza più che
umana. Tutto il medioevo farneticò dietro gli astrologi e i magi; perchè ogni
cosa che avesse del meraviglioso, del fantastico, del soprannaturale,
dell'impossibile piacque a quelle immaginazioni ardenti, a quei fervidi
cuori; e non il volgo solo, ma anco gli uomini grandi parteciparono
fatalmente all'indole morale di quei secoli, ai quali pareva sola ricchezza
desiderabile e sola non colpevole sapienza, la fede. Inutile sarebbe parlar
qui dell'astrologia, insegnata dal Sidrach chiaramente ed apertamente. Ma
questo profeta ed astrologo fece egli veramente anco professione di magia?
Di ciò ne è diviso non possa dubitarsi da chi legga i capitoli che discorrono
le virtù prodigiose delle pietre e dell'erbe, le quali danno ai muti la favella,
la vista ai cechi, fanno vedere le stelle di giorno; obbligano a dire in sogno i
propri fatti più riposti e segreti; procacciano odio od amore; sono buone a
più o meno di chiarezza e d'ordine, si raccolse tutto ciò che sapevasi intorno
a Dio, alla natura ed all'uomo. La Francia ebbe così l'Imagine del Mondo, il
Lucidario, il Breviario d'amore, e, massima fra tutte, l'opera famosa del
Bellovacense; l'Inghilterra, i due poemi di Filippo di Thaun e il trattato di
Alessandro di Neckam; l'Italia, il Tesoro di Brunetto Latini. Ma pochi tra
questi si paiono tanto popolarmente divulgati quanto il Sidrach, del quale
esistono codici francesi, provenzali, italiani ed inglesi; e parecchie edizioni
fatte in Francia ed in Inghilterra nei secoli quindicesimo e sedicesimo; di
maniera che non sono molte le biblioteche d'Europa a cui manchi o un
manoscritto o una stampa di esso. Che significa ciò? Perchè ebbero a
dilettarsi così nella lettura di questo libro, non solamente l'età di mezzo, ma
i secoli posteriori? Come degnò appressare le labbra a questa fontana di
acque torbide e lotose il dotto cinquecento? Una delle ragioni che possono
spiegare un tal fatto ci pare che sia l'essere stato il libro di Sidrach tenuto
quasi come un manuale dell'arte astrologica e dell'arte magica. Non è
alcuno che ignori quanto cara fosse al medioevo quella scenza che le
leggende narravano insegnata a Cam dagli angeli ribelli. Ma che meraviglia
non ebbero dunque a provare le genti, quando nel Sidrach, operatore di
prodigi, convertitore di miscredenti, profeta ispirato da celeste virtù, lessero
che un angiolo stesso di Dio erasi fatto maestro in astrologia al prediletto
Jafet? Questo dovea certo parere come una santificazione della scenza degli
astri, la quale era posta così accanto alla teologia; ed anche quasi una
canonizzazione della magia, se ne facea professione e ne dava insegnamenti
un tale uomo, il quale abbondava in ogni maniera di sapienza più che
umana. Tutto il medioevo farneticò dietro gli astrologi e i magi; perchè ogni
cosa che avesse del meraviglioso, del fantastico, del soprannaturale,
dell'impossibile piacque a quelle immaginazioni ardenti, a quei fervidi
cuori; e non il volgo solo, ma anco gli uomini grandi parteciparono
fatalmente all'indole morale di quei secoli, ai quali pareva sola ricchezza
desiderabile e sola non colpevole sapienza, la fede. Inutile sarebbe parlar
qui dell'astrologia, insegnata dal Sidrach chiaramente ed apertamente. Ma
questo profeta ed astrologo fece egli veramente anco professione di magia?
Di ciò ne è diviso non possa dubitarsi da chi legga i capitoli che discorrono
le virtù prodigiose delle pietre e dell'erbe, le quali danno ai muti la favella,
la vista ai cechi, fanno vedere le stelle di giorno; obbligano a dire in sogno i
propri fatti più riposti e segreti; procacciano odio od amore; sono buone a
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guarire de' farnetichi, a non annegare nell'acqua, e via discorrendo. Quanto
poi non avanzano ed eccedono le pietre in miracolosa virtù! Con lo zaffiro,
ad esempio, può l'uomo uscire dalla prigione più vigilantemente guardata; e
colla amatista otterrà dal proprio signore tutto che gli piaccia di chiedere.
L'onice darà sogni che dicano ciò onde i morti abbisognano; chi abbia sopra
di sè calcedonia, sarà parlatore di grande eloquenza; chi dal lato sinistro
porti diamante, non potrà, cadendo da cavallo, farsi alcun male, e non
commetterà peccato nè d'ira nè di lussuria. Altre pietre ti salveranno da
morte subitanea, e se vecchio, ti renderanno forza vigorosa di giovinezza, e
ti saranno rimedio ad ogni veleno. Preziosissime notizie dovevano invero
esser queste agli uomini de' secoli medioevali; e se i dotti potevano leggere
alcune di queste favole o in Dioscoride o in Teofrasto o in Plinio o in
Alberto Magno od in altri, chi non sapesse di greco e di latino, nel Sidrach
trovava quanto gli bisognasse; e leggendo in un libro di tanta santità era
sicuro dalla paventata dannazione dell'anima. Perchè è bene da ricordare
come due magie avesse il medioevo: una puramente diabolica, nella quale
agli dei del paganesimo si sostituirono i demoni; l'altra, quasi una medicina
ed una chimica magica, la quale deriva dalla forza delle piante, degli
animali, delle pietre e dei corpi celesti. Chi ignora quello che fossero all'arte
magica le erbe, i beveraggi e gli unguenti? Già, per tacere d'altri più antichi,
Plinio, pur dichiarando la sua dotta incredulità, parlò dell'erbe buone ad
avere figliuoli di bellezza e bontà singolari, a rendersi invisibili, a vincere i
nemici, e ad ottenere altri effetti stupendissimi. Anche oggi gli arabi dicono
di avere bevande che fanno cantare e ballare ed essere eloquenti; e gli
indiani credono che un'erba possa farli mutare in figura di bestia, e che
un'altra insegni a scoprire i tesori nascosti (2). Tutti ci ricordiamo di quel
filtro magico o beveraggio d'amore de' romanzi cavallereschi. Questa
medicina magica, che è tuttora in uso presso alcuni popoli barbari, fu nel
medioevo tenuta in altissima venerazione. E per essa forse acquistarono
fama di negromanti Gerberto (il quale in progresso fu fatto volare in aria in
compagnia del diavolo), Ruggero Bacone ed Alberto Magno, a cui si
attribuirono i curiosi libri de virtutibus herbarum e de virtutibus lapidum,
che possono essere considerati appunto come trattati di questa magia
naturale di cui parliamo, e che è professata dal Sidrach. Innocua magia, la
quale anco delle cose sante fece spesso suo strumento, confondendosi col
misticismo, di modo che fabbricò, non solamente unguenti, ma anco
poi non avanzano ed eccedono le pietre in miracolosa virtù! Con lo zaffiro,
ad esempio, può l'uomo uscire dalla prigione più vigilantemente guardata; e
colla amatista otterrà dal proprio signore tutto che gli piaccia di chiedere.
L'onice darà sogni che dicano ciò onde i morti abbisognano; chi abbia sopra
di sè calcedonia, sarà parlatore di grande eloquenza; chi dal lato sinistro
porti diamante, non potrà, cadendo da cavallo, farsi alcun male, e non
commetterà peccato nè d'ira nè di lussuria. Altre pietre ti salveranno da
morte subitanea, e se vecchio, ti renderanno forza vigorosa di giovinezza, e
ti saranno rimedio ad ogni veleno. Preziosissime notizie dovevano invero
esser queste agli uomini de' secoli medioevali; e se i dotti potevano leggere
alcune di queste favole o in Dioscoride o in Teofrasto o in Plinio o in
Alberto Magno od in altri, chi non sapesse di greco e di latino, nel Sidrach
trovava quanto gli bisognasse; e leggendo in un libro di tanta santità era
sicuro dalla paventata dannazione dell'anima. Perchè è bene da ricordare
come due magie avesse il medioevo: una puramente diabolica, nella quale
agli dei del paganesimo si sostituirono i demoni; l'altra, quasi una medicina
ed una chimica magica, la quale deriva dalla forza delle piante, degli
animali, delle pietre e dei corpi celesti. Chi ignora quello che fossero all'arte
magica le erbe, i beveraggi e gli unguenti? Già, per tacere d'altri più antichi,
Plinio, pur dichiarando la sua dotta incredulità, parlò dell'erbe buone ad
avere figliuoli di bellezza e bontà singolari, a rendersi invisibili, a vincere i
nemici, e ad ottenere altri effetti stupendissimi. Anche oggi gli arabi dicono
di avere bevande che fanno cantare e ballare ed essere eloquenti; e gli
indiani credono che un'erba possa farli mutare in figura di bestia, e che
un'altra insegni a scoprire i tesori nascosti (2). Tutti ci ricordiamo di quel
filtro magico o beveraggio d'amore de' romanzi cavallereschi. Questa
medicina magica, che è tuttora in uso presso alcuni popoli barbari, fu nel
medioevo tenuta in altissima venerazione. E per essa forse acquistarono
fama di negromanti Gerberto (il quale in progresso fu fatto volare in aria in
compagnia del diavolo), Ruggero Bacone ed Alberto Magno, a cui si
attribuirono i curiosi libri de virtutibus herbarum e de virtutibus lapidum,
che possono essere considerati appunto come trattati di questa magia
naturale di cui parliamo, e che è professata dal Sidrach. Innocua magia, la
quale anco delle cose sante fece spesso suo strumento, confondendosi col
misticismo, di modo che fabbricò, non solamente unguenti, ma anco
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orazioni buone ad effetti molto miracolosi (3); e che durò lungamente, come
può vedersi dalla Physognomonica e da altri libri del Porta.
Nel Sidrach però, oltre i capitoli di magia naturale, sono anche
insegnamenti di medicina, i quali danno rimedi per la lebbra, per la volatica,
per il male dello stomaco e del fegato, per istagnare il sangue della piaga e
per altro. Nel che noi non vorremo troppo meravigliarci di certe strane
ricette che troviamo, come la merda de' bachi da seta mescolata con
sciloppo per guarire il fegato riscaldato; e la merda del cavallo mescolata
col grasso del porco per ingrassare; e gli scarafaggi bruciati e bolliti nel
lardo per la lebbra. Oltre poi la parte che riguarda i rimedi, leggiamo ancora
altri insegnamenti di medicina: dove parlasi del corpo dell'uomo, del
sangue, del parto, della pazzia, delle varie complessioni; ed in ciò sentiamo
le dottrine di Galeno e quelle degli Arabi, spesso travisate e male spiegate,
come di chi, non essendo scenziato, parla di cosa che solamente in confuso
conosce. Così un'altra qualità viene ad aggiungersi al Sidrach, santo,
astrologo e mago, per renderlo caro all'evo di mezzo; ciò è l'essere
considerato il suo libro come un trattato di medicina popolare. Ed ognuno
può agevolmente intendere per quali stretti legami nella mente dello
scrittore questa si congiungesse all'astrologia ed alla magia, le quali non
furono appunto in origine altro che degenerazioni della medicina.
Ancora ci è diviso che a divulgare questa fontana di tutte le scenze
dovessero contribuire altre ragioni. Riducendoci a memoria ciò che fosse
l'asceticismo del medio evo, o spietato nel maledire a tutti gli affetti della
terra, o goffo arido bamboleggiante nelle sue mistiche contemplazioni,
troveremo che il Sidrach è veramente più savio di molti altri; e mentre si
piace nelle astruse sottigliezze teologiche, ricordasi spesso anche del
mondo, insegnando cose che dovevano riuscire gradite al cuore di chi lo
leggeva. Così, se potè parer santo dimenticare i parenti e ricusar loro ogni
amore, eccovi nel Sidrach il precetto di amarli e d'aiutarli; e se la demenza
umana fecesi adoratrice della povertà, predicando fonte di ogni male la
ricchezza, il Sidrach vi dirà che anche la ricchezza è buona a qualche cosa,
e che deve essere pregiata; facendo poi questa bella distinzione tra l'uomo
ricco e il gentile: «gentilezza è potere e larghezza e vecchia possessione
d'avolo e di bisavolo. L'uomo che ha grande potere ed è villano del suo
corpo, sappiate che quelli non è gentile, anzi è ricco» (4). Quale scrittore
mistico del medio evo avrebbe scritto tali parole? Ed esse non potrebbero
può vedersi dalla Physognomonica e da altri libri del Porta.
Nel Sidrach però, oltre i capitoli di magia naturale, sono anche
insegnamenti di medicina, i quali danno rimedi per la lebbra, per la volatica,
per il male dello stomaco e del fegato, per istagnare il sangue della piaga e
per altro. Nel che noi non vorremo troppo meravigliarci di certe strane
ricette che troviamo, come la merda de' bachi da seta mescolata con
sciloppo per guarire il fegato riscaldato; e la merda del cavallo mescolata
col grasso del porco per ingrassare; e gli scarafaggi bruciati e bolliti nel
lardo per la lebbra. Oltre poi la parte che riguarda i rimedi, leggiamo ancora
altri insegnamenti di medicina: dove parlasi del corpo dell'uomo, del
sangue, del parto, della pazzia, delle varie complessioni; ed in ciò sentiamo
le dottrine di Galeno e quelle degli Arabi, spesso travisate e male spiegate,
come di chi, non essendo scenziato, parla di cosa che solamente in confuso
conosce. Così un'altra qualità viene ad aggiungersi al Sidrach, santo,
astrologo e mago, per renderlo caro all'evo di mezzo; ciò è l'essere
considerato il suo libro come un trattato di medicina popolare. Ed ognuno
può agevolmente intendere per quali stretti legami nella mente dello
scrittore questa si congiungesse all'astrologia ed alla magia, le quali non
furono appunto in origine altro che degenerazioni della medicina.
Ancora ci è diviso che a divulgare questa fontana di tutte le scenze
dovessero contribuire altre ragioni. Riducendoci a memoria ciò che fosse
l'asceticismo del medio evo, o spietato nel maledire a tutti gli affetti della
terra, o goffo arido bamboleggiante nelle sue mistiche contemplazioni,
troveremo che il Sidrach è veramente più savio di molti altri; e mentre si
piace nelle astruse sottigliezze teologiche, ricordasi spesso anche del
mondo, insegnando cose che dovevano riuscire gradite al cuore di chi lo
leggeva. Così, se potè parer santo dimenticare i parenti e ricusar loro ogni
amore, eccovi nel Sidrach il precetto di amarli e d'aiutarli; e se la demenza
umana fecesi adoratrice della povertà, predicando fonte di ogni male la
ricchezza, il Sidrach vi dirà che anche la ricchezza è buona a qualche cosa,
e che deve essere pregiata; facendo poi questa bella distinzione tra l'uomo
ricco e il gentile: «gentilezza è potere e larghezza e vecchia possessione
d'avolo e di bisavolo. L'uomo che ha grande potere ed è villano del suo
corpo, sappiate che quelli non è gentile, anzi è ricco» (4). Quale scrittore
mistico del medio evo avrebbe scritto tali parole? Ed esse non potrebbero
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per avventura esserci indizio che lo scrittore di questo libro, prima
d'invaghirsi del mestier di profeta, amasse di frequentare le corti, forse
cantando di donne e d'armi e d'amori? Perchè anco alle donne (così
velenosamente maledette dai mistici) è largo qualche volta di affetto il
nostro Sidrach; ed una allusione noi troviamo nel suo libro alla gaia scenza,
e certi precetti di galateo che ce lo fanno parere uomo nè ruvido nè troppo
dato al fervore degli anacoreti. Tutto ciò dovea piacere ai secoli di mezzo; e
ogni maniera di gente avea di che sodisfare nel Sidrach al proprio desiderio.
Onde esso divenne quasi sorgente a cui attinsero molti scrittori; e noi lo
troviamo citato in parecchi libri, in compagnia di Aristotile, di Catone, di
Salomone, di San Tommaso, come, ad esempio, nel Fiore di Virtù, e nel
Trattatello della natura e virtù delle pietre preziose (5).
Resterebbe che parlassimo ancora di molte altre cose che leggonsi in
questo volume; alcune delle quali stranissime, come sarebbe, che la gioia e
il dolore derivano dal mangiar bene o male; che le stelle cadenti sono colpi
di fuoco dati dagli angeli buoni agli angeli ribelli, che dimorano nell'aria;
che Iddio ha fatto la notte perchè l'uomo dorma, se no avrebbe fatto tutto
giorno; che l'erba più degna è il grano; e la più degna pietra è la macina del
grano; che il dormire è la più saporita cosa che sia; che la vigna da Noè
piantata di giorno fa il vino rosso, e quella che piantò di notte, il bianco. Ma
da quel poco che siamo andati sin qui esponendo ci sembra che sieno a
sufficienza indicate le ragioni che ebbero a rendere questo libro così
divulgato e popolare nel medio evo. Onde più utile sarà che passiamo a
vedere in che luogo e in che secolo esso sia stato scritto.
I più antichi codici del Sidrach sono in francese ed in provenzale: i
Franchi sono spesso ricordati, come la più forte e la più gloriosa gente del
mondo. Questo solo basta a renderne certi che lo scrittore fu un francese, il
quale compose l'opera sua o nella lingua d'oïl o in quella d'oc. Non
sappiamo per quale ragione il Le Clerc supponga che l'autore del Sidrach
fosse un ebreo; e che l'opera, quale fu stampata nei secoli XV e XVI, sia
una imitazione amplificata del primitivo lavoro (6). Nè meno possiamo
intendere come da lui si giudichi incerto il tempo nel quale il libro fu
scritto. Prendiamo brevemente in esame il Prologo, identico in tutti i codici
che abbiamo veduto. Quivi si narra come il prezioso volume, posseduto già
da un principe di Soria, poi smarrito, appresso venuto alle mani di un greco
arcivescovo di Samaria, fosse portato in Ispagna, dove fu tradotto di greco
d'invaghirsi del mestier di profeta, amasse di frequentare le corti, forse
cantando di donne e d'armi e d'amori? Perchè anco alle donne (così
velenosamente maledette dai mistici) è largo qualche volta di affetto il
nostro Sidrach; ed una allusione noi troviamo nel suo libro alla gaia scenza,
e certi precetti di galateo che ce lo fanno parere uomo nè ruvido nè troppo
dato al fervore degli anacoreti. Tutto ciò dovea piacere ai secoli di mezzo; e
ogni maniera di gente avea di che sodisfare nel Sidrach al proprio desiderio.
Onde esso divenne quasi sorgente a cui attinsero molti scrittori; e noi lo
troviamo citato in parecchi libri, in compagnia di Aristotile, di Catone, di
Salomone, di San Tommaso, come, ad esempio, nel Fiore di Virtù, e nel
Trattatello della natura e virtù delle pietre preziose (5).
Resterebbe che parlassimo ancora di molte altre cose che leggonsi in
questo volume; alcune delle quali stranissime, come sarebbe, che la gioia e
il dolore derivano dal mangiar bene o male; che le stelle cadenti sono colpi
di fuoco dati dagli angeli buoni agli angeli ribelli, che dimorano nell'aria;
che Iddio ha fatto la notte perchè l'uomo dorma, se no avrebbe fatto tutto
giorno; che l'erba più degna è il grano; e la più degna pietra è la macina del
grano; che il dormire è la più saporita cosa che sia; che la vigna da Noè
piantata di giorno fa il vino rosso, e quella che piantò di notte, il bianco. Ma
da quel poco che siamo andati sin qui esponendo ci sembra che sieno a
sufficienza indicate le ragioni che ebbero a rendere questo libro così
divulgato e popolare nel medio evo. Onde più utile sarà che passiamo a
vedere in che luogo e in che secolo esso sia stato scritto.
I più antichi codici del Sidrach sono in francese ed in provenzale: i
Franchi sono spesso ricordati, come la più forte e la più gloriosa gente del
mondo. Questo solo basta a renderne certi che lo scrittore fu un francese, il
quale compose l'opera sua o nella lingua d'oïl o in quella d'oc. Non
sappiamo per quale ragione il Le Clerc supponga che l'autore del Sidrach
fosse un ebreo; e che l'opera, quale fu stampata nei secoli XV e XVI, sia
una imitazione amplificata del primitivo lavoro (6). Nè meno possiamo
intendere come da lui si giudichi incerto il tempo nel quale il libro fu
scritto. Prendiamo brevemente in esame il Prologo, identico in tutti i codici
che abbiamo veduto. Quivi si narra come il prezioso volume, posseduto già
da un principe di Soria, poi smarrito, appresso venuto alle mani di un greco
arcivescovo di Samaria, fosse portato in Ispagna, dove fu tradotto di greco
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in latino; e come al re di Spagna lo chiedesse in prestanza il re di Tunisi, il
quale fecelo tradurre in saracinesco. Da Tunisi n'ebbe notizia Federigo
imperatore, il quale mandò un frate di Palermo, che lo ritraducesse in latino
e glie lo portasse. Alla corte di Federigo videlo un filosofo di Antiochia, che
copiatolo, lo mandò al patriarca della sua patria; e da Antiochia un chierico
portollo in Tolletta. Questi viaggi, queste traduzioni e ritraduzioni del libro,
a noi sembrano un'arte dallo scrittore usata a fine di dare all'opera sua
maggior valore, facendo credere che la fosse già stata tenuta in gran pregio
da re da imperatori da patriarchi. E l'indizio più chiaro della favola sta nel
principio del racconto, dove è detto che in origine questo libro ci «venne
d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani a uno grande uomo, che lo
volle ardere per lo consiglio del diavolo; e Iddio non volle che ardesse» (7).
Ma senza tener conto di ciò che può essere piaciuto di narrare all'ambiziosa
fantasia dello scrittore, resta pur sempre che in questo prologo è
chiaramente ricordato Federigo II imperatore. Oltre ciò, al Cap. LI parlasi
dei frati minori e dei frati predicatori. E finalmente negli ultimi capitoli
dell'opera, in mezzo alla confusione di racconti guasti dalla tradizione o
dalla fama, si accenna evidentemente ai fatti della quarta Crociata, e forse
ad alcuno della sesta. Lo scrittore del libro è adunque posteriore alla prima
metà del secolo decimoterzo; e siccome possiamo molto ragionevolmente
supporre che gli ultimi fatti di cui parla sieno gli ultimi veduti o conosciuti
da lui, così non saremo fuori del vero argomentando ch'egli abbia compilata
la sua opera nei primi anni dopo il 1250; tanto più che essa verso gli ultimi
del secolo ci si mostra già largamente divulgata. Se Pietro Venerabile
all'anno 1140 cita il libro di Sirach (8), egli allude senza dubbio, non alla
compilazione del Sidrach, quale è ne' codici francesi del secolo XIII e XIV,
ma probabilmente a qualche altro lavoro fatto sull'Ecclesiastico, e del quale
potrebbe essere quasi una seconda redazione ed anche una amplificazione il
Sidrach nostro. Ma questa non è che una congettura; la quale forse da
accurate indagini sui manoscritti francesi potrebbe essere chiarita.
Dei molti codici del Sidrach daremo in altro luogo una bibliografia, la
quale studieremo di rendere meno incompiuta che per noi si possa (9). Qui
intanto occorre dire de' manoscritti che hanno servito alla presente edizione;
ed anzi tutto del francese (COD. RICCARDIANO N.o 2758, indicato nelle
note C. F. R.). Dai caratteri paleografici questo codice apparisce del secolo
XIV, e noi siamo di credere che debba averlo copiato un italiano, il quale
non fosse nella lingua d'oïl più che mezzanamente istruito (10). Onde
quale fecelo tradurre in saracinesco. Da Tunisi n'ebbe notizia Federigo
imperatore, il quale mandò un frate di Palermo, che lo ritraducesse in latino
e glie lo portasse. Alla corte di Federigo videlo un filosofo di Antiochia, che
copiatolo, lo mandò al patriarca della sua patria; e da Antiochia un chierico
portollo in Tolletta. Questi viaggi, queste traduzioni e ritraduzioni del libro,
a noi sembrano un'arte dallo scrittore usata a fine di dare all'opera sua
maggior valore, facendo credere che la fosse già stata tenuta in gran pregio
da re da imperatori da patriarchi. E l'indizio più chiaro della favola sta nel
principio del racconto, dove è detto che in origine questo libro ci «venne
d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani a uno grande uomo, che lo
volle ardere per lo consiglio del diavolo; e Iddio non volle che ardesse» (7).
Ma senza tener conto di ciò che può essere piaciuto di narrare all'ambiziosa
fantasia dello scrittore, resta pur sempre che in questo prologo è
chiaramente ricordato Federigo II imperatore. Oltre ciò, al Cap. LI parlasi
dei frati minori e dei frati predicatori. E finalmente negli ultimi capitoli
dell'opera, in mezzo alla confusione di racconti guasti dalla tradizione o
dalla fama, si accenna evidentemente ai fatti della quarta Crociata, e forse
ad alcuno della sesta. Lo scrittore del libro è adunque posteriore alla prima
metà del secolo decimoterzo; e siccome possiamo molto ragionevolmente
supporre che gli ultimi fatti di cui parla sieno gli ultimi veduti o conosciuti
da lui, così non saremo fuori del vero argomentando ch'egli abbia compilata
la sua opera nei primi anni dopo il 1250; tanto più che essa verso gli ultimi
del secolo ci si mostra già largamente divulgata. Se Pietro Venerabile
all'anno 1140 cita il libro di Sirach (8), egli allude senza dubbio, non alla
compilazione del Sidrach, quale è ne' codici francesi del secolo XIII e XIV,
ma probabilmente a qualche altro lavoro fatto sull'Ecclesiastico, e del quale
potrebbe essere quasi una seconda redazione ed anche una amplificazione il
Sidrach nostro. Ma questa non è che una congettura; la quale forse da
accurate indagini sui manoscritti francesi potrebbe essere chiarita.
Dei molti codici del Sidrach daremo in altro luogo una bibliografia, la
quale studieremo di rendere meno incompiuta che per noi si possa (9). Qui
intanto occorre dire de' manoscritti che hanno servito alla presente edizione;
ed anzi tutto del francese (COD. RICCARDIANO N.o 2758, indicato nelle
note C. F. R.). Dai caratteri paleografici questo codice apparisce del secolo
XIV, e noi siamo di credere che debba averlo copiato un italiano, il quale
non fosse nella lingua d'oïl più che mezzanamente istruito (10). Onde
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spesso accade di trovare parole delle quali non intendesi e neppure può
essere indovinato il senso; le regole della grammatica non sono osservate; e
molte voci appariscono scritte a seconda della pronunzia italiana. Chi
voglia, può certificarsi di questo ne' brani di esso codice, i quali ci è
accaduto di dover recare in nota; ma a prova più larga della nostra opinione
ne piace riprodurre qui un tratto maggiore del manoscritto, trascrivendo
senza correzione nessuna:
«Le vin si est une preciousa chosse et digne et si est salu dou
cors et de l'arme et per vin se peut sauver son cors de molt de
enfermites. Et per vin peut hom sauver s'arme de mout de pechies.
Ensi com le vin est salu dou cors et de l'arme, ausi est in perdicione
dou cors et de l'arme. Car per vin peut hom perdre son cors et s'arme
legieremente. Le vin si est per le sages chi le boivent atemprement
et a raison et ne font nul daumage ne a eaus ne a la gens; a celes
genz vaut miaus a boivre le vin che l'aigue. E as fos chi le boivent
folement si boivent le sens o le vin et perdent leur sens et luent la
gens et les robent o se tuent ou ce laissent tuer per leur sollement
boivre le vin. A cil lor vaut miaus boivre l'aigue che le vin, et le vin
n'est mie fait por tel gens nive leur est ne droit ne leyaus ...... Les
rois et les seignors dovient estre premiers leyaus de lor cors et de lor
iugemens. Apres si doivent estre ardis et prous et vailans de leur
cors. Apres doivent estre large et donans. Apres si doivent estre as
mauvais et as outraious fiers et durs, ivians a tous a chascun selonc
sa deserte a droit et a raison, ia soit ce che il soient nigie a mort et a
taglier membres. Se les rois et les seignors sont leyaus de lor cors et
de lor parole il font aplaisir a Dieu et honorer a leur seignor; et si
sont sages et porveans, il le doivent bien estre, et por ce che luer
gens pregnent essample diaus et che il soient tels ce il sa gens et
donant itels doivent nestre......
Il y a bons chevaus ases par le monde et biaus. Mais cheval
doit avoir en lui IIII choses longues et IIII cosses cortes et IIII
chosses larges. Premierement doit avoir le biau cheval en lui lonc
col et longues giambes et longe sengle et longe coe. Et si doit avoir
en lui large groppe et large boche et large nariles. Et si doit avoir en
lui cort pasteron et cort dois et cortes oriles et corte coe, non pas le
pel mais la propriete de la car et de l'os.»
essere indovinato il senso; le regole della grammatica non sono osservate; e
molte voci appariscono scritte a seconda della pronunzia italiana. Chi
voglia, può certificarsi di questo ne' brani di esso codice, i quali ci è
accaduto di dover recare in nota; ma a prova più larga della nostra opinione
ne piace riprodurre qui un tratto maggiore del manoscritto, trascrivendo
senza correzione nessuna:
«Le vin si est une preciousa chosse et digne et si est salu dou
cors et de l'arme et per vin se peut sauver son cors de molt de
enfermites. Et per vin peut hom sauver s'arme de mout de pechies.
Ensi com le vin est salu dou cors et de l'arme, ausi est in perdicione
dou cors et de l'arme. Car per vin peut hom perdre son cors et s'arme
legieremente. Le vin si est per le sages chi le boivent atemprement
et a raison et ne font nul daumage ne a eaus ne a la gens; a celes
genz vaut miaus a boivre le vin che l'aigue. E as fos chi le boivent
folement si boivent le sens o le vin et perdent leur sens et luent la
gens et les robent o se tuent ou ce laissent tuer per leur sollement
boivre le vin. A cil lor vaut miaus boivre l'aigue che le vin, et le vin
n'est mie fait por tel gens nive leur est ne droit ne leyaus ...... Les
rois et les seignors dovient estre premiers leyaus de lor cors et de lor
iugemens. Apres si doivent estre ardis et prous et vailans de leur
cors. Apres doivent estre large et donans. Apres si doivent estre as
mauvais et as outraious fiers et durs, ivians a tous a chascun selonc
sa deserte a droit et a raison, ia soit ce che il soient nigie a mort et a
taglier membres. Se les rois et les seignors sont leyaus de lor cors et
de lor parole il font aplaisir a Dieu et honorer a leur seignor; et si
sont sages et porveans, il le doivent bien estre, et por ce che luer
gens pregnent essample diaus et che il soient tels ce il sa gens et
donant itels doivent nestre......
Il y a bons chevaus ases par le monde et biaus. Mais cheval
doit avoir en lui IIII choses longues et IIII cosses cortes et IIII
chosses larges. Premierement doit avoir le biau cheval en lui lonc
col et longues giambes et longe sengle et longe coe. Et si doit avoir
en lui large groppe et large boche et large nariles. Et si doit avoir en
lui cort pasteron et cort dois et cortes oriles et corte coe, non pas le
pel mais la propriete de la car et de l'os.»
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Sarebbe affatto superfluo che noi ci facessimo a dimostrare
particolareggiatamente agli studiosi della lingua d'oïl non essere questo il
buon francese del secolo quartodecimo, il quale scorre proprio elegante
fluido efficace sotto la penna di molti poeti e prosatori, tanto più elegante,
pare a noi, in quei primi secoli, che oggi non sia. E senza volere far
paragone del francese di questo Codice Riccardiano con quello, a modo di
esempio, corrottissimo e in tante parti non decifrabile, di Niccolò da Casola,
e neppure con quello di Martino da Canale, pur non è dubbio che anche il
francese del Sidrach non apparisca guasto ed errato. Tra le illustrazioni che
faranno seguito al presente volume sarà ancora uno studio su molti codici
francesi delle biblioteche italiane, e su quelli specialmente di cui non
dettero saggio nè il Keller nè l'Heyse (11). Ivi apparirà manifesto come in
Italia si scrivesse e si copiasse il francese nei secoli XIII e XIV; e come
dagli errori del testo altri errori derivassero nelle traduzioni che allora si
fecero, ai quali è da aggiungere ancora i molti e stranissimi che dalla
conoscenza scarsa della lingua derivavano. Da ciò dovrà essere chiaro ad
ognuno come quei nostri antichi volgarizzamenti abbiano bisogno di un
raffronto continuo coll'originale, se voglionsi dare scritture alle quali il
senso non manchi, e che possano giovare alla storia della lingua. Che cosa
è, come lo possediamo nelle stampe, quel Tesoro di Brunetto Latini, del
quale, fino dal 1816, desiderava il Giordani (e anch'oggi dovrebbe
desiderarlo) il testo italiano ridotto alla vera lezione e accompagnato col suo
originale francese? Che cosa sarebbe il Sidrach, se pubblicato sui codici
italiani soli, senza le correzioni e le illustrazioni che dal paragone col
francese derivano? Nè crediamo sia buona e saggia la opinione, che pure
oggi alcuni sostengono, essere da sfatare come inutilissime ed anzi dannose
le traduzioni de' primi secoli della lingua. Le quali, se anco non fossero
parte della storia delle nostre lettere, e se non ci fossero documento della
cultura di quei tempi, rimarrebbero sempre alla lingua importantissime, e
indispensabili a chi vorrà e saprà, quando che sia, fare che all'Italia non
manchi un glossario della sua lingua, comparata colle altre lingue uscite
dalla sorgente latina. Sappiamo non in tutte le traduzioni del duecento e del
trecento potersi ammirare una uguale eccellenza di dettato; ma da ciò stesso
usciranno utili considerazioni; e, ad ogni modo, il traduttore meno garbato
d'allora, potrà sempre essere maestro di proprietà nell'arte, a noi, che non
possediamo e non amiamo più nessun'arte, e pare che consigliatamente
studiamo di imbarbarire la nostra povera lingua. Non vogliamo parlare delle
particolareggiatamente agli studiosi della lingua d'oïl non essere questo il
buon francese del secolo quartodecimo, il quale scorre proprio elegante
fluido efficace sotto la penna di molti poeti e prosatori, tanto più elegante,
pare a noi, in quei primi secoli, che oggi non sia. E senza volere far
paragone del francese di questo Codice Riccardiano con quello, a modo di
esempio, corrottissimo e in tante parti non decifrabile, di Niccolò da Casola,
e neppure con quello di Martino da Canale, pur non è dubbio che anche il
francese del Sidrach non apparisca guasto ed errato. Tra le illustrazioni che
faranno seguito al presente volume sarà ancora uno studio su molti codici
francesi delle biblioteche italiane, e su quelli specialmente di cui non
dettero saggio nè il Keller nè l'Heyse (11). Ivi apparirà manifesto come in
Italia si scrivesse e si copiasse il francese nei secoli XIII e XIV; e come
dagli errori del testo altri errori derivassero nelle traduzioni che allora si
fecero, ai quali è da aggiungere ancora i molti e stranissimi che dalla
conoscenza scarsa della lingua derivavano. Da ciò dovrà essere chiaro ad
ognuno come quei nostri antichi volgarizzamenti abbiano bisogno di un
raffronto continuo coll'originale, se voglionsi dare scritture alle quali il
senso non manchi, e che possano giovare alla storia della lingua. Che cosa
è, come lo possediamo nelle stampe, quel Tesoro di Brunetto Latini, del
quale, fino dal 1816, desiderava il Giordani (e anch'oggi dovrebbe
desiderarlo) il testo italiano ridotto alla vera lezione e accompagnato col suo
originale francese? Che cosa sarebbe il Sidrach, se pubblicato sui codici
italiani soli, senza le correzioni e le illustrazioni che dal paragone col
francese derivano? Nè crediamo sia buona e saggia la opinione, che pure
oggi alcuni sostengono, essere da sfatare come inutilissime ed anzi dannose
le traduzioni de' primi secoli della lingua. Le quali, se anco non fossero
parte della storia delle nostre lettere, e se non ci fossero documento della
cultura di quei tempi, rimarrebbero sempre alla lingua importantissime, e
indispensabili a chi vorrà e saprà, quando che sia, fare che all'Italia non
manchi un glossario della sua lingua, comparata colle altre lingue uscite
dalla sorgente latina. Sappiamo non in tutte le traduzioni del duecento e del
trecento potersi ammirare una uguale eccellenza di dettato; ma da ciò stesso
usciranno utili considerazioni; e, ad ogni modo, il traduttore meno garbato
d'allora, potrà sempre essere maestro di proprietà nell'arte, a noi, che non
possediamo e non amiamo più nessun'arte, e pare che consigliatamente
studiamo di imbarbarire la nostra povera lingua. Non vogliamo parlare delle
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traduzioni dal latino, nè dire quanto le lettere nostre abbiano potuto ricevere
di utilità da' volgarizzamenti di Virgilio, di Livio, di Sallustio, di Ovidio;
delle Vite de' Santi Padri, de' Morali di papa Gregorio, e di altri non pochi,
tutti elegantissimi. Ma, e le traduzioni de' romanzi di cavalleria, chi si
assicurerà di affermare che furono inutili alla lingua ed alla letteratura?
Forse perchè in esse troviamo la forma francese? Ma in che si differenzia
dunque questa forma francese dall'italiana, nel secolo tredicesimo? Chi si
provasse a tradurre parola a parola una poesia o una prosa francese di quel
secolo, avrebbe una buona e spesso elegante scrittura italiana; come
eleganti sono quasi tutti i nostri romanzi cavallereschi, de' quali i più non
sono che letterali volgarizzamenti. A volere però che utili riescano quelle
traduzioni, occorre che le sieno raffrontate col testo, sia per correggere gli
errori, sia per chiarire i passi più oscuri, sia ancora per mostrare che nelle
origini il francese e l'italiano amarono la stessa giacitura di parole e lo
stesso temperatissimo stile; come anch'oggi, sventuratamente, pare che
amino e l'uno e altro, rinnegando la loro origine, slanciarsi senza regola
nelle stranezze e nelle metafore più ardite e più goffe, senza pure serbare
quel decoro, che almeno al seicento non mancava.
Dopo il Codice francese 2758, ci siamo giovati assai del CODICE
RICCARDIANO 1930 (indicato nelle note C. R. 1.) Esso appartiene senza
dubbio ai primi del secolo XIV, ed avrebbe per molti titoli meritato
preferenza sugli altri, se non fosse di una redazione soverchiamente
abbreviata, contenendo appena la terza parte dei capitoli degli altri codici;
onde non avrebbesi avuto da esso un giusto concetto di quello che sia
l'opera del Sidrach. Il traduttore è spesso elegante; e noi lo giudichiamo
senese dalle forme de' verbi essare, scrivare, aombrarà, vivare ec., che
leggonsi costantemente nel Ms. (12). A molti luoghi (come dalle note
apparisce) il testo di questo codice corregge quello degli altri, ed è poi
sempre nella forma più proprio e più accurato. L'abbreviazione va
crescendo quanto più il traduttore volge al fine del suo lavoro; e sembra
come uomo preso dalla noia, il quale, avendo cominciato colla intenzione di
fare un volgarizzamento, a poco a poco riducesi ad abbreviare, e poi salta
addirittura molti capitoli, e termina col far cosa quasi originale. Noi non
possiamo astenerci da riferire qui alcuni degli ultimi capitoli di questo
Codice, li quali ci sembrano, nella loro brevità, bellissimi:
Che ène il mare?
di utilità da' volgarizzamenti di Virgilio, di Livio, di Sallustio, di Ovidio;
delle Vite de' Santi Padri, de' Morali di papa Gregorio, e di altri non pochi,
tutti elegantissimi. Ma, e le traduzioni de' romanzi di cavalleria, chi si
assicurerà di affermare che furono inutili alla lingua ed alla letteratura?
Forse perchè in esse troviamo la forma francese? Ma in che si differenzia
dunque questa forma francese dall'italiana, nel secolo tredicesimo? Chi si
provasse a tradurre parola a parola una poesia o una prosa francese di quel
secolo, avrebbe una buona e spesso elegante scrittura italiana; come
eleganti sono quasi tutti i nostri romanzi cavallereschi, de' quali i più non
sono che letterali volgarizzamenti. A volere però che utili riescano quelle
traduzioni, occorre che le sieno raffrontate col testo, sia per correggere gli
errori, sia per chiarire i passi più oscuri, sia ancora per mostrare che nelle
origini il francese e l'italiano amarono la stessa giacitura di parole e lo
stesso temperatissimo stile; come anch'oggi, sventuratamente, pare che
amino e l'uno e altro, rinnegando la loro origine, slanciarsi senza regola
nelle stranezze e nelle metafore più ardite e più goffe, senza pure serbare
quel decoro, che almeno al seicento non mancava.
Dopo il Codice francese 2758, ci siamo giovati assai del CODICE
RICCARDIANO 1930 (indicato nelle note C. R. 1.) Esso appartiene senza
dubbio ai primi del secolo XIV, ed avrebbe per molti titoli meritato
preferenza sugli altri, se non fosse di una redazione soverchiamente
abbreviata, contenendo appena la terza parte dei capitoli degli altri codici;
onde non avrebbesi avuto da esso un giusto concetto di quello che sia
l'opera del Sidrach. Il traduttore è spesso elegante; e noi lo giudichiamo
senese dalle forme de' verbi essare, scrivare, aombrarà, vivare ec., che
leggonsi costantemente nel Ms. (12). A molti luoghi (come dalle note
apparisce) il testo di questo codice corregge quello degli altri, ed è poi
sempre nella forma più proprio e più accurato. L'abbreviazione va
crescendo quanto più il traduttore volge al fine del suo lavoro; e sembra
come uomo preso dalla noia, il quale, avendo cominciato colla intenzione di
fare un volgarizzamento, a poco a poco riducesi ad abbreviare, e poi salta
addirittura molti capitoli, e termina col far cosa quasi originale. Noi non
possiamo astenerci da riferire qui alcuni degli ultimi capitoli di questo
Codice, li quali ci sembrano, nella loro brevità, bellissimi:
Che ène il mare?
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Quelli scrisse: abbracciamento del mondo, termine coronato,
albergo delli fiumi, fontana della pioggia dell'acqua.
Che ène Iddio?
Iddio è mente immortale, allegrezza senza disdegno forma
incomprensibile, occhio senza sonno, luce e bene che contiene tutte
le cose.
Che ène il sole?
Il sole ène occhio del cielo, cierchio del caldo, isplendore senza
abbassare, ornamento del die, dividitore della notte et del die tutto
tempo.
Che ène la luna?
La luna si ène porpore del cielo contraria del sole, nemica de'
ma' fattori, consolamento de' viandanti, dirizzamento de' navicanti,
segno di sepultura, larga di rugiada, agura di diviamento di tempi e
delle tempeste.
Che ène l'uomo?
L'uomo ène mente incarnata, fantasima del corpo, aguardatore
della vita, servente della morte, romeo trapassante et oste forestiere
del luogo, anima di fatiga, abitatore di picciolo tempo.
Che ène amico?
L'amico ène nome desiderevole, refugio delle aversità,
biatitudine senza abandono.
Che ène richezza?
Richezza ène peso d'oro e d'argento, ministra di rangole, diletto
senza allegrezza, invidia da non satiare, desiderio da non compire,
bocca grandissima, concupiscenza invisibile.
Che ène povertà?
albergo delli fiumi, fontana della pioggia dell'acqua.
Che ène Iddio?
Iddio è mente immortale, allegrezza senza disdegno forma
incomprensibile, occhio senza sonno, luce e bene che contiene tutte
le cose.
Che ène il sole?
Il sole ène occhio del cielo, cierchio del caldo, isplendore senza
abbassare, ornamento del die, dividitore della notte et del die tutto
tempo.
Che ène la luna?
La luna si ène porpore del cielo contraria del sole, nemica de'
ma' fattori, consolamento de' viandanti, dirizzamento de' navicanti,
segno di sepultura, larga di rugiada, agura di diviamento di tempi e
delle tempeste.
Che ène l'uomo?
L'uomo ène mente incarnata, fantasima del corpo, aguardatore
della vita, servente della morte, romeo trapassante et oste forestiere
del luogo, anima di fatiga, abitatore di picciolo tempo.
Che ène amico?
L'amico ène nome desiderevole, refugio delle aversità,
biatitudine senza abandono.
Che ène richezza?
Richezza ène peso d'oro e d'argento, ministra di rangole, diletto
senza allegrezza, invidia da non satiare, desiderio da non compire,
bocca grandissima, concupiscenza invisibile.
Che ène povertà?
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Povertà è bene odiato, madre della santità, ritrovatrice del
savere, mercantia senza danno, possedimento senza calunnia,
prosperità senza sollecitudine.
Che ène sonno?
Sonno ène 'magine della morte, riposo delle fatiche, talento
degl'infermi, aspettamento di morte.
Che ène morte?
Morte ène sonno eternale, paura delli ricchi, desiderio delli
povari, cacciatrice di vita, risolvimento di tutti.
Che ène parola?
Parola ène manifestamento d'animo.
Che ène il corpo?
Il corpo ène magione dell'anima.
Che ène forte?
Forte ène 'magine d'animo.
Che sono li occhi?
Li occhi sono guida del corpo, vasello del lume, mostratori
dell'animo.
Che ène cielabro?
Cielabro ène guardia della memoria.
Che ène il fegato?
Il fegato ène guardia del caldo.
Che ène il quore?
Il quore ène movimento della vita.
savere, mercantia senza danno, possedimento senza calunnia,
prosperità senza sollecitudine.
Che ène sonno?
Sonno ène 'magine della morte, riposo delle fatiche, talento
degl'infermi, aspettamento di morte.
Che ène morte?
Morte ène sonno eternale, paura delli ricchi, desiderio delli
povari, cacciatrice di vita, risolvimento di tutti.
Che ène parola?
Parola ène manifestamento d'animo.
Che ène il corpo?
Il corpo ène magione dell'anima.
Che ène forte?
Forte ène 'magine d'animo.
Che sono li occhi?
Li occhi sono guida del corpo, vasello del lume, mostratori
dell'animo.
Che ène cielabro?
Cielabro ène guardia della memoria.
Che ène il fegato?
Il fegato ène guardia del caldo.
Che ène il quore?
Il quore ène movimento della vita.
Page 25
Che ène fiele?
Il fiele ène movimento dell'ira.
Che ène milza?
La milza ène albergo dell'allegrezza e desiderio.
Che ène lo stomaco?
Lo stomaco ène quoco delli cibi.
Che sono le ossa?
L'ossa sono fermezza del corpo.
Che sono li piedi?
Li piedi sono mobile fondamento.
Che ène il vento?
Vento ène turbamento d'aria, siccità di terra et movimento
d'acque.
Che sono li fiumi?
Li fiumi sono corso che non viene meno, pascimento del sole
et bagnamento della terra.
Che ène amistà?
Amistà ène aguaglianza d'amici.
Che ène fede?
Fede ène meravigliosa certezza di cosa non saputa.
Fra i due Codici, RICCARDIANO 1475 (indicato nelle note C. R. 2.)
e MEDICEO LAURENZIANO, PLUTEO LXI, 7, siamo stati incerti assai
quale meritasse preferenza per la stampa. L'uno e l'altro della seconda metà
del secolo quartodecimo, conformi nella lingua, identici nella redazione. E
Il fiele ène movimento dell'ira.
Che ène milza?
La milza ène albergo dell'allegrezza e desiderio.
Che ène lo stomaco?
Lo stomaco ène quoco delli cibi.
Che sono le ossa?
L'ossa sono fermezza del corpo.
Che sono li piedi?
Li piedi sono mobile fondamento.
Che ène il vento?
Vento ène turbamento d'aria, siccità di terra et movimento
d'acque.
Che sono li fiumi?
Li fiumi sono corso che non viene meno, pascimento del sole
et bagnamento della terra.
Che ène amistà?
Amistà ène aguaglianza d'amici.
Che ène fede?
Fede ène meravigliosa certezza di cosa non saputa.
Fra i due Codici, RICCARDIANO 1475 (indicato nelle note C. R. 2.)
e MEDICEO LAURENZIANO, PLUTEO LXI, 7, siamo stati incerti assai
quale meritasse preferenza per la stampa. L'uno e l'altro della seconda metà
del secolo quartodecimo, conformi nella lingua, identici nella redazione. E
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se abbiamo preferito il Mediceo Laurenziano è stato perchè, dopo un
minuto e paziente raffronto, abbiamo veduto che l'amanuense di questo
codice era incorso meno spesso in errore che non quello del Riccardiano; e
forse non sarebbe difficile provare che il Manoscritto della Biblioteca
Riccardi fu copiato da quello della Laurenziana. Nonostante però esso
Codice 1475 ci è stato di un grande aiuto, a correggere, a supplire, a
raddirizzare il senso, a spiegare l'oscurità di molti periodi; poichè non si
vuole dissimulare che il Codice Laurenziano non sia troppo spesso di
lezione errata e stranamente confusa.
Di aiuto non meno prezioso ci è stata un'antica edizione del Sidrach,
che si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze (sezione Palatina), e
che ha questo titolo: MIL QUATRE VINGTZ ET QUATRE DEMANDES,
AVEC LES SOLUTIONS ET RESPONSES A TOUS PROPOZ, OEUVRE
CURIEUX ET MOULT RECREATIF, SELON LE SAIGE
SIDRACH. — Paris par maistre Pierre Vidove, MDXXXI. (Indicato nelle
note T. F. P.).
Venendo a dire del modo onde questa stampa è condotta, noteremo
solo come sia stato nostro intendimento di riprodurre con la più scrupolosa
esattezza il Codice, nella sua ortografia e lessigrafia, parendoci che, se
questa regola si seguisse costantemente nelle impressioni delle antiche
scritture, molto se ne agevolerebbero gli studi (che restano in gran parte da
farsi in Italia) sulle origini e sulla storia della lingua nostra. Nelle note ci
siamo studiati di chiarire il senso d'una parola o di una frase con varianti di
altri codici, ogni volta che ciò è stato possibile, sembrandoci questo il modo
migliore di commento, come quello che pone sotto gli occhi del lettore una
forma diversa, e lo lascia libero nel suo giudizio. Ci siamo poi qualche volta
allargati a commentare alcune parole del testo francese, quando ciò potesse
avere importanza per l'italiano. Non abbiamo richiamato l'attenzione del
lettore sopra tutte le parole che potevano meritarla, essendo che ciò sarà
fatto nel Glossario delle voci italiane e francesi degne di nota, che troverà
il suo luogo nella seconda parte di questo volume.
Il quale, venendo ad accrescere il numero dei nostri testi di lingua,
parrà forse a molti cosa affatto inutile, essendo oggi rivolti a ricerche troppo
più alte gli ingegni, per avere agio e tempo di pensare anche a quegli studi
dell'arte, che furono già tanto cari ai nostri antichi, e che procacciarono pure
qualche onore all'Italia. Oltre di che i tempi odierni professano teorie di
minuto e paziente raffronto, abbiamo veduto che l'amanuense di questo
codice era incorso meno spesso in errore che non quello del Riccardiano; e
forse non sarebbe difficile provare che il Manoscritto della Biblioteca
Riccardi fu copiato da quello della Laurenziana. Nonostante però esso
Codice 1475 ci è stato di un grande aiuto, a correggere, a supplire, a
raddirizzare il senso, a spiegare l'oscurità di molti periodi; poichè non si
vuole dissimulare che il Codice Laurenziano non sia troppo spesso di
lezione errata e stranamente confusa.
Di aiuto non meno prezioso ci è stata un'antica edizione del Sidrach,
che si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze (sezione Palatina), e
che ha questo titolo: MIL QUATRE VINGTZ ET QUATRE DEMANDES,
AVEC LES SOLUTIONS ET RESPONSES A TOUS PROPOZ, OEUVRE
CURIEUX ET MOULT RECREATIF, SELON LE SAIGE
SIDRACH. — Paris par maistre Pierre Vidove, MDXXXI. (Indicato nelle
note T. F. P.).
Venendo a dire del modo onde questa stampa è condotta, noteremo
solo come sia stato nostro intendimento di riprodurre con la più scrupolosa
esattezza il Codice, nella sua ortografia e lessigrafia, parendoci che, se
questa regola si seguisse costantemente nelle impressioni delle antiche
scritture, molto se ne agevolerebbero gli studi (che restano in gran parte da
farsi in Italia) sulle origini e sulla storia della lingua nostra. Nelle note ci
siamo studiati di chiarire il senso d'una parola o di una frase con varianti di
altri codici, ogni volta che ciò è stato possibile, sembrandoci questo il modo
migliore di commento, come quello che pone sotto gli occhi del lettore una
forma diversa, e lo lascia libero nel suo giudizio. Ci siamo poi qualche volta
allargati a commentare alcune parole del testo francese, quando ciò potesse
avere importanza per l'italiano. Non abbiamo richiamato l'attenzione del
lettore sopra tutte le parole che potevano meritarla, essendo che ciò sarà
fatto nel Glossario delle voci italiane e francesi degne di nota, che troverà
il suo luogo nella seconda parte di questo volume.
Il quale, venendo ad accrescere il numero dei nostri testi di lingua,
parrà forse a molti cosa affatto inutile, essendo oggi rivolti a ricerche troppo
più alte gli ingegni, per avere agio e tempo di pensare anche a quegli studi
dell'arte, che furono già tanto cari ai nostri antichi, e che procacciarono pure
qualche onore all'Italia. Oltre di che i tempi odierni professano teorie di
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letteratura così nuove, che riesce spesso molto difficile intenderle a chi
abbia educata la mente ai vecchi principii dell'arte italiana. Ed oggi
vediamo ancora un'antica questione, che pareva risoluta, sorgere di nuovo; e
sentiamo, dopo sette secoli di letteratura, mettere in dubbio se esista una
lingua italiana. Concedasi a me, nato e vissuto sempre in Toscana, una
modesta parola su questo argomento. Si ricercano i mezzi per diffondere
l'uso della buona lingua, ed a ciò rispondesi anzi tutto che per buona lingua
s'ha da intendere la fiorentina. Perchè dunque il fiorentino è chiamato la
buona lingua? Non sapremmo a questa domanda trovare che una sola
risposta. Quando un dialetto parlato passa ad essere scritto, e se ne fa mezzo
o strumento di una letteratura, allora esso diventa predominante sugli altri
dialetti della stessa famiglia, acquista un titolo quasi di signoria legittima e
incontrastata, e noi siamo soliti di chiamarlo non più dialetto ma lingua. Su
ciò mi sembra che non possa cadere dubbio alcuno. Il dialetto del Lazio,
quando fu scritto, diventò quella che noi diciamo lingua classica di Roma. I
missionari che in regioni selvagge sono riusciti a ridurre in iscrittura uno de'
cento dialetti parlati, hanno tosto veduto che quel dialetto acquistava una
supremazia letteraria, vincendo gli altri che rimanevano come barbari
gerghi (13). Poniamo che la letteratura siciliana del secolo XIII non fosse
stata spenta col regno glorioso degli Svevi, e il dialetto siciliano avrebbe
preso qualità e autorità di lingua scritta, e quindi di dialetto signoreggiante.
La Francia vide due dei suoi dialetti passare dalla forma parlata alla scritta,
ed ebbe per conseguenza la lingua e la letteratura d'oïl, la lingua e la
letteratura d'oc. Se dunque la buona lingua, la lingua classica non è che un
dialetto, il quale, reso stabile per mezzo della scrittura, acquista questo
titolo, questa qualità, questo privilegio, domandasi come al dialetto
fiorentino possa attribuirsi tale supremazia. La nostra lingua scritta è forse il
fiorentino? E gli scrittori senesi, pisani, pistoiesi, aretini hanno scritto tutti il
dialetto di Firenze, o non piuttosto quello delle loro città? E gli scrittori
delle altre città d'Italia hanno preso ad esempio i fiorentini soli o tutti i
toscani? Strettamente affini tra loro, fratelli legati da vincoli di somiglianza
cosiffatta, che appena ad occhio espertissimo riesce scorgerne le tenui
differenze, è facile spiegarsi come tutti i dialetti toscani diventassero lingua
scritta, pur rimanendo predominanti il fiorentino ed il senese, non per altra
ragione che Firenze e Siena ebbero un numero di scrittori maggiore delle
altre città. Ma questa del fiorentino o toscano non è, a nostro credere, la
questione principale. Concediamo pure che per buona lingua s'avesse da
abbia educata la mente ai vecchi principii dell'arte italiana. Ed oggi
vediamo ancora un'antica questione, che pareva risoluta, sorgere di nuovo; e
sentiamo, dopo sette secoli di letteratura, mettere in dubbio se esista una
lingua italiana. Concedasi a me, nato e vissuto sempre in Toscana, una
modesta parola su questo argomento. Si ricercano i mezzi per diffondere
l'uso della buona lingua, ed a ciò rispondesi anzi tutto che per buona lingua
s'ha da intendere la fiorentina. Perchè dunque il fiorentino è chiamato la
buona lingua? Non sapremmo a questa domanda trovare che una sola
risposta. Quando un dialetto parlato passa ad essere scritto, e se ne fa mezzo
o strumento di una letteratura, allora esso diventa predominante sugli altri
dialetti della stessa famiglia, acquista un titolo quasi di signoria legittima e
incontrastata, e noi siamo soliti di chiamarlo non più dialetto ma lingua. Su
ciò mi sembra che non possa cadere dubbio alcuno. Il dialetto del Lazio,
quando fu scritto, diventò quella che noi diciamo lingua classica di Roma. I
missionari che in regioni selvagge sono riusciti a ridurre in iscrittura uno de'
cento dialetti parlati, hanno tosto veduto che quel dialetto acquistava una
supremazia letteraria, vincendo gli altri che rimanevano come barbari
gerghi (13). Poniamo che la letteratura siciliana del secolo XIII non fosse
stata spenta col regno glorioso degli Svevi, e il dialetto siciliano avrebbe
preso qualità e autorità di lingua scritta, e quindi di dialetto signoreggiante.
La Francia vide due dei suoi dialetti passare dalla forma parlata alla scritta,
ed ebbe per conseguenza la lingua e la letteratura d'oïl, la lingua e la
letteratura d'oc. Se dunque la buona lingua, la lingua classica non è che un
dialetto, il quale, reso stabile per mezzo della scrittura, acquista questo
titolo, questa qualità, questo privilegio, domandasi come al dialetto
fiorentino possa attribuirsi tale supremazia. La nostra lingua scritta è forse il
fiorentino? E gli scrittori senesi, pisani, pistoiesi, aretini hanno scritto tutti il
dialetto di Firenze, o non piuttosto quello delle loro città? E gli scrittori
delle altre città d'Italia hanno preso ad esempio i fiorentini soli o tutti i
toscani? Strettamente affini tra loro, fratelli legati da vincoli di somiglianza
cosiffatta, che appena ad occhio espertissimo riesce scorgerne le tenui
differenze, è facile spiegarsi come tutti i dialetti toscani diventassero lingua
scritta, pur rimanendo predominanti il fiorentino ed il senese, non per altra
ragione che Firenze e Siena ebbero un numero di scrittori maggiore delle
altre città. Ma questa del fiorentino o toscano non è, a nostro credere, la
questione principale. Concediamo pure che per buona lingua s'avesse da
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intendere la fiorentina sola; resterebbe sempre a vedere se si possa stendere
l'uso di un dialetto a fine di distruggere gli altri. Una lingua scritta è per sè
stessa cosa necessariamente artificiale: «la vita reale e naturale del
linguaggio è riposta nei suoi dialetti» (14), i quali di continuo lo
alimentano, lo arricchiscono, lo invigoriscono, e sono come una grande
sorgente d'acqua che irrigando un campo impedisce alle erbe di intisichire e
seccarsi. Spenti o trasformati i dialetti, la lingua scritta manca di vita, e
passa nel numero di quelle che chiamiamo lingue morte. Fosse pure
possibile con mezzi umani distruggere tutti i dialetti d'Italia, lasciando vivo
il solo fiorentino; certo è che in breve giro di anni noi non avremmo più
della lingua nostra, vivace, multiforme, potente, che un miserabile avanzo, a
cui lentamente verrebbe a mancare ogni forza: l'albero verdeggiante e
robusto si tramuterebbe in tronco decrepito e marcio. E per estendere l'uso
della buona lingua parlata, si propone di compilare un vocabolario di essa
lingua, o sia dialetto, di Firenze. Ma un vocabolario dell'uso vivo di un
dialetto a che gioverebbe praticamente? È noto che tutti i dialetti tendono
per loro natura a trasformarsi continuamente, non rimanendo stabile che
quella parte di essi che è fatta patrimonio della lingua scritta. L'uso d'oggi
potrebbe dunque non essere più l'uso di domani; e si potrebbero additare
come vive forme, che fossero già anticate. Di più ancora, i dialetti letterari
sono soggetti a decadere; ed è questa pure una delle leggi che la scenza del
linguaggio ha riconosciuto per vera. Come dunque di questo dialetto,
sequestrato da tutti gli altri, farebbesi con profitto un vocabolario? A chi ed
a che cosa profitterebbe esso? Che aggiungerebbe al vocabolario della
lingua scritta? Non sarebbe per avventura più utile domandare, come poter
rendere intelligibile a tutti la lingua italiana, vale a dire la lingua della
letteratura d'Italia? Ed a rendere intelligibile questa lingua non sarebbe forse
prima e indispensabile condizione che tutti gli italiani sapessero leggerla?
Finchè avremo tanti milioni d'uomini che non conoscono l'alfabeto, si può
pensare ai mezzi di estendere l'uso della buona lingua? Quando tutti
sapranno leggere, allora scegliete abili maestri, allora divulgate buoni
dizionari della lingua, allora ponete nelle mani ai fanciulli grammatiche ben
fatte, semplici, facili, non come quelle, barbarissime, che oggi sciupano
miserabilmente i cervelli dei nostri poveri bambini; allora procacciate che si
pubblichino libri che il popolo possa leggere e intendere. Avrete sempre i
dialetti; ma a poco a poco tutti intenderanno e parleranno anche la lingua;
non la lingua fiorentina o toscana, ma l'italiana; quella lingua che se ha
l'uso di un dialetto a fine di distruggere gli altri. Una lingua scritta è per sè
stessa cosa necessariamente artificiale: «la vita reale e naturale del
linguaggio è riposta nei suoi dialetti» (14), i quali di continuo lo
alimentano, lo arricchiscono, lo invigoriscono, e sono come una grande
sorgente d'acqua che irrigando un campo impedisce alle erbe di intisichire e
seccarsi. Spenti o trasformati i dialetti, la lingua scritta manca di vita, e
passa nel numero di quelle che chiamiamo lingue morte. Fosse pure
possibile con mezzi umani distruggere tutti i dialetti d'Italia, lasciando vivo
il solo fiorentino; certo è che in breve giro di anni noi non avremmo più
della lingua nostra, vivace, multiforme, potente, che un miserabile avanzo, a
cui lentamente verrebbe a mancare ogni forza: l'albero verdeggiante e
robusto si tramuterebbe in tronco decrepito e marcio. E per estendere l'uso
della buona lingua parlata, si propone di compilare un vocabolario di essa
lingua, o sia dialetto, di Firenze. Ma un vocabolario dell'uso vivo di un
dialetto a che gioverebbe praticamente? È noto che tutti i dialetti tendono
per loro natura a trasformarsi continuamente, non rimanendo stabile che
quella parte di essi che è fatta patrimonio della lingua scritta. L'uso d'oggi
potrebbe dunque non essere più l'uso di domani; e si potrebbero additare
come vive forme, che fossero già anticate. Di più ancora, i dialetti letterari
sono soggetti a decadere; ed è questa pure una delle leggi che la scenza del
linguaggio ha riconosciuto per vera. Come dunque di questo dialetto,
sequestrato da tutti gli altri, farebbesi con profitto un vocabolario? A chi ed
a che cosa profitterebbe esso? Che aggiungerebbe al vocabolario della
lingua scritta? Non sarebbe per avventura più utile domandare, come poter
rendere intelligibile a tutti la lingua italiana, vale a dire la lingua della
letteratura d'Italia? Ed a rendere intelligibile questa lingua non sarebbe forse
prima e indispensabile condizione che tutti gli italiani sapessero leggerla?
Finchè avremo tanti milioni d'uomini che non conoscono l'alfabeto, si può
pensare ai mezzi di estendere l'uso della buona lingua? Quando tutti
sapranno leggere, allora scegliete abili maestri, allora divulgate buoni
dizionari della lingua, allora ponete nelle mani ai fanciulli grammatiche ben
fatte, semplici, facili, non come quelle, barbarissime, che oggi sciupano
miserabilmente i cervelli dei nostri poveri bambini; allora procacciate che si
pubblichino libri che il popolo possa leggere e intendere. Avrete sempre i
dialetti; ma a poco a poco tutti intenderanno e parleranno anche la lingua;
non la lingua fiorentina o toscana, ma l'italiana; quella lingua che se ha
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vocaboli toscani, ha una struttura grammaticale italiana; quella lingua che
vive rigogliosa, perchè si alimenta delle forme di tutti i suoi dialetti, e che,
veramente, in tutte le città apparisce, in nessuna riposa.
E qui è ben tempo che noi prendiamo commiato dal lettore cortese. Al
quale diremo per ultimo come, quando ci accingemmo a questa non facile
pubblicazione del Sidrach, fosse nostra intenzione di far seguitare al volume
del Testo un volume di Illustrazioni, nel quale dovea comprendersi, oltre la
Bibliografia, il Saggio dei Codici francesi e il Glossario delle voci, anche
un discorso sugli errori popolari del medio evo, e un confronto tra le varie
enciclopedie di quel tempo: uno studio sulle traduzioni italiane dal francese
nei secoli XIII e XIV, ed un altro sulla influenza che la letteratura francese e
provenzale (e specialmente le leggende, le novelle e i poemi) esercitarono
nei due secoli anzi detti sulla letteratura italiana. Questo non ci sarebbe
parso lavoro affatto inutile in Italia, la quale appena ora comincia a indagare
criticamente le origini della sua letteratura. Se non che, mandati dall'altrui
volontà in paese dove i libri sono pochissimi, lontani da ogni centro di
cultura letteraria, senza aiuti e senza conforti, come por mano o dar
compimento a lavori di erudizione? E così hanno dovuto rimanere interrotti
quegli studi, già con tanto amore intrapresi, con tanti sudori proseguiti; e la
seconda parte del Sidrach comparirà senza ciò che avrebbe forse potuto
essere meno sgradito al lettore. Non vogliamo fare vani lamenti; ma
solamente ci sia permesso dire che a coloro i quali amano gli studi, e vivono
anzi solo di essi, potrebbersi non ricusare quei riguardi e quegli
incoraggiamenti che sono necessari a condurre a fine qualche cosa di utile.
Chi ha percorsa la faticosa via dello studio può intendere da quanto acerbo e
profondo dolore ci sieno dettate queste parole!
A' 20 di Maggio 1868.
ADOLFO BARTOLI.
(1) Cod. segnato I. 68. Inf. (Sec. XV). Comincia: «In nomine domini eterni amen. Qua chomenza el
pruolegho ella lezenda del libro del venerabelle astrolagho Iesu Sidracho».
(2) Cf. MAURY, Mag. et Astr., cap. IV.
(3) Vedine alcuni esempi strani nel libretto pub. dal sig. G. Amati, Ubbie, Ciancioni e Ciarpe,
Bologna, Romagnoli.
(4) Cap. LV.
(5) Nel Fiore di Virtù è chiamato ora Jesus Sidrac, ora Jesus Sirac, ora Sirac; e questo può
confermare quello che abbiamo supposto della confusione tra Sidrac e Sirac.
(6) Hist. Litt. de la France, XXIII, pag. 294.
vive rigogliosa, perchè si alimenta delle forme di tutti i suoi dialetti, e che,
veramente, in tutte le città apparisce, in nessuna riposa.
E qui è ben tempo che noi prendiamo commiato dal lettore cortese. Al
quale diremo per ultimo come, quando ci accingemmo a questa non facile
pubblicazione del Sidrach, fosse nostra intenzione di far seguitare al volume
del Testo un volume di Illustrazioni, nel quale dovea comprendersi, oltre la
Bibliografia, il Saggio dei Codici francesi e il Glossario delle voci, anche
un discorso sugli errori popolari del medio evo, e un confronto tra le varie
enciclopedie di quel tempo: uno studio sulle traduzioni italiane dal francese
nei secoli XIII e XIV, ed un altro sulla influenza che la letteratura francese e
provenzale (e specialmente le leggende, le novelle e i poemi) esercitarono
nei due secoli anzi detti sulla letteratura italiana. Questo non ci sarebbe
parso lavoro affatto inutile in Italia, la quale appena ora comincia a indagare
criticamente le origini della sua letteratura. Se non che, mandati dall'altrui
volontà in paese dove i libri sono pochissimi, lontani da ogni centro di
cultura letteraria, senza aiuti e senza conforti, come por mano o dar
compimento a lavori di erudizione? E così hanno dovuto rimanere interrotti
quegli studi, già con tanto amore intrapresi, con tanti sudori proseguiti; e la
seconda parte del Sidrach comparirà senza ciò che avrebbe forse potuto
essere meno sgradito al lettore. Non vogliamo fare vani lamenti; ma
solamente ci sia permesso dire che a coloro i quali amano gli studi, e vivono
anzi solo di essi, potrebbersi non ricusare quei riguardi e quegli
incoraggiamenti che sono necessari a condurre a fine qualche cosa di utile.
Chi ha percorsa la faticosa via dello studio può intendere da quanto acerbo e
profondo dolore ci sieno dettate queste parole!
A' 20 di Maggio 1868.
ADOLFO BARTOLI.
(1) Cod. segnato I. 68. Inf. (Sec. XV). Comincia: «In nomine domini eterni amen. Qua chomenza el
pruolegho ella lezenda del libro del venerabelle astrolagho Iesu Sidracho».
(2) Cf. MAURY, Mag. et Astr., cap. IV.
(3) Vedine alcuni esempi strani nel libretto pub. dal sig. G. Amati, Ubbie, Ciancioni e Ciarpe,
Bologna, Romagnoli.
(4) Cap. LV.
(5) Nel Fiore di Virtù è chiamato ora Jesus Sidrac, ora Jesus Sirac, ora Sirac; e questo può
confermare quello che abbiamo supposto della confusione tra Sidrac e Sirac.
(6) Hist. Litt. de la France, XXIII, pag. 294.
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(7) Pag. 5.
(8) Hist. Litt. de la Fr. loc. cit.
(9) Vedi PARTE II, Bibliografia dei Codici e dei Testi a stampa del Sidrach. Vogliamo fin d'ora
dichiararci riconoscentissimi al Sig. Principe Don Baldassarre Boncompagni di Roma, per le
molte notizie da esso forniteci per questa Bibliografia.
(10) Che l'amanuense fosse un italiano, anco da questo si prova, che alla fine del codice è scritto,
dello stesso carattere del rimanente: Finito libro referamus gratias. Xpo.
(11) Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung auf Italiänischen Biblioth. Mannheim,
1844. — Romanische Inedita auf Italiänischen Biblioth. Berlin, 1856.
(12) È curioso a notarsi che in un Codice di cui trovasi indicazione nel Catalogo della Biblioteca
Heberiana, Sidrach è detto filosofo e strologo di Siena.
(13) Cf. MAX MÜLLER, Scienza del linguaggio.
(14) MAX MÜLLER, op. cit.
(8) Hist. Litt. de la Fr. loc. cit.
(9) Vedi PARTE II, Bibliografia dei Codici e dei Testi a stampa del Sidrach. Vogliamo fin d'ora
dichiararci riconoscentissimi al Sig. Principe Don Baldassarre Boncompagni di Roma, per le
molte notizie da esso forniteci per questa Bibliografia.
(10) Che l'amanuense fosse un italiano, anco da questo si prova, che alla fine del codice è scritto,
dello stesso carattere del rimanente: Finito libro referamus gratias. Xpo.
(11) Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung auf Italiänischen Biblioth. Mannheim,
1844. — Romanische Inedita auf Italiänischen Biblioth. Berlin, 1856.
(12) È curioso a notarsi che in un Codice di cui trovasi indicazione nel Catalogo della Biblioteca
Heberiana, Sidrach è detto filosofo e strologo di Siena.
(13) Cf. MAX MÜLLER, Scienza del linguaggio.
(14) MAX MÜLLER, op. cit.
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IL
LIBRO DI SIDRAC
LIBRO DI SIDRAC
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Questo è lo libro lo quale si chiama Sidracco, filosafo
dello re Tractabero, e delle quistioni che
dispianò allo re Botozo, re di Levante.
La provedenza di Dio padre tutto possente è stato dal cominciamento
del mondo, e sarà sanza fine, di governare tutte le sue creature spirituali,
alle quali egli à promesso di dare lo paradiso (15), se per loro non rimane; e
vuole (16) ispargiere la sua grazia per l'universo mondo, perchè le genti
possano (17) meglio vivere in questo mondo; per la qual cosa e' possano
pervenire a quella gloria che mai non avrà fine. La misericordia di Dio fu
istabilimento de' patriarchi, che furono al tenpo d'Adamo infino (18) al
tenpo di Moysè, che insegniavano vivere alle genti secondo i vizii (19) che
allora erano; e tutti quelli che manteneano i loro usi sono altressì salvi,
come egli furono; e quelli che contrario feciono, ebono lo contrario, perciò
che trapassarono lo comandamento di Dio e de' suoi ministri che allora
erano. Lo giorno della sua rexuressione dimorarono in inferno, e furono
riconfermati per tutti tenpi, e non furono delli compagni (20) de' ministri del
figliuolo di Dio, perciò che non feciero gli suoi comandamenti. Lo
giudicamento del nostro Signore, ciò fu quando mandò il diluvio (21), non
fu per altra cosa, se non per abondanzia de' peccati, che allora erano per
l'universo mondo. E dopo lo diluvio Noe e la moglie e figliuoli colle loro
mogli abitavano in terra, incominciarono (22) a fare e a stabilire lo
comandamento di Dio, secondo l'usagio (23). Iddio diè loro la perfezione di
cresciere e multiplicare; uno degli figliuoli di Noe ch'ebe nome Giafet, di
gieneratione in gieneratione, che di lui naquero, mantennero la fede di Dio,
siccome Noe loro padre facea (24). E Idio per la sua misericordia (25) volle
mostrare lo grande amore ch'egli avea nella generatione di Giafet,
figlio (26) di Noe: si fece nasciere uno uomo di quella medesima
ingenerazione, lo quale ebe nome Sidracho (27), lo quale Sidracho fue
pieno di tutte le scienzie (28) che furono dal cominciamento del mondo
insino al suo tenpo. Questo Sidrach fu dopo la morte di Noe anni
DCCCXLVII; e anche seppe, come piacque a Dio, dal suo tenpo insino alla
fine del mondo. Questo Sidrac Idio gli degnò per la sua gran dimostranza la
dello re Tractabero, e delle quistioni che
dispianò allo re Botozo, re di Levante.
La provedenza di Dio padre tutto possente è stato dal cominciamento
del mondo, e sarà sanza fine, di governare tutte le sue creature spirituali,
alle quali egli à promesso di dare lo paradiso (15), se per loro non rimane; e
vuole (16) ispargiere la sua grazia per l'universo mondo, perchè le genti
possano (17) meglio vivere in questo mondo; per la qual cosa e' possano
pervenire a quella gloria che mai non avrà fine. La misericordia di Dio fu
istabilimento de' patriarchi, che furono al tenpo d'Adamo infino (18) al
tenpo di Moysè, che insegniavano vivere alle genti secondo i vizii (19) che
allora erano; e tutti quelli che manteneano i loro usi sono altressì salvi,
come egli furono; e quelli che contrario feciono, ebono lo contrario, perciò
che trapassarono lo comandamento di Dio e de' suoi ministri che allora
erano. Lo giorno della sua rexuressione dimorarono in inferno, e furono
riconfermati per tutti tenpi, e non furono delli compagni (20) de' ministri del
figliuolo di Dio, perciò che non feciero gli suoi comandamenti. Lo
giudicamento del nostro Signore, ciò fu quando mandò il diluvio (21), non
fu per altra cosa, se non per abondanzia de' peccati, che allora erano per
l'universo mondo. E dopo lo diluvio Noe e la moglie e figliuoli colle loro
mogli abitavano in terra, incominciarono (22) a fare e a stabilire lo
comandamento di Dio, secondo l'usagio (23). Iddio diè loro la perfezione di
cresciere e multiplicare; uno degli figliuoli di Noe ch'ebe nome Giafet, di
gieneratione in gieneratione, che di lui naquero, mantennero la fede di Dio,
siccome Noe loro padre facea (24). E Idio per la sua misericordia (25) volle
mostrare lo grande amore ch'egli avea nella generatione di Giafet,
figlio (26) di Noe: si fece nasciere uno uomo di quella medesima
ingenerazione, lo quale ebe nome Sidracho (27), lo quale Sidracho fue
pieno di tutte le scienzie (28) che furono dal cominciamento del mondo
insino al suo tenpo. Questo Sidrach fu dopo la morte di Noe anni
DCCCXLVII; e anche seppe, come piacque a Dio, dal suo tenpo insino alla
fine del mondo. Questo Sidrac Idio gli degnò per la sua gran dimostranza la
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forma della sua sancta trinitade, (29) acciò ched e' fosse anunziatore (30)
all'altre (31) genti che dopo lui deono venire. E egli fu bene cosa conosciuta
che dimostrò la forma e la figura della trinitade, per lo comandamento di
Dio, a uno re miscredente, lo quale ebe nome lo re Botozo (32).
Mostrogliele per convertirlo (33) alla fede di Dio padre onipotente, perciò
che questo re adorava prima gl'idoli (34); e alla fine egli lo convertì, lui e
altra assai giente, siccome è scritto innanzi. Questo Sidrach ebe grazia da
Dio di sapere gli nove ordini degli angioli che sono in cielo, e di che serve
ciascuno ordine; e di sapere la storlomia e del fermamento, delle pianete e
delle stelle, e de' segni dell'ore e de' punti; e di sapere tutte cose terrene e
tenporali, e di tutte cose del mondo, come conterà (35) per innanzi.
Or avenne al tenpo di questo re Botozzo ch'egli avea mandato
chiegendo questo Sidrach allo re Trattabar (36), però che Sidrach era
filosafo di questo re Tractabar; e mandollo chiedendo per alcuno bisognio
ch'egli avea di lui, siccome voi udirete innanzi, perciò che non è bene a
contare le cose due volte, noi ne passeremo brievemente, per lo migliore
modo che noi sapremo, colla grazia di Dio (37). Lo re Botoczo richiese lo
filosafo molto di quistioni, ch'egli disiderava di sapere, e non trovava uomo
che ne gli sapesse dire; ma Sidrach ne gli spianò (38) a diritto e a ragione,
di ciò che lo re lo domandò: delle qua' cose gli piacquero molto, e feciene
fare uno libro di quelle medesime quistioni, cioè questo libro (39). E questo
libro venne poi d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani, dopo la
morte dello re Botozo, a uno grande uomo: sì che questo uomo da indi a
certo tenpo lo volle ardere, per lo consiglio del diavolo (40); e Idio non
volle che ardesse, anzi lo fece venire alle mani d'uno re ch'avea nome
Mandriano (41); e poi venne alle mani d'uno grande prencipe (42) de'
cavalieri di Soria, lo quale era lebbroso, lo quale avea nome Marna (43); e
sì lo tenea molto caro. Questo Marna guarì detta lebbra al fiume Giordano.
Da indi a grande tenpo non potè essere trovato. E dopo la venuta del nostro
Signore, per la volontà di Dio, che non volle ch'egli fosse perduto di tutto in
tutto (44), si venne al podere (45) d'uno buono uomo greco (46), che fu
arcivescovo di Fabastora (47), che all'antico tenpo si chiamava Samaria. E
quello arcivescovo avea nome Iovazil (48), il quale fu (49) buono cristiano,
e ebe uno cherico ch'ebe nome Dimito (50); e l'arcivescovo lo mandò in
Ispagnia a predicare la fede di Jesu Cristo; e portò con seco quello libro, e
alla fine morì in Tolletta (51). E questo libro (52) dimorò colà uno grande
tenpo. E poi venne la chiericeria (53) in Tolletta, e trovò questo libro, e sì lo
all'altre (31) genti che dopo lui deono venire. E egli fu bene cosa conosciuta
che dimostrò la forma e la figura della trinitade, per lo comandamento di
Dio, a uno re miscredente, lo quale ebe nome lo re Botozo (32).
Mostrogliele per convertirlo (33) alla fede di Dio padre onipotente, perciò
che questo re adorava prima gl'idoli (34); e alla fine egli lo convertì, lui e
altra assai giente, siccome è scritto innanzi. Questo Sidrach ebe grazia da
Dio di sapere gli nove ordini degli angioli che sono in cielo, e di che serve
ciascuno ordine; e di sapere la storlomia e del fermamento, delle pianete e
delle stelle, e de' segni dell'ore e de' punti; e di sapere tutte cose terrene e
tenporali, e di tutte cose del mondo, come conterà (35) per innanzi.
Or avenne al tenpo di questo re Botozzo ch'egli avea mandato
chiegendo questo Sidrach allo re Trattabar (36), però che Sidrach era
filosafo di questo re Tractabar; e mandollo chiedendo per alcuno bisognio
ch'egli avea di lui, siccome voi udirete innanzi, perciò che non è bene a
contare le cose due volte, noi ne passeremo brievemente, per lo migliore
modo che noi sapremo, colla grazia di Dio (37). Lo re Botoczo richiese lo
filosafo molto di quistioni, ch'egli disiderava di sapere, e non trovava uomo
che ne gli sapesse dire; ma Sidrach ne gli spianò (38) a diritto e a ragione,
di ciò che lo re lo domandò: delle qua' cose gli piacquero molto, e feciene
fare uno libro di quelle medesime quistioni, cioè questo libro (39). E questo
libro venne poi d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani, dopo la
morte dello re Botozo, a uno grande uomo: sì che questo uomo da indi a
certo tenpo lo volle ardere, per lo consiglio del diavolo (40); e Idio non
volle che ardesse, anzi lo fece venire alle mani d'uno re ch'avea nome
Mandriano (41); e poi venne alle mani d'uno grande prencipe (42) de'
cavalieri di Soria, lo quale era lebbroso, lo quale avea nome Marna (43); e
sì lo tenea molto caro. Questo Marna guarì detta lebbra al fiume Giordano.
Da indi a grande tenpo non potè essere trovato. E dopo la venuta del nostro
Signore, per la volontà di Dio, che non volle ch'egli fosse perduto di tutto in
tutto (44), si venne al podere (45) d'uno buono uomo greco (46), che fu
arcivescovo di Fabastora (47), che all'antico tenpo si chiamava Samaria. E
quello arcivescovo avea nome Iovazil (48), il quale fu (49) buono cristiano,
e ebe uno cherico ch'ebe nome Dimito (50); e l'arcivescovo lo mandò in
Ispagnia a predicare la fede di Jesu Cristo; e portò con seco quello libro, e
alla fine morì in Tolletta (51). E questo libro (52) dimorò colà uno grande
tenpo. E poi venne la chiericeria (53) in Tolletta, e trovò questo libro, e sì lo
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traslataro di grecesco in gramatica (54). E lo re di Spagnia udì parlare di
questo libro, e ordinò ch'egli l'ebbe (55), e tennelo molto caro (56). E lo re
di Tunisi (57) che a quello tenpo era, udì parlare per bocca di suoi
anbasciadori di questo libro, mandò pregando lo re di Spagna che, per
liberale gratia, gli mandasse quello libro; e lo re di Spagna lo fecie traslatare
di gramatica in francesco (58), e si gliele mandò (59). Ora venne che al
tenpo che lo 'nperadore Federigo regniava, era uno re in Tunisi che lo
leggieva, e usavalo molto, onde n'era tenuto molto savio, per le grandi
quistioni che facea alle genti, e per le buone risposte (60) che facea di ciò
che altri lo domandava. Lo 'nperadore Federigo avea anbasciadori in quel
tenpo nella corte del re di Tunisi; e gli anbasciadori maravigliandosi (61),
vedendo tanta iscienzia, onde potea venire, fu loro detto che lo re avea nel
suo tesoro uno libro, e lo re di Spagna l'avea mandato a' suoi anticiessori, e
di quello libro sapea tutte le scienzie. Ora venne che gli anbasciadori
tornarono allo 'nperadore, e contarogli la bontà di quello libro, onde fu
molto intalentato di volerlo. Allora mandò uno anbasciadore al re di Tunisi,
che per liberale grazia gli mandasse quello libro. E lo re di Tunisi gli mandò
a dire, che gli mandasse uno cherico che sapesse grammatica e 'l
saracinesco. E lo 'nperadore gli mandò uno frate minore, ch'avea nome frate
Ruggieri (62) di Palermo. Quelli lo traslatò di saracinesco in gramatica:
onde lo 'nperadore Federigo ne fu molto allegro, e molto lo tenne caro.
Nella corte dello 'nperadore avea uno uomo molto savio, lo quale avea
nome Codici Pisolatico (63), ed era d'Antioccia (64), e fu molto amato dallo
'nperadore. E quando egli udì parlare di questo libro, si pensò molto
com'egli lo potesse avere: tanto promise e donò al camarlingo (65) dello
'nperadore, che gliel diede; l'asenprò, e scrisselo privatamente, che niuno lo
sapea. E da indi a certo tenpo Codici (66) folosafo lo mandò in
donamento (67) al patriarca Uberto d'Antioccia (68). Quando il patriarca
l'ebbe, il tenne molto caro, e usollo tutto il tenpo della sua vita. Egli avea
uno suo cherico, ch'avea nome Giovanni Petro di Leone (69); questi
exenprò (70) questo libro, e andossene in Tolletto. In questo modo rivenne
indietro in Tolletto; e di quello si traslatò molti buoni libri, de' quali
ciascuno (71) no gli puote avere (72). Da qui innanzi noi non sapiamo alle
cui mani egli si verrà, nè dee venire; ma preghiamo Idio lo creatore, ch'egli
possa venire alle mani di tali genti, ch'egli lo possano ritenere e intendere,
alla salvatione dell'anima e del corpo (73).
questo libro, e ordinò ch'egli l'ebbe (55), e tennelo molto caro (56). E lo re
di Tunisi (57) che a quello tenpo era, udì parlare per bocca di suoi
anbasciadori di questo libro, mandò pregando lo re di Spagna che, per
liberale gratia, gli mandasse quello libro; e lo re di Spagna lo fecie traslatare
di gramatica in francesco (58), e si gliele mandò (59). Ora venne che al
tenpo che lo 'nperadore Federigo regniava, era uno re in Tunisi che lo
leggieva, e usavalo molto, onde n'era tenuto molto savio, per le grandi
quistioni che facea alle genti, e per le buone risposte (60) che facea di ciò
che altri lo domandava. Lo 'nperadore Federigo avea anbasciadori in quel
tenpo nella corte del re di Tunisi; e gli anbasciadori maravigliandosi (61),
vedendo tanta iscienzia, onde potea venire, fu loro detto che lo re avea nel
suo tesoro uno libro, e lo re di Spagna l'avea mandato a' suoi anticiessori, e
di quello libro sapea tutte le scienzie. Ora venne che gli anbasciadori
tornarono allo 'nperadore, e contarogli la bontà di quello libro, onde fu
molto intalentato di volerlo. Allora mandò uno anbasciadore al re di Tunisi,
che per liberale grazia gli mandasse quello libro. E lo re di Tunisi gli mandò
a dire, che gli mandasse uno cherico che sapesse grammatica e 'l
saracinesco. E lo 'nperadore gli mandò uno frate minore, ch'avea nome frate
Ruggieri (62) di Palermo. Quelli lo traslatò di saracinesco in gramatica:
onde lo 'nperadore Federigo ne fu molto allegro, e molto lo tenne caro.
Nella corte dello 'nperadore avea uno uomo molto savio, lo quale avea
nome Codici Pisolatico (63), ed era d'Antioccia (64), e fu molto amato dallo
'nperadore. E quando egli udì parlare di questo libro, si pensò molto
com'egli lo potesse avere: tanto promise e donò al camarlingo (65) dello
'nperadore, che gliel diede; l'asenprò, e scrisselo privatamente, che niuno lo
sapea. E da indi a certo tenpo Codici (66) folosafo lo mandò in
donamento (67) al patriarca Uberto d'Antioccia (68). Quando il patriarca
l'ebbe, il tenne molto caro, e usollo tutto il tenpo della sua vita. Egli avea
uno suo cherico, ch'avea nome Giovanni Petro di Leone (69); questi
exenprò (70) questo libro, e andossene in Tolletto. In questo modo rivenne
indietro in Tolletto; e di quello si traslatò molti buoni libri, de' quali
ciascuno (71) no gli puote avere (72). Da qui innanzi noi non sapiamo alle
cui mani egli si verrà, nè dee venire; ma preghiamo Idio lo creatore, ch'egli
possa venire alle mani di tali genti, ch'egli lo possano ritenere e intendere,
alla salvatione dell'anima e del corpo (73).
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Al tenpo dello re Botozo del Levante, re d'una grande provincia che è
tra Persia (74) e India (la qual provincia si chiama Botenes, (75) lo quale re
ora chiamato Botozzo, regnò dopo la morte di Noe DCCCXLVII anni (76)),
e' voleva fondare una città all'entrata d'India, per guerreggiare (77) uno suo
nimico re, ch'era contra lui, e teneva una grande partita d'India, e avea nome
re Garabo (78). Sicchè questo re Botozo fece fondare una torre per edificare
una città, all'entrata della terra dello re Garabo. E la torre fu cominciata a
grande gioia e festa, e lavoraro una grande partita del giorno, ma la mattina
trovaro tutto abattuto lo lavorio. Quando lo re lo vide, fu molto dolente, e
tostamente fece ricominciare lo lavorio di capo (79). E l'altra mattina ogni
cosa (80) si trovò abattuto, e lo re di ciò molto s'adirò. Questo gli avenne
ciascuno giorno, bene sette mesi. E lo re Botoczo, vegendo questo, fece
ragunare tutti i suoi savi, e domandò in qual modo potesse fare lavorare in
quella sua torre e in quella città, che ella non rovinasse. E sopra quella
domanda, gli fu dato consiglio che egli mandasse cercando per tutti
gl'indovini e astrolaghi della sua terra. E lo re ordinò siccome coloro gli
dissono; e fra venticinque giorni furono venuti a lui, e furono LXXXVIIIJ.
Lo re Botozzo gli ricievette a grande gioia, e fecegli riposare tre giorni, e al
quarto giorno se gli fece venire innanzi, e disse: signori, io v'ò fatto venire
dinanzi a me, per farvi asapere quello ch'io vi dirò. Io sono lo maggiore re
di tutto lo Levante, e tutti i re di queste parti sono venuti sotto me; ma e'
ci (81) à uno re, che à nome Gharabo re d'India, questi non vuole venire
sotto me, e io non posso entrare in sua terra, perchè à troppo forte entrata; e
fummi dato per consiglio ch'io facessi una città all'entrata di sua terra, per
poterlo meglio guerregiare (82); e io incominciava una torre per edificare la
città; e òlla incominciata già fa sette mesi, e non si può conpiere, e ciò che
si lavora lo giorno, la notte e la mattina si truova abattuto (83). Laonde io ne
sono molto cruccioso, e molto mi grava, che le novelle andranno al mio
nimico, che io non posso conpiere una città in sua terra. E per questo i' ò
mandato caendo (84), per avere il vostro consiglio: ond'io vi priego tutti
comunalmente, che voi mi diate tale consiglio, che io possa conpiere questa
città; e io vi prometto, per lo mio idio, ch'io farò a tutti voi grande bene:
chè, se tutto il mondo fosse mio, io non avrei tale allegreza, come
vendicarmi dello re Gharabo. Quando lo re Botozo ebe finita sua
diceria (85), si rispuosono tutti i savi comunalmente ad una boce, e dissono:
messere, noi faremo tal cosa che a voi tornerà onore e gioia, e vendetta del
vostro nimico; e non vogliamo avere termine più che XL dì, per aoperare la
tra Persia (74) e India (la qual provincia si chiama Botenes, (75) lo quale re
ora chiamato Botozzo, regnò dopo la morte di Noe DCCCXLVII anni (76)),
e' voleva fondare una città all'entrata d'India, per guerreggiare (77) uno suo
nimico re, ch'era contra lui, e teneva una grande partita d'India, e avea nome
re Garabo (78). Sicchè questo re Botozo fece fondare una torre per edificare
una città, all'entrata della terra dello re Garabo. E la torre fu cominciata a
grande gioia e festa, e lavoraro una grande partita del giorno, ma la mattina
trovaro tutto abattuto lo lavorio. Quando lo re lo vide, fu molto dolente, e
tostamente fece ricominciare lo lavorio di capo (79). E l'altra mattina ogni
cosa (80) si trovò abattuto, e lo re di ciò molto s'adirò. Questo gli avenne
ciascuno giorno, bene sette mesi. E lo re Botoczo, vegendo questo, fece
ragunare tutti i suoi savi, e domandò in qual modo potesse fare lavorare in
quella sua torre e in quella città, che ella non rovinasse. E sopra quella
domanda, gli fu dato consiglio che egli mandasse cercando per tutti
gl'indovini e astrolaghi della sua terra. E lo re ordinò siccome coloro gli
dissono; e fra venticinque giorni furono venuti a lui, e furono LXXXVIIIJ.
Lo re Botozzo gli ricievette a grande gioia, e fecegli riposare tre giorni, e al
quarto giorno se gli fece venire innanzi, e disse: signori, io v'ò fatto venire
dinanzi a me, per farvi asapere quello ch'io vi dirò. Io sono lo maggiore re
di tutto lo Levante, e tutti i re di queste parti sono venuti sotto me; ma e'
ci (81) à uno re, che à nome Gharabo re d'India, questi non vuole venire
sotto me, e io non posso entrare in sua terra, perchè à troppo forte entrata; e
fummi dato per consiglio ch'io facessi una città all'entrata di sua terra, per
poterlo meglio guerregiare (82); e io incominciava una torre per edificare la
città; e òlla incominciata già fa sette mesi, e non si può conpiere, e ciò che
si lavora lo giorno, la notte e la mattina si truova abattuto (83). Laonde io ne
sono molto cruccioso, e molto mi grava, che le novelle andranno al mio
nimico, che io non posso conpiere una città in sua terra. E per questo i' ò
mandato caendo (84), per avere il vostro consiglio: ond'io vi priego tutti
comunalmente, che voi mi diate tale consiglio, che io possa conpiere questa
città; e io vi prometto, per lo mio idio, ch'io farò a tutti voi grande bene:
chè, se tutto il mondo fosse mio, io non avrei tale allegreza, come
vendicarmi dello re Gharabo. Quando lo re Botozo ebe finita sua
diceria (85), si rispuosono tutti i savi comunalmente ad una boce, e dissono:
messere, noi faremo tal cosa che a voi tornerà onore e gioia, e vendetta del
vostro nimico; e non vogliamo avere termine più che XL dì, per aoperare la
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nostra arte, e vogliamo istare tutti in uno luogo (86). Quando lo re udì
questo, fu molto allegro; e mandogli in uno luogo ch'era pieno di molta
verdura, e comandò che fossono serviti come il suo corpo, e fosse loro dato
ciò che adomandassero. E stando in questo luogo, incominciaron adoperare
la loro arte; e alla fine di XL giorni mandarono diciendo al re ch'egli aveano
conpiuto lo suo servigio, e ch'egli voleano andare inanzi (87). Quando lo re
lo 'ntese, n'ebbe grande allegreza, e fecesegli venire davanti con grande
gioia, e domandogli come aveano facto; e que' rispuosono a una boce e
dissono: messere lo re, fatevi di buona voglia (88), chè 'l vostro
intendimento è conpiuto; e da cotale giorno passati li XXV dì della luna, ed
a l'ora che noi incomincieremo e dallo punto, sì ve lo diremo (89), e allora
fate cominciare la torre, e noi vi saremo (90). Quando lo re udì questo, ne fu
molto allegro, e ringraziogli tutti. E quando venne lo giorno del termine,
egli furono al lavorio. Quando fue otta di lavorare, egli cominciarono a
grande festa e allegrezza a lavorare, e tutto lo giorno lavorarono. Quando
venne la notte e' savi feciono stare grande luminaria, per guardia della torre,
e gli uomini con questa luminaria vi rimaseno a guardare (91), e lo re
coll'altra gente s'andarono a dormire con grande allegreza. E quando venne
la mattina trovarono abattuto tutto lo lavorio, in terra, e la novella andò allo
re; e quando lo re lo 'ntese ne fu molto cruccioso, e venne allo lavorio; e
quando vide lo lavorio abattuto, n'ebe gran doglia al cuore, e fece venire i
savi dinanzi da lui, e disse: è questa la promessa che voi mi facesti? E' savi
non sepono che si rispondere. E lo re disse: per lo mio idio, io vi rimanderò
in tale luogo, che sarà molto reo per voi, e non uscirete (92) infino che la
città non sarà conpiuta. E fecegli mettere in una prigione; e fu facto suo
comandamento, e questa fue la primaia prigione, secondo che ne parlano le
scritture. E le novelle n'andaron allo re Gharabo, come lo re Botozo non
potea fare per arte, nè per ingegnio (93) nè per niuno modo conpiere una
torre: onde n'ebe allegreza grandissima, e mandogli una pistola allo re
Botozo, e diceva così: Re Botozo, salute dalla parte di noi re Gharabo. Noi
abiamo inteso che voi volete edificare una torre all'entrata di nostra terra, e
sì v'avete ispeso molto del vostro avere, e non avete potuto conpiere una
torre, nè per arte nè per altro avere. Ma noi vi mandiamo dicendo che, se
voi ci volete dare la vostra figliuola a moglie, noi vi lascieremo fondare la
torre. Quando lo re Botozo intese la pistola, egli ne fu molto cruccioso, e
fece tagliare la testa allo anbasciadore che la recava; e poi fece gridare uno
bando (94) nella sua terra, che chiunque gli sapesse dare consiglio da
questo, fu molto allegro; e mandogli in uno luogo ch'era pieno di molta
verdura, e comandò che fossono serviti come il suo corpo, e fosse loro dato
ciò che adomandassero. E stando in questo luogo, incominciaron adoperare
la loro arte; e alla fine di XL giorni mandarono diciendo al re ch'egli aveano
conpiuto lo suo servigio, e ch'egli voleano andare inanzi (87). Quando lo re
lo 'ntese, n'ebbe grande allegreza, e fecesegli venire davanti con grande
gioia, e domandogli come aveano facto; e que' rispuosono a una boce e
dissono: messere lo re, fatevi di buona voglia (88), chè 'l vostro
intendimento è conpiuto; e da cotale giorno passati li XXV dì della luna, ed
a l'ora che noi incomincieremo e dallo punto, sì ve lo diremo (89), e allora
fate cominciare la torre, e noi vi saremo (90). Quando lo re udì questo, ne fu
molto allegro, e ringraziogli tutti. E quando venne lo giorno del termine,
egli furono al lavorio. Quando fue otta di lavorare, egli cominciarono a
grande festa e allegrezza a lavorare, e tutto lo giorno lavorarono. Quando
venne la notte e' savi feciono stare grande luminaria, per guardia della torre,
e gli uomini con questa luminaria vi rimaseno a guardare (91), e lo re
coll'altra gente s'andarono a dormire con grande allegreza. E quando venne
la mattina trovarono abattuto tutto lo lavorio, in terra, e la novella andò allo
re; e quando lo re lo 'ntese ne fu molto cruccioso, e venne allo lavorio; e
quando vide lo lavorio abattuto, n'ebe gran doglia al cuore, e fece venire i
savi dinanzi da lui, e disse: è questa la promessa che voi mi facesti? E' savi
non sepono che si rispondere. E lo re disse: per lo mio idio, io vi rimanderò
in tale luogo, che sarà molto reo per voi, e non uscirete (92) infino che la
città non sarà conpiuta. E fecegli mettere in una prigione; e fu facto suo
comandamento, e questa fue la primaia prigione, secondo che ne parlano le
scritture. E le novelle n'andaron allo re Gharabo, come lo re Botozo non
potea fare per arte, nè per ingegnio (93) nè per niuno modo conpiere una
torre: onde n'ebe allegreza grandissima, e mandogli una pistola allo re
Botozo, e diceva così: Re Botozo, salute dalla parte di noi re Gharabo. Noi
abiamo inteso che voi volete edificare una torre all'entrata di nostra terra, e
sì v'avete ispeso molto del vostro avere, e non avete potuto conpiere una
torre, nè per arte nè per altro avere. Ma noi vi mandiamo dicendo che, se
voi ci volete dare la vostra figliuola a moglie, noi vi lascieremo fondare la
torre. Quando lo re Botozo intese la pistola, egli ne fu molto cruccioso, e
fece tagliare la testa allo anbasciadore che la recava; e poi fece gridare uno
bando (94) nella sua terra, che chiunque gli sapesse dare consiglio da
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conpiere la città, egli gli darebe la sua figliuola per moglie, e mezo il suo
tesoro, e questo giurerà sopra lo suo idio. E dopo questo bando, a dieci
giorni, venne a lui uno vecchio uomo, e disse: messere lo re, io sono venuto
a voi per darvi consiglio di conpiere questa vostra torre, che voi avete
inpresa a fare; e io non voglio vostra figliuola nè vostro tesoro, ma voi mi
giurerete di farmi alcuno bene. Quando lo re lo 'ntese, fu molto allegro; e lo
re gli giurò sopra lo suo idio di fargli bene, se la città si conpiesse. E lo
vecchio disse: mandate allo re Trattabar (95), per lo libro suo della
strologia, che fu di Noe, nel quale è scritto lo 'nsegnamento dell'angelo del
suo Idio, che quello libro fu lasciato a uno de' figliuoli di Noe magiore (96).
Noe ebe tre figliuoli: l'uno ebe nome Sem, l'altro Giafet. L'altro nome non è
da mentovare, che lo padre lo maladisse, e tornò di bianco in nero. Quello
libro venne da uno re in altro (97), tanto che venne alle mani dello re
Trattabar. E pregate che vi mandi lo libro e lo suo astrologo Sidrac (98),
perciò ch'egli è molto savio uomo, e sa molto dell'arte della strologia.
Sidracho vi darà consiglio di vendicarvi sopra lo vostro nimico, e di
conpiere la città. Quando egli l'ebbe inteso, ebe di ciò grande allegreza, e
fece aparechiare uno bello e ricco presente, e fece fare una pistola che dicea
così: Noi Botozo re vi mandiamo fortemente salutando alla vostra signoria,
re Trattabero, come signore e amico (99). Mandianvi pregando che voi
facciate per noi, come voi voleste che facessimo per voi. Noi vi mandiamo
pregando che voi ci mandiate lo libro della strologia, che fu di Noe,
conciosia cosa che noi n'abiamo grande bisogno; e mandate con esso il
vostro filosafo Sidrac; e con questa pistola mandiamo il detto presente. Lo
messo si mise per cammino, come piacque a Dio, e fu capitato allo re
Trattabar, e apresentogli la pistola e 'l presente; e lo re lo ricevette
volentieri, con grande allegreza, e poi disse al messo: io ò grande
allegrezza, quando messer lo re Botozo m'à mandate sue lettere (100). E
egli m'à mandato chiegendo uno mio libro che fu de' miei anticessori; e
prima fu di Noe; e parla d'una cosa ch'è in una montagnia, che chi ne
potesse avere, tornerebe al mondo grande prode (101). E lo mio padre si
mise ad andare su per quella montagnia, ma egli none potè venire a capo del
suo disiderio. Ma io credo bene che lo re Botozo ne potrà venire a capo egli,
ch'egli à molto grande podere, ch'egli è uno de' grandi re che sia nel
Levante. E allora mandò lo libro, e Sidrac con esso, e una pistola che
contenea così: Noi re Trattabar ringraziamo altamente voi, re Botozo, del
vostro onore e del vostro domandamento. Noi e la nostra terra è (102) al
tesoro, e questo giurerà sopra lo suo idio. E dopo questo bando, a dieci
giorni, venne a lui uno vecchio uomo, e disse: messere lo re, io sono venuto
a voi per darvi consiglio di conpiere questa vostra torre, che voi avete
inpresa a fare; e io non voglio vostra figliuola nè vostro tesoro, ma voi mi
giurerete di farmi alcuno bene. Quando lo re lo 'ntese, fu molto allegro; e lo
re gli giurò sopra lo suo idio di fargli bene, se la città si conpiesse. E lo
vecchio disse: mandate allo re Trattabar (95), per lo libro suo della
strologia, che fu di Noe, nel quale è scritto lo 'nsegnamento dell'angelo del
suo Idio, che quello libro fu lasciato a uno de' figliuoli di Noe magiore (96).
Noe ebe tre figliuoli: l'uno ebe nome Sem, l'altro Giafet. L'altro nome non è
da mentovare, che lo padre lo maladisse, e tornò di bianco in nero. Quello
libro venne da uno re in altro (97), tanto che venne alle mani dello re
Trattabar. E pregate che vi mandi lo libro e lo suo astrologo Sidrac (98),
perciò ch'egli è molto savio uomo, e sa molto dell'arte della strologia.
Sidracho vi darà consiglio di vendicarvi sopra lo vostro nimico, e di
conpiere la città. Quando egli l'ebbe inteso, ebe di ciò grande allegreza, e
fece aparechiare uno bello e ricco presente, e fece fare una pistola che dicea
così: Noi Botozo re vi mandiamo fortemente salutando alla vostra signoria,
re Trattabero, come signore e amico (99). Mandianvi pregando che voi
facciate per noi, come voi voleste che facessimo per voi. Noi vi mandiamo
pregando che voi ci mandiate lo libro della strologia, che fu di Noe,
conciosia cosa che noi n'abiamo grande bisogno; e mandate con esso il
vostro filosafo Sidrac; e con questa pistola mandiamo il detto presente. Lo
messo si mise per cammino, come piacque a Dio, e fu capitato allo re
Trattabar, e apresentogli la pistola e 'l presente; e lo re lo ricevette
volentieri, con grande allegreza, e poi disse al messo: io ò grande
allegrezza, quando messer lo re Botozo m'à mandate sue lettere (100). E
egli m'à mandato chiegendo uno mio libro che fu de' miei anticessori; e
prima fu di Noe; e parla d'una cosa ch'è in una montagnia, che chi ne
potesse avere, tornerebe al mondo grande prode (101). E lo mio padre si
mise ad andare su per quella montagnia, ma egli none potè venire a capo del
suo disiderio. Ma io credo bene che lo re Botozo ne potrà venire a capo egli,
ch'egli à molto grande podere, ch'egli è uno de' grandi re che sia nel
Levante. E allora mandò lo libro, e Sidrac con esso, e una pistola che
contenea così: Noi re Trattabar ringraziamo altamente voi, re Botozo, del
vostro onore e del vostro domandamento. Noi e la nostra terra è (102) al
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vostro comandamento. Noi vi mandiamo lo libro e Sidrac nostro filosafo. E
cavalcò tanto (103) che giunse al palagio del re Botozo.
Quando lo re Botozo vide questo, egli ricevette lo libro e Sidrac con
grande allegreza, e cominciò a contare a Sidrac lo suo bisogno, e dissegli
come gli era incontrato. E Sidrac gli rispuose, e disse: messere, questa terra
è incantata, e niuna forteza vi si potrà fare, se gli incantamenti non si
disfanno; e io ò tale consiglio, che io gli disfarò. E lo re ebe di ciò grande
allegreza, e molto lo pregò che pensasse sopra questo fatto. E Sidrac
rispuose: messere, noi troveremo in questo libro del mio signore, che fu
prima di Noe, che uno agnolo del suo Idio gli avea insegniata una montagna
e una contrada della profonda India, la quale si chiama la montagna verde
del corbo; là ove Noe mandò lo corbo, per iscoprire la terra, al tenpo del
diluvio; e egli trovò carogna, e egli si puose sopr'essa (104). Quella
montagna è lunga quattro giornate e larga tre, e su v'abita una gente che
sono a nostra fazione (105) di corpo, ma lo volto (106) loro ànno facto a
maniera di cane. Quella montagnia è presso allo regno femminoro (107), là
ove uomo non puote vivere; e si à in quella montagna dodici migliaia di
maniere d'erbe: le quattro milia fanno profitto, e l'altre quattro milia fanno
danno (108), e l'altre quattro milia non fanno nè prode nè danno. E anche
v'à dodici maniere d'acqua, che si ragunano in uno luogo dodici volte
l'anno, e abeverano (109) tutta la terra e tutte quelle erbe. E se voi volete
andare in su quello monte per avere di quelle erbe, voi potrete fare de' vostri
nimici quello che voi vorrete, e sì conpierete vostro disio. Quando lo re
intese Sidrac, si ne fu molto allegro; e disse che, se dovesse perdere tutto
quello ch'egli à, sì conviene ch'egli abia dell'erbe di quella montagna. E al
terzo giorno montò a cavallo colla sua gente, e misesi a cammino; e tanto
cavalcaro, che al decimo giorno fu a piè della montagna. E gli volti de' cani
si misono a difendere la loro terra, e sconfissono lo re Botozo malamente; e
poi anche risalirono, e furono sconfitti alla montagnia. E i volti de' cani
un'altra volta saliro la montagna. E lo re iscese a terra della montagna, e
mandò per soccorso; e gli venne grande aiuto. E poi per grande forza e
vigore sconfissono i volti de' cani, e uccisono molti di loro. E poi si
riposarono otto giorni, e alla per fine ebono la terra. Lo re Botozo era
miscredente, e non credea nel suo Criatore, anzi credea e adorava gl'idoli.
Sidrac credeva e adorava Idio padre onipotente, che fatto l'aveva, e osserva
gli suoi comandamenti. E lo re Botozo facea portare, là ovunque (110)
andava, l'idoli (111), ciascuno in su grande sedia: e sì erano d'oro e
cavalcò tanto (103) che giunse al palagio del re Botozo.
Quando lo re Botozo vide questo, egli ricevette lo libro e Sidrac con
grande allegreza, e cominciò a contare a Sidrac lo suo bisogno, e dissegli
come gli era incontrato. E Sidrac gli rispuose, e disse: messere, questa terra
è incantata, e niuna forteza vi si potrà fare, se gli incantamenti non si
disfanno; e io ò tale consiglio, che io gli disfarò. E lo re ebe di ciò grande
allegreza, e molto lo pregò che pensasse sopra questo fatto. E Sidrac
rispuose: messere, noi troveremo in questo libro del mio signore, che fu
prima di Noe, che uno agnolo del suo Idio gli avea insegniata una montagna
e una contrada della profonda India, la quale si chiama la montagna verde
del corbo; là ove Noe mandò lo corbo, per iscoprire la terra, al tenpo del
diluvio; e egli trovò carogna, e egli si puose sopr'essa (104). Quella
montagna è lunga quattro giornate e larga tre, e su v'abita una gente che
sono a nostra fazione (105) di corpo, ma lo volto (106) loro ànno facto a
maniera di cane. Quella montagnia è presso allo regno femminoro (107), là
ove uomo non puote vivere; e si à in quella montagna dodici migliaia di
maniere d'erbe: le quattro milia fanno profitto, e l'altre quattro milia fanno
danno (108), e l'altre quattro milia non fanno nè prode nè danno. E anche
v'à dodici maniere d'acqua, che si ragunano in uno luogo dodici volte
l'anno, e abeverano (109) tutta la terra e tutte quelle erbe. E se voi volete
andare in su quello monte per avere di quelle erbe, voi potrete fare de' vostri
nimici quello che voi vorrete, e sì conpierete vostro disio. Quando lo re
intese Sidrac, si ne fu molto allegro; e disse che, se dovesse perdere tutto
quello ch'egli à, sì conviene ch'egli abia dell'erbe di quella montagna. E al
terzo giorno montò a cavallo colla sua gente, e misesi a cammino; e tanto
cavalcaro, che al decimo giorno fu a piè della montagna. E gli volti de' cani
si misono a difendere la loro terra, e sconfissono lo re Botozo malamente; e
poi anche risalirono, e furono sconfitti alla montagnia. E i volti de' cani
un'altra volta saliro la montagna. E lo re iscese a terra della montagna, e
mandò per soccorso; e gli venne grande aiuto. E poi per grande forza e
vigore sconfissono i volti de' cani, e uccisono molti di loro. E poi si
riposarono otto giorni, e alla per fine ebono la terra. Lo re Botozo era
miscredente, e non credea nel suo Criatore, anzi credea e adorava gl'idoli.
Sidrac credeva e adorava Idio padre onipotente, che fatto l'aveva, e osserva
gli suoi comandamenti. E lo re Botozo facea portare, là ovunque (110)
andava, l'idoli (111), ciascuno in su grande sedia: e sì erano d'oro e
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d'argento; e una idola (112) v'era, ch'era adornata di grande riccheze, e era
posta a sedere più alta che niuna dell'altre. Lo re fece aparecchiare
bestiame, per fare sacrificio agli suoi idoli, e avea fatti suoi padiglioni; e là
entro tenea questi idoli, spezialmente nel suo. E poi prese Sidrac per la
mano, e menollo allo suo padiglione, con grande compagnia di gente; e poi
comandò che uno montone fosse recato; e recato che fu, e egli prese uno
coltello, e dicollò lo montone dinanzi al grande idolo; e ciascuno della sua
gente, secondo che avea lo podere, uccidea una bestia, e gittavala (113)
d'intorno a quelle ydole; e poi l'ardevano tutto. Per questo modo faceano
sacrificio agl'idoli. E Sidrach che vide questo, forte se ne maravigliò, e
molto ne fu dolente. E lo re lo fece chiamare, e disse: Sidrac, fa sacrificio al
mio iddio, ch'è buono e ricco. E Sidrac rispuose con grande cruccio, e disse:
messere, non farò; anzi farò sacrificio al mio Idio, ch'è possente sopra tutti,
e è creatore del cielo e della terra, e è quelli che fece Adamo e Eva, e tutte
l'altre cose che ci sono. E quando lo re udì dire questo, egli ne fu molto
crucciato, e disse: che di' tu del mio idio? Dico, disse Sidrac, ch'egli è
malvagio; e è dimonio che v'à legato (114), voi e la vostra giente, e per voi
distruggiere; e se voi mi vorrete credere, voi no gli crederrete; anzi lo farete
disfare; chè idio ch'è fatto per mano d'uomo, non si dee adorare nè credere.
E lo re avendolo inteso, ne fu molto crucciato, avendo udito tanto
dispregiare lo suo idolo. Allora se lo fece recare davanti con grande cruccio,
e disse a Sidrac: come ài (115) tu dispregiato così ricco idio e così bello
come questo? Perchè non si dee adorare e credergli? E Sidrac gli rispuose:
certo a cotale idio non è da adorare nè da onorare; me' (116) è da ontare e
da vituperare (117). Ma lo mio Idio, che creò lo cielo e la terra e l'altre cose
che sono, si dee adorare e onorare, lo suo nome sacrificare (118). Lo re
Botozo fu molto crucciato, e disse: che è lo tuo Idio? E egli rispuose: lo mio
Iddio è criatore del cielo e della terra. E lo re disse: come è egli fatto e di
che? Certo, disse Sidrac, lo mio Iddio è una ispirituale sustanzia, e sì è di sì
gran biltà (119), che angeli che risplendono sette cotanti che 'l sole di
biltade, tutto tenpo disiderano lui vedere (120). E lo re si crucciò molto
forte, e fece venire due degli suoi savi, per disputare con Sidrac. E
incominciarono a mostrargli la loro miscredenza. E Sidrac tutti gli vincieva
di loro quistionare, e tuttavia mostrava loro la potenzia di Dio padre
onnipotente. E li miscredenti dissono: vedi lo tuo Idio altressì come noi
vegiamo lo nostro? Sidrac rispose, si (121). Allora dissono gli miscredenti:
priega lo tuo Idio, e noi pregheremo lo nostro, e ciascuno faccia la sua
posta a sedere più alta che niuna dell'altre. Lo re fece aparecchiare
bestiame, per fare sacrificio agli suoi idoli, e avea fatti suoi padiglioni; e là
entro tenea questi idoli, spezialmente nel suo. E poi prese Sidrac per la
mano, e menollo allo suo padiglione, con grande compagnia di gente; e poi
comandò che uno montone fosse recato; e recato che fu, e egli prese uno
coltello, e dicollò lo montone dinanzi al grande idolo; e ciascuno della sua
gente, secondo che avea lo podere, uccidea una bestia, e gittavala (113)
d'intorno a quelle ydole; e poi l'ardevano tutto. Per questo modo faceano
sacrificio agl'idoli. E Sidrach che vide questo, forte se ne maravigliò, e
molto ne fu dolente. E lo re lo fece chiamare, e disse: Sidrac, fa sacrificio al
mio iddio, ch'è buono e ricco. E Sidrac rispuose con grande cruccio, e disse:
messere, non farò; anzi farò sacrificio al mio Idio, ch'è possente sopra tutti,
e è creatore del cielo e della terra, e è quelli che fece Adamo e Eva, e tutte
l'altre cose che ci sono. E quando lo re udì dire questo, egli ne fu molto
crucciato, e disse: che di' tu del mio idio? Dico, disse Sidrac, ch'egli è
malvagio; e è dimonio che v'à legato (114), voi e la vostra giente, e per voi
distruggiere; e se voi mi vorrete credere, voi no gli crederrete; anzi lo farete
disfare; chè idio ch'è fatto per mano d'uomo, non si dee adorare nè credere.
E lo re avendolo inteso, ne fu molto crucciato, avendo udito tanto
dispregiare lo suo idolo. Allora se lo fece recare davanti con grande cruccio,
e disse a Sidrac: come ài (115) tu dispregiato così ricco idio e così bello
come questo? Perchè non si dee adorare e credergli? E Sidrac gli rispuose:
certo a cotale idio non è da adorare nè da onorare; me' (116) è da ontare e
da vituperare (117). Ma lo mio Idio, che creò lo cielo e la terra e l'altre cose
che sono, si dee adorare e onorare, lo suo nome sacrificare (118). Lo re
Botozo fu molto crucciato, e disse: che è lo tuo Idio? E egli rispuose: lo mio
Iddio è criatore del cielo e della terra. E lo re disse: come è egli fatto e di
che? Certo, disse Sidrac, lo mio Iddio è una ispirituale sustanzia, e sì è di sì
gran biltà (119), che angeli che risplendono sette cotanti che 'l sole di
biltade, tutto tenpo disiderano lui vedere (120). E lo re si crucciò molto
forte, e fece venire due degli suoi savi, per disputare con Sidrac. E
incominciarono a mostrargli la loro miscredenza. E Sidrac tutti gli vincieva
di loro quistionare, e tuttavia mostrava loro la potenzia di Dio padre
onnipotente. E li miscredenti dissono: vedi lo tuo Idio altressì come noi
vegiamo lo nostro? Sidrac rispose, si (121). Allora dissono gli miscredenti:
priega lo tuo Idio, e noi pregheremo lo nostro, e ciascuno faccia la sua
Page 42
preghiera. E poi gli miscredenti recarono incenso, e incensarono lo loro
iddio; e poi feciono orazione, e dissono così: Noi vi preghiamo che voi non
sofferiate che Sidrac per li suoi incantamenti vinca (122) la nostra credenza.
E allora parlò lo diavolo dentro dall'idola, e disse ad alta boce: prendete
quello incantatore Sidrac, e tagliatelo in quattro pezzi, veggendo tutti quelli
dell'oste. E Sidrac avea isguardato (123) lo cielo, e fatto questa preghiera
che io conterò: Signore Idio, che se' Iddio d'Adamo e d'Eva e di Noè e mio,
che formasti cielo e terra, io credo in voi e nella vostra podestà; io vi priego
che voi degniate di mostrare vostra potenzia, veggente questi
miscredenti (124), e che lo diavolo non abia podere, là ove lo vostro nome
sia nominato. E li miscredenti che udirono lo comandamento del che
diavolo, che dentro all'idola era (125), che 'l teneano per loro idio, sì se ne
mossono (126) ben cinquanta degli uomini, per prendere Sidrac. E
incontanente discese da cielo una folgore, e percosse in su quello ydolo che
teneano per loro iddio, e arselo a modo di cienere (127); e così arsono gli
uomini ch'erano iti per prendere Sidrac. E lo dimonio si partì dell'idola,
faccendo sì grande grida, ch'egli ispaventò tutti quelli che là erano. E
quando lo re vide questo, fu di ciò molto crucciato, vedendo arso lo suo
iddio e la sua gente; e comandò che Sidrac fosse preso, e legate le mani e
piedi, e che fosse ben guardato. E dopo questo, dimorarono in su quella
montagnia da otto giorni, e non sapeano che si fare in su quella montagna,
come quelli che vedeano lume cogli occhi, e erano ciechi della mente. Lo re
Botozo pensò quello che egli avesse a fare, e conobe in suo proponimento
che, s'egli non avesse il consiglio di Sidrac, ch'egli era isconsigliato (128).
Allora fece ragunare tutti i suoi savi, e loro domandò consiglio. Disse lo re:
signori, quelli che ci à condotto insino a qui, per lo cui senno noi ci siamo
venuti, àe molto fallato, e beffato lo nostro iddio e arso e confuso; e non
sapiamo (129) se questo si fosse adivenuto per forza d'arte o per lo suo
iddio (130); ma, in qualunque maniera sia, noi pure abiamo perduto lo
nostro iddio e la sua grande ricchezza; però vi priego che voi guardiate
quello che noi abiamo a fare in questo istrano paese, ove noi siamo. Quando
lo re ebe finita sua diceria, e li savi cominciarono a consigliare lo re. L'uno
dicea: facciamo onore (131) a questo incantatore Sidrac, tanto che noi
abiamo fornita la nostra bisognia, e potrenci vendicare de' nostri nimici: chè
sanza lui non potremo noi fare nulla; e farello ardere e a mala morte poscia
morire, come fecie lo nostro (132) iddio, lo quale egli à così distrutto; e poi
ritorneremo nella nostra terra. E chi dava uno consiglio e chi dava un altro.
iddio; e poi feciono orazione, e dissono così: Noi vi preghiamo che voi non
sofferiate che Sidrac per li suoi incantamenti vinca (122) la nostra credenza.
E allora parlò lo diavolo dentro dall'idola, e disse ad alta boce: prendete
quello incantatore Sidrac, e tagliatelo in quattro pezzi, veggendo tutti quelli
dell'oste. E Sidrac avea isguardato (123) lo cielo, e fatto questa preghiera
che io conterò: Signore Idio, che se' Iddio d'Adamo e d'Eva e di Noè e mio,
che formasti cielo e terra, io credo in voi e nella vostra podestà; io vi priego
che voi degniate di mostrare vostra potenzia, veggente questi
miscredenti (124), e che lo diavolo non abia podere, là ove lo vostro nome
sia nominato. E li miscredenti che udirono lo comandamento del che
diavolo, che dentro all'idola era (125), che 'l teneano per loro idio, sì se ne
mossono (126) ben cinquanta degli uomini, per prendere Sidrac. E
incontanente discese da cielo una folgore, e percosse in su quello ydolo che
teneano per loro iddio, e arselo a modo di cienere (127); e così arsono gli
uomini ch'erano iti per prendere Sidrac. E lo dimonio si partì dell'idola,
faccendo sì grande grida, ch'egli ispaventò tutti quelli che là erano. E
quando lo re vide questo, fu di ciò molto crucciato, vedendo arso lo suo
iddio e la sua gente; e comandò che Sidrac fosse preso, e legate le mani e
piedi, e che fosse ben guardato. E dopo questo, dimorarono in su quella
montagnia da otto giorni, e non sapeano che si fare in su quella montagna,
come quelli che vedeano lume cogli occhi, e erano ciechi della mente. Lo re
Botozo pensò quello che egli avesse a fare, e conobe in suo proponimento
che, s'egli non avesse il consiglio di Sidrac, ch'egli era isconsigliato (128).
Allora fece ragunare tutti i suoi savi, e loro domandò consiglio. Disse lo re:
signori, quelli che ci à condotto insino a qui, per lo cui senno noi ci siamo
venuti, àe molto fallato, e beffato lo nostro iddio e arso e confuso; e non
sapiamo (129) se questo si fosse adivenuto per forza d'arte o per lo suo
iddio (130); ma, in qualunque maniera sia, noi pure abiamo perduto lo
nostro iddio e la sua grande ricchezza; però vi priego che voi guardiate
quello che noi abiamo a fare in questo istrano paese, ove noi siamo. Quando
lo re ebe finita sua diceria, e li savi cominciarono a consigliare lo re. L'uno
dicea: facciamo onore (131) a questo incantatore Sidrac, tanto che noi
abiamo fornita la nostra bisognia, e potrenci vendicare de' nostri nimici: chè
sanza lui non potremo noi fare nulla; e farello ardere e a mala morte poscia
morire, come fecie lo nostro (132) iddio, lo quale egli à così distrutto; e poi
ritorneremo nella nostra terra. E chi dava uno consiglio e chi dava un altro.
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Egli s'acordarono tutti al primo consiglio. E poi lo re mandò dieci delli suoi
savi a Sidrac, là ove egli era legato e guardato, come detto è, e sì gli dicono:
Sidrac, lo re ti manda comandando che tu ubidisca i suoi comandamenti, e
elli ti perdonerà quello che tu ài fatto verso lo suo idio. E Sidrac rispuose, e
disse che di quello non gli chiedeva perdonanza; e poi anche disse: ditegli
che, se egli vuole ch'io compia lo suo servigio, ch'egli si creda in Dio padre
onipotente, creatore del cielo e della terra, e ubidisca i suoi comandamenti;
e io gli mosterrò chiaramente le potentissime e le graziosissime cose del
cielo. E gli messaggi tornarono al re, e si gli dissono la risposta di Sidrac; e
lo re di ciò fue molto crucciato, e comandò che fosse lasciato istare così
legato in prigione X giorni. E in capo di X giorni lo re gli mandò quelle
medesime parole (133) di prima. Sidrac simigliantemente come di prima gli
rispuose. E quando lo re vide che non poteva altro fare, e egli e la sua gente
era isconsigliato (134), che niuno perfetto consiglio non aveano, se Sidrac
non vi fosse, si mandò per lui, e fecelo diliberare de' legami. E Sidrac venne
a lui, e disse: voi m'avete fatto venire qui dinanzi a voi, non so perchè
cagione neanche, che in verità, per lo mio Idio vero del cielo, ch'è possente
sopra tutte le cose e sopra gli tuoi idii e sopra tutto lo mondo, ch'io gli ò
fatto una promessa: che per me nè per lo mio consiglio lo tuo bisogno non
sarà facto, nè per dono nè per parole che tu mi sapi dire o fare; anzi ti
lascierò perire, te con tutta tua gente, in su questa montagnia, e non avrai
aiuto nè consiglio, nè chi (135) te lo sappia dare, se non il solo Idio; e, se a
lui piace, egli ti darà il consiglio, o per me, ch'io ti consigli io, o per altrui
che a lui piaccia. E se di tutto questo tu vuogli iscampare, tu e la tua gente,
e avere lo tuo disio, sì ti conviene credere in Dio del cielo, e ubidire i suoi
comandamenti, e disfare e rinegare i tuoi idii, i quali sono alberghi e
abitacoli del diavolo, il quale Idio cacciò di cielo per lo suo argoglio (136).
Quando lo re Botozo udì tanto dispregiare e avilire i suoi idii, cui egli tanto
amava e onorava, sì gli disse, per grande cruccio: tu non mi saprai tanto i
miei idii avilire, che io allo tuo perciò creda, se di lui o da lui alcuna
certezza non ne veggio, apertamente. Ciò ti mosterrò io bene, disse Sidrac.
E lo re disse: ora lo mi mostra, e io crederò nel tuo Iddio. E Sidrac si trasse
uno poco in disparte, e riguardò verso il cielo, e fece questa preghiera:
Messere Domenedio, piatoso padre e udevole (137), criatore del cielo e
della terra, che creasti cielo e terra e acqua, e creasti gli angioli dentro dal
cielo, e a loro donasti biltà e sapienzia e allegreza e spirito sanza
corpo (138), messere, quelli malvagi si innorgoglirono e rubelloronsi da
savi a Sidrac, là ove egli era legato e guardato, come detto è, e sì gli dicono:
Sidrac, lo re ti manda comandando che tu ubidisca i suoi comandamenti, e
elli ti perdonerà quello che tu ài fatto verso lo suo idio. E Sidrac rispuose, e
disse che di quello non gli chiedeva perdonanza; e poi anche disse: ditegli
che, se egli vuole ch'io compia lo suo servigio, ch'egli si creda in Dio padre
onipotente, creatore del cielo e della terra, e ubidisca i suoi comandamenti;
e io gli mosterrò chiaramente le potentissime e le graziosissime cose del
cielo. E gli messaggi tornarono al re, e si gli dissono la risposta di Sidrac; e
lo re di ciò fue molto crucciato, e comandò che fosse lasciato istare così
legato in prigione X giorni. E in capo di X giorni lo re gli mandò quelle
medesime parole (133) di prima. Sidrac simigliantemente come di prima gli
rispuose. E quando lo re vide che non poteva altro fare, e egli e la sua gente
era isconsigliato (134), che niuno perfetto consiglio non aveano, se Sidrac
non vi fosse, si mandò per lui, e fecelo diliberare de' legami. E Sidrac venne
a lui, e disse: voi m'avete fatto venire qui dinanzi a voi, non so perchè
cagione neanche, che in verità, per lo mio Idio vero del cielo, ch'è possente
sopra tutte le cose e sopra gli tuoi idii e sopra tutto lo mondo, ch'io gli ò
fatto una promessa: che per me nè per lo mio consiglio lo tuo bisogno non
sarà facto, nè per dono nè per parole che tu mi sapi dire o fare; anzi ti
lascierò perire, te con tutta tua gente, in su questa montagnia, e non avrai
aiuto nè consiglio, nè chi (135) te lo sappia dare, se non il solo Idio; e, se a
lui piace, egli ti darà il consiglio, o per me, ch'io ti consigli io, o per altrui
che a lui piaccia. E se di tutto questo tu vuogli iscampare, tu e la tua gente,
e avere lo tuo disio, sì ti conviene credere in Dio del cielo, e ubidire i suoi
comandamenti, e disfare e rinegare i tuoi idii, i quali sono alberghi e
abitacoli del diavolo, il quale Idio cacciò di cielo per lo suo argoglio (136).
Quando lo re Botozo udì tanto dispregiare e avilire i suoi idii, cui egli tanto
amava e onorava, sì gli disse, per grande cruccio: tu non mi saprai tanto i
miei idii avilire, che io allo tuo perciò creda, se di lui o da lui alcuna
certezza non ne veggio, apertamente. Ciò ti mosterrò io bene, disse Sidrac.
E lo re disse: ora lo mi mostra, e io crederò nel tuo Iddio. E Sidrac si trasse
uno poco in disparte, e riguardò verso il cielo, e fece questa preghiera:
Messere Domenedio, piatoso padre e udevole (137), criatore del cielo e
della terra, che creasti cielo e terra e acqua, e creasti gli angioli dentro dal
cielo, e a loro donasti biltà e sapienzia e allegreza e spirito sanza
corpo (138), messere, quelli malvagi si innorgoglirono e rubelloronsi da
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voi; per la loro cupidenzia (139) seguitarono Setanasso; e la vostra umiltà
disciese in terra, e formaste tutte le cose corporali, e l'altre che ci sono, e
formasti Adamo di terra, e gli donasti spirito di vita; e poi formasti Eva
della sua diritta costa; priegoti che mi debi mandare, per la tua santa
pietade, la tua sancta grazia, sicchè io possa vinciere lo nemico crudele, e
fare tornare questi miscredenti allo tuo sancto nome. Quando egli ebe finita
la sua preghiera, e un angelo disciese da cielo, e venne a lui e disse: Sidrac,
Iddio à udita la tua preghiera, sicchè tu confonderai lo nimico e lo suo
podere; e la grazia di Dio è isciesa in te, sicchè tu saprai mostrare a questi
miscredenti dal cominciamento del mondo infino alla venuta del verace
profeta figliuolo di Dio; e anche saprai mostrare infino alla venuta del falso
profeta figliuolo di Satanas; e anche saprai mostrare infino alla fine del
mondo. Piglia uno vasello (140) di terra, e asettalo (141) in su tre legni, al
nome della sancta trinità, padre e figliuolo e spirito sancto, tre persone in
uno Idio (142); e enpi lo vasello d'acqua, e poi vedrai la vertude di Dio, e
mostralo a questi miscredenti. E allora l'agnolo si partì. E Sidrac venne
verso lo re, e disse: messere lo re, io vi mosterrò la potenzia del mio buono
Idio. E lo re disse, con grande cruccio: mostralomi, che voglio vedere s'egli
è migliore che 'l mio. E Sidrac fece recare uno vasello di terra, e fecielo
enpiere d'acqua, e si lo puose (143) in su tre legni (144), siccome l'agnolo
gl'insegnò. E incontanente vide l'onbra della santa trinitade, ed una boce si
gridò ad alti (145), e disse: re Botozo, guarda nell'acqua del vasello, e
vedrai lo verace Idio, re di tutto il mondo. E lo re venne con grande ira, e
riguardò nell'acqua, e vide l'onbra della santa trinitade, padre e figlio e
spirito sancto, in una sedia (146), e gli angeli cantando e glorificando lo
padre e lo figliuolo e lo spirito sancto. Era lo figliuolo col padre, e tutti e tre
erano uno (147). Quando lo re vide questo, ebene grande allegreza, e
parveli (148) essere in gloria. E allora disse lo re: Sidrac, io credo nel tuo
Iddio, e in quello ch'è di lui e fu e sarà; ma io ti priego che tu mi dichi come
egli sono tre. Disse Sidrac: messere, questa è la sancta trinitade, ed è padre,
figlio e spirito sancto, e sono tre persone e uno Idio. Disse lo re: come
conversan'eglino insieme? Messere, disse Sidrac, come lo sole, ch'e tre cose
in uno: la prima è la sustanzia, la seconda è lo chiarore, la terza è lo calore.
La proprietà, cioè la sustanzia, si è lo padre, e la chiarità si è lo figliuolo, e
lo calore si è lo sancto spirito. Queste sono tre cose in una; altressì possono
essere tre in uno Idio. Quando Sidrac ebe tosto detta questa ragione, molto
piacque allo re, e ebene grande allegreza, e gridò ad alta boce: Io adoro e
disciese in terra, e formaste tutte le cose corporali, e l'altre che ci sono, e
formasti Adamo di terra, e gli donasti spirito di vita; e poi formasti Eva
della sua diritta costa; priegoti che mi debi mandare, per la tua santa
pietade, la tua sancta grazia, sicchè io possa vinciere lo nemico crudele, e
fare tornare questi miscredenti allo tuo sancto nome. Quando egli ebe finita
la sua preghiera, e un angelo disciese da cielo, e venne a lui e disse: Sidrac,
Iddio à udita la tua preghiera, sicchè tu confonderai lo nimico e lo suo
podere; e la grazia di Dio è isciesa in te, sicchè tu saprai mostrare a questi
miscredenti dal cominciamento del mondo infino alla venuta del verace
profeta figliuolo di Dio; e anche saprai mostrare infino alla venuta del falso
profeta figliuolo di Satanas; e anche saprai mostrare infino alla fine del
mondo. Piglia uno vasello (140) di terra, e asettalo (141) in su tre legni, al
nome della sancta trinità, padre e figliuolo e spirito sancto, tre persone in
uno Idio (142); e enpi lo vasello d'acqua, e poi vedrai la vertude di Dio, e
mostralo a questi miscredenti. E allora l'agnolo si partì. E Sidrac venne
verso lo re, e disse: messere lo re, io vi mosterrò la potenzia del mio buono
Idio. E lo re disse, con grande cruccio: mostralomi, che voglio vedere s'egli
è migliore che 'l mio. E Sidrac fece recare uno vasello di terra, e fecielo
enpiere d'acqua, e si lo puose (143) in su tre legni (144), siccome l'agnolo
gl'insegnò. E incontanente vide l'onbra della santa trinitade, ed una boce si
gridò ad alti (145), e disse: re Botozo, guarda nell'acqua del vasello, e
vedrai lo verace Idio, re di tutto il mondo. E lo re venne con grande ira, e
riguardò nell'acqua, e vide l'onbra della santa trinitade, padre e figlio e
spirito sancto, in una sedia (146), e gli angeli cantando e glorificando lo
padre e lo figliuolo e lo spirito sancto. Era lo figliuolo col padre, e tutti e tre
erano uno (147). Quando lo re vide questo, ebene grande allegreza, e
parveli (148) essere in gloria. E allora disse lo re: Sidrac, io credo nel tuo
Iddio, e in quello ch'è di lui e fu e sarà; ma io ti priego che tu mi dichi come
egli sono tre. Disse Sidrac: messere, questa è la sancta trinitade, ed è padre,
figlio e spirito sancto, e sono tre persone e uno Idio. Disse lo re: come
conversan'eglino insieme? Messere, disse Sidrac, come lo sole, ch'e tre cose
in uno: la prima è la sustanzia, la seconda è lo chiarore, la terza è lo calore.
La proprietà, cioè la sustanzia, si è lo padre, e la chiarità si è lo figliuolo, e
lo calore si è lo sancto spirito. Queste sono tre cose in una; altressì possono
essere tre in uno Idio. Quando Sidrac ebe tosto detta questa ragione, molto
piacque allo re, e ebene grande allegreza, e gridò ad alta boce: Io adoro e
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credo nello Idio di Sidrac, padre e figlio e sancto spirito, tre persone in uno
Idio (149), e sancta trinitade. Quando ebe questo detto, la sua gente se ne
crucciò molto, e giurarono tutti la morte di Sidrac; e consigliaronsi una
partita (150) insieme, e dissono: lo nostro re à perduto lo senno, e Sidrac lo
'ncantatore l'à ingannato, e àgli fatto rinegare lo suo buono iddio, e di suo
padre e di suo avolo. E vennono a lui e dissono: male ài fatto; la tua gente è
malamente crucciata (151) verso di te, di quello che voi avete fatto, e
creduto a quello incantatore Sidrac; chè gli suoi incantamenti ànno disfatto
lo tuo buono idio; e te à fatto rinegare i tuoi buoni idii, del tuo padre e del
tuo avolo. E lo re rispuose e disse: io ò lasciato la bruttura e preso lo fino
oro (152); che lo mio padre e li miei anticessori e io avavamo malvagio
Idio; ma Sidrac m'à mostrato lo chiarore del mondo; e insino a qui ò avuto
ria credenza; e da ora inanzi io non avrò altro Idio, se non colui che creò lo
cielo e la terra; e, se a lui piace, nella sua credenza voglio vivere e morire, e
lui voglio adorare e sacrificare, e non altro Idio che lui. Di questa risposta si
crucciò molto la gente sua, che d'intorno a lui erano; e tornarono indrieto, e
consigliaronsi insieme d'avere savi che quistionassono con Sidrac; e
elessono quattro, i più savi uomini dell'oste, che lo mattassero (153), acciò
che lo re tornasse alla sua credenza. E vennono allo re, dissono che voleano
disputare con Sidrac. E lo re di ciò molto si contentò, e Sidrac. E allora
cominciarono a disputare insieme, e dimostravano la loro miscredenza; e
Sidrac mostrò loro la potenza di Dio, e come fece lo cielo e la terra e lo sole
e la luna e tutte l'altre cose ch'al mondo sono; sicchè coloro non si poteano
difendere da lui; ma disono: se il tuo Idio è così buono e leale come tu di',
bei questo bicchiere pieno di veleno aguto, che noi abiamo fatto recare. E
Sidrac istese la mano, e prese il bicchiere, e disse: io beo questo bicchiere
pieno di veleno aguto (154), al nome del mio Idio che creò lo cielo e la
terra. E bevvelo, e incontanente ch'egli l'ebbe bevuto, dimorò più fresco e
più chiaro (155) che prima; e tutti quegli che lo vidono, di ciò assai si
maravigliarono. E lo re ebe di ciò grande allegreza; più perfettamente amò
Idio onipotente. E incontanente disciese di cielo un fuoco con folgore (156),
sopra quelli quattro savi, e abattegli morti incontanente. Quando gli altri
videro questo, incominciarono a dire l'uno all'altro: se lo Iddio di questo
uomo non fosse buono e leale, egli non sarebbe iscanpato di quello veleno,
anzi sarebe incontanente morto, nè costoro non sarebono arsi. Ma perchè
furono folli, diceano male del suo Iddio, si ne fece questa maraviglia. E la
maggior parte della gente, e spezialmente del popolo minuto, si
Idio (149), e sancta trinitade. Quando ebe questo detto, la sua gente se ne
crucciò molto, e giurarono tutti la morte di Sidrac; e consigliaronsi una
partita (150) insieme, e dissono: lo nostro re à perduto lo senno, e Sidrac lo
'ncantatore l'à ingannato, e àgli fatto rinegare lo suo buono iddio, e di suo
padre e di suo avolo. E vennono a lui e dissono: male ài fatto; la tua gente è
malamente crucciata (151) verso di te, di quello che voi avete fatto, e
creduto a quello incantatore Sidrac; chè gli suoi incantamenti ànno disfatto
lo tuo buono idio; e te à fatto rinegare i tuoi buoni idii, del tuo padre e del
tuo avolo. E lo re rispuose e disse: io ò lasciato la bruttura e preso lo fino
oro (152); che lo mio padre e li miei anticessori e io avavamo malvagio
Idio; ma Sidrac m'à mostrato lo chiarore del mondo; e insino a qui ò avuto
ria credenza; e da ora inanzi io non avrò altro Idio, se non colui che creò lo
cielo e la terra; e, se a lui piace, nella sua credenza voglio vivere e morire, e
lui voglio adorare e sacrificare, e non altro Idio che lui. Di questa risposta si
crucciò molto la gente sua, che d'intorno a lui erano; e tornarono indrieto, e
consigliaronsi insieme d'avere savi che quistionassono con Sidrac; e
elessono quattro, i più savi uomini dell'oste, che lo mattassero (153), acciò
che lo re tornasse alla sua credenza. E vennono allo re, dissono che voleano
disputare con Sidrac. E lo re di ciò molto si contentò, e Sidrac. E allora
cominciarono a disputare insieme, e dimostravano la loro miscredenza; e
Sidrac mostrò loro la potenza di Dio, e come fece lo cielo e la terra e lo sole
e la luna e tutte l'altre cose ch'al mondo sono; sicchè coloro non si poteano
difendere da lui; ma disono: se il tuo Idio è così buono e leale come tu di',
bei questo bicchiere pieno di veleno aguto, che noi abiamo fatto recare. E
Sidrac istese la mano, e prese il bicchiere, e disse: io beo questo bicchiere
pieno di veleno aguto (154), al nome del mio Idio che creò lo cielo e la
terra. E bevvelo, e incontanente ch'egli l'ebbe bevuto, dimorò più fresco e
più chiaro (155) che prima; e tutti quegli che lo vidono, di ciò assai si
maravigliarono. E lo re ebe di ciò grande allegreza; più perfettamente amò
Idio onipotente. E incontanente disciese di cielo un fuoco con folgore (156),
sopra quelli quattro savi, e abattegli morti incontanente. Quando gli altri
videro questo, incominciarono a dire l'uno all'altro: se lo Iddio di questo
uomo non fosse buono e leale, egli non sarebbe iscanpato di quello veleno,
anzi sarebe incontanente morto, nè costoro non sarebono arsi. Ma perchè
furono folli, diceano male del suo Iddio, si ne fece questa maraviglia. E la
maggior parte della gente, e spezialmente del popolo minuto, si
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convertirono a Dio. E lo re diventò più fermamente più credente in Dio.
Quando lo diavolo vede che à ricevuto sì grande inganno (157) per Sidrac,
si cominciò a gridare altamente, per li idoli (158), che v'erano ancora, da
nove o dieci, che non erano ancora disfatti, e diceano: re Botozo, cattivo,
che ài fatto tu? ài creduto i detti e gl'incantamenti di Sidrac, el (159) grande
incantatore; tu ài lasciato noi, e noi lascieremo te; e le tue (160) offerte
giammai non riceveremo, e li tuoi beni distrugeremo, e le tue bestie
uccideremo, e li tuoi nimici sopra te manderemo; del tuo reame a tua onta ti
caccieremo, e gli tuoi figliuoli e gli tuoi parenti perderai, e a grande dolore
ti faremo morire. E se tu vorrai iscanpare, sotto i piedi degli tuoi cavagli
(161) fa incontanente ardere lo incantatore, che t'à tracto (162) della nostra
buona credenza; e fa ronpere quello vasello; e quell'acqua che v'è dentro
falla (163) gettare sotto i piedi de' cavagli (164), ch'è tutta incantata di
grandi incantamenti; e gli tre legni fa ardere, chè Sidrac incantatore della
credenza sancta e degna di tuo padre e di tuo avolo e delli tuoi anticessori ti
vuole levare; e lo capo a lui fa tagliare. Quando lo re Botozo e la sua gente
udirono questo, egli si maravigliarono molto di ciò; e Sidrac, che gli vide
essere ismagati (165), fu molto adirato, e dissegli: re Botozo, la tua
credenza abbi in Dio fermamente, e guarda che lo ingegno (166) del diavolo
non ti sormonti (167); chè per lo padre del cielo, cioè Idio, io isconfonderò
lo diavolo e lo suo podere. Allora prese Sidrac una iscure (168), e disse agli
demoni che dentro v'erano: io vi caccierò per la potenzia di Dio padre
onnipotente. E comincia a dare della scure per l'idoli, e tutti quanti gli
ruppe. Quando i diavoli vidono che non vi poteano più dimorare, partironsi,
e feciono uno romore sì grande (169), che tutta la gente si spaventò. Allora
venne uno tuono per la terra, per lo 'ngegno (170) del nimico, che parve
loro che tutta la terra dovesse profondare; (171) e cominciò a balenare e a
tonare e a piovere sì forte, che tutta la contrada allagava, e pareva che la
terra dovesse allagare (172). Quando lo re e la sua gente videro
questo (173), forte si maravigliarono (174); e Sidrac disse: messer lo re, non
vi isgomentate, chè la forza di Dio del cielo è maggiore che lo 'ngegno del
diavolo, e confortatevi che (175), se a Dio piace, voi vedrete incontanente la
grazia di Dio sopra voi e sopra coloro che in lui crederanno. E incontanente
disciese uno angiolo da cielo, con grande luminaria (176), e disse: Sidrac,
piglia dell'acqua di quello vasello, e gittane a quattro cantoni del
padiglione (177), al nome della sancta trinità; e piglia l'uno di quegli legni,
e picchia (178) l'uno sopra l'altro per lo padiglione, al nome di Dio
Quando lo diavolo vede che à ricevuto sì grande inganno (157) per Sidrac,
si cominciò a gridare altamente, per li idoli (158), che v'erano ancora, da
nove o dieci, che non erano ancora disfatti, e diceano: re Botozo, cattivo,
che ài fatto tu? ài creduto i detti e gl'incantamenti di Sidrac, el (159) grande
incantatore; tu ài lasciato noi, e noi lascieremo te; e le tue (160) offerte
giammai non riceveremo, e li tuoi beni distrugeremo, e le tue bestie
uccideremo, e li tuoi nimici sopra te manderemo; del tuo reame a tua onta ti
caccieremo, e gli tuoi figliuoli e gli tuoi parenti perderai, e a grande dolore
ti faremo morire. E se tu vorrai iscanpare, sotto i piedi degli tuoi cavagli
(161) fa incontanente ardere lo incantatore, che t'à tracto (162) della nostra
buona credenza; e fa ronpere quello vasello; e quell'acqua che v'è dentro
falla (163) gettare sotto i piedi de' cavagli (164), ch'è tutta incantata di
grandi incantamenti; e gli tre legni fa ardere, chè Sidrac incantatore della
credenza sancta e degna di tuo padre e di tuo avolo e delli tuoi anticessori ti
vuole levare; e lo capo a lui fa tagliare. Quando lo re Botozo e la sua gente
udirono questo, egli si maravigliarono molto di ciò; e Sidrac, che gli vide
essere ismagati (165), fu molto adirato, e dissegli: re Botozo, la tua
credenza abbi in Dio fermamente, e guarda che lo ingegno (166) del diavolo
non ti sormonti (167); chè per lo padre del cielo, cioè Idio, io isconfonderò
lo diavolo e lo suo podere. Allora prese Sidrac una iscure (168), e disse agli
demoni che dentro v'erano: io vi caccierò per la potenzia di Dio padre
onnipotente. E comincia a dare della scure per l'idoli, e tutti quanti gli
ruppe. Quando i diavoli vidono che non vi poteano più dimorare, partironsi,
e feciono uno romore sì grande (169), che tutta la gente si spaventò. Allora
venne uno tuono per la terra, per lo 'ngegno (170) del nimico, che parve
loro che tutta la terra dovesse profondare; (171) e cominciò a balenare e a
tonare e a piovere sì forte, che tutta la contrada allagava, e pareva che la
terra dovesse allagare (172). Quando lo re e la sua gente videro
questo (173), forte si maravigliarono (174); e Sidrac disse: messer lo re, non
vi isgomentate, chè la forza di Dio del cielo è maggiore che lo 'ngegno del
diavolo, e confortatevi che (175), se a Dio piace, voi vedrete incontanente la
grazia di Dio sopra voi e sopra coloro che in lui crederanno. E incontanente
disciese uno angiolo da cielo, con grande luminaria (176), e disse: Sidrac,
piglia dell'acqua di quello vasello, e gittane a quattro cantoni del
padiglione (177), al nome della sancta trinità; e piglia l'uno di quegli legni,
e picchia (178) l'uno sopra l'altro per lo padiglione, al nome di Dio
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onipotente; e allora si confonderà il diavolo. Allora si partì l'agnolo, e
Sydrac (179) fece lo suo comandamento; e in quella ora medesima la
tenpesta rimase, e incontanente disciese un altro agnolo da cielo, con una
ispada di fuoco in mano, e fedì lo diavolo, e confondello, e arse tutte l'idole.
Quando gli altri che non erano ancora convertiti vidono questo miracolo di
Dio, si convertirono tutti a lui. Lo re ebbe di ciò grande allegreza, e molto
ringraziò Iddio e lo suo padre (180). E poi domandò Sidrac quello che
significavano gli tre legni (181) e lo vasello e l'acqua che v'è dentro, e
quella ch'egli gittò ne' quattro canti del padiglione, e gli due legni che tu
battesti l'uno contro l'altro. E Sidrac disse: messere, io vel dirò: la
significazione di ciò che voi m'avete domandato volentieri vel dirò, colla
grazia di Dio: gli tre legni significano la sancta trinità, padre e figliuolo e
spirito sancto, tre persone in uno Dio (182). Lo vasello della terra significa
lo mondo, lo quale è sostenuto dalla sancta trinità (183). L'acqua che v'è
dentro significa lo figliuolo di Dio, che verrà nella Vergine, e prenderà in lei
corpo, e serà salvazione del mondo e degli suoi amici, e confusione del
diavolo e del suo podere e della sua credenza e degli suoi amici. E quello
prezioso corpo, che 'l figliuolo di Dio prenderà nella vergine Maria, morirà
nella crocie, e sarà messo in terra, siccome quella acqua fu messa dentro a
quello vasello di terra. E per quello crucificamento (184) e morte diliberrà
Adamo e gli suoi parenti del podere del diavolo. Quella acqua che io gittava
ne' quattro canti del padiglione, significa (185) che 'l figliuolo di Dio sarà
battezzato (186) in acqua, e sarà (187) novella legge. I quattro cantoni
significano quattro buoni uomini, che saranno al tenpo del verace profeta
figliuolo di Dio, e saranno de' suoi disciepoli, e scriveranno lo suo detto e lo
suo comandamento e li suoi miracoli; e saranno allevati e cresciuti (188)
per li quattro elementi (189) del mondo; e per quelle iscritture confonderà
lo diavolo e lo suo podere. I due legni ch'io battei l'uno coll'altro per lo
padiglione, significano i santi uomini che saranno disciepoli del figliuolo di
Dio verace profeta; e andranno per l'universo mondo, e chiameranno le
genti che saranno perdute per la loro miscredenza; e convertirannole (190)
alla fede del verace profeta figliuolo di Dio, e sì gli salveranno (191).
Quando lo re udì questo dire a Sidrac, piacquegli molto, e ebene grande
allegreza; sì si affermò più nella credenza di Dio adorare, e credette (192)
nel suo nome perfettamente. E volle che Sidrac gli dischiarasse di belle
quistioni, che avea volontà che dischiarate gli fossono, e non trovava niuno
Sydrac (179) fece lo suo comandamento; e in quella ora medesima la
tenpesta rimase, e incontanente disciese un altro agnolo da cielo, con una
ispada di fuoco in mano, e fedì lo diavolo, e confondello, e arse tutte l'idole.
Quando gli altri che non erano ancora convertiti vidono questo miracolo di
Dio, si convertirono tutti a lui. Lo re ebbe di ciò grande allegreza, e molto
ringraziò Iddio e lo suo padre (180). E poi domandò Sidrac quello che
significavano gli tre legni (181) e lo vasello e l'acqua che v'è dentro, e
quella ch'egli gittò ne' quattro canti del padiglione, e gli due legni che tu
battesti l'uno contro l'altro. E Sidrac disse: messere, io vel dirò: la
significazione di ciò che voi m'avete domandato volentieri vel dirò, colla
grazia di Dio: gli tre legni significano la sancta trinità, padre e figliuolo e
spirito sancto, tre persone in uno Dio (182). Lo vasello della terra significa
lo mondo, lo quale è sostenuto dalla sancta trinità (183). L'acqua che v'è
dentro significa lo figliuolo di Dio, che verrà nella Vergine, e prenderà in lei
corpo, e serà salvazione del mondo e degli suoi amici, e confusione del
diavolo e del suo podere e della sua credenza e degli suoi amici. E quello
prezioso corpo, che 'l figliuolo di Dio prenderà nella vergine Maria, morirà
nella crocie, e sarà messo in terra, siccome quella acqua fu messa dentro a
quello vasello di terra. E per quello crucificamento (184) e morte diliberrà
Adamo e gli suoi parenti del podere del diavolo. Quella acqua che io gittava
ne' quattro canti del padiglione, significa (185) che 'l figliuolo di Dio sarà
battezzato (186) in acqua, e sarà (187) novella legge. I quattro cantoni
significano quattro buoni uomini, che saranno al tenpo del verace profeta
figliuolo di Dio, e saranno de' suoi disciepoli, e scriveranno lo suo detto e lo
suo comandamento e li suoi miracoli; e saranno allevati e cresciuti (188)
per li quattro elementi (189) del mondo; e per quelle iscritture confonderà
lo diavolo e lo suo podere. I due legni ch'io battei l'uno coll'altro per lo
padiglione, significano i santi uomini che saranno disciepoli del figliuolo di
Dio verace profeta; e andranno per l'universo mondo, e chiameranno le
genti che saranno perdute per la loro miscredenza; e convertirannole (190)
alla fede del verace profeta figliuolo di Dio, e sì gli salveranno (191).
Quando lo re udì questo dire a Sidrac, piacquegli molto, e ebene grande
allegreza; sì si affermò più nella credenza di Dio adorare, e credette (192)
nel suo nome perfettamente. E volle che Sidrac gli dischiarasse di belle
quistioni, che avea volontà che dischiarate gli fossono, e non trovava niuno
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uomo che gli sapesse dire, se non Sidrac. Le quali quistioni furono nel torno
di 565. E lo re domandò Sidrac e disse:
(15) Abbiamo corretto col C. R. 2. Il C. L. ha: „le quali egli ha promesso di dare loro il paradiso.„
(16) Volle C. R. 2.
(17) Sapesseno C. R. 2.
(18) Insine C. R. 2.
(19) ... qui ensegnoient les gens a vivre selon leur usages; et tous ceulx qui maintiendront leurs
usaige, ec. C. F. R. — che insegnavano vivere alle genti li vizi che allora erano, e tucti quelli
che manteneano le loro uzanze, ec. C. R. 2. — Ci sembra evidente che sia qui usato vizii per
vezzi (usi, consuetudini), due parole che hanno comune la loro origine in vitium lat.
(20) Nella compagnia C. R. 2.
(21) Le jugement de nostre Segnor dou deluge il ne fu per autre cose, etc. C. F. R. Da causa, ant. fr.,
cause, cose.
(22) habitarono in terra e cominciarono C. R. 2.
(23) uzanza C. R. 2.
(24) Et Deu les beney; et leur dona la beneixion de croistre et de multiplier lor decedence qui ot nom
Iafem de generation en generation, si maintindrent la loy de Deu ce que lor pere Noe tenoit.
C. F. R. — E Idio diede loro la perfectione di crescere e di multiplicare il mondo uno de'
figliuoli di Noe, che ebbe nome Giafet, di generatione in generatione, che di lui nacquero quelli
che mantennero la fede di Dio, sì come Noe loro padre l'avea. C. R. 2.
(25) Meraviglia C. L. — Abbiamo corr. col C. F. R. e col C. R. 2.
(26) Figliuolo C. R. 2.
(27) Sydrac C. F. R. — Sidracha C. R. 2.
(28) le quel enpli le monde de toutes sciences de savoir toutes les coses. C. F. R.
(29) Cestui Sidrac Deu le deigna de mostrer per sa grace la forme de la soe sainte trinite.
C. F. R. — E questo Sidrach Idio si degnò per sua gratia e misericordia di mostralli la forma
della sua santa trinità. C. R. 2.
(30) Nontior C. F. R.
(31) Il C. R. 2. ha qui e sempre: autre.
(32) Boctus C. F. R. — Bottus C. R. 2.
(33) Convertire C. L. Abbiamo corretto col C. F. R. e col C. R. 2.
(34) Gl'idoli sordi e mutoli C. R. 2.
(35) Conteremo. C. R. 2.
(36) Trataber C. R. 2. — Al C. F. R. manca.
(37) per la gratia di Dio nostro signore Jesu Xpo e della sua madre madonna sancta Maria C. R. 2.
Qui nel C. R. 2. è una divisione di capitolo, e ciò che segue è intitolato così: Coma lo re Botus
domanda Sidrach di quistioni.
(38) glie le dispianò C. R. 2.
(39) per la qual cosa gli piacque molto, e sì ne fecie questo libro C. R. 2.
(40) par la trait dou deable C. F. R. Potrebbe leggersi ancora par l'atrait; e corrisponderebbe meglio
alla traduzione italiana.
(41) Madiano C. R. 2. — Madiam C. F. R.
di 565. E lo re domandò Sidrac e disse:
(15) Abbiamo corretto col C. R. 2. Il C. L. ha: „le quali egli ha promesso di dare loro il paradiso.„
(16) Volle C. R. 2.
(17) Sapesseno C. R. 2.
(18) Insine C. R. 2.
(19) ... qui ensegnoient les gens a vivre selon leur usages; et tous ceulx qui maintiendront leurs
usaige, ec. C. F. R. — che insegnavano vivere alle genti li vizi che allora erano, e tucti quelli
che manteneano le loro uzanze, ec. C. R. 2. — Ci sembra evidente che sia qui usato vizii per
vezzi (usi, consuetudini), due parole che hanno comune la loro origine in vitium lat.
(20) Nella compagnia C. R. 2.
(21) Le jugement de nostre Segnor dou deluge il ne fu per autre cose, etc. C. F. R. Da causa, ant. fr.,
cause, cose.
(22) habitarono in terra e cominciarono C. R. 2.
(23) uzanza C. R. 2.
(24) Et Deu les beney; et leur dona la beneixion de croistre et de multiplier lor decedence qui ot nom
Iafem de generation en generation, si maintindrent la loy de Deu ce que lor pere Noe tenoit.
C. F. R. — E Idio diede loro la perfectione di crescere e di multiplicare il mondo uno de'
figliuoli di Noe, che ebbe nome Giafet, di generatione in generatione, che di lui nacquero quelli
che mantennero la fede di Dio, sì come Noe loro padre l'avea. C. R. 2.
(25) Meraviglia C. L. — Abbiamo corr. col C. F. R. e col C. R. 2.
(26) Figliuolo C. R. 2.
(27) Sydrac C. F. R. — Sidracha C. R. 2.
(28) le quel enpli le monde de toutes sciences de savoir toutes les coses. C. F. R.
(29) Cestui Sidrac Deu le deigna de mostrer per sa grace la forme de la soe sainte trinite.
C. F. R. — E questo Sidrach Idio si degnò per sua gratia e misericordia di mostralli la forma
della sua santa trinità. C. R. 2.
(30) Nontior C. F. R.
(31) Il C. R. 2. ha qui e sempre: autre.
(32) Boctus C. F. R. — Bottus C. R. 2.
(33) Convertire C. L. Abbiamo corretto col C. F. R. e col C. R. 2.
(34) Gl'idoli sordi e mutoli C. R. 2.
(35) Conteremo. C. R. 2.
(36) Trataber C. R. 2. — Al C. F. R. manca.
(37) per la gratia di Dio nostro signore Jesu Xpo e della sua madre madonna sancta Maria C. R. 2.
Qui nel C. R. 2. è una divisione di capitolo, e ciò che segue è intitolato così: Coma lo re Botus
domanda Sidrach di quistioni.
(38) glie le dispianò C. R. 2.
(39) per la qual cosa gli piacque molto, e sì ne fecie questo libro C. R. 2.
(40) par la trait dou deable C. F. R. Potrebbe leggersi ancora par l'atrait; e corrisponderebbe meglio
alla traduzione italiana.
(41) Madiano C. R. 2. — Madiam C. F. R.
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(42) Prine C. F. R. Se non è errore per prince, potrebbe intendersi nel senso che ha il vb. primer.
Nell'ant. fr. si trova prin, per prim, prime.
(43) Manan C. R. 2. — C. F. R.
(44) Traduzione litterale del franc. dou tout en tout, che significa affatto, interamente. Trovasi pure
du tot en tot, des tot en tot. F. Burguy, Gram. II, 329.
(45) Padre C. R. 2., che è certo errore, legg. nel C. F. R. poeir.
(46) Grison C. F. R.
(47) Sabastra C. R. 2. — Sabaste C. F. R.
(48) Dionasile C. R. 2. — Ayo vacileo C. F. R.
(49) Abbiamo corr. col C. R. 2. Il C. L. ha lo al.
(50) Demetrio C. R. 2.
(51) et si fu a Tolette martures et mors. C. F. R. Martures da marturiare.
(52) Manca questo libro al C. L.: abbiamo supplito col C. R. 2.
(53) Chiericia C. R. 2. — Clergie C. F. R.
(54) de gresois en latin. C. F. R.
(55) e ordinò tanto che lo ebe C. R. 2.
(56) le tint en gran chierte por les belles demandes que il trouva en lui C. F. R. Corr. cherte e cf.
Burguy, Gramm., e Littré, Dictionn. Il C. R. 2.: tennelo molto caro per le belle cose che su
v'erano scripte.
(57) lo re Amomeni di Tunisi C. R. 2. — Emir el Momenim C. F. R.
(58) Saracinesco C. R. 2. — Sarazinois C. F. R.
(59) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per titolo: Come lo 'mperadore
Federigo mandò per questo libro allo re di Tunisi.
(60) respontioni C. R. 2.
(61) maraviglionsi C. R. 2. — merveilloyent C. F. R.
(62) Ogier C. F. R.
(63) Todia filosafo C. R. 2. — Todre le phylosophe C. F. R.
(64) Antiochia C. R. 2.
(65) Camberlain C. F. R. Il prov. camarlenc, chamarlenc, è quello che noi chiamiamo oggi
ciamberlano, nell'ant. fr. chambellanc, chamberlens, ufficiale della camera. Manca camarlingo,
in questo significato, alla Crusca.
(66) Teodia C. R. 2.
(67) le manda en present C. F. R.
(68) Antiochia C. R. 2.
(69) Abbiamo corr. col C. R. 2. — Il C. L.: Alleone.
(70) Assemprò C. R. 2. — contecrist C. F. R., errore che forse potrebbe essere corr. in contr'escrsit,
contrescrist, nel senso che ha contrefaire, reproduire, par imitation, quelque chose. Varie forme
ebbe questo vb. al t. p. nell'ant. fr. escrit, escript, escristrent.
(71) ciasquiduno C. R. 2.
(72) De quoy cest livre cascun ne le pot mie avoir C. F. R. De quoy (de coi, d'où vient que) è mal
tradotto per de' quali. E il senso torna meglio secondo il testo francese, facendo punto dopo
buoni libri. Anche il C. R. 2. ha: non lo possono avere.
Nell'ant. fr. si trova prin, per prim, prime.
(43) Manan C. R. 2. — C. F. R.
(44) Traduzione litterale del franc. dou tout en tout, che significa affatto, interamente. Trovasi pure
du tot en tot, des tot en tot. F. Burguy, Gram. II, 329.
(45) Padre C. R. 2., che è certo errore, legg. nel C. F. R. poeir.
(46) Grison C. F. R.
(47) Sabastra C. R. 2. — Sabaste C. F. R.
(48) Dionasile C. R. 2. — Ayo vacileo C. F. R.
(49) Abbiamo corr. col C. R. 2. Il C. L. ha lo al.
(50) Demetrio C. R. 2.
(51) et si fu a Tolette martures et mors. C. F. R. Martures da marturiare.
(52) Manca questo libro al C. L.: abbiamo supplito col C. R. 2.
(53) Chiericia C. R. 2. — Clergie C. F. R.
(54) de gresois en latin. C. F. R.
(55) e ordinò tanto che lo ebe C. R. 2.
(56) le tint en gran chierte por les belles demandes que il trouva en lui C. F. R. Corr. cherte e cf.
Burguy, Gramm., e Littré, Dictionn. Il C. R. 2.: tennelo molto caro per le belle cose che su
v'erano scripte.
(57) lo re Amomeni di Tunisi C. R. 2. — Emir el Momenim C. F. R.
(58) Saracinesco C. R. 2. — Sarazinois C. F. R.
(59) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per titolo: Come lo 'mperadore
Federigo mandò per questo libro allo re di Tunisi.
(60) respontioni C. R. 2.
(61) maraviglionsi C. R. 2. — merveilloyent C. F. R.
(62) Ogier C. F. R.
(63) Todia filosafo C. R. 2. — Todre le phylosophe C. F. R.
(64) Antiochia C. R. 2.
(65) Camberlain C. F. R. Il prov. camarlenc, chamarlenc, è quello che noi chiamiamo oggi
ciamberlano, nell'ant. fr. chambellanc, chamberlens, ufficiale della camera. Manca camarlingo,
in questo significato, alla Crusca.
(66) Teodia C. R. 2.
(67) le manda en present C. F. R.
(68) Antiochia C. R. 2.
(69) Abbiamo corr. col C. R. 2. — Il C. L.: Alleone.
(70) Assemprò C. R. 2. — contecrist C. F. R., errore che forse potrebbe essere corr. in contr'escrsit,
contrescrist, nel senso che ha contrefaire, reproduire, par imitation, quelque chose. Varie forme
ebbe questo vb. al t. p. nell'ant. fr. escrit, escript, escristrent.
(71) ciasquiduno C. R. 2.
(72) De quoy cest livre cascun ne le pot mie avoir C. F. R. De quoy (de coi, d'où vient que) è mal
tradotto per de' quali. E il senso torna meglio secondo il testo francese, facendo punto dopo
buoni libri. Anche il C. R. 2. ha: non lo possono avere.
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(73) Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per titolo: Siccome lo re Bottus
cominciò la ciptà e ongni vuolta era disfacta, onde fece venire tucti li filozafi et i savi.
(74) Persia la grande C. R. 2. — Perce la grant. C. F. R.
(75) Bocteriensa C. R. 2. — Boctoriens C. F. R.
C . et XLVII ans voloit ec. C. F. R.
(76) avint que cil roy Boctus apres la mort de Noe de
VIII
(77) guerdoier C. F. R., che potrebbe essere errore per guerroier o per guarder.
(78) Guarahap C. F. R.
(79) da capo tostamente C. R. 2. — de richief mout austivement C. F. R. De richief corr. de rechief,
re-chief, re chef. Austivement sarebbe forse errore per vistement, che nell'ant. fr. trovasi per
prontamente, tostamente?
(80) Manca ogni cosa al C. L.; abbiamo supplito col C. R. 2.
(81) che C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(82) gueroyer C. F. R.; e ciò conferma l'errore di guerdoyer.
(83) la nocte è abactuto e messo in terra C. R. 2. — le demain se treuve tout abatu C. F. R.
(84) Noi crediamo che da cherere, siasi fatto cherendo, cheiendo, e quindi, pel cambiamento dell'e in
a, caiendo, caendo. E lo stesso cambiamento riscontrasi nell'ant. fr. del Berry, ove in luogo di
chercher si disse charcher. Cf. Jaubert, Gloss., supplément.
(85) Discorso; e in questo senso manca alla Crusca.
(86) Qui nel C. R. 2. è un'altra divisione di capitolo, intitolato: Si come li Savj disseno ch'aveano
veduto come la torre si compierebe.
(87) voleano venire dinanzi da lui C. R. 2. — voloyent venir per devant lui C. F. R.
(88) faites vos bon corage C. F. R.
(89) Abbiamo preferita la lezione del C. R. 2. Il C. L. ha: a quindici dì della luna allora che noi
comincieremo, il punto e direllovi (direnlovi), e allora ec. Nel C. F. R.: et a tel jor passant a
XVI jors de la lune, alore che nos conmanderons et au point, feres comencer, ec.
(90) vi saremo presenti C. R. 2.
(91) Ci è sembrata migliore la lez. del C. R. 2. Nel C. L.: vi misero a guardare.
(92) Vogliamo notare che il C. F. R. ha: vos de la ne istres; perchè istre è una delle forme più rare del
vb. issir. Trovasi ist, uscì e istroit, uscirebbe, nel Romans de Brut: Et Brutus ist de son
agait. — Corinéus s'an istroit; vol. I. pp. 14, 48.
(93) È propriam. trad. del franc. engien, engin.
(94) fist aler la crie C. F. R.
(95) Trattabero C. R. 2.
(96) Noe le grand C. F. R.
(97) Così il C. R. 2., preferibile alla lez. del C. L.: venne di mano di re in altro.
(98) Sidrach C. R. 2. — Sydrac C. F. R.
(99) Io re Bottus mando altamente salute alla vostra signoria e amico carissimo C. R. 2.; e meglio il
C. R. 1.: a vostra signoria, re Trattabar, come a signore ed amico.
(100) suoi lectere C. R. 2.
(101) prede C. L. Ci è sembrato buono di dare preferenza alla lez. del C. R. 2. Nel C. F. R.: qui les
poroit avoir feroit quant que il vodroit. Vodroit, da vouloir, una delle molte forme del
condizionale.
(102) siamo C. R. 2.
cominciò la ciptà e ongni vuolta era disfacta, onde fece venire tucti li filozafi et i savi.
(74) Persia la grande C. R. 2. — Perce la grant. C. F. R.
(75) Bocteriensa C. R. 2. — Boctoriens C. F. R.
C . et XLVII ans voloit ec. C. F. R.
(76) avint que cil roy Boctus apres la mort de Noe de
VIII
(77) guerdoier C. F. R., che potrebbe essere errore per guerroier o per guarder.
(78) Guarahap C. F. R.
(79) da capo tostamente C. R. 2. — de richief mout austivement C. F. R. De richief corr. de rechief,
re-chief, re chef. Austivement sarebbe forse errore per vistement, che nell'ant. fr. trovasi per
prontamente, tostamente?
(80) Manca ogni cosa al C. L.; abbiamo supplito col C. R. 2.
(81) che C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(82) gueroyer C. F. R.; e ciò conferma l'errore di guerdoyer.
(83) la nocte è abactuto e messo in terra C. R. 2. — le demain se treuve tout abatu C. F. R.
(84) Noi crediamo che da cherere, siasi fatto cherendo, cheiendo, e quindi, pel cambiamento dell'e in
a, caiendo, caendo. E lo stesso cambiamento riscontrasi nell'ant. fr. del Berry, ove in luogo di
chercher si disse charcher. Cf. Jaubert, Gloss., supplément.
(85) Discorso; e in questo senso manca alla Crusca.
(86) Qui nel C. R. 2. è un'altra divisione di capitolo, intitolato: Si come li Savj disseno ch'aveano
veduto come la torre si compierebe.
(87) voleano venire dinanzi da lui C. R. 2. — voloyent venir per devant lui C. F. R.
(88) faites vos bon corage C. F. R.
(89) Abbiamo preferita la lezione del C. R. 2. Il C. L. ha: a quindici dì della luna allora che noi
comincieremo, il punto e direllovi (direnlovi), e allora ec. Nel C. F. R.: et a tel jor passant a
XVI jors de la lune, alore che nos conmanderons et au point, feres comencer, ec.
(90) vi saremo presenti C. R. 2.
(91) Ci è sembrata migliore la lez. del C. R. 2. Nel C. L.: vi misero a guardare.
(92) Vogliamo notare che il C. F. R. ha: vos de la ne istres; perchè istre è una delle forme più rare del
vb. issir. Trovasi ist, uscì e istroit, uscirebbe, nel Romans de Brut: Et Brutus ist de son
agait. — Corinéus s'an istroit; vol. I. pp. 14, 48.
(93) È propriam. trad. del franc. engien, engin.
(94) fist aler la crie C. F. R.
(95) Trattabero C. R. 2.
(96) Noe le grand C. F. R.
(97) Così il C. R. 2., preferibile alla lez. del C. L.: venne di mano di re in altro.
(98) Sidrach C. R. 2. — Sydrac C. F. R.
(99) Io re Bottus mando altamente salute alla vostra signoria e amico carissimo C. R. 2.; e meglio il
C. R. 1.: a vostra signoria, re Trattabar, come a signore ed amico.
(100) suoi lectere C. R. 2.
(101) prede C. L. Ci è sembrato buono di dare preferenza alla lez. del C. R. 2. Nel C. F. R.: qui les
poroit avoir feroit quant que il vodroit. Vodroit, da vouloir, una delle molte forme del
condizionale.
(102) siamo C. R. 2.
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(103) Et elli si mosse e cavalcò tanto C. R. 2.
(104) sopra essa per pascere C. R. 2. — et s'acist sus celle C. F. R. Acist (assir, asseoir da ad e
sedere) è forse una forma del vb. achir, che si usò nel Picard. Cf. Littré, Dictionn.
(105) forma, figura. „Così temo vostra altiera fazzone, Madonna mia.„ Dello Bianco.
(106) les chieres C. F. R. Dal lat. cara, fecesi chere, chiere nell'ant. fr., cara in prov. e spagn., cera in
ital., e significò viso, sembianza. „Che s'io troppo dimoro, aulente cera„ Pier delle Vigne. I
Cinamologhi, nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, han muso e le labbra di cane. Lib. V., cap
XX.
(107) feminoro C. R. 1. e C. R. 2. Forse dal gen. plur. del latino, feminarum, feminaro, feminoro. Il
trovarsi questa stessa parola in tre codici di lezione diversa, e di diverso tempo, ci pare prova
sicura che non sia da tenersi per errore; e ci conferma in questa opinione il trovare regno
femminoro nel testo della Tav. Rit. pubbl. dal Polidori, pag. 292.
(108) dampno C. R. 2. È noto che Fra Guittone usò dampnaggio, e che l'ant. fr. ha dampnier, e il
prov. dampnatge.
(109) Aboivrent C. F. R., da aboivre.
(110) doveunque C. R. 2.
(111) l'idoli manca al C. L. Abbiamo supplito col C. R. 2.
(112) Così pure gli altri codd. Essendo idole in fr. di gen. fem., il traduttore ha scritto idola.
(113) gittava C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.
(114) enlace C. F. R. Da laqueus, franc. lac, prov. lacs, port. lazo, ital. laccio; e vbb. allacciare ital.,
lacer, enlacer, franc.
(115) Abbiamo corretto col C. R. 2. Nel C. L.: come ài così idio e così bello come questo?
(116) ma C. R. 2.
(117) non si die nient'adorare, ma vergognare et avilarlo C. R. 1.
(118) et en s'amor sacrifier C. F. R. Nei pronomi possessivi ma, ta, sa si usò qualche volta di elidere
l'a, quando la parola che seguitava cominciasse per vocale. Così trovasi: m'amour, s'auctorité
ec. Il C. R. 2. ha: del suo benedetto nome si de' sacrificare.
(119) Nel dialetto del Picard si usò biel.
(120) di lui isguardare C. R. 1. — en lui esgarder C. F. R.
(121) Abbiamo dato la preferenza alla lez. del C. R. 1. Il C. L. ha solamente disse Sidrac; e il
C. R. 2.: disse lui Sidrach.
(122) Nel C. L. vi noia. Abbiamo corretto col C. R. 2. — Venque nostre creance C. F. R.
(123) iscongiurato C. R. 2.
(124) devant cest mescreant C. F. R.
(125) erano C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.
(126) se murent en tour C. F. R.
(127) e arse, e a modo di cenere si fece C. R. 2.
(128) sconficto C. R. 2. — qu'il ne poient riens faire, et seroient malement desconceilles C. F. R.
Desconseillies vale abbandonati, senza consiglio. „Mais nostre sires qui les disconsellies
conseille.„ Villehardouin. — Lo isconsigliato del n. t. è traduzione letterale del francese.
(129) sapiate C. L. — Abbiamo creduto di corregg. col C. R. 2.
(130) per forteries ou per la force de son deu C. F. R. Credo da correggere sorteries, per sortilegi. Da
sortiarius del b. l. fecesi sortiere ital., sortero spagn. Il testo francese del ediz. Palat. ha: par
(104) sopra essa per pascere C. R. 2. — et s'acist sus celle C. F. R. Acist (assir, asseoir da ad e
sedere) è forse una forma del vb. achir, che si usò nel Picard. Cf. Littré, Dictionn.
(105) forma, figura. „Così temo vostra altiera fazzone, Madonna mia.„ Dello Bianco.
(106) les chieres C. F. R. Dal lat. cara, fecesi chere, chiere nell'ant. fr., cara in prov. e spagn., cera in
ital., e significò viso, sembianza. „Che s'io troppo dimoro, aulente cera„ Pier delle Vigne. I
Cinamologhi, nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, han muso e le labbra di cane. Lib. V., cap
XX.
(107) feminoro C. R. 1. e C. R. 2. Forse dal gen. plur. del latino, feminarum, feminaro, feminoro. Il
trovarsi questa stessa parola in tre codici di lezione diversa, e di diverso tempo, ci pare prova
sicura che non sia da tenersi per errore; e ci conferma in questa opinione il trovare regno
femminoro nel testo della Tav. Rit. pubbl. dal Polidori, pag. 292.
(108) dampno C. R. 2. È noto che Fra Guittone usò dampnaggio, e che l'ant. fr. ha dampnier, e il
prov. dampnatge.
(109) Aboivrent C. F. R., da aboivre.
(110) doveunque C. R. 2.
(111) l'idoli manca al C. L. Abbiamo supplito col C. R. 2.
(112) Così pure gli altri codd. Essendo idole in fr. di gen. fem., il traduttore ha scritto idola.
(113) gittava C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.
(114) enlace C. F. R. Da laqueus, franc. lac, prov. lacs, port. lazo, ital. laccio; e vbb. allacciare ital.,
lacer, enlacer, franc.
(115) Abbiamo corretto col C. R. 2. Nel C. L.: come ài così idio e così bello come questo?
(116) ma C. R. 2.
(117) non si die nient'adorare, ma vergognare et avilarlo C. R. 1.
(118) et en s'amor sacrifier C. F. R. Nei pronomi possessivi ma, ta, sa si usò qualche volta di elidere
l'a, quando la parola che seguitava cominciasse per vocale. Così trovasi: m'amour, s'auctorité
ec. Il C. R. 2. ha: del suo benedetto nome si de' sacrificare.
(119) Nel dialetto del Picard si usò biel.
(120) di lui isguardare C. R. 1. — en lui esgarder C. F. R.
(121) Abbiamo dato la preferenza alla lez. del C. R. 1. Il C. L. ha solamente disse Sidrac; e il
C. R. 2.: disse lui Sidrach.
(122) Nel C. L. vi noia. Abbiamo corretto col C. R. 2. — Venque nostre creance C. F. R.
(123) iscongiurato C. R. 2.
(124) devant cest mescreant C. F. R.
(125) erano C. L. Abbiamo corretto col C. R. 2.
(126) se murent en tour C. F. R.
(127) e arse, e a modo di cenere si fece C. R. 2.
(128) sconficto C. R. 2. — qu'il ne poient riens faire, et seroient malement desconceilles C. F. R.
Desconseillies vale abbandonati, senza consiglio. „Mais nostre sires qui les disconsellies
conseille.„ Villehardouin. — Lo isconsigliato del n. t. è traduzione letterale del francese.
(129) sapiate C. L. — Abbiamo creduto di corregg. col C. R. 2.
(130) per forteries ou per la force de son deu C. F. R. Credo da correggere sorteries, per sortilegi. Da
sortiarius del b. l. fecesi sortiere ital., sortero spagn. Il testo francese del ediz. Palat. ha: par
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sorcerie ou par la force de son dieu. — Nel Romans de Brut, sortisséors: venir fist ses
sortisséors.
(131) fomes a plaisir C. F. R.
(132) al nostro C. R. 2.
(133) paroule C. R. 2.
(134) isconficti C. R. 2. — desconceilles C. F. R.
(135) ch'io te lo sappia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(136) gli quali Idio cacciò del cielo per la loro argaria e per la loro superbia C. R. 2. — Argaria per
algaria. „Algaria è nelle persone belle„. Bart. da San Conc.
(137) oyables C. F. R., del quale è traduz. letterale udevole (da oyr). Ma parrebbe che avesse
piuttosto a leggersi oyant, che odi, udente.
(138) isnel espirt C. F. R.
(139) cupiditade C. R. 2.
(140) vagiello C. R. 1.
(141) asiele C. F. R., che pare abbia ad essere l'imperativo del vb. aseoir, placer, etablir.
(142) tre e per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(143) acist C. F. R., forse da achir.
(144) fusti C. R. 1.
(145) Lo stesso che ad alto. „Il loro luogo è molto ad alti.„ Fr. Giord. Pred. — Nel C. F. R.: et cria a
haute vois.
(146) en leur ciege (siege) C. F. R.
(147) in uno C. R. 2.
(148) parvi C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(149) tre per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(150) parte C. R. 1.
(151) troppo corrucciata C. R. 1.
(152) ò lassato el pionbo et preso el fino oro C. R. 1. — ie ai laisse la longuaigne et la pulentie.
C. F. R. — Longuaigne in ant. fr. vale latrina, elvace. Pulentie dev'essere lo stesso che
empuance, che significa fetore, corruzione. Trovasi pulent, pullent, che il Burguy fa derivare da
purulentus. Cf. Du Cange, Gloss.; Burguy, Gloss. — Fino oro è anche nel Tesoretto di B. L.: Sì
ch'io credea che 'l crino. — Fosse d'un oro fino.
(153) L'ant. fr. ha mater, matir; prov. matar, che vuol dire abbattere, vincere, indebolire. Si hanno
esempi di matare, emattere, in antichi scrittori italiani. Cf. Nannucci, Analisi, 253, 2.
(154) pessimo veleno C. R. 1. — trencant venin C. F. R. Trencant intenderei mortale, che abbatte,
che uccide, dal vb. trencher, trancher. Cf. Burguy, Gramm.; Diez, Etym. Wört. a Trinciare.
(155) Esempio da aggiungersi a quello delle Istorie Pistolesi e de' Fioretti, registrati dalla Crusca.
Dove bene osserva il Nannucci (Analisi, 147-48) non essere da intendere chiaro per forte e
gagliardo, ma per lieto, brillante, gaio, sereno di spirito. E non solamente il provenzale ha clar
in questo significato, come il Nannucci avverte; ma anche l'antico franc. ha clair, cler, cleir,
secondo il Burguy, il quale però non reca esempi che confermino questo significato. Il C. F. R.
ha solamente plus fres; e il T. F. P.: plus sains; il C. R. 1.: più bello e più fresco.
(156) una saetta di folgore C. R. 1.
(157) dampnagio C. R. 1.
(158) entrò elli e li suoi ne li altri ydoli C. R. 1. — se mist dedens les aultres idoles C. F. R.
sortisséors.
(131) fomes a plaisir C. F. R.
(132) al nostro C. R. 2.
(133) paroule C. R. 2.
(134) isconficti C. R. 2. — desconceilles C. F. R.
(135) ch'io te lo sappia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(136) gli quali Idio cacciò del cielo per la loro argaria e per la loro superbia C. R. 2. — Argaria per
algaria. „Algaria è nelle persone belle„. Bart. da San Conc.
(137) oyables C. F. R., del quale è traduz. letterale udevole (da oyr). Ma parrebbe che avesse
piuttosto a leggersi oyant, che odi, udente.
(138) isnel espirt C. F. R.
(139) cupiditade C. R. 2.
(140) vagiello C. R. 1.
(141) asiele C. F. R., che pare abbia ad essere l'imperativo del vb. aseoir, placer, etablir.
(142) tre e per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(143) acist C. F. R., forse da achir.
(144) fusti C. R. 1.
(145) Lo stesso che ad alto. „Il loro luogo è molto ad alti.„ Fr. Giord. Pred. — Nel C. F. R.: et cria a
haute vois.
(146) en leur ciege (siege) C. F. R.
(147) in uno C. R. 2.
(148) parvi C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(149) tre per uno idio C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2.
(150) parte C. R. 1.
(151) troppo corrucciata C. R. 1.
(152) ò lassato el pionbo et preso el fino oro C. R. 1. — ie ai laisse la longuaigne et la pulentie.
C. F. R. — Longuaigne in ant. fr. vale latrina, elvace. Pulentie dev'essere lo stesso che
empuance, che significa fetore, corruzione. Trovasi pulent, pullent, che il Burguy fa derivare da
purulentus. Cf. Du Cange, Gloss.; Burguy, Gloss. — Fino oro è anche nel Tesoretto di B. L.: Sì
ch'io credea che 'l crino. — Fosse d'un oro fino.
(153) L'ant. fr. ha mater, matir; prov. matar, che vuol dire abbattere, vincere, indebolire. Si hanno
esempi di matare, emattere, in antichi scrittori italiani. Cf. Nannucci, Analisi, 253, 2.
(154) pessimo veleno C. R. 1. — trencant venin C. F. R. Trencant intenderei mortale, che abbatte,
che uccide, dal vb. trencher, trancher. Cf. Burguy, Gramm.; Diez, Etym. Wört. a Trinciare.
(155) Esempio da aggiungersi a quello delle Istorie Pistolesi e de' Fioretti, registrati dalla Crusca.
Dove bene osserva il Nannucci (Analisi, 147-48) non essere da intendere chiaro per forte e
gagliardo, ma per lieto, brillante, gaio, sereno di spirito. E non solamente il provenzale ha clar
in questo significato, come il Nannucci avverte; ma anche l'antico franc. ha clair, cler, cleir,
secondo il Burguy, il quale però non reca esempi che confermino questo significato. Il C. F. R.
ha solamente plus fres; e il T. F. P.: plus sains; il C. R. 1.: più bello e più fresco.
(156) una saetta di folgore C. R. 1.
(157) dampnagio C. R. 1.
(158) entrò elli e li suoi ne li altri ydoli C. R. 1. — se mist dedens les aultres idoles C. F. R.
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(159) allo C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.
(160) tuoi C. R. 2.
(161) cani C. R. 1. — chiens C. F. R.
(162) ingannato C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.
(163) e falla C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(164) chiens C. R. 2.
(165) iscomentati C. R. 2.
(166) et garde toy de l'engi au deable C. F. R. Engi è da corregg. in engin, engien, che qui vale,
inganno, furberia.
(167) soctometti C. R. 2.
(168) scura C. R. 2. — cougne C. F. R. Da cuneus fecesi in ant. fr. coignie, coignee, cognee; in prov.
cunh, conh, cong. Nel dialetto vallone trovasi counie, cougne. Cf. Grandgagnage, Dict. etym.
de la langue Wall.
(169) misero una boce sì forte C. R. 1.
(170) 'mpegno C. R. 2. — engin C. F. R.
(171) e vene uno terrimuoto per ingegno del diavolo, sì che allora fu viso ha tucti si dovesser
confondare C. R. 1. Nel Romans de Brut: „Vis li fu là où il dormoit„ etc. Confondare è
traduzione erronea del franc. confundre, prov. confondre, cofondre, che vale rovinare,
distruggere.
(172) annegare C. R. 2. — sonabissare C. R. 1. — de gros tonieres et lampieres et plovoir et gresilles
che toute celle terre senblent qu'elle devoit noyer C. F. R. — Gresil sarebbe diminutivo di
gresle, grêle. Cf. Burguy, Gloss.
(173) questo manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(174) si smagò C. R. 1.
(175) che manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(176) claritade C. R. 1.
(177) de la haberge C. F. R. — Heberge, tenda, accampamento.
(178) piega C. R. 2. — bates C. F. R.
(179) Sydrac manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 1.
(180) pooir C. F. R. Pare che il traduttore abbia confuso poor, poer, pooir con peire, piere, pere.
(181) fusti C. R. 1.
(182) tre per uno Iddio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(183) Lo vagello è 'l mondo ke sostiene el podere di Dio e santa trinità k'è tutto uno C. R. 1.
(184) risucitamento C. R. 2. — passione C. R. 1. — cruceflement C. F. R., che credo da corr.
crucifiement.
(185) significano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(186) battegiato C. R. 1. Il prov. ha bathegar, batejar.
(187) fera C. F. R.
(188) letti e creduti C. R. 1. — leaus et creaus C. F. R. — leuz et creuz T. F. P. — Leaus potrebbe
correggersi in leus, partic. pass. del vb. lire; e creaus, creus, creuz potrebbe essere una forma
del partic. pass. del vb. creire, crere, croire. Il tradutt. pare che abbia creduto leus partic. del vb.
lever, e creus del vb. croistre.
(189) alimenti C. R. 2. — elemens C. E. 2. — parties C. F. P. — Crediamo che non si abbiano
esempi di elementi del mondo per parti del mondo, nè in francese nè in italiano.
(160) tuoi C. R. 2.
(161) cani C. R. 1. — chiens C. F. R.
(162) ingannato C. L. — Abbiamo preferita la lez. del C. R. 1.
(163) e falla C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(164) chiens C. R. 2.
(165) iscomentati C. R. 2.
(166) et garde toy de l'engi au deable C. F. R. Engi è da corregg. in engin, engien, che qui vale,
inganno, furberia.
(167) soctometti C. R. 2.
(168) scura C. R. 2. — cougne C. F. R. Da cuneus fecesi in ant. fr. coignie, coignee, cognee; in prov.
cunh, conh, cong. Nel dialetto vallone trovasi counie, cougne. Cf. Grandgagnage, Dict. etym.
de la langue Wall.
(169) misero una boce sì forte C. R. 1.
(170) 'mpegno C. R. 2. — engin C. F. R.
(171) e vene uno terrimuoto per ingegno del diavolo, sì che allora fu viso ha tucti si dovesser
confondare C. R. 1. Nel Romans de Brut: „Vis li fu là où il dormoit„ etc. Confondare è
traduzione erronea del franc. confundre, prov. confondre, cofondre, che vale rovinare,
distruggere.
(172) annegare C. R. 2. — sonabissare C. R. 1. — de gros tonieres et lampieres et plovoir et gresilles
che toute celle terre senblent qu'elle devoit noyer C. F. R. — Gresil sarebbe diminutivo di
gresle, grêle. Cf. Burguy, Gloss.
(173) questo manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(174) si smagò C. R. 1.
(175) che manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(176) claritade C. R. 1.
(177) de la haberge C. F. R. — Heberge, tenda, accampamento.
(178) piega C. R. 2. — bates C. F. R.
(179) Sydrac manca al C. L. Abbiamo suppl. col C. R. 1.
(180) pooir C. F. R. Pare che il traduttore abbia confuso poor, poer, pooir con peire, piere, pere.
(181) fusti C. R. 1.
(182) tre per uno Iddio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(183) Lo vagello è 'l mondo ke sostiene el podere di Dio e santa trinità k'è tutto uno C. R. 1.
(184) risucitamento C. R. 2. — passione C. R. 1. — cruceflement C. F. R., che credo da corr.
crucifiement.
(185) significano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(186) battegiato C. R. 1. Il prov. ha bathegar, batejar.
(187) fera C. F. R.
(188) letti e creduti C. R. 1. — leaus et creaus C. F. R. — leuz et creuz T. F. P. — Leaus potrebbe
correggersi in leus, partic. pass. del vb. lire; e creaus, creus, creuz potrebbe essere una forma
del partic. pass. del vb. creire, crere, croire. Il tradutt. pare che abbia creduto leus partic. del vb.
lever, e creus del vb. croistre.
(189) alimenti C. R. 2. — elemens C. E. 2. — parties C. F. P. — Crediamo che non si abbiano
esempi di elementi del mondo per parti del mondo, nè in francese nè in italiano.
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(190) convertiranno C. L. Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(191) e salveranno C. L. Abbiamo aggiunto si gli dal C. R. 2.
(192) ad adorare e credere C. R. 2.
(191) e salveranno C. L. Abbiamo aggiunto si gli dal C. R. 2.
(192) ad adorare e credere C. R. 2.
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Sidrac, ebe Idio mai cominciamento? E Sidrac
rispuose (Qui diciamo capitolo primo, ma gli altri
cinque sono nella storia adietro):
E' non ebbe unque cominciamento nè fine, nè none avrae. Egli fece
cielo e terra, e anzi ch'egli lo facesse, si sapea bene ch'egli dovea fare
questo e l'altre cose ch'egli fece. E sepe lo novero degli angioli, anzi che gli
facesse, e degli uomini e delle bestie e de' pesci e degli uccielli, e quale
morte dovea ciascuno fare; e sapea tutti quelli che doveano essere salvi e
che doveano essere perduti (193), e gli loro pensieri e gli loro fatti e li loro
detti e le loro volontadi; e s'egli non sapesse questo, stato egli non sarebe
Idio (194). E di tutto ciò, perchè facesse lo mondo e le cose che sono nel
mondo, egli non se ne migliorò punto; e s'egli noll'avesse fatto, egli non
potrebe esser di nulla piggiorato. Iddio fu sanza cominciamento e sarà sanza
fine (195). La sua potenza sa tutto, e si è per tutto. E si è la sua sustanza in
tre (196) cieli; l'uno corporale, e questo è quello che noi veggiamo; e l'altro
è spirituale, e questo è quello che noi non vegiamo (197), ove gli angioli
sono; lo terzo è quello ove Idio nostro signore dimora, lo quale vedranno i
giusti visibilmente.
(193) dampnati C. R. 1.
(194) non sarebbe egli stato Idio C. R. 1.
(195) finiminto C. R. 1.
(196) intra C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(197) veggiano C. R. 2.
Cap. II.
rispuose (Qui diciamo capitolo primo, ma gli altri
cinque sono nella storia adietro):
E' non ebbe unque cominciamento nè fine, nè none avrae. Egli fece
cielo e terra, e anzi ch'egli lo facesse, si sapea bene ch'egli dovea fare
questo e l'altre cose ch'egli fece. E sepe lo novero degli angioli, anzi che gli
facesse, e degli uomini e delle bestie e de' pesci e degli uccielli, e quale
morte dovea ciascuno fare; e sapea tutti quelli che doveano essere salvi e
che doveano essere perduti (193), e gli loro pensieri e gli loro fatti e li loro
detti e le loro volontadi; e s'egli non sapesse questo, stato egli non sarebe
Idio (194). E di tutto ciò, perchè facesse lo mondo e le cose che sono nel
mondo, egli non se ne migliorò punto; e s'egli noll'avesse fatto, egli non
potrebe esser di nulla piggiorato. Iddio fu sanza cominciamento e sarà sanza
fine (195). La sua potenza sa tutto, e si è per tutto. E si è la sua sustanza in
tre (196) cieli; l'uno corporale, e questo è quello che noi veggiamo; e l'altro
è spirituale, e questo è quello che noi non vegiamo (197), ove gli angioli
sono; lo terzo è quello ove Idio nostro signore dimora, lo quale vedranno i
giusti visibilmente.
(193) dampnati C. R. 1.
(194) non sarebbe egli stato Idio C. R. 1.
(195) finiminto C. R. 1.
(196) intra C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(197) veggiano C. R. 2.
Cap. II.
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Lo re domanda: puote Idio essere veduto? Sidrac risponde:
Iddio è visibile e non visibile: egli vede tutto, e non puote essere
veduto; chè niuno corpo terreno puote vedere ispirituale cosa; ma lo spirito
vede lo spirito. Ma, se lo spirito è buono e giusto, potrà essere ch'egli vedrà
Idio, secondo (198) le sue opere. Ma questo averrà apresso (199) lo tenpo
che 'l figliuolo di Dio sarà venuto (200) in terra; che sarà (201) lo spirito di
Dio che si aonberrà (202) in una vergine, e lo nome della vergine sarà
apellato Maria; e piglierà di lei corpo, e sarà veduto e udito (203); e
farà (204) tutto quello che l'uomo; e sarà sanza peccato; e sarà Idio
medesimo; e per la sua potenza sarà egli in cielo e in terra. E la vergine
Maria, concieputo per spirito sancto, si rimarà vergine inanzi il parto e dopo
il parto (205). E se egli non pigliasse corpo nella Vergine, niuna corporale
cosa lo potrebbe vedere.
(198) esendo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(199) presso C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(200) veduto C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2. — apresso de l'avenimento di Dio C. R. 1.
(201) cosa arà C. L. — non sarà C. R. 2. La lezione ci pare errata in ambedue; nè col C. R. 1. e col
C. F. R. possiamo corregg. Ma il senso del discorso ci fa credere che abbia da legg. sarà.
(202) s'aombrara C. R. 1. — Se ombrerà C. F. R. — S'aombrer, s'anombrer nell'ant. fr. significa
divenire uomo nel seno della Vergine. „Com fist Gabriel li Archangles — Quant me dist que li
rois des Angles — S'aombreroit en mes sains flancs.„ Du Cange, Gloss. Gall. — In provenzale
ha lo stesso significato solumbrar. Il Raynouard ne reca due esempi, tolti da un testo prov. del
Sydrac: „Apres l'avenimen del filh de Dieu qui solombrara en la Virgis„; e traduce qui
s'ombragera, con errore che ci par manifesto. „Virtus Altissimi obumbrabit tibi.„ S. Luca, I, 35.
(203) manca al C. L. e sarà. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(204) sarà. C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(205) Così il C. R. 2. Nel C. L.: E la vergine Maria che concieputo per lo spirito sancto l'averà
vergine fatta inanzi il parto, e vergine sarà dopo il parto.
Cap. III.
Lo re domanda: è Iddio in tutti luoghi e per tutti? E Sidrac risponde:
Iddio è visibile e non visibile: egli vede tutto, e non puote essere
veduto; chè niuno corpo terreno puote vedere ispirituale cosa; ma lo spirito
vede lo spirito. Ma, se lo spirito è buono e giusto, potrà essere ch'egli vedrà
Idio, secondo (198) le sue opere. Ma questo averrà apresso (199) lo tenpo
che 'l figliuolo di Dio sarà venuto (200) in terra; che sarà (201) lo spirito di
Dio che si aonberrà (202) in una vergine, e lo nome della vergine sarà
apellato Maria; e piglierà di lei corpo, e sarà veduto e udito (203); e
farà (204) tutto quello che l'uomo; e sarà sanza peccato; e sarà Idio
medesimo; e per la sua potenza sarà egli in cielo e in terra. E la vergine
Maria, concieputo per spirito sancto, si rimarà vergine inanzi il parto e dopo
il parto (205). E se egli non pigliasse corpo nella Vergine, niuna corporale
cosa lo potrebbe vedere.
(198) esendo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(199) presso C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
(200) veduto C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2. — apresso de l'avenimento di Dio C. R. 1.
(201) cosa arà C. L. — non sarà C. R. 2. La lezione ci pare errata in ambedue; nè col C. R. 1. e col
C. F. R. possiamo corregg. Ma il senso del discorso ci fa credere che abbia da legg. sarà.
(202) s'aombrara C. R. 1. — Se ombrerà C. F. R. — S'aombrer, s'anombrer nell'ant. fr. significa
divenire uomo nel seno della Vergine. „Com fist Gabriel li Archangles — Quant me dist que li
rois des Angles — S'aombreroit en mes sains flancs.„ Du Cange, Gloss. Gall. — In provenzale
ha lo stesso significato solumbrar. Il Raynouard ne reca due esempi, tolti da un testo prov. del
Sydrac: „Apres l'avenimen del filh de Dieu qui solombrara en la Virgis„; e traduce qui
s'ombragera, con errore che ci par manifesto. „Virtus Altissimi obumbrabit tibi.„ S. Luca, I, 35.
(203) manca al C. L. e sarà. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(204) sarà. C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(205) Così il C. R. 2. Nel C. L.: E la vergine Maria che concieputo per lo spirito sancto l'averà
vergine fatta inanzi il parto, e vergine sarà dopo il parto.
Cap. III.
Lo re domanda: è Iddio in tutti luoghi e per tutti? E Sidrac risponde:
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Iddio è in tutti luoghi e per tutti i tenpi. Egli è potente in ogni luogo
come in un altro; e com'egli è possente in cielo, così è possente in terra e in
ninferno, perciò ch'egli è tutto possente là ov'egli è; chè a quella ora che
governa quelli che sono in oriente, a quell'ora governa le cose che sono in
occidente; e però è egli tuttavia per tutto, che governa tutto giorno tutte le
cose.
Cap. IV.
Lo re domanda: sentono tutte le cose Iddio? E Sidrac risponde:
Idio non fece unque (206) nulla criatura, che lui non sentisse, e che lui
non dotti; chè queste cose che noi asenbriamo (207) sanza anima
mortale (208), quelle vivono e sentono lo loro criatore. Lo fermamento lo
sente, quando, per lo suo comandamento, non fina (209) di volgersi il sole,
la luna; le stelle lo sentono, che tutto tenpo ritornano (210) nello loro
luogo; la terra lo sente, che ciascuno anno rende lo suo frutto; i venti lo
sentono e lo mare, che, quando egli fanno la fortuna, ritorna in bonaccia per
la sua volontà; l'acque lo sentono, ch'elle corrono allo luogo là ond'elle
escono; i morti lo sentono, che risucitano alla sua volontà, quando a lui
piace; la notte e lo giorno lo sente, ch'egli guardano bene quella legge che
Idio à loro donata; le bestie lo sentono, ch'elle seguiscono la loro natura.
(206) umche C. R. 2. — L'ant. franc. onkes, unkes, unques, unc, onc.
(207) che noi sembriamo C. R. 2. — che noi sembiamo C. R. 1. — chi nos semblent C. F. R.
(208) animale mortale C. R. 2.
(209) finono C. R. 2. — Da finare, ant. franc. finer, prov. finar. „Finar, madre, non volemo„ B.
Iacopone. „Per mostrar alla gente. — Che loco sia finata. — La terra e terminata.„ B. Latini,
Tesoretto.
(210) ritorna C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
come in un altro; e com'egli è possente in cielo, così è possente in terra e in
ninferno, perciò ch'egli è tutto possente là ov'egli è; chè a quella ora che
governa quelli che sono in oriente, a quell'ora governa le cose che sono in
occidente; e però è egli tuttavia per tutto, che governa tutto giorno tutte le
cose.
Cap. IV.
Lo re domanda: sentono tutte le cose Iddio? E Sidrac risponde:
Idio non fece unque (206) nulla criatura, che lui non sentisse, e che lui
non dotti; chè queste cose che noi asenbriamo (207) sanza anima
mortale (208), quelle vivono e sentono lo loro criatore. Lo fermamento lo
sente, quando, per lo suo comandamento, non fina (209) di volgersi il sole,
la luna; le stelle lo sentono, che tutto tenpo ritornano (210) nello loro
luogo; la terra lo sente, che ciascuno anno rende lo suo frutto; i venti lo
sentono e lo mare, che, quando egli fanno la fortuna, ritorna in bonaccia per
la sua volontà; l'acque lo sentono, ch'elle corrono allo luogo là ond'elle
escono; i morti lo sentono, che risucitano alla sua volontà, quando a lui
piace; la notte e lo giorno lo sente, ch'egli guardano bene quella legge che
Idio à loro donata; le bestie lo sentono, ch'elle seguiscono la loro natura.
(206) umche C. R. 2. — L'ant. franc. onkes, unkes, unques, unc, onc.
(207) che noi sembriamo C. R. 2. — che noi sembiamo C. R. 1. — chi nos semblent C. F. R.
(208) animale mortale C. R. 2.
(209) finono C. R. 2. — Da finare, ant. franc. finer, prov. finar. „Finar, madre, non volemo„ B.
Iacopone. „Per mostrar alla gente. — Che loco sia finata. — La terra e terminata.„ B. Latini,
Tesoretto.
(210) ritorna C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
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Cap. V.
Lo re domanda: che fece Idio primamente? Sidrac risponde:
Primieramente fece Idio uno molto bello palagio, lo quale è apellato
regno di cielo; e poi fece questo secolo, e poi lo 'nferno. Ma quello palagio
à egli eletto uno grande ordine de' suoi amici (211): onde egli non usciranno
giammai, poi che egli vi fieno entro. E quello numero volle egli fare
d'uomini come delli angeli, per umiltà, perchè gli uomini e gli agnoli
adorassono uno solo Iddio in trinità, padre e figlio e spirito sancto.
(211) Ma in quello palagio àe egli uno lecto grande di suoi amici C. R. 2. — mais ycel palais ailes
leupor un grant nombre de ses amis C. F. R.; che io leggerei: mais ycel palais a il esleu por, ec.
E uno lecto credo che debba intendersi per una eletta.
Cap. VI.
Lo re domanda: quando (212) furono fatti gli angioli? Sidrac risponde:
Allora che Idio disse, sia fatto lucerna (213), e tutti gli agnoli e
arcagnoli furono fatti in quello punto, cherubin e serafin. E quando lo
malvagio agnolo Lucifero vide che Idio gli avea dato onore e gloria sopra
tutti gli altri agnoli, si volle dispregiare gli altri agnoli, e volle essere pari
del suo (214) creatore; e volle avere altra sedia che Idio non gli avea dato; e
si volle agli altri per lo suo argoglio comandare. E egli fu incontanente del
paradiso cacciato, cioè gittato, e fu messo in carcere. Siccom'egli era prima
bello e splendiente (215), così fu poi laido (216) e scuro e nero, ch'egli
cadde incontanente. E si dimorò una ora in gloria (217); che, si tosto
com'egli fu fatto, si cadde; che diritto non era (218) ch'egli gustasse di
quella gloria, poi che così fatto argoglio avea incominciato contro lo suo
criatore. Gli altri che peccarono co lui, traboccarono co lui di cielo, perciò
che a loro piacque lo suo argoglio; e credeano ch'egli potesse Idio sopra
Lo re domanda: che fece Idio primamente? Sidrac risponde:
Primieramente fece Idio uno molto bello palagio, lo quale è apellato
regno di cielo; e poi fece questo secolo, e poi lo 'nferno. Ma quello palagio
à egli eletto uno grande ordine de' suoi amici (211): onde egli non usciranno
giammai, poi che egli vi fieno entro. E quello numero volle egli fare
d'uomini come delli angeli, per umiltà, perchè gli uomini e gli agnoli
adorassono uno solo Iddio in trinità, padre e figlio e spirito sancto.
(211) Ma in quello palagio àe egli uno lecto grande di suoi amici C. R. 2. — mais ycel palais ailes
leupor un grant nombre de ses amis C. F. R.; che io leggerei: mais ycel palais a il esleu por, ec.
E uno lecto credo che debba intendersi per una eletta.
Cap. VI.
Lo re domanda: quando (212) furono fatti gli angioli? Sidrac risponde:
Allora che Idio disse, sia fatto lucerna (213), e tutti gli agnoli e
arcagnoli furono fatti in quello punto, cherubin e serafin. E quando lo
malvagio agnolo Lucifero vide che Idio gli avea dato onore e gloria sopra
tutti gli altri agnoli, si volle dispregiare gli altri agnoli, e volle essere pari
del suo (214) creatore; e volle avere altra sedia che Idio non gli avea dato; e
si volle agli altri per lo suo argoglio comandare. E egli fu incontanente del
paradiso cacciato, cioè gittato, e fu messo in carcere. Siccom'egli era prima
bello e splendiente (215), così fu poi laido (216) e scuro e nero, ch'egli
cadde incontanente. E si dimorò una ora in gloria (217); che, si tosto
com'egli fu fatto, si cadde; che diritto non era (218) ch'egli gustasse di
quella gloria, poi che così fatto argoglio avea incominciato contro lo suo
criatore. Gli altri che peccarono co lui, traboccarono co lui di cielo, perciò
che a loro piacque lo suo argoglio; e credeano ch'egli potesse Idio sopra
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montare. E egli erano simigliantemente alti sopra gli altri, e gli più mastri di
loro con esso lui furono gettati in ninferno (219), e gli altri furono cacciati
nella più ispessa aria (220), là ove egli ardono, come s'egli fossono in uno
fuoco (221), che giammai mercè non avranno, e non la poterano
adomandare (222).
(212) come C. R. 2.
(213) „Vid'io in essa luce altre lucerne.„ Dante.
(214) al suo C. R. 2.
(215) sprendiente C. R. 2. — piagente C. R. 1.
(216) ladio C. R. 2. — lasco C. R. 1. Lasco può essere il lasche, lasque, nel senso di vile.
(217) Sappiate ke non vi dimorò una ora compita C. R. 1.
(218) Nel C. L. sono, per errore evidente, ripetute le parole ora in gloria che si tosto.
(219) onferno C. R. 1.
(220) in questo più spesso aiere C. R. 1.
(221) in onferno C. R. 1.
(222) mercè non avranno potranno e non la domandorno C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. VII.
Lo re domanda: di che servono gli angeli in cielo? Sidrac risponde:
Li angioli che sono in cielo non ebono volontà di peccare verso lo loro
criatore, e perciò non caddono eglino cogli altri, anzi dimorano in gloria.
Idio dà a ciascuno ordine e uficio angielico. Angeli v'à che anunziano (223)
agli uomini le grandi cose. Anche altra maniera di angieli v'à, che
anunziano (224) alle comuni creature, cioè agli uomini, le piccole cose.
Altre maniere d'angioli v'à, che sono potestadi, che comandano agli maligni
spiriti, che più non facciano crudeltade all'umane cose. Altre maniere
d'angioli v'à, che si chiamano principi (225), che ànno signoria sopra i
buoni ispiriti, e lo loro comandamento si è a conpiere lo comandamento di
Dio (226). Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano dominazioni, che
sormontano gli detti grandi angioli (227), che gli altri son loro subbietti per
ubidenzia. Altra generazione d'angioli v'à, che si chiamano troni, sopra gli
loro con esso lui furono gettati in ninferno (219), e gli altri furono cacciati
nella più ispessa aria (220), là ove egli ardono, come s'egli fossono in uno
fuoco (221), che giammai mercè non avranno, e non la poterano
adomandare (222).
(212) come C. R. 2.
(213) „Vid'io in essa luce altre lucerne.„ Dante.
(214) al suo C. R. 2.
(215) sprendiente C. R. 2. — piagente C. R. 1.
(216) ladio C. R. 2. — lasco C. R. 1. Lasco può essere il lasche, lasque, nel senso di vile.
(217) Sappiate ke non vi dimorò una ora compita C. R. 1.
(218) Nel C. L. sono, per errore evidente, ripetute le parole ora in gloria che si tosto.
(219) onferno C. R. 1.
(220) in questo più spesso aiere C. R. 1.
(221) in onferno C. R. 1.
(222) mercè non avranno potranno e non la domandorno C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. VII.
Lo re domanda: di che servono gli angeli in cielo? Sidrac risponde:
Li angioli che sono in cielo non ebono volontà di peccare verso lo loro
criatore, e perciò non caddono eglino cogli altri, anzi dimorano in gloria.
Idio dà a ciascuno ordine e uficio angielico. Angeli v'à che anunziano (223)
agli uomini le grandi cose. Anche altra maniera di angieli v'à, che
anunziano (224) alle comuni creature, cioè agli uomini, le piccole cose.
Altre maniere d'angioli v'à, che sono potestadi, che comandano agli maligni
spiriti, che più non facciano crudeltade all'umane cose. Altre maniere
d'angioli v'à, che si chiamano principi (225), che ànno signoria sopra i
buoni ispiriti, e lo loro comandamento si è a conpiere lo comandamento di
Dio (226). Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano dominazioni, che
sormontano gli detti grandi angioli (227), che gli altri son loro subbietti per
ubidenzia. Altra generazione d'angioli v'à, che si chiamano troni, sopra gli
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quali è la sedia (228) di Dio, per gli quali egli giudica i suoi
giudicamenti (229). Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano cherubin,
in cui tutte le scienzie e molte altre creature umane sono subbiette e
ubidienti (230), e servono; in quello ch'egli guardano lo specchio del
chiarore (231) di Dio, perfettamente egli ricevono gli segreti del
creatore (232). Altre generazioni d'angieli v'à, che si chiamano serafin;
quelli sono ardenti e più presso dell'amor di Dio che nulla criatura; e
sormontano (233) ogni criatura d'onore, chè tra loro e Dio non è nullo altro
spirito.
(223) avanzano C. R. 2.; secondo uno de' significati che ha il vb. avancer in franc., che è di
annunziare.
(224) avanzano C. R. 2.
(225) principati C. R. 2.
(226) e loro comandano he compiano el servizio di Dio C. R. 1.
(227) degli angioli C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(228) el sedio C. R. 1.
(229) elli usa spaventevolmente suoi indicamenti C. R. 1.
(230) a cui tucta scientia e più creature entendevoli sono obedienti e subiecti C. R. 1.
(231) della chiarità C. R. 1.
(232) delle umane creature C. R. 2. — de le creature C. R. 1.
(233) formentano C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha: surmontent. Nel C. R. 2.:
soctomecteno ogni creatura d'onore.
Cap. VIII.
Lo re domanda: gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare? Sidrac
risponde:
Di quello ch' (234) egli ànno angelica natura, sanno molto grande
iscienzia, ma però non sanno egli tutte le cose. Che tanto quanto la loro
natura (235) è più spirituale che quella degli uomini, di tanto sono eglino
più (236) savi di tutto ingiegnio (237); le cose che sono a venire non sanno
egli niente, se non tanto quanto Idio lascia loro sapere. Ma le
giudicamenti (229). Altre maniere d'angioli v'à, che si chiamano cherubin,
in cui tutte le scienzie e molte altre creature umane sono subbiette e
ubidienti (230), e servono; in quello ch'egli guardano lo specchio del
chiarore (231) di Dio, perfettamente egli ricevono gli segreti del
creatore (232). Altre generazioni d'angieli v'à, che si chiamano serafin;
quelli sono ardenti e più presso dell'amor di Dio che nulla criatura; e
sormontano (233) ogni criatura d'onore, chè tra loro e Dio non è nullo altro
spirito.
(223) avanzano C. R. 2.; secondo uno de' significati che ha il vb. avancer in franc., che è di
annunziare.
(224) avanzano C. R. 2.
(225) principati C. R. 2.
(226) e loro comandano he compiano el servizio di Dio C. R. 1.
(227) degli angioli C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(228) el sedio C. R. 1.
(229) elli usa spaventevolmente suoi indicamenti C. R. 1.
(230) a cui tucta scientia e più creature entendevoli sono obedienti e subiecti C. R. 1.
(231) della chiarità C. R. 1.
(232) delle umane creature C. R. 2. — de le creature C. R. 1.
(233) formentano C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha: surmontent. Nel C. R. 2.:
soctomecteno ogni creatura d'onore.
Cap. VIII.
Lo re domanda: gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare? Sidrac
risponde:
Di quello ch' (234) egli ànno angelica natura, sanno molto grande
iscienzia, ma però non sanno egli tutte le cose. Che tanto quanto la loro
natura (235) è più spirituale che quella degli uomini, di tanto sono eglino
più (236) savi di tutto ingiegnio (237); le cose che sono a venire non sanno
egli niente, se non tanto quanto Idio lascia loro sapere. Ma le
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cogitationi (238) e le voluntadi non sa se non Iddio, e colui a cui egli lo
vuole dimostrare. E non possono fare quello che egli vogliono, che lo bene
egli non vorranno fare nè non potranno; ma egli possono assai mal fare, e
non mica quanto vorrebono, se non tanto come i buoni agnoli gli
lassano (239) fare.
(234) Dal franc. de ce che (que).
(235) Invece di natura legg. nel C. L. ma. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(236) più manca al C. L. Abbiamo suppl. coi Codd. R. 1. e R. 2.
(237) di tucti ingegni C. R. 1.
(238) comuntioni C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(239) lascieremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. IX.
Lo re domanda che forma ànno gli angioli e se sanno tutto. Sidrac
risponde:
In una maniera (240) ànno la forma di Dio, che somigliantemente
(241) fece la somiglianza (242) del nostro signore in loro, in tale maniera,
ch'egli sono lucenti (243). E sono sanza corpi, pieni di tutta biltade. E nella
natura delle cose non à nulla ch'egli non sapiano, ch'egli vegono (244) tutti
Iddio, e tutte quelle cose ch'egli vogliono, possono (245) fare senza niuna
graveza. E perciò che lo numero degli angioli (246) fosse conpiuto, si fu
fatto l'uomo. Egli fu fatto di corporale e di spirituale sustanzia. Lo
corporale (247) fu fatto di quattro elimenti (248); che l'uomo à carne della
terra, e lo sangue dell'acqua, e dell'aria si à l'anima, e del fuoco si à lo
calore. Lo capo (249) dell'uomo si è ritondo, come lo fermamento, e si à
due occhi altressì come lo cielo à due lucenti (250), cioè lo sole e la luna; e
simigliantemente, come lo cielo àe in sè sette pianete, simigliantemente àe
in sè l'uomo sette pertugi (251) nel capo; e simigliantemente come l'aria
(252) à in sè gli tuoni e gli venti, sì à l'uomo al petto le grande alene (253)
e le grande scosse (254). E altressì come il mare riceve tutta l'acqua, così
vuole dimostrare. E non possono fare quello che egli vogliono, che lo bene
egli non vorranno fare nè non potranno; ma egli possono assai mal fare, e
non mica quanto vorrebono, se non tanto come i buoni agnoli gli
lassano (239) fare.
(234) Dal franc. de ce che (que).
(235) Invece di natura legg. nel C. L. ma. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(236) più manca al C. L. Abbiamo suppl. coi Codd. R. 1. e R. 2.
(237) di tucti ingegni C. R. 1.
(238) comuntioni C. L. Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(239) lascieremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. IX.
Lo re domanda che forma ànno gli angioli e se sanno tutto. Sidrac
risponde:
In una maniera (240) ànno la forma di Dio, che somigliantemente
(241) fece la somiglianza (242) del nostro signore in loro, in tale maniera,
ch'egli sono lucenti (243). E sono sanza corpi, pieni di tutta biltade. E nella
natura delle cose non à nulla ch'egli non sapiano, ch'egli vegono (244) tutti
Iddio, e tutte quelle cose ch'egli vogliono, possono (245) fare senza niuna
graveza. E perciò che lo numero degli angioli (246) fosse conpiuto, si fu
fatto l'uomo. Egli fu fatto di corporale e di spirituale sustanzia. Lo
corporale (247) fu fatto di quattro elimenti (248); che l'uomo à carne della
terra, e lo sangue dell'acqua, e dell'aria si à l'anima, e del fuoco si à lo
calore. Lo capo (249) dell'uomo si è ritondo, come lo fermamento, e si à
due occhi altressì come lo cielo à due lucenti (250), cioè lo sole e la luna; e
simigliantemente, come lo cielo àe in sè sette pianete, simigliantemente àe
in sè l'uomo sette pertugi (251) nel capo; e simigliantemente come l'aria
(252) à in sè gli tuoni e gli venti, sì à l'uomo al petto le grande alene (253)
e le grande scosse (254). E altressì come il mare riceve tutta l'acqua, così
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riceve l'uomo nel suo ventre tutto enpitume (255); altressì come la terra
sostiene tutte le cose, altressì sostengono i piedi tutti i pondi (256)
dell'uomo. Del celestiale fuoco à egli la veduta; e dal più alto aire à l'ardore,
e dal più basso à el soffiamento del naso (257); e dell'acqua lo
gustare (258); e una partita della dureza delle pietre à egli nell'ossa; lo
verdore (259) degli alberi è (260) negli occhi; della spirituale substanzia à
egli l'anima, ch'egli è spirito in lui, e la immagine e la simiglianza di
Dio (261). La inmagine si dee intendere la forma di lui, e la simiglianza si è
la qualità, la grandeza; la divinità si è nella trinità (262). L'anima tiene la
sua ymagine, ch'è la memoria, perch'ella si ricordi delle cose che sono
passate; e si à intendimento, perch'ella intenda le cose che sono udite (263);
e si à volontà, perch'ella dispregia (264) lo male e fa il bene. In Dio
sono (265) tutte le cose e tutte le virtudi; e simigliantemente come Idio non
puote essere tenuto dentro della sua creatura, conciosiacosa ch'ella
conprende tutte le cose, el cielo no la puote mica contastare (266), ch'ella
non sappia assai delle cose celestiali e dello inferno, simigliantemente che
questa è la spirituale sustanzia (267).
(240) mainira C. R. 1. — Ant. franc. maniere, meniere; prov. maneira, manieira, maniera, manera.
(241) insiememente C. R. 1.
(242) sembianza C. R. 1.
(243) lucerna C. R. 2. — luysans C. F. R.
(244) ch'egli possono vegono C. L. — Abbiamo soppresso il possono, che non trovasi in nessuno
degli altri Codd., e che toglierebbe senso al discorso.
(245) Qui manca possono nel C. L., mentre leggesi negli altri Codd. Onde è chiaro che l'amanuense
traspose erroneamente questa parola, ponendola sopra, dove non poteva stare, e omettendola
qui dov'era necessaria.
(246) degli angeli buoni C. R. 2. — dei boni C. R. 1.
(247) Le corpora C. R. 2.
(248) alimenti C. R. 2.; C. R. 1.
(249) corpo C. R. 2.; C. R. 1.
(250) lucerne C. R. 2. — luminire C. R. 1. — lumiers C. F. R. — Di lucente sost. reca un esempio la
Crusca. Invece di luminire crediamo abbia da leggersi luminiere. Si hanno esempi di luminiera
per luce. L'Ariosto, a significare il sole e la luna, disse luminario. L'ant. franc. ha lumiere,
luminaire; il prov. lumeira, lumneyra, lhumnieyra, luminaria. „Foron fachas luminarias, so es
lo solelh e la luna.„ Rayn., Lex. IV, 104. „E troverai de' buon, la cui lumiera. — Non dà nullo
splendore.„ Dante, Canz. O patria degna, ecc. pag. 297., ed. Barbèra.
(251) pertusi C. R. 1. — Pertuis, ant. franc., da pertusiare, pertusium.
(252) airie C. R. 1.
(253) aleines C. F. R. — L'ant. fr. ha il vb. anheler e per trasposizione dell'n e dell'l, aleiner, onde
aleine, alainne, alaine; ed il prov. ale, alen, hale, halena.
sostiene tutte le cose, altressì sostengono i piedi tutti i pondi (256)
dell'uomo. Del celestiale fuoco à egli la veduta; e dal più alto aire à l'ardore,
e dal più basso à el soffiamento del naso (257); e dell'acqua lo
gustare (258); e una partita della dureza delle pietre à egli nell'ossa; lo
verdore (259) degli alberi è (260) negli occhi; della spirituale substanzia à
egli l'anima, ch'egli è spirito in lui, e la immagine e la simiglianza di
Dio (261). La inmagine si dee intendere la forma di lui, e la simiglianza si è
la qualità, la grandeza; la divinità si è nella trinità (262). L'anima tiene la
sua ymagine, ch'è la memoria, perch'ella si ricordi delle cose che sono
passate; e si à intendimento, perch'ella intenda le cose che sono udite (263);
e si à volontà, perch'ella dispregia (264) lo male e fa il bene. In Dio
sono (265) tutte le cose e tutte le virtudi; e simigliantemente come Idio non
puote essere tenuto dentro della sua creatura, conciosiacosa ch'ella
conprende tutte le cose, el cielo no la puote mica contastare (266), ch'ella
non sappia assai delle cose celestiali e dello inferno, simigliantemente che
questa è la spirituale sustanzia (267).
(240) mainira C. R. 1. — Ant. franc. maniere, meniere; prov. maneira, manieira, maniera, manera.
(241) insiememente C. R. 1.
(242) sembianza C. R. 1.
(243) lucerna C. R. 2. — luysans C. F. R.
(244) ch'egli possono vegono C. L. — Abbiamo soppresso il possono, che non trovasi in nessuno
degli altri Codd., e che toglierebbe senso al discorso.
(245) Qui manca possono nel C. L., mentre leggesi negli altri Codd. Onde è chiaro che l'amanuense
traspose erroneamente questa parola, ponendola sopra, dove non poteva stare, e omettendola
qui dov'era necessaria.
(246) degli angeli buoni C. R. 2. — dei boni C. R. 1.
(247) Le corpora C. R. 2.
(248) alimenti C. R. 2.; C. R. 1.
(249) corpo C. R. 2.; C. R. 1.
(250) lucerne C. R. 2. — luminire C. R. 1. — lumiers C. F. R. — Di lucente sost. reca un esempio la
Crusca. Invece di luminire crediamo abbia da leggersi luminiere. Si hanno esempi di luminiera
per luce. L'Ariosto, a significare il sole e la luna, disse luminario. L'ant. franc. ha lumiere,
luminaire; il prov. lumeira, lumneyra, lhumnieyra, luminaria. „Foron fachas luminarias, so es
lo solelh e la luna.„ Rayn., Lex. IV, 104. „E troverai de' buon, la cui lumiera. — Non dà nullo
splendore.„ Dante, Canz. O patria degna, ecc. pag. 297., ed. Barbèra.
(251) pertusi C. R. 1. — Pertuis, ant. franc., da pertusiare, pertusium.
(252) airie C. R. 1.
(253) aleines C. F. R. — L'ant. fr. ha il vb. anheler e per trasposizione dell'n e dell'l, aleiner, onde
aleine, alainne, alaine; ed il prov. ale, alen, hale, halena.
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(254) le grande cose. C. R. 2. — le gran cosse. C. R. 1. — les grans tous C. F. R. — les grans corps
T. F. P. — Tous e corps ci sembrano errori, e supponiamo che abbia da leggersi invece cous e
cops, colps, colpi, forse nel senso che ha coup in franc. di fatto, azione, al che risponderebbe in
certo modo le cose de' Codd. Ricc. Se pure non volesse intendersi che l'uomo riceve al petto i
grandi colpi; ed allora il senso sarebbe renduto meglio da le scosse del Cod. Laurenz. E noi
preferiamo quest'ultima interpretazione.
(255) empictione C. R. 2. — empleures C. F. R.; e pare che voglia intendersi de' cibi. La Crusca
registra empitura, ma non empitume nè empizione per empimento.
(256) poins C. F. R. — L'ant. fr. ha poix, pois, peiz; il prov. pens, pes: da pensum. Cf. Diez, Etym.
Wört.
(257) Così il C. R. 1. Il C. L. è in questo punto estremamente confuso. Ma è da avvertire che esso
C. R. 1. ha, invece di soffiamento, sofocamento; mentre il C. R. 2. e il C. L. hanno soffiamento;
il C. F. R. souflement, e il T. F. P. soufflement.
(258) el gustamento C. R. 1.
(259) l'odore C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(260) àe C. R. 2.
(261) e de la spiritual substantia à l'anima di vita ke Dio vi mise per lui, ke n'è scripto in lui l'imagine
a la sembianza di Dio C. R. 1.
(262) A' teologi lo spiegare l'imbroglio di questo periodo, in tutti i Codd. ugualmente confuso. Nel
C. R. 1. si legge: la imagine si dia intendere la forma di lui; la sembranza è la grandeza; la
divinità fie ne la trinità. Nel C. F. R.: la semblance si est qualite, et le grandesse la divinite si est
le trinite. E nel T. F. P.: et la semblance est la qualite, et la grandeur est la dignite, qui est en la
sainte trinite.
(263) le cose che sono ora C. R. 1. — le cose che sono decte. C. R. 2.
(264) dispera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2. — despite C. F. R. — Forse invece di
dispera è da leggere despira, che potrebbe derivare dall'ant. fr. despire, despirer, che ha
appunto il senso di dispregiare.
(265) Idio se non C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(266) Per contrastare.
(267) La confusione e l'oscurità è uguale in tutti i Codd., e maggiore nel francese. Al T. F. P. manca
questo tratto.
Cap. X.
Lo re domanda: fece Iddio l'uomo colle sue mani? Sidrac risponde:
L'uomo fu facto per lo suo comandamento solamente; e perciò
possiamo noi intendere la cattiva natura dell'uomo: elli lo fece di vile
cosa (268), per lo confondimento del diavolo, ch'egli n'avesse
T. F. P. — Tous e corps ci sembrano errori, e supponiamo che abbia da leggersi invece cous e
cops, colps, colpi, forse nel senso che ha coup in franc. di fatto, azione, al che risponderebbe in
certo modo le cose de' Codd. Ricc. Se pure non volesse intendersi che l'uomo riceve al petto i
grandi colpi; ed allora il senso sarebbe renduto meglio da le scosse del Cod. Laurenz. E noi
preferiamo quest'ultima interpretazione.
(255) empictione C. R. 2. — empleures C. F. R.; e pare che voglia intendersi de' cibi. La Crusca
registra empitura, ma non empitume nè empizione per empimento.
(256) poins C. F. R. — L'ant. fr. ha poix, pois, peiz; il prov. pens, pes: da pensum. Cf. Diez, Etym.
Wört.
(257) Così il C. R. 1. Il C. L. è in questo punto estremamente confuso. Ma è da avvertire che esso
C. R. 1. ha, invece di soffiamento, sofocamento; mentre il C. R. 2. e il C. L. hanno soffiamento;
il C. F. R. souflement, e il T. F. P. soufflement.
(258) el gustamento C. R. 1.
(259) l'odore C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(260) àe C. R. 2.
(261) e de la spiritual substantia à l'anima di vita ke Dio vi mise per lui, ke n'è scripto in lui l'imagine
a la sembianza di Dio C. R. 1.
(262) A' teologi lo spiegare l'imbroglio di questo periodo, in tutti i Codd. ugualmente confuso. Nel
C. R. 1. si legge: la imagine si dia intendere la forma di lui; la sembranza è la grandeza; la
divinità fie ne la trinità. Nel C. F. R.: la semblance si est qualite, et le grandesse la divinite si est
le trinite. E nel T. F. P.: et la semblance est la qualite, et la grandeur est la dignite, qui est en la
sainte trinite.
(263) le cose che sono ora C. R. 1. — le cose che sono decte. C. R. 2.
(264) dispera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2. — despite C. F. R. — Forse invece di
dispera è da leggere despira, che potrebbe derivare dall'ant. fr. despire, despirer, che ha
appunto il senso di dispregiare.
(265) Idio se non C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
(266) Per contrastare.
(267) La confusione e l'oscurità è uguale in tutti i Codd., e maggiore nel francese. Al T. F. P. manca
questo tratto.
Cap. X.
Lo re domanda: fece Iddio l'uomo colle sue mani? Sidrac risponde:
L'uomo fu facto per lo suo comandamento solamente; e perciò
possiamo noi intendere la cattiva natura dell'uomo: elli lo fece di vile
cosa (268), per lo confondimento del diavolo, ch'egli n'avesse
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vergogna (269), che così cattiva cosa montasse nella gloria, unde elli era
caduto per suo orgoglio; e si li fece nome di ciò che elli (270) era facto di
quattro elementi, donde (271) questo secolo è fatto; e si ebbe nome delle
quattro parti (272) del mondo (273), satachano carboncini tramas robras
amefin; e lo lignagio dee enpiere le quattro parti del secolo. Anche àe
l'uomo simiglianza al nostro Signore in questa maniera, che, altressì come
lo nostro Signore è sopra tutte le cose in cielo, e altressie sopra tutte le cose
fece l'uomo in terra. E però che egli sapea ch'egli peccherebe, sì fece l'altre
cose corporali, cioè quello ch'egli avrebe mestiero (274). E sì fece le
mosche e le formiche e le pulci e le zanzare (275) e gli altri vermini, per
l'argoglio dell'uomo, perciò che, quando elle lo pungono, egli si pensa che
molto è cattivo, che non può contastare a così cattive e vili cose (276). Le
formiche e li ragni, che si travagliano (277) nella loro opera, ne danno
asenplo (278) che noi dobbiamo lavorare. Se noi guardiamo (279) bene
tutto ciò che Idio fece (280), si ci è uno grande diletto: chè gli fiori ànno
biltade, e l'erbe ànno medicina, gli frutti della terra si ci pascono, gli venti e
lo sole e la luna si ci portono significanza (281); e tutte quelle cose che ci
sono buone, e furono fatte per l'uomo, e si furono fatte alla gloria
dell'uomo (282).
(268) Il C. R. 2. aggiunge: cioè di bellecta di terra; lo che non leggesi nè nel C. F. R. nè nel C. R. 2.,
onde è a crederlo un glossema dell'amanuense. Belletta è il limus de' latini. „Or ci attristiam
nella belletta negra„. Dante.
(269) ontia C. R. 1. Manca alla Crusca.
(270) Nel C. L.: nella gloria la ove egli era fatto, ec. Abbiamo corr. e suppl. col C. R. 1.
(271) unde C. R. 1.
(272) partite C. R. 1.
(273) secolo C. R. 1.
(274) di ciò ke avia mistiero C. R. 1.
(275) zenzare C. R. 2. — zanzane C. R. 1.
(276) a si picciola cosa C. R. 1.
(277) che si fadicano C. R. 1.
(278) essempro C. R. 2.
(279) sguardiamo C. R. 1. — Ant. fr. esgarder, esguarder.
(280) fane C. R. 1.
(281) portent significations C. F. R.
(282) a lodo de la gloria di Dio C. R. 1. — a la loenge de la gloire de Deu C. F. R. — Loenge,
louenge vuol dire permesso, approvazione, onde fu mal tradotto per lodo. Invece di alla gloria
dell'uomo, com'è nel C. L., crediamo si abbia a leggere alla gloria di Dio.
caduto per suo orgoglio; e si li fece nome di ciò che elli (270) era facto di
quattro elementi, donde (271) questo secolo è fatto; e si ebbe nome delle
quattro parti (272) del mondo (273), satachano carboncini tramas robras
amefin; e lo lignagio dee enpiere le quattro parti del secolo. Anche àe
l'uomo simiglianza al nostro Signore in questa maniera, che, altressì come
lo nostro Signore è sopra tutte le cose in cielo, e altressie sopra tutte le cose
fece l'uomo in terra. E però che egli sapea ch'egli peccherebe, sì fece l'altre
cose corporali, cioè quello ch'egli avrebe mestiero (274). E sì fece le
mosche e le formiche e le pulci e le zanzare (275) e gli altri vermini, per
l'argoglio dell'uomo, perciò che, quando elle lo pungono, egli si pensa che
molto è cattivo, che non può contastare a così cattive e vili cose (276). Le
formiche e li ragni, che si travagliano (277) nella loro opera, ne danno
asenplo (278) che noi dobbiamo lavorare. Se noi guardiamo (279) bene
tutto ciò che Idio fece (280), si ci è uno grande diletto: chè gli fiori ànno
biltade, e l'erbe ànno medicina, gli frutti della terra si ci pascono, gli venti e
lo sole e la luna si ci portono significanza (281); e tutte quelle cose che ci
sono buone, e furono fatte per l'uomo, e si furono fatte alla gloria
dell'uomo (282).
(268) Il C. R. 2. aggiunge: cioè di bellecta di terra; lo che non leggesi nè nel C. F. R. nè nel C. R. 2.,
onde è a crederlo un glossema dell'amanuense. Belletta è il limus de' latini. „Or ci attristiam
nella belletta negra„. Dante.
(269) ontia C. R. 1. Manca alla Crusca.
(270) Nel C. L.: nella gloria la ove egli era fatto, ec. Abbiamo corr. e suppl. col C. R. 1.
(271) unde C. R. 1.
(272) partite C. R. 1.
(273) secolo C. R. 1.
(274) di ciò ke avia mistiero C. R. 1.
(275) zenzare C. R. 2. — zanzane C. R. 1.
(276) a si picciola cosa C. R. 1.
(277) che si fadicano C. R. 1.
(278) essempro C. R. 2.
(279) sguardiamo C. R. 1. — Ant. fr. esgarder, esguarder.
(280) fane C. R. 1.
(281) portent significations C. F. R.
(282) a lodo de la gloria di Dio C. R. 1. — a la loenge de la gloire de Deu C. F. R. — Loenge,
louenge vuol dire permesso, approvazione, onde fu mal tradotto per lodo. Invece di alla gloria
dell'uomo, com'è nel C. L., crediamo si abbia a leggere alla gloria di Dio.
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Cap. XI.
Lo re domanda: dove fu fatto Adamo? Sidrac risponde:
Adamo fu facto in Ebrot (283), ove egli morì e fu sopellito. E quando
elli fu facto, fu messo in paradiso, cioè in uno luogo molto
dilettevole (284), in Oriente. Là (285) sono albori di diverse maniere (286);
egli sono buoni contra diverse infermitadi: uno tale albore v'à che, se
l'uomo mangiasse del frutto, giammai fame non avrebe; e se del secondo
mangiasse, giammai istanco (287) non sarebbe; e al drieto (288), s'egli
mangiasse di quello che si chiama frutto di vita, giammai non infermerebe e
non invecchierebbe, nè mai non morrebbe. E in quello paradiso fu egli
messo; e Eva fu fatta in quello paradiso dal lato (289) all'uomo, quando egli
dormia, cioè a intendere della sua costa (290). E simigliantemente, come
egli furono d'una carne, così furono d'una volontà e d'uno cuore (291). E
Iddio volle ch'egli fossono simiglianti a lui, che siccome di lui disciesono
tutte le cose, così nascono di lui tucte le cose e tucti gli uomini (292), cioè
d'Adam (293); e però fu fatto Eva di lui. E si li fece tali ch'egli potessono
peccare, per magiore merito avere; che, quando egli furono tentati, s'egli
non avessino consentito al diavolo, allora sarebono stati sì afermati (294),
che giammai eglino e gli altri non potrebono avere peccato. Inanzi ch'eglino
peccassono erano ignudi (295), e non aveano di loro membri vergogna, se
non come degli occhi; che sì tosto come egli feciono quello peccato verso lo
loro criatore, sì si vidono ignudi, e spogliati del vestimento della grazia.
Essi ebono cupidizia l'uno verso l'altro, e si cominciò a nasciere tra loro una
grande confusione, e ebono vergogna degli loro menbri. E perciò che
l'uomo sapesse che tutte le schiatte doveano essere colpevole di questo
peccato, fece rimanere lo nodo che àe la gola (296). E 'l nostro Signore
sapea (297) che grande bene e grande profitto dovea essere (298) di quella
ischiatta. Anzi che peccassono vidono Idio in paradiso. Lo diavolo ebe
grande invidia di ciò, ch'egli dovea montare là, onde egli era caduto, si
entrò nel serpente, e parlò alla femmina, e la ingannò; che, si tosto com'ella
fu nata, ella fue ingannata. Essi non dimorarono in paradiso se non sette
ore (299); e le tre ore (300) mise Adamo nome a tutte le bestie; alle sette
ore (301) mangiò la femina il pome (302), e diello al marito, e egli lo
Lo re domanda: dove fu fatto Adamo? Sidrac risponde:
Adamo fu facto in Ebrot (283), ove egli morì e fu sopellito. E quando
elli fu facto, fu messo in paradiso, cioè in uno luogo molto
dilettevole (284), in Oriente. Là (285) sono albori di diverse maniere (286);
egli sono buoni contra diverse infermitadi: uno tale albore v'à che, se
l'uomo mangiasse del frutto, giammai fame non avrebe; e se del secondo
mangiasse, giammai istanco (287) non sarebbe; e al drieto (288), s'egli
mangiasse di quello che si chiama frutto di vita, giammai non infermerebe e
non invecchierebbe, nè mai non morrebbe. E in quello paradiso fu egli
messo; e Eva fu fatta in quello paradiso dal lato (289) all'uomo, quando egli
dormia, cioè a intendere della sua costa (290). E simigliantemente, come
egli furono d'una carne, così furono d'una volontà e d'uno cuore (291). E
Iddio volle ch'egli fossono simiglianti a lui, che siccome di lui disciesono
tutte le cose, così nascono di lui tucte le cose e tucti gli uomini (292), cioè
d'Adam (293); e però fu fatto Eva di lui. E si li fece tali ch'egli potessono
peccare, per magiore merito avere; che, quando egli furono tentati, s'egli
non avessino consentito al diavolo, allora sarebono stati sì afermati (294),
che giammai eglino e gli altri non potrebono avere peccato. Inanzi ch'eglino
peccassono erano ignudi (295), e non aveano di loro membri vergogna, se
non come degli occhi; che sì tosto come egli feciono quello peccato verso lo
loro criatore, sì si vidono ignudi, e spogliati del vestimento della grazia.
Essi ebono cupidizia l'uno verso l'altro, e si cominciò a nasciere tra loro una
grande confusione, e ebono vergogna degli loro menbri. E perciò che
l'uomo sapesse che tutte le schiatte doveano essere colpevole di questo
peccato, fece rimanere lo nodo che àe la gola (296). E 'l nostro Signore
sapea (297) che grande bene e grande profitto dovea essere (298) di quella
ischiatta. Anzi che peccassono vidono Idio in paradiso. Lo diavolo ebe
grande invidia di ciò, ch'egli dovea montare là, onde egli era caduto, si
entrò nel serpente, e parlò alla femmina, e la ingannò; che, si tosto com'ella
fu nata, ella fue ingannata. Essi non dimorarono in paradiso se non sette
ore (299); e le tre ore (300) mise Adamo nome a tutte le bestie; alle sette
ore (301) mangiò la femina il pome (302), e diello al marito, e egli lo
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mangiò per lo suo amore; e a ora di nona furono cacciati fuori del paradiso.
E incontanente disciese l'agnolo da cielo, cherubin (303), con una spada di
fuoco in mano; quello fuoco era uno muro di fuoco (304), onde quello
paradiso ne fue intorniato (305), apresso quello peccato. Cherubin fu quello
che guarda lo fuoco ch'è intorniato al paradiso, e getta adietro i corpi e gli
spiriti (306); chè nullo ispirito v'enterrà, nè buono nè reo, infino a tanto che
il figliuolo di Dio perverrà in terra, e morrà inpeso (307) in croce, per
questa disubidienzia che Adamo fece verso lo suo criatore. E per quello
amore ispegnerà lo muro del fuoco, che intornia (308) il paradiso, e
ronperrà le porti (309) del ninferno, e trarranne fuori Adamo e gli suoi
amici, e metteragli nel paradiso celestiale. E allora (310) tutti quelli che
morranno perfetti, sì saranno amici di Dio, e andranno in paradiso
celestiale, e non troverranno chi loro lo vieti. Certo bene dee l'uomo credere
a quello Idio, che manderà lo suo figliuolo di cielo in terra, per noi
diliberare (311) si lascierà morire.
(283) Ebron C. F. R., C. R. 1.
(284) diliciano C. R. 1.
(285) ine C. R. 1. — ileuques. C. F. R., che è da corr. ilueques.
(286) mainiere C. R. 1.
(287) lasso C. R. 1.
(288) da dirieto C. R. 2. — a la perfine C. R. 1. — au deran C. F. R. — Vedesi come il traduttore del
testo Laurenziano abbia volgarizzato secondo il significato etimologico della parola. Au
darrien, au daarrain, a la deraina, significa in ultimo luogo, alla perfine, e deriva da
deretranus, e questo da de retro, onde il drieto, dietro del nostro testo.
(289) de la costa C. R. 1.
(290) de la sua costa diricta C. R. 1.
(291) coragio C. R. 1. — corage C. F. R. — Nel franc. ant corage, coraige vuol dire cuore,
sentimento, volontà. Lo stesso significato ha coratge in prov. e coraggio in ital.
(292) Abbiamo adottata la lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.: que tout encement (esement,
ensement) com de lui descendent toutes coses, encement nasquissent tuit li home d'Adam.
(293) cioè Adam C. L. Abbiamo aggiunto il d'. Nel C. R. 1. v'è di più: d'Adamo ke fu masso di tucta
l'umana generatione.
(294) fermi C. R. 1.
(295) inudi C. R. 1.
(296) Del nodo della gola non parlasi nè nel C. F. R., nè nel T. F. P., nè nel C. R. 1.
(297) che sapea C. L. e C. R. 2. — Abbiamo tolto il che, parendoci errore evidente, e non leggendosi
nè nel C. R. 1., nè nel T. F. R.: et nostre sire soit, ec.
(298) nasciare C. R. 1. — estre C. F. R. Probabilmente il testo francese da cui fu trad. il nostro,
diceva istre, una delle forme del vb. issir, uscire, che dal volgarizzatore fu confusa con estre,
essere.
E incontanente disciese l'agnolo da cielo, cherubin (303), con una spada di
fuoco in mano; quello fuoco era uno muro di fuoco (304), onde quello
paradiso ne fue intorniato (305), apresso quello peccato. Cherubin fu quello
che guarda lo fuoco ch'è intorniato al paradiso, e getta adietro i corpi e gli
spiriti (306); chè nullo ispirito v'enterrà, nè buono nè reo, infino a tanto che
il figliuolo di Dio perverrà in terra, e morrà inpeso (307) in croce, per
questa disubidienzia che Adamo fece verso lo suo criatore. E per quello
amore ispegnerà lo muro del fuoco, che intornia (308) il paradiso, e
ronperrà le porti (309) del ninferno, e trarranne fuori Adamo e gli suoi
amici, e metteragli nel paradiso celestiale. E allora (310) tutti quelli che
morranno perfetti, sì saranno amici di Dio, e andranno in paradiso
celestiale, e non troverranno chi loro lo vieti. Certo bene dee l'uomo credere
a quello Idio, che manderà lo suo figliuolo di cielo in terra, per noi
diliberare (311) si lascierà morire.
(283) Ebron C. F. R., C. R. 1.
(284) diliciano C. R. 1.
(285) ine C. R. 1. — ileuques. C. F. R., che è da corr. ilueques.
(286) mainiere C. R. 1.
(287) lasso C. R. 1.
(288) da dirieto C. R. 2. — a la perfine C. R. 1. — au deran C. F. R. — Vedesi come il traduttore del
testo Laurenziano abbia volgarizzato secondo il significato etimologico della parola. Au
darrien, au daarrain, a la deraina, significa in ultimo luogo, alla perfine, e deriva da
deretranus, e questo da de retro, onde il drieto, dietro del nostro testo.
(289) de la costa C. R. 1.
(290) de la sua costa diricta C. R. 1.
(291) coragio C. R. 1. — corage C. F. R. — Nel franc. ant corage, coraige vuol dire cuore,
sentimento, volontà. Lo stesso significato ha coratge in prov. e coraggio in ital.
(292) Abbiamo adottata la lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.: que tout encement (esement,
ensement) com de lui descendent toutes coses, encement nasquissent tuit li home d'Adam.
(293) cioè Adam C. L. Abbiamo aggiunto il d'. Nel C. R. 1. v'è di più: d'Adamo ke fu masso di tucta
l'umana generatione.
(294) fermi C. R. 1.
(295) inudi C. R. 1.
(296) Del nodo della gola non parlasi nè nel C. F. R., nè nel T. F. P., nè nel C. R. 1.
(297) che sapea C. L. e C. R. 2. — Abbiamo tolto il che, parendoci errore evidente, e non leggendosi
nè nel C. R. 1., nè nel T. F. R.: et nostre sire soit, ec.
(298) nasciare C. R. 1. — estre C. F. R. Probabilmente il testo francese da cui fu trad. il nostro,
diceva istre, una delle forme del vb. issir, uscire, che dal volgarizzatore fu confusa con estre,
essere.
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(299) VII dì C. R. 1.
(300) e a la terza ora C. R. 1.
(301) a la sexta ora C. R. 1.
(302) pomo C. R. 1. — pome C. F. R.
(303) lo quale avea nome cherubin C. R. 2.
(304) Concordano tutti i codd. Il T. F. P. ha: qui sembloit feu, et de celle espee fist ung mur, ec.
(305) avironato C. R. 2. — environee C. F. R.
(306) i corpi e gli spiriti che di paradiso, che nullo, ec. C. L. — Abbiamo tolto che di paradiso,
stando alla lez. del C. R. 2.
(307) apresso C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2. Nel C. R. 1.: pendente.
(308) invirona C. R. 1.
(309) Per porte. Cf. Nannucci, Teorica, Cap. X., 265, 268.
(310) e da ine inanzi C. R. 1.
(311) ricomparare C. R. 1., per ricomprare.
Cap. XII.
Lo re domanda: quando Adamo fu fuori del paradiso dove andò egli? E
Sidrac risponde:
Adamo sì venne in Ebrocti (312), ove egli fu fatto, e là ingienerò gli
figliuoli (313). E poi (314) cento anni egli pianse Abel suo figliuolo, che
Caino l'avea ucciso; e unque poi non si volle acostare (315) alla moglie. Ma
però che Idio non volle nasciere della malvagia semenza (316) di Caino,
fece Adamo amaestrare per l'agnolo suo, che giacesse colla moglie: e egli sì
lo fece, e ingenerò uno figliuolo ch'ebbe nome Sem, della cui ischiatta lo
figliuolo di Dio nascierà (317). E sapiate tutti di vero che dal tenpo
d'Adamo infino al tenpo di Noè, non piove (318) unque, e non aparvono
nuvoli in cielo (319). E non mangiavano carne e non beveano (320) vino: e
tutto quello tenpo era così bello come la state; e si era abondanza di tutte le
cose; e tutto questo rimase (321) per lo peccato della gente.
(312) Ebron C. R. 1. e C. F. R.
(313) VII anfans C. F. R. — filz et filles T. F. P. — Nel C. L. si legge: e là ingienerò gli figliuoli
disse Signore e poi cento anni, ec. Disse Signore, che non trovasi in nessuno degli altri codd., ci
(300) e a la terza ora C. R. 1.
(301) a la sexta ora C. R. 1.
(302) pomo C. R. 1. — pome C. F. R.
(303) lo quale avea nome cherubin C. R. 2.
(304) Concordano tutti i codd. Il T. F. P. ha: qui sembloit feu, et de celle espee fist ung mur, ec.
(305) avironato C. R. 2. — environee C. F. R.
(306) i corpi e gli spiriti che di paradiso, che nullo, ec. C. L. — Abbiamo tolto che di paradiso,
stando alla lez. del C. R. 2.
(307) apresso C. L. Abbiamo corr. col C. R. 2. Nel C. R. 1.: pendente.
(308) invirona C. R. 1.
(309) Per porte. Cf. Nannucci, Teorica, Cap. X., 265, 268.
(310) e da ine inanzi C. R. 1.
(311) ricomparare C. R. 1., per ricomprare.
Cap. XII.
Lo re domanda: quando Adamo fu fuori del paradiso dove andò egli? E
Sidrac risponde:
Adamo sì venne in Ebrocti (312), ove egli fu fatto, e là ingienerò gli
figliuoli (313). E poi (314) cento anni egli pianse Abel suo figliuolo, che
Caino l'avea ucciso; e unque poi non si volle acostare (315) alla moglie. Ma
però che Idio non volle nasciere della malvagia semenza (316) di Caino,
fece Adamo amaestrare per l'agnolo suo, che giacesse colla moglie: e egli sì
lo fece, e ingenerò uno figliuolo ch'ebbe nome Sem, della cui ischiatta lo
figliuolo di Dio nascierà (317). E sapiate tutti di vero che dal tenpo
d'Adamo infino al tenpo di Noè, non piove (318) unque, e non aparvono
nuvoli in cielo (319). E non mangiavano carne e non beveano (320) vino: e
tutto quello tenpo era così bello come la state; e si era abondanza di tutte le
cose; e tutto questo rimase (321) per lo peccato della gente.
(312) Ebron C. R. 1. e C. F. R.
(313) VII anfans C. F. R. — filz et filles T. F. P. — Nel C. L. si legge: e là ingienerò gli figliuoli
disse Signore e poi cento anni, ec. Disse Signore, che non trovasi in nessuno degli altri codd., ci
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è parsa una interpolazione dell'amanuense, e l'abbiamo soppressa.
(314) e per C. R. 1. — e più C. R. 2.
(315) asenbiare C. R. 1. — assembler T. F. R.— Assembler, assambler, assanber, ant. fr., unirsi ad
alcuno; e assemblement, unione dell'uomo colla donna.
(316) semente C. R. 1.
(317) nasceo C. R. 1.
(318) piobe C. R. 1.
(319) nè apparì arco in cielo C. R. 1. — l'arc dou ciel C. F. R.
(320) bevivano C. R. 1.
(321) cessò, mancò.
Cap. XIII.
Lo re domanda: fece Adamo altro peccato inverso lo suo criatore, se non
quello ch'egli trapassò (322) lo suo comandamento e mangiò lo
pome (323)? Sidrac risponde:
Non certo (324); ma questo fu tropo gran peccato, ch'egli disiderò
d'essere Iddio, e (325) però mangiò lo pome, che Idio gli avea vietato. Egli
non volle fare lo comandamento di Dio, e la criatura non dee fare nulla
(326) contra lo suo creatore. Certo se tu fossi inanzi a Dio, e alcuno ti
dicesse guardati indietro, e se tu non lo facessi (327) tutto il secolo
pericolerà; e (328) Idio ti dicesse, io non voglio che tu guardi indrieto, anzi
voglio che 'l secolo pericoli, tu dei (329) fare lo comandamento del tuo
criatore, e l'altro no, conciosia cosa che (330) 'l mondo perisca. E così fece
Adamo, egli era (331) dinanzi a Dio. E sì tosto come lo diavolo lo
molestò (332), egli guardò indietro, e però fece magior peccato, che di
pericolare tutto il mondo. Et in quello solo peccato fece secte criminali
peccati, per li quali (333) egli ingonbrò (334) tutti quelli che doveano
nasciere di lui. Primieramente fue argoglio ch'egli volea essere pari di Dio;
lo secondo fu (335) innobedienzia, ch'egli trapassò lo comandamento del
suo criatore; lo terzo fu avarizia, ch'egli disiderò più che Idio non gli volea
dare (336); lo quarto fu sacrilegio, ch'egli prese in sè quello che Idio gli
avea difeso (337); lo quinto fu la spirituale fornicatione, che la sua anima
(314) e per C. R. 1. — e più C. R. 2.
(315) asenbiare C. R. 1. — assembler T. F. R.— Assembler, assambler, assanber, ant. fr., unirsi ad
alcuno; e assemblement, unione dell'uomo colla donna.
(316) semente C. R. 1.
(317) nasceo C. R. 1.
(318) piobe C. R. 1.
(319) nè apparì arco in cielo C. R. 1. — l'arc dou ciel C. F. R.
(320) bevivano C. R. 1.
(321) cessò, mancò.
Cap. XIII.
Lo re domanda: fece Adamo altro peccato inverso lo suo criatore, se non
quello ch'egli trapassò (322) lo suo comandamento e mangiò lo
pome (323)? Sidrac risponde:
Non certo (324); ma questo fu tropo gran peccato, ch'egli disiderò
d'essere Iddio, e (325) però mangiò lo pome, che Idio gli avea vietato. Egli
non volle fare lo comandamento di Dio, e la criatura non dee fare nulla
(326) contra lo suo creatore. Certo se tu fossi inanzi a Dio, e alcuno ti
dicesse guardati indietro, e se tu non lo facessi (327) tutto il secolo
pericolerà; e (328) Idio ti dicesse, io non voglio che tu guardi indrieto, anzi
voglio che 'l secolo pericoli, tu dei (329) fare lo comandamento del tuo
criatore, e l'altro no, conciosia cosa che (330) 'l mondo perisca. E così fece
Adamo, egli era (331) dinanzi a Dio. E sì tosto come lo diavolo lo
molestò (332), egli guardò indietro, e però fece magior peccato, che di
pericolare tutto il mondo. Et in quello solo peccato fece secte criminali
peccati, per li quali (333) egli ingonbrò (334) tutti quelli che doveano
nasciere di lui. Primieramente fue argoglio ch'egli volea essere pari di Dio;
lo secondo fu (335) innobedienzia, ch'egli trapassò lo comandamento del
suo criatore; lo terzo fu avarizia, ch'egli disiderò più che Idio non gli volea
dare (336); lo quarto fu sacrilegio, ch'egli prese in sè quello che Idio gli
avea difeso (337); lo quinto fu la spirituale fornicatione, che la sua anima
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era coniunta a Dio, e quando egli fece la volontà del diavolo, sì fece
adulterio (338), e però perdette l'amore del suo verace isposo; lo sesto fu
micidio (339), ch'egli uccise sè e tutti gli altri; lo settimo fu morte e
ghiottornia (340), ch'egli mangiò lo pome, e credette alla volontà della
femina, e fece quello che Idio gli avea vietato (341), e tolse l'onore a Dio.
Per quello peccato gli conviene fare sodisfazione, che chi dell'altrui toglie,
rendere gli conviene, e per l'amendamento (342) si piglia mercede. E perciò
che Adamo dee fare sodisfazione a Dio, egli è ancora in tenebre d'inferno, e
sarà, infino a tanto che il verace profeta figliuolo di Dio verrà in terra per
lui diliberare.
(322) travalcò C. R. 1.
(323) la poma C. R. 1.
(324) None niente C. R. 1.
(325) ma C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(326) neuna cosa dia fare C. R. 1.
(327) che tu nollo avessi fatto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — e se nol fai C. R. 1.
(328) Abbiamo agg. questo e dal C. R. 2. e C. R. 1.
(329) dii C. R. 1.
(330) Qui ha il senso di malgrado che, nonostante che, conforme al franc. ja soit ce que, ja seit ce
que, di cui è traduzione. Cf. Burguy, Gramm., II, 383; Roquefort, Gloss. — Nel C. R. 1.: Se
tucto el mondo perisse.
(331) Pare che debba sottintendersi infinchè o quando. Nel C. R. 1.: k'era.
(332) Ci pare migliore la lez. del C. R. 1.: l'amaestrò. Nel C. F. R.: lor mostra. Mostrer, ant. fr.,
insegnare.
(333) Così ha il C. R. 1., la cui lezione ci è parsa preferibile a quella del C. L.
(334) Così tutti i Codd. Encombrer in ant. fr. e encombrar in prov. hanno il significato di souiller. Il
Raynouard reca questo stesso passo, tolto da un testo prov. del Sydrac: el fetz VII peccatz
mortals per que encombret cels que devion naisser de lhuy. Cf. Burguy, Gramm., e Roquefort,
Gloss.
(335) ch'egli fu C. L. Errore evidente, che abbiamo corr. col C. R. 2.
(336) gli avia donato C. R. 1.
(337) proibito.
(338) avolterio C. R. 1.
(339) omicidio C. R. 1.
(340) mortal ghiotornia C. R. 1.
(341) vetato C. R. 1.
(342) lo mendamento C. R. 1.
adulterio (338), e però perdette l'amore del suo verace isposo; lo sesto fu
micidio (339), ch'egli uccise sè e tutti gli altri; lo settimo fu morte e
ghiottornia (340), ch'egli mangiò lo pome, e credette alla volontà della
femina, e fece quello che Idio gli avea vietato (341), e tolse l'onore a Dio.
Per quello peccato gli conviene fare sodisfazione, che chi dell'altrui toglie,
rendere gli conviene, e per l'amendamento (342) si piglia mercede. E perciò
che Adamo dee fare sodisfazione a Dio, egli è ancora in tenebre d'inferno, e
sarà, infino a tanto che il verace profeta figliuolo di Dio verrà in terra per
lui diliberare.
(322) travalcò C. R. 1.
(323) la poma C. R. 1.
(324) None niente C. R. 1.
(325) ma C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(326) neuna cosa dia fare C. R. 1.
(327) che tu nollo avessi fatto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — e se nol fai C. R. 1.
(328) Abbiamo agg. questo e dal C. R. 2. e C. R. 1.
(329) dii C. R. 1.
(330) Qui ha il senso di malgrado che, nonostante che, conforme al franc. ja soit ce que, ja seit ce
que, di cui è traduzione. Cf. Burguy, Gramm., II, 383; Roquefort, Gloss. — Nel C. R. 1.: Se
tucto el mondo perisse.
(331) Pare che debba sottintendersi infinchè o quando. Nel C. R. 1.: k'era.
(332) Ci pare migliore la lez. del C. R. 1.: l'amaestrò. Nel C. F. R.: lor mostra. Mostrer, ant. fr.,
insegnare.
(333) Così ha il C. R. 1., la cui lezione ci è parsa preferibile a quella del C. L.
(334) Così tutti i Codd. Encombrer in ant. fr. e encombrar in prov. hanno il significato di souiller. Il
Raynouard reca questo stesso passo, tolto da un testo prov. del Sydrac: el fetz VII peccatz
mortals per que encombret cels que devion naisser de lhuy. Cf. Burguy, Gramm., e Roquefort,
Gloss.
(335) ch'egli fu C. L. Errore evidente, che abbiamo corr. col C. R. 2.
(336) gli avia donato C. R. 1.
(337) proibito.
(338) avolterio C. R. 1.
(339) omicidio C. R. 1.
(340) mortal ghiotornia C. R. 1.
(341) vetato C. R. 1.
(342) lo mendamento C. R. 1.
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Cap. XIV.
Lo re domanda che cose tolse Adamo a Dio, e come gliele converrà
rendere. Sidrac risponde:
Adamo tolse a Dio tutto quello che doveano avere tutti quelli che di lui
doveano nasciere, e simigliantemente vincere lo diavolo, com'egli era vinto
da lui. E se tutti quelli che doveano nasciere di lui in tal maniera lo
doveano (343) ristorare, come se egli non avesse unque peccato, però
ch'egli avea magior peccato che tutto il mondo, si dovrebbe rendere tal cosa
che fosse magiore di tutto lo mondo; ma egli non potè fare nè l'uno nè
l'altro; però rimas'egli in cattivitade.
(343) la dovea C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. XV.
Lo re domanda perchè non fue perduto di tutto in tutto (344), che (345) così
grandissimo peccato avea fatto. Sidrac risponde:
Perciò che non potea essere disfatto quello che Idio avea fatto e
stabilito. Iddio avea ordinato che egli conpierebe lo numero degli eletti del
legnaggio d'Adamo, e non però (346) egli avea volontà d'amendarlo (347),
et egli (348) non potea, e la misericordia di Dio non gli volle perdonare, e
mettere nel suo regno tale come egli era. E se Idio gli avesse perdonato la
sua ingiuria, sanza sodisfacimento, dunque non sarebe tutto potente, se egli
mettesse tale uomo nella (349) sua gloria senza vendetta, là onde egli avea
cacciato l'agnolo per una sola cogitazione, dunque non sarebe mica diritto;
però dee essere presa la vendetta (350) del peccato, cioè del peccatore.
Quando uno uomo truova pietre preziose in alcuno luogo lordo, elli no le
mette mica nel suo tesoro, infino a tanto che non l'à lavate. Però che lo
Lo re domanda che cose tolse Adamo a Dio, e come gliele converrà
rendere. Sidrac risponde:
Adamo tolse a Dio tutto quello che doveano avere tutti quelli che di lui
doveano nasciere, e simigliantemente vincere lo diavolo, com'egli era vinto
da lui. E se tutti quelli che doveano nasciere di lui in tal maniera lo
doveano (343) ristorare, come se egli non avesse unque peccato, però
ch'egli avea magior peccato che tutto il mondo, si dovrebbe rendere tal cosa
che fosse magiore di tutto lo mondo; ma egli non potè fare nè l'uno nè
l'altro; però rimas'egli in cattivitade.
(343) la dovea C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
Cap. XV.
Lo re domanda perchè non fue perduto di tutto in tutto (344), che (345) così
grandissimo peccato avea fatto. Sidrac risponde:
Perciò che non potea essere disfatto quello che Idio avea fatto e
stabilito. Iddio avea ordinato che egli conpierebe lo numero degli eletti del
legnaggio d'Adamo, e non però (346) egli avea volontà d'amendarlo (347),
et egli (348) non potea, e la misericordia di Dio non gli volle perdonare, e
mettere nel suo regno tale come egli era. E se Idio gli avesse perdonato la
sua ingiuria, sanza sodisfacimento, dunque non sarebe tutto potente, se egli
mettesse tale uomo nella (349) sua gloria senza vendetta, là onde egli avea
cacciato l'agnolo per una sola cogitazione, dunque non sarebe mica diritto;
però dee essere presa la vendetta (350) del peccato, cioè del peccatore.
Quando uno uomo truova pietre preziose in alcuno luogo lordo, elli no le
mette mica nel suo tesoro, infino a tanto che non l'à lavate. Però che lo
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servo dee essere fedele del suo signore, e egli era andato al tiranno, che
l'avea messo in carcere, serà mandato lo figliuolo dello re, e batterà lo
tiranno, e rimenerà lo servo al suo signore colla sua gloria.
(344) in tutto C. R. 1.
(345) puoi che C. R. 1.
(346) impertanto C. R. 1.
(347) amender C. F. R.
(348) egli C. L. — Abbiamo agg. et dal C. R. 2.
(349) in della C. R. 2.
(350) presso alla vendetta C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
Cap. XVI.
Lo re domanda e disse: perchè non mandò Iddio uno angelo inanzi per lui
diliberare, o ch'egli avesse fatto uno uomo per lui diliberare? Sidrac
risponde:
Se l'agnolo raccattasse (351) l'uomo, dunque sarebbe (352) suo servo,
e l'uomo dee essere ristorato, sicchè egli sia simigliante all'angelo. E l'altra
cosa divisò Idio, che l'angelo (353) è fiebole nella sua natura, e se egli
divenisse uomo, di tanto avrebe meno di potestà. E se egli avesse fatto un
altro uomo, e l'avesse mandato per lui diliberare (354), dunque non
aparterebbe (355) nulla la ragione alla schiatta d'Adamo. E però che
l'agnolo non potea raccattare l'uomo, nè egli per sè non potrebbe fare
sodisfazione, si piglierà primieramente lo figliuolo di Dio carne in una sola
persona, fatta in due maniere: l'una maniera si è che vincierà lo diavolo e
serà Iddio, e vincierà lo diavolo simigliantemente che lo diavolo vinse
l'uomo, e averà podestà sopra tutte le cose, come elli serà Iddio, che aprirà
lo cielo e tutti coloro che entrare vi dovranno; l'altra maniera si è ch'egli
diventerà uomo, e farà ciò che fa (356) l'uomo sanza peccato.
(351) Se l'angelo avesse ricomparato C. R. 1.
(352) sarebbe l'uomo C. R. 1.
l'avea messo in carcere, serà mandato lo figliuolo dello re, e batterà lo
tiranno, e rimenerà lo servo al suo signore colla sua gloria.
(344) in tutto C. R. 1.
(345) puoi che C. R. 1.
(346) impertanto C. R. 1.
(347) amender C. F. R.
(348) egli C. L. — Abbiamo agg. et dal C. R. 2.
(349) in della C. R. 2.
(350) presso alla vendetta C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e C. R. 2.
Cap. XVI.
Lo re domanda e disse: perchè non mandò Iddio uno angelo inanzi per lui
diliberare, o ch'egli avesse fatto uno uomo per lui diliberare? Sidrac
risponde:
Se l'agnolo raccattasse (351) l'uomo, dunque sarebbe (352) suo servo,
e l'uomo dee essere ristorato, sicchè egli sia simigliante all'angelo. E l'altra
cosa divisò Idio, che l'angelo (353) è fiebole nella sua natura, e se egli
divenisse uomo, di tanto avrebe meno di potestà. E se egli avesse fatto un
altro uomo, e l'avesse mandato per lui diliberare (354), dunque non
aparterebbe (355) nulla la ragione alla schiatta d'Adamo. E però che
l'agnolo non potea raccattare l'uomo, nè egli per sè non potrebbe fare
sodisfazione, si piglierà primieramente lo figliuolo di Dio carne in una sola
persona, fatta in due maniere: l'una maniera si è che vincierà lo diavolo e
serà Iddio, e vincierà lo diavolo simigliantemente che lo diavolo vinse
l'uomo, e averà podestà sopra tutte le cose, come elli serà Iddio, che aprirà
lo cielo e tutti coloro che entrare vi dovranno; l'altra maniera si è ch'egli
diventerà uomo, e farà ciò che fa (356) l'uomo sanza peccato.
(351) Se l'angelo avesse ricomparato C. R. 1.
(352) sarebbe l'uomo C. R. 1.
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(353) l'uomo. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.
(354) ricomparare C. R. 1.
(355) parrebbe C. L. — Abbiamo di creduto poter corr. aparterebbe sulla scorta del C. F. R. che ha:
apartenist; e del C. R. 1. che dice: dunque non avarebbe apartenuto.
(356) e sarà ciò che l'uomo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
Cap. XVII.
Lo re domanda (357): perchè vorrà egli nascere di vergine, e come sarà
ella vergine quand'egli nascierà di lei? Sidrac risponde:
Per quatro modi (358), siccome Idio fece l'uomo: lo primo, quando
Adamo fu facto non ebbe nè padre nè madre, se non Iddio, così nascierà lo
figliuolo di Dio, della Vergine, e egli sarà sè medesimo padre (359), e la
figliuola sarà sua madre (360). Lo secondo modo si è, siccome Eva nacque
della costa dell'uomo, e divenne femmina, altressì lo figliuolo di Dio
nascierà della Vergine, dello Spirito Sancto e del Padre, e ciò sarà egli
medesimo, e diventerà uomo. Lo terzo modo (361) si fia (362) per la sua
potenza, per la sua volontade. Lo quarto modo di solamente femmina
nascirae (363), per confondere lo diavolo, e per diliberare l'uomo del suo
podere. E dal cominciamento del mondo guardò Iddio quelli che più
l'ameranno, e lo suo comandamento faranno, e lo suo benedetto nome
adoreranno: di quello lignaggio sarà eletta la Vergine, che sarà netta e pura,
sanza peccato, florente, e di tutte degnità; sì generrà (364) lo figliuolo di
Dio salvatore, sanza nullo diletto, e partorirà sanza nulla ordura (365) e
sanza niuno dolore. E lo Salvatore entrerà (366) nel suo corpo, e uscirà, e
tuttavia chiusa (367), similemente come lo sole entra per la vetriera (368),
sanza danneggiarla (369). E nel suo ventre piglierà umana natura, e
dimoreravvi nove mesi, però che si conpierà nove ordini d'angioli, delle
genti che nascieranno in questo secolo. E tutte le cose saprà egli come Idio;
e secondo la sua podestà potrà egli fare tutte le cose; ma egli vorrà di tutto
in tutto tenere (370) la natura dell'uomo sanza peccare.
(357) domanda disse C. L. — Abbiamo soppresso il disse.
(354) ricomparare C. R. 1.
(355) parrebbe C. L. — Abbiamo di creduto poter corr. aparterebbe sulla scorta del C. F. R. che ha:
apartenist; e del C. R. 1. che dice: dunque non avarebbe apartenuto.
(356) e sarà ciò che l'uomo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
Cap. XVII.
Lo re domanda (357): perchè vorrà egli nascere di vergine, e come sarà
ella vergine quand'egli nascierà di lei? Sidrac risponde:
Per quatro modi (358), siccome Idio fece l'uomo: lo primo, quando
Adamo fu facto non ebbe nè padre nè madre, se non Iddio, così nascierà lo
figliuolo di Dio, della Vergine, e egli sarà sè medesimo padre (359), e la
figliuola sarà sua madre (360). Lo secondo modo si è, siccome Eva nacque
della costa dell'uomo, e divenne femmina, altressì lo figliuolo di Dio
nascierà della Vergine, dello Spirito Sancto e del Padre, e ciò sarà egli
medesimo, e diventerà uomo. Lo terzo modo (361) si fia (362) per la sua
potenza, per la sua volontade. Lo quarto modo di solamente femmina
nascirae (363), per confondere lo diavolo, e per diliberare l'uomo del suo
podere. E dal cominciamento del mondo guardò Iddio quelli che più
l'ameranno, e lo suo comandamento faranno, e lo suo benedetto nome
adoreranno: di quello lignaggio sarà eletta la Vergine, che sarà netta e pura,
sanza peccato, florente, e di tutte degnità; sì generrà (364) lo figliuolo di
Dio salvatore, sanza nullo diletto, e partorirà sanza nulla ordura (365) e
sanza niuno dolore. E lo Salvatore entrerà (366) nel suo corpo, e uscirà, e
tuttavia chiusa (367), similemente come lo sole entra per la vetriera (368),
sanza danneggiarla (369). E nel suo ventre piglierà umana natura, e
dimoreravvi nove mesi, però che si conpierà nove ordini d'angioli, delle
genti che nascieranno in questo secolo. E tutte le cose saprà egli come Idio;
e secondo la sua podestà potrà egli fare tutte le cose; ma egli vorrà di tutto
in tutto tenere (370) la natura dell'uomo sanza peccare.
(357) domanda disse C. L. — Abbiamo soppresso il disse.
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(358) I modi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., e sulla scorta del C. F. R.
(359) ed elli medesimo sarà el padre C. R. 1.
(360) „Vergine madre, figlia del tuo figlio„.
(361) mainira C. R. 1.
(362) fa C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(363) Così ha il C. R. 1. Nascirae manca al C. L.
(364) genererà.
(365) Ord, ordure fr. — Nel C. R. 2.: lordura.
(366) increrà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.
(367) entrerà nel suo ventre la porta kiusa e n'escirà la porta chiusa C. R. 1.
(368) ventiera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. R. 1.: vetro. Nel C. F. R.: veriere, che
vuol dire vetro e finestra.
(369) e no la danagia C. R. 1.
(370) manca al C. L. tenere. — Abbiamo suppl. col C. R. 1.
Cap. XVIII.
Lo re domanda (371): quanto tenpo visse Adamo? Sidrac risponde:
Adamo vivette novecento anni. Quando egli venne a morte mandò lo
suo figliuolo a l'angelo, che gli desse sanità di quello male ove egli
era (372); e lo figliuolo andò per la via che Adamo gli disse, tanto che
capitò alla porta del paradiso, là onde Adamo fu cacciato; e volendo entrare
alla porta e l'angelo gliel vietò. Egli gli domandò sanitade per lo padre; e
l'angelo gli diede tre granella (373), e disse: portale allo tuo padre, e
mettigliele in sulla bocca; e diragli che l'uno di queste granella lo diliberrà
della grande infermitade: e lo comandamento si è a cinque giorni e mezo. E
egli si partì e ritornò a Adamo (374), e missegli le granella in bocca, e
contogli quello che l'angelo gli avea detto. E disse, padre, non ti
isgomentare, che l'agnolo mi disse che di qui a cinque giorni e mezo tu
guarresti (375). E Adamo sospirò, e disse: sappi che lo giorno di Dio è mille
anni; e poco stante e egli trapassò di questo secolo. E i diavoli presono
l'anima sua con grande allegreza, e misserla nella sponda del ninferno. I
novecento anni che Adamo vivette significano quello ch'egli fece
(359) ed elli medesimo sarà el padre C. R. 1.
(360) „Vergine madre, figlia del tuo figlio„.
(361) mainira C. R. 1.
(362) fa C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
(363) Così ha il C. R. 1. Nascirae manca al C. L.
(364) genererà.
(365) Ord, ordure fr. — Nel C. R. 2.: lordura.
(366) increrà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1. e col C. F. R.
(367) entrerà nel suo ventre la porta kiusa e n'escirà la porta chiusa C. R. 1.
(368) ventiera C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. R. 1.: vetro. Nel C. F. R.: veriere, che
vuol dire vetro e finestra.
(369) e no la danagia C. R. 1.
(370) manca al C. L. tenere. — Abbiamo suppl. col C. R. 1.
Cap. XVIII.
Lo re domanda (371): quanto tenpo visse Adamo? Sidrac risponde:
Adamo vivette novecento anni. Quando egli venne a morte mandò lo
suo figliuolo a l'angelo, che gli desse sanità di quello male ove egli
era (372); e lo figliuolo andò per la via che Adamo gli disse, tanto che
capitò alla porta del paradiso, là onde Adamo fu cacciato; e volendo entrare
alla porta e l'angelo gliel vietò. Egli gli domandò sanitade per lo padre; e
l'angelo gli diede tre granella (373), e disse: portale allo tuo padre, e
mettigliele in sulla bocca; e diragli che l'uno di queste granella lo diliberrà
della grande infermitade: e lo comandamento si è a cinque giorni e mezo. E
egli si partì e ritornò a Adamo (374), e missegli le granella in bocca, e
contogli quello che l'angelo gli avea detto. E disse, padre, non ti
isgomentare, che l'agnolo mi disse che di qui a cinque giorni e mezo tu
guarresti (375). E Adamo sospirò, e disse: sappi che lo giorno di Dio è mille
anni; e poco stante e egli trapassò di questo secolo. E i diavoli presono
l'anima sua con grande allegreza, e misserla nella sponda del ninferno. I
novecento anni che Adamo vivette significano quello ch'egli fece
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disubidienzia verso Iddio, e dispectò la (376) conpagnia de' nove (377)
ordini degli angioli (378). Le tre granella significano che nascieranno di
loro albori, de' quali legni fia fatta la croce, sopra la quale fia crocificato e
morto lo figliuolo di Dio. E Adam guarirà della sua infertà (379), per
quella (380) morte che lo figliuolo di Dio farà, sarà diliberato dello inferno,
e tutti gli amici di Dio con lui. I cinque giorni e mezo significano
cinquemilia cinquecento anni (381).
(371) domanda e disse C. L. — Abbiamo soppr. e disse, stando alla lez. del C. R. 2.
(372) che il li donast guarison de cel mal ou il estoit C. F. R.
(373) tre granella del pomo c'Adamo avia mangiato C. R. 1.
(374) Adamo C. L. — Abbiamo agg. a.
(375) guariresti.
(376) alla C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(377) novi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(378) les C ans senefient les IX ordens d'angles, per ce ch'il fist desobedience vers Deu, et si despita
IX
la compagnie des IX ordens des angles C. F. R.
(379) sincope d'infermità.
(380) la qual C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(381) Il C. R. 1. è in questo cap. di lezione assai diversa e più diffusa del C. R. 2. e del C. F. R.
Cap. XIX.
Lo re domanda e disse: perchè è chiamata morte, e quante morti sono?
Sidrac risponde:
Perciòe è chiamata morte, perch'ella è amara, perchè Adamo morse lo
pome che gli era vietato; però fummo noi morti. Quella morte che non è di
natura (382), siccome quella de' garzoni, e quella ch'è di natura (383),
siccome quella de' vecchi uomini, per lo peccato d'Adam è ordinata, la
morte (384); altrimenti non morrebbe l'uomo. Che somigliantemente come
l'una generazione trapassa apresso l'altra per la morte, e l'una generazione
ordini degli angioli (378). Le tre granella significano che nascieranno di
loro albori, de' quali legni fia fatta la croce, sopra la quale fia crocificato e
morto lo figliuolo di Dio. E Adam guarirà della sua infertà (379), per
quella (380) morte che lo figliuolo di Dio farà, sarà diliberato dello inferno,
e tutti gli amici di Dio con lui. I cinque giorni e mezo significano
cinquemilia cinquecento anni (381).
(371) domanda e disse C. L. — Abbiamo soppr. e disse, stando alla lez. del C. R. 2.
(372) che il li donast guarison de cel mal ou il estoit C. F. R.
(373) tre granella del pomo c'Adamo avia mangiato C. R. 1.
(374) Adamo C. L. — Abbiamo agg. a.
(375) guariresti.
(376) alla C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(377) novi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(378) les C ans senefient les IX ordens d'angles, per ce ch'il fist desobedience vers Deu, et si despita
IX
la compagnie des IX ordens des angles C. F. R.
(379) sincope d'infermità.
(380) la qual C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(381) Il C. R. 1. è in questo cap. di lezione assai diversa e più diffusa del C. R. 2. e del C. F. R.
Cap. XIX.
Lo re domanda e disse: perchè è chiamata morte, e quante morti sono?
Sidrac risponde:
Perciòe è chiamata morte, perch'ella è amara, perchè Adamo morse lo
pome che gli era vietato; però fummo noi morti. Quella morte che non è di
natura (382), siccome quella de' garzoni, e quella ch'è di natura (383),
siccome quella de' vecchi uomini, per lo peccato d'Adam è ordinata, la
morte (384); altrimenti non morrebbe l'uomo. Che somigliantemente come
l'una generazione trapassa apresso l'altra per la morte, e l'una generazione
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apresso l'altra per la vita, simigliantemente saremmo (385) mutati allora di
volto in volto (386), e alla fine saremmo stati tutti simiglianti agli angioli.
(382) natura C. L. — Il C. R. 1. e C. R. 2. hanno matura, ma a noi è parso meglio corregg. di natura.
(383) e quella siccome ch'è di natura C. L. — Abbiamo tolto siccome, essendo evidente che è stato
scritto per errore. Nel C. R. 1.: k'è naturale.
(384) Crediamo questa ripetizione la morte un errore dell'amanuense.
(385) saremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(386) di molto in molto C. R. 2. — de mort en mort C. F. R. — de mont a mont T. F. R. Tre varianti
che ci paiono tutte erronee. Noi supponiamo che abbia da leggersi di volta in volta.
Cap. XX.
Lo re domanda, e disse: nuoce agli uomini di quale morte e' si facciano?
Sidrac risponde:
Non mica, nè poco nè molto, chè quelli che si pensano ch'egli deono
morire, quelli non muoiono già di morte subitana; e questo fanno (387)
medesimamente i buoni, che in Dio credono, e lo suo comandamento fanno.
E questi, in qual modo muoiano, o ch'egli sieno uccisi a ghiado (388), o
ch'egli sieno divorati per le bestie salvatiche, o ch'egli sieno arsi in fuoco o
anniegati in acqua, o ch'egli sieno appesi come ladroni, o ch'egli sieno morti
per alcuna disaventura, non nuoce a loro: giustizia, nè lo loro ben fare non
puote essere perduto (389). Questa maniera di morte non nuoce loro niente.
Che se egli avessono fatto in questo secolo alcuna cosa, per fragilitade della
fievole carne, si è loro tutto perdonato, per la grazia dell'aspera morte. Che
della (390) morte de' malvagi uomini, che non credono in Dio, e non fanno
lo suo comandamento, egli non ànno grande proficto (391), quando egli
giacciono lungamente in infermità, anzi ch'egli muoiano. La loro morte è
ria, ch'egli non sono mica morti in Dio (392), nè solamente (393) nollo
vogliono pensare; e però la loro morte è molta pessima. Non credono mica
quelli che viveranno lungo tenpo dopo noi, Idio del cielo mandi loro buona
ley (394) e li X comandamenti (395), già sia cosa ch' (396) egli siano
credenti in Dio, se egli non servano i dieci comandamenti, che Iddio loro
volto in volto (386), e alla fine saremmo stati tutti simiglianti agli angioli.
(382) natura C. L. — Il C. R. 1. e C. R. 2. hanno matura, ma a noi è parso meglio corregg. di natura.
(383) e quella siccome ch'è di natura C. L. — Abbiamo tolto siccome, essendo evidente che è stato
scritto per errore. Nel C. R. 1.: k'è naturale.
(384) Crediamo questa ripetizione la morte un errore dell'amanuense.
(385) saremo C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(386) di molto in molto C. R. 2. — de mort en mort C. F. R. — de mont a mont T. F. R. Tre varianti
che ci paiono tutte erronee. Noi supponiamo che abbia da leggersi di volta in volta.
Cap. XX.
Lo re domanda, e disse: nuoce agli uomini di quale morte e' si facciano?
Sidrac risponde:
Non mica, nè poco nè molto, chè quelli che si pensano ch'egli deono
morire, quelli non muoiono già di morte subitana; e questo fanno (387)
medesimamente i buoni, che in Dio credono, e lo suo comandamento fanno.
E questi, in qual modo muoiano, o ch'egli sieno uccisi a ghiado (388), o
ch'egli sieno divorati per le bestie salvatiche, o ch'egli sieno arsi in fuoco o
anniegati in acqua, o ch'egli sieno appesi come ladroni, o ch'egli sieno morti
per alcuna disaventura, non nuoce a loro: giustizia, nè lo loro ben fare non
puote essere perduto (389). Questa maniera di morte non nuoce loro niente.
Che se egli avessono fatto in questo secolo alcuna cosa, per fragilitade della
fievole carne, si è loro tutto perdonato, per la grazia dell'aspera morte. Che
della (390) morte de' malvagi uomini, che non credono in Dio, e non fanno
lo suo comandamento, egli non ànno grande proficto (391), quando egli
giacciono lungamente in infermità, anzi ch'egli muoiano. La loro morte è
ria, ch'egli non sono mica morti in Dio (392), nè solamente (393) nollo
vogliono pensare; e però la loro morte è molta pessima. Non credono mica
quelli che viveranno lungo tenpo dopo noi, Idio del cielo mandi loro buona
ley (394) e li X comandamenti (395), già sia cosa ch' (396) egli siano
credenti in Dio, se egli non servano i dieci comandamenti, che Iddio loro
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averà mandati, egli morranno in quell'aspra morte, nè loro profitterà
niente (397). Anche non credono gli altri, che viveranno dopo loro grande
tenpo, che lo figliuolo di Dio si scienderà (398) in terra, e loro comanderà
una buona legge e giusta, e crederanno in lui, ch'egli è verace Idio, e quelli
che non faranno i suoi comandamenti, che a loro saranno comandati per li
suoi ministri, già l'aspra morte non loro profitterà nè poco nè molto (399),
anzi loro nuocie.
(387) questi muoiono C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., C. R. 1. e C. F. R.
(388) a ghiadi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(389) car la soe iustisse ne les siens bienfais ne peuent onques estre perdus C. F. R.
(390) la C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(391) perfetto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(392) idio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. e C. R. 1.
(393) nella mente C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(394) Questa parola francese che trovasi nel ms. mostra forse che il volgarizzatore non seppe come
tradurla. L'ant. fr. ha loy, ley, legge.
(395) li X i comandamenti C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. Dopo comandamenti il C. L. ha: che
Idio; ed essendo chiaro l'errore da ciò che segue, abbiano soppresse queste parole.
(396) Intendasi avvegna che, come ha il C. R. 1. Già sia cosa che è trad. lett. del franc. ja soit ce
que, che significa appunto quoique, bien que.
(397) Così abbiamo corr. sulla scorta del C. F. R. che dice: ne lor profitera neent. Il C. L. ha: nè loro
perfettamente; il C. R. 2.: nè loro profeta niente varrà; il C. R. 1.: e non proferà loro niente.
Proferà supporrebbe un infinito profare, forse fare pro recare utile, non volendo crederlo errore
per profitterà. Tutto questo periodo, assai confuso, ci pare da intendere così: Quelli che
viveranno dopo noi e avranno da Dio buona legge e i dieci comandamenti, non ritrarranno da
ciò alcun profitto, benchè sieno credenti in Dio, se non osserveranno i dieci comandamenti.
(398) ascienderà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(399) Abbiamo corr. col C. F. R. che dice: ia l'aspre mort ne lor profitera ne tant ne quant. Il C. L. ha:
già fia l'aspra morte non loro perfettamente nè poco nè molto. — Ed errate del pari sono le
lezioni degli altri codd. ital.
Cap. XXI.
Lo re domanda e disse: come vanno l'anime nell'altro secolo? Sidrac
risponde:
niente (397). Anche non credono gli altri, che viveranno dopo loro grande
tenpo, che lo figliuolo di Dio si scienderà (398) in terra, e loro comanderà
una buona legge e giusta, e crederanno in lui, ch'egli è verace Idio, e quelli
che non faranno i suoi comandamenti, che a loro saranno comandati per li
suoi ministri, già l'aspra morte non loro profitterà nè poco nè molto (399),
anzi loro nuocie.
(387) questi muoiono C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2., C. R. 1. e C. F. R.
(388) a ghiadi C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(389) car la soe iustisse ne les siens bienfais ne peuent onques estre perdus C. F. R.
(390) la C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(391) perfetto C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(392) idio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. e C. R. 1.
(393) nella mente C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(394) Questa parola francese che trovasi nel ms. mostra forse che il volgarizzatore non seppe come
tradurla. L'ant. fr. ha loy, ley, legge.
(395) li X i comandamenti C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. Dopo comandamenti il C. L. ha: che
Idio; ed essendo chiaro l'errore da ciò che segue, abbiano soppresse queste parole.
(396) Intendasi avvegna che, come ha il C. R. 1. Già sia cosa che è trad. lett. del franc. ja soit ce
que, che significa appunto quoique, bien que.
(397) Così abbiamo corr. sulla scorta del C. F. R. che dice: ne lor profitera neent. Il C. L. ha: nè loro
perfettamente; il C. R. 2.: nè loro profeta niente varrà; il C. R. 1.: e non proferà loro niente.
Proferà supporrebbe un infinito profare, forse fare pro recare utile, non volendo crederlo errore
per profitterà. Tutto questo periodo, assai confuso, ci pare da intendere così: Quelli che
viveranno dopo noi e avranno da Dio buona legge e i dieci comandamenti, non ritrarranno da
ciò alcun profitto, benchè sieno credenti in Dio, se non osserveranno i dieci comandamenti.
(398) ascienderà C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(399) Abbiamo corr. col C. F. R. che dice: ia l'aspre mort ne lor profitera ne tant ne quant. Il C. L. ha:
già fia l'aspra morte non loro perfettamente nè poco nè molto. — Ed errate del pari sono le
lezioni degli altri codd. ital.
Cap. XXI.
Lo re domanda e disse: come vanno l'anime nell'altro secolo? Sidrac
risponde:
Page 77
L'anime vanno nell'altro secolo simigliantemente come lo
malfattore (400) si mena alla giustizia, con grande conpagnia di sergenti;
non gli fanno altro (401) se non la giustizia; e simigliantemente, come
l'anima si dee partire del corpo morto (402), se ella è (403) ria, si ragunano
grande quantità di demoni, e si la portano in ninferno (404), e se l'anima è
stata credente verso lo suo creatore, ella sarà diliberata verso la (405)
conpagnia d'Adam, quando lo figliuolo di Dio ronperà lo 'nferno, e lo (406)
diliberrà (407). E se l'anima non sarà stata credente verso lo suo creatore,
ella sarà radice di ninferno tutto tenpo mai (408). Ma al tenpo della
credenza del figliuolo di Dio, saranno l'anime menate in tre modi: quelli che
avranno tenuto giustamente la sua fede e la sua credenza, e avranno fatto lo
suo comandamento, quando questa giusta anima si partirà dal corpo, si
raunerà (409) grande moltitudine d'angeli, nella conpagnia dell'angelo che
l'averà guardato nelle percussioni (410) e nelle tribolazioni; elli lo
porteranno, laudando e glorificando Idio, egli la meneranno nel paradiso
celestiale. La seconda maniera, di quelli che muoiono e ànno facto assai
male e poco bene, e poi si confidano (411) nella fede, la quale lo figliuolo
di Dio àe loro donata e comandata, e s'amendano (412) inanzi la loro
morte, quando l'anima loro escie del mortale corpo, si viene l'angiolo di
Dio, e si la piglia, e dalla al malignio ispirito; e egli la porta in uno luogo
dello 'nferno che si chiama lavatorio (413), cioè purgatorio, di vizii di
questo secolo; egli la mette in quello luogo, e no le puote poi più
malfare (414), se non quello che lo buono agnolo averà comandato. E
quando ella è lavata e purgata quello ch'ella dee (415), e viene lo buono
agnolo, e pigliala, e mettela in paradiso celestiale, dove sono gli altri
buoni (416). La terza maniera di menare si è di quella anima che tutto tenpo
avrà mal fatto, e stata in questo secolo male e in peccato, fuori della fede e
del comandamento di Dio: si vengono grandissime moltitudine di diavoli, e
piglialla, e portalla a grande onta (417) e a grande vergogna, e mettolla al
fuoco dello 'nferno, e là istarà tutto tenpo, che giammai fine non avrà.
(400) li mali factori C. R. 1.
(401) altro male C. R. 2.
(402) mortale C. R. 2. — mortel C. F. R.
(403) la sella sebbe C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(404) in onferno C. R. 1.
(405) ne la C. R. 1. — in della C. R. 2.
(406) egli lo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
malfattore (400) si mena alla giustizia, con grande conpagnia di sergenti;
non gli fanno altro (401) se non la giustizia; e simigliantemente, come
l'anima si dee partire del corpo morto (402), se ella è (403) ria, si ragunano
grande quantità di demoni, e si la portano in ninferno (404), e se l'anima è
stata credente verso lo suo creatore, ella sarà diliberata verso la (405)
conpagnia d'Adam, quando lo figliuolo di Dio ronperà lo 'nferno, e lo (406)
diliberrà (407). E se l'anima non sarà stata credente verso lo suo creatore,
ella sarà radice di ninferno tutto tenpo mai (408). Ma al tenpo della
credenza del figliuolo di Dio, saranno l'anime menate in tre modi: quelli che
avranno tenuto giustamente la sua fede e la sua credenza, e avranno fatto lo
suo comandamento, quando questa giusta anima si partirà dal corpo, si
raunerà (409) grande moltitudine d'angeli, nella conpagnia dell'angelo che
l'averà guardato nelle percussioni (410) e nelle tribolazioni; elli lo
porteranno, laudando e glorificando Idio, egli la meneranno nel paradiso
celestiale. La seconda maniera, di quelli che muoiono e ànno facto assai
male e poco bene, e poi si confidano (411) nella fede, la quale lo figliuolo
di Dio àe loro donata e comandata, e s'amendano (412) inanzi la loro
morte, quando l'anima loro escie del mortale corpo, si viene l'angiolo di
Dio, e si la piglia, e dalla al malignio ispirito; e egli la porta in uno luogo
dello 'nferno che si chiama lavatorio (413), cioè purgatorio, di vizii di
questo secolo; egli la mette in quello luogo, e no le puote poi più
malfare (414), se non quello che lo buono agnolo averà comandato. E
quando ella è lavata e purgata quello ch'ella dee (415), e viene lo buono
agnolo, e pigliala, e mettela in paradiso celestiale, dove sono gli altri
buoni (416). La terza maniera di menare si è di quella anima che tutto tenpo
avrà mal fatto, e stata in questo secolo male e in peccato, fuori della fede e
del comandamento di Dio: si vengono grandissime moltitudine di diavoli, e
piglialla, e portalla a grande onta (417) e a grande vergogna, e mettolla al
fuoco dello 'nferno, e là istarà tutto tenpo, che giammai fine non avrà.
(400) li mali factori C. R. 1.
(401) altro male C. R. 2.
(402) mortale C. R. 2. — mortel C. F. R.
(403) la sella sebbe C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(404) in onferno C. R. 1.
(405) ne la C. R. 1. — in della C. R. 2.
(406) egli lo C. L. — Abbiamo pref. la lez. del C. R. 2.
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(407) quando el figliuolo di Dio discendarà ad inferno e strugiarà el diavolo e delibarà e' suoi amici
C. R. 1.
(408) tous iors mais C. F. R. — L'ant. fr. ha: tos jors, tos dis, tos tans, ma non trovo esempi ne' quali
a questo avverbio sia aggiunto mais, conforme al nostro sempre mai. — Sarà radice di ninferno
ci pare da intendere: avrà radice nell'inferno, sarà abbarbicata all'inferno.
(409) si raunerà manca al C. L. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(410) Sebbene tutti gli altri codd. abbiano persecutioni, non ci pare di poter tenere per errore
percussioni.
(411) Il C. L. ha: si confondono. — Abbiamo data la preferenza alla lez. del C. R. 2. Nel C. F. R.
leggesi: se porpencent; da porpenser, che vuol dire meditare, riflettere, pensare; onde se
porpencent de la foy, significherebbe meditano, pensano della fede.
(412) s'emandano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(413) Nel C. L.: lavoto; e nel C. F. R.: lavest; ma ci sembrano errori ambedue. Il C. R. 2. ha:
lavatorio; e forse anche nel francese potrebbe leggersi: lavatoire; parola che trovasi usata
dall'Amyot. Cf. Dict. de l'Acad. Franc. — Lavatorio manca alla Crusca.
(414) molestare C. R. 2.
(415) Et quando avrà compiuto ciò ke die C. R. 1.
(416) le buone anime C. R. 2.
(417) ontia C. R. 1.
Cap. XXII.
Lo re domanda e disse: che cosa è paradiso celestiale? Sidrac risponde:
Paradiso celestiale è vedere Iddio, quando l'uomo lo vede a faccia a
faccia. Che se tutte le gioie e li diletti che furono che sono e che saranno
fossono in uno uomo, non avrebono delle centomilia parti l'una, d'allegreza
e di diletto e di bene, che ànno coloro che vegiono Idio: egli non disiderano
di sanitade e di biltà nè di forza nè d'allegreza, quelli che Iddio veggono.
Cap. XXIII.
C. R. 1.
(408) tous iors mais C. F. R. — L'ant. fr. ha: tos jors, tos dis, tos tans, ma non trovo esempi ne' quali
a questo avverbio sia aggiunto mais, conforme al nostro sempre mai. — Sarà radice di ninferno
ci pare da intendere: avrà radice nell'inferno, sarà abbarbicata all'inferno.
(409) si raunerà manca al C. L. — Abbiamo suppl. col C. R. 2.
(410) Sebbene tutti gli altri codd. abbiano persecutioni, non ci pare di poter tenere per errore
percussioni.
(411) Il C. L. ha: si confondono. — Abbiamo data la preferenza alla lez. del C. R. 2. Nel C. F. R.
leggesi: se porpencent; da porpenser, che vuol dire meditare, riflettere, pensare; onde se
porpencent de la foy, significherebbe meditano, pensano della fede.
(412) s'emandano C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
(413) Nel C. L.: lavoto; e nel C. F. R.: lavest; ma ci sembrano errori ambedue. Il C. R. 2. ha:
lavatorio; e forse anche nel francese potrebbe leggersi: lavatoire; parola che trovasi usata
dall'Amyot. Cf. Dict. de l'Acad. Franc. — Lavatorio manca alla Crusca.
(414) molestare C. R. 2.
(415) Et quando avrà compiuto ciò ke die C. R. 1.
(416) le buone anime C. R. 2.
(417) ontia C. R. 1.
Cap. XXII.
Lo re domanda e disse: che cosa è paradiso celestiale? Sidrac risponde:
Paradiso celestiale è vedere Iddio, quando l'uomo lo vede a faccia a
faccia. Che se tutte le gioie e li diletti che furono che sono e che saranno
fossono in uno uomo, non avrebono delle centomilia parti l'una, d'allegreza
e di diletto e di bene, che ànno coloro che vegiono Idio: egli non disiderano
di sanitade e di biltà nè di forza nè d'allegreza, quelli che Iddio veggono.
Cap. XXIII.
Page 79
Lo re domanda: chi fu fatto innanzi tra il corpo o l'anima? Sidrac risponde:
Lo corpo fu innanzi fatto di quattro elimenti, d'aria e d'acqua e di fuoco
e di terra; e sì à quattro complessioni (418) in sè. E poi ch'egli fu formato,
Iddio, per la sua grazia, gli soffiò nel volto ispirito di vita, e gli donò la
signoria sopra tutte le cose che sono in terra; e che egli fosse signore in
terra; altressì come Iddio è in cielo. E di lui fece Eva la sua parecchia (419),
e non volle da loro se non l'ubidienza, siccome voi avete udito inanzi. E
ella (420) si uscì fuori de' suoi comandamenti, e incontanente fu ispogliato
de' vestimenti di grazia, e gittato fuori del paradiso.
(418) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano comparazioni e comperazioni, noi abbiamo
creduto di correggere complessioni, stando al C. F. R. che dice: et si a IIII conplesions;
parendoci che dalla lez. de' due codd. fiorentini non si potesse ritrarre nessun senso. — Il
presente cap. manca al C. R. 1.
(419) I due codd. fior. hanno parrocchia, errore manifesto, che noi abb. corr. in parecchia, nel
significato di pari, simile, come in quel verso di Dante: „Salendo su per lo modo
parecchio — A quel che scende„ (Purg. XV); e nel Ninfale del Bocc.: „Or che farà la tua madre
cattiva, che non arà giammai un tuo parecchio?„ Il C. F. R. ha: sa pairille; e questo pure
crediamo errore per pareille. In provenzale parelha vuol dire compagna, femmina, ed altri
potrebbe forse supporre che il volgarizzatore toscano abbia voluto dare a parecchia questo
significato, come già lo ebbe par nel basso latino e per nell'ant. francese, i quali si trovano usati
per isposa, compagna.
(420) elli C. R. 2.
Cap. XXIV.
Lo re domanda e disse: chi parla o 'l corpo o l'anima? Sidrac rispuose:
Lo corpo non parla, anzi l'anima; ma l'anima è spirito e 'l corpo
mortale (421). Simigliantemente uno uomo che fosse in su una bestia, e egli
la mena ove egli vuole, et ella (422) lo porta, simigliantemente aviene del
corpo e dell'anima: che cioè (423), che 'l corpo parla e fae si viene
dall'anima, conciosia cosa che (424) 'l corpo abia volontà di fare alcuna
cosa, egli no la puote contastare. E magiore colpa àe l'anima che lo corpo:
Lo corpo fu innanzi fatto di quattro elimenti, d'aria e d'acqua e di fuoco
e di terra; e sì à quattro complessioni (418) in sè. E poi ch'egli fu formato,
Iddio, per la sua grazia, gli soffiò nel volto ispirito di vita, e gli donò la
signoria sopra tutte le cose che sono in terra; e che egli fosse signore in
terra; altressì come Iddio è in cielo. E di lui fece Eva la sua parecchia (419),
e non volle da loro se non l'ubidienza, siccome voi avete udito inanzi. E
ella (420) si uscì fuori de' suoi comandamenti, e incontanente fu ispogliato
de' vestimenti di grazia, e gittato fuori del paradiso.
(418) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano comparazioni e comperazioni, noi abbiamo
creduto di correggere complessioni, stando al C. F. R. che dice: et si a IIII conplesions;
parendoci che dalla lez. de' due codd. fiorentini non si potesse ritrarre nessun senso. — Il
presente cap. manca al C. R. 1.
(419) I due codd. fior. hanno parrocchia, errore manifesto, che noi abb. corr. in parecchia, nel
significato di pari, simile, come in quel verso di Dante: „Salendo su per lo modo
parecchio — A quel che scende„ (Purg. XV); e nel Ninfale del Bocc.: „Or che farà la tua madre
cattiva, che non arà giammai un tuo parecchio?„ Il C. F. R. ha: sa pairille; e questo pure
crediamo errore per pareille. In provenzale parelha vuol dire compagna, femmina, ed altri
potrebbe forse supporre che il volgarizzatore toscano abbia voluto dare a parecchia questo
significato, come già lo ebbe par nel basso latino e per nell'ant. francese, i quali si trovano usati
per isposa, compagna.
(420) elli C. R. 2.
Cap. XXIV.
Lo re domanda e disse: chi parla o 'l corpo o l'anima? Sidrac rispuose:
Lo corpo non parla, anzi l'anima; ma l'anima è spirito e 'l corpo
mortale (421). Simigliantemente uno uomo che fosse in su una bestia, e egli
la mena ove egli vuole, et ella (422) lo porta, simigliantemente aviene del
corpo e dell'anima: che cioè (423), che 'l corpo parla e fae si viene
dall'anima, conciosia cosa che (424) 'l corpo abia volontà di fare alcuna
cosa, egli no la puote contastare. E magiore colpa àe l'anima che lo corpo:
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chè il corpo è fatto di terra; e in terra dee ritornare, e morire gli conviene.
Perciò non à egli così forte natura, come l'anima, che morire non puote, nè
niuno travaglio sente. Dunque à l'anima magiore podere sopra lo corpo, che
il corpo sopra l'anima. E l'anima puote molte volte delle cose vietare al
corpo, che 'l corpo non puote fare all'anima; e perciò dician noi che l'anima
governa lo corpo, e fallo muovere a parlare, e fa tutti argomenti, ciòe che 'l
corpo non puote fare all'anima. E questo potete voi vedere chiaramente:
quando l'anima si parte dal corpo, lo corpo rimane la più laida
carogna (425) che sia nel mondo, che parlare nè muovere non si puote.
Perchè l'anima si parte dal corpo, ella non muore nè mica, ma ella va a
ricevere lo guidardone di quello ch'ell'avrà fatto in quello corpo ov'ella è
stata; e secondo ch'ell'avrà governato, in quello tempo (426) ch'ella sia
istata in quello corpo (427), ella sarà pagata. E però de' avere l'anima
magior colpa che lo corpo: che per lei fae lo corpo tutti gli argomenti (428)
ch'egli fa. Che s'ella non fosse consentiente del male ch'egli fa, dunque non
sareb'ella dannata; nè non sarebbe messa in gloria, per lo bene che 'l corpo
facesse, che 'l corpo avrebbe (429) l'uno e l'altro. Ma però che tutti gli
argomenti che lo cuor pensa (430), vegnon da lei, sarà ella più colpevole e
dannata che 'l corpo.
(421) e l'anima parla però che l'anima è spirito e lo corpo è mortale C. R. 2.
(422) Abb. agg. et dal C. R. 2.
(423) echo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(424) Qui come indietro ja soit ce que (avvegna che) è stato trad. per conciosiacosache.
(425) carogna (ant. fr. charoigne, carongne), dal nom. lat. caro, è la carne senza spirito, il cadavere.
(426) tempo manca al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(427) in quel corpo al secolo C. R. 2.
(428) Qui argomento pare che abbia il significato di azione. Nel C. F. R.: argumens.
(429) manca al C. L. chè 'l corpo avrebbe. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(430) che lo corpo fae C. R. 2. — che le cors fait C. F. R.
Cap. XXV.
Perciò non à egli così forte natura, come l'anima, che morire non puote, nè
niuno travaglio sente. Dunque à l'anima magiore podere sopra lo corpo, che
il corpo sopra l'anima. E l'anima puote molte volte delle cose vietare al
corpo, che 'l corpo non puote fare all'anima; e perciò dician noi che l'anima
governa lo corpo, e fallo muovere a parlare, e fa tutti argomenti, ciòe che 'l
corpo non puote fare all'anima. E questo potete voi vedere chiaramente:
quando l'anima si parte dal corpo, lo corpo rimane la più laida
carogna (425) che sia nel mondo, che parlare nè muovere non si puote.
Perchè l'anima si parte dal corpo, ella non muore nè mica, ma ella va a
ricevere lo guidardone di quello ch'ell'avrà fatto in quello corpo ov'ella è
stata; e secondo ch'ell'avrà governato, in quello tempo (426) ch'ella sia
istata in quello corpo (427), ella sarà pagata. E però de' avere l'anima
magior colpa che lo corpo: che per lei fae lo corpo tutti gli argomenti (428)
ch'egli fa. Che s'ella non fosse consentiente del male ch'egli fa, dunque non
sareb'ella dannata; nè non sarebbe messa in gloria, per lo bene che 'l corpo
facesse, che 'l corpo avrebbe (429) l'uno e l'altro. Ma però che tutti gli
argomenti che lo cuor pensa (430), vegnon da lei, sarà ella più colpevole e
dannata che 'l corpo.
(421) e l'anima parla però che l'anima è spirito e lo corpo è mortale C. R. 2.
(422) Abb. agg. et dal C. R. 2.
(423) echo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(424) Qui come indietro ja soit ce que (avvegna che) è stato trad. per conciosiacosache.
(425) carogna (ant. fr. charoigne, carongne), dal nom. lat. caro, è la carne senza spirito, il cadavere.
(426) tempo manca al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(427) in quel corpo al secolo C. R. 2.
(428) Qui argomento pare che abbia il significato di azione. Nel C. F. R.: argumens.
(429) manca al C. L. chè 'l corpo avrebbe. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(430) che lo corpo fae C. R. 2. — che le cors fait C. F. R.
Cap. XXV.
Page 81
Lo re domanda: l'anima ch'è ispirito solamente, che non à corpo nè
membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere, come può sentire
gioia e gloria in cielo, e pene e dolore nello 'nferno? Sidrac risponde:
L'anima si è spirito (431) veramente, e lo spirito si è l'anima; e si è
sottile cosa, ch'ella non si può vedere; e si è leggiere come vento, nè morire
non puote, nè mangiare nè bere non vuole. E se centomilia anime fossono in
su uno pelo, lo pelo non peserebbe più, nè più carico non avrebbe, e pigliare
non si potrebe. E sì gusta (432) e sente l'anima grande gioia e grande pena e
grande gloria e grande dolore: chè, quando la buona anima si parte di
questo secolo, incontanente ricieve ella vestimento di gratia e di gloria,
sente la gratia e la gloria di Dio, e stae (433) tra gli angioli, che mai non
avrà fine (434). E la ria anima, quando ella si parte di questo secolo,
incontanente riceve vestimento di pene e di dolore, e incontanente è menata
allo 'nferno e al purgatorio, là ov'ella à servito (435) di stare. S'ella è in
ninferno, ella vi sta sanza fine; e s'ella è in purgatorio, ella si purgherà, e poi
incontanente monta in cielo, e sarà vestita di vestimento di grazia e di
gloria; e questo sarà dopo l'avenimento che 'l figliuolo di Dio farà (436) in
terra.
(431) isposa C. L. — Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: espirt.
(432) se giusta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(433) Abb. agg. stae dal C. R. 2.
(434) est ele entre les angles sans fin C. F. R. — tra gli angioli che mai non ànno fine C. R. 2.
(435) a deservi C. F. R. — Desservir nell'ant. fr. ha il senso di meritare, come in alcuni es. di ant.
scritt. ital. ha servire.
(436) verrà C. L. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: apres la venue dou fis de Deu en
terre.
membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere, come può sentire
gioia e gloria in cielo, e pene e dolore nello 'nferno? Sidrac risponde:
L'anima si è spirito (431) veramente, e lo spirito si è l'anima; e si è
sottile cosa, ch'ella non si può vedere; e si è leggiere come vento, nè morire
non puote, nè mangiare nè bere non vuole. E se centomilia anime fossono in
su uno pelo, lo pelo non peserebbe più, nè più carico non avrebbe, e pigliare
non si potrebe. E sì gusta (432) e sente l'anima grande gioia e grande pena e
grande gloria e grande dolore: chè, quando la buona anima si parte di
questo secolo, incontanente ricieve ella vestimento di gratia e di gloria,
sente la gratia e la gloria di Dio, e stae (433) tra gli angioli, che mai non
avrà fine (434). E la ria anima, quando ella si parte di questo secolo,
incontanente riceve vestimento di pene e di dolore, e incontanente è menata
allo 'nferno e al purgatorio, là ov'ella à servito (435) di stare. S'ella è in
ninferno, ella vi sta sanza fine; e s'ella è in purgatorio, ella si purgherà, e poi
incontanente monta in cielo, e sarà vestita di vestimento di grazia e di
gloria; e questo sarà dopo l'avenimento che 'l figliuolo di Dio farà (436) in
terra.
(431) isposa C. L. — Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: espirt.
(432) se giusta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(433) Abb. agg. stae dal C. R. 2.
(434) est ele entre les angles sans fin C. F. R. — tra gli angioli che mai non ànno fine C. R. 2.
(435) a deservi C. F. R. — Desservir nell'ant. fr. ha il senso di meritare, come in alcuni es. di ant.
scritt. ital. ha servire.
(436) verrà C. L. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: apres la venue dou fis de Deu en
terre.
Page 82
Cap. XXVI.
Lo re domanda: qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo? Sidrac risponde:
Lo corpo è più sicuro; ma, se dannaggio loro aviene, l'anima avrà più
pericolo che lo corpo. Altressì come due uomini che vanno per uno
cammino pericoloso, e l'uno è ardito e l'altro è codardo; lo codardo pensa in
sè medesimo: io sono in compagnia d'uno valente uomo, e se alcuno ci
asaliscie, egli difenderà sè e me; e questa ragione fa lo codardo
sicuramente. E lo valente pensa in sè medesimo: io sono in conpagnia d'uno
codardo uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli fuggirà, e io rimarrò solo al
fatto, o serò preso o serò morto; e a questa cagione non va bene sicuro.
Tutto altressì aviene del corpo e dell'anima: lo corpo dice: io farò i miei
diletti e le mie volontadi, e quando morrò, io diventerò terra, e non mi cale
che avegnia di me. L'anima dice: lo corpo mi tiene ria compagnia, e
menami in malo luogo e in malvagio camino e pericoloso, e al dirieto io arò
pericolo e pena (437); con tutto ciò egli de' essere meco participale di tutte
le mie pene; cioè ad intendere che lo corpo è lo codardo e l'anima è lo
valente. E spesse volte viene magiore male del codardo che del valente, per
molte cose.
(437) Nel C. L.: e pene nella fine. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Al dirieto è trad. del franc. au
derain.
Cap. XXVII.
Lo re domanda e disse: dove abita l'anima? Sidrac risponde:
Lo re domanda: qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo? Sidrac risponde:
Lo corpo è più sicuro; ma, se dannaggio loro aviene, l'anima avrà più
pericolo che lo corpo. Altressì come due uomini che vanno per uno
cammino pericoloso, e l'uno è ardito e l'altro è codardo; lo codardo pensa in
sè medesimo: io sono in compagnia d'uno valente uomo, e se alcuno ci
asaliscie, egli difenderà sè e me; e questa ragione fa lo codardo
sicuramente. E lo valente pensa in sè medesimo: io sono in conpagnia d'uno
codardo uomo, e se alcuno ci asaliscie, egli fuggirà, e io rimarrò solo al
fatto, o serò preso o serò morto; e a questa cagione non va bene sicuro.
Tutto altressì aviene del corpo e dell'anima: lo corpo dice: io farò i miei
diletti e le mie volontadi, e quando morrò, io diventerò terra, e non mi cale
che avegnia di me. L'anima dice: lo corpo mi tiene ria compagnia, e
menami in malo luogo e in malvagio camino e pericoloso, e al dirieto io arò
pericolo e pena (437); con tutto ciò egli de' essere meco participale di tutte
le mie pene; cioè ad intendere che lo corpo è lo codardo e l'anima è lo
valente. E spesse volte viene magiore male del codardo che del valente, per
molte cose.
(437) Nel C. L.: e pene nella fine. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Al dirieto è trad. del franc. au
derain.
Cap. XXVII.
Lo re domanda e disse: dove abita l'anima? Sidrac risponde:
Page 83
L'anima abita nel suo vasello, cioè a intendere per tutto lo corpo,
dentro e di fuori, là ove è lo sangue; chè lo vasello dell'anima è lo sangue, e
lo vasello del sangue si è il corpo. Là ove sangue non è, l'anima non vi
dimora, cioè a sapere agli denti, all'unghie, a' capelli. L'anima non abita
giammai in questi luoghi; e lo duolo di queste tre cose che noi abiamo
contate, si è perchè la loro radice tocca il sangue, e però dogliono elle; ma
chi le tagliasse o tondesse, egli non dorrebbono punto.
Cap. XXVIII.
Lo re domanda: perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue è
tutto fuori? Sidrac risponde:
L'anima non puote dimorare nel corpo, altressì come una fonte piena di
pesci, e allora viene l'uomo, e spande l'acqua di quella fonte, a poco a poco,
tanto che tutta l'acqua è perduta, e gli pesci si truovano sopra terra, e
conviene loro morire. Allora viene l'uomo, e si gli piglia, e l'uno fa arostito
e l'altro fa lesso e l'altro fritto, secondo ch'egli fieno buoni a mangiare.
Altressì viene (438) dell'anima: quando lo corpo perde lo suo sangue, di
qualunque modo si sia (439), l'anima va tuttavia infievolendo; e quando lo
sangue è tutto fuori, l'anima rimane come lo pescie sanza acqua, che si
truova in terra; e allora si parte di quello medesimo cuore, che non vi puote
più dimorare, ch'ella à perduta la sua innodritura (440), simigliantemente
come lo pescie l'acqua, e a ciò si conviene allora partire per forza. Lo
pescatore dell'anime buone o malvagie, cioè a intendere pescatore, o angelo
o diavolo, la piglia, e portalla, e dalla (441), secondo ch'ell'à fatto e
governato in quello medesimo corpo. E se ella à ben fatto, ella sarà della
conpagnia del figliuolo di Dio, quando egli sarà risucitato.
(438) adiviene C. R. 2.
(439) di quale uomo sia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: de chelche maniere chi
soit.
(440) notritura C. R. 2.
dentro e di fuori, là ove è lo sangue; chè lo vasello dell'anima è lo sangue, e
lo vasello del sangue si è il corpo. Là ove sangue non è, l'anima non vi
dimora, cioè a sapere agli denti, all'unghie, a' capelli. L'anima non abita
giammai in questi luoghi; e lo duolo di queste tre cose che noi abiamo
contate, si è perchè la loro radice tocca il sangue, e però dogliono elle; ma
chi le tagliasse o tondesse, egli non dorrebbono punto.
Cap. XXVIII.
Lo re domanda: perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue è
tutto fuori? Sidrac risponde:
L'anima non puote dimorare nel corpo, altressì come una fonte piena di
pesci, e allora viene l'uomo, e spande l'acqua di quella fonte, a poco a poco,
tanto che tutta l'acqua è perduta, e gli pesci si truovano sopra terra, e
conviene loro morire. Allora viene l'uomo, e si gli piglia, e l'uno fa arostito
e l'altro fa lesso e l'altro fritto, secondo ch'egli fieno buoni a mangiare.
Altressì viene (438) dell'anima: quando lo corpo perde lo suo sangue, di
qualunque modo si sia (439), l'anima va tuttavia infievolendo; e quando lo
sangue è tutto fuori, l'anima rimane come lo pescie sanza acqua, che si
truova in terra; e allora si parte di quello medesimo cuore, che non vi puote
più dimorare, ch'ella à perduta la sua innodritura (440), simigliantemente
come lo pescie l'acqua, e a ciò si conviene allora partire per forza. Lo
pescatore dell'anime buone o malvagie, cioè a intendere pescatore, o angelo
o diavolo, la piglia, e portalla, e dalla (441), secondo ch'ell'à fatto e
governato in quello medesimo corpo. E se ella à ben fatto, ella sarà della
conpagnia del figliuolo di Dio, quando egli sarà risucitato.
(438) adiviene C. R. 2.
(439) di quale uomo sia C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2. — Nel C. F. R.: de chelche maniere chi
soit.
(440) notritura C. R. 2.
Page 84
(441) e si la dae C. R. 2.
Cap. XXIX.
Lo re domanda: come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore?
Sidrac risponde: (442)
Le genti muoiono per molti modi: alcuno modo è quando egli ànno
conpiuto lo termine che Idio à loro dato. Altri muoiono per grandi misfatti,
ch'egli ànno misfatto verso lo loro creatore, simigliantemente come lo
servo, ch'è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo
misfatto. Altri muoiono per molte malizie (443); altri per necessità di cose
corporali; altri per battaglia e per molti altri modi; chè niuna anima del
mondo potrebbe vivere solo uno punto, oltre al termine che Idio gli à dato.
Ma per lo suo misfatto puote bene morire anzi lo suo termine,
simigliantemente, come noi abiamo detto di sopra, del servo che è cacciato,
anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo fallo e per la sua
volontà. In luogo (444) del forfatto (445), potea egli ben fare, e sarebe
dimorato nell'albergo del suo signore, a conpiere lo termine al suo signore e
al suo amore, la ov'egli si fosse soferto (446) di mal fare, già arebe (447)
bene fatto. E semigliante fanno le genti del bene e del male, per la loro
volontade. E di qual maniera egli muoiono, della giustitia di Dio non
possono fuggire, chè al suo giudicamento conviene passare (448) i buoni e i
rei.
(442) Questa rubrica nel C. L. dice: Lo re domanda come vivono le genti ch'età muoiono tosto e
quanta diede. Mancando il senso, nè potendo giovarci, a correggerlo, del C. R. 1. nè del
C. F. R., abbiamo posto il titolo quale trovasi nel C. R. 1.
(443) Per malattie, come trovasi negli antichi. Il franc. malice non ha questo significato; trovasi però
maligeux, agg., di debole salute, e maleza prov. per malattia.
(444) e luogo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(445) Da foris facere fecesi forfaire, e in ital. forfare. Alcuni credono che il prefisso for delle lingue
romane, sebbene abbia relazione col lat. foris, sia stato ant. usato sotto l'influenza del prefisso
germanico fair, far, for.
Cap. XXIX.
Lo re domanda: come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore?
Sidrac risponde: (442)
Le genti muoiono per molti modi: alcuno modo è quando egli ànno
conpiuto lo termine che Idio à loro dato. Altri muoiono per grandi misfatti,
ch'egli ànno misfatto verso lo loro creatore, simigliantemente come lo
servo, ch'è cacciato, anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo
misfatto. Altri muoiono per molte malizie (443); altri per necessità di cose
corporali; altri per battaglia e per molti altri modi; chè niuna anima del
mondo potrebbe vivere solo uno punto, oltre al termine che Idio gli à dato.
Ma per lo suo misfatto puote bene morire anzi lo suo termine,
simigliantemente, come noi abiamo detto di sopra, del servo che è cacciato,
anzi lo termine, dell'albergo del suo signore, per lo suo fallo e per la sua
volontà. In luogo (444) del forfatto (445), potea egli ben fare, e sarebe
dimorato nell'albergo del suo signore, a conpiere lo termine al suo signore e
al suo amore, la ov'egli si fosse soferto (446) di mal fare, già arebe (447)
bene fatto. E semigliante fanno le genti del bene e del male, per la loro
volontade. E di qual maniera egli muoiono, della giustitia di Dio non
possono fuggire, chè al suo giudicamento conviene passare (448) i buoni e i
rei.
(442) Questa rubrica nel C. L. dice: Lo re domanda come vivono le genti ch'età muoiono tosto e
quanta diede. Mancando il senso, nè potendo giovarci, a correggerlo, del C. R. 1. nè del
C. F. R., abbiamo posto il titolo quale trovasi nel C. R. 1.
(443) Per malattie, come trovasi negli antichi. Il franc. malice non ha questo significato; trovasi però
maligeux, agg., di debole salute, e maleza prov. per malattia.
(444) e luogo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(445) Da foris facere fecesi forfaire, e in ital. forfare. Alcuni credono che il prefisso for delle lingue
romane, sebbene abbia relazione col lat. foris, sia stato ant. usato sotto l'influenza del prefisso
germanico fair, far, for.
Page 85
(446) fosse C. L. — Abb. agg. si dal C. R. 2., necessario in questo luogo, per il senso che ha sofferire
di astenersi, conforme a' due es. citati dalla Crusca. Lo stesso significato ha pure in ant. fr. il
vb. sofferir, e in prov. sufferre, sufrir. Cf. Roquefort, Gloss.; Raynouard, Lex.
(447) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano sarebe, noi abbiamo corr. arebe, e perchè
altrimenti non avremmo saputo qual senso potesse avere il periodo, e perchè il C. F. R. ha:
auroit.
(448) essere C. R. 2. — passer C. F. R.
Cap. XXX.
Lo re domanda: come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo alla
sua similitudine? Sidrac risponde:
Noi troviamo nel libro del buon servo di Dio, ciò fu Noè, che quando
l'umanità di Dio fece Adam, ch'egli disse: noi faremo uno uomo alla nostra
simiglianza; e la parola fu alla divinità, al suo spirito (449). E per quella
parola sapiamo noi bene che Idio fece l'uomo alla sua simiglianza; che egli
è tre per uno Dio; ch'egli potrebe bene avere detto: faremo uno uomo; e
questo sarebe inteso che Idio avesse facto uno uomo in altrui simiglianza
che nella sua. E se avesse detto: io farò uno uomo, sarebe inteso ch'egli non
sarebe istato padre e filio e spirito sancto; che lo figliuolo e lo sancto spirito
venisse in terra, e (450) quello medesimo uomo dilibera (451) dal podere
del diavolo, Adamo e li suoi amici. Si disse egli anche: noi faremo uno
uomo, però ch'egli volle che noi fossimo degni d'avere parte del suo regno,
chi (452) servire lo vuole. Ancora ci diede pura iscienzia di sapere, che noi
siamo la più degna criatura del mondo.
(449) e allo spirito santo C. R. 2.
(450) por C. F. R.
(451) diliberare C. R. 2. — delivrer C. F. R.
(452) a qui C. F. R.
di astenersi, conforme a' due es. citati dalla Crusca. Lo stesso significato ha pure in ant. fr. il
vb. sofferir, e in prov. sufferre, sufrir. Cf. Roquefort, Gloss.; Raynouard, Lex.
(447) Sebbene tanto il C. L. che il C. R. 2. abbiano sarebe, noi abbiamo corr. arebe, e perchè
altrimenti non avremmo saputo qual senso potesse avere il periodo, e perchè il C. F. R. ha:
auroit.
(448) essere C. R. 2. — passer C. F. R.
Cap. XXX.
Lo re domanda: come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo alla
sua similitudine? Sidrac risponde:
Noi troviamo nel libro del buon servo di Dio, ciò fu Noè, che quando
l'umanità di Dio fece Adam, ch'egli disse: noi faremo uno uomo alla nostra
simiglianza; e la parola fu alla divinità, al suo spirito (449). E per quella
parola sapiamo noi bene che Idio fece l'uomo alla sua simiglianza; che egli
è tre per uno Dio; ch'egli potrebe bene avere detto: faremo uno uomo; e
questo sarebe inteso che Idio avesse facto uno uomo in altrui simiglianza
che nella sua. E se avesse detto: io farò uno uomo, sarebe inteso ch'egli non
sarebe istato padre e filio e spirito sancto; che lo figliuolo e lo sancto spirito
venisse in terra, e (450) quello medesimo uomo dilibera (451) dal podere
del diavolo, Adamo e li suoi amici. Si disse egli anche: noi faremo uno
uomo, però ch'egli volle che noi fossimo degni d'avere parte del suo regno,
chi (452) servire lo vuole. Ancora ci diede pura iscienzia di sapere, che noi
siamo la più degna criatura del mondo.
(449) e allo spirito santo C. R. 2.
(450) por C. F. R.
(451) diliberare C. R. 2. — delivrer C. F. R.
(452) a qui C. F. R.
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Cap. XXXI.
Lo re domanda: quando (453) noi siamo fatti alla simiglianza di Dio,
perchè non possiamo noi fare altressì com'egli? Sidrac risponde:
Veramente Idio ci à facto alla sua simiglianza. Perciò ch'egli ci à facto
alla sua simiglianza, egli à dato podere sopra tutte l'altre criature ch'egli
fece, che tutte ci fanno reverenza, e sono al nostro comandamento. E per
quella medesima simiglianza, conosciamo noi le cose che sono state e sono
e saranno; e conosciamo il nostro bene e il nostro male; e sapiamo
guadagnare e vivere e lavorare; e sapiamo tutto l'altre criature pigliare al
nostro servigio, travagliare e aoperare. L'altre creature che Idio fece, che
non sono alla sua simiglianza, non ànno già podere di questo fare che noi
facciamo. Noi non dobiamo comandare, nè dire che noi fossimo altressì
savi nè altressì forti come Idio: ciò non possiamo noi essere, ch'egli è
possente di tutto, e noi siamo servi, e egli è signore di tutto lo mondo. Egli è
più degno che 'l cielo; e tutte l'altre cose che sono e saranno di lui muovono.
Egli non ebe unque cominciamento, nè fine non avrà. Però ch'egli volle
enpiere la sedia degli angioli che caddono per lo loro argoglio, ci à
elli (454) fatti alla sua simiglianza; che di noi che siamo alla sua
simiglianza dee le sedie rienpiere; che altra criatura e altra simiglianza che
la sua, non sarebe degna d'entrare nella sua conpagnia. Ma noi v'enterremo,
cioè quelli che degni saranno, e gli suoi comandamenti faranno.
(453) Per poichè; ma non trovo che in questo significato siasi adoperato il quant, quand dei Francesi.
(454) e àgli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XXXII.
Lo re domanda e disse: lo sangue che diviene quando lo corpo è morta?
Sidrac risponde:
Lo re domanda: quando (453) noi siamo fatti alla simiglianza di Dio,
perchè non possiamo noi fare altressì com'egli? Sidrac risponde:
Veramente Idio ci à facto alla sua simiglianza. Perciò ch'egli ci à facto
alla sua simiglianza, egli à dato podere sopra tutte l'altre criature ch'egli
fece, che tutte ci fanno reverenza, e sono al nostro comandamento. E per
quella medesima simiglianza, conosciamo noi le cose che sono state e sono
e saranno; e conosciamo il nostro bene e il nostro male; e sapiamo
guadagnare e vivere e lavorare; e sapiamo tutto l'altre criature pigliare al
nostro servigio, travagliare e aoperare. L'altre creature che Idio fece, che
non sono alla sua simiglianza, non ànno già podere di questo fare che noi
facciamo. Noi non dobiamo comandare, nè dire che noi fossimo altressì
savi nè altressì forti come Idio: ciò non possiamo noi essere, ch'egli è
possente di tutto, e noi siamo servi, e egli è signore di tutto lo mondo. Egli è
più degno che 'l cielo; e tutte l'altre cose che sono e saranno di lui muovono.
Egli non ebe unque cominciamento, nè fine non avrà. Però ch'egli volle
enpiere la sedia degli angioli che caddono per lo loro argoglio, ci à
elli (454) fatti alla sua simiglianza; che di noi che siamo alla sua
simiglianza dee le sedie rienpiere; che altra criatura e altra simiglianza che
la sua, non sarebe degna d'entrare nella sua conpagnia. Ma noi v'enterremo,
cioè quelli che degni saranno, e gli suoi comandamenti faranno.
(453) Per poichè; ma non trovo che in questo significato siasi adoperato il quant, quand dei Francesi.
(454) e àgli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XXXII.
Lo re domanda e disse: lo sangue che diviene quando lo corpo è morta?
Sidrac risponde:
Page 87
Iddio fece lo sangue d'acqua e lo corpo di terra; che altressì come
l'acqua abevera la terra e la mantiene, altressì lo corpo abeverato è
mantenuto (455). L'anima mantiene lo corpo, e l'anima per lo suo calore
iscalda lo sangue e lo corpo. Quando lo sangue perde lo suo calore
dell'anima, si torna alla sua natura in acqua; e di questa acqua bee il corpo,
ch'è della natura della terra, altressì il bee come la terra l'acqua; e allora,
quando lo corpo l'à bevuta, egli la scaglia (456), e diventa nulla. L'anima
non puote essere sanza lo sangue, e 'l sangue sanza l'anima al corpo.
(455) Meglio nel C. R. 1.: altresì el sangue abevera l'uomo e sostiene el suo corpo.
(456) et cel aigue le cors la boit chi est de la nature de la terre, auci le boit com la terre reboit l'aigue;
adonc le prent le cors et le boit et le chaille et devien neent C. F. R. — Vedesi che la scaglia
dovrebbe essere trad. del fr. le chaille; ma mi pare evidentemente un errore. Sul modo di
correggerlo sto incerto assai, non vedendo quello che possa significare il chaille fr., e non
parendomi ch'e' possa corregg. in echaille. — Il C. R. 1. ha: quando el corpo bee el sangue elli
cambia et viene in niente.
Cap. XXXIII.
Lo re domanda: che diviene lo fuoco quand'egli è spento? Sidrac risponde:
Lo fuoco escie del sole, e al sole ritorna quando egli è ispento. E
simigliantemente, quando noi vegiamo che il sole fa lo suo torno, pare che
si corichi, e tutto lo sprendore e lo calore che si spande sopra la terra si
ritrae a lui, egli dimora tuttavia sopra la terra, e da lui non si parte; altressì il
fuoco quando è spento e' si ritrae a quella medesima regione del sole, cioè
della sua natura; che tutti i fuochi e i calori del mondo escono del sole e al
sole ritornano.
Cap. XXXIV.
l'acqua abevera la terra e la mantiene, altressì lo corpo abeverato è
mantenuto (455). L'anima mantiene lo corpo, e l'anima per lo suo calore
iscalda lo sangue e lo corpo. Quando lo sangue perde lo suo calore
dell'anima, si torna alla sua natura in acqua; e di questa acqua bee il corpo,
ch'è della natura della terra, altressì il bee come la terra l'acqua; e allora,
quando lo corpo l'à bevuta, egli la scaglia (456), e diventa nulla. L'anima
non puote essere sanza lo sangue, e 'l sangue sanza l'anima al corpo.
(455) Meglio nel C. R. 1.: altresì el sangue abevera l'uomo e sostiene el suo corpo.
(456) et cel aigue le cors la boit chi est de la nature de la terre, auci le boit com la terre reboit l'aigue;
adonc le prent le cors et le boit et le chaille et devien neent C. F. R. — Vedesi che la scaglia
dovrebbe essere trad. del fr. le chaille; ma mi pare evidentemente un errore. Sul modo di
correggerlo sto incerto assai, non vedendo quello che possa significare il chaille fr., e non
parendomi ch'e' possa corregg. in echaille. — Il C. R. 1. ha: quando el corpo bee el sangue elli
cambia et viene in niente.
Cap. XXXIII.
Lo re domanda: che diviene lo fuoco quand'egli è spento? Sidrac risponde:
Lo fuoco escie del sole, e al sole ritorna quando egli è ispento. E
simigliantemente, quando noi vegiamo che il sole fa lo suo torno, pare che
si corichi, e tutto lo sprendore e lo calore che si spande sopra la terra si
ritrae a lui, egli dimora tuttavia sopra la terra, e da lui non si parte; altressì il
fuoco quando è spento e' si ritrae a quella medesima regione del sole, cioè
della sua natura; che tutti i fuochi e i calori del mondo escono del sole e al
sole ritornano.
Cap. XXXIV.
Page 88
Lo re domanda: perchè non si parte l'anima, quando il corpo perde la metà
del sangue e più? Sidrac risponde:
Quando lo corpo perde la metà del suo sangue, lo caldo che è
nell'anima, che lo sangue mantiene, non perde già; che in quello poco
sangue che vi dimora, l'anima dimora in lui. Il sangue sostiene l'anima, e
l'anima sostiene il sangue e lo corpo: e l'uno de' due non puote stare al (457)
corpo solo. E quello poco sangue che rimane al corpo sostiene l'anima,
altressì come uno piccolo lucignolo sostiene uno molto bello fuoco; e
quando lo lucignolo falla, il fuoco viene meno e si spegne e si parte; che il
sangue si è lo lucignolo, e il fuoco si è l'anima. Quando lo corpo non perde
il sangue e muore di malattia, l'anima consuma; e allora parte l'uno
dall'altro, altressì come lo lucignolo è al fuoco, èe tutto consumato e diviene
nulla. Il fuoco ne va al sole, che è di sua natura; altressì diviene dell'anima e
del sangue: l'anima si ritrae a Dio, al suo comandamento; e per la lena che
di bocca gli uscie (di quella lena gli donò l'anima), altressì si ritrae al suo
comandamento; e ella aventa, secondo ch'ell'avrà servito in questo
secolo (458).
(457) lo C. L. — Abb. corr. cogli altri Codd.
(458) Nel C. F. R. leggesi: „auci se retrait ele a son comandement, et per cel comandement elle aura,
seguont ce che elle aura deservi en cest siecle.„ Notisi il seguont (segont, selon) di cui nota il
Burguy trovarsi rari esempi nella lingua d'oïl, se non nelle provincie prossime alla lingua
d'oc. — Nel C. L. sia scritto: altressì ritrae. — Abbiamo aggiunto il si sulla scorta del
Francese. — Di aventare reca un solo esempio la Crusca, nel senso di crescere, allignare. Ma
noi crediamo che il nostro aventa abbia piuttosto il significato dell'avantar provenzale,
avvantaggiare, avere vantaggio (esse potiori conditione): l'anima si avvantaggia, si nobilita,
secondo i proprii meriti. Nel C. R. 1.: e per quello comandamento avrà secondo l'uopara k'avarà
servito in questo mondo.
Cap. XXXV.
Lo re domanda: di qual natura è 'l corpo e di quale conpressione? Sidrac
risponde:
del sangue e più? Sidrac risponde:
Quando lo corpo perde la metà del suo sangue, lo caldo che è
nell'anima, che lo sangue mantiene, non perde già; che in quello poco
sangue che vi dimora, l'anima dimora in lui. Il sangue sostiene l'anima, e
l'anima sostiene il sangue e lo corpo: e l'uno de' due non puote stare al (457)
corpo solo. E quello poco sangue che rimane al corpo sostiene l'anima,
altressì come uno piccolo lucignolo sostiene uno molto bello fuoco; e
quando lo lucignolo falla, il fuoco viene meno e si spegne e si parte; che il
sangue si è lo lucignolo, e il fuoco si è l'anima. Quando lo corpo non perde
il sangue e muore di malattia, l'anima consuma; e allora parte l'uno
dall'altro, altressì come lo lucignolo è al fuoco, èe tutto consumato e diviene
nulla. Il fuoco ne va al sole, che è di sua natura; altressì diviene dell'anima e
del sangue: l'anima si ritrae a Dio, al suo comandamento; e per la lena che
di bocca gli uscie (di quella lena gli donò l'anima), altressì si ritrae al suo
comandamento; e ella aventa, secondo ch'ell'avrà servito in questo
secolo (458).
(457) lo C. L. — Abb. corr. cogli altri Codd.
(458) Nel C. F. R. leggesi: „auci se retrait ele a son comandement, et per cel comandement elle aura,
seguont ce che elle aura deservi en cest siecle.„ Notisi il seguont (segont, selon) di cui nota il
Burguy trovarsi rari esempi nella lingua d'oïl, se non nelle provincie prossime alla lingua
d'oc. — Nel C. L. sia scritto: altressì ritrae. — Abbiamo aggiunto il si sulla scorta del
Francese. — Di aventare reca un solo esempio la Crusca, nel senso di crescere, allignare. Ma
noi crediamo che il nostro aventa abbia piuttosto il significato dell'avantar provenzale,
avvantaggiare, avere vantaggio (esse potiori conditione): l'anima si avvantaggia, si nobilita,
secondo i proprii meriti. Nel C. R. 1.: e per quello comandamento avrà secondo l'uopara k'avarà
servito in questo mondo.
Cap. XXXV.
Lo re domanda: di qual natura è 'l corpo e di quale conpressione? Sidrac
risponde:
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Lo corpo è della natura della terra e di fredda conpressione; e si è facto
di quattro elimenti: che della terra à egli la carne, e dell'acqua lo sangue, e
dell'aria l'anima, e del fuoco calore. La carne, che è fatta di terra, è fredda;
lo sangue, che è facto d'acqua, si è freddo; l'anima, ch'è fatta d'aria, si è
calda, che ciascuna torna alla sua natura. Il calore che è della lena di Dio, si
è l'anima, che la lena si è di due cose: aria e calore (459). E quello calore
che a l'anima (460) dà la lena di Dio, si abita al sangue, e per diritta natura
inforza (461) il sangue e lo scalda. Et elli scalda (462) l'altre cose che sono
al corpo, e si fa gli omori neri e gialli, per la natura del sole, caldi essere.
(459) el calore ke ella avia da Dio è anima di natura; di natura si è calda, kè alena si è due cose: aiere
e calore C. R. 1.
(460) che è anima C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(461) isforza C. L. e C. R. 2. — Abb. corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha esforce, da esforcer,
fortificare, rendere più forte. Isforzare, trad. letter. di esforcer, non ha in ital. questo significato.
(462) Abb. aggiunto et elli scalda, dal C. R. 1.
Cap. XXXVI.
Lo re domanda: l'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o sono
facte ciascuno giorno (463)? Sidrac risponde:
Dio fece tutte quelle cose che essere doveano dal cominciamento del
mondo a una volta (464), e tutte le cose fece insieme; che iscritto è che
allora fece tutte le cose che erano a venire; ma egli le divise poi di (465)
diverse maniere. Che altressì come lo comandamento fue dal
cominciamento del mondo, che, tante creature nasciessero, tante anime
fossero facte a una volta dal cominciamento del mondo, che incontanente
fue lo suo comandamento adenpiuto. Però diciamo noi che infino allora
furono conpiute tutte le cose che essere doveano in questo secolo, infino
allora che 'l suo comandamento fu fatto. Non credete già che ciascuna
criatura che nascie (466), che Idio in quell'ora comandi lo suo nascimento;
anzi è il suo nascimento (467) comandato dal cominciamento del mondo;
chè 'l buono signore a una volta suo comandamento e volontà à compiuto,
di quattro elimenti: che della terra à egli la carne, e dell'acqua lo sangue, e
dell'aria l'anima, e del fuoco calore. La carne, che è fatta di terra, è fredda;
lo sangue, che è facto d'acqua, si è freddo; l'anima, ch'è fatta d'aria, si è
calda, che ciascuna torna alla sua natura. Il calore che è della lena di Dio, si
è l'anima, che la lena si è di due cose: aria e calore (459). E quello calore
che a l'anima (460) dà la lena di Dio, si abita al sangue, e per diritta natura
inforza (461) il sangue e lo scalda. Et elli scalda (462) l'altre cose che sono
al corpo, e si fa gli omori neri e gialli, per la natura del sole, caldi essere.
(459) el calore ke ella avia da Dio è anima di natura; di natura si è calda, kè alena si è due cose: aiere
e calore C. R. 1.
(460) che è anima C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(461) isforza C. L. e C. R. 2. — Abb. corr. col C. R. 1., e col C. F. R. che ha esforce, da esforcer,
fortificare, rendere più forte. Isforzare, trad. letter. di esforcer, non ha in ital. questo significato.
(462) Abb. aggiunto et elli scalda, dal C. R. 1.
Cap. XXXVI.
Lo re domanda: l'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o sono
facte ciascuno giorno (463)? Sidrac risponde:
Dio fece tutte quelle cose che essere doveano dal cominciamento del
mondo a una volta (464), e tutte le cose fece insieme; che iscritto è che
allora fece tutte le cose che erano a venire; ma egli le divise poi di (465)
diverse maniere. Che altressì come lo comandamento fue dal
cominciamento del mondo, che, tante creature nasciessero, tante anime
fossero facte a una volta dal cominciamento del mondo, che incontanente
fue lo suo comandamento adenpiuto. Però diciamo noi che infino allora
furono conpiute tutte le cose che essere doveano in questo secolo, infino
allora che 'l suo comandamento fu fatto. Non credete già che ciascuna
criatura che nascie (466), che Idio in quell'ora comandi lo suo nascimento;
anzi è il suo nascimento (467) comandato dal cominciamento del mondo;
chè 'l buono signore a una volta suo comandamento e volontà à compiuto,
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insiememente come leale justizia, ch'è ordinata e scripta sempre mai a
tucti (468).
(463) o sono facte di dì in dì C. R. 2.
(464) a l'octa C. R. 1.
(465) in C. R. 1. e C. R. 2.
(466) nascesse C. L. — Abb. corr. coi Codd. R. 1 e R. 2.
(467) sua nascenza C. R. 1.
(468) Nel C. L. e nel C. R. 2. questo periodo è molto confuso e senza senso. Al C. F. R. manca. Noi
abbiamo per conseguenza adottata la lez. del C. R. 1., sebbene assai oscura anch'essa.
Cap. XXXVII.
Lo re domanda: quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono
avere (469) nulla scusa? Sidrac risponde:
Tutti quelli che non conoscono Idio, Idio non conoscie loro; e tutti
quelli che non vogliono conosciere Dio (470) nè per fede nè per ley (471)
nè per opere, quelli saranno dannati colli suoi nemici per tutto tenpo. E
quelli che lui credono e non vogliono fare le sue opere (472), che
semplicemente intendono, come semplici uomini (473), se egli sono
dannati, elli sono più crudelmente tormentati, se inanzi la loro morte
chegiono perdono e merciede, e prometteranno che giammai peccato non
faranno, e in questa promessa attendono (474).
(469) Abb. agg. avere. Nel C. R. 1.: puote avere niuna scusatione.
(470) Abb. agg. Dio dal C. R. 1.
(471) Parola schiettamente francese. Nel C. R. 1.: nè per leggi, nè per fede, nè per uopera. — La
stessa parola abbiamo trovata al cap. XX.
(472) suo comandamento C. R. 1.
(473) Intendi: coloro che hanno intelletto semplice.
(474) È evidente che il senso non torna. Correggasi dunque col C. R. 1., che va daccordo col
francese: s'elli sono dampnati non sono duramente tormentati; ma kelli ke bene conoscono e
suoi comandamenti, e no li vogliono fare, quelli sono duramenti tormentati, se prima ke
muoiono non si pentono, e promectano di giamai più non peccare, et kesta promessa
manterano.
tucti (468).
(463) o sono facte di dì in dì C. R. 2.
(464) a l'octa C. R. 1.
(465) in C. R. 1. e C. R. 2.
(466) nascesse C. L. — Abb. corr. coi Codd. R. 1 e R. 2.
(467) sua nascenza C. R. 1.
(468) Nel C. L. e nel C. R. 2. questo periodo è molto confuso e senza senso. Al C. F. R. manca. Noi
abbiamo per conseguenza adottata la lez. del C. R. 1., sebbene assai oscura anch'essa.
Cap. XXXVII.
Lo re domanda: quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono
avere (469) nulla scusa? Sidrac risponde:
Tutti quelli che non conoscono Idio, Idio non conoscie loro; e tutti
quelli che non vogliono conosciere Dio (470) nè per fede nè per ley (471)
nè per opere, quelli saranno dannati colli suoi nemici per tutto tenpo. E
quelli che lui credono e non vogliono fare le sue opere (472), che
semplicemente intendono, come semplici uomini (473), se egli sono
dannati, elli sono più crudelmente tormentati, se inanzi la loro morte
chegiono perdono e merciede, e prometteranno che giammai peccato non
faranno, e in questa promessa attendono (474).
(469) Abb. agg. avere. Nel C. R. 1.: puote avere niuna scusatione.
(470) Abb. agg. Dio dal C. R. 1.
(471) Parola schiettamente francese. Nel C. R. 1.: nè per leggi, nè per fede, nè per uopera. — La
stessa parola abbiamo trovata al cap. XX.
(472) suo comandamento C. R. 1.
(473) Intendi: coloro che hanno intelletto semplice.
(474) È evidente che il senso non torna. Correggasi dunque col C. R. 1., che va daccordo col
francese: s'elli sono dampnati non sono duramente tormentati; ma kelli ke bene conoscono e
suoi comandamenti, e no li vogliono fare, quelli sono duramenti tormentati, se prima ke
muoiono non si pentono, e promectano di giamai più non peccare, et kesta promessa
manterano.
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Cap. XXXVIII.
Lo re domanda: dèe l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di Dio?
Sidrac risponde:
Idio à facto l'uomo naturalmente per lui servire, e fare lo suo
comandamento, e odiare lo suo nimico e lo nostro, cioè a intendere lo
diavolo e lo suo ingegno. E simigliantemente (475), come noi abiamo e
volemo avere signoria, e essere serviti da tutte l'altre criature che Iddio fece,
altressì vuole Iddio che è tutto possente avere servigio da noi, e che noi gli
crediamo e adoriamo, che noi dobiamo avere grande amore in Dio lo
creatore, e grande odio al diavolo.
(475) e essere simigliantemente C. L. — Abb. soppresso essere sulla scorta de' Codd. R. 2, e F. R.
Cap. XXXIX.
Lo re domanda: perchè è chiamata morte? Sidrac risponde:
Le morte non è chiamata morte a quelli che trapassano di questo
secolo, anzi è chiamata trapassamento; che quegli che muoiono in questo
secolo, e pare che muoiano, non fanno (476), anzi trapassano di questo
secolo nell'altro. Quelli che non credono in loro criatore, e sono fuori del
suo comandamento, quelli muoiono, e a cotal gente vale molto la morte, se
avere la potessono, perch'egli domanderanno la morte, e la morte loro
fuggirà. Quando verrà la seconda volta lo figliuolo di Dio a giudicare lo
mondo, i buoni e li malvagi risuciteranno; i malvagi saranno col corpo e
Lo re domanda: dèe l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di Dio?
Sidrac risponde:
Idio à facto l'uomo naturalmente per lui servire, e fare lo suo
comandamento, e odiare lo suo nimico e lo nostro, cioè a intendere lo
diavolo e lo suo ingegno. E simigliantemente (475), come noi abiamo e
volemo avere signoria, e essere serviti da tutte l'altre criature che Iddio fece,
altressì vuole Iddio che è tutto possente avere servigio da noi, e che noi gli
crediamo e adoriamo, che noi dobiamo avere grande amore in Dio lo
creatore, e grande odio al diavolo.
(475) e essere simigliantemente C. L. — Abb. soppresso essere sulla scorta de' Codd. R. 2, e F. R.
Cap. XXXIX.
Lo re domanda: perchè è chiamata morte? Sidrac risponde:
Le morte non è chiamata morte a quelli che trapassano di questo
secolo, anzi è chiamata trapassamento; che quegli che muoiono in questo
secolo, e pare che muoiano, non fanno (476), anzi trapassano di questo
secolo nell'altro. Quelli che non credono in loro criatore, e sono fuori del
suo comandamento, quelli muoiono, e a cotal gente vale molto la morte, se
avere la potessono, perch'egli domanderanno la morte, e la morte loro
fuggirà. Quando verrà la seconda volta lo figliuolo di Dio a giudicare lo
mondo, i buoni e li malvagi risuciteranno; i malvagi saranno col corpo e
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coll'anima, siccom'egli sono in questo secolo, in pene; e gli buoni
trapasseranno. E non morranno già quelli che lo loro creatore conoscono. E
quelli che (477) lo suo comandamento non fanno, saranno messi nel più alto
inferno; egli vi dimoreranno sanza fine. E la seconda volta che 'l figliuolo di
Dio verrà per noi giudicare, i corpi de' buoni ritorneranno coll'anime
in (478) gloria di vita eterna, nella conpagnia degli angioli, che mai non
averà fine.
(476) ma non muoiono C. R. 1.
(477) Abbiamo agg.: E quelli che; poichè altrimenti il senso non torna. — Il C. R. 2. concorda col
C. L.
(478) di C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XL.
Lo re domanda: quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono?
Sidrac risponde:
Due sono i secoli e due mondi: l'uno si è la grazia e la gloria di Dio, là
ove sono gli angioli e gli arcangioli, e là ove la buona generazione d'Adamo
monterà. L'altro secolo è lo 'nferno, là ove è lo diavolo, e le tenebre sono e
lo grandi pene. L'uno mondo è chiamato lo sole e la luna, e lo giorno e la
notte, e l'altre cose spirituali che a noi danno lo lume, e noi servono in
questo secolo. L'altro mondo si è quello che noi vegiamo e che noi
tocchiamo corporalmente; l'altro, che tutto inghiotte nostro ventre e tutto
consuma, cioè mondo corporale, èe il mondano secolo, buono o rio (479).
(479) Nel T. F. P.: L'aultre est ce que nous mangons et touchons corporellemente; ce de quoy nous
vivons en la terre, qui tout engloutte en nostre ventre, qui tout consumme, c'est le mond
corporel.
trapasseranno. E non morranno già quelli che lo loro creatore conoscono. E
quelli che (477) lo suo comandamento non fanno, saranno messi nel più alto
inferno; egli vi dimoreranno sanza fine. E la seconda volta che 'l figliuolo di
Dio verrà per noi giudicare, i corpi de' buoni ritorneranno coll'anime
in (478) gloria di vita eterna, nella conpagnia degli angioli, che mai non
averà fine.
(476) ma non muoiono C. R. 1.
(477) Abbiamo agg.: E quelli che; poichè altrimenti il senso non torna. — Il C. R. 2. concorda col
C. L.
(478) di C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XL.
Lo re domanda: quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono?
Sidrac risponde:
Due sono i secoli e due mondi: l'uno si è la grazia e la gloria di Dio, là
ove sono gli angioli e gli arcangioli, e là ove la buona generazione d'Adamo
monterà. L'altro secolo è lo 'nferno, là ove è lo diavolo, e le tenebre sono e
lo grandi pene. L'uno mondo è chiamato lo sole e la luna, e lo giorno e la
notte, e l'altre cose spirituali che a noi danno lo lume, e noi servono in
questo secolo. L'altro mondo si è quello che noi vegiamo e che noi
tocchiamo corporalmente; l'altro, che tutto inghiotte nostro ventre e tutto
consuma, cioè mondo corporale, èe il mondano secolo, buono o rio (479).
(479) Nel T. F. P.: L'aultre est ce que nous mangons et touchons corporellemente; ce de quoy nous
vivons en la terre, qui tout engloutte en nostre ventre, qui tout consumme, c'est le mond
corporel.
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Cap. XLI.
Lo re domanda: Idio è di grande guidardone? Sidrac risponde:
Niuna anima non potrebe pensare nè dire nè 'l bene nè l'amore nè 'l
guidardone (480), che Idio dae a quelli che in Dio (481) credono e lo suo
comandamento fanno. E non domanda loro altro che questa piccola cosa,
ch'egli faccino il bene e lascino lo male. Egli gl'innorerà (482) cogli suoi
angioli; e poichè gli angioli sono spiriti tanto solamente (483), i buoni,
quando il suo comandamento faranno, egli gli metterà in cielo col corpo e
collo spirito; e per loro manderà il suo figliuolo in terra a liberragli, e per
loro si lascierà morire. Questo è grande guiderdone alli suoi amici. Chi è
quelli che per li suoi amici lascierebe il suo figliuolo morire? Sapiate di
verità che Idio lo farà per li suoi amici, e sapiate che ciò sarà, e sarà grande
guidardone che Idio loro farà; che niuna anima potrebe pensare lo bene nè
l'amore nè il guiderdone che Iddio darà ai buoni.
(480) ne bene nell'amore del guidardone C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., che concorda perfettamente
col C. F. R.
(481) da quelli che in Dio C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(482) Per onorerà, come in parecchi esempi citati dalla Crusca.
(483) Per solamente, come nel Boccaccio: „essendo contento d'avervi tanto solamente ricordato,„
ec. — Il C. F. R. ha: tant solement.
Cap. XLII.
Lo re domanda: le gienerazioni che saranno al tenpo del figliuolo di Dio,
saranno egli credenti a lui tutti comunemente? Sidrac risponde:
Tutti saranno credenti alla sua fede, cioè (484) a 'ntendere del suo
popolo. Ma egli saranno di diverse maniere di linguaggi (485); e l'uno avrà
più stretto comandamento che l'altro (486); che quello che il figliuolo di
Lo re domanda: Idio è di grande guidardone? Sidrac risponde:
Niuna anima non potrebe pensare nè dire nè 'l bene nè l'amore nè 'l
guidardone (480), che Idio dae a quelli che in Dio (481) credono e lo suo
comandamento fanno. E non domanda loro altro che questa piccola cosa,
ch'egli faccino il bene e lascino lo male. Egli gl'innorerà (482) cogli suoi
angioli; e poichè gli angioli sono spiriti tanto solamente (483), i buoni,
quando il suo comandamento faranno, egli gli metterà in cielo col corpo e
collo spirito; e per loro manderà il suo figliuolo in terra a liberragli, e per
loro si lascierà morire. Questo è grande guiderdone alli suoi amici. Chi è
quelli che per li suoi amici lascierebe il suo figliuolo morire? Sapiate di
verità che Idio lo farà per li suoi amici, e sapiate che ciò sarà, e sarà grande
guidardone che Idio loro farà; che niuna anima potrebe pensare lo bene nè
l'amore nè il guiderdone che Iddio darà ai buoni.
(480) ne bene nell'amore del guidardone C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., che concorda perfettamente
col C. F. R.
(481) da quelli che in Dio C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(482) Per onorerà, come in parecchi esempi citati dalla Crusca.
(483) Per solamente, come nel Boccaccio: „essendo contento d'avervi tanto solamente ricordato,„
ec. — Il C. F. R. ha: tant solement.
Cap. XLII.
Lo re domanda: le gienerazioni che saranno al tenpo del figliuolo di Dio,
saranno egli credenti a lui tutti comunemente? Sidrac risponde:
Tutti saranno credenti alla sua fede, cioè (484) a 'ntendere del suo
popolo. Ma egli saranno di diverse maniere di linguaggi (485); e l'uno avrà
più stretto comandamento che l'altro (486); che quello che il figliuolo di
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Dio comanderà al suo popolo sarà tutto uno; e quello (487) che li suoi
dodici ministri comanderanno, sarà quello ch'egli avrà comandato della sua
bocca. Ma gli altri che verranno apresso, saranno in luogo di ministri (488),
vedranno la fragilità della fievole carne della gente, e allora faranno uno
comandamento più leggiero, ch'egli ànno il podere di ciò fare, dal podere di
Dio e de' suoi ministri. Ma ciascuna delle nazioni crederà essere migliore
l'una che l'altra, al loro parere; ma tutti saranno come in uno grande
giardino, ove avrà molti albori, e l'albero che più renderà al giardino, lo
giardiniero più l'ama e più lo 'nnacqua e tienlo più caro (489).
Simigliantemente saranno tutte le nazioni e le generazioni che crederanno
nel figliuolo di Dio vivo, e lo suo comandamento (490): quelli che più
fermamente terrà sua fede e suo comandamento, quelli sarà più presso di lui
in cielo e in gloria.
(484) acciò C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(485) ligniagi C. R. 2.
(486) che la loro C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: des autres.
(487) quegli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(488) meglio il C. F. R.: et seront en leu des ministres.
(489) Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come più corretta di quella del C. L. Dobbiamo però avvertire
che in esso C. R. 2. si legge, invece di lo giardiniero, lo giardino, che a noi è parso errore da
potersi senza esitanza correggere, sull'autorità del C. F. R. che ha jardinier.
(490) ed al suo comandamento C. R. 2.
Cap. XLIII.
Lo re domanda: che comandamento farà Iddio al suo popolo? Sidrac
risponde:
Iddio comandò al suo popolo amore e giustizia, e che l'uomo non
faccia a niuno quello che non volesse che l'uomo faccia a lui (491). Che per
l'amore di Dio che à in Adamo (492), egli manderà il suo figliuolo in terra a
morire, per lui diliberare; e per l'amore che 'l figliuolo di Dio avrà in lui, si
lascieranno molti morire per diversi tormenti, per andare nella sua
dodici ministri comanderanno, sarà quello ch'egli avrà comandato della sua
bocca. Ma gli altri che verranno apresso, saranno in luogo di ministri (488),
vedranno la fragilità della fievole carne della gente, e allora faranno uno
comandamento più leggiero, ch'egli ànno il podere di ciò fare, dal podere di
Dio e de' suoi ministri. Ma ciascuna delle nazioni crederà essere migliore
l'una che l'altra, al loro parere; ma tutti saranno come in uno grande
giardino, ove avrà molti albori, e l'albero che più renderà al giardino, lo
giardiniero più l'ama e più lo 'nnacqua e tienlo più caro (489).
Simigliantemente saranno tutte le nazioni e le generazioni che crederanno
nel figliuolo di Dio vivo, e lo suo comandamento (490): quelli che più
fermamente terrà sua fede e suo comandamento, quelli sarà più presso di lui
in cielo e in gloria.
(484) acciò C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(485) ligniagi C. R. 2.
(486) che la loro C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: des autres.
(487) quegli C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(488) meglio il C. F. R.: et seront en leu des ministres.
(489) Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come più corretta di quella del C. L. Dobbiamo però avvertire
che in esso C. R. 2. si legge, invece di lo giardiniero, lo giardino, che a noi è parso errore da
potersi senza esitanza correggere, sull'autorità del C. F. R. che ha jardinier.
(490) ed al suo comandamento C. R. 2.
Cap. XLIII.
Lo re domanda: che comandamento farà Iddio al suo popolo? Sidrac
risponde:
Iddio comandò al suo popolo amore e giustizia, e che l'uomo non
faccia a niuno quello che non volesse che l'uomo faccia a lui (491). Che per
l'amore di Dio che à in Adamo (492), egli manderà il suo figliuolo in terra a
morire, per lui diliberare; e per l'amore che 'l figliuolo di Dio avrà in lui, si
lascieranno molti morire per diversi tormenti, per andare nella sua
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compagnia in cielo. Per l'amore e per la povertà e per l'astinenzia, andranno
egli in cielo nella sua gloria: che chi àe buono amore in Dio, egli à buono
amore in sè medesimo; chi à la povertà (493) e la sofferenza e l'astinenzia
in lui, egli à l'amore di Dio in lui.
(491) Migliore la lez. del C. R. 2.: Idio comanda al suo populo timore e giustizia e astinenzia, e che
l'omo non faccia a nullo quello che non volesse che fosse fatto a lui.
(492) che Dio àe in Adamo C. R. 2.
(493) punta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XLIV.
Lo re domanda: qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e la più
degna e la più bella? Sidrac risponde:
L'anima è la più degnia cosa del mondo, e la più bella e la più
benedetta; chè la buona anima è più bella e più isplendiente che 'l sole, e più
degnia che niuna altra cosa che Idio abia fatta in terra; ch'ella è fatta della
lena di Dio; e sì sono stabiliti gli angioli per lei isguardare (494); e si istà
inanzi a Dio a faccia a faccia, e è la più sicura cosa (495) che Idio abia fatta;
ch'ella è buona, e sicura ch'ella sarà della conpagnia di Dio, nella sua gloria,
tra gli agnoli, e non avrà mai fine, nè fame nè freddo nè caldo nè male nè
dolore nè tristizia nè invidia nè cupidigia, ma tutto giorno gioia (496) e
letizia delle sue benedizioni. L'anima è la più benedetta cosa che Idio abia
fatta; chè egli benedisse tutte le cose per lei servire. La benedizione è sì
grandissima, che, se ella entrasse in una pietra, ella parlerebbe. Ella sarà
benedetta per lo figliuolo di Dio, per tutti i tenpi, quando egli verrà la
seconda volta a giudicare lo mondo, cioè a sapere alla fine del mondo, che
giudicherà i buoni e' rei.
(494) Il C. F. R. ha garder, che noi crederemmo usato qui nel senso di proteggere. Potrebb'essere che
il testo francese da cui fu tradotto il nostro avesse esgardeir, esguarder, che fu adoperato per
consigliare.
(495) Abbiamo agg. cosa da' codd. R. 2 e F. R.
egli in cielo nella sua gloria: che chi àe buono amore in Dio, egli à buono
amore in sè medesimo; chi à la povertà (493) e la sofferenza e l'astinenzia
in lui, egli à l'amore di Dio in lui.
(491) Migliore la lez. del C. R. 2.: Idio comanda al suo populo timore e giustizia e astinenzia, e che
l'omo non faccia a nullo quello che non volesse che fosse fatto a lui.
(492) che Dio àe in Adamo C. R. 2.
(493) punta C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. XLIV.
Lo re domanda: qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e la più
degna e la più bella? Sidrac risponde:
L'anima è la più degnia cosa del mondo, e la più bella e la più
benedetta; chè la buona anima è più bella e più isplendiente che 'l sole, e più
degnia che niuna altra cosa che Idio abia fatta in terra; ch'ella è fatta della
lena di Dio; e sì sono stabiliti gli angioli per lei isguardare (494); e si istà
inanzi a Dio a faccia a faccia, e è la più sicura cosa (495) che Idio abia fatta;
ch'ella è buona, e sicura ch'ella sarà della conpagnia di Dio, nella sua gloria,
tra gli agnoli, e non avrà mai fine, nè fame nè freddo nè caldo nè male nè
dolore nè tristizia nè invidia nè cupidigia, ma tutto giorno gioia (496) e
letizia delle sue benedizioni. L'anima è la più benedetta cosa che Idio abia
fatta; chè egli benedisse tutte le cose per lei servire. La benedizione è sì
grandissima, che, se ella entrasse in una pietra, ella parlerebbe. Ella sarà
benedetta per lo figliuolo di Dio, per tutti i tenpi, quando egli verrà la
seconda volta a giudicare lo mondo, cioè a sapere alla fine del mondo, che
giudicherà i buoni e' rei.
(494) Il C. F. R. ha garder, che noi crederemmo usato qui nel senso di proteggere. Potrebb'essere che
il testo francese da cui fu tradotto il nostro avesse esgardeir, esguarder, che fu adoperato per
consigliare.
(495) Abbiamo agg. cosa da' codd. R. 2 e F. R.
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(496) e tutto giorno è gioia C. L. — Abb. corr. sulla scorta del C. F. R.: mais tous iors ioie, ec.
Cap. XLV.
Lo re domanda: qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e la più
maledetta e la più paurosa? Sidrac risponde:
L'anima ria è la più laida cosa che Idio facesse, e la più orribile cosa
che sia; che, chi la ria anima potesse vedere, egli avrebe paura di lei. Ella si
è la casa del diavolo; e si è sì puzzolente, che gli angioli nolla possono
sofferire a vedere nè udire. E sta ella tutto giorno in grande paura d'avere
maggiore pene che non à; e si sarà tormentata, nella conpagnia del diavolo,
di sua maladizione. Ella è la più maladetta cosa che Idio abia fatta, che ella
sarà maladetta dal figliuolo di Dio, al dì del giudicio, inanzi gli angioli e
inanzi gli arcangioli e tutte l'altre buone anime, che tutte avranno allegreza
del suo male.
Cap. XLVI.
Lo re domanda: le buone anime non avranno duolo del male delle rie
anime? Sidrac risponde:
In verità vi dico che le buone anime saranno nella volontà di Dio, e a
tutti piacerà lo suo giudicamento degli suoi nimici, e ched egli si
vendichi (497) di tutti coloro che sono istati contra lui; chè egli è diritto, e
lo suo giudicamento si è diritto e leale. E quando le buone (498) anime
vedranno che (499) Idio l'avrà giudicate in pene, elle si diletteranno di
vederle, altressì come noi ci dilettiamo di vedere i pesci nell'acqua.
Cap. XLV.
Lo re domanda: qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e la più
maledetta e la più paurosa? Sidrac risponde:
L'anima ria è la più laida cosa che Idio facesse, e la più orribile cosa
che sia; che, chi la ria anima potesse vedere, egli avrebe paura di lei. Ella si
è la casa del diavolo; e si è sì puzzolente, che gli angioli nolla possono
sofferire a vedere nè udire. E sta ella tutto giorno in grande paura d'avere
maggiore pene che non à; e si sarà tormentata, nella conpagnia del diavolo,
di sua maladizione. Ella è la più maladetta cosa che Idio abia fatta, che ella
sarà maladetta dal figliuolo di Dio, al dì del giudicio, inanzi gli angioli e
inanzi gli arcangioli e tutte l'altre buone anime, che tutte avranno allegreza
del suo male.
Cap. XLVI.
Lo re domanda: le buone anime non avranno duolo del male delle rie
anime? Sidrac risponde:
In verità vi dico che le buone anime saranno nella volontà di Dio, e a
tutti piacerà lo suo giudicamento degli suoi nimici, e ched egli si
vendichi (497) di tutti coloro che sono istati contra lui; chè egli è diritto, e
lo suo giudicamento si è diritto e leale. E quando le buone (498) anime
vedranno che (499) Idio l'avrà giudicate in pene, elle si diletteranno di
vederle, altressì come noi ci dilettiamo di vedere i pesci nell'acqua.
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(497) e ch'egli si vendica C. L. — Abb. pref. le lez. del C. R. 2.
(498) rie C. L. — Abb. creduto di dover preferire la lez. del C. R. 2., anche per l'autorità del C. F. R.
che ha: quant les bones armes.
(499) Meglio il C. F. R.: veront les felons.
Cap. XLVII.
Lo re domanda: che vale meglio o la santà o la malizia? Sidrac risponde:
Degna cosa è la sanità dell'anima che è pura e netta, e quella anima
sarà nella conpagnia del cielo (500). Altressì come uno cavaliere che è forte
e prode e è valente, e fosse della vostra masnada, e voi andasti in battaglia,
bene vorresti ch'egli fosse della vostra conpagnia; e se egli fosse malato e
fievole e debole, voi non vorresti che egli fosse presso a voi;
simigliantemente (501) della sanità e della malizia; che sanità varrà meglio
che malizia all'anima. Che l'anima ch'è malata, cioè di peccato, quella
anima è della conpagnia del diavolo; e Dio non vuole che s'acosti a lui, se di
quella malizia non guariscie. La sana, ch'è sanza peccato, vuole egli bene
che sia apresso di lui. Eziandio al corpo vale meglio la sanità che la malizia,
a coloro che la sanità e la forza usano bene per loro e per altrui. Gli rei, che
lo bene non vogliono fare e fanno lo male, la malizia al corpo loro vale
meglio che la santà; chè, per la fievoleza del corpo e della malizia, si
ritragono di mal fare; e gli buoni non ànno briga delle loro rie opere, ch'egli
fanno.
(500) Così hanno i due Codd. L. e R. 2. Ma la lez. è senza forse errata, e a corregg. giova riferire il
testo del C. F. R. che ha: car l'arme chi est saine, elle est nete et pure; et celle arme sera en la
compagnie Deu. Chi corr. ki. — E del pari ha il C. R. 1.: „Dengna cosa è la sanità dell'anima;
imperciò ke l'anima k'è sana e necta, quella cotale anima saràe de la conpagnia di Dio.„ Ed esso
C. R. 1. seguita: E l'anima k'ene amalata si è de la compagnia del diavolo; e Dio non vuole ke
s'apressi a lui, se di chel male non guarisse.
(501) simigliantemente è C. R. 2.
(498) rie C. L. — Abb. creduto di dover preferire la lez. del C. R. 2., anche per l'autorità del C. F. R.
che ha: quant les bones armes.
(499) Meglio il C. F. R.: veront les felons.
Cap. XLVII.
Lo re domanda: che vale meglio o la santà o la malizia? Sidrac risponde:
Degna cosa è la sanità dell'anima che è pura e netta, e quella anima
sarà nella conpagnia del cielo (500). Altressì come uno cavaliere che è forte
e prode e è valente, e fosse della vostra masnada, e voi andasti in battaglia,
bene vorresti ch'egli fosse della vostra conpagnia; e se egli fosse malato e
fievole e debole, voi non vorresti che egli fosse presso a voi;
simigliantemente (501) della sanità e della malizia; che sanità varrà meglio
che malizia all'anima. Che l'anima ch'è malata, cioè di peccato, quella
anima è della conpagnia del diavolo; e Dio non vuole che s'acosti a lui, se di
quella malizia non guariscie. La sana, ch'è sanza peccato, vuole egli bene
che sia apresso di lui. Eziandio al corpo vale meglio la sanità che la malizia,
a coloro che la sanità e la forza usano bene per loro e per altrui. Gli rei, che
lo bene non vogliono fare e fanno lo male, la malizia al corpo loro vale
meglio che la santà; chè, per la fievoleza del corpo e della malizia, si
ritragono di mal fare; e gli buoni non ànno briga delle loro rie opere, ch'egli
fanno.
(500) Così hanno i due Codd. L. e R. 2. Ma la lez. è senza forse errata, e a corregg. giova riferire il
testo del C. F. R. che ha: car l'arme chi est saine, elle est nete et pure; et celle arme sera en la
compagnie Deu. Chi corr. ki. — E del pari ha il C. R. 1.: „Dengna cosa è la sanità dell'anima;
imperciò ke l'anima k'è sana e necta, quella cotale anima saràe de la conpagnia di Dio.„ Ed esso
C. R. 1. seguita: E l'anima k'ene amalata si è de la compagnia del diavolo; e Dio non vuole ke
s'apressi a lui, se di chel male non guarisse.
(501) simigliantemente è C. R. 2.
Page 98
Cap. XLVIII.
Lo re domanda: che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? Sidrac
risponde:
Iddio à donato a ciascuna uno reame (502) a guardare e a governare;
s'ella lo governa bene, quello reame che Idio l'à donato a guardia, ella sarà
coronata e posta a sedere nella sedia reale (503), a grande allegreza e con
grande laude, innanzi a Dio; e Idio gli dirà: amico, vieni inanzi, e ricevi la
corona ch'io t'ò serbata, che l'ài bene lealmente guadagnata, e tu se' degna di
questa corona portare. Lo reame è lo bene che 'l corpo fa; lo corpo è questo
secolo, e la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore, e a fare il suo
comandamento (504). Che ciò che l'anima vuole, lo corpo fa alla sua
volontà (505), che l'anima è lo re, e lo corpo è lo reame e lo comandamento
di Dio. E se l'anima non governa bene lo reame che Idio l'à donato in
guardia, ella sarà nel mal fuoco gittata; e però dobiamo noi lasciare l'opere
del diavolo, e fare quelle del nostro criatore che ci à fatti, e fare i suoi
comandamenti. E chi avesse uno suo grande amico, che gli facesse uno
grande benefacto per lui, conciosia cosa ch'egli non sia di suo prode, anzi di
suo travaglio, egli lo farebe volentieri per colui che bene gli fa (506).
Dunque diricto è che noi crediamo il nostro criatore, e che noi facciamo i
suoi comandamenti, che egli ci darà signoria sopra tutte le cose del mondo;
e non ci comanda nullo travaglio, se non che noi lo crediamo, e che noi
l'amiamo, e che noi non facciamo male per lo suo amore. Sappiate che
quegli che verranno dietro a noi, egli saranno credenti in Dio. Loro
domanderà più ch'egli non fa ora a noi; e saranno chiamati il popolo del
figliuolo di Dio, lo veracie profeta. Egli a loro domanderà più che a noi, nè
a coloro che inanzi a loro verranno; e più loro domanderà, chè lo servigio
sarà più (507).
(502) regname C. R. 1.
(503) assettata in sedio di re C. R. 1.
(504) Abb. corretto questo periodo coll'aiuto del C. R. 2., del C. R. 1. e del C. F. R. Altri veda se
abbiamo errato. Ecco le tre lezioni: Lo reame e ello bene che 'l corpo fa lo corpo e in questo
secolo la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore e facto il suo comandamento
C. L. — Lo reame è lo bene che lo corpo fa lo corpo è questo secolo la buona credensa che
l'uomo àe nel suo creatore àe fatto il suo comandamento C. R. 2. — Lo reame si è el corpo e 'l
Lo re domanda: che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? Sidrac
risponde:
Iddio à donato a ciascuna uno reame (502) a guardare e a governare;
s'ella lo governa bene, quello reame che Idio l'à donato a guardia, ella sarà
coronata e posta a sedere nella sedia reale (503), a grande allegreza e con
grande laude, innanzi a Dio; e Idio gli dirà: amico, vieni inanzi, e ricevi la
corona ch'io t'ò serbata, che l'ài bene lealmente guadagnata, e tu se' degna di
questa corona portare. Lo reame è lo bene che 'l corpo fa; lo corpo è questo
secolo, e la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore, e a fare il suo
comandamento (504). Che ciò che l'anima vuole, lo corpo fa alla sua
volontà (505), che l'anima è lo re, e lo corpo è lo reame e lo comandamento
di Dio. E se l'anima non governa bene lo reame che Idio l'à donato in
guardia, ella sarà nel mal fuoco gittata; e però dobiamo noi lasciare l'opere
del diavolo, e fare quelle del nostro criatore che ci à fatti, e fare i suoi
comandamenti. E chi avesse uno suo grande amico, che gli facesse uno
grande benefacto per lui, conciosia cosa ch'egli non sia di suo prode, anzi di
suo travaglio, egli lo farebe volentieri per colui che bene gli fa (506).
Dunque diricto è che noi crediamo il nostro criatore, e che noi facciamo i
suoi comandamenti, che egli ci darà signoria sopra tutte le cose del mondo;
e non ci comanda nullo travaglio, se non che noi lo crediamo, e che noi
l'amiamo, e che noi non facciamo male per lo suo amore. Sappiate che
quegli che verranno dietro a noi, egli saranno credenti in Dio. Loro
domanderà più ch'egli non fa ora a noi; e saranno chiamati il popolo del
figliuolo di Dio, lo veracie profeta. Egli a loro domanderà più che a noi, nè
a coloro che inanzi a loro verranno; e più loro domanderà, chè lo servigio
sarà più (507).
(502) regname C. R. 1.
(503) assettata in sedio di re C. R. 1.
(504) Abb. corretto questo periodo coll'aiuto del C. R. 2., del C. R. 1. e del C. F. R. Altri veda se
abbiamo errato. Ecco le tre lezioni: Lo reame e ello bene che 'l corpo fa lo corpo e in questo
secolo la buona credenza che l'uomo à nel suo creatore e facto il suo comandamento
C. L. — Lo reame è lo bene che lo corpo fa lo corpo è questo secolo la buona credensa che
l'uomo àe nel suo creatore àe fatto il suo comandamento C. R. 2. — Lo reame si è el corpo e 'l
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ben fare ke l'omo fa in chesto secolo e la buona guardia C. R. 1.— Le royaume est le cors afait
en ceste secle et la bone garde et la bone creance che l'om a à son creator et à fair son
comandement C. F. R. — Afait potrebbe essere errore per afaitié, afetié, poli, ajusté, da afaiter,
orner, parer ec.
(505) che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(506) Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il C. R. 2., conforme al
C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che gli facesse grande bene, e lo suo amico lo
pregasse ch'elli facesse uno grande fatto per lui, conciosiacosa ch'elli non sia di suo prò, anzi di
suo travaglio, egli lo farebbe volentieri per colui che bene gli fa. — Conciosiacosachè è traduz.
erronea di ja soit ce que, sebbene, abbenchè. Meglio degli altri poi ha il C. R. 1.: Unde ki
avesse uno buono amico, e pregasselo ke facesse uno gran facto per lui, avenga ke non fusse
sua utilità, anzi fusse in suo affanno, elli lo farebbe volentieri, per colui ke ben li fae; molto
magiormente ec.
(507) e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a costoro domandarà più k'a
noi e che a quelli ke apresso noi veranno, ke la comandigia sarà più grande C. R. 1. — Di
comandigia non reca che un esempio solo la Crusca.
Cap. XLIX.
Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:
La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di
guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio
e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse di
queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio (508), si
aviene (509) per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se
egli mangia buone vivande (510), sì gli viene buono sangue, che gli
rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male vivande e
di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio omore, e vanno
intorno al cuore e lo rinfebiliscono (511), e faglielo grave, e allora si
cruccia. E simigliantemente aviene del male olore, ch'egli l'amena al
cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.
(508) cioè della gioia e del cruccio C. R. 2.
(509) se li aviene C. R. 2.
(510) buone vivande e umide C. R. 2.
en ceste secle et la bone garde et la bone creance che l'om a à son creator et à fair son
comandement C. F. R. — Afait potrebbe essere errore per afaitié, afetié, poli, ajusté, da afaiter,
orner, parer ec.
(505) che ciò che l'anima volle lo corpo alla sua volontà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(506) Il senso di questo periodo riescirebbe oscuro se non lo chiarisse il C. R. 2., conforme al
C. F. R.: — E chi avesse uno suo buono amico che gli facesse grande bene, e lo suo amico lo
pregasse ch'elli facesse uno grande fatto per lui, conciosiacosa ch'elli non sia di suo prò, anzi di
suo travaglio, egli lo farebbe volentieri per colui che bene gli fa. — Conciosiacosachè è traduz.
erronea di ja soit ce que, sebbene, abbenchè. Meglio degli altri poi ha il C. R. 1.: Unde ki
avesse uno buono amico, e pregasselo ke facesse uno gran facto per lui, avenga ke non fusse
sua utilità, anzi fusse in suo affanno, elli lo farebbe volentieri, per colui ke ben li fae; molto
magiormente ec.
(507) e più domanderà loro perchè 'l servigio sarà più grande C. R. 2. — a costoro domandarà più k'a
noi e che a quelli ke apresso noi veranno, ke la comandigia sarà più grande C. R. 1. — Di
comandigia non reca che un esempio solo la Crusca.
Cap. XLIX.
Lo re domanda: lo cruccio e la gioia onde viene? Sidrac risponde:
La gioia e lo crucio sono di molti modi: gioie sono di ricchezze e di
guadagni e di buone novelle e di molti modi; lo cruccio viene di dannaggio
e di perdite e di malizie e di paura e di molte cose. Ma l'uomo che avesse di
queste cose cioè di sopra dette, della gioia e del cruccio (508), si
aviene (509) per sè medesimo per due cose: di vivande e d'olore. Che se
egli mangia buone vivande (510), sì gli viene buono sangue, che gli
rinverdiscie lo cuore e fagli avere gioia. Lo cruccio viene di male vivande e
di pesanti e grievi, ch'elle si muovono lo rio sangue e lo rio omore, e vanno
intorno al cuore e lo rinfebiliscono (511), e faglielo grave, e allora si
cruccia. E simigliantemente aviene del male olore, ch'egli l'amena al
cervello e portalo al cuore, e fallo crucciare.
(508) cioè della gioia e del cruccio C. R. 2.
(509) se li aviene C. R. 2.
(510) buone vivande e umide C. R. 2.
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(511) infievoliscono C. R. 2. — Abbiamo lasciato rinfebiliscono perchè lo crediamo traduzione di
afebloient (da afebloir). Il presente capitolo manca al C. F. R., quindi non possiamo sapere
quale fosse la parola francese corrispondente a rinfebiliscono. È noto che la Crusca registra
infiebolire e infiebolito.
Cap. L.
Lo re domanda: dopo lo tenpo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo averà
istolomia (512) nel mondo per insegnare? Sidrac risponde:
Quando lo figliuolo di Dio monterà in cielo, si lascierà lo suo podere a'
suoi XII apostoli, e quelli istabiliranno una casa che sarà chiamata dello
figliuolo di Dio (513). Dopo loro verranno gli altri, che tuttavia lo
comandamento loro seguiteranno uno grande tenpo, e saranno i primi che al
figliuolo di Dio avranno creduto, e saranno di grande podere e di grande
ricchezze e signoria; e poi diventeranno fievoli nella credenza del figliuolo
di Dio e ne' suoi comandamenti, i quali avranno istabiliti i dodici apostoli; e
non si vorranno amendare delle loro rie opere. Iddio per loro peccato gli
distruggierà. Quelli saranno dell'arte della stolomia (514), perch'elli saranno
molti savi e di grande provedenza.
(512) istrologhi C. R. 2. — estronomen C. F. R. — Crediamo che sia da correggere istrolomia. — Il
prov. ha: estrolomia; e più sotto strolomia ha il C. R. 2.
(513) una casa che sarà chiamata lo figliuolo di Dio C. L. — e quelli stabiliranno uno che sarà
chiamato lo figliuolo di Dio C. R. 2. — Lezioni erronee ambedue. Noi abbiamo creduto di
ristabilire rettamente il senso, correggendo dello figliuolo di Dio, sull'autorità del testo francese:
une sainte maison che sera apelée la maison dou fis de Deu; e del C. R. 1.: che sarà apellata la
magione di Dio.
(514) Il C. R. 1. ha qui: astralumia.
Cap. LI. (515)
afebloient (da afebloir). Il presente capitolo manca al C. F. R., quindi non possiamo sapere
quale fosse la parola francese corrispondente a rinfebiliscono. È noto che la Crusca registra
infiebolire e infiebolito.
Cap. L.
Lo re domanda: dopo lo tenpo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo averà
istolomia (512) nel mondo per insegnare? Sidrac risponde:
Quando lo figliuolo di Dio monterà in cielo, si lascierà lo suo podere a'
suoi XII apostoli, e quelli istabiliranno una casa che sarà chiamata dello
figliuolo di Dio (513). Dopo loro verranno gli altri, che tuttavia lo
comandamento loro seguiteranno uno grande tenpo, e saranno i primi che al
figliuolo di Dio avranno creduto, e saranno di grande podere e di grande
ricchezze e signoria; e poi diventeranno fievoli nella credenza del figliuolo
di Dio e ne' suoi comandamenti, i quali avranno istabiliti i dodici apostoli; e
non si vorranno amendare delle loro rie opere. Iddio per loro peccato gli
distruggierà. Quelli saranno dell'arte della stolomia (514), perch'elli saranno
molti savi e di grande provedenza.
(512) istrologhi C. R. 2. — estronomen C. F. R. — Crediamo che sia da correggere istrolomia. — Il
prov. ha: estrolomia; e più sotto strolomia ha il C. R. 2.
(513) una casa che sarà chiamata lo figliuolo di Dio C. L. — e quelli stabiliranno uno che sarà
chiamato lo figliuolo di Dio C. R. 2. — Lezioni erronee ambedue. Noi abbiamo creduto di
ristabilire rettamente il senso, correggendo dello figliuolo di Dio, sull'autorità del testo francese:
une sainte maison che sera apelée la maison dou fis de Deu; e del C. R. 1.: che sarà apellata la
magione di Dio.
(514) Il C. R. 1. ha qui: astralumia.
Cap. LI. (515)
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Lo re domanda: chi bene nè male non fa è menato a peccato? Sidrac
risponde:
Lo principe (516) de' ministri del figliuolo di Dio quelli
l'acomanderà (517) a uno buono uomo che avrà nome Pietro (518); e
dall'uno a l'altro sarà comandato (519), insino alla venuta del falso profeta
che tutto il mondo divorerà; quelli sarà figliuolo del diavolo. Dopo la
venuta del figliuolo di Dio M anni, crescerà peccato al mondo, fra 'l suo
popolo, contra la fede, e sarà mescolato (520) tra' buoni, come i'
loglio (521) tra 'l grano (522). E dopo lungo tenpo nascieranno due grandi
colonne (523), che la fede di Cristo accrescieranno; e i miscredenti, che tra'
buoni saranno, distrugeranno. L'una delle due colonne saranno apellate frati
minori, e gli altri fratri predicatori (524); e saranno molto temuti per lo
mondo, e povera gente saranno. I buoni gli ameranno e onoreranno e
temeranno, per lo bene che faranno, e per la fede ch'egli acrescieranno; i rei
gli temeranno, e onore e reverenza loro faranno, per la paura ch'egli
avranno di loro; che per la gente di quelle due colonne (525) molti mali si
lascieranno a fare, per la paura che i malvagi avranno di loro; ch'egli
saranno la spada e la forza della casa del figliuolo di Dio, e aversari del
diavolo di ninferno.
(515) Questo Cap. nel C. R. 2. e nel C. F. R. ha per titolo: Lo palagio del figliuolo di Dio a cui sarà
accomandato quando elli verrà in terra? E questo titolo è necessario tener presente alla
memoria, per intendere ciò che segue.
(516) principio C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(517) lo comanderanno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(518) È curioso a notare che, mentre i due Codd. L. e R. 2. sono affatto conformi al C. F. R., e il
C. R. 1. è affatto diverso e nell'ordine e nella dicitura e nella mole, qui esso C. R. 1. ha, invece
di Pietro, padre de' padri; e pere des peres ha il C. F. R., mentre Pietro ha pure il C. R. 2., come
il L.
(519) Per accomandato. Comander franc. e comandar prov. hanno il senso il raccomandare.
(520) saranno anunziato C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: e saranno amischiati.
(521) gramegna C. R. 1. — La Crusca non registra che gramigna e gremigna.
(522) Aggiunge il C. R. 1.: et sarano famati per loro risia patarini. — La Crusca non registra famato,
nè risia.
(523) Così hanno tutti i Codd.
(524) sarà chiamata la minore, l'altra l'amonestatore C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. Pare che il
traduttore non intendesse la parola amonesteors del testo francese, che vuol dire propriamente
consigliere, da amonester (ad monitare) consigliare. — Il C. F. R. ha: amonesteors prechors.
Prechor significa predicatore, da precher.
risponde:
Lo principe (516) de' ministri del figliuolo di Dio quelli
l'acomanderà (517) a uno buono uomo che avrà nome Pietro (518); e
dall'uno a l'altro sarà comandato (519), insino alla venuta del falso profeta
che tutto il mondo divorerà; quelli sarà figliuolo del diavolo. Dopo la
venuta del figliuolo di Dio M anni, crescerà peccato al mondo, fra 'l suo
popolo, contra la fede, e sarà mescolato (520) tra' buoni, come i'
loglio (521) tra 'l grano (522). E dopo lungo tenpo nascieranno due grandi
colonne (523), che la fede di Cristo accrescieranno; e i miscredenti, che tra'
buoni saranno, distrugeranno. L'una delle due colonne saranno apellate frati
minori, e gli altri fratri predicatori (524); e saranno molto temuti per lo
mondo, e povera gente saranno. I buoni gli ameranno e onoreranno e
temeranno, per lo bene che faranno, e per la fede ch'egli acrescieranno; i rei
gli temeranno, e onore e reverenza loro faranno, per la paura ch'egli
avranno di loro; che per la gente di quelle due colonne (525) molti mali si
lascieranno a fare, per la paura che i malvagi avranno di loro; ch'egli
saranno la spada e la forza della casa del figliuolo di Dio, e aversari del
diavolo di ninferno.
(515) Questo Cap. nel C. R. 2. e nel C. F. R. ha per titolo: Lo palagio del figliuolo di Dio a cui sarà
accomandato quando elli verrà in terra? E questo titolo è necessario tener presente alla
memoria, per intendere ciò che segue.
(516) principio C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(517) lo comanderanno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(518) È curioso a notare che, mentre i due Codd. L. e R. 2. sono affatto conformi al C. F. R., e il
C. R. 1. è affatto diverso e nell'ordine e nella dicitura e nella mole, qui esso C. R. 1. ha, invece
di Pietro, padre de' padri; e pere des peres ha il C. F. R., mentre Pietro ha pure il C. R. 2., come
il L.
(519) Per accomandato. Comander franc. e comandar prov. hanno il senso il raccomandare.
(520) saranno anunziato C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: e saranno amischiati.
(521) gramegna C. R. 1. — La Crusca non registra che gramigna e gremigna.
(522) Aggiunge il C. R. 1.: et sarano famati per loro risia patarini. — La Crusca non registra famato,
nè risia.
(523) Così hanno tutti i Codd.
(524) sarà chiamata la minore, l'altra l'amonestatore C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. Pare che il
traduttore non intendesse la parola amonesteors del testo francese, che vuol dire propriamente
consigliere, da amonester (ad monitare) consigliare. — Il C. F. R. ha: amonesteors prechors.
Prechor significa predicatore, da precher.
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(525) che per quelle gente de le due colonne C. R. 1.
Cap. LII. (526)
Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al
peccato. Sidrac risponde:
Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia;
che se la bestia avesse iscienza in lei (527), farebe bene. Quelli che fa lo
peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa
fare (528), egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di
manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli frutti,
e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare, egli fa
male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci morire; chè
magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.
(526) Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a questo Cap. il titolo che
appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII., il titolo del LIV.; mentre doveva avere quello del
LII.
(527) en soi C. P. R.
(528) Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo possa fare.
Cap. LIII.
Lo re domanda se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa. Sidrac
risponde:
La signoria si è dal comandamento (529) di Dio; egli comanda in terra
giustizia; e se la giustizia non fosse tra le genti del popolo del figliuolo di
Cap. LII. (526)
Lo re domanda se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al
peccato. Sidrac risponde:
Chi bene nè male non fa egli mena vita di bestia, e peggio che bestia;
che se la bestia avesse iscienza in lei (527), farebe bene. Quelli che fa lo
peccato, fa male; e quelli che lascia lo bene a fare, là ove egli lo possa
fare (528), egli pecca simigliantemente. Come colui che à gran voglia di
manicare, e egli passa per uno molto bello verziero, ove àe molti belli frutti,
e lasciasi morire di fame, che non ne vuole toccare nè mangiare, egli fa
male, quando egli no ne piglia e mangine, anzi che si lasci morire; chè
magior male è di lasciarsi morire, che di mangiare il frutto.
(526) Nel C. L. il titolo del presente cap. è errato; cioè e stato dato a questo Cap. il titolo che
appartiene al seguente LIII.; e ad esso LIII., il titolo del LIV.; mentre doveva avere quello del
LII.
(527) en soi C. P. R.
(528) Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Il C. L. ha: la ond'egli lo possa fare.
Cap. LIII.
Lo re domanda se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa. Sidrac
risponde:
La signoria si è dal comandamento (529) di Dio; egli comanda in terra
giustizia; e se la giustizia non fosse tra le genti del popolo del figliuolo di
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Dio, sarebe a maniera di pesci, che lo forte mangierebe lo fievole, e lo
grande lo piccolo (530). Tutte le giustizie debono esser fatte (531) per
giudicare i rei a diritto e a ragione, e a ciascuno dare la sua ragione. Inanzi
che lo figliuolo di Dio venga in terra, nascierà uno re molto buono e
credente a Dio e suo profeta (532); e dirae nella sua profezia: benedetti
sieno quelli che faranno giustizia, e che la manteranno a tutti i tenpi. Se lo
malvagio è preso in alcuna malvagia opera, egli si die iudicare secondo sua
uopera (533); e se lo signore vuole avere merciè di lui, e perdonagli una
volta, egli lo puote bene fare; ma s'egli vi cade altra volta, egli è ben degno
del suo merito (534).
(529) se dal cominciamento C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., che concorda col C. F. R.
(530) troppo cresciarebbero e malifatori, che li forti mangiarebero li debili C. R. 1.
(531) Così ha pure il C. R. 2.; ma il C. R. 1.: tucta justizia dia essare forte. — E il C. F. R.: toute
justice doit estre fort.
(532) Qui, come in parentesi, sia scritto nel C. F. R.: Roy Daniel.
(533) Abb. corr. col C. R. 1. Il C. L. ha: è ispento e lealmente judicare. — Ed errato è pure il C. R. 2.
(534) Tanto il nostro che il C. R. 2. hanno: degno del suo merito. — Ed eccone la spiegazione. Nel
C. F. R. sta scritto: il est bien dignes de sa deserte avoir. — E siccome deserte avea il
significato di merito e di ricompensa, il traduttore ha scambiato l'uno coll'altra. Ed infatti il
C. R. 1. ha: è degno di ricievare guidardone di sua uopera. — Vale a dire, è degno di avere la
sua ricompensa, la ricompensa di avere perdonato la seconda volta.
Cap. LIV.
Lo re domanda: de' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici? Sidrac
risponde:
Buono e rio (535). Se gli tuoi parenti sono buone genti, e sono
disagiate, e ànno perduto lo loro per disaventura, loro dei ben fare e
consigliare e atare. E se i tuoi parenti e i tuoi amici sono rei, e perdono in
male, per la loro volontade, grande malfatto fae chi fa bene loro, e tutto si
perde; altressì come uno grande ciero di bella ciera, accieso inanzi a uno
uomo cieco, che non vedesse lume, o come la candela allo lume del sole,
grande lo piccolo (530). Tutte le giustizie debono esser fatte (531) per
giudicare i rei a diritto e a ragione, e a ciascuno dare la sua ragione. Inanzi
che lo figliuolo di Dio venga in terra, nascierà uno re molto buono e
credente a Dio e suo profeta (532); e dirae nella sua profezia: benedetti
sieno quelli che faranno giustizia, e che la manteranno a tutti i tenpi. Se lo
malvagio è preso in alcuna malvagia opera, egli si die iudicare secondo sua
uopera (533); e se lo signore vuole avere merciè di lui, e perdonagli una
volta, egli lo puote bene fare; ma s'egli vi cade altra volta, egli è ben degno
del suo merito (534).
(529) se dal cominciamento C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., che concorda col C. F. R.
(530) troppo cresciarebbero e malifatori, che li forti mangiarebero li debili C. R. 1.
(531) Così ha pure il C. R. 2.; ma il C. R. 1.: tucta justizia dia essare forte. — E il C. F. R.: toute
justice doit estre fort.
(532) Qui, come in parentesi, sia scritto nel C. F. R.: Roy Daniel.
(533) Abb. corr. col C. R. 1. Il C. L. ha: è ispento e lealmente judicare. — Ed errato è pure il C. R. 2.
(534) Tanto il nostro che il C. R. 2. hanno: degno del suo merito. — Ed eccone la spiegazione. Nel
C. F. R. sta scritto: il est bien dignes de sa deserte avoir. — E siccome deserte avea il
significato di merito e di ricompensa, il traduttore ha scambiato l'uno coll'altra. Ed infatti il
C. R. 1. ha: è degno di ricievare guidardone di sua uopera. — Vale a dire, è degno di avere la
sua ricompensa, la ricompensa di avere perdonato la seconda volta.
Cap. LIV.
Lo re domanda: de' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici? Sidrac
risponde:
Buono e rio (535). Se gli tuoi parenti sono buone genti, e sono
disagiate, e ànno perduto lo loro per disaventura, loro dei ben fare e
consigliare e atare. E se i tuoi parenti e i tuoi amici sono rei, e perdono in
male, per la loro volontade, grande malfatto fae chi fa bene loro, e tutto si
perde; altressì come uno grande ciero di bella ciera, accieso inanzi a uno
uomo cieco, che non vedesse lume, o come la candela allo lume del sole,
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ch'ella non à nullo valore. Simigliantemente aviene de' rei uomini, che si
perde tutto, siccome la cera inanzi al cieco, e la candela inanzi al sole.
(535) Egli ene bene e si è male C. R. 1.
Cap. LV.
Lo re domanda che cosa è gentileza. Sidrac risponde:
Gentileza è podere e largheza e vecchia possessione d'avolo e di
bisavolo. Quelli che à più di podere è più gentile. E si à anche altre
gentileze. L'uomo che àe grande podere e è villano del suo corpo, sapiate
che quelli non è gentile, anzi è ricco. Uomo di podere e savio e cortese e di
buona aria (536) e bene insegnato (537), quelli puot'essere chiamato gentile
uomo; che tutti siamo d'Adamo e d'Eva venuti, e fummo dal cominciamento
del mondo; e quelli che à magior podere, e meglio insegnato, e più beni
sono in lui, questi è gentile uomo.
(536) dibuonaire C. R. 1. — De bon aire si disse nell'ant. fr. per di buona indole; onde poi
debonaire, per buono, dolce, affabile. Anche il prov. ha de bon ayre, ma non l'aggettivo
debonnaire, rimasto esclusivamente al francese.
(537) Nell'ant. fr. trovasi adoperato come sostantivo il part. pass. del vb. enseigner, enseigné, nel
senso di dotto, sapiente. E il trad., avendo trovato enseigné ha voltato in ital. insegnato.
Insegnato registra la Crusca per ammaestrato, e per accostumato, scienziato, dicendo di
quest'ultimo significato, ch'è maniera antica che viene dal Provenzale.
Cap. LVI.
Lo re domanda: come fa freddo quando il tenpo è chiaro? Sidrac risponde:
perde tutto, siccome la cera inanzi al cieco, e la candela inanzi al sole.
(535) Egli ene bene e si è male C. R. 1.
Cap. LV.
Lo re domanda che cosa è gentileza. Sidrac risponde:
Gentileza è podere e largheza e vecchia possessione d'avolo e di
bisavolo. Quelli che à più di podere è più gentile. E si à anche altre
gentileze. L'uomo che àe grande podere e è villano del suo corpo, sapiate
che quelli non è gentile, anzi è ricco. Uomo di podere e savio e cortese e di
buona aria (536) e bene insegnato (537), quelli puot'essere chiamato gentile
uomo; che tutti siamo d'Adamo e d'Eva venuti, e fummo dal cominciamento
del mondo; e quelli che à magior podere, e meglio insegnato, e più beni
sono in lui, questi è gentile uomo.
(536) dibuonaire C. R. 1. — De bon aire si disse nell'ant. fr. per di buona indole; onde poi
debonaire, per buono, dolce, affabile. Anche il prov. ha de bon ayre, ma non l'aggettivo
debonnaire, rimasto esclusivamente al francese.
(537) Nell'ant. fr. trovasi adoperato come sostantivo il part. pass. del vb. enseigner, enseigné, nel
senso di dotto, sapiente. E il trad., avendo trovato enseigné ha voltato in ital. insegnato.
Insegnato registra la Crusca per ammaestrato, e per accostumato, scienziato, dicendo di
quest'ultimo significato, ch'è maniera antica che viene dal Provenzale.
Cap. LVI.
Lo re domanda: come fa freddo quando il tenpo è chiaro? Sidrac risponde:
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Quando lo tenpo è chiaro e l'aria è pura e chiara, lo freddore (538)
isciende dall'aria in terra, e caccia con travaglio (539) in terra lo calore. E
quando l'aria è turbata (540) lo freddo non può venire giuso alla terra, lo
calore della terra monta di sopra, e lo caldo viene; cioè a sapere lo calore
del sole si de' intendere che scalda la terra di notte, quando fa lo suo torno.
(538) splendore C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R. che ha: la freidor. Vogliamo
notare che freidor è parola schiettamente provenzale. Il franc. ha froit, freit, froideur, froidour.
(539) Il C. L. ha: con travale (travail, franc.). — Abb. corr. col C. R. 2.
(540) Tutto ciò che segue di questo Cap. è tratto dal C. R. 2., essendo la lez. del nostro stranamente
confusa ed errata.
Cap. LVII.
Lo re domanda: puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi per
neuno segno? Sidrac risponde (541):
Li buoni uomini ànno allegri volti, quando egli ànno buona
coscientia (542), e sono sicuri della perdurabile (543) vita; e li loro occhi
sono isprendenti, e le menti sono molto misurevoli (544). E per li dolci
coraggi (545) ch'egli ànno, si ànno dolci parole. Ma gli malvagi, per la ria
coscientia (546) ch'egli ànno, si ànno molti scuri coraggi, e non possono
essere istabili in loro fatti nè in loro detti; e si sono molti mordabili (547) e
pieni di maltalento, e si vanno molto dismisurando (548); e ciò che ànno
(549) in cuore dimostrano in loro faccia e in senbianti, in loro fatti e in loro
detti (550).
(541) Il titolo del presente Cap. è errato nel C. L. — Abbiamo quindi posto il titolo come sta nel
C. R. 1.
(542) Tutti e tre i Codd. L., R. 1., R. 2. hanno conoscenza. Ma oltre il senso, ci fa avvisati dell'errore
il testo francese che ha: conscience; ed il C. R. 1. che più sotto ha: coscientia. Onde noi
abbiamo corretto secondo quest'ultima lezione.
(543) permanevole C. R. 1.
(544) mesurable C. F. R., che nell'ant. fr. ha il senso di saggio, ragionevole, moderato, come mesure
di saggezza, ragione. Anche il C. R. 2. ha misurevoli.
isciende dall'aria in terra, e caccia con travaglio (539) in terra lo calore. E
quando l'aria è turbata (540) lo freddo non può venire giuso alla terra, lo
calore della terra monta di sopra, e lo caldo viene; cioè a sapere lo calore
del sole si de' intendere che scalda la terra di notte, quando fa lo suo torno.
(538) splendore C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R. che ha: la freidor. Vogliamo
notare che freidor è parola schiettamente provenzale. Il franc. ha froit, freit, froideur, froidour.
(539) Il C. L. ha: con travale (travail, franc.). — Abb. corr. col C. R. 2.
(540) Tutto ciò che segue di questo Cap. è tratto dal C. R. 2., essendo la lez. del nostro stranamente
confusa ed errata.
Cap. LVII.
Lo re domanda: puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi per
neuno segno? Sidrac risponde (541):
Li buoni uomini ànno allegri volti, quando egli ànno buona
coscientia (542), e sono sicuri della perdurabile (543) vita; e li loro occhi
sono isprendenti, e le menti sono molto misurevoli (544). E per li dolci
coraggi (545) ch'egli ànno, si ànno dolci parole. Ma gli malvagi, per la ria
coscientia (546) ch'egli ànno, si ànno molti scuri coraggi, e non possono
essere istabili in loro fatti nè in loro detti; e si sono molti mordabili (547) e
pieni di maltalento, e si vanno molto dismisurando (548); e ciò che ànno
(549) in cuore dimostrano in loro faccia e in senbianti, in loro fatti e in loro
detti (550).
(541) Il titolo del presente Cap. è errato nel C. L. — Abbiamo quindi posto il titolo come sta nel
C. R. 1.
(542) Tutti e tre i Codd. L., R. 1., R. 2. hanno conoscenza. Ma oltre il senso, ci fa avvisati dell'errore
il testo francese che ha: conscience; ed il C. R. 1. che più sotto ha: coscientia. Onde noi
abbiamo corretto secondo quest'ultima lezione.
(543) permanevole C. R. 1.
(544) mesurable C. F. R., che nell'ant. fr. ha il senso di saggio, ragionevole, moderato, come mesure
di saggezza, ragione. Anche il C. R. 2. ha misurevoli.
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(545) Per cuore, secondo l'ant. significato di questa parola, sia in ital. che in franc. ed in prov.
(546) conoscientia C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(547) mordables C. F. R. — Ma non trovo che il franc. ant. abbia questa parola, come non ha
mordabili l'ital. — Nel C. R. 1.: mordaci.
(548) desmesureement C. F. R. Nell'ant. fr. desmesure ha il significato di disordine, ingiustizia; e
desmesurer, disordinare. Qui dunque è da intendere vanno molto disordinando, commettendo
disordine. La Crusca ha dismisura, dismisuranza e dismisurare, di cui reca l'es.: Se uom
dismisura, Conservando leanza, Non fa dismisuranza. Rim. ant. P. N.
(549) ciascuno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(550) Migliore e più conforme al testo francese è la lez. del C. R. 1.: et il veleno ched ène in loro
coraggi si e' dimostrano in loro detti et in loro fatti.
Cap. LVIII.
Lo re domanda: sarà giammai rilevata la grandeza del diavolo altressì
com'ella fu al mio tenpo? Sidrac risponde:
Li garzoni grideranno (551) Dio lo possente; e gli loro figliuoli, e gli
altri che verranno dopo loro, torneranno alla ria credenza dinanzi, infino
alla venuta di Giovanni. Elli faranno una città, nella quale avrà una torre di
XL staggi (552) alta, nella quale regnerà lo più alto re del mondo del suo
tenpo. Quelli farà una immagine, alla simiglianza del suo padre, e
comanderà a tutte le genti che l'adorino come Idio.
(551) creiront C. F. R. — È evidente che il traduttore ha confuso creire (credere) con crier (gridare).
Anche il C. R. 2. ha: gridano; ma dee correggersi crederanno.
(552) estages C. F. R.
Cap. LIX. (553)
(546) conoscientia C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(547) mordables C. F. R. — Ma non trovo che il franc. ant. abbia questa parola, come non ha
mordabili l'ital. — Nel C. R. 1.: mordaci.
(548) desmesureement C. F. R. Nell'ant. fr. desmesure ha il significato di disordine, ingiustizia; e
desmesurer, disordinare. Qui dunque è da intendere vanno molto disordinando, commettendo
disordine. La Crusca ha dismisura, dismisuranza e dismisurare, di cui reca l'es.: Se uom
dismisura, Conservando leanza, Non fa dismisuranza. Rim. ant. P. N.
(549) ciascuno C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(550) Migliore e più conforme al testo francese è la lez. del C. R. 1.: et il veleno ched ène in loro
coraggi si e' dimostrano in loro detti et in loro fatti.
Cap. LVIII.
Lo re domanda: sarà giammai rilevata la grandeza del diavolo altressì
com'ella fu al mio tenpo? Sidrac risponde:
Li garzoni grideranno (551) Dio lo possente; e gli loro figliuoli, e gli
altri che verranno dopo loro, torneranno alla ria credenza dinanzi, infino
alla venuta di Giovanni. Elli faranno una città, nella quale avrà una torre di
XL staggi (552) alta, nella quale regnerà lo più alto re del mondo del suo
tenpo. Quelli farà una immagine, alla simiglianza del suo padre, e
comanderà a tutte le genti che l'adorino come Idio.
(551) creiront C. F. R. — È evidente che il traduttore ha confuso creire (credere) con crier (gridare).
Anche il C. R. 2. ha: gridano; ma dee correggersi crederanno.
(552) estages C. F. R.
Cap. LIX. (553)
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Lo re domanda: perchè non fece Iddio all'uomo, quando la persona avesse
mangiato una volta, ched elli se ne potesse istare una semana? Sidrac
risponde:
La fame è una delle pene per lo peccato d'Adamo; che l'uomo fu così
fatto, che, s'egli volesse, sarebe vivuto tutto tenpo sanza mangiare. Ma poi
che fu caduto in peccato, non si potè rilevare a quello ch'egli avea perduto,
se non per travaglio. E se cosa fosse che l'uomo non avesse fame nè sete nè
freddo nè caldo nè altre cose necessarie, e non avesse bisogno, egli non
avrebe cura di lavorare nè di travagliare così fattamente. E però gli diede il
nostro Signore la fame e la sete e l'altre cose, però che, quando egli fosse
costretto per questi bisogni, si ricoverasse ciò ch'egli avea perduto, che per
pene e per travaglio gli conviene ricoverare.
(553) Il titolo del presente Cap. è tolto dal C. R. 1. Nel C. L. dice: Perchè non tolse Iddio all'uomo,
quand'egli avesse mangiato una volta, ch'e' se ne potesse sofferire una settimana?
Cap. LX.
Lo re domanda: come muore altressì il ricco come il povero? Sidrac
risponde:
Iddio à fatto lo ricco e lo povero d'una natura e di quattro alimenti, e
sono tutti facti l'uno come l'altro; dunque la loro conparazione (554) è
tutt'una; e quello che più il serve e lo suo comandamento fa, più gli dà; ma
al fatto della morte sono tutti uno. Altressì come uno vasello di quattro
bocche, che n'escie di tutte, simigliantemente alena lo povero come lo ricco,
e mangia e bee (555), e à gioia e dolore e sospiri, e dormire e veghiare e
ingienerare, e mani e piedi, e altre cose ànno altressì i poveri come i ricchi.
Ma lo povero àe più forte compressione (556) che lo ricco, per lo travaglio
che egli soffera. Ma alla morte tutti sono comunali, e la sua riccheza no lo
potrebbe canpare uno solo punto.
mangiato una volta, ched elli se ne potesse istare una semana? Sidrac
risponde:
La fame è una delle pene per lo peccato d'Adamo; che l'uomo fu così
fatto, che, s'egli volesse, sarebe vivuto tutto tenpo sanza mangiare. Ma poi
che fu caduto in peccato, non si potè rilevare a quello ch'egli avea perduto,
se non per travaglio. E se cosa fosse che l'uomo non avesse fame nè sete nè
freddo nè caldo nè altre cose necessarie, e non avesse bisogno, egli non
avrebe cura di lavorare nè di travagliare così fattamente. E però gli diede il
nostro Signore la fame e la sete e l'altre cose, però che, quando egli fosse
costretto per questi bisogni, si ricoverasse ciò ch'egli avea perduto, che per
pene e per travaglio gli conviene ricoverare.
(553) Il titolo del presente Cap. è tolto dal C. R. 1. Nel C. L. dice: Perchè non tolse Iddio all'uomo,
quand'egli avesse mangiato una volta, ch'e' se ne potesse sofferire una settimana?
Cap. LX.
Lo re domanda: come muore altressì il ricco come il povero? Sidrac
risponde:
Iddio à fatto lo ricco e lo povero d'una natura e di quattro alimenti, e
sono tutti facti l'uno come l'altro; dunque la loro conparazione (554) è
tutt'una; e quello che più il serve e lo suo comandamento fa, più gli dà; ma
al fatto della morte sono tutti uno. Altressì come uno vasello di quattro
bocche, che n'escie di tutte, simigliantemente alena lo povero come lo ricco,
e mangia e bee (555), e à gioia e dolore e sospiri, e dormire e veghiare e
ingienerare, e mani e piedi, e altre cose ànno altressì i poveri come i ricchi.
Ma lo povero àe più forte compressione (556) che lo ricco, per lo travaglio
che egli soffera. Ma alla morte tutti sono comunali, e la sua riccheza no lo
potrebbe canpare uno solo punto.
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(554) Anche il C. R. 2. ha: comperazione. Manca questa parola ai Codd. R. 1. e F. R. Noi crediamo
che abbia da correggersi complessione, perchè più sotto, dove il nostro ripete comparisione, il
C. F. R. ha: complecion; e il C. R. 1.: compressione.
(555) et mangia e beve, e sta famuloso e satollo C. R. 1. — La Crusca registra famulento, ma non
famuloso.
(556) comparisione C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
Cap. LXI.
Lo re domanda: dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? Sidrac
risponde:
L'uomo dee più forte (557) giustizia fare a' ricchi che a' poveri, e più
gastigare; che della giustizia de' poveri i ricchi non ànno paura; anzi dice a
sè medesimo: la giustizia è fatta sopra lo povero, ma io non potrei essere
giudicato in questo mondo per la mia riccheza. E lo povero pensa e dice in
sè medesimo: quando la giustizia istarà sopra lo ricco e possente, che farà
sopra me, che sono povero uomo? E da l'altra parte aviene più volte che 'l
mal fatto del ricco è magiore che quello del povero, perchè egli à più podere
di malfare. E simigliantemente come Idio giudica così legiermente lo ricco
come il povero, e più forte giustizia fare (558). Simigliantemente come
quelli che crede più in Dio e falla verso lui, Idio gli dona (559) più che a
colui che nol conoscie, e cui egli non à nulla comandato.
(557) rigorosa, severa.
(558) A correggere questo periodo non possiamo giovarci del C. R. 2., dove il capitolo manca; nè del
C. R. 1. dov'è brevissimo; nè del C. F. R. che è indecifrabile. Dobbiamo quindi star contenti a
riferire la lezione del T. F. P.: Et pour ce doibt on faire plus grant iustice du riche que du poure,
car il a plus grant coulpe de mal faire, comme il a plus grant povoir de bien faire tout. Ainsi
comme Dieu a iuge et ordonne la mort au riche comme au poure, aussi doit on iuger le riche
comme le poure.
(559) Errore manifesto. — Il T. F. P. ha: demande.
che abbia da correggersi complessione, perchè più sotto, dove il nostro ripete comparisione, il
C. F. R. ha: complecion; e il C. R. 1.: compressione.
(555) et mangia e beve, e sta famuloso e satollo C. R. 1. — La Crusca registra famulento, ma non
famuloso.
(556) comparisione C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
Cap. LXI.
Lo re domanda: dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? Sidrac
risponde:
L'uomo dee più forte (557) giustizia fare a' ricchi che a' poveri, e più
gastigare; che della giustizia de' poveri i ricchi non ànno paura; anzi dice a
sè medesimo: la giustizia è fatta sopra lo povero, ma io non potrei essere
giudicato in questo mondo per la mia riccheza. E lo povero pensa e dice in
sè medesimo: quando la giustizia istarà sopra lo ricco e possente, che farà
sopra me, che sono povero uomo? E da l'altra parte aviene più volte che 'l
mal fatto del ricco è magiore che quello del povero, perchè egli à più podere
di malfare. E simigliantemente come Idio giudica così legiermente lo ricco
come il povero, e più forte giustizia fare (558). Simigliantemente come
quelli che crede più in Dio e falla verso lui, Idio gli dona (559) più che a
colui che nol conoscie, e cui egli non à nulla comandato.
(557) rigorosa, severa.
(558) A correggere questo periodo non possiamo giovarci del C. R. 2., dove il capitolo manca; nè del
C. R. 1. dov'è brevissimo; nè del C. F. R. che è indecifrabile. Dobbiamo quindi star contenti a
riferire la lezione del T. F. P.: Et pour ce doibt on faire plus grant iustice du riche que du poure,
car il a plus grant coulpe de mal faire, comme il a plus grant povoir de bien faire tout. Ainsi
comme Dieu a iuge et ordonne la mort au riche comme au poure, aussi doit on iuger le riche
comme le poure.
(559) Errore manifesto. — Il T. F. P. ha: demande.
Page 109
Cap. LXII.
Lo re domanda: dee l'uomo avere mercè del suo nimico? Sidrac risponde:
L'uomo dee avere merzè del suo nimico, lo quale à fallato verso di lui,
se elli gli chiede merzè e perdono, conciosia cosa ch' (560) egli gli avesse
ucciso il padre e lo figliuolo; chè dalla bocca del figliuolo di Dio sarà
comandato e detto: perdono avrà dal mio padre chi perdona egli medesimo;
perdonerà a coloro che gli misfaranno, quando egli gli chiederanno
perdono. Quelli ch'è possente e signore di tutto, e che vendicare si può a sua
volontà, perdona a' ma' fattori, quando perdonanza gli chieggiono: bene lo
dobiamo noi fare; chè questo farà egli per dare exenplo al suo popolo, che
perdonino a coloro che misfanno verso di loro. Bene dobiamo noi
perdonare a chi perdono a noi ne dimanda.
(560) Il solito errore già notato indietro. Corregg. sebbene (ja soit ce che).
Cap. LXIII.
Lo re domanda: può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono?
Sidrac risponde:
Lo malvagio puote avere l'amor di Dio altressì leggiermente (561)
come il buono; chè a Dio piacerà più la conversazione del rio che del
buono, perchè lo buono è tutto suo, e lo rio àllo perduto (562).
Simigliantemente colui che à perduto alcuna cosa, e egli la ritruova, egli à
magiore allegreza di quella ch'egli à ritrovata, e àlla in suo podere (563). E
Iddio chiama comunemente lo rio come il buono. Simigliantemente come
una gente che sono in una nave in mare, e la fortuna è grande, e sono tutti
ispogliati per paura, e per notare; lo mare porta la nave, e lo vento sospigne
tanto, che la nave viene a terra, e fiede in una rôcca, e si ronpe, e tutta la
Lo re domanda: dee l'uomo avere mercè del suo nimico? Sidrac risponde:
L'uomo dee avere merzè del suo nimico, lo quale à fallato verso di lui,
se elli gli chiede merzè e perdono, conciosia cosa ch' (560) egli gli avesse
ucciso il padre e lo figliuolo; chè dalla bocca del figliuolo di Dio sarà
comandato e detto: perdono avrà dal mio padre chi perdona egli medesimo;
perdonerà a coloro che gli misfaranno, quando egli gli chiederanno
perdono. Quelli ch'è possente e signore di tutto, e che vendicare si può a sua
volontà, perdona a' ma' fattori, quando perdonanza gli chieggiono: bene lo
dobiamo noi fare; chè questo farà egli per dare exenplo al suo popolo, che
perdonino a coloro che misfanno verso di loro. Bene dobiamo noi
perdonare a chi perdono a noi ne dimanda.
(560) Il solito errore già notato indietro. Corregg. sebbene (ja soit ce che).
Cap. LXIII.
Lo re domanda: può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono?
Sidrac risponde:
Lo malvagio puote avere l'amor di Dio altressì leggiermente (561)
come il buono; chè a Dio piacerà più la conversazione del rio che del
buono, perchè lo buono è tutto suo, e lo rio àllo perduto (562).
Simigliantemente colui che à perduto alcuna cosa, e egli la ritruova, egli à
magiore allegreza di quella ch'egli à ritrovata, e àlla in suo podere (563). E
Iddio chiama comunemente lo rio come il buono. Simigliantemente come
una gente che sono in una nave in mare, e la fortuna è grande, e sono tutti
ispogliati per paura, e per notare; lo mare porta la nave, e lo vento sospigne
tanto, che la nave viene a terra, e fiede in una rôcca, e si ronpe, e tutta la
Page 110
gente n'escie fuori in una piccola piazza (564); e truovano due fiumi molti
correnti: in su ciascuno fiume, uno ponte; l'uno de' ponti è molto fermo, e
l'altro è molto debole, che non potrebe sostenere uno uccello. Di là dal forte
ponte si à uno ricco uomo, e tiene molti vestimenti intorno di lui, e è in uno
bello giardino. Egli chiama quella gente, ch'escie fuori di quella nave, e
dicie loro: venite a me, e passate sicuramente su per quello ponte, e io vi
menerò in questo giardino; e guardatevi di passare per quell'altro ponte,
perchè egli è molto debole e molto pericoloso, sicchè egli non vi potrà
sostenere; anche v'à grande fuoco; dopo lui si à gioganti con molti grandi
uncini, che, così tosto come voi caderete nell'acqua, i gioganti vi
piglieranno cogli uncini, e metterannovi in quello fuoco. E egli guardano, e
vedono l'altro ponte, e la fralezza e gli gioganti e gli uncini e lo fuoco.
Quelli che passeranno sopra lo forte ponte sono salvi, e saranno vestiti e
messi nel bello giardino, con grande allegreza; e quelli che passano per lo
debole ponte andranno nell'acqua, e li gioganti gli piglieranno cogli uncini,
e metterannogli nel fuoco. La nave significa lo mondo; lo vento e lo mare
significa lo tenpo che mena l'uomo alla fine; lo dispogliare significa la ira di
Dio, quando l'uomo lascia lo bene e fa il male; lo ronpere in terra significa
la fine della vita; i due ponti si è lo bene e lo male; lo buono uomo che siede
in capo del ponte, che chiama la gente a ben fare, si è Iddio; gli vestimenti,
di che egli vuole vestire la sua gente, si è la grazia; lo giardino si è lo
paradiso; lo buono ponte si è lo buon cammino di Dio; lo rio ponte si è lo
cammino dello 'nferno; i gioganti e gli uncini si sono i diavoli e gli loro
ingegni; lo fuoco si è lo 'nferno. Chi vuole avere l'amore di Dio si passi al
sicuro sopra il forte ponte, e sarà vestito di grazia di Dio, e sarà suo amico;
e chi passerà sopra il debole ponte, egli sarà nimico di Dio e amico del
diavolo, e sarà messo nel fuoco dello 'nferno per tutti i tenpi. L'uomo dee
odiare l'amistà del diavolo, perchè egli fa male a' suoi amici, e mettegli nel
fuoco dello 'nferno. Questa è malvagia amistà: dee l'uomo seguire tale
amico?
(561) Per facilmente.
(562) Nel Codice pare che debba leggersi perdure; corretto da noi in perduto, sull'autorità del
C. R. 2. e del C. F. R.
(563) Migliore la lez. del C. R. 2.: à magiore allegressa di ritrovare quello che avea perduto, che non
à di quello che àe in suo podere.
(564) en une petite place de terre C. F. R.
correnti: in su ciascuno fiume, uno ponte; l'uno de' ponti è molto fermo, e
l'altro è molto debole, che non potrebe sostenere uno uccello. Di là dal forte
ponte si à uno ricco uomo, e tiene molti vestimenti intorno di lui, e è in uno
bello giardino. Egli chiama quella gente, ch'escie fuori di quella nave, e
dicie loro: venite a me, e passate sicuramente su per quello ponte, e io vi
menerò in questo giardino; e guardatevi di passare per quell'altro ponte,
perchè egli è molto debole e molto pericoloso, sicchè egli non vi potrà
sostenere; anche v'à grande fuoco; dopo lui si à gioganti con molti grandi
uncini, che, così tosto come voi caderete nell'acqua, i gioganti vi
piglieranno cogli uncini, e metterannovi in quello fuoco. E egli guardano, e
vedono l'altro ponte, e la fralezza e gli gioganti e gli uncini e lo fuoco.
Quelli che passeranno sopra lo forte ponte sono salvi, e saranno vestiti e
messi nel bello giardino, con grande allegreza; e quelli che passano per lo
debole ponte andranno nell'acqua, e li gioganti gli piglieranno cogli uncini,
e metterannogli nel fuoco. La nave significa lo mondo; lo vento e lo mare
significa lo tenpo che mena l'uomo alla fine; lo dispogliare significa la ira di
Dio, quando l'uomo lascia lo bene e fa il male; lo ronpere in terra significa
la fine della vita; i due ponti si è lo bene e lo male; lo buono uomo che siede
in capo del ponte, che chiama la gente a ben fare, si è Iddio; gli vestimenti,
di che egli vuole vestire la sua gente, si è la grazia; lo giardino si è lo
paradiso; lo buono ponte si è lo buon cammino di Dio; lo rio ponte si è lo
cammino dello 'nferno; i gioganti e gli uncini si sono i diavoli e gli loro
ingegni; lo fuoco si è lo 'nferno. Chi vuole avere l'amore di Dio si passi al
sicuro sopra il forte ponte, e sarà vestito di grazia di Dio, e sarà suo amico;
e chi passerà sopra il debole ponte, egli sarà nimico di Dio e amico del
diavolo, e sarà messo nel fuoco dello 'nferno per tutti i tenpi. L'uomo dee
odiare l'amistà del diavolo, perchè egli fa male a' suoi amici, e mettegli nel
fuoco dello 'nferno. Questa è malvagia amistà: dee l'uomo seguire tale
amico?
(561) Per facilmente.
(562) Nel Codice pare che debba leggersi perdure; corretto da noi in perduto, sull'autorità del
C. R. 2. e del C. F. R.
(563) Migliore la lez. del C. R. 2.: à magiore allegressa di ritrovare quello che avea perduto, che non
à di quello che àe in suo podere.
(564) en une petite place de terre C. F. R.
Page 111
Cap. LXIV.
Lo re domanda: come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena nel
suo corpo? Sidrac risponde:
La virtù di Dio e 'l suo podere è troppo grande: che, così come egli à
podere di mettere dentro dal corpo, e uno corpo dentro a un altro, così à elli
podere a fare uscire, a sua volontade, o vivo o morto. Quando la femina
vuole partorire, tutte le sue giunte (565) s'aprono e allargano l'una dall'altra,
salvo il mento (566), per la virtù di Dio, come una matera di pasta. E si
tosto com'egli (567) averà l'aria, per la virtù di Dio, l'ossa gl'induriscono e
diventano come noi siamo; e la femmina si richiude sanza niuna
mancanza (568). Simigliantemente così è se l'uomo tirasse lo dito dentro
una scodella piena di mele; inanzi lo suo dito si lorderebbe, e dietro non si
lordasse, nè più nè meno come se non fosse toccato (569); simigliantemente
si richiude la femmina dopo il partorire, siccome ella non avesse partorito,
nè fosse stata aperta.
(565) giunture C. R. 2. — „Perchè sì forte guizzavan le giunte, Che spezzate averian ritorte e
strambe.„ Dante, Inf., 19.
(566) Non sappiamo invero quello che qui abbia che fare il mento; ma mento ha pure il C. R. 2., e
menton il C. F. R.
(567) Intendi: il figliuolo.
(568) bleseure C. F. R.
(569) A decifrare il senso di questo periodo non giova la lez. del C. R. 2.: simigliantemente così se
l'uomo tirasse lo dito in dirieto a una scudella di mèle, inanzi al suo dito si lorderebbe, nè più nè
meno come se non fosse toccato. — Nè chiaro è il C. F. R.: — ensement si com l'om traist son
doy en une escuele pleine de mel, devant, son doit au tirer, s'ouvriroit, et après se recloiroit,
come se il ne fust onques touche. — Ma, messo il testo francese della Riccardiana a confronto
col francese della edizione Palatina, e corretto, il senso esce fuori abbastanza chiaro: tout ainsi
come ung homme tiroit son doy parmy une escuele plaine de miel, devant, son doy au traire, il
ouvriroit, et dessus se clorroit, comme s'il n'y eust pas bouté. — Che vuol dire: come un uomo
che traesse il suo dito da una scudella piena di miele, il miele, nel trarre il dito, prima
s'aprirebbe e poi si richiuderebbe, come se non fosse stato toccato. — Non sapremmo spiegare
come il trad. abbia confuso lordare con aprire.
Lo re domanda: come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena nel
suo corpo? Sidrac risponde:
La virtù di Dio e 'l suo podere è troppo grande: che, così come egli à
podere di mettere dentro dal corpo, e uno corpo dentro a un altro, così à elli
podere a fare uscire, a sua volontade, o vivo o morto. Quando la femina
vuole partorire, tutte le sue giunte (565) s'aprono e allargano l'una dall'altra,
salvo il mento (566), per la virtù di Dio, come una matera di pasta. E si
tosto com'egli (567) averà l'aria, per la virtù di Dio, l'ossa gl'induriscono e
diventano come noi siamo; e la femmina si richiude sanza niuna
mancanza (568). Simigliantemente così è se l'uomo tirasse lo dito dentro
una scodella piena di mele; inanzi lo suo dito si lorderebbe, e dietro non si
lordasse, nè più nè meno come se non fosse toccato (569); simigliantemente
si richiude la femmina dopo il partorire, siccome ella non avesse partorito,
nè fosse stata aperta.
(565) giunture C. R. 2. — „Perchè sì forte guizzavan le giunte, Che spezzate averian ritorte e
strambe.„ Dante, Inf., 19.
(566) Non sappiamo invero quello che qui abbia che fare il mento; ma mento ha pure il C. R. 2., e
menton il C. F. R.
(567) Intendi: il figliuolo.
(568) bleseure C. F. R.
(569) A decifrare il senso di questo periodo non giova la lez. del C. R. 2.: simigliantemente così se
l'uomo tirasse lo dito in dirieto a una scudella di mèle, inanzi al suo dito si lorderebbe, nè più nè
meno come se non fosse toccato. — Nè chiaro è il C. F. R.: — ensement si com l'om traist son
doy en une escuele pleine de mel, devant, son doit au tirer, s'ouvriroit, et après se recloiroit,
come se il ne fust onques touche. — Ma, messo il testo francese della Riccardiana a confronto
col francese della edizione Palatina, e corretto, il senso esce fuori abbastanza chiaro: tout ainsi
come ung homme tiroit son doy parmy une escuele plaine de miel, devant, son doy au traire, il
ouvriroit, et dessus se clorroit, comme s'il n'y eust pas bouté. — Che vuol dire: come un uomo
che traesse il suo dito da una scudella piena di miele, il miele, nel trarre il dito, prima
s'aprirebbe e poi si richiuderebbe, come se non fosse stato toccato. — Non sapremmo spiegare
come il trad. abbia confuso lordare con aprire.
Page 112
Cap. LXV.
Lo re domanda: puote la femina portare più di due figliuoli a uno corpo?
Sidrac risponde:
La femina può portare nel suo ventre sette figliuoli; chè la madre (570)
della femina à sette camere (571); e in ciascuna camera puote avere uno
figliuolo, secondo la volontà di Dio, primamente; e poi secondo la natura
della femmina. Che se la femmina è di calda compressione, e desiderosa
dell'uomo, una o due o tre delle sue camere s'aprono; e quando l'uomo
s'acosta a lei, lo seme cade nelle camere che truova aperte, e elle si
chiudono sopra, e pigliano; e se v'àe altre camere aperte, e l'uomo s'acosta
altra volta a lei, quella notte o quello giorno o lo domane o lo secondo
giorno, e lo seme vi cade entro, e ella si chiude, allora si ferma (572) la
creatura; e tanto istà a nasciere l'uno dopo l'altro, quant'egli à penato a
ingenerare. E non intendere già che ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla
femmina, e lo seme cade nella camera, ch'ella possa pigliare; chè conviene
che l'uomo e la femina sieno di buona tenperanza. Chè se l'uomo è
luxurioso, e giace volentieri colla femmina, lo seme cade nella camera
fraile (573), e è cosa sanza niuno podere o forza, quella (574) non si puote
pigliare per la sua fralezza (575). E se l'uomo è stato grande tenpo ch'egli
non sia giaciuto con femina, e lo seme cade nella camera, quello seme è sì
caldo e sì ardente ched e' la consuma e arde, e non si puote apigliare. E se
l'uomo e la femina sono tenperati, e la femina sia di calda volontà, e'
s'apiglia, perchè lo loro seme si è di buona tenpera; e conciepino (576) a
quello acostamento lo figliuolo; e quello figliuolo sarà gioioso e allegro e di
bello modo. E se egli s'acostano niquitosamente (577), e lo loro figliuolo
sarà d'altrettale maniera. E se l'uno di loro è fello e l'altro gioioso,
simigliantemente lo loro figliuolo sarà alcuna volta fello e alcuna volta
gioioso. E se l'uomo e la femina pensano in una persona, o l'uno di loro,
quello che più vi pensa, puote bene essere che lo loro figliuolo somiglierà
quella persona ove egli pensano (578).
(570) matrice C. R. 1.
(571) camarelle C. R. 1.
(572) forma C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: ferma.
Lo re domanda: puote la femina portare più di due figliuoli a uno corpo?
Sidrac risponde:
La femina può portare nel suo ventre sette figliuoli; chè la madre (570)
della femina à sette camere (571); e in ciascuna camera puote avere uno
figliuolo, secondo la volontà di Dio, primamente; e poi secondo la natura
della femmina. Che se la femmina è di calda compressione, e desiderosa
dell'uomo, una o due o tre delle sue camere s'aprono; e quando l'uomo
s'acosta a lei, lo seme cade nelle camere che truova aperte, e elle si
chiudono sopra, e pigliano; e se v'àe altre camere aperte, e l'uomo s'acosta
altra volta a lei, quella notte o quello giorno o lo domane o lo secondo
giorno, e lo seme vi cade entro, e ella si chiude, allora si ferma (572) la
creatura; e tanto istà a nasciere l'uno dopo l'altro, quant'egli à penato a
ingenerare. E non intendere già che ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla
femmina, e lo seme cade nella camera, ch'ella possa pigliare; chè conviene
che l'uomo e la femina sieno di buona tenperanza. Chè se l'uomo è
luxurioso, e giace volentieri colla femmina, lo seme cade nella camera
fraile (573), e è cosa sanza niuno podere o forza, quella (574) non si puote
pigliare per la sua fralezza (575). E se l'uomo è stato grande tenpo ch'egli
non sia giaciuto con femina, e lo seme cade nella camera, quello seme è sì
caldo e sì ardente ched e' la consuma e arde, e non si puote apigliare. E se
l'uomo e la femina sono tenperati, e la femina sia di calda volontà, e'
s'apiglia, perchè lo loro seme si è di buona tenpera; e conciepino (576) a
quello acostamento lo figliuolo; e quello figliuolo sarà gioioso e allegro e di
bello modo. E se egli s'acostano niquitosamente (577), e lo loro figliuolo
sarà d'altrettale maniera. E se l'uno di loro è fello e l'altro gioioso,
simigliantemente lo loro figliuolo sarà alcuna volta fello e alcuna volta
gioioso. E se l'uomo e la femina pensano in una persona, o l'uno di loro,
quello che più vi pensa, puote bene essere che lo loro figliuolo somiglierà
quella persona ove egli pensano (578).
(570) matrice C. R. 1.
(571) camarelle C. R. 1.
(572) forma C. R. 1. — Il C. R. 2. ha: ferma.
Page 113
(573) Fraile è parola dell'ant. fr. che significa frale, debole. — Il C. R. 1. ha: fievole e aguto; per uno
strano equivoco del trad., il quale leggendo nel testo fr. foible et aigue ha volgarizzata
quest'ultima parola per acuto, mentre invece aigue vuol dire acqua, e qui dev'essere stata usata
per acquoso.
(574) Intendi: lo seme o la semenza (semence), come hanno i Codd. R. 1. e F. R.
(575) frailezza C. R. 2.
(576) concepono C. R. 2.
(577) corrucciosamente C. R. 1.
(578) Et se l'uomo e la femina pensano, al loro assembramento, in una persona, overo l'uno di loro
pensasse ad altra persona, dico che quelli a cui ellino più pensano, lo fanciullo rasembrarà
quella persona C. R. 1.
Cap. LXVI.
Lo re domanda: qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere. Sidrac
risponde:
Lealtà è la migliore cosa che l'uomo possa avere in sè; che chi è leale a
Dio è leale a sè medesimo e alle genti; e quella è la cosa che Iddio più ama.
Per lealtà gli agnoli che sono in cielo non furono abattuti cogli altri, che
furono abattuti, che non erano leali. Per lealtà scanpò Noè dal (579) diluvio;
e Idio volle rienpiere lo mondo della sua generazione. Per lealtà la buona
gente che nascieranno, profetezeranno (580) l'avenimento del figliuolo di
Dio. Per lealtà la Vergine conceparà lo veracie figliuolo di Dio (581), che si
lascierà morire per diliberare Adamo e gli suoi amici del podere del diavolo.
E per lealtà i buoni che saranno e verranno dopo lui si donaranno a diversi
martiri (582), per lo suo amore. Lealtà è altressì pura e degna e chiara e
netta come il sole, che non resta d'intorneare, e fa lo suo torno a ciò che Idio
l'à istabilito, ch'egli non possa lo stabilimento nè 'l comandamento di Dio
trapassare (583).
(579) per lo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(580) profetaranno C. R. 1.
(581) la Vergine sarà conceputo dal figliuolo di Dio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
strano equivoco del trad., il quale leggendo nel testo fr. foible et aigue ha volgarizzata
quest'ultima parola per acuto, mentre invece aigue vuol dire acqua, e qui dev'essere stata usata
per acquoso.
(574) Intendi: lo seme o la semenza (semence), come hanno i Codd. R. 1. e F. R.
(575) frailezza C. R. 2.
(576) concepono C. R. 2.
(577) corrucciosamente C. R. 1.
(578) Et se l'uomo e la femina pensano, al loro assembramento, in una persona, overo l'uno di loro
pensasse ad altra persona, dico che quelli a cui ellino più pensano, lo fanciullo rasembrarà
quella persona C. R. 1.
Cap. LXVI.
Lo re domanda: qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere. Sidrac
risponde:
Lealtà è la migliore cosa che l'uomo possa avere in sè; che chi è leale a
Dio è leale a sè medesimo e alle genti; e quella è la cosa che Iddio più ama.
Per lealtà gli agnoli che sono in cielo non furono abattuti cogli altri, che
furono abattuti, che non erano leali. Per lealtà scanpò Noè dal (579) diluvio;
e Idio volle rienpiere lo mondo della sua generazione. Per lealtà la buona
gente che nascieranno, profetezeranno (580) l'avenimento del figliuolo di
Dio. Per lealtà la Vergine conceparà lo veracie figliuolo di Dio (581), che si
lascierà morire per diliberare Adamo e gli suoi amici del podere del diavolo.
E per lealtà i buoni che saranno e verranno dopo lui si donaranno a diversi
martiri (582), per lo suo amore. Lealtà è altressì pura e degna e chiara e
netta come il sole, che non resta d'intorneare, e fa lo suo torno a ciò che Idio
l'à istabilito, ch'egli non possa lo stabilimento nè 'l comandamento di Dio
trapassare (583).
(579) per lo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(580) profetaranno C. R. 1.
(581) la Vergine sarà conceputo dal figliuolo di Dio C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 1.
Page 114
(582) si 'l merranno in diverse maniere C. L. — Abb. corr. col C. R. 1., sull'autorità del C. F. R. che
ha: se livreront a divers martires por s'amor.
(583) ch'egli non passi lo stabilimento e lo comandamento di Dio C. R. 2. — che non trapassa neente
il comandamento di Dio C. R. 1.
Cap. LXVII.
Lo re domanda qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè. Sidrac
risponde:
In verità vi dico che la invidia è la (584) piggiore cosa che l'uomo
possa avere in sè; che della invidia si genera avarizia e cupidigia e
tradigione. E gli angioli che del cielo caddono, fu per invidia, la quale
ebono verso Idio, lo loro creatore. Adamo primo nostro padre fu cacciato
del paradiso e ispogliato della grazia di Dio per la invidia. Lo diluvio (585)
coperse lo mondo, cioè a intendere lo popolo che erano inanzi noi, che
erano cupidi del mal fare. La cupideza si è figliuola della invidia, che di lei
disciende; e per invidia e cupideza molti ne perdono i loro corpi, e la grazia
che Idio à loro donata. Tre grandi città nascieranno al mondo: le due
saranno, inanzi a l'avenimento del figliuolo di Dio, distrutte per cupideza di
malfare: l'una sarà per fuoco, l'altra sarà per acqua; l'altra sarà distrutta,
dopo la venuta del figliuolo di Dio, per ispade. E per cupidizia del male fare
e per invidia molti mali avengono.
(584) Manca al nostro invidia è la. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(585) diavolo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del testo francese che ha: le deluge.
Cap. LXVIII.
Lo re domanda come puote essere l'uomo leale. Sidrac risponde:
ha: se livreront a divers martires por s'amor.
(583) ch'egli non passi lo stabilimento e lo comandamento di Dio C. R. 2. — che non trapassa neente
il comandamento di Dio C. R. 1.
Cap. LXVII.
Lo re domanda qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè. Sidrac
risponde:
In verità vi dico che la invidia è la (584) piggiore cosa che l'uomo
possa avere in sè; che della invidia si genera avarizia e cupidigia e
tradigione. E gli angioli che del cielo caddono, fu per invidia, la quale
ebono verso Idio, lo loro creatore. Adamo primo nostro padre fu cacciato
del paradiso e ispogliato della grazia di Dio per la invidia. Lo diluvio (585)
coperse lo mondo, cioè a intendere lo popolo che erano inanzi noi, che
erano cupidi del mal fare. La cupideza si è figliuola della invidia, che di lei
disciende; e per invidia e cupideza molti ne perdono i loro corpi, e la grazia
che Idio à loro donata. Tre grandi città nascieranno al mondo: le due
saranno, inanzi a l'avenimento del figliuolo di Dio, distrutte per cupideza di
malfare: l'una sarà per fuoco, l'altra sarà per acqua; l'altra sarà distrutta,
dopo la venuta del figliuolo di Dio, per ispade. E per cupidizia del male fare
e per invidia molti mali avengono.
(584) Manca al nostro invidia è la. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(585) diavolo C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del testo francese che ha: le deluge.
Cap. LXVIII.
Lo re domanda come puote essere l'uomo leale. Sidrac risponde:
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Leale puote essere l'uomo legiermente, per molti modi: primieramente
credere nel suo creatore, che lo creò, e disformare (586) lo dee, quando suo
piacere sarà; e credere ch'egli sia tutto possente, sopra tutte le cose del
mondo; e che egli à fatto tutte le cose, e che egli è degno e puro; e ch'egli
non unque cominciamento nè fine nè mai non avrà, e tuttavia si è, fue, e
tuttavia sarà; e lascierà lo male e farà lo bene; e lascierà lo scuro per andare
al chiarore; e lascierà la puzza (587) e andrà al buono odore; cioè a
intendere, lascierà lo peccato e farà lo bene, e lascierà la 'nvidia e la
cupidizia, e piglierà pazienzia e astenenzia e sofferenzia; chè chi à in sè
queste tre cose, egli è leale, e per lealtà puot'essere coronato in cielo, tra gli
angioli, innanzi a Dio a faccia a faccia.
(586) Per distruggere; come dire, disdire; fare, disfare; così formare (creare), disformare. La Crusca
registra disformare nel senso di difformare, render deforme, e per esser differente. Il Gherardini
(Supplimento ec.) disformare, mutar la forma di che che sia. „Ma così morte l'essenza disforma.
„ Zenon. Piet. font., p. LXXX.
(587) putidore C. R. 1.
Cap. LXIX.
Lo re domanda: la prodezza e la paura di che aviene? Sidrac risponde:
La prodeza e la paura vengono dalla conpressione dell'uomo. Che se lo
corpo è di buona tenperanza, di quattro conpressioni, l'una comunale come
l'altra, lo corpo non è nè ardito nè codardo (588). Che se le quattro
conpressioni sono comunali, che lo freddo non vince lo caldo, nè lo caldo
l'umido, nè l'umido lo secco, lo cuore non si muove poco nè molto per loro;
e se il caldo il vince (589), e lo secco l'umido, lo sangue si muove di tutte
cose fare, e non teme colpo di morte, e diventa ardito. E se lo freddo non
vince lo caldo, e 'l secco l'umido, lo cuore diventa freddo e molle e pauroso,
e diventa codardo di tutte cose fare; che le collere nere e lo sangue sono
quelle che fanno avere lo cuore (590) codardo, quando egli ànno podere
sopra gli altri omori innanzi detti (591).
credere nel suo creatore, che lo creò, e disformare (586) lo dee, quando suo
piacere sarà; e credere ch'egli sia tutto possente, sopra tutte le cose del
mondo; e che egli à fatto tutte le cose, e che egli è degno e puro; e ch'egli
non unque cominciamento nè fine nè mai non avrà, e tuttavia si è, fue, e
tuttavia sarà; e lascierà lo male e farà lo bene; e lascierà lo scuro per andare
al chiarore; e lascierà la puzza (587) e andrà al buono odore; cioè a
intendere, lascierà lo peccato e farà lo bene, e lascierà la 'nvidia e la
cupidizia, e piglierà pazienzia e astenenzia e sofferenzia; chè chi à in sè
queste tre cose, egli è leale, e per lealtà puot'essere coronato in cielo, tra gli
angioli, innanzi a Dio a faccia a faccia.
(586) Per distruggere; come dire, disdire; fare, disfare; così formare (creare), disformare. La Crusca
registra disformare nel senso di difformare, render deforme, e per esser differente. Il Gherardini
(Supplimento ec.) disformare, mutar la forma di che che sia. „Ma così morte l'essenza disforma.
„ Zenon. Piet. font., p. LXXX.
(587) putidore C. R. 1.
Cap. LXIX.
Lo re domanda: la prodezza e la paura di che aviene? Sidrac risponde:
La prodeza e la paura vengono dalla conpressione dell'uomo. Che se lo
corpo è di buona tenperanza, di quattro conpressioni, l'una comunale come
l'altra, lo corpo non è nè ardito nè codardo (588). Che se le quattro
conpressioni sono comunali, che lo freddo non vince lo caldo, nè lo caldo
l'umido, nè l'umido lo secco, lo cuore non si muove poco nè molto per loro;
e se il caldo il vince (589), e lo secco l'umido, lo sangue si muove di tutte
cose fare, e non teme colpo di morte, e diventa ardito. E se lo freddo non
vince lo caldo, e 'l secco l'umido, lo cuore diventa freddo e molle e pauroso,
e diventa codardo di tutte cose fare; che le collere nere e lo sangue sono
quelle che fanno avere lo cuore (590) codardo, quando egli ànno podere
sopra gli altri omori innanzi detti (591).
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(588) Che se 'l corpo dell'uomo ène di buona natura, compressionato di quattro compressioni, non è
ardito nè codardo C. R. 1.
(589) et se il caldo vince il freddo C. R. 1.
(590) manca lo cuore al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(591) che la collera nera et il sangue sono quelli che fanno l'uomo ardito et il quore, quando
sopramontano l'altre; la collera gialla et la fremma sono quelli che fanno il quore codardo,
quando sormontano l'altre sopra dette C. R. 1.
Cap. LXX.
Lo re domanda: la lebbra e la tigna di che aviene? Sidrac risponde:
La lebbra viene se la femina avesse due cose: l'una è se la femina
avesse lo tenpo suo (592), e l'uomo s'acosta a lei, e ella ingenera, i suoi
fiori (593) sono caldi e secchi; e lo figliuolo ch'ella avrà, conviene per
diritta forza e per la natura che sia tignoso e lebbroso; che lo figliuolo si
nodriscie in quello medesimo fiore della femina. Ma se li fiori fieno di
buona conpressione, lo figliuolo non avrà niuno male nè niuno pericolo.
Perciò non si dee l'uomo acostare alla moglie, quando è lo suo tenpo (594).
E quando egli s'acosta a lei, si dee acostare a tale intenzione e con tale
volontà, d'aver frutto per lo suo creatore adorare. Quando egli sentirà che la
femina sia pregna, non si dee più acostare a lei nè toccalla carnalmente,
infino che ella non abia partorito; e dopo lo partorire quaranta giorni.
Questo è lo comandamento di Dio, ch'egli mandò a Noè, per lo suo angelo
benedetto.
(592) Queste due cose avengono quando la femina àne sua privata malattia C. R. 1.
(593) Il C. L. ha: figliuoli. — Ma abbiamo corr. col C. R. 2., perchè il C. R. 1. ha: fiore, e il C. F. R.:
flors.
(594) Quando ella àne il suo fiore C. R. 1.
ardito nè codardo C. R. 1.
(589) et se il caldo vince il freddo C. R. 1.
(590) manca lo cuore al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(591) che la collera nera et il sangue sono quelli che fanno l'uomo ardito et il quore, quando
sopramontano l'altre; la collera gialla et la fremma sono quelli che fanno il quore codardo,
quando sormontano l'altre sopra dette C. R. 1.
Cap. LXX.
Lo re domanda: la lebbra e la tigna di che aviene? Sidrac risponde:
La lebbra viene se la femina avesse due cose: l'una è se la femina
avesse lo tenpo suo (592), e l'uomo s'acosta a lei, e ella ingenera, i suoi
fiori (593) sono caldi e secchi; e lo figliuolo ch'ella avrà, conviene per
diritta forza e per la natura che sia tignoso e lebbroso; che lo figliuolo si
nodriscie in quello medesimo fiore della femina. Ma se li fiori fieno di
buona conpressione, lo figliuolo non avrà niuno male nè niuno pericolo.
Perciò non si dee l'uomo acostare alla moglie, quando è lo suo tenpo (594).
E quando egli s'acosta a lei, si dee acostare a tale intenzione e con tale
volontà, d'aver frutto per lo suo creatore adorare. Quando egli sentirà che la
femina sia pregna, non si dee più acostare a lei nè toccalla carnalmente,
infino che ella non abia partorito; e dopo lo partorire quaranta giorni.
Questo è lo comandamento di Dio, ch'egli mandò a Noè, per lo suo angelo
benedetto.
(592) Queste due cose avengono quando la femina àne sua privata malattia C. R. 1.
(593) Il C. L. ha: figliuoli. — Ma abbiamo corr. col C. R. 2., perchè il C. R. 1. ha: fiore, e il C. F. R.:
flors.
(594) Quando ella àne il suo fiore C. R. 1.
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Cap. LXXI.
Lo re domanda: tutte le cose Idio fece, furono fatte dal cominciamento del
mondo? Sidrac risponde:
Iddio fece tutte le cose; ma alcuna cosa ce n'à, che non fu già fatta dal
cominciamento del mondo; ma, per lo tenperamento di sua natura, sono poi
fatte mille e mille, che furono poi create per la volontà d'Iddio, come sono
asini e giomente e pelli, che furono dopo lo mondo fatti per lo sudore
dell'uomo (595). Vermini furono poscia fatti per la carne fracida. Furono
dapoi fatti altri vermini assai, uccelli volanti e molte altre cose, che molto
sarebe lunga cosa a contalle; ma in qual modo sieno, Dio gli à fatti; per la
sua volontà sono creati.
(595) La lez. del C. R. 2. è perfettamente uguale alla nostra, e nel C. R. 1. manca questo Cap. Non
resta dunque che a consultare il C. F. R., e l'ediz. Palat. Ma questa se la sbriga senza parlare
d'asini nè di giumenti. E nel C. F. R. sta scritto così: Dieu fist toutes cosses dou monde; mais
aucunes ya que nefurent pas faites dou comencement dou monde; mais par le consentement
Deu et per sa volente, et per latemprement des natures sunt depuis faites M. et M. furent depuis
crees por la volente de Deu dame. Et poils furent puis fait de la suor de l'omo. — Io suppongo
quindi che per errore sia stato scritto Deu dame in luogo di dame Deu, che trovasi usato
nell'antico francese, e che è conforme al nostro domene Dio; e che il traduttore abbia letto,
invece di dame, dane, d'âne, onde gli sieno usciti dalla penna gli asini e le giumente. Notisi
ancora l'errore di avere volgarizzato poils (peli) per pelli.
Cap. LXXII.
Lo re domanda: chi vi nodriscie lo frutto della terra? Sidrac risponde:
Iddio gli nodriscie e gli pascie. Egli àe stabiliti quattro elimenti, per lui
servire e onorare. La terra gli sostiene e gli guarda; l'aria gli nodriscie e gli
sveglia (596); l'acqua gli pascie e gli verdiscie (597); lo sole gli scalda e gli
crescie. Simigliantemente le continue (598) vivande, che l'uomo vuole
Lo re domanda: tutte le cose Idio fece, furono fatte dal cominciamento del
mondo? Sidrac risponde:
Iddio fece tutte le cose; ma alcuna cosa ce n'à, che non fu già fatta dal
cominciamento del mondo; ma, per lo tenperamento di sua natura, sono poi
fatte mille e mille, che furono poi create per la volontà d'Iddio, come sono
asini e giomente e pelli, che furono dopo lo mondo fatti per lo sudore
dell'uomo (595). Vermini furono poscia fatti per la carne fracida. Furono
dapoi fatti altri vermini assai, uccelli volanti e molte altre cose, che molto
sarebe lunga cosa a contalle; ma in qual modo sieno, Dio gli à fatti; per la
sua volontà sono creati.
(595) La lez. del C. R. 2. è perfettamente uguale alla nostra, e nel C. R. 1. manca questo Cap. Non
resta dunque che a consultare il C. F. R., e l'ediz. Palat. Ma questa se la sbriga senza parlare
d'asini nè di giumenti. E nel C. F. R. sta scritto così: Dieu fist toutes cosses dou monde; mais
aucunes ya que nefurent pas faites dou comencement dou monde; mais par le consentement
Deu et per sa volente, et per latemprement des natures sunt depuis faites M. et M. furent depuis
crees por la volente de Deu dame. Et poils furent puis fait de la suor de l'omo. — Io suppongo
quindi che per errore sia stato scritto Deu dame in luogo di dame Deu, che trovasi usato
nell'antico francese, e che è conforme al nostro domene Dio; e che il traduttore abbia letto,
invece di dame, dane, d'âne, onde gli sieno usciti dalla penna gli asini e le giumente. Notisi
ancora l'errore di avere volgarizzato poils (peli) per pelli.
Cap. LXXII.
Lo re domanda: chi vi nodriscie lo frutto della terra? Sidrac risponde:
Iddio gli nodriscie e gli pascie. Egli àe stabiliti quattro elimenti, per lui
servire e onorare. La terra gli sostiene e gli guarda; l'aria gli nodriscie e gli
sveglia (596); l'acqua gli pascie e gli verdiscie (597); lo sole gli scalda e gli
crescie. Simigliantemente le continue (598) vivande, che l'uomo vuole
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cuocere, vi conviene di quattro elimenti: vasello e acqua e fuoco e aria; nè
altrimenti non si potrebe cuocere (599).
(596) l'esveile C. F. R.
(597) rinverdisce C. R. 2.
(598) comuni C. R. 2.
(599) Meglio nel C. F. R.: Encement come une viande che l'om velt cuire, si convient IIII cosses:
vaissel, aigue, feu, air; autrement ne ce puet cuire.
Cap. LXXIII.
Lo re domanda: le bestie come arabbiano? Sidrac risponde:
Le bestie arabbiano alli (600) XIX giorni della luna del mese di
giugno, che (601) apare una stella, verso lo levante, in cielo. In quello
giorno o in quella notte le bestie che la veggiono nell'onbra dell'acqua
arabbiano; e simigliantemente, se elle mordono alcuna persona, ella sarà
arrabbiata, o alcuna bestia. Altressì guardisi del piscio (602) del topo, che
nol tocchi. Chè da ivi a XL giorni gli conviene guardare (603) delle grosse
vivande d'olio e di carne e di pescie e di pane, ove levame sia facto (604);
nella fine di XL giorni tutta la notte veghiare; e se la rabbia s'apressa sì
forte, che non puote guarire nè dormire, anzi si pena, e dannaggia l'altre
genti, ànno paura della sua morsura (605), l'uomo dee pigliare uno
suggello (606), e mettervi entro di sottile cenere; e poi la metta in sulla
bestia o uomo che sia; incontanente morrà, o si dilibera di quella pena. Le
genti simigliantemente si diliberano di lui; ch'egli potrebe molte genti e
bestie damangiare (607), per la sua morsura rabbiosa.
(600) manca alli al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(601) manca che al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(602) pissace au rat C. F. R. — Sebbene non trovi pissace nell'ant. fr., pure credo che siasi potuto
usare, vedendo pisser registrato dal Du Cange (a pissare).
(603) se convient garder C. F. R. — si de' guardare C. R. 2.
(604) ove levame sia stato C. R. 2. — Levame è trad. di levain (lievito).
altrimenti non si potrebe cuocere (599).
(596) l'esveile C. F. R.
(597) rinverdisce C. R. 2.
(598) comuni C. R. 2.
(599) Meglio nel C. F. R.: Encement come une viande che l'om velt cuire, si convient IIII cosses:
vaissel, aigue, feu, air; autrement ne ce puet cuire.
Cap. LXXIII.
Lo re domanda: le bestie come arabbiano? Sidrac risponde:
Le bestie arabbiano alli (600) XIX giorni della luna del mese di
giugno, che (601) apare una stella, verso lo levante, in cielo. In quello
giorno o in quella notte le bestie che la veggiono nell'onbra dell'acqua
arabbiano; e simigliantemente, se elle mordono alcuna persona, ella sarà
arrabbiata, o alcuna bestia. Altressì guardisi del piscio (602) del topo, che
nol tocchi. Chè da ivi a XL giorni gli conviene guardare (603) delle grosse
vivande d'olio e di carne e di pescie e di pane, ove levame sia facto (604);
nella fine di XL giorni tutta la notte veghiare; e se la rabbia s'apressa sì
forte, che non puote guarire nè dormire, anzi si pena, e dannaggia l'altre
genti, ànno paura della sua morsura (605), l'uomo dee pigliare uno
suggello (606), e mettervi entro di sottile cenere; e poi la metta in sulla
bestia o uomo che sia; incontanente morrà, o si dilibera di quella pena. Le
genti simigliantemente si diliberano di lui; ch'egli potrebe molte genti e
bestie damangiare (607), per la sua morsura rabbiosa.
(600) manca alli al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(601) manca che al nostro. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(602) pissace au rat C. F. R. — Sebbene non trovi pissace nell'ant. fr., pure credo che siasi potuto
usare, vedendo pisser registrato dal Du Cange (a pissare).
(603) se convient garder C. F. R. — si de' guardare C. R. 2.
(604) ove levame sia stato C. R. 2. — Levame è trad. di levain (lievito).
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(605) perchè non faccia danno a niuna altra persona C. R. 2.
(606) uno staccio C. R. 2. — e questa crediamo la vera lezione. Nel C. F. R.: I. sayas. — L'ant. fr. ha
séas, saas (staccio); séel (sigillo).
(607) danneggiare C. R. 2. — Damangiare è trad. del franc. damagier.
Cap. LXXIV.
Lo re domanda: chi vive più che cosa che sia in questo mondo? Sidrac
risponde:
L'aguiglia vive in questo mondo più che cosa che sia; che l'aguiglia
vola e monta tutto giorno nell'aria, e lo vento la rinfresca: per questa
ragione dee ella più vivere (608). I serpenti vivono assai, chè tutto loro
dimoro si è sotterra e sotto pietre; che lo freddore della terra è tutto giorno
fresco e novello (609), e sono più che l'anguille (610): questo è
l'ordinamento di Dio. Lo serpente vive più di mille anni, e ciascuno anno gli
nascie una tacca (611) nella testa, grande come una lenticchia; e quando egli
à conpiuto i mille anni, si diventa egli uno fiero dragone. Non è già che tutti
i serpenti vivono cotanto; ma alcuni serpenti v'à che tanto vivono; che l'uno
muore, e gli altri sono uccisi; gli altri, divorati da uccelli e da bestie, in
questo modo sono consumati.
(608) Nel Tesoro di Brunetto Latini: „li aigles vit longuement, porce qu'il renovele et despoille sa
viellesce„ — pag. 197. — Il T. F. P. ha: et l'air et le vent le refroide et le tient freschement, et
pour ceste raison il doibt plus viure.
(609) Credo da correggere: che per lo freddore della terra ec. — Nel T. F. P.: — Le serpent demeure
tousiours soubz terre et soubz les pierres et boit la froidure de la terre, et est tousiours fraiz et
nouveau.
(610) Et si vit plus che l'aigle C. F. R. — Nel C. R. 2.: e sono più che l'aquile.
(611) Manca tacca al n. c. — L'abb. agg. dal C. R. 2. — B. Latini dice del basilisco che ha: „tacche
bianche sul dosso„. (trad. del Giamboni); „blanches taches„ nell'orig. franc.
(606) uno staccio C. R. 2. — e questa crediamo la vera lezione. Nel C. F. R.: I. sayas. — L'ant. fr. ha
séas, saas (staccio); séel (sigillo).
(607) danneggiare C. R. 2. — Damangiare è trad. del franc. damagier.
Cap. LXXIV.
Lo re domanda: chi vive più che cosa che sia in questo mondo? Sidrac
risponde:
L'aguiglia vive in questo mondo più che cosa che sia; che l'aguiglia
vola e monta tutto giorno nell'aria, e lo vento la rinfresca: per questa
ragione dee ella più vivere (608). I serpenti vivono assai, chè tutto loro
dimoro si è sotterra e sotto pietre; che lo freddore della terra è tutto giorno
fresco e novello (609), e sono più che l'anguille (610): questo è
l'ordinamento di Dio. Lo serpente vive più di mille anni, e ciascuno anno gli
nascie una tacca (611) nella testa, grande come una lenticchia; e quando egli
à conpiuto i mille anni, si diventa egli uno fiero dragone. Non è già che tutti
i serpenti vivono cotanto; ma alcuni serpenti v'à che tanto vivono; che l'uno
muore, e gli altri sono uccisi; gli altri, divorati da uccelli e da bestie, in
questo modo sono consumati.
(608) Nel Tesoro di Brunetto Latini: „li aigles vit longuement, porce qu'il renovele et despoille sa
viellesce„ — pag. 197. — Il T. F. P. ha: et l'air et le vent le refroide et le tient freschement, et
pour ceste raison il doibt plus viure.
(609) Credo da correggere: che per lo freddore della terra ec. — Nel T. F. P.: — Le serpent demeure
tousiours soubz terre et soubz les pierres et boit la froidure de la terre, et est tousiours fraiz et
nouveau.
(610) Et si vit plus che l'aigle C. F. R. — Nel C. R. 2.: e sono più che l'aquile.
(611) Manca tacca al n. c. — L'abb. agg. dal C. R. 2. — B. Latini dice del basilisco che ha: „tacche
bianche sul dosso„. (trad. del Giamboni); „blanches taches„ nell'orig. franc.
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Cap. LXXV. (612)
Lo re domanda se Dio pascie tutte le cose. Sidrac risponde:
Tutte le cose che Idio à fatte egli le pascie, che egli fece tutte le cose
del mondo, e si le partì alle genti, (613) e gli diede iscienzia di travagliare e
di guadagnare e di vivere e di mangiare; e a l'altre creature diede che si
mangiassono bestie con bestie, e uccelli con uccelli, e pescie con pescie;
mangia l'uno l'altro; e a loro à dato iscienzia di mangiare lo frutto della
terra; in quello modo passano loro tenpo.
(612) Nel C. L. questo cap. è intit.: Lo re domanda le cose che Iddio fece pensò egli? — Abb. corr.
col C. R. 2., che è conforme al testo franc.
(613) Manca al nostro alle genti. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. LXXVI.
Lo re domanda: le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima? Sidrac risponde:
Iddio non donò anima se non all'uomo e alla femina solamente, che è
signore dell'altre criature; che lo signore dee avere in sè magiore dignità che
lo servo. Se lo servo avesse in sè la dignità e lo podere che à lo signore,
dunque sarebe egli signore e possente come egli. L'altre criature movevoli
che Idio à fatte, elle non ànno già anima, anzi ànno alena movibile (614). E
quando elli sono morti, si diventa quella lena neente. Simigliante (615) tutte
l'altre criature, salvo l'uomo e la femmina.
Lo re domanda se Dio pascie tutte le cose. Sidrac risponde:
Tutte le cose che Idio à fatte egli le pascie, che egli fece tutte le cose
del mondo, e si le partì alle genti, (613) e gli diede iscienzia di travagliare e
di guadagnare e di vivere e di mangiare; e a l'altre creature diede che si
mangiassono bestie con bestie, e uccelli con uccelli, e pescie con pescie;
mangia l'uno l'altro; e a loro à dato iscienzia di mangiare lo frutto della
terra; in quello modo passano loro tenpo.
(612) Nel C. L. questo cap. è intit.: Lo re domanda le cose che Iddio fece pensò egli? — Abb. corr.
col C. R. 2., che è conforme al testo franc.
(613) Manca al nostro alle genti. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. LXXVI.
Lo re domanda: le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima? Sidrac risponde:
Iddio non donò anima se non all'uomo e alla femina solamente, che è
signore dell'altre criature; che lo signore dee avere in sè magiore dignità che
lo servo. Se lo servo avesse in sè la dignità e lo podere che à lo signore,
dunque sarebe egli signore e possente come egli. L'altre criature movevoli
che Idio à fatte, elle non ànno già anima, anzi ànno alena movibile (614). E
quando elli sono morti, si diventa quella lena neente. Simigliante (615) tutte
l'altre criature, salvo l'uomo e la femmina.
Page 121
(614) Il nostro testo ha: innabile. — Abb. corr. col C. R. 2., sull'autorità del C. F. R.: aleine mouable;
e dell'ediz. Palatina: alaines mouvables.
(615) Simigliante sono C. R. 2.
Cap. LXXVII.
Lo re domanda: il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto quanto
noi facciamo? Sidrac risponde:
Altressì come noi siamo magiori di persona, ch'egli non saranno,
simigliante alziamo più lunga vita, ch'egli non averanno; chè lo mondo è
più forte al nostro tenpo, che egli non sarà allora; la terra rende più lo suo
frutto che non farà allora; e la pianeta che ora governa lo mondo, sarà più
forte che quella di quel tenpo; e il vento è più forte che allora non sarà;
l'acque sono più dure che non saranno allora. Perciò dobiamo noi più vivere
per natura, che quelli che saranno a quello tenpo; che, in quello tenpo, chi
viverà CL anni, sarà tropo vivuto; e tutto giorno andrà menomando di loro
vita e di loro forza e di loro corpo, e cresciendo insieme e in vizii. E
simigliantemente l'altre criature andranno menomando di loro vita e di loro
corpo e di loro forza.
Cap. LXXVIII.
Lo re domanda: lo mondo quanto viverà (616)? Sidrac risponde:
Lo segreto di Dio è sì grande e sì profondo, che niuno lo potrebbe
sapere, se non quelli che più ama e più tien cari. Simigliantemente lo vostro
grande segreto niuno lo puote sapere, se non quelli che voi più amate, e che
voi volete: o sia vostro figliuolo o vostro fratello, o sia vostro amico. Quelli
e dell'ediz. Palatina: alaines mouvables.
(615) Simigliante sono C. R. 2.
Cap. LXXVII.
Lo re domanda: il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto quanto
noi facciamo? Sidrac risponde:
Altressì come noi siamo magiori di persona, ch'egli non saranno,
simigliante alziamo più lunga vita, ch'egli non averanno; chè lo mondo è
più forte al nostro tenpo, che egli non sarà allora; la terra rende più lo suo
frutto che non farà allora; e la pianeta che ora governa lo mondo, sarà più
forte che quella di quel tenpo; e il vento è più forte che allora non sarà;
l'acque sono più dure che non saranno allora. Perciò dobiamo noi più vivere
per natura, che quelli che saranno a quello tenpo; che, in quello tenpo, chi
viverà CL anni, sarà tropo vivuto; e tutto giorno andrà menomando di loro
vita e di loro forza e di loro corpo, e cresciendo insieme e in vizii. E
simigliantemente l'altre criature andranno menomando di loro vita e di loro
corpo e di loro forza.
Cap. LXXVIII.
Lo re domanda: lo mondo quanto viverà (616)? Sidrac risponde:
Lo segreto di Dio è sì grande e sì profondo, che niuno lo potrebbe
sapere, se non quelli che più ama e più tien cari. Simigliantemente lo vostro
grande segreto niuno lo puote sapere, se non quelli che voi più amate, e che
voi volete: o sia vostro figliuolo o vostro fratello, o sia vostro amico. Quelli
Page 122
avrà uno buono amico, cui elli amarà (617) molto; e quelli richiederà di
sapere i segreti del re, e quelli gli dirà; e quelli sarà savio e provedente, e
penserà in sè medesimo: lo re m'ama e vuolmi bene, e perciò m'à egli detto
lo suo segreto; e perciò non sarebbe senno che io diciessi al mio amico lo
suo secreto. Ma per fare a piacere al mio amico, e perch'egli sappia che lo re
ama me, e mi dice lo suo segreto, io gliele dirò un poco iscuramente,
perch'egli non possa intendere come nè quando. Similmente è del segreto di
Dio, ch'egli nollo dirà se non fosse suo buono amico e suo figliuolo, cioè a
intendere lo verace profeta, che verrà nella Vergine. Quelli saprà tutto lo
segreto di Dio, che egli medesimo sarà (618); e sarà intra 'l popolo come
uomo; e farà tutto quello che farà uomo sanza peccato. Anche fiano altri,
sapranno lo segreto di Dio, cioè fieno i suoi ambasciadori, e saranno quelli
che profeteranno la venuta del figliuolo di Dio. Nè eglino sapranno (619)
già tutto lo segreto di Dio, ma tanto solamente ne sapranno, quanto Idio loro
per lo suo sancto spirito manderà. Ma lo figliuolo di Dio, che sarà signore e
possente sopra tutto, come quelli che sarà egli medesimo (620), e 'l figliuolo
di Dio sarà domandato in terra: lo mondo durerà settemila anni? E egli
risponderà che sì. E detto li fia: e più? E egli risponderà, sicuramente;
perchè niuno sapia lo sagreto del padre (621). L'uomo non può intendere nè
sapere lo quando sarà o può essere; chè essere può centomilia anni, e può
essere uno giorno, o più o meno; che questo rimane alla volontà di Dio. Ma
bene troviamo che Iddio per la sua grazia à facto (622) VII pianete, per
governare lo mondo. Egli le stabilì alla sua volontà, e comandò che
ciascuna di loro governasse lo mondo mille anni; e quando ciascuna di loro
avrà conpiuto e servito mille anni, e settemilia anni saranno conpiuti, farà
poi del mondo a suo comandamento, e farà come a lui piacerà, e saràe
signore e possente di tutto. E egli stabilio le pianete a governare lo mondo,
e lo suo podere lo governa (623).
(616) basterà C. R. 2.
(617) quelli avrà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(618) Sottintendi Dio.
(619) Nè egli non saprà C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(620) Anche qui pare da sottintendere Dio.
(621) Giova riferire la lez. del C. R. 2.: Ma il figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra
tucto, si come che saprà elli medesimo e che saprà tucto, quando lo figliuolo di Dio sarà
domandato in terra e detto: lo mondo durerà egli m . anni? E egli risponderà che si. E detto
VII
anco li fie più volte, risponderà oscuramente, perchè nullo nollo sappia, nè sapere possa lo
sapere i segreti del re, e quelli gli dirà; e quelli sarà savio e provedente, e
penserà in sè medesimo: lo re m'ama e vuolmi bene, e perciò m'à egli detto
lo suo segreto; e perciò non sarebbe senno che io diciessi al mio amico lo
suo secreto. Ma per fare a piacere al mio amico, e perch'egli sappia che lo re
ama me, e mi dice lo suo segreto, io gliele dirò un poco iscuramente,
perch'egli non possa intendere come nè quando. Similmente è del segreto di
Dio, ch'egli nollo dirà se non fosse suo buono amico e suo figliuolo, cioè a
intendere lo verace profeta, che verrà nella Vergine. Quelli saprà tutto lo
segreto di Dio, che egli medesimo sarà (618); e sarà intra 'l popolo come
uomo; e farà tutto quello che farà uomo sanza peccato. Anche fiano altri,
sapranno lo segreto di Dio, cioè fieno i suoi ambasciadori, e saranno quelli
che profeteranno la venuta del figliuolo di Dio. Nè eglino sapranno (619)
già tutto lo segreto di Dio, ma tanto solamente ne sapranno, quanto Idio loro
per lo suo sancto spirito manderà. Ma lo figliuolo di Dio, che sarà signore e
possente sopra tutto, come quelli che sarà egli medesimo (620), e 'l figliuolo
di Dio sarà domandato in terra: lo mondo durerà settemila anni? E egli
risponderà che sì. E detto li fia: e più? E egli risponderà, sicuramente;
perchè niuno sapia lo sagreto del padre (621). L'uomo non può intendere nè
sapere lo quando sarà o può essere; chè essere può centomilia anni, e può
essere uno giorno, o più o meno; che questo rimane alla volontà di Dio. Ma
bene troviamo che Iddio per la sua grazia à facto (622) VII pianete, per
governare lo mondo. Egli le stabilì alla sua volontà, e comandò che
ciascuna di loro governasse lo mondo mille anni; e quando ciascuna di loro
avrà conpiuto e servito mille anni, e settemilia anni saranno conpiuti, farà
poi del mondo a suo comandamento, e farà come a lui piacerà, e saràe
signore e possente di tutto. E egli stabilio le pianete a governare lo mondo,
e lo suo podere lo governa (623).
(616) basterà C. R. 2.
(617) quelli avrà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(618) Sottintendi Dio.
(619) Nè egli non saprà C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(620) Anche qui pare da sottintendere Dio.
(621) Giova riferire la lez. del C. R. 2.: Ma il figliuolo di Dio, che sarà signore e possente sopra
tucto, si come che saprà elli medesimo e che saprà tucto, quando lo figliuolo di Dio sarà
domandato in terra e detto: lo mondo durerà egli m . anni? E egli risponderà che si. E detto
VII
anco li fie più volte, risponderà oscuramente, perchè nullo nollo sappia, nè sapere possa lo
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segreto del padre. — Ed ecco ora la lez. del C. F. R.: — Mais le fis de Deu, chi est seignor et
tout puissant cil meysmes, saura tout. Au fis de Deu sera domande en terre: durera le monde
m . ans? Il respondera: oil ou plus, et le dira oscurement.
VII
(622) a fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(623) Anche il C. R. 2.: lo governa; ma nel C. F. R.: les governe.
Cap. LXXIX.
Lo re domanda: à egli altra gente che viva oltre la terra, in mare? Sidrac
risponde:
Oltre a mare à mille dugento (624) isole, nel mare del levante; alquante
ne sono abitate; e altre s'abiteranno. Alcune ve n'à che sono abitate d'una
gente molta grande, alla nostra fazione, ma non sono grandi di tre palmi o
meno (625); e si ànno barba di fino (626) al ginocchio, e ànno i capelli
infino alle calcagnia; e non vivono se non d'erbe e di carne; e le loro bestie
sono piccole, alla loro misura; e si ànno uno linguaggio loro proprio; e si
non ànno niuna credenzia, se non come bestie. Anche v'àe un'altra isola,
presso alla terra, dov'egli à una gente piccola d'un palmo e di meno; e non
vivono se non di pesci; e stanno e durano in acqua come pesci, di dì e di
notte; e sono a maniera d'uomini e di femine; ma egli sentono come bestie.
Anche v'à una ysola in mare, ove à gente alla nostra fazione e alla nostra
grandeza, e non ànno se non un occhio nella fronte; e ànno linguaggio
propio; e sono molti pilosi; e temono molto noi, che abiamo due occhi; e
non vivono se non di carne, e delle pelli si vestono. Un'altra ysola v'à, che
v'à gente che ànno coda, a modo di montoni (627), che non vivono se non di
pesci. Un'altr'isola v'à, che v'à gente che portano una ispina sotto lo fondo
delle natiche, lunga d'uno palmo e grossa d'uno dito (628); e non possono
sedere in piano, ma in aspro luogo, dove la spina possa andare giuso; e sono
tutti pilosi come montoni, e non ànno altro vestimento; e sono poca gente; e
non vivono se non di corbi, chè altre bestie non ànno. Anche v'à un'altra
gente, alla nostra fazione, che non finano di conbattere, ch'ànno uno grande
uccello (629); e abitano in tane, per paura degli uccelli, la state, perch'egli
tout puissant cil meysmes, saura tout. Au fis de Deu sera domande en terre: durera le monde
m . ans? Il respondera: oil ou plus, et le dira oscurement.
VII
(622) a fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(623) Anche il C. R. 2.: lo governa; ma nel C. F. R.: les governe.
Cap. LXXIX.
Lo re domanda: à egli altra gente che viva oltre la terra, in mare? Sidrac
risponde:
Oltre a mare à mille dugento (624) isole, nel mare del levante; alquante
ne sono abitate; e altre s'abiteranno. Alcune ve n'à che sono abitate d'una
gente molta grande, alla nostra fazione, ma non sono grandi di tre palmi o
meno (625); e si ànno barba di fino (626) al ginocchio, e ànno i capelli
infino alle calcagnia; e non vivono se non d'erbe e di carne; e le loro bestie
sono piccole, alla loro misura; e si ànno uno linguaggio loro proprio; e si
non ànno niuna credenzia, se non come bestie. Anche v'àe un'altra isola,
presso alla terra, dov'egli à una gente piccola d'un palmo e di meno; e non
vivono se non di pesci; e stanno e durano in acqua come pesci, di dì e di
notte; e sono a maniera d'uomini e di femine; ma egli sentono come bestie.
Anche v'à una ysola in mare, ove à gente alla nostra fazione e alla nostra
grandeza, e non ànno se non un occhio nella fronte; e ànno linguaggio
propio; e sono molti pilosi; e temono molto noi, che abiamo due occhi; e
non vivono se non di carne, e delle pelli si vestono. Un'altra ysola v'à, che
v'à gente che ànno coda, a modo di montoni (627), che non vivono se non di
pesci. Un'altr'isola v'à, che v'à gente che portano una ispina sotto lo fondo
delle natiche, lunga d'uno palmo e grossa d'uno dito (628); e non possono
sedere in piano, ma in aspro luogo, dove la spina possa andare giuso; e sono
tutti pilosi come montoni, e non ànno altro vestimento; e sono poca gente; e
non vivono se non di corbi, chè altre bestie non ànno. Anche v'à un'altra
gente, alla nostra fazione, che non finano di conbattere, ch'ànno uno grande
uccello (629); e abitano in tane, per paura degli uccelli, la state, perch'egli
Page 124
n'ànno grande dottanza; e il verno, per lo grande freddo. La gente gli
vincono, e gli uccidono, e mangiano, e serbano, per vivere la state. Un'altra
ysola v'à, dove abitano uccelli che covano l'uova al fuoco (630), e la loro
piuma non si puote ardere (631). Un'altra ysola v'à, ch'ànno i volti come
cani. Anche ci à un'altra gente in questa terra fermata (632), che credono il
sole e la luna e l'idole; e fanno sacrificio al nimico (633) del loro corpo. E
sono in una provincia che fanno al loro sacrificamento uno tavoliere di
legno, alto di tre passa, sì grande che vi cappia (634) cento uomini o più. E
quelli che si vuole sacrificare invita i suoi amici, che gli facciano conpagnia
al suo sacrificamento; e fanno grande sollazo e grande festa otto giorni; e a'
nove giorni salgono tutti in sull'altare, quelli che gli vogliono fare
conpagnia al suo sacrificamento; e l'altra giente fanno grande sollazzo
intorno al tavoliere; e si fanno mettere legne tutto intorno intorno in grande
abondanzia (635); e poi fanno acciendere lo fuoco tutto intorno intorno. E
lo signore del convito, che si vuole sacrificare, sì si leva ritto, e dicie al
popolo: io salto nel fuoco per amore di quella ydola, del sole e della luna. E
gli altri si levano, e gridano lo suo amore, e saltano nel fuoco, e tutti
s'ardono in quello fuoco, e vanno al diavolo. L'altre genti fanno grande
sollazzo intorno di quello fuoco, tanto che sono tutti arsi; e poi pigliano la
cenere e fannone arlique. E simigliantemente fanno le femmine. Altre
maniere di gente v'àe che non le conto.
(624) mille trecento due C. R. 1. — M. et CC. et VII C. F. R.
(625) Al C. R. 1. e al C. F. R. manca molta grande: onde in essi corre meglio il senso.
(626) infino C. R. 1.
(627) gente cornute in guisa di montone C. R. 1.
(628) gente che portano brocchi sopra loro fondamento, et ène d'uno osso d'uno palmo, della
grossezza d'uno dito C. R. 1.
(629) con uno grande uccello C. R. 2. — con una grande generatione d'uccelli C. R. 1.
(630) Ancora v'àe un'altra isola, nel (così) quale abita uno ucciello, il quale uccello cova nel fuoco, o
fae i suoi pulcini nel fuoco C. R. 1.
(631) Plumee fr. deve essere stato usato nel senso di plumail che significava ogni specie di animale
che avesse piume. Infatti nel T. F. P. si legge: et font pigeons au feu, et leurs pigeons ne ardent
point.
(632) Terra ferma hanno altri Codd.
(633) au deable C. F. R.
(634) che vi capiono C. R. 2.
(635) et sie fanno istipare tutta la tavola d'intorno di legna secche C. R. 1.
vincono, e gli uccidono, e mangiano, e serbano, per vivere la state. Un'altra
ysola v'à, dove abitano uccelli che covano l'uova al fuoco (630), e la loro
piuma non si puote ardere (631). Un'altra ysola v'à, ch'ànno i volti come
cani. Anche ci à un'altra gente in questa terra fermata (632), che credono il
sole e la luna e l'idole; e fanno sacrificio al nimico (633) del loro corpo. E
sono in una provincia che fanno al loro sacrificamento uno tavoliere di
legno, alto di tre passa, sì grande che vi cappia (634) cento uomini o più. E
quelli che si vuole sacrificare invita i suoi amici, che gli facciano conpagnia
al suo sacrificamento; e fanno grande sollazo e grande festa otto giorni; e a'
nove giorni salgono tutti in sull'altare, quelli che gli vogliono fare
conpagnia al suo sacrificamento; e l'altra giente fanno grande sollazzo
intorno al tavoliere; e si fanno mettere legne tutto intorno intorno in grande
abondanzia (635); e poi fanno acciendere lo fuoco tutto intorno intorno. E
lo signore del convito, che si vuole sacrificare, sì si leva ritto, e dicie al
popolo: io salto nel fuoco per amore di quella ydola, del sole e della luna. E
gli altri si levano, e gridano lo suo amore, e saltano nel fuoco, e tutti
s'ardono in quello fuoco, e vanno al diavolo. L'altre genti fanno grande
sollazzo intorno di quello fuoco, tanto che sono tutti arsi; e poi pigliano la
cenere e fannone arlique. E simigliantemente fanno le femmine. Altre
maniere di gente v'àe che non le conto.
(624) mille trecento due C. R. 1. — M. et CC. et VII C. F. R.
(625) Al C. R. 1. e al C. F. R. manca molta grande: onde in essi corre meglio il senso.
(626) infino C. R. 1.
(627) gente cornute in guisa di montone C. R. 1.
(628) gente che portano brocchi sopra loro fondamento, et ène d'uno osso d'uno palmo, della
grossezza d'uno dito C. R. 1.
(629) con uno grande uccello C. R. 2. — con una grande generatione d'uccelli C. R. 1.
(630) Ancora v'àe un'altra isola, nel (così) quale abita uno ucciello, il quale uccello cova nel fuoco, o
fae i suoi pulcini nel fuoco C. R. 1.
(631) Plumee fr. deve essere stato usato nel senso di plumail che significava ogni specie di animale
che avesse piume. Infatti nel T. F. P. si legge: et font pigeons au feu, et leurs pigeons ne ardent
point.
(632) Terra ferma hanno altri Codd.
(633) au deable C. F. R.
(634) che vi capiono C. R. 2.
(635) et sie fanno istipare tutta la tavola d'intorno di legna secche C. R. 1.
Page 125
Cap. LXXX.
Lo re domanda: perch'alcuno uomo è nero e altro bianco? Sidrac risponde:
Per tre ragioni è l'uno bianco e l'altro nero. L'una per lo seme (636);
che se il padre è bello (637), e ingenera per grande volontà, per diritta
natura conviene che la criatura sia del colore del padre. E se la femina
riceve volentieri il seme con grande volontà, e la volontà del padre non vi
sia, per diritta natura conviene che la criatura sia della somiglianza della
madre. E se l'uomo e la femina sono amendue di grande volontà, lo loro
figliuolo sarà del colore del padre, perchè egli disciende e viene di tutti i
suoi menbri e nerbi e vene; e per diritta natura conviene che sia di quello
medesimo colore, e della somiglianza della madre, perchè la madre lo
riceve come pasta, sanza nulla figura (638); e poi nel suo corpo piglia egli
figura; e però conviene che la figura sia somigliata a lei (639). E l'altra
maniera si è che se la femina è di calda conparazione (640), la creatura
s'arde (641) nel suo ventre, e diviene bruna. L'altra cagione si è per cagione
della terra e dell'aria, conviene che la criatura diventi nera o bruna.
(636) per la sembianza C. R. 1. — E questa crediamo la vera lezione, confermata dal C. F. R. e dal
T. F. P., che hanno: semblance.
(637) bruno C. R. 2. Lezione confermata qui pure dal C. F. R. e dal T. F. P.
(638) la madre lo riceve senza nulla fazzone C. R. 1.
(639) sia sembiante a lei C. R. 1.
(640) compresione C. R. 2. — complessione C. R. 1.
(641) l'enfant se art en son corps, et devient brun T. F. P.
Cap. LXXXI.
Lo re domanda: fellonia di che aviene? Sidrac risponde:
Lo re domanda: perch'alcuno uomo è nero e altro bianco? Sidrac risponde:
Per tre ragioni è l'uno bianco e l'altro nero. L'una per lo seme (636);
che se il padre è bello (637), e ingenera per grande volontà, per diritta
natura conviene che la criatura sia del colore del padre. E se la femina
riceve volentieri il seme con grande volontà, e la volontà del padre non vi
sia, per diritta natura conviene che la criatura sia della somiglianza della
madre. E se l'uomo e la femina sono amendue di grande volontà, lo loro
figliuolo sarà del colore del padre, perchè egli disciende e viene di tutti i
suoi menbri e nerbi e vene; e per diritta natura conviene che sia di quello
medesimo colore, e della somiglianza della madre, perchè la madre lo
riceve come pasta, sanza nulla figura (638); e poi nel suo corpo piglia egli
figura; e però conviene che la figura sia somigliata a lei (639). E l'altra
maniera si è che se la femina è di calda conparazione (640), la creatura
s'arde (641) nel suo ventre, e diviene bruna. L'altra cagione si è per cagione
della terra e dell'aria, conviene che la criatura diventi nera o bruna.
(636) per la sembianza C. R. 1. — E questa crediamo la vera lezione, confermata dal C. F. R. e dal
T. F. P., che hanno: semblance.
(637) bruno C. R. 2. Lezione confermata qui pure dal C. F. R. e dal T. F. P.
(638) la madre lo riceve senza nulla fazzone C. R. 1.
(639) sia sembiante a lei C. R. 1.
(640) compresione C. R. 2. — complessione C. R. 1.
(641) l'enfant se art en son corps, et devient brun T. F. P.
Cap. LXXXI.
Lo re domanda: fellonia di che aviene? Sidrac risponde:
Page 126
De' malvagi omori viene la fellonia; che alcuna volta
rinflabisceno (642) al cuore come fuoco; e ismuove lo cuore e iscalda, e lo
fa per lo loro inflabiamento (643) diventare nero e scuro; e per quella
iscurità diventa pensoso e malinconoso. Poi quella iscurità risponde al
cervello, e 'l cervello risponde agli occhi e agli altri menbri, e sì gl'ingrossa,
per diritta forza (644) conviene che egli sia fello e malinconoso. E quando
gli omori cessano, e lo rinflabiamento (645) si spegnie, lo cuore riposa, e la
scurità si parte da lui, e gli menbri e gli occhi perdono la grossezza (646), e
diventano gioiosi e allegri.
(642) remflanbent C. F. R. — Nell'ant. fr. flamber, flambier, flamble, flambe; onde il remflabent ed il
rinflabisceno del n. t., per rinfiammano, che leggesi nel C. R. 1. Meglio nel T. F. P.: reflambent.
(643) e smuovono il quore, e sie lo scaldano, e si lo fanno per loro iscaldamento C. R. 1.
(644) che per diritta forza C. R. 1.
(645) rinfiamamento C. R. 2. — infiammamento C. R. 1.
(646) gordezza C. R. 1. — gordesse C. F. R. — Da gourd, gonfiato per l'umidità. Cf. Dict. de l'Acad.
Franc., Suppl.
Cap. LXXXII.
Lo re domanda: perchè sono le bestie di molti colori? Sidrac risponde:
Perciò ch'elle non sono alla simiglianza di Dio, si conviene ch'elle
sieno di molti colori; e perciò ch'elle pascono l'erbe calde e umide e fredde
e secche. Quando le bestie sono grosse (647) e pascono l'erba, della magior
parte de l'erbe ch'ella mangia, conviene ch'ella abia magiore simiglianza. E
se la magior parte è calda e secca, conviene che la bestia sia nera; e se la
magior parte è solamente calda, conviene ch'ella sia vermiglia; e s'ella è
umida, ella sarà taccata; e s'ella è fredda ella sarà bianca: e se le quattro
nature dell'erbe saranno comunali, e' sarà vaio (648); e altrettanto quanto
ella averà pasciuto dell'una erba più che dell'altra, di quella averà più colore
nella lana (649). Simigliantemente aviene delle bestie salvatiche, come
delle dimestiche e degli uccegli: ciascuno à sua natura; e tutto è
l'ordinamento e la volontà di Dio; che tutto questo à egli fatto per lodo della
rinflabisceno (642) al cuore come fuoco; e ismuove lo cuore e iscalda, e lo
fa per lo loro inflabiamento (643) diventare nero e scuro; e per quella
iscurità diventa pensoso e malinconoso. Poi quella iscurità risponde al
cervello, e 'l cervello risponde agli occhi e agli altri menbri, e sì gl'ingrossa,
per diritta forza (644) conviene che egli sia fello e malinconoso. E quando
gli omori cessano, e lo rinflabiamento (645) si spegnie, lo cuore riposa, e la
scurità si parte da lui, e gli menbri e gli occhi perdono la grossezza (646), e
diventano gioiosi e allegri.
(642) remflanbent C. F. R. — Nell'ant. fr. flamber, flambier, flamble, flambe; onde il remflabent ed il
rinflabisceno del n. t., per rinfiammano, che leggesi nel C. R. 1. Meglio nel T. F. P.: reflambent.
(643) e smuovono il quore, e sie lo scaldano, e si lo fanno per loro iscaldamento C. R. 1.
(644) che per diritta forza C. R. 1.
(645) rinfiamamento C. R. 2. — infiammamento C. R. 1.
(646) gordezza C. R. 1. — gordesse C. F. R. — Da gourd, gonfiato per l'umidità. Cf. Dict. de l'Acad.
Franc., Suppl.
Cap. LXXXII.
Lo re domanda: perchè sono le bestie di molti colori? Sidrac risponde:
Perciò ch'elle non sono alla simiglianza di Dio, si conviene ch'elle
sieno di molti colori; e perciò ch'elle pascono l'erbe calde e umide e fredde
e secche. Quando le bestie sono grosse (647) e pascono l'erba, della magior
parte de l'erbe ch'ella mangia, conviene ch'ella abia magiore simiglianza. E
se la magior parte è calda e secca, conviene che la bestia sia nera; e se la
magior parte è solamente calda, conviene ch'ella sia vermiglia; e s'ella è
umida, ella sarà taccata; e s'ella è fredda ella sarà bianca: e se le quattro
nature dell'erbe saranno comunali, e' sarà vaio (648); e altrettanto quanto
ella averà pasciuto dell'una erba più che dell'altra, di quella averà più colore
nella lana (649). Simigliantemente aviene delle bestie salvatiche, come
delle dimestiche e degli uccegli: ciascuno à sua natura; e tutto è
l'ordinamento e la volontà di Dio; che tutto questo à egli fatto per lodo della
Page 127
sua gloria. Egli à fatto molte diverse erbe, e bestie e uccelli e pesci e gente,
in quello modo che a lui pare, l'uno bello e l'altro laido, alla sua volontà.
(647) pregne C. R. 1.
(648) vaiolato C. R. 1.
(649) Il C. L. ha: e altrettanto quanto egli avrà più nella lana. — Abbiamo supplito col C. R. 2.
Cap. LXXXIII.
Lo re domanda: quegli che mangiano e beono più che mestieri non è loro,
fanno male? Sidrac risponde:
Quelli che mangiano più che non deono, fanno gran male al corpo e
all'anima, e fanno peccato, e guastano la vivanda di che un altro uomo
potrebe vivere. Quelli sono chiamati ghiottoni, e peggio che bestie; e sì
sono incontro lo stabilimento di Dio; che Idio à ordinato che l'uomo
dovesse mangiare e bere tanto, quanto mestiere loro fosse; e lo rimanente
serbare per altre volte, e per darne a coloro che n'ànno mestieri. E in questo
mondo l'uomo dee mangiare una volta o due il dì; e chi altrimenti farà, non
farà bene, anzi fia chiamato ghiottone, e peggio che bestia, che non à senno
come l'uomo, quando è satolla si riposa, infino ch'ella à fame; e per diritta
natura l'uomo lo dee meglio fare, e se altrimenti lo fa, si è più da biasimare
che una bestia, che non à iscienza nè senno.
Cap. LXXXIV.
Lo re domanda: che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia (650)?
Sidrac risponde:
in quello modo che a lui pare, l'uno bello e l'altro laido, alla sua volontà.
(647) pregne C. R. 1.
(648) vaiolato C. R. 1.
(649) Il C. L. ha: e altrettanto quanto egli avrà più nella lana. — Abbiamo supplito col C. R. 2.
Cap. LXXXIII.
Lo re domanda: quegli che mangiano e beono più che mestieri non è loro,
fanno male? Sidrac risponde:
Quelli che mangiano più che non deono, fanno gran male al corpo e
all'anima, e fanno peccato, e guastano la vivanda di che un altro uomo
potrebe vivere. Quelli sono chiamati ghiottoni, e peggio che bestie; e sì
sono incontro lo stabilimento di Dio; che Idio à ordinato che l'uomo
dovesse mangiare e bere tanto, quanto mestiere loro fosse; e lo rimanente
serbare per altre volte, e per darne a coloro che n'ànno mestieri. E in questo
mondo l'uomo dee mangiare una volta o due il dì; e chi altrimenti farà, non
farà bene, anzi fia chiamato ghiottone, e peggio che bestia, che non à senno
come l'uomo, quando è satolla si riposa, infino ch'ella à fame; e per diritta
natura l'uomo lo dee meglio fare, e se altrimenti lo fa, si è più da biasimare
che una bestia, che non à iscienza nè senno.
Cap. LXXXIV.
Lo re domanda: che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia (650)?
Sidrac risponde:
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La lingua è lo migliore e lo pigiore menbro del corpo; che per la lingua
puote l'uomo avere bene e amore e onore e profitto e alzamento (651) dalle
genti; e puote l'uomo avere da' suoi e dagli altri prò e onore di buono
uomo (652), conciosia cosa che (653) egli non sia. E per la lingua l'uomo
puote avere onta e male e villania e perdizione del corpo; chè tal parola
potrà la lingua dire, che tutto il corpo ne potrà aver gran dannaggio; altressì
come per la buona lingua puote l'uomo avere onore e bene. La lingua non à
osso, ma ella fa ronpere il dosso (654). Più legiermente, più
salvamente (655) puote l'uomo dire lo bene che 'l male.
(650) Manca al n. t. cosa che sia — Abb. suppl. col C. R. 1.
(651) essaucement C. F. R., che propriamente significa esaltazione, da eshaucier, essaucier,
innalzare, esaltare.
(652) Nel n. t.: e puote l'uomo da' suoi uomini laude. — Abb. suppl. e corr. col C. R. 2.
(653) Il solito errore per sebbene.
(654) ma ella fane ronpere reni e dosso C. R. 1. — Nel T. F. P.: la langue n'est pas d'os, mais elle fait
rompre les reins et le dos. — Questo proverbio è sempre vivo sulla bocca del popolo.
(655) salvamente hanno tutti i Codd., ed è trad. di sauvement che vuol dire utilmente, sicuramente,
senza pericolo.
Cap. LXXXV.
Lo re domanda: chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o le cose
fredde? Sidrac risponde:
Le calde vivande iscaldano lo corpo, e nodriscono gli menbri e le vene,
e iscalda lo cuore e lo cervello, e gli rischiariscie; e però rende più iscienzia
la calda vivanda. La fredda vivanda induriscie gli nerbi e le vene e lo cuore
e lo cervello; e simigliantemente lo rinfalabimento de' rei omori rinfredda lo
cuore; e lo cervello e i menbri di quello freddore induriscie, e conviene
ch'egli sia un poco grave (656).
(656) Gioverà riferire la lez. del C. R. 1.: — La fredda vivanda indura li nervi e le vene e 'l coraggio
e 'l celabro, e ismuovelo e infiammalo di malvagi omori, et raffredda il quore e 'l corpo e 'l
puote l'uomo avere bene e amore e onore e profitto e alzamento (651) dalle
genti; e puote l'uomo avere da' suoi e dagli altri prò e onore di buono
uomo (652), conciosia cosa che (653) egli non sia. E per la lingua l'uomo
puote avere onta e male e villania e perdizione del corpo; chè tal parola
potrà la lingua dire, che tutto il corpo ne potrà aver gran dannaggio; altressì
come per la buona lingua puote l'uomo avere onore e bene. La lingua non à
osso, ma ella fa ronpere il dosso (654). Più legiermente, più
salvamente (655) puote l'uomo dire lo bene che 'l male.
(650) Manca al n. t. cosa che sia — Abb. suppl. col C. R. 1.
(651) essaucement C. F. R., che propriamente significa esaltazione, da eshaucier, essaucier,
innalzare, esaltare.
(652) Nel n. t.: e puote l'uomo da' suoi uomini laude. — Abb. suppl. e corr. col C. R. 2.
(653) Il solito errore per sebbene.
(654) ma ella fane ronpere reni e dosso C. R. 1. — Nel T. F. P.: la langue n'est pas d'os, mais elle fait
rompre les reins et le dos. — Questo proverbio è sempre vivo sulla bocca del popolo.
(655) salvamente hanno tutti i Codd., ed è trad. di sauvement che vuol dire utilmente, sicuramente,
senza pericolo.
Cap. LXXXV.
Lo re domanda: chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o le cose
fredde? Sidrac risponde:
Le calde vivande iscaldano lo corpo, e nodriscono gli menbri e le vene,
e iscalda lo cuore e lo cervello, e gli rischiariscie; e però rende più iscienzia
la calda vivanda. La fredda vivanda induriscie gli nerbi e le vene e lo cuore
e lo cervello; e simigliantemente lo rinfalabimento de' rei omori rinfredda lo
cuore; e lo cervello e i menbri di quello freddore induriscie, e conviene
ch'egli sia un poco grave (656).
(656) Gioverà riferire la lez. del C. R. 1.: — La fredda vivanda indura li nervi e le vene e 'l coraggio
e 'l celabro, e ismuovelo e infiammalo di malvagi omori, et raffredda il quore e 'l corpo e 'l
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celabro e li menbri; et di quello freddore ène durezza del quore e del celabro. — Il C. R. 1.
corrisponde letteralmente al T. F. P.
Cap. LXXXVI.
Lo re domanda: quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come si
potrebbe ciò cessare? Sidrac risponde:
Primieramente dee l'uomo pensare al suo creatore, e ringraziarlo
altamente quando lo degnò di fare alla sua similitudine; e ricordarsi della
morte ch'egli dee fare, che l'uomo non puote scanpare nè ischifare; e
ricordarsi di coloro cui Iddio à magagnato di loro nenbri, e malizia di loro
corpi, e povertà più che a lui (657); e non ricordarsi di coloro che sono più
ricchi di lui; e legere i comandamenti di Dio; e ascoltare e udire le buone
ragioni, e di buone autoritadi; e dimorare in buone luogora; e così puote egli
ischifare la fellonia e lo cruccio e la malinconia.
(657) et ricordarsi di quelli che Dio àne fatti magagnati i suoi nenbri, et malati di loro corpi et povari
C. R. 1. Nel C. F. R. leggesi: ceaus a cui Deu a done mahain. — Mahain ant. fr. significa
propriamente difetto corporale. Il prov. ha il verbo maganhar. Ved. quello che il Muratori
(Antich. Ital., Diss. XXVI) scrive sulla etimologia della parola magagna; e ciò che ne dice il
Burguy (Gramm. de la Lang. d'oïl).
Cap. LXXXVII.
Lo re domanda: che vale meglio o l'amore della femina o l'odio? Sidrac
risponde:
La buona femina dee l'uomo amare e onorare e pregiare e
avanzalla (658) e tenella per donna. E per la buona conpagnia della femina
corrisponde letteralmente al T. F. P.
Cap. LXXXVI.
Lo re domanda: quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come si
potrebbe ciò cessare? Sidrac risponde:
Primieramente dee l'uomo pensare al suo creatore, e ringraziarlo
altamente quando lo degnò di fare alla sua similitudine; e ricordarsi della
morte ch'egli dee fare, che l'uomo non puote scanpare nè ischifare; e
ricordarsi di coloro cui Iddio à magagnato di loro nenbri, e malizia di loro
corpi, e povertà più che a lui (657); e non ricordarsi di coloro che sono più
ricchi di lui; e legere i comandamenti di Dio; e ascoltare e udire le buone
ragioni, e di buone autoritadi; e dimorare in buone luogora; e così puote egli
ischifare la fellonia e lo cruccio e la malinconia.
(657) et ricordarsi di quelli che Dio àne fatti magagnati i suoi nenbri, et malati di loro corpi et povari
C. R. 1. Nel C. F. R. leggesi: ceaus a cui Deu a done mahain. — Mahain ant. fr. significa
propriamente difetto corporale. Il prov. ha il verbo maganhar. Ved. quello che il Muratori
(Antich. Ital., Diss. XXVI) scrive sulla etimologia della parola magagna; e ciò che ne dice il
Burguy (Gramm. de la Lang. d'oïl).
Cap. LXXXVII.
Lo re domanda: che vale meglio o l'amore della femina o l'odio? Sidrac
risponde:
La buona femina dee l'uomo amare e onorare e pregiare e
avanzalla (658) e tenella per donna. E per la buona conpagnia della femina
Page 130
buona, l'uomo non puote avere se non bene e onore e avanzamento e buono
pregio, ch'ella tiene lealtà al suo conpagnio, e sì lo difende di tutto male al
suo podere, altressì come la madre guarda lo suo figliuolo di tutto male.
L'amore della femina ria dee l'uomo schifare, e fuggire da lei come dal
fuoco; e s'egli no la può fuggire, elli si dia alungare da sua volontade (659);
chè la malvagia femina non è altro che la ria cosa; chè l'uomo non puote
avere da lei se non onta e vergogna tra la gente, perch'ella non tiene niuna
lealtà al suo conpagno, nè più nè meno come la calcatrice (660) fa
all'uccello, che gli fa bene e gli rimonda la bocca de' vermini, e ella l'uccide.
Calcatrice si è una bestia che sta nell'acqua, con grande testa e lunga; e due
volte l'anno inverminiscono molto (661); e ella escie alla rena, e si corica al
sole, e apre la bocca. E allora viene uno uccello, che Iddio àe ordinato, e sì
gli rimonda la bocca di vermini. Quello uccello àe uno isprone (662) in
capo, a modo di cresta di gallo, e entragli nella gola alla calcatrice, e
mangiale tutti i vermini; e la calcatrice chiude la bocca, per mangiare
l'uccello che tanto bene gli averà facto; l'uccello sente lo malvagio
guiderdone che gli vuole rendere; allora fiede dello sprone che à nel capo,
nel palato della calcatrice; e la bestia, che sente lo mal colpo dello uccello,
si apre la bocca, e l'uccello se n'escie fuori. Tale guiderdone rende la ria
femina all'uomo, che bene le fa; e però la dee l'uomo ischifare, lei e le sue
volontadi.
(658) Intenderei: renderla superiore agli altri.
(659) Nel n. t.: alunga almeno la sua volontade. — Abbiamo corr. col C. R. 1. che è conforme al
C. F. R.
(660) Tanto il C. R. 1. che il C. R. 2. hanno: calcatrice; strano errore, che possiamo correggere mercè
il testo fr., dove leggesi coquatrix, sapendo che cocatrice nell'ant. fr. significò coccodrillo. Cf.
anche Du Cange, Gloss. a Cocatrix. — Brunetto Latini fa del Cocodrille e del Cocatris due
animali distinti. „Or avient que quant li oisiaus qui a non strophilos vuet avoir charoigne por
mangier, il boute la bouche dou cocodrille, et li grate tout belement, tant que il oevre toute sa
gorge pour le grant delit dou grater. Lors vient . i . autres poissons qui a nom ydre, ce est
cocatris, et li entre dedanz le cors, et s'en ist de l'autre part, brisant et derompant son oste, en tel
maniere que il l'ocist„ Li Tresors, p. 185.
(661) e due volte l'anno le 'nvermina tutto dentro da la bocca C. R. 1.
(662) uno brocco C. R. 1.
pregio, ch'ella tiene lealtà al suo conpagnio, e sì lo difende di tutto male al
suo podere, altressì come la madre guarda lo suo figliuolo di tutto male.
L'amore della femina ria dee l'uomo schifare, e fuggire da lei come dal
fuoco; e s'egli no la può fuggire, elli si dia alungare da sua volontade (659);
chè la malvagia femina non è altro che la ria cosa; chè l'uomo non puote
avere da lei se non onta e vergogna tra la gente, perch'ella non tiene niuna
lealtà al suo conpagno, nè più nè meno come la calcatrice (660) fa
all'uccello, che gli fa bene e gli rimonda la bocca de' vermini, e ella l'uccide.
Calcatrice si è una bestia che sta nell'acqua, con grande testa e lunga; e due
volte l'anno inverminiscono molto (661); e ella escie alla rena, e si corica al
sole, e apre la bocca. E allora viene uno uccello, che Iddio àe ordinato, e sì
gli rimonda la bocca di vermini. Quello uccello àe uno isprone (662) in
capo, a modo di cresta di gallo, e entragli nella gola alla calcatrice, e
mangiale tutti i vermini; e la calcatrice chiude la bocca, per mangiare
l'uccello che tanto bene gli averà facto; l'uccello sente lo malvagio
guiderdone che gli vuole rendere; allora fiede dello sprone che à nel capo,
nel palato della calcatrice; e la bestia, che sente lo mal colpo dello uccello,
si apre la bocca, e l'uccello se n'escie fuori. Tale guiderdone rende la ria
femina all'uomo, che bene le fa; e però la dee l'uomo ischifare, lei e le sue
volontadi.
(658) Intenderei: renderla superiore agli altri.
(659) Nel n. t.: alunga almeno la sua volontade. — Abbiamo corr. col C. R. 1. che è conforme al
C. F. R.
(660) Tanto il C. R. 1. che il C. R. 2. hanno: calcatrice; strano errore, che possiamo correggere mercè
il testo fr., dove leggesi coquatrix, sapendo che cocatrice nell'ant. fr. significò coccodrillo. Cf.
anche Du Cange, Gloss. a Cocatrix. — Brunetto Latini fa del Cocodrille e del Cocatris due
animali distinti. „Or avient que quant li oisiaus qui a non strophilos vuet avoir charoigne por
mangier, il boute la bouche dou cocodrille, et li grate tout belement, tant que il oevre toute sa
gorge pour le grant delit dou grater. Lors vient . i . autres poissons qui a nom ydre, ce est
cocatris, et li entre dedanz le cors, et s'en ist de l'autre part, brisant et derompant son oste, en tel
maniere que il l'ocist„ Li Tresors, p. 185.
(661) e due volte l'anno le 'nvermina tutto dentro da la bocca C. R. 1.
(662) uno brocco C. R. 1.
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Cap. LXXXVIII.
Lo re domanda: quando l'uomo è gioioso e allegro, ed egli oda alcuna cosa
che non gli piaccia, come si cruccia egli? Sidrac risponde:
Lo cuore si è maestro e signore di tutto il corpo; lo corpo si è servente
e guardia del cuore, e ciò che piace al cuore piace al corpo (663). E gli
occhi sono guardatori (664); e gli orecchi sono messaggi del cuore; le mani
sono difenditori del cuore; la testa è lo castello del cuore. Quando il cuore
ode alcuna parola che gli sia o buona o ria, egli nolla puote sapere se non
per li suoi anbasciadori; e se gli piace, egli ingioiscie e allegra; tutti i suoi
menbri ringioiscono e allegrano della sua gioia; e li suoi aversari sono
isconfitti. Quando gli suoi ambasciadori gli portano cosa di cruccio, della
ria anbasciata egli triema, e si smuove, e tutti i suoi menbri sono crucciati e
paurosi, e del suo cruccio triemano altressì come fa egli. Gli suoi aversari
ànno grande allegreza, e sì si muovono contro di lui, e rinfiamano come egli
fae (665). Se lo cuore è savio e provedente, e ama il suo castello e li suoi
uomini, egli riceve tutto lo biasimo e il carico e il cruccio sopra sè, e si tiene
fermo e costante, e gli suoi uomini riposano, i suoi nimici sono isconfitti. E
se lo cuore è fievole e vano, gli suoi nemici rinfalabiliscono (666), sicchè
egli non à podere di sostenere gli altri suoi nimici. E li suoi uomini, che
sono altressì frali e vani come egli, non possono soffrire, e allora si
muovono a malfare. E così riceve lo signore lo danno; che se il cuore
soffera, il corpo non si muterà (667).
(663) Lo quore si è rôcca e fortezza della vita, e signore del corpo; et ciò che piace al quore si piace
al corpo C. R. 1.
(664) guidatori C. R. 2. — guides T. F. P. — specchi C. R. 1.
(665) e infiamallo C. R. 2. — e infiammano lui C. R. 1.
(666) e suoi nemici lo rinfiammano C. R. 1.
(667) che se il cuore soffera lo danno, il corpo non si muta C. R. 2.
Cap. LXXXIX.
Lo re domanda: quando l'uomo è gioioso e allegro, ed egli oda alcuna cosa
che non gli piaccia, come si cruccia egli? Sidrac risponde:
Lo cuore si è maestro e signore di tutto il corpo; lo corpo si è servente
e guardia del cuore, e ciò che piace al cuore piace al corpo (663). E gli
occhi sono guardatori (664); e gli orecchi sono messaggi del cuore; le mani
sono difenditori del cuore; la testa è lo castello del cuore. Quando il cuore
ode alcuna parola che gli sia o buona o ria, egli nolla puote sapere se non
per li suoi anbasciadori; e se gli piace, egli ingioiscie e allegra; tutti i suoi
menbri ringioiscono e allegrano della sua gioia; e li suoi aversari sono
isconfitti. Quando gli suoi ambasciadori gli portano cosa di cruccio, della
ria anbasciata egli triema, e si smuove, e tutti i suoi menbri sono crucciati e
paurosi, e del suo cruccio triemano altressì come fa egli. Gli suoi aversari
ànno grande allegreza, e sì si muovono contro di lui, e rinfiamano come egli
fae (665). Se lo cuore è savio e provedente, e ama il suo castello e li suoi
uomini, egli riceve tutto lo biasimo e il carico e il cruccio sopra sè, e si tiene
fermo e costante, e gli suoi uomini riposano, i suoi nimici sono isconfitti. E
se lo cuore è fievole e vano, gli suoi nemici rinfalabiliscono (666), sicchè
egli non à podere di sostenere gli altri suoi nimici. E li suoi uomini, che
sono altressì frali e vani come egli, non possono soffrire, e allora si
muovono a malfare. E così riceve lo signore lo danno; che se il cuore
soffera, il corpo non si muterà (667).
(663) Lo quore si è rôcca e fortezza della vita, e signore del corpo; et ciò che piace al quore si piace
al corpo C. R. 1.
(664) guidatori C. R. 2. — guides T. F. P. — specchi C. R. 1.
(665) e infiamallo C. R. 2. — e infiammano lui C. R. 1.
(666) e suoi nemici lo rinfiammano C. R. 1.
(667) che se il cuore soffera lo danno, il corpo non si muta C. R. 2.
Cap. LXXXIX.
Page 132
Lo re domanda se dee l'uomo amare la femina, e la femina l'uomo sanza
biasimo. Sidrac risponde:
L'uomo e la femina si deono amare secondo Idio, inperò ch'egli gli à
fatti conpagni e d'una cosa, per avere frutto, che ringrazino lo suo nome. E
per questa ragione l'uomo dee avere colla femina buono amore e leale,
secondo lo comandamento di Dio, e così la femina a l'uomo, secondo lo
mondo, per molti modi: primieramente dee l'uomo amare per la sua lealtà e
per la sua bontà e per le sua biltà e per la sua chiareza e per gli suoi doni e
per lo suo buono servire e per lo suo senno. L'uomo che àe una femina che
tali costumi à in lei, o l'uno di questi, elli non è già da biasimare, secondo il
mondo, s'ella non à già altra reità in lei che spegna la buona opera, se elli
l'ama, ched elli l'ama per le sue buone opere (668). La femina dee amare
l'uomo, secondo il mondo, primieramente per lealtà e per bontà e per biltà e
per valore e per doni e per cortesia e per suo servigio e per suo senno.
Femina che abia uomo che alcuna di queste cose sieno in lui, e non abia in
lui altri costumi che spegnia li buoni, ella non è da biasimare, se ella l'ama,
chè ella l'ama per una bella cosa ch'è in lui. Uomo che odia la femina, e la
femina che odia l'uomo, e non ànno niuno rio costume in loro, sappiate
ch'egli sono molto da biasimare e da riprendere.
(668) A spiegare la confusione di questo periodo gioverà riferire la lez. del T. F. P.: L'home qui ayme
femme qui sesdictes choses a en soy, ou aulcune de ycelles, il n'est mie a blasmer, selon ce
monde, et s'elle n'a nulle aultre mauvaise coustume en soy, qui esteigne la bonte, car il l'ayme
pour les bones coustumes qui sont en elle.
Cap. XC.
Lo re domanda: onda viene la grasseza del corpo? Sidrac risponde:
La grassezza viene dalle flemme dolci; quando lo corpo è flemmoso,
elle sono dolci, elle tornano per lo corpo; in questo modo signoregiano il
corpo, e lo 'ngrassano (669). Quando le flemme sono insalate, elle ardono la
biasimo. Sidrac risponde:
L'uomo e la femina si deono amare secondo Idio, inperò ch'egli gli à
fatti conpagni e d'una cosa, per avere frutto, che ringrazino lo suo nome. E
per questa ragione l'uomo dee avere colla femina buono amore e leale,
secondo lo comandamento di Dio, e così la femina a l'uomo, secondo lo
mondo, per molti modi: primieramente dee l'uomo amare per la sua lealtà e
per la sua bontà e per le sua biltà e per la sua chiareza e per gli suoi doni e
per lo suo buono servire e per lo suo senno. L'uomo che àe una femina che
tali costumi à in lei, o l'uno di questi, elli non è già da biasimare, secondo il
mondo, s'ella non à già altra reità in lei che spegna la buona opera, se elli
l'ama, ched elli l'ama per le sue buone opere (668). La femina dee amare
l'uomo, secondo il mondo, primieramente per lealtà e per bontà e per biltà e
per valore e per doni e per cortesia e per suo servigio e per suo senno.
Femina che abia uomo che alcuna di queste cose sieno in lui, e non abia in
lui altri costumi che spegnia li buoni, ella non è da biasimare, se ella l'ama,
chè ella l'ama per una bella cosa ch'è in lui. Uomo che odia la femina, e la
femina che odia l'uomo, e non ànno niuno rio costume in loro, sappiate
ch'egli sono molto da biasimare e da riprendere.
(668) A spiegare la confusione di questo periodo gioverà riferire la lez. del T. F. P.: L'home qui ayme
femme qui sesdictes choses a en soy, ou aulcune de ycelles, il n'est mie a blasmer, selon ce
monde, et s'elle n'a nulle aultre mauvaise coustume en soy, qui esteigne la bonte, car il l'ayme
pour les bones coustumes qui sont en elle.
Cap. XC.
Lo re domanda: onda viene la grasseza del corpo? Sidrac risponde:
La grassezza viene dalle flemme dolci; quando lo corpo è flemmoso,
elle sono dolci, elle tornano per lo corpo; in questo modo signoregiano il
corpo, e lo 'ngrassano (669). Quando le flemme sono insalate, elle ardono la
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carne e sì s'aconpagniano colle fleme gialle; e le gialle si spandono poi per
li menbri e per le vene, e fanno grande male a quello corpo. L'uno diventa
magro e l'altro rognioso, ed altri escie del corpo, e là ov'egli escono, la
carne diventa nera (670). E grande bene fanno a quello corpo dell'uscire,
che uccidere lo potrebono; e agli altri aviene una rogna secca e minuta, che
apena ne guariscie mai.
(669) La grassezza dell'uomo povaro disagiato viene di flemma dolce, che si espande per lo corpo, et
amorta il calore dell'altre collare; e in tale maniera signoreggia il corpo e si lo ingrassa C. R. 1.
(670) et aulcune fois yssent hors du corps par quelque lieu, et en devient la chair noire la par ou ilz
yssent T. F. P.
Cap. XCI.
Lo re domanda: dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella, quand'ella
falla? Sidrac risponde:
Della buona femina lo suo fallo è piccolo; e quando ella l'à fatto, ella si
pente molto tosto, e sì si vergognia. L'uomo la dee allora gastigare, e
amaestrare con belle parole, e mostrarle ragioni e utilitade, siccom'ella à
mal fatto; e allora riconoscierà lo suo mal fatto, e gastigherala (671). La ria
femina, quando ella falla, ella non à vergognia, anzi si glorifica e si vanta e
si diletta; e quando l'uomo la gastiga, ella peggiora; e quando l'uomo la
batte, ella peggiora; e quando l'uomo la proverbia, ella peggio fa. L'uomo la
dee gastigare con belle parole e con promessa e con doni due volte o tre o
cinque o dieci; e se poi non si gastiga (672), l'uomo la dee fuggire e
lasciare; e altro gastigamento non ci à alla ria femina ch'è della volontà del
diavolo e in cui lo diavolo abita; l'uomo si dee dilungare da lei e dalle sue
volontadi.
(671) Meglio nel C. R. 2.: et ella stessa si castigherà.
(672) et se a tanto non si amenda C. R. 1.
li menbri e per le vene, e fanno grande male a quello corpo. L'uno diventa
magro e l'altro rognioso, ed altri escie del corpo, e là ov'egli escono, la
carne diventa nera (670). E grande bene fanno a quello corpo dell'uscire,
che uccidere lo potrebono; e agli altri aviene una rogna secca e minuta, che
apena ne guariscie mai.
(669) La grassezza dell'uomo povaro disagiato viene di flemma dolce, che si espande per lo corpo, et
amorta il calore dell'altre collare; e in tale maniera signoreggia il corpo e si lo ingrassa C. R. 1.
(670) et aulcune fois yssent hors du corps par quelque lieu, et en devient la chair noire la par ou ilz
yssent T. F. P.
Cap. XCI.
Lo re domanda: dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella, quand'ella
falla? Sidrac risponde:
Della buona femina lo suo fallo è piccolo; e quando ella l'à fatto, ella si
pente molto tosto, e sì si vergognia. L'uomo la dee allora gastigare, e
amaestrare con belle parole, e mostrarle ragioni e utilitade, siccom'ella à
mal fatto; e allora riconoscierà lo suo mal fatto, e gastigherala (671). La ria
femina, quando ella falla, ella non à vergognia, anzi si glorifica e si vanta e
si diletta; e quando l'uomo la gastiga, ella peggiora; e quando l'uomo la
batte, ella peggiora; e quando l'uomo la proverbia, ella peggio fa. L'uomo la
dee gastigare con belle parole e con promessa e con doni due volte o tre o
cinque o dieci; e se poi non si gastiga (672), l'uomo la dee fuggire e
lasciare; e altro gastigamento non ci à alla ria femina ch'è della volontà del
diavolo e in cui lo diavolo abita; l'uomo si dee dilungare da lei e dalle sue
volontadi.
(671) Meglio nel C. R. 2.: et ella stessa si castigherà.
(672) et se a tanto non si amenda C. R. 1.
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Cap. XCII.
Lo re domanda di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo. Sidrac
risponde:
Molte maniere sono di gelosia; che l'uomo à in Dio e nella sua
fede (673). Quando l'uomo disputa con altrui, e parla di cosa che non è e
non puote essere, dice male di sua fede e di sua ley; sapiate che là deono
essere molti gielosi e di grande cuore (674). Anche dee l'uomo essere geloso
per lo suo buon amico: questa gelosia è buona e leale, e di buono amore,
puro e netto, sanza niuna bruttura. Anche ci à altre maniere di gelosia, che è
di lordo cuore e di malvagio amore, che fortemente e lungamente
s'asettano (675) al cuore. Questo è gelosia di femina, che consuma il cuore e
la mente in perdizione, e chiamasi follia, che il cuore fa di rei pensieri;
allora gli omori bollono e rinfrabiano (676). Allora lo corpo e di mangiare e
di bere s'astiene, e perde lo suo diletto e si confonde. Ma legiermente ne
può essere dilibero, se egli vuole, che egli de' pensare un poco in sè
medesimo, che egli fa male, e tutta la sua angoscia e lo suo travaglio non gli
vale nulla. E se la femina è propia, egli dee gittare a non calere (677), e
gittare la soma di dosso in terra, e pensare ch'egli si dee guardare al meglio
sè medesimo che un altro uomo; e non gratti (678) più la gelosia, che chi
più la gratta, più la prende e più arde. E si dee pensare ch'egli non è solo al
mondo, e in questo mondo e in poco tenpo puote essere dilibero. E se la
cosa ch'egli ama non è propia sua, sapiate ch'egli si travaglia di grande
follia, e è diritto folle e stolto, quand'egli diventa geloso dell'altrui cose, per
perdere lo suo tenpo in grande angoscia e in grande travaglio, altressì come
quelli che non fina nè dì nè notte conbattere a uno scudo e a uno bastone
contra lo vento.
(673) Sottintendi: quella che. — Nel C. R. 2. si ripete: la gelosia che ec.
(674) Confessiamo di non intendere quello che qui siasi voluto significare. — Il C. R. 2. concorda
col n. t. Forse qualche lume a questo oscuro periodo potrebbe venire dal C. F. R.: la gelousie
che l'om a de Deu et de sa foy, chant l'om la despite et parle d'une cosse qui non est ni ne puet
estre, et dit mal de sa foy et de sa loy; saches la doit l'om estre mout durement gelous et de
grant cuer.
(675) Anche il C. R. 2. ha: s'asettano. Errore che si spiega col testo francese: saisissent le cuer;
essendo, se non erriamo, evidente che il traduttore, non conoscendo il significato del vb. saisir,
Lo re domanda di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo. Sidrac
risponde:
Molte maniere sono di gelosia; che l'uomo à in Dio e nella sua
fede (673). Quando l'uomo disputa con altrui, e parla di cosa che non è e
non puote essere, dice male di sua fede e di sua ley; sapiate che là deono
essere molti gielosi e di grande cuore (674). Anche dee l'uomo essere geloso
per lo suo buon amico: questa gelosia è buona e leale, e di buono amore,
puro e netto, sanza niuna bruttura. Anche ci à altre maniere di gelosia, che è
di lordo cuore e di malvagio amore, che fortemente e lungamente
s'asettano (675) al cuore. Questo è gelosia di femina, che consuma il cuore e
la mente in perdizione, e chiamasi follia, che il cuore fa di rei pensieri;
allora gli omori bollono e rinfrabiano (676). Allora lo corpo e di mangiare e
di bere s'astiene, e perde lo suo diletto e si confonde. Ma legiermente ne
può essere dilibero, se egli vuole, che egli de' pensare un poco in sè
medesimo, che egli fa male, e tutta la sua angoscia e lo suo travaglio non gli
vale nulla. E se la femina è propia, egli dee gittare a non calere (677), e
gittare la soma di dosso in terra, e pensare ch'egli si dee guardare al meglio
sè medesimo che un altro uomo; e non gratti (678) più la gelosia, che chi
più la gratta, più la prende e più arde. E si dee pensare ch'egli non è solo al
mondo, e in questo mondo e in poco tenpo puote essere dilibero. E se la
cosa ch'egli ama non è propia sua, sapiate ch'egli si travaglia di grande
follia, e è diritto folle e stolto, quand'egli diventa geloso dell'altrui cose, per
perdere lo suo tenpo in grande angoscia e in grande travaglio, altressì come
quelli che non fina nè dì nè notte conbattere a uno scudo e a uno bastone
contra lo vento.
(673) Sottintendi: quella che. — Nel C. R. 2. si ripete: la gelosia che ec.
(674) Confessiamo di non intendere quello che qui siasi voluto significare. — Il C. R. 2. concorda
col n. t. Forse qualche lume a questo oscuro periodo potrebbe venire dal C. F. R.: la gelousie
che l'om a de Deu et de sa foy, chant l'om la despite et parle d'une cosse qui non est ni ne puet
estre, et dit mal de sa foy et de sa loy; saches la doit l'om estre mout durement gelous et de
grant cuer.
(675) Anche il C. R. 2. ha: s'asettano. Errore che si spiega col testo francese: saisissent le cuer;
essendo, se non erriamo, evidente che il traduttore, non conoscendo il significato del vb. saisir,
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lo ha voltato per s'asettano.
(676) reflambent C. F. R.
(677) il la doit geter a noncaler C. F. R. — Nel fr. ant. mettre à nonchaloir significava obliare,
disprezzare. È chiaro che qui pure il traduttore non intese il testo, e credè di volgarizzare alla
lettera.
(678) Anche il C. R. 2. ha qui gratti e più giù gratta. — Nel C. R. 1. e nel T. F. P. manca questo
periodo; il C. F. R. ha grater e grate. Potrebbe questo essere un modo proverbiale, quasi a dire:
non istuzzichi di più la gelosia. Ma noi crederemmo piuttosto che nel testo fr., invece di grater,
avesse a leggersi guarder (serbare, conservare); e che l'errore del cod. fr. sia stato copiato dal
volgarizzatore.
Cap. XCIII.
Lo re domanda: dee l'uomo amare lo suo buono amico? Sidrac risponde:
L'uomo de' amare lo suo buono amico lealmente e di buon cuore, e
fargli piacere di suo podere, e portare del suo carico o fascio, che nulla cosa
è che lo buon amico vaglia (679). Non già tutti quelli che sono amici, chè
amici sono perchè lo loro profitto lusinghi l'uomo; e per lo suo pro fare gli
mosterrà bello senbiante, e non gli cale di quello consiglio che egli gli dà, o
sia a suo pro o suo dannaggio; e non gli cale che di lui avegna, ma ch'egli
possa fare lo suo prode; si lo seguita in tutte le sue follie; e quelli pensa in
sè medesimo ch'egli sia suo buono amico, ma non è, anzi è suo grande
nimico. Altre maniere ci à d'amici, siccome di manicare e di bere, e di più
maniere; e s'egli avesse mestiere di tale amico, egli non trovarrebbe niente
quello che li bisognasse (680). Di tale amico l'uomo si dovrebe molto
guardare.
(679) car il n'est chose qui vaille le bon amy C. F. R.
(680) Abb. adottata la lez. del C. R. 1. — Nel C. L. leggesi: egli si troverebbe nulla di tale.
Cap. XCIV.
(676) reflambent C. F. R.
(677) il la doit geter a noncaler C. F. R. — Nel fr. ant. mettre à nonchaloir significava obliare,
disprezzare. È chiaro che qui pure il traduttore non intese il testo, e credè di volgarizzare alla
lettera.
(678) Anche il C. R. 2. ha qui gratti e più giù gratta. — Nel C. R. 1. e nel T. F. P. manca questo
periodo; il C. F. R. ha grater e grate. Potrebbe questo essere un modo proverbiale, quasi a dire:
non istuzzichi di più la gelosia. Ma noi crederemmo piuttosto che nel testo fr., invece di grater,
avesse a leggersi guarder (serbare, conservare); e che l'errore del cod. fr. sia stato copiato dal
volgarizzatore.
Cap. XCIII.
Lo re domanda: dee l'uomo amare lo suo buono amico? Sidrac risponde:
L'uomo de' amare lo suo buono amico lealmente e di buon cuore, e
fargli piacere di suo podere, e portare del suo carico o fascio, che nulla cosa
è che lo buon amico vaglia (679). Non già tutti quelli che sono amici, chè
amici sono perchè lo loro profitto lusinghi l'uomo; e per lo suo pro fare gli
mosterrà bello senbiante, e non gli cale di quello consiglio che egli gli dà, o
sia a suo pro o suo dannaggio; e non gli cale che di lui avegna, ma ch'egli
possa fare lo suo prode; si lo seguita in tutte le sue follie; e quelli pensa in
sè medesimo ch'egli sia suo buono amico, ma non è, anzi è suo grande
nimico. Altre maniere ci à d'amici, siccome di manicare e di bere, e di più
maniere; e s'egli avesse mestiere di tale amico, egli non trovarrebbe niente
quello che li bisognasse (680). Di tale amico l'uomo si dovrebe molto
guardare.
(679) car il n'est chose qui vaille le bon amy C. F. R.
(680) Abb. adottata la lez. del C. R. 1. — Nel C. L. leggesi: egli si troverebbe nulla di tale.
Cap. XCIV.
Page 136
Lo re domanda: può l'uomo fare lo suo profitto sanza travaglio? Sidrac
risponde:
Da poi che Adamo mangiò lo pome in Paradiso, lo quale Idio gli avea
difeso, d'allora innanzi niuno pote fare lo suo profitto sanza travaglio, che
inanzi bene lo potrebe aver fatto. Niuno uomo è nè non nascierà, che possa
suo pro fare sanza travaglio. Si conviene che l'uomo pure si travagli di suo
corpo: e' richi, di loro cuore e di pensieri travagliano alcuna volta; altressì
conviene travagliare lo ricco come il povero, che meglio vale che lo
travaglio sia primaio, lo merito poscia (681). Altressì come due uomini
andassono per due cammini: l'uno troverrà a uno miglio chi 'l metterà a
cavallo, e grande bene e onore gli farà, e l'albergherebbe; domane troverrà
al camino chi maggiore onore gli farà e magiore riposo; lo terzo giorno
troverrà più di bene; e il quarto e il quinto e il sesto giorno troverrà una
gente che gli faranno onta, e sì lo inpiccheranno per la gola. Sapiate che
quello onore e quello agio è stato molto rio, che tale fine avrà fatta. L'altro
uomo che va per l'altro camino, lo primo giorno troverà una gente che lo
battesse molto forte e noll'albergasse, e l'altro dì trovasse peggio, lo terzo e
'l quarto e 'l quinto andasse più pegiorando, e 'l sesto giorno trovasse una
grande conpagnia di gente che venisse contra lui con grande allegreza, e
coronerebbollo re, e darebogli grande podere. Sapiate che quello travaglio e
quello disagio sarebe istato buono, che a tale fine è venuto. Altressì come
aviene in questo secolo: chi vuole avere pro grande e durevole, si conviene
ch'egli si travagli per Dio del cielo suo criatore, altressì come l'uomo si
travaglia in questo mondo, per questo poco di profitto che abbiamo; falla
chi si fida: e' non è durabile (682).
(681) Crediamo utile riferire la lez. del T. F. P.: Adonc convient il que les poures si travaillent pour
leur prouffit, et les riches travaillent de pensees et aulcunes fois de corps.
(682) Il C. L. ed il C. R. 2. hanno: per questo poco di profitto che a nome falla chi si fida e non è
durabile. — Il C. R. 1. e il T. F. P. mancano di questo periodo. Nel C. F. R. si legge: por cel poi
de profit che nos avons; et por ce est fol chi se en fie; car il nen est neent durable. — Noi, sulla
scorta di quest'ultima lez., correggiamo a nome in abbiamo; lasciando il resto quale è nel C. L.
risponde:
Da poi che Adamo mangiò lo pome in Paradiso, lo quale Idio gli avea
difeso, d'allora innanzi niuno pote fare lo suo profitto sanza travaglio, che
inanzi bene lo potrebe aver fatto. Niuno uomo è nè non nascierà, che possa
suo pro fare sanza travaglio. Si conviene che l'uomo pure si travagli di suo
corpo: e' richi, di loro cuore e di pensieri travagliano alcuna volta; altressì
conviene travagliare lo ricco come il povero, che meglio vale che lo
travaglio sia primaio, lo merito poscia (681). Altressì come due uomini
andassono per due cammini: l'uno troverrà a uno miglio chi 'l metterà a
cavallo, e grande bene e onore gli farà, e l'albergherebbe; domane troverrà
al camino chi maggiore onore gli farà e magiore riposo; lo terzo giorno
troverrà più di bene; e il quarto e il quinto e il sesto giorno troverrà una
gente che gli faranno onta, e sì lo inpiccheranno per la gola. Sapiate che
quello onore e quello agio è stato molto rio, che tale fine avrà fatta. L'altro
uomo che va per l'altro camino, lo primo giorno troverà una gente che lo
battesse molto forte e noll'albergasse, e l'altro dì trovasse peggio, lo terzo e
'l quarto e 'l quinto andasse più pegiorando, e 'l sesto giorno trovasse una
grande conpagnia di gente che venisse contra lui con grande allegreza, e
coronerebbollo re, e darebogli grande podere. Sapiate che quello travaglio e
quello disagio sarebe istato buono, che a tale fine è venuto. Altressì come
aviene in questo secolo: chi vuole avere pro grande e durevole, si conviene
ch'egli si travagli per Dio del cielo suo criatore, altressì come l'uomo si
travaglia in questo mondo, per questo poco di profitto che abbiamo; falla
chi si fida: e' non è durabile (682).
(681) Crediamo utile riferire la lez. del T. F. P.: Adonc convient il que les poures si travaillent pour
leur prouffit, et les riches travaillent de pensees et aulcunes fois de corps.
(682) Il C. L. ed il C. R. 2. hanno: per questo poco di profitto che a nome falla chi si fida e non è
durabile. — Il C. R. 1. e il T. F. P. mancano di questo periodo. Nel C. F. R. si legge: por cel poi
de profit che nos avons; et por ce est fol chi se en fie; car il nen est neent durable. — Noi, sulla
scorta di quest'ultima lez., correggiamo a nome in abbiamo; lasciando il resto quale è nel C. L.
Page 137
Cap. XCV.
Lo re domanda: dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri? Sidrac
risponde:
Si veramente dee l'uomo fare bene alla povera gente, chè Idio à date le
riccheze a' ricchi perchè ne dieno a' poveri, e per atagli. Lo ricco dee
pensare che 'l povero è nato d'Adamo e d'Eva altressì com'egli, e è fatto alla
similitudine di Dio come egli; e che la riccheza che Idio gli à donata non è a
lui, se non tanto solamente per lo suo corpo e per la sua anima, se egli
vuole. Quando egli morrà, non porterà con lui nulla; ma, altressì come egli
venne povero e ignudo, povero n'anderà; e però de' egli di quello bene
ch'egli àe farne bene alle povere genti; e quando egli lo fa, lo dee fare
umilmente, sanza niuno argoglio e sanza niuna mostranza, e sanza niuno
broncio (683).
(683) reproche C. F. R. e T. F. P.
Cap. XCVI.
Lo re domanda: come si dee l'uomo contenere con tutta gente? Sidrac
risponde:
Quando l'uomo è tra genti, egli si dee contenere saviamente e
cortesemente, con bella cera e con bella contenenza; e parlare a
misura (684) e a ragione, quando tenpo è, e ascoltare la ragione dell'altra
gente, conciosia cosa ch' (685) egli non vi sia diletto, che ciò è grande
senno e cortesia, d'ascoltare quelli che parla. E anche si dee l'uomo
contenere sanza niuno orgoglio, conciosia cosa ch' (686) egli sia gran
signore, che tanto come egli è più possente, dee essere più cortese e più
umile. E in questo modo sarà egli tenuto cortese e gentile e di buona
Lo re domanda: dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri? Sidrac
risponde:
Si veramente dee l'uomo fare bene alla povera gente, chè Idio à date le
riccheze a' ricchi perchè ne dieno a' poveri, e per atagli. Lo ricco dee
pensare che 'l povero è nato d'Adamo e d'Eva altressì com'egli, e è fatto alla
similitudine di Dio come egli; e che la riccheza che Idio gli à donata non è a
lui, se non tanto solamente per lo suo corpo e per la sua anima, se egli
vuole. Quando egli morrà, non porterà con lui nulla; ma, altressì come egli
venne povero e ignudo, povero n'anderà; e però de' egli di quello bene
ch'egli àe farne bene alle povere genti; e quando egli lo fa, lo dee fare
umilmente, sanza niuno argoglio e sanza niuna mostranza, e sanza niuno
broncio (683).
(683) reproche C. F. R. e T. F. P.
Cap. XCVI.
Lo re domanda: come si dee l'uomo contenere con tutta gente? Sidrac
risponde:
Quando l'uomo è tra genti, egli si dee contenere saviamente e
cortesemente, con bella cera e con bella contenenza; e parlare a
misura (684) e a ragione, quando tenpo è, e ascoltare la ragione dell'altra
gente, conciosia cosa ch' (685) egli non vi sia diletto, che ciò è grande
senno e cortesia, d'ascoltare quelli che parla. E anche si dee l'uomo
contenere sanza niuno orgoglio, conciosia cosa ch' (686) egli sia gran
signore, che tanto come egli è più possente, dee essere più cortese e più
umile. E in questo modo sarà egli tenuto cortese e gentile e di buona
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aria (687). Quando egli à sua ragione a dire, egli dee pensare infra sè
medesimo in che modo dire la dee, con bella cera e con belli sembianti e
con grande cuore. E non ispaventare e vergognare di nulla, che molte volte
l'uomo che à il diritto, e dice la sua ragione spaventatamente e
vergognosamente, egli perde la sua ragione e 'l suo diritto. E quando l'uomo
è tra' fatti (688), s'egli si può contenere saviamente e cortesemente, con suo
pro e con suo onore, egli lo dee fare, se egli vede che dannaggio non gli
venga; e s'egli vede che 'l suo senno nè la sua cortesia non gli vale nulla,
egli si dee contenere follemente, inanzi che lo male gli venga: tra buoni,
buono; tra li rei, reo, se la sua bontà e lo suo senno non gli vale (689).
(684) misurevolmente C. R. 1.
(685) Per sebbene.
(686) c. s.
(687) debonaires C. F. R.
(688) E quando l'uomo entra a' fatti C. R. 2.
(689) Questo strano consiglio del savio Sidrac è in parte spiegato dalla lezione del C. R. 1.: si dia
contenere follemente, siccome elli sono..... intra' buoni, buono, e intra' folli, folle. — Infatti
anche il C. F. R. ha: entre les fol, fol.
Cap. XCVII.
Lo re domanda: quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e quando
il povero diventa ricco val più? Sidrac risponde:
Quando lo ricco perde la sua ricchezza, egli perde lo suo onore e lo suo
podere e il suo senno e la sua cortesia, e diventa istolto; e non si chiama
nimica a consiglio, come dinanzi; e ciascuno s'alunga da lui, perch'egli
perdè la sua memoria e lo suo onore; e niuno pregia le sue parole, e non è
bene ascoltata, anzi è tenuta per nulla; e si diventa codardo e vile; da tutta
gente èe disonorato. Il povero, quand'egli diventa ricco, egli diventa savio e
cortese, conciosia cosa ch' (690) egli sia folle o villano; e si diventa prode e
valente; e la sua parola è ascoltata e udita; e tosto truova amici e
benevoglienti e servidori; e ciascuno s'accosta volentieri co' lui; e ciascuno
medesimo in che modo dire la dee, con bella cera e con belli sembianti e
con grande cuore. E non ispaventare e vergognare di nulla, che molte volte
l'uomo che à il diritto, e dice la sua ragione spaventatamente e
vergognosamente, egli perde la sua ragione e 'l suo diritto. E quando l'uomo
è tra' fatti (688), s'egli si può contenere saviamente e cortesemente, con suo
pro e con suo onore, egli lo dee fare, se egli vede che dannaggio non gli
venga; e s'egli vede che 'l suo senno nè la sua cortesia non gli vale nulla,
egli si dee contenere follemente, inanzi che lo male gli venga: tra buoni,
buono; tra li rei, reo, se la sua bontà e lo suo senno non gli vale (689).
(684) misurevolmente C. R. 1.
(685) Per sebbene.
(686) c. s.
(687) debonaires C. F. R.
(688) E quando l'uomo entra a' fatti C. R. 2.
(689) Questo strano consiglio del savio Sidrac è in parte spiegato dalla lezione del C. R. 1.: si dia
contenere follemente, siccome elli sono..... intra' buoni, buono, e intra' folli, folle. — Infatti
anche il C. F. R. ha: entre les fol, fol.
Cap. XCVII.
Lo re domanda: quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e quando
il povero diventa ricco val più? Sidrac risponde:
Quando lo ricco perde la sua ricchezza, egli perde lo suo onore e lo suo
podere e il suo senno e la sua cortesia, e diventa istolto; e non si chiama
nimica a consiglio, come dinanzi; e ciascuno s'alunga da lui, perch'egli
perdè la sua memoria e lo suo onore; e niuno pregia le sue parole, e non è
bene ascoltata, anzi è tenuta per nulla; e si diventa codardo e vile; da tutta
gente èe disonorato. Il povero, quand'egli diventa ricco, egli diventa savio e
cortese, conciosia cosa ch' (690) egli sia folle o villano; e si diventa prode e
valente; e la sua parola è ascoltata e udita; e tosto truova amici e
benevoglienti e servidori; e ciascuno s'accosta volentieri co' lui; e ciascuno
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gli fa onore e reverenzia; e si è ispesso a consiglio chiamato. Lo ricco si è
altressì come uno vasello di terra, che è adornato di pietre preziose e di fino
oro e di grande ricchezze, e poi è gittato nel fuoco, e tutta la riccheza si
perde e si consuma: lo vasello che è di terra che avea le riccheze acattate,
diventa terra e nulla. Si che tutta la riccheza di questo secolo non è già di
coloro che l'ànno, anzi l'ànno in prestanza: siccome uno mercatante che
signoreggia lo castello d'uno ricco uomo, e non à di quello se non quello
ch'egli travaglia, e vive di quello; e quando lo ricco uomo vuole pigliare lo
suo, lo mercatante è tutto fuori dell'avere, ma tanto àe, ch'egli è bene vivuto
di quello avere. Altressì sono le genti di questo secolo, se non tanto come
egli sono in vita, cioè ch'egli fanno la loro volontade; quando egli muoiono,
altressì poveri vanno come egli vengono. Ma lo povero che fue ricco, è più
gentile che quelli che non ebe unque nulla.
(690) Anche qui per sebbene.
Cap. XCVIII.
Lo re domanda: la malvagia maniera e' costumi donde viene? Sidrac
risponde:
Della volontà dell'uomo e della sua malizia e del suo malvagio cuore,
che tutto escie di lui, ch'egli àe lo senno che conoscie, che egli àe malvagia
maniera e costumi; e ch'egli lo può bene lasciare, se egli vuole pigliare lo
buono costume, e fare bene. Che quelli che àe malvagio costume in sè, bene
non puote fare nè dire, nè bene avere, nè buone lode avere dalla gente, nè
bene rispondere di cuore; che tuttavia lo suo cuore pensa a mal fare, e si è
tuttavia in grande travaglio; e consuma lo suo cuore, e usa lo suo tenpo a
mal fare. Altressì come colui che puote andare sicuramente per uno piano
con piccolo cammino, e egli vae per dirupi e per grande montagne, e fa gran
camino, e mettesi in pericolo, altressì aviene di quelli che fa la ria costuma
e lascia la buona.
altressì come uno vasello di terra, che è adornato di pietre preziose e di fino
oro e di grande ricchezze, e poi è gittato nel fuoco, e tutta la riccheza si
perde e si consuma: lo vasello che è di terra che avea le riccheze acattate,
diventa terra e nulla. Si che tutta la riccheza di questo secolo non è già di
coloro che l'ànno, anzi l'ànno in prestanza: siccome uno mercatante che
signoreggia lo castello d'uno ricco uomo, e non à di quello se non quello
ch'egli travaglia, e vive di quello; e quando lo ricco uomo vuole pigliare lo
suo, lo mercatante è tutto fuori dell'avere, ma tanto àe, ch'egli è bene vivuto
di quello avere. Altressì sono le genti di questo secolo, se non tanto come
egli sono in vita, cioè ch'egli fanno la loro volontade; quando egli muoiono,
altressì poveri vanno come egli vengono. Ma lo povero che fue ricco, è più
gentile che quelli che non ebe unque nulla.
(690) Anche qui per sebbene.
Cap. XCVIII.
Lo re domanda: la malvagia maniera e' costumi donde viene? Sidrac
risponde:
Della volontà dell'uomo e della sua malizia e del suo malvagio cuore,
che tutto escie di lui, ch'egli àe lo senno che conoscie, che egli àe malvagia
maniera e costumi; e ch'egli lo può bene lasciare, se egli vuole pigliare lo
buono costume, e fare bene. Che quelli che àe malvagio costume in sè, bene
non puote fare nè dire, nè bene avere, nè buone lode avere dalla gente, nè
bene rispondere di cuore; che tuttavia lo suo cuore pensa a mal fare, e si è
tuttavia in grande travaglio; e consuma lo suo cuore, e usa lo suo tenpo a
mal fare. Altressì come colui che puote andare sicuramente per uno piano
con piccolo cammino, e egli vae per dirupi e per grande montagne, e fa gran
camino, e mettesi in pericolo, altressì aviene di quelli che fa la ria costuma
e lascia la buona.
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Cap. XCIX.
Lo re domanda: lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente fermato
il martello e le tanaglie e l'ancudine? Sidrac risponde:
Iddio fece tutto; e sepe bene che l'uomo avea bisognio (691) in questo
mondo. Sì lo mandò Adamo a insegnare per lo suo agnolo (692), che egli
prendesse lo ferro, che era come rena, e facessene ancudine e martello e
tanaglie, e quello che bisognio gli era, e che di ciò servirà lo mondo, tanto
come egli durerà. E Adamo fece lo suo comandamento. E diventò poi così
duro, come egli è ora. Quando venne el diluvio, Noè mise nell'arca delli
stovigli (693), che furono fogiati con quelli, e l'uno coll'altro dureranno
infino alla fine del mondo.
(691) di ciò che l'uomo ebbe bisogno C. R. 2.
(692) Trad. letterale del C. F. R.: si le manda Adam enseigner per son angle. — Meglio nel C. R. 1.:
Et sie mandò Idio ad Adamo uno angelo che li disse, ecc.
(693) Corrisponde al C. F. R.: mist en l'arche de ceaus ostils qui furent ec. — Ostil, ant. fr. significa
utensile, strumento dell'uso domestico. — Nel C. R. 1. si legge: e quando venne il diluvio, Noè
mise le dette ferramenta nell'arca, e duraranno sempre, infino alla fine del mondo.
Cap. C.
Lo re domanda: quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male? Sidrac
risponde:
Di quelli che giurano lo loro Idio falsamente, quale egli sia o buono o
rio, fanno molto grande male; ch'egli nol tengono già per rio, anzi lo
tengono per buono. S'egli giurano falsamente per cupidigia, e conoscono
bene che egli giurano falsamente, quelli sono diavoli e peggio che
miscredenti, perch'egli falsano lo loro Idio per cupideza. Conciosia cosa
ch' (694) elli sia malvagio, per buono lo tengono (695) elli; anche sapesse
Lo re domanda: lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente fermato
il martello e le tanaglie e l'ancudine? Sidrac risponde:
Iddio fece tutto; e sepe bene che l'uomo avea bisognio (691) in questo
mondo. Sì lo mandò Adamo a insegnare per lo suo agnolo (692), che egli
prendesse lo ferro, che era come rena, e facessene ancudine e martello e
tanaglie, e quello che bisognio gli era, e che di ciò servirà lo mondo, tanto
come egli durerà. E Adamo fece lo suo comandamento. E diventò poi così
duro, come egli è ora. Quando venne el diluvio, Noè mise nell'arca delli
stovigli (693), che furono fogiati con quelli, e l'uno coll'altro dureranno
infino alla fine del mondo.
(691) di ciò che l'uomo ebbe bisogno C. R. 2.
(692) Trad. letterale del C. F. R.: si le manda Adam enseigner per son angle. — Meglio nel C. R. 1.:
Et sie mandò Idio ad Adamo uno angelo che li disse, ecc.
(693) Corrisponde al C. F. R.: mist en l'arche de ceaus ostils qui furent ec. — Ostil, ant. fr. significa
utensile, strumento dell'uso domestico. — Nel C. R. 1. si legge: e quando venne il diluvio, Noè
mise le dette ferramenta nell'arca, e duraranno sempre, infino alla fine del mondo.
Cap. C.
Lo re domanda: quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male? Sidrac
risponde:
Di quelli che giurano lo loro Idio falsamente, quale egli sia o buono o
rio, fanno molto grande male; ch'egli nol tengono già per rio, anzi lo
tengono per buono. S'egli giurano falsamente per cupidigia, e conoscono
bene che egli giurano falsamente, quelli sono diavoli e peggio che
miscredenti, perch'egli falsano lo loro Idio per cupideza. Conciosia cosa
ch' (694) elli sia malvagio, per buono lo tengono (695) elli; anche sapesse
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elli ch'egli fosse malvagio, e si spergiurano (696), per falsare la gente, e
ellino peccano fortemente, per falsità ch'egli fanno alla gente. Quelli che
non ànno fede nè lealtà, non dovrebono essere creduti fra la gente, di cosa
ch'egli dicano. Anzi dovrebono essere tenuti peggio che una bestia; nè
affidare (697) nè asicurare non si dee uomo in loro; chè quando il loro Idio
falsano per cupideza, bene lo faranno a uomo.
(694) Il C. R. 1. ha qui: già sia ciò che.
(695) tengo C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(696) spergiurassero C. R. 1.
(697) di fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. F. R. ha: afier; che spiega l'errore del n. c.
Cap. CI.
Lo re domanda: de' l'uomo essere casto di tutte cose? Sidrac risponde:
L'uomo dee essere casto del suo corpo e di tutte cose: primieramente di
luxuria, nè di giurare male, nè di riguardare nè udire male, nè pensare male,
nè andare in malo luogo, nè mangiare in male, nè dormire in male, nè
consigliare in male, nè bere in male nè più ch'egli suole, nè vestire in male,
nè togliere in male. Di tutto questo dee l'uomo essere casto, e di molte altre
cose. Chi così farà, quelli sarà quelli cui Iddio formò alla sua figura (698).
Chè Idio à dato a ciascuno senno e sapere di schifare tutto questo; e se egli
lo fa, egli è amico di Dio e degno della sua conpagnia, quando tenpo sarà.
(698) sigurtà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., confermato dal C. F. R.
Cap. CII.
ellino peccano fortemente, per falsità ch'egli fanno alla gente. Quelli che
non ànno fede nè lealtà, non dovrebono essere creduti fra la gente, di cosa
ch'egli dicano. Anzi dovrebono essere tenuti peggio che una bestia; nè
affidare (697) nè asicurare non si dee uomo in loro; chè quando il loro Idio
falsano per cupideza, bene lo faranno a uomo.
(694) Il C. R. 1. ha qui: già sia ciò che.
(695) tengo C. L. — Abb. corr. col C. R. 1.
(696) spergiurassero C. R. 1.
(697) di fare C. L. — Abb. corr. col C. R. 1. — Il C. F. R. ha: afier; che spiega l'errore del n. c.
Cap. CI.
Lo re domanda: de' l'uomo essere casto di tutte cose? Sidrac risponde:
L'uomo dee essere casto del suo corpo e di tutte cose: primieramente di
luxuria, nè di giurare male, nè di riguardare nè udire male, nè pensare male,
nè andare in malo luogo, nè mangiare in male, nè dormire in male, nè
consigliare in male, nè bere in male nè più ch'egli suole, nè vestire in male,
nè togliere in male. Di tutto questo dee l'uomo essere casto, e di molte altre
cose. Chi così farà, quelli sarà quelli cui Iddio formò alla sua figura (698).
Chè Idio à dato a ciascuno senno e sapere di schifare tutto questo; e se egli
lo fa, egli è amico di Dio e degno della sua conpagnia, quando tenpo sarà.
(698) sigurtà C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., confermato dal C. F. R.
Cap. CII.
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Lo re domanda: con cui dee l'uomo andare e cui dee l'uomo schifare. Sidrac
risponde:
L'uomo dee andare nella bella rugiada e nella bella verdura, e dee
l'uomo schifare d'andare sopra il fuoco ardente; chè chi va sopra la rugiada
e sopra la verdura, non può avere niuno male e va sicuramente; e quelli che
va sopra lo fuoco, non puote avere se non male e danno. Cioè a dire: l'uomo
dee amare la buona gente e andare in loro conpagnia, perch'egli non potrà
andare se non bene, e sarà salvo e sicuro, come quelli che va sopra la
rugiada. E quelli che vanno in buona conpagnia, avranno tutto bene e lodo
dalla gente; e quelli che vanno colla ria conpagnia, conciosia cosa
ch' (699) egli sieno buona gente, si non possono avere se non male e onta e
vergogna e biasimo e rio lodo, e saranno dispregiati in fra la gente. E però
de' l'uomo amare i buoni, e tenegli presso; e non gli caglia s'egli è povero o
ricco; e odiare i rei, e schifagli.
(699) benchè C. R. 2.
Cap. CIII.
Lo re domanda: che vale meglio, o riccheza od onore? Sidrac risponde:
Riccheza si è corporale, e onore si è spirituale. Chi à la ricchezza, si
può aver quello che mestiere gli è all'anima e al corpo; egli troverrà chi gli
farà piacere e servigio per la sua ricchezza; e non puote essere sì cattivo,
che egli non abia ciò che mestieri gli fa al corpo; e la sua riccheza si potrà
molto adagiare (700). Il povero che non à se non onore, poco gli vale; che
dello onore che le genti gli fanno non potrà essere satollo nè ben vestito,
chè l'onore vae al vento, che è spirito (701). Egli non è si bene tenente come
lo ricco; che meglio vale che l'uomo dica ch'egli sia ricco villano, che
povero onorato.
risponde:
L'uomo dee andare nella bella rugiada e nella bella verdura, e dee
l'uomo schifare d'andare sopra il fuoco ardente; chè chi va sopra la rugiada
e sopra la verdura, non può avere niuno male e va sicuramente; e quelli che
va sopra lo fuoco, non puote avere se non male e danno. Cioè a dire: l'uomo
dee amare la buona gente e andare in loro conpagnia, perch'egli non potrà
andare se non bene, e sarà salvo e sicuro, come quelli che va sopra la
rugiada. E quelli che vanno in buona conpagnia, avranno tutto bene e lodo
dalla gente; e quelli che vanno colla ria conpagnia, conciosia cosa
ch' (699) egli sieno buona gente, si non possono avere se non male e onta e
vergogna e biasimo e rio lodo, e saranno dispregiati in fra la gente. E però
de' l'uomo amare i buoni, e tenegli presso; e non gli caglia s'egli è povero o
ricco; e odiare i rei, e schifagli.
(699) benchè C. R. 2.
Cap. CIII.
Lo re domanda: che vale meglio, o riccheza od onore? Sidrac risponde:
Riccheza si è corporale, e onore si è spirituale. Chi à la ricchezza, si
può aver quello che mestiere gli è all'anima e al corpo; egli troverrà chi gli
farà piacere e servigio per la sua ricchezza; e non puote essere sì cattivo,
che egli non abia ciò che mestieri gli fa al corpo; e la sua riccheza si potrà
molto adagiare (700). Il povero che non à se non onore, poco gli vale; che
dello onore che le genti gli fanno non potrà essere satollo nè ben vestito,
chè l'onore vae al vento, che è spirito (701). Egli non è si bene tenente come
lo ricco; che meglio vale che l'uomo dica ch'egli sia ricco villano, che
povero onorato.
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(700) È da correggere colla lez. del C. R. 1.: et per sua ricchezza si poterà molto
adagiare. — Adagiare per prendere i suoi agi; come aiser del C. F. R., per mettre à l'aise. L'ital.
ha anche: agiare.
(701) ène uno vento C. R. 1.
Cap. CIV.
Lo re domanda: de' l'uomo portare onore al povero come al ricco in
giustizia? Sidrac risponde:
Chi lealtà vuol fare, egli dee altressì giudicare lo povero come lo ricco.
E in giudicamento non dee stare già lo povero in piede e lo ricco a sedere;
anzi de' comandare al povero e al ricco di stare in piede; e intendere e
ascoltare così la ragione del povero come del ricco. E l'uno e l'altro debono
essere al giudicamento comunali, chè la giustizia si è Iddio, e però si dee
fare lealmente, altressì come Idio giudica lealmente a tutti, alla morte, al
povero come al ricco; che niuno nol puote ischifare nè scanpare.
Cap. CV.
Lo re domanda lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco nella
sua ricchezza. Sidrac risponde:
Li poveri si dilettano nella loro povertà, più che gli ricchi nella loro
ricchezza; chè i ricchi sono più cupidi che i poveri. I ricchi non possono
tanto bene avere, ch'egli non disidirino più; similemente come l'affamato e
lo satollo; che quelli che è satollo, è agiato; e quelli che è affamato, è
disagio; lo ricco non si puote satollare di riccheza; e lo povero non puote
avere sì poco del suo, ch'egli non si diletti a magiore gioia. Altressì come
adagiare. — Adagiare per prendere i suoi agi; come aiser del C. F. R., per mettre à l'aise. L'ital.
ha anche: agiare.
(701) ène uno vento C. R. 1.
Cap. CIV.
Lo re domanda: de' l'uomo portare onore al povero come al ricco in
giustizia? Sidrac risponde:
Chi lealtà vuol fare, egli dee altressì giudicare lo povero come lo ricco.
E in giudicamento non dee stare già lo povero in piede e lo ricco a sedere;
anzi de' comandare al povero e al ricco di stare in piede; e intendere e
ascoltare così la ragione del povero come del ricco. E l'uno e l'altro debono
essere al giudicamento comunali, chè la giustizia si è Iddio, e però si dee
fare lealmente, altressì come Idio giudica lealmente a tutti, alla morte, al
povero come al ricco; che niuno nol puote ischifare nè scanpare.
Cap. CV.
Lo re domanda lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco nella
sua ricchezza. Sidrac risponde:
Li poveri si dilettano nella loro povertà, più che gli ricchi nella loro
ricchezza; chè i ricchi sono più cupidi che i poveri. I ricchi non possono
tanto bene avere, ch'egli non disidirino più; similemente come l'affamato e
lo satollo; che quelli che è satollo, è agiato; e quelli che è affamato, è
disagio; lo ricco non si puote satollare di riccheza; e lo povero non puote
avere sì poco del suo, ch'egli non si diletti a magiore gioia. Altressì come
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uno uomo ch'è stato in infermità uno grande tenpo, e egli vede intorno a lui
altrui sano e lieto; sì tosto come l'angoscia e lo male l'à lasciato uno giorno
o due, egli è più ad agio e più gioioso che quelli ch'è stato tuttavia sano e
allegro. E così si diletta lo povero di cento danari, chi glieli donasse, come
lo ricco di mille marche d'oro, in sua riccheza.
Cap. CVI.
Lo re domanda: dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? Sidrac risponde:
L'uomo non si dee vantare di quello ch'egli avrà fatto; e se egli lo fa,
egli farà dispiacere a Dio e onta a sè medesimo. E s'egli è prò e valente, e
egli si vanta, egli fa come vile e codardo, e le genti lo spregiano direto da
lui (702), conciosia cosa che inanzi non gli dicono. E quello valore tengono
per codardia, perchè i codardi si vantano, perciò ch'egli non ànno niuna
prodeza in loro; e si credono fare tenere prò e valenti per li loro vanti (703);
e per questo sono tenuti più vili ch'egli non sono. Ma lo savio prò e valente
dee tacere, e stare cheto di suo valore contare; e allora è egli più pregiato, e
la sua prodeza più inalzata tra la gente; e la gente contano la loro prodeza
per loro; e così è loro grande onore. E gli stolti che si vantano de'
peccati (704), quelli non sono già uomini, ma peggio che bestie, ch'egli
ricontano la loro onta e gli loro peccati senza vergogna, altressì come bestie
che fanno la loro bisogna inanzi l'altre bestie. La bestia non è da biasimare,
imperò ch'ella non à senno (705) ch'ella lo faccia copertamente; nè peccato
non fa ella già. Ma quelli che si vanta del peccato ch'egli à fatto, e che si
diletta in contallo, egli pecca molto, e è tenuto peggio che bestia.
(702) Manca direto al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(703) per loro buffe e per loro vantanze C. R. 1. — Anche l'ant. franc. ha buffoi, bufoie per vanità,
ostentazione. Ma tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. leggesi invece bourdes (dal vb. bohorder),
che significa moquerie, raillerie. Cf. Burguy, Gramm., a Horde. — In provenzale si ha il vb.
bordir, che vuol dire joûter, folatrer.
(704) Et il folle che si vanta di sua follia C. R. 1.
(705) Manca senno al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
altrui sano e lieto; sì tosto come l'angoscia e lo male l'à lasciato uno giorno
o due, egli è più ad agio e più gioioso che quelli ch'è stato tuttavia sano e
allegro. E così si diletta lo povero di cento danari, chi glieli donasse, come
lo ricco di mille marche d'oro, in sua riccheza.
Cap. CVI.
Lo re domanda: dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? Sidrac risponde:
L'uomo non si dee vantare di quello ch'egli avrà fatto; e se egli lo fa,
egli farà dispiacere a Dio e onta a sè medesimo. E s'egli è prò e valente, e
egli si vanta, egli fa come vile e codardo, e le genti lo spregiano direto da
lui (702), conciosia cosa che inanzi non gli dicono. E quello valore tengono
per codardia, perchè i codardi si vantano, perciò ch'egli non ànno niuna
prodeza in loro; e si credono fare tenere prò e valenti per li loro vanti (703);
e per questo sono tenuti più vili ch'egli non sono. Ma lo savio prò e valente
dee tacere, e stare cheto di suo valore contare; e allora è egli più pregiato, e
la sua prodeza più inalzata tra la gente; e la gente contano la loro prodeza
per loro; e così è loro grande onore. E gli stolti che si vantano de'
peccati (704), quelli non sono già uomini, ma peggio che bestie, ch'egli
ricontano la loro onta e gli loro peccati senza vergogna, altressì come bestie
che fanno la loro bisogna inanzi l'altre bestie. La bestia non è da biasimare,
imperò ch'ella non à senno (705) ch'ella lo faccia copertamente; nè peccato
non fa ella già. Ma quelli che si vanta del peccato ch'egli à fatto, e che si
diletta in contallo, egli pecca molto, e è tenuto peggio che bestia.
(702) Manca direto al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(703) per loro buffe e per loro vantanze C. R. 1. — Anche l'ant. franc. ha buffoi, bufoie per vanità,
ostentazione. Ma tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. leggesi invece bourdes (dal vb. bohorder),
che significa moquerie, raillerie. Cf. Burguy, Gramm., a Horde. — In provenzale si ha il vb.
bordir, che vuol dire joûter, folatrer.
(704) Et il folle che si vanta di sua follia C. R. 1.
(705) Manca senno al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
Page 145
Cap. CVII.
Lo re domanda: come fiatano i cani più ch'altra bestia (706)? Sidrac
risponde:
I cani sono di più calda natura che altra bestia; e del loro calore,
quando eglino si congiungono, eglino si rinflabiliscono; e si giungono e
s'apigliano, altressì come due pezi di ferro rovente (707): l'uomo mette l'uno
sopra l'altro, e fiere di sopra, e elli s'apiccano lo loro calore; altressì fanno
gli cani.
(706) Questo titolo è errato. Deve dire, come negli altri Codd.: come li cani s'apiccano insieme.
(707) Nel C. R. 1. v'è questo di più: et anco si ci àne un'altra ragione, che, quando il maschio
discende sopra la femina, suo membro s'attortiglia in essa, e non si puote sì tosto partire da
essa. Che s'elli discende dritto com'elli monta, elli non si appicciarebbero tanto.
Cap. CVIII.
Lo re domanda: quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine
fanno male? Sidrac risponde:
Quegli che ànno cupideza dell'altrui femine o dell'altrui cose, egli
fanno grande male, e sono chiamati vicini (708) del diavolo; che il diavolo
non si satolla giammai di mal fare, e vorrebe tutto giorno trarre a lui.
Altressì è di coloro ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine;
che altressì dovrebono egli fare con altrui, come e' volesseno che altri
facesse a loro (709); chè quelli che volesse che altri gli togliesse sua roba o
sua femina, molto gli parebe grande fatica, e molto ne sarebe dolente; e
similmente è di colui (710); chè l'uomo de' avere astinenza delle cose,
povero e ricco ch'egli sia, e non dee avere cupideza dell'altrui cose, altressì
come gli angioli di Dio, che non ànno cupideza.
Lo re domanda: come fiatano i cani più ch'altra bestia (706)? Sidrac
risponde:
I cani sono di più calda natura che altra bestia; e del loro calore,
quando eglino si congiungono, eglino si rinflabiliscono; e si giungono e
s'apigliano, altressì come due pezi di ferro rovente (707): l'uomo mette l'uno
sopra l'altro, e fiere di sopra, e elli s'apiccano lo loro calore; altressì fanno
gli cani.
(706) Questo titolo è errato. Deve dire, come negli altri Codd.: come li cani s'apiccano insieme.
(707) Nel C. R. 1. v'è questo di più: et anco si ci àne un'altra ragione, che, quando il maschio
discende sopra la femina, suo membro s'attortiglia in essa, e non si puote sì tosto partire da
essa. Che s'elli discende dritto com'elli monta, elli non si appicciarebbero tanto.
Cap. CVIII.
Lo re domanda: quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine
fanno male? Sidrac risponde:
Quegli che ànno cupideza dell'altrui femine o dell'altrui cose, egli
fanno grande male, e sono chiamati vicini (708) del diavolo; che il diavolo
non si satolla giammai di mal fare, e vorrebe tutto giorno trarre a lui.
Altressì è di coloro ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui femine;
che altressì dovrebono egli fare con altrui, come e' volesseno che altri
facesse a loro (709); chè quelli che volesse che altri gli togliesse sua roba o
sua femina, molto gli parebe grande fatica, e molto ne sarebe dolente; e
similmente è di colui (710); chè l'uomo de' avere astinenza delle cose,
povero e ricco ch'egli sia, e non dee avere cupideza dell'altrui cose, altressì
come gli angioli di Dio, che non ànno cupideza.
Page 146
(708) Pare da intendersi compagni del diavolo. — Nel C. R. 2.: ventri del diavolo. — Nel T. F. P. e
nel C. F. R.: gracieux au deable.
(709) e vorrebbe che facesse a lui C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(710) Meglio sarebbe lui. E qui deve essere stato usato colui, come traduzione letterale di celui.
Cap. CIX.
Lo re domanda: può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza o per
niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire? Sidrac risponde:
La morte è simigliante all'aria di questo secolo, che tutte le creature
che vivono, conviene che vivano di lei; e se l'aria loro falliscie una ora,
morti sarebono. Già non può essere tanto sotterra, che l'aria non vada (711);
e chi non sente l'aria si è morto. Altressì della morte; che niuno nolla puote
fugire, che non sia morto (712), per tenpo o tardi; chè s'egli andasse al
nabisso della terra o al fondo del mare, o s'agrappasse (713) all'aria, della
morte non potrebe fugire; chè, in qualunque luogo egli sia, o alto o basso o
grande o piccolo, la morte va tuttavia a lui, che uno solo passo nollo lascia;
anzi lo porta sopra a sè, come uno de' suoi menbri, e più; chè uno de' suoi
menbri potrebe l'uomo tagliare, uno o due o tre, e gittagli via; e tutto l'avere
del mondo e tutta la forza non potrebe l'uomo acattare (714) a vivere una
sola ora più che a Dio venisse a piacere; chè buoni e rei, ricchi e poveri,
vecchi e giovani, frali e forti, savi e folli morire gli conviene, chè niuno ne
puote scanpare.
(711) Così hanno pure gli altri Codd. italiani. — Ma il C. F. R. corregge l'errore: ja ne peut estre
soute terre cosse che de l'air vivent.
(712) che non moia C. R. 2.
(713) Nel C. F. R.: campast en l'air. E probabilmente aggrappasse fu, nell'intenzione del traduttore,
volgarizzamento di campast.
(714) rechepter T. F. P. — nolla potrebbero ricomprare nè scanpare una quarta ora più, se a Dio ec.
C. R. 1. — non potrebono avere gracia di fare vivere una sola ora più, che a Dio ec. C. R. 2.
nel C. F. R.: gracieux au deable.
(709) e vorrebbe che facesse a lui C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(710) Meglio sarebbe lui. E qui deve essere stato usato colui, come traduzione letterale di celui.
Cap. CIX.
Lo re domanda: può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza o per
niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire? Sidrac risponde:
La morte è simigliante all'aria di questo secolo, che tutte le creature
che vivono, conviene che vivano di lei; e se l'aria loro falliscie una ora,
morti sarebono. Già non può essere tanto sotterra, che l'aria non vada (711);
e chi non sente l'aria si è morto. Altressì della morte; che niuno nolla puote
fugire, che non sia morto (712), per tenpo o tardi; chè s'egli andasse al
nabisso della terra o al fondo del mare, o s'agrappasse (713) all'aria, della
morte non potrebe fugire; chè, in qualunque luogo egli sia, o alto o basso o
grande o piccolo, la morte va tuttavia a lui, che uno solo passo nollo lascia;
anzi lo porta sopra a sè, come uno de' suoi menbri, e più; chè uno de' suoi
menbri potrebe l'uomo tagliare, uno o due o tre, e gittagli via; e tutto l'avere
del mondo e tutta la forza non potrebe l'uomo acattare (714) a vivere una
sola ora più che a Dio venisse a piacere; chè buoni e rei, ricchi e poveri,
vecchi e giovani, frali e forti, savi e folli morire gli conviene, chè niuno ne
puote scanpare.
(711) Così hanno pure gli altri Codd. italiani. — Ma il C. F. R. corregge l'errore: ja ne peut estre
soute terre cosse che de l'air vivent.
(712) che non moia C. R. 2.
(713) Nel C. F. R.: campast en l'air. E probabilmente aggrappasse fu, nell'intenzione del traduttore,
volgarizzamento di campast.
(714) rechepter T. F. P. — nolla potrebbero ricomprare nè scanpare una quarta ora più, se a Dio ec.
C. R. 1. — non potrebono avere gracia di fare vivere una sola ora più, che a Dio ec. C. R. 2.
Page 147
Cap. CX.
Lo re domanda: è buono a rispondere a quelli che folle parla? Sidrac
risponde:
A quelli che follemente parlano l'uomo loro non degnia rispondere, se
le sue parole non sono in suo danno. Che alcuna volta che i folli parlano
d'alcuno uomo follemente, e l'uomo non sa perchè (715) quelli si dice, se
egli risponde, ogni uomo saprà che per lui l'avrà detto. Quando lo savio è
ripreso, ch'egli abia follemente parlato, egli se ne vergogna e si pente; e lo
folle quando egli parla follemente, e l'uomo lo riprende, egli si cruccia e si
infolliscie più; e afermano incontanente le loro folli parole; e si ingenerano
molte follie, e in pensieri e in ragioni e in grandi pianti (716). E lo tacere
vale meglio che lo rispondere a cotali gente.
(715) per cui C. R. 2.
(716) et de la sont engendrees moult de folles pensees et de raisons et de grans plaitz
T. F. P. — Notisi l'errore di avere tradotto plaitz per pianti, mentre vuol dire disputa, litigio.
Infatti il C. R. 2., che concorda nel resto col C. L., ha, invece di pianti, piati.
Cap. CXI.
Lo re domanda: qual'è la più grave cosa che sia? Sidrac risponde:
La più grave arte (717) che sia si è la lettera, e la più sottile e la più
profonda e la più innorata (718); e si è signora e maestra dell'altre arti; e
non si chiama arte anzi senno, per coloro che guadagnano delle loro mani
dello scrivere. E lo scrivere è la più grave e la più travagliosa e la più
noiosa, che niuna arte che sia al mondo. E non è arte che l'uomo non
potesse lavorare e pensare, e parlare altro, e ridere e ascoltare; e (719)
nell'arte della scrittura l'uomo non può fare (720); chè quelli che iscrive,
travaglia tutto il suo corpo e gli occhi e 'l cervello e le reni, e sì non puote
Lo re domanda: è buono a rispondere a quelli che folle parla? Sidrac
risponde:
A quelli che follemente parlano l'uomo loro non degnia rispondere, se
le sue parole non sono in suo danno. Che alcuna volta che i folli parlano
d'alcuno uomo follemente, e l'uomo non sa perchè (715) quelli si dice, se
egli risponde, ogni uomo saprà che per lui l'avrà detto. Quando lo savio è
ripreso, ch'egli abia follemente parlato, egli se ne vergogna e si pente; e lo
folle quando egli parla follemente, e l'uomo lo riprende, egli si cruccia e si
infolliscie più; e afermano incontanente le loro folli parole; e si ingenerano
molte follie, e in pensieri e in ragioni e in grandi pianti (716). E lo tacere
vale meglio che lo rispondere a cotali gente.
(715) per cui C. R. 2.
(716) et de la sont engendrees moult de folles pensees et de raisons et de grans plaitz
T. F. P. — Notisi l'errore di avere tradotto plaitz per pianti, mentre vuol dire disputa, litigio.
Infatti il C. R. 2., che concorda nel resto col C. L., ha, invece di pianti, piati.
Cap. CXI.
Lo re domanda: qual'è la più grave cosa che sia? Sidrac risponde:
La più grave arte (717) che sia si è la lettera, e la più sottile e la più
profonda e la più innorata (718); e si è signora e maestra dell'altre arti; e
non si chiama arte anzi senno, per coloro che guadagnano delle loro mani
dello scrivere. E lo scrivere è la più grave e la più travagliosa e la più
noiosa, che niuna arte che sia al mondo. E non è arte che l'uomo non
potesse lavorare e pensare, e parlare altro, e ridere e ascoltare; e (719)
nell'arte della scrittura l'uomo non può fare (720); chè quelli che iscrive,
travaglia tutto il suo corpo e gli occhi e 'l cervello e le reni, e sì non puote
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pensare nè parlare altro, nè ridere nè guardare nè cantare, se non solamente
gli conviene avere la sua mente allo scrivere. E chi non sa iscrivere, non
potrebe credere che cosa lo scrivere sia. Ella non è arte, ma è arte e
travaglio, più che niuna altra arte; e non si potrebe fare grande pagamento
allo scrivano (721).
(717) Il C. L. ha: cosa. Ma poichè in tutti gli altri Codd. leggesi arte, abbiamo creduto di poter fare
questa correzione.
(718) onorata C. R. 1., C. R. 2.
(719) ma C. R. 1.
(720) non può l'uomo ciò fare C. R. 1.
(721) Forse queste ultime parole sono state aggiunte o mutate dal povero amanuense fiorentino. Esse
non leggonsi nè nel C. R. 1., nè nel C. F. R., nè nel T. F. P.
Cap. CXII.
Lo re domanda: quelli che si travagliano e non sanno aiutare (722), perchè
non fanno eglino? Sidrac risponde:
Quegli che si travagliano, e non sanno adagiare sè, son servi a quello
avere che è d'altrui, e muoiono in servitudine, e altri gode quello avere.
L'uomo non dee nimica follemente guastare lo suo avere, nè lasciarsi avere
disagio; ma dee ispendere a misura e a ragione, quando eglino ànno tenpo,
ed agiare quelli che non ànno. Di che, quelli fa bene e a diritto che così fa.
(722) ceulx qui travaillent et ne se osent ayser pourquoy le font ilz? T. F. P. — Aiser significa tanto
donner de l'aise, soulager, che aider, securir: indi l'errore del testo. Il quale più sotto traduce
bene aiser per adagiare, nel senso di prendere i suoi agi. — Questo adagiare, di cui la Crusca
registra un solo esempio, pare che piaccia al nostro volgarizzatore, che l'ha usato anche pochi
capitoli indietro.
Cap. CXIII.
gli conviene avere la sua mente allo scrivere. E chi non sa iscrivere, non
potrebe credere che cosa lo scrivere sia. Ella non è arte, ma è arte e
travaglio, più che niuna altra arte; e non si potrebe fare grande pagamento
allo scrivano (721).
(717) Il C. L. ha: cosa. Ma poichè in tutti gli altri Codd. leggesi arte, abbiamo creduto di poter fare
questa correzione.
(718) onorata C. R. 1., C. R. 2.
(719) ma C. R. 1.
(720) non può l'uomo ciò fare C. R. 1.
(721) Forse queste ultime parole sono state aggiunte o mutate dal povero amanuense fiorentino. Esse
non leggonsi nè nel C. R. 1., nè nel C. F. R., nè nel T. F. P.
Cap. CXII.
Lo re domanda: quelli che si travagliano e non sanno aiutare (722), perchè
non fanno eglino? Sidrac risponde:
Quegli che si travagliano, e non sanno adagiare sè, son servi a quello
avere che è d'altrui, e muoiono in servitudine, e altri gode quello avere.
L'uomo non dee nimica follemente guastare lo suo avere, nè lasciarsi avere
disagio; ma dee ispendere a misura e a ragione, quando eglino ànno tenpo,
ed agiare quelli che non ànno. Di che, quelli fa bene e a diritto che così fa.
(722) ceulx qui travaillent et ne se osent ayser pourquoy le font ilz? T. F. P. — Aiser significa tanto
donner de l'aise, soulager, che aider, securir: indi l'errore del testo. Il quale più sotto traduce
bene aiser per adagiare, nel senso di prendere i suoi agi. — Questo adagiare, di cui la Crusca
registra un solo esempio, pare che piaccia al nostro volgarizzatore, che l'ha usato anche pochi
capitoli indietro.
Cap. CXIII.
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Lo re domanda: come infolliscono le genti? Sidrac risponde:
Le genti si infolliscono in molti modi. Uomini sono nati molti senplici,
come folli. Altri perdono lo senno per malizie; altri della fralezza del
cervello; altri de' rei omori, per tropo perdere sangue; altri per grande alore;
altri per rie onbre, che si dimostrano loro e gli spaventa; altri di tropo
digiunare e di tropo veghiare, che loro secca lo cervello; altri per danno
ch'egli ricevono, per grande dolore e per molti altri modi. E di tutti questi
modi di follie ciascuno porta lo suo danno; ch'apena farebono mai male ad
altrui. Ma altre maniere di folli sono, che sono molte rie per loro e per
altrui; cioè a sapere di coloro che mangiano e beono e tolgono l'altrui, che
inbolano e uccidono la gente, e che falsamente giurano e peccano in molti
modi, quelli che dicono false testimonianze. E di cotali folli l'uomo si dee
molto guardare; che per la loro follia e malvagità fanno molti altri mali a
molte altre genti. E l'altre follie inanzi dette non gravano la gente, anzi loro
medesimi portano la loro pena (723).
(723) portent leur somme et leur peine avecques elles T. F. P.
Cap. CXIV.
Lo re domanda: grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al corpo
quand'egli si parte dall'anima? Sidrac risponde:
Si, molto grande forte gli grava (724), e sono molti tristi e angosciosi,
quando l'uno si parte dall'altro; e, se fosse in loro, giammai non si
partirebbono. Altressì loro grava fortemente, come d'uno novello isposo e
d'una novella isposa che si travagliano (725) oltr'a misura, e l'uomo gli parte
a forza, molto sarebono angosciosi; che lo corpo e l'anima sono due isposi,
che molto s'amano, e che giammai non si vorebono partire. E quando
conviene che si partano, e ch'egli abiano male conversato in questo secolo,
allora lo duolo è troppo grande, che l'anima va male, e lo corpo torna a
Le genti si infolliscono in molti modi. Uomini sono nati molti senplici,
come folli. Altri perdono lo senno per malizie; altri della fralezza del
cervello; altri de' rei omori, per tropo perdere sangue; altri per grande alore;
altri per rie onbre, che si dimostrano loro e gli spaventa; altri di tropo
digiunare e di tropo veghiare, che loro secca lo cervello; altri per danno
ch'egli ricevono, per grande dolore e per molti altri modi. E di tutti questi
modi di follie ciascuno porta lo suo danno; ch'apena farebono mai male ad
altrui. Ma altre maniere di folli sono, che sono molte rie per loro e per
altrui; cioè a sapere di coloro che mangiano e beono e tolgono l'altrui, che
inbolano e uccidono la gente, e che falsamente giurano e peccano in molti
modi, quelli che dicono false testimonianze. E di cotali folli l'uomo si dee
molto guardare; che per la loro follia e malvagità fanno molti altri mali a
molte altre genti. E l'altre follie inanzi dette non gravano la gente, anzi loro
medesimi portano la loro pena (723).
(723) portent leur somme et leur peine avecques elles T. F. P.
Cap. CXIV.
Lo re domanda: grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al corpo
quand'egli si parte dall'anima? Sidrac risponde:
Si, molto grande forte gli grava (724), e sono molti tristi e angosciosi,
quando l'uno si parte dall'altro; e, se fosse in loro, giammai non si
partirebbono. Altressì loro grava fortemente, come d'uno novello isposo e
d'una novella isposa che si travagliano (725) oltr'a misura, e l'uomo gli parte
a forza, molto sarebono angosciosi; che lo corpo e l'anima sono due isposi,
che molto s'amano, e che giammai non si vorebono partire. E quando
conviene che si partano, e ch'egli abiano male conversato in questo secolo,
allora lo duolo è troppo grande, che l'anima va male, e lo corpo torna a
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nulla. Eziandio, tutto che gli tardi (726), si conviene ch'egli sia colla sua
isposa in questa pena. E se egli sono bene conversati insieme, anche grava
loro lo partire; altressì come uno uomo andasse a guadagniare in una
lunga (727) contrada; e quando egli avesse assai guadagnato, egli verrebbe
per la sua isposa, e s'agiugnerebono insieme in bene (728). Quando l'anima
si parte dal corpo, ella va come un uccello, là ove ella à servito; e il corpo
rimane come uno albore, che è diradicato e gittato, che secca, e diventa
quasi nulla.
(724) Molto e grandemente e forte C. R. 2.
(725) qui s'entreament T. F. P. — È assai probabile che entreament sia stato tradotto travagliano, non
conoscendosi il significato di questo verbo, che è quello di amarsi reciprocamente. — Però
potrebbe anche essere un errore del n. c., avvegnachè nel C. R. 2. si legga: che si amassero
oltr'a misura.
(726) et quoy qu'il tarde T. F. P.
(727) lontaine C. F. R.
(728) et s'asembleroit bien C. F. R. — Qui assembler ha il significato di reunir. Ed aggiugnersi ha
pure in ital. il significato medesimo. „Con maritale legame meco si agiugnesse.„ Guid. G.
Cap. CXV.
Lo re domanda: cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l giovane:
Sidrac risponde:
L'uomo dee temere l'uno e l'altro, cioè a intendere lo folle; che se lo
giovane è folle e male insegnato (729), alcuna volta la calda natura, ch'è in
lui, e gli omori lo rinfrabiscono (730) e lo scaldano e lo fanno essere (731)
giolivo (732) e oltragioso. E quando quello calore e quello rinfabilimento
cessano; egli s'abonaccia e diventa cheto e soave; che quella
jovelitade (733) che fue in lui, fue per diritta natura. Ma lo folle vecchio,
che non à nullo calore in lui, e egli è giolivo, sapiate che quelli è diritto
folle, e da lui si dee l'uomo ben guardare; che egli àe avuto tutto lo suo
tenpo, e vogliono avere l'altrui, quando egli vuole mostrare la sua
gioventudine per diritta forza; chè in lui non sono i calori, nè lo
isposa in questa pena. E se egli sono bene conversati insieme, anche grava
loro lo partire; altressì come uno uomo andasse a guadagniare in una
lunga (727) contrada; e quando egli avesse assai guadagnato, egli verrebbe
per la sua isposa, e s'agiugnerebono insieme in bene (728). Quando l'anima
si parte dal corpo, ella va come un uccello, là ove ella à servito; e il corpo
rimane come uno albore, che è diradicato e gittato, che secca, e diventa
quasi nulla.
(724) Molto e grandemente e forte C. R. 2.
(725) qui s'entreament T. F. P. — È assai probabile che entreament sia stato tradotto travagliano, non
conoscendosi il significato di questo verbo, che è quello di amarsi reciprocamente. — Però
potrebbe anche essere un errore del n. c., avvegnachè nel C. R. 2. si legga: che si amassero
oltr'a misura.
(726) et quoy qu'il tarde T. F. P.
(727) lontaine C. F. R.
(728) et s'asembleroit bien C. F. R. — Qui assembler ha il significato di reunir. Ed aggiugnersi ha
pure in ital. il significato medesimo. „Con maritale legame meco si agiugnesse.„ Guid. G.
Cap. CXV.
Lo re domanda: cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l giovane:
Sidrac risponde:
L'uomo dee temere l'uno e l'altro, cioè a intendere lo folle; che se lo
giovane è folle e male insegnato (729), alcuna volta la calda natura, ch'è in
lui, e gli omori lo rinfrabiscono (730) e lo scaldano e lo fanno essere (731)
giolivo (732) e oltragioso. E quando quello calore e quello rinfabilimento
cessano; egli s'abonaccia e diventa cheto e soave; che quella
jovelitade (733) che fue in lui, fue per diritta natura. Ma lo folle vecchio,
che non à nullo calore in lui, e egli è giolivo, sapiate che quelli è diritto
folle, e da lui si dee l'uomo ben guardare; che egli àe avuto tutto lo suo
tenpo, e vogliono avere l'altrui, quando egli vuole mostrare la sua
gioventudine per diritta forza; chè in lui non sono i calori, nè lo
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rinfabilimento, nè gli omori che gli dieno la giolività, anzi la pigliano in
presto per diritta forza, come quelli che volesse cuocere carne al calore del
sole. Altressì è del vecchio folle, che si vuole fare giolivo e allegro e
giovane, che per forza essere vuole; e vuole mantenere la gioventudine colli
suoi motti e con suoi vantamenti, e si fa lo prode, lo fiero e lo forte e
l'ardito, e mantiene la sua follia; quelli dee l'uomo temere, che quelli è
diritto folle.
(729) et mal enseignes C. F. R.
(730) reflambent C. F. R.
(731) manca al C. L.: e lo fanno essere. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(732) jolis C. F. R. — Ma qui avrebbe piuttosto il senso di joliard, cioè plaisant.
(733) jolivete C. F. R. — esmouvement T. F. P. — giovinezza C. R. 2.
Cap. CXVI.
Lo re domanda: piove più in un luogo che in un altro? Sidrac risponde:
In uno anno piove più che in un altro, primieramente per la volontà di
Dio, e per lo movimento delle pianete e de' segni; ch'elle si muovono per la
volontà di Dio, siccome deono, e si rincontrano; e questo fanno in uno anno
magiore caldo che in un altro. L'anno che poco piove, sarà grande danno in
terra; che la terra non rende tanto del suo frutto, come s'egli piove assai. E
quello anno sarà inferma la terra, per lo calore ch'è stato dinanzi, perchè non
piovve, tanto ch'ella potesse raffreddare per lo calore che viene della state.
Quando la terra è calda e arde e rinfiamma, ella gitta fuori lo suo veleno per
l'acque e per li frutti; e perciò infermano le genti. Non intendere mica tutte
le terre. Ma se l'anno non piove bene, al movimento de' segni e delle pianete
e alla volontà di Dio, sono corrotti.
presto per diritta forza, come quelli che volesse cuocere carne al calore del
sole. Altressì è del vecchio folle, che si vuole fare giolivo e allegro e
giovane, che per forza essere vuole; e vuole mantenere la gioventudine colli
suoi motti e con suoi vantamenti, e si fa lo prode, lo fiero e lo forte e
l'ardito, e mantiene la sua follia; quelli dee l'uomo temere, che quelli è
diritto folle.
(729) et mal enseignes C. F. R.
(730) reflambent C. F. R.
(731) manca al C. L.: e lo fanno essere. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(732) jolis C. F. R. — Ma qui avrebbe piuttosto il senso di joliard, cioè plaisant.
(733) jolivete C. F. R. — esmouvement T. F. P. — giovinezza C. R. 2.
Cap. CXVI.
Lo re domanda: piove più in un luogo che in un altro? Sidrac risponde:
In uno anno piove più che in un altro, primieramente per la volontà di
Dio, e per lo movimento delle pianete e de' segni; ch'elle si muovono per la
volontà di Dio, siccome deono, e si rincontrano; e questo fanno in uno anno
magiore caldo che in un altro. L'anno che poco piove, sarà grande danno in
terra; che la terra non rende tanto del suo frutto, come s'egli piove assai. E
quello anno sarà inferma la terra, per lo calore ch'è stato dinanzi, perchè non
piovve, tanto ch'ella potesse raffreddare per lo calore che viene della state.
Quando la terra è calda e arde e rinfiamma, ella gitta fuori lo suo veleno per
l'acque e per li frutti; e perciò infermano le genti. Non intendere mica tutte
le terre. Ma se l'anno non piove bene, al movimento de' segni e delle pianete
e alla volontà di Dio, sono corrotti.
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Cap. CXVII.
Lo re domanda: perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare?
Sidrac risponde:
Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, dunque non
servirebbe (734) egli niuno bene avere; e non servirebe d'avere la grazia di
Dio e la gloria; che egli non avrebbe fatto lo bene per lui, se non per Dio
che lo fece di quella natura, che non potesse peccare (735). Ma perciò che
Idio volle che l'uomo diservisse guidardone (736) di gloria per lui e per lo
suo travaglio medesimo (737), e non per fare oltragio al diavolo, lo fece in
tal natura ch'egli potesse fare il bene e 'l male per lo suo grado (738), e per
lo suo guidardone di gloria; e per lo diavolo avere vergogna (739), che sì
frale cosa, come la natura dell'uomo, facesse bene e lasciasse il male per
suo grado, e guadagniasse la gloria, onde egli era caduto per lo suo
orgoglio, che egli fece per lo suo grado contra al creatore. E altrettale (740),
che, se l'uomo facesse lo male, che egli fosse dannato per quello medesimo
male ch'egli avrà fatto, per lo suo grado; e che egli sia degno d'avere o l'uno
o l'altro, secondo ch'egli avrà diservito: chè tutto è stato per lo suo grado.
(734) deserviroit C. F. R. — Deservir, ant. fr., vale meriter.
(735) chè l' bene tornarebbe a Dio, ond'elli muove; e l'uomo non meritarebbe d'avere gloria da Dio,
ched elli none avrebbe fatto il bene per lui, ma per Dio, che Idio l'avrebbe fatto in tale natura di
fare il bene tanto solamente C. R. 1.
(736) Il C. F. R. ha: deservist gueredon.
(737) Tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno di più: et qu'il peust gaigner.
(738) par son gre C. F. R.
(739) et per quoy che le deable eust honte C. F. R.
(740) autretel C. F. R., mal tradotto per altrettale, mentre vuol dire parimente, similmente.
Cap. CXVIII.
Lo re domanda: perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare?
Sidrac risponde:
Se Iddio avesse fatto l'uomo che non potesse peccare, dunque non
servirebbe (734) egli niuno bene avere; e non servirebe d'avere la grazia di
Dio e la gloria; che egli non avrebbe fatto lo bene per lui, se non per Dio
che lo fece di quella natura, che non potesse peccare (735). Ma perciò che
Idio volle che l'uomo diservisse guidardone (736) di gloria per lui e per lo
suo travaglio medesimo (737), e non per fare oltragio al diavolo, lo fece in
tal natura ch'egli potesse fare il bene e 'l male per lo suo grado (738), e per
lo suo guidardone di gloria; e per lo diavolo avere vergogna (739), che sì
frale cosa, come la natura dell'uomo, facesse bene e lasciasse il male per
suo grado, e guadagniasse la gloria, onde egli era caduto per lo suo
orgoglio, che egli fece per lo suo grado contra al creatore. E altrettale (740),
che, se l'uomo facesse lo male, che egli fosse dannato per quello medesimo
male ch'egli avrà fatto, per lo suo grado; e che egli sia degno d'avere o l'uno
o l'altro, secondo ch'egli avrà diservito: chè tutto è stato per lo suo grado.
(734) deserviroit C. F. R. — Deservir, ant. fr., vale meriter.
(735) chè l' bene tornarebbe a Dio, ond'elli muove; e l'uomo non meritarebbe d'avere gloria da Dio,
ched elli none avrebbe fatto il bene per lui, ma per Dio, che Idio l'avrebbe fatto in tale natura di
fare il bene tanto solamente C. R. 1.
(736) Il C. F. R. ha: deservist gueredon.
(737) Tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno di più: et qu'il peust gaigner.
(738) par son gre C. F. R.
(739) et per quoy che le deable eust honte C. F. R.
(740) autretel C. F. R., mal tradotto per altrettale, mentre vuol dire parimente, similmente.
Cap. CXVIII.
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Lo re domanda: è buono di tramettersi di tutte cose con tutte genti? Sidrac
risponde:
L'uomo si dee agrappare (741) a uno albero, ove (742) egli possa avere
del suo frutto di suo prò. Ma chi si vuole agrappare a l'albero del sole (743),
egli puote cadere, e ronpersi il collo. Altressì adiviene che i possenti si
debbono inpacciare co' possenti; e' poveri co' poveri, nella loro povertà. Chè
i poveri che s'infrascano (744) co' gli richi, egli fanno follia; e di ciò
possono essere dannegiati, altressì come una foglia che si percuote in una
pietra (745). Non tocca allo povero il fatto de' possenti (746); ch'egli nollo
pregia, nè sa chi si sia, nè a consiglio nollo chiama, nè di suo bene nè di suo
male (747). Dunque perchè si dee inframettere del fatto del possente,
quando così poco lo pregia? Lo povero si dee tenere cheto e di buona aria; e
vivere nella sua povertà, come savio uomo; e non gli caglia del fatto del
possente. E anche s'egli è chiamato a consiglio, egli si dee difendere di non
mettersi tra loro in nulla guisa, s'egli può; e s'egli non si può difendere, egli
dee dare tal consiglio, ch'egli salvi l'una parte e l'altra, e ch'egli non sia
biasimato nè dal ricco nè dal povero, perchè lo ricco (748) non sia sopra di
lui. Chè ciò che adiviene del possente, l'uno riguarda l'altro, ma lo povero è
male venuto (749); che tutto lo carico è posto sopra di lui. Altressì come
montoni che si percuotono nell'acqua l'unghie delli loro piedi, e iscasano,
perciò ch'elle sono piccole (750); altressì sono i poveri tra' possenti. Perciò
non si dee il povero intramettere ne' fatti de' ricchi e de' possenti. Ciò che
vogliono, facciano, bene o male sia loro.
(741) ramper C. F. R. — apigliare C. R. 2.
(742) onde C. R. 2.
(743) a la rais dou solail C. F. R. — Rais vuol dire raggio di luce.
(744) s'entremetent C. F. R. — Qui infrascarsi vale impacciarsi, intramettersi; ed in questo senso
non è registrato nella Crusca.
(745) une foile chi hurte en une pietre C. F. R. — Foglia qui forse è stato usato per significare in
genere una cosa fragile, facile ad esser rotta. — Migliore però è la lezione del T. F. P.; une
chenille qui se heurte a une pierre. — Chenille vale conchiglia.
(746) Le fait des puissans ne touche point aux poures T. F. P.
(747) de son mal et de son bien tot li est un C. F. R. — Intendi: il suo male e il suo bene gli è
tutt'uno.
(748) lo carico C. R. 2. — la charge T. F. P.
(749) Così hanno tutti i Codd. — Forse si disse malvenuto per male arrivato; se pure non è da
correggere male veduto.
risponde:
L'uomo si dee agrappare (741) a uno albero, ove (742) egli possa avere
del suo frutto di suo prò. Ma chi si vuole agrappare a l'albero del sole (743),
egli puote cadere, e ronpersi il collo. Altressì adiviene che i possenti si
debbono inpacciare co' possenti; e' poveri co' poveri, nella loro povertà. Chè
i poveri che s'infrascano (744) co' gli richi, egli fanno follia; e di ciò
possono essere dannegiati, altressì come una foglia che si percuote in una
pietra (745). Non tocca allo povero il fatto de' possenti (746); ch'egli nollo
pregia, nè sa chi si sia, nè a consiglio nollo chiama, nè di suo bene nè di suo
male (747). Dunque perchè si dee inframettere del fatto del possente,
quando così poco lo pregia? Lo povero si dee tenere cheto e di buona aria; e
vivere nella sua povertà, come savio uomo; e non gli caglia del fatto del
possente. E anche s'egli è chiamato a consiglio, egli si dee difendere di non
mettersi tra loro in nulla guisa, s'egli può; e s'egli non si può difendere, egli
dee dare tal consiglio, ch'egli salvi l'una parte e l'altra, e ch'egli non sia
biasimato nè dal ricco nè dal povero, perchè lo ricco (748) non sia sopra di
lui. Chè ciò che adiviene del possente, l'uno riguarda l'altro, ma lo povero è
male venuto (749); che tutto lo carico è posto sopra di lui. Altressì come
montoni che si percuotono nell'acqua l'unghie delli loro piedi, e iscasano,
perciò ch'elle sono piccole (750); altressì sono i poveri tra' possenti. Perciò
non si dee il povero intramettere ne' fatti de' ricchi e de' possenti. Ciò che
vogliono, facciano, bene o male sia loro.
(741) ramper C. F. R. — apigliare C. R. 2.
(742) onde C. R. 2.
(743) a la rais dou solail C. F. R. — Rais vuol dire raggio di luce.
(744) s'entremetent C. F. R. — Qui infrascarsi vale impacciarsi, intramettersi; ed in questo senso
non è registrato nella Crusca.
(745) une foile chi hurte en une pietre C. F. R. — Foglia qui forse è stato usato per significare in
genere una cosa fragile, facile ad esser rotta. — Migliore però è la lezione del T. F. P.; une
chenille qui se heurte a une pierre. — Chenille vale conchiglia.
(746) Le fait des puissans ne touche point aux poures T. F. P.
(747) de son mal et de son bien tot li est un C. F. R. — Intendi: il suo male e il suo bene gli è
tutt'uno.
(748) lo carico C. R. 2. — la charge T. F. P.
(749) Così hanno tutti i Codd. — Forse si disse malvenuto per male arrivato; se pure non è da
correggere male veduto.
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(750) Accozzo strano di errori. Ecco la lezione del C. F. R.: com les moutons, qui en l'aigue se
hurtent, et les grenoilles eschacent l'un sur l'autre, por ce che elles sunt petites. — Come
grenoilles (grenouilles) sia stato tradotte per unghie non sapremmo. Invece di iscasano
(eschacent, chassent nel T. F. P.), il C. R. 2. ha: cascano.
Cap. CXIX.
Lo re domanda: perchè Iddio fecie il mondo? Sidrac risponde:
Primieramente per enpiere le sedie del cielo, onde furono traboccati gli
rei angioli, e per lodo della sua gloria; ch'egli volle d'uomo e di femina, e di
frale natura, avere gienerazione di rienpiere le dette sedie; e per la
vergognia del diavolo. Non tutti quelli che sono al secolo, nè che saranno,
non s'asetteranno già a quelle sedie; ma quelli vi sederanno, che degni ne
saranno, d'averla quella gloria, per la loro opera.
Cap. CXX.
Lo re domanda: come fu fatto il mondo, e come si tiene egli? Sidrac
risponde:
Iddio fece terra e acqua, e tutto quello che egli volle fare; e l'uomo,
apresso lo traboccamento de' rei angioli. Egli disse: sia fatto lo mondo; in
quella ora fue lo suo comandamento adempiuto. E lo mondo fu fermato
sopra acqua, siccome a lui piacque. E tutta l'acqua che in questa aria (751) è
sopra terra, questa che è scoperta, à altre acque che la sostengono; chè lo
fondamento della terra si è l'acqua, e lo fondamento dell'acqua si è lo
fermamento, per la potenza di Dio. Idio per la sua potenza fece il mondo a
guisa d'uno uovo; altressì lo fermamento che tutto intornea lo bianco
hurtent, et les grenoilles eschacent l'un sur l'autre, por ce che elles sunt petites. — Come
grenoilles (grenouilles) sia stato tradotte per unghie non sapremmo. Invece di iscasano
(eschacent, chassent nel T. F. P.), il C. R. 2. ha: cascano.
Cap. CXIX.
Lo re domanda: perchè Iddio fecie il mondo? Sidrac risponde:
Primieramente per enpiere le sedie del cielo, onde furono traboccati gli
rei angioli, e per lodo della sua gloria; ch'egli volle d'uomo e di femina, e di
frale natura, avere gienerazione di rienpiere le dette sedie; e per la
vergognia del diavolo. Non tutti quelli che sono al secolo, nè che saranno,
non s'asetteranno già a quelle sedie; ma quelli vi sederanno, che degni ne
saranno, d'averla quella gloria, per la loro opera.
Cap. CXX.
Lo re domanda: come fu fatto il mondo, e come si tiene egli? Sidrac
risponde:
Iddio fece terra e acqua, e tutto quello che egli volle fare; e l'uomo,
apresso lo traboccamento de' rei angioli. Egli disse: sia fatto lo mondo; in
quella ora fue lo suo comandamento adempiuto. E lo mondo fu fermato
sopra acqua, siccome a lui piacque. E tutta l'acqua che in questa aria (751) è
sopra terra, questa che è scoperta, à altre acque che la sostengono; chè lo
fondamento della terra si è l'acqua, e lo fondamento dell'acqua si è lo
fermamento, per la potenza di Dio. Idio per la sua potenza fece il mondo a
guisa d'uno uovo; altressì lo fermamento che tutto intornea lo bianco
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dell'uovo, si è l'acqua, ch'è tra lo fermamento che intornea la terra (752). Lo
giallo dell'uovo si è la terra, che è intorniata e siede sopra l'acqua; altressì
come lo giallo dell'uovo che è intorniato di bianco. Lo giermo che è nel
giallo, si è la gente in terra, cioè la forma del mondo. Ma egli è altressì
ritondo come una mela, che non à capo nè coda.
(751) Parrebbe che qui aria volesse significare mondo. Non trovo esempii nè in franc. nè in ital. di
questa parola usata in un tal senso. Il quale però non sarebbe a reputarsi troppo strano, da chi
consideri specialmente che aire in provenz. si usò per paese, ed il perchè di questo
significato. — Il C. F. R. ed il T. F. P. hanno air.
(752) „Rien de plus commun, scrive il Le Clerc (Hist. Litt. de la France, XXIII, 306) dans les
écrivains du XII siècle, que la représentation du monde sous la figure d'un oeuf, dont la terre
occupe le centre.„ E reca i seguenti versi dell'Image du Monde:
Tot ensi come on voit l'uef
Que l'abuns enclot le moief.
Et enmi le moief s'abaisse
Une gotte ensi come graisse
Qui de nulle part ne se tient,
Et la graisse qui le soustient
Ne l'aproche de nulle part;
Ensi est, par itel esgart,
La terre enmi le ciel assise,
Et si ingalment enmi mise, etc.
Cap. CXXI.
Lo re domanda: à gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del sole,
altressì come noi qui? Sidrac risponde:
Per la ritondezza del mondo si àe altre genti di sotto da noi, che
vegono lo chiarore del sole, altressì come noi qui; e gli loro piedi sono
contra i nostri. E ciò è per la bassezza e per l'altezza delle parti del mondo, e
per la ritondezza, che il levante è più alto che il ponente. E quando il sole si
leva al ponente, anco è notte al levante, per largheza e grandeza del
mondo (753); che in quello che 'l sole avrà corso in terra una onbra di
quattro dita, si sarà corso lo fermamento MM miglia. Non intendere già che
giallo dell'uovo si è la terra, che è intorniata e siede sopra l'acqua; altressì
come lo giallo dell'uovo che è intorniato di bianco. Lo giermo che è nel
giallo, si è la gente in terra, cioè la forma del mondo. Ma egli è altressì
ritondo come una mela, che non à capo nè coda.
(751) Parrebbe che qui aria volesse significare mondo. Non trovo esempii nè in franc. nè in ital. di
questa parola usata in un tal senso. Il quale però non sarebbe a reputarsi troppo strano, da chi
consideri specialmente che aire in provenz. si usò per paese, ed il perchè di questo
significato. — Il C. F. R. ed il T. F. P. hanno air.
(752) „Rien de plus commun, scrive il Le Clerc (Hist. Litt. de la France, XXIII, 306) dans les
écrivains du XII siècle, que la représentation du monde sous la figure d'un oeuf, dont la terre
occupe le centre.„ E reca i seguenti versi dell'Image du Monde:
Tot ensi come on voit l'uef
Que l'abuns enclot le moief.
Et enmi le moief s'abaisse
Une gotte ensi come graisse
Qui de nulle part ne se tient,
Et la graisse qui le soustient
Ne l'aproche de nulle part;
Ensi est, par itel esgart,
La terre enmi le ciel assise,
Et si ingalment enmi mise, etc.
Cap. CXXI.
Lo re domanda: à gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del sole,
altressì come noi qui? Sidrac risponde:
Per la ritondezza del mondo si àe altre genti di sotto da noi, che
vegono lo chiarore del sole, altressì come noi qui; e gli loro piedi sono
contra i nostri. E ciò è per la bassezza e per l'altezza delle parti del mondo, e
per la ritondezza, che il levante è più alto che il ponente. E quando il sole si
leva al ponente, anco è notte al levante, per largheza e grandeza del
mondo (753); che in quello che 'l sole avrà corso in terra una onbra di
quattro dita, si sarà corso lo fermamento MM miglia. Non intendere già che
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il sole si mostri nè s'abassi punto (754). Una contrada è dove abitano genti,
che il sole non vi sta se non una ora, e incontanente è notte. Un'altra v'è, che
tuttavia (755) è oscuro come notte. E quando in uno luogo del mondo è
istate, in un altro è verno. Tutto questo aviene per la ragione del sole, che
piglia altro cammino, per la volontà di Dio, ciascuno anno (756).
(753) chant le solail se lieve au levant, encore est l'aube au ponent; et chant il s'abasse au ponent, il
est nuit au levant, per la grandesse et la reondesse dou monde C. F. R.
(754) Questo periodo, che qui e nel C. R. 1. non ha senso, così sia scritto nel T. F. P.: N'entendez pas
que le soleil se demonstre au lieu ou il se couche, rez a rez de la terre, ne pres de la terre; mais a
grand haulteur de la terre, autant comme la longueur de la terre est de l'ung chief a l'aultre, et
encore aultre tant plus.
(755) tout jors C. F. R.
(756) il prent chascun an aultre chemin, ne ne peult repaire en son lieu T. F. P. — Repaire, da
reparier, revenir.
Cap. CXXII.
Lo re domanda: quanto è il mondo lungo e largo e ispesso? Sidrac
risponde:
Altrettanto è la sua larghezza come la sua lungheza e come la sua
anpieza, che è tutto ritondo come una mela. Chi volesse andare dall'uno
capo del mondo all'altro, diritto per lo mezo, e ciascuno giorno andasse
bene comunalmente dalla mattina infino alla sera, e l'acqua (757) del mare,
ch'è tra levante e 'l ponente, fosse tutta terra ferma, e tutto il mondo fosse
piano come la palma della mano, non potrebbe andare dall'uno capo
all'altro, in meno di mille giorni. E dalla largheza e grossezza (758)
altrettanto.
(757) Il C. L. ha: il braghite. — Il C. R. 2.: e braghieri. — Nel C. F. R.: l'aigue. E secondo questa
lezione, noi abbiamo corretto. Il nostro braghite sarebbe forse traduz. di brahic, brac, ant. fr.,
che vuol dire fango, melma? Veda un po' il lettore se la nostra congettura sta in gambe, e si
ricordi che qui trattasi di un viaggio a traverso lo ispessore della terra, dove è facile supporre
che al buon Sidrac avesse a parere che l'acqua fosse fangosa. — L'ital. ha brago, e il prov. brac.
E l'ant. fr. ha l'agg. brageus.
che il sole non vi sta se non una ora, e incontanente è notte. Un'altra v'è, che
tuttavia (755) è oscuro come notte. E quando in uno luogo del mondo è
istate, in un altro è verno. Tutto questo aviene per la ragione del sole, che
piglia altro cammino, per la volontà di Dio, ciascuno anno (756).
(753) chant le solail se lieve au levant, encore est l'aube au ponent; et chant il s'abasse au ponent, il
est nuit au levant, per la grandesse et la reondesse dou monde C. F. R.
(754) Questo periodo, che qui e nel C. R. 1. non ha senso, così sia scritto nel T. F. P.: N'entendez pas
que le soleil se demonstre au lieu ou il se couche, rez a rez de la terre, ne pres de la terre; mais a
grand haulteur de la terre, autant comme la longueur de la terre est de l'ung chief a l'aultre, et
encore aultre tant plus.
(755) tout jors C. F. R.
(756) il prent chascun an aultre chemin, ne ne peult repaire en son lieu T. F. P. — Repaire, da
reparier, revenir.
Cap. CXXII.
Lo re domanda: quanto è il mondo lungo e largo e ispesso? Sidrac
risponde:
Altrettanto è la sua larghezza come la sua lungheza e come la sua
anpieza, che è tutto ritondo come una mela. Chi volesse andare dall'uno
capo del mondo all'altro, diritto per lo mezo, e ciascuno giorno andasse
bene comunalmente dalla mattina infino alla sera, e l'acqua (757) del mare,
ch'è tra levante e 'l ponente, fosse tutta terra ferma, e tutto il mondo fosse
piano come la palma della mano, non potrebbe andare dall'uno capo
all'altro, in meno di mille giorni. E dalla largheza e grossezza (758)
altrettanto.
(757) Il C. L. ha: il braghite. — Il C. R. 2.: e braghieri. — Nel C. F. R.: l'aigue. E secondo questa
lezione, noi abbiamo corretto. Il nostro braghite sarebbe forse traduz. di brahic, brac, ant. fr.,
che vuol dire fango, melma? Veda un po' il lettore se la nostra congettura sta in gambe, e si
ricordi che qui trattasi di un viaggio a traverso lo ispessore della terra, dove è facile supporre
che al buon Sidrac avesse a parere che l'acqua fosse fangosa. — L'ital. ha brago, e il prov. brac.
E l'ant. fr. ha l'agg. brageus.
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(758) Nel C. L.: ispesta. — Abb. corr. col C. R. 2. — Supponiamo che invece di ispesta volesse
scriversi ispessezza. — Il T. F. P.: espesseur.
Cap. CXXIII.
Lo re domanda: perchè vorrà Iddio disfare lo mondo di tutto in tutto?
Sidrac risponde:
Per lo meglio di lui. Se uno uomo avesse uno bello palagio, grande e
nobile, e in un'altra parte avesse una bella casa piccola, e una parte del bello
palagio fosse caduta; e bisognasse che delle pietre di quello piccolo albergo
si riconciasse lo suo grande palagio, certo egli disfarebe lo piccolo albergo,
e non guarderebe altro se non che lo suo bello palagio fosse racconcio e
conpiuto. Altressì è di Dio: egli non vuole se non che lo novero (759) del
cielo sia conpiuto; e di questo mondo non à cura.
(759) nombre C. F. R. e T. F. P. — Forse per armonia?
Cap. CXXIV.
Lo re domanda: come volano gli uccelli per aria? Sidrac risponde:
Gli uccelli volano per aria per la sua spessità, che l'aria è molto ispessa
e umida; e per questa ragione sostiene gli uccelli volando. E per ciò
viviamo noi dell'aria, per grande ispessità e umidore che è in lei. E di questo
vi potrete voi avedere legiermente, con una verga: che se voi tosto e forte la
menate, ella piegherà; e se l'aria non fosse, ella non piegherebe. E per
questa ragione gli uccelli volano per l'aria.
scriversi ispessezza. — Il T. F. P.: espesseur.
Cap. CXXIII.
Lo re domanda: perchè vorrà Iddio disfare lo mondo di tutto in tutto?
Sidrac risponde:
Per lo meglio di lui. Se uno uomo avesse uno bello palagio, grande e
nobile, e in un'altra parte avesse una bella casa piccola, e una parte del bello
palagio fosse caduta; e bisognasse che delle pietre di quello piccolo albergo
si riconciasse lo suo grande palagio, certo egli disfarebe lo piccolo albergo,
e non guarderebe altro se non che lo suo bello palagio fosse racconcio e
conpiuto. Altressì è di Dio: egli non vuole se non che lo novero (759) del
cielo sia conpiuto; e di questo mondo non à cura.
(759) nombre C. F. R. e T. F. P. — Forse per armonia?
Cap. CXXIV.
Lo re domanda: come volano gli uccelli per aria? Sidrac risponde:
Gli uccelli volano per aria per la sua spessità, che l'aria è molto ispessa
e umida; e per questa ragione sostiene gli uccelli volando. E per ciò
viviamo noi dell'aria, per grande ispessità e umidore che è in lei. E di questo
vi potrete voi avedere legiermente, con una verga: che se voi tosto e forte la
menate, ella piegherà; e se l'aria non fosse, ella non piegherebe. E per
questa ragione gli uccelli volano per l'aria.
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Cap. CXXV.
Lo re domanda: la piova di che viene? Sidrac risponde:
La piova viene d'acqua di mare; e per uno cannone (760) di vento
monta nell'aria, e 'l calore del sole la tira; chè lo vento tira e bee l'acqua; e lo
sole, che è caldo di natura, lo tira, per lo suo calore, alto nell'aria. E di
questo si puote l'uomo avedere leggiermente: che altressì la bee, com'egli
bee la rugiada, e tirala in alto. E tanto e tanto tira a monte (761) dell'acqua,
ch'ella diventa nuvolo. E si ingrossano e enfiano, e lo vento poi la ronpe, e
l'acqua si sparge sopra molta terra (762), e a noi toglie lo chiarore del sole.
Quando i nuvoli sono bene pieni, si comincia a piovere; e quando tutta
l'acqua è isparta, lo nuvolo rimane bianco, ch'escie del fredore
dell'aria (763). E lo calore del sole lo spinge e caccia e consuma (764); e
allora apare l'aria chiara e pura. In molti luoghi sono, che i nuvoli e la piova
nascono di terra, e montano nell'aria, come lo fummo (765) che si chiama
brina; e chi vi tenesse la mano entro, la troverrebbe bagniata; e questo è per
lo spiramento (766) della terra.
(760) canon C. F. R. — tourbillon T. F. P. — Il Raynouard (Lex. Rom.) cita appunto questo passo del
testo provenzale del Sidrac: La plueia ven de la mar e per un cano de ven monta en l'aire. — E
spiega la parola cano per tourbillon. Sarebbe il nostro turbine, forse detto canon, per
somiglianza di forma colla canna.
(761) amont C. F. R. — Questo avverbio, dell'ant. fr., significa en haut — La Crusca registra a
monte per in alto, ad alto, citando due esempii della traduz. del Tesoro di Brunetto Latini. Ma
ciò anzi conferma ch'ell'è parola schiettamente francese, non usata dagli italiani.
(762) sur une grand partie de la terre C. F. R.
(763) chi est de le freidor de l'air C. F. R.
(764) et la calor au solail si l'eschaufe et la consume C. F. R.
(765) come une fumée C. F. R. — Fumée, meglio vapore che fumo.
(766) sospirement C. F. R. e T. F. P.
Cap. CXXVI.
Lo re domanda: la piova di che viene? Sidrac risponde:
La piova viene d'acqua di mare; e per uno cannone (760) di vento
monta nell'aria, e 'l calore del sole la tira; chè lo vento tira e bee l'acqua; e lo
sole, che è caldo di natura, lo tira, per lo suo calore, alto nell'aria. E di
questo si puote l'uomo avedere leggiermente: che altressì la bee, com'egli
bee la rugiada, e tirala in alto. E tanto e tanto tira a monte (761) dell'acqua,
ch'ella diventa nuvolo. E si ingrossano e enfiano, e lo vento poi la ronpe, e
l'acqua si sparge sopra molta terra (762), e a noi toglie lo chiarore del sole.
Quando i nuvoli sono bene pieni, si comincia a piovere; e quando tutta
l'acqua è isparta, lo nuvolo rimane bianco, ch'escie del fredore
dell'aria (763). E lo calore del sole lo spinge e caccia e consuma (764); e
allora apare l'aria chiara e pura. In molti luoghi sono, che i nuvoli e la piova
nascono di terra, e montano nell'aria, come lo fummo (765) che si chiama
brina; e chi vi tenesse la mano entro, la troverrebbe bagniata; e questo è per
lo spiramento (766) della terra.
(760) canon C. F. R. — tourbillon T. F. P. — Il Raynouard (Lex. Rom.) cita appunto questo passo del
testo provenzale del Sidrac: La plueia ven de la mar e per un cano de ven monta en l'aire. — E
spiega la parola cano per tourbillon. Sarebbe il nostro turbine, forse detto canon, per
somiglianza di forma colla canna.
(761) amont C. F. R. — Questo avverbio, dell'ant. fr., significa en haut — La Crusca registra a
monte per in alto, ad alto, citando due esempii della traduz. del Tesoro di Brunetto Latini. Ma
ciò anzi conferma ch'ell'è parola schiettamente francese, non usata dagli italiani.
(762) sur une grand partie de la terre C. F. R.
(763) chi est de le freidor de l'air C. F. R.
(764) et la calor au solail si l'eschaufe et la consume C. F. R.
(765) come une fumée C. F. R. — Fumée, meglio vapore che fumo.
(766) sospirement C. F. R. e T. F. P.
Cap. CXXVI.
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Lo re domanda: di che vengono le neve (767)? Sidrac risponde:
Dell'acqua e del freddore dell'aria che molto è fredda. Tanto come lo
sottile nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto, che lo grosso; e quanto
ella è più grossa, ella scaufa (768) piùe, e non si può gelare; altressì come
uno grosso ferro scalfa più che uno sottile. Che di tanto come la cosa è più
dura, s'aprende più forte. Altressì è dell'aria: quando ella è più grossa, si
scalfa più, e non si puote gielare; e quando ella è sottile, egli è più freddo, e
giela più; e poi lo freddo vento la ronpe, e falla venire in terra, e questa è la
gragnuola (769).
(767) gresles T. F. P. — Ed infatti il C. R. 2. ha: gragnuola.
(768) Traduzione litterale di ele eschaufe. Notisi più sotto lo scalfa. — Migliore è la lezione del
C. R. 2.: Tanto come lo sottile nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto che lo grosso; e
quanto egli pare più grosso, egli è più caldo e non si può gelare.
(769) Autretel est de l'air: chant il est plus gros, il eschaufe plus, et ne ce puet geler; et chant il est
soutil, il est plus fort et froit, et gele plus; et apres le vent les presse, et les fait a terre venir
C. F. R.
Cap. CXXVII.
Lo re domanda: la tempesta di che aviene? Sidrac risponde:
L'anno (770) che nella state nascono i tremuoti, nell'aria nascie uno
grande umidore, che col freddore si raguna e apiglia; e poi lo calore del sole
la speza, e falla venire in terra (771); e più grossa nascie ch'ella non cade. E
la terra criepa in molti luoghi; e' venti escono fuori e ispandonsi per l'aria; e
vengono grandi tenpeste, in quello anno, in più luogora.
(770) Il C. L. ha: Lo vento. — Il C. R. 2.: Lo verno. — Il C. F. R.: L'an. — Abbiamo corretto
secondo questa ultima lez., parendoci che da essa sola potesse venire qualche senso al discorso.
(771) L'an que en l'iste vienent les troles, une grant froidure naist, la quele moillor che en l'air naist,
et s'asemble en l'air et s'amace, depuis la chalor au solail la depesse, et la fait en terre venir
C. F. R. — En la nuee que en l'este viennent les gresles et les tempestes, une froidure se naist, et
sort icelle nuee: et la moiteur qui en l'air naist ensemble a l'air et s'amasse; et apres vient la
Dell'acqua e del freddore dell'aria che molto è fredda. Tanto come lo
sottile nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto, che lo grosso; e quanto
ella è più grossa, ella scaufa (768) piùe, e non si può gelare; altressì come
uno grosso ferro scalfa più che uno sottile. Che di tanto come la cosa è più
dura, s'aprende più forte. Altressì è dell'aria: quando ella è più grossa, si
scalfa più, e non si puote gielare; e quando ella è sottile, egli è più freddo, e
giela più; e poi lo freddo vento la ronpe, e falla venire in terra, e questa è la
gragnuola (769).
(767) gresles T. F. P. — Ed infatti il C. R. 2. ha: gragnuola.
(768) Traduzione litterale di ele eschaufe. Notisi più sotto lo scalfa. — Migliore è la lezione del
C. R. 2.: Tanto come lo sottile nuvolo è alto e sottile, tanto giela più tosto che lo grosso; e
quanto egli pare più grosso, egli è più caldo e non si può gelare.
(769) Autretel est de l'air: chant il est plus gros, il eschaufe plus, et ne ce puet geler; et chant il est
soutil, il est plus fort et froit, et gele plus; et apres le vent les presse, et les fait a terre venir
C. F. R.
Cap. CXXVII.
Lo re domanda: la tempesta di che aviene? Sidrac risponde:
L'anno (770) che nella state nascono i tremuoti, nell'aria nascie uno
grande umidore, che col freddore si raguna e apiglia; e poi lo calore del sole
la speza, e falla venire in terra (771); e più grossa nascie ch'ella non cade. E
la terra criepa in molti luoghi; e' venti escono fuori e ispandonsi per l'aria; e
vengono grandi tenpeste, in quello anno, in più luogora.
(770) Il C. L. ha: Lo vento. — Il C. R. 2.: Lo verno. — Il C. F. R.: L'an. — Abbiamo corretto
secondo questa ultima lez., parendoci che da essa sola potesse venire qualche senso al discorso.
(771) L'an que en l'iste vienent les troles, une grant froidure naist, la quele moillor che en l'air naist,
et s'asemble en l'air et s'amace, depuis la chalor au solail la depesse, et la fait en terre venir
C. F. R. — En la nuee que en l'este viennent les gresles et les tempestes, une froidure se naist, et
sort icelle nuee: et la moiteur qui en l'air naist ensemble a l'air et s'amasse; et apres vient la
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chaleur du soleil qui les deffait, et les fait a terre venir T. F. P. — Troles per terremoti è senza
dubbio errore. L'ant. fr. ha terremoete. „E terremoete co i ad veirement„ ec. (Chans. de Rol.,
Ch. II., v. 767., ed. Génin). — Così non trovo registrato moillor, ma non credo che sia errore. Il
prov. ha il vb. moillar, molhar; ed il mod. franc. mouiller, mouillure. Errore deve essere
moiteur, del T. F. P., per moileur; come al foglio CCXXXIX del medesimo testo, moyte per
moyle: „l'iver... est froit et moyte„ — Riguardo poi a troles, potrebbe forse leggersi trones (tron,
tro, prov.; tuono ital.). Infatti il C. F. R. ha più sotto: tonitres, tonieres e tron: „si naist le tron„.
O più probabilmente croles, crollo, che trovasi usato nell'ant. fr. per tremblement.
dubbio errore. L'ant. fr. ha terremoete. „E terremoete co i ad veirement„ ec. (Chans. de Rol.,
Ch. II., v. 767., ed. Génin). — Così non trovo registrato moillor, ma non credo che sia errore. Il
prov. ha il vb. moillar, molhar; ed il mod. franc. mouiller, mouillure. Errore deve essere
moiteur, del T. F. P., per moileur; come al foglio CCXXXIX del medesimo testo, moyte per
moyle: „l'iver... est froit et moyte„ — Riguardo poi a troles, potrebbe forse leggersi trones (tron,
tro, prov.; tuono ital.). Infatti il C. F. R. ha più sotto: tonitres, tonieres e tron: „si naist le tron„.
O più probabilmente croles, crollo, che trovasi usato nell'ant. fr. per tremblement.
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Cap. CXXVIII.
Lo re domanda: li tuoni e li lanpi che sono? Sidrac risponde:
Li tuoni e li lanpi escono dell'aria, e della forza de' venti che
s'incontrano in altri, nell'aria, molto fortemente, e si feriscono; e nello loro
fedire escono i tuoni di grandi colpi; e di percosse escie uno grande
chiarore, come fuoco; e lo splendore apare inanzi in terra; che lo tuono è
inanzi che lo lanpare (772); altressì come d'uno fucile che l'uomo volesse
trarre fuoco, e lo colpo è inanzi, e lo fuoco escie poi. Non intendere nimica
che lo incontramento de' venti sieno sotto i nuvoli, ma sono sopra di loro; e
quando egli (773) non sono, sì sono nell'aria in alto.
(772) e lo sprendore appare innanzi in terra che lo tuono venga; ma bene sapiate che lo tuono viene
inanzi che lo sprendore C. R. 2. — E questa lez. concorda con quella del testo provenzale: la
resplandors pareis avans en terra que lo tonedres sia: mas lo tonedres es abans que lh'esluciada.
(773) li nuvoli C. R. 2.
Cap. CXXIX.
Lo re domanda: onde vengono gli venti? Sidrac risponde:
Li venti escono del mare che intornea la terra, e s'incontrano
fortemente d'una parte e d'altra. I venti escono all'incontro del loro
incontro (774); e sì si spandono nell'aria per lo mondo, e confortano le genti
e l'erbe e l'altre criature. L'anno che vento viene più che l'altro, in quella
contrada ove quello vento regnia, l'acque di mare s'incontrano più che in
altre contrade (775).
Lo re domanda: li tuoni e li lanpi che sono? Sidrac risponde:
Li tuoni e li lanpi escono dell'aria, e della forza de' venti che
s'incontrano in altri, nell'aria, molto fortemente, e si feriscono; e nello loro
fedire escono i tuoni di grandi colpi; e di percosse escie uno grande
chiarore, come fuoco; e lo splendore apare inanzi in terra; che lo tuono è
inanzi che lo lanpare (772); altressì come d'uno fucile che l'uomo volesse
trarre fuoco, e lo colpo è inanzi, e lo fuoco escie poi. Non intendere nimica
che lo incontramento de' venti sieno sotto i nuvoli, ma sono sopra di loro; e
quando egli (773) non sono, sì sono nell'aria in alto.
(772) e lo sprendore appare innanzi in terra che lo tuono venga; ma bene sapiate che lo tuono viene
inanzi che lo sprendore C. R. 2. — E questa lez. concorda con quella del testo provenzale: la
resplandors pareis avans en terra que lo tonedres sia: mas lo tonedres es abans que lh'esluciada.
(773) li nuvoli C. R. 2.
Cap. CXXIX.
Lo re domanda: onde vengono gli venti? Sidrac risponde:
Li venti escono del mare che intornea la terra, e s'incontrano
fortemente d'una parte e d'altra. I venti escono all'incontro del loro
incontro (774); e sì si spandono nell'aria per lo mondo, e confortano le genti
e l'erbe e l'altre criature. L'anno che vento viene più che l'altro, in quella
contrada ove quello vento regnia, l'acque di mare s'incontrano più che in
altre contrade (775).
Page 162
(774) Così ha pure il C. R. 2. — Nel C. F. R.: yssent contremont de lor encontrer. — Contremont
significa in alto; onde intenderei: escono in alto ad incontrarsi. Il trad., non conoscendo il
valore dell'avverbio contremont, lo ha volgarizzato all'incontro.
(775) En l'an que l'ung vent en une contree vente plus fort que les aultres, en celle contree de ce vent,
les eaues de le mer se rencontrent plus la que en ung autre part; et pour ce le vent est plus en
celle contree que en une autre part T. F. P. — Incontrarsi pare che qui abbia il significato di
darsi di cozzo, ad esprimere le acque del mare in burrasca, le quali veramente si cozzano tra
loro. Anche in franc. encontrement trovasi usato per choc.
Cap. CXXX.
Lo re domanda: come monta e sale l'acqua nell'alte montagnie? Sidrac
risponde:
La terra à molte vene, siccome il corpo à molte vene; e si viene per la
testa in alto, e per tutto va lo suo sangue. E se uno uomo si segnasse (776)
nel capo, lo sangue n'uscirebe per le vene; altressì aviene dell'acqua nella
terra; l'acqua va per mezo della terra, di lungo e per traverso e in alto e per
lato, là ove ella truova vene tenere e frali (777); ella la criepa (778), e
sciende d'alto e di basso (779).
(776) se seignast C. F. R. — Saigner, seigner, tirer du sang.
(777) terre vaine et feible C. F. R. — Il Roquefort (Gloss.) tra i varii significati che attribuisce alla
parola vain, registra anche quello di vide; che a noi pare meglio degli altri adattarsi al nostro
esempio.
(778) ella le fa crepare C. R. 2. — elle la crieve C. F. R.
(779) et ist soit de haut soit de bas C. F. R.
(780) Questo capitolo manca al C. R. 2.
Cap. CXXXI. (780)
Lo re domanda: l'acque onde escono e vanno? Sidrac risponde:
significa in alto; onde intenderei: escono in alto ad incontrarsi. Il trad., non conoscendo il
valore dell'avverbio contremont, lo ha volgarizzato all'incontro.
(775) En l'an que l'ung vent en une contree vente plus fort que les aultres, en celle contree de ce vent,
les eaues de le mer se rencontrent plus la que en ung autre part; et pour ce le vent est plus en
celle contree que en une autre part T. F. P. — Incontrarsi pare che qui abbia il significato di
darsi di cozzo, ad esprimere le acque del mare in burrasca, le quali veramente si cozzano tra
loro. Anche in franc. encontrement trovasi usato per choc.
Cap. CXXX.
Lo re domanda: come monta e sale l'acqua nell'alte montagnie? Sidrac
risponde:
La terra à molte vene, siccome il corpo à molte vene; e si viene per la
testa in alto, e per tutto va lo suo sangue. E se uno uomo si segnasse (776)
nel capo, lo sangue n'uscirebe per le vene; altressì aviene dell'acqua nella
terra; l'acqua va per mezo della terra, di lungo e per traverso e in alto e per
lato, là ove ella truova vene tenere e frali (777); ella la criepa (778), e
sciende d'alto e di basso (779).
(776) se seignast C. F. R. — Saigner, seigner, tirer du sang.
(777) terre vaine et feible C. F. R. — Il Roquefort (Gloss.) tra i varii significati che attribuisce alla
parola vain, registra anche quello di vide; che a noi pare meglio degli altri adattarsi al nostro
esempio.
(778) ella le fa crepare C. R. 2. — elle la crieve C. F. R.
(779) et ist soit de haut soit de bas C. F. R.
(780) Questo capitolo manca al C. R. 2.
Cap. CXXXI. (780)
Lo re domanda: l'acque onde escono e vanno? Sidrac risponde:
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Tutte l'acque del mondo escono del mare, e nel mare ritornano; e
vanno per la terra in diverse maniere, e si ritornano in più luogora, che l'una
va qua e l'altra là; vengono altressì, come voi vedete che le formiche (781)
fanno nel loro andare. L'acque che entrano nella terra inverso i' levante, elle
escono verso il ponente; e quelle che entrano verso ponente, escono verso il
levante; altressì aviene del traverso del mondo (782). Non intender mica
ch'elle entrino per tane nè per buchi; anzi la bee la terra e ricoglie, altressì
come fa la spugna l'acqua; e poi si ragunano di molti luoghi, e diventano
grandi fiumi, e la terra sì li sospira (783) di fuori, dall'altra parte, a quella
medesima (784) ragione, come ella la bee.
(781) Il C. L. ha: i fiumi. — Ma poichè tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno formies, formis, e poichè
stando alla lezione del n. c. il discorso non avrebbe senso, noi abbiamo corretto le formiche.
Gioverà poi riferire la lezione del T. F. P.: ainsi comme vos voyez les formis aller en leur lieu,
les ungz vont et les aultres viennent.
(782) Non possiamo correggere, mancandoci l'aiuto degli altri Codd. — Solo il T. F. P. ha questo
passo: et ainsi est il du travers du monde. — Ma anch'esso si sembra errato. — Crediamo che
abbia da intendersi che le acque traversano il mondo da una parte all'altra. — Forse, invece di
est il, potrebbe leggersi issent, istrent; o al singolare, ist, eis; e nel n. c.: e così escono del
traverso del mondo. O piuttosto: e così aviene (l'acqua) del traverso del mondo. — È noto che
avvenire fu usato dagli antichi per venire.
(783) le sospire C. F. R. — les souspire T. F. P. — Due passi del testo prov. del Sidrac ci aiutano a
intendere il significato di sospira: Las nivols que so, ieisso del sospir de la terra. — Aysso es
per lo sospiramen de la terra. — È chiaro dunque che, come in prov. sospir si usò per
esalazione, anche qui li sospira ha da significare (sebbene con poca proprietà di linguaggio) li
esala, li manda fuori.
(784) par celle mesme T. F. P.
Cap. CXXXII.
Lo re domanda: perchè è il mare insalato? Sidrac risponde:
Lo salsume del mare si è inperciò che tuttavia (785) il sole e lo calore
lo scalda e arde tutto giorno, e lo mare non può fuggire di quello
calore (786). Nel mare è molte montagne insalate (787); e l'acque che sono
a fondo, pigliano di quello salsume e amaritudine, e monta di sopra. Iddio
vanno per la terra in diverse maniere, e si ritornano in più luogora, che l'una
va qua e l'altra là; vengono altressì, come voi vedete che le formiche (781)
fanno nel loro andare. L'acque che entrano nella terra inverso i' levante, elle
escono verso il ponente; e quelle che entrano verso ponente, escono verso il
levante; altressì aviene del traverso del mondo (782). Non intender mica
ch'elle entrino per tane nè per buchi; anzi la bee la terra e ricoglie, altressì
come fa la spugna l'acqua; e poi si ragunano di molti luoghi, e diventano
grandi fiumi, e la terra sì li sospira (783) di fuori, dall'altra parte, a quella
medesima (784) ragione, come ella la bee.
(781) Il C. L. ha: i fiumi. — Ma poichè tanto il C. F. R. che il T. F. P. hanno formies, formis, e poichè
stando alla lezione del n. c. il discorso non avrebbe senso, noi abbiamo corretto le formiche.
Gioverà poi riferire la lezione del T. F. P.: ainsi comme vos voyez les formis aller en leur lieu,
les ungz vont et les aultres viennent.
(782) Non possiamo correggere, mancandoci l'aiuto degli altri Codd. — Solo il T. F. P. ha questo
passo: et ainsi est il du travers du monde. — Ma anch'esso si sembra errato. — Crediamo che
abbia da intendersi che le acque traversano il mondo da una parte all'altra. — Forse, invece di
est il, potrebbe leggersi issent, istrent; o al singolare, ist, eis; e nel n. c.: e così escono del
traverso del mondo. O piuttosto: e così aviene (l'acqua) del traverso del mondo. — È noto che
avvenire fu usato dagli antichi per venire.
(783) le sospire C. F. R. — les souspire T. F. P. — Due passi del testo prov. del Sidrac ci aiutano a
intendere il significato di sospira: Las nivols que so, ieisso del sospir de la terra. — Aysso es
per lo sospiramen de la terra. — È chiaro dunque che, come in prov. sospir si usò per
esalazione, anche qui li sospira ha da significare (sebbene con poca proprietà di linguaggio) li
esala, li manda fuori.
(784) par celle mesme T. F. P.
Cap. CXXXII.
Lo re domanda: perchè è il mare insalato? Sidrac risponde:
Lo salsume del mare si è inperciò che tuttavia (785) il sole e lo calore
lo scalda e arde tutto giorno, e lo mare non può fuggire di quello
calore (786). Nel mare è molte montagne insalate (787); e l'acque che sono
a fondo, pigliano di quello salsume e amaritudine, e monta di sopra. Iddio
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l'à bene istabilito a ragione, come essere dee; che, se lo mare fosse dolce, e
egli istesse tuttavia in un luogo, come egli fa, il puzo n'uscirebe sì grande,
che niuno pescie vi potrebe vivere; e la terra infermerebbe molto, che niuno
vi potrebe istare, per lo grande puzo che del mare uscirebe, perchè lo vento
lo porterebe sopra la terra.
(785) tous iors C. F. R.
(786) „E l'acqua del mare è salsa, a cagione della virtude del sole, che no trae il sottile per vapore e
rimane lo grosso.„ Ristoro d'Arezzo, Della composizione del mondo, VI, 5.
(787) montaignes de terre ameres et salces T. F. P.
Cap. CXXXIII.
Lo re domanda: onde vengono l'acque calde, che surgono (788) sopra
terra? Sidrac risponde:
L'acqua calda che sopra la terra surge, ella passa sopra lo solfo, e lo
grande calore del zolfo la scalda, e passa sopra terra calda. E chi la vuole
bene aseccare, elli sentirebe lo secco del solfo in quella medesima
acqua (789).
(788) sourt T. F. P. — Da sourdre, sortir, jaillir.
(789) Il testo francese è chiarissimo: et chi la voudroit bien flairer, il sentiroit la flairor dou souffre,
en colle meime aigue. — Il C. R. 2., invece di aseccare e secco, ha asetare e seto. Onde sieno
usciti tali errori non sapremmo. Certo è che bisogna correggere: e chi la vuole bene odorare,
elli sentirebbe l'odore ec.
Cap. CXXXIV.
Lo re domanda: che cosa è zolfo? Sidrac risponde:
egli istesse tuttavia in un luogo, come egli fa, il puzo n'uscirebe sì grande,
che niuno pescie vi potrebe vivere; e la terra infermerebbe molto, che niuno
vi potrebe istare, per lo grande puzo che del mare uscirebe, perchè lo vento
lo porterebe sopra la terra.
(785) tous iors C. F. R.
(786) „E l'acqua del mare è salsa, a cagione della virtude del sole, che no trae il sottile per vapore e
rimane lo grosso.„ Ristoro d'Arezzo, Della composizione del mondo, VI, 5.
(787) montaignes de terre ameres et salces T. F. P.
Cap. CXXXIII.
Lo re domanda: onde vengono l'acque calde, che surgono (788) sopra
terra? Sidrac risponde:
L'acqua calda che sopra la terra surge, ella passa sopra lo solfo, e lo
grande calore del zolfo la scalda, e passa sopra terra calda. E chi la vuole
bene aseccare, elli sentirebe lo secco del solfo in quella medesima
acqua (789).
(788) sourt T. F. P. — Da sourdre, sortir, jaillir.
(789) Il testo francese è chiarissimo: et chi la voudroit bien flairer, il sentiroit la flairor dou souffre,
en colle meime aigue. — Il C. R. 2., invece di aseccare e secco, ha asetare e seto. Onde sieno
usciti tali errori non sapremmo. Certo è che bisogna correggere: e chi la vuole bene odorare,
elli sentirebbe l'odore ec.
Cap. CXXXIV.
Lo re domanda: che cosa è zolfo? Sidrac risponde:
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Lo zolfo si è di folgore, che cade sopra rocca viva, e l'arde e la scalda;
e così si doentano (790) zolfo. Poi la gente lo piglia, e lo faranno (791) per
loro senno, e fanno di lui molte medicine; chè il zolfo àe molte medicine, e
molte utilitadi in lui.
(790) diventa C. R. 2.
(791) afaitent C. F. R.; erroneamente tradotto per faranno. — Nel C. R. 2.: conciano.
Cap. CXXXV.
Lo re domanda: la folgore di che viene e di che sono? Sidrac risponde:
La folgore viene di grandi incontramenti di venti; chè, allora che egli
s'incontrano fortemente, schianta uno pericoloso fuoco. E questo è per li
peccati della gente, chè molte genti e luoghi sono istati arsi per questi
medesimi fuochi. Che innanzi al diluvio a cento anni, a belli tenpi e a bello
cilestro (792), disciendeano di molte grandi e pericolose folgore sopra terra,
e consumavano molte cose, per lo peccato della gente che allora erano, per
la malvagità loro. E voi potete vedere chiaramente che ora disciendono in
più luoghi, per la malvagia credenza che tengono. Ma tenpo sarà che
folgore non iscienderanno così ispesso nè così pericolose; e questo averrà
per la credenza di coloro che saranno a quello tenpo, che egli saranno
credenti in Dio lo criatore. Quando le folgore disciendono dall'aria, e elle
incontrano lo grosso nuvolato, si perdono una parte della loro forza, per
l'acqua che le 'nfralia (793); e con tutto ciò sono pericolose.
(792) au bieu celestre C. F. R. — e l'aria bella e cilestra C. R. 2.
(793) Da infralire. — Nel C. R. 2.: infrailiscie.
Cap. CXXXVI.
e così si doentano (790) zolfo. Poi la gente lo piglia, e lo faranno (791) per
loro senno, e fanno di lui molte medicine; chè il zolfo àe molte medicine, e
molte utilitadi in lui.
(790) diventa C. R. 2.
(791) afaitent C. F. R.; erroneamente tradotto per faranno. — Nel C. R. 2.: conciano.
Cap. CXXXV.
Lo re domanda: la folgore di che viene e di che sono? Sidrac risponde:
La folgore viene di grandi incontramenti di venti; chè, allora che egli
s'incontrano fortemente, schianta uno pericoloso fuoco. E questo è per li
peccati della gente, chè molte genti e luoghi sono istati arsi per questi
medesimi fuochi. Che innanzi al diluvio a cento anni, a belli tenpi e a bello
cilestro (792), disciendeano di molte grandi e pericolose folgore sopra terra,
e consumavano molte cose, per lo peccato della gente che allora erano, per
la malvagità loro. E voi potete vedere chiaramente che ora disciendono in
più luoghi, per la malvagia credenza che tengono. Ma tenpo sarà che
folgore non iscienderanno così ispesso nè così pericolose; e questo averrà
per la credenza di coloro che saranno a quello tenpo, che egli saranno
credenti in Dio lo criatore. Quando le folgore disciendono dall'aria, e elle
incontrano lo grosso nuvolato, si perdono una parte della loro forza, per
l'acqua che le 'nfralia (793); e con tutto ciò sono pericolose.
(792) au bieu celestre C. F. R. — e l'aria bella e cilestra C. R. 2.
(793) Da infralire. — Nel C. R. 2.: infrailiscie.
Cap. CXXXVI.
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Lo re domanda: le montagne e le rocche furono create dal cominciamento
del mondo? Sidrac risponde:
Da Adamo infino al tempo del diluvio non ebe niuna montagnia, che
tutto il mondo era piano, come la palma della mano; e non ebe unque piova
nè tenpesta. E la terra rendea lo suo frutto, più che la nostra, ora. E la gente
non mangiavano carne e non beveano vino. Ma i loro peccati erano molti
grandi, chè a Dio non si voleano convertire; sicchè a Dio piacque per gli
loro peccati di mandare il diluvio sopra la terra, per lavare la terra de' loro
peccati. Lo diluvio durò sopra la terra XL giorni, e alto XL cubiti. Quando
elli volle coprire la terra, per la volontà di Dio, l'angelo venne a Noè, e
comandogli che facesse una arca, e entrassevi entro egli e la moglie e'
figliuoli e le loro mogli, e di ciascuna criatura vi mettesse una coppia, cioè
maschio e femmina. Noè fece lo suo comandamento; e di quelli che
nell'arca furono, sono usciti quelli che oggi sono. Quando lo diluvio
cominciò a venire, per la volontà di Dio, si fue sì grande la corrente, ch'ella
cavava la terra e' sassi, e menavagli qua e là; e là ove la corrente rimanea, le
pietre e le rocche si restavano, e facevano montagne. E d'allora in qua
cominciò a piovere, e a essere gielo. Del freddore dell'aria e del calore del
sole s'acostano insieme, e diventano vive rocche e montagne, come voi
vedete (794).
(794) de la froidor de l'air et de la chalor au solail si asoderent, et devindrent roches vives et
montaignes, tel com vos le vees C. F. R.
Cap. CXXXVII.
Lo re domanda: da quale parte viene lo diluvio? Sidrac risponde:
Lo diluvio venne del volto (795) del mondo, cioè a sapere del levante,
chè quella è la più degna contrada del mondo; chè di là viene la grazia e la
misericordia di Dio nel mondo e in terra, quando egli la vuol mandare. E
del mondo? Sidrac risponde:
Da Adamo infino al tempo del diluvio non ebe niuna montagnia, che
tutto il mondo era piano, come la palma della mano; e non ebe unque piova
nè tenpesta. E la terra rendea lo suo frutto, più che la nostra, ora. E la gente
non mangiavano carne e non beveano vino. Ma i loro peccati erano molti
grandi, chè a Dio non si voleano convertire; sicchè a Dio piacque per gli
loro peccati di mandare il diluvio sopra la terra, per lavare la terra de' loro
peccati. Lo diluvio durò sopra la terra XL giorni, e alto XL cubiti. Quando
elli volle coprire la terra, per la volontà di Dio, l'angelo venne a Noè, e
comandogli che facesse una arca, e entrassevi entro egli e la moglie e'
figliuoli e le loro mogli, e di ciascuna criatura vi mettesse una coppia, cioè
maschio e femmina. Noè fece lo suo comandamento; e di quelli che
nell'arca furono, sono usciti quelli che oggi sono. Quando lo diluvio
cominciò a venire, per la volontà di Dio, si fue sì grande la corrente, ch'ella
cavava la terra e' sassi, e menavagli qua e là; e là ove la corrente rimanea, le
pietre e le rocche si restavano, e facevano montagne. E d'allora in qua
cominciò a piovere, e a essere gielo. Del freddore dell'aria e del calore del
sole s'acostano insieme, e diventano vive rocche e montagne, come voi
vedete (794).
(794) de la froidor de l'air et de la chalor au solail si asoderent, et devindrent roches vives et
montaignes, tel com vos le vees C. F. R.
Cap. CXXXVII.
Lo re domanda: da quale parte viene lo diluvio? Sidrac risponde:
Lo diluvio venne del volto (795) del mondo, cioè a sapere del levante,
chè quella è la più degna contrada del mondo; chè di là viene la grazia e la
misericordia di Dio nel mondo e in terra, quando egli la vuol mandare. E
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quando egli vuole strugere alcuno uomo o alcuno luogo, per la loro follia,
egli manda la sua ira diverso il levante. Ma per la ritondeza del mondo e per
l'alteza del fermamento, ella (796) non puote conosciere di qual parte è il
levante. E medesimamente gli angeli, che in terra vengono per le genti
guardare e anuziare e amaestrare, di quella parte vengono.
(795) chiere C. F. R. — Chiere significa volto e capo, testa. — Come il capo è la parte più nobile del
corpo, così è il levante la più degna contrada del mondo. — Nel T. F. P: chief du monde.
(796) l'on ne C. F. R.
Cap. CXXXVIII.
Lo re domanda: verrà altra volta lo diluvio in terra? Sidrac risponde:
Iddio per la sua potenzia à promesso che altra volta il diluvio non
manderà in terra. Ma se le genti peccheranno contra lui, egli manderà lo suo
fragello, che gli fragellerà. Lo suo fragello s'intende la sua ispada; che l'una
generazione correrà sopra l'altra, e in questo modo si consumeranno.
Cap. CXXXIX.
Lo re domanda: quando Noè entrò nell'arca, e prese di ciascuna bestia e
uccielli un paio, che bisogno avea di rea bestia, e di metterla nell'arca, i
scorpioni e tarantole e altre ree bestie? Sidrac risponde:
Egli gli mise per due cose: l'una fue per lo comandamento che egli ebe
da Dio, chè comandato gli fue che egli mettesse di ciascuna bestia due; egli
non ardì di trapassare (797) lo suo comandamento, come del suo criatore.
L'altra si è che, se le malvagie bestie velenose non fossono sopra la terra, la
egli manda la sua ira diverso il levante. Ma per la ritondeza del mondo e per
l'alteza del fermamento, ella (796) non puote conosciere di qual parte è il
levante. E medesimamente gli angeli, che in terra vengono per le genti
guardare e anuziare e amaestrare, di quella parte vengono.
(795) chiere C. F. R. — Chiere significa volto e capo, testa. — Come il capo è la parte più nobile del
corpo, così è il levante la più degna contrada del mondo. — Nel T. F. P: chief du monde.
(796) l'on ne C. F. R.
Cap. CXXXVIII.
Lo re domanda: verrà altra volta lo diluvio in terra? Sidrac risponde:
Iddio per la sua potenzia à promesso che altra volta il diluvio non
manderà in terra. Ma se le genti peccheranno contra lui, egli manderà lo suo
fragello, che gli fragellerà. Lo suo fragello s'intende la sua ispada; che l'una
generazione correrà sopra l'altra, e in questo modo si consumeranno.
Cap. CXXXIX.
Lo re domanda: quando Noè entrò nell'arca, e prese di ciascuna bestia e
uccielli un paio, che bisogno avea di rea bestia, e di metterla nell'arca, i
scorpioni e tarantole e altre ree bestie? Sidrac risponde:
Egli gli mise per due cose: l'una fue per lo comandamento che egli ebe
da Dio, chè comandato gli fue che egli mettesse di ciascuna bestia due; egli
non ardì di trapassare (797) lo suo comandamento, come del suo criatore.
L'altra si è che, se le malvagie bestie velenose non fossono sopra la terra, la
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terra sarebbe sì invelenata, ch'ella invelenerebe lo suo frutto, sicchè niuno lo
potrebe mangiare, ch'egli non morisse inmantenente. Chè la terra è in molte
parti tropa velenosa; e le bestie che noi abiamo mentovate, non vivono se
non del veleno della terra. E di questo si può l'uomo legiermente avedere:
chi pigliasse lo più velenoso uccello (798) del mondo, e tenesselo in uno
vasello, che fosse di terra, XV giorni; e dessegli a mangiare pane e carne o
altra cosa che non fosse di terra, egli perderebe lo suo veleno, e non potrebe
dannegiare niuno, se della terra non mangiasse.
(797) travalcare C. R. 1. — La Crusca non registra che travalicare.
(798) animale C. R. 2. — serpant C. F. R.
Cap. CXL.
Lo re domanda: l'oro onde viene? Sidrac risponde:
L'oro viene del levante della terra, e simigliantemente l'argento; che là
ove la terra è pura e netta, ivi si truovano le vene dell'oro e dell'ariento. E la
gente lo truova, e poi l'asettano (799) per lo loro senno. E ciò non è mica
per tutta la terra; ma delle L. giornate o più, si truovano una di queste vene.
Nelle parti del ponente si truova l'oro, come rena, alla riva del mare. Uno
fiume à in India che mena di pagliuola (800).
(799) lo lavorano C. R. 2. — les affaictent T. F. R.
(800) oro di pagliuola C. R. 2.
Cap. CXLI.
Lo re domanda: le perle e gli carbonchi onde vengono? Sidrac risponde:
potrebe mangiare, ch'egli non morisse inmantenente. Chè la terra è in molte
parti tropa velenosa; e le bestie che noi abiamo mentovate, non vivono se
non del veleno della terra. E di questo si può l'uomo legiermente avedere:
chi pigliasse lo più velenoso uccello (798) del mondo, e tenesselo in uno
vasello, che fosse di terra, XV giorni; e dessegli a mangiare pane e carne o
altra cosa che non fosse di terra, egli perderebe lo suo veleno, e non potrebe
dannegiare niuno, se della terra non mangiasse.
(797) travalcare C. R. 1. — La Crusca non registra che travalicare.
(798) animale C. R. 2. — serpant C. F. R.
Cap. CXL.
Lo re domanda: l'oro onde viene? Sidrac risponde:
L'oro viene del levante della terra, e simigliantemente l'argento; che là
ove la terra è pura e netta, ivi si truovano le vene dell'oro e dell'ariento. E la
gente lo truova, e poi l'asettano (799) per lo loro senno. E ciò non è mica
per tutta la terra; ma delle L. giornate o più, si truovano una di queste vene.
Nelle parti del ponente si truova l'oro, come rena, alla riva del mare. Uno
fiume à in India che mena di pagliuola (800).
(799) lo lavorano C. R. 2. — les affaictent T. F. R.
(800) oro di pagliuola C. R. 2.
Cap. CXLI.
Lo re domanda: le perle e gli carbonchi onde vengono? Sidrac risponde:
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Uno mare è che si chiama lo mare nero. In quello mare si à molti
nicchi (801), che si tengono a due a due, e sono aperti sopra l'acqua; e la
piova si disciende dall'aria e entra ne' nicchi, per la volontà di Dio. Egli si
chiudono, e vanno e vanno dentro dal mare, e ivi dimorano C. anni o più. E
quegli che gli vogliono avere, sì si cuoprono i volti di vessiche di buoi, per
allenare (802) sotto l'acqua, e per lo grande dimoro ch'eglino vi fanno; e sì
s'ungono d'uno incenso (803) nero, perchè gli pesci si fughino, e non fanno
loro male (804). E quando eglino tragono fuori i nicchi, egli gli aprono, e
tragonne fuori le perle, che sono come carne bianca, ritonda. Quando elle
sentono l'aria, elle induriscono, tali com'elle sono. E quando elle non sono
di stagione, elle putono come carogna, e non vagliono nulla. I carbonchi si
truovano simigliante ne' nicchi che sono nell'acque dolci; e sono di grandine
che cade dall'aria in loro; e elli si chiudono, e vanno nel fondo, e quivi
dimorano CC. o CCC. anni, in quello fondo, e le genti le truovano. E
quando elli non sono di stagione, simigliantemente putono, come le perle, e
non vagliono nulla. Non intendere che tutta la piova che cade ne' nicchi e la
grandine, diventino perle o carbonchi, se non lo primo giorno della luna di
giemini (805), quando la luna è nel suo segno; allora diventa la piova che vi
cade entro, perle. E a' dì XII di giugno (806), quando la luna è in cancro,
diventa la grandine che cade ne' nicchi, carbonchi; e ciòe aviene più tardi
che quelle delle perle.
(801) molte coquilles C. R. 1.
(802) per alitare C. R. 1.
(803) unguento C. R. 1.
(804) laonde li pesci li dottano e fuggono. R. C. 1.
(805) genvier C. F. R. — il dì di calen di gennaio C. R. 1.
(806) a' XXIIII dì della luna del mese di dicenbre C. R. 1.
Cap. CXLII.
Lo re domanda: quante terre sono al mondo? Sidrac risponde:
nicchi (801), che si tengono a due a due, e sono aperti sopra l'acqua; e la
piova si disciende dall'aria e entra ne' nicchi, per la volontà di Dio. Egli si
chiudono, e vanno e vanno dentro dal mare, e ivi dimorano C. anni o più. E
quegli che gli vogliono avere, sì si cuoprono i volti di vessiche di buoi, per
allenare (802) sotto l'acqua, e per lo grande dimoro ch'eglino vi fanno; e sì
s'ungono d'uno incenso (803) nero, perchè gli pesci si fughino, e non fanno
loro male (804). E quando eglino tragono fuori i nicchi, egli gli aprono, e
tragonne fuori le perle, che sono come carne bianca, ritonda. Quando elle
sentono l'aria, elle induriscono, tali com'elle sono. E quando elle non sono
di stagione, elle putono come carogna, e non vagliono nulla. I carbonchi si
truovano simigliante ne' nicchi che sono nell'acque dolci; e sono di grandine
che cade dall'aria in loro; e elli si chiudono, e vanno nel fondo, e quivi
dimorano CC. o CCC. anni, in quello fondo, e le genti le truovano. E
quando elli non sono di stagione, simigliantemente putono, come le perle, e
non vagliono nulla. Non intendere che tutta la piova che cade ne' nicchi e la
grandine, diventino perle o carbonchi, se non lo primo giorno della luna di
giemini (805), quando la luna è nel suo segno; allora diventa la piova che vi
cade entro, perle. E a' dì XII di giugno (806), quando la luna è in cancro,
diventa la grandine che cade ne' nicchi, carbonchi; e ciòe aviene più tardi
che quelle delle perle.
(801) molte coquilles C. R. 1.
(802) per alitare C. R. 1.
(803) unguento C. R. 1.
(804) laonde li pesci li dottano e fuggono. R. C. 1.
(805) genvier C. F. R. — il dì di calen di gennaio C. R. 1.
(806) a' XXIIII dì della luna del mese di dicenbre C. R. 1.
Cap. CXLII.
Lo re domanda: quante terre sono al mondo? Sidrac risponde:
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Tutta è una terra; ma per la ragione del mare, che è in terra per lo
mezo (807), egli le diparte in tre parti, che si chiamano tre contrade, sanza
l'isole. Ma tutta è una terra ferma; e tutte sono sopra uno fondamento; e
tutte le formò Idio, a una ora e a una volontà. Ma chi andasse sotto il
mondo, conciosia cosa che (808) niuno vi possa andare, ma per la volontà
di Dio uno andasse tutto intorno, egli troverebe che tutta la terra è una, là
ove è il mare e là ove non è; che tanto profondo non può essere (809), che
la terra non vi sia sotto. E quella medesima terra àe acqua di sotto, ella, che
la sostiene.
(807) ch'entra per lo mezo C. R. 2.
(808) sebbene.
(809) che tutta profonda essere C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CXLIII.
Lo re domanda: puote l'uomo andare intorno al mondo? Sidrac risponde:
Niuno puote andare intorno, nè atorniare lo mondo. Bene potrebbe
l'uomo tanto vivere, che, se la terra fosse tutta terra ferma, e fosse piana,
che andare vi potrebbe. Ma chi andare vi volesse, molto vi troverrebe
contrariose (810) montagnie, che passare non si potrebono in niuna guisa;
perchè troverebono molti diserti, che fiore (811) d'acqua non v'à. Anche si
troverebono molte bestie e uccelli salvatichi, che l'ucciderebono. E là
ov'egli avesse passati tutti questi pericoli, si troverebe lo grande diserto, ove
è la grande scuritade, che l'uomo non vi puote vedere nulla. E là ove l'uomo
avesse passato questo, si troverrebbe le crepature della terra, là ove il mare
batte, e passa per mezo la terra. E per molte ragioni niuno uomo andare non
vi potrebe, eziandio fosse uccello, volando, per la sete e per l'affanno e per
molte altre ragioni (812).
(810) contraires C. F. R.
(811) Per punto, niente. — punto d'acqua C. R. 1. e C. R. 2. — goute d'aigue C. F. R.
mezo (807), egli le diparte in tre parti, che si chiamano tre contrade, sanza
l'isole. Ma tutta è una terra ferma; e tutte sono sopra uno fondamento; e
tutte le formò Idio, a una ora e a una volontà. Ma chi andasse sotto il
mondo, conciosia cosa che (808) niuno vi possa andare, ma per la volontà
di Dio uno andasse tutto intorno, egli troverebe che tutta la terra è una, là
ove è il mare e là ove non è; che tanto profondo non può essere (809), che
la terra non vi sia sotto. E quella medesima terra àe acqua di sotto, ella, che
la sostiene.
(807) ch'entra per lo mezo C. R. 2.
(808) sebbene.
(809) che tutta profonda essere C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CXLIII.
Lo re domanda: puote l'uomo andare intorno al mondo? Sidrac risponde:
Niuno puote andare intorno, nè atorniare lo mondo. Bene potrebbe
l'uomo tanto vivere, che, se la terra fosse tutta terra ferma, e fosse piana,
che andare vi potrebbe. Ma chi andare vi volesse, molto vi troverrebe
contrariose (810) montagnie, che passare non si potrebono in niuna guisa;
perchè troverebono molti diserti, che fiore (811) d'acqua non v'à. Anche si
troverebono molte bestie e uccelli salvatichi, che l'ucciderebono. E là
ov'egli avesse passati tutti questi pericoli, si troverebe lo grande diserto, ove
è la grande scuritade, che l'uomo non vi puote vedere nulla. E là ove l'uomo
avesse passato questo, si troverrebbe le crepature della terra, là ove il mare
batte, e passa per mezo la terra. E per molte ragioni niuno uomo andare non
vi potrebe, eziandio fosse uccello, volando, per la sete e per l'affanno e per
molte altre ragioni (812).
(810) contraires C. F. R.
(811) Per punto, niente. — punto d'acqua C. R. 1. e C. R. 2. — goute d'aigue C. F. R.
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(812) Per molte ragioni, le quali si potrebbero asegnare, non potrebbe niuna persona intorno alla
terra andare; ancora fosse elli uno uccello volante, non vi potrebe andare per la sete e per la
fame che patirebbe C. R. 1.
Cap. CXLIV.
Lo re domanda: potrebbe l'uomo andare tanto in su una nave, che tuttavia
la spingesse il vento inanzi, ch'egli potesse venire presso al fermamento?
Sidrac risponde:
Chi fosse in una nave in mare, e il vento la portasse e sospignesse
tuttavia inanzi, e movesse dal levante, da indi a due anni o più si
troverrebbe dalla riva del ponente. E simigliante, s'ella si partisse dal
ponente, si troverrebbe dalla riva del levante; e dal traverso del mondo
altressì. E s'egli avenisse cosa che fosse per la volontà di Dio, che uno
uomo fosse sì grande, come tutto il mondo, e fosse presso del fermamento,
là ove egli si volgie a mille miglia e più, quello uomo che fosse magiore del
mondo, morrebe incontanente, della paura e delle tenpeste che fa il
fermamento, quando egli si volge; chè lo fermamento non fina di volgere nè
di torneare.
Cap. CXLV.
Lo re domanda: che non creò Iddio l'uomo che potesse vivere lungo tenpo?
Sidrac risponde:
Se Iddio avesse fatto quello che tu dici, egli avrebbe fatto grande
oltraggio al diavolo, ch'egli lo traboccò di cielo per una sola cogitazione. E
l'uomo che il suo diletto avesse in questo mondo, e lungamente vivesse
terra andare; ancora fosse elli uno uccello volante, non vi potrebe andare per la sete e per la
fame che patirebbe C. R. 1.
Cap. CXLIV.
Lo re domanda: potrebbe l'uomo andare tanto in su una nave, che tuttavia
la spingesse il vento inanzi, ch'egli potesse venire presso al fermamento?
Sidrac risponde:
Chi fosse in una nave in mare, e il vento la portasse e sospignesse
tuttavia inanzi, e movesse dal levante, da indi a due anni o più si
troverrebbe dalla riva del ponente. E simigliante, s'ella si partisse dal
ponente, si troverrebbe dalla riva del levante; e dal traverso del mondo
altressì. E s'egli avenisse cosa che fosse per la volontà di Dio, che uno
uomo fosse sì grande, come tutto il mondo, e fosse presso del fermamento,
là ove egli si volgie a mille miglia e più, quello uomo che fosse magiore del
mondo, morrebe incontanente, della paura e delle tenpeste che fa il
fermamento, quando egli si volge; chè lo fermamento non fina di volgere nè
di torneare.
Cap. CXLV.
Lo re domanda: che non creò Iddio l'uomo che potesse vivere lungo tenpo?
Sidrac risponde:
Se Iddio avesse fatto quello che tu dici, egli avrebbe fatto grande
oltraggio al diavolo, ch'egli lo traboccò di cielo per una sola cogitazione. E
l'uomo che il suo diletto avesse in questo mondo, e lungamente vivesse
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sanza molti e grandi peccati, che non potrebe? E se egli lo mettesse in
paradiso, sapiate che Idio avrebe fatto grande oltragio al diavolo. Non
perciò ch'egli ci à dato vita e santà e gioia, più che tu non dici. Li buoni
giammai non morranno, e tuttavia giovani e allegri e ricchi e savi saranno.
La morte che noi abiamo in questo secolo, si è altressì come trapassamento;
e altressì come uno uccello, che entra per una finestra e escie per un'altra. E
chi vuole vivere lungo tenpo, faccia quello che Idio gli comanda. E se uno
re dicesse a uno povero: vieni al mio tesoro, e piglia del mio avere e delle
mie gioie e delle mie pietre preziose, tante quante tu vorrai, e serbale per
me; che, un'altra volta, quando tu verrai a me, tu non venghi lordo, che tu
sarai cacciato alla mia porta; se quello uomo vorrà pigliare di quello tesoro,
egli sarà inorato tra li possenti; e s'egli vorrà andare tra la puzza, egli sarà
cacciato ontosamente da la conpagnia de' possenti. Altrettale aviene di Dio.
Idio ci à donato gioia e vita e sanità e ricchezza e gioventudine per tutti i
tenpi, e vita a chi la vuole avere, sanza fine; che già non morrà, per lo
trapassamento ch'egli farà di questo secolo. Lo suo tesoro si è la nostra
credenza e lo bene che noi facciamo; e lo nostro andare a lui altra volta si è
la morte; e chi vuole questo fare, egli avrà questo per tutti i tenpi, ciò è a
sapere che egli andranno nella vita perdurabile. E s'egli ci desse lungamente
gioia e vita e santà, e poi morire e andare diritto in paradiso, non sarebbe
mestiero di darci tutto questo, ma di metterci del tutto in paradiso. Io non
vorrei vivere tanto quanto il mondo durerà, e essere tuttavia ricco e giovane
e possente, e alla fine del mondo morire, e andare in onferno. Certo inanzi
amerei di morire ora, e andare immantenente in paradiso. Che tutti i diletti e
le gioie e le ricchezze di tutto il mondo fossono insieme, tanto quanto il
mondo durerà, e fossono ragunate tutte in un luogo, non sarebbono nimica
delle mille parti l'una, delle gioie di paradiso. E simigliantemente, a questa
medesima ragione, delle pene dello 'nferno: che tutte le pene che giammai
furono e saranno per universo mondo, e tutte quelle che potessero essere,
tanto quanto il mondo durerà, non sarebbono mica delle mille parti l'una,
del dolore e delle pene dello 'nferno.
Cap. CXLVI.
paradiso, sapiate che Idio avrebe fatto grande oltragio al diavolo. Non
perciò ch'egli ci à dato vita e santà e gioia, più che tu non dici. Li buoni
giammai non morranno, e tuttavia giovani e allegri e ricchi e savi saranno.
La morte che noi abiamo in questo secolo, si è altressì come trapassamento;
e altressì come uno uccello, che entra per una finestra e escie per un'altra. E
chi vuole vivere lungo tenpo, faccia quello che Idio gli comanda. E se uno
re dicesse a uno povero: vieni al mio tesoro, e piglia del mio avere e delle
mie gioie e delle mie pietre preziose, tante quante tu vorrai, e serbale per
me; che, un'altra volta, quando tu verrai a me, tu non venghi lordo, che tu
sarai cacciato alla mia porta; se quello uomo vorrà pigliare di quello tesoro,
egli sarà inorato tra li possenti; e s'egli vorrà andare tra la puzza, egli sarà
cacciato ontosamente da la conpagnia de' possenti. Altrettale aviene di Dio.
Idio ci à donato gioia e vita e sanità e ricchezza e gioventudine per tutti i
tenpi, e vita a chi la vuole avere, sanza fine; che già non morrà, per lo
trapassamento ch'egli farà di questo secolo. Lo suo tesoro si è la nostra
credenza e lo bene che noi facciamo; e lo nostro andare a lui altra volta si è
la morte; e chi vuole questo fare, egli avrà questo per tutti i tenpi, ciò è a
sapere che egli andranno nella vita perdurabile. E s'egli ci desse lungamente
gioia e vita e santà, e poi morire e andare diritto in paradiso, non sarebbe
mestiero di darci tutto questo, ma di metterci del tutto in paradiso. Io non
vorrei vivere tanto quanto il mondo durerà, e essere tuttavia ricco e giovane
e possente, e alla fine del mondo morire, e andare in onferno. Certo inanzi
amerei di morire ora, e andare immantenente in paradiso. Che tutti i diletti e
le gioie e le ricchezze di tutto il mondo fossono insieme, tanto quanto il
mondo durerà, e fossono ragunate tutte in un luogo, non sarebbono nimica
delle mille parti l'una, delle gioie di paradiso. E simigliantemente, a questa
medesima ragione, delle pene dello 'nferno: che tutte le pene che giammai
furono e saranno per universo mondo, e tutte quelle che potessero essere,
tanto quanto il mondo durerà, non sarebbono mica delle mille parti l'una,
del dolore e delle pene dello 'nferno.
Cap. CXLVI.
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Lo re domanda: quali angieli pigliano l'anime? Sidrac risponde:
Ciascuna anima, se ella è buona e giusta, quando ella si vuole partire di
questo secolo mortale, si viene l'angelo che la guarda e governa in questo
secolo, si viene con grande conpagnia d'angeli, e portalla, cantando e
glorificando lo nome di Cristo lo criatore. E poi la mettono in cielo, e là
istarà, infino a tanto che lo figliuolo di Dio verrà a giudicare i morti e i vivi.
Allora verrà l'anima al giudicamento, e piglierà lo suo corpo, e monterà
nella conpagnia di Dio in cielo, come uno de' suoi angeli. Le ree anime,
quando elle si dovranno partire de' loro corpi mortali, si viene lo diavolo, a
quella anima che à aconsentito alla sua volontà, con grande conpagnia di
demoni, e portolla ontosamente e dolorosamente, e mettolla nelle pene dello
'nferno. Ma non intendere nimica che questo sia al nostro tenpo; ma questo
sarà dalla morte del figliuolo di Dio: tutti fieno in inferno, buoni e rei, ma
tutti non vanno già in uno luogo, ch'egli vanno tutti in nabisso d'inferno per
tutti i tenpi; ma i buoni vanno ne' canti (813), là ove egli non ànno se non
tenebre; e là istaranno tanto che il figliuolo di Dio gli verrà a liberare per la
sua morte.
(813) en l'orle C. F. R. — nelli cantoni C. R. 2.
Cap. CXLVII.
Lo re domanda: quale è meglio, od opera o castità? Sidrac risponde:
Opera vale meglio sanza castità, che castità sanza opera. Se tu se' casto
del tuo corpo, e le tue opere sono rie, quella castità che tu ài non sono per
Dio, anzi sono per alcuna cagione che tu ài, o per vechieza o per fraleza di
natura. Quelli che uccidono le genti, ingannano, e inbolano l'altrui, e sì si
spergiurano, e non conoscono lo loro criatore; e quelli che lo conoscono, e
non fanno lo suo comandamento; quelli che fanno le rie opere di male
maniere contra gente, che castità possono avere in loro? Quando cotali
Ciascuna anima, se ella è buona e giusta, quando ella si vuole partire di
questo secolo mortale, si viene l'angelo che la guarda e governa in questo
secolo, si viene con grande conpagnia d'angeli, e portalla, cantando e
glorificando lo nome di Cristo lo criatore. E poi la mettono in cielo, e là
istarà, infino a tanto che lo figliuolo di Dio verrà a giudicare i morti e i vivi.
Allora verrà l'anima al giudicamento, e piglierà lo suo corpo, e monterà
nella conpagnia di Dio in cielo, come uno de' suoi angeli. Le ree anime,
quando elle si dovranno partire de' loro corpi mortali, si viene lo diavolo, a
quella anima che à aconsentito alla sua volontà, con grande conpagnia di
demoni, e portolla ontosamente e dolorosamente, e mettolla nelle pene dello
'nferno. Ma non intendere nimica che questo sia al nostro tenpo; ma questo
sarà dalla morte del figliuolo di Dio: tutti fieno in inferno, buoni e rei, ma
tutti non vanno già in uno luogo, ch'egli vanno tutti in nabisso d'inferno per
tutti i tenpi; ma i buoni vanno ne' canti (813), là ove egli non ànno se non
tenebre; e là istaranno tanto che il figliuolo di Dio gli verrà a liberare per la
sua morte.
(813) en l'orle C. F. R. — nelli cantoni C. R. 2.
Cap. CXLVII.
Lo re domanda: quale è meglio, od opera o castità? Sidrac risponde:
Opera vale meglio sanza castità, che castità sanza opera. Se tu se' casto
del tuo corpo, e le tue opere sono rie, quella castità che tu ài non sono per
Dio, anzi sono per alcuna cagione che tu ài, o per vechieza o per fraleza di
natura. Quelli che uccidono le genti, ingannano, e inbolano l'altrui, e sì si
spergiurano, e non conoscono lo loro criatore; e quelli che lo conoscono, e
non fanno lo suo comandamento; quelli che fanno le rie opere di male
maniere contra gente, che castità possono avere in loro? Quando cotali
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opere fanno, cotali gente, non ànno in loro la castità per Dio, anzi l'anno per
le cose sopradette (814). La castità che è in loro non è prode neuno alla
gente. Quelli che ànno buone opere in loro, e non sono casti, quelli non
fanno niuno danno alla gente, anzi fanno male a loro medesimi. Chi buone
opere fae, può fare rei fatti, bene e pietà e lealtà alberga in lui; e se egli non
è casto, lo suo peccato non fa niuno male a l'altre genti; anzi puote essere
per le buone opere ch'egli fa, raccatterà lo suo peccato. E però diciamo noi
che le buone opere sanza castità vagliono meglio che castità sanza buone
opere.
(814) Quelli che fanno le male opere, e uccidono le genti, e ingannano e rubano e uccidono e furano,
quelli sono ispergiuri; e quelli che non conoscono loro creatore, et quelli che non fanno suoi
comandamenti, ke fanno le male opere per molte maniere; tali gente, che castitade possono
avere in loro, quando elli non ànno pietade d'altra creatura? Quando cotali opere rie fanno, tali
gente non ànno la castitade in loro per Dio, anzi l'ànno per le cose avanti nominate C. R. 1.
Cap. CXLVIII.
Lo re domanda: di che vengono gli tremuoti? Sidrac risponde:
I tremuoti avengono per l'acque che corrono fortemente sotterra, e
fanno grandi marosi, e gittano grandi venti del loro incontrare. Che l'aria si
serra e si raguna in tane, che sono sotto terra, e per lo suo grande
serramento (815) e per la sua grande forza ella crolla la terra, e falla
rimutare, e criepa. E 'l vento e l'aire escie tutto di fuori, là ove la terra è
frale; e al suo uscire abatte e confonde (816) tutto ciò che sopra v'è fondato;
e là ove la terra è forte, ella triema sanza altro fare (817).
(815) raunamento C. R. 2.
(816) confund C. F. R. — Confondre, confundre, oltre confondere, vuole anche dire rovinare,
distruggere.
(817) „Onde volendo noi cercare la cagione, che fa tremare la terra, troviamo una ventosità che
s'ingenera nel ventre delle terra.... E già avemo trovati forati nella terra, che continovamente
n'uscia fuori lo vento..... E in quelle contrade erano bagni: onde, entrando lo calore del sole
entro per lo corpo, lo quale ha a risolvere l'umidità in vapore, risolve l'umidità della terra e
diventane vapore ventoso, lo quale è racchiuso nella concavità della terra..... onde, non
le cose sopradette (814). La castità che è in loro non è prode neuno alla
gente. Quelli che ànno buone opere in loro, e non sono casti, quelli non
fanno niuno danno alla gente, anzi fanno male a loro medesimi. Chi buone
opere fae, può fare rei fatti, bene e pietà e lealtà alberga in lui; e se egli non
è casto, lo suo peccato non fa niuno male a l'altre genti; anzi puote essere
per le buone opere ch'egli fa, raccatterà lo suo peccato. E però diciamo noi
che le buone opere sanza castità vagliono meglio che castità sanza buone
opere.
(814) Quelli che fanno le male opere, e uccidono le genti, e ingannano e rubano e uccidono e furano,
quelli sono ispergiuri; e quelli che non conoscono loro creatore, et quelli che non fanno suoi
comandamenti, ke fanno le male opere per molte maniere; tali gente, che castitade possono
avere in loro, quando elli non ànno pietade d'altra creatura? Quando cotali opere rie fanno, tali
gente non ànno la castitade in loro per Dio, anzi l'ànno per le cose avanti nominate C. R. 1.
Cap. CXLVIII.
Lo re domanda: di che vengono gli tremuoti? Sidrac risponde:
I tremuoti avengono per l'acque che corrono fortemente sotterra, e
fanno grandi marosi, e gittano grandi venti del loro incontrare. Che l'aria si
serra e si raguna in tane, che sono sotto terra, e per lo suo grande
serramento (815) e per la sua grande forza ella crolla la terra, e falla
rimutare, e criepa. E 'l vento e l'aire escie tutto di fuori, là ove la terra è
frale; e al suo uscire abatte e confonde (816) tutto ciò che sopra v'è fondato;
e là ove la terra è forte, ella triema sanza altro fare (817).
(815) raunamento C. R. 2.
(816) confund C. F. R. — Confondre, confundre, oltre confondere, vuole anche dire rovinare,
distruggere.
(817) „Onde volendo noi cercare la cagione, che fa tremare la terra, troviamo una ventosità che
s'ingenera nel ventre delle terra.... E già avemo trovati forati nella terra, che continovamente
n'uscia fuori lo vento..... E in quelle contrade erano bagni: onde, entrando lo calore del sole
entro per lo corpo, lo quale ha a risolvere l'umidità in vapore, risolve l'umidità della terra e
diventane vapore ventoso, lo quale è racchiuso nella concavità della terra..... onde, non
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potendovi istare, combatte colla terra per uscire fuori; e se truova la terra dura e soda, levata su
e giù, e falla tremare, e insolliscela ed escene fuori; e se la truova arenosa e solla, escene fuori
sanza tremuoto.„ Ristoro d'Arezzo, Compos. del Mondo, VII, iv., 7.
Cap. CXLIX.
Lo re domanda: le piante perchè mutano lo loro segno e fannoli contro?
Sidrac risponde (818):
Iddio à stabilito che tre volte averà: le prima è venuta, e le due
averranno. L'una fue per l'avenimento del diluvio, che tutto il mondo dovea
perire. L'altra sarà quando il figliuolo di Dio sarà crocifisso e morto: questa
sarà molto grande e molto iscura, e bene dee essere, per la morte di così
grandissimo signore, come il figliuolo di Dio sarà. L'altra sarà quando lo
falso profeta nascierà, lo quale tutto il mondo divorerà. Questi tre sono
naturali. Gli altri che sono stati e saranno, sono per la ragione del sole e
della luna e della terra; chè la scurità della luna aviene per la terra, e quando
ella toglie lo chiarore del sole. La luna e 'l sole vanno per una via, ciascuno
nel suo cerchio; e quando aviene che la terra tolga lo chiarore del sole, si
conviene che la luna iscuri, perchè la luna non luce per sè, anzi per lo
chiarore del sole che fiede in lei; e se lo splendore non vedesse, la luna
giammai non lucerebbe; che la luna è come uno specchio, che niuno
chiarore non rende. Quando lo fermamento fa lo suo torno, e lo sole
intornea lo mondo, si comincia la terra a tôrre lo chiarore del sole alla luna,
a poco a poco; siccome voi vedete che la luna rischiara a poco a poco. E ciò
aviene per la terra, che li ombra (819) lo splendore del sole. Quando la luna
è tutta coperta per la terra, ch'ella à tolto lo chiarore del sole al volgere del
fermamento, lo sole iscuopre della terra parte, e la luna perde l'onbra della
terra; e allora lo sprendore del sole la comincia a fedire, a poco a poco,
tanto che la luna à tutto ricovero (820) la sua luce. La luna perde per lo sole
lo suo lume, a poco a poco, dall'una parte, e dall'altra lo ricovera
simigliantemente, a l'uscire del sole (821). E simigliantemente aviene del
chiarore del sole, quando la stagione è che il sole va per la via della luna; e
e giù, e falla tremare, e insolliscela ed escene fuori; e se la truova arenosa e solla, escene fuori
sanza tremuoto.„ Ristoro d'Arezzo, Compos. del Mondo, VII, iv., 7.
Cap. CXLIX.
Lo re domanda: le piante perchè mutano lo loro segno e fannoli contro?
Sidrac risponde (818):
Iddio à stabilito che tre volte averà: le prima è venuta, e le due
averranno. L'una fue per l'avenimento del diluvio, che tutto il mondo dovea
perire. L'altra sarà quando il figliuolo di Dio sarà crocifisso e morto: questa
sarà molto grande e molto iscura, e bene dee essere, per la morte di così
grandissimo signore, come il figliuolo di Dio sarà. L'altra sarà quando lo
falso profeta nascierà, lo quale tutto il mondo divorerà. Questi tre sono
naturali. Gli altri che sono stati e saranno, sono per la ragione del sole e
della luna e della terra; chè la scurità della luna aviene per la terra, e quando
ella toglie lo chiarore del sole. La luna e 'l sole vanno per una via, ciascuno
nel suo cerchio; e quando aviene che la terra tolga lo chiarore del sole, si
conviene che la luna iscuri, perchè la luna non luce per sè, anzi per lo
chiarore del sole che fiede in lei; e se lo splendore non vedesse, la luna
giammai non lucerebbe; che la luna è come uno specchio, che niuno
chiarore non rende. Quando lo fermamento fa lo suo torno, e lo sole
intornea lo mondo, si comincia la terra a tôrre lo chiarore del sole alla luna,
a poco a poco; siccome voi vedete che la luna rischiara a poco a poco. E ciò
aviene per la terra, che li ombra (819) lo splendore del sole. Quando la luna
è tutta coperta per la terra, ch'ella à tolto lo chiarore del sole al volgere del
fermamento, lo sole iscuopre della terra parte, e la luna perde l'onbra della
terra; e allora lo sprendore del sole la comincia a fedire, a poco a poco,
tanto che la luna à tutto ricovero (820) la sua luce. La luna perde per lo sole
lo suo lume, a poco a poco, dall'una parte, e dall'altra lo ricovera
simigliantemente, a l'uscire del sole (821). E simigliantemente aviene del
chiarore del sole, quando la stagione è che il sole va per la via della luna; e
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egli medesimo viene sopra lei; ella fa ombra alla terra, e toglie lo chiarore
del sole, tanto che egli avrà passato dall'altra parte, per lo movimento del
fermamento; e si discuopre dall'altra parte, a quella medesima ragione che
la terra toglie lo chiarore del sole alla luna. E quando la luna rende lo suo
chiarore, quelli che non la veggono, si ànno notte, perchè non ànno lo
chiarore del sole. Quando lo sole fa lo suo chiarore, quelli che vegiono, si
ànno giorno, ch'egli ànno lo suo chiarore. Allora quando noi vegiamo lo suo
chiarore, l'altre genti nollo veggiono; quando noi nollo veggiamo, e quelli lo
veggono.
(818) Questo capitolo tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. è intitolato: Les esclips de quoy vienent? E
questo pare che abbia da essere il vero titolo di esso.
(819) Ombrer, ant. fr., ha ancora il significato di coprire. Il testo prov. del Sidrac: esdeve escura per
la terra que lhi enombra la resplandor del solelh. — Ombrare in questo senso manca alla
Crusca.
(820) àe ricoverata C. R. 2.
(821) Aussi comme le solail se couvre de la terre de l'une part a son passer, et se decouvre a son yssir
de l'autre part C. F. R.
Cap. CL.
Lo re domanda: le stelle che vanno per l'aria, vanno elleno, e come cagiono
elle? Sidrac risponde:
Lo chiarore che voi vedete andare per l'aria non sono già istelle, anzi
sono tre cose: l'una è lo vento, che corre per l'aria (822); la seconda si è
l'umidore che la terra sospira (823), che egli monta in alto ne l'aria, nello
grande calore che la terra getta, e quando egli sente l'aria, egli ischianta. La
terza si sono gli angioli, che di cielo sono abattuti, siccome a Dio piacque;
chè quando lo suo comandamento fue ch'eglino non cadessono più, in
quello punto dimorò ciascuno in quello luogo là ove egli era. Quelli che
nell'aria furono traboccati, dimorarono nell'aria; e alcuna volta vogliono per
loro ingegno (824) agrappare al fermamento; e gli angeli di Dio gli
fediscono di fuoco, e buttano in inferno, là ove gli altri sono. E quello fuoco
del sole, tanto che egli avrà passato dall'altra parte, per lo movimento del
fermamento; e si discuopre dall'altra parte, a quella medesima ragione che
la terra toglie lo chiarore del sole alla luna. E quando la luna rende lo suo
chiarore, quelli che non la veggono, si ànno notte, perchè non ànno lo
chiarore del sole. Quando lo sole fa lo suo chiarore, quelli che vegiono, si
ànno giorno, ch'egli ànno lo suo chiarore. Allora quando noi vegiamo lo suo
chiarore, l'altre genti nollo veggiono; quando noi nollo veggiamo, e quelli lo
veggono.
(818) Questo capitolo tanto nel C. F. R. che nel T. F. P. è intitolato: Les esclips de quoy vienent? E
questo pare che abbia da essere il vero titolo di esso.
(819) Ombrer, ant. fr., ha ancora il significato di coprire. Il testo prov. del Sidrac: esdeve escura per
la terra que lhi enombra la resplandor del solelh. — Ombrare in questo senso manca alla
Crusca.
(820) àe ricoverata C. R. 2.
(821) Aussi comme le solail se couvre de la terre de l'une part a son passer, et se decouvre a son yssir
de l'autre part C. F. R.
Cap. CL.
Lo re domanda: le stelle che vanno per l'aria, vanno elleno, e come cagiono
elle? Sidrac risponde:
Lo chiarore che voi vedete andare per l'aria non sono già istelle, anzi
sono tre cose: l'una è lo vento, che corre per l'aria (822); la seconda si è
l'umidore che la terra sospira (823), che egli monta in alto ne l'aria, nello
grande calore che la terra getta, e quando egli sente l'aria, egli ischianta. La
terza si sono gli angioli, che di cielo sono abattuti, siccome a Dio piacque;
chè quando lo suo comandamento fue ch'eglino non cadessono più, in
quello punto dimorò ciascuno in quello luogo là ove egli era. Quelli che
nell'aria furono traboccati, dimorarono nell'aria; e alcuna volta vogliono per
loro ingegno (824) agrappare al fermamento; e gli angeli di Dio gli
fediscono di fuoco, e buttano in inferno, là ove gli altri sono. E quello fuoco
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che caccia (825) nel nabisso dello 'nferno, si dimostra a noi i modi di
stelle (826). Simigliantemente avengono quelle cose così di giorno come di
notte; ma per lo chiarore del sole non si possono vedere.
(822) „Quod in nocte videntur stellae cadere, non sunt stellae, sed igniculi a flatu ventorum ab
aethere in aerem tracti, etc.„ Imago mundi, c. 50.
(823) Per esala.
(824) par lor engin C. F. R.
(825) chi les eschaufe C. F. R. — Forse eschaufe fu tradotto per caccia? Anche il C. R. 2. ha:
cacciano.
(826) si dimostra a noi in modo di stelle C. R. 2.
Cap. CLI.
Lo re domanda: quanti cieli sono? Sidrac risponde:
Tre cieli sono: l'uno è quello che noi vegiamo, che intorno di noi torna,
e si è del colore dell'azzurro, e si è lo primo fermamento, e si è corporale.
Lo secondo si è quello ove i buoni saranno, là ove gli angeli sono, e si è
ispirituale, e si è alla simiglianza di cristallo. Lo terzo si è quello ove Idio è;
e è di simiglianza d'oro. E ciascuno di questi cieli è di lungi l'uno dall'altro,
come la terra infino al primo cielo. Ma egli si nominano VII cieli per la
substanzia di VII pianeti.
Cap. CLII.
Lo re domanda: quanto è alto lo cielo da terra? Sidrac risponde:
stelle (826). Simigliantemente avengono quelle cose così di giorno come di
notte; ma per lo chiarore del sole non si possono vedere.
(822) „Quod in nocte videntur stellae cadere, non sunt stellae, sed igniculi a flatu ventorum ab
aethere in aerem tracti, etc.„ Imago mundi, c. 50.
(823) Per esala.
(824) par lor engin C. F. R.
(825) chi les eschaufe C. F. R. — Forse eschaufe fu tradotto per caccia? Anche il C. R. 2. ha:
cacciano.
(826) si dimostra a noi in modo di stelle C. R. 2.
Cap. CLI.
Lo re domanda: quanti cieli sono? Sidrac risponde:
Tre cieli sono: l'uno è quello che noi vegiamo, che intorno di noi torna,
e si è del colore dell'azzurro, e si è lo primo fermamento, e si è corporale.
Lo secondo si è quello ove i buoni saranno, là ove gli angeli sono, e si è
ispirituale, e si è alla simiglianza di cristallo. Lo terzo si è quello ove Idio è;
e è di simiglianza d'oro. E ciascuno di questi cieli è di lungi l'uno dall'altro,
come la terra infino al primo cielo. Ma egli si nominano VII cieli per la
substanzia di VII pianeti.
Cap. CLII.
Lo re domanda: quanto è alto lo cielo da terra? Sidrac risponde:
Page 178
Lo cielo è tanto alto dalla terra, che, una pietra fosse al cielo, che
pesasse quanto una macina da mulino, si penerebe a cadere più di cento
anni, anzi che ella fosse quagiù, ove noi siamo. E si è così presso lo cielo
dalla terra, agli buoni, e agli angeli (827), che così spesse volte vi montano
e asciendono, come l'uomo chiuderebe gli occhi e aprirebbe; questo è per la
volontà di Dio.
(827) as bons chi monteront et as angles qui souvent montent et descendent C. F. R.
Cap. CLIII.
Lo re domanda: di quale virtù è il fermamento? Sidrac risponde:
La virtù del fermamento è maggiore che nullo uomo del mondo non
potrebe contare. Egli è fatto ritondo, come una ruota che testa nè coda non
à; e non fina tuttavia di volgersi intorno lo mondo. E se egli posasse del suo
torno, e non torneasse lo mondo, niuno uomo e niuna femmina e niuno
pescie andare nè mutare non si potrebbe, anzi sarebono come morti; che
Dio l'à fatto bene ordinatamente in quella maniera e in quello modo, che
bisogna al mondo e alla gente. Per lo suo torno tutte le gienti vivono.
Cap. CLIV.
Lo re domanda se le pianete e le stelle sono di gran virtute (828). Sidrac
risponde:
Le pianete e stelle sono di grande virtude. Le sette pianete fanno
nasciere tutte l'erbe del mondo e tutti i frutti della terra. Le pianete
pesasse quanto una macina da mulino, si penerebe a cadere più di cento
anni, anzi che ella fosse quagiù, ove noi siamo. E si è così presso lo cielo
dalla terra, agli buoni, e agli angeli (827), che così spesse volte vi montano
e asciendono, come l'uomo chiuderebe gli occhi e aprirebbe; questo è per la
volontà di Dio.
(827) as bons chi monteront et as angles qui souvent montent et descendent C. F. R.
Cap. CLIII.
Lo re domanda: di quale virtù è il fermamento? Sidrac risponde:
La virtù del fermamento è maggiore che nullo uomo del mondo non
potrebe contare. Egli è fatto ritondo, come una ruota che testa nè coda non
à; e non fina tuttavia di volgersi intorno lo mondo. E se egli posasse del suo
torno, e non torneasse lo mondo, niuno uomo e niuna femmina e niuno
pescie andare nè mutare non si potrebbe, anzi sarebono come morti; che
Dio l'à fatto bene ordinatamente in quella maniera e in quello modo, che
bisogna al mondo e alla gente. Per lo suo torno tutte le gienti vivono.
Cap. CLIV.
Lo re domanda se le pianete e le stelle sono di gran virtute (828). Sidrac
risponde:
Le pianete e stelle sono di grande virtude. Le sette pianete fanno
nasciere tutte l'erbe del mondo e tutti i frutti della terra. Le pianete
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governano, per volontà di Dio, la terra e l'acque e' venti e le genti e le bestie
e gli uccelli e' pesci e tutte l'altre cose che ci sono; e sì si stabiliscono per lo
loro torno le cose tenporali e le corporali. Elle sono sette pianete: la prima si
chiama Saturno, che è di sopra e più forte, e è maggiore che l'altre; e
ciascuno (829) segno istae due anni e mezo; e si è pianeta di podere e di
possanza. E quelli che sono nati in quella pianeta, quando elli comincia ad
abassare, elli abassano di podere e di forza; quando egli regna, egli regnano
nelle loro ricchezze e in bene. Ella (830) regnia in XXX anni una volta; e
regnia in uno segno che si chiama libra, e s'abassa in un altro che si chiama
aries. La seconda pianeta si chiama Juppiter. Pianeta è di riccheza e d'avere
e di mercatantia e di senno e di savere e di buono lodo tra le genti; e si torna
li XII segni, e ciascuno segno dimora VII anni. Quelli ch'è nato in quella
pianeta, in capo di XII anni, egli è nel meglio di suo punto. Ella regna in
uno segno ch'à nome chancer, e s'abassa in un altro che si chiama
chapricorno. La terza pianeta à nome Mars. Quelli che è nato in quella
pianeta, in uno anno e trentatrè giorni si può canbiare lo suo fatto (831) e la
sua volontà. Ella regnia in uno segnio che à nome capricorno, e s'abassa in
un altro che à nome chancer. La quarta pianeta à nome Sole: pianeta è di
grandi fatti di re e di signori e di podere; e governa la terra; e passa per li
XII segni; in ciascuno segno dimora uno mese. Quelli che è nato in questa
pianeta, ciascuno dì si puote canbiare lo suo fatto e di sua volontà. E regna
in uno segno che à nome aries, e s'abassa in un altro che à nome libra. La
quinta pianeta à nome Venus. Questa è pianeta d'amore e di sollazzo e
d'allegrezza. Quelli che in questa pianeta nascierà, di vano cuore e di frale
sarà. In trecento trentatrè giorni si può cambiare lo suo fatto e le sue
volontadi e le sue cogitazioni. Ella passa li XII segni, e in ciascuno segno
dimora XXXIII giorni; e si regna in uno segno che à nome piscies, e
s'abassa in un altro che à nome gemini. La sesta pianeta à nome Mercurio:
pianeta è d'arte e d'inframmettersi in tutte cose; e passa li XII segni, e
dimora in ciascuno segnio XXII giorni. Quelli ch'è nato in questa pianeta, in
centotrè giorni si puote canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in
uno segno ch'à nome virgo, e s'abassa in un altro ch'à nome pisce. La
settima pianeta si à nome Luna: pianeta è d'acque e di viaggi e di
leggierezza (832); e si passa gli XII segni, e in ciascuno segno dimora II
giorni e terzo. Quelli che è nato in questa pianeta, in uno mese si può
canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in uno segno ch'à nome
taurus, e s'abassa in un altro segno ch'à nome iscorpio. Non intendere
e gli uccelli e' pesci e tutte l'altre cose che ci sono; e sì si stabiliscono per lo
loro torno le cose tenporali e le corporali. Elle sono sette pianete: la prima si
chiama Saturno, che è di sopra e più forte, e è maggiore che l'altre; e
ciascuno (829) segno istae due anni e mezo; e si è pianeta di podere e di
possanza. E quelli che sono nati in quella pianeta, quando elli comincia ad
abassare, elli abassano di podere e di forza; quando egli regna, egli regnano
nelle loro ricchezze e in bene. Ella (830) regnia in XXX anni una volta; e
regnia in uno segno che si chiama libra, e s'abassa in un altro che si chiama
aries. La seconda pianeta si chiama Juppiter. Pianeta è di riccheza e d'avere
e di mercatantia e di senno e di savere e di buono lodo tra le genti; e si torna
li XII segni, e ciascuno segno dimora VII anni. Quelli ch'è nato in quella
pianeta, in capo di XII anni, egli è nel meglio di suo punto. Ella regna in
uno segno ch'à nome chancer, e s'abassa in un altro che si chiama
chapricorno. La terza pianeta à nome Mars. Quelli che è nato in quella
pianeta, in uno anno e trentatrè giorni si può canbiare lo suo fatto (831) e la
sua volontà. Ella regnia in uno segnio che à nome capricorno, e s'abassa in
un altro che à nome chancer. La quarta pianeta à nome Sole: pianeta è di
grandi fatti di re e di signori e di podere; e governa la terra; e passa per li
XII segni; in ciascuno segno dimora uno mese. Quelli che è nato in questa
pianeta, ciascuno dì si puote canbiare lo suo fatto e di sua volontà. E regna
in uno segno che à nome aries, e s'abassa in un altro che à nome libra. La
quinta pianeta à nome Venus. Questa è pianeta d'amore e di sollazzo e
d'allegrezza. Quelli che in questa pianeta nascierà, di vano cuore e di frale
sarà. In trecento trentatrè giorni si può cambiare lo suo fatto e le sue
volontadi e le sue cogitazioni. Ella passa li XII segni, e in ciascuno segno
dimora XXXIII giorni; e si regna in uno segno che à nome piscies, e
s'abassa in un altro che à nome gemini. La sesta pianeta à nome Mercurio:
pianeta è d'arte e d'inframmettersi in tutte cose; e passa li XII segni, e
dimora in ciascuno segnio XXII giorni. Quelli ch'è nato in questa pianeta, in
centotrè giorni si puote canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in
uno segno ch'à nome virgo, e s'abassa in un altro ch'à nome pisce. La
settima pianeta si à nome Luna: pianeta è d'acque e di viaggi e di
leggierezza (832); e si passa gli XII segni, e in ciascuno segno dimora II
giorni e terzo. Quelli che è nato in questa pianeta, in uno mese si può
canbiare lo suo fatto e la sua volontà. Ella regna in uno segno ch'à nome
taurus, e s'abassa in un altro segno ch'à nome iscorpio. Non intendere
Page 180
nimica che questo avenga alla persona, quando la pianeta è in quello segno;
anzi averrà quando la pianeta comincia a regnare: la persona avrà grande
bene in sua vita; quando ella è nata nel suo abassamento, la persona avrà
tribolazione. E s'ella è nata in altro punto, la persona sarà d'altra qualità,
secondo l'ora ch'ella è nata; non già secondo l'ora solamente, anzi secondo
l'ora e il punto in che serà nato, e secondo lo sguardamento de' segni, che
saranno incontro a quella pianeta, in quella ora e in quel punto. Lo giorno e
la notte si è XXIIII ore, e ciascuna ora è mille ottanta punti, che fanno
25920 punti; moltiplicando XXIIII vie MLXXX punti (833), cotante
creature possono essere nate per l'universo mondo, e ciascuno giorno e in
ciascuno punto, e cotante persone. Bene puote essere che non si somigli
l'una l'altra; e se alcune si somigliano di tutte cose, non puote essere che
alcuna differenza non sia tra loro, o dei loro corpi, o delle loro qualitadi e
del loro podere, chè più sono le diferenze che i punti di XXIIII ore. E perciò
conviene che abbia tra loro alcuna differenzia, se non sono nati in uno
punto. E tutto questo è per la volontà di Dio, che degnò di stabilire lo
fermamento e le sette pianete, e i segni e l'ore e i punti del giorno e della
notte. E di ciò potete voi vedere apertamente, delle cose visibili. Voi vedete
lo sole cresciere l'erbe, e nodriscie gli frutti; e della luna apertamente:
quando ella crescie, l'acque crescono e il sangue dell'uomo; e quando ella
menoma, altressì si menomano le sue altre vertudi, che le aluminano lo
mondo, l'una di giorno e l'altra di notte. E si ànno l'altre pianete le loro
vertudi, che molto sono grandi. A chi le volesse contare, le vertudi delle VII
pianete, assai avrebe a contare, che nulla di loro non manca lo stabilimento
che Iddio à loro donato (834); e tutte le nature per lei passano, siccome è
stabilito (835). E tutte l'altre stelle ànno molto grande vertù, ch'elle
alluminano lo cielo, e rendono chiarore in terra; e di questo vi potete voi
chiaramente avedere, quando la luna non luce, e l'aria è chiara e cilestra, e
ciascuno puote andare d'ogni parte, e vedere, per lo chiarore delle stelle, in
terra. E non v'à niuna pianeta che non sia magiore di tutto lo mondo, salvo
Venus e Mercurio e Luna.
(828) Abbiamo preferito il titolo del C. R. 2., essendo evidentemente errato quello del C. L., che
dice: Lo re domanda di quante maniere d'aquie (sic) e di quante pianete.
(829) en chascun C. F. R.
(830) Intendi la pianeta.
(831) lo suo stato C. R. 2.
(832) leggiere C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R.
anzi averrà quando la pianeta comincia a regnare: la persona avrà grande
bene in sua vita; quando ella è nata nel suo abassamento, la persona avrà
tribolazione. E s'ella è nata in altro punto, la persona sarà d'altra qualità,
secondo l'ora ch'ella è nata; non già secondo l'ora solamente, anzi secondo
l'ora e il punto in che serà nato, e secondo lo sguardamento de' segni, che
saranno incontro a quella pianeta, in quella ora e in quel punto. Lo giorno e
la notte si è XXIIII ore, e ciascuna ora è mille ottanta punti, che fanno
25920 punti; moltiplicando XXIIII vie MLXXX punti (833), cotante
creature possono essere nate per l'universo mondo, e ciascuno giorno e in
ciascuno punto, e cotante persone. Bene puote essere che non si somigli
l'una l'altra; e se alcune si somigliano di tutte cose, non puote essere che
alcuna differenza non sia tra loro, o dei loro corpi, o delle loro qualitadi e
del loro podere, chè più sono le diferenze che i punti di XXIIII ore. E perciò
conviene che abbia tra loro alcuna differenzia, se non sono nati in uno
punto. E tutto questo è per la volontà di Dio, che degnò di stabilire lo
fermamento e le sette pianete, e i segni e l'ore e i punti del giorno e della
notte. E di ciò potete voi vedere apertamente, delle cose visibili. Voi vedete
lo sole cresciere l'erbe, e nodriscie gli frutti; e della luna apertamente:
quando ella crescie, l'acque crescono e il sangue dell'uomo; e quando ella
menoma, altressì si menomano le sue altre vertudi, che le aluminano lo
mondo, l'una di giorno e l'altra di notte. E si ànno l'altre pianete le loro
vertudi, che molto sono grandi. A chi le volesse contare, le vertudi delle VII
pianete, assai avrebe a contare, che nulla di loro non manca lo stabilimento
che Iddio à loro donato (834); e tutte le nature per lei passano, siccome è
stabilito (835). E tutte l'altre stelle ànno molto grande vertù, ch'elle
alluminano lo cielo, e rendono chiarore in terra; e di questo vi potete voi
chiaramente avedere, quando la luna non luce, e l'aria è chiara e cilestra, e
ciascuno puote andare d'ogni parte, e vedere, per lo chiarore delle stelle, in
terra. E non v'à niuna pianeta che non sia magiore di tutto lo mondo, salvo
Venus e Mercurio e Luna.
(828) Abbiamo preferito il titolo del C. R. 2., essendo evidentemente errato quello del C. L., che
dice: Lo re domanda di quante maniere d'aquie (sic) e di quante pianete.
(829) en chascun C. F. R.
(830) Intendi la pianeta.
(831) lo suo stato C. R. 2.
(832) leggiere C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R.
Page 181
(833) Così il C. R. 2. — Nel C. L.: Lo giorno e la notte si è XXIIII punti che fanno XXV miglia e
VIIII XX.
(834) car nulle d'eles ne forvee (sic) l'establissement che Deus li a done C. F. R. — Paragona forvee
al signif. di forvoier.
(835) Non sappiamo che senso possano avere queste parole. — Il C. R. 2. ha: et tucte le nature loro
si passano si come è stabilito. — E forse potrebbesi meno difficilmente spiegare questa seconda
lezione, pensando al significato che nell'antico franc. ha il vb. passer, di se comporter. — Però
il C. F. R. ha invece: toutes les nativites par elles passent, enci com Dieu l'a establi. — E questo
potrebbe intendersi che i pianeti influiscono sulle nascite.
Cap. CLV.
Lo re domanda: di che maniere sono l'acque? Sidrac risponde:
Di più maniere sono l'acque. Prima è lo mare, che è insalato, onde tutte
acque escono. Anche ci à fontane che si canbiano, e surgono la settimana
quattro giorni, e li III stanno chete (836). Uno fiume è che tutta la settimana
corre, e il sabato non si muta (837). Un altro fiume à nel levante, che di
notte è ghiacciato e di giorno corre. Altre fontane àe, nell'isole di mare
d'India, che è sì spessa l'acqua, che, chi la mettesse in uno drappo, non si
potrebbe colare; e è sì calda, che se l'uomo vi gittasse rame dentro, egli
arderebe come il fuoco; e sì non si potrebe ispegnere se non con orina. Una
fontana v'à, che surge acqua nera, che l'uomo fa di lei fuoco volante, che
molto arde. Altre fonti v'à, che guariscono e saldano le ferite. Altre fontane
v'à, che quando l'uomo bee di loro, elle rendono memoria; e altre v'à che
fanno dimenticare; e altre che fanno giacere l'uomo colla femina ispesse
volte; e altre v'à che fanno portare figliuoli alle femine che sono sterili; e
altre che fanno sterili le femmine. E altre v'à che fanno dare a' ferri buone
tenpere e dure; e altre v'à che fanno buoni colori. E fiumi v'à che fanno nere
le pecore, e sono ispesse l'acque, che nullo non vi puote passare, nè pesci
notare. Altre fontane v'à di diverse maniere, che tropo sarebe lungo a
raccontarle (838).
(836) Mancano alcune parole al nostro e al C. R. 2. — Ecco la lez. del C. F. R.: Il y a fontaines che
IIII fois l'an cangent lor color: premier noire, apres sanguine, et puis troble, clere, fine. Il y a
VIIII XX.
(834) car nulle d'eles ne forvee (sic) l'establissement che Deus li a done C. F. R. — Paragona forvee
al signif. di forvoier.
(835) Non sappiamo che senso possano avere queste parole. — Il C. R. 2. ha: et tucte le nature loro
si passano si come è stabilito. — E forse potrebbesi meno difficilmente spiegare questa seconda
lezione, pensando al significato che nell'antico franc. ha il vb. passer, di se comporter. — Però
il C. F. R. ha invece: toutes les nativites par elles passent, enci com Dieu l'a establi. — E questo
potrebbe intendersi che i pianeti influiscono sulle nascite.
Cap. CLV.
Lo re domanda: di che maniere sono l'acque? Sidrac risponde:
Di più maniere sono l'acque. Prima è lo mare, che è insalato, onde tutte
acque escono. Anche ci à fontane che si canbiano, e surgono la settimana
quattro giorni, e li III stanno chete (836). Uno fiume è che tutta la settimana
corre, e il sabato non si muta (837). Un altro fiume à nel levante, che di
notte è ghiacciato e di giorno corre. Altre fontane àe, nell'isole di mare
d'India, che è sì spessa l'acqua, che, chi la mettesse in uno drappo, non si
potrebbe colare; e è sì calda, che se l'uomo vi gittasse rame dentro, egli
arderebe come il fuoco; e sì non si potrebe ispegnere se non con orina. Una
fontana v'à, che surge acqua nera, che l'uomo fa di lei fuoco volante, che
molto arde. Altre fonti v'à, che guariscono e saldano le ferite. Altre fontane
v'à, che quando l'uomo bee di loro, elle rendono memoria; e altre v'à che
fanno dimenticare; e altre che fanno giacere l'uomo colla femina ispesse
volte; e altre v'à che fanno portare figliuoli alle femine che sono sterili; e
altre che fanno sterili le femmine. E altre v'à che fanno dare a' ferri buone
tenpere e dure; e altre v'à che fanno buoni colori. E fiumi v'à che fanno nere
le pecore, e sono ispesse l'acque, che nullo non vi puote passare, nè pesci
notare. Altre fontane v'à di diverse maniere, che tropo sarebe lungo a
raccontarle (838).
(836) Mancano alcune parole al nostro e al C. R. 2. — Ecco la lez. del C. F. R.: Il y a fontaines che
IIII fois l'an cangent lor color: premier noire, apres sanguine, et puis troble, clere, fine. Il y a
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fontaines che IIII fois la semaine sordent IIII jors, et les III se tienent coyes. — Sordent da
sordre, jaillir; che ha comune con sorgere il significato e l'etimologia nel lat.
assurgere. — Stanno chete non è ben tradotto. Il testo dice se tienent coies, che vuol dire si
nascondono, non si mostrano; e sta in relazione col sordent.
(837) Per muoversi. — Nel C. F. R.: ne curt point.
(838) Il C. F. R. ha di più: Il y a autres fointanes chaudes, chi aveuglent la gens. Il y a une grant
fontaine, chi est toute coye, et chant l'on fait aucun solas entor elle, et sont des strument, et
corre com I flum. Il y a autres fointanes chi sunt mult perilloses: chi enteroit dedens, ne poroit
iemais issir che mort. Il y a autres fointanes chaudes, autres froides, autres ameres, autres
salees; et tout ce est par la nature de la terre; et devient de celle meyme nature. Et toute ce est la
volente de Deu.
Cap. CLVI.
Lo re domanda: quanti mari sono? Sidrac risponde:
Tre mari sono: l'uno si è lo mare borre (839), che intornea la terra, e si
è salato, così come voi vedete. Lo secondo si è lo mare nero, che niuno
uomo non vi potrebe andare entro. Lo terzo è lo mare puzolente, che niuno
uomo non vi potrebe entrare entro, che non morisse incontanente. Così
come lo mare orrebe (840) intornea la terra, simigliante lo mare puzolente
intornea lo mare nero. E tutto questo à istabilito Iddio.
(839) bocave C. R. 2. — botee C. F. R. — betee T. F. P.
(840) bactee C. R. 2. — boutee C. F. R. — betee T. F. P.
Cap. CLVII.
Lo re domanda: perchè fecie Idio ritondo il mondo (841)? Sidrac risponde:
sordre, jaillir; che ha comune con sorgere il significato e l'etimologia nel lat.
assurgere. — Stanno chete non è ben tradotto. Il testo dice se tienent coies, che vuol dire si
nascondono, non si mostrano; e sta in relazione col sordent.
(837) Per muoversi. — Nel C. F. R.: ne curt point.
(838) Il C. F. R. ha di più: Il y a autres fointanes chaudes, chi aveuglent la gens. Il y a une grant
fontaine, chi est toute coye, et chant l'on fait aucun solas entor elle, et sont des strument, et
corre com I flum. Il y a autres fointanes chi sunt mult perilloses: chi enteroit dedens, ne poroit
iemais issir che mort. Il y a autres fointanes chaudes, autres froides, autres ameres, autres
salees; et tout ce est par la nature de la terre; et devient de celle meyme nature. Et toute ce est la
volente de Deu.
Cap. CLVI.
Lo re domanda: quanti mari sono? Sidrac risponde:
Tre mari sono: l'uno si è lo mare borre (839), che intornea la terra, e si
è salato, così come voi vedete. Lo secondo si è lo mare nero, che niuno
uomo non vi potrebe andare entro. Lo terzo è lo mare puzolente, che niuno
uomo non vi potrebe entrare entro, che non morisse incontanente. Così
come lo mare orrebe (840) intornea la terra, simigliante lo mare puzolente
intornea lo mare nero. E tutto questo à istabilito Iddio.
(839) bocave C. R. 2. — botee C. F. R. — betee T. F. P.
(840) bactee C. R. 2. — boutee C. F. R. — betee T. F. P.
Cap. CLVII.
Lo re domanda: perchè fecie Idio ritondo il mondo (841)? Sidrac risponde:
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Per tre cose: l'una per significanza di sè medesimo, che non ebbe
incominciamento nè fine. L'altra per sua gloria e per sostenere tutte le cose.
L'altra per lo torno del fermamento, che non fina di torneare per tutto il
mondo (842), siccome Idio l'à istabilito.
(841) Manca ritondo al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
(842) Correggi, col C. F. R.: entor le monde.
Cap. CLVIII.
Lo re domanda: perchè fece Idio lo sole caldo e la luna fredda? Sidrac
risponde:
Se il sole non fosse caldo e la luna fredda, niuno uomo vivere non
potrebbe, nè la terra niuno frutto non renderebbe; chè Idio per la sua
potenzia l'à bene istabilito e ordinato, siccome al mondo bisognia. Lo sole
iscalda la terra, e fa vivere le creature, e fa nasciere i frutti della terra; e
tutto questo aviene per lo suo calore. E se quello calore fosse di giorno e di
notte, le genti e l'altre creature afogherebono, e l'erbe seccherebono. Ma di
notte viene lo freddo della luna e dell'aria, e tenpera quella calura, e rende
umidore, e così gli nudriscie, e fa vivere e cresciere. E se lo freddo della
luna fosse tuttavia (843), e 'l calore del sole non fosse, la gente e l'altre
criature vivere non potrebbono. Se non fosse lo calore del sole e lo freddore
della luna, lo mondo essere nè vivere non potrebbe.
(843) tout jors C. F. R.
Cap. CLIX.
incominciamento nè fine. L'altra per sua gloria e per sostenere tutte le cose.
L'altra per lo torno del fermamento, che non fina di torneare per tutto il
mondo (842), siccome Idio l'à istabilito.
(841) Manca ritondo al C. L. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
(842) Correggi, col C. F. R.: entor le monde.
Cap. CLVIII.
Lo re domanda: perchè fece Idio lo sole caldo e la luna fredda? Sidrac
risponde:
Se il sole non fosse caldo e la luna fredda, niuno uomo vivere non
potrebbe, nè la terra niuno frutto non renderebbe; chè Idio per la sua
potenzia l'à bene istabilito e ordinato, siccome al mondo bisognia. Lo sole
iscalda la terra, e fa vivere le creature, e fa nasciere i frutti della terra; e
tutto questo aviene per lo suo calore. E se quello calore fosse di giorno e di
notte, le genti e l'altre creature afogherebono, e l'erbe seccherebono. Ma di
notte viene lo freddo della luna e dell'aria, e tenpera quella calura, e rende
umidore, e così gli nudriscie, e fa vivere e cresciere. E se lo freddo della
luna fosse tuttavia (843), e 'l calore del sole non fosse, la gente e l'altre
criature vivere non potrebbono. Se non fosse lo calore del sole e lo freddore
della luna, lo mondo essere nè vivere non potrebbe.
(843) tout jors C. F. R.
Cap. CLIX.
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Lo re domanda: quale è la maggiore cosa che sia? Sidrac risponde:
La misericordia di Dio è la magiore cosa che sia, nè che fu, nè che
sarà; chè nullo cuore non potrebbe pensare, nè lingua dire la grandeza della
misericordia di Dio, a quelli che la cheggiono e che la disidirano d'avere.
Ella è magiore che le granella della rena e le gocciole dell'acqua del mare e
le foglie degli alberi: è magiore di tutte (844).
(844) di tutte le cose del mondo C. R. 2.
Cap. CLX.
Lo re domanda: quale è più o la rena della terra o le candelle (845) del
mare? Sidrac risponde:
La rena è più assai che le candelle del mare. Una pugnata di rena
sarebe grande quantità di candelle d'acqua, che molto sono più minute le
rene che le candelle dell'acqua. Ella non puote essere nulla parte che l'acqua
non sia sopra terra e sopra rena; e la rena sostiene molte parti del mondo. La
rena dura molte giornate, e sì non v'à candella d'acqua. Lo mare non puote
essere tanto profondo, che la rena e la terra non vi sia; chè tutta l'acqua del
mondo si è posta sopra terra e sopra rena. E alcuna volta l'uomo cava la
terra, e truova l'acqua sopra rocca; ma la rocca è posta sopra terra; e questa
è ragione per la minutezza della rena, e perchè in molte parti à rena, ove
non ci è acqua. E la rena è più che le candelle dell'acqua.
(845) Candelle è ripetuto tante volte nel Cod. che noi non sapremmo qualificarlo per errore. D'altra
parte il C. F. R. ha sempre goutes, e il C. R. 2. sempre gocciole. Ed è evidente che candelle ha
da avere appunto questo significato. Ma come e perchè? Per un momento ci parve di potere
supporre che invece di candelle fosse da leggere canelle; e che trovandosi nel latino barbaro
guttarium per canalis, il traduttore, per una strana confusione d'idea e di parola, avesse scritte
canella per gutta, gocciola. Appresso credemmo di essere sulla via per ispiegare le candelle,
considerando come questo vocabolo abbia riferimento ad acqua, ne' dialetti di varie città
d'Italia; come ad es. nel milanese candìla, e nel bresciano candela, rigagnolo, piccolo rivo
La misericordia di Dio è la magiore cosa che sia, nè che fu, nè che
sarà; chè nullo cuore non potrebbe pensare, nè lingua dire la grandeza della
misericordia di Dio, a quelli che la cheggiono e che la disidirano d'avere.
Ella è magiore che le granella della rena e le gocciole dell'acqua del mare e
le foglie degli alberi: è magiore di tutte (844).
(844) di tutte le cose del mondo C. R. 2.
Cap. CLX.
Lo re domanda: quale è più o la rena della terra o le candelle (845) del
mare? Sidrac risponde:
La rena è più assai che le candelle del mare. Una pugnata di rena
sarebe grande quantità di candelle d'acqua, che molto sono più minute le
rene che le candelle dell'acqua. Ella non puote essere nulla parte che l'acqua
non sia sopra terra e sopra rena; e la rena sostiene molte parti del mondo. La
rena dura molte giornate, e sì non v'à candella d'acqua. Lo mare non puote
essere tanto profondo, che la rena e la terra non vi sia; chè tutta l'acqua del
mondo si è posta sopra terra e sopra rena. E alcuna volta l'uomo cava la
terra, e truova l'acqua sopra rocca; ma la rocca è posta sopra terra; e questa
è ragione per la minutezza della rena, e perchè in molte parti à rena, ove
non ci è acqua. E la rena è più che le candelle dell'acqua.
(845) Candelle è ripetuto tante volte nel Cod. che noi non sapremmo qualificarlo per errore. D'altra
parte il C. F. R. ha sempre goutes, e il C. R. 2. sempre gocciole. Ed è evidente che candelle ha
da avere appunto questo significato. Ma come e perchè? Per un momento ci parve di potere
supporre che invece di candelle fosse da leggere canelle; e che trovandosi nel latino barbaro
guttarium per canalis, il traduttore, per una strana confusione d'idea e di parola, avesse scritte
canella per gutta, gocciola. Appresso credemmo di essere sulla via per ispiegare le candelle,
considerando come questo vocabolo abbia riferimento ad acqua, ne' dialetti di varie città
d'Italia; come ad es. nel milanese candìla, e nel bresciano candela, rigagnolo, piccolo rivo
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artificiale. Ma dobbiamo pur confessare che nè l'una nè l'altra di queste spiegazioni, dopo più
matura riflessione, ci sodisfecero. Neppure sapendo che il provenzale ha cadenel, canale, rivo;
dal quale forse potrebbe non esser difficile passare a candel, candella per onda. — Altri
potrebbe per avventura supporre che avesse a leggersi ondelle, come già si disse ondetta e
ondicella.
Cap. CLXI.
Lo re domanda: potrebbe l'uomo contare l'onde del mare o la rena della
terra? Sidrac risponde:
Se il mondo fosse magiore mille volte, e fosse terra tutta ferma, e che
durasse mille anni e fosse molto atticciato (846); lo giorno e la notte sono
XXIIII ore, e ciascuna ora sono mille ottanta punti, e di (847) ciascuno
punto nascieranno mille volte mille uomini e altrettante femine; e fossono
tutti pilosi, e per ciascuno pelo avesse mille volte candelle di mare (848), le
candelle dell'acqua sono più che questo numero, e la rena della terra è più
che le candelle del mare, e la misericordia di Dio è magiore che l'una e che
l'altra, e più che tutte le cose che al mondo sono, e che sono state o che
saranno, a quelli che la disiderano d'avere.
(846) abitato C. R. 2. — habitees mout durement C. F. R. — habitees de grant multitude de gens
T. F. P.
(847) a C. R. 2.
(848) mille volte mille gocciole di mare C. R. 2.
Cap. CLXII.
Lo re domanda: quante stelle sono in cielo? Sidrac risponde:
matura riflessione, ci sodisfecero. Neppure sapendo che il provenzale ha cadenel, canale, rivo;
dal quale forse potrebbe non esser difficile passare a candel, candella per onda. — Altri
potrebbe per avventura supporre che avesse a leggersi ondelle, come già si disse ondetta e
ondicella.
Cap. CLXI.
Lo re domanda: potrebbe l'uomo contare l'onde del mare o la rena della
terra? Sidrac risponde:
Se il mondo fosse magiore mille volte, e fosse terra tutta ferma, e che
durasse mille anni e fosse molto atticciato (846); lo giorno e la notte sono
XXIIII ore, e ciascuna ora sono mille ottanta punti, e di (847) ciascuno
punto nascieranno mille volte mille uomini e altrettante femine; e fossono
tutti pilosi, e per ciascuno pelo avesse mille volte candelle di mare (848), le
candelle dell'acqua sono più che questo numero, e la rena della terra è più
che le candelle del mare, e la misericordia di Dio è magiore che l'una e che
l'altra, e più che tutte le cose che al mondo sono, e che sono state o che
saranno, a quelli che la disiderano d'avere.
(846) abitato C. R. 2. — habitees mout durement C. F. R. — habitees de grant multitude de gens
T. F. P.
(847) a C. R. 2.
(848) mille volte mille gocciole di mare C. R. 2.
Cap. CLXII.
Lo re domanda: quante stelle sono in cielo? Sidrac risponde:
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Se tutte l'acque fossono terra ferma, e l'una e l'altra fossono molto
abitate da gente, e tutti quelli che sono morti e nasceranno e che sono,
fossono in numero (849), le stelle sarebono più; chè per l'altezza del
fermamento e per la sua ampiezza le stelle non si possono tutte vedere; che
gli nuvoli s'abassano e gli altri innalzano; e però le stelle sono più assai; chè
la vista dell'uomo, ched è sì tagliente (850), non puote tutte le stelle vedere.
Lo fermamento, che è così grande, e è tutto alluminato dalle stelle, si
risprende, come voi vedete e più; ma per lo suo torneare, l'uomo nolle puote
vedere tutte (851), chè l'una disciende e l'altra monta, all'ore e a' punti dello
giorno e della notte, così come Idio l'à comandato; che già non posano e
non cessano, e fanno loro torno per lo movimento del fermamento.
(849) in uno numero C. R. 2.
(850) la viste de l'home chi est si trenchant C. F. R. — Non trovo es. nell'ant. fr. di trenchant agg. a
vista; come neppure di tagliente in ital. — Il T. F. P. ha: sì penetrative.
(851) Manca al C. L.: l'uomo nolle puote vedere tutte. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
Cap. CLXIII.
Lo re domanda: quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che
caddono, e quanti no dimorano in cielo? Sidrac risponde:
Idio, per la sua santisima misericordia e per lo suo piacere, creò nove
ordini d'angeli, che sono molto grande numero; e tutti rendono grazie e lodo
a Dio lo padre onipotente. E di questi VIIII ordini, ne traboccò una parte,
per lo loro orgoglio. Altrettanti sono quelli che ubidettono, come la metà
della gente (852). E tutti quelli che sono morti e che nascieranno e che sono
nati al mondo, si porranno a sedere in quelle sedie. Quando gli nove ordini
saranno conpiuti, per quegli che traboccarono, il mondo finirà, e sarà alla
volontà di Dio. Non intendere mica che tutti quelli che sono nati e
nascieranno, monteranno in cielo, alle dette sedie; ma monteranno quelli
che degni ne saranno, e quelli che lo comandamento di Dio faranno, e quelli
abitate da gente, e tutti quelli che sono morti e nasceranno e che sono,
fossono in numero (849), le stelle sarebono più; chè per l'altezza del
fermamento e per la sua ampiezza le stelle non si possono tutte vedere; che
gli nuvoli s'abassano e gli altri innalzano; e però le stelle sono più assai; chè
la vista dell'uomo, ched è sì tagliente (850), non puote tutte le stelle vedere.
Lo fermamento, che è così grande, e è tutto alluminato dalle stelle, si
risprende, come voi vedete e più; ma per lo suo torneare, l'uomo nolle puote
vedere tutte (851), chè l'una disciende e l'altra monta, all'ore e a' punti dello
giorno e della notte, così come Idio l'à comandato; che già non posano e
non cessano, e fanno loro torno per lo movimento del fermamento.
(849) in uno numero C. R. 2.
(850) la viste de l'home chi est si trenchant C. F. R. — Non trovo es. nell'ant. fr. di trenchant agg. a
vista; come neppure di tagliente in ital. — Il T. F. P. ha: sì penetrative.
(851) Manca al C. L.: l'uomo nolle puote vedere tutte. — L'abb. agg. dal C. R. 2.
Cap. CLXIII.
Lo re domanda: quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che
caddono, e quanti no dimorano in cielo? Sidrac risponde:
Idio, per la sua santisima misericordia e per lo suo piacere, creò nove
ordini d'angeli, che sono molto grande numero; e tutti rendono grazie e lodo
a Dio lo padre onipotente. E di questi VIIII ordini, ne traboccò una parte,
per lo loro orgoglio. Altrettanti sono quelli che ubidettono, come la metà
della gente (852). E tutti quelli che sono morti e che nascieranno e che sono
nati al mondo, si porranno a sedere in quelle sedie. Quando gli nove ordini
saranno conpiuti, per quegli che traboccarono, il mondo finirà, e sarà alla
volontà di Dio. Non intendere mica che tutti quelli che sono nati e
nascieranno, monteranno in cielo, alle dette sedie; ma monteranno quelli
che degni ne saranno, e quelli che lo comandamento di Dio faranno, e quelli
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che per lo loro servigio lo serviranno. Gloria e gioia e allegrezza non fallirà
loro.
(852) la moitie des gens dou monde C. F. R.
Cap. CLXIV.
Lo re domanda: quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o' pesci?
Sidrac risponde:
Le genti à fatte Idio assai meno che le bestie; che per ciascuna persona
del mondo, sono più di cento bestie, sanza i vermini; e per ciascuna bestia
che è al mondo, sono più di mille uccielli e più; e per ciascuno uccello, àe
mille pesci e più in mare. Questi sono quelli che Idio à fatti più di nulla
creatura movibile; e tutto questo è la sua volontà e lo suo comandamento.
Cap. CLXV.
Lo re domanda: Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre creature che
vermini e bestie o uccielli o pesci? Sidrac risponde:
Idio per la sua potenza fece bene e ordinatamente a ragione ciò che
egli fece; e fece al mondo quattro alimenti, e di quattro conpressioni, di
caldo e di secco di freddo e d'umido; e si fece all'uomo corpo di terra, e alla
bestia corpo d'aria (853), e a' pesci corpo d'acqua. E se egli avesse fatto
corpo di terra, così come agli uomini, egli risusciterebono al dì del giudicio,
altressì come l'uomo; ma perchè non ànno corpo di terra, diventano
nulla (854). Lo più dilettevole luogo del mondo si è colà, là ove il cuore
loro.
(852) la moitie des gens dou monde C. F. R.
Cap. CLXIV.
Lo re domanda: quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o' pesci?
Sidrac risponde:
Le genti à fatte Idio assai meno che le bestie; che per ciascuna persona
del mondo, sono più di cento bestie, sanza i vermini; e per ciascuna bestia
che è al mondo, sono più di mille uccielli e più; e per ciascuno uccello, àe
mille pesci e più in mare. Questi sono quelli che Idio à fatti più di nulla
creatura movibile; e tutto questo è la sua volontà e lo suo comandamento.
Cap. CLXV.
Lo re domanda: Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre creature che
vermini e bestie o uccielli o pesci? Sidrac risponde:
Idio per la sua potenza fece bene e ordinatamente a ragione ciò che
egli fece; e fece al mondo quattro alimenti, e di quattro conpressioni, di
caldo e di secco di freddo e d'umido; e si fece all'uomo corpo di terra, e alla
bestia corpo d'aria (853), e a' pesci corpo d'acqua. E se egli avesse fatto
corpo di terra, così come agli uomini, egli risusciterebono al dì del giudicio,
altressì come l'uomo; ma perchè non ànno corpo di terra, diventano
nulla (854). Lo più dilettevole luogo del mondo si è colà, là ove il cuore
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istàe, e à volontà d'essere; che se uno fosse nella più bella piazza del
mondo, e avesse quello che mestiere gli fosse, e egli amasse altro luogo,
quella bella piazza gli parebe nulla, inverso l'amore ch'egli avrebbe in altra
parte (855), conciosia cosa ch'elli fosse laido; e se elli fosse la più brutta
piazza del mondo, e egli amasse quello luogo, e' gli parrebbe il più
dilettevole luogo del mondo. E perciò diciamo noi che lo più dilettevole
luogo del mondo si è là dove l'uomo ama e disidera.
(853) et as oisiaus si fist cors de l'air C. F. R.
(854) Qui nel C. F. R. e nel T. F. P. comincia un altro Cap., intitolato: Le quel est le plus deletable leu
de monde?
(855) leu C. F. R.
Cap. CLXVI.
Lo re domanda: quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli che va di
giorno? Sidrac risponde:
Quegli che va per pericoloso luogo, e' va di giorno per la sua grande
prodezza (856), come quelli che à grande coraggio di sè difendere dal suo
nimico. Quelli che vae di notte, vae con grande paura, e non è uomo da
difendersi da un altro, e va come ladrone. Gente sono che non dottano uomo
nè bestia, e si non osano andare di notte, per paura d'onbra; e ciò loro aviene
di difalta di cuore. Altra gente sono, che si chiamano codardi, e sono
vantatori (857); e lo giorno vanno saviamente tra la gente, e la notte si
devisano (858), e vanno per le ville, come arditi, perchè sono sicuri non
saranno conosciuti. Ma le genti che li veggiono, credono che sieno alcuni
valenti uomini. E per questa sicuranza vanno di notte facendo il male.
Sapiate che quelli sono vili e codardi, che si devisano per parere altra gente.
(856) Celui chi vait en perilous leu et vait de jor, cil vait par sa grant proesse C. F. R.
(857) boubansors C. F. R., per boubancier.
(858) se desguisent C. F. R., che vuol dire sortir de la guise, se transformer. — Devisarsi è
traduzione letterale del vb. fr.; ma può piacere, ad esprimere il cangiare di viso, di apparenza, di
mondo, e avesse quello che mestiere gli fosse, e egli amasse altro luogo,
quella bella piazza gli parebe nulla, inverso l'amore ch'egli avrebbe in altra
parte (855), conciosia cosa ch'elli fosse laido; e se elli fosse la più brutta
piazza del mondo, e egli amasse quello luogo, e' gli parrebbe il più
dilettevole luogo del mondo. E perciò diciamo noi che lo più dilettevole
luogo del mondo si è là dove l'uomo ama e disidera.
(853) et as oisiaus si fist cors de l'air C. F. R.
(854) Qui nel C. F. R. e nel T. F. P. comincia un altro Cap., intitolato: Le quel est le plus deletable leu
de monde?
(855) leu C. F. R.
Cap. CLXVI.
Lo re domanda: quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli che va di
giorno? Sidrac risponde:
Quegli che va per pericoloso luogo, e' va di giorno per la sua grande
prodezza (856), come quelli che à grande coraggio di sè difendere dal suo
nimico. Quelli che vae di notte, vae con grande paura, e non è uomo da
difendersi da un altro, e va come ladrone. Gente sono che non dottano uomo
nè bestia, e si non osano andare di notte, per paura d'onbra; e ciò loro aviene
di difalta di cuore. Altra gente sono, che si chiamano codardi, e sono
vantatori (857); e lo giorno vanno saviamente tra la gente, e la notte si
devisano (858), e vanno per le ville, come arditi, perchè sono sicuri non
saranno conosciuti. Ma le genti che li veggiono, credono che sieno alcuni
valenti uomini. E per questa sicuranza vanno di notte facendo il male.
Sapiate che quelli sono vili e codardi, che si devisano per parere altra gente.
(856) Celui chi vait en perilous leu et vait de jor, cil vait par sa grant proesse C. F. R.
(857) boubansors C. F. R., per boubancier.
(858) se desguisent C. F. R., che vuol dire sortir de la guise, se transformer. — Devisarsi è
traduzione letterale del vb. fr.; ma può piacere, ad esprimere il cangiare di viso, di apparenza, di
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abito, invece di travisarsi.
Cap. CLXVII.
Lo re domanda: quale è maggiore prodezza o quella di città o quella de'
boschi? Sidrac risponde:
Prodezza di città non è già chiamata (859), ch'ella non è prodezza, anzi
è follia e stoltezza. E' pigliano sicurtà dalla gente. Che molti sono quelli
che, quando ànno parole con altrui, egli lo vogliono asalire tra l'altra gente;
e quelli che sono asaliti, sono più valenti e più arditi; e si non si vogliono
muovere contra di loro. E quelli che asaliscono lo fanno per tre cose: la
prima, è per grande follia; la seconda, per sicurtà delle genti che si
metteranno in mezo, e non lascieranno acostare; la terza, quando egli ànno
troppo bevuto, e lo cervello loro è tutto smoto (860) di vino. E lo valente
che è asalito, lascia lo mal fare per tre cose: la prima, che egli à paura di
mal fare; la seconda, ch'egli dotta la signoria, chè tutti i valenti uomini
dottano la signoria (861); la terza, dottano l'onta di non perdere lo suo, e
però non si vuole egli muovere. Ma se amenduni fossono alla foresta, lo
valente della città non avrebe ardimento di farlo; chè là non troverebe egli
chi lo tenesse; e lo prod'uomo del bosco non temerebbe onta nè signoria nè
di perdere lo suo, e tosto l'ucciderebbe. E se gli due s'incontrano insieme, lo
prode uomo del bosco si difende valorosamente; e lo prode uomo della
città, che spesse volte fanno le stampite (862) tra la gente, non oserebbe
dimorare nella piazza, anzi fugirebe nel canpo. E però diciamo noi che la
prodeza del bosco è detta prodeza, e quella della città è detta follia.
(859) ne est mie apelee proesse C. F. R.
(860) Traduz. letterale del franc. esmeue, dal vb. esmaier, commosso, turbato, alterato.
(861) car tout home la doit douter C. F. R.
(862) estampie C. F. R. — bombans T. F. P. — Pare che qui stampita abbia da intendersi per
vantazione, millanteria. Trovasi questa parola nel provenzale, ove ebbe anche il significato di
disputa, rumore. E nel nostro esempio potrebbe intendersi che chi fa chiasso, rumore, quando è
in mezzo a molta gente, fugge poi se si accorge che vi sia pericolo di trovarsi solo di fronte al
Cap. CLXVII.
Lo re domanda: quale è maggiore prodezza o quella di città o quella de'
boschi? Sidrac risponde:
Prodezza di città non è già chiamata (859), ch'ella non è prodezza, anzi
è follia e stoltezza. E' pigliano sicurtà dalla gente. Che molti sono quelli
che, quando ànno parole con altrui, egli lo vogliono asalire tra l'altra gente;
e quelli che sono asaliti, sono più valenti e più arditi; e si non si vogliono
muovere contra di loro. E quelli che asaliscono lo fanno per tre cose: la
prima, è per grande follia; la seconda, per sicurtà delle genti che si
metteranno in mezo, e non lascieranno acostare; la terza, quando egli ànno
troppo bevuto, e lo cervello loro è tutto smoto (860) di vino. E lo valente
che è asalito, lascia lo mal fare per tre cose: la prima, che egli à paura di
mal fare; la seconda, ch'egli dotta la signoria, chè tutti i valenti uomini
dottano la signoria (861); la terza, dottano l'onta di non perdere lo suo, e
però non si vuole egli muovere. Ma se amenduni fossono alla foresta, lo
valente della città non avrebe ardimento di farlo; chè là non troverebe egli
chi lo tenesse; e lo prod'uomo del bosco non temerebbe onta nè signoria nè
di perdere lo suo, e tosto l'ucciderebbe. E se gli due s'incontrano insieme, lo
prode uomo del bosco si difende valorosamente; e lo prode uomo della
città, che spesse volte fanno le stampite (862) tra la gente, non oserebbe
dimorare nella piazza, anzi fugirebe nel canpo. E però diciamo noi che la
prodeza del bosco è detta prodeza, e quella della città è detta follia.
(859) ne est mie apelee proesse C. F. R.
(860) Traduz. letterale del franc. esmeue, dal vb. esmaier, commosso, turbato, alterato.
(861) car tout home la doit douter C. F. R.
(862) estampie C. F. R. — bombans T. F. P. — Pare che qui stampita abbia da intendersi per
vantazione, millanteria. Trovasi questa parola nel provenzale, ove ebbe anche il significato di
disputa, rumore. E nel nostro esempio potrebbe intendersi che chi fa chiasso, rumore, quando è
in mezzo a molta gente, fugge poi se si accorge che vi sia pericolo di trovarsi solo di fronte al
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proprio avversario. — Cf. Gachet, Gloss. du Chev. au Cygne, a Estampiez. Il Gherardini reca
un esempio di stampita per chiacchierata; e questo pure potrebbe adattarsi al caso
nostro. — Vogliamo anche notare che il mod. spagn. ha: estampida, che significa il rumore del
colpo di un fucile o di un cannone.
Cap. CLXVIII.
Lo re domanda: dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o di
ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie, o d'altre cose? Sidrac
risponde:
L'uomo non dee rinproverare l'uno all'altro di nulla cosa; che se tu gli
rimproveri malizie, quelli che le dà, lui le potrebe bene dare a te (863). E se
tu gli rinproveri della follia di sua moglie, egli potrà bene essere che
altrettale averrà ad te. E se tu gli rinproveri d'altre cose, lo somigliante
puote avenire a te. E però niuno dee rinproverare altrui, chè niuno è che
sapia che avenire gli dee.
(863) car si tu li reproches de maladie, cil chi li dona la maladie puet bien doner a toy C. F. R.
Cap. CLXIX.
Lo re domanda: dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente (864)? Sidrac
risponde:
Si bene, ma nulla anima del mondo lo potrebe fare a piacere con suo
prode e con suo onore. L'uomo lo dee fare, conciosia cosa che tu non dei del
tutto loro (865). Fa' loro bella cera e bello senbiante e buono conforto e
buono consiglio; in questo modo potrai fare a piacere a uno e a uno altro
un esempio di stampita per chiacchierata; e questo pure potrebbe adattarsi al caso
nostro. — Vogliamo anche notare che il mod. spagn. ha: estampida, che significa il rumore del
colpo di un fucile o di un cannone.
Cap. CLXVIII.
Lo re domanda: dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o di
ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie, o d'altre cose? Sidrac
risponde:
L'uomo non dee rinproverare l'uno all'altro di nulla cosa; che se tu gli
rimproveri malizie, quelli che le dà, lui le potrebe bene dare a te (863). E se
tu gli rinproveri della follia di sua moglie, egli potrà bene essere che
altrettale averrà ad te. E se tu gli rinproveri d'altre cose, lo somigliante
puote avenire a te. E però niuno dee rinproverare altrui, chè niuno è che
sapia che avenire gli dee.
(863) car si tu li reproches de maladie, cil chi li dona la maladie puet bien doner a toy C. F. R.
Cap. CLXIX.
Lo re domanda: dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente (864)? Sidrac
risponde:
Si bene, ma nulla anima del mondo lo potrebe fare a piacere con suo
prode e con suo onore. L'uomo lo dee fare, conciosia cosa che tu non dei del
tutto loro (865). Fa' loro bella cera e bello senbiante e buono conforto e
buono consiglio; in questo modo potrai fare a piacere a uno e a uno altro
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con tuo prode e con tuo onore; e si avrai grado dalle genti, e sarai amato e
pregiato, e tenuto per buono tra la gente.
(864) doit l'om porter honor et faire a plaisir de toutes gens? C. F. R.
(865) A rettificare questa prima parte del presente cap., poichè non può giovare il C. R. 2., sarà utile
riferire la lez. del T. F. P.: Ouy bien, qui le poutroit faire; mais nulle personne ne le pourroit
faire que Dieu. A ceulx a qui tu en pourras bien faire plaisir en ton honneur, ja soit ce que tu
leur donne du tien, fais le vouluntiers. Et ceulx que tu ne pourras servir du tien, sers les de
belles paroles et beau semblant, ec.
Cap. CLXX.
Lo re domanda: dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto onore?
Sidrac risponde:
Non già dimenticare nol dee, conciosia cosa che 'l servigio sia piccolo;
a niuno tenpo lo dei dimenticare. E chi grado e piacere mi fa, egli mi dà
assai del suo; e però dee portare l'uomo amore e reverenza e benevoglienza
a quelli che l'ànno servito; e lui dee aiutare al suo podere, se bisogno àe, che
lo buono guidardone dee l'uomo fare contra colui che servigio gli à fatto. E
lo servigio che l'omo fa a quelli che l'omo non è tenuto, quello cotale (866)
de' essere più gradito, che se l'uomo lo dee fare. E però non dee l'uomo
dimenticare lo servigio che gli è fatto, a nullo giorno.
(866) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: dee l'uomo fare contra essere più gradito, ec.
Cap. CLXXI.
Lo re domanda: come si puote l'uomo tenere dalla sua grande volontà?
Sidrac risponde: (867)
pregiato, e tenuto per buono tra la gente.
(864) doit l'om porter honor et faire a plaisir de toutes gens? C. F. R.
(865) A rettificare questa prima parte del presente cap., poichè non può giovare il C. R. 2., sarà utile
riferire la lez. del T. F. P.: Ouy bien, qui le poutroit faire; mais nulle personne ne le pourroit
faire que Dieu. A ceulx a qui tu en pourras bien faire plaisir en ton honneur, ja soit ce que tu
leur donne du tien, fais le vouluntiers. Et ceulx que tu ne pourras servir du tien, sers les de
belles paroles et beau semblant, ec.
Cap. CLXX.
Lo re domanda: dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto onore?
Sidrac risponde:
Non già dimenticare nol dee, conciosia cosa che 'l servigio sia piccolo;
a niuno tenpo lo dei dimenticare. E chi grado e piacere mi fa, egli mi dà
assai del suo; e però dee portare l'uomo amore e reverenza e benevoglienza
a quelli che l'ànno servito; e lui dee aiutare al suo podere, se bisogno àe, che
lo buono guidardone dee l'uomo fare contra colui che servigio gli à fatto. E
lo servigio che l'omo fa a quelli che l'omo non è tenuto, quello cotale (866)
de' essere più gradito, che se l'uomo lo dee fare. E però non dee l'uomo
dimenticare lo servigio che gli è fatto, a nullo giorno.
(866) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: dee l'uomo fare contra essere più gradito, ec.
Cap. CLXXI.
Lo re domanda: come si puote l'uomo tenere dalla sua grande volontà?
Sidrac risponde: (867)
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Sì, bene e legiermente, quando egli è di quella volontà. E egli dee
pensare allo suo criatore, e così come egli lo degnò creare alla sua
simiglianza; e perciò non si dee lordare; ma onorare e nettamente guardare,
per amore di quelli che lo degnò fare alla sua simiglianza. E si dee pensare
come egli dee morire, e venire in nulla; e l'anima di lui ricevere tali
guidardoni, come avrà servito in quello corpo, fia bene o fia male, secondo
le sue opere. E in questi pensieri gli passerà questa volontà. Si lo re desse a
uno uomo la sua roba, che la si dovesse vestire per lo suo amore, sapiate
che quello uomo la si vestirebbe a grande onore, e la guarderebe
nettamente, e sarebe molto innorato dalla gente, quando egli la si vestisse.
Bene dobiamo noi essere più innorati e meglio guardare la somiglianza che
Idio ci à vestiti, che è della sua propia, e più caramente che una roba d'uno
cotale uomo, chente noi siamo, tutto fosse egli re. Che se tu non pensi in
quella volontà per lei medesima passerà, se tu lasci nolla gratiare di fatti nè
di pensieri (868); ch'ella è altressì come lo fuoco: chi più vi mette più arde;
e per la sofferenza (869) e per gli buoni pensieri, leggiermente passerà. E
tanto quanto l'uomo più soffera, più vorrà sofferire; e tanto quanto l'uomo
più l'usa, e più lo vorrà usare. E uno fuoco che fa dannaggio, l'uomo lo dee
ispegnere, e sì amortare nell'acqua, che giammai dannaggio non gli faccia.
Simigliantemente dee l'uomo fare della luxuria; chè la luxuria è pericoloso
fuoco, e fa molto grande dannaggio al corpo e all'anima. L'uomo la dee
amortare e ispegnere tuttavia.
(867) Le roy demande: ce peut l'om tenir de luxurie, chant l'om est de volonte? C. F. R.
(868) Riferiremo prima la lez. del T. F. P.: Ainsi donc quant l'homme entre en ceste voulunte de
luxure, et en luy mesmes il pensera les choses dessusdictes, bien legierement se passera y celle
voulunte; mais qu'il la delaisse et qu'il ne la nourrisse point ne de faiet ne de pensee. — Ecco
ora la lez. del C. F. R.: car se tu penses en celle volunte, elle passera par celle meesme volunte,
se tu la laisses et ne la graees ne de faites ne de pencees. — Se tu la laisses (laisser ant. fr.,
quitter) è stato trad., come vedesi, se tu lasci. — Et ne la graees (graer ant. fr., gratiaer), è stato
trad. nolla gratiare. — Il nostro periodo potrebbe intendersi così: se tu stabilisci, se sei fermo di
non far grazie, di non fare concessione a quella volontà nè di fatti nè di pensieri.
(869) por ces soffraites. C. F. R. — Soffraite ant. franc., sofracha prov. ha, fra altri, il significato di
mancanza; e qui pare che potrebbe appunto intendersi: e per la mancanza di materia che
alimenti il fuoco, e per i buoni pensieri ec. — Potrebbe però anche interpetrarsi: e coll'essere
tollerante (soffrir) e con i buoni pensieri ec. —
pensare allo suo criatore, e così come egli lo degnò creare alla sua
simiglianza; e perciò non si dee lordare; ma onorare e nettamente guardare,
per amore di quelli che lo degnò fare alla sua simiglianza. E si dee pensare
come egli dee morire, e venire in nulla; e l'anima di lui ricevere tali
guidardoni, come avrà servito in quello corpo, fia bene o fia male, secondo
le sue opere. E in questi pensieri gli passerà questa volontà. Si lo re desse a
uno uomo la sua roba, che la si dovesse vestire per lo suo amore, sapiate
che quello uomo la si vestirebbe a grande onore, e la guarderebe
nettamente, e sarebe molto innorato dalla gente, quando egli la si vestisse.
Bene dobiamo noi essere più innorati e meglio guardare la somiglianza che
Idio ci à vestiti, che è della sua propia, e più caramente che una roba d'uno
cotale uomo, chente noi siamo, tutto fosse egli re. Che se tu non pensi in
quella volontà per lei medesima passerà, se tu lasci nolla gratiare di fatti nè
di pensieri (868); ch'ella è altressì come lo fuoco: chi più vi mette più arde;
e per la sofferenza (869) e per gli buoni pensieri, leggiermente passerà. E
tanto quanto l'uomo più soffera, più vorrà sofferire; e tanto quanto l'uomo
più l'usa, e più lo vorrà usare. E uno fuoco che fa dannaggio, l'uomo lo dee
ispegnere, e sì amortare nell'acqua, che giammai dannaggio non gli faccia.
Simigliantemente dee l'uomo fare della luxuria; chè la luxuria è pericoloso
fuoco, e fa molto grande dannaggio al corpo e all'anima. L'uomo la dee
amortare e ispegnere tuttavia.
(867) Le roy demande: ce peut l'om tenir de luxurie, chant l'om est de volonte? C. F. R.
(868) Riferiremo prima la lez. del T. F. P.: Ainsi donc quant l'homme entre en ceste voulunte de
luxure, et en luy mesmes il pensera les choses dessusdictes, bien legierement se passera y celle
voulunte; mais qu'il la delaisse et qu'il ne la nourrisse point ne de faiet ne de pensee. — Ecco
ora la lez. del C. F. R.: car se tu penses en celle volunte, elle passera par celle meesme volunte,
se tu la laisses et ne la graees ne de faites ne de pencees. — Se tu la laisses (laisser ant. fr.,
quitter) è stato trad., come vedesi, se tu lasci. — Et ne la graees (graer ant. fr., gratiaer), è stato
trad. nolla gratiare. — Il nostro periodo potrebbe intendersi così: se tu stabilisci, se sei fermo di
non far grazie, di non fare concessione a quella volontà nè di fatti nè di pensieri.
(869) por ces soffraites. C. F. R. — Soffraite ant. franc., sofracha prov. ha, fra altri, il significato di
mancanza; e qui pare che potrebbe appunto intendersi: e per la mancanza di materia che
alimenti il fuoco, e per i buoni pensieri ec. — Potrebbe però anche interpetrarsi: e coll'essere
tollerante (soffrir) e con i buoni pensieri ec. —
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Cap. CLXXII.
Lo re domanda: quale è lo magiore diletto che sia? Sidrac risponde:
Due sono i diletti del mondo: l'uno è spirituale e l'altro corporale; e lo
corporale è poco diletto, perchè passa legiermente, e ispegnesi come uno
lume, e diventa nulla; che del diletto corporale si generano molte malizie e
avarizie e pericoli all'anima, e morte e onta e vergognia e si è tutta vanità;
che ciò che l'uomo può fare di diletti in cento anni, se uno giorno e' gli falla,
tutto quello che àe avuto gli pare nullo diletto (870). Lo spirituale, cioè a
sapere di quelli che si dilettano in Dio e delli suoi comandamenti e nelle sue
opere, e quegli che ànno buona fede e buona isperanza d'avere la vita
perdurabile nella conpagnia di Dio, sapiate che quelli ànno molto grande
diletto; tanto quanto più travagliano e sofferano per Dio, si loro richieda a
fare di quello travaglio e sofferenzia (871); e si pare loro ch'egli sieno in
gloria. E questo diletto mai non finiscie, anzi si canbia di bene in meglio, e
di gioia in allegreza e in gloria, che mai fine non avrà. E perciò diciamo noi
che lo diletto ispirituale vale meglio e è più grande che lo corporale, e è più
durabile.
(870) car chant che l'home se puet delitier en C. ans, et un jor li faut tout et si resemble che riens n'en
a este. C. F. R.
(871) si requirent plus a faire de cel travaile et soffrance. C. F. R.
Cap. CLXXIII.
Lo re domanda: desi l'uomo dilettare colla femina? Sidrac risponde:
Due maniere sono di dilettarsi l'uomo colla femina: l'uno è spirituale e
l'altro è corporale. Lo spirituale si è quando l'uomo àe la sua moglie, si dee
acostare a lei onestamente e degniamente. E sì si dee acostare co' lei a tale
Lo re domanda: quale è lo magiore diletto che sia? Sidrac risponde:
Due sono i diletti del mondo: l'uno è spirituale e l'altro corporale; e lo
corporale è poco diletto, perchè passa legiermente, e ispegnesi come uno
lume, e diventa nulla; che del diletto corporale si generano molte malizie e
avarizie e pericoli all'anima, e morte e onta e vergognia e si è tutta vanità;
che ciò che l'uomo può fare di diletti in cento anni, se uno giorno e' gli falla,
tutto quello che àe avuto gli pare nullo diletto (870). Lo spirituale, cioè a
sapere di quelli che si dilettano in Dio e delli suoi comandamenti e nelle sue
opere, e quegli che ànno buona fede e buona isperanza d'avere la vita
perdurabile nella conpagnia di Dio, sapiate che quelli ànno molto grande
diletto; tanto quanto più travagliano e sofferano per Dio, si loro richieda a
fare di quello travaglio e sofferenzia (871); e si pare loro ch'egli sieno in
gloria. E questo diletto mai non finiscie, anzi si canbia di bene in meglio, e
di gioia in allegreza e in gloria, che mai fine non avrà. E perciò diciamo noi
che lo diletto ispirituale vale meglio e è più grande che lo corporale, e è più
durabile.
(870) car chant che l'home se puet delitier en C. ans, et un jor li faut tout et si resemble che riens n'en
a este. C. F. R.
(871) si requirent plus a faire de cel travaile et soffrance. C. F. R.
Cap. CLXXIII.
Lo re domanda: desi l'uomo dilettare colla femina? Sidrac risponde:
Due maniere sono di dilettarsi l'uomo colla femina: l'uno è spirituale e
l'altro è corporale. Lo spirituale si è quando l'uomo àe la sua moglie, si dee
acostare a lei onestamente e degniamente. E sì si dee acostare co' lei a tale
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intendimento e intenzione, d'avere frutto di lei, che renda grazie al suo
criatore. E quando ella è pregna, elli non si dee più acostare a lei, infino che
partorito non à; e dopo il partorire XL giorni. E quando la femina è nel suo
tenpo, e' non si dee acostare a lei, tanto quanto ell'à quello; e sarà questo lo
buono diletto spirituale. Lo diletto corporale del mondo si è in modo di
bestia, che non si guarda quando s'acosta alla sua femina, anzi s'acosta tutte
le volte che n'à volontà. Sapiate che questo è malvagio diletto, e morte e
perdizione dell'anima e del corpo. Quelli che lo fa a modo di bestia è di vita
di bestia; e fanno contra lo comandamento di Dio.
Cap. CLXXIV.
Lo re domanda: quando l'una oste è contra l'altra come si deono
conbattere? Sidrac risponde:
Quando l'una oste è contra l'altra, lo capitano dell'oste dee essere savio
e proveduto e valente e vigoroso. E dee guardare e avisare (872) l'oste che è
incontro a lui; e dee ordinare saviamente le sue ischiere; e desi muovere
vigorosamente, con senno; e fedire contra loro e sopra loro. E se egli
s'avedeno che i loro nimici sieno più forti di loro, e egli si dee tenere
fortemente, e confortare la sua gente, e dare loro vigore e baldanza; e fare
grande senbianza di muovere contra i nimici, e ricogliere la sua gente, e
venire a salvamento. E se l'altra oste gli asaliscie, e egli si deono difendere
vigorosamente. Che se l'oste forte sapesse lo fatto del meno forte, tosto la
piglierebbe; ma perchè non si sa, ispesse volte n'aviene che le frali osti
iscanpano dalle forti e possenti.
(872) esmer C. F. R. — Aesmer, esmer ha qui il significato di valutare, calcolare. L'avisare del n. t.
ha il senso di guardare attentamente, o riconoscere, come nell'es. del Caro, citato dalla Crusca.
criatore. E quando ella è pregna, elli non si dee più acostare a lei, infino che
partorito non à; e dopo il partorire XL giorni. E quando la femina è nel suo
tenpo, e' non si dee acostare a lei, tanto quanto ell'à quello; e sarà questo lo
buono diletto spirituale. Lo diletto corporale del mondo si è in modo di
bestia, che non si guarda quando s'acosta alla sua femina, anzi s'acosta tutte
le volte che n'à volontà. Sapiate che questo è malvagio diletto, e morte e
perdizione dell'anima e del corpo. Quelli che lo fa a modo di bestia è di vita
di bestia; e fanno contra lo comandamento di Dio.
Cap. CLXXIV.
Lo re domanda: quando l'una oste è contra l'altra come si deono
conbattere? Sidrac risponde:
Quando l'una oste è contra l'altra, lo capitano dell'oste dee essere savio
e proveduto e valente e vigoroso. E dee guardare e avisare (872) l'oste che è
incontro a lui; e dee ordinare saviamente le sue ischiere; e desi muovere
vigorosamente, con senno; e fedire contra loro e sopra loro. E se egli
s'avedeno che i loro nimici sieno più forti di loro, e egli si dee tenere
fortemente, e confortare la sua gente, e dare loro vigore e baldanza; e fare
grande senbianza di muovere contra i nimici, e ricogliere la sua gente, e
venire a salvamento. E se l'altra oste gli asaliscie, e egli si deono difendere
vigorosamente. Che se l'oste forte sapesse lo fatto del meno forte, tosto la
piglierebbe; ma perchè non si sa, ispesse volte n'aviene che le frali osti
iscanpano dalle forti e possenti.
(872) esmer C. F. R. — Aesmer, esmer ha qui il significato di valutare, calcolare. L'avisare del n. t.
ha il senso di guardare attentamente, o riconoscere, come nell'es. del Caro, citato dalla Crusca.
Page 195
Cap. CLXXV.
Lo re domanda: quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non potrebbe
vivere? Sidrac risponde:
Se l'uomo avesse meno le mani, e' piedi e gli occhi e' coglioni e' gli
orecchi e' denti e la lingua fosse sano (873), egli potrebe vivere. E se egli
avesse tutti i suoi menbri sani, e egli non avesse nè denti nè lingua, egli non
potrebe vivere; che i denti e la lingua apartengono alla vivanda; di che le
genti vivono. La lingua mena la vivanda a' denti, ed aiuta; e sanza queste
due cose non potrebe l'uomo vivere. Idio à fatto la lingua all'uomo, per
adorare lo suo sancto nome, e per parlare, e per menare la vivanda a' denti;
e sì l'à fatta di carne viva e reale sopra tutti gli altri menbri del corpo; e fatti
i denti di nerbi ghiacciati (874), simiglianti a ossi che divorano gli ossi.
(873) fussent sains. C. F. R.
(874) de ners glacies C. F. R.
Cap. CLXXVI.
Lo re domanda: chi trovò e fece lo prima stormento del mondo, e come fu
fatto? Sidrac risponde:
Lo primo stormento lo fece e trovò uno de' figliuoli di Noè, quelli
ch'ebbe nome Giafet (875). Egli trovò in prima il suono dell'acqua corrente
nelle pietre che erano nell'acqua, alte e basse: che l'una pietra dà più alto il
suono l'una che l'altra, per la sua altezza o per la sua bassezza (876). E
anche lo trovò per le foglie degli alberi, quando il vento vi dà entro. E di
tale maniera ordinò, e stabilì lo stormento per lo scandalio (877) di queste
due cose, e per lo senno, che era molto savio e sottile. E tutto questo fue per
la volonta di Dio.
Lo re domanda: quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non potrebbe
vivere? Sidrac risponde:
Se l'uomo avesse meno le mani, e' piedi e gli occhi e' coglioni e' gli
orecchi e' denti e la lingua fosse sano (873), egli potrebe vivere. E se egli
avesse tutti i suoi menbri sani, e egli non avesse nè denti nè lingua, egli non
potrebe vivere; che i denti e la lingua apartengono alla vivanda; di che le
genti vivono. La lingua mena la vivanda a' denti, ed aiuta; e sanza queste
due cose non potrebe l'uomo vivere. Idio à fatto la lingua all'uomo, per
adorare lo suo sancto nome, e per parlare, e per menare la vivanda a' denti;
e sì l'à fatta di carne viva e reale sopra tutti gli altri menbri del corpo; e fatti
i denti di nerbi ghiacciati (874), simiglianti a ossi che divorano gli ossi.
(873) fussent sains. C. F. R.
(874) de ners glacies C. F. R.
Cap. CLXXVI.
Lo re domanda: chi trovò e fece lo prima stormento del mondo, e come fu
fatto? Sidrac risponde:
Lo primo stormento lo fece e trovò uno de' figliuoli di Noè, quelli
ch'ebbe nome Giafet (875). Egli trovò in prima il suono dell'acqua corrente
nelle pietre che erano nell'acqua, alte e basse: che l'una pietra dà più alto il
suono l'una che l'altra, per la sua altezza o per la sua bassezza (876). E
anche lo trovò per le foglie degli alberi, quando il vento vi dà entro. E di
tale maniera ordinò, e stabilì lo stormento per lo scandalio (877) di queste
due cose, e per lo senno, che era molto savio e sottile. E tutto questo fue per
la volonta di Dio.
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(875) par deux hommes dont l'ung eut nom Tubal et l'autre Tubalcain. T. F. P.
(876) Il traduttore non ha inteso, ed ha quindi messo insieme parole senza senso. Ecco la lez. del
C. F. R.: Et le trova premierement par le son de l'aigue corante, et per le son dou vent des
arbres; car il temproit le son de l'aigue corante, de pierres, de haut et de bas, car l'une partie
donoit plus grant son che l'autre par sa autesse et par sa basesse.
(877) scandail. C. F. R. — exemple T. F. P. — scandaglio è usato per esperimento, esempio. La
Crusca non ne registra che un esempio del Berni.
Cap. CLXXVII.
Lo re domanda: l'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa e
intende lo suo cuore (878)? Sidrac risponde:
L'uomo che nascie sordo e mutolo, nè parlare non puote, egli pensa e
intende lo linguaggio del suo primo padre, cioè Adamo; e lo suo linguaggio
fu ebreo. Dunque per diritta forza conviene che ritorni allo linguaggio del
suo primo padre, ciò fu Adamo, là ond'egli fu schiantato. Altresì come uno
omo che pigliasse i noccioli d'uno frutto d'uno alboro e si gli piantasse,
quello nocciolo farebbe uno altro alboro simigliante a quello ond'egli fosse
stato (879); e farebe il frutto di quella medesima senbianza e colore e
sapore, come dal suo principio. E per tutte quelle volte che l'uomo piantasse
di quelli noccioli, nascierebono albori e frutti di quella medesima senbianza
e colore e sapore, come dal suo principio. E chi pigliasse di quello albore, e
lo nestasse cogli altri frutti, egli diventerebbono di quella senbianza di
quello onde furono nestati. Altressì fummo noi del primo linguaggio
d'Adamo, primo nostro padre; e poi siamo nestati con altri legnaggi. Che
chi pigliasse uno garzone di XI giorni o di meno, che non sapesse parlare nè
intendere, e che lo mettesse in uno luogo che non potesse udire niuna
persona parlare, e che l'uomo gli desse e facesse tutto ciò che bisognasse, e
fosse sanza parlare altrui, quando egli avesse X anni o più, egli non
parlerebe altro linguaggio che del suo primo padre, cioè ebreo; come la
natura dell'albero che ritorna a sua natura.
(878) en son cuer. C. F. R.
(876) Il traduttore non ha inteso, ed ha quindi messo insieme parole senza senso. Ecco la lez. del
C. F. R.: Et le trova premierement par le son de l'aigue corante, et per le son dou vent des
arbres; car il temproit le son de l'aigue corante, de pierres, de haut et de bas, car l'une partie
donoit plus grant son che l'autre par sa autesse et par sa basesse.
(877) scandail. C. F. R. — exemple T. F. P. — scandaglio è usato per esperimento, esempio. La
Crusca non ne registra che un esempio del Berni.
Cap. CLXXVII.
Lo re domanda: l'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa e
intende lo suo cuore (878)? Sidrac risponde:
L'uomo che nascie sordo e mutolo, nè parlare non puote, egli pensa e
intende lo linguaggio del suo primo padre, cioè Adamo; e lo suo linguaggio
fu ebreo. Dunque per diritta forza conviene che ritorni allo linguaggio del
suo primo padre, ciò fu Adamo, là ond'egli fu schiantato. Altresì come uno
omo che pigliasse i noccioli d'uno frutto d'uno alboro e si gli piantasse,
quello nocciolo farebbe uno altro alboro simigliante a quello ond'egli fosse
stato (879); e farebe il frutto di quella medesima senbianza e colore e
sapore, come dal suo principio. E per tutte quelle volte che l'uomo piantasse
di quelli noccioli, nascierebono albori e frutti di quella medesima senbianza
e colore e sapore, come dal suo principio. E chi pigliasse di quello albore, e
lo nestasse cogli altri frutti, egli diventerebbono di quella senbianza di
quello onde furono nestati. Altressì fummo noi del primo linguaggio
d'Adamo, primo nostro padre; e poi siamo nestati con altri legnaggi. Che
chi pigliasse uno garzone di XI giorni o di meno, che non sapesse parlare nè
intendere, e che lo mettesse in uno luogo che non potesse udire niuna
persona parlare, e che l'uomo gli desse e facesse tutto ciò che bisognasse, e
fosse sanza parlare altrui, quando egli avesse X anni o più, egli non
parlerebe altro linguaggio che del suo primo padre, cioè ebreo; come la
natura dell'albero che ritorna a sua natura.
(878) en son cuer. C. F. R.
Page 197
(879) manca al n. c. da là ond'egli fino a ond'egli fosse stato. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. CLXXVIII.
Lo re domanda: perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero? Sidrac
risponde:
Per due cose quelli che sono bianchi son posti da lungo l'arie (880), e
tengono l'uno capo verso terra e l'altro verso il cielo; e lo chiarore del sole
lo fiede e allumina col suo lume; e la luna lo fiede di notte e le stelle; e per
questa ragione risprendiscono (881), e diventano bianchi. L'altra ragione si
è perch'elli sono sottili e vani (882); e per lo caldo e per lo calore del sole
elli passa la notte lo freddo dell'aria; e lo lume della luna gli passa (883); e
perciò sono elli bianchi. Quelli che sono neri elli toccano l'aria di
largo (884), e sono ispessi e grossi; e lo chiarore del sole nè de la luna nolli
possono passare; e però sono elli neri.
(880) sunt assises dou lonc de l'air. C. F. R. — Assises da seoir. asseoir, être placé, situé.
(881) risplendono.
(882) vaines. C. F. R., leggeri.
(883) les perce. C. F. R.
(884) de travers. T. F. P.
Cap. CLXXIX.
Lo re domanda: dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde vengono?
Sidrac risponde:
Cap. CLXXVIII.
Lo re domanda: perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero? Sidrac
risponde:
Per due cose quelli che sono bianchi son posti da lungo l'arie (880), e
tengono l'uno capo verso terra e l'altro verso il cielo; e lo chiarore del sole
lo fiede e allumina col suo lume; e la luna lo fiede di notte e le stelle; e per
questa ragione risprendiscono (881), e diventano bianchi. L'altra ragione si
è perch'elli sono sottili e vani (882); e per lo caldo e per lo calore del sole
elli passa la notte lo freddo dell'aria; e lo lume della luna gli passa (883); e
perciò sono elli bianchi. Quelli che sono neri elli toccano l'aria di
largo (884), e sono ispessi e grossi; e lo chiarore del sole nè de la luna nolli
possono passare; e però sono elli neri.
(880) sunt assises dou lonc de l'air. C. F. R. — Assises da seoir. asseoir, être placé, situé.
(881) risplendono.
(882) vaines. C. F. R., leggeri.
(883) les perce. C. F. R.
(884) de travers. T. F. P.
Cap. CLXXIX.
Lo re domanda: dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde vengono?
Sidrac risponde:
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Quando lo tenpo è così chiaro come voi vedete, gli nuvoli che sono,
eglino iscorrono (885) dello spirare della terra. Là dov'ella getta grande
caldo, ella getta fuori di lei a modo di brina; e lo chiarore del sole la bee, a
modo di rugiada, e porta suso; e poi si ragunano, e diventano nuvoli
bianchi; e l'aria l'ispande per molti luoghi, e gli consuma.
(885) issent. C. F. R.
Cap. CLXXX.
Lo re domanda: tutte le criature che sono fatte possono sapere la volontà
della cogitazione di Dio? Sidrac risponde:
Nè niuno angelo nè niuno arcangelo nè niuna criatura che Iddio fece o
farà, non potrà sapere la volontà nè la cogitazione di Dio, tanto quanto una
candella di mare (886), se per Dio e per la sua volontade nolla sanno. La
volontade e la cogitazione di Dio è sì grandissima, come tutto il cielo e la
terra. E quando egli vuole che alcuna cosa sia fatta, punto non vi tarda, nè
niuno più vi può calognare (887). E quelli che ànno saputo e sapranno la
volontà di Dio, si fia per la sua medesima volontà, che loro lo manda a
sapere per lo suo sancto angiolo; nè nulla creatura che Idio abia facta non
può sapere la volontà di Dio nè la sua cogitazione, se per lui non lo
sa (888); se non come una formica potrebe sapere lo profondo del mare.
(886) une goute de la mer. C. F. R.
(887) chalonger C. F. R. Chalonge, chalenge, ant. franc. vuol dire calunnia e insieme disputa,
rifiuto; come chalonger, disputare, rifiutare, calunniare. E così in prov. calonja significa rifiuto
e disputa. — In lingua vallona calengi vuol dire mettre en contravention, à l'amende; adresser
un défi, un cartel. — Abbiasi a mente, per ispiegar ciò, i varii significati che ebbe calumnia nel
basso latino (Du-Cange Gloss.). — In ital. calognare non vuol dir altro che calunniare,
secondo ciò che registra la Crusca. Ma qui è chiaro che deve intendersi per porre ostacolo,
proibire, impedire, disputare.
(888) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L. mancano molte parole.
eglino iscorrono (885) dello spirare della terra. Là dov'ella getta grande
caldo, ella getta fuori di lei a modo di brina; e lo chiarore del sole la bee, a
modo di rugiada, e porta suso; e poi si ragunano, e diventano nuvoli
bianchi; e l'aria l'ispande per molti luoghi, e gli consuma.
(885) issent. C. F. R.
Cap. CLXXX.
Lo re domanda: tutte le criature che sono fatte possono sapere la volontà
della cogitazione di Dio? Sidrac risponde:
Nè niuno angelo nè niuno arcangelo nè niuna criatura che Iddio fece o
farà, non potrà sapere la volontà nè la cogitazione di Dio, tanto quanto una
candella di mare (886), se per Dio e per la sua volontade nolla sanno. La
volontade e la cogitazione di Dio è sì grandissima, come tutto il cielo e la
terra. E quando egli vuole che alcuna cosa sia fatta, punto non vi tarda, nè
niuno più vi può calognare (887). E quelli che ànno saputo e sapranno la
volontà di Dio, si fia per la sua medesima volontà, che loro lo manda a
sapere per lo suo sancto angiolo; nè nulla creatura che Idio abia facta non
può sapere la volontà di Dio nè la sua cogitazione, se per lui non lo
sa (888); se non come una formica potrebe sapere lo profondo del mare.
(886) une goute de la mer. C. F. R.
(887) chalonger C. F. R. Chalonge, chalenge, ant. franc. vuol dire calunnia e insieme disputa,
rifiuto; come chalonger, disputare, rifiutare, calunniare. E così in prov. calonja significa rifiuto
e disputa. — In lingua vallona calengi vuol dire mettre en contravention, à l'amende; adresser
un défi, un cartel. — Abbiasi a mente, per ispiegar ciò, i varii significati che ebbe calumnia nel
basso latino (Du-Cange Gloss.). — In ital. calognare non vuol dir altro che calunniare,
secondo ciò che registra la Crusca. Ma qui è chiaro che deve intendersi per porre ostacolo,
proibire, impedire, disputare.
(888) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L. mancano molte parole.
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Cap. CLXXXI.
Lo re domanda: dee l'uomo tutto giorno adorare? Sidrac risponde:
Sì bene, se fare lo può; ma sì fare nollo puote, perchè lo corpo vuole lo
suo riposo. Che se egli non si riposasse, vivere nè andare non potrebe. E
però dee l'uomo Idio adorare una parte del giorno e la notte, a certe ore; e
travagliarsi per la vita del corpo; e un'altra riposare per dare forza e podere
al corpo, perchè possa travagliare per sè e per la sua anima. E quando egli
viene ad adorare Iddio, e' lo dee fare di buon cuore e di buona intenzione; e
tenersi queto e di buona aria in uno luogo; e dire umilemente e
perfettamente quello che vuole; e avere lo cuore e la volontade a Dio e alla
sua gloria. E per niuna cosa non dee lasciare ch'egli non conpia la sua
orazione. E quelli che lo fa, adora Iddio giustamente e perfettamente e
intendevolemente; chi altrimenti, egli non adora siccome egli dee.
Cap. CLXXXII.
Lo re domanda: gli occhi che lagrimano ispesso donde viene? Sidrac
risponde:
Gli occhi che lagrimano ispesso aviene dalla tenerezza del cuore e
dalla purità del coraggio. Chè lo cuore che è tenero e puro, incontanente che
ode cosa che gli dispiaccia, sì la pensa e guata; e sale l'acqua della sua
tenerezza suso agli occhi; allora piange, e getta l'acqua fuori, per travaglio e
per angoscia, che à il cuore, che è tenero e pietoso. Apena puote l'uomo
male avere da lui, cioè per forza degli omori, che sono di quattro
conpressioni al corpo; che la loro durezza sormonta la tenereza del cuore.
Gli occhi che spesso lagrimano fanno grande abagliamento al cuore; che per
le lagrime che gli occhi gettano, raffreddano l'arsura e lo calore del cuore.
Gli occhi che non lagrimano, non possono avere ciò. Loro aviene, per la
Lo re domanda: dee l'uomo tutto giorno adorare? Sidrac risponde:
Sì bene, se fare lo può; ma sì fare nollo puote, perchè lo corpo vuole lo
suo riposo. Che se egli non si riposasse, vivere nè andare non potrebe. E
però dee l'uomo Idio adorare una parte del giorno e la notte, a certe ore; e
travagliarsi per la vita del corpo; e un'altra riposare per dare forza e podere
al corpo, perchè possa travagliare per sè e per la sua anima. E quando egli
viene ad adorare Iddio, e' lo dee fare di buon cuore e di buona intenzione; e
tenersi queto e di buona aria in uno luogo; e dire umilemente e
perfettamente quello che vuole; e avere lo cuore e la volontade a Dio e alla
sua gloria. E per niuna cosa non dee lasciare ch'egli non conpia la sua
orazione. E quelli che lo fa, adora Iddio giustamente e perfettamente e
intendevolemente; chi altrimenti, egli non adora siccome egli dee.
Cap. CLXXXII.
Lo re domanda: gli occhi che lagrimano ispesso donde viene? Sidrac
risponde:
Gli occhi che lagrimano ispesso aviene dalla tenerezza del cuore e
dalla purità del coraggio. Chè lo cuore che è tenero e puro, incontanente che
ode cosa che gli dispiaccia, sì la pensa e guata; e sale l'acqua della sua
tenerezza suso agli occhi; allora piange, e getta l'acqua fuori, per travaglio e
per angoscia, che à il cuore, che è tenero e pietoso. Apena puote l'uomo
male avere da lui, cioè per forza degli omori, che sono di quattro
conpressioni al corpo; che la loro durezza sormonta la tenereza del cuore.
Gli occhi che spesso lagrimano fanno grande abagliamento al cuore; che per
le lagrime che gli occhi gettano, raffreddano l'arsura e lo calore del cuore.
Gli occhi che non lagrimano, non possono avere ciò. Loro aviene, per la
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grande dureza, ch'egli ànno al cuore della grande fellonia. Cotale cuore
apena potrebe pensare se non malizia e ingegno all'altra gente (889); e
quando pensa alcuna volta l'uomo bene, ciò non gli aviene già per lui, ma
per gli omori umidi che al corpo sono, che sormontano la sua dureza e la
sua fellonia, e lo fanno per forza pensare in alcuno bene.
(889) Car tel cuer apeines puet penser que a malice et a engigner ec. C. F. R. — Engigner,
ingannare.
Cap. CLXXXIII.
Lo re domanda: quante maniere di gente de' l'uomo onorare (890) in questo
mondo? Sidrac risponde:
Primieramente l'uomo dee adorare lo suo criatore, che lo fece e lo
disfarà, quando lo suo piacimento sarà. E apresso dee l'uomo portare onore
alla sua moglie, che Idio gli à donata a conpagnia, altressì come egli donò a
Adamo Eva; e a loro comandò che amendue fossono una cosa. Ciascuno
simigliantemente così dee essere alla sua moglie. E apresso deono adorare
lo loro Signore, a cui egli à data la fede, per guardarlo e per salvarlo in tutte
l'altre cose che intervenire possono. E apresso deono onorare il padre e la
matre sopra tutte l'altre cose; e gli dee aiutare e mantenere lealmente. E
apresso dee poi l'uomo onorare lo suo buono fattore, é figliuoli é fratelli é
parenti é suoi amici; e ciascuno onorare e amare lealmente.
(890) debono orare. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CLXXXIV.
Lo re domanda: qual'è lo più largo uomo del mondo? Sidrac risponde:
apena potrebe pensare se non malizia e ingegno all'altra gente (889); e
quando pensa alcuna volta l'uomo bene, ciò non gli aviene già per lui, ma
per gli omori umidi che al corpo sono, che sormontano la sua dureza e la
sua fellonia, e lo fanno per forza pensare in alcuno bene.
(889) Car tel cuer apeines puet penser que a malice et a engigner ec. C. F. R. — Engigner,
ingannare.
Cap. CLXXXIII.
Lo re domanda: quante maniere di gente de' l'uomo onorare (890) in questo
mondo? Sidrac risponde:
Primieramente l'uomo dee adorare lo suo criatore, che lo fece e lo
disfarà, quando lo suo piacimento sarà. E apresso dee l'uomo portare onore
alla sua moglie, che Idio gli à donata a conpagnia, altressì come egli donò a
Adamo Eva; e a loro comandò che amendue fossono una cosa. Ciascuno
simigliantemente così dee essere alla sua moglie. E apresso deono adorare
lo loro Signore, a cui egli à data la fede, per guardarlo e per salvarlo in tutte
l'altre cose che intervenire possono. E apresso deono onorare il padre e la
matre sopra tutte l'altre cose; e gli dee aiutare e mantenere lealmente. E
apresso dee poi l'uomo onorare lo suo buono fattore, é figliuoli é fratelli é
parenti é suoi amici; e ciascuno onorare e amare lealmente.
(890) debono orare. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CLXXXIV.
Lo re domanda: qual'è lo più largo uomo del mondo? Sidrac risponde:
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In questo secolo non v'à nullo largo uomo; e nullo è che donare possa;
che tutto ciò che l'uomo dà in questo secolo e nell'altro è di Dio lo creatore,
e da lui vengono. Che niuno uomo in questo mondo non potrebe tanto
avere, che nulla potesse portare nell'altro. Ma quelli che in questo secolo
danno, si è della grazia di Dio, le quale egli dona per aministrare a' poveri in
questo secolo. Assai potete voi sapere che Idio è largo; e ch'elli dona il
dono (891) in questo secolo a quelli che vegnono ignudi, e non portano
nulle co loro. E Idio dice: donate del mio medesimo, a quegli che non ànno,
e io vi darò nell'altro secolo a cento doppi.
(891) chi done les dons. C. F. R.
Cap. CLXXXV.
Lo re domanda: in via o in camino più onorare o 'l povero o 'l ricco (892)?
Sidrac risponde:
Se lo povero è in cammino con migliore di lui, egli dee sofferire che
quello migliore di lui vada innanzi, e egli apresso; e simigliantemente al
sedere dee sofferire che lo migliore segga più alto e egli poi più basso. Lo
povero non dee mica sedere più alto che lo ricco, perchè un altro migliore di
lui verrà, e dirà: lieva suso, e lasciami sedere, chè questo non è già luogo
per te. Ma s'egli avenisse che il povero fosse collo ricco in una battaglia, là
si dee lo povero, se egli puote, più avanzare, e mettere inanzi al ricco, e
conbattere, e se difendere vigorosamente e forzevolemente.
(892) Le roi demande: se doit l'om poure en chemin ou en place metre soi devant le riche?
C. F. R. — E concorda col T. F. P.
Cap. CLXXXVI.
che tutto ciò che l'uomo dà in questo secolo e nell'altro è di Dio lo creatore,
e da lui vengono. Che niuno uomo in questo mondo non potrebe tanto
avere, che nulla potesse portare nell'altro. Ma quelli che in questo secolo
danno, si è della grazia di Dio, le quale egli dona per aministrare a' poveri in
questo secolo. Assai potete voi sapere che Idio è largo; e ch'elli dona il
dono (891) in questo secolo a quelli che vegnono ignudi, e non portano
nulle co loro. E Idio dice: donate del mio medesimo, a quegli che non ànno,
e io vi darò nell'altro secolo a cento doppi.
(891) chi done les dons. C. F. R.
Cap. CLXXXV.
Lo re domanda: in via o in camino più onorare o 'l povero o 'l ricco (892)?
Sidrac risponde:
Se lo povero è in cammino con migliore di lui, egli dee sofferire che
quello migliore di lui vada innanzi, e egli apresso; e simigliantemente al
sedere dee sofferire che lo migliore segga più alto e egli poi più basso. Lo
povero non dee mica sedere più alto che lo ricco, perchè un altro migliore di
lui verrà, e dirà: lieva suso, e lasciami sedere, chè questo non è già luogo
per te. Ma s'egli avenisse che il povero fosse collo ricco in una battaglia, là
si dee lo povero, se egli puote, più avanzare, e mettere inanzi al ricco, e
conbattere, e se difendere vigorosamente e forzevolemente.
(892) Le roi demande: se doit l'om poure en chemin ou en place metre soi devant le riche?
C. F. R. — E concorda col T. F. P.
Cap. CLXXXVI.
Page 202
Lo re domanda: è peccato di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:
Iddio per la sua misericordia creò tutte le cose all'uomo, e ch'e' fosse
altressì signore in terra, come egli è signore in cielo, d'uccidere, di manicare
e di comandare e di travagliare tutte l'altre criature al suo servigio. E per
questo grande dono e signoria e possanza che Idio ci à donata sopra tutte
l'altre cose, noi abiamo podere d'uccidere e di manicare e di comandare
quello che noi vogliamo. E ciò che noi mangiamo di buono cuore, egli ci è
buono e diritto, se fosse serpente o scarpione o altra ria bestia del mondo, o
uccello o paone, è questo buono mangiare. E se non ci piacesse, e nollo
mangiassimo di buona volontà, sapiate che quello buono mangiare, non è
buono nè diritto nè leale; chè ciò che l'uomo mangia di buono cuore e di
buona volontade, egli è buono e diritto e leale; e ciò che l'uomo mangia
sopra cuore (893) e di mala volontade, egli no gli è buono nè diritto nè
leale.
(893) sor cuer. C. F. R. — Sor ebbe il significato di contre.
Cap. CLXXXVII.
Lo re domanda: de' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore? Sidrac risponde:
Non già. Non dee l'uomo nimica tuttavia salutare la giente. Che se tu
se' nel tuo albergo, tra li tuoi amici e tra la tua masnada, tu dei due volte
salutare il giorno, ciò è a 'ntendere la mattina e la sera; e se piue lo farai, tu
farai contra ragione, e non li tuoi amici. E se tu incontri lo tuo amico nel
cammino, tu lo dei salutare una volta il giorno; e la salute dee essere cotale
secondo la stagione del giorno. Sapiate che quelli che in prima saluta à
l'onore. E quando lo tuo amico o altri ti saluta, tu li dei cortesemente
rispondere, a chi che si sia.
Iddio per la sua misericordia creò tutte le cose all'uomo, e ch'e' fosse
altressì signore in terra, come egli è signore in cielo, d'uccidere, di manicare
e di comandare e di travagliare tutte l'altre criature al suo servigio. E per
questo grande dono e signoria e possanza che Idio ci à donata sopra tutte
l'altre cose, noi abiamo podere d'uccidere e di manicare e di comandare
quello che noi vogliamo. E ciò che noi mangiamo di buono cuore, egli ci è
buono e diritto, se fosse serpente o scarpione o altra ria bestia del mondo, o
uccello o paone, è questo buono mangiare. E se non ci piacesse, e nollo
mangiassimo di buona volontà, sapiate che quello buono mangiare, non è
buono nè diritto nè leale; chè ciò che l'uomo mangia di buono cuore e di
buona volontade, egli è buono e diritto e leale; e ciò che l'uomo mangia
sopra cuore (893) e di mala volontade, egli no gli è buono nè diritto nè
leale.
(893) sor cuer. C. F. R. — Sor ebbe il significato di contre.
Cap. CLXXXVII.
Lo re domanda: de' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore? Sidrac risponde:
Non già. Non dee l'uomo nimica tuttavia salutare la giente. Che se tu
se' nel tuo albergo, tra li tuoi amici e tra la tua masnada, tu dei due volte
salutare il giorno, ciò è a 'ntendere la mattina e la sera; e se piue lo farai, tu
farai contra ragione, e non li tuoi amici. E se tu incontri lo tuo amico nel
cammino, tu lo dei salutare una volta il giorno; e la salute dee essere cotale
secondo la stagione del giorno. Sapiate che quelli che in prima saluta à
l'onore. E quando lo tuo amico o altri ti saluta, tu li dei cortesemente
rispondere, a chi che si sia.
Page 203
Cap. CLXXXVIII.
Lo re domanda: come dee l'uomo mantenere gli figliuoli? Sidrac risponde:
Se tu ài figliuolo, tu lo dei nudrire onestamente, e falli inparare senno e
iscienzia; e gastigarlo ispesso; e fargli inparare arte, onde si possano aiutare,
se mestiere loro è. E tu no gli dei ispesso mostrare bella ciera, nè
lusingargli; che quando tu gli graverai d'alcuna parola, molto magiormente
anoierà loro, per le lusinghe che tu averai loro fatte. L'uomo dee fare di suo
figlio e di sua famiglia come della verga, ch'è verde, che l'uomo la può
piegare alla sua maniera e alla sua volontà; che quando ella è secca, e
l'uomo la vuole piegare a suo modo, ella si ronpe e non fa nulla per lui. E
altressì è de' tuoi figliuoli e della tua famiglia: in prima gli gastiga perchè al
di drieto (894) facciano la tua volontade; e che se alla prima no gli gastighi,
al dirieto non faranno nulla per te.
(894) au derain. C. F. R.
Cap. CLXXXIX.
Lo re domanda: qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli? Sidrac
risponde:
L'uomo dee amare la sua buona famiglia (895), più cara che cosa che
sia, apresso lo suo criatore, e sè medesimo; inperò che egli e la sua moglie
sono una cosa, altressì come Iddio per la sua potenza fece Adamo e Eva una
cosa. Che Idio avrebe potuto fare Eva de' piedi d'Adamo, se egli avesse
voluto, e ella sarebbe stata sotto i suoi piedi. E se egli l'avesse fatta della sua
testa, ella sarebbe istata sopra la sua testa. Ma Idio volle che due fossono
uno; che l'uno fosse possente come l'altro; perciò la fece della sua costola
diritta, per ch'ella fosse suo pari di tutte le cose, e che egli fosse signore e
Lo re domanda: come dee l'uomo mantenere gli figliuoli? Sidrac risponde:
Se tu ài figliuolo, tu lo dei nudrire onestamente, e falli inparare senno e
iscienzia; e gastigarlo ispesso; e fargli inparare arte, onde si possano aiutare,
se mestiere loro è. E tu no gli dei ispesso mostrare bella ciera, nè
lusingargli; che quando tu gli graverai d'alcuna parola, molto magiormente
anoierà loro, per le lusinghe che tu averai loro fatte. L'uomo dee fare di suo
figlio e di sua famiglia come della verga, ch'è verde, che l'uomo la può
piegare alla sua maniera e alla sua volontà; che quando ella è secca, e
l'uomo la vuole piegare a suo modo, ella si ronpe e non fa nulla per lui. E
altressì è de' tuoi figliuoli e della tua famiglia: in prima gli gastiga perchè al
di drieto (894) facciano la tua volontade; e che se alla prima no gli gastighi,
al dirieto non faranno nulla per te.
(894) au derain. C. F. R.
Cap. CLXXXIX.
Lo re domanda: qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli? Sidrac
risponde:
L'uomo dee amare la sua buona famiglia (895), più cara che cosa che
sia, apresso lo suo criatore, e sè medesimo; inperò che egli e la sua moglie
sono una cosa, altressì come Iddio per la sua potenza fece Adamo e Eva una
cosa. Che Idio avrebe potuto fare Eva de' piedi d'Adamo, se egli avesse
voluto, e ella sarebbe stata sotto i suoi piedi. E se egli l'avesse fatta della sua
testa, ella sarebbe istata sopra la sua testa. Ma Idio volle che due fossono
uno; che l'uno fosse possente come l'altro; perciò la fece della sua costola
diritta, per ch'ella fosse suo pari di tutte le cose, e che egli fosse signore e
Page 204
ella donna; e che 'l mondo non si potrebbe moltiplicare sanza loro. E perciò
diciamo noi che l'uomo dee amare, apresso al suo criatore, sè medesimo,
sopra tutte le cose del mondo; e altressì la femina l'uomo. Che se tu perdi la
tua buona moglie, e' ti manca del tuo onore del tuo saluto (896); chè tu non
dei avere altra moglie, se non una sola in tutta la tua vita. Ma tenpo sarà che
quello che averà a venire del popolo del figliuolo di Dio, che quelli che
ordineranno la fede, ordineranno e stabiliranno, per la fragilità della frale
carne, se la moglie muore, che egli ne possa pigliare un'altra; e
simigliantemente possa fare la femina dell'uomo.
(895) moglie. C. R. 2. — feme. C. F. R.
(896) Per salute; usato al masc., come in ant. franc. e in prov.
Cap. CLXXXX.
Lo re domanda: se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come
saremo istati (897)? Sidrac risponde:
E da poi che lo comandamento di Dio è fatto, e tu se' nato in questo
secolo, tu dovevi nasciere. Chè inanzi che Idio facesse lo mondo, sapea egli
bene che lo mondo egli dovea fare; e sapea bene il numero della gente che
nati sono, e che nascieranno, e gli loro nomi, e gli loro detti e fatti, e la loro
perdita e la loro salute. E simigliantemente delle bestie e de' pesci e degli
uccelli. E se egli non avesse saputo tutto questo, egli non sarebe istato Idio.
La sua misericordia e la sua potenzia sapeva bene che noi dovevamo
nasciere; e poi che tu se' nato, se lo tuo padre e la tua madre non fossono
istati nati, tu saresti nato da un altro uomo e da un'altra femmina.
(897) come saremmo nati C. R. 1.
diciamo noi che l'uomo dee amare, apresso al suo criatore, sè medesimo,
sopra tutte le cose del mondo; e altressì la femina l'uomo. Che se tu perdi la
tua buona moglie, e' ti manca del tuo onore del tuo saluto (896); chè tu non
dei avere altra moglie, se non una sola in tutta la tua vita. Ma tenpo sarà che
quello che averà a venire del popolo del figliuolo di Dio, che quelli che
ordineranno la fede, ordineranno e stabiliranno, per la fragilità della frale
carne, se la moglie muore, che egli ne possa pigliare un'altra; e
simigliantemente possa fare la femina dell'uomo.
(895) moglie. C. R. 2. — feme. C. F. R.
(896) Per salute; usato al masc., come in ant. franc. e in prov.
Cap. CLXXXX.
Lo re domanda: se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come
saremo istati (897)? Sidrac risponde:
E da poi che lo comandamento di Dio è fatto, e tu se' nato in questo
secolo, tu dovevi nasciere. Chè inanzi che Idio facesse lo mondo, sapea egli
bene che lo mondo egli dovea fare; e sapea bene il numero della gente che
nati sono, e che nascieranno, e gli loro nomi, e gli loro detti e fatti, e la loro
perdita e la loro salute. E simigliantemente delle bestie e de' pesci e degli
uccelli. E se egli non avesse saputo tutto questo, egli non sarebe istato Idio.
La sua misericordia e la sua potenzia sapeva bene che noi dovevamo
nasciere; e poi che tu se' nato, se lo tuo padre e la tua madre non fossono
istati nati, tu saresti nato da un altro uomo e da un'altra femmina.
(897) come saremmo nati C. R. 1.
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Cap. CLXXXXI.
Lo re domanda: perchè non vengono a bene le creature che sono create in
corpo alle loro madri (898)? Sidrac risponde:
Per tre cose: l'una è per lo comandamento di Dio; la seconda per lo
frale seme, di che la criatura è stata seminata (899); la terza per la fraleza
delle reni della femina; che le reni che sono frali, elle non possono sofferire
lo peso del garzone; e ora si rimuta la madre (900), per lo garzone ch'è nel
ventre della femina, dove il garzone si nodriscie; e dal suo rimutare lo
garzone si versa (901), e la femmina s'apre, e lo garzone cade fuori; e poi
per lo podere di Dio ella si richiude.
(898) Nel C. L. si legge: Lo re domanda se le criature che sono formate e vi crescono e non vengono
a bene. — Abb. posto il titolo quale si legge nel C. R. 2.
(899) de quoy li enfans est formes. C. F. R.
(900) si remue la mere. C. F. R. — Intenderei: si muove la matrice.
(901) se verse. C. F. R. — Verser, ant. fr., ha, fra altri, il significato di rovesciare.
Cap. CLXXXXII.
Lo re domanda: tutte le femine sono d'una maniera? Sidrac risponde:
Tutte le femine sono fatte d'una cosa, e ànno una taglia (902) dentro e
di fuori. Ma alcune sono che ànno più calda conpressione che un'altra. Ma
di menbri che vedere non si possono, che sono dentro del corpo della
femina, tutti sono a una similitudine. E di ciò ch'all'uomo apartiene di fare
alla femina, elle sono tutte uno; altressì è la più bella del mondo come le più
laida. Ma elle non sono tutt'uno nè di detti nè di fatti, che l'una è migliore
che l'altra. Ma alcune gente sono, che dicono che l'una femina è più dolce
che l'altra; e questo aviene per tre cose: la prima della biltà della femina, e
bene vestita e netta e bene adornata: l'uomo si diletta più co lei che con
Lo re domanda: perchè non vengono a bene le creature che sono create in
corpo alle loro madri (898)? Sidrac risponde:
Per tre cose: l'una è per lo comandamento di Dio; la seconda per lo
frale seme, di che la criatura è stata seminata (899); la terza per la fraleza
delle reni della femina; che le reni che sono frali, elle non possono sofferire
lo peso del garzone; e ora si rimuta la madre (900), per lo garzone ch'è nel
ventre della femina, dove il garzone si nodriscie; e dal suo rimutare lo
garzone si versa (901), e la femmina s'apre, e lo garzone cade fuori; e poi
per lo podere di Dio ella si richiude.
(898) Nel C. L. si legge: Lo re domanda se le criature che sono formate e vi crescono e non vengono
a bene. — Abb. posto il titolo quale si legge nel C. R. 2.
(899) de quoy li enfans est formes. C. F. R.
(900) si remue la mere. C. F. R. — Intenderei: si muove la matrice.
(901) se verse. C. F. R. — Verser, ant. fr., ha, fra altri, il significato di rovesciare.
Cap. CLXXXXII.
Lo re domanda: tutte le femine sono d'una maniera? Sidrac risponde:
Tutte le femine sono fatte d'una cosa, e ànno una taglia (902) dentro e
di fuori. Ma alcune sono che ànno più calda conpressione che un'altra. Ma
di menbri che vedere non si possono, che sono dentro del corpo della
femina, tutti sono a una similitudine. E di ciò ch'all'uomo apartiene di fare
alla femina, elle sono tutte uno; altressì è la più bella del mondo come le più
laida. Ma elle non sono tutt'uno nè di detti nè di fatti, che l'una è migliore
che l'altra. Ma alcune gente sono, che dicono che l'una femina è più dolce
che l'altra; e questo aviene per tre cose: la prima della biltà della femina, e
bene vestita e netta e bene adornata: l'uomo si diletta più co lei che con
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quella che è brutta e laidamente vestita; l'altra cosa che passa l'altre due, si è
quando l'uomo ama la femina di cuore e di volontà; e egli si diletta più in
lei, che con quella che non ama; e altressì fanno le femine degli uomini.
(902) et si ent unes entrailles. C. F. R. — Entrailles qui pare che, oltre le parti interne del corpo, stia
a significare anche le esterne. — Anche il T. F. P. ha: et si ont telles entrailles l'une comme
l'aultre, dehors et dedans.
quando l'uomo ama la femina di cuore e di volontà; e egli si diletta più in
lei, che con quella che non ama; e altressì fanno le femine degli uomini.
(902) et si ent unes entrailles. C. F. R. — Entrailles qui pare che, oltre le parti interne del corpo, stia
a significare anche le esterne. — Anche il T. F. P. ha: et si ont telles entrailles l'une comme
l'aultre, dehors et dedans.
Page 207
Cap. CLXXXXIII.
Lo re domanda: dee l'uomo fare a sapere al suo amico la dislealtà della sua
moglie? Sidrac risponde:
Se la femina del tuo amico è malvagia, e porta dislealtà al suo marito,
e dannagio gli fa, e tu te ne puoi avedere, tu cortesemente lo dei bene fare a
sapere al tuo amico, in bello modo, conciosia cosa che si crucci. Che se tu
gliele fai a sapere, per aventura si guarderà della sua onta e del suo danno, e
metterà consiglio che torni in suo prode e in suo onore. E se tu non
gliele (903) fai a sapere, ed egli si puote fortemente adontare, e lo suo puote
malamente consumare. E per quella cagione tu lo dei fare a sapere della sua
masinada (904).
(903) vuogli gliele. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(904) masnada. C. R. 2. — maisnee. C. F. R. — Pare che voglia intendere: tu devi fargli sapere ciò
che accade nella sua famiglia.
Cap. CLXXXXIV.
Lo re domanda: fa alcuna cosa l'afrettare (905)? Sidrac risponde:
Non già. Quando tu vuogli fare alcuno bene, e tu lo fai celatemente, e
tu lo fai bene, a questo tu non dei tropo tardare. Che quando tu vuogli fare
alcuno male, e tu t'afretti, tu lo farai, e per aventura, quando tu l'avrai fatto,
e' si te ne peserà. E se tu non ti affretti alla mala volontà che tu ài a fare lo
male, si passerà (906), e lo tuo cuore raffredderà della mala volontade, e
Lo re domanda: dee l'uomo fare a sapere al suo amico la dislealtà della sua
moglie? Sidrac risponde:
Se la femina del tuo amico è malvagia, e porta dislealtà al suo marito,
e dannagio gli fa, e tu te ne puoi avedere, tu cortesemente lo dei bene fare a
sapere al tuo amico, in bello modo, conciosia cosa che si crucci. Che se tu
gliele fai a sapere, per aventura si guarderà della sua onta e del suo danno, e
metterà consiglio che torni in suo prode e in suo onore. E se tu non
gliele (903) fai a sapere, ed egli si puote fortemente adontare, e lo suo puote
malamente consumare. E per quella cagione tu lo dei fare a sapere della sua
masinada (904).
(903) vuogli gliele. C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(904) masnada. C. R. 2. — maisnee. C. F. R. — Pare che voglia intendere: tu devi fargli sapere ciò
che accade nella sua famiglia.
Cap. CLXXXXIV.
Lo re domanda: fa alcuna cosa l'afrettare (905)? Sidrac risponde:
Non già. Quando tu vuogli fare alcuno bene, e tu lo fai celatemente, e
tu lo fai bene, a questo tu non dei tropo tardare. Che quando tu vuogli fare
alcuno male, e tu t'afretti, tu lo farai, e per aventura, quando tu l'avrai fatto,
e' si te ne peserà. E se tu non ti affretti alla mala volontà che tu ài a fare lo
male, si passerà (906), e lo tuo cuore raffredderà della mala volontade, e
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avrai poi allegreza che tu non l'avrai facto. E però l'uomo non si dee tropo
afrettare di fare lo male, ma lo bene sì.
(905) meglio assai nel C. R. 2.: quando l'omo de' fare alcuna cosa desi afrettare?
(906) Et se tu ne te hastes, la male volente che tu auras a faire te passera. C. F. R.
Cap. CLXXXXV.
Lo re domanda: dee l'uomo amare tutte gente? Sidrac risponde:
Primieramente Iddio. L'uomo dee amare tutte le genti (907), e pregare
Iddio che le converta alla sua credenza. Corporalmente noi dobiamo amare
quelli che noi amano, e odiare quelli che noi odiano (908). Se tu andassi
nell'albergo del tuo amico, che di buono cuore t'amasse, egli ti ricoglierebe
di buono cuore e lealmente; E se tu avessi mestiere di lui, egli t'aiuterebe
volentieri. Tu dei bene tale amico amare e pregiare e guardare (909). E se tu
andassi nell'albergo di colui che t'odia, egli non vi ti lascierebe entrare; e se
tu adomandassi alcuna cosa, egli non la ti darebe nimica. Cotale uomo non
dei tu punto amare, ma odiare, e allungarti da lui.
(907) Primamente tu dei amare Iddio, e tutte le genti, e pregare Iddio, ec. C. R. 2. — Esperfuelment
en Dieu doit l'om amer toute gens, et prier, ec. C. F. R.
(908) È questo, invero, un precetto tutt'altro che cristiano, e non sappiamo come possa accordarsi
coll'ascetismo ond'è pieno il libro di Sidrac. — Gli altri Codd. concordano perfettamente col
nostro.
(909) Per conservare.
Cap. CLXXXXVI.
afrettare di fare lo male, ma lo bene sì.
(905) meglio assai nel C. R. 2.: quando l'omo de' fare alcuna cosa desi afrettare?
(906) Et se tu ne te hastes, la male volente che tu auras a faire te passera. C. F. R.
Cap. CLXXXXV.
Lo re domanda: dee l'uomo amare tutte gente? Sidrac risponde:
Primieramente Iddio. L'uomo dee amare tutte le genti (907), e pregare
Iddio che le converta alla sua credenza. Corporalmente noi dobiamo amare
quelli che noi amano, e odiare quelli che noi odiano (908). Se tu andassi
nell'albergo del tuo amico, che di buono cuore t'amasse, egli ti ricoglierebe
di buono cuore e lealmente; E se tu avessi mestiere di lui, egli t'aiuterebe
volentieri. Tu dei bene tale amico amare e pregiare e guardare (909). E se tu
andassi nell'albergo di colui che t'odia, egli non vi ti lascierebe entrare; e se
tu adomandassi alcuna cosa, egli non la ti darebe nimica. Cotale uomo non
dei tu punto amare, ma odiare, e allungarti da lui.
(907) Primamente tu dei amare Iddio, e tutte le genti, e pregare Iddio, ec. C. R. 2. — Esperfuelment
en Dieu doit l'om amer toute gens, et prier, ec. C. F. R.
(908) È questo, invero, un precetto tutt'altro che cristiano, e non sappiamo come possa accordarsi
coll'ascetismo ond'è pieno il libro di Sidrac. — Gli altri Codd. concordano perfettamente col
nostro.
(909) Per conservare.
Cap. CLXXXXVI.
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Lo re domanda: sono tutte le genti comunali in questo mondo e secolo?
Sidrac risponde:
Quegli che nascono e dimorano in questo mondo sono comunali; ma
non di corpi, ma non di venbri e di riccheze nè di povertade nè di coraggi nè
di cogitazioni. Che nel mondo àe assai gente che ànno i menbri che noi
abiamo noi, e altri più. E assai sono quelli che sono d'altre maniere che noi
non siamo. Eziandio assai sono (910) gli ricchi e assai li poveri. Ma alla
natura (911) e alla morte siamo tutti comunali. Quando lo veracie profeta
verrà nella Vergine Maria, e morrà nella croce, per diliberare Adamo e gli
suoi amici dello 'nferno, e quando egli gli avrà diliberati, e' dirà una parola
della sua sancta bocca, molto chiara: chi in inferno entrerà giamai non
uscirà, in tutto seculo non finerà. Nè nulla delle sue parole canbierà. E però
quelli dell'altro secolo non sono nè non saranno comunali, che gli buoni
saranno in gloria a tutti i tenpi, e gli altri saranno tormentati alle pene dello
'nferno, dove saranno grande pene e grande dolore, che giamai non avranno
fine.
(910) Manca al C. L.: assai sono — L'abb. agg. dal C. R. 2.
(911) natività. C. R. 2.
Cap. CLXXXXVII.
Lo re domanda: fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disinore a'
poveri (912)? Sidrac risponde:
In verità vi dico che nell'altro secolo fanno onore vie magiore a' richi
che a' poveri; e magiore onta avrà il povero. E ciò sarà al tenpo del figliuolo
di Dio. Ch'e' ricchi se n'andranno nell'altro secolo, e gli angeli di Dio
verranno incontro a loro con gioia e allegrezza, e faranno loro grande onore,
e gli assetteranno nelle sedie tra loro, e diranno: questo onore e gloria che
noi vi facciamo è per la riccheza che voi aveste nell'altro secolo. E gli
Sidrac risponde:
Quegli che nascono e dimorano in questo mondo sono comunali; ma
non di corpi, ma non di venbri e di riccheze nè di povertade nè di coraggi nè
di cogitazioni. Che nel mondo àe assai gente che ànno i menbri che noi
abiamo noi, e altri più. E assai sono quelli che sono d'altre maniere che noi
non siamo. Eziandio assai sono (910) gli ricchi e assai li poveri. Ma alla
natura (911) e alla morte siamo tutti comunali. Quando lo veracie profeta
verrà nella Vergine Maria, e morrà nella croce, per diliberare Adamo e gli
suoi amici dello 'nferno, e quando egli gli avrà diliberati, e' dirà una parola
della sua sancta bocca, molto chiara: chi in inferno entrerà giamai non
uscirà, in tutto seculo non finerà. Nè nulla delle sue parole canbierà. E però
quelli dell'altro secolo non sono nè non saranno comunali, che gli buoni
saranno in gloria a tutti i tenpi, e gli altri saranno tormentati alle pene dello
'nferno, dove saranno grande pene e grande dolore, che giamai non avranno
fine.
(910) Manca al C. L.: assai sono — L'abb. agg. dal C. R. 2.
(911) natività. C. R. 2.
Cap. CLXXXXVII.
Lo re domanda: fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disinore a'
poveri (912)? Sidrac risponde:
In verità vi dico che nell'altro secolo fanno onore vie magiore a' richi
che a' poveri; e magiore onta avrà il povero. E ciò sarà al tenpo del figliuolo
di Dio. Ch'e' ricchi se n'andranno nell'altro secolo, e gli angeli di Dio
verranno incontro a loro con gioia e allegrezza, e faranno loro grande onore,
e gli assetteranno nelle sedie tra loro, e diranno: questo onore e gloria che
noi vi facciamo è per la riccheza che voi aveste nell'altro secolo. E gli
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cattivi poveri, quando gli angeli gli vedranno, si fugiranno da loro, per la
loro povertà; e non sofferranno ch'egli stieno tra loro, per la loro puzza. E
allora i diavoli gli piglieranno, e faranno loro grande onta e villania, e gli
metteranno nella loro conpagnia, nel fuoco dello 'nferno. Ora potete vedere
che fa la richezza, e che fa la povertà. E nullo uomo del mondo non si può
disdire (913), che non possa prendere la riccheza e lasciare la povertà, s'egli
vuole. E se lascia la riccheza, egli perde l'onore che gli angeli faranno, e
prende la povertà; e quella onta riceverà, e quelle pene, cogli diavoli in
inferno; e farà come istolto. E nullo uomo può biasimare di suo male, se
non egli medesimo, che nel secolo puote avere quella ricchezza, e lasciare
quella povertà. Non credete che queste riccheze sieno podere d'avere (914):
la riccheza si è l'anima, che è ricca in questo secolo di bene fare, che lascia
lo male e fa lo bene. Chi fa lo male, questi è povero e pieno di dolore e di
bruttura. Quelli che bene fa, averà bene nell'altro secolo e gioia e letizia;
perch'egli à schifato lo male e fatto lo bene. Quelli che male farà in questo
secolo, avrà male nell'altro, e avrà grande dolore e grande trestizia,
quando (915) egli fece lo male e lasciò lo bene; e quella trestizia nè dolore
non gli varrà nulla, anzi gli adopierà senza fine.
(912) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se nell'altro mondo si fa onore al ricco e al povero no, come in
questo mondo.
(913) Intenderei: e non si può negare che ogni uomo del mondo non possa, s'egli vuole, prendere la
ricchezza e lasciare la povertà.
(914) E non crediate che questa ricchezza sia podere d'avere ricchezza. C. R. 2.
(915) perchè. C. R. 2. — chant. C. F. R. — Di quant per perchè ved. un es. reg. dal Burguy, Gramm.,
II., 323.
Cap. CLXXXXVIII.
Lo re domanda: porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del figliuolo?
Sidrac risponde:
Non già nimica, lo padre non porterà lo carico del figliuolo, nè 'l
figliuolo quello del padre. E non voglio che voi crediate che al mondo sia
loro povertà; e non sofferranno ch'egli stieno tra loro, per la loro puzza. E
allora i diavoli gli piglieranno, e faranno loro grande onta e villania, e gli
metteranno nella loro conpagnia, nel fuoco dello 'nferno. Ora potete vedere
che fa la richezza, e che fa la povertà. E nullo uomo del mondo non si può
disdire (913), che non possa prendere la riccheza e lasciare la povertà, s'egli
vuole. E se lascia la riccheza, egli perde l'onore che gli angeli faranno, e
prende la povertà; e quella onta riceverà, e quelle pene, cogli diavoli in
inferno; e farà come istolto. E nullo uomo può biasimare di suo male, se
non egli medesimo, che nel secolo puote avere quella ricchezza, e lasciare
quella povertà. Non credete che queste riccheze sieno podere d'avere (914):
la riccheza si è l'anima, che è ricca in questo secolo di bene fare, che lascia
lo male e fa lo bene. Chi fa lo male, questi è povero e pieno di dolore e di
bruttura. Quelli che bene fa, averà bene nell'altro secolo e gioia e letizia;
perch'egli à schifato lo male e fatto lo bene. Quelli che male farà in questo
secolo, avrà male nell'altro, e avrà grande dolore e grande trestizia,
quando (915) egli fece lo male e lasciò lo bene; e quella trestizia nè dolore
non gli varrà nulla, anzi gli adopierà senza fine.
(912) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se nell'altro mondo si fa onore al ricco e al povero no, come in
questo mondo.
(913) Intenderei: e non si può negare che ogni uomo del mondo non possa, s'egli vuole, prendere la
ricchezza e lasciare la povertà.
(914) E non crediate che questa ricchezza sia podere d'avere ricchezza. C. R. 2.
(915) perchè. C. R. 2. — chant. C. F. R. — Di quant per perchè ved. un es. reg. dal Burguy, Gramm.,
II., 323.
Cap. CLXXXXVIII.
Lo re domanda: porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del figliuolo?
Sidrac risponde:
Non già nimica, lo padre non porterà lo carico del figliuolo, nè 'l
figliuolo quello del padre. E non voglio che voi crediate che al mondo sia
Page 211
una giusta anima (916) che non le convenga passare per uno fiume di fuoco,
inanzi ch'ella sia in paradiso, per lo peccato che Adamo fece inverso Iddio.
Ma l'altre, ciascuna porterà suo carico, come ella avrà fatto lo suo peccato, a
lei; e siccome le bestie che si scorticano, che ciascuna pende per li suoi
piedi (917). Ma se lo padre vede lo figliuolo fare male, e gastigare lo puote,
e nol gastiga, sappiate che lo padre pecca con esso lui, quando egli nol
distorna di quello male. Niuno peccato di niuno uomo può venire altrui; ma
l'uno può peccare per l'altro; e simigliantemente può venire da figliuolo a
padre, egli può gastigare e non lo gastiga. E dunque viene (918) da una
persona a un'altra, se egli la vede peccare e nolla gastiga, e gastigare la
puote.
(916) una sì giusta anima. C. R. 2.
(917) Ausi com la beste che l'om a escorche, che cascune pent par son pie. C. F. R.
(918) E anco adiviene. C. R. 2.
Cap. CLXXXXIX.
Lo re domanda: quelli che uccidono la gente pigliano elli loro peccato della
vita sopra loro (919)? Sidrac risponde:
Non mica; in quella forma che noi abbiamo disopra detto, che lo
peccato dell'uomo non potrebe venire sopra l'altro. La signioria, che à lo
podere da Dio, ello giustizierà. E lo più piccolo peccato che l'ucciso abia
adosso, non verrà sopra colui che l'avrà ucciso; anzi potrà avenire che per la
pena della morte, che riceverà dalla signoria, umilemente, che alcuni de'
suoi peccati gli saranno perdonati. Dunque quelli che uccidono non pigliano
niuno peccato delli uccisi. Anzi crescie lo peccato d'un omicidio o di due o
di tanti come n'avrà fatti (920). E ciascuno sarà dannato de' suoi peccati
medesimi nell'altro secolo.
(919) Lo re domanda se quelli che uccidono li omini rimangono loro adosso i peccati dei morti.
C. R. 2.
(920) mais ses pechez croyssent du meustre ou delict qu'il aura faiet. T. F. P.
inanzi ch'ella sia in paradiso, per lo peccato che Adamo fece inverso Iddio.
Ma l'altre, ciascuna porterà suo carico, come ella avrà fatto lo suo peccato, a
lei; e siccome le bestie che si scorticano, che ciascuna pende per li suoi
piedi (917). Ma se lo padre vede lo figliuolo fare male, e gastigare lo puote,
e nol gastiga, sappiate che lo padre pecca con esso lui, quando egli nol
distorna di quello male. Niuno peccato di niuno uomo può venire altrui; ma
l'uno può peccare per l'altro; e simigliantemente può venire da figliuolo a
padre, egli può gastigare e non lo gastiga. E dunque viene (918) da una
persona a un'altra, se egli la vede peccare e nolla gastiga, e gastigare la
puote.
(916) una sì giusta anima. C. R. 2.
(917) Ausi com la beste che l'om a escorche, che cascune pent par son pie. C. F. R.
(918) E anco adiviene. C. R. 2.
Cap. CLXXXXIX.
Lo re domanda: quelli che uccidono la gente pigliano elli loro peccato della
vita sopra loro (919)? Sidrac risponde:
Non mica; in quella forma che noi abbiamo disopra detto, che lo
peccato dell'uomo non potrebe venire sopra l'altro. La signioria, che à lo
podere da Dio, ello giustizierà. E lo più piccolo peccato che l'ucciso abia
adosso, non verrà sopra colui che l'avrà ucciso; anzi potrà avenire che per la
pena della morte, che riceverà dalla signoria, umilemente, che alcuni de'
suoi peccati gli saranno perdonati. Dunque quelli che uccidono non pigliano
niuno peccato delli uccisi. Anzi crescie lo peccato d'un omicidio o di due o
di tanti come n'avrà fatti (920). E ciascuno sarà dannato de' suoi peccati
medesimi nell'altro secolo.
(919) Lo re domanda se quelli che uccidono li omini rimangono loro adosso i peccati dei morti.
C. R. 2.
(920) mais ses pechez croyssent du meustre ou delict qu'il aura faiet. T. F. P.
Page 212
Cap. CC.
Lo re domanda: quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che
l'uomo ode? Sidrac risponde:
Quelli che vegiono colli loro occhi si è cosa conpiuta, e vegono lo
dolore e la pena in presente, che non la possono ischifare e si è
corporale (921). Quelli deono avere molto grande dolore al cuore e agli
occhi, quelli che veggiono. Ma quelli che odono e non veggiono, si ànno
molta grande isperanza e conforto, se la cosa non abia stata (922); e
pensano che così puot'essere, di no come di sì. Gli occhi non piangono,
perch'egli non ànno veduto quello dolore, e pensano che quella cosa non sia
istata. Lo cuore è segnior (923) a tutti menbri, e li menbri sono servidori al
cuore. E se lo cuore crede che la cosa sia istata, egli à dolore, ma non già
siccome vedesse cogli occhi. E perciò è magior dolore a quelli che
veggiono, che a quelli che odono: chè quelli che vegono, è corporale, e
quelli che odono e non vegono, ispirituale.
(921) et si est chose corporelle. T. F. R.
(922) che la cose non sia stata. C. R. 2. — Non ci fermiamo sull'abia invece di sia, perchè veramente
lo crediamo errore dell'amanuense.
(923) segnor. C. R. 2. — È copiata alla lettera la forma dell'ant. fr.
Cap. CCI.
Lo re domanda: à in questo secolo gente che mangino altre genti? Sidrac
risponde:
Si, à assai gente in questo secolo che mangiano altre genti
ontosamente. Quelli che tolgono l'altrui a torto, quelli mangiano le carni
dell'altra gente, perchè gli tolgono lo bene ch'egli ànno procacciato per lo
Lo re domanda: quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che
l'uomo ode? Sidrac risponde:
Quelli che vegiono colli loro occhi si è cosa conpiuta, e vegono lo
dolore e la pena in presente, che non la possono ischifare e si è
corporale (921). Quelli deono avere molto grande dolore al cuore e agli
occhi, quelli che veggiono. Ma quelli che odono e non veggiono, si ànno
molta grande isperanza e conforto, se la cosa non abia stata (922); e
pensano che così puot'essere, di no come di sì. Gli occhi non piangono,
perch'egli non ànno veduto quello dolore, e pensano che quella cosa non sia
istata. Lo cuore è segnior (923) a tutti menbri, e li menbri sono servidori al
cuore. E se lo cuore crede che la cosa sia istata, egli à dolore, ma non già
siccome vedesse cogli occhi. E perciò è magior dolore a quelli che
veggiono, che a quelli che odono: chè quelli che vegono, è corporale, e
quelli che odono e non vegono, ispirituale.
(921) et si est chose corporelle. T. F. R.
(922) che la cose non sia stata. C. R. 2. — Non ci fermiamo sull'abia invece di sia, perchè veramente
lo crediamo errore dell'amanuense.
(923) segnor. C. R. 2. — È copiata alla lettera la forma dell'ant. fr.
Cap. CCI.
Lo re domanda: à in questo secolo gente che mangino altre genti? Sidrac
risponde:
Si, à assai gente in questo secolo che mangiano altre genti
ontosamente. Quelli che tolgono l'altrui a torto, quelli mangiano le carni
dell'altra gente, perchè gli tolgono lo bene ch'egli ànno procacciato per lo
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loro travaglio, e del sudore delle loro carni, di che loro conviene vivere, e
passare loro tenpo in questo secolo. E un'altra maniera è di mangiare la
gente; che tutti quelli che dicono male d'altrui, e biasimano e acagionano
falsamente (924), e quelli fanno altressì loro grande male, come se eglino
mangiassono la loro carne. Quelli uccidono la gente colle loro male parole;
e sarebe meglio che mangiassero le loro carni medesime.
(924) e gli fanno via all'altra gente. C. L. — Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: et les
font blachmer as autres. — Blachmer, blahmer, blamer.
Cap. CCII.
Lo re domanda: quale è peggio tra micidio o furto o baratto? Sidrac
risponde:
Certo queste tre sono molte ree; ma l'una è piggiore che l'altra: cioè a
sapere che lo micidiale è pegio che niuno degli altri, perchè disfà la forma
che Idio per la sua pietà fece alla sua simiglianza. Sapiate che questo è
molto grande peccato, e sì toglie la vita a quella criatura che vivere dovea, e
fare, per aventura, bene. Furto è un altro grande peccato, che egli toglie lo
travaglio altrui, e lo mette in angoscia e in necessitade: sapiate che questo è
grande peccato. Baratto è molto grande peccato e molto pericoloso, che del
baratto nascie micidio e furto, e mena l'uomo per lo baratto a uccidere e a
inbolare, e fare e dire molto male, e pensare a onta, e a male perdere lo
suo (925): molte gente ne sono ingannate. Sapiate che questo è molto
grande peccato e pericoloso a molti uomini, che ogni uomo si dovrebe
guardare di barattare più che furo o da micidiale (926). Ma altra maniera di
vizii ci à, che passa questi tre vizii, e si è molto incontro al comandamento
di Dio: cioè traditore, è a intendere in resia o di sodomia, e da uomo e da
femina, d'altra maniera che egli nollo deono fare (927). Questi sono coloro
che Idio odia più, e che saranno dannati e più tormentati nelle pene dello
'nferno; che maraviglia è che quando quella opera si fa, che la folgore da
cielo noll'arda in quella ora e che la terra non s'apre e la inghiottiscie (928).
passare loro tenpo in questo secolo. E un'altra maniera è di mangiare la
gente; che tutti quelli che dicono male d'altrui, e biasimano e acagionano
falsamente (924), e quelli fanno altressì loro grande male, come se eglino
mangiassono la loro carne. Quelli uccidono la gente colle loro male parole;
e sarebe meglio che mangiassero le loro carni medesime.
(924) e gli fanno via all'altra gente. C. L. — Abb. adottata la lez. del C. R. 2. — Nel C. F. R.: et les
font blachmer as autres. — Blachmer, blahmer, blamer.
Cap. CCII.
Lo re domanda: quale è peggio tra micidio o furto o baratto? Sidrac
risponde:
Certo queste tre sono molte ree; ma l'una è piggiore che l'altra: cioè a
sapere che lo micidiale è pegio che niuno degli altri, perchè disfà la forma
che Idio per la sua pietà fece alla sua simiglianza. Sapiate che questo è
molto grande peccato, e sì toglie la vita a quella criatura che vivere dovea, e
fare, per aventura, bene. Furto è un altro grande peccato, che egli toglie lo
travaglio altrui, e lo mette in angoscia e in necessitade: sapiate che questo è
grande peccato. Baratto è molto grande peccato e molto pericoloso, che del
baratto nascie micidio e furto, e mena l'uomo per lo baratto a uccidere e a
inbolare, e fare e dire molto male, e pensare a onta, e a male perdere lo
suo (925): molte gente ne sono ingannate. Sapiate che questo è molto
grande peccato e pericoloso a molti uomini, che ogni uomo si dovrebe
guardare di barattare più che furo o da micidiale (926). Ma altra maniera di
vizii ci à, che passa questi tre vizii, e si è molto incontro al comandamento
di Dio: cioè traditore, è a intendere in resia o di sodomia, e da uomo e da
femina, d'altra maniera che egli nollo deono fare (927). Questi sono coloro
che Idio odia più, e che saranno dannati e più tormentati nelle pene dello
'nferno; che maraviglia è che quando quella opera si fa, che la folgore da
cielo noll'arda in quella ora e che la terra non s'apre e la inghiottiscie (928).
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E gli angeli di cielo triemano, quando quello peccato si fa, perch'egli ànno
dottanza che Iddio non isconfonda tutto il mondo. Ma Iddio, per la sua
sancta misericordia e pietade, gli lascia, acciò che egli si rimanghino di
questo male e degli altri, e che vengano alla sua credenza e al suo
comandamento.
(925) Lo barattieri fa et dice male e pensa male, e a onta e a male perdere lo suo. C. R. 2.
(926) più che di furto o di micidiale C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: plus che de murtrissor ni ne laron.
(927) Molto migliore la lez. del C. F. R.: mais il y a un autre mauvais vice, li ques passe ces trois, et
si est mout encontre le comandement de Dieu; ce est a entendre herezie et sodometerie: ce sont
il chi s'aprocent as mahles carnelment, et home a feme d'autre guise ch'il ne doit.
(928) che la terra non s'apra e inghiottiscali. C. R. 2.
Cap. CCIII.
Lo re domanda: Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti gli
peccati che l'uomo fa in questo secolo? Sidrac risponde:
Se tutte le candelle (929) del mare e la rena della terra e le foglie
degl'albori e le stelle del cielo e gli capelli delle teste delle genti e delle
bestie e degli animali fossono in una somma, non sarebono mica il diecimo
della misericordia di Dio. Se uno uomo avesse lo padre e la madre (930) di
M
C
migliaia di persone, e con tutto ciò si fosse agiunto (931) carnalmente, e
poi si lasciasse quello male, e tornasse a Dio di buon cuore e con
pentimento, Iddio lo riceverebbe allegramente, e torrebelo (932) per suo. E
quelli che a Dio convertire non si vogliono, niuno cuore d'uomo non
potrebe pensare i martiri che egli avranno nell'altro secolo. Al tenpo del
figliuolo di Dio e del suo popolo, quelli peccatori che di quelli peccati
vorranno essere diliberi, loro converrà dire i loro peccati, a quelli che
ordinati saranno sopra ciò, e con netteza e con isperanza di non mai
ritornare in su quello peccato. E quelli che così faranno, si manteranno, è
saranno sicuri della vita perdurabile; chè gli loro peccati saranno lavati,
come l'acqua lava la bruttura.
dottanza che Iddio non isconfonda tutto il mondo. Ma Iddio, per la sua
sancta misericordia e pietade, gli lascia, acciò che egli si rimanghino di
questo male e degli altri, e che vengano alla sua credenza e al suo
comandamento.
(925) Lo barattieri fa et dice male e pensa male, e a onta e a male perdere lo suo. C. R. 2.
(926) più che di furto o di micidiale C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: plus che de murtrissor ni ne laron.
(927) Molto migliore la lez. del C. F. R.: mais il y a un autre mauvais vice, li ques passe ces trois, et
si est mout encontre le comandement de Dieu; ce est a entendre herezie et sodometerie: ce sont
il chi s'aprocent as mahles carnelment, et home a feme d'autre guise ch'il ne doit.
(928) che la terra non s'apra e inghiottiscali. C. R. 2.
Cap. CCIII.
Lo re domanda: Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti gli
peccati che l'uomo fa in questo secolo? Sidrac risponde:
Se tutte le candelle (929) del mare e la rena della terra e le foglie
degl'albori e le stelle del cielo e gli capelli delle teste delle genti e delle
bestie e degli animali fossono in una somma, non sarebono mica il diecimo
della misericordia di Dio. Se uno uomo avesse lo padre e la madre (930) di
M
C
migliaia di persone, e con tutto ciò si fosse agiunto (931) carnalmente, e
poi si lasciasse quello male, e tornasse a Dio di buon cuore e con
pentimento, Iddio lo riceverebbe allegramente, e torrebelo (932) per suo. E
quelli che a Dio convertire non si vogliono, niuno cuore d'uomo non
potrebe pensare i martiri che egli avranno nell'altro secolo. Al tenpo del
figliuolo di Dio e del suo popolo, quelli peccatori che di quelli peccati
vorranno essere diliberi, loro converrà dire i loro peccati, a quelli che
ordinati saranno sopra ciò, e con netteza e con isperanza di non mai
ritornare in su quello peccato. E quelli che così faranno, si manteranno, è
saranno sicuri della vita perdurabile; chè gli loro peccati saranno lavati,
come l'acqua lava la bruttura.
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(929) gocciole. C. R. 2.
(930) Manca al C. L. se uno uomo avesse lo padre e la madre. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(931) e con tutte fosse giaciuto. C. R. 2.
(932) terrebelo. C. R. 2.
Cap. CCIV.
Lo re domanda: perchè si travaglia l'uomo in questo secolo? Sidrac
risponde:
Per due cose: l'una è per mantenere lo corpo, a ciò che bisogno gli è
comunalmente; l'altra è perciò, che lo corpo possa avere forza e podere a
servire Idio lo creatore per la sua anima; chè l'anima (933) non puote avere
bene nè guidardone, se non per quello che lo corpo à servito. Questa
ragione fanno i savi, che vogliono bene vivere. Quelli che si travagliano per
lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et alli loro amici, sappiate che
quelli (934) si travagliano follemente, nè senza peccato non può essere; chè
l'uomo dee fare come la formica, che si travaglia la state per avere che
vivere lo verno. Altressì dee fare l'uomo in questo secolo, e travagliare per
atare e mantenersi a vivere, e per fare limosina e caritade a quelli che sono
poveri, e aiutare i loro proximi se bisogno è (935). L'uomo non dee dire
mica, io guadagno per li miei figliuoli; chè, se i figliuoli sono buoni, egli si
guadagneranno (936), siccome egli guadagnò. E sapiate ch'una carità che tu
farai per la tua anima, ti varrà più che tutti i tuoi figliuoli o parenti; una
carità che tu farai di buono cuore, ti sarà più profitto che tutti i tuoi figliuoli,
nè che cento limosine dopo te. E che se tu fai nella (937) tua vita limosina,
tue la dai al povero per la tua anima, lo povero la reca ispiritualmente a Dio,
dinanzi a lui (938), e l'apresenta e offera: ella non puote essere sì picciola,
che dinanzi al cospetto di Dio ella non sia oferta a grande gloria (939) per
te. Ma quello che tu lasci dopo la tua morte, non è per la tua volontade, che
tu non puoi altro fare, che tu non el puoi (940) portare teco alla fossa, anzi
lo ti conviene lasciare, allora. Ma se tu fai la limosina a tua vita, tu la fai per
due cose: l'una per buona conoscienza (941), che tu ami Idio, chè per quella
(930) Manca al C. L. se uno uomo avesse lo padre e la madre. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(931) e con tutte fosse giaciuto. C. R. 2.
(932) terrebelo. C. R. 2.
Cap. CCIV.
Lo re domanda: perchè si travaglia l'uomo in questo secolo? Sidrac
risponde:
Per due cose: l'una è per mantenere lo corpo, a ciò che bisogno gli è
comunalmente; l'altra è perciò, che lo corpo possa avere forza e podere a
servire Idio lo creatore per la sua anima; chè l'anima (933) non puote avere
bene nè guidardone, se non per quello che lo corpo à servito. Questa
ragione fanno i savi, che vogliono bene vivere. Quelli che si travagliano per
lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et alli loro amici, sappiate che
quelli (934) si travagliano follemente, nè senza peccato non può essere; chè
l'uomo dee fare come la formica, che si travaglia la state per avere che
vivere lo verno. Altressì dee fare l'uomo in questo secolo, e travagliare per
atare e mantenersi a vivere, e per fare limosina e caritade a quelli che sono
poveri, e aiutare i loro proximi se bisogno è (935). L'uomo non dee dire
mica, io guadagno per li miei figliuoli; chè, se i figliuoli sono buoni, egli si
guadagneranno (936), siccome egli guadagnò. E sapiate ch'una carità che tu
farai per la tua anima, ti varrà più che tutti i tuoi figliuoli o parenti; una
carità che tu farai di buono cuore, ti sarà più profitto che tutti i tuoi figliuoli,
nè che cento limosine dopo te. E che se tu fai nella (937) tua vita limosina,
tue la dai al povero per la tua anima, lo povero la reca ispiritualmente a Dio,
dinanzi a lui (938), e l'apresenta e offera: ella non puote essere sì picciola,
che dinanzi al cospetto di Dio ella non sia oferta a grande gloria (939) per
te. Ma quello che tu lasci dopo la tua morte, non è per la tua volontade, che
tu non puoi altro fare, che tu non el puoi (940) portare teco alla fossa, anzi
lo ti conviene lasciare, allora. Ma se tu fai la limosina a tua vita, tu la fai per
due cose: l'una per buona conoscienza (941), che tu ami Idio, chè per quella
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limosina troverrai bene nell'altro secolo, per le preghiere che fanno per te
quelle limosine; e Iddio le riceverà (942). E perciò l'uomo non dee mica per
li suoi figliuoli nè per li suoi amici nè per sè medesimo volere perdere la
sua anima. Chè se l'uomo sapesse in questo secolo che cosa è perdere
l'anima, egli non la perderebbe, per cento figliuoli che egli avesse. L'uomo
puote bene perdere lo corpo, per gli suoi figliuoli e per li suoi amici, in
lealtade egli puote bene fare, se egli vuole (943). Ma l'anima non dee egli
volere perdere, per niuna cosa, perchè niuna cosa è più degna che l'anima.
L'anima è più degna del corpo, e perciò nolla può niuna cosa
racattare (944); onde l'uomo non dee volere perdere l'anima, se ciò non
fosse per più degna cosa di lei e per migliore. E poi che l'anima è così degna
e così preziosa, l'uomo la dee guardare incontro al corpo, e incontro alle
cose tutte che sono e saranno e potrebbero essere. Quando lo diluvio venne
sopra la terra, la gente fugivano quà e là; e quando l'acqua cresceva, egli
pigliavano i loro figliuoli, e poneagli sopra i loro capi, perchè l'acqua no gli
annegasse. E quando l'acqua pur crescieva, e egli vidono la paura della
morte, egli non si metteano i loro figliuoli sopra capo, anzi sotto i piedi, per
soprastare all'acqua. Quando l'uomo dubita (945) di perdere lo corpo,
magiormente dee dubitare di perdere l'anima, che è la più degnia cosa del
mondo.
(933) Manca chè l'anima al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(934) Manca al C. L. quelli che si travagliano per lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et
alli loro amici, sappiate che quelli. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(935) Altresì de' fare l'omo in questo secolo, travagliare si de', et aiutare li suoi prossimi, se fa
mestieri loro. C. R. 2.
(936) se ne guadagneranno. C. R. 2.
(937) Nel C. L. dopo la tua vita. — Ci è parso un errore evidente, e abb. corr. col C. R. 2.
(938) la porta ispiritualmente dinanzi a Dio. C. R. 2.
(939) loenge. C. F. R., che vuol dire lode.
(940) nol puoi. C. R. 2.
(941) coscienza. C. R. 2.; e concorda col C. F. R.
(942) anco per quella lemosina troverai bene nell'altro secolo. L'altra si è per le preghiere che di te
faranno quelli che limosine da te riceveranno. C. R. 2.
(943) Il T. F. R. ha un altro senso: L'om puet bien perdre le cors por ces amis et por ces anfans et por
leiaute: cil chi le pert en tel maniere, le fait por la vie rachater.
(944) rachater. C. F. R., ricomprare, riscattare.
(945) Meglio nel C. F. R., per legare il senso di questo col precedente periodo: Or pies veoir com
l'om doute la perte, ecc. — Notisi come sia stato trad. doute (teme) per dubita. La Crusca
registra molti es. di dubitare per temere; in varii de' quali però sembra a noi che essa non abbia
quelle limosine; e Iddio le riceverà (942). E perciò l'uomo non dee mica per
li suoi figliuoli nè per li suoi amici nè per sè medesimo volere perdere la
sua anima. Chè se l'uomo sapesse in questo secolo che cosa è perdere
l'anima, egli non la perderebbe, per cento figliuoli che egli avesse. L'uomo
puote bene perdere lo corpo, per gli suoi figliuoli e per li suoi amici, in
lealtade egli puote bene fare, se egli vuole (943). Ma l'anima non dee egli
volere perdere, per niuna cosa, perchè niuna cosa è più degna che l'anima.
L'anima è più degna del corpo, e perciò nolla può niuna cosa
racattare (944); onde l'uomo non dee volere perdere l'anima, se ciò non
fosse per più degna cosa di lei e per migliore. E poi che l'anima è così degna
e così preziosa, l'uomo la dee guardare incontro al corpo, e incontro alle
cose tutte che sono e saranno e potrebbero essere. Quando lo diluvio venne
sopra la terra, la gente fugivano quà e là; e quando l'acqua cresceva, egli
pigliavano i loro figliuoli, e poneagli sopra i loro capi, perchè l'acqua no gli
annegasse. E quando l'acqua pur crescieva, e egli vidono la paura della
morte, egli non si metteano i loro figliuoli sopra capo, anzi sotto i piedi, per
soprastare all'acqua. Quando l'uomo dubita (945) di perdere lo corpo,
magiormente dee dubitare di perdere l'anima, che è la più degnia cosa del
mondo.
(933) Manca chè l'anima al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(934) Manca al C. L. quelli che si travagliano per lasciare dopo la loro morte alli loro figliuoli et
alli loro amici, sappiate che quelli. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(935) Altresì de' fare l'omo in questo secolo, travagliare si de', et aiutare li suoi prossimi, se fa
mestieri loro. C. R. 2.
(936) se ne guadagneranno. C. R. 2.
(937) Nel C. L. dopo la tua vita. — Ci è parso un errore evidente, e abb. corr. col C. R. 2.
(938) la porta ispiritualmente dinanzi a Dio. C. R. 2.
(939) loenge. C. F. R., che vuol dire lode.
(940) nol puoi. C. R. 2.
(941) coscienza. C. R. 2.; e concorda col C. F. R.
(942) anco per quella lemosina troverai bene nell'altro secolo. L'altra si è per le preghiere che di te
faranno quelli che limosine da te riceveranno. C. R. 2.
(943) Il T. F. R. ha un altro senso: L'om puet bien perdre le cors por ces amis et por ces anfans et por
leiaute: cil chi le pert en tel maniere, le fait por la vie rachater.
(944) rachater. C. F. R., ricomprare, riscattare.
(945) Meglio nel C. F. R., per legare il senso di questo col precedente periodo: Or pies veoir com
l'om doute la perte, ecc. — Notisi come sia stato trad. doute (teme) per dubita. La Crusca
registra molti es. di dubitare per temere; in varii de' quali però sembra a noi che essa non abbia
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sufficentemente considerato se piuttosto non fosse da interpetrare questo verbo per stare in
dubbio, stare in forse, essere incerto.
Cap. CCV.
Lo re domanda: quale è la più scura cosa che sia? Sidrac risponde:
L'uomo è la più scura cosa che sia; chè gli rei faranno bella senbianza
di fuori, e dentro avranno le loro malizie; e l'uomo crede ch'egli sieno
buoni, per li belli senbianti che mostrano di fuori, ma leggiermente li può
l'uomo conosciere a ciò, che disiderano l'altrui; chè i buoni non disiderano
l'altrui, anzi danno ciò che deono, volentieri. Ma gli rei pensano le genti
ingannare per le loro parole. E però può l'uomo conosciere i buoni da' rei.
Cap. CCVI.
Lo re domanda: lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio? Sidrac
risponde:
In verità vi dico che Idio non pensò nè non fece unque nullo male, anzi
fece grazia e gloria di bene; e niuno cuore d'uomo lo potrebbe pensare, i
beni che sono in lui. Chè egli fece lo cielo e la terra e le stelle e lo sole e la
luna e l'altre cose; e fece carità muovere con misericordia (946); male nè
peccato non fece unque; anzi lo fa colui che l'aopera, e non per Dio (947);
chè a lui piace che faccia tutto bene. E sì gli donò senno e sapere di
conosciere lo bene e lo male; e conoscienza che per fare lo bene averà bene,
e per male avrà male e le pene di ninferno. Se Iddio avesse fatto l'uomo che
non potesse peccare, certo bene lo potrebe avere fatto, s'egli avesse voluto.
Ma egli avrebbe fatto torto e oltragio al diavolo, che, per una sola
dubbio, stare in forse, essere incerto.
Cap. CCV.
Lo re domanda: quale è la più scura cosa che sia? Sidrac risponde:
L'uomo è la più scura cosa che sia; chè gli rei faranno bella senbianza
di fuori, e dentro avranno le loro malizie; e l'uomo crede ch'egli sieno
buoni, per li belli senbianti che mostrano di fuori, ma leggiermente li può
l'uomo conosciere a ciò, che disiderano l'altrui; chè i buoni non disiderano
l'altrui, anzi danno ciò che deono, volentieri. Ma gli rei pensano le genti
ingannare per le loro parole. E però può l'uomo conosciere i buoni da' rei.
Cap. CCVI.
Lo re domanda: lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio? Sidrac
risponde:
In verità vi dico che Idio non pensò nè non fece unque nullo male, anzi
fece grazia e gloria di bene; e niuno cuore d'uomo lo potrebbe pensare, i
beni che sono in lui. Chè egli fece lo cielo e la terra e le stelle e lo sole e la
luna e l'altre cose; e fece carità muovere con misericordia (946); male nè
peccato non fece unque; anzi lo fa colui che l'aopera, e non per Dio (947);
chè a lui piace che faccia tutto bene. E sì gli donò senno e sapere di
conosciere lo bene e lo male; e conoscienza che per fare lo bene averà bene,
e per male avrà male e le pene di ninferno. Se Iddio avesse fatto l'uomo che
non potesse peccare, certo bene lo potrebe avere fatto, s'egli avesse voluto.
Ma egli avrebbe fatto torto e oltragio al diavolo, che, per una sola
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cogitazione di peccato, lo traboccòe di cielo in terra. E se l'uomo non
disservisse (948) quella gloria ch'egli perdette per così poco fallo, lo bene
che l'uomo farebbe non sarebbe suo, anzi di Dio. Ma l'uomo dee fare lo
bene per le sue buone opere (949), e lasciare lo male, chè Idio gli donò
senno di conosciere l'uno e l'altro; e diegli iscienzia, che per lo suo travaglio
e volontà potesse in terra guadagniare la gloria del cielo, e stare in cielo
cogli angeli. Ma l'angiolo non è se non ispirito solamente; e lo buono
omo (950) in cielo vi fia collo spirito e collo corpo; chè lasciò il bene e lo
diletto di questo secolo e l'altre cose corporali. E si dee essere pro e valente
di guadagniare quella gloria, che è durabile per tutti i tenpi, per lo suo
travaglio. Lo travaglio del corpo l'anima lo conpera caro (951). E però
niuno uomo, s'egli non lascia lo male per lo suo grado, e facesse lo bene per
lo suo grado, non sarebe ciò ragione ch'egli avesse la gloria di Dio,
perch'egli noll'à servita. E se l'anima andasse con tutto il peccato in cielo,
dunque sarebbe lo corpo più degnio che l'anima. Chè, tardasse quanto
volesse, pure l'anima riceve il suo corpo; e s'eglino andassono amendue in
cielo, con tutti i peccati loro, lo corpo avrebbe diletto del secolo e la gloria
di cielo (952). E se Idio avesse facto che l'anima avesse la gloria di cielo per
tutti i tenpi, e lo corpo diventasse terra tuttavia, dunque non sarebe istato
bisognio ch'egli avesse criato l'uomo di terra, ma che l'avesse criato
solamente, l'avesse messo in gloria; e l'anima sarebe istata come angielo; e
lo mondo non sarebe istato bisogno; chè lo mondo non fue fatto se non per
l'anima. Certo Idio non volle questo nè quello; anzi fece diritto e a ragione
ciò ch'egli fece, l'uomo di corpo e d'anima. E l'uomo dee dirittamente
governare e salvare l'anima, e per lei adorare e ringraziare, e multiplicare di
sua generazione. Chè Idio ci à donato senno e sapere di conosciere e di fare
lo bene e lo male a nostra volontade; e di conosciere che lo diavolo
traboccò di cielo per lo suo peccato; e che l'uomo dee montare in cielo per
lo suo bene fare; e dee avere la gloria che lo diavolo perdè, per lo suo
peccato, ch'egli fecie.
(946) Intenderei: e fece che si muovesse per noi carità e misericordia. — Forse potrebbe intendersi:
che nascesse per noi, che prendesse vita; secondo il senso che ha nell'ant. fr. movoir. Cf.
Burguy, Gloss. — Nel C. F. R.: et fist moveir carite et misericorde et piete.
(947) Così ha pure il C. R. 2.; ma è senza dubbio lezione errata. — Nel C. F. R.: ains fait par celui
chi l'uevre, non pas par Deus. — E nel T. F. P.: mais le mal est faict par celui qui en fait
l'oeuvre, et non pas par Dieu. — E pare da intendere: il male lo fa colui che lo commette, e non
Iddio.
disservisse (948) quella gloria ch'egli perdette per così poco fallo, lo bene
che l'uomo farebbe non sarebbe suo, anzi di Dio. Ma l'uomo dee fare lo
bene per le sue buone opere (949), e lasciare lo male, chè Idio gli donò
senno di conosciere l'uno e l'altro; e diegli iscienzia, che per lo suo travaglio
e volontà potesse in terra guadagniare la gloria del cielo, e stare in cielo
cogli angeli. Ma l'angiolo non è se non ispirito solamente; e lo buono
omo (950) in cielo vi fia collo spirito e collo corpo; chè lasciò il bene e lo
diletto di questo secolo e l'altre cose corporali. E si dee essere pro e valente
di guadagniare quella gloria, che è durabile per tutti i tenpi, per lo suo
travaglio. Lo travaglio del corpo l'anima lo conpera caro (951). E però
niuno uomo, s'egli non lascia lo male per lo suo grado, e facesse lo bene per
lo suo grado, non sarebe ciò ragione ch'egli avesse la gloria di Dio,
perch'egli noll'à servita. E se l'anima andasse con tutto il peccato in cielo,
dunque sarebbe lo corpo più degnio che l'anima. Chè, tardasse quanto
volesse, pure l'anima riceve il suo corpo; e s'eglino andassono amendue in
cielo, con tutti i peccati loro, lo corpo avrebbe diletto del secolo e la gloria
di cielo (952). E se Idio avesse facto che l'anima avesse la gloria di cielo per
tutti i tenpi, e lo corpo diventasse terra tuttavia, dunque non sarebe istato
bisognio ch'egli avesse criato l'uomo di terra, ma che l'avesse criato
solamente, l'avesse messo in gloria; e l'anima sarebe istata come angielo; e
lo mondo non sarebe istato bisogno; chè lo mondo non fue fatto se non per
l'anima. Certo Idio non volle questo nè quello; anzi fece diritto e a ragione
ciò ch'egli fece, l'uomo di corpo e d'anima. E l'uomo dee dirittamente
governare e salvare l'anima, e per lei adorare e ringraziare, e multiplicare di
sua generazione. Chè Idio ci à donato senno e sapere di conosciere e di fare
lo bene e lo male a nostra volontade; e di conosciere che lo diavolo
traboccò di cielo per lo suo peccato; e che l'uomo dee montare in cielo per
lo suo bene fare; e dee avere la gloria che lo diavolo perdè, per lo suo
peccato, ch'egli fecie.
(946) Intenderei: e fece che si muovesse per noi carità e misericordia. — Forse potrebbe intendersi:
che nascesse per noi, che prendesse vita; secondo il senso che ha nell'ant. fr. movoir. Cf.
Burguy, Gloss. — Nel C. F. R.: et fist moveir carite et misericorde et piete.
(947) Così ha pure il C. R. 2.; ma è senza dubbio lezione errata. — Nel C. F. R.: ains fait par celui
chi l'uevre, non pas par Deus. — E nel T. F. P.: mais le mal est faict par celui qui en fait
l'oeuvre, et non pas par Dieu. — E pare da intendere: il male lo fa colui che lo commette, e non
Iddio.
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(948) deservist. C. F. R. — Desservir ant. fr., meritare. — Anche in prov. desservir ha il significato
di meritare, guadagnare, secondo un es. del Sydrac, citato dal Renouard (Lex. Rom., a Serv):
„Negus gazerdo non agra desservit, quar lo be non agra fah de sa voluntat.„ — In ital. si usò
servire in questo medesimo senso da alcuni antichi scrittori.
(949) par son gre. C. F. R. — Il trad. non ha inteso il testo.
(950) Manca al C. L. e lo buono omo. — Abb. suppl. col C. R. 2., che concorda col C. F. R.
(951) Così ha pure il C. R. 2. — Ma pare che manchi qualche cosa, almeno stando alla lez. del
C. F. R.: Cors viaut travail et aime repos; et par le delit dou cors l'arme l'achate chier. — E nel
T. F. P.: Corps c'est travail et ame c'est repos; les quelz deux Dieu a donne a l'homme; et l'ung
doibt salver et garder l'aultre sans le travailler. Et pour ce si le corps, qui est travail, prent son
delict en ce monde, l'ame si l'achatera en l'aultre bien cher.
(952) Nel C. F. R.: Car, che che tarde, l'arme resevera son cors, etc. — La lez. del C. R. 2. è diversa,
e concorda col T. F. P.
Cap. CCVII.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo salire in cielo? Sidrac risponde:
L'uomo dee fare lo bene per lo bene avere; e divietare e dottare il male;
chè per lo mal fare noi traboccheremo in nabisso; e per bene fare nella
compagnia del Signore del bene, cioè Iddio. Imperciò che Idio volle che
l'anima fosse degnia d'avere guiderdone, le diede tutti gli albitri, per ch'ella
facesse lo bene per la sua grazia e per lo suo grado.
Cap. CCVIII.
Lo re domanda: dove si nasconde lo giorno la notte (953)? Sidrac
risponde:
Lo mondo era tutto in tenebre e in acqua; e lo sancto spirito
come (954) uno grande chiarore sopra l'acqua. E quando a lui piacque, elli
di meritare, guadagnare, secondo un es. del Sydrac, citato dal Renouard (Lex. Rom., a Serv):
„Negus gazerdo non agra desservit, quar lo be non agra fah de sa voluntat.„ — In ital. si usò
servire in questo medesimo senso da alcuni antichi scrittori.
(949) par son gre. C. F. R. — Il trad. non ha inteso il testo.
(950) Manca al C. L. e lo buono omo. — Abb. suppl. col C. R. 2., che concorda col C. F. R.
(951) Così ha pure il C. R. 2. — Ma pare che manchi qualche cosa, almeno stando alla lez. del
C. F. R.: Cors viaut travail et aime repos; et par le delit dou cors l'arme l'achate chier. — E nel
T. F. P.: Corps c'est travail et ame c'est repos; les quelz deux Dieu a donne a l'homme; et l'ung
doibt salver et garder l'aultre sans le travailler. Et pour ce si le corps, qui est travail, prent son
delict en ce monde, l'ame si l'achatera en l'aultre bien cher.
(952) Nel C. F. R.: Car, che che tarde, l'arme resevera son cors, etc. — La lez. del C. R. 2. è diversa,
e concorda col T. F. P.
Cap. CCVII.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo salire in cielo? Sidrac risponde:
L'uomo dee fare lo bene per lo bene avere; e divietare e dottare il male;
chè per lo mal fare noi traboccheremo in nabisso; e per bene fare nella
compagnia del Signore del bene, cioè Iddio. Imperciò che Idio volle che
l'anima fosse degnia d'avere guiderdone, le diede tutti gli albitri, per ch'ella
facesse lo bene per la sua grazia e per lo suo grado.
Cap. CCVIII.
Lo re domanda: dove si nasconde lo giorno la notte (953)? Sidrac
risponde:
Lo mondo era tutto in tenebre e in acqua; e lo sancto spirito
come (954) uno grande chiarore sopra l'acqua. E quando a lui piacque, elli
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fece giorno e scuro, siccome noi abiamo altra volta detto; e fece lo sole e la
luna e le stelle e l'altre cose che ci sono; e ordinò il fermamento del suo
torno (955); e alluminò lo mondo, siccome egli è del chiarore del sole; e la
notte per la luna e per le stelle. E altresì l'ànno l'altre genti sopra loro, per la
volontà di Dio. Lo sole e la luna e l'altre cose non fallano giammai al
mondo; che, quando il sole falla a noi, egli allumina altra gente al mondo e
la loro scurità. E quando elli falla a loro, e elli viene a noi, chè lo
fermamento non fina di torniare; e ciò viene per la ritondeza del mondo.
Gente sono al mondo, tali come noi siamo; e vegono apertamente il chiarore
del sole e della luna e delle stelle; e sono sotto di noi; i loro piedi sono
contra i nostri; e vanno sopra terra, e coltivano e adorano, siccome noi
facciamo; e tutto questo è per la ritondità del mondo.
(953) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se era luce innanzi che fosse fatto lo sole e la luna.
(954) era come C. R. 2.
(955) nel suo torno C. R. 2.
Cap. CCIX.
Lo re domanda: Come si tengono la luna e le stelle? Sidrac risponde:
Le pianete sono del fermamento, e lo fermamento è di loro, e tutto
insieme si tengono (956), e sono sode, e l'una nascie dell'altra. In tal
maniera, per la forza di Dio, si tengono le pianete in cielo. E non credere
ch'elle sieno in uno fermamento tutte; anzi sono in tre fermamenti, l'uno più
alto che l'altro; e elle vanno l'una incontra l'altra. Quando il fermamento
d'alto à fatto uno torno, quello di basso n'àe fatti due; perciò sono alcuna
volta lo 'ncontramento (957) delle stelle in cielo. E quelle che ci paiono
piccole, elle sono magiori che quelle che ci paiono grandi; e per l'altezza
elle paiono piccole, e elle sono, al fermamento, grandi.
(956) si regono C. R. 2.
(957) li incontramenti C. R. 2.
luna e le stelle e l'altre cose che ci sono; e ordinò il fermamento del suo
torno (955); e alluminò lo mondo, siccome egli è del chiarore del sole; e la
notte per la luna e per le stelle. E altresì l'ànno l'altre genti sopra loro, per la
volontà di Dio. Lo sole e la luna e l'altre cose non fallano giammai al
mondo; che, quando il sole falla a noi, egli allumina altra gente al mondo e
la loro scurità. E quando elli falla a loro, e elli viene a noi, chè lo
fermamento non fina di torniare; e ciò viene per la ritondeza del mondo.
Gente sono al mondo, tali come noi siamo; e vegono apertamente il chiarore
del sole e della luna e delle stelle; e sono sotto di noi; i loro piedi sono
contra i nostri; e vanno sopra terra, e coltivano e adorano, siccome noi
facciamo; e tutto questo è per la ritondità del mondo.
(953) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se era luce innanzi che fosse fatto lo sole e la luna.
(954) era come C. R. 2.
(955) nel suo torno C. R. 2.
Cap. CCIX.
Lo re domanda: Come si tengono la luna e le stelle? Sidrac risponde:
Le pianete sono del fermamento, e lo fermamento è di loro, e tutto
insieme si tengono (956), e sono sode, e l'una nascie dell'altra. In tal
maniera, per la forza di Dio, si tengono le pianete in cielo. E non credere
ch'elle sieno in uno fermamento tutte; anzi sono in tre fermamenti, l'uno più
alto che l'altro; e elle vanno l'una incontra l'altra. Quando il fermamento
d'alto à fatto uno torno, quello di basso n'àe fatti due; perciò sono alcuna
volta lo 'ncontramento (957) delle stelle in cielo. E quelle che ci paiono
piccole, elle sono magiori che quelle che ci paiono grandi; e per l'altezza
elle paiono piccole, e elle sono, al fermamento, grandi.
(956) si regono C. R. 2.
(957) li incontramenti C. R. 2.
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Cap. CCX.
Lo re domanda: come possono conosciere le genti l'ore e punti della notte?
Sidrac risponde:
L'uomo gli può conosciere per lo giorno e per la notte; chè, in
qualunque terra voi istate, in quello punto che lo sole apariscie, egli è punto
del giorno, e in quello punto che gli falla (958), egli è punto della notte, sia
o al levante o al ponente, in qualunque luogo voi siete. E per li punti
conoscierai l'ore, che lo giorno e la notte è piccolo e grande, e si è XXIV
ore; e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno si è tanto, quanto tu potessi
istendere lo braccio; e se nollo puo' tanto distendere, che ti sia noia (959), si
conta una o due (960), sanza ristare o tardare: ciò sono CLX (961)
movimenti, che fanno MLXXX punti, cioè una ora. E questo potete voi
provare per l'onbra. del sole e per l'orivolo dell'acqua, e fatto d'altre
cose (962). E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della
notte, tanto ch'elle sieno grandi o piccole; chè la state crescie lo giorno e
menoma la notte, per la ragione del sole, e però è lo verno, quando lo sole si
parte da noi con tutto lo suo calore. Allora le folgori e gli venti e l'acque si
spargono sopra la terra, là ove la forza del sole non escie; allora tenpesta e
tuona, e fae lo verno (963). Altresì aviene dell'altre terre, quando il sole si
parte da loro. Non intendere mica che il sole si volge per sè medesimo; ma
lo fermamento si dichina presso a una parte, tanto, quanto è uno palmo, là
ove lo sole piglia nel verno altro camino, per la sua grandezza, e poi ritorna
nel suo luogo.
(958) defaut C. F. R. — Da defaillir, mancare. — «Così li ciechi a cui la roba falla» etc. Dante,
Purg., XIII.
(959) e ciascuno punto si è tanto quanto tu potessi stendere lo braccio e tirare a te; e se tu lo braccio
non puoi stendere, si conta etc. C. R. 2.
(960) una, due C. R. 2.
(961) sono due milia ciento sessanta momenti C. R. 2.
(962) e per lo rivo dell'acqua C. R. 2. — Nel T. F. R.: et ce poies esprover par le stendal de l'aigue et
dou solail. — Nel T. F. P: et ce tu peule prouver par lestandail du soleil et de l'eaue, et par moult
daultres manieres. — Sarebbe forse da leggere, invece di stendal e standail, scandalh, per
misura? L'orivolo è difatti una misura; e l'idea di acqua, potrebbe aver fatto nascere quella di
scandaglio.
Lo re domanda: come possono conosciere le genti l'ore e punti della notte?
Sidrac risponde:
L'uomo gli può conosciere per lo giorno e per la notte; chè, in
qualunque terra voi istate, in quello punto che lo sole apariscie, egli è punto
del giorno, e in quello punto che gli falla (958), egli è punto della notte, sia
o al levante o al ponente, in qualunque luogo voi siete. E per li punti
conoscierai l'ore, che lo giorno e la notte è piccolo e grande, e si è XXIV
ore; e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno si è tanto, quanto tu potessi
istendere lo braccio; e se nollo puo' tanto distendere, che ti sia noia (959), si
conta una o due (960), sanza ristare o tardare: ciò sono CLX (961)
movimenti, che fanno MLXXX punti, cioè una ora. E questo potete voi
provare per l'onbra. del sole e per l'orivolo dell'acqua, e fatto d'altre
cose (962). E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della
notte, tanto ch'elle sieno grandi o piccole; chè la state crescie lo giorno e
menoma la notte, per la ragione del sole, e però è lo verno, quando lo sole si
parte da noi con tutto lo suo calore. Allora le folgori e gli venti e l'acque si
spargono sopra la terra, là ove la forza del sole non escie; allora tenpesta e
tuona, e fae lo verno (963). Altresì aviene dell'altre terre, quando il sole si
parte da loro. Non intendere mica che il sole si volge per sè medesimo; ma
lo fermamento si dichina presso a una parte, tanto, quanto è uno palmo, là
ove lo sole piglia nel verno altro camino, per la sua grandezza, e poi ritorna
nel suo luogo.
(958) defaut C. F. R. — Da defaillir, mancare. — «Così li ciechi a cui la roba falla» etc. Dante,
Purg., XIII.
(959) e ciascuno punto si è tanto quanto tu potessi stendere lo braccio e tirare a te; e se tu lo braccio
non puoi stendere, si conta etc. C. R. 2.
(960) una, due C. R. 2.
(961) sono due milia ciento sessanta momenti C. R. 2.
(962) e per lo rivo dell'acqua C. R. 2. — Nel T. F. R.: et ce poies esprover par le stendal de l'aigue et
dou solail. — Nel T. F. P: et ce tu peule prouver par lestandail du soleil et de l'eaue, et par moult
daultres manieres. — Sarebbe forse da leggere, invece di stendal e standail, scandalh, per
misura? L'orivolo è difatti una misura; e l'idea di acqua, potrebbe aver fatto nascere quella di
scandaglio.
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(963) E per questo conto potete voi conosciere l'ore del dì e della notte, quante sono, o sia grande o
sia piccola; chè la state crescie lo giorno e menoma la notte, per la ragione del sole, che prende
altro camino e altro torno, per altra contrada a scaldare: per che noi abiamo verno e state.
Quando lo sole s'alunga da noi, lo suo calore si parte; allora sopra la terra, là ove la terra sospira
lo suo freddore, le folgore li venti e l'acqua si spargeranno sopra la terra, là ove la forza del sole
non escie; allora tempesta e tuona e fa lo verno C. R. 2. — La forza del sole non escie è trad. di
la force dou solail neniest (C. F. R.), che intenderei neniest, non vi è.
Cap. CCXI.
Lo re domanda se le stelle tornano al (964) fermamento. Sidrac risponde:
Tutte le stelle tornano col fermamento, se non se una c'ha nome gitta,
cioè tramontana, la quale quelli del mare e della terra la guardano; et è posta
in una maniera al fermamento, per ch'ella non si volge, se non come la
chiavichia (965) della pietra sottana del molino. E lo fermamento si volgie
d'intorno come la macina, e quella stella non si muove come la chiavichia; e
si è più alta che tutte l'altre stelle, e perciò ci pare piccola. Ma allo
dichinamento del fermamento ella monta, una volta l'anno, forsi uno palmo;
e sì si ciela inmantenente che l'àe fatto. E quelli che vanno per mare e per
terra, alla guida di quella stella, a quell'ora, se non si guardano, ellino
potrebono smarire la via, e essere a condizione (966). E quel movimento,
che a noi pare uno palmo, è al fermamento ben due milia miglia conpiute.
(964) al per con il. — Nel C. F. R.: o le firmament. — O, ant. fr., ebbe anche il significato di avec.
(965) Per cavicchia.
(966) Per essere in pericolo. — La Crusca registra due es. di mettere a condizione per mettere a
risico, a pericolo. — Il C. F. R. ha: estre en condicion. — Ma non trovo ne' lessici francesi
questa parola con questo significato. Il quale non manca all'ant. spagn., poter, tener en
condicion.
Cap. CCXII.
sia piccola; chè la state crescie lo giorno e menoma la notte, per la ragione del sole, che prende
altro camino e altro torno, per altra contrada a scaldare: per che noi abiamo verno e state.
Quando lo sole s'alunga da noi, lo suo calore si parte; allora sopra la terra, là ove la terra sospira
lo suo freddore, le folgore li venti e l'acqua si spargeranno sopra la terra, là ove la forza del sole
non escie; allora tempesta e tuona e fa lo verno C. R. 2. — La forza del sole non escie è trad. di
la force dou solail neniest (C. F. R.), che intenderei neniest, non vi è.
Cap. CCXI.
Lo re domanda se le stelle tornano al (964) fermamento. Sidrac risponde:
Tutte le stelle tornano col fermamento, se non se una c'ha nome gitta,
cioè tramontana, la quale quelli del mare e della terra la guardano; et è posta
in una maniera al fermamento, per ch'ella non si volge, se non come la
chiavichia (965) della pietra sottana del molino. E lo fermamento si volgie
d'intorno come la macina, e quella stella non si muove come la chiavichia; e
si è più alta che tutte l'altre stelle, e perciò ci pare piccola. Ma allo
dichinamento del fermamento ella monta, una volta l'anno, forsi uno palmo;
e sì si ciela inmantenente che l'àe fatto. E quelli che vanno per mare e per
terra, alla guida di quella stella, a quell'ora, se non si guardano, ellino
potrebono smarire la via, e essere a condizione (966). E quel movimento,
che a noi pare uno palmo, è al fermamento ben due milia miglia conpiute.
(964) al per con il. — Nel C. F. R.: o le firmament. — O, ant. fr., ebbe anche il significato di avec.
(965) Per cavicchia.
(966) Per essere in pericolo. — La Crusca registra due es. di mettere a condizione per mettere a
risico, a pericolo. — Il C. F. R. ha: estre en condicion. — Ma non trovo ne' lessici francesi
questa parola con questo significato. Il quale non manca all'ant. spagn., poter, tener en
condicion.
Cap. CCXII.
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Lo re domanda se sarà continuamente guerra nel mondo. Sidrac risponde:
Cierto guerra sarà tuttavia per lo mondo, grande e pericolosa. E s'egli
ci avesse tuttavia pace, elli non sarebe chiamato mondo, anzi sarebe
chiamato paradiso; e (967) in paradiso è tuttavia pace. E perciò al mondo
non fallirà guerra. E si à due maniere di guerra: l'una per lo nimico, la quale
è spirituale; l'altra guerra si è corporale: ciò è a sapere l'una gente
coll'altra (968); e sarà tuttavia, infine alla fine del mondo.
(967) Crediamo da leggere piuttosto chè. — Infatti il C. F. R. ha: car.
(968) ce est a savoir les gens les uns encontra les autres C. F. R.
Cap. CCXIII.
Lo re domanda: perchè è chiamato mondo? Sidrac risponde:
Perciò ch'elli è nulla: chè tutte le cose che non sono durabili, anzi ànno
fine, sono nulla. Perciò diciamo noi che, se questo mondo è nullo, che l'omo
non si de' affidare nè asigurare a cosa di nulla; chè, s'egli è oggi, non sarà
domane, overo uno altro giorno; e cierto è che partire li conviene, e andare
in quello mondo ch'è durabile, e tuttavia e giamai fine non avrà. Dio per la
sua potenza fecie questo mondo, e per ciò che l'omo non potesse andare
nell'altro mondo se non per questo là ove è egli; e in quello egli à lasciato
questo del tutto (969). E perciò diciamo noi che questo mondo è nullo, che
tempo fia che non ci sarà; chè questo mondo de' essere disabitato come uno
diserto.
(969) Intenderei: e se per amore di quello ha abbandonato etc. — Nel C. F. R. en celui a il guelpi
(guerpi) cestui doutout.
Cierto guerra sarà tuttavia per lo mondo, grande e pericolosa. E s'egli
ci avesse tuttavia pace, elli non sarebe chiamato mondo, anzi sarebe
chiamato paradiso; e (967) in paradiso è tuttavia pace. E perciò al mondo
non fallirà guerra. E si à due maniere di guerra: l'una per lo nimico, la quale
è spirituale; l'altra guerra si è corporale: ciò è a sapere l'una gente
coll'altra (968); e sarà tuttavia, infine alla fine del mondo.
(967) Crediamo da leggere piuttosto chè. — Infatti il C. F. R. ha: car.
(968) ce est a savoir les gens les uns encontra les autres C. F. R.
Cap. CCXIII.
Lo re domanda: perchè è chiamato mondo? Sidrac risponde:
Perciò ch'elli è nulla: chè tutte le cose che non sono durabili, anzi ànno
fine, sono nulla. Perciò diciamo noi che, se questo mondo è nullo, che l'omo
non si de' affidare nè asigurare a cosa di nulla; chè, s'egli è oggi, non sarà
domane, overo uno altro giorno; e cierto è che partire li conviene, e andare
in quello mondo ch'è durabile, e tuttavia e giamai fine non avrà. Dio per la
sua potenza fecie questo mondo, e per ciò che l'omo non potesse andare
nell'altro mondo se non per questo là ove è egli; e in quello egli à lasciato
questo del tutto (969). E perciò diciamo noi che questo mondo è nullo, che
tempo fia che non ci sarà; chè questo mondo de' essere disabitato come uno
diserto.
(969) Intenderei: e se per amore di quello ha abbandonato etc. — Nel C. F. R. en celui a il guelpi
(guerpi) cestui doutout.
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Cap. CCXIV.
Lo re domanda se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che morte si
faccino. Sidrac risponde:
Non mica, nè poco nè molto, chè Dio non à in sè nullo coruccio. Che
se tutto 'l mondo fosse nabissato e la giente morta, Iddio non si darebbe
nullo cruccio nè nulla gravezza, imperciò che 'l mondo non potrebbe
inabissare e la giente morire se non per la sua volontà. Così no gli peserebe,
come a noi d'una vite di uva che noi avessimo alevata, e poi ci facesse noia,
e per quella noia noi la tagliassemo e ardessemola, di questa vite nè dell'uva
non si penserebbe nè poco nè molto. Altresì adiviene a Dio, quando tutto 'l
mondo fosse distrutto, come fue per lo diluvio, tutto fue perduto per lo
peccato che feceno contra a Dio, e si ne fue lieto quando lo distrusse.
Altresì li sarà buono quand'egli distrugierà quelli che sono a venire, per li
loro peccati, e per molte maniere. E tutto sarà per lo loro peccato, tardi
quanto vuole, se non meglioreranno.
Cap. CCXV.
Lo re domanda: qual'è il più degno giorno del mondo (970)? Sidrac
risponde:
Lo più degno giorno si è lo sabato; chè Iddio, per la potenza, creò lo
cielo e la terra e l'altre cose che sono in sette giorni. Lo primo giorno si fue
la domenica; e al settimo giorno benedisse tutto le cose, e santificò l'omo, e
lo fecie riposare di tutte cose fare della settimana. (971): ciò è lo sabbato,
che fue lo primo degno die della settimana. Ma quando lo figliuolo di Dio
verrà in terra, d'allora innanzi fie lo più degno giorno la domenica, perchè la
resurresione del mondo che farà tra li morti e ciò fie in una domenica. E per
questo si è lo die della settimana, la domenica (972).
Lo re domanda se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che morte si
faccino. Sidrac risponde:
Non mica, nè poco nè molto, chè Dio non à in sè nullo coruccio. Che
se tutto 'l mondo fosse nabissato e la giente morta, Iddio non si darebbe
nullo cruccio nè nulla gravezza, imperciò che 'l mondo non potrebbe
inabissare e la giente morire se non per la sua volontà. Così no gli peserebe,
come a noi d'una vite di uva che noi avessimo alevata, e poi ci facesse noia,
e per quella noia noi la tagliassemo e ardessemola, di questa vite nè dell'uva
non si penserebbe nè poco nè molto. Altresì adiviene a Dio, quando tutto 'l
mondo fosse distrutto, come fue per lo diluvio, tutto fue perduto per lo
peccato che feceno contra a Dio, e si ne fue lieto quando lo distrusse.
Altresì li sarà buono quand'egli distrugierà quelli che sono a venire, per li
loro peccati, e per molte maniere. E tutto sarà per lo loro peccato, tardi
quanto vuole, se non meglioreranno.
Cap. CCXV.
Lo re domanda: qual'è il più degno giorno del mondo (970)? Sidrac
risponde:
Lo più degno giorno si è lo sabato; chè Iddio, per la potenza, creò lo
cielo e la terra e l'altre cose che sono in sette giorni. Lo primo giorno si fue
la domenica; e al settimo giorno benedisse tutto le cose, e santificò l'omo, e
lo fecie riposare di tutte cose fare della settimana. (971): ciò è lo sabbato,
che fue lo primo degno die della settimana. Ma quando lo figliuolo di Dio
verrà in terra, d'allora innanzi fie lo più degno giorno la domenica, perchè la
resurresione del mondo che farà tra li morti e ciò fie in una domenica. E per
questo si è lo die della settimana, la domenica (972).
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(970) de la semaine C. F. R.
(971) Nel C. F. R.: et le fist reposer de toutes chosses.
(972) le plus digne ior de la semaine le dimenche C. F. R.
Cap. CCXVI.
Lo re domanda: perchè fu fatto lo dormire? Sidrac risponde:
Lo dormire fue fatto per lo riposo del corpo e del cuore; e per la forza
del cuore e delli menbri; chè quando lo corpo dorme, lo cuore e tutte l'altre
menbra si riposano, e stanno in pace, per quello riposo. Altresì come uno
signore, quand'elli è isvegliato, tutta la sua masnada gli è d'intorno, al suo
servigio e al suo comandamento; e quand'egli dorme, la sua masnada si
riposa; altresì adiviene del cuore. Lo suo dormire e lo suo vegiare viene e
risponde al ciervello; e 'l cervello risponde agli occhi, e gli occhi rendono a
tutti li altri menbri, si dormeno e si riposano (973). E quello dormire e
riposo si è per la forza del corpo, perch'egli possa essere forte di travagliare,
e di guadagnare la sua vita, e di rendere grazie e lode al suo creatore Dio. E
per questa cosa fece lo dormire. E se non fosse lo dormire, la notte non
sarebbe stata.
(973) et les ieaus respendent a tous les membres et si dorment et reposent C. F. R.
Cap. CCXVII.
Lo re domanda: quale è il più sano luogo del mondo? Sidrac risponde:
Lo più sano luogo del mondo si è là ove l'uomo si guarda d'infermare,
e di male vivande e di freddo e di caldo e di dormire e di veghiare; chè
(971) Nel C. F. R.: et le fist reposer de toutes chosses.
(972) le plus digne ior de la semaine le dimenche C. F. R.
Cap. CCXVI.
Lo re domanda: perchè fu fatto lo dormire? Sidrac risponde:
Lo dormire fue fatto per lo riposo del corpo e del cuore; e per la forza
del cuore e delli menbri; chè quando lo corpo dorme, lo cuore e tutte l'altre
menbra si riposano, e stanno in pace, per quello riposo. Altresì come uno
signore, quand'elli è isvegliato, tutta la sua masnada gli è d'intorno, al suo
servigio e al suo comandamento; e quand'egli dorme, la sua masnada si
riposa; altresì adiviene del cuore. Lo suo dormire e lo suo vegiare viene e
risponde al ciervello; e 'l cervello risponde agli occhi, e gli occhi rendono a
tutti li altri menbri, si dormeno e si riposano (973). E quello dormire e
riposo si è per la forza del corpo, perch'egli possa essere forte di travagliare,
e di guadagnare la sua vita, e di rendere grazie e lode al suo creatore Dio. E
per questa cosa fece lo dormire. E se non fosse lo dormire, la notte non
sarebbe stata.
(973) et les ieaus respendent a tous les membres et si dorment et reposent C. F. R.
Cap. CCXVII.
Lo re domanda: quale è il più sano luogo del mondo? Sidrac risponde:
Lo più sano luogo del mondo si è là ove l'uomo si guarda d'infermare,
e di male vivande e di freddo e di caldo e di dormire e di veghiare; chè
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l'uomo non dee mica nella calda terra mangiare trope calde vivande, nè
vestire tropo caldo, nè andare al caldo, chè dell'uno caldo e dell'altro (974)
può l'uomo avere infermità. E così aviene del freddo. E non però (975)
luoghi sono, l'uno più infermo (976) che l'altro, per la ragione del calore e
del freddo, e per la gente inferma che vi vanno tra l'altra gente. E molti
luoghi sono, che sono infermi perchè non sono abitati, chè s'egli fossono
abitati, egli non sarebono già infermi. Ma chi vuole essere sano, faccia in
questa maniera: una volta il giorno mangiare, e una volta la settimana con
femina giacere, e una volta il mese togliere sangue del braccio, e una volta
l'anno pigliare medicina. E chi questo modo manterrà, egli sarà sano.
(974) l'uno caldo e dell'altro C. L. — del caldo dell'altro C. R. 2. — Abbiamo corr. sulla scorta del
T. F. P.: car d'ung chault et de l'autre.
(975) Et neporchant C. F. R., per neporquant che vale nonostante.
(976) Per malsano, atto a indurre infermità.
Cap. CCXVIII.
Lo re domanda: quali gente sono quelle che mantengono il mondo? Sidrac
risponde:
Certo cotali maniere di giente sono che lo mondo mantengono. Prima
sono quelli che le iscienzie mostrano, e insegnano alle genti la credenza di
Dio padre onnipotente; e in qual modo egli si dee mantenere in questo
secolo. La seconda maniera di gente, per cui lo mondo si mantiene, sono
quelli che lavorano e coltivano la terra, e pugnano di guadagnare (977) lo
frutto della terra, per loro e per gli altri. La terza si è la signoria, che
mantengono la gente a ragione, e mantengono la terra, lo povero e lo ricco,
ciascuno in suo luogo. La quarta maniera sono gli artefici, che le mercie
fanno (978), e portano le cose bisognose (979) dall'uno paese all'altro. Se
queste quattro maniere non fossono, lo mondo non si potrebbe mantenere.
(977) et poingnet de gaagner C. F. R. — Poigner qui ha il significato di procurare, sforzarsi,
ingegnarsi. Non trovo che nell'ant. franc. siasi usato questo vb. — Si usò però nel prov. ponhar,
vestire tropo caldo, nè andare al caldo, chè dell'uno caldo e dell'altro (974)
può l'uomo avere infermità. E così aviene del freddo. E non però (975)
luoghi sono, l'uno più infermo (976) che l'altro, per la ragione del calore e
del freddo, e per la gente inferma che vi vanno tra l'altra gente. E molti
luoghi sono, che sono infermi perchè non sono abitati, chè s'egli fossono
abitati, egli non sarebono già infermi. Ma chi vuole essere sano, faccia in
questa maniera: una volta il giorno mangiare, e una volta la settimana con
femina giacere, e una volta il mese togliere sangue del braccio, e una volta
l'anno pigliare medicina. E chi questo modo manterrà, egli sarà sano.
(974) l'uno caldo e dell'altro C. L. — del caldo dell'altro C. R. 2. — Abbiamo corr. sulla scorta del
T. F. P.: car d'ung chault et de l'autre.
(975) Et neporchant C. F. R., per neporquant che vale nonostante.
(976) Per malsano, atto a indurre infermità.
Cap. CCXVIII.
Lo re domanda: quali gente sono quelle che mantengono il mondo? Sidrac
risponde:
Certo cotali maniere di giente sono che lo mondo mantengono. Prima
sono quelli che le iscienzie mostrano, e insegnano alle genti la credenza di
Dio padre onnipotente; e in qual modo egli si dee mantenere in questo
secolo. La seconda maniera di gente, per cui lo mondo si mantiene, sono
quelli che lavorano e coltivano la terra, e pugnano di guadagnare (977) lo
frutto della terra, per loro e per gli altri. La terza si è la signoria, che
mantengono la gente a ragione, e mantengono la terra, lo povero e lo ricco,
ciascuno in suo luogo. La quarta maniera sono gli artefici, che le mercie
fanno (978), e portano le cose bisognose (979) dall'uno paese all'altro. Se
queste quattro maniere non fossono, lo mondo non si potrebbe mantenere.
(977) et poingnet de gaagner C. F. R. — Poigner qui ha il significato di procurare, sforzarsi,
ingegnarsi. Non trovo che nell'ant. franc. siasi usato questo vb. — Si usò però nel prov. ponhar,
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poignar, che il Raynouard (L. R. IV., 598) spiega tâcher, s'efforcer, se hâter, s'empresser, se
peiner.
(978) La quarta maniera sono quelli che mercantia fanno C. R. 2.
(979) Per necessarie.
Cap. CCXIX.
Lo re domanda: quale è più alto o lo re o la giustizia? Sidrac risponde:
La giustizia è la più alta, però che la giustizia può giudicare lo re, per
diritto e per ragione. E la giustizia si è più che re, chè lo re vuol dire l'onore
e la possanza del secolo; giustizia vuol dire l'alteza e la degnità e la signoria
e lo comandamento di Dio. Uno re nascierà profeta, che dirà per la bocca di
Dio: benedetti sieno quelli che faranno leale giustizia, e manterrannola
tuttavia.
Cap. CCXX.
Lo re domanda: può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co' lui?
Sidrac risponde:
Quello uomo puote avere riccheza grande corporale, per sè mantenere
in tutto, e la può bene portare co' lui, che giammai nogli fallerà, e nogli farà
bisogno d'avere d'altrui, cioè a sapere arte. Chi sa alcuna arte, giammai
necessità non puote avere, chè in tutti i luoghi là ov'egli sia, puote avere per
la sua arte la sua vita. E perciò diciamo che l'arte è ricca, che lo suo Signore
la porta seco, là ovunque elli vae.
peiner.
(978) La quarta maniera sono quelli che mercantia fanno C. R. 2.
(979) Per necessarie.
Cap. CCXIX.
Lo re domanda: quale è più alto o lo re o la giustizia? Sidrac risponde:
La giustizia è la più alta, però che la giustizia può giudicare lo re, per
diritto e per ragione. E la giustizia si è più che re, chè lo re vuol dire l'onore
e la possanza del secolo; giustizia vuol dire l'alteza e la degnità e la signoria
e lo comandamento di Dio. Uno re nascierà profeta, che dirà per la bocca di
Dio: benedetti sieno quelli che faranno leale giustizia, e manterrannola
tuttavia.
Cap. CCXX.
Lo re domanda: può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co' lui?
Sidrac risponde:
Quello uomo puote avere riccheza grande corporale, per sè mantenere
in tutto, e la può bene portare co' lui, che giammai nogli fallerà, e nogli farà
bisogno d'avere d'altrui, cioè a sapere arte. Chi sa alcuna arte, giammai
necessità non puote avere, chè in tutti i luoghi là ov'egli sia, puote avere per
la sua arte la sua vita. E perciò diciamo che l'arte è ricca, che lo suo Signore
la porta seco, là ovunque elli vae.
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Cap. CCXXI.
Lo re domanda: uomo e femina che si traamano (980) e si dilungano uno
grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare come di prima?
Sidrac risponde:
Sì più (981) che dinanzi, per l'usanza, e per lo buono servigio che l'uno
fa all'altro, e per lo dare e per lo pigliare, si possono amare più che dinanzi
come altressì uno albore ch'è in uno giardino, e lo giardino lo comincia ad
innacquare e a studiare, l'albore in pochi giorni rinviene in sè, e comincia a
riverdire, e diventare così buono e bello come dinanzi, e più, per lo buono
servigio e per lo studiamento ch'egli ebbe; e se lo giardino l'avesse lasciato
di tutto in tutto, egli sarebe secco (982). Così aviene dell'uomo e della
femmina, che si vogliono più bene che di prima; altressì come l'albore
riverdiscie e riviene, quando egli è bene abeverato e servito dal giardino.
(980) s'entraiment C. F. R., che vale amarsi scambievolmente.
(981) puote C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R. che ha plus.
(982) Gioverà riferire la lezione del C. F. R., alla quale è conforme la lez. del C. R. 2.: com I arbre
chi est en I iardin, et le iardinier le laist a nonchaleir, et ne le vodra laborer ni abeurer; cel arbre
comencera a feblir et a sechier, et puis chant le iardinier le comence abeurer et laborer, l'arbre
en I poi da iors revient a soi, et comence a reverdir, et devient si bon et si biau com davant et
miaus par le bon servise et le bon garniment che il li met; et se le iardinier l'eust laisse de tout
en tout, il fust gaste, con cosse obliee. — Notisi nel n. t. giardino per giardiniere, che è pure nel
C. R. 2. — È noto come ant. siasi invece usato giardiniere per giardino.
Cap. CCXXII.
Lo re domanda: come l'uomo alcuna volta la femina e la femina l'uomo
amansi? Sidrac risponde:
Quando l'uomo vede la femina e la femina l'uomo, e egli s'amano,
sapiate che ciò aviene della volontà del cuore, che è di frale
Lo re domanda: uomo e femina che si traamano (980) e si dilungano uno
grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare come di prima?
Sidrac risponde:
Sì più (981) che dinanzi, per l'usanza, e per lo buono servigio che l'uno
fa all'altro, e per lo dare e per lo pigliare, si possono amare più che dinanzi
come altressì uno albore ch'è in uno giardino, e lo giardino lo comincia ad
innacquare e a studiare, l'albore in pochi giorni rinviene in sè, e comincia a
riverdire, e diventare così buono e bello come dinanzi, e più, per lo buono
servigio e per lo studiamento ch'egli ebbe; e se lo giardino l'avesse lasciato
di tutto in tutto, egli sarebe secco (982). Così aviene dell'uomo e della
femmina, che si vogliono più bene che di prima; altressì come l'albore
riverdiscie e riviene, quando egli è bene abeverato e servito dal giardino.
(980) s'entraiment C. F. R., che vale amarsi scambievolmente.
(981) puote C. L. — Abb. corr. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R. che ha plus.
(982) Gioverà riferire la lezione del C. F. R., alla quale è conforme la lez. del C. R. 2.: com I arbre
chi est en I iardin, et le iardinier le laist a nonchaleir, et ne le vodra laborer ni abeurer; cel arbre
comencera a feblir et a sechier, et puis chant le iardinier le comence abeurer et laborer, l'arbre
en I poi da iors revient a soi, et comence a reverdir, et devient si bon et si biau com davant et
miaus par le bon servise et le bon garniment che il li met; et se le iardinier l'eust laisse de tout
en tout, il fust gaste, con cosse obliee. — Notisi nel n. t. giardino per giardiniere, che è pure nel
C. R. 2. — È noto come ant. siasi invece usato giardiniere per giardino.
Cap. CCXXII.
Lo re domanda: come l'uomo alcuna volta la femina e la femina l'uomo
amansi? Sidrac risponde:
Quando l'uomo vede la femina e la femina l'uomo, e egli s'amano,
sapiate che ciò aviene della volontà del cuore, che è di frale
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comparizione (983); e per la volontà del loro cuore, tengono lo diletto di
quella vanità e di quello viso e della biltà, che in loro sarà somigliata a' loro
cuori (984); e tali cuori mirano follemente, e tengono quella follia nel
cervello, e poi risponde agli occhi del capo, e li fa follemente guardare a
quella criatura, e sì gli diletta in quello pensiero (985). Ma lo savio cuore
che è forte e fermo, quand'egli vede alcuna altra criatura bella, egli pensa in
sè medesimo e dice: benedetto sia Iddio lo criatore, che così bella criatura à
fatta; e rende grazie a Dio; nè giamai gli risoviene di quella criatura più, nè
di biltade nè poco nè molto; e se pure gli soviene, no'gli farà niuna forza.
Altresì aviene alla buona femmina.
(983) compressione C. R. 2.
(984) che in loro sarà simigliante al loro cuore C. R. 2.
(985) et por la vanite de lor cuer si retinent le delit de cel vice de la biaute de lor cors chi lor sere
resenblee a luer cuer; et cel cuer tremue folement, et tient celle folie en la servelle, et respont as
iaus de la chief, et les fait solement regarder a celle regardure de la creature; et le cuer chi est
fol et vain pense folement en celle creature, et ce delite en celle pencee, et par cel delit convient
che il l'aime. C. F. R.
Cap. CCXXIII.
Lo re domanda: chi fa uno falso saramento di Dio per x cose falsare, è egli
spergiuro per una volta? Sidrac risponde:
Chi fa uno sacramento falso del suo Idio, quand'elli sia buono o rio,
per x cose falsare, e e' si conosce in sè medesimo che egli à fatto
falsamente, sapiate che egli è spergiuro x volte. E se altro consente a quelle
saramenta false, e egli gli pare buono e bello, sapiate che egli è altressì bene
spergiuro, come quelli che fa lo falso saramento.
Cap. CCXXIIII.
quella vanità e di quello viso e della biltà, che in loro sarà somigliata a' loro
cuori (984); e tali cuori mirano follemente, e tengono quella follia nel
cervello, e poi risponde agli occhi del capo, e li fa follemente guardare a
quella criatura, e sì gli diletta in quello pensiero (985). Ma lo savio cuore
che è forte e fermo, quand'egli vede alcuna altra criatura bella, egli pensa in
sè medesimo e dice: benedetto sia Iddio lo criatore, che così bella criatura à
fatta; e rende grazie a Dio; nè giamai gli risoviene di quella criatura più, nè
di biltade nè poco nè molto; e se pure gli soviene, no'gli farà niuna forza.
Altresì aviene alla buona femmina.
(983) compressione C. R. 2.
(984) che in loro sarà simigliante al loro cuore C. R. 2.
(985) et por la vanite de lor cuer si retinent le delit de cel vice de la biaute de lor cors chi lor sere
resenblee a luer cuer; et cel cuer tremue folement, et tient celle folie en la servelle, et respont as
iaus de la chief, et les fait solement regarder a celle regardure de la creature; et le cuer chi est
fol et vain pense folement en celle creature, et ce delite en celle pencee, et par cel delit convient
che il l'aime. C. F. R.
Cap. CCXXIII.
Lo re domanda: chi fa uno falso saramento di Dio per x cose falsare, è egli
spergiuro per una volta? Sidrac risponde:
Chi fa uno sacramento falso del suo Idio, quand'elli sia buono o rio,
per x cose falsare, e e' si conosce in sè medesimo che egli à fatto
falsamente, sapiate che egli è spergiuro x volte. E se altro consente a quelle
saramenta false, e egli gli pare buono e bello, sapiate che egli è altressì bene
spergiuro, come quelli che fa lo falso saramento.
Cap. CCXXIIII.
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Lo re domanda: quelli che insegniano lo bene in questo secolo ànn'egli più
guidarnone che gli altri? Sidrac risponde:
Quelli che insegnano lo bene in questo secolo alla gente, avranno
doppia la grazia di Dio, quelli che lealmente la manteranno. Chè due
maniere sono quelle che insegnano lo bene alla gente in questo secolo.
L'una sono simigliante al sole (986), che tutto il mondo allumina, e non
viene giamai meno, e tuttavia è in sua gloria. Questi sono i buoni, che tutto
giorno insegnano il bene alla gente in questo secolo, e lo bene fanno. Questi
sono quelli che la grazia di Dio avranno nell'altro secolo. Gli altri che il
bene insegnano, e lo male fanno, certo diritto è e ragione ch'egli male
abiano a quattro doppj, non a due, come a quelli che porta alcuna cosa e può
dare buona parte a ciascuno e pigliare buona parte altressì per lui (987);
bene è diritto e ragione che lo male sia suo, poi che egli lo piglia per la sua
buona volontà, più che se altri li avesse donato.
(986) alla gloria C. R. 2.
(987) Così ha pure il C. R. 2. — Ma è chiaro che manca qualche cosa. Nel C. F. R.: et laisse la bone
et prent la mauvaise. — Il T. F. P. è di diversa lez., ed ha solamente: telz gens sont ressemblans
a la chandelle, que les aultres enlumine et soy mesmes degaste.
Cap. CCXXV.
Lo re domanda: di che viene lo magiore odio del mondo? Sidrac risponde:
Di fatto di legge e di fatto di signoria e di femina. Chè l'uomo tiene la
legge e la fede, buona e giusta, conciosia cosa che ella sia malvagia; e un
altro la spregia; sapiate che molto gli è a noia fortemente, e molto odia colui
che lo suo Idio dispregia. Egli disidera tutto giorno tutto male e tutto odio,
come quelli che dispregia la cosa ch'egli più ama e più tiene cara. L'altra
maniera si è di fatto di signoria e di possessione, che l'uomo li toglie e vuole
torre. Quelli l'odia fortemente, e li disidera tutto male. La terza maniera si è
di fatto di femina, o d'alcuna cosa ch'egli ama. Altro uomo la vuole torre e
guidarnone che gli altri? Sidrac risponde:
Quelli che insegnano lo bene in questo secolo alla gente, avranno
doppia la grazia di Dio, quelli che lealmente la manteranno. Chè due
maniere sono quelle che insegnano lo bene alla gente in questo secolo.
L'una sono simigliante al sole (986), che tutto il mondo allumina, e non
viene giamai meno, e tuttavia è in sua gloria. Questi sono i buoni, che tutto
giorno insegnano il bene alla gente in questo secolo, e lo bene fanno. Questi
sono quelli che la grazia di Dio avranno nell'altro secolo. Gli altri che il
bene insegnano, e lo male fanno, certo diritto è e ragione ch'egli male
abiano a quattro doppj, non a due, come a quelli che porta alcuna cosa e può
dare buona parte a ciascuno e pigliare buona parte altressì per lui (987);
bene è diritto e ragione che lo male sia suo, poi che egli lo piglia per la sua
buona volontà, più che se altri li avesse donato.
(986) alla gloria C. R. 2.
(987) Così ha pure il C. R. 2. — Ma è chiaro che manca qualche cosa. Nel C. F. R.: et laisse la bone
et prent la mauvaise. — Il T. F. P. è di diversa lez., ed ha solamente: telz gens sont ressemblans
a la chandelle, que les aultres enlumine et soy mesmes degaste.
Cap. CCXXV.
Lo re domanda: di che viene lo magiore odio del mondo? Sidrac risponde:
Di fatto di legge e di fatto di signoria e di femina. Chè l'uomo tiene la
legge e la fede, buona e giusta, conciosia cosa che ella sia malvagia; e un
altro la spregia; sapiate che molto gli è a noia fortemente, e molto odia colui
che lo suo Idio dispregia. Egli disidera tutto giorno tutto male e tutto odio,
come quelli che dispregia la cosa ch'egli più ama e più tiene cara. L'altra
maniera si è di fatto di signoria e di possessione, che l'uomo li toglie e vuole
torre. Quelli l'odia fortemente, e li disidera tutto male. La terza maniera si è
di fatto di femina, o d'alcuna cosa ch'egli ama. Altro uomo la vuole torre e
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spregiare (988) da lui; elli n'è molto geloso e molto odia quelli che ciò gli
vuole fare. E di molte altre maniere muovono gli odii e le male voglienze.
(988) fortraire. C. F. R., che qui ha il significato di sedurre.
Cap. CCXXVI.
Lo re domanda: lo pensiere che l'uomo pensa onde escie? (989) Sidrac
risponde:
Lo pensiero che gli uomini pensano escie della scienzia, e la scienzia è
di puro coraggio; chè se lo cuore è buono, egli pensa tutte cose sottilmente,
di ciò ch'egli vuole e di ciò ch'egli non vuole, bene e male. E tutto aviene
della scienzia, che viene di puro coraggio. Sapiate che questo muove di
grande scienzia, chè quelli ch'è di puro coraggio è savio. Lo puro coraggio
che egli ànno si è del loro puro sangue, che intorno allo loro cuore corre, e
per la purità del cuore e del sangue rischiariscie lo cervello; e quello
cervello, per lo suo rischiarimento, mostra chiareza agli occhi e allegreza a'
menbri. Perchè l'uomo sia savio e sottile non dee adoperare la sua iscienzia
in male, anzi in bene, e in tutta dirittura e in tutta lealtade; e se egli
altrimenti lo fae (990), sapiate che la scienzia è perduta in lui. Questi sono
chiamati bestie, e peggio che bestie; che la bestia pensa alcuna volta di sua
vivanda trovare, e dell'acqua a bere. Perciò diciamo noi che quelli che non à
niuno pensiero al cuore, sono pegio che bestie che eglino lo dovrebono
avere, e in Dio credere sopra tutte le cose.
(989) Meglio nel C. R. 2.: da che viene lo pensare?
(990) fae. C. R. 2.
Cap. CCXXVII.
vuole fare. E di molte altre maniere muovono gli odii e le male voglienze.
(988) fortraire. C. F. R., che qui ha il significato di sedurre.
Cap. CCXXVI.
Lo re domanda: lo pensiere che l'uomo pensa onde escie? (989) Sidrac
risponde:
Lo pensiero che gli uomini pensano escie della scienzia, e la scienzia è
di puro coraggio; chè se lo cuore è buono, egli pensa tutte cose sottilmente,
di ciò ch'egli vuole e di ciò ch'egli non vuole, bene e male. E tutto aviene
della scienzia, che viene di puro coraggio. Sapiate che questo muove di
grande scienzia, chè quelli ch'è di puro coraggio è savio. Lo puro coraggio
che egli ànno si è del loro puro sangue, che intorno allo loro cuore corre, e
per la purità del cuore e del sangue rischiariscie lo cervello; e quello
cervello, per lo suo rischiarimento, mostra chiareza agli occhi e allegreza a'
menbri. Perchè l'uomo sia savio e sottile non dee adoperare la sua iscienzia
in male, anzi in bene, e in tutta dirittura e in tutta lealtade; e se egli
altrimenti lo fae (990), sapiate che la scienzia è perduta in lui. Questi sono
chiamati bestie, e peggio che bestie; che la bestia pensa alcuna volta di sua
vivanda trovare, e dell'acqua a bere. Perciò diciamo noi che quelli che non à
niuno pensiero al cuore, sono pegio che bestie che eglino lo dovrebono
avere, e in Dio credere sopra tutte le cose.
(989) Meglio nel C. R. 2.: da che viene lo pensare?
(990) fae. C. R. 2.
Cap. CCXXVII.
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Lo re domanda: per che cagione sono gli uomini malvagi mali (991)?
Sidrac risponde:
Per tre cose: la prima si è delli rei omori che sono nell'uomo, sicchè li
malvagi omori e le collere sormontano e signoregiano i buoni omori (992);
cioè a dire che i mali omori signoregiano il corpo e il fegato, e cuoprogli il
cuore, e riboliscono (993) lo cervello, e portallo in terra, e fannolo
travagliare de' piedi e delle mani (994), e fannolo ischiumare la bocca, e
tolgogli il senno e la memoria, e fannogli sognare rei sogni, diavoli,
dragoni, orsi, serpenti, cani e malvagie bestie, che lo divorano e battono; e
sogna d'annegare in acqua e d'ardere in fuoco. E tutto questo è dalla forza
de' malvagi omori. E quando i mali omori si cessano, e lo male lo lascia, e
elli raccontano quello che elli ànno veduto in loro visione; e quelli a cui elli
l'averà contato, pensa che ciò sia istato per diavoli. Sapiate che lo diavolo
non à podere di nulla (995), che Iddio creda fermamente; che non è niuna
anima, che sopra terra vada, ch'ella non abia seco uno spirito, cioè a dire un
angelo, che la guarda, perchè lo diavolo no' le faccia male, se ella non
consente per la sua volontà. L'altra maniera si è lo corpo, che è intorniato e
ornato (996) di molti peccati, nè in Dio nè in suoi comandamenti non vuole
credere, nè fare (997). Alcuna volta lo diavolo si dimostra a colui, in molte
maniere e figure, e gli entra in corpo, e travaglialo molto fortemente; e
l'angelo di Dio nollo vuole aiutare, anzi l'abandona. Ma non intendere già
che egli lo lasci uccidere; ma egli a la sua volontà gli fa fare tali cose, che
egli perde il corpo e l'anima. Ma se egli a Dio vuole tornare, e lo diavolo
lasciare, già lo suo ingegno non gli varrà; nè la sua forza nè 'l suo ingegno
forza nè podere non averà sopra lui. La terza maniera si è della fallanza del
cuore. Quando l'uomo è codardo e pauroso, e egli vae fuore di gente (998),
di giorno e di notte, pensa nella paura, e cade in malvagio male; che sì tosto
come egli àe la paura, gli rei omori sì si muovono, e rinfabiliscono nel suo
corpo, e fannonlo sognare di malvagi sogni, cioè della fallenza del suo
corpo.
(991) Correggasi col C. F. R.: por quoy cheent les gens de mauvais mal? — Nel C. R. 2.: da che
aviene che le genti ànno così forti malatie?
(992) li malvagi omori si raunano nel corpo, e l'uno s'acapiglia nell'altro. C. R. 2.
(993) infiammano. C. R. 2.
(994) e si li fanno menare li piedi e mani. C. R. 2.
Sidrac risponde:
Per tre cose: la prima si è delli rei omori che sono nell'uomo, sicchè li
malvagi omori e le collere sormontano e signoregiano i buoni omori (992);
cioè a dire che i mali omori signoregiano il corpo e il fegato, e cuoprogli il
cuore, e riboliscono (993) lo cervello, e portallo in terra, e fannolo
travagliare de' piedi e delle mani (994), e fannolo ischiumare la bocca, e
tolgogli il senno e la memoria, e fannogli sognare rei sogni, diavoli,
dragoni, orsi, serpenti, cani e malvagie bestie, che lo divorano e battono; e
sogna d'annegare in acqua e d'ardere in fuoco. E tutto questo è dalla forza
de' malvagi omori. E quando i mali omori si cessano, e lo male lo lascia, e
elli raccontano quello che elli ànno veduto in loro visione; e quelli a cui elli
l'averà contato, pensa che ciò sia istato per diavoli. Sapiate che lo diavolo
non à podere di nulla (995), che Iddio creda fermamente; che non è niuna
anima, che sopra terra vada, ch'ella non abia seco uno spirito, cioè a dire un
angelo, che la guarda, perchè lo diavolo no' le faccia male, se ella non
consente per la sua volontà. L'altra maniera si è lo corpo, che è intorniato e
ornato (996) di molti peccati, nè in Dio nè in suoi comandamenti non vuole
credere, nè fare (997). Alcuna volta lo diavolo si dimostra a colui, in molte
maniere e figure, e gli entra in corpo, e travaglialo molto fortemente; e
l'angelo di Dio nollo vuole aiutare, anzi l'abandona. Ma non intendere già
che egli lo lasci uccidere; ma egli a la sua volontà gli fa fare tali cose, che
egli perde il corpo e l'anima. Ma se egli a Dio vuole tornare, e lo diavolo
lasciare, già lo suo ingegno non gli varrà; nè la sua forza nè 'l suo ingegno
forza nè podere non averà sopra lui. La terza maniera si è della fallanza del
cuore. Quando l'uomo è codardo e pauroso, e egli vae fuore di gente (998),
di giorno e di notte, pensa nella paura, e cade in malvagio male; che sì tosto
come egli àe la paura, gli rei omori sì si muovono, e rinfabiliscono nel suo
corpo, e fannonlo sognare di malvagi sogni, cioè della fallenza del suo
corpo.
(991) Correggasi col C. F. R.: por quoy cheent les gens de mauvais mal? — Nel C. R. 2.: da che
aviene che le genti ànno così forti malatie?
(992) li malvagi omori si raunano nel corpo, e l'uno s'acapiglia nell'altro. C. R. 2.
(993) infiammano. C. R. 2.
(994) e si li fanno menare li piedi e mani. C. R. 2.
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(995) Di nullo per sopra nullo.
(996) È da credere usato ironicamente. — Anche il C. F. R. ha: adornes.
(997) ne Dieu ne son comandement ne viaut croire ne faire. C. F. R.
(998) hors de la gens. C. F. R.
Cap. CCXXVIII.
Lo re domanda: quali sono gli più pericolosi menbri del corpo? Sidrac
risponde:
Gli occhi sono i più pericolosi menbri del corpo, e quelli che fanno
perire lo corpo e l'anima. Che lo diletto della vista gli occhi avanzano al
cuore (999), e mettollo in pensieri, e fanno peccare lo corpo e l'anima. E se
egli non vedessono, lo cuore non disiderebbe nimica tante cose com'egli
disidera, che più disidera quelli che vede, che quelli che non vede. Che per
la vista degli occhi lo cuore e 'l corpo e tutti menbri triemano e ànno grande
paura e grande ispaventamento. Altressì come quelli che vede lo male
inanzi di lui, elli àe magiore paura che quelli che l'ode e non vede. E d'altra
parte gli occhi sono più teneri che altri menbri del corpo, e sono quelli che
guardano lo corpo di pericoli corporali.
(999) Non sappiamo se avanzano possa qui avere il senso di anticipano. — Nel C. F. R.: avantent; e
potrebbe intendersi che gli occhi magnificano, esaltano al cuore il diletto che si prova nel
vedere gli oggetti esterni. Il T. F. P. ha, meglio degli altri: annoncent.
Cap. CCXXVIIII.
Lo re domanda: qual'è la più pericolosa arte che sia e la più sicura? Sidrac
risponde:
(996) È da credere usato ironicamente. — Anche il C. F. R. ha: adornes.
(997) ne Dieu ne son comandement ne viaut croire ne faire. C. F. R.
(998) hors de la gens. C. F. R.
Cap. CCXXVIII.
Lo re domanda: quali sono gli più pericolosi menbri del corpo? Sidrac
risponde:
Gli occhi sono i più pericolosi menbri del corpo, e quelli che fanno
perire lo corpo e l'anima. Che lo diletto della vista gli occhi avanzano al
cuore (999), e mettollo in pensieri, e fanno peccare lo corpo e l'anima. E se
egli non vedessono, lo cuore non disiderebbe nimica tante cose com'egli
disidera, che più disidera quelli che vede, che quelli che non vede. Che per
la vista degli occhi lo cuore e 'l corpo e tutti menbri triemano e ànno grande
paura e grande ispaventamento. Altressì come quelli che vede lo male
inanzi di lui, elli àe magiore paura che quelli che l'ode e non vede. E d'altra
parte gli occhi sono più teneri che altri menbri del corpo, e sono quelli che
guardano lo corpo di pericoli corporali.
(999) Non sappiamo se avanzano possa qui avere il senso di anticipano. — Nel C. F. R.: avantent; e
potrebbe intendersi che gli occhi magnificano, esaltano al cuore il diletto che si prova nel
vedere gli oggetti esterni. Il T. F. P. ha, meglio degli altri: annoncent.
Cap. CCXXVIIII.
Lo re domanda: qual'è la più pericolosa arte che sia e la più sicura? Sidrac
risponde:
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Quelli che insegnano la credenza di Dio alle genti ànno la più
pericolosa arte e la più sicura e la più degna, che niuna altra arte del mondo.
Altressì come gli occhi sono lo lume del corpo, e altressì come il corpo va
sicuramente per lo insegniamento degli occhi, altressì deono, quelli che
questa arte mostrano alle genti, menare l'altre genti sane e salve alla
credenza, e al comandamento di Dio fare; e fare (1000) quello ch'egli deono
conpiutamente, sanza niuna menomanza e sanza niuna fallenza e sanza
niuna gravezza, a ora e a punto. Che quelli che questo fanno, fanno apiacere
a Dio, e sono degni inanzi a Dio, e chiari come il sole è al mondo, che tutto
giorno è puro e netto, tra li monti e tra le valle, e getta i suoi raggi, e toccare
si possono (1001). Questa arte è la più degna e la più preziosa di niuna altra
arte; e quelli che questa arte insegnano, e nolla fanno, così come deono,
eglino aprossimano l'altre genti a Dio, e eglino si dilungano; e sono siccome
la candela, che rende bello chiarore altrui, e sè medesima consuma.
(1000) Così ha pure il C. R. 2. — Migliore è la lez del C. F. R.: a la creance et a comandement de
Deu; et a faire etc.
(1001) Manca agli altri Codd. e toccare si possono.
Cap. CCXXX.
Lo re domanda: come alcuna volta muove la gaieza al corpo dell'uomo
gaio e allegro (1002)? Sidrac risponde:
La gaieza che alcuna volta muove al cuore, e l'uomo diventa gaio,
sapiate che ciò è per lo vecchio sangue, ch'egli arecò con seco del corpo
della madre (1003). Quello sangue alcuna volta si muove, per lo
ismovimento del malvagio sangue, che si muove per tutto il corpo, e
rinverdisce lo cuore, e fallo diventare gaio o di cose fatte o di pensieri. E
sapiate che la gaieza è molto pericolosa cosa: chè, se uno buon uomo savio
fosse gaio, egli sarebe dispregiato tra le genti, e incolpato d'alcuna cosa, per
la sua gaieza, conciosia cosa che egli nolla faccia; e se egli non fosse gaio, e
fosse savio e convenevole, apena potrebe essere incolpato di follia. E
pericolosa arte e la più sicura e la più degna, che niuna altra arte del mondo.
Altressì come gli occhi sono lo lume del corpo, e altressì come il corpo va
sicuramente per lo insegniamento degli occhi, altressì deono, quelli che
questa arte mostrano alle genti, menare l'altre genti sane e salve alla
credenza, e al comandamento di Dio fare; e fare (1000) quello ch'egli deono
conpiutamente, sanza niuna menomanza e sanza niuna fallenza e sanza
niuna gravezza, a ora e a punto. Che quelli che questo fanno, fanno apiacere
a Dio, e sono degni inanzi a Dio, e chiari come il sole è al mondo, che tutto
giorno è puro e netto, tra li monti e tra le valle, e getta i suoi raggi, e toccare
si possono (1001). Questa arte è la più degna e la più preziosa di niuna altra
arte; e quelli che questa arte insegnano, e nolla fanno, così come deono,
eglino aprossimano l'altre genti a Dio, e eglino si dilungano; e sono siccome
la candela, che rende bello chiarore altrui, e sè medesima consuma.
(1000) Così ha pure il C. R. 2. — Migliore è la lez del C. F. R.: a la creance et a comandement de
Deu; et a faire etc.
(1001) Manca agli altri Codd. e toccare si possono.
Cap. CCXXX.
Lo re domanda: come alcuna volta muove la gaieza al corpo dell'uomo
gaio e allegro (1002)? Sidrac risponde:
La gaieza che alcuna volta muove al cuore, e l'uomo diventa gaio,
sapiate che ciò è per lo vecchio sangue, ch'egli arecò con seco del corpo
della madre (1003). Quello sangue alcuna volta si muove, per lo
ismovimento del malvagio sangue, che si muove per tutto il corpo, e
rinverdisce lo cuore, e fallo diventare gaio o di cose fatte o di pensieri. E
sapiate che la gaieza è molto pericolosa cosa: chè, se uno buon uomo savio
fosse gaio, egli sarebe dispregiato tra le genti, e incolpato d'alcuna cosa, per
la sua gaieza, conciosia cosa che egli nolla faccia; e se egli non fosse gaio, e
fosse savio e convenevole, apena potrebe essere incolpato di follia. E
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quando lo sangue cessa, lo corpo diventa posato e cheto di fatti e di
pensieri. E lo sangue ismuove al corpo di troppo bere o di troppo posare.
(1002) Nel C. R. 2.: da che aviene la gioia e l'alegrezza che aviene all'omo di subito?
(1003) par le viel sanc chi est en lui de la jovente, le queil a aporte dou ventre de sa mere o lui.
C. F. R.
Cap. CCXXXI.
Lo re domanda: ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femina ingenera
egli? Sidrac risponde:
Non già, l'uomo non ingenera tutte le volte ch'egli s'acosta alla femina;
ma egli ingenera alcuna volta ispesso e alcuna volta tardi. E la femina non
piglia nimica ciascuna volta la generatura, perchè l'uomo ingenera più che
la femina non piglia. E uno uomo luxurioso che spesso giace con femina
carnalmente, si perde la forza delle reni e de' nervi e de' menbri; e quello
ispermo che egli fae è sì frale e sì vano, che non à niuna sustanza di
generare. Ma chi si astenesse della luxuria otto giorni o più, ben potrebe
essere ch'egli generrebbe; e simigliantemente aviene alla femina. Ma nella
ganba dell'uomo è vena, chi se ne facesse isciemare sangue giammai non
ingenererebe; e simigliante alla femina, giammai inpregnare non
potrebe (1004).
(1004) Merita di essere riferito, se non altro per la sua stranezza, il seguente tratto, che leggesi nel
C. R. 2., e che manca anche al C. F. R.: Ma nella gamba dell'omo àe una vena, che tiene da
l'uno capo a l'altro della polpa, e va insino al garetto, e si è molto sottile a trovare. Che chi
isciemasse sangue dal capo di quella vena, e traesene una menata del ditto sangue, poi giammai
ingienerare non potrebe. Item a femina che non fosse sterile, e tardasse troppo ad avere
figliuoli, sed ella portasse co' lei così come porta al loro modo, la radice d'una erba che si
chiama achel, ben pesta senza premere, con lana di pecora sucida, otto giorni e otto notti, e
ciascuno giorno mutarsi due volte, e guardarsi di vivande grasse e dal freddo, e al nono giorno
farsi isciemare una pugnata d'una vena della madre, dal lato diritto, presso del pettignone, là
dove l'anguinaia monta, e la mattina giacere coll'omo, se ella e l'omo non fossono sterili, ella e
l'omo ingenerebono di fermo.
pensieri. E lo sangue ismuove al corpo di troppo bere o di troppo posare.
(1002) Nel C. R. 2.: da che aviene la gioia e l'alegrezza che aviene all'omo di subito?
(1003) par le viel sanc chi est en lui de la jovente, le queil a aporte dou ventre de sa mere o lui.
C. F. R.
Cap. CCXXXI.
Lo re domanda: ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femina ingenera
egli? Sidrac risponde:
Non già, l'uomo non ingenera tutte le volte ch'egli s'acosta alla femina;
ma egli ingenera alcuna volta ispesso e alcuna volta tardi. E la femina non
piglia nimica ciascuna volta la generatura, perchè l'uomo ingenera più che
la femina non piglia. E uno uomo luxurioso che spesso giace con femina
carnalmente, si perde la forza delle reni e de' nervi e de' menbri; e quello
ispermo che egli fae è sì frale e sì vano, che non à niuna sustanza di
generare. Ma chi si astenesse della luxuria otto giorni o più, ben potrebe
essere ch'egli generrebbe; e simigliantemente aviene alla femina. Ma nella
ganba dell'uomo è vena, chi se ne facesse isciemare sangue giammai non
ingenererebe; e simigliante alla femina, giammai inpregnare non
potrebe (1004).
(1004) Merita di essere riferito, se non altro per la sua stranezza, il seguente tratto, che leggesi nel
C. R. 2., e che manca anche al C. F. R.: Ma nella gamba dell'omo àe una vena, che tiene da
l'uno capo a l'altro della polpa, e va insino al garetto, e si è molto sottile a trovare. Che chi
isciemasse sangue dal capo di quella vena, e traesene una menata del ditto sangue, poi giammai
ingienerare non potrebe. Item a femina che non fosse sterile, e tardasse troppo ad avere
figliuoli, sed ella portasse co' lei così come porta al loro modo, la radice d'una erba che si
chiama achel, ben pesta senza premere, con lana di pecora sucida, otto giorni e otto notti, e
ciascuno giorno mutarsi due volte, e guardarsi di vivande grasse e dal freddo, e al nono giorno
farsi isciemare una pugnata d'una vena della madre, dal lato diritto, presso del pettignone, là
dove l'anguinaia monta, e la mattina giacere coll'omo, se ella e l'omo non fossono sterili, ella e
l'omo ingenerebono di fermo.
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Cap. CCXXXII.
Lo re domanda: che potrebe l'uomo fare, che la femina inpregnasse? Sidrac
risponde:
Femina che non fosse isterila, e tardasse tropo a portare figliuoli, se
ella si traesse sangue del braccio, e quello giorno, quando andasse a
dormire, bevesse zucchero bollito e rose vecchie vermiglie, e un poco di
regolizia, e così facesse la mattina e la sera, e l'altro giorno altressì apresso,
la mattina e la sera; e ch'ella si guardasse carnalmente di giacere con uomo
VII giorni, e l'ottavo giorno portasse calcina (1005) pesta nella natura, così
come le femine la sanno portare, con lana lunga di pecora; e lo nono giorno
portasse in quella maniera unguento di quarto peso e lana sucida, e una
notte lo tenesse (1006), e in quello giorno si guardasse di bagnare la sua
natura con aqua calda o fredda, e ancora di manicare grosse vivande, e la
dimane giacesse carnalmente con uomo, incontanente ingraviderebbe.
(1005) racine d'ache. C. F. R. — È evidentemente la radice d'achel del n. t., scambiata qui dal trad.
con la calcina.
(1006) et le IX iors che le portast en cele maniere loignement philosophen, le quart d'un pois ou plus
en laine sulente ec. C. F. R. — sulente crediamo da corr. pulente, pullante.
Cap. CCXXXIII.
Lo re domanda: di quale parte si raguna la schiatta dell'uomo quand'ella
escie? Sidrac risponde:
Ella escie di quattro cose: di tutti i menbri dell'uomo, e de' nerbi e delle
vene, che egli sudano dentro dal corpo, del grande calore, e della volontà
delle quattro conparizioni dell'uomo, cioè del corpo e della loro natura; sì si
canbia di vermiglio in bianco; e sì si ragunano e scagliano, e di là escono
fuori: e questa è la schiatta dell'uomo, quando usa con femine (1007). La
Lo re domanda: che potrebe l'uomo fare, che la femina inpregnasse? Sidrac
risponde:
Femina che non fosse isterila, e tardasse tropo a portare figliuoli, se
ella si traesse sangue del braccio, e quello giorno, quando andasse a
dormire, bevesse zucchero bollito e rose vecchie vermiglie, e un poco di
regolizia, e così facesse la mattina e la sera, e l'altro giorno altressì apresso,
la mattina e la sera; e ch'ella si guardasse carnalmente di giacere con uomo
VII giorni, e l'ottavo giorno portasse calcina (1005) pesta nella natura, così
come le femine la sanno portare, con lana lunga di pecora; e lo nono giorno
portasse in quella maniera unguento di quarto peso e lana sucida, e una
notte lo tenesse (1006), e in quello giorno si guardasse di bagnare la sua
natura con aqua calda o fredda, e ancora di manicare grosse vivande, e la
dimane giacesse carnalmente con uomo, incontanente ingraviderebbe.
(1005) racine d'ache. C. F. R. — È evidentemente la radice d'achel del n. t., scambiata qui dal trad.
con la calcina.
(1006) et le IX iors che le portast en cele maniere loignement philosophen, le quart d'un pois ou plus
en laine sulente ec. C. F. R. — sulente crediamo da corr. pulente, pullante.
Cap. CCXXXIII.
Lo re domanda: di quale parte si raguna la schiatta dell'uomo quand'ella
escie? Sidrac risponde:
Ella escie di quattro cose: di tutti i menbri dell'uomo, e de' nerbi e delle
vene, che egli sudano dentro dal corpo, del grande calore, e della volontà
delle quattro conparizioni dell'uomo, cioè del corpo e della loro natura; sì si
canbia di vermiglio in bianco; e sì si ragunano e scagliano, e di là escono
fuori: e questa è la schiatta dell'uomo, quando usa con femine (1007). La
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prima si è la volontà dell'uomo, che egli disidera a fare; e per quello disagio
tutti i menbri rinfabiliscono, e la natura, che è i' lui, richiede. (1008). La
seconda natura si è lo scaldamento in quella volontà. La terza cosa si è lo
sforzamento (1009) dell'uomo alla femina. La quarta cosa si è di pigliare
riposo al corpo. E simigliantemente per quella ragione si corronpe la femina
come l'uomo; e alcuna volta si corronpe in dormire. Ma il travaglio del
corpo e lo disagio e gli omori rasoave (1010) tutto questo.
(1007) Elle isse de IIII cosses de l'home, de tous ces membres et des ners. Car il sont sanc dedens le
cors, de la grant calor, et de la volente des IIII complexions au cors et de lor nature ce chanse
com deu vermeil au blanc, et s'asemblent escailes, et per la issent hors, et ce est l'esclate.
C. F. R.
(1008) le chiert. C. F. R.
(1009) frotement ou touchement. C. F. R.
(1010) rabonacciano. C. R. 2. — Assoage. C. F. R. — Assoage, da asoager, significa qui
calmare. — È chiaro che rasoave è un errore del trad., che pare non intendesse la parola franc.
Non sapremmo indurci a credere che si dovesse leggere rinsoavisce per rende soave.
Cap. CCXXXIIII.
Lo re domanda: de' l'uomo amare gli figliuoli? Sidrac risponde:
Li figliuoli debonsi amare, ma non troppo. I figliuoli sono frutti delle
genti, e bene dee l'uomo amare cotali frutti. Ma se tu ài i tuoi figliuoli, tu gli
dee bene amare, ma non più di te, chè quelli è folle che ama altrui più che
sè. Niuno dee amare altrui più di Dio; e poi la tua buona moglie, e poi i tuoi
figliuoli e tutta la gente. Che se tu ài figliuoli, e tu gli ami tropo, tu fai
follia, perchè tu non gli dei amare più che Dio e te medesimo. Che se
l'anima tua è perduta e dannata per li tuoi figliuoli, per lasciargli ricchi o per
mantenegli, se tu avessi centomilia figliuoli, governare non ti potrebono del
tuo dannamento (1011). Meglio varrebe per te che tutti i tuoi figliuoli
fossono dannati, che tu. Non dei mantenere i tuoi figliuoli di folle
guadagnio, ma fargli inparare arte, ond'ellino si mantengano, se bisogno a
loro farà.
tutti i menbri rinfabiliscono, e la natura, che è i' lui, richiede. (1008). La
seconda natura si è lo scaldamento in quella volontà. La terza cosa si è lo
sforzamento (1009) dell'uomo alla femina. La quarta cosa si è di pigliare
riposo al corpo. E simigliantemente per quella ragione si corronpe la femina
come l'uomo; e alcuna volta si corronpe in dormire. Ma il travaglio del
corpo e lo disagio e gli omori rasoave (1010) tutto questo.
(1007) Elle isse de IIII cosses de l'home, de tous ces membres et des ners. Car il sont sanc dedens le
cors, de la grant calor, et de la volente des IIII complexions au cors et de lor nature ce chanse
com deu vermeil au blanc, et s'asemblent escailes, et per la issent hors, et ce est l'esclate.
C. F. R.
(1008) le chiert. C. F. R.
(1009) frotement ou touchement. C. F. R.
(1010) rabonacciano. C. R. 2. — Assoage. C. F. R. — Assoage, da asoager, significa qui
calmare. — È chiaro che rasoave è un errore del trad., che pare non intendesse la parola franc.
Non sapremmo indurci a credere che si dovesse leggere rinsoavisce per rende soave.
Cap. CCXXXIIII.
Lo re domanda: de' l'uomo amare gli figliuoli? Sidrac risponde:
Li figliuoli debonsi amare, ma non troppo. I figliuoli sono frutti delle
genti, e bene dee l'uomo amare cotali frutti. Ma se tu ài i tuoi figliuoli, tu gli
dee bene amare, ma non più di te, chè quelli è folle che ama altrui più che
sè. Niuno dee amare altrui più di Dio; e poi la tua buona moglie, e poi i tuoi
figliuoli e tutta la gente. Che se tu ài figliuoli, e tu gli ami tropo, tu fai
follia, perchè tu non gli dei amare più che Dio e te medesimo. Che se
l'anima tua è perduta e dannata per li tuoi figliuoli, per lasciargli ricchi o per
mantenegli, se tu avessi centomilia figliuoli, governare non ti potrebono del
tuo dannamento (1011). Meglio varrebe per te che tutti i tuoi figliuoli
fossono dannati, che tu. Non dei mantenere i tuoi figliuoli di folle
guadagnio, ma fargli inparare arte, ond'ellino si mantengano, se bisogno a
loro farà.
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(1011) Uno de' soliti equivoci del volgarizzatore. Il C. F. R. ha: ne te poroient de ton dampnement
maintenir. — Ora maintenir (da manu, manum tenere) significa e governare e proteggere,
soccorrere. E qui questo vb. aveva appunto il secondo significato. — Infatti il C. R. 2. ha: aitare
non ti potrebono del tuo dampnamento.
Cap. CCXXXV.
Lo re domanda: incantamenti e malie sono vane? Sidrac risponde:
All'anima non profittano nulla, ma elle fanno noia e danno. Al corpo
vagliono per tre cose: chi incantamenti e malie vuole fare, si gli conviene
sapere e conosciere l'ore e i punti, quando si dee adoperare; e se egli in
questo non conoscie assai, gli conviene aoperare che nulla vaglia (1012). La
seconda cosa gli conviene avere in loro fede. La terza cosa si è che gli
conviene sapere dell'arte della stonomia. E chi altrimenti lo fa, non sa che si
faccia.
(1012) li conviene adoperare, che nulla li vagliono. C. R. 2. — Nel C. F. R. il senso è
indecifrabile. — Il T. F. P. ha: il peult assez ouvrer, mais son ouvraige riens ne luy voultroit.
Cap. CCXXXVI.
Lo re domanda: qual è la più leggiera bestia che sia e la più
asentivole (1013)? Sidrac risponde:
Il cane è la più legiere bestia che sia, e la più conosciente e la più leale;
che niuna bestia puote sì tosto correre, nè tanto tracciare (1014) come il
cane. Di senno la formica è più asettevole (1015) che bestia che sia, a la
ragione della sua piccoleza. Ella è la più savia, chè ella raguna la state per
vivere il verno; e Iddio per la sua potenza l'à dato questa natura, per dare
maintenir. — Ora maintenir (da manu, manum tenere) significa e governare e proteggere,
soccorrere. E qui questo vb. aveva appunto il secondo significato. — Infatti il C. R. 2. ha: aitare
non ti potrebono del tuo dampnamento.
Cap. CCXXXV.
Lo re domanda: incantamenti e malie sono vane? Sidrac risponde:
All'anima non profittano nulla, ma elle fanno noia e danno. Al corpo
vagliono per tre cose: chi incantamenti e malie vuole fare, si gli conviene
sapere e conosciere l'ore e i punti, quando si dee adoperare; e se egli in
questo non conoscie assai, gli conviene aoperare che nulla vaglia (1012). La
seconda cosa gli conviene avere in loro fede. La terza cosa si è che gli
conviene sapere dell'arte della stonomia. E chi altrimenti lo fa, non sa che si
faccia.
(1012) li conviene adoperare, che nulla li vagliono. C. R. 2. — Nel C. F. R. il senso è
indecifrabile. — Il T. F. P. ha: il peult assez ouvrer, mais son ouvraige riens ne luy voultroit.
Cap. CCXXXVI.
Lo re domanda: qual è la più leggiera bestia che sia e la più
asentivole (1013)? Sidrac risponde:
Il cane è la più legiere bestia che sia, e la più conosciente e la più leale;
che niuna bestia puote sì tosto correre, nè tanto tracciare (1014) come il
cane. Di senno la formica è più asettevole (1015) che bestia che sia, a la
ragione della sua piccoleza. Ella è la più savia, chè ella raguna la state per
vivere il verno; e Iddio per la sua potenza l'à dato questa natura, per dare
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asenpro all'uomo, quando così piccolo vermine à iscienzia di ragunare la
state per vivere lo verno; ciò è a intendere che noi dobiamo in Dio credere,
e fare i suoi comandamenti, e travagliare in questo secolo per guadagnare
l'altro secolo; e di fare altressì come la formica, che provede da lunga e da
presso. Altressì dobiamo noi credere che Iddio à podere in tutte le cose, e
adorare lo suo benedetto nome per tutti i tempi, e lo suo comandamento
fare, e il suo servigio.
(1013) Asentivole pare voglia dire che sente. Il C. F. R. ha: flairant; da flairier, flarier, mandare
odore e sentirlo (Cf. Gachet, Glossaire du Chevalier au Cygne, a flair). — Anche il prov. ha,
con questo medesimo significato, il vb. flairar; e l'ital. odorare.
(1014) Tracier, ant. fr., vuol dire, oltre seguitare la traccia, come in ital., anche cercare con cura.
«Si com le quert et k'il le trache — Une vies capele a trouvée.» Mir. de Notre Dame, presso
Roquefort.
(1015) Crederemmo da correggere asennevole, per assennata, o piuttosto asestevole, per assestata.
Potrebbe anco credersi usato asettevole per assettata nel senso di bene ordinata. — Ma come
intendere il testo francese del C. F. R.: et de flairor formie est la plus flairant vermine et beste
chi soit?
Cap. CCXXXVII.
Lo re domanda: quale è più alto o la terra o lo mare? Sidrac risponde:
La terra è assai più alta che 'l mare. Se il mare fosse più alto che la
terra ella (1016) coprirebbe la terra. Questo potete voi vedere apertamente:
pigliate uno vasello, e enpietelo pieno d'acqua, raso col vasello, cioè
coll'orlo, e l'acqua si terrà senza ispandere, se il vasello non si tocca; e se
voi mettete anche uno poco d'acqua, ella saglierà d'ogni parte, e spande
sopra l'orlo del vasello. Altressì averrebbe se lo mare fosse più alto che la
terra, lo mare ispanderebe da tutte parti e coprirebbe la terra.
(1016) elle, C. F. R.
state per vivere lo verno; ciò è a intendere che noi dobiamo in Dio credere,
e fare i suoi comandamenti, e travagliare in questo secolo per guadagnare
l'altro secolo; e di fare altressì come la formica, che provede da lunga e da
presso. Altressì dobiamo noi credere che Iddio à podere in tutte le cose, e
adorare lo suo benedetto nome per tutti i tempi, e lo suo comandamento
fare, e il suo servigio.
(1013) Asentivole pare voglia dire che sente. Il C. F. R. ha: flairant; da flairier, flarier, mandare
odore e sentirlo (Cf. Gachet, Glossaire du Chevalier au Cygne, a flair). — Anche il prov. ha,
con questo medesimo significato, il vb. flairar; e l'ital. odorare.
(1014) Tracier, ant. fr., vuol dire, oltre seguitare la traccia, come in ital., anche cercare con cura.
«Si com le quert et k'il le trache — Une vies capele a trouvée.» Mir. de Notre Dame, presso
Roquefort.
(1015) Crederemmo da correggere asennevole, per assennata, o piuttosto asestevole, per assestata.
Potrebbe anco credersi usato asettevole per assettata nel senso di bene ordinata. — Ma come
intendere il testo francese del C. F. R.: et de flairor formie est la plus flairant vermine et beste
chi soit?
Cap. CCXXXVII.
Lo re domanda: quale è più alto o la terra o lo mare? Sidrac risponde:
La terra è assai più alta che 'l mare. Se il mare fosse più alto che la
terra ella (1016) coprirebbe la terra. Questo potete voi vedere apertamente:
pigliate uno vasello, e enpietelo pieno d'acqua, raso col vasello, cioè
coll'orlo, e l'acqua si terrà senza ispandere, se il vasello non si tocca; e se
voi mettete anche uno poco d'acqua, ella saglierà d'ogni parte, e spande
sopra l'orlo del vasello. Altressì averrebbe se lo mare fosse più alto che la
terra, lo mare ispanderebe da tutte parti e coprirebbe la terra.
(1016) elle, C. F. R.
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Cap. CCXXXVIII.
Lo re domanda: le lumache perchè s'appiccano agli alberi? Sidrac
risponde:
Le lumache escono del sudore e del calore dell'erbe, e dell'umidore
della terra; e per quella natura ond'elle sono, s'apiccano all'albore volentieri,
per lo suo umidore. Lumaca è laida, ma ella è sana e molto buona per
persona che fosse ingonbrata del petto, che fiatare non potesse. Chi
pigliasse le lumache, e friggiessele con olio d'uliva, o dessele a mangiare
dieci giorni con mèle di lape (1017), egli sarebe diliberato di quello male e
di quello ingonbramento. E chi ardesse le lumache, quello dentro (1018), a
modo di carboni, la decima parte, e altrettanto d'uno legnio che si chiama
ybano (1019), e pestasse insieme molto bene, e lo stacciasse sottilmente, e
poi ugnesse quelli che àe lo bianco nell'occhio, due volte il giorno, in trenta
giorni lo bianco se n'andrebbe tutto (1020).
(1017) d'api C. R. 2.
(1018) les limasses dedens C. F. R.
(1019) ybanus.
(1020) Dioscoride insegna che le lumache abbruciate con tutta la carne, ridotte in polvere e unte col
miele, guariscono le macchie degli occhi. Lib. II, Cap. 9.
Cap. CCXXXIX.
Lo re domanda: come dormono gli vecchi più leggiermente che gli piccoli
garzoni non fanno? Sidrac risponde:
Li piccoli garzoni dormono leggiermente per lo dolciore e per l'ardore
e per lo verdore del loro cervello. E altressì come lo fiore del frutto a
l'albore, quando uno poco di vento lo tocca, egli si dichina e abassa
simigliante è del garzone, che, quando elli è satollo, uno poco d'aire che lo
Lo re domanda: le lumache perchè s'appiccano agli alberi? Sidrac
risponde:
Le lumache escono del sudore e del calore dell'erbe, e dell'umidore
della terra; e per quella natura ond'elle sono, s'apiccano all'albore volentieri,
per lo suo umidore. Lumaca è laida, ma ella è sana e molto buona per
persona che fosse ingonbrata del petto, che fiatare non potesse. Chi
pigliasse le lumache, e friggiessele con olio d'uliva, o dessele a mangiare
dieci giorni con mèle di lape (1017), egli sarebe diliberato di quello male e
di quello ingonbramento. E chi ardesse le lumache, quello dentro (1018), a
modo di carboni, la decima parte, e altrettanto d'uno legnio che si chiama
ybano (1019), e pestasse insieme molto bene, e lo stacciasse sottilmente, e
poi ugnesse quelli che àe lo bianco nell'occhio, due volte il giorno, in trenta
giorni lo bianco se n'andrebbe tutto (1020).
(1017) d'api C. R. 2.
(1018) les limasses dedens C. F. R.
(1019) ybanus.
(1020) Dioscoride insegna che le lumache abbruciate con tutta la carne, ridotte in polvere e unte col
miele, guariscono le macchie degli occhi. Lib. II, Cap. 9.
Cap. CCXXXIX.
Lo re domanda: come dormono gli vecchi più leggiermente che gli piccoli
garzoni non fanno? Sidrac risponde:
Li piccoli garzoni dormono leggiermente per lo dolciore e per l'ardore
e per lo verdore del loro cervello. E altressì come lo fiore del frutto a
l'albore, quando uno poco di vento lo tocca, egli si dichina e abassa
simigliante è del garzone, che, quando elli è satollo, uno poco d'aire che lo
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fiere, elli dorme e si riposa e si nodriscie. L'uomo vecchio dorme come i
piccoli garzoni, per la fraleza del cervello: come uno frutto maturo e
fracido, quando un poco di vento lo tocca, si lo caccia in terra. Altressì
aviene del vecchio uomo, ch'egli dorme come uno garzone. E questo è per
lo mancamento del sangue, e per la fraleza delle sue reni e de' suoi menbri.
Cap. CCXL.
Lo re domanda: se Idio avesse fatto uno uomo così grande come tutto il
mondo, potrebb'egli contastare contra lui? Sidrac risponde:
Si Iddio avesse fatto un uomo (1021) così grande come tutto il mondo
e più, egli non avrebbe forza nè podere di contastare contra di lui. E di
questo vi potete voi avedere chiaramente: che se l'uomo facesse uno grande
uomo alla simiglianza di lui (1022), e quand'elli fosse conpiuto, si lo
potrebbe disfare tutte l'ore che volesse, e già contastare no gli potrebbe. E
molto magiormente, a cento doppi, à magior podere di contastare a noi
quella figura, che non averebe l'uomo, che fosse magiore di tutto il mondo,
inverso Dio; nè uno migliaio d'uomini nè altrettante femine non potrebono
pensare lo podere nè la possanza di lui; che anche n'avesse vie più che
tanto, quanto l'uomo più pensa in lui, più ne truova in lui e di forza e di
podere (1023). Che se Idio dicesse: sia lo mondo di fino oro e fine pietre
preziose, inmantanente sarebe lo suo comandamento conpiuto e fatto; e
s'egli dicesse: sia uno uomo bestia e peggio, overo uno vermine sì
grandissimo che tutto il mondo potesse portare in capo, in quello punto
medesimo sarebe tanto tosto fatto. E s'egli dicesse: fia il cielo e la terra
distrutta, e la gente morta, incontanente sarebe conpiuto il suo
comandamento. E se egli è così grande di podere, ch'egli potrebe fare uno
uomo che fosse magiore che tutto il mondo, certo altressì lo potrebbe fare
nullo (1024). Come l'uomo potrebe pigliare colla mano la più alta stella del
fermamento.
(1021) Manca uno uomo al C. L. — Abb. supp. col C. R. 2.
piccoli garzoni, per la fraleza del cervello: come uno frutto maturo e
fracido, quando un poco di vento lo tocca, si lo caccia in terra. Altressì
aviene del vecchio uomo, ch'egli dorme come uno garzone. E questo è per
lo mancamento del sangue, e per la fraleza delle sue reni e de' suoi menbri.
Cap. CCXL.
Lo re domanda: se Idio avesse fatto uno uomo così grande come tutto il
mondo, potrebb'egli contastare contra lui? Sidrac risponde:
Si Iddio avesse fatto un uomo (1021) così grande come tutto il mondo
e più, egli non avrebbe forza nè podere di contastare contra di lui. E di
questo vi potete voi avedere chiaramente: che se l'uomo facesse uno grande
uomo alla simiglianza di lui (1022), e quand'elli fosse conpiuto, si lo
potrebbe disfare tutte l'ore che volesse, e già contastare no gli potrebbe. E
molto magiormente, a cento doppi, à magior podere di contastare a noi
quella figura, che non averebe l'uomo, che fosse magiore di tutto il mondo,
inverso Dio; nè uno migliaio d'uomini nè altrettante femine non potrebono
pensare lo podere nè la possanza di lui; che anche n'avesse vie più che
tanto, quanto l'uomo più pensa in lui, più ne truova in lui e di forza e di
podere (1023). Che se Idio dicesse: sia lo mondo di fino oro e fine pietre
preziose, inmantanente sarebe lo suo comandamento conpiuto e fatto; e
s'egli dicesse: sia uno uomo bestia e peggio, overo uno vermine sì
grandissimo che tutto il mondo potesse portare in capo, in quello punto
medesimo sarebe tanto tosto fatto. E s'egli dicesse: fia il cielo e la terra
distrutta, e la gente morta, incontanente sarebe conpiuto il suo
comandamento. E se egli è così grande di podere, ch'egli potrebe fare uno
uomo che fosse magiore che tutto il mondo, certo altressì lo potrebbe fare
nullo (1024). Come l'uomo potrebe pigliare colla mano la più alta stella del
fermamento.
(1021) Manca uno uomo al C. L. — Abb. supp. col C. R. 2.
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(1022) chi fereit une grant figure a semblance. C. F. R.
(1023) Et mout plus a C. doubles ont plus de poer envers vos, che cil grant home chi fust com tout le
monde n'en auroit envers Dieu, ne M. miliers d'omes et autretant de femes, et chascun d'iaus
eust le sens de M. miliers de sages homes ne poroient il penser de M. I des poers de Dieu et de
sa puissance, che il n'en trovassent plus de puissance et plus de poeir en lui. C. F. R.
(1024) Ci pare migliore il senso del T. F. P.: et ainsi doncques quelle resistence pourroit faire ung
homme contre Dieu, et fust il aussi grant que tout le monde?
Cap. CCXLI.
Lo re domanda: se Idio non avesse fatto lo secolo, di quale maniera
sarebbe il mondo? Sidrac risponde:
Lo mondo sarebe istato come uno grande abismo (1025), pieno di
tenebre, altressì nulla, come cosa che non fu mai. E già per ciò Idio non
avrebbe perduta la sua gloria, e così sarebe egli stato allora, com'egli è e
starà. Per tutte le genti e per tutte le criature ch'egli à fatte in questo secolo
non sarebbe egli migliorato nulla; e s'egli non l'avesse fatto, non sarebe
stato nulla; e però sarà fatto tuttavia lo suo comandamento, e tutto giorno
sarà, sanza fine.
(1025) Abisme. C. F. R. — Abisso C. R. 2.
Cap. CCXLII.
Lo re domanda: gli angeli che Idio fece furono fatti della lena di Dio, come
Adamo lo primo uomo fue fatto? Sidrac risponde:
Non mica, se non solamente della parola di Dio, quand'egli disse, sia
fatto l'angelo; e in quella parola e in quella ora furono fatti. Ma Adamo fue
(1023) Et mout plus a C. doubles ont plus de poer envers vos, che cil grant home chi fust com tout le
monde n'en auroit envers Dieu, ne M. miliers d'omes et autretant de femes, et chascun d'iaus
eust le sens de M. miliers de sages homes ne poroient il penser de M. I des poers de Dieu et de
sa puissance, che il n'en trovassent plus de puissance et plus de poeir en lui. C. F. R.
(1024) Ci pare migliore il senso del T. F. P.: et ainsi doncques quelle resistence pourroit faire ung
homme contre Dieu, et fust il aussi grant que tout le monde?
Cap. CCXLI.
Lo re domanda: se Idio non avesse fatto lo secolo, di quale maniera
sarebbe il mondo? Sidrac risponde:
Lo mondo sarebe istato come uno grande abismo (1025), pieno di
tenebre, altressì nulla, come cosa che non fu mai. E già per ciò Idio non
avrebbe perduta la sua gloria, e così sarebe egli stato allora, com'egli è e
starà. Per tutte le genti e per tutte le criature ch'egli à fatte in questo secolo
non sarebbe egli migliorato nulla; e s'egli non l'avesse fatto, non sarebe
stato nulla; e però sarà fatto tuttavia lo suo comandamento, e tutto giorno
sarà, sanza fine.
(1025) Abisme. C. F. R. — Abisso C. R. 2.
Cap. CCXLII.
Lo re domanda: gli angeli che Idio fece furono fatti della lena di Dio, come
Adamo lo primo uomo fue fatto? Sidrac risponde:
Non mica, se non solamente della parola di Dio, quand'egli disse, sia
fatto l'angelo; e in quella parola e in quella ora furono fatti. Ma Adamo fue
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fatto della lena di Dio, quand'elli soffiò (1026) nel volto; e però Adamo e la
sua generazione, che a lui credono e crederanno, saranno più degni che gli
angeli per tre cose ch'egli ànno: la vita perdurabile della lena di Dio; l'altra,
ch'egli ànno corpo e anima, e gli angeli non ànno se non lo spirito
solamente; la terza che Idio à stabilito l'angiolo per l'uomo guardare e
governare da tutti i mali, se egli non vuole consentire alla volontà del
diavolo.
(1026) li sofiò. C. R. 2.
Cap. CCXLIII.
Lo re domanda: cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli che
l'amano? Sidrac risponde:
Tu dei amare quelli che t'amano più che coloro che (1027) tu ami; che
per aventura tu potrai amare tale che non amerà te, anzi t'odierebbe; e per
ciò tu dei amare quelli che t'amano; e se tu lo fai, tu ami Iddio, inperciò che
Iddio ama ogni uomo, e ciascuno lo dee amare. Quelli che amano il
peccato, si ama (1028) il diavolo, e lo diavolo non l'ama punto, anzi odialo,
e menalo al fuoco dello 'nferno. Che lo diavolo non ama la gente, se non per
ingannargli e menarli al fuoco. E non credete che lo diavolo abia podere di
male fare, se non a quelli che l'amano, e fanno i peccati. Ma i buoni odia
egli fortemente, e non à podere di fare niuno male: che Iddio li guarda e
difende del suo podere e del suo ingegno.
(1027) Manca al C. L. coloro che. — Abb. suppl. col. C. R. 2.
(1028) amano. C. R. 2.
Cap. CCXLIV.
sua generazione, che a lui credono e crederanno, saranno più degni che gli
angeli per tre cose ch'egli ànno: la vita perdurabile della lena di Dio; l'altra,
ch'egli ànno corpo e anima, e gli angeli non ànno se non lo spirito
solamente; la terza che Idio à stabilito l'angiolo per l'uomo guardare e
governare da tutti i mali, se egli non vuole consentire alla volontà del
diavolo.
(1026) li sofiò. C. R. 2.
Cap. CCXLIII.
Lo re domanda: cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli che
l'amano? Sidrac risponde:
Tu dei amare quelli che t'amano più che coloro che (1027) tu ami; che
per aventura tu potrai amare tale che non amerà te, anzi t'odierebbe; e per
ciò tu dei amare quelli che t'amano; e se tu lo fai, tu ami Iddio, inperciò che
Iddio ama ogni uomo, e ciascuno lo dee amare. Quelli che amano il
peccato, si ama (1028) il diavolo, e lo diavolo non l'ama punto, anzi odialo,
e menalo al fuoco dello 'nferno. Che lo diavolo non ama la gente, se non per
ingannargli e menarli al fuoco. E non credete che lo diavolo abia podere di
male fare, se non a quelli che l'amano, e fanno i peccati. Ma i buoni odia
egli fortemente, e non à podere di fare niuno male: che Iddio li guarda e
difende del suo podere e del suo ingegno.
(1027) Manca al C. L. coloro che. — Abb. suppl. col. C. R. 2.
(1028) amano. C. R. 2.
Cap. CCXLIV.
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Lo re domanda: dove sono le più degne parole e d'erbe e di pietre (1029)?
Sidrac risponde:
Iddio fece vertude in queste tre cose, più che in niun altra cosa del
mondo, chè questa è la propietà del mondo. E le più degne parole del
mondo sono quelle quando l'uomo rende grazia, e adora al suo criatore, chè
migliori parole nè più degne non potrebono di bocca d'uomo uscire. Le più
degne erbe che al mondo sieno, sono quelle di che l'uomo vive, e che più
servono al corpo dell'uomo: ciò è a intendere il grano, che noi abiamo
di (1030) magiore bisogno, e più ci mantiene che niuna altra erba del
mondo. E per ciò la chiamiamo noi la più degnia erba che sia. Delle pietre
molte ne sono; ma delle loro bontà ci potremo ora sofferire (1031). Ma
solamente quella pietra che macina lo grano è la più degna pietra, che tutte
genti serve, e a tutte le genti abisognia: per ciò è la più degna pietra che sia.
(1029) Nel C. R. 2.: in che regna più virtù tra nelle parole o nelle erbe o nelle pietre?
(1030) di lui. C. R. 2.
(1031) Intenderei: ci potremo ora astenere, ci potremo passare di discorrere. È noto come l'ant. fr.
sofferir avesse questo significato, del pari che il prov. suffrir.
Cap. CCXLV.
Lo re domanda: come la scurità della luna non si vede se non inverso
ponente, e tuttavia quand'ella è novella? Sidrac risponde:
La luna fa così bene lo suo corso al levante come al ponente: chè
quella ora ch'ella fa lo suo corso, a quello punto, ella è vermiglia, così di
giorno come di notte. E quand'elli si fa di giorno, ella non si puote vedere
per lo chiarore del giorno. In quella che lo giorno falla (1032), ella è novella
al levante; e lo fermamento fa lo suo torno, e ella viene al ponente, e allore
è notte. E quand'ella è novella al ponente, e lo giorno dura, la notte non si
puot'ella vedere per lo torno che lo fermamento fa; quando viene la domane,
e ella si vede.
Sidrac risponde:
Iddio fece vertude in queste tre cose, più che in niun altra cosa del
mondo, chè questa è la propietà del mondo. E le più degne parole del
mondo sono quelle quando l'uomo rende grazia, e adora al suo criatore, chè
migliori parole nè più degne non potrebono di bocca d'uomo uscire. Le più
degne erbe che al mondo sieno, sono quelle di che l'uomo vive, e che più
servono al corpo dell'uomo: ciò è a intendere il grano, che noi abiamo
di (1030) magiore bisogno, e più ci mantiene che niuna altra erba del
mondo. E per ciò la chiamiamo noi la più degnia erba che sia. Delle pietre
molte ne sono; ma delle loro bontà ci potremo ora sofferire (1031). Ma
solamente quella pietra che macina lo grano è la più degna pietra, che tutte
genti serve, e a tutte le genti abisognia: per ciò è la più degna pietra che sia.
(1029) Nel C. R. 2.: in che regna più virtù tra nelle parole o nelle erbe o nelle pietre?
(1030) di lui. C. R. 2.
(1031) Intenderei: ci potremo ora astenere, ci potremo passare di discorrere. È noto come l'ant. fr.
sofferir avesse questo significato, del pari che il prov. suffrir.
Cap. CCXLV.
Lo re domanda: come la scurità della luna non si vede se non inverso
ponente, e tuttavia quand'ella è novella? Sidrac risponde:
La luna fa così bene lo suo corso al levante come al ponente: chè
quella ora ch'ella fa lo suo corso, a quello punto, ella è vermiglia, così di
giorno come di notte. E quand'elli si fa di giorno, ella non si puote vedere
per lo chiarore del giorno. In quella che lo giorno falla (1032), ella è novella
al levante; e lo fermamento fa lo suo torno, e ella viene al ponente, e allore
è notte. E quand'ella è novella al ponente, e lo giorno dura, la notte non si
puot'ella vedere per lo torno che lo fermamento fa; quando viene la domane,
e ella si vede.
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(1032) 'l giorno si diparte cioè falla. C. R. 2.
Cap. CCXLVI.
Lo re domanda: dee l'uomo discoprire il suo segreto al suo amico,
quand'egli fa alcuna cosa celata? Sidrac risponde:
In niuna maniera de' l'uomo discoprire lo suo segreto se non a Dio, che
tutto sa: ciò che è a intendere (1033), a quelli che saranno nel suo luogo in
terra, dopo la venuta del veracie profeta. Ma in altra maniera non dei
discoprire lo tuo segreto a niuno. Che se tu lo discuopri al tuo amico, alcuna
cosa lo tuo amico, o altro amico ch'egli avrà, la discopirrà; se egli è poco
savio, egli lo discopirrà tutto collo suo amico che egli à. Quello amico
anche, o altro amico, lo dirà per aventura ad un altro; e così potranno sapere
lo tuo segreto molte genti; e così ne potrai essere adontato e svergognato. E
per questa ragione non è bene di scoprire lo tuo segreto. Che tanto come
averai lo tuo segreto, egli sarà tuo servo; e quando tu l'avrai discoperto, tu
sarai suo servo. E certo tale lo potrà sapere, lo tuo segreto, che ti vorrà
male, e di ciò ne sarai più frale, e egli ti potrà più nuocere; e per la paura di
lui, di ciò ch'egli avrà saputo lo tuo segreto, tu non potrai contastare. E se tu
non ti puoi sofferire di discoprire lo tuo segreto per la tua follia, e lo ventre
per la tua necessità l'enfia di pur dirlo, dillo infra te medesimo, altressì
come tu lo ragionassi con altrui; e allora lo tuo cuore si rafredda e lo tuo
ventre si disenfierà. E, se per bisogno che tu abbi, te lo conviene pur dire,
guarda che tu lo dichi a tale uomo, che nol ti possa rinproverare, per alcuno
cruccio che tu abbi co' lui.
(1033) che tutto ciò è ad intendere. C. R. 2. — Il n. t. è conforme al C. F. R.
Cap. CCXLVII.
Cap. CCXLVI.
Lo re domanda: dee l'uomo discoprire il suo segreto al suo amico,
quand'egli fa alcuna cosa celata? Sidrac risponde:
In niuna maniera de' l'uomo discoprire lo suo segreto se non a Dio, che
tutto sa: ciò che è a intendere (1033), a quelli che saranno nel suo luogo in
terra, dopo la venuta del veracie profeta. Ma in altra maniera non dei
discoprire lo tuo segreto a niuno. Che se tu lo discuopri al tuo amico, alcuna
cosa lo tuo amico, o altro amico ch'egli avrà, la discopirrà; se egli è poco
savio, egli lo discopirrà tutto collo suo amico che egli à. Quello amico
anche, o altro amico, lo dirà per aventura ad un altro; e così potranno sapere
lo tuo segreto molte genti; e così ne potrai essere adontato e svergognato. E
per questa ragione non è bene di scoprire lo tuo segreto. Che tanto come
averai lo tuo segreto, egli sarà tuo servo; e quando tu l'avrai discoperto, tu
sarai suo servo. E certo tale lo potrà sapere, lo tuo segreto, che ti vorrà
male, e di ciò ne sarai più frale, e egli ti potrà più nuocere; e per la paura di
lui, di ciò ch'egli avrà saputo lo tuo segreto, tu non potrai contastare. E se tu
non ti puoi sofferire di discoprire lo tuo segreto per la tua follia, e lo ventre
per la tua necessità l'enfia di pur dirlo, dillo infra te medesimo, altressì
come tu lo ragionassi con altrui; e allora lo tuo cuore si rafredda e lo tuo
ventre si disenfierà. E, se per bisogno che tu abbi, te lo conviene pur dire,
guarda che tu lo dichi a tale uomo, che nol ti possa rinproverare, per alcuno
cruccio che tu abbi co' lui.
(1033) che tutto ciò è ad intendere. C. R. 2. — Il n. t. è conforme al C. F. R.
Cap. CCXLVII.
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Lo re domanda: quali femine sono più utili a l'uomo quand'egli giacie co'
loro? Sidrac risponde:
Secondo l'anima, niuna femina è utile all'uomo, a giacere co' lei, se
non se la sua moglie. E secondo il corpo, due istagioni sono l'anno di
giacere con femina: quando l'aria è fredda, e rende lo suo gielo in terra. La
femina, viva bruna è utile all'uomo, quando elli usa co' lei; chè la bruna
femina è di calda alena e di caldo interiore, e quello calore iscalda l'uomo, e
fagli grande prode e grande sanitade al corpo. E il caldo tempo, quando la
stagione è calda, e rende lo suo calore in terra, la femina bianca è utile
all'uomo, quand'egli usa co' lei; che la femina bianca è fredda, le sue
interiore sono fredde, e quello freddore fa grande prode all'uomo, e lo
rinfresca di suo calore. La femina vecchia si è calda e di grieve alena e
grieve interiore e di grieve uscite (1034), e si dona grande pesanza al corpo
dell'uomo, e grava lo cuore, e si gli fae mutare lo suo bello colore, e fallo
diventare palido, sia la femina bianca o bruna. Dell'uomo vecchio alla
femina altressì aviene.
(1034) Così ha pure il C. R. 2. — Manca al C. F. R.
Cap. CCXLVIII.
Lo re domanda: perchè alcuna gente si levano a mattotino da dormire
bianchi e coloriti, e altri palidi e ismalfati? (1035) Sidrac risponde:
Per tre cose: la prima per le forze delle collere gialle, che sormontano
l'altre collere al corpo, e per la forza ch'elle ànno al corpo, quando lo corpo
dorme, e l'altre collere e lo sangue cessano al corpo. E l'altre collere gialle
che sormontano, lo tingono del loro colore, e alla mane si levano di quello
medesimo colore. La seconda maniera si è di pigliare cosa, la notte, che
scalfa lo corpo, e fa bollire lo stomaco, e iscalfare lo corpo, e rinfabilire gli
occhi, e amarire (1036) la sua lengua; e si fa molte infermitadi.
loro? Sidrac risponde:
Secondo l'anima, niuna femina è utile all'uomo, a giacere co' lei, se
non se la sua moglie. E secondo il corpo, due istagioni sono l'anno di
giacere con femina: quando l'aria è fredda, e rende lo suo gielo in terra. La
femina, viva bruna è utile all'uomo, quando elli usa co' lei; chè la bruna
femina è di calda alena e di caldo interiore, e quello calore iscalda l'uomo, e
fagli grande prode e grande sanitade al corpo. E il caldo tempo, quando la
stagione è calda, e rende lo suo calore in terra, la femina bianca è utile
all'uomo, quand'egli usa co' lei; che la femina bianca è fredda, le sue
interiore sono fredde, e quello freddore fa grande prode all'uomo, e lo
rinfresca di suo calore. La femina vecchia si è calda e di grieve alena e
grieve interiore e di grieve uscite (1034), e si dona grande pesanza al corpo
dell'uomo, e grava lo cuore, e si gli fae mutare lo suo bello colore, e fallo
diventare palido, sia la femina bianca o bruna. Dell'uomo vecchio alla
femina altressì aviene.
(1034) Così ha pure il C. R. 2. — Manca al C. F. R.
Cap. CCXLVIII.
Lo re domanda: perchè alcuna gente si levano a mattotino da dormire
bianchi e coloriti, e altri palidi e ismalfati? (1035) Sidrac risponde:
Per tre cose: la prima per le forze delle collere gialle, che sormontano
l'altre collere al corpo, e per la forza ch'elle ànno al corpo, quando lo corpo
dorme, e l'altre collere e lo sangue cessano al corpo. E l'altre collere gialle
che sormontano, lo tingono del loro colore, e alla mane si levano di quello
medesimo colore. La seconda maniera si è di pigliare cosa, la notte, che
scalfa lo corpo, e fa bollire lo stomaco, e iscalfare lo corpo, e rinfabilire gli
occhi, e amarire (1036) la sua lengua; e si fa molte infermitadi.
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(1035) Questo cap. manca al C. R. 2. — Invece di ismalfati crederemmo da leggere iscalfati. — Il
C. F. R. ha: iaunes. E siccome eschaufeté, ant. fr., vuol dire collera, crederemmo che iscalfati
potesse significare del colore che dà la collera. A conferma di ciò notisi la frase del n. t., in
questo cap.: le collere gialle lo tingono del loro colore, e alla mane si levano di quello
medesimo colore. In questo stesso cap. si troverà pure scalfa e scalfare, nel senso di riscaldare,
chaufer franc.
(1036) Rendere amara.
Cap. CCXLIX.
Lo re domanda: lo triemo del corpo di che aviene, che alcuna volta si
muove il corpo? Sidrac risponde:
Lo triemamento che alcuna volta si muove lo corpo, si è le forza delle
flemme che sono al corpo, che alcuna volta sormontano l'altre collere che
sono al corpo dell'uomo; e per questa forza ch'elle ànno, allora quando
sormontano, l'altre collere rinfiammano, e corrono per tutto lo corpo e per li
menbri e per le 'nteriora, e fannolo tremare, a modo di lampi che dell'aria
viene (1037), che le flemme sono fredde, e lo fermamento (1038) è freddo.
(1037) Così ha pure il C. R. 2. — Nel C. F. R.: en guise de lampement che de l'air vienent.
(1038) Anche nel C. R. 2.: fermamento. Ma crediamo che sia errore. — Il C. F. R.: et le
reflambement si est froid. — E il T. F. P.: et leur reflambement aussi est froid.
Cap. CCL.
Lo re domanda: la vista che l'uomo vede entra negli occhi dentro? Sidrac
risponde:
C. F. R. ha: iaunes. E siccome eschaufeté, ant. fr., vuol dire collera, crederemmo che iscalfati
potesse significare del colore che dà la collera. A conferma di ciò notisi la frase del n. t., in
questo cap.: le collere gialle lo tingono del loro colore, e alla mane si levano di quello
medesimo colore. In questo stesso cap. si troverà pure scalfa e scalfare, nel senso di riscaldare,
chaufer franc.
(1036) Rendere amara.
Cap. CCXLIX.
Lo re domanda: lo triemo del corpo di che aviene, che alcuna volta si
muove il corpo? Sidrac risponde:
Lo triemamento che alcuna volta si muove lo corpo, si è le forza delle
flemme che sono al corpo, che alcuna volta sormontano l'altre collere che
sono al corpo dell'uomo; e per questa forza ch'elle ànno, allora quando
sormontano, l'altre collere rinfiammano, e corrono per tutto lo corpo e per li
menbri e per le 'nteriora, e fannolo tremare, a modo di lampi che dell'aria
viene (1037), che le flemme sono fredde, e lo fermamento (1038) è freddo.
(1037) Così ha pure il C. R. 2. — Nel C. F. R.: en guise de lampement che de l'air vienent.
(1038) Anche nel C. R. 2.: fermamento. Ma crediamo che sia errore. — Il C. F. R.: et le
reflambement si est froid. — E il T. F. P.: et leur reflambement aussi est froid.
Cap. CCL.
Lo re domanda: la vista che l'uomo vede entra negli occhi dentro? Sidrac
risponde:
Page 248
Niuna cosa del mondo non può uscire, se ella non entra inanzi; e
similemente aviene della vista. Ella entra dentro agli occhi, e riguarda; e
l'umidore tira a sè la senbianza della fazione (1039) di quella cosa entro, e
la bee, similemente come lo sole bee e tira l'umidore del mattino della
rugiada (1040). E gli occhi lo rendono al cervello, e il cervello rende quella
medesima senbianza e fazione al cuore, e s'adolcia in lui, e tiello in
memoria uno grande tenpo. Perciò che la vista degli occhi entra, e piglia, e
rende al cervello, e il cervello rende al cuore, e lo cuore la rende a lui, e
tiello in memoria uno grande tenpo; per quello sodamento (1041), lo cuore
pensa, e vede chiaramente le maniere delle cose, ch'egli àe alcuna volta
vedute. E se la vista non vi entrasse (1042) negli occhi, lo cuore non
vedrebe nulla. E nulla cosa puote uscire, se ella non entra.
(1039) e la fazione C. R. 2.
(1040) et la rozee. C. F. R. — Tutto quello che segue di questo cap. manca al C. F. R.
(1041) Tanto nel n. c. che nel C. R. 2. leggesi chiaro sodamento Non sarebbe forse da correggere
solamente?
(1042) non entrasse C. R. 2.
Cap. CCLI.
Lo re domanda: uno uomo solo non puote dire e parlare più cose? Sidrac
risponde:
Niuno uomo solo può bene parlare; e dirovvi come: che non è niuna
criatura, che alla simiglianza di Dio sia fatta, ch'ella non abia tre cose in sè,
cioè corpo e senno e anima; questi sono tre in uno, e questa ragione i savi
che parlano, dicono (1043).....
(1043) Non intendesi ciò che l'autore abbia voluto dire in questo cap. — Il C. R. 2. concorda col
nostro, salvo che infine ha: e per questa ragione li savi ne parlano, e dicono che non puote
essere l'omo in due luoghi. — Gioverà riferire la lezione del C. F. R. che è simile a quella del
T. F. P: Le roy demande: par quel raison peut I sol parler et dire nos? Sydrac respond: Un sol
peut bien parler et dire nos; car il n'en est creature en ceste monde che a scemblance de Deu soit
faite, ch'ele n'en ait III en un; et por ceste raison dient les sages, nos.
similemente aviene della vista. Ella entra dentro agli occhi, e riguarda; e
l'umidore tira a sè la senbianza della fazione (1039) di quella cosa entro, e
la bee, similemente come lo sole bee e tira l'umidore del mattino della
rugiada (1040). E gli occhi lo rendono al cervello, e il cervello rende quella
medesima senbianza e fazione al cuore, e s'adolcia in lui, e tiello in
memoria uno grande tenpo. Perciò che la vista degli occhi entra, e piglia, e
rende al cervello, e il cervello rende al cuore, e lo cuore la rende a lui, e
tiello in memoria uno grande tenpo; per quello sodamento (1041), lo cuore
pensa, e vede chiaramente le maniere delle cose, ch'egli àe alcuna volta
vedute. E se la vista non vi entrasse (1042) negli occhi, lo cuore non
vedrebe nulla. E nulla cosa puote uscire, se ella non entra.
(1039) e la fazione C. R. 2.
(1040) et la rozee. C. F. R. — Tutto quello che segue di questo cap. manca al C. F. R.
(1041) Tanto nel n. c. che nel C. R. 2. leggesi chiaro sodamento Non sarebbe forse da correggere
solamente?
(1042) non entrasse C. R. 2.
Cap. CCLI.
Lo re domanda: uno uomo solo non puote dire e parlare più cose? Sidrac
risponde:
Niuno uomo solo può bene parlare; e dirovvi come: che non è niuna
criatura, che alla simiglianza di Dio sia fatta, ch'ella non abia tre cose in sè,
cioè corpo e senno e anima; questi sono tre in uno, e questa ragione i savi
che parlano, dicono (1043).....
(1043) Non intendesi ciò che l'autore abbia voluto dire in questo cap. — Il C. R. 2. concorda col
nostro, salvo che infine ha: e per questa ragione li savi ne parlano, e dicono che non puote
essere l'omo in due luoghi. — Gioverà riferire la lezione del C. F. R. che è simile a quella del
T. F. P: Le roy demande: par quel raison peut I sol parler et dire nos? Sydrac respond: Un sol
peut bien parler et dire nos; car il n'en est creature en ceste monde che a scemblance de Deu soit
faite, ch'ele n'en ait III en un; et por ceste raison dient les sages, nos.
Page 249
Cap. CCLII.
Lo re domanda: se lo mare può menomare? Sidrac risponde:
Tutte le cose che crescono l'uomo può pigliare di loro, e si (1044)
menimano (1045); se la mare non crescie ciascuno giorno, ma
menomerebbe; chè egli mancherebe alla sua menomanza di tutte l'acque che
le genti e le bestie beono, che tutte escono di mare. Ciò che l'uomo ne piglia
di fiumi e di fontane, e ciò che noi ne beviamo e usiamo, non ritorna mica
al mare, anzi si guasta e consuma. E la terra sospira di piovere (1046), e la
getta al mare, e lo crescie tuttavia. Ma se la terra non sospirasse di piovere
in mare, e i fiumi e le fontane si tenessono chete, che non entrassono in
mare, si menomerebbe di tanto, come l'uomo ne pigliasse, se non fosse se
non una candella (1047). Conciosia cosa ch'ella (1048) sia così grande
com'ella è, e non però, se la terra non sospirasse giamai acqua in mare, e li
fiumi e le fontane che di lui escono non vi ritornassono, mai non parrebe
che lo mare fosse menomato una candella, tanto è alto e lungo e largo.
(1044) Manca e si al C. L. — Abb. supp. col. C. R. 2.
(1045) Menomano. C. R. 2.
(1046) Mais la terre suspire l'aigue de pleue. C. F. R.
(1047) goute. C. F. R.
(1048) Intendi: sebbene il mare.
Lo re domanda: se lo mare può menomare? Sidrac risponde:
Tutte le cose che crescono l'uomo può pigliare di loro, e si (1044)
menimano (1045); se la mare non crescie ciascuno giorno, ma
menomerebbe; chè egli mancherebe alla sua menomanza di tutte l'acque che
le genti e le bestie beono, che tutte escono di mare. Ciò che l'uomo ne piglia
di fiumi e di fontane, e ciò che noi ne beviamo e usiamo, non ritorna mica
al mare, anzi si guasta e consuma. E la terra sospira di piovere (1046), e la
getta al mare, e lo crescie tuttavia. Ma se la terra non sospirasse di piovere
in mare, e i fiumi e le fontane si tenessono chete, che non entrassono in
mare, si menomerebbe di tanto, come l'uomo ne pigliasse, se non fosse se
non una candella (1047). Conciosia cosa ch'ella (1048) sia così grande
com'ella è, e non però, se la terra non sospirasse giamai acqua in mare, e li
fiumi e le fontane che di lui escono non vi ritornassono, mai non parrebe
che lo mare fosse menomato una candella, tanto è alto e lungo e largo.
(1044) Manca e si al C. L. — Abb. supp. col. C. R. 2.
(1045) Menomano. C. R. 2.
(1046) Mais la terre suspire l'aigue de pleue. C. F. R.
(1047) goute. C. F. R.
(1048) Intendi: sebbene il mare.
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Cap. CCLIII.
Lo re domanda: femina che spesso si corronpe di sua orina dormendo, e
nolla può ritenere, può ella ingravidare, e l'uomo ingenerare? Sidrac
risponde:
Due maniere sono di corrompimento d'orina: l'una maniera gli viene
ispesso, e l'altra gli viene tardi (1049). Quella che gli viene ispesso, si può
bene ingravidare, e l'uomo simigliantemente ingenerare. Che la madre della
femina, ove lo spermo dell'uomo cade, si è dalla lunga dalla vescica, ove
l'orina si raguna, che la madre si tiene alle reni e la vescica al pettignone. E
però l'uomo e la femina, che ispesso si corronpa di loro orina, ciò non
aviene mica loro di fraleza di loro vescica; anzi aviene per aventura perchè
la vescica è un poco usata (1050) più dall'una parte che dall'altra; e quando
ella è piena d'orina, si la getta fuori per virtù ond'ell'àe usata (1051). Quella
femina può bene ingrossare, e quello uomo medesimo bene ingenerare; che
ciò non aviene mica delle fralezze delle loro reni. Ma femmina e uomo che
si corronpono tardi della loro orina, cotale femina non può (1052)
ingravidare nè cotale uomo ingienerare; chè ciò loro aviene della fraleza
delle loro reni; chè le reni sostengono tutto il fascio ch'è dentro dal
corpo (1053); e quando sono a fredità (1054), o fanno una grande forza, o
scaricano uno grande carico, le reni della loro fraleza l'asaliscono, e
vengono sopra la loro vescica, e bagnano per forza, e versano l'orina (1055).
E s'egli avenisse che cotale femina ingravidasse, apena cotale figliuolo
potrebe bene avenire (1056); chè, quando egli diventa grande, le reni non
possono sostenere lo carico nè il suo peso; e per la loro fraleza gli conviene
che egli lo getti fuori. E simigliantemente lo spermo di quello cotale uomo,
perciò che ella (1057) serà uscita di fredo sostenimento, e perciò non potrà
venire a conpimento, chè lo spermo si è frale e molle, che apena si potrà
pigliare.
(1049) tart. C. F. R., che significa difficilmente, raramente.
Lo re domanda: femina che spesso si corronpe di sua orina dormendo, e
nolla può ritenere, può ella ingravidare, e l'uomo ingenerare? Sidrac
risponde:
Due maniere sono di corrompimento d'orina: l'una maniera gli viene
ispesso, e l'altra gli viene tardi (1049). Quella che gli viene ispesso, si può
bene ingravidare, e l'uomo simigliantemente ingenerare. Che la madre della
femina, ove lo spermo dell'uomo cade, si è dalla lunga dalla vescica, ove
l'orina si raguna, che la madre si tiene alle reni e la vescica al pettignone. E
però l'uomo e la femina, che ispesso si corronpa di loro orina, ciò non
aviene mica loro di fraleza di loro vescica; anzi aviene per aventura perchè
la vescica è un poco usata (1050) più dall'una parte che dall'altra; e quando
ella è piena d'orina, si la getta fuori per virtù ond'ell'àe usata (1051). Quella
femina può bene ingrossare, e quello uomo medesimo bene ingenerare; che
ciò non aviene mica delle fralezze delle loro reni. Ma femmina e uomo che
si corronpono tardi della loro orina, cotale femina non può (1052)
ingravidare nè cotale uomo ingienerare; chè ciò loro aviene della fraleza
delle loro reni; chè le reni sostengono tutto il fascio ch'è dentro dal
corpo (1053); e quando sono a fredità (1054), o fanno una grande forza, o
scaricano uno grande carico, le reni della loro fraleza l'asaliscono, e
vengono sopra la loro vescica, e bagnano per forza, e versano l'orina (1055).
E s'egli avenisse che cotale femina ingravidasse, apena cotale figliuolo
potrebe bene avenire (1056); chè, quando egli diventa grande, le reni non
possono sostenere lo carico nè il suo peso; e per la loro fraleza gli conviene
che egli lo getti fuori. E simigliantemente lo spermo di quello cotale uomo,
perciò che ella (1057) serà uscita di fredo sostenimento, e perciò non potrà
venire a conpimento, chè lo spermo si è frale e molle, che apena si potrà
pigliare.
(1049) tart. C. F. R., che significa difficilmente, raramente.
Page 251
(1050) Anche il C. R. 2. ha: usata. — Nel C. F. R.: vercee (versé) da verser, che potrebbe intendersi
per risiedere, esser posto. È noto che questo vb. fu usato in un tale significato da Rabelais. Cf.
Barré, Gloss. de Rabelais. — Vedi la nota seguente.
(1051) La lez. del C. R. 2. è uguale alla nostra. — Nel C. F. R. leggesi: car chant ele est plaine de
orine, si la zete de hors, par la verteure dont elle vertee. — E nel T. F. P: car quant elle est
plaine de l'urine, l'urine chiet dehors, par ce quelle penche ung peu d'ung couste. — Mi par
chiaro che verteure sia parola fatta dal vb. vertir (tourner); e l'averla in ital. trad. per virtù, è
errore che facilmente si spiega. — Forse, in luogo di vercee, che abbiamo trovato già nel
C. F. R., è da leggere vertee.
(1052) Manca non può al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1053) soustiennent tout ce que dedans le corps est. T. F. P.
(1054) Fredità, per freddezza, ha pure il C. R. 2. — Nel T. F. P.: quant le froit les prend. — Al
C. F. R. manca tutto questo tratto del presente cap.
(1055) Nel T. F. P.: ilz se laschent et se amollient, et la vessie qui est dedans par droicte force verse
l'urnine.
(1056) a bene venire C. R. 2.
(1057) La semence.
Cap. CCLIIII.
Lo re domanda: cui dee l'uomo più amare, o i figliuoli del fratello o quegli
della sirocchia? Sidrac risponde:
L'uomo de' amare l'uno e l'altro, secondo Idio, e secondo le loro opere.
Ma secondo lo mondo, più gli tocca lo figliuolo del fratello, che quello della
sirocchia, chè la criatura è più dell'uomo che della femina. Chè il primo
uomo Adamo non fu di femina nè d'uomo, se non di terra, per lo
comandamento di Dio; e la schiatta disciende dall'uomo al ventre della
femina; per la volontà di Dio si forma; e lo figliuolo dell'uomo e della
femina più apartiene all'uomo, ond'egli escie. Simigliantemente come d'una
pianta d'uno albore, che le pianta è lo padre, e la terra è la madre che la
guarda e che la nodriscie; nè sanza l'uno nè sanza l'altro non può essere; ma
più à nome dell'albore, onde egli è stato, che della terra. Perciò dee l'uomo
più amare lo figliuolo del fratello, che quello della sirocchia, perchè
appartiene più all'uomo (1058).
per risiedere, esser posto. È noto che questo vb. fu usato in un tale significato da Rabelais. Cf.
Barré, Gloss. de Rabelais. — Vedi la nota seguente.
(1051) La lez. del C. R. 2. è uguale alla nostra. — Nel C. F. R. leggesi: car chant ele est plaine de
orine, si la zete de hors, par la verteure dont elle vertee. — E nel T. F. P: car quant elle est
plaine de l'urine, l'urine chiet dehors, par ce quelle penche ung peu d'ung couste. — Mi par
chiaro che verteure sia parola fatta dal vb. vertir (tourner); e l'averla in ital. trad. per virtù, è
errore che facilmente si spiega. — Forse, in luogo di vercee, che abbiamo trovato già nel
C. F. R., è da leggere vertee.
(1052) Manca non può al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1053) soustiennent tout ce que dedans le corps est. T. F. P.
(1054) Fredità, per freddezza, ha pure il C. R. 2. — Nel T. F. P.: quant le froit les prend. — Al
C. F. R. manca tutto questo tratto del presente cap.
(1055) Nel T. F. P.: ilz se laschent et se amollient, et la vessie qui est dedans par droicte force verse
l'urnine.
(1056) a bene venire C. R. 2.
(1057) La semence.
Cap. CCLIIII.
Lo re domanda: cui dee l'uomo più amare, o i figliuoli del fratello o quegli
della sirocchia? Sidrac risponde:
L'uomo de' amare l'uno e l'altro, secondo Idio, e secondo le loro opere.
Ma secondo lo mondo, più gli tocca lo figliuolo del fratello, che quello della
sirocchia, chè la criatura è più dell'uomo che della femina. Chè il primo
uomo Adamo non fu di femina nè d'uomo, se non di terra, per lo
comandamento di Dio; e la schiatta disciende dall'uomo al ventre della
femina; per la volontà di Dio si forma; e lo figliuolo dell'uomo e della
femina più apartiene all'uomo, ond'egli escie. Simigliantemente come d'una
pianta d'uno albore, che le pianta è lo padre, e la terra è la madre che la
guarda e che la nodriscie; nè sanza l'uno nè sanza l'altro non può essere; ma
più à nome dell'albore, onde egli è stato, che della terra. Perciò dee l'uomo
più amare lo figliuolo del fratello, che quello della sirocchia, perchè
appartiene più all'uomo (1058).
Page 252
(1058) È assai curioso questo che aggiunge il C. F. R.: Et segont la certainete dou monde, l'om est
plus certain de l'enfant de sa seur che de celui de son frer; car la seur a bien sentu l'enfant en
son ventre, et fu bien certain de lui. Et il meismes a bien veu sa seur groce. Et de celui de son
frere ne puet il pas estre certain, che cil enfans de sa fame soit sien, ne son frere chi soit ses
nevous; car ausi bien puet elle estre grosse d'autre home, com son frere.
Cap. CCLV.
Lo re domanda: qua' sono le pericolose collere del corpo? Sidrac risponde:
Quattro maniere di collere sono al corpo, di quattro conparazioni:
primieramente sangue, secondo collere, terzo flemme bianche, quarto
collere gialle. E se l'una delle quattro fallisse al corpo, lo corpo non si
sosterrebbe; chè altrettanto di sostentamento à 'l corpo dell'uno come
dell'altro; e ciascuna dee essere alla sua ragione. Se l'una di loro sormonta
l'altra, dannegiare potrebbe il corpo. E tutte e IIII sono pericolose: che, se lo
sangue sormonta gli altri, egli può ispegnere lo corpo, e fallo morire, alla
sua casa, diritto al cuore (1059); e si gli toglie lo fiato e lo sospiro e
l'alenare, e in tale maniera lo spegne e l'uccide. Le collere nere sono
pericolose; chè s'elle sormontano l'altre, elle potrebono dannegiare lo corpo
per molte maniere; ch'elle possono fare cadere lo corpo in malvagia
infermità (1060), e perdere lo senno e lo savere, e diventare rognoso e
lebroso; e si lo fa diventare fello ad ria maniera (1061). E quando elle
sormontano l'altre, elle sono molto gravi a rabonacciare e medicare per erbe
e per fiori e per digiunare e per beveraggi. Le flemme sono pericolose,
quand'elle sormontano l'altre flemme del corpo, perch'elle li mangiano
malamente; ch'elle signoregiano in malvagie malizie fredde, e si mangiano i
piedi e le mani e i capelli e le reni e le ganbe e i diti, e fanno putire la bocca
e gli orecchi e 'l naso, e fanno molte altre malizie assai. Abonacciano per
erbe e per fiori e per beveraggi e per vomicare. Le collere gialle sono molto
pericolose, quand'elle sormontano l'altre collere al corpo. Elle cercano il
cuore, e fanno travagliare, e fanno diventare li menbri frali e molli, e
tolgono la volontà al corpo, del bere e del mangiare; e si li cambia il colore,
e si lo fa diventare vocolo (1062). E s'abonacciano con erbe e con fiori e
plus certain de l'enfant de sa seur che de celui de son frer; car la seur a bien sentu l'enfant en
son ventre, et fu bien certain de lui. Et il meismes a bien veu sa seur groce. Et de celui de son
frere ne puet il pas estre certain, che cil enfans de sa fame soit sien, ne son frere chi soit ses
nevous; car ausi bien puet elle estre grosse d'autre home, com son frere.
Cap. CCLV.
Lo re domanda: qua' sono le pericolose collere del corpo? Sidrac risponde:
Quattro maniere di collere sono al corpo, di quattro conparazioni:
primieramente sangue, secondo collere, terzo flemme bianche, quarto
collere gialle. E se l'una delle quattro fallisse al corpo, lo corpo non si
sosterrebbe; chè altrettanto di sostentamento à 'l corpo dell'uno come
dell'altro; e ciascuna dee essere alla sua ragione. Se l'una di loro sormonta
l'altra, dannegiare potrebbe il corpo. E tutte e IIII sono pericolose: che, se lo
sangue sormonta gli altri, egli può ispegnere lo corpo, e fallo morire, alla
sua casa, diritto al cuore (1059); e si gli toglie lo fiato e lo sospiro e
l'alenare, e in tale maniera lo spegne e l'uccide. Le collere nere sono
pericolose; chè s'elle sormontano l'altre, elle potrebono dannegiare lo corpo
per molte maniere; ch'elle possono fare cadere lo corpo in malvagia
infermità (1060), e perdere lo senno e lo savere, e diventare rognoso e
lebroso; e si lo fa diventare fello ad ria maniera (1061). E quando elle
sormontano l'altre, elle sono molto gravi a rabonacciare e medicare per erbe
e per fiori e per digiunare e per beveraggi. Le flemme sono pericolose,
quand'elle sormontano l'altre flemme del corpo, perch'elle li mangiano
malamente; ch'elle signoregiano in malvagie malizie fredde, e si mangiano i
piedi e le mani e i capelli e le reni e le ganbe e i diti, e fanno putire la bocca
e gli orecchi e 'l naso, e fanno molte altre malizie assai. Abonacciano per
erbe e per fiori e per beveraggi e per vomicare. Le collere gialle sono molto
pericolose, quand'elle sormontano l'altre collere al corpo. Elle cercano il
cuore, e fanno travagliare, e fanno diventare li menbri frali e molli, e
tolgono la volontà al corpo, del bere e del mangiare; e si li cambia il colore,
e si lo fa diventare vocolo (1062). E s'abonacciano con erbe e con fiori e
Page 253
con vomicare. Queste quattro maniere d'omori sono di IIII comparazioni, e
si signoregiano il corpo, l'anno, quattro volte ciascuno. L'anno si è XII mesi,
cioè a sapere LI settimane e IIII giorni, cioè CCCLXV giorni e VI ore. La
prima istagione dell'anno, che signoreggiano il corpo, si sono tre mesi; e sì
si noma capricorno e acquario e piscies. Questi sono tre segni, che ànno
podere delle flemme al corpo, e si sono freddi; e cominciano a' XXIIII
giorni di dicembre, e durano insino a' XXIIII giorni di marzo, e sono
inverno. La seconda parte dell'anno, tre mesi, si sono questi segni aries,
tauro, giemini; e si ànno podere nel corpo della gente, che sono caldi e
umidi; e cominciano a' XXIIII giorni di marzo, insino a' XXIIII giorni di
giugno. La terza ìstagione dell'anno si sono tre mesi, e si sono in questi
segni, cancer, leo, virgo; e si ànno podere nel corpo della gente, e sono caldi
e secchi, e si cominciano a' XXIIII giorni di giugno, insino a' XXIIII giorni
di settembre. La quarta parte dell'anno si sono tre mesi, e ànno questi segni,
libra, scorpio, sagittaro; e si sono freddi e secchi, e cominciano a' XXIIII
giorni di settembre insino a' XXIIII giorni di dicenbre. E la natura di queste
stagioni ciascuno uomo si può guardare di malizie e di contrarii, di
vestimenti e d'altre cose contrarie; e s'egli lo fanno, egli non avranno mai
infermitade al corpo.
(1059) à sa maison, droit sur le cuer C. F. R. — Probabilmente è un errore del testo francese, passato
nel testo italiano. Potrebbe supporsi che, invece di a sa maison, avesse da leggersi car
s'amasse; cioè, il sangue lo fa morire, perchè si raduna diritto sul cuore.
(1060) le cors faire cheir de mauvais mal. C. F. R.
(1061) di ria maniera. C. R.
(1062) et si li font perdre la viste C. F. R. — Vocolo per avocolo.
Cap. CCLVI.
Lo re domanda: quale è la migliore carne che sia al corpo? Sidrac
risponde:
La migliore carne si è quella che à magiore sustanzia di forza in sè,
ch'è la più forte, e dà magiore forza al corpo dell'uomo, ed a l'uomo sano
si signoregiano il corpo, l'anno, quattro volte ciascuno. L'anno si è XII mesi,
cioè a sapere LI settimane e IIII giorni, cioè CCCLXV giorni e VI ore. La
prima istagione dell'anno, che signoreggiano il corpo, si sono tre mesi; e sì
si noma capricorno e acquario e piscies. Questi sono tre segni, che ànno
podere delle flemme al corpo, e si sono freddi; e cominciano a' XXIIII
giorni di dicembre, e durano insino a' XXIIII giorni di marzo, e sono
inverno. La seconda parte dell'anno, tre mesi, si sono questi segni aries,
tauro, giemini; e si ànno podere nel corpo della gente, che sono caldi e
umidi; e cominciano a' XXIIII giorni di marzo, insino a' XXIIII giorni di
giugno. La terza ìstagione dell'anno si sono tre mesi, e si sono in questi
segni, cancer, leo, virgo; e si ànno podere nel corpo della gente, e sono caldi
e secchi, e si cominciano a' XXIIII giorni di giugno, insino a' XXIIII giorni
di settembre. La quarta parte dell'anno si sono tre mesi, e ànno questi segni,
libra, scorpio, sagittaro; e si sono freddi e secchi, e cominciano a' XXIIII
giorni di settembre insino a' XXIIII giorni di dicenbre. E la natura di queste
stagioni ciascuno uomo si può guardare di malizie e di contrarii, di
vestimenti e d'altre cose contrarie; e s'egli lo fanno, egli non avranno mai
infermitade al corpo.
(1059) à sa maison, droit sur le cuer C. F. R. — Probabilmente è un errore del testo francese, passato
nel testo italiano. Potrebbe supporsi che, invece di a sa maison, avesse da leggersi car
s'amasse; cioè, il sangue lo fa morire, perchè si raduna diritto sul cuore.
(1060) le cors faire cheir de mauvais mal. C. F. R.
(1061) di ria maniera. C. R.
(1062) et si li font perdre la viste C. F. R. — Vocolo per avocolo.
Cap. CCLVI.
Lo re domanda: quale è la migliore carne che sia al corpo? Sidrac
risponde:
La migliore carne si è quella che à magiore sustanzia di forza in sè,
ch'è la più forte, e dà magiore forza al corpo dell'uomo, ed a l'uomo sano
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che àe buono istomaco. La carne del bue e della buffola è più sana, che
niun'altra carne; chè queste carni ànno grande sustanzia in loro, e rendono
grande forza a uomo infermo. La carne del montone è più sana, per la
tenerezza ch'è in lei, nello stomaco frale (1063). La carne della polastra è
più sana che altra carne, per la tenereza ch'è in lei, per la fraleza ch'è nello
stomaco dello amalato; e se non fosse per questa cagione, l'uomo darebbe a
l'amalato pur carne di bue o di bufola, che l'ànno grande forza e grande
sustanzia in loro. Ma per la infermità e per la fraleza dello stomaco del
malato, l'uomo gli dona la tenera carne.
(1063) allo stomaco d'uomo fraile C. R. 2.
Cap. CCLVII.
Lo re domanda: perchè la notte, quando l'uomo cena la mattina à fame, e
s'egli non cena si è satollo? Sidrac risponde:
E ciò aviene per gli omori. La notte che l'uomo cena, la vivanda èe
nello stomaco pieno, e bolle tutta la notte dentro; e quando viene inverso lo
giorno, tutto è consumato e è nullo; e lo stomaco che si sente voto, si gli
conviene avere fame. E quando l'uomo non cena, lo stomaco dorme voto, e
gli omori gocciolano (1064) dentro, e crescono, in quello che si pena a fare
giorno; e al mattino si trova pieno di flemme e di collere. E questo aviene
perch'egli è satollo; chè la fame e lo saziamento non viene se non dallo
stomaco.
(1064) Vogliamo notare che, invece di gocciolano, il C. R. 2. ha candellano. Questo a proposito
della nota a pag. 200-201.
Cap. CCLVIII.
niun'altra carne; chè queste carni ànno grande sustanzia in loro, e rendono
grande forza a uomo infermo. La carne del montone è più sana, per la
tenerezza ch'è in lei, nello stomaco frale (1063). La carne della polastra è
più sana che altra carne, per la tenereza ch'è in lei, per la fraleza ch'è nello
stomaco dello amalato; e se non fosse per questa cagione, l'uomo darebbe a
l'amalato pur carne di bue o di bufola, che l'ànno grande forza e grande
sustanzia in loro. Ma per la infermità e per la fraleza dello stomaco del
malato, l'uomo gli dona la tenera carne.
(1063) allo stomaco d'uomo fraile C. R. 2.
Cap. CCLVII.
Lo re domanda: perchè la notte, quando l'uomo cena la mattina à fame, e
s'egli non cena si è satollo? Sidrac risponde:
E ciò aviene per gli omori. La notte che l'uomo cena, la vivanda èe
nello stomaco pieno, e bolle tutta la notte dentro; e quando viene inverso lo
giorno, tutto è consumato e è nullo; e lo stomaco che si sente voto, si gli
conviene avere fame. E quando l'uomo non cena, lo stomaco dorme voto, e
gli omori gocciolano (1064) dentro, e crescono, in quello che si pena a fare
giorno; e al mattino si trova pieno di flemme e di collere. E questo aviene
perch'egli è satollo; chè la fame e lo saziamento non viene se non dallo
stomaco.
(1064) Vogliamo notare che, invece di gocciolano, il C. R. 2. ha candellano. Questo a proposito
della nota a pag. 200-201.
Cap. CCLVIII.
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Lo re domanda: la vivanda che l'uomo mangia come si parte ella per lo
corpo? Sidrac risponde:
La vivanda che l'uomo mangia si raguna tutta nello stomaco; e
quand'ella è ben consumata e ben cotta, allora si parte in cinque parti. La
prima parte è la più pura e la più netta, ne va dirittamente al cuore. La
seconda va dirittamente al cervello e agli occhi e per tutta la testa. La terza
va al corpo e a tutti i membri e al sangue. La quarta vae al polmone e al
fegato e alla schiena. La quinta parte vae al fondo, e è lo sterco. E altressì
interviene del bere.
Cap. CCLVIIII.
Lo re domanda: l'uomo ch'avrà inghiottito osso o spina, e gli sarà ristata
nella gola, e non potrà andare su nè giù, come si potrà torre quello osso?
Sidrac risponde:
In due maniere: per inghiottire acqua e mangiare pane, e inghiottire
aspramente. E se per questo no' ne vuole uscire del collo, e tu piglierai uno
buono boccone di carne cruda, e legala con un filo sottile e forte, e
masticheràla due volte o tre o più, e poi lo 'nghiottirai, e terrai lo capo del
filo in tua mano. E se l'osso va giuso colla carne, tu inghiottirai ogni cosa; e
se l'osso non va giuso, tu torrai il filo e la carne indietro, incontro all'osso, e
tirerai con esso. E se quello filo si ronpe, sì lo farai un'altra volta.
Cap. CCLX.
corpo? Sidrac risponde:
La vivanda che l'uomo mangia si raguna tutta nello stomaco; e
quand'ella è ben consumata e ben cotta, allora si parte in cinque parti. La
prima parte è la più pura e la più netta, ne va dirittamente al cuore. La
seconda va dirittamente al cervello e agli occhi e per tutta la testa. La terza
va al corpo e a tutti i membri e al sangue. La quarta vae al polmone e al
fegato e alla schiena. La quinta parte vae al fondo, e è lo sterco. E altressì
interviene del bere.
Cap. CCLVIIII.
Lo re domanda: l'uomo ch'avrà inghiottito osso o spina, e gli sarà ristata
nella gola, e non potrà andare su nè giù, come si potrà torre quello osso?
Sidrac risponde:
In due maniere: per inghiottire acqua e mangiare pane, e inghiottire
aspramente. E se per questo no' ne vuole uscire del collo, e tu piglierai uno
buono boccone di carne cruda, e legala con un filo sottile e forte, e
masticheràla due volte o tre o più, e poi lo 'nghiottirai, e terrai lo capo del
filo in tua mano. E se l'osso va giuso colla carne, tu inghiottirai ogni cosa; e
se l'osso non va giuso, tu torrai il filo e la carne indietro, incontro all'osso, e
tirerai con esso. E se quello filo si ronpe, sì lo farai un'altra volta.
Cap. CCLX.
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Lo re domanda: perchè pute lo sterco dell'uomo e della femmina? Sidrac
risponde:
Lo sterco dell'uomo e della femina pute per due cose: l'una per lo
rinfrabimento del corpo, dentro: similmente come se l'uomo pigliasse uno
pezo di carne (1065), e lo coprisse in tale maniera che punto di vento nolla
potesse toccare, allora putirebbe. La seconda per gli omori che discendono
allo stomaco, che sono amari e agri e insalati e di rio sapore; e si mischiano
colla vivanda; e quando la sustanzia della vivanda (1066) si parte per lo
corpo, e vi dimorano gli omori e lo cacchiume (1067) insieme, e iscalfano,
e però putono.
(1065) carne cruda C. R. 2.
(1066) e quando la vivanda, cioè la sustanzia C. R. 2.
(1067) cacume C. R. 2. — Pare che sia da intendere per sudiciume essendo trad. del franc. ordure.
Cap. CCLXI.
Lo re domanda: per che cagione è l'orina della persona insalata? Sidrac
risponde:
L'orina della persone è salata per tre cose: la prima perch'ella discende
e passa per la vivanda, e colà piglia la salatura che v'è entro, così come è la
sua natura, chè tutte salature si sono di natura d'acqua. E perciò diciamo noi
che l'acqua che l'uomo bee passa per la vivanda al corpo, e cola, e vanne
con tutta la salatura alla vescica. La seconda cosa si è per lo sudore (1068)
del corpo; che tutto il sudore che l'uomo tira dentro, tira l'acqua che l'uomo
bee co' lei; che lo sudore che escie di natura, si è per calura ch'è dentro dal
corpo, che fa mischiare e bollire l'acqua dentro dal corpo insieme (1069). E
per queste tre ragioni diventa l'orina salata.
(1068) Tanto il C. L. che il C. R. 2. hanno: sapore. Ma abbiamo creduto di poter corr. sudore, sulla
scorta del C. F. R. che ha suor.
risponde:
Lo sterco dell'uomo e della femina pute per due cose: l'una per lo
rinfrabimento del corpo, dentro: similmente come se l'uomo pigliasse uno
pezo di carne (1065), e lo coprisse in tale maniera che punto di vento nolla
potesse toccare, allora putirebbe. La seconda per gli omori che discendono
allo stomaco, che sono amari e agri e insalati e di rio sapore; e si mischiano
colla vivanda; e quando la sustanzia della vivanda (1066) si parte per lo
corpo, e vi dimorano gli omori e lo cacchiume (1067) insieme, e iscalfano,
e però putono.
(1065) carne cruda C. R. 2.
(1066) e quando la vivanda, cioè la sustanzia C. R. 2.
(1067) cacume C. R. 2. — Pare che sia da intendere per sudiciume essendo trad. del franc. ordure.
Cap. CCLXI.
Lo re domanda: per che cagione è l'orina della persona insalata? Sidrac
risponde:
L'orina della persone è salata per tre cose: la prima perch'ella discende
e passa per la vivanda, e colà piglia la salatura che v'è entro, così come è la
sua natura, chè tutte salature si sono di natura d'acqua. E perciò diciamo noi
che l'acqua che l'uomo bee passa per la vivanda al corpo, e cola, e vanne
con tutta la salatura alla vescica. La seconda cosa si è per lo sudore (1068)
del corpo; che tutto il sudore che l'uomo tira dentro, tira l'acqua che l'uomo
bee co' lei; che lo sudore che escie di natura, si è per calura ch'è dentro dal
corpo, che fa mischiare e bollire l'acqua dentro dal corpo insieme (1069). E
per queste tre ragioni diventa l'orina salata.
(1068) Tanto il C. L. che il C. R. 2. hanno: sapore. Ma abbiamo creduto di poter corr. sudore, sulla
scorta del C. F. R. che ha suor.
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(1069) Ecco la lez. del C. F. R.: car toute la suor che li cors sue dedens tire toute l'aigue che l'on boit
aveuc ele, car le suor si est de nature de saleure. La tierce mainire si est por la chalor chi est
dedens le cors, chi foit mehler l'aigue et la suor tout ensemble.
Cap. CCLXII.
Lo re domanda: le femine ànno granelli? Sidrac risponde:
Se le femine non avessono granelli, elle non potrebono ingravidare, nè
corrompersi. Per gli granelli ch'elle ànno, elleno si corrompono, e
ingravidano. Ma non però elli non sono videvoli (1070) come quelli degli
uomini, perchè le femine gli portano dentro a' loro ventri, presso alla matre,
ove la criatura si nodriscie. Nè non sono nimica così grandi come quelli
degli uomini. E se i granelli non fossono, le femine sarebono più femine
ch'elle non sono. E di tanto come elle gli ànno più piccoli che quelli degli
uomini, di tanto ànno meno di valore. Perciò è bisogno che le femine abiano
granelli come gli uomini.
(1070) sì vedevoli C. R. 2. — si veables C. F. R.
Cap. CCLXIII.
Lo re domanda: come nascono i vermini nel corpo dell'uomo? Sidrac
risponde:
Li vermini nascono nel corpo degli uomini e delle femine dello sterco,
e della più inferma (1071) vivanda e della più grossa che l'uomo mangia. E
si non vivono nel corpo dell'uomo, se non della più inferma vivanda e della
più velenosa che l'uomo mangia. Altressì come i serpenti e l'altre bestie
aveuc ele, car le suor si est de nature de saleure. La tierce mainire si est por la chalor chi est
dedens le cors, chi foit mehler l'aigue et la suor tout ensemble.
Cap. CCLXII.
Lo re domanda: le femine ànno granelli? Sidrac risponde:
Se le femine non avessono granelli, elle non potrebono ingravidare, nè
corrompersi. Per gli granelli ch'elle ànno, elleno si corrompono, e
ingravidano. Ma non però elli non sono videvoli (1070) come quelli degli
uomini, perchè le femine gli portano dentro a' loro ventri, presso alla matre,
ove la criatura si nodriscie. Nè non sono nimica così grandi come quelli
degli uomini. E se i granelli non fossono, le femine sarebono più femine
ch'elle non sono. E di tanto come elle gli ànno più piccoli che quelli degli
uomini, di tanto ànno meno di valore. Perciò è bisogno che le femine abiano
granelli come gli uomini.
(1070) sì vedevoli C. R. 2. — si veables C. F. R.
Cap. CCLXIII.
Lo re domanda: come nascono i vermini nel corpo dell'uomo? Sidrac
risponde:
Li vermini nascono nel corpo degli uomini e delle femine dello sterco,
e della più inferma (1071) vivanda e della più grossa che l'uomo mangia. E
si non vivono nel corpo dell'uomo, se non della più inferma vivanda e della
più velenosa che l'uomo mangia. Altressì come i serpenti e l'altre bestie
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velenose a noi nettano la terra del veleno, similemente i vermini nelli nostri
ventri a noi nettano grande parte delle 'nferme vivande e delle velenose.
S'egli non fossono, i corpi non sarebono nimica tutti sani. Non intendere
nimica di troppi, chè troppi fanno male al corpo.
(1071) Per malsana.
Cap. CCLXIIII.
Lo re domanda: quante sono l'arti del mondo che l'uomo non si potesse
sofferire sanza loro? Sidrac risponde:
Quattro sono l'arti reali, che l'uomo non si potrebe sofferire sanza loro:
primieramente fabro, secondo maestro di legname, terzo cucitore, quarto
texitore. Queste quattro sono molto bisognose al mondo, che sanza loro lo
mondo non si potrebe sofferire (1072). Lo fabbro è signore di tutte l'altre
arti del mondo, che niuna cosa ch'abisogni al corpo dell'uomo non si
potrebe fare, se i loro stovigli non passassono per le mani del fabro.
Maestro di legname si è conpagno del fabro al bisogno del mondo, ciò è a
intendere lo legno al ferro; chè altressì come lo legnio s'aopera per lo ferro,
conviene che lo ferro abia aiuto da legnio; e altrimenti non potrebe ben fare;
e se egli non fosse, non si potrebe fare. Del cucitore il mondo àe molto
grande bisognio di lui, chè per li cucitori si vestono le genti. Texitori è di
molto grande bisognio, ch'egli fae la cosa onde tutte le genti si vestono e si
cuoprono; e fa molte altre cose al bisognio delle genti. L'altre arti che sono
dopo queste, sono molte bisognose alle genti; ma l'uomo si potrebe sofferire
più che di queste IIII arti; che al tempo d'Adamo la prima arte fue fabro, la
seconda maestro di legname, la terza cucitore, che gli cucivano le cuoia del
filo del cuoio, e si coprivano in qualunque maniera egli poteano. Poi la
quarta fu tessitore, che gli faceano le tovaglie del pelo delle capre, il meglio
ch'egli poteano. E poi apararono a fare l'altre arti che sono nel mondo, che
ciascuno giorno s'asottigliano, e asottiglieranno tanto quanto il mondo
durerà (1073).
ventri a noi nettano grande parte delle 'nferme vivande e delle velenose.
S'egli non fossono, i corpi non sarebono nimica tutti sani. Non intendere
nimica di troppi, chè troppi fanno male al corpo.
(1071) Per malsana.
Cap. CCLXIIII.
Lo re domanda: quante sono l'arti del mondo che l'uomo non si potesse
sofferire sanza loro? Sidrac risponde:
Quattro sono l'arti reali, che l'uomo non si potrebe sofferire sanza loro:
primieramente fabro, secondo maestro di legname, terzo cucitore, quarto
texitore. Queste quattro sono molto bisognose al mondo, che sanza loro lo
mondo non si potrebe sofferire (1072). Lo fabbro è signore di tutte l'altre
arti del mondo, che niuna cosa ch'abisogni al corpo dell'uomo non si
potrebe fare, se i loro stovigli non passassono per le mani del fabro.
Maestro di legname si è conpagno del fabro al bisogno del mondo, ciò è a
intendere lo legno al ferro; chè altressì come lo legnio s'aopera per lo ferro,
conviene che lo ferro abia aiuto da legnio; e altrimenti non potrebe ben fare;
e se egli non fosse, non si potrebe fare. Del cucitore il mondo àe molto
grande bisognio di lui, chè per li cucitori si vestono le genti. Texitori è di
molto grande bisognio, ch'egli fae la cosa onde tutte le genti si vestono e si
cuoprono; e fa molte altre cose al bisognio delle genti. L'altre arti che sono
dopo queste, sono molte bisognose alle genti; ma l'uomo si potrebe sofferire
più che di queste IIII arti; che al tempo d'Adamo la prima arte fue fabro, la
seconda maestro di legname, la terza cucitore, che gli cucivano le cuoia del
filo del cuoio, e si coprivano in qualunque maniera egli poteano. Poi la
quarta fu tessitore, che gli faceano le tovaglie del pelo delle capre, il meglio
ch'egli poteano. E poi apararono a fare l'altre arti che sono nel mondo, che
ciascuno giorno s'asottigliano, e asottiglieranno tanto quanto il mondo
durerà (1073).
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(1072) sostenere C. R. 2.
(1073) Nel C. F. R.: car chascun jor s'asoutiloient et s'asoutilieront tant com le monde
durera. — Intenderei assottigliare per perfezionare, raffinare. L'ant. franc. soutiller ha il senso
di studiarsi, ingegnarsi, conforme a assotigliarsi ital. — Infatti la lezione del T. F. P. è questa:
car chascun iour se subtillioit luy (Adam) et les aultres gens de faire tousiours nouvelles choses.
Cap. CCLXV.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo vinciere la volontà di questo mondo?
Sidrac risponde:
Legiermente sanza niuno pericolo tu potrai vincere la volontà del
secolo: chè quando tu ai volontà di fare alcuna cosa che non sia buona, lieva
lo tuo pensiere da lei, e pensa in altra parte, in bene, e lo tuo mal talento
trapasserà. Chè quando tu pensi in alcuna follia o in alcuno vano pensiero,
tu non puoi iscanpare di lui, se tu non pensi in altra cosa; e quando tu più
gratti quello pensiero (1074), e egli più t'acciende il cuore, e t'aferma la
volontà, e poi vieni tu al fatto. E se tu ài podere di farlo, tu lo farai, e apena
puoi iscampare, che tu nol facci, della grande pena che tu ài, e volontà e
pensiero al cuore. Ma se del tutto vuogli iscanpare della mala volontà che ài
al cuore, sì tosto come tu ti diletti in rio e vano pensiero, lo tuo coragio
atenpera, e pensa d'altro che in quella follìa. E se il tuo diletto di quello
pensiere conbatte con lo tuo cuore, lo tuo cuore sia fermo e forte alla
battaglia, tanto ch'egli di fuori da sè lo possa gittare; e allora iscanperai del
male fare e di peccare, e il tuo corpo sarà in riposo; chè quelli che à folle
pensiere nel cuore, e si diletta in lui, quello cuore non è sanza grandi
martiri; e ti toglie lo mangiare e lo bere e riposo, e portagli angoscia e
tribolazione.
(1074) et chant tu plus cele pencee grates C. F. R. — Sembra che allo scrittore di questo libro
piacesse il vb. grater in questo curioso significato. Al cap. XCII. (pag. 137) trovammo già e
non gratti più la gelosia, e nella nota dicemmo che forse nel testo francese era da leggere
piuttosto che grater, guarder. Ora però quella nostra congettura cade, sia per questo nuovo
esempio del medesimo verbo; sia perchè abbiamo trovato nel Raynouard (Lex. Rom.) l'es. prov.
del cap. XCII: non grate plus la gelosia, car qui plus la grata, ela plus art.
(1073) Nel C. F. R.: car chascun jor s'asoutiloient et s'asoutilieront tant com le monde
durera. — Intenderei assottigliare per perfezionare, raffinare. L'ant. franc. soutiller ha il senso
di studiarsi, ingegnarsi, conforme a assotigliarsi ital. — Infatti la lezione del T. F. P. è questa:
car chascun iour se subtillioit luy (Adam) et les aultres gens de faire tousiours nouvelles choses.
Cap. CCLXV.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo vinciere la volontà di questo mondo?
Sidrac risponde:
Legiermente sanza niuno pericolo tu potrai vincere la volontà del
secolo: chè quando tu ai volontà di fare alcuna cosa che non sia buona, lieva
lo tuo pensiere da lei, e pensa in altra parte, in bene, e lo tuo mal talento
trapasserà. Chè quando tu pensi in alcuna follia o in alcuno vano pensiero,
tu non puoi iscanpare di lui, se tu non pensi in altra cosa; e quando tu più
gratti quello pensiero (1074), e egli più t'acciende il cuore, e t'aferma la
volontà, e poi vieni tu al fatto. E se tu ài podere di farlo, tu lo farai, e apena
puoi iscampare, che tu nol facci, della grande pena che tu ài, e volontà e
pensiero al cuore. Ma se del tutto vuogli iscanpare della mala volontà che ài
al cuore, sì tosto come tu ti diletti in rio e vano pensiero, lo tuo coragio
atenpera, e pensa d'altro che in quella follìa. E se il tuo diletto di quello
pensiere conbatte con lo tuo cuore, lo tuo cuore sia fermo e forte alla
battaglia, tanto ch'egli di fuori da sè lo possa gittare; e allora iscanperai del
male fare e di peccare, e il tuo corpo sarà in riposo; chè quelli che à folle
pensiere nel cuore, e si diletta in lui, quello cuore non è sanza grandi
martiri; e ti toglie lo mangiare e lo bere e riposo, e portagli angoscia e
tribolazione.
(1074) et chant tu plus cele pencee grates C. F. R. — Sembra che allo scrittore di questo libro
piacesse il vb. grater in questo curioso significato. Al cap. XCII. (pag. 137) trovammo già e
non gratti più la gelosia, e nella nota dicemmo che forse nel testo francese era da leggere
piuttosto che grater, guarder. Ora però quella nostra congettura cade, sia per questo nuovo
esempio del medesimo verbo; sia perchè abbiamo trovato nel Raynouard (Lex. Rom.) l'es. prov.
del cap. XCII: non grate plus la gelosia, car qui plus la grata, ela plus art.
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Cap. CCLXVI.
Lo re domanda: quali ànno magiore onore e gioia nell'altro secolo, o i
piccoli garzoni che anche non peccarono, o li buoni che lasciano lo male
per l'amore di Dio? Sidrac risponde:
Li piccoli garzoni che peccato non fecero unque, egli avranno gioia
nell'altro secolo assai veracemente. Ma la perfetta gente che saranno, e
sapranno che cosa è il diletto e la gioia di questo secolo, e lascieranno tutto
per l'amore di Dio, e riceveranno in questo secolo pene e martiri per lui,
sapiate in verità che quelli avranno magiore gloria che i piccoli fanciulli,
per ognuno cento (1075). E ragione e bene è ch'egli l'abiano, ch'egli
lascieranno lo diletto di questo secolo per la loro volontade, e riceveranno
per Dio martiri. E gli piccoli garzoni che nulla non saperono nè fecero per
Dio, non lo debono avere simile di coloro; e però dico io ch'egli avranno
magiore gioia e magiore onore nell'altro secolo. E ciò sarà quando lo
figliuolo di Dio verrà in terra, e ronperà lo 'nferno.
(1075) per uno ciento C. R. 2.
Cap. CCLXVII.
Lo re domanda: di quanto, poi che 'l diavolo fue abattuto, fue fatto Adamo?
Sidrac risponde:
Di quell'ora e di quel punto che l'angiolo fue abattuto del cielo, a
intendere lo diavolo, da poi a mille anni fue fatto Adamo; e altrettanto è da
Adamo a Noè, mille anni. Ma alcuna gente nasceranno, che per la loro
sottigliezza diranno, che VIII generazioni viveranno mille anni. Sapiate che
di questo diranno egli vero; ma egli diranno che, i mille anni furono
dell'abattimento del diavolo infino Adamo, sono contati mille anni de' sette
Lo re domanda: quali ànno magiore onore e gioia nell'altro secolo, o i
piccoli garzoni che anche non peccarono, o li buoni che lasciano lo male
per l'amore di Dio? Sidrac risponde:
Li piccoli garzoni che peccato non fecero unque, egli avranno gioia
nell'altro secolo assai veracemente. Ma la perfetta gente che saranno, e
sapranno che cosa è il diletto e la gioia di questo secolo, e lascieranno tutto
per l'amore di Dio, e riceveranno in questo secolo pene e martiri per lui,
sapiate in verità che quelli avranno magiore gloria che i piccoli fanciulli,
per ognuno cento (1075). E ragione e bene è ch'egli l'abiano, ch'egli
lascieranno lo diletto di questo secolo per la loro volontade, e riceveranno
per Dio martiri. E gli piccoli garzoni che nulla non saperono nè fecero per
Dio, non lo debono avere simile di coloro; e però dico io ch'egli avranno
magiore gioia e magiore onore nell'altro secolo. E ciò sarà quando lo
figliuolo di Dio verrà in terra, e ronperà lo 'nferno.
(1075) per uno ciento C. R. 2.
Cap. CCLXVII.
Lo re domanda: di quanto, poi che 'l diavolo fue abattuto, fue fatto Adamo?
Sidrac risponde:
Di quell'ora e di quel punto che l'angiolo fue abattuto del cielo, a
intendere lo diavolo, da poi a mille anni fue fatto Adamo; e altrettanto è da
Adamo a Noè, mille anni. Ma alcuna gente nasceranno, che per la loro
sottigliezza diranno, che VIII generazioni viveranno mille anni. Sapiate che
di questo diranno egli vero; ma egli diranno che, i mille anni furono
dell'abattimento del diavolo infino Adamo, sono contati mille anni de' sette
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milia anni (1076). Sapiate che di ciò falleranno egli bene, e chiaramente lo
potete conosciere: chè per la volontà di Dio, VII generazione di gente deono
nasciere al mondo, e ciascuna generazione dee vivere mille anni; onde mille
anni che furono dello abattimento del diavolo infino alla venuta d'Adamo,
non deono essere contati; chè i diavoli non sono mica generazione, se non
ispiriti solamente, che niuno ispirito solamente puote essere generazione, se
ciò non fosse corpo e spirito. Perciò diciamo noi che mille anni che furono
dinanzi Adamo, non deono essere contati della generazione di mille anni,
che nulla generazione non può essere, se non di corpo e d'anima, e di
generazione d'uomo e di femina, e ch'elli possano vivere e morire.
(1076) mais il diront che les M. ans che furent de l'abentemat dou deable en iusches a Adam sont
toutes M. de les m .
VII
Cap. CCLXVIII.
Lo re domanda: quale è il più bello vembro del corpo? Sidrac risponde:
Lo più bello menbro del corpo si è lo naso; che lo naso è al corpo,
altressì come lo sole è in cielo, quando egli è nel mezo giorno, e rende la
sua biltade per tutto lo mondo. Altressì fa lo naso per tutto lo corpo. Se uno
uomo avesse meno uno degli occhi della testa, e uno piede, e una mano, e'
non parrebe tanto laido, come s'egli avesse meno il naso. Ma magiore danno
avrebbe degli altri menbri che del naso; e magiore danno avrebe delle mani,
che di niuno altro menbro del corpo; chè meglio si potrebe l'uomo aiutare
sanza uno piede, che sanza una mano; chè uno piede di legno lo potrebe
portare d'ogni lato, e della mano non si potrebe aiutare.
Cap. CCLXVIIII.
potete conosciere: chè per la volontà di Dio, VII generazione di gente deono
nasciere al mondo, e ciascuna generazione dee vivere mille anni; onde mille
anni che furono dello abattimento del diavolo infino alla venuta d'Adamo,
non deono essere contati; chè i diavoli non sono mica generazione, se non
ispiriti solamente, che niuno ispirito solamente puote essere generazione, se
ciò non fosse corpo e spirito. Perciò diciamo noi che mille anni che furono
dinanzi Adamo, non deono essere contati della generazione di mille anni,
che nulla generazione non può essere, se non di corpo e d'anima, e di
generazione d'uomo e di femina, e ch'elli possano vivere e morire.
(1076) mais il diront che les M. ans che furent de l'abentemat dou deable en iusches a Adam sont
toutes M. de les m .
VII
Cap. CCLXVIII.
Lo re domanda: quale è il più bello vembro del corpo? Sidrac risponde:
Lo più bello menbro del corpo si è lo naso; che lo naso è al corpo,
altressì come lo sole è in cielo, quando egli è nel mezo giorno, e rende la
sua biltade per tutto lo mondo. Altressì fa lo naso per tutto lo corpo. Se uno
uomo avesse meno uno degli occhi della testa, e uno piede, e una mano, e'
non parrebe tanto laido, come s'egli avesse meno il naso. Ma magiore danno
avrebbe degli altri menbri che del naso; e magiore danno avrebe delle mani,
che di niuno altro menbro del corpo; chè meglio si potrebe l'uomo aiutare
sanza uno piede, che sanza una mano; chè uno piede di legno lo potrebe
portare d'ogni lato, e della mano non si potrebe aiutare.
Cap. CCLXVIIII.
Page 262
Lo re domanda: lo vento come si sente e non si vede? Sidrac risponde:
Lo vento si è simigliante a Dio lo tutto possente, che si sente e non si
vede. Chè tutte le cose del mondo sentono Idio, e quelle cose che ci paiono
che sieno morte, sentono Idio; e niuna cosa sanza Idio può vivere. Altressì è
lo vento. Tutte le creature del mondo lo (1077) sentono e nollo possono
vedere, perciò ch'egli è ispirito; e quelle cose che non lo sentono sono
morte. Chi prendesse una criatura, e mettessela in uno grande
albergo (1078), ove il vento non potesse entrare per pertugio (1079), quella
criatura non potrebe vivere guari, per niuna cosa che egli sapesse fare. E
similmente sono tutte le cose che vivono, che, se il vento no' gli movesse,
morti sarebbono (1080).
(1077) Manca lo al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1078) en I grant ostel C. F. R.
(1079) per nullo pertugio C. R. 2.
(1080) car ce elles ne sentissent le vent mort seroient C. F. R.
Cap. CCLXX.
Lo re domanda: come il fuoco si vede e non si può pigliare? Sidrac
risponde:
Lo fuoco si è della natura del sole, e si à lo colore del sole, e si è
spirituale come lo sole, che lo sole si può vedere e non si può pigliare nè
ritenere. Lo fuoco che l'uomo piglia, egli àe alcuna sustanzia; ma lo diritto
fuoco e la fiamma, quella non si può pigliare, ch'ella è del sole, e al sole
ritorna quand'ella è spenta.
Lo vento si è simigliante a Dio lo tutto possente, che si sente e non si
vede. Chè tutte le cose del mondo sentono Idio, e quelle cose che ci paiono
che sieno morte, sentono Idio; e niuna cosa sanza Idio può vivere. Altressì è
lo vento. Tutte le creature del mondo lo (1077) sentono e nollo possono
vedere, perciò ch'egli è ispirito; e quelle cose che non lo sentono sono
morte. Chi prendesse una criatura, e mettessela in uno grande
albergo (1078), ove il vento non potesse entrare per pertugio (1079), quella
criatura non potrebe vivere guari, per niuna cosa che egli sapesse fare. E
similmente sono tutte le cose che vivono, che, se il vento no' gli movesse,
morti sarebbono (1080).
(1077) Manca lo al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1078) en I grant ostel C. F. R.
(1079) per nullo pertugio C. R. 2.
(1080) car ce elles ne sentissent le vent mort seroient C. F. R.
Cap. CCLXX.
Lo re domanda: come il fuoco si vede e non si può pigliare? Sidrac
risponde:
Lo fuoco si è della natura del sole, e si à lo colore del sole, e si è
spirituale come lo sole, che lo sole si può vedere e non si può pigliare nè
ritenere. Lo fuoco che l'uomo piglia, egli àe alcuna sustanzia; ma lo diritto
fuoco e la fiamma, quella non si può pigliare, ch'ella è del sole, e al sole
ritorna quand'ella è spenta.
Page 263
Cap. CCLXXI.
Lo re domanda: perchè si dice pulcella e vergine, e quale è più degna?
Sidrac risponde:
Vergine è assai più degna che pulcella. Vergine vuol dire pura e netta
del suo corpo e del suo pensiero e della sua volontà e cogitazione e della
sua bocca e degli occhi e degli orecchi e de' piedi e delle mani e di tutto il
suo corpo dentro e di fuori, comunalmente, sanza niuna corrottura di fatti nè
di pensieri. Questa è vergine. Pulcella vale a dire che non è corrotta del suo
corpo, ma ella può essere corrotta, di molte maniere pericolose, di suoi
menbri e de' suoi occhi e de' suoi piedi. E non però molto è degna cosa chi
guarda lo suo pulcellatico (1081) per Dio, perch'ella sarà tra gli agnoli posta
a sedere.
(1081) Per pulzellaggio.
Cap. CCLXXII.
Lo re domanda: qual si puote meglio tenperare di lussuria, o la pulcella o
quella che sia corrotta? Sidrac risponde:
Quella si dee meglio sofferire delle cose che non à provate, che quella
che l'à fatte; e più leggiermente si tiene l'acqua meglio là, ove ella non esciè
unque, che là ov'ella si tiene per forza, e là ov'ella si può legiermente uscire.
La corrotta si à tutto aperto lo cammino (1082); la pulcella si à lo camino
tutto chiuso. E perciò diciamo noi che la pulcella si dee meglio tenere che la
corrotta, ch'ella non sente cotale fatto, e non sa che ciò è, come la pulcella
che non cognoscie unque (1083).
(1082) àe aperta la camera C. R. 2.
Lo re domanda: perchè si dice pulcella e vergine, e quale è più degna?
Sidrac risponde:
Vergine è assai più degna che pulcella. Vergine vuol dire pura e netta
del suo corpo e del suo pensiero e della sua volontà e cogitazione e della
sua bocca e degli occhi e degli orecchi e de' piedi e delle mani e di tutto il
suo corpo dentro e di fuori, comunalmente, sanza niuna corrottura di fatti nè
di pensieri. Questa è vergine. Pulcella vale a dire che non è corrotta del suo
corpo, ma ella può essere corrotta, di molte maniere pericolose, di suoi
menbri e de' suoi occhi e de' suoi piedi. E non però molto è degna cosa chi
guarda lo suo pulcellatico (1081) per Dio, perch'ella sarà tra gli agnoli posta
a sedere.
(1081) Per pulzellaggio.
Cap. CCLXXII.
Lo re domanda: qual si puote meglio tenperare di lussuria, o la pulcella o
quella che sia corrotta? Sidrac risponde:
Quella si dee meglio sofferire delle cose che non à provate, che quella
che l'à fatte; e più leggiermente si tiene l'acqua meglio là, ove ella non esciè
unque, che là ov'ella si tiene per forza, e là ov'ella si può legiermente uscire.
La corrotta si à tutto aperto lo cammino (1082); la pulcella si à lo camino
tutto chiuso. E perciò diciamo noi che la pulcella si dee meglio tenere che la
corrotta, ch'ella non sente cotale fatto, e non sa che ciò è, come la pulcella
che non cognoscie unque (1083).
(1082) àe aperta la camera C. R. 2.
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(1083) Correggasi colla lez. del C. R. 2., che è conforme al C. F. R.: perciò ch'ella non sente cotale
fatto, nè non sa che sia la corrottura; e quella che l'ha sentito sì si diletta de la fraile carne; e
perciò non si può così tenere nè soferire la corrotta, come la pulcella che non conosce quello
affare.
Cap. CCLXXIII.
Lo re domanda: quale si puote meglio sofferire di lussuria, o l'uomo o la
femina? Sidrac risponde:
La femmina si può meglio sofferire di quello fatto, che non puote
l'uomo, che è di più calda conparisione che non è la femina. La più calda
femina del mondo è più fredda che 'l più freddo uomo del mondo, e per una
volta che la femina si corronpa, si può l'uomo corronpere XXVII volte. E
questo potete voi vedere chiaramente, che ciascuna volta che l'uomo
s'acosta alla femina carnalmente, poco si falla che non si corronpa; e in
molte altre maniere si può corrompere. La femine non si può nimica sì tosto
corronpere: apena si corronpe, delle dieci volte (1084) che l'uomo si
corronpe. Ma la femina è più calda di volontà e di coragio in quello fatto,
che l'uomo non è, e più si diletta in vista in pensieri e in toccare, che
l'uomo. Ma lo corrompere della femina gli dura molto, inanzi ched elli
passi. E anche v'àe altro pericolo nella femina che nell'uomo (1085): che
incontanene ch'uomo èe corrotto, quella volontà è passata, come il fuoco
arde (1086), e l'uomo vi gitta suso l'acqua, incontanente è spento e si fa
freddo; ma la femina, che spesso non si può corrompere, sì si iscalda, e arde
più che il fuoco che arde, e l'uomo vi gitta entro le legne, e egli più arde. E
per questa ragione la femina à calda volontà, e più si diletta in quello fatto
che l'uomo, per ciò ch'ella non si puote corronpere sì tosto nè sì ispesso
come l'uomo.
(1084) delle dieci volte l'una C. R. 2.
(1085) che non è nell'omo C. R. 2.
(1086) come lo fuoco che arde C. R. 2.
fatto, nè non sa che sia la corrottura; e quella che l'ha sentito sì si diletta de la fraile carne; e
perciò non si può così tenere nè soferire la corrotta, come la pulcella che non conosce quello
affare.
Cap. CCLXXIII.
Lo re domanda: quale si puote meglio sofferire di lussuria, o l'uomo o la
femina? Sidrac risponde:
La femmina si può meglio sofferire di quello fatto, che non puote
l'uomo, che è di più calda conparisione che non è la femina. La più calda
femina del mondo è più fredda che 'l più freddo uomo del mondo, e per una
volta che la femina si corronpa, si può l'uomo corronpere XXVII volte. E
questo potete voi vedere chiaramente, che ciascuna volta che l'uomo
s'acosta alla femina carnalmente, poco si falla che non si corronpa; e in
molte altre maniere si può corrompere. La femine non si può nimica sì tosto
corronpere: apena si corronpe, delle dieci volte (1084) che l'uomo si
corronpe. Ma la femina è più calda di volontà e di coragio in quello fatto,
che l'uomo non è, e più si diletta in vista in pensieri e in toccare, che
l'uomo. Ma lo corrompere della femina gli dura molto, inanzi ched elli
passi. E anche v'àe altro pericolo nella femina che nell'uomo (1085): che
incontanene ch'uomo èe corrotto, quella volontà è passata, come il fuoco
arde (1086), e l'uomo vi gitta suso l'acqua, incontanente è spento e si fa
freddo; ma la femina, che spesso non si può corrompere, sì si iscalda, e arde
più che il fuoco che arde, e l'uomo vi gitta entro le legne, e egli più arde. E
per questa ragione la femina à calda volontà, e più si diletta in quello fatto
che l'uomo, per ciò ch'ella non si puote corronpere sì tosto nè sì ispesso
come l'uomo.
(1084) delle dieci volte l'una C. R. 2.
(1085) che non è nell'omo C. R. 2.
(1086) come lo fuoco che arde C. R. 2.
Page 265
Cap. CCLXXIIII.
Lo re domanda: la femmina gravida come puote ella notricare la criatura
nel suo ventre? Sidrac risponde:
Lo garzone si nodriscie del sangue della femina, cioè di quello del suo
tempo; e del fiato dell'aria che la femina fiata (1087), e della vivanda ch'ella
mangia, e dell'acqua ch'ella bee. Ma quando ciò aviene, non intendere
nimica che lo figliuolo mangi di quella vivanda nè bea di quella acqua della
femina. Ma quando la femina mangia, si gli cola di quello olore e del savore
per lo latte, inanzi al volto del figliuolo (1088), e di quello si nodriscie e si
pascie e si diletta. Ma la sua diritta nudricatura si è del sangue della femina,
che lo figliuolo bee per lo bellico; e questo potete vedere chiaramente della
femina grassa, che, quando ella non è gravida, ciascuno mese le viene lo
suo tempo, se malizia no' gli toglie.
(1087) et de l'air che la feme flaire C. F. R.
(1088) a la chiere de l'enfant C. F. R. — s'en vont en la bouche de l'enfant T. F. P.
Cap. CCLXXV.
Lo re domanda: dee l'uomo adontare la femina, quand'ella falla del suo
corpo? Sidrac risponde:
Se la tua moglie o la tua filiuola o la tua nipote fanno follia di loro
corpi, tu no' le dei nimica adontare; e se tu l'adonti, tu farai peccato, ed onta
a te medesimo. Che se la tua moglie è tenuta per buona femina, le genti le
porteranno onore e reverenzia, e l'onore e il lodo è tuo più che suo. E
sapiate che se tu discuopri lo suo male e la sua follia, sapiate ch'ella sarà
adontata, e lo fascio del disonore sarà tutto vostro, chè, chi isputa in alto,
nel viso gli torna. E perciò tu nolla dei nimica adontare, perchè a noi non
Lo re domanda: la femmina gravida come puote ella notricare la criatura
nel suo ventre? Sidrac risponde:
Lo garzone si nodriscie del sangue della femina, cioè di quello del suo
tempo; e del fiato dell'aria che la femina fiata (1087), e della vivanda ch'ella
mangia, e dell'acqua ch'ella bee. Ma quando ciò aviene, non intendere
nimica che lo figliuolo mangi di quella vivanda nè bea di quella acqua della
femina. Ma quando la femina mangia, si gli cola di quello olore e del savore
per lo latte, inanzi al volto del figliuolo (1088), e di quello si nodriscie e si
pascie e si diletta. Ma la sua diritta nudricatura si è del sangue della femina,
che lo figliuolo bee per lo bellico; e questo potete vedere chiaramente della
femina grassa, che, quando ella non è gravida, ciascuno mese le viene lo
suo tempo, se malizia no' gli toglie.
(1087) et de l'air che la feme flaire C. F. R.
(1088) a la chiere de l'enfant C. F. R. — s'en vont en la bouche de l'enfant T. F. P.
Cap. CCLXXV.
Lo re domanda: dee l'uomo adontare la femina, quand'ella falla del suo
corpo? Sidrac risponde:
Se la tua moglie o la tua filiuola o la tua nipote fanno follia di loro
corpi, tu no' le dei nimica adontare; e se tu l'adonti, tu farai peccato, ed onta
a te medesimo. Che se la tua moglie è tenuta per buona femina, le genti le
porteranno onore e reverenzia, e l'onore e il lodo è tuo più che suo. E
sapiate che se tu discuopri lo suo male e la sua follia, sapiate ch'ella sarà
adontata, e lo fascio del disonore sarà tutto vostro, chè, chi isputa in alto,
nel viso gli torna. E perciò tu nolla dei nimica adontare, perchè a noi non
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tocca questo fatto (1089); e se tu lo fai, tu farai peccato e male. E non ti
caglia del suo fatto, chè ciascuno renderà ragione delle sue opere a Dio.
(1089) a noi non tocca del suo fatto C. R. 2.
Cap. CCLXXVI.
Lo re domanda: dee l'uomo essere geloso della sua moglie (1090)? Sidrac
risponde:
Tu non dei essere geloso della tua donna in niuna guisa del mondo;
che, se la tua moglie è buona femina e leale, e tu la gelosi (1091), tu la fai
diventare ria femina; e s'ella è ria, e tu ti farai geloso, tu la farai diventare
più ria ch'ella non è. La femina buona per niuna cosa del mondo l'uomo
nolla puote conperare, nè oro nè argento nè niuna pietra preziosa non vale.
È più assai a pregiare la buona femina che il buono uomo, per molte
ragioni; altressì come uno sparviere, s'egli pigliasse una gru, sarebe più da
pregiare, che s'egli pigliasse uno falcone. E simigliante è della femina e
dell'uomo: chè la buona femina è più da pregiare che il buono uomo, per ciò
ch'ella non à mica tanto di senno in lei, quanto l'uomo, e per la sua grande
bontà ella è buona; e però ella è più da pregiare che il buono uomo. Due
cose potranno avenire nella buona femina per gelosia: che se tu la tieni in
gelosia, ella si potrà tanto istare in gelosia, ch'ella potrà venire in grande
infermitade; o ella sarà per lo tuo dispetto ria femina. Se tu tieni in gelosia
la ria femina, sarà peggio per lo tuo dispetto: o ella farà cosa per te
uccidere, o ella ti farà uccidere ad altro uomo, chè di rio àlbore non puote
uscire che rio frutto. Per ciò diciamo noi che l'uomo non dee istare in
gelosia della sua moglie, in niuna guisa del mondo, nè rinproverare la sua
follia ch'ella averà fatto. E per ciò se tu lo fai, tu l'accendi lo fuoco al cuore
da capo a mal fare. E similmente non faccia all'uomo la femina, ch'egli è
peggio di lei.
(1090) est il bon de geluzer la feme? C. F. R. — Il prov. ha engelozir.
caglia del suo fatto, chè ciascuno renderà ragione delle sue opere a Dio.
(1089) a noi non tocca del suo fatto C. R. 2.
Cap. CCLXXVI.
Lo re domanda: dee l'uomo essere geloso della sua moglie (1090)? Sidrac
risponde:
Tu non dei essere geloso della tua donna in niuna guisa del mondo;
che, se la tua moglie è buona femina e leale, e tu la gelosi (1091), tu la fai
diventare ria femina; e s'ella è ria, e tu ti farai geloso, tu la farai diventare
più ria ch'ella non è. La femina buona per niuna cosa del mondo l'uomo
nolla puote conperare, nè oro nè argento nè niuna pietra preziosa non vale.
È più assai a pregiare la buona femina che il buono uomo, per molte
ragioni; altressì come uno sparviere, s'egli pigliasse una gru, sarebe più da
pregiare, che s'egli pigliasse uno falcone. E simigliante è della femina e
dell'uomo: chè la buona femina è più da pregiare che il buono uomo, per ciò
ch'ella non à mica tanto di senno in lei, quanto l'uomo, e per la sua grande
bontà ella è buona; e però ella è più da pregiare che il buono uomo. Due
cose potranno avenire nella buona femina per gelosia: che se tu la tieni in
gelosia, ella si potrà tanto istare in gelosia, ch'ella potrà venire in grande
infermitade; o ella sarà per lo tuo dispetto ria femina. Se tu tieni in gelosia
la ria femina, sarà peggio per lo tuo dispetto: o ella farà cosa per te
uccidere, o ella ti farà uccidere ad altro uomo, chè di rio àlbore non puote
uscire che rio frutto. Per ciò diciamo noi che l'uomo non dee istare in
gelosia della sua moglie, in niuna guisa del mondo, nè rinproverare la sua
follia ch'ella averà fatto. E per ciò se tu lo fai, tu l'accendi lo fuoco al cuore
da capo a mal fare. E similmente non faccia all'uomo la femina, ch'egli è
peggio di lei.
(1090) est il bon de geluzer la feme? C. F. R. — Il prov. ha engelozir.
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(1091) ingielosisci C. R. 2. — et tu l'agelouses — Il prov. ha il vb. agelosir, per ingelosirsi.
Cap. CCLXXVII.
Lo re domanda se l'omo de' (1092) avere gelosia di sua moglie. Sidrac
risponde:
Certo a diritto e a ragione, si, e grande (1093). Se la tua moglie è folle,
e tu nolla dei coprire nè mottegiare, che tu potresti pigiorare di discoprire la
tua onta; e le genti che l'udisono, te ne potrebono tenere a vile, e per più
cattivo. Ma gli savi cuoprono tutta via la loro moglie.
(1092) Manca al C. L.: se l'omo de'. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1093) Non sappiamo come mettere d'accordo questo col cap. precedente. Al n. t. corrisponde tanto
il C. R. 2., che il C. F. R., il quale ha: Certes, oil, a droit et a raison, se la fame etc. — Diversa
però è la lez. del T. F. P., dove questo cap. è intitolato: se doit on courroucer ou estre ialoux
quant sa femme parle a ung aultre homme?
Cap. CCLXXVIII.
Lo re domanda: debbono tutte le genti bere vino? Sidrac risponde:
Lo vino è una preciosa cosa e degna, e si è salute del corpo e
dell'anima; chè per lo vino puote l'uomo sanare lo suo corpo di molte
infermitadi. Lo vino, per la gente che il beono temperatamente e a ragione,
non fa niuno dannaggio. A cotali gente vale meglio bere il vino che l'acqua.
E a' folli che beono il vino follemente, e beono lo senno, e uccidono le genti
e rubagli, si lasciano uccidere, e fanno mischie e battaglie di bere il vino,
quelli non deono già bere lo vino, anzi varrebbe loro meglio ch'egli
Cap. CCLXXVII.
Lo re domanda se l'omo de' (1092) avere gelosia di sua moglie. Sidrac
risponde:
Certo a diritto e a ragione, si, e grande (1093). Se la tua moglie è folle,
e tu nolla dei coprire nè mottegiare, che tu potresti pigiorare di discoprire la
tua onta; e le genti che l'udisono, te ne potrebono tenere a vile, e per più
cattivo. Ma gli savi cuoprono tutta via la loro moglie.
(1092) Manca al C. L.: se l'omo de'. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1093) Non sappiamo come mettere d'accordo questo col cap. precedente. Al n. t. corrisponde tanto
il C. R. 2., che il C. F. R., il quale ha: Certes, oil, a droit et a raison, se la fame etc. — Diversa
però è la lez. del T. F. P., dove questo cap. è intitolato: se doit on courroucer ou estre ialoux
quant sa femme parle a ung aultre homme?
Cap. CCLXXVIII.
Lo re domanda: debbono tutte le genti bere vino? Sidrac risponde:
Lo vino è una preciosa cosa e degna, e si è salute del corpo e
dell'anima; chè per lo vino puote l'uomo sanare lo suo corpo di molte
infermitadi. Lo vino, per la gente che il beono temperatamente e a ragione,
non fa niuno dannaggio. A cotali gente vale meglio bere il vino che l'acqua.
E a' folli che beono il vino follemente, e beono lo senno, e uccidono le genti
e rubagli, si lasciano uccidere, e fanno mischie e battaglie di bere il vino,
quelli non deono già bere lo vino, anzi varrebbe loro meglio ch'egli
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bevessono acqua di mare. E a quella gente lo bere lo vino non è diritto e
leale, e per loro egli non è già fatto, anzi loro è molto difeso. Lo vino fa a'
savi lo corpo sano e netto, e puro cuore e umile; lo vino fa a' malvagi rio
cuore, e di rio, vituperoso. E per ciò diciamo noi che a' buoni è migliore lo
vino che l'acqua; a' malvagi è meglio bere l'acqua, chè il vino è loro molto
difeso (1094).
(1094) molto contradio C. R. 2.
Cap. CCLXXVIIII.
Lo re domanda: dee l'uomo dilettarsi in niuno luogo del mondo? Sidrac
risponde:
In niuno luogo del mondo niuno si dee dilettare, chè lo diletto,
qualunque egli è, se non quello di Dio, si è avarizia e invidia e fornicazione.
E fontana del diavolo è ciò che voi dilettate, se non quello di Dio. Si farete
la volontà del diavolo. E perciò vi dico in verità che niuno uomo si dee
dilettare in niuno diletto, se non in quello di Dio, chè tutti gli altri sono vani
e mutoli e nulla.
Cap. CCLXXX.
Lo re domanda: dee l'uomo essere ardente di tenzone e di conbattere colla
gente? Sidrac risponde:
Quando l'uomo è ardente di tenzone (1095) e di conbattere con alcuna
persona, egli dee pensare in Dio e nella sua anima, e ch'egli non faccia cosa
leale, e per loro egli non è già fatto, anzi loro è molto difeso. Lo vino fa a'
savi lo corpo sano e netto, e puro cuore e umile; lo vino fa a' malvagi rio
cuore, e di rio, vituperoso. E per ciò diciamo noi che a' buoni è migliore lo
vino che l'acqua; a' malvagi è meglio bere l'acqua, chè il vino è loro molto
difeso (1094).
(1094) molto contradio C. R. 2.
Cap. CCLXXVIIII.
Lo re domanda: dee l'uomo dilettarsi in niuno luogo del mondo? Sidrac
risponde:
In niuno luogo del mondo niuno si dee dilettare, chè lo diletto,
qualunque egli è, se non quello di Dio, si è avarizia e invidia e fornicazione.
E fontana del diavolo è ciò che voi dilettate, se non quello di Dio. Si farete
la volontà del diavolo. E perciò vi dico in verità che niuno uomo si dee
dilettare in niuno diletto, se non in quello di Dio, chè tutti gli altri sono vani
e mutoli e nulla.
Cap. CCLXXX.
Lo re domanda: dee l'uomo essere ardente di tenzone e di conbattere colla
gente? Sidrac risponde:
Quando l'uomo è ardente di tenzone (1095) e di conbattere con alcuna
persona, egli dee pensare in Dio e nella sua anima, e ch'egli non faccia cosa
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che torni dannaggio nè perdimento all'anima. E si dee pensare altro, e
conbattere nel suo cuore, e di torre (1096) di lui quelle pensiero. E se questo
non si puote raffreddare, egli si dee trarre fuori della gente, e tencionare in
sè medesimo e conbattere, sicchè quella arsura, la quale enfia lo cuore,
disenfierà, e in tale maniera si conserva (1097) di quella arsura.
(1095) Nel C. L.: tentazione — La correzione era evidente.
(1096) de' traere C. R. 2.
(1097) si ritrae C. R. 2.
Cap. CCLXXXI.
Lo re domanda se l'uomo si dee vantare del suo peccato, quand'egli l'à
fatto. Sidrac risponde:
Quegli che del loro peccato si vantano sono chiamati ministri del
diavolo; chè tutto il male aviene per lo tentamento del diavolo; e quelli che
si vanta di quello che il diavolo à fatto, questi è diritto ch'elli sia chiamato
ministro del diavolo, ch'egli avezza la gente all'opere del diavolo. Quelli fae
grande peccato e male molto forte, che tale peccato avrà per aventura fatto;
chè altri, quando l'udirà, lo farà. E nello anunziare (1098) farà peccato
quelli che l'avrà ricordato, perch'egli l'avrà insegniato per lo suo
vantamento.
(1098) nello dinunziare C. R. 2.
Cap. CCLXXXII.
Lo re domanda: nel male puossi trovare niuna iscienzia (1099)? Sidrac
risponde:
conbattere nel suo cuore, e di torre (1096) di lui quelle pensiero. E se questo
non si puote raffreddare, egli si dee trarre fuori della gente, e tencionare in
sè medesimo e conbattere, sicchè quella arsura, la quale enfia lo cuore,
disenfierà, e in tale maniera si conserva (1097) di quella arsura.
(1095) Nel C. L.: tentazione — La correzione era evidente.
(1096) de' traere C. R. 2.
(1097) si ritrae C. R. 2.
Cap. CCLXXXI.
Lo re domanda se l'uomo si dee vantare del suo peccato, quand'egli l'à
fatto. Sidrac risponde:
Quegli che del loro peccato si vantano sono chiamati ministri del
diavolo; chè tutto il male aviene per lo tentamento del diavolo; e quelli che
si vanta di quello che il diavolo à fatto, questi è diritto ch'elli sia chiamato
ministro del diavolo, ch'egli avezza la gente all'opere del diavolo. Quelli fae
grande peccato e male molto forte, che tale peccato avrà per aventura fatto;
chè altri, quando l'udirà, lo farà. E nello anunziare (1098) farà peccato
quelli che l'avrà ricordato, perch'egli l'avrà insegniato per lo suo
vantamento.
(1098) nello dinunziare C. R. 2.
Cap. CCLXXXII.
Lo re domanda: nel male puossi trovare niuna iscienzia (1099)? Sidrac
risponde:
Page 270
Nel male si truova (1100) grande iscienzia; ma questa non è chiamata
perfetta iscienzia, per ciò che il vasello onde escie è orbo e non vede punto;
chè s'elli vedesse, ellino non farebono nimica il male. E quelli che 'l
conoscono, quelli sono malvagi. Similemente come se voi vedeste una
carognia laida e putente, e in quella carognia vede (1101) una bella cosa,
certo quella cosa sarebe molto innorata e male posta (1102); altresì aviene
della iscienzia, ch'ella è male posta, quando ella è posta in corpo
peccatrice (1103); chè il peccatore è più laido a vedere che la più puzzolente
carognia del mondo. Perciò diciamo noi che la scienzia del peccatore, che
non la cura in Dio nè ne' suoi comandamenti, non è perfetta iscienzia.
Quattro iscienzie sono: l'una è quella di colui che in Dio crede, e ne' suoi
comandamenti la cura (1104). La seconda si è quella del peccatore, che il
comandamento di Dio non volle (1105) fare, ma in male e in peccato l'usa;
quella è (1106) corporale iscienzia, perfetta in diavolo. La terza è del gaio
uomo, ch'è bene di grande iscienzia; per la sua gaieza è a nulla tenuta, poco
pregiata (1107); e si è come quelli che fa ardere dinanzi al sole uno bello
candelo, che quello chiarore è nulla pregiato, per lo chiarore del sole; altresì
è la scienzia del gaio folle, e nulla pregiata per la sua gaiezza e per la sua
follia. La quarta iscienzia si è del povero uomo, ch'è tenuto a nulla fra la
gente, e si era (1108) molto savio, e si era come uno ispecchio, che mostra
in tutte le maniere che l'uomo lo mostra; altressì il povero uomo in tutte le
maniere che l'uomo il domanderà, egli risponderà di quello che l'uomo
l'avrà richiesto. E però l'uomo non dee ispregiare iscienzia di niuno uomo,
conciosia cosa ch'egli sia grande o povero o piccolo, chè di piccola fontana
puote uscire grande acqua e buona; e però l'uomo non dee dispregiare nulla
persona (1109).
(1099) puet nul mauvais home avoir grant science en lui? C. F. R.
(1100) en les mauvais C. F. R.
(1101) vedessi C. R. 2.
(1102) certes celle belle chosse seroit laide a veir en celle carogne. C. F. R.
(1103) peccatore C. R. 2.
(1104) Cioè l'adopera. — Nel C. F. R.: la euvrent.
(1105) vuole C. R. 2.
(1106) è chiamata C. R. 2.
(1107) La tierce si est de jolif home, que de lui ist grant science, et par sa volente si est neent tenue
ne prisie C. F. R. — Non si lasci qui di notare questa allusione alla gaia scienza, il gai saber de'
Provenzali.
(1108) sarà C. R. 2.
perfetta iscienzia, per ciò che il vasello onde escie è orbo e non vede punto;
chè s'elli vedesse, ellino non farebono nimica il male. E quelli che 'l
conoscono, quelli sono malvagi. Similemente come se voi vedeste una
carognia laida e putente, e in quella carognia vede (1101) una bella cosa,
certo quella cosa sarebe molto innorata e male posta (1102); altresì aviene
della iscienzia, ch'ella è male posta, quando ella è posta in corpo
peccatrice (1103); chè il peccatore è più laido a vedere che la più puzzolente
carognia del mondo. Perciò diciamo noi che la scienzia del peccatore, che
non la cura in Dio nè ne' suoi comandamenti, non è perfetta iscienzia.
Quattro iscienzie sono: l'una è quella di colui che in Dio crede, e ne' suoi
comandamenti la cura (1104). La seconda si è quella del peccatore, che il
comandamento di Dio non volle (1105) fare, ma in male e in peccato l'usa;
quella è (1106) corporale iscienzia, perfetta in diavolo. La terza è del gaio
uomo, ch'è bene di grande iscienzia; per la sua gaieza è a nulla tenuta, poco
pregiata (1107); e si è come quelli che fa ardere dinanzi al sole uno bello
candelo, che quello chiarore è nulla pregiato, per lo chiarore del sole; altresì
è la scienzia del gaio folle, e nulla pregiata per la sua gaiezza e per la sua
follia. La quarta iscienzia si è del povero uomo, ch'è tenuto a nulla fra la
gente, e si era (1108) molto savio, e si era come uno ispecchio, che mostra
in tutte le maniere che l'uomo lo mostra; altressì il povero uomo in tutte le
maniere che l'uomo il domanderà, egli risponderà di quello che l'uomo
l'avrà richiesto. E però l'uomo non dee ispregiare iscienzia di niuno uomo,
conciosia cosa ch'egli sia grande o povero o piccolo, chè di piccola fontana
puote uscire grande acqua e buona; e però l'uomo non dee dispregiare nulla
persona (1109).
(1099) puet nul mauvais home avoir grant science en lui? C. F. R.
(1100) en les mauvais C. F. R.
(1101) vedessi C. R. 2.
(1102) certes celle belle chosse seroit laide a veir en celle carogne. C. F. R.
(1103) peccatore C. R. 2.
(1104) Cioè l'adopera. — Nel C. F. R.: la euvrent.
(1105) vuole C. R. 2.
(1106) è chiamata C. R. 2.
(1107) La tierce si est de jolif home, que de lui ist grant science, et par sa volente si est neent tenue
ne prisie C. F. R. — Non si lasci qui di notare questa allusione alla gaia scienza, il gai saber de'
Provenzali.
(1108) sarà C. R. 2.
Page 271
(1109) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: in nullo.
Cap. CCLXXXIII.
Lo re domanda: perchè ànno le femine la gioia e lo cruccio del
secolo (1110)? Sidrac risponde:
Le femine ànno la gioia e lo duolo di questo secolo, perciò ch'elle lo
debono avere, per ragione, più che gli uomini, ch'elle ànno lo sangue e la
curata (1111) più legiere che gli uomini; e sono altressì come le cime d'uno
àlbore ch'è inchinato dal vento, da qualunque parte egli viene. Le femina si
piccola cosa non puote udire, ch'elle non triemino tutte; e questo aviene per
la fraleza del corpo ch'elle ànno (1112); e così aviene loro della gioia. Che
s'elle fossero così savie come gli uomini, elle sarebono balie (1113) e
giudicatrici e signori; e comanderebero a giudicare, come gli uomini fanno.
E perciò ch'elle non sono guari savie, e sono volatiche (1114), ànno elle
tosto la gioia e lo dolore, chè imantanente credono e discredono ciò ch'elle
odono; e perciò si sentono elleno gioia e dolore del mondo. E piutosto
potrebono essere ingannate LXX femine che uno savio uomo; e questo è
per lo povero senno ch'elle ànno.
(1110) Questo titolo è conforme a quello del C. F. R. Nel C. R. 2. leggesi invece: Chi à in questo
mondo più gioia o più duolo, o la femina o l'omo?
(1111) le sanc et la cervelle C. F. R. — Al C. R. 2. manca questo periodo, e il seguente.
(1112) ce est por le poi de sens ch'eles ont; et lor feiblese dou sens lor fait tost avoire ioie et tost duel
C. F. R.
(1113) baile C. R. 2. — bailies C. F. R.
(1114) voltanti C. R. 2. — volages C. F. R.
Cap. CCLXXXIIII.
Cap. CCLXXXIII.
Lo re domanda: perchè ànno le femine la gioia e lo cruccio del
secolo (1110)? Sidrac risponde:
Le femine ànno la gioia e lo duolo di questo secolo, perciò ch'elle lo
debono avere, per ragione, più che gli uomini, ch'elle ànno lo sangue e la
curata (1111) più legiere che gli uomini; e sono altressì come le cime d'uno
àlbore ch'è inchinato dal vento, da qualunque parte egli viene. Le femina si
piccola cosa non puote udire, ch'elle non triemino tutte; e questo aviene per
la fraleza del corpo ch'elle ànno (1112); e così aviene loro della gioia. Che
s'elle fossero così savie come gli uomini, elle sarebono balie (1113) e
giudicatrici e signori; e comanderebero a giudicare, come gli uomini fanno.
E perciò ch'elle non sono guari savie, e sono volatiche (1114), ànno elle
tosto la gioia e lo dolore, chè imantanente credono e discredono ciò ch'elle
odono; e perciò si sentono elleno gioia e dolore del mondo. E piutosto
potrebono essere ingannate LXX femine che uno savio uomo; e questo è
per lo povero senno ch'elle ànno.
(1110) Questo titolo è conforme a quello del C. F. R. Nel C. R. 2. leggesi invece: Chi à in questo
mondo più gioia o più duolo, o la femina o l'omo?
(1111) le sanc et la cervelle C. F. R. — Al C. R. 2. manca questo periodo, e il seguente.
(1112) ce est por le poi de sens ch'eles ont; et lor feiblese dou sens lor fait tost avoire ioie et tost duel
C. F. R.
(1113) baile C. R. 2. — bailies C. F. R.
(1114) voltanti C. R. 2. — volages C. F. R.
Cap. CCLXXXIIII.
Page 272
Lo re domanda: dee l'uomo andare ispesse volte a casa del suo amico?
Sidrac risponde:
Tu non dei andare nimica ispesse volte a casa del tuo amico, ma tu lo
dei andare a vedere a ora e punto, e non troppo ispesso, chè tutti i troppi
sono male. Chè per aventura egli avrà a fare nel suo albergo e nella sua
masnada, e se tu gli vieni sopra, tu gli farai grande noia. E poni mente a te
medesimo: se tu fossi nella tua casa, e avessi a fare colla tua famiglia, tu
non vorresti che niuna anima venisse sopra te; e molto ti farebe grande noia
chi sopra te venisse, eziandio se fosse tuo figliuolo o tuo fratello; altrettale
noia sarebe a lui, se tu andassi sopra lui. Ma se tu ài voglia d'andare
all'albergo del tuo amico, fagli inanzi asapere la tua venuta; sì gli farai
cortesia, e allora sarai molto bene insegnato (1115).
(1115) Intenderei: bene educato o saggio. — In prov. essenhadamens vale saggiamente.
Cap. CCLXXXV.
Lo re domanda: dee l'uomo mostrare laida cera al suo amico? Sidrac
risponde:
Se tu se' nella tua casa colla tua famiglia, e il tuo amico viene sopra te,
tu non dei però mostrare laida cera, nè crucciare, conciosia cosa che (1116)
tu ti crucci in fra te. Ma tu gli dei mostrare bella cera e bello senbiante, e
fagli onore e piacere al tuo podere. Che se tu gli mostri rio sembiante, tu lo
cruccierai, e avrai mala volontà in lui (1117).
(1116) benchè C. R. 2.
(1117) e farai la mala volontà verso te di lui venire C. R. 2.
Sidrac risponde:
Tu non dei andare nimica ispesse volte a casa del tuo amico, ma tu lo
dei andare a vedere a ora e punto, e non troppo ispesso, chè tutti i troppi
sono male. Chè per aventura egli avrà a fare nel suo albergo e nella sua
masnada, e se tu gli vieni sopra, tu gli farai grande noia. E poni mente a te
medesimo: se tu fossi nella tua casa, e avessi a fare colla tua famiglia, tu
non vorresti che niuna anima venisse sopra te; e molto ti farebe grande noia
chi sopra te venisse, eziandio se fosse tuo figliuolo o tuo fratello; altrettale
noia sarebe a lui, se tu andassi sopra lui. Ma se tu ài voglia d'andare
all'albergo del tuo amico, fagli inanzi asapere la tua venuta; sì gli farai
cortesia, e allora sarai molto bene insegnato (1115).
(1115) Intenderei: bene educato o saggio. — In prov. essenhadamens vale saggiamente.
Cap. CCLXXXV.
Lo re domanda: dee l'uomo mostrare laida cera al suo amico? Sidrac
risponde:
Se tu se' nella tua casa colla tua famiglia, e il tuo amico viene sopra te,
tu non dei però mostrare laida cera, nè crucciare, conciosia cosa che (1116)
tu ti crucci in fra te. Ma tu gli dei mostrare bella cera e bello senbiante, e
fagli onore e piacere al tuo podere. Che se tu gli mostri rio sembiante, tu lo
cruccierai, e avrai mala volontà in lui (1117).
(1116) benchè C. R. 2.
(1117) e farai la mala volontà verso te di lui venire C. R. 2.
Page 273
Cap. CCLXXXVI.
Lo re domanda: come alcuna volta l'uomo conquisterebbe in battaglia due
uomini o tre, e alcuna volta è vinto da uno solo? Sidrac risponde:
La battaglia si è simigliante a Dio; che quelli che loro pensiero ànno in
Dio, non intendono ad altra cosa se non a Dio servire, e quivi ànno gli loro
pensieri. Altressì dee fare quelli che battaglia fa: lo cuore e la volontà e lo
suo podere dee mostrare di tutto in tutto alla sua battaglia fare; e
dimenticare di tutto in tutto gli suoi figliuoli e la moglie e la sua ricchezza.
E dee pensare che s'egli è valente e vigoroso, egli vincerà la sua battaglia, e
s'egli è cattivo e ricredente (1118), egli sarà vinto e morto; e in cotale modo
conquisterà egli la battaglia.
(1118) Vedasi intorno a questa parola ciò che, nello Spoglio degli Statuti Senesi, e nello Spoglio
Lessicografico della Tavola Ritonda, scriveva il nostro carissimo Filippo Luigi Polidori, nel
quale l'Italia ha perduto un altro di que' vecchi nostri, modestamente sapienti, che non
conoscevano i superbi e prosuntuosi disprezzi si certa odierna gente dottissima.
Cap. CCLXXXVII.
Lo re domanda: è sanità di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:
Tutte le cose che Idio fece per mangiare sono buone e sane, che le cose
che sono inferme, non sono se non della infermità del corpo. Quando il
corpo è sano, ciò ch'egli mangia si è sano per lui; e quando egli è frale e
malato, poco di cosa ch'egli mangi, si gli fa male. Che la 'nferma vivanda e
la sana viene dal corpo; chi à sano corpo, no gli fa (1119) quello ch'egli
mangia, che tutto gli è sano e buono; e al corpo infermo poca cosa gli fa
male.
(1119) non li caglia C. R. 2.
Lo re domanda: come alcuna volta l'uomo conquisterebbe in battaglia due
uomini o tre, e alcuna volta è vinto da uno solo? Sidrac risponde:
La battaglia si è simigliante a Dio; che quelli che loro pensiero ànno in
Dio, non intendono ad altra cosa se non a Dio servire, e quivi ànno gli loro
pensieri. Altressì dee fare quelli che battaglia fa: lo cuore e la volontà e lo
suo podere dee mostrare di tutto in tutto alla sua battaglia fare; e
dimenticare di tutto in tutto gli suoi figliuoli e la moglie e la sua ricchezza.
E dee pensare che s'egli è valente e vigoroso, egli vincerà la sua battaglia, e
s'egli è cattivo e ricredente (1118), egli sarà vinto e morto; e in cotale modo
conquisterà egli la battaglia.
(1118) Vedasi intorno a questa parola ciò che, nello Spoglio degli Statuti Senesi, e nello Spoglio
Lessicografico della Tavola Ritonda, scriveva il nostro carissimo Filippo Luigi Polidori, nel
quale l'Italia ha perduto un altro di que' vecchi nostri, modestamente sapienti, che non
conoscevano i superbi e prosuntuosi disprezzi si certa odierna gente dottissima.
Cap. CCLXXXVII.
Lo re domanda: è sanità di mangiare tutte cose? Sidrac risponde:
Tutte le cose che Idio fece per mangiare sono buone e sane, che le cose
che sono inferme, non sono se non della infermità del corpo. Quando il
corpo è sano, ciò ch'egli mangia si è sano per lui; e quando egli è frale e
malato, poco di cosa ch'egli mangi, si gli fa male. Che la 'nferma vivanda e
la sana viene dal corpo; chi à sano corpo, no gli fa (1119) quello ch'egli
mangia, che tutto gli è sano e buono; e al corpo infermo poca cosa gli fa
male.
(1119) non li caglia C. R. 2.
Page 274
Cap. CCLXXXVIII.
Lo re domanda: quali sono quelli che si vantano più che gente del mondo?
Sidrac risponde:
Quegli che più si vantano che gente del mondo sono tre maniere di
gente: la prima sono vecchi folli, che si vantano di loro gioventudine, e
pensano che le genti lo credano, e non credono mica che quelli a cui elli lo
contano li gabbano e beffano. La seconda maniera si è lo folle istrano, che
racconta le grandi follie ch'egli ànno fatte nel loro paese; e dicono, io era
ricco e gentile; e si ne va ad uno che li crede, e beffallo (1120). La terza
maniera si è lo folle ricco, che conterà le sue follie e le sue bugie; e quelli
che l'odono lo gonfiano, e si gli confessano ciò ch'egli dice, per la sua
ricchezza; chè per aventura egli ànno mestiere del suo servigio.
(1120) Così ha pure il C. R. 2.; ma certo qualche errore o qualche omissione è qui corsa nel testo; il
quale può essere corretto col C. F. R., dove leggesi: par I qui le croit, X le moquent.
Cap. CCLXXXVIIII.
Lo re domanda: perchè sono (1121) gli nuvoli così di state come di verno?
Sidrac risponde:
Li nuvoli sono altresì di state come di verno; e altressì pioventi di tutte
le stagioni dell'anno; e s'elle non sono nelle nostre parti, si son elle negli
altri paesi; e di tutte le stagioni dell'anno non fallano giamai al mondo, nè di
verno nè di state. Che quando lo fermamento fa lo suo movimento, lo sole
piglia lo suo alto corso, e così fa istate e a noi verno; e in questo modo non
falla giammai istate e verno al mondo, di tutte istagioni dell'anno. E quello
torno che il sole fa, non è mica la montanza d'uno palmo, ma per l'altezza
del fermamento ci pare molto mutato (1122).
Lo re domanda: quali sono quelli che si vantano più che gente del mondo?
Sidrac risponde:
Quegli che più si vantano che gente del mondo sono tre maniere di
gente: la prima sono vecchi folli, che si vantano di loro gioventudine, e
pensano che le genti lo credano, e non credono mica che quelli a cui elli lo
contano li gabbano e beffano. La seconda maniera si è lo folle istrano, che
racconta le grandi follie ch'egli ànno fatte nel loro paese; e dicono, io era
ricco e gentile; e si ne va ad uno che li crede, e beffallo (1120). La terza
maniera si è lo folle ricco, che conterà le sue follie e le sue bugie; e quelli
che l'odono lo gonfiano, e si gli confessano ciò ch'egli dice, per la sua
ricchezza; chè per aventura egli ànno mestiere del suo servigio.
(1120) Così ha pure il C. R. 2.; ma certo qualche errore o qualche omissione è qui corsa nel testo; il
quale può essere corretto col C. F. R., dove leggesi: par I qui le croit, X le moquent.
Cap. CCLXXXVIIII.
Lo re domanda: perchè sono (1121) gli nuvoli così di state come di verno?
Sidrac risponde:
Li nuvoli sono altresì di state come di verno; e altressì pioventi di tutte
le stagioni dell'anno; e s'elle non sono nelle nostre parti, si son elle negli
altri paesi; e di tutte le stagioni dell'anno non fallano giamai al mondo, nè di
verno nè di state. Che quando lo fermamento fa lo suo movimento, lo sole
piglia lo suo alto corso, e così fa istate e a noi verno; e in questo modo non
falla giammai istate e verno al mondo, di tutte istagioni dell'anno. E quello
torno che il sole fa, non è mica la montanza d'uno palmo, ma per l'altezza
del fermamento ci pare molto mutato (1122).
Page 275
(1121) non sono C. R. 2.
(1122) Forse montato; ma anco il C. R. 2. ha: mutato; ed il C. F. R.: loins.
Cap. CCLXXXX.
Lo re domanda: lo nuvolo ch'è piccolo, come pare, come puote cuoprire
tanta quantità di terra? Sidrac risponde:
Lo nuvolo ci pare piccolo alla vista, ma lo suo corpo (1123) è molto
grande; nè la sua grandeza l'uomo nollo puote vedere, per la sua altezza. Lo
nuvolo è simigliante alla vesica, che è piccola, e a poco a poco crescie e
diventa grande, quando l'uomo vi soffia entro. Altresì è del piccolo nuvolo:
quand'egli è piccolo molto, e l'uomo nol può vedere, se non quello ch'è di
contro la terra, di verso noi. Nè la sua spessezza l'uomo nolla può vedere, nè
la sua lunghezza, nè per lo traverso, per la sua altezza e per la sua iscurità. E
a questo lo vento lo fiede, e enfialo, e fallo criesciere, e spandere sopra
grande province, e spezare, e muovere, e ventare in terra (1124); e
abeverano (1125) i beni che ci sono. Non intendere che quella aqua nascie
in aria, ma ella viene del mare, e monta dello spiro che la terra getta (1126),
e diventa nuvolo, e piove così come noi lo vegiamo.
(1123) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: corso, per erronea traduzione del cors franc.
(1124) Ventare forse per muovere il vento. — Nel C. F. R.: et pluire et vennir en terre.
(1125) abevera C. R. 1.
(1126) dou sospir che la terre zette C. F. R.
Cap. CCLXXXXI.
Lo re domanda: gli piccoli garzoni sono come bestie che non intendono?
Sidrac risponde:
(1122) Forse montato; ma anco il C. R. 2. ha: mutato; ed il C. F. R.: loins.
Cap. CCLXXXX.
Lo re domanda: lo nuvolo ch'è piccolo, come pare, come puote cuoprire
tanta quantità di terra? Sidrac risponde:
Lo nuvolo ci pare piccolo alla vista, ma lo suo corpo (1123) è molto
grande; nè la sua grandeza l'uomo nollo puote vedere, per la sua altezza. Lo
nuvolo è simigliante alla vesica, che è piccola, e a poco a poco crescie e
diventa grande, quando l'uomo vi soffia entro. Altresì è del piccolo nuvolo:
quand'egli è piccolo molto, e l'uomo nol può vedere, se non quello ch'è di
contro la terra, di verso noi. Nè la sua spessezza l'uomo nolla può vedere, nè
la sua lunghezza, nè per lo traverso, per la sua altezza e per la sua iscurità. E
a questo lo vento lo fiede, e enfialo, e fallo criesciere, e spandere sopra
grande province, e spezare, e muovere, e ventare in terra (1124); e
abeverano (1125) i beni che ci sono. Non intendere che quella aqua nascie
in aria, ma ella viene del mare, e monta dello spiro che la terra getta (1126),
e diventa nuvolo, e piove così come noi lo vegiamo.
(1123) Abb. corr. col C. R. 2. — Nel C. L.: corso, per erronea traduzione del cors franc.
(1124) Ventare forse per muovere il vento. — Nel C. F. R.: et pluire et vennir en terre.
(1125) abevera C. R. 1.
(1126) dou sospir che la terre zette C. F. R.
Cap. CCLXXXXI.
Lo re domanda: gli piccoli garzoni sono come bestie che non intendono?
Sidrac risponde:
Page 276
Li piccoli garzoni sono verdi e teneri, e non ànno gustato del diletto
del mondo, nè del mangiare nè del bere nè d'andare nè di venire. E la loro
natura si è per la volontà di Dio, che la loro anima è giovane e verde
com'egli sono, e non possono parlare se non al tempo e alla stagione. E
questa natura l'à fatta Idio per fare onta al diavolo, ch'è così piccola cosa, e
meno intendevole che bestia quando ella è piccola. E poi diventa
savio (1127), e piglia la sua ereditade, ch'elli per la sua superbia perdette.
Che bestie sono assai che intendono più che uno piccolo garzone; e perciò
àe il diavolo grande onta, che così piccola cosa conquista la sua eredità,
ch'egli perdè per lo suo orgoglio. Altre maniere ci à, che gli garzoni non
intendono quando egli son piccoli, perciò ch'egli è di frale natura e
conparizione. (1128) Adamo mangiò inanzi che Idio gli donasse lo spirito; e
perciò intendee egli in quello anno tutte le cose; e d'Eva avenne altrettale,
perch'egli non furono fatti di schiatta, se non della lena di Dio solamente.
Ma noi altri che poi siamo venuti, siamo nati di padre e di madre. E però
non sono eglino così intendevoli, come quelli che non ebono padre, se non
Idio e la sua volontà.
(1127) grant C. F. R. — Intendi: il fanciullo diventa grande, ec.
(1128) Pare che manchi qualche parola. Leggesi nel C. F. R.: por ce che il est de sclate d'Adam. — E
così ad intendere quello che segue gioverà riferire il testo francese: Maintenant che Deus dona
l'esperit a Adam, en l'ore entendi toutes chosses, et Eva autretel. Car il ne furent mie de la
sclate, che tant soulement de laine de Deu.
Cap. CCLXXXXII.
Lo re domanda: com'à l'uomo alcuno menbro grande e l'altro piccolo?
Sidrac risponde:
Li grandi menbri e gli piccoli si sono d'una vena che tocca al suo
bellico, cioè al suo budello; sed ella è troppo tortigliata al ventre della
madre (1129), egli tira (1130) la vena che tocca al menbro, e diventa
piccolo; e se il budello del bellico non è tortigliato, le vene istanno larghe, e
li menbri istanno ritti e non tirati, e diventano grandi. E quando egli è nato,
del mondo, nè del mangiare nè del bere nè d'andare nè di venire. E la loro
natura si è per la volontà di Dio, che la loro anima è giovane e verde
com'egli sono, e non possono parlare se non al tempo e alla stagione. E
questa natura l'à fatta Idio per fare onta al diavolo, ch'è così piccola cosa, e
meno intendevole che bestia quando ella è piccola. E poi diventa
savio (1127), e piglia la sua ereditade, ch'elli per la sua superbia perdette.
Che bestie sono assai che intendono più che uno piccolo garzone; e perciò
àe il diavolo grande onta, che così piccola cosa conquista la sua eredità,
ch'egli perdè per lo suo orgoglio. Altre maniere ci à, che gli garzoni non
intendono quando egli son piccoli, perciò ch'egli è di frale natura e
conparizione. (1128) Adamo mangiò inanzi che Idio gli donasse lo spirito; e
perciò intendee egli in quello anno tutte le cose; e d'Eva avenne altrettale,
perch'egli non furono fatti di schiatta, se non della lena di Dio solamente.
Ma noi altri che poi siamo venuti, siamo nati di padre e di madre. E però
non sono eglino così intendevoli, come quelli che non ebono padre, se non
Idio e la sua volontà.
(1127) grant C. F. R. — Intendi: il fanciullo diventa grande, ec.
(1128) Pare che manchi qualche parola. Leggesi nel C. F. R.: por ce che il est de sclate d'Adam. — E
così ad intendere quello che segue gioverà riferire il testo francese: Maintenant che Deus dona
l'esperit a Adam, en l'ore entendi toutes chosses, et Eva autretel. Car il ne furent mie de la
sclate, che tant soulement de laine de Deu.
Cap. CCLXXXXII.
Lo re domanda: com'à l'uomo alcuno menbro grande e l'altro piccolo?
Sidrac risponde:
Li grandi menbri e gli piccoli si sono d'una vena che tocca al suo
bellico, cioè al suo budello; sed ella è troppo tortigliata al ventre della
madre (1129), egli tira (1130) la vena che tocca al menbro, e diventa
piccolo; e se il budello del bellico non è tortigliato, le vene istanno larghe, e
li menbri istanno ritti e non tirati, e diventano grandi. E quando egli è nato,
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e egli gli tagliano assai del bellico, lo venbro diventa piccolo; e quando ne
tagliano poco, lo venbro diventa grande. Altressì aviene della natura della
femina.
(1129) si le nombril est trop etortile au ventre de la mere C. F. R.
(1130) ture C. F. R.
Cap. CCLXXXXIII.
Lo re domanda: lo senno onde viene? Sidrac risponde:
Lo senno viene di puro coraggio e di puro sangue e di puro cervello.
Quando le due di queste cose sono pure (1131), è altressì come quelli che
non vede se non d'uno occhio, che non può vedere così chiaramente come
quelli che vede di due. Se tu ài puro coraggio e puro cervello, e tu ài iscuro
sangue, sapiate che egli è sopra il cuore, e a lo cervello non lascia avere
senno naturale. E se tu ài puro sangue e puro cervello e iscuro cuore, egli ti
sturba gli altri due, e non gli lascia avere buono senno naturale. Ma se tu ài i
tre buoni e puri e netti, tu ài lo buono senno naturalmente, per diritto natura.
E tutto questo aviene per lo corso delle pianete e per l'ordinamento di Dio.
(1131) Meglio nel C. R. 2.: Quando le due di queste cose sono pure e la terza non è pura, elli non à
diritto senno nè naturale, altressì come quelli ec.
Cap. CCLXXXXIIII.
Lo re domanda: di che viene lo pensiero che l'uomo àe, che gli pare vedere
quello che non è? Sidrac risponde:
tagliano poco, lo venbro diventa grande. Altressì aviene della natura della
femina.
(1129) si le nombril est trop etortile au ventre de la mere C. F. R.
(1130) ture C. F. R.
Cap. CCLXXXXIII.
Lo re domanda: lo senno onde viene? Sidrac risponde:
Lo senno viene di puro coraggio e di puro sangue e di puro cervello.
Quando le due di queste cose sono pure (1131), è altressì come quelli che
non vede se non d'uno occhio, che non può vedere così chiaramente come
quelli che vede di due. Se tu ài puro coraggio e puro cervello, e tu ài iscuro
sangue, sapiate che egli è sopra il cuore, e a lo cervello non lascia avere
senno naturale. E se tu ài puro sangue e puro cervello e iscuro cuore, egli ti
sturba gli altri due, e non gli lascia avere buono senno naturale. Ma se tu ài i
tre buoni e puri e netti, tu ài lo buono senno naturalmente, per diritto natura.
E tutto questo aviene per lo corso delle pianete e per l'ordinamento di Dio.
(1131) Meglio nel C. R. 2.: Quando le due di queste cose sono pure e la terza non è pura, elli non à
diritto senno nè naturale, altressì come quelli ec.
Cap. CCLXXXXIIII.
Lo re domanda: di che viene lo pensiero che l'uomo àe, che gli pare vedere
quello che non è? Sidrac risponde:
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Li pensieri che l'uomo pensa alcuna volta di cosa che non è stata, e gli
pare ch'ella sia, sapiate che ciò aviene del sangue ched egli aportò co' lui del
ventre della sua madre che è gelato e vano. E alcuna volta si muove
coll'altro, e rinfabilisce verso lo cuore, e fallo pensare in malvagità (1132), e
credere cose che non furono, per la vanità del movimento di quello sangue.
(1132) in malvagie follie C. R. 2. — vanite et folie C. F. R.
Cap. CCLXXXXV.
Lo re domanda: lo sospiro (1133) onde viene? Sidrac risponde:
Lo sospiro viene del coraggio (1134). Quando lo cuore dell'uomo è
pieno di rinfabilimento del sangue, allora sospira, per sè iscaricare e votare
di quello rinfabilimento. Chè quando lo sangue si muove per lo corpo, egli
rinfabla, e rende al cuore uno aiere molto caldo, che molto la grava, e allora
lo cuore sospira per discaricarsi di quello malvagio aiere. E altre volte lo
cuore à cruccio, e gli omori si muovono per quello cruccio, e rendono al
cuore loro rinfabilimento, e l'infiamano tanto che sofferire nol puote; e
allora li conviene gittare molti grandi sospiri. E spesse volte aviene che lo
cuore sospira sanza cruccio: questo è lo rinfabilimento del sangue che si
discarica.
(1133) Nel C. L.: spirto. — Abb. corr. coi Codd. R. 2. e F. R.
(1134) Per cuore.
Cap. CCLXXXXVI.
Lo re domanda: la lena onde viene? Sidrac risponde:
pare ch'ella sia, sapiate che ciò aviene del sangue ched egli aportò co' lui del
ventre della sua madre che è gelato e vano. E alcuna volta si muove
coll'altro, e rinfabilisce verso lo cuore, e fallo pensare in malvagità (1132), e
credere cose che non furono, per la vanità del movimento di quello sangue.
(1132) in malvagie follie C. R. 2. — vanite et folie C. F. R.
Cap. CCLXXXXV.
Lo re domanda: lo sospiro (1133) onde viene? Sidrac risponde:
Lo sospiro viene del coraggio (1134). Quando lo cuore dell'uomo è
pieno di rinfabilimento del sangue, allora sospira, per sè iscaricare e votare
di quello rinfabilimento. Chè quando lo sangue si muove per lo corpo, egli
rinfabla, e rende al cuore uno aiere molto caldo, che molto la grava, e allora
lo cuore sospira per discaricarsi di quello malvagio aiere. E altre volte lo
cuore à cruccio, e gli omori si muovono per quello cruccio, e rendono al
cuore loro rinfabilimento, e l'infiamano tanto che sofferire nol puote; e
allora li conviene gittare molti grandi sospiri. E spesse volte aviene che lo
cuore sospira sanza cruccio: questo è lo rinfabilimento del sangue che si
discarica.
(1133) Nel C. L.: spirto. — Abb. corr. coi Codd. R. 2. e F. R.
(1134) Per cuore.
Cap. CCLXXXXVI.
Lo re domanda: la lena onde viene? Sidrac risponde:
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La lena escie della rischiaratura (1135) degli omori, che sopra lo cuore
vengono, che fendono lo cuore per lo mezzo, e l'uomo chiude gli suoi occhi
per dormire; e di quella lordura ch'è d'intorno a lui (1136), escie una aire
molta grieve per la sua bocca; e poi viene un altro aire puro e netto, che a
lui va dirieto, e si lo iscarica di quella medesima lordura.
(1135) della rischiaratura e della schiuma C. R. 2.
(1136) Pare che abbia da intendersi intorno al cuore.
Cap. CCLXXXXVII.
Lo re domanda: lo starnuto onde viene, e come lo potrebe l'uomo tenere?
Sidrac risponde:
Lo starnutire viene di due cose: la prima del vento e della freddura del
corpo, che egli escie di due vene del capo, e escie per lo più presso
ispiraglio ch'egli truova, e ciò sono gli anari del naso. L'altra maniera si è di
guardare lo sole: che se tu lo riguardi, tu istarnutirai. Lo calore del sole gli
entra nelle vene del corpo, e caccia la freddura di là. E se tu ti vuogli tenere
di starnutire, quando tu n'avrai talento, inmantenente ti cuopri la bocca, e
alena: quello aire che dee disciendere per gli anari, si discienderà per gli
pertugi della bocca, e così se ne partirà, che già nollo sentirai; che all'aprire
che tu fai la bocca, la lena se ne va senza sentire.
Cap. CCLXXXXVIII.
Lo re domanda: lo menbro dell'uomo come si distende (1137) e onde escie e
come ritorna dentro? Sidrac risponde:
vengono, che fendono lo cuore per lo mezzo, e l'uomo chiude gli suoi occhi
per dormire; e di quella lordura ch'è d'intorno a lui (1136), escie una aire
molta grieve per la sua bocca; e poi viene un altro aire puro e netto, che a
lui va dirieto, e si lo iscarica di quella medesima lordura.
(1135) della rischiaratura e della schiuma C. R. 2.
(1136) Pare che abbia da intendersi intorno al cuore.
Cap. CCLXXXXVII.
Lo re domanda: lo starnuto onde viene, e come lo potrebe l'uomo tenere?
Sidrac risponde:
Lo starnutire viene di due cose: la prima del vento e della freddura del
corpo, che egli escie di due vene del capo, e escie per lo più presso
ispiraglio ch'egli truova, e ciò sono gli anari del naso. L'altra maniera si è di
guardare lo sole: che se tu lo riguardi, tu istarnutirai. Lo calore del sole gli
entra nelle vene del corpo, e caccia la freddura di là. E se tu ti vuogli tenere
di starnutire, quando tu n'avrai talento, inmantenente ti cuopri la bocca, e
alena: quello aire che dee disciendere per gli anari, si discienderà per gli
pertugi della bocca, e così se ne partirà, che già nollo sentirai; che all'aprire
che tu fai la bocca, la lena se ne va senza sentire.
Cap. CCLXXXXVIII.
Lo re domanda: lo menbro dell'uomo come si distende (1137) e onde escie e
come ritorna dentro? Sidrac risponde:
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Lo menbro dell'uomo crescie per tre cose: la prima pegli occhi, la
seconda per lo cuore, la terza per lo ventre. Quando gli occhi vegono una
bella femmina, egli si dilettano d'avella, e si l'anunziano al cuore, e allora si
mette in quello pensiero (1138). E quello pensamento si muove gli quattro
omori del corpo, e infiammano al menbro, ove la volontà della natura è; e si
l'enfiano per diritta natura, chè il menbro si è fatto alla maniera della
vescica. L'altra maniera si è molto pericolosa, ciò è la volontà che l'uomo àe
in quello fatto, che fa gli omori tutti riscaldare e lo menbro ismuove. La
terza si è lo riposo e la rienpitura, che li fanno avere quella volontà e
cresciere lo menbro. Quando lo riscaldamento degli omori torna di
dietro (1139), lo menbro si disenfia, e la volontà gli passa; altressì come
uno otre, che è disenfiato del vento. E quando lo corpo si travaglia, quella
enfiatura non si puote ronpere (1140). E quando gli occhi non guardano, lo
cuore no' si diletta. E perciò l'uomo non dee nimica follemente riguardare,
nè follemente pensare, nè troppo riposo dare al suo corpo. E quelli che in
questa maniera lo farà, a pena lo suo menbro si distenderà.
(1137) ce dresse C. F. R.
(1138) Il C. R. 2. ha di più: ed egli riceve quello anunziamento con grande favore e dolzore, e allora
si mette ec.
(1139) Intendasi: torna indietro, cessa.
(1140) coronpere C. R. 2.
Cap. CCLXXXXIX.
Lo re domanda: di quale alimento si potrebbe l'uomo meglio
sofferire (1141)? Sidrac risponde:
Nè d'uno nè d'altro non si puote l'uomo troppo sofferire, che lo corpo
àe troppo grande bisognio dell'uno e dell'altro. E se l'uomo volesse dire che
fosse (1142) in mare in una nave, e avesse co' lui ciò che mestieri gli
facesse, e egli dicesse che egli si potesse sofferire della terra, io dico che
della terra sofferire non si potrebbe, chè se la terra non fosse, la nave non
seconda per lo cuore, la terza per lo ventre. Quando gli occhi vegono una
bella femmina, egli si dilettano d'avella, e si l'anunziano al cuore, e allora si
mette in quello pensiero (1138). E quello pensamento si muove gli quattro
omori del corpo, e infiammano al menbro, ove la volontà della natura è; e si
l'enfiano per diritta natura, chè il menbro si è fatto alla maniera della
vescica. L'altra maniera si è molto pericolosa, ciò è la volontà che l'uomo àe
in quello fatto, che fa gli omori tutti riscaldare e lo menbro ismuove. La
terza si è lo riposo e la rienpitura, che li fanno avere quella volontà e
cresciere lo menbro. Quando lo riscaldamento degli omori torna di
dietro (1139), lo menbro si disenfia, e la volontà gli passa; altressì come
uno otre, che è disenfiato del vento. E quando lo corpo si travaglia, quella
enfiatura non si puote ronpere (1140). E quando gli occhi non guardano, lo
cuore no' si diletta. E perciò l'uomo non dee nimica follemente riguardare,
nè follemente pensare, nè troppo riposo dare al suo corpo. E quelli che in
questa maniera lo farà, a pena lo suo menbro si distenderà.
(1137) ce dresse C. F. R.
(1138) Il C. R. 2. ha di più: ed egli riceve quello anunziamento con grande favore e dolzore, e allora
si mette ec.
(1139) Intendasi: torna indietro, cessa.
(1140) coronpere C. R. 2.
Cap. CCLXXXXIX.
Lo re domanda: di quale alimento si potrebbe l'uomo meglio
sofferire (1141)? Sidrac risponde:
Nè d'uno nè d'altro non si puote l'uomo troppo sofferire, che lo corpo
àe troppo grande bisognio dell'uno e dell'altro. E se l'uomo volesse dire che
fosse (1142) in mare in una nave, e avesse co' lui ciò che mestieri gli
facesse, e egli dicesse che egli si potesse sofferire della terra, io dico che
della terra sofferire non si potrebbe, chè se la terra non fosse, la nave non
Page 281
potrebbe essere istata (1143). E s'egli dicesse ch'egli si potesse sofferire del
fuoco, come mangierebbe le vivande cruda? Già però non si potrebe egli
sofferire del fuoco, che se lo calore non fosse, niuno frutto di terra non
nascierebe. E s'egli dicesse ch'egli non volesse giamai bere acqua, se non
vino puro, anche di tutto questo dell'acqua sofferire non si potrebe, chè se
l'acqua non fosse, la terra non potrebe rendere suo frutto. S'egli dicesse che
giamai vento non fiatasse, e ch'egli potesse vivere sanza vento, con tutto ciò
mestieri ne averebe, che se il vento non fosse, la terra lo suo frutto rendere
non potrebbe. E per ciò diciamo noi che altressì poco si potrebbe sofferire
dell'uno come dell'altro.
(1141) di quale alimento si potrà l'omo meglio passare, non avendolo? C. R. 2. — Intendi alimento
per elemento, come gli antichi spesso scrivevano.
(1142) se il fust C. F. R.
(1143) istata fatta C. R. 2.
Cap. CCC.
Lo re domanda: la pioggia quand'ella viene, perchè muove prima lo
vento (1144)? Sidrac risponde:
La pioggia viene inanzi lo vento in guisa (1145) di coverta, e non lo
lascia passare. In quello che la piova dura, l'acque che intorneano lo mondo
lievano lo vento inmantanente; e medesimamente per lo torno delle pianete
al movimento del fermamento. E se lo vento viene da alto, egli passa la
pioggia, e va oltre da lei; e se egli viene da basso egli no' la può passare,
ch'egli la truova molto ispessa inanzi, e gli toglie la via.
(1144) chant il fait vent et la pluie vient por quoy la vent muert? C. F. R.
(1145) Nel C. L.: guida; errore manifesto che abb. corr. cogli altri codd.
fuoco, come mangierebbe le vivande cruda? Già però non si potrebe egli
sofferire del fuoco, che se lo calore non fosse, niuno frutto di terra non
nascierebe. E s'egli dicesse ch'egli non volesse giamai bere acqua, se non
vino puro, anche di tutto questo dell'acqua sofferire non si potrebe, chè se
l'acqua non fosse, la terra non potrebe rendere suo frutto. S'egli dicesse che
giamai vento non fiatasse, e ch'egli potesse vivere sanza vento, con tutto ciò
mestieri ne averebe, che se il vento non fosse, la terra lo suo frutto rendere
non potrebbe. E per ciò diciamo noi che altressì poco si potrebbe sofferire
dell'uno come dell'altro.
(1141) di quale alimento si potrà l'omo meglio passare, non avendolo? C. R. 2. — Intendi alimento
per elemento, come gli antichi spesso scrivevano.
(1142) se il fust C. F. R.
(1143) istata fatta C. R. 2.
Cap. CCC.
Lo re domanda: la pioggia quand'ella viene, perchè muove prima lo
vento (1144)? Sidrac risponde:
La pioggia viene inanzi lo vento in guisa (1145) di coverta, e non lo
lascia passare. In quello che la piova dura, l'acque che intorneano lo mondo
lievano lo vento inmantanente; e medesimamente per lo torno delle pianete
al movimento del fermamento. E se lo vento viene da alto, egli passa la
pioggia, e va oltre da lei; e se egli viene da basso egli no' la può passare,
ch'egli la truova molto ispessa inanzi, e gli toglie la via.
(1144) chant il fait vent et la pluie vient por quoy la vent muert? C. F. R.
(1145) Nel C. L.: guida; errore manifesto che abb. corr. cogli altri codd.
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Cap. CCCI.
Lo re domanda: perchè gli uccelli femine non ànno natura come l'altre
bestie? Sidrac risponde:
Se gli uccelli femine avessono natura come l'altre bestie, volare non
potrebono, che i loro corpi s'empierebono dell'aria per la loro natura, e
peserebbono sie che volare non potrebono. Idio per la sua pietà gli fece tali,
come si convenia.
Cap. CCCII.
Lo re domanda: quale è più forte o 'l vento o l'acqua? Sidrac risponde:
Lo fondamento d'una torre è più forte che non è la cima; e similmente
avviene dell'acqua; che se l'acqua non fosse, vento non sarebe. Bene
potrebe avere fatto Idio, s'egli avesse voluto, vento senza acqua; ma egli
non volle fare d'altra maniera se non tale come egli à fatto: che tutti i venti
del mondo si muovono del corso dell'acqua. E per questa ragione l'acqua è
più forte che lo vento.
Cap. CCCIII.
Lo re domanda: perchè pena a nasciere l'uno fanciullo più che l'altro?
Sidrac risponde:
Lo re domanda: perchè gli uccelli femine non ànno natura come l'altre
bestie? Sidrac risponde:
Se gli uccelli femine avessono natura come l'altre bestie, volare non
potrebono, che i loro corpi s'empierebono dell'aria per la loro natura, e
peserebbono sie che volare non potrebono. Idio per la sua pietà gli fece tali,
come si convenia.
Cap. CCCII.
Lo re domanda: quale è più forte o 'l vento o l'acqua? Sidrac risponde:
Lo fondamento d'una torre è più forte che non è la cima; e similmente
avviene dell'acqua; che se l'acqua non fosse, vento non sarebe. Bene
potrebe avere fatto Idio, s'egli avesse voluto, vento senza acqua; ma egli
non volle fare d'altra maniera se non tale come egli à fatto: che tutti i venti
del mondo si muovono del corso dell'acqua. E per questa ragione l'acqua è
più forte che lo vento.
Cap. CCCIII.
Lo re domanda: perchè pena a nasciere l'uno fanciullo più che l'altro?
Sidrac risponde:
Page 283
Niuna criatura può nasciere inanzi lo suo tornamento (1146) un solo
punto, in niuna maniera di mondo; e tutto questo è per lo punto dello
generamento: che alcuno punto è che se la criatura è generata in lui, si
nascie in un altro punto, tosto o tardi, che più inanzi o più adrieto non può
nasciere che al suo punto. E quando la femmina si travaglia del suo
partorire, non è ancora venuto lo punto della natività della criatura; e sì
tosto come lo punto viene, la criatura nascie.
(1146) avant son terme C. F. R.
Cap. CCCIIII.
Lo re domanda: perchè si travaglia la gente della morte più l'una che
l'altra? Sidrac risponde:
Per due cose l'una persona pena più che l'altra: l'una per lo punto,
l'altra per alcuno merito avere nell'altro secolo. Chè Idio àe istabilito tre
maniere di pene, l'una è dello ingieneramento, l'altra del nascimento, la
terza della morte. La prima che è dello ingeneramento si anuzia. Lo
secondo punto risponde al primo della natura delle cose corporali, presenti e
avenire. Lo terzo risponde al secondo della morte. Allora inmantenente
muore, che in altro punto non può toccare più, per tutto l'avere del mondo.
E forse per lo travaglio ch'egli fa, Idio gli consentirà alcuno allegramento
all'anima nell'altro secolo, che Idio per la sua pietà consentì esser nato in
questo punto. E non credete ch'egli possa morire sanza punto, e vivere non
può più di quello punto, per tutto l'oro del mondo, se a Dio non piacesse.
Cap. CCCV.
punto, in niuna maniera di mondo; e tutto questo è per lo punto dello
generamento: che alcuno punto è che se la criatura è generata in lui, si
nascie in un altro punto, tosto o tardi, che più inanzi o più adrieto non può
nasciere che al suo punto. E quando la femmina si travaglia del suo
partorire, non è ancora venuto lo punto della natività della criatura; e sì
tosto come lo punto viene, la criatura nascie.
(1146) avant son terme C. F. R.
Cap. CCCIIII.
Lo re domanda: perchè si travaglia la gente della morte più l'una che
l'altra? Sidrac risponde:
Per due cose l'una persona pena più che l'altra: l'una per lo punto,
l'altra per alcuno merito avere nell'altro secolo. Chè Idio àe istabilito tre
maniere di pene, l'una è dello ingieneramento, l'altra del nascimento, la
terza della morte. La prima che è dello ingeneramento si anuzia. Lo
secondo punto risponde al primo della natura delle cose corporali, presenti e
avenire. Lo terzo risponde al secondo della morte. Allora inmantenente
muore, che in altro punto non può toccare più, per tutto l'avere del mondo.
E forse per lo travaglio ch'egli fa, Idio gli consentirà alcuno allegramento
all'anima nell'altro secolo, che Idio per la sua pietà consentì esser nato in
questo punto. E non credete ch'egli possa morire sanza punto, e vivere non
può più di quello punto, per tutto l'oro del mondo, se a Dio non piacesse.
Cap. CCCV.
Page 284
Lo re domanda: chi sente lo dolore della morte o l'anima o il corpo? Sidrac
risponde:
Quattro cose sono al partimento dell'anima dal corpo: (1147) paura,
tristizia, pena e dolore. L'anima à la paura e la trestizia, e lo corpo àe la
pena e lo dolore. La paura dell'anima è sì grande, che niuno cuore d'uomo
non lo potrebe pensare in questo secolo. La tristizia è più grandissima che
niuno cuore d'uomo non potrebe pensare. Magiore trestizia e' li è che se una
femina vedesse innanzi lei uccidere lo suo figliuolo. La pena del corpo è sì
grandissima, come potesse essere unque pensato in niuna guisa. Che se uno
uomo fosse battuto tanto d'uno martello in sulla ischiena, nè morire non
potesse, e fosse tanto battuto ch'egli fosse sottile ch'egli potesse entrare per
uno anello d'uno piccolo dito, egli non avrebe mica la decima parte di pena
che il corpo sostiene, quand'egli si parte dall'anima, conciosia cosa ch'egli
passi inmantenente, sanza niuno senbiante fare (1148). Lo dolore del corpo
è sì grandissimo, come più potesse essere pensato, però ch'egli torna a
infracitura (1149) e a nulla. Che se uno uomo fosse signore di tutto il
mondo, e tutte le genti gli portassero reverenza, e le bestie tutte fossero al
suo comandamento, e egli diventasse sì povero e sì al nulla (1150) ch'egli
non avesse a mangiare uno solo giorno (1151), egli non avrebe mica la
diecima parte del dolore che à lo corpo, quando egli si parte dall'anima.
(1147) a partire l'anima dal corpo C. R. 2.
(1148) Intenderei, senza mostrare nel volto quella pena ch'ei sente.
(1149) in fracidura C. R. 2.
(1150) da nulla C. R. 2.
(1151) ch'egli non avesse nulla da mangiare nè da bere uno solo giorno C. R. 2.
Cap. CCCVI.
Lo re domanda: perchè gli piccoli fanciulli non sono intendevoli quand'elli
nascono e sono noiosi al nodrire? Sidrac risponde:
risponde:
Quattro cose sono al partimento dell'anima dal corpo: (1147) paura,
tristizia, pena e dolore. L'anima à la paura e la trestizia, e lo corpo àe la
pena e lo dolore. La paura dell'anima è sì grande, che niuno cuore d'uomo
non lo potrebe pensare in questo secolo. La tristizia è più grandissima che
niuno cuore d'uomo non potrebe pensare. Magiore trestizia e' li è che se una
femina vedesse innanzi lei uccidere lo suo figliuolo. La pena del corpo è sì
grandissima, come potesse essere unque pensato in niuna guisa. Che se uno
uomo fosse battuto tanto d'uno martello in sulla ischiena, nè morire non
potesse, e fosse tanto battuto ch'egli fosse sottile ch'egli potesse entrare per
uno anello d'uno piccolo dito, egli non avrebe mica la decima parte di pena
che il corpo sostiene, quand'egli si parte dall'anima, conciosia cosa ch'egli
passi inmantenente, sanza niuno senbiante fare (1148). Lo dolore del corpo
è sì grandissimo, come più potesse essere pensato, però ch'egli torna a
infracitura (1149) e a nulla. Che se uno uomo fosse signore di tutto il
mondo, e tutte le genti gli portassero reverenza, e le bestie tutte fossero al
suo comandamento, e egli diventasse sì povero e sì al nulla (1150) ch'egli
non avesse a mangiare uno solo giorno (1151), egli non avrebe mica la
diecima parte del dolore che à lo corpo, quando egli si parte dall'anima.
(1147) a partire l'anima dal corpo C. R. 2.
(1148) Intenderei, senza mostrare nel volto quella pena ch'ei sente.
(1149) in fracidura C. R. 2.
(1150) da nulla C. R. 2.
(1151) ch'egli non avesse nulla da mangiare nè da bere uno solo giorno C. R. 2.
Cap. CCCVI.
Lo re domanda: perchè gli piccoli fanciulli non sono intendevoli quand'elli
nascono e sono noiosi al nodrire? Sidrac risponde:
Page 285
Per due cose è che gli fanciulli non sono intendevoli e sono noiosi al
nodrire. La prima si è per lo peccato che Adamo fece verso lo suo criatore,
si sono ingonbrati quelli che di lui nascieranno, e sono meno intendevoli
che bestia, per la sua grande ghiottornia, ch'egli desiderò quello che Idio gli
avea difeso (1152). Se Adamo non avesse peccato, tutti quelli che sono nati
e nascieranno sarebono così istati intendenti, piccoli come grandi. L'altra
ragione perch'egli (1153) sono noiosi a nodrire, si è ch'egli sono di padre e
di madre, e per lo diletto che Eva ebbe ch'Adamo lo suo conpagnone
mangiasse lo pome che Iddio gli aveva difeso, ch'ella credette che
fosse (1154) simigliante a l'altissimo (1155). E per quello diletto sono
noiosi a nutricare i fanciulli, perciò ch'ella (1156) avesse pena a nutricargli.
E anche sono in tenebre per lo diletto ch'ebono di mangiare lo pome che
Idio avea loro vietato; e però ell'averà pene a partorire, e a notricare lo suo
frutto.
(1152) vietato C. R. 2.
(1153) Manca al C. L.: l'altra ragione perch'egli — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1154) ch'il seroit C. F. R.
(1155) a Dio altissimo C. R. 2.
(1156) perch'ella C. R. 2.
Cap. CCCVII.
Lo re domanda: come dee l'uomo vivere in questo mondo? Sidrac risponde:
L'uomo dee vivere in una maniera, e in un'altra morire, e in un'altra àe
a risucitare. L'uomo dee vivere lealmente e di suo travaglio e di suo leale
guadagno, e avere pace, e amore a Dio e a tutte le genti, e Idio
primieramente laudare e innorare, e fugire la cupidizia (1157) di questo
secolo. Uomini che questo fanno, vivono innoratamente. L'altra si è che
l'uomo dee morire pietosamente; cioè quelli che credono in Dio e che lo
conoscono e adorallo e lodano e ànno pazienzia e astinenzia e sofferenzia,
nodrire. La prima si è per lo peccato che Adamo fece verso lo suo criatore,
si sono ingonbrati quelli che di lui nascieranno, e sono meno intendevoli
che bestia, per la sua grande ghiottornia, ch'egli desiderò quello che Idio gli
avea difeso (1152). Se Adamo non avesse peccato, tutti quelli che sono nati
e nascieranno sarebono così istati intendenti, piccoli come grandi. L'altra
ragione perch'egli (1153) sono noiosi a nodrire, si è ch'egli sono di padre e
di madre, e per lo diletto che Eva ebbe ch'Adamo lo suo conpagnone
mangiasse lo pome che Iddio gli aveva difeso, ch'ella credette che
fosse (1154) simigliante a l'altissimo (1155). E per quello diletto sono
noiosi a nutricare i fanciulli, perciò ch'ella (1156) avesse pena a nutricargli.
E anche sono in tenebre per lo diletto ch'ebono di mangiare lo pome che
Idio avea loro vietato; e però ell'averà pene a partorire, e a notricare lo suo
frutto.
(1152) vietato C. R. 2.
(1153) Manca al C. L.: l'altra ragione perch'egli — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1154) ch'il seroit C. F. R.
(1155) a Dio altissimo C. R. 2.
(1156) perch'ella C. R. 2.
Cap. CCCVII.
Lo re domanda: come dee l'uomo vivere in questo mondo? Sidrac risponde:
L'uomo dee vivere in una maniera, e in un'altra morire, e in un'altra àe
a risucitare. L'uomo dee vivere lealmente e di suo travaglio e di suo leale
guadagno, e avere pace, e amore a Dio e a tutte le genti, e Idio
primieramente laudare e innorare, e fugire la cupidizia (1157) di questo
secolo. Uomini che questo fanno, vivono innoratamente. L'altra si è che
l'uomo dee morire pietosamente; cioè quelli che credono in Dio e che lo
conoscono e adorallo e lodano e ànno pazienzia e astinenzia e sofferenzia,
Page 286
quelli che per Dio morranno, quellino faranno preciosa morte, e quellino
risusciteranno gloriosamente, quando a Dio piacerà.
(1157) concupiscenza C. R. 2.
Cap. CCCVIII.
Lo re domanda: come si dee l'uomo comportare collo suo nimico? Sidrac
risponde:
Se lo tuo nimico è forte o frale, tu non ti dei mica ispaventare nè
troppo asicurare, che tale è oggi vinto, che domane vincerà. Chi non dotta
non sarà ridottato, e lo troppo dottare fa troppo avilire, e la troppa fretta fa
troppo dannaggio. E chi la paura porta tuttavia co' lui, egli porta grande
pena e grande fascio sopra lui. Quelli che porta la sicurtà sopra lui, si porta
lo suo danno e la morte sopra lui. E però quando è tenpo e stagione da
dottare, si dotti; e però quando è tenpo e stagione di sicurare, si s'asicuri.
Cap. CCCVIIII.
Lo re domanda: dee l'uomo giucare col suo amico (1158)? Sidrac risponde:
Guardati di non giucare col tuo amico nè con altrui colle mani, nè
beffare; chè de' giuochi delle mani ingienera micidio e grande cruccio,
conciosia cosa che (1159) sia tuo amico o tuo fratello; o tu lo magagni, o li
tocchi di mani (1160), o lo metta a terra, o lo fiere d'altro modo, elli gli sarà
grande vergogna (1161), conciosia ch'egli sia piccolo o frale; che ciascuno
si tiene in sè forte e ardito e fiero, e pochi sono quelli che dispregino sè
risusciteranno gloriosamente, quando a Dio piacerà.
(1157) concupiscenza C. R. 2.
Cap. CCCVIII.
Lo re domanda: come si dee l'uomo comportare collo suo nimico? Sidrac
risponde:
Se lo tuo nimico è forte o frale, tu non ti dei mica ispaventare nè
troppo asicurare, che tale è oggi vinto, che domane vincerà. Chi non dotta
non sarà ridottato, e lo troppo dottare fa troppo avilire, e la troppa fretta fa
troppo dannaggio. E chi la paura porta tuttavia co' lui, egli porta grande
pena e grande fascio sopra lui. Quelli che porta la sicurtà sopra lui, si porta
lo suo danno e la morte sopra lui. E però quando è tenpo e stagione da
dottare, si dotti; e però quando è tenpo e stagione di sicurare, si s'asicuri.
Cap. CCCVIIII.
Lo re domanda: dee l'uomo giucare col suo amico (1158)? Sidrac risponde:
Guardati di non giucare col tuo amico nè con altrui colle mani, nè
beffare; chè de' giuochi delle mani ingienera micidio e grande cruccio,
conciosia cosa che (1159) sia tuo amico o tuo fratello; o tu lo magagni, o li
tocchi di mani (1160), o lo metta a terra, o lo fiere d'altro modo, elli gli sarà
grande vergogna (1161), conciosia ch'egli sia piccolo o frale; che ciascuno
si tiene in sè forte e ardito e fiero, e pochi sono quelli che dispregino sè
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medesimo, se non fosse già vile o codardo (1162). Se tu lo beffi, tu gli fai
gran male al cuore, che crede in sè medesimo che le beffe che tu gli fai, il
facci per ispregiarlo; che di beffe viene cruccio e odio (1163), conciosia
cosa che sia tuo fratello o tuo amico. Ma tu dei giucare (1164) colla gente
con belle parole; e a ragione e a utilità di te mostrare e traggere (1165); e di
cotale giuoco viene cortesia e allegrezza.
(1158) Meglio nel C. R. 2.: de' l'omo essere vago di scherzare colle mani?
(1159) benchè C. R. 2.
(1160) o li torci le mani C. R. 2.
(1161) egli lo avrà a grande noia C. R. 2.
(1162) benchè sia codardo C. R. 2.
(1163) Nel C. L.: che beffe a cruccio e odio. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1164) usare C. R. 2.
(1165) Nel C. F. R.: Mais tu dois iuer o la gent de belles paroles, et di e raisons, et de biaus
proverbes dire et retraire.
Cap. CCCX.
Lo re domanda: se l'uomo dee dottare del suo nimico. Sidrac risponde:
Tu ti dei tenere vigorosamente e fieramente contra lo tuo nimico,
conciosia cosa che tu lo dotti, e sia codardo (1166). Se tu lo fai, lo tu nimico
ti pregerà, e ti dotterà, e non ti oserà asalire; che s'egli lo pensasse fare, egli
crederebe essere vinto da te. E se tu ti cansi da lui, e non ài fierezza contra
lui, tu se' vinto, che egli ti dispregierà, e non ti dotterà, che in cotale
maniera che tu ti sconterrai co' lui, in cotale sarai tenuto. Se tu se' prode
uomo e valente, tienti lo tuo onore, e tu sarai più pregiato e più onorato; e se
tu se' vile e codardo, tienti a onore, e cortese (1167) vieni tra la gente, e in
questo crederanno che tu sii prode e valente. E se la tua codardia si scuopre
una volta, tuttavia sarai ontoso e vile tenuto in fra la gente. E se alcuno ti
riscalda d'arme, e tu non v'abbi ardire nè cuore inverso lui, confortati e
piglia asenpro dal leone (1168), e torna a lui, e così lo potrai viliare e te
inalzare. Lo cane, quando fugge, altri cani lo cacciano; e egli piglia vigore e
gran male al cuore, che crede in sè medesimo che le beffe che tu gli fai, il
facci per ispregiarlo; che di beffe viene cruccio e odio (1163), conciosia
cosa che sia tuo fratello o tuo amico. Ma tu dei giucare (1164) colla gente
con belle parole; e a ragione e a utilità di te mostrare e traggere (1165); e di
cotale giuoco viene cortesia e allegrezza.
(1158) Meglio nel C. R. 2.: de' l'omo essere vago di scherzare colle mani?
(1159) benchè C. R. 2.
(1160) o li torci le mani C. R. 2.
(1161) egli lo avrà a grande noia C. R. 2.
(1162) benchè sia codardo C. R. 2.
(1163) Nel C. L.: che beffe a cruccio e odio. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1164) usare C. R. 2.
(1165) Nel C. F. R.: Mais tu dois iuer o la gent de belles paroles, et di e raisons, et de biaus
proverbes dire et retraire.
Cap. CCCX.
Lo re domanda: se l'uomo dee dottare del suo nimico. Sidrac risponde:
Tu ti dei tenere vigorosamente e fieramente contra lo tuo nimico,
conciosia cosa che tu lo dotti, e sia codardo (1166). Se tu lo fai, lo tu nimico
ti pregerà, e ti dotterà, e non ti oserà asalire; che s'egli lo pensasse fare, egli
crederebe essere vinto da te. E se tu ti cansi da lui, e non ài fierezza contra
lui, tu se' vinto, che egli ti dispregierà, e non ti dotterà, che in cotale
maniera che tu ti sconterrai co' lui, in cotale sarai tenuto. Se tu se' prode
uomo e valente, tienti lo tuo onore, e tu sarai più pregiato e più onorato; e se
tu se' vile e codardo, tienti a onore, e cortese (1167) vieni tra la gente, e in
questo crederanno che tu sii prode e valente. E se la tua codardia si scuopre
una volta, tuttavia sarai ontoso e vile tenuto in fra la gente. E se alcuno ti
riscalda d'arme, e tu non v'abbi ardire nè cuore inverso lui, confortati e
piglia asenpro dal leone (1168), e torna a lui, e così lo potrai viliare e te
inalzare. Lo cane, quando fugge, altri cani lo cacciano; e egli piglia vigore e
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torna indietro loro (1169); inmantenente si tragono gli altri indietro, e non
osano conbattere co' lui, chè lo volto dotta lo volto (1170).
(1166) e che tu sia codardo C. R. 2.
(1167) cortesemente C. R. 2.
(1168) de chien C. F. R.: e che non leone ma cane abbia da leggersi è chiaro da ciò che segue. — Il
C. R. 2. ha pure: leone.
(1169) verso loro C. R. 2.
(1170) la chiere ne doute mie le dos, mais la chiere doute bien la chiere C. F. R.
Cap. CCCXI.
Lo re domanda: qual vale più o lo ricco o lo povero nell'altro secolo?
Sidrac risponde:
Ispiritualmente quelli che amano Iddio più vagliono. Corporalmente i
ricchi più che li poveri, che altrettanto quanto tu averai, tanto varrai. Lo
verace profeta, lo figliuolo di Dio, quando egli verrà in terra, e' dirà colla
sua santa bocca: tanto quanto tu avrai tanto varrai; ma egli nollo dirà mica
per gli corpi, anzi lo dirà per l'anima; che tanto quanto l'anima avrà fatto in
questo secolo, tanto averà nell'altro. Similemente aviene del corpo, che
altrettanto quanto egli à di podere in questo secolo, altrettanto vale egli in
questo mondo.
Cap. CCCXII.
Lo re domanda: quali sono più ad agio o li poveri o li ricchi in questo
secolo? Sidrac risponde:
osano conbattere co' lui, chè lo volto dotta lo volto (1170).
(1166) e che tu sia codardo C. R. 2.
(1167) cortesemente C. R. 2.
(1168) de chien C. F. R.: e che non leone ma cane abbia da leggersi è chiaro da ciò che segue. — Il
C. R. 2. ha pure: leone.
(1169) verso loro C. R. 2.
(1170) la chiere ne doute mie le dos, mais la chiere doute bien la chiere C. F. R.
Cap. CCCXI.
Lo re domanda: qual vale più o lo ricco o lo povero nell'altro secolo?
Sidrac risponde:
Ispiritualmente quelli che amano Iddio più vagliono. Corporalmente i
ricchi più che li poveri, che altrettanto quanto tu averai, tanto varrai. Lo
verace profeta, lo figliuolo di Dio, quando egli verrà in terra, e' dirà colla
sua santa bocca: tanto quanto tu avrai tanto varrai; ma egli nollo dirà mica
per gli corpi, anzi lo dirà per l'anima; che tanto quanto l'anima avrà fatto in
questo secolo, tanto averà nell'altro. Similemente aviene del corpo, che
altrettanto quanto egli à di podere in questo secolo, altrettanto vale egli in
questo mondo.
Cap. CCCXII.
Lo re domanda: quali sono più ad agio o li poveri o li ricchi in questo
secolo? Sidrac risponde:
Page 289
Li ricchi sono più ad agio che i poveri; ma i poveri sono più al sicuro.
Lo ricco à ciò che egli è mestieri, e può fare lo suo agio; ma egli è inpeso di
paura del suo reame perdere (1171), e della sua ricchezza, e non puote
andare ove vuole, se non à grande conpagnia con seco. Lo povero vae e
viene sicuramente, e non dotta nulla per lo suo (1172); e quando egli àe lo
ventre pieno (1173), egli è ad agio, altresì come lo ricco è ad agio de' grandi
mangiari ch'egli mangia.
(1171) mais il est plus souent en paour et en dote d'estre enpoisone ou abeure por son royaume
perdre C. F. R. — È da credere che l'inpeso del n. t. e del C. R. 2. sia derivato da non avere
inteso l'enpoisone del testo francese.
(1172) Così anche nel C. R. 2., e pare da intendere per le cose sue. — Nel C. F. R.: ne doute nului ne
le beurage ne l'entoschement, por convetise de lui ne por le sien.
(1173) de pain et d'aigue C. F. R.; aggiunta che chiarisce meglio ciò che segue.
Cap. CCCXIII.
Lo re domanda: quali sono le più ricche genti del mondo? Sidrac risponde:
Le più ricche genti del mondo spiritualmente sono coloro di cui Iddio
s'apaga più di loro, per le buone opere. Corporalmente a questo tenpo sono
gl'indiani. Ma egli nascieranno una gloriosa gente (1174), che prima si
convertiranno al verace profeta, e quella sarà la più ricca gente del mondo;
ma per la loro malvagità e per gli loro agi, perderanno tutto, e diventeranno
dispregiati in fra le genti; ch'egli crederanno essere migliori che l'altre genti,
ma egli non saranno. Ma dopo loro la ricchezza del mondo sarà d'altre genti
franche, gli quali saranno più onorati a Dio (1175), che niuna altra gente del
mondo.
(1174) une gente grezoise C. F. R. — Anche il C. R. 2.: ha: groliosa. — Che il traduttore non
intendesse la parola grezoise?
(1175) plus humelians a Dieu C. F. R.
Lo ricco à ciò che egli è mestieri, e può fare lo suo agio; ma egli è inpeso di
paura del suo reame perdere (1171), e della sua ricchezza, e non puote
andare ove vuole, se non à grande conpagnia con seco. Lo povero vae e
viene sicuramente, e non dotta nulla per lo suo (1172); e quando egli àe lo
ventre pieno (1173), egli è ad agio, altresì come lo ricco è ad agio de' grandi
mangiari ch'egli mangia.
(1171) mais il est plus souent en paour et en dote d'estre enpoisone ou abeure por son royaume
perdre C. F. R. — È da credere che l'inpeso del n. t. e del C. R. 2. sia derivato da non avere
inteso l'enpoisone del testo francese.
(1172) Così anche nel C. R. 2., e pare da intendere per le cose sue. — Nel C. F. R.: ne doute nului ne
le beurage ne l'entoschement, por convetise de lui ne por le sien.
(1173) de pain et d'aigue C. F. R.; aggiunta che chiarisce meglio ciò che segue.
Cap. CCCXIII.
Lo re domanda: quali sono le più ricche genti del mondo? Sidrac risponde:
Le più ricche genti del mondo spiritualmente sono coloro di cui Iddio
s'apaga più di loro, per le buone opere. Corporalmente a questo tenpo sono
gl'indiani. Ma egli nascieranno una gloriosa gente (1174), che prima si
convertiranno al verace profeta, e quella sarà la più ricca gente del mondo;
ma per la loro malvagità e per gli loro agi, perderanno tutto, e diventeranno
dispregiati in fra le genti; ch'egli crederanno essere migliori che l'altre genti,
ma egli non saranno. Ma dopo loro la ricchezza del mondo sarà d'altre genti
franche, gli quali saranno più onorati a Dio (1175), che niuna altra gente del
mondo.
(1174) une gente grezoise C. F. R. — Anche il C. R. 2.: ha: groliosa. — Che il traduttore non
intendesse la parola grezoise?
(1175) plus humelians a Dieu C. F. R.
Page 290
Cap. CCCXIIII.
Lo re domanda: quali sono li più onorati uomini del mondo? Sidrac
risponde:
Le più onorate genti di questo mondo sono a questi tenpi i persiani. Ma
tenpo verrà che quelli del ponente saranno la più innorata gente del mondo,
e gli più savi e gli più valenti e gli più pregiati, e la migliore gente a Dio e
al mondo; e saranno credenti fortemente alla fede del figliuolo di Dio. E
sarà tenpo ch'egli giustizieranno (1176) le tre parti del mondo; e gli loro
onori andranno per tutto il mondo, e la loro signoria tuttavia rinforzerà.
Ispesso sarà tra loro guerra, e quando Idio vorrà distrugere l'altre nazioni,
quelle genti andranno ne' loro paesi.
(1176) Forse per rendere giustizia, e quindi signoreggiare. Non si hanno esempi di giustiziare in
questo significato.
Cap. CCCXV.
Lo re domanda: quando tu se' in uno luogo deilo tu lasciare per migliore
cercare? Sidrac risponde:
Quando tu se' in buono luogo, tu ài lo tuo vivere, tielloti in pacie, e non
ti intramettere in cupidizia di migliore avere. Ma quando Idio il ti (1177)
manderae, si lo piglia, e statti in pace; chè chi troppo cupita (1178) tutto
perde, e tanto gratta capra che male giace (1179), e tal crede trovare il pane
fatto, che non truova il grano nel canpo. E per ciò è buono, quando l'uomo è
in buono luogo, che non si parta per altro cercare, che tosto potrà perdere
l'uno pell'altro.
(1177) tel C. R. 2.
(1178) cupidità àe C. R. 2. — Forse da cupere, invece di cupe, fecesi cupita.
Lo re domanda: quali sono li più onorati uomini del mondo? Sidrac
risponde:
Le più onorate genti di questo mondo sono a questi tenpi i persiani. Ma
tenpo verrà che quelli del ponente saranno la più innorata gente del mondo,
e gli più savi e gli più valenti e gli più pregiati, e la migliore gente a Dio e
al mondo; e saranno credenti fortemente alla fede del figliuolo di Dio. E
sarà tenpo ch'egli giustizieranno (1176) le tre parti del mondo; e gli loro
onori andranno per tutto il mondo, e la loro signoria tuttavia rinforzerà.
Ispesso sarà tra loro guerra, e quando Idio vorrà distrugere l'altre nazioni,
quelle genti andranno ne' loro paesi.
(1176) Forse per rendere giustizia, e quindi signoreggiare. Non si hanno esempi di giustiziare in
questo significato.
Cap. CCCXV.
Lo re domanda: quando tu se' in uno luogo deilo tu lasciare per migliore
cercare? Sidrac risponde:
Quando tu se' in buono luogo, tu ài lo tuo vivere, tielloti in pacie, e non
ti intramettere in cupidizia di migliore avere. Ma quando Idio il ti (1177)
manderae, si lo piglia, e statti in pace; chè chi troppo cupita (1178) tutto
perde, e tanto gratta capra che male giace (1179), e tal crede trovare il pane
fatto, che non truova il grano nel canpo. E per ciò è buono, quando l'uomo è
in buono luogo, che non si parta per altro cercare, che tosto potrà perdere
l'uno pell'altro.
(1177) tel C. R. 2.
(1178) cupidità àe C. R. 2. — Forse da cupere, invece di cupe, fecesi cupita.
Page 291
(1179) et tant grate chieure che mal gist C. F. R.
Cap. CCCXVI.
Lo re domanda: dee l'uomo credere ciò che le genti lo consigliano? Sidrac
risponde:
Certo tu farai come senplice, se tu crederai tutti i consigli che l'uomo ti
dà. Tu dei udire lo consiglio della gente, e intendere uno e altro; e quello
che non ti parrà buono e leale, lasciarlo e fugirlo. E se tu se' savio, non dei
però dispregiare nè biasimare lo consiglio dell'altra gente, ma lodare e
innorare, che allora sarà (1180) egli tenuto per savio e per provedente.
(1180) sarai C. R. 2.
Cap. CCCXVII.
Lo re domanda: de' l'uomo amare i malidicenti? Sidrac risponde:
Certo chi maldicente ama, egli ama la conpagnia del diavolo, che
maldicente vale tanto a dire come male aoperante e mal cercante; e cotale
uomo non dei amare, ma odiare e fugire da lui: chè maldicente mette
discordia tra' fratelli e gli amici, e fa generare micidio e perdizione di corpo
e d'anima. E maldicente si è servente del diavolo, e si è altresì figliuolo del
diavolo. E cotali genti deino fugire (1181), e odiare sopra tutte le cose, e
non crederli di cosa ch'egli dicano, perch'egli non dicono se non male, come
quelli che sono dati al diavolo. E tanto com'egli viveranno, non faranno
altro che male, e disamore e discordanzia mettere infra la gente; e perciò
l'uomo gli dee odiare sopra tutte le cose.
Cap. CCCXVI.
Lo re domanda: dee l'uomo credere ciò che le genti lo consigliano? Sidrac
risponde:
Certo tu farai come senplice, se tu crederai tutti i consigli che l'uomo ti
dà. Tu dei udire lo consiglio della gente, e intendere uno e altro; e quello
che non ti parrà buono e leale, lasciarlo e fugirlo. E se tu se' savio, non dei
però dispregiare nè biasimare lo consiglio dell'altra gente, ma lodare e
innorare, che allora sarà (1180) egli tenuto per savio e per provedente.
(1180) sarai C. R. 2.
Cap. CCCXVII.
Lo re domanda: de' l'uomo amare i malidicenti? Sidrac risponde:
Certo chi maldicente ama, egli ama la conpagnia del diavolo, che
maldicente vale tanto a dire come male aoperante e mal cercante; e cotale
uomo non dei amare, ma odiare e fugire da lui: chè maldicente mette
discordia tra' fratelli e gli amici, e fa generare micidio e perdizione di corpo
e d'anima. E maldicente si è servente del diavolo, e si è altresì figliuolo del
diavolo. E cotali genti deino fugire (1181), e odiare sopra tutte le cose, e
non crederli di cosa ch'egli dicano, perch'egli non dicono se non male, come
quelli che sono dati al diavolo. E tanto com'egli viveranno, non faranno
altro che male, e disamore e discordanzia mettere infra la gente; e perciò
l'uomo gli dee odiare sopra tutte le cose.
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(1181) de' l'omo fugire C. R. 2.
Cap. CCCXVIII.
Lo re domanda: se si dee l'uomo crucciare se altri gli mostra mala cera?
Sidrac risponde:
Non certo, che se il tuo amico o il tuo fratello ti mostra malo senbiante
alcuna volta, tu per ciò non ti dei crucciare, chè per aventura egli àe alcuno
cruccio in sè, per ch'egli a voi nè altrui non può mostrare bello
senbiante (1182).
(1182) Il C. R. 2. ha di più ciò che segue: E per ciò tu lo dei comportare, e pensare in te medesimo
che, se tu fossi corucciato, non potresti fare bel senbiante nè a lui nè altrui. E se tu ài parole a
piato con altrui, ed egli ti mostra malo sembiante, non ti dei per ciò corucciare, che per aventura
egli è poco saputo, e poco senno regna in lui, che ciò li fa fare; chè tuttavia lo poco saputo
mostra più di coruccio; che lo savio, bench'egli sia corucciato, egli mostra tutto lo più bello di
fuori, e ciò adiviene per lo suo grande senno. E però de' l'uomo più temere lo coruccio del savio
che del folle. E lo savio si sa meglio vendicare del suo nimico che lo folle.
Cap. CCCXVIIII.
Lo re domanda: può l'uomo dimenticare lo suo paese? Sidrac risponde:
L'uomo puote bene dimenticare lo suo paese, ove egli è stato povero e
mendico, e poi tu vieni in altro paese ove tu truovi bene. Ben dei dunque
dimenticare lo tuo paese, ove se' stato povero e mendico. E se tu fossi nel
più bello luogo del mondo, e tu avessi parenti e amici assai, che tu làe non
potessi istare per la tua povertà, e tu andassi in altra parte, là ove tu trovassi
la tua vita, là è lo tuo paese. E quello paese dei tu amare, ove tu ài lo tuo
Cap. CCCXVIII.
Lo re domanda: se si dee l'uomo crucciare se altri gli mostra mala cera?
Sidrac risponde:
Non certo, che se il tuo amico o il tuo fratello ti mostra malo senbiante
alcuna volta, tu per ciò non ti dei crucciare, chè per aventura egli àe alcuno
cruccio in sè, per ch'egli a voi nè altrui non può mostrare bello
senbiante (1182).
(1182) Il C. R. 2. ha di più ciò che segue: E per ciò tu lo dei comportare, e pensare in te medesimo
che, se tu fossi corucciato, non potresti fare bel senbiante nè a lui nè altrui. E se tu ài parole a
piato con altrui, ed egli ti mostra malo sembiante, non ti dei per ciò corucciare, che per aventura
egli è poco saputo, e poco senno regna in lui, che ciò li fa fare; chè tuttavia lo poco saputo
mostra più di coruccio; che lo savio, bench'egli sia corucciato, egli mostra tutto lo più bello di
fuori, e ciò adiviene per lo suo grande senno. E però de' l'uomo più temere lo coruccio del savio
che del folle. E lo savio si sa meglio vendicare del suo nimico che lo folle.
Cap. CCCXVIIII.
Lo re domanda: può l'uomo dimenticare lo suo paese? Sidrac risponde:
L'uomo puote bene dimenticare lo suo paese, ove egli è stato povero e
mendico, e poi tu vieni in altro paese ove tu truovi bene. Ben dei dunque
dimenticare lo tuo paese, ove se' stato povero e mendico. E se tu fossi nel
più bello luogo del mondo, e tu avessi parenti e amici assai, che tu làe non
potessi istare per la tua povertà, e tu andassi in altra parte, là ove tu trovassi
la tua vita, là è lo tuo paese. E quello paese dei tu amare, ove tu ài lo tuo
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vivere, e non là ove tu se' nato, che non avevi di che vivere. Che chi vuole
porre mente al mondo, si troverrà che tutta la gente che furono e saranno
sono istrani in questo secolo, che niuno à paese per sè, se non solamente
albergo. La durata di questo secolo, se ella fosse cento milia anni e più, non
sarebe albergheria una ora, alla lunghezza dell'altro secolo. Cento milia anni
sono in questo secolo, a comparazione dell'altro, siccome uno uomo
albergasse una ora in una strana albergheria. Per ciò siamo noi tutti istrani
in questo secolo.
Cap. CCCXX.
Lo re domanda: quale è meglio o forza o ingiegnio? Sidrac risponde:
Forza è buona all'anima e alcuna volta al corpo, ma ingegno vale
meglio al corpo. Quando tu ài alcuna cosa a fare per la tua forza, se tu la fai
con alcuno ingegnio, tu la farai in tutte le cose del mondo. Ingegno vale
meglio che forza al corpo. All'anima vale meglio forza che ingegnio.
Cap. CCCXXI.
Lo re domanda: se alcuno domanda ragione dègli l'uomo inmantanente
rispondere? Sidrac risponde:
Se alcuno domanda ragione l'uno all'altro, e egli è savio e proveduto,
ch'egli sapia rispondere a diritto e a ragione di ciò ch'egli lo domanda, egli
dee rispondere a diritto e a ragione di ciò ch'egli lo domanda, egli dee
rispondere inmantenente; e se ciò averà, egli vincerà lo piato e sarà tenuto
per savio. E se ciò non sa fare, può pensarsi dinanzi quello ch'egli dee
porre mente al mondo, si troverrà che tutta la gente che furono e saranno
sono istrani in questo secolo, che niuno à paese per sè, se non solamente
albergo. La durata di questo secolo, se ella fosse cento milia anni e più, non
sarebe albergheria una ora, alla lunghezza dell'altro secolo. Cento milia anni
sono in questo secolo, a comparazione dell'altro, siccome uno uomo
albergasse una ora in una strana albergheria. Per ciò siamo noi tutti istrani
in questo secolo.
Cap. CCCXX.
Lo re domanda: quale è meglio o forza o ingiegnio? Sidrac risponde:
Forza è buona all'anima e alcuna volta al corpo, ma ingegno vale
meglio al corpo. Quando tu ài alcuna cosa a fare per la tua forza, se tu la fai
con alcuno ingegnio, tu la farai in tutte le cose del mondo. Ingegno vale
meglio che forza al corpo. All'anima vale meglio forza che ingegnio.
Cap. CCCXXI.
Lo re domanda: se alcuno domanda ragione dègli l'uomo inmantanente
rispondere? Sidrac risponde:
Se alcuno domanda ragione l'uno all'altro, e egli è savio e proveduto,
ch'egli sapia rispondere a diritto e a ragione di ciò ch'egli lo domanda, egli
dee rispondere a diritto e a ragione di ciò ch'egli lo domanda, egli dee
rispondere inmantenente; e se ciò averà, egli vincerà lo piato e sarà tenuto
per savio. E se ciò non sa fare, può pensarsi dinanzi quello ch'egli dee
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rispondere; e se così tosto non può pensare, egli dee pigliare termine. E poi
vada alle scritture, e legga i libri, e riceva nel suo cuore ciò ch'egli vi
troverà; e poi conbatta tutto giorno con quelli che lo contastano, e faccia sì
che gli vinca e gli metta di sotto. E allora sarai tutto savio e filosafo, e
porterai lodo sopra l'altra gente. Quelli che rispondono di ciò che l'uomo
loro domanda, quelli sono chiamati filosafi, e gli filosafi sono i ministri del
mondo corporalmente; che altra gente possono insegnare e inprendere.
Cap. CCCXXII.
Lo re domanda: come dee l'uomo domandare quando vuole sapere alcuna
cosa (1183)? Sidrac risponde:
L'uomo dee domandare ciò che dee (1184), cortesemente e di buona
aria, una o due o dieci (1185); e s'egli nol puote avere, egli lo dee mostrare
cortesemente, là ove egli crede avere ragione. E se tu dei dare alla gente
alcuna cosa, pagagli cortesemente, perch'egli un'altra volta ti possano
aiutare in tuoi bisogni; chè quelli che cortesemente pigliano e rendono,
quelli ànno parte nell'altrui avere; e quelli che pigliano e malvolentieri
rendono, quelli non avranno forza nè aiuto ne' loro bisogni.
(1183) Meglio nel C. R. 2.: in che modo de' l'omo domandare ragione?
(1184) ce che l'om li doit C. F. R.
(1185) una volta o due o tre o dieci C. R. 2.
Cap. CCCXXIII.
Lo re domanda: perchè sono più savia gente quegli del ponente che quelli
del levante? Sidrac risponde:
vada alle scritture, e legga i libri, e riceva nel suo cuore ciò ch'egli vi
troverà; e poi conbatta tutto giorno con quelli che lo contastano, e faccia sì
che gli vinca e gli metta di sotto. E allora sarai tutto savio e filosafo, e
porterai lodo sopra l'altra gente. Quelli che rispondono di ciò che l'uomo
loro domanda, quelli sono chiamati filosafi, e gli filosafi sono i ministri del
mondo corporalmente; che altra gente possono insegnare e inprendere.
Cap. CCCXXII.
Lo re domanda: come dee l'uomo domandare quando vuole sapere alcuna
cosa (1183)? Sidrac risponde:
L'uomo dee domandare ciò che dee (1184), cortesemente e di buona
aria, una o due o dieci (1185); e s'egli nol puote avere, egli lo dee mostrare
cortesemente, là ove egli crede avere ragione. E se tu dei dare alla gente
alcuna cosa, pagagli cortesemente, perch'egli un'altra volta ti possano
aiutare in tuoi bisogni; chè quelli che cortesemente pigliano e rendono,
quelli ànno parte nell'altrui avere; e quelli che pigliano e malvolentieri
rendono, quelli non avranno forza nè aiuto ne' loro bisogni.
(1183) Meglio nel C. R. 2.: in che modo de' l'omo domandare ragione?
(1184) ce che l'om li doit C. F. R.
(1185) una volta o due o tre o dieci C. R. 2.
Cap. CCCXXIII.
Lo re domanda: perchè sono più savia gente quegli del ponente che quelli
del levante? Sidrac risponde:
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Quegli del ponente non ànno tanto del calore del sole come ànno quelli
del levante. Quando lo sole si leva a levante egli è molto caldo e secco, e
allora iscalda tutto lo levante, e quelli che vi sono. E quando egli è alto, egli
non è tanto caldo in tali luoghi. E quando egli è a mezzo giorno, egli è caldo
comunalmente per tutto lo mondo. Quando egli s'abassa per la notte
aprossimare (1186), si piglia lo suo torno al ponente, e allora non è tanto
caldo. Dunque non ànno quelli dal ponente tanto caldo, quando lo sole
iscende, come n'à quelli del levante, quando egli si leva. Per questa ragione
sono più savi quelli del ponente che quelli del levante, chè lo loro cervello
non à tanto del calore come quelli del levante. E di questo vi potete voi
avedere legiermente: chè chi fosse in uno luogo, che lo sole lo potesse
iscaldare oltra a misura, in poco (1187) potrebe diventare folle e perdere il
senno. E anche ci à altra ragione, che quelli del ponente possono mangiare
calde vivande, tutte le stagioni dell'anno, che giamai male non faranno. Se
quelli del levante le mangiassono, elle farebono loro grande male: che ciò è
per la calda compressione della terra ove egli sono. Quelli del ponente le
possono mangiare per la fredda compressione della terra dove sono.
(1186) Intendasi, per l'approssimarsi della notte. — Per la nuit aprochier C. F. R.
(1187) in poco di tempo C. R. 2.
Cap. CCCXXIIII.
Lo re domanda: quale è più bello alla femina o lo bello corpo o la bella
persona o lo bello volto? Sidrac risponde:
Uomo o femina che sieno conpiuti di loro menbri e sono interi, la bella
cera istà loro meglio che il bello corpo; che se lo corpo è bianco o bruno,
egli è coperto di vestimenti, e lo volto è scoperto tuttavia; e lo diletto non è
se non nel volto. L'uomo non dee riguardare se non nel volto; e chi inanzi si
mette a riguardare, egli pecca fortemente. E perciò diciamo noi che lo bello
volto è più piacevole al corpo sano e conpiuto, che non è lo bello cuore
saggio (1188).
del levante. Quando lo sole si leva a levante egli è molto caldo e secco, e
allora iscalda tutto lo levante, e quelli che vi sono. E quando egli è alto, egli
non è tanto caldo in tali luoghi. E quando egli è a mezzo giorno, egli è caldo
comunalmente per tutto lo mondo. Quando egli s'abassa per la notte
aprossimare (1186), si piglia lo suo torno al ponente, e allora non è tanto
caldo. Dunque non ànno quelli dal ponente tanto caldo, quando lo sole
iscende, come n'à quelli del levante, quando egli si leva. Per questa ragione
sono più savi quelli del ponente che quelli del levante, chè lo loro cervello
non à tanto del calore come quelli del levante. E di questo vi potete voi
avedere legiermente: chè chi fosse in uno luogo, che lo sole lo potesse
iscaldare oltra a misura, in poco (1187) potrebe diventare folle e perdere il
senno. E anche ci à altra ragione, che quelli del ponente possono mangiare
calde vivande, tutte le stagioni dell'anno, che giamai male non faranno. Se
quelli del levante le mangiassono, elle farebono loro grande male: che ciò è
per la calda compressione della terra ove egli sono. Quelli del ponente le
possono mangiare per la fredda compressione della terra dove sono.
(1186) Intendasi, per l'approssimarsi della notte. — Per la nuit aprochier C. F. R.
(1187) in poco di tempo C. R. 2.
Cap. CCCXXIIII.
Lo re domanda: quale è più bello alla femina o lo bello corpo o la bella
persona o lo bello volto? Sidrac risponde:
Uomo o femina che sieno conpiuti di loro menbri e sono interi, la bella
cera istà loro meglio che il bello corpo; che se lo corpo è bianco o bruno,
egli è coperto di vestimenti, e lo volto è scoperto tuttavia; e lo diletto non è
se non nel volto. L'uomo non dee riguardare se non nel volto; e chi inanzi si
mette a riguardare, egli pecca fortemente. E perciò diciamo noi che lo bello
volto è più piacevole al corpo sano e conpiuto, che non è lo bello cuore
saggio (1188).
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(1188) Et por ce dions nos che la belle chiere est plus seant a la persone entiere et conplie che la
belle charogne C. F. R.
belle charogne C. F. R.
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Cap. CCCXXV.
Lo re domanda se le pianete sono tutte in un luogo o sono tutte d'una
maniera e natura o sono di più nature? Sidrac risponde (1189):
Ciascuna è per sè in ciascuno luogo, ed àe suo esaltamento e suo
abbassamento. Mercurio dimora in ciascuno segno giorni XXIIII e più. Sua
natura si è calda e umida, e si ama tutte le cose amare; si è di tutte sapienzie
e di tutte arti e sottiglieze; ciò è a dire, quando egli è posto in buona
inmagine; lo suo buono amico è Iupiter e Venus e Saturno. Lo suo
asaltamento è a Virgo, e per la forza dell'esaltamento si è a tre gradi di
Virgo. Lo suo abbassamento si è a Pisces; la forza dell'abassamento si è a
tre gradi del Pesce. Luna si dimora in ciascuno segno due giorni e mezzo; e
si è posta al sottano cielo (1190). Sua natura si è fredda e umida, e lo giorno
di sua conbustione si è per fare tutte cose a la sua quintadecima. Altressì si
ama colori d'argento o d'acque. Suo asaltamento si è a Tauro, e la forza
dello abassamento è a Scorpio, a tre gradi di Scorpio. Saturno dimora in
ciascuno segno due anni e mezzo, e si è posto nel settimo cielo. Sua natura
si è fredda e secca, e si ama tutte cose amare e lo ferro e tutti i colori neri.
Egli à grande nimistà con Mars, e' suoi amici sono Iuppiter, Sole, Luna. Lo
suo asaltamento è Libra; e la forza dell'asaltamento si è a XXIIII gradi. Lo
suo abassamento è in Aries; e la forza del suo abassamento si è a XXIIII
gradi d'Aries. Iuppiter dimora in ciascuno segno uno anno, e si è posto al
decimo cielo. Sua natura si è calda e umida; egli ama tutte cose umide,
siccome burro, latte e mele e cera; e si s'ama con tutte l'altre pianete; se non
se con Mars. Lo suo abassamento si è Cancer; e la forza dell'asaltamento si
è a gradi XXIIII di Cancer; e l'abassamento si è in Capricornio. Mars
dimora in ciascuno segno giorni XXX e più, insino al XLV; e si è posto al
quinto cielo; e si è vago di sangue e di battaglie e di ruine, di tutti colori
vermigli, e di tutte cose agre e forte alla bocca dell'uomo; e si è ria pianeta.
La sua natura è calda. Ella s'ama con Venus, e con tutte l'altre pianete; si
vuole grande male. Lo suo grande nimico si è Iuppiter. E ella ama città e
Lo re domanda se le pianete sono tutte in un luogo o sono tutte d'una
maniera e natura o sono di più nature? Sidrac risponde (1189):
Ciascuna è per sè in ciascuno luogo, ed àe suo esaltamento e suo
abbassamento. Mercurio dimora in ciascuno segno giorni XXIIII e più. Sua
natura si è calda e umida, e si ama tutte le cose amare; si è di tutte sapienzie
e di tutte arti e sottiglieze; ciò è a dire, quando egli è posto in buona
inmagine; lo suo buono amico è Iupiter e Venus e Saturno. Lo suo
asaltamento è a Virgo, e per la forza dell'esaltamento si è a tre gradi di
Virgo. Lo suo abbassamento si è a Pisces; la forza dell'abassamento si è a
tre gradi del Pesce. Luna si dimora in ciascuno segno due giorni e mezzo; e
si è posta al sottano cielo (1190). Sua natura si è fredda e umida, e lo giorno
di sua conbustione si è per fare tutte cose a la sua quintadecima. Altressì si
ama colori d'argento o d'acque. Suo asaltamento si è a Tauro, e la forza
dello abassamento è a Scorpio, a tre gradi di Scorpio. Saturno dimora in
ciascuno segno due anni e mezzo, e si è posto nel settimo cielo. Sua natura
si è fredda e secca, e si ama tutte cose amare e lo ferro e tutti i colori neri.
Egli à grande nimistà con Mars, e' suoi amici sono Iuppiter, Sole, Luna. Lo
suo asaltamento è Libra; e la forza dell'asaltamento si è a XXIIII gradi. Lo
suo abassamento è in Aries; e la forza del suo abassamento si è a XXIIII
gradi d'Aries. Iuppiter dimora in ciascuno segno uno anno, e si è posto al
decimo cielo. Sua natura si è calda e umida; egli ama tutte cose umide,
siccome burro, latte e mele e cera; e si s'ama con tutte l'altre pianete; se non
se con Mars. Lo suo abassamento si è Cancer; e la forza dell'asaltamento si
è a gradi XXIIII di Cancer; e l'abassamento si è in Capricornio. Mars
dimora in ciascuno segno giorni XXX e più, insino al XLV; e si è posto al
quinto cielo; e si è vago di sangue e di battaglie e di ruine, di tutti colori
vermigli, e di tutte cose agre e forte alla bocca dell'uomo; e si è ria pianeta.
La sua natura è calda. Ella s'ama con Venus, e con tutte l'altre pianete; si
vuole grande male. Lo suo grande nimico si è Iuppiter. E ella ama città e
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reame e vino. E lo suo asaltamento si è a Capicornio. La forza del suo
asaltamento è a gradi XXVIII di Cancer. Sol dimora in ciascuno segno
giorni XXX; e è posta al quarto cielo. Sua natura è calda e secca, e è vago
di tutte signorie, e di colori gialli e vermigli; ella ama tutti. Soli suoi nimici
sono Mercurio e Luna. L'asaltamento è in Aries, a gradi XVIIII;
l'abassamento in Libra, a gradi XVIIII. Venus dimora in ciascuno segno
giorni XXX, e più e meno; e si è posto al terzo cielo. Sua natura si è
friggida e umida; egli ama tutte cose umide, burro, latte e mele; egli è vago
di signorie, di femine, e di sollazzi e di diletti; e si è buona pianeta; e si non
à niuno nimico. Il suo asaltamento si è a gradi XVIII di Piscies.
L'abassamento si è a gradi XVIII di Virgo. Testa di Dragone dimora in
ciascuno segno uno anno e mezzo; ma ella non è nimica pianeta, e non va
siccome pianeta; ma ella va siccome casa; o fae scurare lo Sole e la Luna,
quando ella passa per la sua casa. Lo suo asaltamento si è Virgo, a uno
grado. La coda di Dragone vae per quella medesima ragione, e è malvagia
per tutte cose, e fa iscurare lo sole e la luna.
(1189) Questo cap. manca al C. F. R.
(1190) al cielo di sotto C. R. 2.
Cap. CCCXXVI.
Lo re domanda: se uno uomo trovasse un altro sopra la moglie (1191)?
Sidrac risponde:
Se uno uomo trovasse un altro uomo che vituperasse la moglie, se elli
si cruccia egli non è da biasimare; ma tuttavia egli si dee passare
cortesemente e di buona aria. Le dee gastigare umilemente e amaestrare
cortesemente, e lasci andare l'uomo, chè tutto il carico e il biasimo non è se
non della femmina; chè niuno uomo del mondo potrebbe sforzare femina,
se egli nolla volesse uccidere. E mai questo fatto nol dei mettere dinanzi, nè
rimproverargli più, perchè le farebe peggio. E tu dei tôrre lo cruccio e la
gelosia del cuore. E se tue pensi più in questo fatto, tu penserai follia. Che
asaltamento è a gradi XXVIII di Cancer. Sol dimora in ciascuno segno
giorni XXX; e è posta al quarto cielo. Sua natura è calda e secca, e è vago
di tutte signorie, e di colori gialli e vermigli; ella ama tutti. Soli suoi nimici
sono Mercurio e Luna. L'asaltamento è in Aries, a gradi XVIIII;
l'abassamento in Libra, a gradi XVIIII. Venus dimora in ciascuno segno
giorni XXX, e più e meno; e si è posto al terzo cielo. Sua natura si è
friggida e umida; egli ama tutte cose umide, burro, latte e mele; egli è vago
di signorie, di femine, e di sollazzi e di diletti; e si è buona pianeta; e si non
à niuno nimico. Il suo asaltamento si è a gradi XVIII di Piscies.
L'abassamento si è a gradi XVIII di Virgo. Testa di Dragone dimora in
ciascuno segno uno anno e mezzo; ma ella non è nimica pianeta, e non va
siccome pianeta; ma ella va siccome casa; o fae scurare lo Sole e la Luna,
quando ella passa per la sua casa. Lo suo asaltamento si è Virgo, a uno
grado. La coda di Dragone vae per quella medesima ragione, e è malvagia
per tutte cose, e fa iscurare lo sole e la luna.
(1189) Questo cap. manca al C. F. R.
(1190) al cielo di sotto C. R. 2.
Cap. CCCXXVI.
Lo re domanda: se uno uomo trovasse un altro sopra la moglie (1191)?
Sidrac risponde:
Se uno uomo trovasse un altro uomo che vituperasse la moglie, se elli
si cruccia egli non è da biasimare; ma tuttavia egli si dee passare
cortesemente e di buona aria. Le dee gastigare umilemente e amaestrare
cortesemente, e lasci andare l'uomo, chè tutto il carico e il biasimo non è se
non della femmina; chè niuno uomo del mondo potrebbe sforzare femina,
se egli nolla volesse uccidere. E mai questo fatto nol dei mettere dinanzi, nè
rimproverargli più, perchè le farebe peggio. E tu dei tôrre lo cruccio e la
gelosia del cuore. E se tue pensi più in questo fatto, tu penserai follia. Che
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se ài trovato mogliata con uno uomo, tu non se' solo al mondo; e per questa
follia che mogliata à fatta, tu non sarai però morto, e per ciò la terra non
perde il suo frutto a rendere, nè l'acque non sono però secche, nè le genti nè
l'altre criature del mondo non sono però morte, e già per ciò lo nostro
Signore non distruggerà lo mondo. E per ciò si dee passare leggiermente,
non si dee mettere in pensieri nè in tribulazioni, per uno cane che s'acosta a
una cagnia; chè tutti gli uomini che colle moglie altrui giacciono, eglino
sono cani, e peggio che cani; e tutte le femine che si danno altrui che al suo
marito, elle sono simili alla cagnia e peggio; e per ciò per uno cane e per
una cagnia tu non dei fare cosa per la quale tu sii distrutto e morto, e poi lo
pentere no' gli vale nulla. Ma egli si dee passare brievemente e celatamente
e di buona aria; e tu farai lo tuo profitto e lo tuo onore all'anima e al corpo,
e farai piacere all'anima e al corpo (1192), e piacere a Dio, e duolo al
diavolo.
(1191) Se l'omo trovasse uno altro uomo adosso alla moglie che de' fare? C. R. 2.
(1192) e farai lo tuo bene e lo tuo onore, e prode all'anima e al corpo C. R. 2.
Cap. CCCXXVII.
Lo re domanda: de' l'uomo pensare per la gente (1193)? Sidrac risponde:
Spiritualmente l'uomo dee pensare al fatto della gente; ma
corporalmente tu non dei pensare se non di te e de' tuoi. Che ài tu a fare
degli altri strani? Tu non dei mica pensare di quelli che niuno pensiero ànno
di te, se tu ài bene o male o santà o malizia; niuna menzione fanno di te,
come quella (1194) cosa che non fue; anche lo simile dei tu fare di loro.
Bene sarebbe tenuto stolto quelli che pensasse de' pesci del mare che non
fossero presi nè mangiati; altressì è stolto quelli che pensa ne' fatti della
gente; chè di quelli che non pensano di loro, egli non deono pensare di loro.
(1193) Correggasi col C. R. 2.: de' l'omo pensare de' fatti de le gienti e de la terra? — E meglio nel
C. F. R.: porter pencer.
(1194) di quella C. R. 2.
follia che mogliata à fatta, tu non sarai però morto, e per ciò la terra non
perde il suo frutto a rendere, nè l'acque non sono però secche, nè le genti nè
l'altre criature del mondo non sono però morte, e già per ciò lo nostro
Signore non distruggerà lo mondo. E per ciò si dee passare leggiermente,
non si dee mettere in pensieri nè in tribulazioni, per uno cane che s'acosta a
una cagnia; chè tutti gli uomini che colle moglie altrui giacciono, eglino
sono cani, e peggio che cani; e tutte le femine che si danno altrui che al suo
marito, elle sono simili alla cagnia e peggio; e per ciò per uno cane e per
una cagnia tu non dei fare cosa per la quale tu sii distrutto e morto, e poi lo
pentere no' gli vale nulla. Ma egli si dee passare brievemente e celatamente
e di buona aria; e tu farai lo tuo profitto e lo tuo onore all'anima e al corpo,
e farai piacere all'anima e al corpo (1192), e piacere a Dio, e duolo al
diavolo.
(1191) Se l'omo trovasse uno altro uomo adosso alla moglie che de' fare? C. R. 2.
(1192) e farai lo tuo bene e lo tuo onore, e prode all'anima e al corpo C. R. 2.
Cap. CCCXXVII.
Lo re domanda: de' l'uomo pensare per la gente (1193)? Sidrac risponde:
Spiritualmente l'uomo dee pensare al fatto della gente; ma
corporalmente tu non dei pensare se non di te e de' tuoi. Che ài tu a fare
degli altri strani? Tu non dei mica pensare di quelli che niuno pensiero ànno
di te, se tu ài bene o male o santà o malizia; niuna menzione fanno di te,
come quella (1194) cosa che non fue; anche lo simile dei tu fare di loro.
Bene sarebbe tenuto stolto quelli che pensasse de' pesci del mare che non
fossero presi nè mangiati; altressì è stolto quelli che pensa ne' fatti della
gente; chè di quelli che non pensano di loro, egli non deono pensare di loro.
(1193) Correggasi col C. R. 2.: de' l'omo pensare de' fatti de le gienti e de la terra? — E meglio nel
C. F. R.: porter pencer.
(1194) di quella C. R. 2.
Page 300
Cap. CCCXXVIII.
Lo re domanda: de' l'uomo biasimare Dio per perdita o per dannaggio
ch'egli abbia? Sidrac risponde:
Iddio per la sua bontà non può essere biasimato, nè niuno biasimo non
può giugnere a lui; ma lodo e ringrazia e onore. Se tu se' folle, e tu ti crucci
per la tua follia, di che dei tu biasimare Dio? Se tu ài dannaggio per la tua
negligenzia, però non dei tu biasimare Dio; biasima te medesimo e la tua
negligenzia. E se tu non puoi guadagnare per la tua fraleza, tu non dei però
biasimare Dio, ma te, per la tua fraleza. Biasimati, penati a
travagliare (1195), e Idio t'aiuterà o consiglierà. E se tu non puoi per lo tuo
travaglio guadagnare lo tuo vivere, e tu non vuogli per la tua fraleza, che
colpa te n'à Iddio, che tu dimandi a Dio che egli ti mandi lo tuo vivere?
Sappi che non te ne manderà punto, se tu non ti travagli; ma se tu t'aiuti con
una mano, egli t'aiuterà con due. Se uno uomo fosse in una aqua, e fosse in
pericolo d'annegare, e egli sapesse notare; e per la sua cattività non si
volesse aiutare per diliberarsi di morte, se non che dicesse (1196): siri Iddio,
aiutami; sapiate che Idio nollo aiuterebe nimica, se egli non si aiutasse; ma
s'egli menasse i piedi e le mani, Idio l'aiuterebbe bene iscanpare di quello
pericolo.
(1195) di travagliare C. R. 2.
(1196) e non faciesse altro se non ch'egli diciesse C. R. 2.
Cap. CCCXXVIIII.
Lo re domanda: di che può l'uomo avere più lodo di dare al ricco uomo o al
povero? Sidrac risponde:
Lo re domanda: de' l'uomo biasimare Dio per perdita o per dannaggio
ch'egli abbia? Sidrac risponde:
Iddio per la sua bontà non può essere biasimato, nè niuno biasimo non
può giugnere a lui; ma lodo e ringrazia e onore. Se tu se' folle, e tu ti crucci
per la tua follia, di che dei tu biasimare Dio? Se tu ài dannaggio per la tua
negligenzia, però non dei tu biasimare Dio; biasima te medesimo e la tua
negligenzia. E se tu non puoi guadagnare per la tua fraleza, tu non dei però
biasimare Dio, ma te, per la tua fraleza. Biasimati, penati a
travagliare (1195), e Idio t'aiuterà o consiglierà. E se tu non puoi per lo tuo
travaglio guadagnare lo tuo vivere, e tu non vuogli per la tua fraleza, che
colpa te n'à Iddio, che tu dimandi a Dio che egli ti mandi lo tuo vivere?
Sappi che non te ne manderà punto, se tu non ti travagli; ma se tu t'aiuti con
una mano, egli t'aiuterà con due. Se uno uomo fosse in una aqua, e fosse in
pericolo d'annegare, e egli sapesse notare; e per la sua cattività non si
volesse aiutare per diliberarsi di morte, se non che dicesse (1196): siri Iddio,
aiutami; sapiate che Idio nollo aiuterebe nimica, se egli non si aiutasse; ma
s'egli menasse i piedi e le mani, Idio l'aiuterebbe bene iscanpare di quello
pericolo.
(1195) di travagliare C. R. 2.
(1196) e non faciesse altro se non ch'egli diciesse C. R. 2.
Cap. CCCXXVIIII.
Lo re domanda: di che può l'uomo avere più lodo di dare al ricco uomo o al
povero? Sidrac risponde:
Page 301
L'uomo puote avere magiore onore del ricco che del povero; chè lo
ricco può fare magiore onore del suo e del suo corpo, che non può fare il
povero; ma del povero può avere magiore grado che dello ricco. Al povero
uomo non può dare l'uomo sì piccola cosa, ch'egli non abia di lui gran gioia;
e terrallo a grande onore, e riconterà all'altra gente la cosa che l'uomo gli
avrà donata. In tutt'i luoghi ch'egli sarà, vorrà ricontare lo dono che uno
prode uomo gli avrà fatto, per farsi onore di quello dono, e per mostrare alla
gente che quello prod'uomo l'ama, e gli donò del suo. E se il dono è per
Dio, egli à lodo da Dio. E se tu donassi uno dono a uno ricco uomo, già per
quello dono non ti vorrà lodare, nè metterti inanzi; chè per aventura egli àe
altrettanto onore chente tu; e non vorrà mica portare lo tuo onore sopra lui.
Onde l'uomo de' avere magiore lodo di dare lo dono al povero che allo
ricco, e da Dio e dalle genti.
Cap. CCCXXX.
Lo re domanda: dee l'uomo servire a tutte genti? Sidrac risponde:
L'uomo dee servire a tutte genti, e non dee guardare a cui, povero o
ricco. Se tu servi minore di te, tu lo fai per Dio e per tuo pro', e per onore di
lui avere. Chi serve alla gente per onore o per pro' avere o per merito, non si
dee mica anoiare, nè stare in gran dire; chè a tale giorno potrà venire, che
quelli ch'egli averà servito lo guidardonerà, n'avrà per uno dieci. E però non
si dee tenere niuno prode uomo del servire, chè tenpo verrà del guidardone.
Cap. CCCXXXI.
Lo re domanda: quale è la più saporita cosa che sia? Sidrac risponde:
ricco può fare magiore onore del suo e del suo corpo, che non può fare il
povero; ma del povero può avere magiore grado che dello ricco. Al povero
uomo non può dare l'uomo sì piccola cosa, ch'egli non abia di lui gran gioia;
e terrallo a grande onore, e riconterà all'altra gente la cosa che l'uomo gli
avrà donata. In tutt'i luoghi ch'egli sarà, vorrà ricontare lo dono che uno
prode uomo gli avrà fatto, per farsi onore di quello dono, e per mostrare alla
gente che quello prod'uomo l'ama, e gli donò del suo. E se il dono è per
Dio, egli à lodo da Dio. E se tu donassi uno dono a uno ricco uomo, già per
quello dono non ti vorrà lodare, nè metterti inanzi; chè per aventura egli àe
altrettanto onore chente tu; e non vorrà mica portare lo tuo onore sopra lui.
Onde l'uomo de' avere magiore lodo di dare lo dono al povero che allo
ricco, e da Dio e dalle genti.
Cap. CCCXXX.
Lo re domanda: dee l'uomo servire a tutte genti? Sidrac risponde:
L'uomo dee servire a tutte genti, e non dee guardare a cui, povero o
ricco. Se tu servi minore di te, tu lo fai per Dio e per tuo pro', e per onore di
lui avere. Chi serve alla gente per onore o per pro' avere o per merito, non si
dee mica anoiare, nè stare in gran dire; chè a tale giorno potrà venire, che
quelli ch'egli averà servito lo guidardonerà, n'avrà per uno dieci. E però non
si dee tenere niuno prode uomo del servire, chè tenpo verrà del guidardone.
Cap. CCCXXXI.
Lo re domanda: quale è la più saporita cosa che sia? Sidrac risponde:
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La più saporita cosa che sia si è lo dormire; chè quando tu ài talento
grande di dormire, mangiare nè bere, neuno altro diletto è nulla incontro lo
diletto del dormire (1197); chè lo corpo non può vivere sanza il dormire,
altressì come tutte criature vivono di vento; che se il vento non fosse, niuna
criatura vivere non potrebe. Idio per la sua pietà vide che l'uomo, ch'è fatto
di terra, volea avere riposo per frale natura in che egli è fatto; si stabilio
giorno e notte, per lo riposo dell'uomo. E se non fosse per lo dormire, Idio
che è tutto potente avrebe tutto fatto giorno (1198); ma per lo dormire fece
egli il dì e la notte. E similmente si dilettano le bestie e gli uccelli al
dormire, come le genti. Niuna bestia è, sì piccolo (1199) vermine, che non
si diletti in dormire. Lo dormire è spirituale, simigliante all'udire (1200),
che si sente e non si vede. Nè niuna persona nè niuna criatura
movibile (1201) che l'aria sente, non potrebe vivere sanza il dormire.
(1197) tu lassi mangiare e bere e ogni altro diletto C. R. 2.
(1198) tuttavia fatto giorno C. R. 2.
(1199) nè sì piccol C. R.
(1200) Così ha pure il C. R. 2.; ma l'errore è corretto dal C. F. R. dove leggesi: le dormir si est
espirituel, et ensemblant a l'air che il ce sent et ne se voit.
(1201) mobile C. R. .
Cap. CCCXXXII.
Lo re domanda: gli re e gli signori deono essere leali e larghi? Sidrac
risponde:
Li re e le signorie (1202) debono essere in prima leali di loro corpi, e
di loro parole e di loro giudicamenti; apresso deono essere savi e proveduti
e cortesi e di buona aria; apresso deono essere a' malvagi e a' rei e a'
traditori duri e fieri, e dare a ciascuno secondo che serve, a diritto e a
ragione. E se li signori sono leali di loro corpi e di loro parole, egli fanno
piacere a Dio, e onore alla loro signoria; e s'egli sono savi e proveduti, egli
deono essere (1203), perchè molte genti ànno a governare per lo loro senno.
grande di dormire, mangiare nè bere, neuno altro diletto è nulla incontro lo
diletto del dormire (1197); chè lo corpo non può vivere sanza il dormire,
altressì come tutte criature vivono di vento; che se il vento non fosse, niuna
criatura vivere non potrebe. Idio per la sua pietà vide che l'uomo, ch'è fatto
di terra, volea avere riposo per frale natura in che egli è fatto; si stabilio
giorno e notte, per lo riposo dell'uomo. E se non fosse per lo dormire, Idio
che è tutto potente avrebe tutto fatto giorno (1198); ma per lo dormire fece
egli il dì e la notte. E similmente si dilettano le bestie e gli uccelli al
dormire, come le genti. Niuna bestia è, sì piccolo (1199) vermine, che non
si diletti in dormire. Lo dormire è spirituale, simigliante all'udire (1200),
che si sente e non si vede. Nè niuna persona nè niuna criatura
movibile (1201) che l'aria sente, non potrebe vivere sanza il dormire.
(1197) tu lassi mangiare e bere e ogni altro diletto C. R. 2.
(1198) tuttavia fatto giorno C. R. 2.
(1199) nè sì piccol C. R.
(1200) Così ha pure il C. R. 2.; ma l'errore è corretto dal C. F. R. dove leggesi: le dormir si est
espirituel, et ensemblant a l'air che il ce sent et ne se voit.
(1201) mobile C. R. .
Cap. CCCXXXII.
Lo re domanda: gli re e gli signori deono essere leali e larghi? Sidrac
risponde:
Li re e le signorie (1202) debono essere in prima leali di loro corpi, e
di loro parole e di loro giudicamenti; apresso deono essere savi e proveduti
e cortesi e di buona aria; apresso deono essere a' malvagi e a' rei e a'
traditori duri e fieri, e dare a ciascuno secondo che serve, a diritto e a
ragione. E se li signori sono leali di loro corpi e di loro parole, egli fanno
piacere a Dio, e onore alla loro signoria; e s'egli sono savi e proveduti, egli
deono essere (1203), perchè molte genti ànno a governare per lo loro senno.
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E s'egli sono cortesi e di buona aria e di grande bontà e di grande umilitade,
a Dio fanno onore (1204). E se sono arditi e pro' e valenti di loro corpi, elli
deono bene essere, perchè la gente piglino asenpro di loro. E s'egli sono
larghi e donanti, egli debono bene essere, chè per doni e per larghezza
manterranno egli la loro signoria. E s'egli sono di leale giudicamento e fieri
e duri a' rei, a' ma' fattori, cotali deono egli essere, per mantenere giustizia e
lealtade a' poveri e a' ricchi. E così faranno gli comandamenti che Iddio à
comandati e comanderà in terra. E altrimenti i re e i signori non deono
essere.
(1202) li signori C. R. 2.
(1203) come denno essere C. R. 2.
(1204) Nel C. L.: a Dio lo fanno. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Cap. CCCXXXIII.
Lo re domanda: gli re deono andare in battaglia? Sidrac risponde:
Li re e le signorie (1205) deono prima uscire della cittade e degli
alberghi, perchè la loro gente esca apresso di loro; e quando egli sono
venuti alla battaglia, egli deono tenere una buona parte della loro gente in
loro conpagnia; e dee muovere al dirieto di tutte le battaglie, vigorosamente.
E se la loro gente dinanzi è sconfitta, e egli vegano ch'egli non (1206)
abiano forza e potere contra gli loro nimici, egli deono muovere a
loro (1207) vigorosamente e coragiosamente. E s'egli vegono ch'egli sieno
più frali di loro, egli si debono ricogliere bellamente e saviamente al (1208)
loro onore; chè meglio vale un buono fugire che uno male stallo. E se i loro
nimici gli seguitano troppo, e gravano, egli deono rivolgersi a loro
vigorosamente e di grande coraggio, e difendere i loro corpi contro ai loro
nimici, come prodi uomini. Nè niuno re nè niuno signore giammai non dee
venire alla prima battaglia, ma pure alla deretana, perchè tutta l'oste prende
il loro (1209). Se la battaglia del signore è sconfitta, tutte l'altre sono
isconfitte, chè lo corpo del signore è per tutti gli altri. E se l'oste è perduta, e
a Dio fanno onore (1204). E se sono arditi e pro' e valenti di loro corpi, elli
deono bene essere, perchè la gente piglino asenpro di loro. E s'egli sono
larghi e donanti, egli debono bene essere, chè per doni e per larghezza
manterranno egli la loro signoria. E s'egli sono di leale giudicamento e fieri
e duri a' rei, a' ma' fattori, cotali deono egli essere, per mantenere giustizia e
lealtade a' poveri e a' ricchi. E così faranno gli comandamenti che Iddio à
comandati e comanderà in terra. E altrimenti i re e i signori non deono
essere.
(1202) li signori C. R. 2.
(1203) come denno essere C. R. 2.
(1204) Nel C. L.: a Dio lo fanno. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Cap. CCCXXXIII.
Lo re domanda: gli re deono andare in battaglia? Sidrac risponde:
Li re e le signorie (1205) deono prima uscire della cittade e degli
alberghi, perchè la loro gente esca apresso di loro; e quando egli sono
venuti alla battaglia, egli deono tenere una buona parte della loro gente in
loro conpagnia; e dee muovere al dirieto di tutte le battaglie, vigorosamente.
E se la loro gente dinanzi è sconfitta, e egli vegano ch'egli non (1206)
abiano forza e potere contra gli loro nimici, egli deono muovere a
loro (1207) vigorosamente e coragiosamente. E s'egli vegono ch'egli sieno
più frali di loro, egli si debono ricogliere bellamente e saviamente al (1208)
loro onore; chè meglio vale un buono fugire che uno male stallo. E se i loro
nimici gli seguitano troppo, e gravano, egli deono rivolgersi a loro
vigorosamente e di grande coraggio, e difendere i loro corpi contro ai loro
nimici, come prodi uomini. Nè niuno re nè niuno signore giammai non dee
venire alla prima battaglia, ma pure alla deretana, perchè tutta l'oste prende
il loro (1209). Se la battaglia del signore è sconfitta, tutte l'altre sono
isconfitte, chè lo corpo del signore è per tutti gli altri. E se l'oste è perduta, e
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lo signore scanpa, egli ricoverrà in altra oste (1210), per aventura. E se lo
signore è perduto, tutto è perduto.
(1205) li signori C. R. 2.
(1206) Manca non al C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1207) contra di loro C. R. 2.
(1208) col C. R. 2.
(1209) L'errore del C. L. è corretto nel C. R. 2., che ha: crede in loro. — Ed è al solito una parola del
testo francese che il traduttore non ha saputo intendere: car tout l'ost pent en yaus C. F. R.
(1210) ricoverà per aventura un'altra oste C. R. 2.
Cap. CCCXXXIIII.
Lo re domanda: lo sudore del corpo onde escie e onde viene? Sidrac
risponde:
Lo sudore del corpo escie del malvagio sangue. Quando lo corpo si
travaglia, e' si muove e si muta per lo corpo, e si rinfiamma e si mischia
cogli altri omori; e gitta lo suo calore al corpo, e truova lo suo corpo frale e
vano, e lo fae fortemente sudare. E quando lo corpo è forte e sano, e' non
dotta quello calore, e non suda come dinanzi; chè lo buono sangue non fa al
corpo se non bene.
Cap. CCCXXXV.
Lo re domanda: qual colore è meglio vestire? Sidrac risponde:
Lo più nomato colore si è il vermiglio e lo bianco e lo verde e il
biadetto. Lo vermiglio è reale e possente sopra tutti gli altri colori; e si dà a
signore è perduto, tutto è perduto.
(1205) li signori C. R. 2.
(1206) Manca non al C. L. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1207) contra di loro C. R. 2.
(1208) col C. R. 2.
(1209) L'errore del C. L. è corretto nel C. R. 2., che ha: crede in loro. — Ed è al solito una parola del
testo francese che il traduttore non ha saputo intendere: car tout l'ost pent en yaus C. F. R.
(1210) ricoverà per aventura un'altra oste C. R. 2.
Cap. CCCXXXIIII.
Lo re domanda: lo sudore del corpo onde escie e onde viene? Sidrac
risponde:
Lo sudore del corpo escie del malvagio sangue. Quando lo corpo si
travaglia, e' si muove e si muta per lo corpo, e si rinfiamma e si mischia
cogli altri omori; e gitta lo suo calore al corpo, e truova lo suo corpo frale e
vano, e lo fae fortemente sudare. E quando lo corpo è forte e sano, e' non
dotta quello calore, e non suda come dinanzi; chè lo buono sangue non fa al
corpo se non bene.
Cap. CCCXXXV.
Lo re domanda: qual colore è meglio vestire? Sidrac risponde:
Lo più nomato colore si è il vermiglio e lo bianco e lo verde e il
biadetto. Lo vermiglio è reale e possente sopra tutti gli altri colori; e si dà a
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quello che lo veste grande impresa di coraggio (1211); e si è simigliante al
sole. Lo bianco vestimento si è degno vestire, e si è vestimento d'agnoli; e
fae avere a quelli che lo veste dolce coragio e amoroso; e si li fae bene allo
cervello; e si è simigliante alla luna. E lo vestimento verde si è prezioso
vestimento, che egli à colore della nostra vita, e di tutte l'altre criature, che
Dio le veste al frutto della terra, di che noi viviamo, ch'è sì degna cosa, che
sostiene lo corpo e fallo vivere. Bene dee essere vestitura di prezioso
colore. Bene potrebe avere fatto Idio d'altro colore i frutti che verdi; ma a
così preziosa cosa egli volle dare prezioso colore (1212). Lo vestimento
biadetto si è vestimento del fermamento; e si è umile vestire; e fa diventare
quelli che lo veste umile e di buona aria e di buona credenza. E gli altri
colori non sono nomati principali come questi.
(1211) grant confort et grant proesse dou corage et grant honor au cors C. F. R.
(1212) Il C. F. R. ha questo di più: cil chi vert vestent si lor fait la verdour de lor vestiment devenir
larges et iolif, et penser tous biens.
Cap. CCCXXXVI.
Lo re domanda: qual'è la più verde cosa che sia? Sidrac risponde:
La più verde cosa che sia si è l'acqua, che tutte le cose rinverdiscie; che
se l'acqua non fosse, niuna verde cosa non sarebe. L'erbe che sono nella
montagna, si rinverdiscie l'acqua che dell'aria disciende; ella abevera le loro
cime.
Cap. CCCXXXVII.
Lo re domanda: qual'è la più grassa cosa che sia? Sidrac risponde:
sole. Lo bianco vestimento si è degno vestire, e si è vestimento d'agnoli; e
fae avere a quelli che lo veste dolce coragio e amoroso; e si li fae bene allo
cervello; e si è simigliante alla luna. E lo vestimento verde si è prezioso
vestimento, che egli à colore della nostra vita, e di tutte l'altre criature, che
Dio le veste al frutto della terra, di che noi viviamo, ch'è sì degna cosa, che
sostiene lo corpo e fallo vivere. Bene dee essere vestitura di prezioso
colore. Bene potrebe avere fatto Idio d'altro colore i frutti che verdi; ma a
così preziosa cosa egli volle dare prezioso colore (1212). Lo vestimento
biadetto si è vestimento del fermamento; e si è umile vestire; e fa diventare
quelli che lo veste umile e di buona aria e di buona credenza. E gli altri
colori non sono nomati principali come questi.
(1211) grant confort et grant proesse dou corage et grant honor au cors C. F. R.
(1212) Il C. F. R. ha questo di più: cil chi vert vestent si lor fait la verdour de lor vestiment devenir
larges et iolif, et penser tous biens.
Cap. CCCXXXVI.
Lo re domanda: qual'è la più verde cosa che sia? Sidrac risponde:
La più verde cosa che sia si è l'acqua, che tutte le cose rinverdiscie; che
se l'acqua non fosse, niuna verde cosa non sarebe. L'erbe che sono nella
montagna, si rinverdiscie l'acqua che dell'aria disciende; ella abevera le loro
cime.
Cap. CCCXXXVII.
Lo re domanda: qual'è la più grassa cosa che sia? Sidrac risponde:
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La più grassa cosa che sia si è la terra, che a noi rende il frutto per la
volontà di Dio e della sua grazia (1213). Che altressì come l'acqua è la più
verde cosa che sia al mondo, altressì la più grassa cosa che sia al mondo è la
terra.
(1213) Il C. F. R. ha: chi nos rende le fruit, par la volonte de Deu, de sa gracesse. — Il traduttore non
ha inteso gracesse, ed ha scritto grazia.
Cap. CCCXXXVIII.
Lo re domanda: quale vale meglio al punto della morte o lo grande
pentimento o la grande sicurtade della vita perdurabile? Sidrac risponde:
Molto preziose cose sono quelle due propiamente al punto della morte;
e la grande isperanza vale meglio che 'l grande pentimento (1214). Che se
uno uomo avesse tutti i giorni della sua vita fatto bene; e egli non avesse la
speranza d'avere la vita perdurabile, sapiate che sarebbe disperato, e non
l'avrebbe mica, e sarebbe dannato. E se uno peccatore avesse giaciuto colla
madre, e poi avesse isperanza, che la misericordia di Dio è sì grande che gli
perdoneràe e gli daràe la vita perdurabile, e morisse in quella isperanza,
sappiate ch'egli sarebbe salvo; chè la speranza escie del pentimento.
(1214) Nel C. L.: l'oro grande. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Cap. CCCXXXVIIII.
Lo re domanda: dee l'uomo piangere i morti? Sidrac risponde:
volontà di Dio e della sua grazia (1213). Che altressì come l'acqua è la più
verde cosa che sia al mondo, altressì la più grassa cosa che sia al mondo è la
terra.
(1213) Il C. F. R. ha: chi nos rende le fruit, par la volonte de Deu, de sa gracesse. — Il traduttore non
ha inteso gracesse, ed ha scritto grazia.
Cap. CCCXXXVIII.
Lo re domanda: quale vale meglio al punto della morte o lo grande
pentimento o la grande sicurtade della vita perdurabile? Sidrac risponde:
Molto preziose cose sono quelle due propiamente al punto della morte;
e la grande isperanza vale meglio che 'l grande pentimento (1214). Che se
uno uomo avesse tutti i giorni della sua vita fatto bene; e egli non avesse la
speranza d'avere la vita perdurabile, sapiate che sarebbe disperato, e non
l'avrebbe mica, e sarebbe dannato. E se uno peccatore avesse giaciuto colla
madre, e poi avesse isperanza, che la misericordia di Dio è sì grande che gli
perdoneràe e gli daràe la vita perdurabile, e morisse in quella isperanza,
sappiate ch'egli sarebbe salvo; chè la speranza escie del pentimento.
(1214) Nel C. L.: l'oro grande. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Cap. CCCXXXVIIII.
Lo re domanda: dee l'uomo piangere i morti? Sidrac risponde:
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L'uomo dee piangere gli morti, e fare gioia e duolo per li buoni che in
Dio credono e lo suo comandamento fanno. Quando egli muoiono, l'uomo
ne dee avere grande gioia, e farne festa, perch'egli è sicuro della perdurabile
vita. E quando i malvagi muoiono, che a Dio non credono e i suoi
comandamenti non fanno, l'uomo dee avere grande duolo e grande trestizia
della loro morte, ch'egli è dannato per tutti i tenpi.
Cap. CCCXL.
Lo re domanda: venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di paradiso
e di ninferno? Sidrac risponde:
Assai ne sono venuti dell'altro secolo, e verranno, e ànno contato di
paradiso e di ninferno, ciò è a sapere per lo comandamento di Dio, e per le
scritture de' buoni antichi, che furono dinanzi da noi, che a noi scrissero, e
mostrarono ne' loro scritti, per la grazia che Idio avea loro dato, la gioia di
paradiso e la pena di ninferno: e ciò sono a sapere Abel figliuolo d'Adamo e
Seth e Noe e Melchisedech. Questi sono quelli che vennero dell'altro
secolo; ciò è a sapere i comandamenti ch'egli scrissero per la volontà di
Dio. E quelli che verranno dopo noi, saranno molti grandi profeti, che lo
comandamento di Dio insegneranno. E benedetti sono quelli e seranno che
lo comandamento, ch'è la vita perdurabile, giammai non falleranno (1215).
(1215) E benedetti sono quelli che saranno, e che il comandamento di Dio faranno, che la vita
perdurabile giamai non falliranno C. R. 2.
Cap. CCCXLI.
Dio credono e lo suo comandamento fanno. Quando egli muoiono, l'uomo
ne dee avere grande gioia, e farne festa, perch'egli è sicuro della perdurabile
vita. E quando i malvagi muoiono, che a Dio non credono e i suoi
comandamenti non fanno, l'uomo dee avere grande duolo e grande trestizia
della loro morte, ch'egli è dannato per tutti i tenpi.
Cap. CCCXL.
Lo re domanda: venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di paradiso
e di ninferno? Sidrac risponde:
Assai ne sono venuti dell'altro secolo, e verranno, e ànno contato di
paradiso e di ninferno, ciò è a sapere per lo comandamento di Dio, e per le
scritture de' buoni antichi, che furono dinanzi da noi, che a noi scrissero, e
mostrarono ne' loro scritti, per la grazia che Idio avea loro dato, la gioia di
paradiso e la pena di ninferno: e ciò sono a sapere Abel figliuolo d'Adamo e
Seth e Noe e Melchisedech. Questi sono quelli che vennero dell'altro
secolo; ciò è a sapere i comandamenti ch'egli scrissero per la volontà di
Dio. E quelli che verranno dopo noi, saranno molti grandi profeti, che lo
comandamento di Dio insegneranno. E benedetti sono quelli e seranno che
lo comandamento, ch'è la vita perdurabile, giammai non falleranno (1215).
(1215) E benedetti sono quelli che saranno, e che il comandamento di Dio faranno, che la vita
perdurabile giamai non falliranno C. R. 2.
Cap. CCCXLI.
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Lo re domanda: che dee l'uomo dire quand'egli si leva o quand'egli si
corica? Sidrac risponde:
Quando l'uomo si vuole porre a dormire, e l'uomo dee alzare le mani in
alto, e riguardare verso lo cielo umilemente, e dire questa orazione: Signore
Idio, lo tutto possente creatore del cielo e della terra, nelle tue mani
raccomando lo spirito mio; abiate merciè di me, messere verace Idio;
difendimi dal podere del diavolo. Poscia dormi. Altressì dei dire al mattino,
quando ti levi; e lo volto dei tenere verso oriente, ch'è lo volto del mondo; e
la grazia di Dio viene di là.
Cap. CCCXLII.
Lo re domanda: chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli ingenerare,
per l'una grande e l'altra piccola (1216)? Sidrac risponde:
Chi non avesse se non una coglia, bene potrebbe ingenerare, altressì
bene come quelli che perde uno degli occhi, e si s'aiuta dell'altro. L'una
coglia è grande e l'altra piccola: la grande coglia è lo maschio e la piccola è
la femina. E tutte le creature che generano, ingenera lo maschio colla
grande coglia, e la femmina colla piccola. Idio inanzi che stabilisse l'uomo,
stabilìe tutte le cose che deono essere, e ciò che mestiero era a lui; e tutto
fece a diritto e a ragione.
(1216) Nel C. R. 2.: perchè aviene che l'omo à più grosso l'uno coglione che l'altro? E chi no'
n'avesse se non uno potrebe aquistare figliuoli?
Cap. CCCXLIII.
corica? Sidrac risponde:
Quando l'uomo si vuole porre a dormire, e l'uomo dee alzare le mani in
alto, e riguardare verso lo cielo umilemente, e dire questa orazione: Signore
Idio, lo tutto possente creatore del cielo e della terra, nelle tue mani
raccomando lo spirito mio; abiate merciè di me, messere verace Idio;
difendimi dal podere del diavolo. Poscia dormi. Altressì dei dire al mattino,
quando ti levi; e lo volto dei tenere verso oriente, ch'è lo volto del mondo; e
la grazia di Dio viene di là.
Cap. CCCXLII.
Lo re domanda: chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli ingenerare,
per l'una grande e l'altra piccola (1216)? Sidrac risponde:
Chi non avesse se non una coglia, bene potrebbe ingenerare, altressì
bene come quelli che perde uno degli occhi, e si s'aiuta dell'altro. L'una
coglia è grande e l'altra piccola: la grande coglia è lo maschio e la piccola è
la femina. E tutte le creature che generano, ingenera lo maschio colla
grande coglia, e la femmina colla piccola. Idio inanzi che stabilisse l'uomo,
stabilìe tutte le cose che deono essere, e ciò che mestiero era a lui; e tutto
fece a diritto e a ragione.
(1216) Nel C. R. 2.: perchè aviene che l'omo à più grosso l'uno coglione che l'altro? E chi no'
n'avesse se non uno potrebe aquistare figliuoli?
Cap. CCCXLIII.
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Lo re domanda: gli garzoni di X anni o di meno, perchè non ingenerano, e
le fanciulle simigliantemente perchè non impregnano? Sidrac risponde:
Li fanciulli di X anni o di meno non sono ancora compiuti in quello
fatto, nè la schiatta non è ancora conpiuta nè matura in loro; chè quando
egli sono di stagione, e' fanno quello che altre genti fanno. Egli sono altressì
come uno albore, che è piccolo e vano, che frutto non può menare; e
quando egli è di stagione, egli fa lo suo frutto. Lo primo frutto non è così
grande come il secondo, nè tanto saporito. Altressì aviene della persona. Lo
primo figliuolo (1217) che gli garzoni ànno, egli sono piccoli in tutte cose
che la natura gli ordina (1218). E perciò che lo loro padre nè la loro madre
non sono ancora conpiuti in senno nè in forza nè in grandezza, però diventa
lo frutto loro medesimo simigliante di loro.
(1217) li primi figliuoli C. R. 2.
(1218) loro dona C. R. 2.
Cap. CCCXLIIII.
Lo re domanda: ànno gli diavoli pena nell'altro secolo? Sidrac risponde:
Li diavoli di quella otta che egli cadono di cielo ebono grande pena,
che sì tosto come egli pensarono orgoglio verso lo loro criatore, la pena fu
in loro e egli furono nella pena. E in quello punto cadono di cielo giù nello
'nferno, e gli altri sopra terra, e gli altri nell'aria, là ove sono in grande pena.
E in qualunque luogo egli sono, egli vanno in grande fuoco ardente. E
quando verrà lo giorno del giudicamento la loro pena si radopierà
nell'abisso dello 'nferno, dove egli saranno per tutti i tempi, sanza fine.
le fanciulle simigliantemente perchè non impregnano? Sidrac risponde:
Li fanciulli di X anni o di meno non sono ancora compiuti in quello
fatto, nè la schiatta non è ancora conpiuta nè matura in loro; chè quando
egli sono di stagione, e' fanno quello che altre genti fanno. Egli sono altressì
come uno albore, che è piccolo e vano, che frutto non può menare; e
quando egli è di stagione, egli fa lo suo frutto. Lo primo frutto non è così
grande come il secondo, nè tanto saporito. Altressì aviene della persona. Lo
primo figliuolo (1217) che gli garzoni ànno, egli sono piccoli in tutte cose
che la natura gli ordina (1218). E perciò che lo loro padre nè la loro madre
non sono ancora conpiuti in senno nè in forza nè in grandezza, però diventa
lo frutto loro medesimo simigliante di loro.
(1217) li primi figliuoli C. R. 2.
(1218) loro dona C. R. 2.
Cap. CCCXLIIII.
Lo re domanda: ànno gli diavoli pena nell'altro secolo? Sidrac risponde:
Li diavoli di quella otta che egli cadono di cielo ebono grande pena,
che sì tosto come egli pensarono orgoglio verso lo loro criatore, la pena fu
in loro e egli furono nella pena. E in quello punto cadono di cielo giù nello
'nferno, e gli altri sopra terra, e gli altri nell'aria, là ove sono in grande pena.
E in qualunque luogo egli sono, egli vanno in grande fuoco ardente. E
quando verrà lo giorno del giudicamento la loro pena si radopierà
nell'abisso dello 'nferno, dove egli saranno per tutti i tempi, sanza fine.
Page 310
Cap. CCCXLV.
Lo re domanda: quale è la più forte battaglia che sia? Sidrac risponde:
La più forte battaglia che sia si è la tentazione del nimico, e la più
aspra e la più ardente; chè tutte le battaglie del mondo alcuna volta fallano e
s'alungano di vista e di fatti; e la battaglia del nimico porta l'uomo tuttavia
co' lui, andando e istando e dormendo e veghiando; e l'uomo nol puote
vincere se non per noia (1219) e per travaglio, per buoni pensieri in Dio lo
criatore, e per rimenbranza della morte e per sofferenza. E perciò diciamo
noi che la battaglia del nimico è la più forte che sia, ch'ella è corporale e
spirituale; e l'altre battaglie sono pure corporali.
(1219) Così anche il C. R. 2. — Nel C. F. R.: par ieiunes. — Pare che i digiuni sieno diventati noia
nella mente del traduttore.
Cap. CCCXLVI.
Lo re domanda: dee l'uomo dottare tutta gente? Sidrac risponde:
L'uomo dee dottare quelli che Dio non dottano (1220), sono di rio
coragio e pieni di veleno e di male, e non ànno in loro niuna misericordia nè
niuna piatà. Che s'egli avessono niuna misericordia e pietà in loro, eglino
dotterebbono Dio; e perciò si deono dottare. Gli uomini (1221), che Dio
non dottano sono in tutto dati al diavolo; e non cale loro quello ch'egli
facciano, sia o bene o male, se non che i loro disideri sieno compiuti. E
cotale gente dee l'uomo dottare. Ma quelli che Dio dottano sono pieni di
misericordia. Là dove egli ànno volontà di coraggio di fare male, e la
misericordia e la piatà che è in loro, loro non fascia fare male; e perciò non
ànno podere di fare male. E quella gente de' l'uomo dottare (1222).
(1220) Il C. R. 2. ripete: chè quelli che Dio non dottano sono ec.
Lo re domanda: quale è la più forte battaglia che sia? Sidrac risponde:
La più forte battaglia che sia si è la tentazione del nimico, e la più
aspra e la più ardente; chè tutte le battaglie del mondo alcuna volta fallano e
s'alungano di vista e di fatti; e la battaglia del nimico porta l'uomo tuttavia
co' lui, andando e istando e dormendo e veghiando; e l'uomo nol puote
vincere se non per noia (1219) e per travaglio, per buoni pensieri in Dio lo
criatore, e per rimenbranza della morte e per sofferenza. E perciò diciamo
noi che la battaglia del nimico è la più forte che sia, ch'ella è corporale e
spirituale; e l'altre battaglie sono pure corporali.
(1219) Così anche il C. R. 2. — Nel C. F. R.: par ieiunes. — Pare che i digiuni sieno diventati noia
nella mente del traduttore.
Cap. CCCXLVI.
Lo re domanda: dee l'uomo dottare tutta gente? Sidrac risponde:
L'uomo dee dottare quelli che Dio non dottano (1220), sono di rio
coragio e pieni di veleno e di male, e non ànno in loro niuna misericordia nè
niuna piatà. Che s'egli avessono niuna misericordia e pietà in loro, eglino
dotterebbono Dio; e perciò si deono dottare. Gli uomini (1221), che Dio
non dottano sono in tutto dati al diavolo; e non cale loro quello ch'egli
facciano, sia o bene o male, se non che i loro disideri sieno compiuti. E
cotale gente dee l'uomo dottare. Ma quelli che Dio dottano sono pieni di
misericordia. Là dove egli ànno volontà di coraggio di fare male, e la
misericordia e la piatà che è in loro, loro non fascia fare male; e perciò non
ànno podere di fare male. E quella gente de' l'uomo dottare (1222).
(1220) Il C. R. 2. ripete: chè quelli che Dio non dottano sono ec.
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(1221) Manca gli uomini al C. L. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1222) E quella giente non bisogna l'uomo dottare C. R. 2.
Cap. CCCXLVII.
Lo re domanda: perchè lo ferro vae inverso la stella calamita? Sidrac
risponde (1223):
Lo ferro si è della natura di quella stella, come il fuoco è della natura
del sole. Se lo ferro fosse ispirituale come il fuoco, e che non si puote
pigliare niente, egli ritornerebe a questa stella, altresì come il fuoco ritorna
al sole, quando egli è spento. E s'egli avesse umidore in lui, quella stella lo
berebbe, altressì come lo sole bee la rugiada. Niuna (1224) pietra ci à che
sia della comparazione di quella stella. E quando lo ferro la sente, che è di
quella medesima conparazione, si apiglia a lei. E quando quella pietra si
parte dal ferro, la conparazione di quella medesima stella ch'e' nel ferro,
conviene per diritta natura che il ferro ritorni a quella medesima stella, per
lo toccamento di quella stella; che è di quella comparazione, altressì come
lo sole, che tutto il fuoco del mondo ritorna a lui. Chi sottilmente vorrebbe
toccare una cotale pietra, ella àe uno luogo in sè, che toccando lo ferro fa
toccare un'altra stella (1225).
(1223) par quoi le fer vait envers la stelle chi a nom guierre (sic) ce est tremontane? C. F. R.
(1224) Ma una C. R. 2.; e così pure nel C. F. R.: mais il y a une pierte calamite, chi est ec.
(1225) A correggere questo periodo non possiamo punto giovarci del C. R. 2., più spropositato del
laurenziano; e poco dal C. F. R., dove leggesi: et chi soutilment voroit sercher une tiel piere, si
troveroit che elle a 1. leuc en elle chi fait le fer torner, et autre estoile.
Cap. CCCXLVIII.
(1222) E quella giente non bisogna l'uomo dottare C. R. 2.
Cap. CCCXLVII.
Lo re domanda: perchè lo ferro vae inverso la stella calamita? Sidrac
risponde (1223):
Lo ferro si è della natura di quella stella, come il fuoco è della natura
del sole. Se lo ferro fosse ispirituale come il fuoco, e che non si puote
pigliare niente, egli ritornerebe a questa stella, altresì come il fuoco ritorna
al sole, quando egli è spento. E s'egli avesse umidore in lui, quella stella lo
berebbe, altressì come lo sole bee la rugiada. Niuna (1224) pietra ci à che
sia della comparazione di quella stella. E quando lo ferro la sente, che è di
quella medesima conparazione, si apiglia a lei. E quando quella pietra si
parte dal ferro, la conparazione di quella medesima stella ch'e' nel ferro,
conviene per diritta natura che il ferro ritorni a quella medesima stella, per
lo toccamento di quella stella; che è di quella comparazione, altressì come
lo sole, che tutto il fuoco del mondo ritorna a lui. Chi sottilmente vorrebbe
toccare una cotale pietra, ella àe uno luogo in sè, che toccando lo ferro fa
toccare un'altra stella (1225).
(1223) par quoi le fer vait envers la stelle chi a nom guierre (sic) ce est tremontane? C. F. R.
(1224) Ma una C. R. 2.; e così pure nel C. F. R.: mais il y a une pierte calamite, chi est ec.
(1225) A correggere questo periodo non possiamo punto giovarci del C. R. 2., più spropositato del
laurenziano; e poco dal C. F. R., dove leggesi: et chi soutilment voroit sercher une tiel piere, si
troveroit che elle a 1. leuc en elle chi fait le fer torner, et autre estoile.
Cap. CCCXLVIII.
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Lo re domanda se tutti quelli che nascieranno morranno. Sidrac risponde:
Tutti morremo, in qualunque modo noi andremo o andiamo o
vegniamo; e tardi quanto vuole, che della morte non puote canpare una sola
ora (1226). Lo figliuolo di Dio, quando egli piglierà umana natura nella
vergine, si gli converrà morire. E a nullo può questo fallire. Quelli che sono
nati sono morti, e noi che nati siamo morremo, e quelli che nascieranno
morranno. E di questo niuno scampare non puote, se egli desse uno
altrettale secolo (1227) come questo.
(1226) et che che targent, ne peuent fuir la mort. C. F. R.
(1227) mondo C. R. 2.
Cap. CCCXLVIIII.
Lo re domanda: come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro madri?
Sidrac risponde:
Per lo podere di Dio sono posti nel ventre delle madri inginocchiati, e
le loro ginocchia inanzi, i loro pugni inanzi i loro occhi. E sono nel ventre
con grande gioia e con grande letizia, sì ch'egli non vorebono mai uscire di
quella gioia ov'egli sono, inperciò che non ànno sentito l'aria di questo
mondo, e non credono ch'altra gioia sia al mondo se non il ventre delle loro
madri. Ma quando per la forza di Dio nascono nel mondo, e sentono l'aria
del secolo, eglino non vorrebono giammai ritornare nel ventre delle loro
madri; chè per lo dolciore dell'aria del cielo dimenticano lo ventre di loro
madre, sicchè giammai non se ne ricordano.
Cap. CCCL.
Tutti morremo, in qualunque modo noi andremo o andiamo o
vegniamo; e tardi quanto vuole, che della morte non puote canpare una sola
ora (1226). Lo figliuolo di Dio, quando egli piglierà umana natura nella
vergine, si gli converrà morire. E a nullo può questo fallire. Quelli che sono
nati sono morti, e noi che nati siamo morremo, e quelli che nascieranno
morranno. E di questo niuno scampare non puote, se egli desse uno
altrettale secolo (1227) come questo.
(1226) et che che targent, ne peuent fuir la mort. C. F. R.
(1227) mondo C. R. 2.
Cap. CCCXLVIIII.
Lo re domanda: come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro madri?
Sidrac risponde:
Per lo podere di Dio sono posti nel ventre delle madri inginocchiati, e
le loro ginocchia inanzi, i loro pugni inanzi i loro occhi. E sono nel ventre
con grande gioia e con grande letizia, sì ch'egli non vorebono mai uscire di
quella gioia ov'egli sono, inperciò che non ànno sentito l'aria di questo
mondo, e non credono ch'altra gioia sia al mondo se non il ventre delle loro
madri. Ma quando per la forza di Dio nascono nel mondo, e sentono l'aria
del secolo, eglino non vorrebono giammai ritornare nel ventre delle loro
madri; chè per lo dolciore dell'aria del cielo dimenticano lo ventre di loro
madre, sicchè giammai non se ne ricordano.
Cap. CCCL.
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Lo re domanda: puote l'uomo dimenticare la gioia e 'l duolo? Sidrac
risponde:
Tutte le cose del mondo può l'uomo dimenticare, o tardi o tosto. Ma se
tu ài alcuna gioia o alcuno bene, tu nolla puoi così tosto dimenticare, insino
a tanto che tu non ài alcuna gioia magiore di quella; e sì tosto come tu
l'avrai, la prima dimenticherai per quella ch'è magiore. E perciò ch'ella è
presente èe magiore. Il simigliante aviene del duolo.
Cap. CCCLI.
Lo re domanda: de' l'uomo mostrare sua ragione? Sidrac risponde:
Se tu ài alcuna ragione a mostrare in giustizia o in altra parte, tu la dei
mostrare brievemente e saviamente e di forte coraggio. Che se tu la dici
brievemente, gli giudicatori la ricevono ne' loro cuori, e sapranno giudicare
come e perchè. E se tu la dici saviamente, volentieri l'ascoltano, e meglio
sapranno giudicare. E se tu dici di grande coraggio, tu non ti puoi isperdere
nè vergognare; chè molti sono quelli che perdono il loro diritto in un punto,
per ciò ch'egli si sperdono e si vergogniano e si spaventano, conciosia cosa
ch'egli abbiano lo diritto.
Cap. CCCLII.
Lo re domanda: dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente?
Sidrac risponde:
risponde:
Tutte le cose del mondo può l'uomo dimenticare, o tardi o tosto. Ma se
tu ài alcuna gioia o alcuno bene, tu nolla puoi così tosto dimenticare, insino
a tanto che tu non ài alcuna gioia magiore di quella; e sì tosto come tu
l'avrai, la prima dimenticherai per quella ch'è magiore. E perciò ch'ella è
presente èe magiore. Il simigliante aviene del duolo.
Cap. CCCLI.
Lo re domanda: de' l'uomo mostrare sua ragione? Sidrac risponde:
Se tu ài alcuna ragione a mostrare in giustizia o in altra parte, tu la dei
mostrare brievemente e saviamente e di forte coraggio. Che se tu la dici
brievemente, gli giudicatori la ricevono ne' loro cuori, e sapranno giudicare
come e perchè. E se tu la dici saviamente, volentieri l'ascoltano, e meglio
sapranno giudicare. E se tu dici di grande coraggio, tu non ti puoi isperdere
nè vergognare; chè molti sono quelli che perdono il loro diritto in un punto,
per ciò ch'egli si sperdono e si vergogniano e si spaventano, conciosia cosa
ch'egli abbiano lo diritto.
Cap. CCCLII.
Lo re domanda: dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente?
Sidrac risponde:
Page 314
Quegli che mostrano lo loro senno tra li stolti sono (1228) simiglianti a
loro. E gli folli che vogliono mostrare a una bestia leggere e scrivere, egli
avranno grande travaglio, e quella bestia per tutto ciò inparare non
potrebbe. Simiglianti sono i savi che lo loro senno mostrano tra li stolti; che
non intendono se non come le bestie, anzi per la loro stoltia (1229) e follia
contastano lo detto del savio. Tra gli stolti l'uomo dee passare brievemente,
sanza niuna pena e sanza niuno travaglio. Tra gli savi l'uomo dee mostrare
lo suo senno e la sua memoria, ch'egli sarà ascoltato e udito.
(1228) Manca al C. L.: tra li stolti sono. — Abb. suppl. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
(1229) Anche il C. R. 2. ha: stoltia.
Cap. CCCLIII.
Lo re domanda: perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio? Sidrac
risponde:
Quando Noè piantò la prima vigna del mondo, per la volontà di Dio,
della pianta che dimorò (1230) in terra dopo il diluvio fu fatto vino, per lo
comandamento di Dio, bianco e vermiglio; e si ne fecie XL piante, e le
piantò in XX giorni: che ciascuno giorno ne piantò due, l'una di giorno e
l'altra di notte. Quella del giorno per lo calore del sole diventò vermiglio; e
quella della notte per lo freddore della luna diventò bianco. E tutto questo
fu per la volontà di Dio. E perciò lo vino vermiglio è più caldo che lo
bianco; e l'uno e l'altro ànno calura in loro, ma l'uno più che l'altro.
(1230) rimase C. R. 2.
Cap. CCCLIIII.
loro. E gli folli che vogliono mostrare a una bestia leggere e scrivere, egli
avranno grande travaglio, e quella bestia per tutto ciò inparare non
potrebbe. Simiglianti sono i savi che lo loro senno mostrano tra li stolti; che
non intendono se non come le bestie, anzi per la loro stoltia (1229) e follia
contastano lo detto del savio. Tra gli stolti l'uomo dee passare brievemente,
sanza niuna pena e sanza niuno travaglio. Tra gli savi l'uomo dee mostrare
lo suo senno e la sua memoria, ch'egli sarà ascoltato e udito.
(1228) Manca al C. L.: tra li stolti sono. — Abb. suppl. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
(1229) Anche il C. R. 2. ha: stoltia.
Cap. CCCLIII.
Lo re domanda: perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio? Sidrac
risponde:
Quando Noè piantò la prima vigna del mondo, per la volontà di Dio,
della pianta che dimorò (1230) in terra dopo il diluvio fu fatto vino, per lo
comandamento di Dio, bianco e vermiglio; e si ne fecie XL piante, e le
piantò in XX giorni: che ciascuno giorno ne piantò due, l'una di giorno e
l'altra di notte. Quella del giorno per lo calore del sole diventò vermiglio; e
quella della notte per lo freddore della luna diventò bianco. E tutto questo
fu per la volontà di Dio. E perciò lo vino vermiglio è più caldo che lo
bianco; e l'uno e l'altro ànno calura in loro, ma l'uno più che l'altro.
(1230) rimase C. R. 2.
Cap. CCCLIIII.
Page 315
Lo re domanda: le bestie e gli uccegli ànno linguaggio? Sidrac risponde:
Linguaggio non à se non l'uomo. Non credete mica che una (1231)
bestia o uno uccello grida, che voglia alcuna cosa dire per quello grido; anzi
lo fa senplicemente per natura e per usanza. E non però le bestie e gli
uccegli già non intendono l'uno l'altro ciò che dicono; ma a quella
simiglianza ch'egli gridano per sua natura, a quella simiglianza lo 'ntendono
l'altre. Quella che grida non sa che si dire, nè quella che lo 'ntende
simigliantemente; ma ciò è uno usato (1232) che è tra loro sanza niuno
intendimento. E questo è per natura che Idio à loro donato.
(1231) quando una C. R. 2.
(1232) è usanza C. R. 2.
Cap. CCCLV.
Lo re domanda: qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in questo
secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei (1233)? Sidrac risponde:
L'uno e l'altro profitta a quello che è a le pene e al fuoco del
purgatorio; ma s'ella è dannata al fuoco dello 'nferno, no' gli fa niuno pro' nè
l'uno nè l'altro. E non però, se l'uomo fa bene in questo secolo a sua vita,
egli n'à magiore pro' dell'uno cento, che s'egli è fatto dopo la sua morte; ch'è
similmente come quelli che vae in un oscuro, e porta inanzi uno
lume (1234). E quelli che dopo loro si fanno fare il bene, portano il lume di
dietro a loro, e lo risprendore loro viene inanzi, perchè possano in alcuna
cosa vedere. E non però (1235) lo bene che l'uomo fa per loro, alleggia
molto delle loro pene, e gli dilibera tosto, se non sono dannati allo 'nferno.
(1233) o quello che gli è fatto quando è morto? C. R. 2.
(1234) in uno luogo scuro C. R. 2. — com cil chi vait en oscure, et porte o lui une lumiere, et la
clarite li vait devant C. F. R.
(1235) Per nondimeno, non per quanto dei nostri antichi, che corrisponde al ne porquant franc.
Linguaggio non à se non l'uomo. Non credete mica che una (1231)
bestia o uno uccello grida, che voglia alcuna cosa dire per quello grido; anzi
lo fa senplicemente per natura e per usanza. E non però le bestie e gli
uccegli già non intendono l'uno l'altro ciò che dicono; ma a quella
simiglianza ch'egli gridano per sua natura, a quella simiglianza lo 'ntendono
l'altre. Quella che grida non sa che si dire, nè quella che lo 'ntende
simigliantemente; ma ciò è uno usato (1232) che è tra loro sanza niuno
intendimento. E questo è per natura che Idio à loro donato.
(1231) quando una C. R. 2.
(1232) è usanza C. R. 2.
Cap. CCCLV.
Lo re domanda: qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in questo
secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei (1233)? Sidrac risponde:
L'uno e l'altro profitta a quello che è a le pene e al fuoco del
purgatorio; ma s'ella è dannata al fuoco dello 'nferno, no' gli fa niuno pro' nè
l'uno nè l'altro. E non però, se l'uomo fa bene in questo secolo a sua vita,
egli n'à magiore pro' dell'uno cento, che s'egli è fatto dopo la sua morte; ch'è
similmente come quelli che vae in un oscuro, e porta inanzi uno
lume (1234). E quelli che dopo loro si fanno fare il bene, portano il lume di
dietro a loro, e lo risprendore loro viene inanzi, perchè possano in alcuna
cosa vedere. E non però (1235) lo bene che l'uomo fa per loro, alleggia
molto delle loro pene, e gli dilibera tosto, se non sono dannati allo 'nferno.
(1233) o quello che gli è fatto quando è morto? C. R. 2.
(1234) in uno luogo scuro C. R. 2. — com cil chi vait en oscure, et porte o lui une lumiere, et la
clarite li vait devant C. F. R.
(1235) Per nondimeno, non per quanto dei nostri antichi, che corrisponde al ne porquant franc.
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Cap. CCCLVI.
Lo re domanda: chi è lo più savio uomo del mondo? Sidrac risponde:
Lo più savio uomo del mondo che è e fu e sarà si fu Adamo. E non
però chi pigliasse uno fanciullo d'uno anno o di meno, e ciascuno giorno X
volte o più sonasse inanzi lui stormenti, e la notte (1236), il suono degli
stormenti gli tenperrebbe il cervello, e gli purgherebbe il sangue, e gli
adolcirebbe lo cuore, sicchè in venticinque anni diventerebbe uno de' tre più
savi uomini del mondo.
(1236) e la notte altresì.
Cap. CCCLVII.
Lo re domanda: qual'è la più saporita carne che sia? Sidrac risponde:
La più saporita carne che sia si è se l'uomo pigliasse una bestia
salvatica, e castrassela, e poi la lasciasse andare al bosco due mesi o tre, e
poi la pigliasse, si la troverrebbe la più saporita carne che sia, e più sana al
corpo.
Cap. CCCLVIII.
Lo re domanda: à egli niuna anima al mondo che potesse sapere quello che
in tutto il mondo si fa in uno giorno? Sidrac risponde:
Lo re domanda: chi è lo più savio uomo del mondo? Sidrac risponde:
Lo più savio uomo del mondo che è e fu e sarà si fu Adamo. E non
però chi pigliasse uno fanciullo d'uno anno o di meno, e ciascuno giorno X
volte o più sonasse inanzi lui stormenti, e la notte (1236), il suono degli
stormenti gli tenperrebbe il cervello, e gli purgherebbe il sangue, e gli
adolcirebbe lo cuore, sicchè in venticinque anni diventerebbe uno de' tre più
savi uomini del mondo.
(1236) e la notte altresì.
Cap. CCCLVII.
Lo re domanda: qual'è la più saporita carne che sia? Sidrac risponde:
La più saporita carne che sia si è se l'uomo pigliasse una bestia
salvatica, e castrassela, e poi la lasciasse andare al bosco due mesi o tre, e
poi la pigliasse, si la troverrebbe la più saporita carne che sia, e più sana al
corpo.
Cap. CCCLVIII.
Lo re domanda: à egli niuna anima al mondo che potesse sapere quello che
in tutto il mondo si fa in uno giorno? Sidrac risponde:
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Niuna anima del mondo non potrebe sapere nè vedere quello che in
tutto il mondo si fa in uno giorno, nè starlobio (1237) nè indovino. Ma lo
starlobio ne puote bene sapere una partita. Quelli che saranno nel paradiso
celeste, dopo la venuta del verace profeta, si vedranno chiaramente tutto il
mondo, dall'uno capo all'altro, e tutto ciò che vi si fa di bene e di male, ched
e' vedranno (1238) della natura degli angioli. E quando lo peccato si farà,
egli n'avranno grande duolo, non già delle loro persone, che non possono
avere se non gioia e letizia; ma 'l dolore ch'egli avranno si è altressì come
una vergogna e pietà per coloro che peccano contro il loro criatore; e quella
pietà è perchè non siano dannati.
(1237) istrologhi C. R. 2. — estromiens C. F. R.
(1238) veront C. F. R.
Cap. CCCLVIIII.
Lo re domanda: le piccole bestie e vermi come funno fatti (1239) per lo
mondo che tanto sono piccoli? Sidrac risponde:
Elle furono in prima sparte per la volontà di Dio, per li venti e per li
ucielli, che gli portano d'uno paese in altro; che allora niuna bestia nè niuno
uccello non mangiavano l'uno l'altro, per comandamento di Dio. E quando
elle furono disparte per tutto lo mondo, allora incominciarono a mangiare
l'una l'altra. Ma inanzi si pascievano del frutto della terra.
(1239) Nel C. L.: come fatti. — Abb. agg. funno dal C. R. 2.
Cap. CCCLX.
tutto il mondo si fa in uno giorno, nè starlobio (1237) nè indovino. Ma lo
starlobio ne puote bene sapere una partita. Quelli che saranno nel paradiso
celeste, dopo la venuta del verace profeta, si vedranno chiaramente tutto il
mondo, dall'uno capo all'altro, e tutto ciò che vi si fa di bene e di male, ched
e' vedranno (1238) della natura degli angioli. E quando lo peccato si farà,
egli n'avranno grande duolo, non già delle loro persone, che non possono
avere se non gioia e letizia; ma 'l dolore ch'egli avranno si è altressì come
una vergogna e pietà per coloro che peccano contro il loro criatore; e quella
pietà è perchè non siano dannati.
(1237) istrologhi C. R. 2. — estromiens C. F. R.
(1238) veront C. F. R.
Cap. CCCLVIIII.
Lo re domanda: le piccole bestie e vermi come funno fatti (1239) per lo
mondo che tanto sono piccoli? Sidrac risponde:
Elle furono in prima sparte per la volontà di Dio, per li venti e per li
ucielli, che gli portano d'uno paese in altro; che allora niuna bestia nè niuno
uccello non mangiavano l'uno l'altro, per comandamento di Dio. E quando
elle furono disparte per tutto lo mondo, allora incominciarono a mangiare
l'una l'altra. Ma inanzi si pascievano del frutto della terra.
(1239) Nel C. L.: come fatti. — Abb. agg. funno dal C. R. 2.
Cap. CCCLX.
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Lo re domanda: perchè i giovani ànno più chiara la vista che i vecchi?
Sidrac risponde:
Li fanciulli ànno molta chiara vista, e meraviglia è com'egli non
vegiono le stelle di giorno. Da uno anno in cinque istanno in istato (1240), e
poi menomano di cinque anni in X; e di X infino in XX ella si mantiene, in
fino in XL; ella si mantiene, se per malizia e' no' la perdono. Li giovani
ànno lo cervello netto e chiaro e pieno di verdore, e tutt'i verdori ànno
buona chiareza (1241). Gli vecchi ànno lo cervello mucido e secco, sanza
niuno verdore e umidore; e per questa ragione non possono avere i vecchi
così chiara vista (1242) come ànno gli giovani fanciulli.
(1240) Intenderei: restano nello stato medesimo. — Non possiamo giovarci a chiarir meglio questo
passo degli altri Codd., perchè mancano queste parole nel C. F. R.; e nel C. R. 2. la lezione è
evidentemente errata, leggendosi: stanno in vistato.
(1241) et tote verdour rent bone clarte C. F. R.
(1242) non possono avere gli occhi così chiari di vista C. R. 2.
Cap. CCCLXI.
Lo re domanda: gli pesci dormono nell'acqua? Sidrac risponde:
Non già, gli pesci non dormono mica nell'acqua. Ma quando travagliati
sono, egli si riposano tra due acque presso alla rocca (1243). E s'eglino
fiatassero ispesse volte l'aria, siccome facciamo noi e gli altri animali che
sopra terra vanno, egli dormirebono. Alcuno pescie è che viene in terra, e
fiata l'aria, e s'adormenta per la riva e per l'isole; e quello aviene per l'aria
ch'eglino fiatano.
(1243) Mais chant il sont travailles si ce reposent pres as roches ou au fons de l'aigue ou entre II
aigues C. F. R. — Cf. C. Plinii Sec., Nat. Hist., IX, 6.
Sidrac risponde:
Li fanciulli ànno molta chiara vista, e meraviglia è com'egli non
vegiono le stelle di giorno. Da uno anno in cinque istanno in istato (1240), e
poi menomano di cinque anni in X; e di X infino in XX ella si mantiene, in
fino in XL; ella si mantiene, se per malizia e' no' la perdono. Li giovani
ànno lo cervello netto e chiaro e pieno di verdore, e tutt'i verdori ànno
buona chiareza (1241). Gli vecchi ànno lo cervello mucido e secco, sanza
niuno verdore e umidore; e per questa ragione non possono avere i vecchi
così chiara vista (1242) come ànno gli giovani fanciulli.
(1240) Intenderei: restano nello stato medesimo. — Non possiamo giovarci a chiarir meglio questo
passo degli altri Codd., perchè mancano queste parole nel C. F. R.; e nel C. R. 2. la lezione è
evidentemente errata, leggendosi: stanno in vistato.
(1241) et tote verdour rent bone clarte C. F. R.
(1242) non possono avere gli occhi così chiari di vista C. R. 2.
Cap. CCCLXI.
Lo re domanda: gli pesci dormono nell'acqua? Sidrac risponde:
Non già, gli pesci non dormono mica nell'acqua. Ma quando travagliati
sono, egli si riposano tra due acque presso alla rocca (1243). E s'eglino
fiatassero ispesse volte l'aria, siccome facciamo noi e gli altri animali che
sopra terra vanno, egli dormirebono. Alcuno pescie è che viene in terra, e
fiata l'aria, e s'adormenta per la riva e per l'isole; e quello aviene per l'aria
ch'eglino fiatano.
(1243) Mais chant il sont travailles si ce reposent pres as roches ou au fons de l'aigue ou entre II
aigues C. F. R. — Cf. C. Plinii Sec., Nat. Hist., IX, 6.
Page 319
Cap. CCCLXII.
Lo re domanda: perchè gli pesci ànno pietra in testa? Sidrac risponde:
Li pesci sono fatti d'acqua, e in acqua muoiono (1244); e sono sì
leggieri e sì isnelli che disciendere non potrebono nel fondo, per la loro
leggierezza, per la loro vita cercare, se le pietre non fossono in capo (1245),
che elle loro donano contrapeso per andare al fondo. E ciascuno pescie à la
pietra grande alla sua misura. E lo pescie che non à pietra in capo, non
puote andare al fondo come quelli che l'ànno.
(1244) e vivono nell'aqua C. R. 2.
(1245) L'aspide, nel Tesoro, porta in capo una pietra preziosa che ha nome carbonchio. — E in
Plinio hanno una pietra nel capo i lupi, i chromes, le sciaenae, i pagri. — IX, 24.
Cap. CCCLXIII.
Lo re domanda: di quante maniere sono pesci? Sidrac risponde:
Li pesci sono di tante maniere (1246), chi le volesse tutte nominare
tropo vi sarebe grande noia l'ascoltare. E pesci ci à della maniera che voi
vedete ciascuno giorno. Altre maniere v'à che sono fatti a modo di persone;
altri a modo di bestie che ànno quattro piedi; altri a modo d'uccelli; e altri
lunghi e grandi XX passi o più; e altri verdi di molti colori; e di tante
maniere che sarebe lunga mena (1247) a contare.
(1246) che chi C. R. 2.
(1247) noia C. R. 2.
Lo re domanda: perchè gli pesci ànno pietra in testa? Sidrac risponde:
Li pesci sono fatti d'acqua, e in acqua muoiono (1244); e sono sì
leggieri e sì isnelli che disciendere non potrebono nel fondo, per la loro
leggierezza, per la loro vita cercare, se le pietre non fossono in capo (1245),
che elle loro donano contrapeso per andare al fondo. E ciascuno pescie à la
pietra grande alla sua misura. E lo pescie che non à pietra in capo, non
puote andare al fondo come quelli che l'ànno.
(1244) e vivono nell'aqua C. R. 2.
(1245) L'aspide, nel Tesoro, porta in capo una pietra preziosa che ha nome carbonchio. — E in
Plinio hanno una pietra nel capo i lupi, i chromes, le sciaenae, i pagri. — IX, 24.
Cap. CCCLXIII.
Lo re domanda: di quante maniere sono pesci? Sidrac risponde:
Li pesci sono di tante maniere (1246), chi le volesse tutte nominare
tropo vi sarebe grande noia l'ascoltare. E pesci ci à della maniera che voi
vedete ciascuno giorno. Altre maniere v'à che sono fatti a modo di persone;
altri a modo di bestie che ànno quattro piedi; altri a modo d'uccelli; e altri
lunghi e grandi XX passi o più; e altri verdi di molti colori; e di tante
maniere che sarebe lunga mena (1247) a contare.
(1246) che chi C. R. 2.
(1247) noia C. R. 2.
Page 320
Cap. CCCLXIIII.
Lo re domanda: di quante maniere sono bestie? Sidrac risponde:
Di diverse maniere sono le bestie. Chè bestie àe sopra terra, che sono
molte pericolose. Una maniera di bestie sono, che sono fatte a maniera
d'uomo maschio e di femmina; e si è molto grande e molta pilosa e molta
pericolosa. Anche ci à bestie che ànno quattro piedi e due teste. Anche ci à
bestie che sono sì grandi, che ciascuna potrebe portare X uomini adosso e
più. Anche ci à bestie ch'ànno coda di lione e volto e unghia di leone, e sono
molte pericolose. Anche ci à bestie a modo di serpente, e si ànno volto
d'uomo e capegli di femina (1248). Anche ci à bestie che della cima della
coda à uno osso lungo d'uno palmo, molto tagliente, come uno
rasoio (1249). Anche v'àe altre bestie diverse assai, che troppo vi
parebbe (1250). E queste pericolose bestie sono ne' grandi deserti. Per paura
di loro molte provincie saranno disabitate. Ma uno re nascierà che le
caccierà indietro nel grande diserto, là ove l'uomo non vede punto; e là
istaranno tuttavia.
(1248) Vedi Tesoro, Lib. V., cap. 59. — Curioso a leggersi, e non privo di importanza, è il capitolo
dove parlasi delle bestie d'India nel poema Ymage du monde.
(1249) Il C. R. 2. ha questo di più: Anche ci àe altre bestie che ànno uno corno nella fronte, e altre
che n'ànno due, l'uno torto verso la fronte, e l'altro verso lo collo. E altre bestie sono in guisa di
serpenti, e ànno viso d'uomo, e sono pericolosi, che s'eglino vegono la persona prima che la
persona loro, inmantenente muore; e lo simile aviene se la persona vede prima loro, cioè la
bestia. Anche ci àe altre bestie, che vanno in due piedi, e ànno mani e piedi a modo di scimia, e
non ànno se non uno occhio in della fronte, e tutt'i denti della bocca sono due passi: eglino li
ànno sì forti che romperebero gli ossi; e sono molti isnelli.
(1250) troppo vi parebono a udire contare C. R. 2.
Cap. CCCLXV.
Lo re domanda: di quante maniere sono gli uccelli? Sidrac risponde:
Lo re domanda: di quante maniere sono bestie? Sidrac risponde:
Di diverse maniere sono le bestie. Chè bestie àe sopra terra, che sono
molte pericolose. Una maniera di bestie sono, che sono fatte a maniera
d'uomo maschio e di femmina; e si è molto grande e molta pilosa e molta
pericolosa. Anche ci à bestie che ànno quattro piedi e due teste. Anche ci à
bestie che sono sì grandi, che ciascuna potrebe portare X uomini adosso e
più. Anche ci à bestie ch'ànno coda di lione e volto e unghia di leone, e sono
molte pericolose. Anche ci à bestie a modo di serpente, e si ànno volto
d'uomo e capegli di femina (1248). Anche ci à bestie che della cima della
coda à uno osso lungo d'uno palmo, molto tagliente, come uno
rasoio (1249). Anche v'àe altre bestie diverse assai, che troppo vi
parebbe (1250). E queste pericolose bestie sono ne' grandi deserti. Per paura
di loro molte provincie saranno disabitate. Ma uno re nascierà che le
caccierà indietro nel grande diserto, là ove l'uomo non vede punto; e là
istaranno tuttavia.
(1248) Vedi Tesoro, Lib. V., cap. 59. — Curioso a leggersi, e non privo di importanza, è il capitolo
dove parlasi delle bestie d'India nel poema Ymage du monde.
(1249) Il C. R. 2. ha questo di più: Anche ci àe altre bestie che ànno uno corno nella fronte, e altre
che n'ànno due, l'uno torto verso la fronte, e l'altro verso lo collo. E altre bestie sono in guisa di
serpenti, e ànno viso d'uomo, e sono pericolosi, che s'eglino vegono la persona prima che la
persona loro, inmantenente muore; e lo simile aviene se la persona vede prima loro, cioè la
bestia. Anche ci àe altre bestie, che vanno in due piedi, e ànno mani e piedi a modo di scimia, e
non ànno se non uno occhio in della fronte, e tutt'i denti della bocca sono due passi: eglino li
ànno sì forti che romperebero gli ossi; e sono molti isnelli.
(1250) troppo vi parebono a udire contare C. R. 2.
Cap. CCCLXV.
Lo re domanda: di quante maniere sono gli uccelli? Sidrac risponde:
Page 321
Li uccelli sono di molte maniere, che lunga cosa sarebe a contalle. Ma
una maniera d'uccelli sono, che sono magiori che bufole, e più forti, e sono
vaiati; e non vivono se non di carne, e non possono fare lo dì se non tre voli,
e ciascuno volo è di due miglia, o di IIII al più. È un'altra maniera di
uccielli, che sono fatti a modo di bestie (1251); e sono grandi e forti molto e
pericolosi. E questo due maniere d'uccelli abitano nell'isole del mare
d'India. E uccelli sono che ànno due teste e quattro piedi, e non vivono se
non d'una gente che sono nell'isola d'India, che pigliano la gente, e
mangialla; e quella gente à tuttavia co' loro briga e guerra (1252). Un'altra
maniera sono d'uccelli che covano al fuoco, e al fuoco fanno i loro pulcini,
e la loro piuma non si puote ardere; e quando egli vogliono covare, egli
ragunano legne, e entranvi dentro, e battono tanto dell'alie, che lo fuoco sale
e s'aprende a quelle legne. Altre maniere ci à d'uccelli, che ànno il collo
lungo come una lancia; e altri ch'ànno i piedi a modo di cavallo; e altri che
cantano dolcemente inanzi la loro morte, due giorni o quattro. Altri v'à che
non covano i loro pulcini se non collo sguardare, e fanno due figliuoli
maschi; e quando ànno XXX giorni, egli montano nell'aria, e combattono
tanto che l'uno cade morto. Altra maniera v'à d'uccelli assai, alli quali noi
faremo fine (1253).
(1251) ch'ànno il corpo come uciello, il capo come bestia C. R. 2.
(1252) Anche al Cap. LXXIX è parlato della gente che ha guerra cogli uccelli, favola negli antichi
scrittori spesso ripetuta. Ved. Leopardi, Err. degli Ant. — Nell'Ymage du Monde:
Iluec sont unes gens menues
...........
Qui soventes fois se bataillent
Contre les grues que les assallent
........
Teles gens ont nom pigmen
Et sunt petit comme naien.
Intorno ai pigmei, cf. Berger de Xivrey, Trad. Teratolog., pag. 101.
(1253) Veda il lettore come alcune di queste favole sugli uccelli sembrino tolte dai racconti del Polo.
Cap. CCCLXVI.
una maniera d'uccelli sono, che sono magiori che bufole, e più forti, e sono
vaiati; e non vivono se non di carne, e non possono fare lo dì se non tre voli,
e ciascuno volo è di due miglia, o di IIII al più. È un'altra maniera di
uccielli, che sono fatti a modo di bestie (1251); e sono grandi e forti molto e
pericolosi. E questo due maniere d'uccelli abitano nell'isole del mare
d'India. E uccelli sono che ànno due teste e quattro piedi, e non vivono se
non d'una gente che sono nell'isola d'India, che pigliano la gente, e
mangialla; e quella gente à tuttavia co' loro briga e guerra (1252). Un'altra
maniera sono d'uccelli che covano al fuoco, e al fuoco fanno i loro pulcini,
e la loro piuma non si puote ardere; e quando egli vogliono covare, egli
ragunano legne, e entranvi dentro, e battono tanto dell'alie, che lo fuoco sale
e s'aprende a quelle legne. Altre maniere ci à d'uccelli, che ànno il collo
lungo come una lancia; e altri ch'ànno i piedi a modo di cavallo; e altri che
cantano dolcemente inanzi la loro morte, due giorni o quattro. Altri v'à che
non covano i loro pulcini se non collo sguardare, e fanno due figliuoli
maschi; e quando ànno XXX giorni, egli montano nell'aria, e combattono
tanto che l'uno cade morto. Altra maniera v'à d'uccelli assai, alli quali noi
faremo fine (1253).
(1251) ch'ànno il corpo come uciello, il capo come bestia C. R. 2.
(1252) Anche al Cap. LXXIX è parlato della gente che ha guerra cogli uccelli, favola negli antichi
scrittori spesso ripetuta. Ved. Leopardi, Err. degli Ant. — Nell'Ymage du Monde:
Iluec sont unes gens menues
...........
Qui soventes fois se bataillent
Contre les grues que les assallent
........
Teles gens ont nom pigmen
Et sunt petit comme naien.
Intorno ai pigmei, cf. Berger de Xivrey, Trad. Teratolog., pag. 101.
(1253) Veda il lettore come alcune di queste favole sugli uccelli sembrino tolte dai racconti del Polo.
Cap. CCCLXVI.
Page 322
Lo re domanda: quale è lo più bello uccello del mondo? Sidrac risponde:
Lo più bello uccello del mondo si è lo gallo; ch'egli à molto di bellezza
e di bontà in lui, le quali uomo non truova in altri uccelli. Lo gallo à
primamente corona; secondo, porta speroni; terzo, Idio gli à donato di
sapere conosciere l'ore del dì e della notte. Il gallo è geloso della moglie,
più che niuno uomo della sua, e si è sì largo ch'egli soffera fame, per dare
alla sua moglie a mangiare. Gallo fa asalto e battaglia l'uno contra l'altro. E
se lo gallo fosse di caccia, tutti gli altri gli farebono onore e riverenzia e lo
doterebono (1254). Di biltà è egli lo più bello uccello del mondo, di sua
grandezza.
(1254) Nel C. L.: terebono. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Cap. CCCLXVII.
Lo re domanda: qual'è la più bella bestia del mondo? Sidrac risponde:
La più bella bestia e la più forte e la più valente si è lo cavallo, perchè i
cavalli si mantengono signorie, e si guadagna onore e terre e provincie. Non
à niuna bestia al mondo che, s'ella fosse caricata com'è il cavallo covertato,
e collo cavaliere con tutta l'arma, ch'ella potesse andare più che nel
passo (1255). Lo cavallo non sa essere sì carico, che con sia più isnello che
un'altra iscaricata (1256). Cavallo si dee amare e innorare e pregiare sopra
tutte l'altre bestie del mondo.
(1255) di passo C. R. 2.
(1256) non sia isnello come niuna altra bestia scarica C. R. 2.
Lo più bello uccello del mondo si è lo gallo; ch'egli à molto di bellezza
e di bontà in lui, le quali uomo non truova in altri uccelli. Lo gallo à
primamente corona; secondo, porta speroni; terzo, Idio gli à donato di
sapere conosciere l'ore del dì e della notte. Il gallo è geloso della moglie,
più che niuno uomo della sua, e si è sì largo ch'egli soffera fame, per dare
alla sua moglie a mangiare. Gallo fa asalto e battaglia l'uno contra l'altro. E
se lo gallo fosse di caccia, tutti gli altri gli farebono onore e riverenzia e lo
doterebono (1254). Di biltà è egli lo più bello uccello del mondo, di sua
grandezza.
(1254) Nel C. L.: terebono. — Abb. corr. col C. R. 2., conforme al C. F. R.
Cap. CCCLXVII.
Lo re domanda: qual'è la più bella bestia del mondo? Sidrac risponde:
La più bella bestia e la più forte e la più valente si è lo cavallo, perchè i
cavalli si mantengono signorie, e si guadagna onore e terre e provincie. Non
à niuna bestia al mondo che, s'ella fosse caricata com'è il cavallo covertato,
e collo cavaliere con tutta l'arma, ch'ella potesse andare più che nel
passo (1255). Lo cavallo non sa essere sì carico, che con sia più isnello che
un'altra iscaricata (1256). Cavallo si dee amare e innorare e pregiare sopra
tutte l'altre bestie del mondo.
(1255) di passo C. R. 2.
(1256) non sia isnello come niuna altra bestia scarica C. R. 2.
Page 323
Cap. CCCLXVIII.
Lo re domanda: qual'è lo più degno uccello del mondo? Sidrac risponde:
Lo più degno uccello del mondo si è la lape, che procaccia la sanità al
corpo dell'uomo. Ella ci aducie i buoni fiori per la volontà di Dio (1257), e
si fa lo mele, lo quale si fa prode al corpo dell'uomo e delle bestie, per
molte maniere; e si fa cera, della quale noi facciamo bella luminaria, e di
medicine e unguenti (1258).
(1257) Così anche nel C. R. 2.; ma nel C. F. R.: abeille vait maniant des bones flores.
(1258) e si aopera la ciera e lo mele a medicine C. R. 2.
Cap. CCCLXVIIII.
Lo re domanda: quali sono gli più begli cavagli che siano? Sidrac
risponde:
Assai sono di belli cavalli per lo mondo. Ma lo cavallo dee avere in sè
IIII cose lunghe, e IIII cose larghe, e IIII cose corte. In prima dee avere in sè
lo bello cavallo lungo collo e lunghe gambe e lunga ischiena e lunga coda.
E si dee avere in lui largo petto e larga groppa e larga bocca e larghi anari. E
si dee avere corto pasterone (1259) e corto dosso e corti orecchi e corta
coda, non mica, le setole, ma lo canone della coda (1260). E sopratutto
questi dee avere grandi occhi aperti. E s'egli à in sè tutto questo, e egli è
sano e bello e di buona costuma, quelli è buono cavallo e bello e bene da
pregiare.
(1259) Forse per panzerone, panzirone?
(1260) Nel C. L. sta scritto: e corta coda nello pelo ma la proprietà della carne e dell'osso. — Noi
abb. adottata la lez. del C. R. 2. — A spiegar poi l'errore del n. t. giova riferire il C. F. R.: et
corte coe, non pas le pel, mais la propriete de la car et de l'os.
Lo re domanda: qual'è lo più degno uccello del mondo? Sidrac risponde:
Lo più degno uccello del mondo si è la lape, che procaccia la sanità al
corpo dell'uomo. Ella ci aducie i buoni fiori per la volontà di Dio (1257), e
si fa lo mele, lo quale si fa prode al corpo dell'uomo e delle bestie, per
molte maniere; e si fa cera, della quale noi facciamo bella luminaria, e di
medicine e unguenti (1258).
(1257) Così anche nel C. R. 2.; ma nel C. F. R.: abeille vait maniant des bones flores.
(1258) e si aopera la ciera e lo mele a medicine C. R. 2.
Cap. CCCLXVIIII.
Lo re domanda: quali sono gli più begli cavagli che siano? Sidrac
risponde:
Assai sono di belli cavalli per lo mondo. Ma lo cavallo dee avere in sè
IIII cose lunghe, e IIII cose larghe, e IIII cose corte. In prima dee avere in sè
lo bello cavallo lungo collo e lunghe gambe e lunga ischiena e lunga coda.
E si dee avere in lui largo petto e larga groppa e larga bocca e larghi anari. E
si dee avere corto pasterone (1259) e corto dosso e corti orecchi e corta
coda, non mica, le setole, ma lo canone della coda (1260). E sopratutto
questi dee avere grandi occhi aperti. E s'egli à in sè tutto questo, e egli è
sano e bello e di buona costuma, quelli è buono cavallo e bello e bene da
pregiare.
(1259) Forse per panzerone, panzirone?
(1260) Nel C. L. sta scritto: e corta coda nello pelo ma la proprietà della carne e dell'osso. — Noi
abb. adottata la lez. del C. R. 2. — A spiegar poi l'errore del n. t. giova riferire il C. F. R.: et
corte coe, non pas le pel, mais la propriete de la car et de l'os.
Page 324
Cap. CCCLXX.
Lo re domanda: quale è la più benignia bestia che sia? Sidrac risponde:
La più benignia bestia che sia si è l'agnello e il bue. Agnello viene a
dire benedetto e umile; bue viene a dire umile cosa e semplice. Il bue si
travaglia per la vita dell'uomo e per la sua, e per la vita di molte altre bestie.
Bue non à altro officio se non della terra arare, per lo frutto della terra
guadagniare.
Cap. CCCLXXI.
Lo re domanda: quale è la più bella cosa che Idio abia fatto al mondo?
Sidrac risponde:
Iddio per la misericordia fece tutte le cose e tutti i beni, e non
maledisse se non il diavolo solamente, perciò ch'egli volle essere
simigliante a lui. L'altre criature non maledisse egli mica, chè le bestie
velenose e pericolose non maledisse egli già per lo veleno; chè, con tutto
loro pericolo, si tengono elli bene la legie che Idio diede loro, e lodano e
ringraziano lo loro criatore.
Cap. CCCLXXII.
Lo re domanda: perchè gli piccoli alberi portano grande frutto, e gli grandi
alberi portano piccoli frutti? Sidrac risponde:
Lo re domanda: quale è la più benignia bestia che sia? Sidrac risponde:
La più benignia bestia che sia si è l'agnello e il bue. Agnello viene a
dire benedetto e umile; bue viene a dire umile cosa e semplice. Il bue si
travaglia per la vita dell'uomo e per la sua, e per la vita di molte altre bestie.
Bue non à altro officio se non della terra arare, per lo frutto della terra
guadagniare.
Cap. CCCLXXI.
Lo re domanda: quale è la più bella cosa che Idio abia fatto al mondo?
Sidrac risponde:
Iddio per la misericordia fece tutte le cose e tutti i beni, e non
maledisse se non il diavolo solamente, perciò ch'egli volle essere
simigliante a lui. L'altre criature non maledisse egli mica, chè le bestie
velenose e pericolose non maledisse egli già per lo veleno; chè, con tutto
loro pericolo, si tengono elli bene la legie che Idio diede loro, e lodano e
ringraziano lo loro criatore.
Cap. CCCLXXII.
Lo re domanda: perchè gli piccoli alberi portano grande frutto, e gli grandi
alberi portano piccoli frutti? Sidrac risponde:
Page 325
Li grandi alberi portano piccoli frutti. La ragione è per l'umidore che
disciende di sua grandezza e nelle sue branche, e perciò nascono i frutti
piccoli. E quando l'albore è piccolo, i frutti per natura diventano grandi, chè
tutto l'umido vae in lui. E per questa ragione lo piccolo albore porta grande
frutto, e lo grande albore porta piccolo frutto.
Cap. CCCLXXIII.
Lo re domanda: quali sono le più intendevoli bestie che sieno? Sidrac
risponde:
Le più intendevoli bestie del mondo sono iscimmie, orsi e cani. Queste
sono le più conoscienti bestie del mondo, chè Idio à loro donato cotale
natura, d'intendere alcuna cosa dell'uomo. Quando Noè fue nell'arca per lo
diluvio, queste tre bestie stettono più presso a lui che niuna altra; e
quand'egli uscirono dell'arca, elle furono le sezaie che si dipartirono da lui,
chè per lo loro intendimento aveano paura che lo diluvio non tornasse
adietro.
Cap. CCCLXXIIII.
Lo re domanda: gli uccelli di caccia perchè non beono? Sidrac risponde:
Gli uccelli di caccia non beono per lo loro volare, ch'egli volano più
alto che tutti gli altri uccelli, e ànno tuttavia la frescura dell'aria. Iddio à loro
donato natura che non possono bere spesso; e alcuna volta beono,
quand'egli vogliono montare, s'egli truovano acqua.
disciende di sua grandezza e nelle sue branche, e perciò nascono i frutti
piccoli. E quando l'albore è piccolo, i frutti per natura diventano grandi, chè
tutto l'umido vae in lui. E per questa ragione lo piccolo albore porta grande
frutto, e lo grande albore porta piccolo frutto.
Cap. CCCLXXIII.
Lo re domanda: quali sono le più intendevoli bestie che sieno? Sidrac
risponde:
Le più intendevoli bestie del mondo sono iscimmie, orsi e cani. Queste
sono le più conoscienti bestie del mondo, chè Idio à loro donato cotale
natura, d'intendere alcuna cosa dell'uomo. Quando Noè fue nell'arca per lo
diluvio, queste tre bestie stettono più presso a lui che niuna altra; e
quand'egli uscirono dell'arca, elle furono le sezaie che si dipartirono da lui,
chè per lo loro intendimento aveano paura che lo diluvio non tornasse
adietro.
Cap. CCCLXXIIII.
Lo re domanda: gli uccelli di caccia perchè non beono? Sidrac risponde:
Gli uccelli di caccia non beono per lo loro volare, ch'egli volano più
alto che tutti gli altri uccelli, e ànno tuttavia la frescura dell'aria. Iddio à loro
donato natura che non possono bere spesso; e alcuna volta beono,
quand'egli vogliono montare, s'egli truovano acqua.
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Cap. CCCLXXV.
Lo re domanda: le serpi sono istate tuttavia in questa forma? Sidrac
risponde:
Lo serpente è stato tuttavia in forma tortigliata; e perciò lo diavolo
entrò in lui, e si atortigliò (1261) nell'albero, e tentò Eva di manicare il
pome, e Eva tentò lo suo compagnone. Ma allora era lo serpente di più bello
colore ch'egli non è ora. Ma la forma à egli come allora.
(1261) Nel C. L.: conciliò. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CCCLXXVI.
Lo re domanda: a cui escie sangue del naso e stagnare non si può, che ne
potrebbe l'uomo fare? Sidrac risponde:
Naso che getta sangue e stagnare non si puote, per due cose lo può
l'uomo istagnare. Piglia lo sterco del porco, caldo, e fa ricevere al naso lo
fummo, inmantenente istagnerà. L'altra, piglia merda di cammello, secca, e
pestala che la facci sottilmente (1262), e metti al naso quella polvere, e
alenerà bene forte, sì ch'ella vada ben dentro, e inmantenente lo sangue
istagnerà.
(1262) e pestala sottilmente C. R. 2.
Cap. CCCLXXVII.
Lo re domanda: le serpi sono istate tuttavia in questa forma? Sidrac
risponde:
Lo serpente è stato tuttavia in forma tortigliata; e perciò lo diavolo
entrò in lui, e si atortigliò (1261) nell'albero, e tentò Eva di manicare il
pome, e Eva tentò lo suo compagnone. Ma allora era lo serpente di più bello
colore ch'egli non è ora. Ma la forma à egli come allora.
(1261) Nel C. L.: conciliò. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CCCLXXVI.
Lo re domanda: a cui escie sangue del naso e stagnare non si può, che ne
potrebbe l'uomo fare? Sidrac risponde:
Naso che getta sangue e stagnare non si puote, per due cose lo può
l'uomo istagnare. Piglia lo sterco del porco, caldo, e fa ricevere al naso lo
fummo, inmantenente istagnerà. L'altra, piglia merda di cammello, secca, e
pestala che la facci sottilmente (1262), e metti al naso quella polvere, e
alenerà bene forte, sì ch'ella vada ben dentro, e inmantenente lo sangue
istagnerà.
(1262) e pestala sottilmente C. R. 2.
Cap. CCCLXXVII.
Page 327
Lo re domanda: la rea lebbra che monta alle gambe dell'uomo come si può
guarire? Sidrac risponde:
Ria lebbra che al corpo monta leggiermente si può guarire, chi
pigliasse li scarafagi, e ardesseli come cenere, e pestasseli sottilmente, e poi
bollisse lo lardo (1263) del porco vecchio, e mettesse quella polvere dentro,
e altrettanto, come la metà, di biacca, e facessene unguento, e ugnessene la
piaga; e poi vi mettesse una piastra di pionbo sottile, sopra la ganba, e
pertugiata ispesso (1264), e mutassesi la mattina e la sera lo pionbo (1265),
se rotto non fosse, si guarrebbe.
(1263) sangue di porco vecchio overo lardo C. R. 2.
(1264) e pertugiata in più luoghi C. R. 2.
(1265) e mutasseli la matina e la sera l'unguento, non mica lo piombo C. R. 2. — et changeroit matin
et vespre l'ongiement et le plomb. C. F. R.
Cap. CCCLXXVIII.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo trarre la volatica che fortemente è
apresa nella carne? Sidrac risponde:
Volatica che s'apiglia alla carne, non (1266) si vuole partire, chi
pigliasse porcar (1267) (cioè uno vermine bacarozolo, grande com'una fava,
e si è biadetto e tenero, e à molti piedi sottili e bianchi, e lo ventre bianco; e
quando l'uomo lo tocca egli diventa tondo com'uno bottone), chi fregasse lo
vermine sopra la volatica, sì forte che lo vermine si spiccioli (1268) tutto,
due volte o III o IIII, egli guarrebbe tosto.
(1266) e non C. R. 2.
(1267) pichaar C. F. R.
(1268) si disfacesse C. R. 2.
guarire? Sidrac risponde:
Ria lebbra che al corpo monta leggiermente si può guarire, chi
pigliasse li scarafagi, e ardesseli come cenere, e pestasseli sottilmente, e poi
bollisse lo lardo (1263) del porco vecchio, e mettesse quella polvere dentro,
e altrettanto, come la metà, di biacca, e facessene unguento, e ugnessene la
piaga; e poi vi mettesse una piastra di pionbo sottile, sopra la ganba, e
pertugiata ispesso (1264), e mutassesi la mattina e la sera lo pionbo (1265),
se rotto non fosse, si guarrebbe.
(1263) sangue di porco vecchio overo lardo C. R. 2.
(1264) e pertugiata in più luoghi C. R. 2.
(1265) e mutasseli la matina e la sera l'unguento, non mica lo piombo C. R. 2. — et changeroit matin
et vespre l'ongiement et le plomb. C. F. R.
Cap. CCCLXXVIII.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo trarre la volatica che fortemente è
apresa nella carne? Sidrac risponde:
Volatica che s'apiglia alla carne, non (1266) si vuole partire, chi
pigliasse porcar (1267) (cioè uno vermine bacarozolo, grande com'una fava,
e si è biadetto e tenero, e à molti piedi sottili e bianchi, e lo ventre bianco; e
quando l'uomo lo tocca egli diventa tondo com'uno bottone), chi fregasse lo
vermine sopra la volatica, sì forte che lo vermine si spiccioli (1268) tutto,
due volte o III o IIII, egli guarrebbe tosto.
(1266) e non C. R. 2.
(1267) pichaar C. F. R.
(1268) si disfacesse C. R. 2.
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Cap. CCCLXXVIIII.
Lo re domanda: uomo che à male stomaco che gli potrebe l'uomo fare?
Sidrac risponde:
L'uomo che à rio stomaco pigli mele cotogne dolci, e cavane le
granella, e falla com'uno bossolo, e enpila di mele di lape e di fiori, e la
'nvogli (1269) con pasta di grano, e mettila sopra la senplice brucia, e falla
bollire e ispremare bene, e bere di quella acqua a digiuno IIII o V matine, e
guarrà.
(1269) Così nel C. R. 2.: per la involgi. — Nel n. t.: lavogli. — Nel C. F. R.: et metre dehors tout en
tout part, ec.
Cap. CCCLXXX.
Lo re domanda: stomaco ch'è scaldato ed è enfiato come si potrebbe
aiutare? Sidrac risponde:
Lo stomaco ch'è scaldato e enfiato, piglia radice di serpillo, e mettila in
buono vino dolcie o in altro buono vino, uno giorno e una notte, e poi lo
cola, e usalo VIII giorni o X, a digiuno.
Cap. CCCLXXXI.
Lo re domanda: che può l'uomo fare al dolore dello stomaco? Sidrac
risponde:
Lo re domanda: uomo che à male stomaco che gli potrebe l'uomo fare?
Sidrac risponde:
L'uomo che à rio stomaco pigli mele cotogne dolci, e cavane le
granella, e falla com'uno bossolo, e enpila di mele di lape e di fiori, e la
'nvogli (1269) con pasta di grano, e mettila sopra la senplice brucia, e falla
bollire e ispremare bene, e bere di quella acqua a digiuno IIII o V matine, e
guarrà.
(1269) Così nel C. R. 2.: per la involgi. — Nel n. t.: lavogli. — Nel C. F. R.: et metre dehors tout en
tout part, ec.
Cap. CCCLXXX.
Lo re domanda: stomaco ch'è scaldato ed è enfiato come si potrebbe
aiutare? Sidrac risponde:
Lo stomaco ch'è scaldato e enfiato, piglia radice di serpillo, e mettila in
buono vino dolcie o in altro buono vino, uno giorno e una notte, e poi lo
cola, e usalo VIII giorni o X, a digiuno.
Cap. CCCLXXXI.
Lo re domanda: che può l'uomo fare al dolore dello stomaco? Sidrac
risponde:
Page 329
Chi avesse calore al fegato e fosse di colore giallo, e anche fosse
rognoso, pigliasse acqua di cicoria e acqua di cime di more salvatiche, e chi
vuole avere queste acque, priemile insieme e pestile, e acque di lattuga; e
piglia altrettanto zuchero; e fallo tanto bollire che diventi a modo di
sciloppo; e poi metti entro uno peso e mezzo di ribarbero, e bealo la mattina
e la sera con acqua fredda, una parte di scilopo e due parti d'acqua, e
guarirà.
Cap. CCCLXXXIII.
Lo re domanda: chi fosse in cammino, ed egli non potesse avere delle cose,
ed egli avesse male al fegato o allo stomaco o di calore o di stordigione,
che vi potrebe fare per ricoverare? Sidrac risponde:
Uno lattovaro che si fa di cinque cose, o le mangiasse o le beesse in
acque, III pesi o IIII, egli guarirebbe. E queste sono le cose: iscerlogie,
zamur, more, ziezara, granelatorio (1270). E tutte queste cose pestare, e
confettare, come gli è bollito. E chiamasi lattovario di vita.
(1270) Non sapremmo che intendere di queste parole, le quali variano ne' diversi Codd. Il C. R. 2.
ha: stralogia, zaracut, more, genziera, granellatori. — Il C. F. R.: storlozie, zaront, more,
gencian, grainderere. = Par certo che siaci dello zenzero e delle more, da pestare insieme! Il
C. R. 2. vuole ancora che le sieno confettate con mele d'api bollito. Forse per iscerlogie
potrebbe intendersi l'aristologia, la quale mundificat pectus. E per zamur, il zirumber, che
stringit ventrem et retinet vomitum. Cf. Alb. Magn. De veget. et plant.
Cap. CCCLXXXIIII.
Lo re domanda: perchè à lo stomaco cotante medicine? Sidrac risponde:
rognoso, pigliasse acqua di cicoria e acqua di cime di more salvatiche, e chi
vuole avere queste acque, priemile insieme e pestile, e acque di lattuga; e
piglia altrettanto zuchero; e fallo tanto bollire che diventi a modo di
sciloppo; e poi metti entro uno peso e mezzo di ribarbero, e bealo la mattina
e la sera con acqua fredda, una parte di scilopo e due parti d'acqua, e
guarirà.
Cap. CCCLXXXIII.
Lo re domanda: chi fosse in cammino, ed egli non potesse avere delle cose,
ed egli avesse male al fegato o allo stomaco o di calore o di stordigione,
che vi potrebe fare per ricoverare? Sidrac risponde:
Uno lattovaro che si fa di cinque cose, o le mangiasse o le beesse in
acque, III pesi o IIII, egli guarirebbe. E queste sono le cose: iscerlogie,
zamur, more, ziezara, granelatorio (1270). E tutte queste cose pestare, e
confettare, come gli è bollito. E chiamasi lattovario di vita.
(1270) Non sapremmo che intendere di queste parole, le quali variano ne' diversi Codd. Il C. R. 2.
ha: stralogia, zaracut, more, genziera, granellatori. — Il C. F. R.: storlozie, zaront, more,
gencian, grainderere. = Par certo che siaci dello zenzero e delle more, da pestare insieme! Il
C. R. 2. vuole ancora che le sieno confettate con mele d'api bollito. Forse per iscerlogie
potrebbe intendersi l'aristologia, la quale mundificat pectus. E per zamur, il zirumber, che
stringit ventrem et retinet vomitum. Cf. Alb. Magn. De veget. et plant.
Cap. CCCLXXXIIII.
Lo re domanda: perchè à lo stomaco cotante medicine? Sidrac risponde:
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Dallo stomaco vengono i più de' mali del corpo; e chi potesse
domandare i morti che sono e che saranno, egli troverrebe più che le tre
parti sono morti di male di stomaco, imperò che lo stomaco è la più
pericolosa cosa del corpo.
Cap. CCCLXXXV.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo stagniare lo sangue della piaga?
Sidrac risponde:
Pigliare un'erba che si chiama lunemaca (1271), e mettere delle sue
foglie in nella fedita, e lo sangue istagnerà. E chi non puote avere di quella
erba, ai pigli piume, e ardale, e fanne cenere e di quella cenere si
lordi (1272), e polla in sulla piaga; e lo sangue ristagnerà.
(1271) limemachaf C. R. 2. — mohaf. C. F. R.
(1272) Questo lordi pare abbia ad essere un errore del Cod., e forse trovasi qui per una associazione
d'idee col lardo; leggendosi nel C. R. 2. che la cenere delle piume s'ha a mescolare col lardo di
porco fresco e sevo. Forse potrebbe leggersi lardi. Il C. F. R. non ha nulla di ciò.
Cap. CCCLXXXVI.
Lo re domanda: che potrebe (1273) l'uomo allo 'nfermo che avesse lo
fegato riscaldato e fosse di giallo colore? Sidrac risponde:
Bere VIII giorni o X merda di vermi che fanno la seta, e
ciascuno (1274) uno peso; e tosto guarirà. E chi non la puote avere, bere
similmente della 'nfracidatura del legname (1275), con iscilopo, dieci
giorni, e guarirà.
domandare i morti che sono e che saranno, egli troverrebe più che le tre
parti sono morti di male di stomaco, imperò che lo stomaco è la più
pericolosa cosa del corpo.
Cap. CCCLXXXV.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo stagniare lo sangue della piaga?
Sidrac risponde:
Pigliare un'erba che si chiama lunemaca (1271), e mettere delle sue
foglie in nella fedita, e lo sangue istagnerà. E chi non puote avere di quella
erba, ai pigli piume, e ardale, e fanne cenere e di quella cenere si
lordi (1272), e polla in sulla piaga; e lo sangue ristagnerà.
(1271) limemachaf C. R. 2. — mohaf. C. F. R.
(1272) Questo lordi pare abbia ad essere un errore del Cod., e forse trovasi qui per una associazione
d'idee col lardo; leggendosi nel C. R. 2. che la cenere delle piume s'ha a mescolare col lardo di
porco fresco e sevo. Forse potrebbe leggersi lardi. Il C. F. R. non ha nulla di ciò.
Cap. CCCLXXXVI.
Lo re domanda: che potrebe (1273) l'uomo allo 'nfermo che avesse lo
fegato riscaldato e fosse di giallo colore? Sidrac risponde:
Bere VIII giorni o X merda di vermi che fanno la seta, e
ciascuno (1274) uno peso; e tosto guarirà. E chi non la puote avere, bere
similmente della 'nfracidatura del legname (1275), con iscilopo, dieci
giorni, e guarirà.
Page 331
(1273) potrebe fare C. R. 2.
(1274) ciascuno giorno C. R. 2.
(1275) della polvere del legno C. R. 2.
Cap. CCCLXXXVII.
Lo re domanda: persona che sia troppo magra e à male nel ventre di
vermini come guarrà? Sidrac risponde:
Midolla di volpe e foglie di cabar (1276) e merda di cammello (1277)
e midolla (1278) d'oriner; pestale tutte con tre pesi di grasso di porco, e
mettere poi latte di fichi (1279), e farne unguento, e usarlo; e guarirà.
(1276) ghabar C. R. 2.
(1277) di cavallo C. R. 2.
(1278) granella C. R. 2.
(1279) di femina C. R. 2.
Cap. CCCLXXXVIII.
Lo re domanda: quale fu lo primo uomo che Idio fece e che generazione fu
e sarà? Sidrac risponde:
Lo primo uomo che Idio fece si fue Adamo; e di lui venne Abel lo
giusto, e fece sacrificio a Dio inanzi sua morte. E poi fue uno ch'ebe nome
Seth, che Idio elesse in suo luogo; del quale Seth uscirà il parentado del
figliuolo di Dio. E poi fu un altro ch'ebe nome Enoc, che Idio traportò
andando a lui (1280). Apresso fu lo buono servo di Dio Noè, del quale Iddio
enpiè il mondo di lui, e de' suoi figliuoli nacquero XX migliaia di persone,
(1274) ciascuno giorno C. R. 2.
(1275) della polvere del legno C. R. 2.
Cap. CCCLXXXVII.
Lo re domanda: persona che sia troppo magra e à male nel ventre di
vermini come guarrà? Sidrac risponde:
Midolla di volpe e foglie di cabar (1276) e merda di cammello (1277)
e midolla (1278) d'oriner; pestale tutte con tre pesi di grasso di porco, e
mettere poi latte di fichi (1279), e farne unguento, e usarlo; e guarirà.
(1276) ghabar C. R. 2.
(1277) di cavallo C. R. 2.
(1278) granella C. R. 2.
(1279) di femina C. R. 2.
Cap. CCCLXXXVIII.
Lo re domanda: quale fu lo primo uomo che Idio fece e che generazione fu
e sarà? Sidrac risponde:
Lo primo uomo che Idio fece si fue Adamo; e di lui venne Abel lo
giusto, e fece sacrificio a Dio inanzi sua morte. E poi fue uno ch'ebe nome
Seth, che Idio elesse in suo luogo; del quale Seth uscirà il parentado del
figliuolo di Dio. E poi fu un altro ch'ebe nome Enoc, che Idio traportò
andando a lui (1280). Apresso fu lo buono servo di Dio Noè, del quale Iddio
enpiè il mondo di lui, e de' suoi figliuoli nacquero XX migliaia di persone,
Page 332
innanzi la sua morte. E di quella generazione siamo noi venuti. Questi ch'io
v'ò mentovati furono gli amici di Dio, che furono da Adamo infino al tempo
di Noè.
(1280) alant o lui C. F. R.
Cap. CCCLXXXVIIII.
Lo re domanda: che generazione sarà quella del veracie profeta? Sidrac
risponde:
Per la grazia di Dio, la quale egli ci degnò di dare alcuna cosa a sapere
della loro maniera, alcuna cosa ne diremo (1281). Uno buono uomo fue, lo
quale ebe nome Melchisedec, del quale Idio degnò di ricevere da lui pane e
vino in sagrificio. E nascierà uno buono uomo Abraam, il quale Idio
diliberrà di tutte tentazioni. E nascierà un altro, il quale Idio diliberrà del
suo fratello Iacob. E nascierà un altro, il quale Idio diliberrà della 'nvidia de'
suoi fratelli, Ioseph; e per le sue buone opere diliberrà una grande gente di
fame. E nascierà un altro, il quale Iddio diliberrà delle tentazioni di Satanas,
Iob; e lo diliberrà della sua lebbra, e gli renderà la sua substanzia, secondo
lignaggio di vita. E nascierà un altro e uno suo fratello, al quale Idio
manderà una legge da cielo, Moyse e Aron, gli quali diliberanno una grande
generazione di servaggio; e Idio farà per lui molte virtudi, e distrugerà e
annegherà in mare uno possente re con tutta la sua gente, Faraone. E
apresso nascierà un'altra gente, che Idio diliberrà d'una fiera gente, Osian,
Balan. Apresso diliberrà un'arca di loro testamento per uno fiume Giordano.
E apresso diliberrà uno buono uomo, Roboan, d'una villa, Gerico. E apresso
diliberrà uno forte uomo, Sansone, dell'ira del leone e delle mani d'una
gente, Filistei. E apresso diliberrà il popolo Isdrael, là ove l'angelo ucciderà
LXX uomini di quello popolo. Apresso diliberrà uno buono uomo, Davit,
della fiera d'uno orso e d'uno lione e delle mani di due re, Golia e Saul. E
apresso diliberrà uno popolo della setta del popolo Isdrael, e due fanciulli di
servaggio. E apresso diliberrà cento uomini di XXX pani, e loro soperchierà
v'ò mentovati furono gli amici di Dio, che furono da Adamo infino al tempo
di Noè.
(1280) alant o lui C. F. R.
Cap. CCCLXXXVIIII.
Lo re domanda: che generazione sarà quella del veracie profeta? Sidrac
risponde:
Per la grazia di Dio, la quale egli ci degnò di dare alcuna cosa a sapere
della loro maniera, alcuna cosa ne diremo (1281). Uno buono uomo fue, lo
quale ebe nome Melchisedec, del quale Idio degnò di ricevere da lui pane e
vino in sagrificio. E nascierà uno buono uomo Abraam, il quale Idio
diliberrà di tutte tentazioni. E nascierà un altro, il quale Idio diliberrà del
suo fratello Iacob. E nascierà un altro, il quale Idio diliberrà della 'nvidia de'
suoi fratelli, Ioseph; e per le sue buone opere diliberrà una grande gente di
fame. E nascierà un altro, il quale Iddio diliberrà delle tentazioni di Satanas,
Iob; e lo diliberrà della sua lebbra, e gli renderà la sua substanzia, secondo
lignaggio di vita. E nascierà un altro e uno suo fratello, al quale Idio
manderà una legge da cielo, Moyse e Aron, gli quali diliberanno una grande
generazione di servaggio; e Idio farà per lui molte virtudi, e distrugerà e
annegherà in mare uno possente re con tutta la sua gente, Faraone. E
apresso nascierà un'altra gente, che Idio diliberrà d'una fiera gente, Osian,
Balan. Apresso diliberrà un'arca di loro testamento per uno fiume Giordano.
E apresso diliberrà uno buono uomo, Roboan, d'una villa, Gerico. E apresso
diliberrà uno forte uomo, Sansone, dell'ira del leone e delle mani d'una
gente, Filistei. E apresso diliberrà il popolo Isdrael, là ove l'angelo ucciderà
LXX uomini di quello popolo. Apresso diliberrà uno buono uomo, Davit,
della fiera d'uno orso e d'uno lione e delle mani di due re, Golia e Saul. E
apresso diliberrà uno popolo della setta del popolo Isdrael, e due fanciulli di
servaggio. E apresso diliberrà cento uomini di XXX pani, e loro soperchierà
Page 333
assai dello rilievo (1282). E apresso diliberrà uno grande uomo, Amon,
della lebbra, al fiume Giordano. E si diliberrà molti uomini profeti, per
quello medesimo fiume, e uno re d'Egito. Apresso diliberrà Datan, e due
cittadi dell'oste di Soria. Apresso diliberrà uno buono uomo, Geremia, d'una
fiera terra, Babillonia. Apresso diliberrà Anania, Esariel, Misael, tre
fanciulli, della fornace di fuoco ardente. Apresso diliberrà una femmina di
falsi testimoni; e Iona, si è uno uomo, del ventre del pescie balena. E
apresso di LXX anni diliberrà Iuda Macabeo della lebbra, e di molte
passioni. E si diliberrà Daniel delle mani d'uno fiero uomo. E apresso
diliberrà uno buono uomo, e ancora padre di santo Iohanni, che sarà molto
buono uomo e grande. E diliberrà una femmina che fia sterile, che
anunzierà al suo marito Gioachino, com'ella sia pregna d'una santa figliuola
Maria, ch'egli averanno, per cui tutto il mondo sormonterà. In quella
vergine s'aonberrà lo figliuolo di Dio, e piglierà carne e sangue in lei. E
apresso di quella vergine nascerà lo figliuolo di Dio, che diliberrà sè
medesimo d'un possente re Erode, lo quale farà uccidere tutti i fanciulli di
quella contrada, per lui uccidere, e lo numero di coloro sarà CXLIIII. E si
diliberrà Guaspar, Baldassar, Melchior, tre re che veranno del levante, per
lui adorare, per lo guidamento della stella del cielo; e porterannogli
presenti, oro e incenso e mirra. Gli tre re significano ch'egli vorrà trarre a
sè, per fey (1283) gli Asiriani e gli Africani e quelli di Uropia, e bene tre
parti del secolo, Asia e Africa e Uropia. Questi sono quelli che nasceranno
di Noè, infino alla venuta del figliuolo di Dio, che verranno e saranno amici
del figliuolo di Dio. E molte altre cose (1284) che molto sarebe lungo a
raccontare (1285).
(1281) Manca al C. L. alcuna cosa ne diremo. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1282) e a loro rimarrà assai rilievo C. R. 2.
(1283) per fede C. R. 2.
(1284) E molti altri assai C. R. 2.
(1285) Ci è parso inutile, comecchè fosse facilissimo, correggere i molti errori di nome, che leggonsi
in questo Cap.
Cap. CCCLXXXX.
della lebbra, al fiume Giordano. E si diliberrà molti uomini profeti, per
quello medesimo fiume, e uno re d'Egito. Apresso diliberrà Datan, e due
cittadi dell'oste di Soria. Apresso diliberrà uno buono uomo, Geremia, d'una
fiera terra, Babillonia. Apresso diliberrà Anania, Esariel, Misael, tre
fanciulli, della fornace di fuoco ardente. Apresso diliberrà una femmina di
falsi testimoni; e Iona, si è uno uomo, del ventre del pescie balena. E
apresso di LXX anni diliberrà Iuda Macabeo della lebbra, e di molte
passioni. E si diliberrà Daniel delle mani d'uno fiero uomo. E apresso
diliberrà uno buono uomo, e ancora padre di santo Iohanni, che sarà molto
buono uomo e grande. E diliberrà una femmina che fia sterile, che
anunzierà al suo marito Gioachino, com'ella sia pregna d'una santa figliuola
Maria, ch'egli averanno, per cui tutto il mondo sormonterà. In quella
vergine s'aonberrà lo figliuolo di Dio, e piglierà carne e sangue in lei. E
apresso di quella vergine nascerà lo figliuolo di Dio, che diliberrà sè
medesimo d'un possente re Erode, lo quale farà uccidere tutti i fanciulli di
quella contrada, per lui uccidere, e lo numero di coloro sarà CXLIIII. E si
diliberrà Guaspar, Baldassar, Melchior, tre re che veranno del levante, per
lui adorare, per lo guidamento della stella del cielo; e porterannogli
presenti, oro e incenso e mirra. Gli tre re significano ch'egli vorrà trarre a
sè, per fey (1283) gli Asiriani e gli Africani e quelli di Uropia, e bene tre
parti del secolo, Asia e Africa e Uropia. Questi sono quelli che nasceranno
di Noè, infino alla venuta del figliuolo di Dio, che verranno e saranno amici
del figliuolo di Dio. E molte altre cose (1284) che molto sarebe lungo a
raccontare (1285).
(1281) Manca al C. L. alcuna cosa ne diremo. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1282) e a loro rimarrà assai rilievo C. R. 2.
(1283) per fede C. R. 2.
(1284) E molti altri assai C. R. 2.
(1285) Ci è parso inutile, comecchè fosse facilissimo, correggere i molti errori di nome, che leggonsi
in questo Cap.
Cap. CCCLXXXX.
Page 334
Lo re domanda: sarà conosciuta la natività del figliuolo di Dio? Sidrac
risponde:
La natività del figliuolo di Dio sarà conosciuta per molte maraviglie.
Una grande istella lo giorno aparirà, e al sole uno grande cierchio, che lo
nuvolo verrà tutto che lucerà come oro (1286). Una fontana d'olio surgerà
fuori della terra; le bestie mutole parleranno; e gli uccegli e gli pesci si
rallegreranno; gli diavoli tristi seranno. All'ottavo giorno della sua natività
sarà circonciso per lo conpiere della ley (1287), e per mostrare ch'egli è
verace Idio e verace uomo.
(1286) Così nel Cod.; potrebbe intendersi che le nuvole saranno del colore dell'oro. — Anche il
C. R. 2. ha la stessa lezione. — Nel C. F. R. non parlasi di nuvole: I sercle chi environera le
souleil chi sera a or propre. — E ciò che nel Cap. seguente dicesi, par confermare l'erroneità dei
due Codd. ital.
(1287) leggie C. R. 2.
Cap. CCCLXXXXI.
Lo re domanda: che significheranno le maraviglie che saranno quando lo
figliuolo di Dio sarà nato? Sidrac risponde:
La stella significa i buoni uomini; e però aparirà ella molto chiara, chè
lo signore de' signori sarà nato. Lo cerchio dell'oro intorno al sole significa
la sua grazia, che allumina la sua santa fede; e sarà altressì chiara e pura e
netta come il sole. La fontana dell'olio significa misericordia, che
discenderà della vergine. Signum verace pacie (1288), che sarà nata sopra
terra, ciò sarà egli medesimo. La bestia mutola che parlerà significa le genti
pagane disconoscienti, che si dovranno (1289) al figliuolo di Dio
convertire. Li diavoli avranno duolo, inperciò che sarà quelli che ronperà lo
'nferno, e metterà fuori i suoi amici; e a' diavoli egli raddopierà la loro pena.
Le bestie e gli uccegli saranno allegri, inperciò ch'egli sentiranno l'umiltà
risponde:
La natività del figliuolo di Dio sarà conosciuta per molte maraviglie.
Una grande istella lo giorno aparirà, e al sole uno grande cierchio, che lo
nuvolo verrà tutto che lucerà come oro (1286). Una fontana d'olio surgerà
fuori della terra; le bestie mutole parleranno; e gli uccegli e gli pesci si
rallegreranno; gli diavoli tristi seranno. All'ottavo giorno della sua natività
sarà circonciso per lo conpiere della ley (1287), e per mostrare ch'egli è
verace Idio e verace uomo.
(1286) Così nel Cod.; potrebbe intendersi che le nuvole saranno del colore dell'oro. — Anche il
C. R. 2. ha la stessa lezione. — Nel C. F. R. non parlasi di nuvole: I sercle chi environera le
souleil chi sera a or propre. — E ciò che nel Cap. seguente dicesi, par confermare l'erroneità dei
due Codd. ital.
(1287) leggie C. R. 2.
Cap. CCCLXXXXI.
Lo re domanda: che significheranno le maraviglie che saranno quando lo
figliuolo di Dio sarà nato? Sidrac risponde:
La stella significa i buoni uomini; e però aparirà ella molto chiara, chè
lo signore de' signori sarà nato. Lo cerchio dell'oro intorno al sole significa
la sua grazia, che allumina la sua santa fede; e sarà altressì chiara e pura e
netta come il sole. La fontana dell'olio significa misericordia, che
discenderà della vergine. Signum verace pacie (1288), che sarà nata sopra
terra, ciò sarà egli medesimo. La bestia mutola che parlerà significa le genti
pagane disconoscienti, che si dovranno (1289) al figliuolo di Dio
convertire. Li diavoli avranno duolo, inperciò che sarà quelli che ronperà lo
'nferno, e metterà fuori i suoi amici; e a' diavoli egli raddopierà la loro pena.
Le bestie e gli uccegli saranno allegri, inperciò ch'egli sentiranno l'umiltà
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del loro criatore, che degnò d'umiliarsi a volere nasciere sopra terra, a
santificarla.
(1288) La pacie significa verace pace C. R. 2.
(1289) Tanto nel n. t. che nel C. R. 2. leggesi daranno. La correz. ci è parsa evidente, tanto più
leggendosi nel C. F. R.: devoient.
Cap. CCCLXXXXII.
Lo re domanda: lo giorno che lo figliuolo di Dio nascerà saprà egli più
d'un fanciullo? Sidrac risponde:
Lo giorno che lo figliuolo di Dio nascierà, egli saprà tutte le cose,
come Dio, che co' lui serà riposto lo tesoro di sapienzia, tutto quello che
unque fue e sarà e potrebe essere (1290). E secondo la sua podestà potrà
egli fare tutte le cose. Ma egli vorrà di tutto in tutto tenere la via dell'uomo,
sanza peccare (1291).
(1290) Manca al C. F. R. tutto quello; onde corre meglio il senso.
(1291) Soulement sanz pechier C. F. R.
Cap. CCCLXXXXIII.
Lo re domanda: quando (1292) lo figliuolo di Dio verrà in terra con che
gente converserà egli? Sidrac risponde:
Quando lo figliuolo di Dio sarà fanciullo, egli converserà colla madre
vergine, in una provincia in Egitto, perchè vorrà mostrare ch'egli è loro
verace profeta. Tutto altresì come quello profeta Moyse avrà deliberato lo
santificarla.
(1288) La pacie significa verace pace C. R. 2.
(1289) Tanto nel n. t. che nel C. R. 2. leggesi daranno. La correz. ci è parsa evidente, tanto più
leggendosi nel C. F. R.: devoient.
Cap. CCCLXXXXII.
Lo re domanda: lo giorno che lo figliuolo di Dio nascerà saprà egli più
d'un fanciullo? Sidrac risponde:
Lo giorno che lo figliuolo di Dio nascierà, egli saprà tutte le cose,
come Dio, che co' lui serà riposto lo tesoro di sapienzia, tutto quello che
unque fue e sarà e potrebe essere (1290). E secondo la sua podestà potrà
egli fare tutte le cose. Ma egli vorrà di tutto in tutto tenere la via dell'uomo,
sanza peccare (1291).
(1290) Manca al C. F. R. tutto quello; onde corre meglio il senso.
(1291) Soulement sanz pechier C. F. R.
Cap. CCCLXXXXIII.
Lo re domanda: quando (1292) lo figliuolo di Dio verrà in terra con che
gente converserà egli? Sidrac risponde:
Quando lo figliuolo di Dio sarà fanciullo, egli converserà colla madre
vergine, in una provincia in Egitto, perchè vorrà mostrare ch'egli è loro
verace profeta. Tutto altresì come quello profeta Moyse avrà deliberato lo
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popolo Isdrael del servaggio del fiero re Faraone di quella terra, li metterà
in terra di promissione, tutto altresì simigliantemente lo figliuolo di Dio li
buoni delle tenebre dello 'nferno egli ne trarrà, e metterà allo regno di cielo.
Dopo gli sette anni si partirà egli d'Egytto, ed irà tra una gente credente in
Dio. E poi si battezerà in acqua, per dare asenplo a coloro che a lui
crederanno, che si battezino, siccome egli fece per santificare loro acqua
che è contraria al fuoco; e per ciò che questo fuoco sia ispento si battezzerà
egli in acqua; e anche per l'acqua che lava e netta tutte lordure, e spegnie la
sete, e rende all'uomo la sua biltade. Simigliantemente laverà la grazia del
sancto ispirito, gli peccati, al battesimo, quand'egli saranno battezati, alla
fede del figliuolo di Dio; e si renderà loro la salute dell'anima, per la parola
del figliuolo di Dio, e renderà loro quelle ymagine che noi avemo perduto
per lo peccato d'Adamo.
(1292) Abb. agg. quando dal C. R. 2.
Cap. CCCLXXXXIIII.
Lo re domanda: lo figliuolo di Dio sarà bello uomo, e come si troverà egli?
Sidrac risponde:
Lo figliuolo di Dio sarà molto bello uomo, e aparirà a' suoi discepoli,
in una montagna, a monte Tabor; e la sua faccia risprenderà come lo sole, e
lo suo colore (1293) come la neve, ma secondo la forma ch'egli sarà. Assai
sarà d'alta persona.
(1293) Sa robe C. F. R.
Cap. CCCLXXXXV.
in terra di promissione, tutto altresì simigliantemente lo figliuolo di Dio li
buoni delle tenebre dello 'nferno egli ne trarrà, e metterà allo regno di cielo.
Dopo gli sette anni si partirà egli d'Egytto, ed irà tra una gente credente in
Dio. E poi si battezerà in acqua, per dare asenplo a coloro che a lui
crederanno, che si battezino, siccome egli fece per santificare loro acqua
che è contraria al fuoco; e per ciò che questo fuoco sia ispento si battezzerà
egli in acqua; e anche per l'acqua che lava e netta tutte lordure, e spegnie la
sete, e rende all'uomo la sua biltade. Simigliantemente laverà la grazia del
sancto ispirito, gli peccati, al battesimo, quand'egli saranno battezati, alla
fede del figliuolo di Dio; e si renderà loro la salute dell'anima, per la parola
del figliuolo di Dio, e renderà loro quelle ymagine che noi avemo perduto
per lo peccato d'Adamo.
(1292) Abb. agg. quando dal C. R. 2.
Cap. CCCLXXXXIIII.
Lo re domanda: lo figliuolo di Dio sarà bello uomo, e come si troverà egli?
Sidrac risponde:
Lo figliuolo di Dio sarà molto bello uomo, e aparirà a' suoi discepoli,
in una montagna, a monte Tabor; e la sua faccia risprenderà come lo sole, e
lo suo colore (1293) come la neve, ma secondo la forma ch'egli sarà. Assai
sarà d'alta persona.
(1293) Sa robe C. F. R.
Cap. CCCLXXXXV.
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Lo re domanda: perchè morrà egli, perchè si lascierà egli morire? Sidrac
risponde:
Per obedienzia; ch'egli sarà obediente, d'infino alla morte della croce;
perch'egli sarà diritto uomo tutta la sua vita. E di questa obedienza della
morte si verrà l'umanità alluminata (1294). E ciò richiede Iddio a tutte le
sue criature. E quando Idio vedrà che 'l figliuolo vorrà così buona opera
fare, per conbattere il diavolo e per deliberare Adamo e gli suoi, si vorrà
volentieri la sua morte. E di questa maniera dimosterrà egli in questo secolo
sua grande caritade, ch'egli lascierà morire lo figliuolo per raccattare i suoi
servi. Egli darà lo figliuolo, e lo figliuolo darà sè medesimo. E tutto questo
sarà per caritade. E morrà sopra lo legnio, ch'egli vorrà raccattare quello
d'Adamo, che per lo legnio (1295) è dannato. E per la sua morte si potranno
salvare gli uomini de' loro peccati, chè magiore sarà la sua morte, che lo
peccato. Se Dio fosse dinanzi a te, e io sapessi ch'egli fosse lo signore del
secolo, e alcuno ti dicesse, uccidi quest'uomo o tutto il secolo perirà; tu nol
dei mica uccidere, per salvare tutto il mondo, chè la sua vita è più preziosa
che tutto il mondo, e che tutto quello che potesse essere. Altrettale sarà del
figliuolo di Dio: la sua morte sarà più che lo peccato. E simigliantemente
come la sua vita sarà più degnia di tutti i secoli, similemente sarà la sua
morte, alla ragione di molti uomini.
(1294) L'umana generazione alluminata C. R. 2. — de ceste obedience de la mort se deura la
humanite a la divinite C. F. R.
(1295) por la pome C. F. R.
Cap. CCCLXXXXVI.
Lo re domanda: chi 'l vedrà e come sarà egli morto? Sidrac risponde:
Una gente l'uccideranno, li giudei; e quelli che (1296) Idio avea dato li
X comandamenti, si faranno consiglio per lui uccidere. E staràe nel sepolcro
risponde:
Per obedienzia; ch'egli sarà obediente, d'infino alla morte della croce;
perch'egli sarà diritto uomo tutta la sua vita. E di questa obedienza della
morte si verrà l'umanità alluminata (1294). E ciò richiede Iddio a tutte le
sue criature. E quando Idio vedrà che 'l figliuolo vorrà così buona opera
fare, per conbattere il diavolo e per deliberare Adamo e gli suoi, si vorrà
volentieri la sua morte. E di questa maniera dimosterrà egli in questo secolo
sua grande caritade, ch'egli lascierà morire lo figliuolo per raccattare i suoi
servi. Egli darà lo figliuolo, e lo figliuolo darà sè medesimo. E tutto questo
sarà per caritade. E morrà sopra lo legnio, ch'egli vorrà raccattare quello
d'Adamo, che per lo legnio (1295) è dannato. E per la sua morte si potranno
salvare gli uomini de' loro peccati, chè magiore sarà la sua morte, che lo
peccato. Se Dio fosse dinanzi a te, e io sapessi ch'egli fosse lo signore del
secolo, e alcuno ti dicesse, uccidi quest'uomo o tutto il secolo perirà; tu nol
dei mica uccidere, per salvare tutto il mondo, chè la sua vita è più preziosa
che tutto il mondo, e che tutto quello che potesse essere. Altrettale sarà del
figliuolo di Dio: la sua morte sarà più che lo peccato. E simigliantemente
come la sua vita sarà più degnia di tutti i secoli, similemente sarà la sua
morte, alla ragione di molti uomini.
(1294) L'umana generazione alluminata C. R. 2. — de ceste obedience de la mort se deura la
humanite a la divinite C. F. R.
(1295) por la pome C. F. R.
Cap. CCCLXXXXVI.
Lo re domanda: chi 'l vedrà e come sarà egli morto? Sidrac risponde:
Una gente l'uccideranno, li giudei; e quelli che (1296) Idio avea dato li
X comandamenti, si faranno consiglio per lui uccidere. E staràe nel sepolcro
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due dì e una notte. E ciò significa le due morti dell'uomo, l'una del corpo e
l'altra dell'anima. Lo giorno significa la sua morte, ch'ella fa loro lume, a
quelli (1297) che moranno nella sua fede (1298). La sua anima andrà nel
celestiale paradiso, siccome egli dirà a uno malfattore, che sarà a peso co'
lui, dal lato diritto: oggi sarai con meco in paradiso. E poi discenderà allo
'nferno, a mezza notte della sua risuresione; e lo dispoglierà; e quelli ch'egli
ne trarrà fuori metterà nel pardiso celestiale. E poi n'andrà nel sepolcro, e
risuciterà. E se egli risucitasse (1299) così tosto com'egli sarà morto, gli
giudei direbono ch'egli non fosse mica morto, ma egli era tramortito per
l'angoscia della passione. Egli risuciterà il terzo giorno, lo primo dì della
settimana, cioè la domenica; ch'elli vorràe rinovellare il secolo, in quello
giorno che l'avea fatto.
(1296) di quelli a cui C. R. 2.
(1297) ch'ella sarà lume di quelli C. R. 2.
(1298) Nel n. t. leggesi morte. — Abb. corr. secondo i Codd. R. 2., F. R.
(1299) Manca al n. t. E se egli risucitasse. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. CCCLXXXXVII.
Lo re domanda: dove andrà egli dopo la sua risuresione? Sidrac risponde:
Egli starà XL giorni con Enoc, che fue inanzi Noè, e con un altro
buono uomo, ch'à nome Elia, nel paradiso terresto. E si sarà dopo la sua
resuresione più bello che non è il sole per sette volte; e di quella forma lo
vedranno i suoi disciepoli; egli aparirà XII volte, e prenderà vestimento
dell'aria (1300). Alla prima volta aparirà a quelli che 'l sopellirà, in carne, a
Iosep (1301). La seconda volta aparirà alla madre. La terza alla Maddalena.
La quarta a uno de' suoi sancti ministri Jacopo, che quelli si boterà, che
giammai non manicherà, se non lo vedesse. La quinta aparirà a due suoi
disciepoli. La sesta aparirà allo prencipe de' suoi disciepoli, sancto Piero. La
settima aparirà a' pellegrini, che lo meneranno a uno castello. L'ottava
aparirà a tutti i suoi disciepoli, in uno tabernacolo, là dove saranno tutte le
l'altra dell'anima. Lo giorno significa la sua morte, ch'ella fa loro lume, a
quelli (1297) che moranno nella sua fede (1298). La sua anima andrà nel
celestiale paradiso, siccome egli dirà a uno malfattore, che sarà a peso co'
lui, dal lato diritto: oggi sarai con meco in paradiso. E poi discenderà allo
'nferno, a mezza notte della sua risuresione; e lo dispoglierà; e quelli ch'egli
ne trarrà fuori metterà nel pardiso celestiale. E poi n'andrà nel sepolcro, e
risuciterà. E se egli risucitasse (1299) così tosto com'egli sarà morto, gli
giudei direbono ch'egli non fosse mica morto, ma egli era tramortito per
l'angoscia della passione. Egli risuciterà il terzo giorno, lo primo dì della
settimana, cioè la domenica; ch'elli vorràe rinovellare il secolo, in quello
giorno che l'avea fatto.
(1296) di quelli a cui C. R. 2.
(1297) ch'ella sarà lume di quelli C. R. 2.
(1298) Nel n. t. leggesi morte. — Abb. corr. secondo i Codd. R. 2., F. R.
(1299) Manca al n. t. E se egli risucitasse. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. CCCLXXXXVII.
Lo re domanda: dove andrà egli dopo la sua risuresione? Sidrac risponde:
Egli starà XL giorni con Enoc, che fue inanzi Noè, e con un altro
buono uomo, ch'à nome Elia, nel paradiso terresto. E si sarà dopo la sua
resuresione più bello che non è il sole per sette volte; e di quella forma lo
vedranno i suoi disciepoli; egli aparirà XII volte, e prenderà vestimento
dell'aria (1300). Alla prima volta aparirà a quelli che 'l sopellirà, in carne, a
Iosep (1301). La seconda volta aparirà alla madre. La terza alla Maddalena.
La quarta a uno de' suoi sancti ministri Jacopo, che quelli si boterà, che
giammai non manicherà, se non lo vedesse. La quinta aparirà a due suoi
disciepoli. La sesta aparirà allo prencipe de' suoi disciepoli, sancto Piero. La
settima aparirà a' pellegrini, che lo meneranno a uno castello. L'ottava
aparirà a tutti i suoi disciepoli, in uno tabernacolo, là dove saranno tutte le
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porte chiuse. La nona volta quando sancto Tommaso metterà le sue dita
nelle sue piaghe, per essere creduto (1302) della sua morte. La decima allo
mare di Taburia. L'undecima al monte Taburro. La dodecima là dove
troverrà del popolo de' giudei insieme.
(1300) Nel n. t.: anima. — Abb. corr. secondo la lez. dei Codd. R. 2. e F. R.
(1301) apparirà in carne a quello che lo soppelliro nella prigione dove sarà Giuseppo C. R. 2.
(1302) credente C. R. 2.
Cap. CCCLXXXXVIII.
Lo re domanda: monterà egli solo in cielo? Sidrac risponde:
Tutti quelli che morranno co' lui risuciteranno co' lui. In quella forma
monterà in cielo chente sarà istato inanzi la sua passione. E allora monterà
in sul nuvolo; e quand'egli sarà in su i nuvoli, si avrà quelle figura che si
dimostrò alla montagna a' suoi disciepoli. Egli vorrà montare, dopo la sua
resuressione XL giorni, in cielo, perch'egli vorrà mostrare che quelli che
faranno i X comandamenti della legge per gli quattro vangelisti, si
monteranno tutti dopo lui.
Cap. CCCLXXXXVIIII.
Lo re domanda: avrà egli magione lo figliuolo di Dio? Sidrac risponde:
Lo figliuolo di Dio avrà una santa magione in terra, la quale sarà la sua
isposa. E simigliantemente come il capo dell'uomo è sopra il corpo,
simigliantemente lui e la sua magione saranno una, per lo sagramento del
suo corpo. E similiantemente come gli ministri saranno governati per lo
nelle sue piaghe, per essere creduto (1302) della sua morte. La decima allo
mare di Taburia. L'undecima al monte Taburro. La dodecima là dove
troverrà del popolo de' giudei insieme.
(1300) Nel n. t.: anima. — Abb. corr. secondo la lez. dei Codd. R. 2. e F. R.
(1301) apparirà in carne a quello che lo soppelliro nella prigione dove sarà Giuseppo C. R. 2.
(1302) credente C. R. 2.
Cap. CCCLXXXXVIII.
Lo re domanda: monterà egli solo in cielo? Sidrac risponde:
Tutti quelli che morranno co' lui risuciteranno co' lui. In quella forma
monterà in cielo chente sarà istato inanzi la sua passione. E allora monterà
in sul nuvolo; e quand'egli sarà in su i nuvoli, si avrà quelle figura che si
dimostrò alla montagna a' suoi disciepoli. Egli vorrà montare, dopo la sua
resuressione XL giorni, in cielo, perch'egli vorrà mostrare che quelli che
faranno i X comandamenti della legge per gli quattro vangelisti, si
monteranno tutti dopo lui.
Cap. CCCLXXXXVIIII.
Lo re domanda: avrà egli magione lo figliuolo di Dio? Sidrac risponde:
Lo figliuolo di Dio avrà una santa magione in terra, la quale sarà la sua
isposa. E simigliantemente come il capo dell'uomo è sopra il corpo,
simigliantemente lui e la sua magione saranno una, per lo sagramento del
suo corpo. E similiantemente come gli ministri saranno governati per lo
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corpo, simigliantemente gli buoni del suo popolo saranno governati per lo
suo sacramento. E quelli che saranno iscacciati della sua magione, elli
saranno dannati nello 'nferno, se quelli della casa no' li ricevono per
l'amendamento ch'egli faranno.
Cap. CCCC.
Lo re domanda: Lo corpo del verace profeta sarà tuttavia in terra in sua
casa per lo comandamento di Dio? (1303) Sidrac risponde:
Lo suo corpo sarà tuttavia in terra, e sarà nella sua casa, per lo
comandamento e lo dono ch'egli farà a' suoi ministri. Ch'egli sarà in una
cena, che loro ronperà lo pane, e dirà: pigliatelo e mangiate, chè questo è lo
mio corpo. In simiglianza, quand'egli avrà cenato, e egli piglierà lo vasello
del vino, e dirà: pigliate e beete, chè questo è lo mio sangue. E tutti quelli
che riceveranno quello corpo e quello sangue, e avranno fede in lui, ch'egli
sia veracemente lo corpo di Dio, salvi saranno. E quello corpo sarà tutto
giorno veduto nell'universo mondo, chè gli boni avranno lo podere che
avranno gli suoi ministri, di farlo, ciascuno giorno; e faranno del pane corpo
di Dio. E le degne parole ch'egli sopra loro diranno e faranno, e lo segno
della croce che faranno, e lo dono che da lui avranno, e quello pane
diventerà carne e sangue in lui, e l'umana natura tuttavia vi sarà in lui; che
così degna cosa d'umana vita non potrà istare sanza sangue.
Simigliantemente quand'egli sarà morto in croce, e' sarà fedito d'una lancia
al fianco diritto, e lo sangue salterà (1304) fuori del suo corpo, e
ralluminerà quelli che fedito l'avrà. Altressì lo suo corpo che sarà fatto di
pane nella sua santa casa, conciosia cosa che lo corpo sarà fatto di pane,
tuttavia sarà il sangue in lui; chè l'umana natura è sostenenza di vita, e sarà
tuttavia in lui. E ciò sarà pane di vita, ch'egli dirà colla sua santa bocca, io
sono pane di vita; e di questo sarà lo suo santo corpo, che di pane sarà fatto.
Anche, quelli che avranno lo podere di fare quello prezioso corpo, s'egli
avessero mille pani inanzi di loro, e dicessono quelle sante e degne parole, e
facessero lo segno della santa croce, incontanente tutto quello pane si
suo sacramento. E quelli che saranno iscacciati della sua magione, elli
saranno dannati nello 'nferno, se quelli della casa no' li ricevono per
l'amendamento ch'egli faranno.
Cap. CCCC.
Lo re domanda: Lo corpo del verace profeta sarà tuttavia in terra in sua
casa per lo comandamento di Dio? (1303) Sidrac risponde:
Lo suo corpo sarà tuttavia in terra, e sarà nella sua casa, per lo
comandamento e lo dono ch'egli farà a' suoi ministri. Ch'egli sarà in una
cena, che loro ronperà lo pane, e dirà: pigliatelo e mangiate, chè questo è lo
mio corpo. In simiglianza, quand'egli avrà cenato, e egli piglierà lo vasello
del vino, e dirà: pigliate e beete, chè questo è lo mio sangue. E tutti quelli
che riceveranno quello corpo e quello sangue, e avranno fede in lui, ch'egli
sia veracemente lo corpo di Dio, salvi saranno. E quello corpo sarà tutto
giorno veduto nell'universo mondo, chè gli boni avranno lo podere che
avranno gli suoi ministri, di farlo, ciascuno giorno; e faranno del pane corpo
di Dio. E le degne parole ch'egli sopra loro diranno e faranno, e lo segno
della croce che faranno, e lo dono che da lui avranno, e quello pane
diventerà carne e sangue in lui, e l'umana natura tuttavia vi sarà in lui; che
così degna cosa d'umana vita non potrà istare sanza sangue.
Simigliantemente quand'egli sarà morto in croce, e' sarà fedito d'una lancia
al fianco diritto, e lo sangue salterà (1304) fuori del suo corpo, e
ralluminerà quelli che fedito l'avrà. Altressì lo suo corpo che sarà fatto di
pane nella sua santa casa, conciosia cosa che lo corpo sarà fatto di pane,
tuttavia sarà il sangue in lui; chè l'umana natura è sostenenza di vita, e sarà
tuttavia in lui. E ciò sarà pane di vita, ch'egli dirà colla sua santa bocca, io
sono pane di vita; e di questo sarà lo suo santo corpo, che di pane sarà fatto.
Anche, quelli che avranno lo podere di fare quello prezioso corpo, s'egli
avessero mille pani inanzi di loro, e dicessono quelle sante e degne parole, e
facessero lo segno della santa croce, incontanente tutto quello pane si
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farebbe carne e sangue del figliuolo di Dio, e l'umana natura di vita sarebbe
in lui. E niuno uomo e niuna femmina salvare non si potrà, se di questo
verace pane e corpo di Cristo non ricevono, con credenza ch'egli sia
veracemente lo corpo del verace profeta. E li piccoli garzoni che non
cognoscono, e non sanno che ciò si sia, per la loro gioventudine, non è già
forza se no' 'l ricevono, chè per la loro puritade e per la loro verginitade egli
sta tuttavia co' loro. Gli miscredenti che in lui non credono, e lui conosciere
non vogliono, quelli nol dee mica ricevere di tutto in tutto, se lui non
riconoscono, e a lui non si convertono; e allora lo puote ricevere. E chi
altrimenti lo riceve, la sua dannazione farà; chè il corpo di Dio dee morire
in sè medesimo, e quelli riceverà fuoco.
(1303) Nel C. F. R. prima della rubrica di questo cap. leggonsi le seguenti parole, le quali ci pare non
inutile riferire: Cest capitle si est encontre toutes les naisons, chi dient, por quoi les frans ne
donent au peuple dou cors che le presle resoit et dou sanc che il resoit o le cors?
(1304) spillerà C. R. 2.
Cap. CCCCI.
Lo re domanda: ciascuno del suo popolo buoni e rei potranno fare lo corpo
del veracie profeta? Sidrac risponde:
Non già, se non quelli solamente che avranno lo podere della sua santa
magione eclesia. E quello dignissimo corpo non potrà essere menomato nè
lordato, se non come lo sole che non puote essere lordato da neuna carogna
che l'uomo metta (1305). E quelli che degniamente lo riceve e lo riceverà e
manterrà, in colui rimarrà egli. E quelli che lo riceverà, e non sarà degno di
riceverlo, in colui non dimorerà egli mica, anzi monterà egli in cielo, per gli
angioli, e lo corpo del verace profeta dimorerà in sè medesimo; e quelli che
lo piglierà, piglierà pane tanto solamente; e sì tosto com'egli piglierà quello
pane, lo diavolo enterà nel suo corpo. E tutti quelli che degnamente lo
riceveranno, egli dimorerà in loro; e quelli che no' lo riceverà degniamente,
in lui. E niuno uomo e niuna femmina salvare non si potrà, se di questo
verace pane e corpo di Cristo non ricevono, con credenza ch'egli sia
veracemente lo corpo del verace profeta. E li piccoli garzoni che non
cognoscono, e non sanno che ciò si sia, per la loro gioventudine, non è già
forza se no' 'l ricevono, chè per la loro puritade e per la loro verginitade egli
sta tuttavia co' loro. Gli miscredenti che in lui non credono, e lui conosciere
non vogliono, quelli nol dee mica ricevere di tutto in tutto, se lui non
riconoscono, e a lui non si convertono; e allora lo puote ricevere. E chi
altrimenti lo riceve, la sua dannazione farà; chè il corpo di Dio dee morire
in sè medesimo, e quelli riceverà fuoco.
(1303) Nel C. F. R. prima della rubrica di questo cap. leggonsi le seguenti parole, le quali ci pare non
inutile riferire: Cest capitle si est encontre toutes les naisons, chi dient, por quoi les frans ne
donent au peuple dou cors che le presle resoit et dou sanc che il resoit o le cors?
(1304) spillerà C. R. 2.
Cap. CCCCI.
Lo re domanda: ciascuno del suo popolo buoni e rei potranno fare lo corpo
del veracie profeta? Sidrac risponde:
Non già, se non quelli solamente che avranno lo podere della sua santa
magione eclesia. E quello dignissimo corpo non potrà essere menomato nè
lordato, se non come lo sole che non puote essere lordato da neuna carogna
che l'uomo metta (1305). E quelli che degniamente lo riceve e lo riceverà e
manterrà, in colui rimarrà egli. E quelli che lo riceverà, e non sarà degno di
riceverlo, in colui non dimorerà egli mica, anzi monterà egli in cielo, per gli
angioli, e lo corpo del verace profeta dimorerà in sè medesimo; e quelli che
lo piglierà, piglierà pane tanto solamente; e sì tosto com'egli piglierà quello
pane, lo diavolo enterà nel suo corpo. E tutti quelli che degnamente lo
riceveranno, egli dimorerà in loro; e quelli che no' lo riceverà degniamente,
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egli non dimorerà mica in loro, anzi se n'andrà in cielo, per gli angeli; e egli
riceveranno la loro dannazione.
(1305) Nel C. R. 2.: che l'uomo vi metta. — Ma non si intende, veramente, come potrebbe mettersi
la carogna nel sole. — Migliore è la lez. del C. F. R.... soleil chi ne peut estre concies de la
pulentie d'une longuaige — Vedi la nota (3) a pag. 26.
Cap. CCCCII.
Lo re domanda: quelli che avranno podere di fare lo corpo del verace
profeta saranno eglino onorati più inanzi a Dio che gli altri? Sidrac
risponde:
Già, per lo dono nè per altri mestieri ch'elli ànno, non potranno fare
piacere a Dio, se non per le loro buone opere. E se riamente (1306)
mantengono i loro ministerii, elli saranno più dannati che gli altri; chè lo
verace loro profeta gli domanderà più che l'altre genti; chè a loro più
comanderà della fede e de' suoi comandamenti che gli altri. Egli gli farà
pastori sopra le sue pecore; se per la loro mala guardia i lupi le pigliassono,
cioè lo diavolo, eglino saranno risponditori inanzi a Dio, e fortemente però
saranno tormentati.
(1306) Nel n. t. lealmente. — Abb. corr. l'errore evidentissimo, secondo la lez. del C. R. 2.
Cap. CCCCIII.
Lo re domanda: deono egli fare tutto giorno lo corpo del verace
profeta? Sidrac risponde:
riceveranno la loro dannazione.
(1305) Nel C. R. 2.: che l'uomo vi metta. — Ma non si intende, veramente, come potrebbe mettersi
la carogna nel sole. — Migliore è la lez. del C. F. R.... soleil chi ne peut estre concies de la
pulentie d'une longuaige — Vedi la nota (3) a pag. 26.
Cap. CCCCII.
Lo re domanda: quelli che avranno podere di fare lo corpo del verace
profeta saranno eglino onorati più inanzi a Dio che gli altri? Sidrac
risponde:
Già, per lo dono nè per altri mestieri ch'elli ànno, non potranno fare
piacere a Dio, se non per le loro buone opere. E se riamente (1306)
mantengono i loro ministerii, elli saranno più dannati che gli altri; chè lo
verace loro profeta gli domanderà più che l'altre genti; chè a loro più
comanderà della fede e de' suoi comandamenti che gli altri. Egli gli farà
pastori sopra le sue pecore; se per la loro mala guardia i lupi le pigliassono,
cioè lo diavolo, eglino saranno risponditori inanzi a Dio, e fortemente però
saranno tormentati.
(1306) Nel n. t. lealmente. — Abb. corr. l'errore evidentissimo, secondo la lez. del C. R. 2.
Cap. CCCCIII.
Lo re domanda: deono egli fare tutto giorno lo corpo del verace
profeta? Sidrac risponde:
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Elli debono (1307) fare per la sua gloria, e per la sua santa madre
eclesia, e per sè, e per lo popolo. E quelli che lo faranno giustamente,
siccom'egli dovranno, egli saranno onorati e innalzati sopra tutti gli altri. E
quelli che lo riceveranno con mala conoscienza (1308), meglio sarebbe di
mettervi uno tizzone di fuoco. E sapiate che molto dannerà la sua anima chi
così lo riceverà. Iddio non fece in paradiso niuno male nè niuna pena, anzi
lo fece tutto buono; ma Adamo fece bene male a suo corpo, quand'egli
mangiò lo pome che Idio gli avea divietato, e si fece la volontà del diavalo.
Quelli che di buona conoscienza lo riceveranno, già perciò ch'egli sieno
peccatori, non deono lasciare di pigliarlo, se lo ricevono di buono cuore e di
buona fede confessata (1309).
(1307) lo deno C. R. 2.
(1308) coscienza C. R. 2.
(1309) e confessati C. R. 2. — Questo confessati manca al C. F. R.
Cap. CCCCIIII.
Lo re domanda: che cosa è peccato? Sidrac risponde:
Peccato è nulla, chè Idio fece tutte le cose, e tutte le fece buone. Perciò
dobiamo noi sapere che 'l peccato è nulla, per sustanzia, chè tutte le cose
che Iddio fece ànno sustanzia, e tutte sustanzie sono buone. Ma nulla (1310)
non à nulla substanzia. Ma si è sì grieve cosa il peccato, che uno piccolo
peccato è maggiore di tutto il mondo. E quando l'uomo fa il peccato, elli
sarà tutto tornato a lui per la sua dannazione; chè niuno uomo puote dire
che nella santa creatura abbia niuno male.
(1310) il male C. R. 2.
eclesia, e per sè, e per lo popolo. E quelli che lo faranno giustamente,
siccom'egli dovranno, egli saranno onorati e innalzati sopra tutti gli altri. E
quelli che lo riceveranno con mala conoscienza (1308), meglio sarebbe di
mettervi uno tizzone di fuoco. E sapiate che molto dannerà la sua anima chi
così lo riceverà. Iddio non fece in paradiso niuno male nè niuna pena, anzi
lo fece tutto buono; ma Adamo fece bene male a suo corpo, quand'egli
mangiò lo pome che Idio gli avea divietato, e si fece la volontà del diavalo.
Quelli che di buona conoscienza lo riceveranno, già perciò ch'egli sieno
peccatori, non deono lasciare di pigliarlo, se lo ricevono di buono cuore e di
buona fede confessata (1309).
(1307) lo deno C. R. 2.
(1308) coscienza C. R. 2.
(1309) e confessati C. R. 2. — Questo confessati manca al C. F. R.
Cap. CCCCIIII.
Lo re domanda: che cosa è peccato? Sidrac risponde:
Peccato è nulla, chè Idio fece tutte le cose, e tutte le fece buone. Perciò
dobiamo noi sapere che 'l peccato è nulla, per sustanzia, chè tutte le cose
che Iddio fece ànno sustanzia, e tutte sustanzie sono buone. Ma nulla (1310)
non à nulla substanzia. Ma si è sì grieve cosa il peccato, che uno piccolo
peccato è maggiore di tutto il mondo. E quando l'uomo fa il peccato, elli
sarà tutto tornato a lui per la sua dannazione; chè niuno uomo puote dire
che nella santa creatura abbia niuno male.
(1310) il male C. R. 2.
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Cap. CCCCV.
Lo re domanda: come conoscierà (1311) la morte del santo profeta verace?
Sidrac risponde:
La morte del verace profeta sarà conosciuta per tenebre che saranno
per tutto il mondo, e per la ressuresione, ch'egli risuciterà i morti, e per
molti miracoli che allora saranno. Starlobio santo Dionigio (1312) sarà nel
ponente, che conoscierà la sua morte per le tenebre e per la sua strologia.
(1311) conoscerà l'omo C. R. 2.
(1312) Uno buono uomo strolago santo Dionizio C. R. 2.
Cap. CCCCVI.
Lo re domanda: quale virtù farà in terra lo figliuolo di Dio? Sidrac
risponde:
Prima vincerà l'umano lignagio per sè medesimo; vincerà lo diavolo e
ghiottornia e cupidigia e argoglio per che Adamo cadde, lo primo uomo. E
sanerà uno fanciullo di centurione, in una città ch'à nome Carnafan; e
apresso sanerà tutti gli malati che là saranno, e deliberrà due indemoniati, e
diliberrà paralitichi; e questi IIII miracoli farà; e gli peccati saranno
perdonati, e li pensieri mutati. E sanerà una femina nella via del sangue del
corpo; e resuciterà in una casa una figliuola d'uno uomo sordo e mutolo del
diavolo; e sazietà M
V
uomini, sanza i fanciulli e le fanciulle femine, di V pani
d'orzo e di due pesci; e si ne rimarà XII cofani pieni di rilievo (1313); e
comanderà al vento e al mare di bonacciare (1314), incontanente sarà
bonaccia. E diliberrà per lo suo comandamento molta gente, in una città di
Nazaret; e diliberrà in quella parte una pulcella, per umile risposta, dal
Lo re domanda: come conoscierà (1311) la morte del santo profeta verace?
Sidrac risponde:
La morte del verace profeta sarà conosciuta per tenebre che saranno
per tutto il mondo, e per la ressuresione, ch'egli risuciterà i morti, e per
molti miracoli che allora saranno. Starlobio santo Dionigio (1312) sarà nel
ponente, che conoscierà la sua morte per le tenebre e per la sua strologia.
(1311) conoscerà l'omo C. R. 2.
(1312) Uno buono uomo strolago santo Dionizio C. R. 2.
Cap. CCCCVI.
Lo re domanda: quale virtù farà in terra lo figliuolo di Dio? Sidrac
risponde:
Prima vincerà l'umano lignagio per sè medesimo; vincerà lo diavolo e
ghiottornia e cupidigia e argoglio per che Adamo cadde, lo primo uomo. E
sanerà uno fanciullo di centurione, in una città ch'à nome Carnafan; e
apresso sanerà tutti gli malati che là saranno, e deliberrà due indemoniati, e
diliberrà paralitichi; e questi IIII miracoli farà; e gli peccati saranno
perdonati, e li pensieri mutati. E sanerà una femina nella via del sangue del
corpo; e resuciterà in una casa una figliuola d'uno uomo sordo e mutolo del
diavolo; e sazietà M
V
uomini, sanza i fanciulli e le fanciulle femine, di V pani
d'orzo e di due pesci; e si ne rimarà XII cofani pieni di rilievo (1313); e
comanderà al vento e al mare di bonacciare (1314), incontanente sarà
bonaccia. E diliberrà per lo suo comandamento molta gente, in una città di
Nazaret; e diliberrà in quella parte una pulcella, per umile risposta, dal
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M
diavolo, che molto la travaglierà; e satollerà IIII uomini di V pani e di due
pesci; e diliberrà altrui della fame del corpo; e deliberrà una lunatica, che
gli suoi discepoli non potranno curare nè sanare; e sanerà uno sordo e
mutolo; e alluminerà due ciechi, che grideranno apresso di lui, figliuolo di
Davit, abbi misericordia di noi e dacci lo vedere. E si perdonerà gli suoi
peccati a una che avrà nome Madalena, la quale laverà i suoi piedi delle sue
lagrime; e si guarirà uno cieco di XVIII anni; e si sanerà uno zoppo, uno
sabato, in una casa d'uno grande uomo, e sanerà X lebbrosi; e risuciterà uno
uomo morto, Lazaro; e si sanerà uno orbo in Gierusalem collo sputo suo,
che gli ungerà gli occhi (1315); e risuciterà molti corpi di buoni uomini che
morti saranno, inanzi la sua resuresione, e si deliberrà quelli di ninferno.
(1313) dodici corbelli di rilevo C. R. 2. — XII cofins de relif C. F. R.
(1314) La Crusca non registra bonacciare.
(1315) e sputerà nella polvere e farà loto e ongierà gli occhi di colui che sarà aluminato C. R. 2.
Cap. CCCCVII.
Lo re domanda: gli disciepoli del figliuolo di Dio dopo la sua andata in
cielo che faranno? Sidrac risponde:
Li suoi discepoli si dipartiranno per l'universo mondo, che egli lo dirà
loro: andate per l'universo mondo, e anunziate lo mio verbo, cioè lo
vangelo. E tutti quelli che vi crederanno e che si battezeranno, salvi
saranno; e quelli che non vi crederanno, dannati saranno. E però egli
andranno per l'universo mondo, anunziando la parola di Dio, ciò sono gli
vangeli; e tali andranno soli, e tali acompagnati.
diavolo, che molto la travaglierà; e satollerà IIII uomini di V pani e di due
pesci; e diliberrà altrui della fame del corpo; e deliberrà una lunatica, che
gli suoi discepoli non potranno curare nè sanare; e sanerà uno sordo e
mutolo; e alluminerà due ciechi, che grideranno apresso di lui, figliuolo di
Davit, abbi misericordia di noi e dacci lo vedere. E si perdonerà gli suoi
peccati a una che avrà nome Madalena, la quale laverà i suoi piedi delle sue
lagrime; e si guarirà uno cieco di XVIII anni; e si sanerà uno zoppo, uno
sabato, in una casa d'uno grande uomo, e sanerà X lebbrosi; e risuciterà uno
uomo morto, Lazaro; e si sanerà uno orbo in Gierusalem collo sputo suo,
che gli ungerà gli occhi (1315); e risuciterà molti corpi di buoni uomini che
morti saranno, inanzi la sua resuresione, e si deliberrà quelli di ninferno.
(1313) dodici corbelli di rilevo C. R. 2. — XII cofins de relif C. F. R.
(1314) La Crusca non registra bonacciare.
(1315) e sputerà nella polvere e farà loto e ongierà gli occhi di colui che sarà aluminato C. R. 2.
Cap. CCCCVII.
Lo re domanda: gli disciepoli del figliuolo di Dio dopo la sua andata in
cielo che faranno? Sidrac risponde:
Li suoi discepoli si dipartiranno per l'universo mondo, che egli lo dirà
loro: andate per l'universo mondo, e anunziate lo mio verbo, cioè lo
vangelo. E tutti quelli che vi crederanno e che si battezeranno, salvi
saranno; e quelli che non vi crederanno, dannati saranno. E però egli
andranno per l'universo mondo, anunziando la parola di Dio, ciò sono gli
vangeli; e tali andranno soli, e tali acompagnati.
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Cap. CCCCVIII.
Lo re domanda: gli disciepoli del figliuolo di Dio potranno eglino salvare
gl'infermi? Sidrac risponde:
Egli faranno miracoli e vertudi a' miscredenti, e gli saneranno di molte
malizie, per convertirgli alla fede di Dio e lo figliuolo di Dio farà per loro, e
tuttavia sarà co' loro. Lo principe delli ministri, cioè santo Piero, sanerà
molti uomini di corporali malizie; e Idio per lui sanerà uno paraletico; e poi
sarà rinchiuso da uno re miscredente, cioè Herode; e uno angelo lo caverà
di prigione. E poi saneranno uno uomo (1316) d'una grande malizia, della
quale egli sarà giaciuto VIII anni; e risuciterà una morta povera femmina. E
lo figliuolo di Dio diliberrà uno fiero uomo di pene (1317), santo Paolo, e lo
convertirà alla sua fede; e fia egli poi maestro. Elli convertirà andando a
vedere uno santo uomo del popolo del figliuolo di Dio; e poi ch'egli fia
convertito, diventerà egli de' suoi disciepoli; e nel suo nome si faranno
ancora molte chiese (1318), perch'egli si lascierà dicollare, nel nome di Dio;
e innanzi che muoia risuciterà, per Dio, una femina; e lo figliuolo di Dio lo
sanerà d'una morsura pericolosa; per lo toccamento della roba di quello
ministro, sanerà molti uomini di diverse malizie. E si caccierà i maligni
ispiriti de' corpi degli uomini e delle femine. E per vertudi (1319) faranno di
molti miracoli quelli disciepoli, per l'universo mondo, che troppo sarebbe
lungo a racontare. Ma egli saranno poi morti nel suo nome, di diversi
martirj; e le loro anime andranno poi a Dio del cielo, e saranno coronate
nella vita perdurabile.
(1316) Vogliamo, per la sua singolarità, dare il nome, Eneas, che quest'uomo ha nel C. F. R.
(1317) dalle pene dello 'nferno C. R. 2. — Non era certo dotto, neppure nella storia sacra, questo
Sidrac, che mette san Paolo all'inferno, per farnelo levar fuori da Cristo.
(1318) cose C. R. 2.
(1319) per virtù di Dio C. R. 2.
Lo re domanda: gli disciepoli del figliuolo di Dio potranno eglino salvare
gl'infermi? Sidrac risponde:
Egli faranno miracoli e vertudi a' miscredenti, e gli saneranno di molte
malizie, per convertirgli alla fede di Dio e lo figliuolo di Dio farà per loro, e
tuttavia sarà co' loro. Lo principe delli ministri, cioè santo Piero, sanerà
molti uomini di corporali malizie; e Idio per lui sanerà uno paraletico; e poi
sarà rinchiuso da uno re miscredente, cioè Herode; e uno angelo lo caverà
di prigione. E poi saneranno uno uomo (1316) d'una grande malizia, della
quale egli sarà giaciuto VIII anni; e risuciterà una morta povera femmina. E
lo figliuolo di Dio diliberrà uno fiero uomo di pene (1317), santo Paolo, e lo
convertirà alla sua fede; e fia egli poi maestro. Elli convertirà andando a
vedere uno santo uomo del popolo del figliuolo di Dio; e poi ch'egli fia
convertito, diventerà egli de' suoi disciepoli; e nel suo nome si faranno
ancora molte chiese (1318), perch'egli si lascierà dicollare, nel nome di Dio;
e innanzi che muoia risuciterà, per Dio, una femina; e lo figliuolo di Dio lo
sanerà d'una morsura pericolosa; per lo toccamento della roba di quello
ministro, sanerà molti uomini di diverse malizie. E si caccierà i maligni
ispiriti de' corpi degli uomini e delle femine. E per vertudi (1319) faranno di
molti miracoli quelli disciepoli, per l'universo mondo, che troppo sarebbe
lungo a racontare. Ma egli saranno poi morti nel suo nome, di diversi
martirj; e le loro anime andranno poi a Dio del cielo, e saranno coronate
nella vita perdurabile.
(1316) Vogliamo, per la sua singolarità, dare il nome, Eneas, che quest'uomo ha nel C. F. R.
(1317) dalle pene dello 'nferno C. R. 2. — Non era certo dotto, neppure nella storia sacra, questo
Sidrac, che mette san Paolo all'inferno, per farnelo levar fuori da Cristo.
(1318) cose C. R. 2.
(1319) per virtù di Dio C. R. 2.
Page 347
Cap. CCCCIX.
Lo re domanda: al tempo del figliuolo di Dio sarà lo mondo moltiplicato?
Sidrac risponde:
Al tenpo del figliuolo di Dio lo mondo sarà presso che moltiplicato di
gente, e tuttavia si moltiplicherà più. E alla fine del mondo sarà egli
moltiplicato più che a nullo tenpo del mondo.
Cap. CCCCX.
Lo re domanda quanto può essere grande lo cielo e lo 'nferno, e se vi dee
essere tutto il popolo che furono o che saranno. Sidrac risponde:
Se tutta la gente che furono al mondo e sono e saranno, M
C
e altrettante
(1320), fossero tutte in cielo, e ciascuno di loro avesse uno sì grande
palagio che vi capesse M
C
uomini, e ciascuno palagio avesse forno e bagno e
giardino e mulino, tutti questi non l'empierebono a X parti del cielo (1321);
e somigliante del ninferno.
(1320) ciento milia volte altretante C. R. 2.
(1321) non empierobono la diecima parte del cielo C. R. 2.
Cap. CCCCXI.
Lo re domanda: al tempo del figliuolo di Dio sarà lo mondo moltiplicato?
Sidrac risponde:
Al tenpo del figliuolo di Dio lo mondo sarà presso che moltiplicato di
gente, e tuttavia si moltiplicherà più. E alla fine del mondo sarà egli
moltiplicato più che a nullo tenpo del mondo.
Cap. CCCCX.
Lo re domanda quanto può essere grande lo cielo e lo 'nferno, e se vi dee
essere tutto il popolo che furono o che saranno. Sidrac risponde:
Se tutta la gente che furono al mondo e sono e saranno, M
C
e altrettante
(1320), fossero tutte in cielo, e ciascuno di loro avesse uno sì grande
palagio che vi capesse M
C
uomini, e ciascuno palagio avesse forno e bagno e
giardino e mulino, tutti questi non l'empierebono a X parti del cielo (1321);
e somigliante del ninferno.
(1320) ciento milia volte altretante C. R. 2.
(1321) non empierobono la diecima parte del cielo C. R. 2.
Cap. CCCCXI.
Page 348
Lo re domanda: quali sono più o quelli che nascono o quegli che muoiono?
Sidrac risponde:
Quegli che nascono sono assai più che quelli che muoiono; conciosia
cosa che quelli sono grande quantità. E niuna ora è del giorno dell'anno, che
sono XXIIII ore, non è che mille persone non nascano. E se quelli che
muoiono fossono più che quelli che nascono, pur X, lo mondo non si
potrebbe moltiplicare. Ma perchè lo mondo va tuttavia cresciendo, può
l'uomo sapere che più sono quelli che nascono che quelli che muoiono.
Cap. CCCCXII.
Lo re domanda: quale è magiore o l'ira di Dio o la sua grazia? Sidrac
risponde:
La grazia di Dio è sì grandissima che cuore d'uomo nol potrebe
pensare; e quella è più che tutte le gocciole del mare e la rena della terre e
gli peli degli uccelli e delle bestie, e se tutti questi numeri fossero insieme; e
più tanto quanto cuore d'uomo potesse pensare, le grazia di Dio è molto
magiore, a quegli che la disiderano d'avere. E quelli che avranno la sua
grazia, tardi quanto vuole, elli avranno la sua gloria. E quelli che saranno in
cielo nella grazia di Dio, giammai non avrà fine. Similmente adiverrà di
coloro che sono nelle pene dello 'nferno. E sapiate che Idio non à neuna ira,
altro che grazia e misericordia; ma lo male che l'uomo fa, l'ira gli torna
sopra lui.
Cap. CCCCXIII.
Sidrac risponde:
Quegli che nascono sono assai più che quelli che muoiono; conciosia
cosa che quelli sono grande quantità. E niuna ora è del giorno dell'anno, che
sono XXIIII ore, non è che mille persone non nascano. E se quelli che
muoiono fossono più che quelli che nascono, pur X, lo mondo non si
potrebbe moltiplicare. Ma perchè lo mondo va tuttavia cresciendo, può
l'uomo sapere che più sono quelli che nascono che quelli che muoiono.
Cap. CCCCXII.
Lo re domanda: quale è magiore o l'ira di Dio o la sua grazia? Sidrac
risponde:
La grazia di Dio è sì grandissima che cuore d'uomo nol potrebe
pensare; e quella è più che tutte le gocciole del mare e la rena della terre e
gli peli degli uccelli e delle bestie, e se tutti questi numeri fossero insieme; e
più tanto quanto cuore d'uomo potesse pensare, le grazia di Dio è molto
magiore, a quegli che la disiderano d'avere. E quelli che avranno la sua
grazia, tardi quanto vuole, elli avranno la sua gloria. E quelli che saranno in
cielo nella grazia di Dio, giammai non avrà fine. Similmente adiverrà di
coloro che sono nelle pene dello 'nferno. E sapiate che Idio non à neuna ira,
altro che grazia e misericordia; ma lo male che l'uomo fa, l'ira gli torna
sopra lui.
Cap. CCCCXIII.
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Lo re domanda: quelli che saranno in cielo e che giamai fine non avranno
no' lo si recheranno eglino a grande increscimento? E quelli dello 'nferno
non avranno grande invidia e non si consumeranno eglino di tanto
dimorare in pene? Sidrac risponde:
Quegli che saranno in cielo giammai increscimento non avranno, nè
vecchi non saranno, anzi saranno tuttavia giovani come fanciulli e allegri;
egli saranno contenti (1322) come uccegli volanti, e legieri come lo vento, e
bianchi come la neve, e sprendienti come lo sole, e savi come gli angeli, e
onorati come i re, e leali come la morte. E staranno sanza consumare lo
corpo. Di MC
anni non loro sarà una ora (1323), allo grande diletto in che egli
saranno. Quegli dello inferno (1324) pena e paura e dolori e trestizia e
angoscia e onta e villania e martirj e infermitadi e tormenti, che della
grande pena ch'egli avranno, ciascuna ora (1325) parrà mille anni; e
vorranno morire, e la morte gli sfuggirà.
(1322) Nel n. t.: correnti. — Abb. preferita la lez. del C. R. 2.
(1323) li mille anni non parrà a loro una ora C. R. 2.
(1324) sottintendi: avranno; com'è nel C. F. R.
(1325) Manca ora al n. t. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. CCCCXIIII.
Lo re domanda: quelli che sono in ninferno non avranno eglino niuno
riposo da Dio? Sidrac risponde:
Quegli che sono nello 'nferno saranno dannati allo sguardamento di
Dio. Quelli sono tormentati nel nabisso, che giammai non avranno niuna
mercè da Dio, nè niuno riposo. Che tanto come furono in questo secolo, che
poteano avere mercè da Dio, non vollono, ma per la volontà pigliarono lo
male e lasciarono lo bene; e perciò niuna mercede debono avere; chè gli
loro peccati gli ànno dannati allo giudicamento di Dio. Simigliantemente
no' lo si recheranno eglino a grande increscimento? E quelli dello 'nferno
non avranno grande invidia e non si consumeranno eglino di tanto
dimorare in pene? Sidrac risponde:
Quegli che saranno in cielo giammai increscimento non avranno, nè
vecchi non saranno, anzi saranno tuttavia giovani come fanciulli e allegri;
egli saranno contenti (1322) come uccegli volanti, e legieri come lo vento, e
bianchi come la neve, e sprendienti come lo sole, e savi come gli angeli, e
onorati come i re, e leali come la morte. E staranno sanza consumare lo
corpo. Di MC
anni non loro sarà una ora (1323), allo grande diletto in che egli
saranno. Quegli dello inferno (1324) pena e paura e dolori e trestizia e
angoscia e onta e villania e martirj e infermitadi e tormenti, che della
grande pena ch'egli avranno, ciascuna ora (1325) parrà mille anni; e
vorranno morire, e la morte gli sfuggirà.
(1322) Nel n. t.: correnti. — Abb. preferita la lez. del C. R. 2.
(1323) li mille anni non parrà a loro una ora C. R. 2.
(1324) sottintendi: avranno; com'è nel C. F. R.
(1325) Manca ora al n. t. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. CCCCXIIII.
Lo re domanda: quelli che sono in ninferno non avranno eglino niuno
riposo da Dio? Sidrac risponde:
Quegli che sono nello 'nferno saranno dannati allo sguardamento di
Dio. Quelli sono tormentati nel nabisso, che giammai non avranno niuna
mercè da Dio, nè niuno riposo. Che tanto come furono in questo secolo, che
poteano avere mercè da Dio, non vollono, ma per la volontà pigliarono lo
male e lasciarono lo bene; e perciò niuna mercede debono avere; chè gli
loro peccati gli ànno dannati allo giudicamento di Dio. Simigliantemente
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come quelli di paradiso non ànno pene nè dolore, ma gioia e bene e
allegreza; altressì quelli dello 'nferno non avranno merciè nè riposo, se non
pene e dolore, senza fine. E anche chi facesse preghiere per loro, egli
farebbe contro alla volontà di Dio: chè tutte le preghiere che furono e sono
e saranno, non gli potrebono aiutare nè valere. Ma quelli che saranno nel
purgatorio de' vizi, le preghiere gli aiuteranno bene a trarre di quelle pene. E
quelli che saranno in paradiso non avranno mestieri di preghiere; ma quelli
che saranno al mondo avranno mestiere delle loro preghiere e del loro aiuto.
Egli deono pregare ch'egli loro sieno aiutori (1326) inanzi a Dio. E questo
sarà dopo la morte del figliuolo di Dio. Quelli che saranno al purgatorio,
quando egli avranno conpiuto il loro termine, egli andranno nel paradiso
celestiale, e faranno prieghi per coloro che gli avranno aiutati, e fatto bene e
limosina per loro.
(1326) aiutatori C. R. 2.
Cap. CCCCXV.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo sapere di cose che l'uomo volesse fare
e di cosa ch'egli à impresa a fare, ch'egli n'abbia bene o male, e s'egli si
potrà fare di conosciere lo suo criatore? Sidrac risponde:
Idio per la sua misericordia istabilì le VII pianete, a governare lo
mondo e tutto le criature e tutte l'altre cose che ci sono suso; e fue donato
all'anima senno e memoria di conoscere lo loro istato e lo loro corso, e per
ch'egli potesse sapere le cose temporali, le presenti, e quelle che sono a
venire. E questa è l'arte della strologia, che Idio volle per la sua pietade che
fosse in terra, per lodo di sua persona e per bontade di sua credenza. E per
questa arte della strolomia possiamo sapere tutte le cose avenute e che sono
avenire, certanamente (1327). E perciò che questa arte non ne pare a tutta
gente (1328), si vi diremo noi brievemente una maniera di sapere le cose
che voi vorrete sapere o pensare, che questa è la prima arte fosse al mondo,
siccome fue insegniata a Giaffet, figliuolo di Noè, per l'angiolo; e però si
allegreza; altressì quelli dello 'nferno non avranno merciè nè riposo, se non
pene e dolore, senza fine. E anche chi facesse preghiere per loro, egli
farebbe contro alla volontà di Dio: chè tutte le preghiere che furono e sono
e saranno, non gli potrebono aiutare nè valere. Ma quelli che saranno nel
purgatorio de' vizi, le preghiere gli aiuteranno bene a trarre di quelle pene. E
quelli che saranno in paradiso non avranno mestieri di preghiere; ma quelli
che saranno al mondo avranno mestiere delle loro preghiere e del loro aiuto.
Egli deono pregare ch'egli loro sieno aiutori (1326) inanzi a Dio. E questo
sarà dopo la morte del figliuolo di Dio. Quelli che saranno al purgatorio,
quando egli avranno conpiuto il loro termine, egli andranno nel paradiso
celestiale, e faranno prieghi per coloro che gli avranno aiutati, e fatto bene e
limosina per loro.
(1326) aiutatori C. R. 2.
Cap. CCCCXV.
Lo re domanda: come potrebe l'uomo sapere di cose che l'uomo volesse fare
e di cosa ch'egli à impresa a fare, ch'egli n'abbia bene o male, e s'egli si
potrà fare di conosciere lo suo criatore? Sidrac risponde:
Idio per la sua misericordia istabilì le VII pianete, a governare lo
mondo e tutto le criature e tutte l'altre cose che ci sono suso; e fue donato
all'anima senno e memoria di conoscere lo loro istato e lo loro corso, e per
ch'egli potesse sapere le cose temporali, le presenti, e quelle che sono a
venire. E questa è l'arte della strologia, che Idio volle per la sua pietade che
fosse in terra, per lodo di sua persona e per bontade di sua credenza. E per
questa arte della strolomia possiamo sapere tutte le cose avenute e che sono
avenire, certanamente (1327). E perciò che questa arte non ne pare a tutta
gente (1328), si vi diremo noi brievemente una maniera di sapere le cose
che voi vorrete sapere o pensare, che questa è la prima arte fosse al mondo,
siccome fue insegniata a Giaffet, figliuolo di Noè, per l'angiolo; e però si
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chiama la prima arte della strolomia dopo Adamo. Giafet seppe questa arte,
in prima che lo suo padre Noè la sapesse. E poi che Giafet seppe questa arte
di V anni e VIII mesi, la seppe lo padre per lo anunziamento dell'angielo,
siccome a Dio piacque, e altre cose molte. E egli la mise in iscritta, e fecene
uno libro, lo quale Giafet, lo figliuolo di Noè, ci lasciò dopo la sua morte; e
si vi mise tutto quello che l'angelo gli avea insegnato. E questo libro venne
d'una mano in altra, tanto che pervenne alle mani del nostro padre.
(1327) Certanamente, certano, forme molto comuni nelle ant. scritture, massime se trad. dal
francese o dal provenzale.
(1328) La lez. del n. t. è errata, leggendosi: E perciò che questa arte nonne pro alla ria gente e si è
iscritto ad alcuno. — Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come migliore, se non buona — Il
C. F. R. dice: Et por ce que cest art n'en est mie plain a toutes gens, et est oscure a aucuns.
Cap. CCCCXVI.
Lo re domanda: Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, in quale parte
andò egli? Sidrac risponde:
Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, egli venne in una contrada,
egli e la moglie e' figliuoli suoi, per moltiplicare. E per la volontà di Dio si
venne in una provincia ch'ebe nome inanzi il diluvio Arasien; e quando egli
l'abitò, egli le pose nome Persia la grande. Ora avenne uno tenpo ch'egli ebe
più figliuoli, tra quali n'ebe uno ch'ebe nome Alinemos, e fue il più piccolo
figliuolo de' suoi. Avenne uno giorno che Giafet andò in una montagna per
pascere le sue pecore e l'altre sue bestie, e menò co' lui lo suo piccolo
figliuolo. Ora avenne ch'egli lo perdè in quella montagna, per la volontà di
Dio; e ivi dimorò perduto VIII giorni e VIIII; e Giafet ne fue molto tristo e
molto doloroso, e molto il pianse, e molto si lamentava; e promise a Dio
che di quella montagna non si partirebe mai in tutta la sua vita, se lo suo
figliuolo non ritrovasse o vivo o morto. E di questo (1329), inanzi ch'egli
avesse conpiuti i sette giorni e le XII ore, venne a lui uno angelo da cielo,
per la volontà di Dio, che gli disse (1330):
in prima che lo suo padre Noè la sapesse. E poi che Giafet seppe questa arte
di V anni e VIII mesi, la seppe lo padre per lo anunziamento dell'angielo,
siccome a Dio piacque, e altre cose molte. E egli la mise in iscritta, e fecene
uno libro, lo quale Giafet, lo figliuolo di Noè, ci lasciò dopo la sua morte; e
si vi mise tutto quello che l'angelo gli avea insegnato. E questo libro venne
d'una mano in altra, tanto che pervenne alle mani del nostro padre.
(1327) Certanamente, certano, forme molto comuni nelle ant. scritture, massime se trad. dal
francese o dal provenzale.
(1328) La lez. del n. t. è errata, leggendosi: E perciò che questa arte nonne pro alla ria gente e si è
iscritto ad alcuno. — Abb. adottata la lez. del C. R. 2., come migliore, se non buona — Il
C. F. R. dice: Et por ce que cest art n'en est mie plain a toutes gens, et est oscure a aucuns.
Cap. CCCCXVI.
Lo re domanda: Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, in quale parte
andò egli? Sidrac risponde:
Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, egli venne in una contrada,
egli e la moglie e' figliuoli suoi, per moltiplicare. E per la volontà di Dio si
venne in una provincia ch'ebe nome inanzi il diluvio Arasien; e quando egli
l'abitò, egli le pose nome Persia la grande. Ora avenne uno tenpo ch'egli ebe
più figliuoli, tra quali n'ebe uno ch'ebe nome Alinemos, e fue il più piccolo
figliuolo de' suoi. Avenne uno giorno che Giafet andò in una montagna per
pascere le sue pecore e l'altre sue bestie, e menò co' lui lo suo piccolo
figliuolo. Ora avenne ch'egli lo perdè in quella montagna, per la volontà di
Dio; e ivi dimorò perduto VIII giorni e VIIII; e Giafet ne fue molto tristo e
molto doloroso, e molto il pianse, e molto si lamentava; e promise a Dio
che di quella montagna non si partirebe mai in tutta la sua vita, se lo suo
figliuolo non ritrovasse o vivo o morto. E di questo (1329), inanzi ch'egli
avesse conpiuti i sette giorni e le XII ore, venne a lui uno angelo da cielo,
per la volontà di Dio, che gli disse (1330):
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(1329) Per in questo, in quella, allora.
(1330) e li insegnò lo suo figliuolo C. R. 2.
Cap. CCCCXVII.
Lo re domanda: che disse l'angiolo a Giafet quand'egli piangea lo suo
figliuolo? Sidrac risponde:
L'angelo disse a Giafet: non piangere lo tuo figliuolo, ma fa' com'io
t'insegnerò, e tu saprai del tuo figliuolo s'egli è morto o vivo; e ti sia
ricordo, per te e per tutti gli altri che dopo te deono venire; e per tutti i tenpi
sapere ti conviene l'opere delle pianete e de' segni, com'elle governano la
terra, e tutte le criature, e tutte l'altre cose che sono avenire, e quelle che
sono istate e sono di presente. Sia lo cominciamento dell'arte del
fermamento, e sarà chiamata questa, istrolomia. Quando l'angelo ebbe detto
questo, e insegnato, e egli si partì. Giafet fece quello che l'angelo gli avea
insegnato, e si trovòe che il figliuolo era sano e salvo, che alle fine de' VII
giorni e XII ore egli lo dovea trovare. Gli sette giorni significano le VII
pianete, e le XII ore significano gli XII segni; chè le sette pianete e gli XII
segni ànno vertude di governare tutte le cose passate e le presenti e quelle
che deono venire.
Cap. CCCCXVIII.
Lo re domanda: chi questa arte vuole fare o adoperare che uomo vuole
essere di suo corpo? Sidrac risponde:
(1330) e li insegnò lo suo figliuolo C. R. 2.
Cap. CCCCXVII.
Lo re domanda: che disse l'angiolo a Giafet quand'egli piangea lo suo
figliuolo? Sidrac risponde:
L'angelo disse a Giafet: non piangere lo tuo figliuolo, ma fa' com'io
t'insegnerò, e tu saprai del tuo figliuolo s'egli è morto o vivo; e ti sia
ricordo, per te e per tutti gli altri che dopo te deono venire; e per tutti i tenpi
sapere ti conviene l'opere delle pianete e de' segni, com'elle governano la
terra, e tutte le criature, e tutte l'altre cose che sono avenire, e quelle che
sono istate e sono di presente. Sia lo cominciamento dell'arte del
fermamento, e sarà chiamata questa, istrolomia. Quando l'angelo ebbe detto
questo, e insegnato, e egli si partì. Giafet fece quello che l'angelo gli avea
insegnato, e si trovòe che il figliuolo era sano e salvo, che alle fine de' VII
giorni e XII ore egli lo dovea trovare. Gli sette giorni significano le VII
pianete, e le XII ore significano gli XII segni; chè le sette pianete e gli XII
segni ànno vertude di governare tutte le cose passate e le presenti e quelle
che deono venire.
Cap. CCCCXVIII.
Lo re domanda: chi questa arte vuole fare o adoperare che uomo vuole
essere di suo corpo? Sidrac risponde:
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Chi vuole questa arte aoperare, egli dee essere bene credente nel suo
criatore, e che egli aoperi in buona intenzione e di buona coscienzia e di
buona fede; amare Dio inverso tutte le genti, essere di netto cuore e di puro.
E tenpo sarà che questa arte sarà in alcuna cosa canbiata, cioè le parole che
ci sono, che alcuna gente nolle vorranno credere nè dire; perciò non la
faranno egli nimica a conpimento; e per questo sapere non potrebono a
conpimento la veritade. Ma quelli che la facesse così, come lo scritto di
Giafet noi divisa, nella forma che l'angelo gl'insegnòe, quelli saprebono e
anunzierebono la veritade, di quello ch'egli vorrebono sapere.
Cap. CCCCXVIIII.
Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte dee egli fare orazione?
Sidrac risponde:
Lo giorno che l'uomo vorrà fare questa arte si dee essere netto di suo
corpo e di suo cuore e di lusuria e di tutti altri peccati e di tutto male; e si la
dee fare in buona intenzione. Questa arte non si può fare se non lo primo
giorno della luna e lo V, o lo VIII, o lo XI, o lo XVII, o lo XVIII, o lo XX, o
lo XXX giorno.
Cap. CCCCXX.
Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte de' egli essere solo o con
alcuno aconpagniato? Sidrac risponde:
Quello che lo fa dee stare in disparte, solo, in uno luogo; o avere co' lui
quelli perch'egli la fa. E si dee tenere tre candele accese inanzi a lui, al
criatore, e che egli aoperi in buona intenzione e di buona coscienzia e di
buona fede; amare Dio inverso tutte le genti, essere di netto cuore e di puro.
E tenpo sarà che questa arte sarà in alcuna cosa canbiata, cioè le parole che
ci sono, che alcuna gente nolle vorranno credere nè dire; perciò non la
faranno egli nimica a conpimento; e per questo sapere non potrebono a
conpimento la veritade. Ma quelli che la facesse così, come lo scritto di
Giafet noi divisa, nella forma che l'angelo gl'insegnòe, quelli saprebono e
anunzierebono la veritade, di quello ch'egli vorrebono sapere.
Cap. CCCCXVIIII.
Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte dee egli fare orazione?
Sidrac risponde:
Lo giorno che l'uomo vorrà fare questa arte si dee essere netto di suo
corpo e di suo cuore e di lusuria e di tutti altri peccati e di tutto male; e si la
dee fare in buona intenzione. Questa arte non si può fare se non lo primo
giorno della luna e lo V, o lo VIII, o lo XI, o lo XVII, o lo XVIII, o lo XX, o
lo XXX giorno.
Cap. CCCCXX.
Lo re domanda: quando l'uomo fa questa arte de' egli essere solo o con
alcuno aconpagniato? Sidrac risponde:
Quello che lo fa dee stare in disparte, solo, in uno luogo; o avere co' lui
quelli perch'egli la fa. E si dee tenere tre candele accese inanzi a lui, al
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nome di Dio e della santa trinitade, padre e figliuolo e spirito sancto. Si dee
avere fuoco inanzi le candele, o vuogli di qua o vuogli di là. E deono tenere
lo volto verso oriente, se egli sono due o tre, che bene vi possono essere, ma
più non. Si debono fare VIIII invene (1331), all'onore di Dio e della santa
trinitade, padre e figlio e spirito sancto. E quelli che sa l'arte e quelli che
sono co' lui deono fare queste preghiere che qui sono iscritte; e se non
l'ànno a mente, abialle iscritte; e l'orazioni, ch'elli deono di buono cuore
fare, sono queste: sire Idio, nella tua credenza mantienmi; sire Idio, nel tuo
sevigio confortami; sire Idio, nel tuo comandamento alluminami. E quando
tu avrai fatto questo e detto, tu farai VII invenie (1332), al nome di Dio e
della santa trinità, padre e figliuolo e santo spirito.
(1331) La Crusca registra invenia, e la definisce: umile dimostrazione d'abbondante e devoto
affetto. — Invenie trovasi usato anche per lusinghe, carezze. Ma qui pare abbia a significare
piuttosto invocazioni o scongiuri. — Nel C. F. R. afflicions.
(1332) venie C. R. 2.
Cap. CCCCXXI.
Lo re domanda: che cosa è onnipotente e trinitade? Sidrac risponde:
Siri Idio, padre omnipotente, padre e filio e spirito santo, una trinitade
e non stimabile (1333), tre persone in uno Idio, che è e che fue e che è a
venire; io ti priego, podestà alta, non istimabile, pardurabile virtù, tu mi di'
verità, che ài podere sopra tutte le cose, si come, te dicente (1334), tutte
cose son fatte; tu formasti in VII giorni la forma delle cose di tutte criature,
in diverse maniere nella loro propria forma, siccom'è lo tuo piacere. O mio
creatore, degnami mostrare per questa arte delle pianete, per lo quale podere
tu l'arai mostrato a tutto il mondo governare (1335), che io possa sapere di
quella cosa che io cheggio a sapere, si mi ci troverrai la cagione XL per lo
tuo santo nome, in ch'ella dee venire e porre fine (1336); non mica,
messere, per lo mio servigio, ma per lo dono di tutta grazia (1337).
(1333) Intendasi da non potersi comprendere, non comprensibile. — Nel C. F. R. non estimables.
avere fuoco inanzi le candele, o vuogli di qua o vuogli di là. E deono tenere
lo volto verso oriente, se egli sono due o tre, che bene vi possono essere, ma
più non. Si debono fare VIIII invene (1331), all'onore di Dio e della santa
trinitade, padre e figlio e spirito sancto. E quelli che sa l'arte e quelli che
sono co' lui deono fare queste preghiere che qui sono iscritte; e se non
l'ànno a mente, abialle iscritte; e l'orazioni, ch'elli deono di buono cuore
fare, sono queste: sire Idio, nella tua credenza mantienmi; sire Idio, nel tuo
sevigio confortami; sire Idio, nel tuo comandamento alluminami. E quando
tu avrai fatto questo e detto, tu farai VII invenie (1332), al nome di Dio e
della santa trinità, padre e figliuolo e santo spirito.
(1331) La Crusca registra invenia, e la definisce: umile dimostrazione d'abbondante e devoto
affetto. — Invenie trovasi usato anche per lusinghe, carezze. Ma qui pare abbia a significare
piuttosto invocazioni o scongiuri. — Nel C. F. R. afflicions.
(1332) venie C. R. 2.
Cap. CCCCXXI.
Lo re domanda: che cosa è onnipotente e trinitade? Sidrac risponde:
Siri Idio, padre omnipotente, padre e filio e spirito santo, una trinitade
e non stimabile (1333), tre persone in uno Idio, che è e che fue e che è a
venire; io ti priego, podestà alta, non istimabile, pardurabile virtù, tu mi di'
verità, che ài podere sopra tutte le cose, si come, te dicente (1334), tutte
cose son fatte; tu formasti in VII giorni la forma delle cose di tutte criature,
in diverse maniere nella loro propria forma, siccom'è lo tuo piacere. O mio
creatore, degnami mostrare per questa arte delle pianete, per lo quale podere
tu l'arai mostrato a tutto il mondo governare (1335), che io possa sapere di
quella cosa che io cheggio a sapere, si mi ci troverrai la cagione XL per lo
tuo santo nome, in ch'ella dee venire e porre fine (1336); non mica,
messere, per lo mio servigio, ma per lo dono di tutta grazia (1337).
(1333) Intendasi da non potersi comprendere, non comprensibile. — Nel C. F. R. non estimables.
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(1334) si come toi disant et comandant C. F. R.
(1335) Così pure nel C. R. 2. — Correggasi col C. F. R.: per le quel poeir che tu lor a dones por le
monde governer par ton comandement.
(1336) Come decifrare il senso di queste parole? E non sapremmo nemmanco far conghietture sul
modo di correggerle, non dandoci alcun lume il C. R. 2., dove leggesi: Se nimici troverai la
cagione in quelle quaranta in cui ella verrà e finirà. — Meno oscuro pare il C. F. R.: si nomes la
chose par ton saint nom, Elyemon, en qui doit elle venir et perfinir.
(1337) tua grazia C. R. 2.
Cap. CCCCXXII.
Lo re domanda: che cose sono invenie e come sono fatte? Sidrac risponde:
Quando tu averai questo fatto e detto, tu farai XII invenie, a onore di
Dio, lo creatore, della sancta trinitade padre e figliuolo e spirito santo; e
dirai questo: siri Iddio, criatore del cielo e della terra, per lo tuo santo nome
ch'è Limon (1338), io ti priego per la tua santa pietà e per gli angioli, quelli
ch'annunziarono agli uomini le grandi cose, che tu mi degni mostrare delle
pianete la cosa ch'io ti chieggio sapere, quella XL (1339), e in che ella
viverà e finirà. Io ti priego, messere del cielo e della terra, per lo tuo santo
nome Elimo, e per li tuoi (1340) santi angeli, che anunziano e amaestrano
alle comune criature, cioè agli uomini, le picciole cose, che tu mi degni
mostrare in questa arte delle pianete di quelle cose ch'io cheggio a sapere,
quello, XL, in che ella verrà e finirà. Messere Domenedio Elimo, io ti
priego per la santa trinità, la quale comanda agli santi spiriti e li signoregia,
che più non faciano graveza all'umane cose (1341), che tu mi degni
mostrare in questa arte delle pianete, della qual cosa io ti priego di sapere
quella XL, ch'ella viverà e finirà.
(1338) Helyemon C. F. R.
(1339) Così, in questo luogo e più sotto, come vedrassi. — E nel C. R. 2. sempre quaranta. Di
questa parola nessun vestigio nel francese; ma invece, dove l'italiano ha XL, il francese ha N...:
che vos me dignes de mostrer par l'art de les plainetes de la quel choze che ie dezire de savoir
N. et en que elle devenra et finira. — Questa N pare sia posta ad indicare che ognuno debba
esprimere la cosa che chiede, facendo questa invenia. E forse dall'N può esser nato il XL, per
errore di copista, e per nuovo errore il quaranta.
(1335) Così pure nel C. R. 2. — Correggasi col C. F. R.: per le quel poeir che tu lor a dones por le
monde governer par ton comandement.
(1336) Come decifrare il senso di queste parole? E non sapremmo nemmanco far conghietture sul
modo di correggerle, non dandoci alcun lume il C. R. 2., dove leggesi: Se nimici troverai la
cagione in quelle quaranta in cui ella verrà e finirà. — Meno oscuro pare il C. F. R.: si nomes la
chose par ton saint nom, Elyemon, en qui doit elle venir et perfinir.
(1337) tua grazia C. R. 2.
Cap. CCCCXXII.
Lo re domanda: che cose sono invenie e come sono fatte? Sidrac risponde:
Quando tu averai questo fatto e detto, tu farai XII invenie, a onore di
Dio, lo creatore, della sancta trinitade padre e figliuolo e spirito santo; e
dirai questo: siri Iddio, criatore del cielo e della terra, per lo tuo santo nome
ch'è Limon (1338), io ti priego per la tua santa pietà e per gli angioli, quelli
ch'annunziarono agli uomini le grandi cose, che tu mi degni mostrare delle
pianete la cosa ch'io ti chieggio sapere, quella XL (1339), e in che ella
viverà e finirà. Io ti priego, messere del cielo e della terra, per lo tuo santo
nome Elimo, e per li tuoi (1340) santi angeli, che anunziano e amaestrano
alle comune criature, cioè agli uomini, le picciole cose, che tu mi degni
mostrare in questa arte delle pianete di quelle cose ch'io cheggio a sapere,
quello, XL, in che ella verrà e finirà. Messere Domenedio Elimo, io ti
priego per la santa trinità, la quale comanda agli santi spiriti e li signoregia,
che più non faciano graveza all'umane cose (1341), che tu mi degni
mostrare in questa arte delle pianete, della qual cosa io ti priego di sapere
quella XL, ch'ella viverà e finirà.
(1338) Helyemon C. F. R.
(1339) Così, in questo luogo e più sotto, come vedrassi. — E nel C. R. 2. sempre quaranta. Di
questa parola nessun vestigio nel francese; ma invece, dove l'italiano ha XL, il francese ha N...:
che vos me dignes de mostrer par l'art de les plainetes de la quel choze che ie dezire de savoir
N. et en que elle devenra et finira. — Questa N pare sia posta ad indicare che ognuno debba
esprimere la cosa che chiede, facendo questa invenia. E forse dall'N può esser nato il XL, per
errore di copista, e per nuovo errore il quaranta.
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(1340) Nel n. t. nomi. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1341) alle umane nature C. R. 2.
Cap. CCCCXXIII.
Lo re domanda: che cosa è criatore? Sidrac risponde:
Siri Idio, criatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo santo
nome ch'è Limon, e per gli santi padri, che ànno podere sopra gli uomini e
sopra i buoni ispiriti, che fanno lo loro comandamento, per conpiere lo
servigio di Dio, che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete della
cosa che io cheggio di sapere, quella XL, in ch'ella verrà e finirà. Siri Idio,
creatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo nome ch'è Limon, e per
le dominazioni e per li troni sopra li quali è la tua sedia (1342) ed i gradi
delli angeli, ch'elli sono loro signori per obedienzia, che voi mi degnate
mostrare per l'arte delle pianete quello che io chiegio di sapere, quella XL,
in che verrà e finirà. Siri Idio criatore, io ti priego per lo tuo santo nome
ch'è Limon, e per li troni, sopra gli quali ài lo tuo sedio, e per ciò che tu usi
ispaventevolmente i tuoi giudicamenti, che tu mi degni mostrare nell'arte
delle pianete, la qual cosa io chieggio di sapere quella XL, in che ella verrà
e finirà.
(1342) Nel n. t.: e per le dominazioni che sormontano i tonanti. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.
Cap. CCCCXXIIII.
Lo re domanda: se si dee fare quella arte o di notte o di giorno? Sidrac
risponde:
(1341) alle umane nature C. R. 2.
Cap. CCCCXXIII.
Lo re domanda: che cosa è criatore? Sidrac risponde:
Siri Idio, criatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo santo
nome ch'è Limon, e per gli santi padri, che ànno podere sopra gli uomini e
sopra i buoni ispiriti, che fanno lo loro comandamento, per conpiere lo
servigio di Dio, che tu mi degni mostrare in questa arte delle pianete della
cosa che io cheggio di sapere, quella XL, in ch'ella verrà e finirà. Siri Idio,
creatore del cielo e della terra, io ti priego per lo tuo nome ch'è Limon, e per
le dominazioni e per li troni sopra li quali è la tua sedia (1342) ed i gradi
delli angeli, ch'elli sono loro signori per obedienzia, che voi mi degnate
mostrare per l'arte delle pianete quello che io chiegio di sapere, quella XL,
in che verrà e finirà. Siri Idio criatore, io ti priego per lo tuo santo nome
ch'è Limon, e per li troni, sopra gli quali ài lo tuo sedio, e per ciò che tu usi
ispaventevolmente i tuoi giudicamenti, che tu mi degni mostrare nell'arte
delle pianete, la qual cosa io chieggio di sapere quella XL, in che ella verrà
e finirà.
(1342) Nel n. t.: e per le dominazioni che sormontano i tonanti. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.
Cap. CCCCXXIIII.
Lo re domanda: se si dee fare quella arte o di notte o di giorno? Sidrac
risponde:
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Quando tu avrai fatto questo e detto, tu avrai aparecchiato la ruota
della stolomia inanzi a te; e acenderai la candela della ruota, e spegnerai gli
altri lumi dell'albergo dove tu sarai, e farai questa arte, per vedere
apertamente lo chiarore della ruota, sopra la qual pianeta ella discienderà. E
se tu lo fai di giorno, farai l'albergo iscuro, per vedere chiaramente lo
chiarore che sarà disceso sopra la ruota della pianeta; e allora tu potrai
alluminare l'albergo, se tu vorrai.
Cap. CCCCXXV.
Lo re domanda: come dee essere fatta quella ruota? Sidrac risponde:
La ruota dee essere una tavola ritonda, d'uno palmo, il meno, col
compasso e una carta, e carta di banbagia incollata in su quella tavola, del
suo grande (1343); e nel mezzo della tavola avrà una piccola brocca (1344)
di legno, per tenervi entro la candela. E la carta che sarà incollata in su la
tavola sarà segnata e partita per VII conpassi, e in ciascuna parte sarà
iscritta una pianeta; e in sul brocco mettervi una candela sottile e lunga
d'uno palmo o più. Al mezzo della candela, o al meno, avolgerai uno poco
di cera doppia intorno lei, per sostenere la ruota al torneare (1345), che sia
della grandezza di quello che è in sulla tavola intagliata, e ch'ella sia fatta di
due carte incollate l'una in sull'altra; in sul mezzo de' avere uno pertugio,
tanto aperto per conpasso, come la candela vi possa entrare, e
torneare (1346) leggiermente intorno. La candela di due dita o di più dee
avere nella ruota uno buco grande come uno cece o più, per la carta dee
discendere in sulla pianeta (1347).
(1343) della sua grandezza C. R. 2.
(1344) broche C. F. R. — bocca C. R. 2.
(1345) La lez. del n. t. è conforme a quella del C. R. 2.; ma è evidente che ne' due Codd. italiani è
corsa una lacuna. Nel C. F. R.... par quei votre roe de sus ne descende de la candoile aval. Et tu
auras I autre roe appareilee dou grant de celle de sote, et qu'ele soit double gluee.
(1346) Nel n. t. torre. — Abb. corr. col C. R. 2.
della stolomia inanzi a te; e acenderai la candela della ruota, e spegnerai gli
altri lumi dell'albergo dove tu sarai, e farai questa arte, per vedere
apertamente lo chiarore della ruota, sopra la qual pianeta ella discienderà. E
se tu lo fai di giorno, farai l'albergo iscuro, per vedere chiaramente lo
chiarore che sarà disceso sopra la ruota della pianeta; e allora tu potrai
alluminare l'albergo, se tu vorrai.
Cap. CCCCXXV.
Lo re domanda: come dee essere fatta quella ruota? Sidrac risponde:
La ruota dee essere una tavola ritonda, d'uno palmo, il meno, col
compasso e una carta, e carta di banbagia incollata in su quella tavola, del
suo grande (1343); e nel mezzo della tavola avrà una piccola brocca (1344)
di legno, per tenervi entro la candela. E la carta che sarà incollata in su la
tavola sarà segnata e partita per VII conpassi, e in ciascuna parte sarà
iscritta una pianeta; e in sul brocco mettervi una candela sottile e lunga
d'uno palmo o più. Al mezzo della candela, o al meno, avolgerai uno poco
di cera doppia intorno lei, per sostenere la ruota al torneare (1345), che sia
della grandezza di quello che è in sulla tavola intagliata, e ch'ella sia fatta di
due carte incollate l'una in sull'altra; in sul mezzo de' avere uno pertugio,
tanto aperto per conpasso, come la candela vi possa entrare, e
torneare (1346) leggiermente intorno. La candela di due dita o di più dee
avere nella ruota uno buco grande come uno cece o più, per la carta dee
discendere in sulla pianeta (1347).
(1343) della sua grandezza C. R. 2.
(1344) broche C. F. R. — bocca C. R. 2.
(1345) La lez. del n. t. è conforme a quella del C. R. 2.; ma è evidente che ne' due Codd. italiani è
corsa una lacuna. Nel C. F. R.... par quei votre roe de sus ne descende de la candoile aval. Et tu
auras I autre roe appareilee dou grant de celle de sote, et qu'ele soit double gluee.
(1346) Nel n. t. torre. — Abb. corr. col C. R. 2.
Page 358
(1347) Il n. t. ed il C. R. 2. sono di nuovo errati: segno che il traduttore italiano non era pratico di
scenza astrologica. Ecco il testo francese: En la roe de sus aura I pertuis dou grant d'un chiehre
ou plus I poi reont per la ou la clarte desendra sur la planete. Au perchemin chi est glue sur la
table aura escrit dessus par conpas les VII planetes.
Cap. CCCCXXVI. (1348)
Quando tu avrai accesa la candela della ruota per torneare, tu darai
delle mani in terra (1349); e se ella tornerà la prima volta, nolla toccare più;
e s'ella non torna la prima volta, toccala un'altra volta; e se ella non torna, tu
la dei fedire tre volte; e s'ella non torna alle tre volte, non t'inpacciare più,
da indi a trenta giorni, per la cosa che tu chiedi di fare o di sapere; chè, di
quello giorno infino a XXX giorni, quello fatto che tu chiedi non potrebe
venire in bene. E passati gli XXX giorni per quell'arte medesima la potrai
sapere. E simigliantemente, se tu falli di fedire la prima volta o la seconda o
la terza, non vi ti inpacciare più di quello fatto che tu chiedi di sapere, e non
potresti sapere nulla. E passati gli trenta giorni per questa arte lo potrai fare.
(1348) Nel C. L. manca il titolo a questo Cap. — Il C. R. 2. ha: Lo re domanda come si de' fare la
ruota per volgere.
(1349) Non in terra, come hanno i Codd. L. e R. 2., ma: et tu la fiers (la roe) III fois de la main
C. F. R.
Cap. CCCCXXVII. (1350)
Quando fedirai la ruota, e ella si volge, e del suo girare per lei
medesima rimane, piglia, guarda e poni mente in su quella pianeta lo
chiarore discenderà; quella pianeta sarà quella. Allora si piglierai gli punti
che sono sopra quelle lettere, del nome del giorno e del mese e della
luna (1351). E se l'arte si fa del primo giorno sin di mezza notte (1352), si
sarà contato quello giorno che è passato; e s'egli si fa di mezza notte verso il
scenza astrologica. Ecco il testo francese: En la roe de sus aura I pertuis dou grant d'un chiehre
ou plus I poi reont per la ou la clarte desendra sur la planete. Au perchemin chi est glue sur la
table aura escrit dessus par conpas les VII planetes.
Cap. CCCCXXVI. (1348)
Quando tu avrai accesa la candela della ruota per torneare, tu darai
delle mani in terra (1349); e se ella tornerà la prima volta, nolla toccare più;
e s'ella non torna la prima volta, toccala un'altra volta; e se ella non torna, tu
la dei fedire tre volte; e s'ella non torna alle tre volte, non t'inpacciare più,
da indi a trenta giorni, per la cosa che tu chiedi di fare o di sapere; chè, di
quello giorno infino a XXX giorni, quello fatto che tu chiedi non potrebe
venire in bene. E passati gli XXX giorni per quell'arte medesima la potrai
sapere. E simigliantemente, se tu falli di fedire la prima volta o la seconda o
la terza, non vi ti inpacciare più di quello fatto che tu chiedi di sapere, e non
potresti sapere nulla. E passati gli trenta giorni per questa arte lo potrai fare.
(1348) Nel C. L. manca il titolo a questo Cap. — Il C. R. 2. ha: Lo re domanda come si de' fare la
ruota per volgere.
(1349) Non in terra, come hanno i Codd. L. e R. 2., ma: et tu la fiers (la roe) III fois de la main
C. F. R.
Cap. CCCCXXVII. (1350)
Quando fedirai la ruota, e ella si volge, e del suo girare per lei
medesima rimane, piglia, guarda e poni mente in su quella pianeta lo
chiarore discenderà; quella pianeta sarà quella. Allora si piglierai gli punti
che sono sopra quelle lettere, del nome del giorno e del mese e della
luna (1351). E se l'arte si fa del primo giorno sin di mezza notte (1352), si
sarà contato quello giorno che è passato; e s'egli si fa di mezza notte verso il
Page 359
giorno, si sarà contato quello giorno che dee venire; e simigliantemente lo
nome del mese e della luna (1353). E se egli è al suo entrare e al suo uscire,
non contare nimica i punti delle lettere, e per ciascuna volta che la ruota
serve al motto (1354) e all'anno, ma una volta ciascuno motto (1355) e
ciascuno mese. Non si fa per alcuna persona maschio o femina chiamare il
nome delle persone in suo linguaggio (1356). E fare de' punti una somma, e
contare sopra gli XII segni I. a I. Cominciare dietro quello segno che si
finiranno; si piglia quelli punti che sono sopra lei, e li punti del nome di
quello medesimo segno, e li punti che troverrai in prima contati sopra li XII
segni; e farai tuttavia somma, e gli conterai V a V; e li punti che non
potranno essere cinque, si metterai I e V disparte; e anche da capo conterai
le decine, sette a sette; e quello che soperchierà, che non potrà essere VII, si
metterai in disparte cogli altri. E allora tu farai una somma, e conteragli
sopra le VII pianete, IIII a IIII; e comincierai di Saturno in quella pianeta,
ov'egli saranno trovati; e saprai di quello che tu chiedi di fare, in che ella
verrà e finirà.
(1350) Nel C. R. 2. è questo titolo: Lo re domanda: che potrete altri fare quando la ruota si ferma?
(1351) Vedasi come particolareggia di più il C. F. R.: sur la planete ou la clarte descendra si prenes
les poins qui sunt sur celle planete et les points chi sunt sur les silabes de ton nom, por
chascune fois che la silabe sera a un nom ou a I mot. Ne contes mie por tant de fois che la
silabe sera en I mot ces poins, ia soit ce che une silabe soit en I mot III fois ou IIII, ne contes les
sur les XII signes I a I; et comences de aries, et en cel signe ou il finiront si prenes les poins chi
sont en ton nom autre fois, et les poins dou nom dou ior en qui tu fais cest art.
(1352) Et se tu la fais de mie nuit envers le ior C. F. R.
(1353) Tutto ciò che segue sino alla fine del cap. manca al C. F. R.
(1354) Nel n. t. monto, che non sappiamo che possa significare. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.
(1355) c. s.
(1356) Nel n. t.: si fa per alcuna persona si noma in suo linguaggio. — Abb. pref. la. lez. del C. R. 2.,
sebbene non riescaci neppure di essa intendere chiaramente il senso.
Cap. CCCCXXVIII. (1357)
Questa è la forma delle ruota e del suo essere, e come ella dee essere
pertugiata. E si dee avere gli pertugi l'uno allato all'altro; e si dee essere
pertugiata con uno ferro caldo. E la sua colonna dee essere di metallo. E
nome del mese e della luna (1353). E se egli è al suo entrare e al suo uscire,
non contare nimica i punti delle lettere, e per ciascuna volta che la ruota
serve al motto (1354) e all'anno, ma una volta ciascuno motto (1355) e
ciascuno mese. Non si fa per alcuna persona maschio o femina chiamare il
nome delle persone in suo linguaggio (1356). E fare de' punti una somma, e
contare sopra gli XII segni I. a I. Cominciare dietro quello segno che si
finiranno; si piglia quelli punti che sono sopra lei, e li punti del nome di
quello medesimo segno, e li punti che troverrai in prima contati sopra li XII
segni; e farai tuttavia somma, e gli conterai V a V; e li punti che non
potranno essere cinque, si metterai I e V disparte; e anche da capo conterai
le decine, sette a sette; e quello che soperchierà, che non potrà essere VII, si
metterai in disparte cogli altri. E allora tu farai una somma, e conteragli
sopra le VII pianete, IIII a IIII; e comincierai di Saturno in quella pianeta,
ov'egli saranno trovati; e saprai di quello che tu chiedi di fare, in che ella
verrà e finirà.
(1350) Nel C. R. 2. è questo titolo: Lo re domanda: che potrete altri fare quando la ruota si ferma?
(1351) Vedasi come particolareggia di più il C. F. R.: sur la planete ou la clarte descendra si prenes
les poins qui sunt sur celle planete et les points chi sunt sur les silabes de ton nom, por
chascune fois che la silabe sera a un nom ou a I mot. Ne contes mie por tant de fois che la
silabe sera en I mot ces poins, ia soit ce che une silabe soit en I mot III fois ou IIII, ne contes les
sur les XII signes I a I; et comences de aries, et en cel signe ou il finiront si prenes les poins chi
sont en ton nom autre fois, et les poins dou nom dou ior en qui tu fais cest art.
(1352) Et se tu la fais de mie nuit envers le ior C. F. R.
(1353) Tutto ciò che segue sino alla fine del cap. manca al C. F. R.
(1354) Nel n. t. monto, che non sappiamo che possa significare. — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.
(1355) c. s.
(1356) Nel n. t.: si fa per alcuna persona si noma in suo linguaggio. — Abb. pref. la. lez. del C. R. 2.,
sebbene non riescaci neppure di essa intendere chiaramente il senso.
Cap. CCCCXXVIII. (1357)
Questa è la forma delle ruota e del suo essere, e come ella dee essere
pertugiata. E si dee avere gli pertugi l'uno allato all'altro; e si dee essere
pertugiata con uno ferro caldo. E la sua colonna dee essere di metallo. E
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quando tu la fai fare, dirai al maestro che dica: Al nome di Dio e della santa
trinidade. E questa è la ruota e le lettere e i punti (1358). V. X. VII. III. X.
VII. X. XII. VIIII. II. VII. IIII. XXIIII. XXVIIII. XIIII. VIIII. VIII. XVIIII.
XVI. XIII. VI. XVIII. XV. XX.
A B C D E F G H J K L M N O P Q R S T V X Y.
Queste sono le pianete e i punti (1359):
CCCC XXXI XII XV Leo
Saturnus Iupiter IIII
XIII VIII VIII Virgo
Venus Mercurius XVI
XII. VII. XVIIII Capicorno
Aries Taurus XVII XVI
XIIII. XIII Aquario
Libra Sagittario
Pisces XV.
Aries dee essere Scorpio
dirimpetto a Mars
Pisces Luna
(1357) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: qual'è la forma della ruota?
(1358) Nel C. F. R.: Ce est l'a b c e et le nombre des poins sur chascune sillabe:
XII. V. XVII. III. XVI. X. I. XIX. IX. II. VII. IIII.
A. B. C. D. E. F. G. H. I. K. L. M. N.
XXIII. XIIII. XI. VIII. XIII. VI. XVIII. XV.
O. P. Q. R. S. T. V. X. Y.
(1359) E qui pure è confuso ed errato il n. t. — Riferiamo il testo del C. F. R.:
IX. VII. XII. XV. XIII. VIII.
Saturnus Iupiter Mars Sol Venus Mercurius
IIII. XII. VII. III. XI. III.
trinidade. E questa è la ruota e le lettere e i punti (1358). V. X. VII. III. X.
VII. X. XII. VIIII. II. VII. IIII. XXIIII. XXVIIII. XIIII. VIIII. VIII. XVIIII.
XVI. XIII. VI. XVIII. XV. XX.
A B C D E F G H J K L M N O P Q R S T V X Y.
Queste sono le pianete e i punti (1359):
CCCC XXXI XII XV Leo
Saturnus Iupiter IIII
XIII VIII VIII Virgo
Venus Mercurius XVI
XII. VII. XVIIII Capicorno
Aries Taurus XVII XVI
XIIII. XIII Aquario
Libra Sagittario
Pisces XV.
Aries dee essere Scorpio
dirimpetto a Mars
Pisces Luna
(1357) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: qual'è la forma della ruota?
(1358) Nel C. F. R.: Ce est l'a b c e et le nombre des poins sur chascune sillabe:
XII. V. XVII. III. XVI. X. I. XIX. IX. II. VII. IIII.
A. B. C. D. E. F. G. H. I. K. L. M. N.
XXIII. XIIII. XI. VIII. XIII. VI. XVIII. XV.
O. P. Q. R. S. T. V. X. Y.
(1359) E qui pure è confuso ed errato il n. t. — Riferiamo il testo del C. F. R.:
IX. VII. XII. XV. XIII. VIII.
Saturnus Iupiter Mars Sol Venus Mercurius
IIII. XII. VII. III. XI. III.
Page 361
Luna Aries Taurus Gemini Cancer Leo
XIX. IIII. XIIII. XV. XIII.
Virgo Libra Scorpio Sagitarius Capricornus
XVII. XVI.
Aquarius Pisces
Cap. CCCCXXVIIII. (1360)
Tu che chiedi di sapere di nostro disiderio lo giorno, ti guarda al
cominciamento del giorno di vendere di conperare nè oro nè argento nè
niuno metallo per guadagniare. Ferro conpera. Bestie (1361) per
guadagniare non conperare. Drapi e mercatantie conpera. Pesci (1362) non
conperare. Edificamento di legno nè di ferro nè di terra. Lo giorno non
cominciare viaggio nè terra (1363), passato le VII ore del giorno. Non
cominciare in conpagnia di vendere nè di conperare. Lo giorno non ti
tramettere di piato. Lo giorno non fare battaglia; nè incominciare alle tre
ore (1364) del giorno asediare cittade o castello; ma poi sicuramente lo fa, e
entra in quello cammino, che voi ne verrete e capo. Al giudicamento lo
giorno sicuramente va, inanzi alla signoria, nè niuna cosa non domandare; e
cosa ismarrita non potrai lo giorno trovare, e da mezzo giorno inanzi sangue
non ti menomare.
(1360) Nel C. F. R. leggesi: Ces sont les chapitles des VII planetes en chi trove l'om ce ch'il doit
faire et de ce que il desire de savoir. — SATURNUS.
(1361) Bestes de mangier C. F. R.
(1362) Così anche nel C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: possessions. — È facile vedere come sia nato
l'errore.
(1363) viage en terre C. F. R.
(1364) en les primiers hores dou ior C. F. R.
Cap. CCCCXXX. (1365)
XIX. IIII. XIIII. XV. XIII.
Virgo Libra Scorpio Sagitarius Capricornus
XVII. XVI.
Aquarius Pisces
Cap. CCCCXXVIIII. (1360)
Tu che chiedi di sapere di nostro disiderio lo giorno, ti guarda al
cominciamento del giorno di vendere di conperare nè oro nè argento nè
niuno metallo per guadagniare. Ferro conpera. Bestie (1361) per
guadagniare non conperare. Drapi e mercatantie conpera. Pesci (1362) non
conperare. Edificamento di legno nè di ferro nè di terra. Lo giorno non
cominciare viaggio nè terra (1363), passato le VII ore del giorno. Non
cominciare in conpagnia di vendere nè di conperare. Lo giorno non ti
tramettere di piato. Lo giorno non fare battaglia; nè incominciare alle tre
ore (1364) del giorno asediare cittade o castello; ma poi sicuramente lo fa, e
entra in quello cammino, che voi ne verrete e capo. Al giudicamento lo
giorno sicuramente va, inanzi alla signoria, nè niuna cosa non domandare; e
cosa ismarrita non potrai lo giorno trovare, e da mezzo giorno inanzi sangue
non ti menomare.
(1360) Nel C. F. R. leggesi: Ces sont les chapitles des VII planetes en chi trove l'om ce ch'il doit
faire et de ce que il desire de savoir. — SATURNUS.
(1361) Bestes de mangier C. F. R.
(1362) Così anche nel C. R. 2. — Ma nel C. F. R.: possessions. — È facile vedere come sia nato
l'errore.
(1363) viage en terre C. F. R.
(1364) en les primiers hores dou ior C. F. R.
Cap. CCCCXXX. (1365)
Page 362
Se voi volete sapere di persona malata o di persona in grande
istretta (1366), ella sarà in pericolo a V giorni. E se voi volete sapere di
persona innaverata, in grande pericolo di morte sarà. E se voi volete sapere
di persona ch'è in distretta, a grande pena scanperà. Lo giorno non fare
saramento, perch'egli vi sarà contradio. Lo giorno non vestire roba nuova,
chè voi sarete morto o magagnato o malato; non correre bestia lo giorno, nè
non montare in albore, nè passare acqua. Lo giorno ti guarda di scoprire lo
tuo segreto, se non a Dio o al predicatore (1367) che sarà in luogo di Dio.
(1365) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se l'omo potrebe sapere di persona malata o che fosse in grande
stretta.
(1366) istremità C. R. 2.
(1367) confessore C. R. 2. — a Dieu ou a ciaus qui por lui seront en terre C. F. R.
Cap. CCCCXXXI. (1368)
Se vuogli desiderare alcuna cosa ad avere, se voi dovete andare lo
giorno inanzi giustizia, si state dalla parte diritta. Se voi volete sapere di
persona che è morsa di serpente, di quello male morrà; e di persona che è
caduto da alto, egli guarirà. Se voi volete sapere di persona che è in viaggio,
tosto verrà, ma alcuna cosa del suo perderà. Se vole sapere di servigio e di
signore novello, al primo della sua signoria s'alzerà, e onore avràe; e di
questo a poco a poco s'abasserà, e a dirieto si consumerà (1369). Se voi
volete sapere lo giorno di persona malata, ella morrà di quello male, o
magagnata sarà. Se voi volete sapere lo giorno di femmina pregna, tosto
partorirà.
(1368) Nel C. R. 2. Lo re domanda: come avrà l'uomo ciò che desidera?
(1369) au derain C. F. R.
Cap. CCCCXXXII. (1370)
istretta (1366), ella sarà in pericolo a V giorni. E se voi volete sapere di
persona innaverata, in grande pericolo di morte sarà. E se voi volete sapere
di persona ch'è in distretta, a grande pena scanperà. Lo giorno non fare
saramento, perch'egli vi sarà contradio. Lo giorno non vestire roba nuova,
chè voi sarete morto o magagnato o malato; non correre bestia lo giorno, nè
non montare in albore, nè passare acqua. Lo giorno ti guarda di scoprire lo
tuo segreto, se non a Dio o al predicatore (1367) che sarà in luogo di Dio.
(1365) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se l'omo potrebe sapere di persona malata o che fosse in grande
stretta.
(1366) istremità C. R. 2.
(1367) confessore C. R. 2. — a Dieu ou a ciaus qui por lui seront en terre C. F. R.
Cap. CCCCXXXI. (1368)
Se vuogli desiderare alcuna cosa ad avere, se voi dovete andare lo
giorno inanzi giustizia, si state dalla parte diritta. Se voi volete sapere di
persona che è morsa di serpente, di quello male morrà; e di persona che è
caduto da alto, egli guarirà. Se voi volete sapere di persona che è in viaggio,
tosto verrà, ma alcuna cosa del suo perderà. Se vole sapere di servigio e di
signore novello, al primo della sua signoria s'alzerà, e onore avràe; e di
questo a poco a poco s'abasserà, e a dirieto si consumerà (1369). Se voi
volete sapere lo giorno di persona malata, ella morrà di quello male, o
magagnata sarà. Se voi volete sapere lo giorno di femmina pregna, tosto
partorirà.
(1368) Nel C. R. 2. Lo re domanda: come avrà l'uomo ciò che desidera?
(1369) au derain C. F. R.
Cap. CCCCXXXII. (1370)
Page 363
Se lo novero falla in Iupiter, quello giorno conpera oro e argento e
metallo e ferro. Non conperare drappi nè sottile avere. Conpera per
guadagnare. Bestie cavalline non conperare. Pesci non mangiare (1371).
Cominciare puoi viaggi in terra. Conpagnie con tutte le genti lo giorno
sicuramente puoi fare. Non ti menomare sangue lo giorno. Sicuramente
piglia medicina. Battaglia lo giorno non cominciare. Inanzi giudicio e
inanzi signore sicuramente poi andare. Se voi volete sapere di persona
malata, guarrà, similemente di persona che è innaverata. Quelli che è in
distretta tosto dilibero sarà. Lo giorno puoi vestire roba nuova, e cavalcare
sicuramente, e montare in albore e in altro. E se tu ài amico, lo giorno ti
puoi fidare, e discoprire lo tuo segreto. E lo vostro disio voi l'avrete. Lo
giorno puoi fare tutte medicine del tuo corpo. Se voi volete sapere di
persona ch'è morsa di serpente o di bestia arrabiata, non avrà niuno male. Se
voi volete sapere di persona che è in viaggio, con grande allegrezza
ritornerà. E se voi volete sapere di signore novello, con grande onore la sua
signoria manterrà. Se l'uomo vi dee dare moneta, sicuramente lo giorno
ricevete. Se voi volete prestare, sicuramente prestate. Se voi volete sapere
di bestia malata, sicuramente ella guarirà. Lo giorno i fanciulli metti ad
aparare arte, che bene anderà. Se voi volete sapere di femina gravida, sanza
pericolo partorirà.
(1370) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se lo numero falla in Iupiter che diverrà? — Il C. F. R. ha
semplicemente: IUPITER.
(1371) possessions achate C. F. R.
Cap. CCCCXXXIII. (1372)
Se 'l numero falla inverso il giorno (1373), tu ti dei guardare di molte
cose di vendere, e di conperare tutto sottile avere, nè oro nè argento nè
metallo nè ferro. Arme vendi; e compera sicuramente bestie cavalline; nè
bestie da mangiare per guadagnare. Lo giorno non conperare grano, nè
vendere drappo. Lo giorno non ti intramettere in niuno edificamento. Non
fare lo giorno viaggio in terra nè in acqua. Non fare conpagnia nè con
mercatante, nè con uomo d'arte. Con uomo d'arme non avere a fare.
metallo e ferro. Non conperare drappi nè sottile avere. Conpera per
guadagnare. Bestie cavalline non conperare. Pesci non mangiare (1371).
Cominciare puoi viaggi in terra. Conpagnie con tutte le genti lo giorno
sicuramente puoi fare. Non ti menomare sangue lo giorno. Sicuramente
piglia medicina. Battaglia lo giorno non cominciare. Inanzi giudicio e
inanzi signore sicuramente poi andare. Se voi volete sapere di persona
malata, guarrà, similemente di persona che è innaverata. Quelli che è in
distretta tosto dilibero sarà. Lo giorno puoi vestire roba nuova, e cavalcare
sicuramente, e montare in albore e in altro. E se tu ài amico, lo giorno ti
puoi fidare, e discoprire lo tuo segreto. E lo vostro disio voi l'avrete. Lo
giorno puoi fare tutte medicine del tuo corpo. Se voi volete sapere di
persona ch'è morsa di serpente o di bestia arrabiata, non avrà niuno male. Se
voi volete sapere di persona che è in viaggio, con grande allegrezza
ritornerà. E se voi volete sapere di signore novello, con grande onore la sua
signoria manterrà. Se l'uomo vi dee dare moneta, sicuramente lo giorno
ricevete. Se voi volete prestare, sicuramente prestate. Se voi volete sapere
di bestia malata, sicuramente ella guarirà. Lo giorno i fanciulli metti ad
aparare arte, che bene anderà. Se voi volete sapere di femina gravida, sanza
pericolo partorirà.
(1370) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se lo numero falla in Iupiter che diverrà? — Il C. F. R. ha
semplicemente: IUPITER.
(1371) possessions achate C. F. R.
Cap. CCCCXXXIII. (1372)
Se 'l numero falla inverso il giorno (1373), tu ti dei guardare di molte
cose di vendere, e di conperare tutto sottile avere, nè oro nè argento nè
metallo nè ferro. Arme vendi; e compera sicuramente bestie cavalline; nè
bestie da mangiare per guadagnare. Lo giorno non conperare grano, nè
vendere drappo. Lo giorno non ti intramettere in niuno edificamento. Non
fare lo giorno viaggio in terra nè in acqua. Non fare conpagnia nè con
mercatante, nè con uomo d'arte. Con uomo d'arme non avere a fare.
Page 364
Isposare moglie (1374) nè giacere con pulcella non fare. Lo giorno
sicuramente medicina piglia. Battaglia non fare. Lo giorno sicuramente fa
incominciare (1375) città e castella, che a capo verrai. A giudicamento
sicuramente va, ma troppo non apellare (1376). Cosa perduta non si troverà.
Sangue lo giorno non ti menovare. Se voi volete sapere di persona malata, a
grande pericolo sarà. Sicuramente lo giorno ti guarda di fare roba
nuova (1377). Lo giorno sicuramente tutte cose che apartengono a fatto
d'arme sicuramente fa. Lo giorno guarda lo tuo seguito; non dire a niuno lo
tuo disio (1378). Lo giorno non pigliare niuna medicina. Se voi volete
sapere di persona ch'è morsa di serpente o di bestia arrabiata, a grande
pericolo sarà. Se voi volete sapere di persona che è in viaggio, a pena verrà
che non gli venga grande dannaggio (1379). Se voi volete sapere di signore
novello, in che tornerà lo suo fatto, e egli staràe molto in guerra, e al
didietro monterà (1380) i suoi nimici; e durerà (1381) in grande signoria
intorno di VIII anni. Se voi avete a domandare, lo giorno non domandate
nulla. Bestia malata guarrà. Lo giorno non vendere nimica possessioni. Lo
giorno metti fanciulli a 'nprendere fatti d'arte, che in bene anderà. Se voi
volete sapere di persona gravida, a grande pericolo partorirà.
(1372) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: se lo numero falla verso il giorno l'omo che de' fare? — Il
C. F. R. ha non altro che MARS. — E Marte, non giorno, crediamo abbia da leggersi.
(1373) en Mars C. F. R.
(1374) Fianser feme C. F. R.
(1375) assediare C. R. 2.
(1376) parlare C. R. 2.
(1377) Robe neuve le ior ne vestir ne chaussement; et se la robe est vermille, seurement (chi) la
veste et chi autrement la fait mort ou navres en elle sera C. F. R.
(1378) de ton desir tu n'en auras neent C. F. R.
(1379) apaines vendrà, et se il vient grant damage aura C. F. R.
(1380) sormontera C. F. R. — sometterà C. R. 2.
(1381) Manca durerà al n. t. e al C. R. 2. — Abb. suppl. col C. F. R.
Cap. CCCCXXXIIII. (1382)
sicuramente medicina piglia. Battaglia non fare. Lo giorno sicuramente fa
incominciare (1375) città e castella, che a capo verrai. A giudicamento
sicuramente va, ma troppo non apellare (1376). Cosa perduta non si troverà.
Sangue lo giorno non ti menovare. Se voi volete sapere di persona malata, a
grande pericolo sarà. Sicuramente lo giorno ti guarda di fare roba
nuova (1377). Lo giorno sicuramente tutte cose che apartengono a fatto
d'arme sicuramente fa. Lo giorno guarda lo tuo seguito; non dire a niuno lo
tuo disio (1378). Lo giorno non pigliare niuna medicina. Se voi volete
sapere di persona ch'è morsa di serpente o di bestia arrabiata, a grande
pericolo sarà. Se voi volete sapere di persona che è in viaggio, a pena verrà
che non gli venga grande dannaggio (1379). Se voi volete sapere di signore
novello, in che tornerà lo suo fatto, e egli staràe molto in guerra, e al
didietro monterà (1380) i suoi nimici; e durerà (1381) in grande signoria
intorno di VIII anni. Se voi avete a domandare, lo giorno non domandate
nulla. Bestia malata guarrà. Lo giorno non vendere nimica possessioni. Lo
giorno metti fanciulli a 'nprendere fatti d'arte, che in bene anderà. Se voi
volete sapere di persona gravida, a grande pericolo partorirà.
(1372) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: se lo numero falla verso il giorno l'omo che de' fare? — Il
C. F. R. ha non altro che MARS. — E Marte, non giorno, crediamo abbia da leggersi.
(1373) en Mars C. F. R.
(1374) Fianser feme C. F. R.
(1375) assediare C. R. 2.
(1376) parlare C. R. 2.
(1377) Robe neuve le ior ne vestir ne chaussement; et se la robe est vermille, seurement (chi) la
veste et chi autrement la fait mort ou navres en elle sera C. F. R.
(1378) de ton desir tu n'en auras neent C. F. R.
(1379) apaines vendrà, et se il vient grant damage aura C. F. R.
(1380) sormontera C. F. R. — sometterà C. R. 2.
(1381) Manca durerà al n. t. e al C. R. 2. — Abb. suppl. col C. F. R.
Cap. CCCCXXXIIII. (1382)
Page 365
Se il novero falla nel sole, quello giorno potete sicuramente vendere e
conperare. Drapi di lana, possessioni, vendere lo giorno e comperare
sicuramente. Tutti edificamenti puoi lo giorno edificare. Viaggi per terra e
per acqua sicuramente comincia. Lo giorno sicuramente ti menova sangue.
Battaglie e asediamento di terra sicuramente potete fare. Inanzi a signoria
sicuramente (1383), e dalla sua parte diritta istà. Cosa perduta si ritroverrà.
Se voi volete sapere di persona malata, ella guarrà; e simigliantemente s'ella
è innaverata. Lo giorno potete vestire roba nuova, cavalcare bestia d'ogni
lato (1384), ma non montare a cavallo dall'alto (1385). Non passare grande
acqua a cavallo. Voi avrete lo vostro disio per signorie. Morso di serpente,
niuno male avrà, se non che grieve sarà, e in grande pericolo di morte.
Quelli che è in viaggio a grande gioia verrà. Fanciullo puoi mettere e tutte
arti. Vostra visione in bene averrà. Femmina pregna con grande pericolo
partorirà.
(1382) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: se lo numero falla in sole sarà buono vendere e
comprare? — Nel C. F. R. solamente SOL.
(1383) Manca il verbo qui come nel C. R. 2. — Nel C. F. R.: devant segnor seurement entres.
(1384) par tout C. F. R.
(1385) en hautesse C. F. R.
Cap. CCCCXXXV. (1386)
Se il novero falla in Venus, quello giorno vi sarà contrario in tutte le
cose, infino a mezzo giorno. E da mezzo giorno inanzi guardati di
comperare nè di vendere nè oro nè argento nè bestie menute nè grandi; e
tutte l'altre cose vendi sicuramente. Non conperare quello giorno
edificamento conpiuto. Medicina lo giorno piglia sicuramente. Battaglia nè
asediamento di terra la mattina insino a mezzo giorno non farai; e da mezzo
giorno inanzi sicuramente puoi fare. Cosa perduta si troverrà, con grande
travaglio. Se voi volete sapore di persone inaverate, con grande travaglio in
pericolo di morte serà. Quelli che è tenuto su libro presentemente
sarà (1387). Se voi volete sapere di persona che sia morsa da serpente o da
bestia arrabiata, ella guarirà e alcuno male non avrà. Persona che è caduta
conperare. Drapi di lana, possessioni, vendere lo giorno e comperare
sicuramente. Tutti edificamenti puoi lo giorno edificare. Viaggi per terra e
per acqua sicuramente comincia. Lo giorno sicuramente ti menova sangue.
Battaglie e asediamento di terra sicuramente potete fare. Inanzi a signoria
sicuramente (1383), e dalla sua parte diritta istà. Cosa perduta si ritroverrà.
Se voi volete sapere di persona malata, ella guarrà; e simigliantemente s'ella
è innaverata. Lo giorno potete vestire roba nuova, cavalcare bestia d'ogni
lato (1384), ma non montare a cavallo dall'alto (1385). Non passare grande
acqua a cavallo. Voi avrete lo vostro disio per signorie. Morso di serpente,
niuno male avrà, se non che grieve sarà, e in grande pericolo di morte.
Quelli che è in viaggio a grande gioia verrà. Fanciullo puoi mettere e tutte
arti. Vostra visione in bene averrà. Femmina pregna con grande pericolo
partorirà.
(1382) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: se lo numero falla in sole sarà buono vendere e
comprare? — Nel C. F. R. solamente SOL.
(1383) Manca il verbo qui come nel C. R. 2. — Nel C. F. R.: devant segnor seurement entres.
(1384) par tout C. F. R.
(1385) en hautesse C. F. R.
Cap. CCCCXXXV. (1386)
Se il novero falla in Venus, quello giorno vi sarà contrario in tutte le
cose, infino a mezzo giorno. E da mezzo giorno inanzi guardati di
comperare nè di vendere nè oro nè argento nè bestie menute nè grandi; e
tutte l'altre cose vendi sicuramente. Non conperare quello giorno
edificamento conpiuto. Medicina lo giorno piglia sicuramente. Battaglia nè
asediamento di terra la mattina insino a mezzo giorno non farai; e da mezzo
giorno inanzi sicuramente puoi fare. Cosa perduta si troverrà, con grande
travaglio. Se voi volete sapore di persone inaverate, con grande travaglio in
pericolo di morte serà. Quelli che è tenuto su libro presentemente
sarà (1387). Se voi volete sapere di persona che sia morsa da serpente o da
bestia arrabiata, ella guarirà e alcuno male non avrà. Persona che è caduta
Page 366
da alto in grande pericolo sarà. Se voi volete sapere di persona che è in
viaggio, tardi verrà, ma in grande allegreza poi verrà. Se voi volete sapere
di signore novello, per femina si consumerà. Con femina lo giorno non
t'acostare. E femina pregna a gran pena partorirà.
(1386) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: se 'l numero falla in Venus che verrà? — Il C. F. R: VENUS.
(1387) Mancano queste parole così al C. R. 2. come al C. F. R. — Intenderei per quelli che è tenuto
su libro, il debitore. E forse dopo sarà deve leggersi chiamato in giudizio.
Cap. CCCCXXXVI. (1388)
Se lo novero falla in Mercurio, lo giorno ti guarda di vendere e di
conperare tutte cose per guadagnare. Lo giorno puoi cominciare viaggio. Lo
giorno non entrare di conpagnia di piccolo uomo (1389). Lo giorno ti
guarda bene. Sposa moglie (1390). Lo giorno sicuramente isciemerati
sangue. Non fare battaglie. Asediamenti lo giorno comincia. Cosa perduta
tosto ritroverrai. Se voi volete sapere di persona malata, in grande pericolo
sarà; e se ella è innaverata, guarrà. Fanciullo lo giorno non mettere a niuna
arte. Se puoi, conpera possessione. Femina gravida con grande pericolo
partorirà (1391).
(1388) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: se 'l nomero falla in Mercurio che cosa è buono a fare? Il
C. F. R.: MERCURIUS.
(1389) Garde toi le ior de conpagnie de home petit a grant barbe C. F. R.
(1390) Non possiamo corr. col C. R. 2. dove la lezione è peggiore che nel nostro — Il C. F. R.: a
feme ieune peus avoir compagnie.
(1391) Manca al n. t. e al C. R. 2. il Cap. intit. LUNA nel C. F. R.
Cap. CCCCXXXVII. (1392)
viaggio, tardi verrà, ma in grande allegreza poi verrà. Se voi volete sapere
di signore novello, per femina si consumerà. Con femina lo giorno non
t'acostare. E femina pregna a gran pena partorirà.
(1386) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: se 'l numero falla in Venus che verrà? — Il C. F. R: VENUS.
(1387) Mancano queste parole così al C. R. 2. come al C. F. R. — Intenderei per quelli che è tenuto
su libro, il debitore. E forse dopo sarà deve leggersi chiamato in giudizio.
Cap. CCCCXXXVI. (1388)
Se lo novero falla in Mercurio, lo giorno ti guarda di vendere e di
conperare tutte cose per guadagnare. Lo giorno puoi cominciare viaggio. Lo
giorno non entrare di conpagnia di piccolo uomo (1389). Lo giorno ti
guarda bene. Sposa moglie (1390). Lo giorno sicuramente isciemerati
sangue. Non fare battaglie. Asediamenti lo giorno comincia. Cosa perduta
tosto ritroverrai. Se voi volete sapere di persona malata, in grande pericolo
sarà; e se ella è innaverata, guarrà. Fanciullo lo giorno non mettere a niuna
arte. Se puoi, conpera possessione. Femina gravida con grande pericolo
partorirà (1391).
(1388) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: se 'l nomero falla in Mercurio che cosa è buono a fare? Il
C. F. R.: MERCURIUS.
(1389) Garde toi le ior de conpagnie de home petit a grant barbe C. F. R.
(1390) Non possiamo corr. col C. R. 2. dove la lezione è peggiore che nel nostro — Il C. F. R.: a
feme ieune peus avoir compagnie.
(1391) Manca al n. t. e al C. R. 2. il Cap. intit. LUNA nel C. F. R.
Cap. CCCCXXXVII. (1392)
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Per le due cose che si chiamano caput e cauda, e per lo sole e per la
luna e per gli segni che trascorrono nei loro camini, quando la luna iscontra
col sole, allora toglie brunore della terra, e toglie lo chiarore (1393).
ARIES
LEO
SAGITTARIO.
Sono di natura di
fuoco, e sono
orientali.
luna e per gli segni che trascorrono nei loro camini, quando la luna iscontra
col sole, allora toglie brunore della terra, e toglie lo chiarore (1393).
ARIES
LEO
SAGITTARIO.
Sono di natura di
fuoco, e sono
orientali.
Page 368
TAURUS
VIRGO
CAPICORNIO.
Si sono di natura di
terra, si sono
meridionali
GEMINI
LIBRA
AQUARIO.
Questi sono di natura
di vento, e sono
occidentali.
CANCER
SCORPIO
PISCES.
Questi sono di natura
d'acque, e sono
settentrionali
(1392) Questo Cap. nel C. R. 2. ha per titolo: Lo re
domanda: la scurità del sole e della luna e
delle stelle, come si possono scontrare e fare
così grande scurità quand'è così bello tempo?
(1393) Le due figure che seguono mancano al
C. R. 2. e al C. F. R.
Cap. CCCCXXXVIII. (1394)
VIRGO
CAPICORNIO.
Si sono di natura di
terra, si sono
meridionali
GEMINI
LIBRA
AQUARIO.
Questi sono di natura
di vento, e sono
occidentali.
CANCER
SCORPIO
PISCES.
Questi sono di natura
d'acque, e sono
settentrionali
(1392) Questo Cap. nel C. R. 2. ha per titolo: Lo re
domanda: la scurità del sole e della luna e
delle stelle, come si possono scontrare e fare
così grande scurità quand'è così bello tempo?
(1393) Le due figure che seguono mancano al
C. R. 2. e al C. F. R.
Cap. CCCCXXXVIII. (1394)
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Per la ruota della stonomia e per la natura (1395) del fanciullo può
l'uomo sapere cio ch'egli avrà intera (1396) la sua vita. Che lo giorno e la
notte àe XXIIII ore, e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno punto può
nasciere una persona, che non si somiglierebono del tutto, e s'egli (1397) si
somigliassero d'alcuna cosa, di richeza o di povertà o di morte o di malizia,
e di cogitazioni e di volontà o d'alcuna altra cosa; chè le diferenze sono pure
visibili e non visibili. E se alcuna persona avesse in cuore alcuna
cogitazione, o di segnale (1398), dentro e di fuori, conciosiacosa ch'egli
fosse piccolo come una punta d'ago; e un'altra persona no' l'avesse in sè,
egli non sono mica d'una maniera. Se tre uomini fossono d'una volontà e
d'uno godere e d'una maniera, e che di tutte cose si somigliassono, e uno
avesse uno piccolo segnale al petto, gli altri noll'avessero, anzi l'avessero
alla spalla o in altro luogo, dunque non si somiglierebono tra loro, che
alcuna diferenza non avesse tra loro. Perciò in uno punto del giorno e della
notte nascono due criature, già perciò non si somiglierebono del tutto. E
perciò sono le diferenze de' punti delle XXIIII ore. E perciò Idio volle che
niuno uomo sapesse quello ch'egli sapea; ma egli comandò bene che uomo
sapesse alcuna cosa. E le cose che l'uomo non potesse sapere nè ritenere,
egli le riceve (1399) in lui; e da sè niuno le potesse sapere, se non egli, e
quelli a cu' egli comanderà lo suo comandamento, ch'egli lo saprà, cio è a
sapere le cogitazioni e i pensieri e la volontà e la morte e l'ore e punti e le
diferenzie delle creature, e molte altre cose, che niuno le puote sapere, se
non Iddio e quelli che egli vuole che le sappiano. Gli angioli no' le possono
sapere, se non per la volontà di Dio. Ma bene ci à egli dato per la sua
misericordia iscienzia di sapere dell'altre cose che sono avenire, e di ciò che
averrà a una persona, per questa arte. E volle Iddio e degniò che noi la
sapessimo; così com'egli aprese per lo suo angelo a Giafet lo figliuolo di
Noè. E se tu vorrai sapere che averrà a una persona, in tutta sua vita, in sua
natura (1400), lo potrai sapere.
(1394) Nel C. R. 2. ha per titolo: Lo re domanda come potrebe sapere l'omo quello che de' avere
alcuna persona in tutta sua vita.
(1395) nativite C. F. R.
(1396) in tutta C. R. 2.
(1397) Bisogna intendere: anche se essi somigliassero; o meglio: come che essi somigliassero.
(1398) Intenderei o alcuno segnale, sebbene piccolo, come punta d'ago.
(1399) le ritenne C. R. 2.
(1400) natività C. R. 2.
l'uomo sapere cio ch'egli avrà intera (1396) la sua vita. Che lo giorno e la
notte àe XXIIII ore, e ciascuna ora è MLXXX punti; e ciascuno punto può
nasciere una persona, che non si somiglierebono del tutto, e s'egli (1397) si
somigliassero d'alcuna cosa, di richeza o di povertà o di morte o di malizia,
e di cogitazioni e di volontà o d'alcuna altra cosa; chè le diferenze sono pure
visibili e non visibili. E se alcuna persona avesse in cuore alcuna
cogitazione, o di segnale (1398), dentro e di fuori, conciosiacosa ch'egli
fosse piccolo come una punta d'ago; e un'altra persona no' l'avesse in sè,
egli non sono mica d'una maniera. Se tre uomini fossono d'una volontà e
d'uno godere e d'una maniera, e che di tutte cose si somigliassono, e uno
avesse uno piccolo segnale al petto, gli altri noll'avessero, anzi l'avessero
alla spalla o in altro luogo, dunque non si somiglierebono tra loro, che
alcuna diferenza non avesse tra loro. Perciò in uno punto del giorno e della
notte nascono due criature, già perciò non si somiglierebono del tutto. E
perciò sono le diferenze de' punti delle XXIIII ore. E perciò Idio volle che
niuno uomo sapesse quello ch'egli sapea; ma egli comandò bene che uomo
sapesse alcuna cosa. E le cose che l'uomo non potesse sapere nè ritenere,
egli le riceve (1399) in lui; e da sè niuno le potesse sapere, se non egli, e
quelli a cu' egli comanderà lo suo comandamento, ch'egli lo saprà, cio è a
sapere le cogitazioni e i pensieri e la volontà e la morte e l'ore e punti e le
diferenzie delle creature, e molte altre cose, che niuno le puote sapere, se
non Iddio e quelli che egli vuole che le sappiano. Gli angioli no' le possono
sapere, se non per la volontà di Dio. Ma bene ci à egli dato per la sua
misericordia iscienzia di sapere dell'altre cose che sono avenire, e di ciò che
averrà a una persona, per questa arte. E volle Iddio e degniò che noi la
sapessimo; così com'egli aprese per lo suo angelo a Giafet lo figliuolo di
Noè. E se tu vorrai sapere che averrà a una persona, in tutta sua vita, in sua
natura (1400), lo potrai sapere.
(1394) Nel C. R. 2. ha per titolo: Lo re domanda come potrebe sapere l'omo quello che de' avere
alcuna persona in tutta sua vita.
(1395) nativite C. F. R.
(1396) in tutta C. R. 2.
(1397) Bisogna intendere: anche se essi somigliassero; o meglio: come che essi somigliassero.
(1398) Intenderei o alcuno segnale, sebbene piccolo, come punta d'ago.
(1399) le ritenne C. R. 2.
(1400) natività C. R. 2.
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Cap. CCCCXXXVIIII. (1401)
Quando la femina partorisce inanzi lo suo partorire d'uno giorno o di
più, tu inchinerai lo tuo cuore verso Dio e la tua pensata verso tutta
gente (1402); e ti terrai netto di tuo corpo e di tutti peccati e di follia. E in
su questa maniera ti terrai infino al partorire. E priega Dio, di buon cuore,
che ti dia asapere dell'essere di quella criatura. E a quella ora che la femina
vorrà partorire tu sarai in disparte, in un altro luogo, ove tu potrai udire
l'affare, gli gridi ch'ella farà (1403); e si avrai la tua ruota in uno luogo
presso di te; e arai apostata una persona, che ti gridi o faccia cenno in quello
punto. Tu alluminerai la candela ch'è di sopra alla ruota, e in sulla pianeta
ove lo chiarore discienderà, quella sarà la pianeta del fanciullo. Quello
capitolo di quella pianeta potrai sapere, e il fatto di quello fanciullo; e ciò
che sarà di lui discienderà sopra la pianeta. E quando tu avrai fatto
accendere la candela ne la ruota, fa' alungare tutti gli altri lumi, per meglio
vedere lo chiarore della candela della tua ruota. E se lo lume tocca in due
pianete, la natura del fanciullo sarà in quello che lo lume avrà più toccato. E
se tu vuogli sapere lo contradio del fanciullo, tu lo potrai sapere.
(1401) Nel C. R. 2. ha questo titolo: Lo re domanda: potrebe l'omo sapere la ventura de' fanciulli?
(1402) et la pensee envers Dieu et vers toutes choses C. F. R.
(1403) Queste parole ci fanno ricordare di quel Morin astrologo, che stava nascosto presso la camera
di Anna d'Austria, per trarre l'oroscopo del gran re nascituro.
Cap. CCCCXXXX. (1404)
Per gli segni che saranno in quella ora e incontro a quella pianeta, ove
lo chiarore discienderà sopra lei; che altresì come le pianete si volgono in
cielo, altressì si volgono i segni, e molto più tosto.
(1404) Nel C. R. 2.: Lo re domanda come si potrebe sapere li segni che saranno al punto della
natività de' fanciulli.
Quando la femina partorisce inanzi lo suo partorire d'uno giorno o di
più, tu inchinerai lo tuo cuore verso Dio e la tua pensata verso tutta
gente (1402); e ti terrai netto di tuo corpo e di tutti peccati e di follia. E in
su questa maniera ti terrai infino al partorire. E priega Dio, di buon cuore,
che ti dia asapere dell'essere di quella criatura. E a quella ora che la femina
vorrà partorire tu sarai in disparte, in un altro luogo, ove tu potrai udire
l'affare, gli gridi ch'ella farà (1403); e si avrai la tua ruota in uno luogo
presso di te; e arai apostata una persona, che ti gridi o faccia cenno in quello
punto. Tu alluminerai la candela ch'è di sopra alla ruota, e in sulla pianeta
ove lo chiarore discienderà, quella sarà la pianeta del fanciullo. Quello
capitolo di quella pianeta potrai sapere, e il fatto di quello fanciullo; e ciò
che sarà di lui discienderà sopra la pianeta. E quando tu avrai fatto
accendere la candela ne la ruota, fa' alungare tutti gli altri lumi, per meglio
vedere lo chiarore della candela della tua ruota. E se lo lume tocca in due
pianete, la natura del fanciullo sarà in quello che lo lume avrà più toccato. E
se tu vuogli sapere lo contradio del fanciullo, tu lo potrai sapere.
(1401) Nel C. R. 2. ha questo titolo: Lo re domanda: potrebe l'omo sapere la ventura de' fanciulli?
(1402) et la pensee envers Dieu et vers toutes choses C. F. R.
(1403) Queste parole ci fanno ricordare di quel Morin astrologo, che stava nascosto presso la camera
di Anna d'Austria, per trarre l'oroscopo del gran re nascituro.
Cap. CCCCXXXX. (1404)
Per gli segni che saranno in quella ora e incontro a quella pianeta, ove
lo chiarore discienderà sopra lei; che altresì come le pianete si volgono in
cielo, altressì si volgono i segni, e molto più tosto.
(1404) Nel C. R. 2.: Lo re domanda come si potrebe sapere li segni che saranno al punto della
natività de' fanciulli.
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Cap. CCCCXXXXI. (1405)
Quando tu fedirai la ruota d'una mano, per fare lo suo torno, e tu
falli (1406), e se tu la fiedi e ella non si volgie, non ti travagliare più in
quello fanciullo (1407). E se ella torna al primo colpo, nolla fedire più. E se
voi volete conoscere la pianeta del fanciullo, prendete gli punti della
pianeta; e pigliate lo nome del giorno e del mese in che lo fanciullo è nato;
e pigliate i punti che sono sopra le lettere; e ciascuno punto mette una volta.
E se lo fanciullo è nato da prima sera infino alla mezza notte, si sarà contato
del giorno che dee entrare; e altrettale conta del mese e della luna. E quando
voi averete presi i punti della pianeta e i punti del mese e i punti del giorno,
tu farai di tutti una somma; e li nomeri disparte (1408) tu abatterai, sicchè
rimangano pari; e poi abbatterai XV; e poi fa' li punti de' segni, e abbattine
VII; e lo rimanente conta VII a VII, sopra gli XII segni, e si comincerai da
Virgo; e in quello segno sarà incontrata la pianeta del fanciullo, al punto di
sua natura. E per quello segno potrai conoscere l'arte e i punti da sua natura,
e la contrario, e la vita che sarà del fanciullo; che per lo segno corre l'arte e
li punti e la vita e lo contrario, e lo segnale di tutte le criature, secondo lo
'ncontramento di sua pianeta, che sarà al punto di sua natura; e tutte cose
della persona come della pianeta.
(1405) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: come avrai tu toccata la ruota colla mano per fare lo suo
torno?
(1406) et tu failles III fois de ferir C. F. R.
(1407) Il C. F. R. aggiunge: car il ne touchera mie les VII jors.
(1408) Così anche il C. R. 2., ma è da credere abbia a leggersi non disparte ma dispari. — Il C. F. R.
ha: nomp (così). — Supponiamo da intendere non paires.
Cap. CCCCXXXXII. (1409)
Se tu vuogli conoscere l'essere d'una persona, che tu non sia istato al
suo nasciere, e conosciere grande partita di quello che sarà di lei, piglia lo
suo diritto nome, e quello della sua madre, e li nomi delle VII pianete, e
Quando tu fedirai la ruota d'una mano, per fare lo suo torno, e tu
falli (1406), e se tu la fiedi e ella non si volgie, non ti travagliare più in
quello fanciullo (1407). E se ella torna al primo colpo, nolla fedire più. E se
voi volete conoscere la pianeta del fanciullo, prendete gli punti della
pianeta; e pigliate lo nome del giorno e del mese in che lo fanciullo è nato;
e pigliate i punti che sono sopra le lettere; e ciascuno punto mette una volta.
E se lo fanciullo è nato da prima sera infino alla mezza notte, si sarà contato
del giorno che dee entrare; e altrettale conta del mese e della luna. E quando
voi averete presi i punti della pianeta e i punti del mese e i punti del giorno,
tu farai di tutti una somma; e li nomeri disparte (1408) tu abatterai, sicchè
rimangano pari; e poi abbatterai XV; e poi fa' li punti de' segni, e abbattine
VII; e lo rimanente conta VII a VII, sopra gli XII segni, e si comincerai da
Virgo; e in quello segno sarà incontrata la pianeta del fanciullo, al punto di
sua natura. E per quello segno potrai conoscere l'arte e i punti da sua natura,
e la contrario, e la vita che sarà del fanciullo; che per lo segno corre l'arte e
li punti e la vita e lo contrario, e lo segnale di tutte le criature, secondo lo
'ncontramento di sua pianeta, che sarà al punto di sua natura; e tutte cose
della persona come della pianeta.
(1405) Nel C. R. 2.: Lo re domanda: come avrai tu toccata la ruota colla mano per fare lo suo
torno?
(1406) et tu failles III fois de ferir C. F. R.
(1407) Il C. F. R. aggiunge: car il ne touchera mie les VII jors.
(1408) Così anche il C. R. 2., ma è da credere abbia a leggersi non disparte ma dispari. — Il C. F. R.
ha: nomp (così). — Supponiamo da intendere non paires.
Cap. CCCCXXXXII. (1409)
Se tu vuogli conoscere l'essere d'una persona, che tu non sia istato al
suo nasciere, e conosciere grande partita di quello che sarà di lei, piglia lo
suo diritto nome, e quello della sua madre, e li nomi delle VII pianete, e
Page 372
pigliate i punti, e i punti delle lettere per ciascuna lettera una volta; e
contate tutti gli punti che voi pigliate per decine, VII a VII; e ciò che
dimora (1410), si abatte. E poi contate lo settimo per decine altra volta; e
ciò che iscanperà, si abatte. E poi fate delle decine una somma, e si abattete
di loro VII; e lo rimanente contate sopra li XII segni; e cominciate a
Capicornio, e contateli VII a VII. E là ove finirà quello segno, si pigliate lo
nome di quello segno, e per ciascuna lettera una volta; e piglia li punti
medesimi che sono di quello detto segno, e tutti i punti che tu ài abattuti, e
fa una somma, e conta sopra le VII pianete una a una, e comincia a Saturno.
E là ove gli punti falleranno, quella pianeta è di quella persona; e al capitolo
di quella pianeta conoscierai l'essere di quella persona. E se tu vorrai
conosciere lo segno, leggi tutti gli segni di quella pianeta; e quello che
toccherà più a sua maniera e al suo fatto, quello sarà lo suo segno.
Queste sono le lettere e gli loro punti:
XII. X. XIIII. L. LI. XI. II. XLVI. V. VI. XI. X. VIIII. XXI. XLIIII.
IIII. VIII. III. X. VIIII. IIII. LVIII. XIII. II. — A B C D E F G H I K L M N
O P Q R S T V X Y. —
Queste sono le pianete e li loro punti, sopra loro, per ragione ordinati:
XI VIIII XX XVIII
SATURNUS IUPITER MARS SOL
XVI XIII VII
VENUS MERCURIUS LUNA.
Questi sono gli segni e gli loro punti sopra loro:
XV X VIII XXIII
ARIES, TAURUS, GEMINI, CANCER,
XII XVII XIIII XVIII
LEO, VIRGO, LIBRA, SCORPIO,
VIIII XXXI XIII
SAGITARIO, CAPICORNIO, AQUARIO,
XVII
PISCIES.
contate tutti gli punti che voi pigliate per decine, VII a VII; e ciò che
dimora (1410), si abatte. E poi contate lo settimo per decine altra volta; e
ciò che iscanperà, si abatte. E poi fate delle decine una somma, e si abattete
di loro VII; e lo rimanente contate sopra li XII segni; e cominciate a
Capicornio, e contateli VII a VII. E là ove finirà quello segno, si pigliate lo
nome di quello segno, e per ciascuna lettera una volta; e piglia li punti
medesimi che sono di quello detto segno, e tutti i punti che tu ài abattuti, e
fa una somma, e conta sopra le VII pianete una a una, e comincia a Saturno.
E là ove gli punti falleranno, quella pianeta è di quella persona; e al capitolo
di quella pianeta conoscierai l'essere di quella persona. E se tu vorrai
conosciere lo segno, leggi tutti gli segni di quella pianeta; e quello che
toccherà più a sua maniera e al suo fatto, quello sarà lo suo segno.
Queste sono le lettere e gli loro punti:
XII. X. XIIII. L. LI. XI. II. XLVI. V. VI. XI. X. VIIII. XXI. XLIIII.
IIII. VIII. III. X. VIIII. IIII. LVIII. XIII. II. — A B C D E F G H I K L M N
O P Q R S T V X Y. —
Queste sono le pianete e li loro punti, sopra loro, per ragione ordinati:
XI VIIII XX XVIII
SATURNUS IUPITER MARS SOL
XVI XIII VII
VENUS MERCURIUS LUNA.
Questi sono gli segni e gli loro punti sopra loro:
XV X VIII XXIII
ARIES, TAURUS, GEMINI, CANCER,
XII XVII XIIII XVIII
LEO, VIRGO, LIBRA, SCORPIO,
VIIII XXXI XIII
SAGITARIO, CAPICORNIO, AQUARIO,
XVII
PISCIES.
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(1409) Nel C. R. 2.: Lo re domanda se l'omo potrebe sapere o conosciere la pianeta d'una persona
che tu non sia stato al suo nascimento.
(1410) ciò che ne scanperà C. R. 2.
Questi sono gli vii capitoli delle vii pianete:
Cap. CCCCXLIII.
Saturno inprimamente.
Fanciullo ch'è nato in quella (1411), egli saràe noioso garzone a
nutricare; e sarà in pericolo d'essere infermo in sua gioventudine. Egli
crescerà in bene; e averà forte malattia; e sarà folle garzone. E quand'egli
passerà gli IIII anni, egli sarà pauroso e codardo; e da X anni insino a XIIII,
sarà in pericolo d'annegare in acqua; e da XXV anni innanzi venture (1412)
averà in bestie cavalline. E si sarà grande uomo bruno, con grande barba; e
piglierà in sua vita tre mogli: l'una sarà pulcella e l'altra no. E sarà
malinconoso; e spesso perderà e spesso guadagnerà. E sarà amato da uno
grande signore sanza profitto; e sarà odiato da' suoi parenti. E sarà grande
manicatore e piccolo bevitore; e sarà troppo frettoloso; e amerà di fare
servigio alle genti. Volentieri udirà novelle, volentieri l'ascolterà. Amerà la
moneta, e sarà cupido e scarso; e spesso si muterà d'un luogo in un altro; e
non avrà ventura di conpagnia. E sarà di buono pentimento; e dotterà li suoi
nimici; e sarà molto lusurioso; e avrà aversità in sua vita; e perderà sangue
di suo corpo di ghiado (1413). Le collere nere signoregeranno lo suo corpo.
Le vivande agre gli faranno male. Dotterà troppo lo freddo. Lo migliore
giorno della settimana si sarà la domenica; e de' mesi, lo settenbre; e de'
colori, lo vestimento biadetto.
(1411) in questo pianeta C. R. 2.
(1412) Manca al n. t. innanzi e venture. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1413) perdra sanc de son cors de glaive C. F. R. — Così spiegasi il di ghiado, che nel C. R. 2. non
leggesi.
che tu non sia stato al suo nascimento.
(1410) ciò che ne scanperà C. R. 2.
Questi sono gli vii capitoli delle vii pianete:
Cap. CCCCXLIII.
Saturno inprimamente.
Fanciullo ch'è nato in quella (1411), egli saràe noioso garzone a
nutricare; e sarà in pericolo d'essere infermo in sua gioventudine. Egli
crescerà in bene; e averà forte malattia; e sarà folle garzone. E quand'egli
passerà gli IIII anni, egli sarà pauroso e codardo; e da X anni insino a XIIII,
sarà in pericolo d'annegare in acqua; e da XXV anni innanzi venture (1412)
averà in bestie cavalline. E si sarà grande uomo bruno, con grande barba; e
piglierà in sua vita tre mogli: l'una sarà pulcella e l'altra no. E sarà
malinconoso; e spesso perderà e spesso guadagnerà. E sarà amato da uno
grande signore sanza profitto; e sarà odiato da' suoi parenti. E sarà grande
manicatore e piccolo bevitore; e sarà troppo frettoloso; e amerà di fare
servigio alle genti. Volentieri udirà novelle, volentieri l'ascolterà. Amerà la
moneta, e sarà cupido e scarso; e spesso si muterà d'un luogo in un altro; e
non avrà ventura di conpagnia. E sarà di buono pentimento; e dotterà li suoi
nimici; e sarà molto lusurioso; e avrà aversità in sua vita; e perderà sangue
di suo corpo di ghiado (1413). Le collere nere signoregeranno lo suo corpo.
Le vivande agre gli faranno male. Dotterà troppo lo freddo. Lo migliore
giorno della settimana si sarà la domenica; e de' mesi, lo settenbre; e de'
colori, lo vestimento biadetto.
(1411) in questo pianeta C. R. 2.
(1412) Manca al n. t. innanzi e venture. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1413) perdra sanc de son cors de glaive C. F. R. — Così spiegasi il di ghiado, che nel C. R. 2. non
leggesi.
Page 374
Cap. CCCCXLIIII.
Lo re domanda: se Aries è stato contrario alla sua pianeta che sarà? Sidrac
risponde:
Se Aries lo primo segno è contrario alla sua pianeta, al punto di sua
natura, egli morrà piccolo fanciullo. Se Saturno è stato, egli averà arte di
lavoro di terra; e fia rubello (1414) uomo, ma povero sarà; e avrà segno nel
ventre, e sarà in pericolo di bestie. E se egli di questo scanpa, egli viverà
lungamente.
(1414) bello C. R. 2.
Cap. CCCCXLV.
Lo re domanda: se Gemini è stato che sarà? Sidrac risponde:
Se Gemini è stato, sarà in pericolo d'acqua; e se egli di questo scanpa,
viverà brieve tempo. Se Cancer v'è stato, elli diventerà contratto, e non avrà
niuna arte. Se Leo v'è stato, egli sarà uomo d'arme; e sarà comunale cogli
altri uomini; e avrà segno nel collo; e sarà in pericolo di morte d'arme; e se
di questo scanperà, viverà lungamente. Se Virgo sarà, egli morrà piccolo
fanciullo. Se Libra v'è stato, egli avrà arte di stormenti. Se Scorpio v'è stato,
egli averà arte di ferro, e sarà povero uomo. Se Capicornio v'è stato, egli
avrà arte d'agora (1415), e avrà segno nel volto, e morrà giovane. Se
Aquario v'è stato, sarà lavoratore di terra, e avrà segno nella mano. Se
Pisces v'è stato, egli avrà arte d'andare e di vienire. E se la creatura è
femmina, tutto in questa gli averrà.
(1415) Agora per aghi non è registrato nella Crusca, la quale però definisce l'agorajo, chi fa o vende
l'agora cioè gli aghi.
Lo re domanda: se Aries è stato contrario alla sua pianeta che sarà? Sidrac
risponde:
Se Aries lo primo segno è contrario alla sua pianeta, al punto di sua
natura, egli morrà piccolo fanciullo. Se Saturno è stato, egli averà arte di
lavoro di terra; e fia rubello (1414) uomo, ma povero sarà; e avrà segno nel
ventre, e sarà in pericolo di bestie. E se egli di questo scanpa, egli viverà
lungamente.
(1414) bello C. R. 2.
Cap. CCCCXLV.
Lo re domanda: se Gemini è stato che sarà? Sidrac risponde:
Se Gemini è stato, sarà in pericolo d'acqua; e se egli di questo scanpa,
viverà brieve tempo. Se Cancer v'è stato, elli diventerà contratto, e non avrà
niuna arte. Se Leo v'è stato, egli sarà uomo d'arme; e sarà comunale cogli
altri uomini; e avrà segno nel collo; e sarà in pericolo di morte d'arme; e se
di questo scanperà, viverà lungamente. Se Virgo sarà, egli morrà piccolo
fanciullo. Se Libra v'è stato, egli avrà arte di stormenti. Se Scorpio v'è stato,
egli averà arte di ferro, e sarà povero uomo. Se Capicornio v'è stato, egli
avrà arte d'agora (1415), e avrà segno nel volto, e morrà giovane. Se
Aquario v'è stato, sarà lavoratore di terra, e avrà segno nella mano. Se
Pisces v'è stato, egli avrà arte d'andare e di vienire. E se la creatura è
femmina, tutto in questa gli averrà.
(1415) Agora per aghi non è registrato nella Crusca, la quale però definisce l'agorajo, chi fa o vende
l'agora cioè gli aghi.
Page 375
Cap. CCCCXLVI.
Lo re domanda: che sarà del fanciullo se Aries è stato contra a Iuppiter?
Sidrac risponde:
Lo fanciullo che sarà nato in questa pianeta sarà fello garzone, e avrà
grande malattie, e scamperà di morte; e da XVIIII anni infino a XXVIII
sarà fedito di tre fedite, e perderà molto sangue; e da XX anni infino a XL
sarà fedito di V fedite. E sarà di grandi mali incolpato. E sarà grande uomo
rosso; e avrà occhi neri, e male ne' denti (1416); e si frammetterà tra grandi
signori, e averà onore e prode di loro. E sarà sottile e coperto (1417). E
piglierà due mogli, e amendue vedove. Se Aries lo primo segno è stato
contra la sua pianeta, al punto di sua natura, sarà ricco uomo, e venderà e
conperrà; e fia in pericolo; se di questo scanpa, viverà comunale tenpo. Se
Taurus vi fia istato, egli averàe arte di ferro, e sarà povero uomo; e avrà
segno nel collo; e avrà pericoli di fuoco; e se di questo canperà, viverà
comunal tenpo. Se Gemini v'è stato, avrà arte di tessere (1418), e sarà ricco
uomo; e avrà segnale nel volto; e sarà in pericolo di pietra (1419); e se di
questo scampa, viverà poco. Se Cancer v'è stato, egli sarà possente uomo; e
avrà segno nel capo; e sarà in pericolo d'acqua; e se di questo scanpa, viverà
lungo tempo. Se Leo v'è stato, egli sarà ronpitore di pietre (1420); e avrà
segnale nel collo; e avrà pericolo di cadere dirupo (1421); e se di questo
scanpa, viverà comunal tenpo. Se Virgo v'è stata, egli avrà arte di lettera; e
sarà savio uomo; e avrà segno nella coscia; e avrà pericolo d'acqua; e se di
questo scanpa, viverà gran tenpo. Se Libra v'è stata, egli avrà arte di colori;
e fia comunale uomo di persona; e sarà in pericolo d'essere magagnato; e se
di questo scanpa, viverà lungo tenpo. Se Scorpio v'è stato, egli averà segno
al bellico, e viverà poco. Se Sagittario v'è stato, egli sarà maestro d'ascia; e
sarà ricco; e avrà segno nella gota. Se Capicornio v'è stato, egli morrà
giovane fanciullo, e avrà segno nelle giunte, e sarà bello garzone. Se Pisces
v'è stato, egli sarà barattiere e trincatore (1422); e sarà povero uomo; e avrà
segno nella gola; e avrà pericolo di morire subito (1423); e se di questo egli
canpa, viverà lungo tenpo. E s'ell'è creatura femmina, in questo mondo sarà
lo suo essere in tutte cose che a femina apartiene.
(1416) e malvedenti C. R. 2.
Lo re domanda: che sarà del fanciullo se Aries è stato contra a Iuppiter?
Sidrac risponde:
Lo fanciullo che sarà nato in questa pianeta sarà fello garzone, e avrà
grande malattie, e scamperà di morte; e da XVIIII anni infino a XXVIII
sarà fedito di tre fedite, e perderà molto sangue; e da XX anni infino a XL
sarà fedito di V fedite. E sarà di grandi mali incolpato. E sarà grande uomo
rosso; e avrà occhi neri, e male ne' denti (1416); e si frammetterà tra grandi
signori, e averà onore e prode di loro. E sarà sottile e coperto (1417). E
piglierà due mogli, e amendue vedove. Se Aries lo primo segno è stato
contra la sua pianeta, al punto di sua natura, sarà ricco uomo, e venderà e
conperrà; e fia in pericolo; se di questo scanpa, viverà comunale tenpo. Se
Taurus vi fia istato, egli averàe arte di ferro, e sarà povero uomo; e avrà
segno nel collo; e avrà pericoli di fuoco; e se di questo canperà, viverà
comunal tenpo. Se Gemini v'è stato, avrà arte di tessere (1418), e sarà ricco
uomo; e avrà segnale nel volto; e sarà in pericolo di pietra (1419); e se di
questo scampa, viverà poco. Se Cancer v'è stato, egli sarà possente uomo; e
avrà segno nel capo; e sarà in pericolo d'acqua; e se di questo scanpa, viverà
lungo tempo. Se Leo v'è stato, egli sarà ronpitore di pietre (1420); e avrà
segnale nel collo; e avrà pericolo di cadere dirupo (1421); e se di questo
scanpa, viverà comunal tenpo. Se Virgo v'è stata, egli avrà arte di lettera; e
sarà savio uomo; e avrà segno nella coscia; e avrà pericolo d'acqua; e se di
questo scanpa, viverà gran tenpo. Se Libra v'è stata, egli avrà arte di colori;
e fia comunale uomo di persona; e sarà in pericolo d'essere magagnato; e se
di questo scanpa, viverà lungo tenpo. Se Scorpio v'è stato, egli averà segno
al bellico, e viverà poco. Se Sagittario v'è stato, egli sarà maestro d'ascia; e
sarà ricco; e avrà segno nella gota. Se Capicornio v'è stato, egli morrà
giovane fanciullo, e avrà segno nelle giunte, e sarà bello garzone. Se Pisces
v'è stato, egli sarà barattiere e trincatore (1422); e sarà povero uomo; e avrà
segno nella gola; e avrà pericolo di morire subito (1423); e se di questo egli
canpa, viverà lungo tenpo. E s'ell'è creatura femmina, in questo mondo sarà
lo suo essere in tutte cose che a femina apartiene.
(1416) e malvedenti C. R. 2.
Page 376
(1417) soutil et parfont C. F. R.
(1418) art de letre et de penne C. F. R.
(1419) de glaive C. F. R.
(1420) il aura art d'armes C. F. R.
(1421) di alto C. R. 2. — de morir de cop de best. C. F. R. — Potrebbe intendersi: cadere da un
dirupo; o forse cadere e dirupare.
(1422) brigante C. R. 2.
(1423) di morte subitana C. R. 2.
Cap. CCCCXLVII.
Lo re domanda: che sarà del fanciullo se Aries è stato contro alla sua
pianeta, e Iupiter al punto della sua natività? Sidrac risponde:
Lo garzone che è nato in questa pianeta, egli sarà comunale garzone a
nudrire; e da VII anni inanzi avrà grande malatie, infino a XVI anni. Sarà
savio garzone; e avrà ventura di vendere e di conperare; e sarà bello uomo e
bianco e ritondo; e amerassi di portare (1424) nettamente; e dotterà troppo
signoria. Lo suo essere migliorerà tuttavia in riccheza. Egli troverrà avere
sotterra; e sarà amato da femmina e da' suoi. E sarà di grandi pensieri, e
piccolo mangiatore e leggiere; e non amerà nimica troppo lo servigio del
suo Dio. Spesse volte si muterà d'uno luogo in uno altro. E avrà una sola
moglie in sua vita; e avrà molti fanciulli; e sarà di belle parole e di belle
risposte; e sarà pauroso, e molto lusurioso. Le femmine signoreggieranno lo
suo corpo. Le vivande agre gli saranno contrarie. Lo migliore giorno della
settimana gli sarà lunedì; e de' mesi il giugno; e del vestire il bianco.
(1424) e amerà di portare sè C. R. 2.
Cap. CCCCXLVIII.
(1418) art de letre et de penne C. F. R.
(1419) de glaive C. F. R.
(1420) il aura art d'armes C. F. R.
(1421) di alto C. R. 2. — de morir de cop de best. C. F. R. — Potrebbe intendersi: cadere da un
dirupo; o forse cadere e dirupare.
(1422) brigante C. R. 2.
(1423) di morte subitana C. R. 2.
Cap. CCCCXLVII.
Lo re domanda: che sarà del fanciullo se Aries è stato contro alla sua
pianeta, e Iupiter al punto della sua natività? Sidrac risponde:
Lo garzone che è nato in questa pianeta, egli sarà comunale garzone a
nudrire; e da VII anni inanzi avrà grande malatie, infino a XVI anni. Sarà
savio garzone; e avrà ventura di vendere e di conperare; e sarà bello uomo e
bianco e ritondo; e amerassi di portare (1424) nettamente; e dotterà troppo
signoria. Lo suo essere migliorerà tuttavia in riccheza. Egli troverrà avere
sotterra; e sarà amato da femmina e da' suoi. E sarà di grandi pensieri, e
piccolo mangiatore e leggiere; e non amerà nimica troppo lo servigio del
suo Dio. Spesse volte si muterà d'uno luogo in uno altro. E avrà una sola
moglie in sua vita; e avrà molti fanciulli; e sarà di belle parole e di belle
risposte; e sarà pauroso, e molto lusurioso. Le femmine signoreggieranno lo
suo corpo. Le vivande agre gli saranno contrarie. Lo migliore giorno della
settimana gli sarà lunedì; e de' mesi il giugno; e del vestire il bianco.
(1424) e amerà di portare sè C. R. 2.
Cap. CCCCXLVIII.
Page 377
Lo re domanda: che sarà del fanciullo se Aries è stato contrario? Sidrac
risponde:
Se Aries lo primo segno fia istato contro alla sua pianeta, al punto di
sua natura (1425), egli avrà arte di vendere e di conperare, e sarà ricco
uomo; e avrà segno nel ventre; e sarà in pericolo d'acqua; e se egli di questo
scanpa, viverà grande tenpo. Se Taurus v'è stato, egli averàe arte di cuoi; e
sarà povero uomo; e avrà segno nel collo; e sarà in pericolo di signoria; e se
di questo iscanpa, viverà lungo tenpo. Se Gemini vi fia istato, egli avrà arte
di lettera e di penna; e saràe molto savio uomo e ricco e di grande podere; e
avrà segno nel braccio; e avrà pericolo d'acqua; e se di questo scanpa,
viverà brieve tenpo. Se Cancer vi fia istato, egli sarà grande uomo possente:
e avrà segno nelle reni; e sarà in pericolo di morte d'arme; e se di questo
scanpa, viverà gran tenpo. Se Leo v'è stato, egli avrà arte d'arme; e sarà
povero uomo e ardito; e avrà segno presso del fermamento (1426); e sarà in
pericolo di morte di colpo di bestia; e se di questo scanpa, viverà brieve
tenpo. Se Virgo fie stata, egli avrà piccoli figliuoli (1427). Se Libra fia stata,
egli avrà arte di stormenti; e sarà ricco uomo; e avrà segno nel bellico; e fia
in pericolo di signoria; e se di questo scanpa, viverà lungo tenpo. Se
Scorpio v'è stato, egli avrà arte di ferro; e fia povero uomo; e avrà segno
nella natica; e sarà in pericolo di cadere da alto; e se di questo scanpa,
viverà brieve tenpo. Se Capicornio v'è stato, egli avrà arte d'agora; e fia
povero uomo; e avrà segno nel volto; e sarà in pericolo d'essere magagnato;
e morrà giovane. Se Aquario v'è stato, egli sarà lavoratore di terra; e sarà
povero uomo; e morrà giovane sanza niuno pericolo; e avrà segno nelle
mani. Se Piscies fia istato, egli avrà arte d'andare e di venire; e sarà
comunale uomo di podere; e avrà segno al bellico; e sarà in pericolo
d'acqua; e se di questo scanpa, viverà gran tenpo. E se la criatura è
femmina, tutto altressì a questa ragione fia di questa natura, cioè di quello
che apartiene a fatto di femmina.
(1425) natività C. R. 2.
(1426) pres dou fundement C. F. R.
(1427) Così anche nel C. R. 2.; ma crediamo che la vera lezione sia quella del C. F. R.: se Virgo a
este il mora petit enfant.
risponde:
Se Aries lo primo segno fia istato contro alla sua pianeta, al punto di
sua natura (1425), egli avrà arte di vendere e di conperare, e sarà ricco
uomo; e avrà segno nel ventre; e sarà in pericolo d'acqua; e se egli di questo
scanpa, viverà grande tenpo. Se Taurus v'è stato, egli averàe arte di cuoi; e
sarà povero uomo; e avrà segno nel collo; e sarà in pericolo di signoria; e se
di questo iscanpa, viverà lungo tenpo. Se Gemini vi fia istato, egli avrà arte
di lettera e di penna; e saràe molto savio uomo e ricco e di grande podere; e
avrà segno nel braccio; e avrà pericolo d'acqua; e se di questo scanpa,
viverà brieve tenpo. Se Cancer vi fia istato, egli sarà grande uomo possente:
e avrà segno nelle reni; e sarà in pericolo di morte d'arme; e se di questo
scanpa, viverà gran tenpo. Se Leo v'è stato, egli avrà arte d'arme; e sarà
povero uomo e ardito; e avrà segno presso del fermamento (1426); e sarà in
pericolo di morte di colpo di bestia; e se di questo scanpa, viverà brieve
tenpo. Se Virgo fie stata, egli avrà piccoli figliuoli (1427). Se Libra fia stata,
egli avrà arte di stormenti; e sarà ricco uomo; e avrà segno nel bellico; e fia
in pericolo di signoria; e se di questo scanpa, viverà lungo tenpo. Se
Scorpio v'è stato, egli avrà arte di ferro; e fia povero uomo; e avrà segno
nella natica; e sarà in pericolo di cadere da alto; e se di questo scanpa,
viverà brieve tenpo. Se Capicornio v'è stato, egli avrà arte d'agora; e fia
povero uomo; e avrà segno nel volto; e sarà in pericolo d'essere magagnato;
e morrà giovane. Se Aquario v'è stato, egli sarà lavoratore di terra; e sarà
povero uomo; e morrà giovane sanza niuno pericolo; e avrà segno nelle
mani. Se Piscies fia istato, egli avrà arte d'andare e di venire; e sarà
comunale uomo di podere; e avrà segno al bellico; e sarà in pericolo
d'acqua; e se di questo scanpa, viverà gran tenpo. E se la criatura è
femmina, tutto altressì a questa ragione fia di questa natura, cioè di quello
che apartiene a fatto di femmina.
(1425) natività C. R. 2.
(1426) pres dou fundement C. F. R.
(1427) Così anche nel C. R. 2.; ma crediamo che la vera lezione sia quella del C. F. R.: se Virgo a
este il mora petit enfant.
Page 378
Cap. CCCCXLVIIII.
Lo re domanda della natura del garzone (1428). Sidrac risponde:
Lo fanciullo ch'è nato (1429) in questa pianeta sarà buon fanciullo, di
buona aria a nodrire; e avrà grande malizia nella sua gioventudine. Di X
anni sarà umile fanciullo, e amerà lo suo Iddio e lo suo comandamento, e
sarà di buone parole e di buona iscienzia. E sarà lungo uomo e bianco; e
non averà moglie in tutta la sua vita; e non amerà lo peccato; e fia casto; e
piccolo mangiatore e piccolo bevitore. Lo migliore giorno della settimana
gli fia lo martedì; e de' mesi lo maggio. Le collere gialle signoreggieranno
lo suo corpo. E de' vestimenti gli sarà lo biadetto migliore.
(1428) Nel C. F. R. questo Cap. ha per titolo: Mars.
(1429) Nel n. t.: detto. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CCCCL.
Lo re domanda: che sarà dal fanciullo se Aries è stato contro a Sol? Sidrac
risponde:
Se Aries lo primo segno è stato contro la sua pianeta, al punto della sua
natura, egli sarà possente uomo e grande, cioè signore; e avrà segno nel
ventre; e sarà in pericolo d'arme; e se di questo scanpa, viverà gran tenpo.
Se Taurus fia stato, egli non toccherà nimica gli VII anni. Se Gemini fia
stato, egli avrà arte di vendere e di conperare; e non avrà niuno pericolo; e
sarà ricco uomo; e avrà segno nella gamba; e viverà assai. Se Cancer fia
istata, egli viverà piccolo garzone. Se Leo fia stato, egli sarà uomo d'arme; e
avrà segno nel collo. Se Virgo fia stata, egli avrà segno nel volto; e in
pericolo d'acqua, e se di questo scampa, viverà lungamente. Se Libra fia
stata, egli avrà arte di bilancie; e fia ricco uomo; e morrà sanza niuno
Lo re domanda della natura del garzone (1428). Sidrac risponde:
Lo fanciullo ch'è nato (1429) in questa pianeta sarà buon fanciullo, di
buona aria a nodrire; e avrà grande malizia nella sua gioventudine. Di X
anni sarà umile fanciullo, e amerà lo suo Iddio e lo suo comandamento, e
sarà di buone parole e di buona iscienzia. E sarà lungo uomo e bianco; e
non averà moglie in tutta la sua vita; e non amerà lo peccato; e fia casto; e
piccolo mangiatore e piccolo bevitore. Lo migliore giorno della settimana
gli fia lo martedì; e de' mesi lo maggio. Le collere gialle signoreggieranno
lo suo corpo. E de' vestimenti gli sarà lo biadetto migliore.
(1428) Nel C. F. R. questo Cap. ha per titolo: Mars.
(1429) Nel n. t.: detto. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CCCCL.
Lo re domanda: che sarà dal fanciullo se Aries è stato contro a Sol? Sidrac
risponde:
Se Aries lo primo segno è stato contro la sua pianeta, al punto della sua
natura, egli sarà possente uomo e grande, cioè signore; e avrà segno nel
ventre; e sarà in pericolo d'arme; e se di questo scanpa, viverà gran tenpo.
Se Taurus fia stato, egli non toccherà nimica gli VII anni. Se Gemini fia
stato, egli avrà arte di vendere e di conperare; e non avrà niuno pericolo; e
sarà ricco uomo; e avrà segno nella gamba; e viverà assai. Se Cancer fia
istata, egli viverà piccolo garzone. Se Leo fia stato, egli sarà uomo d'arme; e
avrà segno nel collo. Se Virgo fia stata, egli avrà segno nel volto; e in
pericolo d'acqua, e se di questo scampa, viverà lungamente. Se Libra fia
stata, egli avrà arte di bilancie; e fia ricco uomo; e morrà sanza niuno
Page 379
pericolo (1430); e avrà segno nel membro. Se Sagittario fia stato, egli avrà
arte di legname; e sarà ricco uomo; e avrà segno nella coscia o sopra il
pettignone; sarà in pericolo d'essere vocolo; e viverà lungamente. Se
Capicornio fia istato, egli avrà arte di lettera; e morrà giovane; e sarà
povero uomo; e avrà segno al petto. Se Sagittario fia istato, egli avrà arte di
tessere; e fia ricco uomo e comunale. Se Pisces fia istato, egli avrà arte di
lettera; e sarà molto possente uomo, e onorato; e avrà segno al braccio. E se
la criatura fia femina, tutto altressì averrà a questa medesima ragione, a ciò
che a femina s'apartiene.
(1430) e sarà in pericolo d'essere vocolo C. R. 2.
Cap. CCCCLI.
Lo re domanda: che sarà del fanciullo nato in Mercurio, che ne dice elli?
Sidrac risponde:
Lo fanciullo che è nato in questa pianeta sarà amato in sua piccolezza
dalla gente; e sarà avenente, e di buona notricatura. E poi diventerà
orgoglioso e maldicente; e sarà fedito di lancia per la sua lingua; e sarà
scarso e cupido. E piglierà una femmina in sua vita, e avrà due fanciulli. E
sarà di male parole e di mali pensieri. Le collere gialle signoreggieranno lo
suo corpo. E di vestimenti gli sarà buono il verde; lo migliore giorno della
settimana gli sarà lo giovedì; e lo migliore mese dell'anno gli sarà febraio.
Cap. CCCCLII.
Lo re domanda: che sarà del garzone, che ne dice Mercurio (1431)? Sidrac
risponde:
arte di legname; e sarà ricco uomo; e avrà segno nella coscia o sopra il
pettignone; sarà in pericolo d'essere vocolo; e viverà lungamente. Se
Capicornio fia istato, egli avrà arte di lettera; e morrà giovane; e sarà
povero uomo; e avrà segno al petto. Se Sagittario fia istato, egli avrà arte di
tessere; e fia ricco uomo e comunale. Se Pisces fia istato, egli avrà arte di
lettera; e sarà molto possente uomo, e onorato; e avrà segno al braccio. E se
la criatura fia femina, tutto altressì averrà a questa medesima ragione, a ciò
che a femina s'apartiene.
(1430) e sarà in pericolo d'essere vocolo C. R. 2.
Cap. CCCCLI.
Lo re domanda: che sarà del fanciullo nato in Mercurio, che ne dice elli?
Sidrac risponde:
Lo fanciullo che è nato in questa pianeta sarà amato in sua piccolezza
dalla gente; e sarà avenente, e di buona notricatura. E poi diventerà
orgoglioso e maldicente; e sarà fedito di lancia per la sua lingua; e sarà
scarso e cupido. E piglierà una femmina in sua vita, e avrà due fanciulli. E
sarà di male parole e di mali pensieri. Le collere gialle signoreggieranno lo
suo corpo. E di vestimenti gli sarà buono il verde; lo migliore giorno della
settimana gli sarà lo giovedì; e lo migliore mese dell'anno gli sarà febraio.
Cap. CCCCLII.
Lo re domanda: che sarà del garzone, che ne dice Mercurio (1431)? Sidrac
risponde:
Page 380
Lo fanciullo ch'è nato in questa pianeta egli sarà comunale a
nudrire (1432); e sarà in pericolo di cadere in fuoco; e se di questo scanpa,
egli sarà bello fanciullo, insino a otto anni; e poi insino a XIIII anni avrà
grande malatie. Le flemme nere signoregeranno lo suo corpo, le vivande
agre gli saranno contrarie; gli vestimenti bianchi gli saranno buoni; lo
migliore giorno della settimana gli sarà lo venerdì; e de' mesi l'ottobre. Se
Aries lo primo segno è stato contro alla sua pianeta, al punto del suo
nascimento, egli avrà arte di bilancie; e sarà ricco uomo; e avrà segno nel
petto; e viverà lungamente.
(1431) Nel C. R. 2.: che ne sarà del fanciullo che sarà nato in Marte?
(1432) Il n. t. ha: udire. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CCCCLIII.
Lo re domanda: che dice la Luna del fanciullo? Sidrac risponde:
Lo fanciullo che è nato in questa pianeta egli sarà noioso garzone a
nodrire; e sarà sano garzone infino a XV anni; fino a XXII sarà tuttavia
malato; e sarà lungo e bianco e cupido; e avrà malvagio istomaco; e porterà
la sua vita orgogliosamente. Le vivande agre gli faranno prode; lo migliore
giorno della settimana gli sarà il sabato; e de' mesi il dicenbre. Se Aries lo
primo è stato contro la sua pianeta, al punto della sua natività, egli sarà
ricco uomo; e avrà segno al pettignone; e sarà in pericolo di morte, in
fuoco; e se di questo scanpa, e' viverà lungamente. Se Taurus fia istato, egli
sarà possente uomo, e avrà pericolo d'essere contratto; e viverà lungamente.
Se Gemini fia stato, egli avrà arte di lettera; e sarà possente uomo d'altezza;
e avrà segno nella poppa; e viverà comunal tenpo sanza pericolo. Se Cancer
fia istato, morrà povero uomo, lavoratore di terra; e fia malfattore; e viverà
molto. Se Virgo fia istato, egli avrà arte d'agora; e avrà segno agli orecchi; e
sarà in pericolo d'acqua; e se di questo scanpa, viverà brieve termine. Se
Libra fia stata, egli avrà arte di ferro e di fuoco; e sarà povero uomo; e avrà
segno nella gola; e viverà lungamente. Se Scorpio fia istato, egli sarà
nudrire (1432); e sarà in pericolo di cadere in fuoco; e se di questo scanpa,
egli sarà bello fanciullo, insino a otto anni; e poi insino a XIIII anni avrà
grande malatie. Le flemme nere signoregeranno lo suo corpo, le vivande
agre gli saranno contrarie; gli vestimenti bianchi gli saranno buoni; lo
migliore giorno della settimana gli sarà lo venerdì; e de' mesi l'ottobre. Se
Aries lo primo segno è stato contro alla sua pianeta, al punto del suo
nascimento, egli avrà arte di bilancie; e sarà ricco uomo; e avrà segno nel
petto; e viverà lungamente.
(1431) Nel C. R. 2.: che ne sarà del fanciullo che sarà nato in Marte?
(1432) Il n. t. ha: udire. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CCCCLIII.
Lo re domanda: che dice la Luna del fanciullo? Sidrac risponde:
Lo fanciullo che è nato in questa pianeta egli sarà noioso garzone a
nodrire; e sarà sano garzone infino a XV anni; fino a XXII sarà tuttavia
malato; e sarà lungo e bianco e cupido; e avrà malvagio istomaco; e porterà
la sua vita orgogliosamente. Le vivande agre gli faranno prode; lo migliore
giorno della settimana gli sarà il sabato; e de' mesi il dicenbre. Se Aries lo
primo è stato contro la sua pianeta, al punto della sua natività, egli sarà
ricco uomo; e avrà segno al pettignone; e sarà in pericolo di morte, in
fuoco; e se di questo scanpa, e' viverà lungamente. Se Taurus fia istato, egli
sarà possente uomo, e avrà pericolo d'essere contratto; e viverà lungamente.
Se Gemini fia stato, egli avrà arte di lettera; e sarà possente uomo d'altezza;
e avrà segno nella poppa; e viverà comunal tenpo sanza pericolo. Se Cancer
fia istato, morrà povero uomo, lavoratore di terra; e fia malfattore; e viverà
molto. Se Virgo fia istato, egli avrà arte d'agora; e avrà segno agli orecchi; e
sarà in pericolo d'acqua; e se di questo scanpa, viverà brieve termine. Se
Libra fia stata, egli avrà arte di ferro e di fuoco; e sarà povero uomo; e avrà
segno nella gola; e viverà lungamente. Se Scorpio fia istato, egli sarà
Page 381
rubatore e malfattore; e avrà segno nel ventre; e sarà in pericolo d'essere
inpiccato; e se di ciò scanpa, viverà lungamente. Se Sagitario fia stato, egli
avrà arte di cuoio; e avrà segno nel volto; e avrà pericolo di bestia; e se di
ciò iscampa, viverà lungamente. Se Aquario fia stato, egli avrà arte di
vendere e di conperare; e sarà in pericolo d'acqua; e se di questo scanpa,
viverà comunal tenpo. Se Pisces fia istato, egli avrà arte di legname; e avrà
segno alle natiche; sanza niuno pericolo viverà brieve tenpo. E se la criatura
è femina, lo suo essere fia in quella medesima ragione, di tutto ciò che
apartiene a fatto di femina.
Cap. CCCCLIIII.
Lo re domanda: di quante maniere e di quante virtù sono lo pietre preziose,
e ove si trovano? Sidrac risponde:
Sarde (1433) e granate e lamandine (1434) e giaconte (1435) sono
contate insieme (1436). Ma le giaconte ànno la vertù di tutte queste pietre.
Ella dà colore gentile e vermiglio; e fa l'uomo giocoso, e diventare giovane
e leale; e fa all'uomo dimenticare lo suo contrario; e non teme niuno tosco
nè veleno di mala bestia. Quelli che porta questa pietra può passare per
luoghi pericolosi. E lealmente lo ricolgono gli osti in albergo. E quand'elli
domanda cosa ove egli àe ragione, la sua ragione gli darà
dirittamente (1437).
(1433) Cf. C. Plinii Sec., Hist. Nat. XXXVII, 31. La Sardonia, o pietra Sarda, è una varietà delle
agate.
(1434) Alamandines C. F. R. Forse adamantines? »Alamandina a loco in quo secundum plurimum
generatur, sic vocatur, hoc est ab Epheso quae Alabandina vocatur alio nomine. Est autem
ruborem habens fulgentem, et est lapis claris ut Sardinus». Alb. Magn., De Miner., I.
(1435) Giarconsia o Giarcone — È un silicato di zirconio.
(1436) sont crees ensemble C. F. R.
(1437) si gli fie data dirittamente C. R. 2.
inpiccato; e se di ciò scanpa, viverà lungamente. Se Sagitario fia stato, egli
avrà arte di cuoio; e avrà segno nel volto; e avrà pericolo di bestia; e se di
ciò iscampa, viverà lungamente. Se Aquario fia stato, egli avrà arte di
vendere e di conperare; e sarà in pericolo d'acqua; e se di questo scanpa,
viverà comunal tenpo. Se Pisces fia istato, egli avrà arte di legname; e avrà
segno alle natiche; sanza niuno pericolo viverà brieve tenpo. E se la criatura
è femina, lo suo essere fia in quella medesima ragione, di tutto ciò che
apartiene a fatto di femina.
Cap. CCCCLIIII.
Lo re domanda: di quante maniere e di quante virtù sono lo pietre preziose,
e ove si trovano? Sidrac risponde:
Sarde (1433) e granate e lamandine (1434) e giaconte (1435) sono
contate insieme (1436). Ma le giaconte ànno la vertù di tutte queste pietre.
Ella dà colore gentile e vermiglio; e fa l'uomo giocoso, e diventare giovane
e leale; e fa all'uomo dimenticare lo suo contrario; e non teme niuno tosco
nè veleno di mala bestia. Quelli che porta questa pietra può passare per
luoghi pericolosi. E lealmente lo ricolgono gli osti in albergo. E quand'elli
domanda cosa ove egli àe ragione, la sua ragione gli darà
dirittamente (1437).
(1433) Cf. C. Plinii Sec., Hist. Nat. XXXVII, 31. La Sardonia, o pietra Sarda, è una varietà delle
agate.
(1434) Alamandines C. F. R. Forse adamantines? »Alamandina a loco in quo secundum plurimum
generatur, sic vocatur, hoc est ab Epheso quae Alabandina vocatur alio nomine. Est autem
ruborem habens fulgentem, et est lapis claris ut Sardinus». Alb. Magn., De Miner., I.
(1435) Giarconsia o Giarcone — È un silicato di zirconio.
(1436) sont crees ensemble C. F. R.
(1437) si gli fie data dirittamente C. R. 2.
Page 382
Cap. CCCCLV.
Lo re domanda: che à a fare lo topazio (1438)? Sidrac risponde:
Topazio è di giallo colore, e è d'una maniera d'oriente e d'arabo, e sono
gli migliori topazi. Egli guarisce e rifreda d'una malizia che à nome
fie (1439). Chi è segnato di topazio, già più non crescerà la sua malizia.
Topazio ritrae alla luna, e piglia simiglianza (1440). Quando la luna è laida
e piovosa (1441), si è questa pietra torbida; quando la luna è bella, si è
questa pietra più bella e più chiara e di migliore colore. Chi porta questa
pietra, ama di portare lo suo corpo nettamente e castamente, e più ama e più
teme lo re celestiale. Questa pietra à colore d'oro e d'azurro. Li re (1442)
deono spesso riguardare topazio, perch'ella dà buona ricordanza a quelli che
la raguardano, e falli pensare alla reale vita coronata, che giammai non
fallerà. Topazio è pur cotale com'elli nasce (1443); e perch'elli è così
piacente che non cale altrui di pulirlo; e anche perciò non perde la sua virtù
nè la sua forza. Topazio dee essere sopra oro.
(1438) che virtù àe lo topazio? C. R. 2.
(1439) Nel n. t.: che anno fie. — Nel C. R. 2.: che ànno. — Nel C. F. R.: chi a nom fie. — E secondo
quest'ultima lezione, come quella che ha un qualche senso, abbiamo corretto.
(1440) retrait a la lune par semblant C. F. R.
(1441) chant la luneison est laide ec. C. F. R.
(1442) Manca al n. t. li re. — Abb. suppl. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R.
(1443) Toupasse tel com'il naist est melior C. F. R.
Cap. CCCCLVI.
Lo re domanda: che à a fare lo smeraldo?
Ismeraldo sormonta tutti i verdori. Li fini ismeraldi vengono di Soria,
del fiume di paradiso. Ismeraldo migliora gli occhi, e lo vedere guarda di
Lo re domanda: che à a fare lo topazio (1438)? Sidrac risponde:
Topazio è di giallo colore, e è d'una maniera d'oriente e d'arabo, e sono
gli migliori topazi. Egli guarisce e rifreda d'una malizia che à nome
fie (1439). Chi è segnato di topazio, già più non crescerà la sua malizia.
Topazio ritrae alla luna, e piglia simiglianza (1440). Quando la luna è laida
e piovosa (1441), si è questa pietra torbida; quando la luna è bella, si è
questa pietra più bella e più chiara e di migliore colore. Chi porta questa
pietra, ama di portare lo suo corpo nettamente e castamente, e più ama e più
teme lo re celestiale. Questa pietra à colore d'oro e d'azurro. Li re (1442)
deono spesso riguardare topazio, perch'ella dà buona ricordanza a quelli che
la raguardano, e falli pensare alla reale vita coronata, che giammai non
fallerà. Topazio è pur cotale com'elli nasce (1443); e perch'elli è così
piacente che non cale altrui di pulirlo; e anche perciò non perde la sua virtù
nè la sua forza. Topazio dee essere sopra oro.
(1438) che virtù àe lo topazio? C. R. 2.
(1439) Nel n. t.: che anno fie. — Nel C. R. 2.: che ànno. — Nel C. F. R.: chi a nom fie. — E secondo
quest'ultima lezione, come quella che ha un qualche senso, abbiamo corretto.
(1440) retrait a la lune par semblant C. F. R.
(1441) chant la luneison est laide ec. C. F. R.
(1442) Manca al n. t. li re. — Abb. suppl. col C. R. 2., sulla scorta del C. F. R.
(1443) Toupasse tel com'il naist est melior C. F. R.
Cap. CCCCLVI.
Lo re domanda: che à a fare lo smeraldo?
Ismeraldo sormonta tutti i verdori. Li fini ismeraldi vengono di Soria,
del fiume di paradiso. Ismeraldo migliora gli occhi, e lo vedere guarda di
Page 383
peggiorare (1444). Lo smeraldo crescie le riccheze, e fa l'uomo in parole
atemperare (1445). E si guariscie una malattia del cuore; e si vale molto
contra le gotte, e incontro a tempesta, e incontro a guerra. Sapiate che quelli
che lo smeraldo porta sopra sè, più ama di portare suo corpo nettamente, e
più si guarda d'udire villanie, e più si mantiene godente e bello e netto, e
pensa nella sua anima; e più ama netti diporti e buone opere; chè Idio donò
a questa pietra questa virtù. Ismeraldo è sopra la terra pietra nomata di Dio.
Una maniera di bestie sono che ànno nome grifon, che guardano gli
smeraldi sopra lo fiume di paradiso, nella terra di Soria. E questo maniere di
bestie ànno lo corpo dinanzi a modo d'aquila, e dietro a modo di lione. E
una maniera di gente che ànno nome Atrupes (1446), che non ànno se non
uno occhio nel mezzo della fronte; quelli vanno tutti armati al fiume, e
pigliano di questi ismeraldi; e queste bestie gli difendono tanto come
possono; ma quelli sono armati, e torre no' gli possono loro (1447).
Esmeraldo netto e gentile è molto verdissimo.
(1444) et guarde la veue C. F. R.
(1445) et fait a home paroles atempees C. F. R.
(1446) Arimpiles C. F. R.
(1447) Odasi il dotto Alberto Magno parlare dello smeraldo (De Miner., II.): »Fertur quod illi de
nidis griphonum auferuntur, qui lapidem hunc cum crudelitate magna custodiunt: dixit enim
unus de Graecia veniens, veridicus et curiosus experimentator, quod ille lapis nascitur in
rupibus qui sunt sub aqua maris et quod ibi frequenter invenitur..... Expertum autem est
temporibus nostris quod hic lapis, si vere bonus et verus est, non sustinet coitum: propter quod
rex Ungariae, qui nostris temporibus regnat, in coitu cum uxore sua lapidem hunc in digito
habuit, et propter coitum in tres partes fractus fuit. Et ideo probabile est quod hic lapis
gestantem se ad castitatem inclinat. Ferunt etiam quod auget opes, et in causis dat verba
persuasoria, et quod collo suspensus curat emitriteum et caducos morbos... Dicunt etiam quod
bonam facit memoriam, et quod tempestatem avertit, et valet divinantibus».
Cap. CCCCLVII.
Lo re domanda: che à a fare il rubino? Sidrac risponde:
atemperare (1445). E si guariscie una malattia del cuore; e si vale molto
contra le gotte, e incontro a tempesta, e incontro a guerra. Sapiate che quelli
che lo smeraldo porta sopra sè, più ama di portare suo corpo nettamente, e
più si guarda d'udire villanie, e più si mantiene godente e bello e netto, e
pensa nella sua anima; e più ama netti diporti e buone opere; chè Idio donò
a questa pietra questa virtù. Ismeraldo è sopra la terra pietra nomata di Dio.
Una maniera di bestie sono che ànno nome grifon, che guardano gli
smeraldi sopra lo fiume di paradiso, nella terra di Soria. E questo maniere di
bestie ànno lo corpo dinanzi a modo d'aquila, e dietro a modo di lione. E
una maniera di gente che ànno nome Atrupes (1446), che non ànno se non
uno occhio nel mezzo della fronte; quelli vanno tutti armati al fiume, e
pigliano di questi ismeraldi; e queste bestie gli difendono tanto come
possono; ma quelli sono armati, e torre no' gli possono loro (1447).
Esmeraldo netto e gentile è molto verdissimo.
(1444) et guarde la veue C. F. R.
(1445) et fait a home paroles atempees C. F. R.
(1446) Arimpiles C. F. R.
(1447) Odasi il dotto Alberto Magno parlare dello smeraldo (De Miner., II.): »Fertur quod illi de
nidis griphonum auferuntur, qui lapidem hunc cum crudelitate magna custodiunt: dixit enim
unus de Graecia veniens, veridicus et curiosus experimentator, quod ille lapis nascitur in
rupibus qui sunt sub aqua maris et quod ibi frequenter invenitur..... Expertum autem est
temporibus nostris quod hic lapis, si vere bonus et verus est, non sustinet coitum: propter quod
rex Ungariae, qui nostris temporibus regnat, in coitu cum uxore sua lapidem hunc in digito
habuit, et propter coitum in tres partes fractus fuit. Et ideo probabile est quod hic lapis
gestantem se ad castitatem inclinat. Ferunt etiam quod auget opes, et in causis dat verba
persuasoria, et quod collo suspensus curat emitriteum et caducos morbos... Dicunt etiam quod
bonam facit memoriam, et quod tempestatem avertit, et valet divinantibus».
Cap. CCCCLVII.
Lo re domanda: che à a fare il rubino? Sidrac risponde:
Page 384
Rubino è vermiglio, e vince tutte le cose vermiglie. Lo gentile rubino
fine e netto è lo signore delle pietre. Egli è la gemma delle gemme. Egli à
vertù delle pietre preziose e di sopra queste (1448); e di questa
signoria (1449), quando quelli che lo porta è tra gente, tutti gli portano
onore e riverenza, e si ringioiscono della sua venuta. Le bestie che beono
dell'acque dove il rubino è stato, guariscono della loro malizia. Chi in buona
credenza raguarda questa pietra, ella il conforta, e fagli ubriare tutti i suoi
contrarii, per la vertù di Dio. Ella pasce gli occhi, e conforta il cuore: e con
questa à l'uomo signoria sopra tutte le pietre che preziose sono (1450).
Rubino è trovato nella profonda India, nel fiume di paradiso (1451).
(1448) Il a la vertus des pierres preciousses par dessus toutes C. F. R.
(1449) egli àe vertù che quando quelli che lo portano adosso C. R. 2. — il est de tel segnorie C. F. R.
(1450) Il n. t. è conforme al C. F. R. — Ma migliore sembra a noi la lez. del C. R. 2.: con questo àe
l'omo signoria. Sopra tutte le pietre preziose sono li rubini.
(1451) Anche del rubino vedi le virtù miracolose in Alb. Magn. loc. cit.
Cap. CCCCLVIII.
Lo re domanda: che à a fare il zaffiro? Sidrac risponde:
Zaffiro è molto convenevole pietra in dito di re; e molto è santissima
pietra e graziosa. Nella rena di Libeo, nel fiume d'Oriente, presso d'uno
petrone di mare, sono trovati i zaffiri, più che in niun'altra parte. Quello è
gentile zaffiro che somiglia al puro cielo. Nella profonda acqua sono trovati
i zaffiri iscuri; ma egli non sono nimica di quella virtù. Ma tutti sono dalla
parte di Dio virtudiosi e pieni di grazia. Queste tre maniere di pietre di
zaffiri distornano follie e invidia, e confortano i corpi e i menbri, e
istornano l'uomo da prigionia; e gli aiutano a diliberare (1452). E gli
prigioni gli deono toccare a' IIII cantoni della prigione e a' suoi legami; e
s'egli àe (1453) la buona credenza, egli sarà diliberato, per la virtù di Dio,
ch'egli à donato a' zaffiri. Zaffiro è buono per acordare genti insieme, e per
rompere malie; e molto vale a guarire di bocche, e di tutte enfiagioni; che
fine e netto è lo signore delle pietre. Egli è la gemma delle gemme. Egli à
vertù delle pietre preziose e di sopra queste (1448); e di questa
signoria (1449), quando quelli che lo porta è tra gente, tutti gli portano
onore e riverenza, e si ringioiscono della sua venuta. Le bestie che beono
dell'acque dove il rubino è stato, guariscono della loro malizia. Chi in buona
credenza raguarda questa pietra, ella il conforta, e fagli ubriare tutti i suoi
contrarii, per la vertù di Dio. Ella pasce gli occhi, e conforta il cuore: e con
questa à l'uomo signoria sopra tutte le pietre che preziose sono (1450).
Rubino è trovato nella profonda India, nel fiume di paradiso (1451).
(1448) Il a la vertus des pierres preciousses par dessus toutes C. F. R.
(1449) egli àe vertù che quando quelli che lo portano adosso C. R. 2. — il est de tel segnorie C. F. R.
(1450) Il n. t. è conforme al C. F. R. — Ma migliore sembra a noi la lez. del C. R. 2.: con questo àe
l'omo signoria. Sopra tutte le pietre preziose sono li rubini.
(1451) Anche del rubino vedi le virtù miracolose in Alb. Magn. loc. cit.
Cap. CCCCLVIII.
Lo re domanda: che à a fare il zaffiro? Sidrac risponde:
Zaffiro è molto convenevole pietra in dito di re; e molto è santissima
pietra e graziosa. Nella rena di Libeo, nel fiume d'Oriente, presso d'uno
petrone di mare, sono trovati i zaffiri, più che in niun'altra parte. Quello è
gentile zaffiro che somiglia al puro cielo. Nella profonda acqua sono trovati
i zaffiri iscuri; ma egli non sono nimica di quella virtù. Ma tutti sono dalla
parte di Dio virtudiosi e pieni di grazia. Queste tre maniere di pietre di
zaffiri distornano follie e invidia, e confortano i corpi e i menbri, e
istornano l'uomo da prigionia; e gli aiutano a diliberare (1452). E gli
prigioni gli deono toccare a' IIII cantoni della prigione e a' suoi legami; e
s'egli àe (1453) la buona credenza, egli sarà diliberato, per la virtù di Dio,
ch'egli à donato a' zaffiri. Zaffiro è buono per acordare genti insieme, e per
rompere malie; e molto vale a guarire di bocche, e di tutte enfiagioni; che
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l'uomo mette lo zaffiro nell'acqua, e poi gli dà a bere di quella acqua. Idio
consiglia quelli che nettamente lo porta. Zaffiro è del colore del cielo; ma si
somiglia biadetto (1454). Chi zaffiro isguarda tutto bene gli aviene, tuttavia.
(1452) e s'egli è in prigione ellino l'aiutano diliberare C. R. 2.
(1453) Nel n. t.: e acciò che. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1454) mais la force de l'autre veue semble qu'il soit blef. C. F. R.
Cap. CCCCLVIIII.
Lo re domanda: il diaspro (1455)? Sidrac risponde:
Diaspri sono di VIIII maniere, e di diversi colori; e sono trovati in
fontane del mondo (1456). Ma lo diaspro ch'è verde, è migliore che gli altri.
E quando v'àe candelle vermiglie (1457), e ispartite e intagliate di vecchie
intagliature (1458), quelli è lo signore de' diaspri. E si è buono contra tutti i
vermini. E se tosco è recato là ove diaspro sia, egli suderà, e muterà via di
colori. E si dee per ragione istagnare il sangue a quelli che àe buona
credenza; e dee guarire di febre di ritropisia. Chi diaspro guarderà incontro
lo giorno, egli fia guardato di fantasima. E fa l'uomo possente e savio. E
molto vale a femina che partorisca figliuoli, e più tosto partorisce. Diaspro
guarda l'uomo di contrario. Chi lo porta egli si dee guardare
nettamente (1459). Diaspro è verde e di bello verdore (1460).
(1455) Nel C. R. 2.: che virtù ànno li dyaspri?
(1456) en soveraines parties dou monde C. F. R.
(1457) guotes vermeiles C. F. R.
(1458) entailes de veille entaille C. F. R.
(1459) chi le porte doit mener nete vie C. F. R.
(1460) Fra tante virtù, non è qui detto di quella più comunemente attribuita dagli antichi al diaspro,
di dare facondia agli oratori. Nè l'altra, da Alberto Magno ricordata, quod gestantem se a
luxuria prohibet.
consiglia quelli che nettamente lo porta. Zaffiro è del colore del cielo; ma si
somiglia biadetto (1454). Chi zaffiro isguarda tutto bene gli aviene, tuttavia.
(1452) e s'egli è in prigione ellino l'aiutano diliberare C. R. 2.
(1453) Nel n. t.: e acciò che. — Abb. corr. col C. R. 2.
(1454) mais la force de l'autre veue semble qu'il soit blef. C. F. R.
Cap. CCCCLVIIII.
Lo re domanda: il diaspro (1455)? Sidrac risponde:
Diaspri sono di VIIII maniere, e di diversi colori; e sono trovati in
fontane del mondo (1456). Ma lo diaspro ch'è verde, è migliore che gli altri.
E quando v'àe candelle vermiglie (1457), e ispartite e intagliate di vecchie
intagliature (1458), quelli è lo signore de' diaspri. E si è buono contra tutti i
vermini. E se tosco è recato là ove diaspro sia, egli suderà, e muterà via di
colori. E si dee per ragione istagnare il sangue a quelli che àe buona
credenza; e dee guarire di febre di ritropisia. Chi diaspro guarderà incontro
lo giorno, egli fia guardato di fantasima. E fa l'uomo possente e savio. E
molto vale a femina che partorisca figliuoli, e più tosto partorisce. Diaspro
guarda l'uomo di contrario. Chi lo porta egli si dee guardare
nettamente (1459). Diaspro è verde e di bello verdore (1460).
(1455) Nel C. R. 2.: che virtù ànno li dyaspri?
(1456) en soveraines parties dou monde C. F. R.
(1457) guotes vermeiles C. F. R.
(1458) entailes de veille entaille C. F. R.
(1459) chi le porte doit mener nete vie C. F. R.
(1460) Fra tante virtù, non è qui detto di quella più comunemente attribuita dagli antichi al diaspro,
di dare facondia agli oratori. Nè l'altra, da Alberto Magno ricordata, quod gestantem se a
luxuria prohibet.
Page 386
Cap. CCCCLX.
Lo re domanda: che à a fare di liguria? Sidrac risponde:
Liguria (1461) è una pietra trovata nella terra d'India, sopra il fiume
pieno di foreste. E una bestia che à nome lins (1462) la guarda, e la ripone
dentro alla sua gola, bene in profondo, per le sue virtudi grandi, che non ci
siano attevole (1463). Ligure sono di più maniere; ma la migliore èe a
colore d'oro; e tali ne sono di colore di mora (1464), e altre di colore
d'incenso. E tali ne sono che ànno colore di giarcande. A questa pietra Iddio
donò molta virtù. Ella distorna l'uomo di malvagi vizii; e si è bona a portare
incontro a più maniere di genti; e guarisce lo male dello stomaco; e fa
l'uomo allegro ch'è adirato e malinconoso; e stagnia il sangue de' menbri.
La femina che ligura porta, ella è più piacevole. Questa pietra si rinfresca lo
colore. Chi la porta in bocca, e chi la tocca agli occhi, ella caccia la malizia.
E quella bestia che la guarda, ella si corica nella rena, per meglio guardare
questa pietra.
(1461) Lyngurium Cf. C. Pl. S., H. N. XXXVII, 13.
(1462) Nel n. t. e nel C. R. 2.: lius. — Ma è certo che deve leggersi lins, essendo notissima la favola
del lincurio e della lince, di che parlano gli antichi. — Cf. Leopardi, Err. degli ant. XVIII.
Plinio, dove parla del lyngurium scrive: »Fieri autem ex urina quidem lyncis, sed egestam terra
protinus bestia operiente eam, quoniam invideat hominum usui.» Ma il dotto naturalista a tali
fole non crede: »Ego falsum id totum arbitror.»
(1463) Nel C. F. R.: che ses grant vertus le soient aidables.
(1464) myre C. F. R. Crediamo errore il mora del n. t. e del C. R. 2.
Cap. CCCCLXI.
Lo re domanda: che à a fare d'agate? Sidrac risponde:
Lo re domanda: che à a fare di liguria? Sidrac risponde:
Liguria (1461) è una pietra trovata nella terra d'India, sopra il fiume
pieno di foreste. E una bestia che à nome lins (1462) la guarda, e la ripone
dentro alla sua gola, bene in profondo, per le sue virtudi grandi, che non ci
siano attevole (1463). Ligure sono di più maniere; ma la migliore èe a
colore d'oro; e tali ne sono di colore di mora (1464), e altre di colore
d'incenso. E tali ne sono che ànno colore di giarcande. A questa pietra Iddio
donò molta virtù. Ella distorna l'uomo di malvagi vizii; e si è bona a portare
incontro a più maniere di genti; e guarisce lo male dello stomaco; e fa
l'uomo allegro ch'è adirato e malinconoso; e stagnia il sangue de' menbri.
La femina che ligura porta, ella è più piacevole. Questa pietra si rinfresca lo
colore. Chi la porta in bocca, e chi la tocca agli occhi, ella caccia la malizia.
E quella bestia che la guarda, ella si corica nella rena, per meglio guardare
questa pietra.
(1461) Lyngurium Cf. C. Pl. S., H. N. XXXVII, 13.
(1462) Nel n. t. e nel C. R. 2.: lius. — Ma è certo che deve leggersi lins, essendo notissima la favola
del lincurio e della lince, di che parlano gli antichi. — Cf. Leopardi, Err. degli ant. XVIII.
Plinio, dove parla del lyngurium scrive: »Fieri autem ex urina quidem lyncis, sed egestam terra
protinus bestia operiente eam, quoniam invideat hominum usui.» Ma il dotto naturalista a tali
fole non crede: »Ego falsum id totum arbitror.»
(1463) Nel C. F. R.: che ses grant vertus le soient aidables.
(1464) myre C. F. R. Crediamo errore il mora del n. t. e del C. R. 2.
Cap. CCCCLXI.
Lo re domanda: che à a fare d'agate? Sidrac risponde:
Page 387
Agate sono trovate in uno fiume che à nome Aquide (1465). Elle sono
trovate di più maniere: elle sono di nere e di bianche; e tali sono verdi come
diaspro taccato di vermiglio. Questa pietra è piena di grande virtude. E una
maniera sono d'agate a vene candelate (1466), e ànno colore d'oro o di cera.
La verace agata conforta l'uomo vecchio, e spegne la sete (1467); e vale
molto contro al morso del serpente, e di bestia arrabiata; e fa l'uomo
parlatore. La verace agata, quando l'uomo la mette nel suo pugno chiuso,
niuno lo può vedere. E questa pietra è di verde, taccata di vermiglio.
(1465) Acate C. F. R.
(1466) guotee C. F. R.
(1467) »Sitim quoque sedant in os additae». C. Pl. S., H. N., XXXVII, 54. — E d'altre sue molte
virtù parla Avicenna, tra le quali, che dà forza a superare i pericoli, e rende il corpo robusto.
Cap. CCCCLXII.
Lo re domanda d'amatista. Sidrac risponde:
Amatista è di proprio colore, e si ritrae a colore di sangue. Questa
pietra è molto profitevole a quelli che la porta. Le bestie salvatiche vengono
contra lei, e si confortano per la sua vertù. E tiene l'uomo in buona
credenza. Quelli che amatista porta è benveduto dinanzi dal re e dinanzi a
gran signori, e avrà diliberatamente quello ch'egli chiederà. E si tiene
l'uomo umile e amichevole. E quelli che questa pietra porta, à in sè
memoria di Dio, e si è molto grazioso (1468).
(1468) Eas gemmas (amethysti) magorum vanitas resistere ebrietati promittit C. Pl. S., H. N.
XXXVII, XLI. — E Alberto Magno dice dell'amatista: „operatur contra ebrietatem et facit
vigilem, et malas reprimit cogitationes, et bonum in scibilibus confert intellectum„ loc. cit.
trovate di più maniere: elle sono di nere e di bianche; e tali sono verdi come
diaspro taccato di vermiglio. Questa pietra è piena di grande virtude. E una
maniera sono d'agate a vene candelate (1466), e ànno colore d'oro o di cera.
La verace agata conforta l'uomo vecchio, e spegne la sete (1467); e vale
molto contro al morso del serpente, e di bestia arrabiata; e fa l'uomo
parlatore. La verace agata, quando l'uomo la mette nel suo pugno chiuso,
niuno lo può vedere. E questa pietra è di verde, taccata di vermiglio.
(1465) Acate C. F. R.
(1466) guotee C. F. R.
(1467) »Sitim quoque sedant in os additae». C. Pl. S., H. N., XXXVII, 54. — E d'altre sue molte
virtù parla Avicenna, tra le quali, che dà forza a superare i pericoli, e rende il corpo robusto.
Cap. CCCCLXII.
Lo re domanda d'amatista. Sidrac risponde:
Amatista è di proprio colore, e si ritrae a colore di sangue. Questa
pietra è molto profitevole a quelli che la porta. Le bestie salvatiche vengono
contra lei, e si confortano per la sua vertù. E tiene l'uomo in buona
credenza. Quelli che amatista porta è benveduto dinanzi dal re e dinanzi a
gran signori, e avrà diliberatamente quello ch'egli chiederà. E si tiene
l'uomo umile e amichevole. E quelli che questa pietra porta, à in sè
memoria di Dio, e si è molto grazioso (1468).
(1468) Eas gemmas (amethysti) magorum vanitas resistere ebrietati promittit C. Pl. S., H. N.
XXXVII, XLI. — E Alberto Magno dice dell'amatista: „operatur contra ebrietatem et facit
vigilem, et malas reprimit cogitationes, et bonum in scibilibus confert intellectum„ loc. cit.
Page 388
Cap. CCCCLXIII.
Lo re domanda di crisolita (1469). Sidrac risponde.
Crisolita somiglia acqua di mare (1470). Crisolita è buona per portare
incontro a naturale pietra. Chi la porta non dee mica essere lordo di peccati.
E si puote entrare sicuramente in tutte corti, che grazia gli porteranno tutte
genti. Chi à questa gloriosa pietra, porta il suo corpo lealmente; e si la dee
portare dalla diritta parte. Crisolita si truova in Tiope (1471); e si è di colore
d'aqua di mare e d'oro.
(1469) Gli antichi davano il nome di chrysolito (chrysos — lithos) a varie sostanze minerali, e in
ispecie al cimotano, al peridoto e alla apatite, a cagione del loro colore.
(1470) Benissimo aggiunge il C. F. R.: et gete flame come d'or de toutes pars.
(1471) en Egypte C. F. R. — Atiopia C. R. 2.
Cap. CCCCLXIIII.
Lo re domanda d'onica. Sidrac risponde:
Onica e saldonia e calcidonia sono contate insieme; e sono nella terra
d'India e d'Arab; e sono di diversi colori e di diverse vertudi. Onica è nera; e
quand'ella à vene (1472) o cinture bianche o perse o tacche vermiglie, quelli
è diritto. Onica fa l'uomo pro' e ardito e coragioso; e cresciegli la sua vita; e
dagli sanità a quelli che la porta. E fa l'uomo di sognare di notte, di parlare
al suo amico morto (1473), dormendo. E gli fa sovenire al mattino di che lo
morto à bisogno. Quelli che la porta à di molte buone grazie.
Lo re domanda di crisolita (1469). Sidrac risponde.
Crisolita somiglia acqua di mare (1470). Crisolita è buona per portare
incontro a naturale pietra. Chi la porta non dee mica essere lordo di peccati.
E si puote entrare sicuramente in tutte corti, che grazia gli porteranno tutte
genti. Chi à questa gloriosa pietra, porta il suo corpo lealmente; e si la dee
portare dalla diritta parte. Crisolita si truova in Tiope (1471); e si è di colore
d'aqua di mare e d'oro.
(1469) Gli antichi davano il nome di chrysolito (chrysos — lithos) a varie sostanze minerali, e in
ispecie al cimotano, al peridoto e alla apatite, a cagione del loro colore.
(1470) Benissimo aggiunge il C. F. R.: et gete flame come d'or de toutes pars.
(1471) en Egypte C. F. R. — Atiopia C. R. 2.
Cap. CCCCLXIIII.
Lo re domanda d'onica. Sidrac risponde:
Onica e saldonia e calcidonia sono contate insieme; e sono nella terra
d'India e d'Arab; e sono di diversi colori e di diverse vertudi. Onica è nera; e
quand'ella à vene (1472) o cinture bianche o perse o tacche vermiglie, quelli
è diritto. Onica fa l'uomo pro' e ardito e coragioso; e cresciegli la sua vita; e
dagli sanità a quelli che la porta. E fa l'uomo di sognare di notte, di parlare
al suo amico morto (1473), dormendo. E gli fa sovenire al mattino di che lo
morto à bisogno. Quelli che la porta à di molte buone grazie.
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(1472) Nel n. t. e nel C. R. 2.: e quand'ella va e viene. — La correz. ci è indicata dal C. F. R.: et
chant il a vaines ou saintures. Lo che ricorda le candide zone di Plinio.
(1473) songier de nuit et parler C. F. R.
Cap. CCCCLXV.
Lo re domanda di beriella (1474). Sidrac risponde:
Beriella è una pietra che è di colore d'acqua, quando lo sole la fiede. Si
viene della terra d'India. La leale beriella gitta fuoco contra il sole (1475).
Beriella nudrisce amore in uomo e in femina (1476). E sapiate che l'acque
ove le berielle sono state messe, vale molto a malizie, e a' porci e a' buoi
che la beono. Guarisce di stranguglione e di male di testa. Beriella non dee
essere nimica intagliata malamente, ma essere piana e pulita, che la loro
tagliatura gli magagna, quando lo sole gli fiere. E chi agiugne (1477) la
beriella alla sua carne, lo fuoco che n'escie piglia la sua carne.
(1474) I berylli sono una varietà degli smeraldi.
(1475) „Expertum est quod quando.... oculo solis opponitur ignem accendit.„ Alb. Magn., loc. cit.
(1476) „Dicunt aurifices quod coniugium conciliat inter maritum et uxorem.„ Alb. Magn., loc. cit.
(1477) ioint C. F. R.
Cap. CCCCLXVI.
Lo re domanda di calcidonia. Sidrac risponde:
Calcidonia è una pietra che è d'uno torbido biancore (1478); e è come
cristallino. Idio le donò tale virtude, che quelli che la porteràe è buono
parlatore, e bene insegnato; e s'egli piatiscie con uomo che abia torto nella
chant il a vaines ou saintures. Lo che ricorda le candide zone di Plinio.
(1473) songier de nuit et parler C. F. R.
Cap. CCCCLXV.
Lo re domanda di beriella (1474). Sidrac risponde:
Beriella è una pietra che è di colore d'acqua, quando lo sole la fiede. Si
viene della terra d'India. La leale beriella gitta fuoco contra il sole (1475).
Beriella nudrisce amore in uomo e in femina (1476). E sapiate che l'acque
ove le berielle sono state messe, vale molto a malizie, e a' porci e a' buoi
che la beono. Guarisce di stranguglione e di male di testa. Beriella non dee
essere nimica intagliata malamente, ma essere piana e pulita, che la loro
tagliatura gli magagna, quando lo sole gli fiere. E chi agiugne (1477) la
beriella alla sua carne, lo fuoco che n'escie piglia la sua carne.
(1474) I berylli sono una varietà degli smeraldi.
(1475) „Expertum est quod quando.... oculo solis opponitur ignem accendit.„ Alb. Magn., loc. cit.
(1476) „Dicunt aurifices quod coniugium conciliat inter maritum et uxorem.„ Alb. Magn., loc. cit.
(1477) ioint C. F. R.
Cap. CCCCLXVI.
Lo re domanda di calcidonia. Sidrac risponde:
Calcidonia è una pietra che è d'uno torbido biancore (1478); e è come
cristallino. Idio le donò tale virtude, che quelli che la porteràe è buono
parlatore, e bene insegnato; e s'egli piatiscie con uomo che abia torto nella
Page 390
cosa, se egli mostra a colui calcidonia, quelli che avrà torto perderà la
quistione; e per la forza della pietra, quelli che la porta nel dito, guarda.
Quelli che oniche e sardonie e calcidonie porta è bene guardato, se per lo
suo peccato no' le perde; chè calcidonia porta grazia, e l'altre lo guardano di
pericoli.
(1478) torbida biancura C. R. 2.
Cap. CCCCLXVII.
Lo re domanda di sardonia. Sidrac risponde:
Sardonia è una pietra che è d'uno colore negrina. Questa pietra
atenpera ira, e fa passare, e lieva li rei vizii, e dona ad uomo castità, e fallo
vergognoso, e guardalo di pericolo.
Cap. CCCCLXVIII.
Lo re domanda di diamante (1479). Sidrac risponde:
Diamante è una pietra che viene d'India, e sono i maschi di buono
colore violetto. Quelli che vengono d'Arabie sono femmine, e sono più
biadetti. E niuno diamante è più grosso che una piccola nocciuola. Questa è
la più dura pietra di tutte le pietre. Nulla non puote menovare con nulla altra
pietra (1480). E di quella maniera che voi le vedete sono nate e trovate. Idio
diede al diamante molte vertudi, e più grazie. Egli dona a uomo che lo porta
forza e vertù, e guardalo di sogniare rei sogni, e di fantasima e di veleno. E
si guarda così degli ossi sani e interi. Già tanto non cadrà di cavallo o d'altra
quistione; e per la forza della pietra, quelli che la porta nel dito, guarda.
Quelli che oniche e sardonie e calcidonie porta è bene guardato, se per lo
suo peccato no' le perde; chè calcidonia porta grazia, e l'altre lo guardano di
pericoli.
(1478) torbida biancura C. R. 2.
Cap. CCCCLXVII.
Lo re domanda di sardonia. Sidrac risponde:
Sardonia è una pietra che è d'uno colore negrina. Questa pietra
atenpera ira, e fa passare, e lieva li rei vizii, e dona ad uomo castità, e fallo
vergognoso, e guardalo di pericolo.
Cap. CCCCLXVIII.
Lo re domanda di diamante (1479). Sidrac risponde:
Diamante è una pietra che viene d'India, e sono i maschi di buono
colore violetto. Quelli che vengono d'Arabie sono femmine, e sono più
biadetti. E niuno diamante è più grosso che una piccola nocciuola. Questa è
la più dura pietra di tutte le pietre. Nulla non puote menovare con nulla altra
pietra (1480). E di quella maniera che voi le vedete sono nate e trovate. Idio
diede al diamante molte vertudi, e più grazie. Egli dona a uomo che lo porta
forza e vertù, e guardalo di sogniare rei sogni, e di fantasima e di veleno. E
si guarda così degli ossi sani e interi. Già tanto non cadrà di cavallo o d'altra
Page 391
bestia, che tuttavia non sieno interi, chi v'è bene credente. Egli cava la paura
di corpo all'uomo, e la tradigione e l'ira; e di lusuria ci guarda. E si amenda
l'uomo di senno e di valore e di pregio e di ricchezza. Diamante si fa l'uomo
molto forte, e l'aiuta contra gli suoi nimici. Quelli che 'l porta, più inamora
di Dio. E guarda gli semi dentro alli corpi alla creatura (1481). E chi vuole
provare, egli lo dee portare dal lato manco (1482); Iddio gli mosterrà la sua
virtù; e si lo dee avere leale di sua conpera o di dono. Sanza niuno male dee
essere chi cotale pretiosa pietra porta.
(1479) Plinio dice che il diamante „hircino rumpitur sanguine.„ Ed è curioso ciò che a queste parole
nota un suo commentatore nel 1685, che il proprio commento scriveva ad uso del delfino di
Francia: „negant hoc esse verum recentiores physici, nisi hircus antea petroselino ac silere
montano pastus sit.„ Con che il gesuita non faceva che ripetere quello che quattro secoli prima
avea scritto Alberto Magno.
(1480) Non si può menomare come un'altra pietra C. R. 2.
(1481) dedens le cors de la feme C. F. R.
(1482) „Dicunt magi, quod lacerto sinistro alligatus, valet contra hostes.„ Alb. Magn., l. c. — Plinio
che non crede alle virtù delle altre pietre, a quella del diamante pare che presti fede. „Adamas et
venena irrita facit.... metusque vanos expellit mente.„ Come già altri cantava: „Et noctis
lemures et somnia vana repellit.„ Marbod., De lapid. pret. I.
Cap. CCCCLXVIIII.
Lo re domanda di giarconsia. Sidrac risponde:
Giarconsia è una pietra che è chiamata balascio, e si truova in una
ysola di Rabe (1483). Balasio ritrae a colore di rubino, ma non è mica di
quella maniera; e quando ella è trovata in altra parte che rubini, ella
megliora biltà contra biltà. E molto è più chiara, quando lo tenpo è chiaro, e
àe piùe gentile colore. Questo è lo signore delle giarconesi. Rubino e
giarconese e balascio, zaffiro e granate, queste tre maniere di pietre può
l'uomo chiamare giarconese.
(1483) Arabe C. R. 2.
di corpo all'uomo, e la tradigione e l'ira; e di lusuria ci guarda. E si amenda
l'uomo di senno e di valore e di pregio e di ricchezza. Diamante si fa l'uomo
molto forte, e l'aiuta contra gli suoi nimici. Quelli che 'l porta, più inamora
di Dio. E guarda gli semi dentro alli corpi alla creatura (1481). E chi vuole
provare, egli lo dee portare dal lato manco (1482); Iddio gli mosterrà la sua
virtù; e si lo dee avere leale di sua conpera o di dono. Sanza niuno male dee
essere chi cotale pretiosa pietra porta.
(1479) Plinio dice che il diamante „hircino rumpitur sanguine.„ Ed è curioso ciò che a queste parole
nota un suo commentatore nel 1685, che il proprio commento scriveva ad uso del delfino di
Francia: „negant hoc esse verum recentiores physici, nisi hircus antea petroselino ac silere
montano pastus sit.„ Con che il gesuita non faceva che ripetere quello che quattro secoli prima
avea scritto Alberto Magno.
(1480) Non si può menomare come un'altra pietra C. R. 2.
(1481) dedens le cors de la feme C. F. R.
(1482) „Dicunt magi, quod lacerto sinistro alligatus, valet contra hostes.„ Alb. Magn., l. c. — Plinio
che non crede alle virtù delle altre pietre, a quella del diamante pare che presti fede. „Adamas et
venena irrita facit.... metusque vanos expellit mente.„ Come già altri cantava: „Et noctis
lemures et somnia vana repellit.„ Marbod., De lapid. pret. I.
Cap. CCCCLXVIIII.
Lo re domanda di giarconsia. Sidrac risponde:
Giarconsia è una pietra che è chiamata balascio, e si truova in una
ysola di Rabe (1483). Balasio ritrae a colore di rubino, ma non è mica di
quella maniera; e quando ella è trovata in altra parte che rubini, ella
megliora biltà contra biltà. E molto è più chiara, quando lo tenpo è chiaro, e
àe piùe gentile colore. Questo è lo signore delle giarconesi. Rubino e
giarconese e balascio, zaffiro e granate, queste tre maniere di pietre può
l'uomo chiamare giarconese.
(1483) Arabe C. R. 2.
Page 392
Cap. CCCCLXX.
Lo re domanda di grisopasa (1484). Sidrac risponde:
Grisopasa è una pietra che viene della terra d'India; e lo suo colore è
verduccio (1485). Rinfiamma come oro da tutto parti. Quelli che lo porta è
molto grazioso di sua ventura.
(1484) O piuttosto crisoprasio. E una varietà delle agate.
(1485) verde C. R. 2.
Cap. CCCCLXXI.
Lo re domanda di diana (1486). Sidrac risponde:
Diana è una pietra vermiglia e chiara, e si è della grandeza di una
unghia d'uomo o di meno. Chi à buona fede in questa pietra, che lo possa
aiutare per la virtù che Idio gli à donata, ella istagna lo sangue della fedita
là dove ella tocca; altresì fa del naso e di tutto lo sangue del corpo, di
qualunque parte egli fia corrotto, o di malattia, o per l'acqua che l'uomo bee.
E si guarisce gli occhi che ànno sangue di malattia, quando è toccata di
questa pietra. Queste pietre si truovano nell'isola del mare d'India; e si si
nodriscie nel ventre d'uno pescie; e dimora d'uno pesce ad altro trecento
anni o più; allora è buona; e infine lo mare la getta a terra.
(1486) Così tutti i Codd. Non sappiamo che pietra siasi voluto indicare con questo nome. — Diana
si chiamò nell'arte magica l'argento. — Ciò che il testo narra de' pesci nel ventre de' quali sta
questa pietra nascosta, potrebbe far pensare alle favole della dracontites.
Lo re domanda di grisopasa (1484). Sidrac risponde:
Grisopasa è una pietra che viene della terra d'India; e lo suo colore è
verduccio (1485). Rinfiamma come oro da tutto parti. Quelli che lo porta è
molto grazioso di sua ventura.
(1484) O piuttosto crisoprasio. E una varietà delle agate.
(1485) verde C. R. 2.
Cap. CCCCLXXI.
Lo re domanda di diana (1486). Sidrac risponde:
Diana è una pietra vermiglia e chiara, e si è della grandeza di una
unghia d'uomo o di meno. Chi à buona fede in questa pietra, che lo possa
aiutare per la virtù che Idio gli à donata, ella istagna lo sangue della fedita
là dove ella tocca; altresì fa del naso e di tutto lo sangue del corpo, di
qualunque parte egli fia corrotto, o di malattia, o per l'acqua che l'uomo bee.
E si guarisce gli occhi che ànno sangue di malattia, quando è toccata di
questa pietra. Queste pietre si truovano nell'isola del mare d'India; e si si
nodriscie nel ventre d'uno pescie; e dimora d'uno pesce ad altro trecento
anni o più; allora è buona; e infine lo mare la getta a terra.
(1486) Così tutti i Codd. Non sappiamo che pietra siasi voluto indicare con questo nome. — Diana
si chiamò nell'arte magica l'argento. — Ciò che il testo narra de' pesci nel ventre de' quali sta
questa pietra nascosta, potrebbe far pensare alle favole della dracontites.
Page 393
Cap. CCCCLXXII.
Lo re domanda di turchiman (1487). Sidrac risponde:
Sorgoe è una pietra verde che viene dal paradiso teresto, per uno fiume
che di là viene. Questo fiume passa per mezzo la grande India, e per uno
grande diserto, e si rauna tra due montagnie, chiuse da tutte le parti, la quale
acqua si raguna in uno piccolo mare; e le montagne per lo comandamento di
Dio luce non ànno (1488) da tutte parti, sicchè inghiottono l'acqua, e la
gettano d'altra parte. In quella montagna à bestie, che sono granti come
cani, e sono più correnti che gli uccelli volanti, e non vivono se non di pesci
di quella acqua. Queste bestie truovano queste pietre, e le nascondono e
serbano nella loro gola, perchè noi no' le troviamo, nè sapiamo le loro
virtudi. E l'uomo non puote avere di quelle, se non per le pulcelle. Quando
la gente le vogliono avere, elle mettono le pulcelle alla riva di quella acqua,
e scuoprono loro lo petto e le poppe, e gli uomini l'amaestrano, che non
abiano paura; e le pulcelle si pongono alla riva dell'acqua, e gli uomini si
nascondono tra gli albori che vi sono. E quando le bestie che portano queste
pietre, sentono le pulcelle, elle si vengono incontanente a loro, e mettono lo
muso tra le poppe alle pulcelle, e dello grande diletto ch'elle ànno,
s'adormentano come tramortite. E allora gli uomini escono del bosco, e
uccidongli, e cavano le pietre loro di gola (1489). Questa pietra è di tale
vertude, come Iddio l'à dato, ch'ell'è buona incontro a tutte malizie al corpo,
di gotte. E chi bee dell'acqua, in che la pietra sia bagnata, incontanente sana.
E chi bee a digiuno uno mese di quella aqua, da indi a uno anno non sente
male di gotte. E si è buona al male dello stomaco e degli omori; contra tutte
bestie arrabiate e rei vermini. L'acqua di questa pietra guarisce il corpo di
tutte malizie e di tutti omori. E quelli che la porta dee essere netto di suo
corpo.
(1487) sorigue C. F. R. — sorgie C. R. 2. — Non sapremmo che pietra nascondasi sotto questo
nome. — Alcuni naturalisti hanno supposto che per sorgoe siensi anticamente intesi i granati.
(1488) ont souspirail C. F. R.
(1489) Così nel Tesoro l'unicorno pone il capo in grembo a una fanciulla vergine, e s'addormenta.
Lo re domanda di turchiman (1487). Sidrac risponde:
Sorgoe è una pietra verde che viene dal paradiso teresto, per uno fiume
che di là viene. Questo fiume passa per mezzo la grande India, e per uno
grande diserto, e si rauna tra due montagnie, chiuse da tutte le parti, la quale
acqua si raguna in uno piccolo mare; e le montagne per lo comandamento di
Dio luce non ànno (1488) da tutte parti, sicchè inghiottono l'acqua, e la
gettano d'altra parte. In quella montagna à bestie, che sono granti come
cani, e sono più correnti che gli uccelli volanti, e non vivono se non di pesci
di quella acqua. Queste bestie truovano queste pietre, e le nascondono e
serbano nella loro gola, perchè noi no' le troviamo, nè sapiamo le loro
virtudi. E l'uomo non puote avere di quelle, se non per le pulcelle. Quando
la gente le vogliono avere, elle mettono le pulcelle alla riva di quella acqua,
e scuoprono loro lo petto e le poppe, e gli uomini l'amaestrano, che non
abiano paura; e le pulcelle si pongono alla riva dell'acqua, e gli uomini si
nascondono tra gli albori che vi sono. E quando le bestie che portano queste
pietre, sentono le pulcelle, elle si vengono incontanente a loro, e mettono lo
muso tra le poppe alle pulcelle, e dello grande diletto ch'elle ànno,
s'adormentano come tramortite. E allora gli uomini escono del bosco, e
uccidongli, e cavano le pietre loro di gola (1489). Questa pietra è di tale
vertude, come Iddio l'à dato, ch'ell'è buona incontro a tutte malizie al corpo,
di gotte. E chi bee dell'acqua, in che la pietra sia bagnata, incontanente sana.
E chi bee a digiuno uno mese di quella aqua, da indi a uno anno non sente
male di gotte. E si è buona al male dello stomaco e degli omori; contra tutte
bestie arrabiate e rei vermini. L'acqua di questa pietra guarisce il corpo di
tutte malizie e di tutti omori. E quelli che la porta dee essere netto di suo
corpo.
(1487) sorigue C. F. R. — sorgie C. R. 2. — Non sapremmo che pietra nascondasi sotto questo
nome. — Alcuni naturalisti hanno supposto che per sorgoe siensi anticamente intesi i granati.
(1488) ont souspirail C. F. R.
(1489) Così nel Tesoro l'unicorno pone il capo in grembo a una fanciulla vergine, e s'addormenta.
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Cap. CCCCLXXIII.
Lo re domanda di cramis (1490). Sidrac risponde:
Cramis è una pietra piccola bianca. Chi questa pietra porta colla
vertude che Iddio gli à donata, egli potrà andare sicuramente tra nimici e tra
tutta gente, e niuno lo potrà vedere. Ma questa vertude non à se non al
giorno della luna. Ma ella àe altre vertude ciascuno giorno; che quelli che la
vede da mattina e da sera, quello giorno nè quella notte non potrà morire di
morte subitana. E chi fosse fedito, e egli la portasse sopra se, quella fedita
non puote inpostimire nè infracidare nè avere niuno pericolo. Quelli che la
porta sopra lui sarà onorato e pregiato, e tutti gli faranno onore e reverenza.
Chi la portasse sopra il suo capo, e dormisse con essa, egli vedrebe
certamente quelli che l'odiano e quelli che l'amano. E chi la tenesse sopra il
petto d'una criatura, quand'ella dormisse, ella direbe tutto quello
ch'ell'avrebe fatto. Questa pietra si truova in una isola del profondo mare
d'India la maggiore; e truovasi sopra la rena, alla riva del mare. Quando lo
mare la gitta fuori alla riva, gli pesci che la sentono, si vanno fuori
dell'acqua, alla rena, là ove ella è; e l'acqua falla loro, e gli pesci muoiono.
E le genti che truovano gli pesci alla riva, conoscono che là è la pietra; e
allora la cercano, e trovallo. Ma questa pietra si truova rade volte, perchè ne
sono meno che l'altre pietre.
(1490) grasinif C. F. R. — Non sappiamo che abbiasi a intendere per questo nome.
Cap. CCCCLXXIIII.
Lo re domanda di vermidori (1491). Sidrac risponde:
Vermidore è una pietra ritonda, come noce e meno; e si rende di notte
chiarore come candela; e di giorno grande rinfiabilimento. E si è buona
Lo re domanda di cramis (1490). Sidrac risponde:
Cramis è una pietra piccola bianca. Chi questa pietra porta colla
vertude che Iddio gli à donata, egli potrà andare sicuramente tra nimici e tra
tutta gente, e niuno lo potrà vedere. Ma questa vertude non à se non al
giorno della luna. Ma ella àe altre vertude ciascuno giorno; che quelli che la
vede da mattina e da sera, quello giorno nè quella notte non potrà morire di
morte subitana. E chi fosse fedito, e egli la portasse sopra se, quella fedita
non puote inpostimire nè infracidare nè avere niuno pericolo. Quelli che la
porta sopra lui sarà onorato e pregiato, e tutti gli faranno onore e reverenza.
Chi la portasse sopra il suo capo, e dormisse con essa, egli vedrebe
certamente quelli che l'odiano e quelli che l'amano. E chi la tenesse sopra il
petto d'una criatura, quand'ella dormisse, ella direbe tutto quello
ch'ell'avrebe fatto. Questa pietra si truova in una isola del profondo mare
d'India la maggiore; e truovasi sopra la rena, alla riva del mare. Quando lo
mare la gitta fuori alla riva, gli pesci che la sentono, si vanno fuori
dell'acqua, alla rena, là ove ella è; e l'acqua falla loro, e gli pesci muoiono.
E le genti che truovano gli pesci alla riva, conoscono che là è la pietra; e
allora la cercano, e trovallo. Ma questa pietra si truova rade volte, perchè ne
sono meno che l'altre pietre.
(1490) grasinif C. F. R. — Non sappiamo che abbiasi a intendere per questo nome.
Cap. CCCCLXXIIII.
Lo re domanda di vermidori (1491). Sidrac risponde:
Vermidore è una pietra ritonda, come noce e meno; e si rende di notte
chiarore come candela; e di giorno grande rinfiabilimento. E si è buona
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contra tutte malizie del corpo e del ventre. E questa pietra truova l'uomo a
una montagna in India; ben profonda nella montagna, nelle vene d'una
pietra viva.
(1491) Potrebbe essere la vermiculite, specie di talco, la quale riscaldata alla fiamma di una candela,
emette un gran numero di piccoli prismi cilindroidi, che s'allungano, contorcendosi come
vermi.
Cap. CCCCLXXV.
Lo re domanda di riflabina (1492). Sidrac risponde:
Riflabina è una pietra gialla, grande come fava, e si à una cotal vertù,
ch'ella toglie la sete, e abatte lo giallore del corpo, a chi à giallo il volto e gli
occhi. E quelli che bee l'acqua ove la pietra tocca, guarisce del male del
fegato. Questa pietra chi la porta sopra sè, si gli conforta gli menbri, e dagli
grande forza, conciosia cosa ch'egli sia vecchio uomo. Questa pietra si
truova in uno fiume, che passa per la piccola India. Una gente v'à, che non
ànno se non uno occhio nella fronte, che guardano queste pietre, che neuno
le può pigliare. Si vengono una gente, che si chiamano Nulvei (1493), e
combattono co' loro, e piglianne per forza.
(1492) tifabilina C. R. 2. — reflambine C. F. R. — Ma ci è ignoto che pietra possa esser questa.
(1493) Nubiens C. F. R.
Cap. CCCCLXXVI.
Lo re domanda di cocrice (1494). Sidrac risponde:
una montagna in India; ben profonda nella montagna, nelle vene d'una
pietra viva.
(1491) Potrebbe essere la vermiculite, specie di talco, la quale riscaldata alla fiamma di una candela,
emette un gran numero di piccoli prismi cilindroidi, che s'allungano, contorcendosi come
vermi.
Cap. CCCCLXXV.
Lo re domanda di riflabina (1492). Sidrac risponde:
Riflabina è una pietra gialla, grande come fava, e si à una cotal vertù,
ch'ella toglie la sete, e abatte lo giallore del corpo, a chi à giallo il volto e gli
occhi. E quelli che bee l'acqua ove la pietra tocca, guarisce del male del
fegato. Questa pietra chi la porta sopra sè, si gli conforta gli menbri, e dagli
grande forza, conciosia cosa ch'egli sia vecchio uomo. Questa pietra si
truova in uno fiume, che passa per la piccola India. Una gente v'à, che non
ànno se non uno occhio nella fronte, che guardano queste pietre, che neuno
le può pigliare. Si vengono una gente, che si chiamano Nulvei (1493), e
combattono co' loro, e piglianne per forza.
(1492) tifabilina C. R. 2. — reflambine C. F. R. — Ma ci è ignoto che pietra possa esser questa.
(1493) Nubiens C. F. R.
Cap. CCCCLXXVI.
Lo re domanda di cocrice (1494). Sidrac risponde:
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Cocrice è pietra bianca con una tacca vermiglia. La pietra è grande
come una fava o meno; e si à cotal vertù: che gli occhi che ànno la perla del
bianco sopra la luce o di vaiuolo (1495), e sono toccati con questa pietra,
quattro volte, lo male guarisce, e l'occhio sana per la vertù di Dio. E tutti gli
uomini che beono di quell'acqua, ove questa pietra tocca, quello giorno non
puote avere niuno pericolo di tosco. E quelli che la porta sopra lui, niuno
malvagio vermine gli si osa apressare, nè dimorare in piazza (1496) ov'è.
Questa pietra si truova in una ysola del mare d'India, tra due montagne, la
ove è sì grandi dirupi, che niuno vi puote andare per nullo ingegno. E
quando gli uomini vogliono avere di queste pietre, si uccidono di capre
magre, e si l'ungono di mele, e fannone pezzi d'un palmo, e gittagli di qua e
di là, per questi dirupi. E poi viene uno ucciello (1497), e, volando in suso,
e' pigliano quella carne, e portalla sopra la cima di quella montagna per
mangiarla; e le genti gli asaliscono da tutto le parti; allora lasciano la carne
per la paura; la carne cade alla valle del dirupato (1498). E sapiate che le
pietre s'appiccano alla carne. Gli ucciegli pigliano la carne, e portalla fuori
del dirupo; e le genti in questa maniera truovano alcuna volta le pietre, che
sono apiccate a questa carne (1499).
(1494) Cocrisee C. F. R. — Sarebbero forse le cochlides di Plinio?
(1495) chi ont mal dou blanc sur la prunele ou vairole C. F. R.
(1496) en place C. F. R.
(1497) vengono li uccielli C. R. 2.
(1498) cade giù per le ripe C. R. 2.
(1499) Questo racconto sembra quasi copiato dal Polo.
Cap. CCCCLXXVII.
Lo re domanda di turchimanti (1500). Sidrac risponde:
Turchiman sono di tre colori: le fini ritragono a verdi, l'altre sono
cielestiale, e sono migliori e buone agli occhi. Che chi la tocca, quella
pietra, giammai non potrà essere confuso nè guasto; nè caldo nè freddo non
come una fava o meno; e si à cotal vertù: che gli occhi che ànno la perla del
bianco sopra la luce o di vaiuolo (1495), e sono toccati con questa pietra,
quattro volte, lo male guarisce, e l'occhio sana per la vertù di Dio. E tutti gli
uomini che beono di quell'acqua, ove questa pietra tocca, quello giorno non
puote avere niuno pericolo di tosco. E quelli che la porta sopra lui, niuno
malvagio vermine gli si osa apressare, nè dimorare in piazza (1496) ov'è.
Questa pietra si truova in una ysola del mare d'India, tra due montagne, la
ove è sì grandi dirupi, che niuno vi puote andare per nullo ingegno. E
quando gli uomini vogliono avere di queste pietre, si uccidono di capre
magre, e si l'ungono di mele, e fannone pezzi d'un palmo, e gittagli di qua e
di là, per questi dirupi. E poi viene uno ucciello (1497), e, volando in suso,
e' pigliano quella carne, e portalla sopra la cima di quella montagna per
mangiarla; e le genti gli asaliscono da tutto le parti; allora lasciano la carne
per la paura; la carne cade alla valle del dirupato (1498). E sapiate che le
pietre s'appiccano alla carne. Gli ucciegli pigliano la carne, e portalla fuori
del dirupo; e le genti in questa maniera truovano alcuna volta le pietre, che
sono apiccate a questa carne (1499).
(1494) Cocrisee C. F. R. — Sarebbero forse le cochlides di Plinio?
(1495) chi ont mal dou blanc sur la prunele ou vairole C. F. R.
(1496) en place C. F. R.
(1497) vengono li uccielli C. R. 2.
(1498) cade giù per le ripe C. R. 2.
(1499) Questo racconto sembra quasi copiato dal Polo.
Cap. CCCCLXXVII.
Lo re domanda di turchimanti (1500). Sidrac risponde:
Turchiman sono di tre colori: le fini ritragono a verdi, l'altre sono
cielestiale, e sono migliori e buone agli occhi. Che chi la tocca, quella
pietra, giammai non potrà essere confuso nè guasto; nè caldo nè freddo non
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gli fa male. Quello che la porta non potrà anegare in acqua, per le virtù che
Idio l'à donate. Anche sono di molte pietre preziose al mondo, e di molte
virtudi; ma le più preziose sono XXIIII, che ànno vertude in loro, fanno
profitto alli corpi. Siccome lo giorno e la notte sono XXIIII ore, e così sono
XXIIII pietre preziose.
L'erbe preziose sono di molte grande quantitade; e chi le volesse tutte
contare, grande istudio gli converrebbe mettere (1501). Ma d'una parte ve
ne diremo, e diviseremo la loro vertude e le loro maniere e le loro insegnie,
che grande fatto sarebe di tutte contarle e di tutte divisare. Che tutte l'erbe
che fanno bene a' corpi degli uomini apelliamo noi preziose; ma le più di
queste sono più degne e più avantate (1502) che non sono l'altre; e sono
piene di molte vertudi, grande e buone. E di queste ne diremo noi una
partita.
(1500) turchemanti C. R. 2.
(1501) faire C. F. R.
(1502) Intenderei per vantate, ma potrebbe anche avere il significato dell'avantar prov., di che vedi a
pag. 77.
Cap. CCCCLXXVIII.
Lo re domanda: quelli ch'ànno perduto la vista? (1503) Sidrac risponde:
Una erba di tre palmi, o di meno, e di VI branche, e ritonda foglia, con fiori
violetti, e seme ritondo, e radicie ritonda. Questa erba è buona per colui
che à perduta la vista. Chi pigliasse lo sugo e mettessene negli occhi che
non vede, da indi a XL giorni vedrebbe lume.
(1503) Nel C. F. R.: Herbe per la viste.
Idio l'à donate. Anche sono di molte pietre preziose al mondo, e di molte
virtudi; ma le più preziose sono XXIIII, che ànno vertude in loro, fanno
profitto alli corpi. Siccome lo giorno e la notte sono XXIIII ore, e così sono
XXIIII pietre preziose.
L'erbe preziose sono di molte grande quantitade; e chi le volesse tutte
contare, grande istudio gli converrebbe mettere (1501). Ma d'una parte ve
ne diremo, e diviseremo la loro vertude e le loro maniere e le loro insegnie,
che grande fatto sarebe di tutte contarle e di tutte divisare. Che tutte l'erbe
che fanno bene a' corpi degli uomini apelliamo noi preziose; ma le più di
queste sono più degne e più avantate (1502) che non sono l'altre; e sono
piene di molte vertudi, grande e buone. E di queste ne diremo noi una
partita.
(1500) turchemanti C. R. 2.
(1501) faire C. F. R.
(1502) Intenderei per vantate, ma potrebbe anche avere il significato dell'avantar prov., di che vedi a
pag. 77.
Cap. CCCCLXXVIII.
Lo re domanda: quelli ch'ànno perduto la vista? (1503) Sidrac risponde:
Una erba di tre palmi, o di meno, e di VI branche, e ritonda foglia, con fiori
violetti, e seme ritondo, e radicie ritonda. Questa erba è buona per colui
che à perduta la vista. Chi pigliasse lo sugo e mettessene negli occhi che
non vede, da indi a XL giorni vedrebbe lume.
(1503) Nel C. F. R.: Herbe per la viste.
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Cap. CCCCLXXVIIII.
Lo re domanda erba da stagnare sangue. Sidrac risponde:
Anche è un'erba con piccole foglie e ritonde, verde, con uno filo di
violetta (1504); nel mezzo fiori gialli, e seme lungo. Questa erba è per lo
sangue, chè niuna piaga è che segni di sangue (1505), e l'uomo mettesse su
di questa erba masticata e pesta, che lo sangue non istagnasse. Chi beesse lo
sugo delle sue branche, con un poco d'acqua, vincerebe gli rei colori e gli
omori del corpo. Chi bevesse la radicie con un poco di vino, uomo che
fosse ritruopico (1506), guarirebe di questo male.
(1504) con uno fiore violetto C. R. 2. — I liste dedens violete C. F. R.
(1505) chi seingne sanc C. F. R.
(1506) itropico C. R. 2.
Cap. CCCCLXXX.
Lo re domanda erba a bestie velenose. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di mezzo palmo, con molte foglie lunghe, sottili fiori
bianchi, seme ritondo, radici corte e grosse. Chi mangiasse di questa erba a
digiuno, di quello anno non temerebe morsura di niuna malvagia bestia. E
chi pigliasse l'erba e mangiassela, verde o secca, e poi bevesse un poco di
vino o d'acqua, incontanente vomicarebe lo veleno della morsura.
Cap. CCCCLXXXI.
Lo re domanda erba da stagnare sangue. Sidrac risponde:
Anche è un'erba con piccole foglie e ritonde, verde, con uno filo di
violetta (1504); nel mezzo fiori gialli, e seme lungo. Questa erba è per lo
sangue, chè niuna piaga è che segni di sangue (1505), e l'uomo mettesse su
di questa erba masticata e pesta, che lo sangue non istagnasse. Chi beesse lo
sugo delle sue branche, con un poco d'acqua, vincerebe gli rei colori e gli
omori del corpo. Chi bevesse la radicie con un poco di vino, uomo che
fosse ritruopico (1506), guarirebe di questo male.
(1504) con uno fiore violetto C. R. 2. — I liste dedens violete C. F. R.
(1505) chi seingne sanc C. F. R.
(1506) itropico C. R. 2.
Cap. CCCCLXXX.
Lo re domanda erba a bestie velenose. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di mezzo palmo, con molte foglie lunghe, sottili fiori
bianchi, seme ritondo, radici corte e grosse. Chi mangiasse di questa erba a
digiuno, di quello anno non temerebe morsura di niuna malvagia bestia. E
chi pigliasse l'erba e mangiassela, verde o secca, e poi bevesse un poco di
vino o d'acqua, incontanente vomicarebe lo veleno della morsura.
Cap. CCCCLXXXI.
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Lo re domanda erba per contratti guarire (1507). Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga d'uno braccio o di meno, con foglie crespe e
fiori violetti, con liste verdi, seme ritonde vermiglio, grande radice e grosse.
Chi la pestasse bene, e mescolasse con cera, per tre cotanti d'olio
d'uliva (1508), e fare questo cose tanto bollire che torni al terzo, e di quello
unguento si faccia ugnere ispesso al fuoco, egli guarrà tosto, e andrà sopra
gli suoi piedi, se andare egli non potesse.
(1507) a guarire li membri contratti C. R. 2.
(1508) aveuc elle III tans d'uille d'olives C. F. R.
Cap. CCCCLXXXII.
Lo re domanda erba per avere la vista. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di tre palmi, con poche frondi ritonde e fesse, e radice
forcate in tre parti, lo seme giallo e verde. Chi la pestasse e mettesse sopra
gli suoi occhi, e legassevi suso di forte drappo, e ciò facesse due volte il dì,
in capo di XL dì vederebe chiaramente.
Cap. CCCCLXXXIII.
Lo re domanda qual'è buona al male degli stranguglioni (1509). Sidrac
risponde:
Anche è un'erba piccola, e a molte foglie; un poco escie sopra terra, i
suoi fiori sono bianchi, la radice è lunga. Chi la pestasse, e facessela bene
Anche è un'erba lunga d'uno braccio o di meno, con foglie crespe e
fiori violetti, con liste verdi, seme ritonde vermiglio, grande radice e grosse.
Chi la pestasse bene, e mescolasse con cera, per tre cotanti d'olio
d'uliva (1508), e fare questo cose tanto bollire che torni al terzo, e di quello
unguento si faccia ugnere ispesso al fuoco, egli guarrà tosto, e andrà sopra
gli suoi piedi, se andare egli non potesse.
(1507) a guarire li membri contratti C. R. 2.
(1508) aveuc elle III tans d'uille d'olives C. F. R.
Cap. CCCCLXXXII.
Lo re domanda erba per avere la vista. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di tre palmi, con poche frondi ritonde e fesse, e radice
forcate in tre parti, lo seme giallo e verde. Chi la pestasse e mettesse sopra
gli suoi occhi, e legassevi suso di forte drappo, e ciò facesse due volte il dì,
in capo di XL dì vederebe chiaramente.
Cap. CCCCLXXXIII.
Lo re domanda qual'è buona al male degli stranguglioni (1509). Sidrac
risponde:
Anche è un'erba piccola, e a molte foglie; un poco escie sopra terra, i
suoi fiori sono bianchi, la radice è lunga. Chi la pestasse, e facessela bene
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bollire in acqua, e desse di quella acqua a bere all'uomo che avesse
istranguglioni, egli gli gitterebbe; e altrettale averebbe della bestia.
(1509) Nel n. t.: erba letricagione guarire. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CCCCLXXXIIII.
Lo re domanda erba per l'enteriole guarire (1510). Sidrac risponde:
Anche è un'erba che fa la sua foglia a guisa di fronde di chisciti (1511),
e à gli fiori gialli, e piccola radice, e piccolo seme. Quando l'uomo mastica
uno poco di quella erba, e priemela, si distende a modo di sangue. Che la
facesse (1512) con bianco dell'uovo, e dessela a mangiare all'uomo che
avesse l'enteriora magagnate (1513), incontanente, s'egli l'usasse, guarrebe.
(1510) a guarire il male delle budella C. R. 2.
(1511) Forse la chrysocome di Dioscoride (IV, 45), chrysitis di Plinio (XXI, 26).
(1512) chi la friroit C. F. R.
(1513) Manca magagnate al n. t. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. CCCCLXXXV.
Lo re dimanda per inpregnare. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di più d'uno palmo, e è molta nera, e à molte foglie a
guisa di mortelle. Le sue fronde si tengono a due a tre e a quattro; à piccole
radici. Chi la pestasse, e mettessela sopra acqua tiepida, e la femina la
portasse tre dì nella sua natura, e al vespro e al mattino la mangiasse, infine
istranguglioni, egli gli gitterebbe; e altrettale averebbe della bestia.
(1509) Nel n. t.: erba letricagione guarire. — Abb. corr. col C. R. 2.
Cap. CCCCLXXXIIII.
Lo re domanda erba per l'enteriole guarire (1510). Sidrac risponde:
Anche è un'erba che fa la sua foglia a guisa di fronde di chisciti (1511),
e à gli fiori gialli, e piccola radice, e piccolo seme. Quando l'uomo mastica
uno poco di quella erba, e priemela, si distende a modo di sangue. Che la
facesse (1512) con bianco dell'uovo, e dessela a mangiare all'uomo che
avesse l'enteriora magagnate (1513), incontanente, s'egli l'usasse, guarrebe.
(1510) a guarire il male delle budella C. R. 2.
(1511) Forse la chrysocome di Dioscoride (IV, 45), chrysitis di Plinio (XXI, 26).
(1512) chi la friroit C. F. R.
(1513) Manca magagnate al n. t. — Abb. suppl. col C. R. 2.
Cap. CCCCLXXXV.
Lo re dimanda per inpregnare. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di più d'uno palmo, e è molta nera, e à molte foglie a
guisa di mortelle. Le sue fronde si tengono a due a tre e a quattro; à piccole
radici. Chi la pestasse, e mettessela sopra acqua tiepida, e la femina la
portasse tre dì nella sua natura, e al vespro e al mattino la mangiasse, infine
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di tre dì giacesse con suo marito, s'ella non fia isterile, overo lo suo signore,
ella ingraviderà (1514).
(1514) Nel Libro de le segrete cose de le donne (Cod. inedito della Mediceo-Laurenziana), dannosi
varie ricette, utili quando la donna non puote avere figliuoli; e questa, tra le altre,
singolarissima: „toglie latte d'asina, e bagnavi entro lana sucida, e legala in su lo bellico
dell'uomo, e tanto vi stea quanto àe affare con sua donna„. E più sotto insegnasi di tenere
appresso a la matrice lana o bambagia, intinta in olio rosato, dov'abbia bollito aglio secco e
umido. — Paragonisi col Remedium ad concipiendum del Porta, nella Magia Nat., VIII., 7.
Cap. CCCCLXXXVI.
Lo re domanda erba per guarire del giallore. Sidrac risponde:
Anche è un'erba con piccole frondi fesse e lunghe, con fiori violetti,
seme giallo e ritondo, radici piccole. Chi la bollisse bene in acqua piovana,
e desse a bere a uomo che avesse giallo colore, VII dì, al mattino e alla sera,
egli guarrebbe del giallore.
Cap. CCCCLXXXVII.
Lo re domanda erba per lo male dell'orinare. Sidrac risponde:
Anche è un'erba piccola, con grandi foglie forcate gialle, con piccolo
seme e piccole radici. Chi la facesse bollire in vino, e dessela a bere a
l'uomo che non potesse pisciare, tre dì, da mattina e da sera, essendo bene
istretto di caldo (1515), si guarirà.
(1515) Così anche nel C. R. 2. — È evidente che il traduttore non ha inteso il testo, che è pure
chiarissimo: et la daroit a boire a home chi ne peut pisser, III jors, a matin et a soir, de froit soit
ella ingraviderà (1514).
(1514) Nel Libro de le segrete cose de le donne (Cod. inedito della Mediceo-Laurenziana), dannosi
varie ricette, utili quando la donna non puote avere figliuoli; e questa, tra le altre,
singolarissima: „toglie latte d'asina, e bagnavi entro lana sucida, e legala in su lo bellico
dell'uomo, e tanto vi stea quanto àe affare con sua donna„. E più sotto insegnasi di tenere
appresso a la matrice lana o bambagia, intinta in olio rosato, dov'abbia bollito aglio secco e
umido. — Paragonisi col Remedium ad concipiendum del Porta, nella Magia Nat., VIII., 7.
Cap. CCCCLXXXVI.
Lo re domanda erba per guarire del giallore. Sidrac risponde:
Anche è un'erba con piccole frondi fesse e lunghe, con fiori violetti,
seme giallo e ritondo, radici piccole. Chi la bollisse bene in acqua piovana,
e desse a bere a uomo che avesse giallo colore, VII dì, al mattino e alla sera,
egli guarrebbe del giallore.
Cap. CCCCLXXXVII.
Lo re domanda erba per lo male dell'orinare. Sidrac risponde:
Anche è un'erba piccola, con grandi foglie forcate gialle, con piccolo
seme e piccole radici. Chi la facesse bollire in vino, e dessela a bere a
l'uomo che non potesse pisciare, tre dì, da mattina e da sera, essendo bene
istretto di caldo (1515), si guarirà.
(1515) Così anche nel C. R. 2. — È evidente che il traduttore non ha inteso il testo, che è pure
chiarissimo: et la daroit a boire a home chi ne peut pisser, III jors, a matin et a soir, de froit soit
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de chaut, il guarra.
Cap. CCCCLXXXVIII.
Lo re domanda erba per lo male de' denti. Sidrac risponde:
Anche è un'erba che somiglia al finocchio, e à i fiori vermigli, e, seme
giallo, e radici grosse e ritonde. Chi questa erba facesse bene pestare, con
tutte le radici, con olio d'uliva, e colui che à male ne' denti, s'egli s'enpiesse
tre volte il dì di quello olio la bocca, in cinque giorni guarrebbe, che mai
non avrebe niuno male.
Cap. CCCCLXXXVIIII.
Lo re domanda per lo fiato che pute. Sidrac risponde:
Anche è un'erba che somiglia a' porri, lunga tre palmi e più, e à lo
seme bianco. Chi pigliasse le branche, e tagliassele, e gittasele in de le nari
puzolenti, due pezi, tanto come l'uomo potesse sofferire, XV dì, da mattina
e da sera, egli guarirebe e avrebe buono fiato.
Cap. CCCCLXXXX.
Lo re domanda erba per lo sordo. Sidrac risponde:
Cap. CCCCLXXXVIII.
Lo re domanda erba per lo male de' denti. Sidrac risponde:
Anche è un'erba che somiglia al finocchio, e à i fiori vermigli, e, seme
giallo, e radici grosse e ritonde. Chi questa erba facesse bene pestare, con
tutte le radici, con olio d'uliva, e colui che à male ne' denti, s'egli s'enpiesse
tre volte il dì di quello olio la bocca, in cinque giorni guarrebbe, che mai
non avrebe niuno male.
Cap. CCCCLXXXVIIII.
Lo re domanda per lo fiato che pute. Sidrac risponde:
Anche è un'erba che somiglia a' porri, lunga tre palmi e più, e à lo
seme bianco. Chi pigliasse le branche, e tagliassele, e gittasele in de le nari
puzolenti, due pezi, tanto come l'uomo potesse sofferire, XV dì, da mattina
e da sera, egli guarirebe e avrebe buono fiato.
Cap. CCCCLXXXX.
Lo re domanda erba per lo sordo. Sidrac risponde:
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Anche è un'erba che somiglia a lingua bovina; chi la pigliasse e
pestasse, e traesene il sugo, e pigliasse la banbagia e ponessela agli orecchi
due volte o tre il dì da mattina, insino in XV dì, udirebe chiaramente.
Questa erba à fiori bianchi e poche foglie e poche radici.
Cap. CCCCLXXXXI.
Lo re domanda erba per la puzza di bocca guarire. Sidrac risponde:
Anche è una erba con lunghe foglie, e à fiori violetti e seme giallo e
radici forcute in quattro parti. Chi masticasse di questa erba due giorni a
digiuno, egli guarirebbe.
Cap. CCCCLXXXXII.
Lo re domanda erba per lo freddo. Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga a due branche o più, e fiori bianchi e seme
bianco, radici ritonde e grosse. Chi la pestasse, e prendesse lo sugo, e
quando à quello male medesimo nelle orecchie, e' se ne ugnesse gli anari e
gli orecchi e le labra, tre volte, egli guarirebbe.
Cap. CCCCLXXXXIII.
pestasse, e traesene il sugo, e pigliasse la banbagia e ponessela agli orecchi
due volte o tre il dì da mattina, insino in XV dì, udirebe chiaramente.
Questa erba à fiori bianchi e poche foglie e poche radici.
Cap. CCCCLXXXXI.
Lo re domanda erba per la puzza di bocca guarire. Sidrac risponde:
Anche è una erba con lunghe foglie, e à fiori violetti e seme giallo e
radici forcute in quattro parti. Chi masticasse di questa erba due giorni a
digiuno, egli guarirebbe.
Cap. CCCCLXXXXII.
Lo re domanda erba per lo freddo. Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga a due branche o più, e fiori bianchi e seme
bianco, radici ritonde e grosse. Chi la pestasse, e prendesse lo sugo, e
quando à quello male medesimo nelle orecchie, e' se ne ugnesse gli anari e
gli orecchi e le labra, tre volte, egli guarirebbe.
Cap. CCCCLXXXXIII.
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Lo re domanda erba per la tigna. Sidrac risponde:
Anche è una erba lunga d'uno braccio e lunghe le foglie e lunghi i fiori
e lungo il seme, giallo. E chi la pestasse, e mettesse in uno vasello, e
coprisselo tutto d'olio d'oliva dentro lo vasello, e poi lo lasciasse XX dì al
sole, e poi ugnesse la tigna, XV dì, egli guarirebbe.
Cap. CCCCLXXXXIIII.
Lo re domanda erba per la rogna. Sidrac risponde:
Anche è una erba piccola, e àe otto rami e in ciascuno ramo à quattro
foglie. Chi pigliasse solamente i rami, e pestassegli, e ponesseli con olio
d'uliva, e bolissono tanto che tornasono alla metà, e di quello ugnesse tre
volte li rognosi, guarirebono della rogna. Questa erba non à fiori, se non
seme giallo.
Cap. CCCCLXXXXV.
Lo re domanda erba per lo male del corpo (1516). Sidrac risponde:
Anche è una erba di due palmi o di più lunga, e à foglie tenere a guisa
di mortella, e non à fiori, e à piccole radici e piccolo seme. Chi la facesse
bene frigere con olio d'uliva, e la mettesse tanto calda come l'uomo potesse
sofferire in sulla fronte e in sulle tenpie, la mattina e la sera, VIII dì, egli
guarirebe di tutte malizie di testa. Questa erba si truova il più in su a' muri,
presso ad acqua.
Anche è una erba lunga d'uno braccio e lunghe le foglie e lunghi i fiori
e lungo il seme, giallo. E chi la pestasse, e mettesse in uno vasello, e
coprisselo tutto d'olio d'oliva dentro lo vasello, e poi lo lasciasse XX dì al
sole, e poi ugnesse la tigna, XV dì, egli guarirebbe.
Cap. CCCCLXXXXIIII.
Lo re domanda erba per la rogna. Sidrac risponde:
Anche è una erba piccola, e àe otto rami e in ciascuno ramo à quattro
foglie. Chi pigliasse solamente i rami, e pestassegli, e ponesseli con olio
d'uliva, e bolissono tanto che tornasono alla metà, e di quello ugnesse tre
volte li rognosi, guarirebono della rogna. Questa erba non à fiori, se non
seme giallo.
Cap. CCCCLXXXXV.
Lo re domanda erba per lo male del corpo (1516). Sidrac risponde:
Anche è una erba di due palmi o di più lunga, e à foglie tenere a guisa
di mortella, e non à fiori, e à piccole radici e piccolo seme. Chi la facesse
bene frigere con olio d'uliva, e la mettesse tanto calda come l'uomo potesse
sofferire in sulla fronte e in sulle tenpie, la mattina e la sera, VIII dì, egli
guarirebe di tutte malizie di testa. Questa erba si truova il più in su a' muri,
presso ad acqua.
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(1516) Nel C. F. R.: Herbe per mal de teste.
Cap. CCCCLXXXXVI.
Lo re domanda erba di parlare. Sidrac risponde:
Anche è una erba a pochi fiori, bianche le foglie, a guisa di lingua
d'uccello, sottile radice, ritonde, seme giallo. A persona che avesse perduto
la favella per infermità, chi gli mettesse una foglia di questa erba sotto la
lingua, la favella gli ritornerebe una grande ora, se ella fosse pesta e secca.
Cap. CCCCLXXXXVII.
Lo re domanda per quelli che crollano il capo (1517). Sidrac risponde:
Anche è una erba corta d'uno palmo, e le foglie lunghe e grandi come
uno dito, e à fiori vermigli e radice lunga, e seme ritondo e bianco. Quelli
che crolla il capo, se gli facesse radere il capo, e facesse mettere uno
impiastro in sul capo di questa erba e di quello mele (1518), e poi sopra
quello inpiastro ne mettesse un altro di cera, e questo facesse tre volte, si
guarirebe, s'egli metterà tre dì questi impiastri in sul capo.
(1517) Nel C. R. 2.: a volere che gli vecchi non menino lo capo.
(1518) e faccia pestare questa erba bene e bollire con mele d'ape vergine C. R. 2.
Cap. CCCCLXXXXVI.
Lo re domanda erba di parlare. Sidrac risponde:
Anche è una erba a pochi fiori, bianche le foglie, a guisa di lingua
d'uccello, sottile radice, ritonde, seme giallo. A persona che avesse perduto
la favella per infermità, chi gli mettesse una foglia di questa erba sotto la
lingua, la favella gli ritornerebe una grande ora, se ella fosse pesta e secca.
Cap. CCCCLXXXXVII.
Lo re domanda per quelli che crollano il capo (1517). Sidrac risponde:
Anche è una erba corta d'uno palmo, e le foglie lunghe e grandi come
uno dito, e à fiori vermigli e radice lunga, e seme ritondo e bianco. Quelli
che crolla il capo, se gli facesse radere il capo, e facesse mettere uno
impiastro in sul capo di questa erba e di quello mele (1518), e poi sopra
quello inpiastro ne mettesse un altro di cera, e questo facesse tre volte, si
guarirebe, s'egli metterà tre dì questi impiastri in sul capo.
(1517) Nel C. R. 2.: a volere che gli vecchi non menino lo capo.
(1518) e faccia pestare questa erba bene e bollire con mele d'ape vergine C. R. 2.
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Cap. CCCCLXXXXVIII.
Lo re domanda erba per colui che cade di rio male. Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga e sottile, e à foglie che si tengono a due a due,
molte vermiglie, a piccole radici. Chi la mettesse sopra il capo di colui che
è impazato (1519), al nome del padre e del figliuolo e dello spirito santo,
egli ritornerebe incontanente in suo senno (1520).
(1519) di colui che cade di quel rio male C. R. 2.
(1520) no' gli tornerebe quella malatia C. R. 2.
Cap. CCCCLXXXXVIIII.
Lo re domanda erba per sanità del fanciullo. Sidrac risponde:
Anche è un'erba che non à se non cinque foglie, e fiori violetti, e radice
ritonde, e seme bianco. Chi pigliasse il sugo di questa erba, e lo coprisse, e
quando lo fanciullo nascesse, incontanente fosse unto del sugo di questa
erba, giammai non avrebe malvagia malizia nel suo corpo.
Cap. D.
Lo re domanda erba per lo fegato. Sidrac risponde:
Anche è un'erba isparta sopra terra, le foglie larghe, e i fiori verdi e
gialli, piccole radici, e giallo seme, e poche foglie. Chi l'arostisse in uno
Lo re domanda erba per colui che cade di rio male. Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga e sottile, e à foglie che si tengono a due a due,
molte vermiglie, a piccole radici. Chi la mettesse sopra il capo di colui che
è impazato (1519), al nome del padre e del figliuolo e dello spirito santo,
egli ritornerebe incontanente in suo senno (1520).
(1519) di colui che cade di quel rio male C. R. 2.
(1520) no' gli tornerebe quella malatia C. R. 2.
Cap. CCCCLXXXXVIIII.
Lo re domanda erba per sanità del fanciullo. Sidrac risponde:
Anche è un'erba che non à se non cinque foglie, e fiori violetti, e radice
ritonde, e seme bianco. Chi pigliasse il sugo di questa erba, e lo coprisse, e
quando lo fanciullo nascesse, incontanente fosse unto del sugo di questa
erba, giammai non avrebe malvagia malizia nel suo corpo.
Cap. D.
Lo re domanda erba per lo fegato. Sidrac risponde:
Anche è un'erba isparta sopra terra, le foglie larghe, e i fiori verdi e
gialli, piccole radici, e giallo seme, e poche foglie. Chi l'arostisse in uno
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vasello, e poi la pestasse, e ugnesse sopra il fegato, egli guarirebbe.
Cap. DI.
Lo re domanda erba per la lena. Sidrac risponde:
Anche è un'erba a gialli fiori, e branche e bianche foglie. Chi la bollirà
bene con vino forte, e darà a bere quello vino a colui che avrà male fiato, III
volte, a digiuno, egli guarirà.
Cap. DII.
Lo re domanda erba per le crepature guarire. Sidrac risponde:
Anche è un'erba verde, à gialli i fiori e rami, foglie grandi, radice e
seme bianco. Chi la bollisse bene con vino forte, e poi mettesse di sopra
mele, e la bollisse tanto che tornasse a maniera di lattovaro, e se quelli che à
le crepature l'usasse, egli guarirebbe.
Cap. DIII.
Lo re domanda erba per veghiare. Sidrac risponde:
Cap. DI.
Lo re domanda erba per la lena. Sidrac risponde:
Anche è un'erba a gialli fiori, e branche e bianche foglie. Chi la bollirà
bene con vino forte, e darà a bere quello vino a colui che avrà male fiato, III
volte, a digiuno, egli guarirà.
Cap. DII.
Lo re domanda erba per le crepature guarire. Sidrac risponde:
Anche è un'erba verde, à gialli i fiori e rami, foglie grandi, radice e
seme bianco. Chi la bollisse bene con vino forte, e poi mettesse di sopra
mele, e la bollisse tanto che tornasse a maniera di lattovaro, e se quelli che à
le crepature l'usasse, egli guarirebbe.
Cap. DIII.
Lo re domanda erba per veghiare. Sidrac risponde:
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Anche è un'erba gialistra (1521), e à molte foglie ritonde, e fiori gialli
a due bottoni, ritondi, dentro vermigli, seme ritondo, e radici gialle e grosse.
Chi mettesse di questa erba dentro alla sua bocca, egli non potrebe dormire,
intanto quant'egli ve la tenesse in bocca, eziandio se ve la tenesse sette
mesi.
(1521) con gialli fiori C. R. 2.
Cap. DIV.
Lo re domanda erba per vedere chiaramente. Sidrac risponde:
Anche è un'erba alta mezzo palmo, e à foglie verdi a guisa d'occhi, e à
poco seme, e poche radici e lunghe. Chi la tenesse in bocca, egli vedrebe
tanto chiaramente, ch'egli conoscierebe apertamente lo verde dal bruno, da
lunga VII miglia, e vedrebe di notte chiaramente.
Cap. DV.
Lo re domanda erba per vedere le stelle di giorno. Sidrac risponde:
Anche è un'erba alta uno mezzo dito, e à foglie a guisa di lupini, e
gialli i fiori, e dentro vermigli, radice di due palmi e più. Chi mettesse di
questa erba sopra il capo suo e nella sua bocca, egli vedrebe apertamente le
stelle di giorno.
a due bottoni, ritondi, dentro vermigli, seme ritondo, e radici gialle e grosse.
Chi mettesse di questa erba dentro alla sua bocca, egli non potrebe dormire,
intanto quant'egli ve la tenesse in bocca, eziandio se ve la tenesse sette
mesi.
(1521) con gialli fiori C. R. 2.
Cap. DIV.
Lo re domanda erba per vedere chiaramente. Sidrac risponde:
Anche è un'erba alta mezzo palmo, e à foglie verdi a guisa d'occhi, e à
poco seme, e poche radici e lunghe. Chi la tenesse in bocca, egli vedrebe
tanto chiaramente, ch'egli conoscierebe apertamente lo verde dal bruno, da
lunga VII miglia, e vedrebe di notte chiaramente.
Cap. DV.
Lo re domanda erba per vedere le stelle di giorno. Sidrac risponde:
Anche è un'erba alta uno mezzo dito, e à foglie a guisa di lupini, e
gialli i fiori, e dentro vermigli, radice di due palmi e più. Chi mettesse di
questa erba sopra il capo suo e nella sua bocca, egli vedrebe apertamente le
stelle di giorno.
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Cap. DVI.
Lo re domanda erba per saldare fedite. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba verdetta terragna (1522), lunga due braccia, foglie
agute, fiori bianchi, seme giallo, radice lunghe. Chi la mettesse sopra fuoco,
e poi la pestasse, e la mettesse sopra la sua fedita fortemente legata, e
tenessevela uno dì, si salderebe, tutto che la fedita fosse molto grande.
(1522) Nel n. t. ragna. — Abb. corr. col C. R. 2. — Il C. F. R.: vert tendre.
Cap. DVII.
Lo re domanda erba per la tossa. Sidrac risponde:
Anche è un'erba piccola come menta per noce (1523), e à sottili foglie
e lunghe, e à i fiori violetti, seme vermiglio, radice ritonde. Chi mettesse
uno dì e una notte di questa erba in bocca, la tossa si partirebe incontanente
da lui.
(1523) E il C. R. 2.: piccola per le nocie. — Come sarebbe possibile correggere l'errore dei due
Codd. senza il testo francese? Nel quale si legge: une petite erbe chi monte en roches.
Cap. DVIII.
Lo re domanda erba che fa dire dormendo ciò che l'uomo avrà fatto. Sidrac
risponde:
Lo re domanda erba per saldare fedite. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba verdetta terragna (1522), lunga due braccia, foglie
agute, fiori bianchi, seme giallo, radice lunghe. Chi la mettesse sopra fuoco,
e poi la pestasse, e la mettesse sopra la sua fedita fortemente legata, e
tenessevela uno dì, si salderebe, tutto che la fedita fosse molto grande.
(1522) Nel n. t. ragna. — Abb. corr. col C. R. 2. — Il C. F. R.: vert tendre.
Cap. DVII.
Lo re domanda erba per la tossa. Sidrac risponde:
Anche è un'erba piccola come menta per noce (1523), e à sottili foglie
e lunghe, e à i fiori violetti, seme vermiglio, radice ritonde. Chi mettesse
uno dì e una notte di questa erba in bocca, la tossa si partirebe incontanente
da lui.
(1523) E il C. R. 2.: piccola per le nocie. — Come sarebbe possibile correggere l'errore dei due
Codd. senza il testo francese? Nel quale si legge: une petite erbe chi monte en roches.
Cap. DVIII.
Lo re domanda erba che fa dire dormendo ciò che l'uomo avrà fatto. Sidrac
risponde:
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Anch'è un'erba lunga presso di due palmi, e à fiori come bottoni gialli,
seme fesso e bianco, radice ritonde. Chi mettesse di questa erba sopra la
criatura che dorme, cioè solamente di quelli bottoni, egli manifesterebe ciò
ch'egli avesse fatto già V anni.
Cap. DIX.
Lo re domanda erba che non lasci l'uomo vedere. Sidrac risponde:
Anche è un'erba piccola di mezzo dito sopra terra, e à foglie nere. Chi
la mettesse in bocca, e andasse tra gente, niuno il potrebbe vedere.
Cap. DX.
Lo re domanda erba per torre la parola alle genti. Sidrac risponde:
Anche è un'erba che non à se non V foglie tenere, vermigli fiori, e
rosso seme, gialle radice ritonde. Chi mettesse sopra il suo capo quella erba,
e passasse tra gente, neuno gli potrebe favellare, tanto come egli lo
sentisono.
Cap. DXI.
Lo re domanda erba d'amore. Sidrac risponde:
seme fesso e bianco, radice ritonde. Chi mettesse di questa erba sopra la
criatura che dorme, cioè solamente di quelli bottoni, egli manifesterebe ciò
ch'egli avesse fatto già V anni.
Cap. DIX.
Lo re domanda erba che non lasci l'uomo vedere. Sidrac risponde:
Anche è un'erba piccola di mezzo dito sopra terra, e à foglie nere. Chi
la mettesse in bocca, e andasse tra gente, niuno il potrebbe vedere.
Cap. DX.
Lo re domanda erba per torre la parola alle genti. Sidrac risponde:
Anche è un'erba che non à se non V foglie tenere, vermigli fiori, e
rosso seme, gialle radice ritonde. Chi mettesse sopra il suo capo quella erba,
e passasse tra gente, neuno gli potrebe favellare, tanto come egli lo
sentisono.
Cap. DXI.
Lo re domanda erba d'amore. Sidrac risponde:
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Anche è un'erba grande uno palmo; e à teneri rami e sottili, foglie
ritonde violette, fiore bianco, violetto seme, gialle radici lunghe. Chi
tagliasse di questa erba al nome d'alcuna persona ch'egli volesse, e poi la
portasse sopra (1524), quella persona l'amerebe, e mai di lui amare non si
rimarrebbe, tanto com'egli avesse quella erba adosso.
(1524) sur soi C. F. R.
Cap. DXII.
Lo re domanda erba d'odio (1525). Sidrac risponde:
Anche è un'erba di due palmi, e à foglie a guisa de le stelle, fiori
vermigli, seme vermiglio, radice lunghe. Chi portasse sopra sè di quella
erba, egli sarebe odiato da tutta gente. E se alcuna bestia l'avesse adosso,
andando, l'altre bestie no' la vorranno mai vedere nè trovare, nè udire di lei
favellare, nè in camino nè in contrada, tanto com'egli sarebbe di quella
diliberato (1526).
(1525) Nel n. t.: erba di Dio. — Abb. corr. secondo i due codd. R. 2. e F. R.
(1526) mentre che questa erba avesse C. R. 2.
Cap. DXIII.
Lo re domanda per iscaldare il corpo d'uomo. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di V palmi o di meno, cioè foglie fesse, e fiori
bianchi, e seme giallo, e radice ritonde grosse. Chi la portasse e bevesse lo
ritonde violette, fiore bianco, violetto seme, gialle radici lunghe. Chi
tagliasse di questa erba al nome d'alcuna persona ch'egli volesse, e poi la
portasse sopra (1524), quella persona l'amerebe, e mai di lui amare non si
rimarrebbe, tanto com'egli avesse quella erba adosso.
(1524) sur soi C. F. R.
Cap. DXII.
Lo re domanda erba d'odio (1525). Sidrac risponde:
Anche è un'erba di due palmi, e à foglie a guisa de le stelle, fiori
vermigli, seme vermiglio, radice lunghe. Chi portasse sopra sè di quella
erba, egli sarebe odiato da tutta gente. E se alcuna bestia l'avesse adosso,
andando, l'altre bestie no' la vorranno mai vedere nè trovare, nè udire di lei
favellare, nè in camino nè in contrada, tanto com'egli sarebbe di quella
diliberato (1526).
(1525) Nel n. t.: erba di Dio. — Abb. corr. secondo i due codd. R. 2. e F. R.
(1526) mentre che questa erba avesse C. R. 2.
Cap. DXIII.
Lo re domanda per iscaldare il corpo d'uomo. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di V palmi o di meno, cioè foglie fesse, e fiori
bianchi, e seme giallo, e radice ritonde grosse. Chi la portasse e bevesse lo
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sugo tre dì a digiuno, egli sarebe la notte di calda conparasione; altresì la
femina come l'uomo.
Cap. DXIIII.
Lo re domanda erba per infrescare il corpo. Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga di due palmi o di meno, e à foglie in guisa
d'isoppo, e fiori gialli, e seme giallo, e radice forcute. Chi la pestasse, e
bevesse lo sugo uno dì a digiuno, egli sarebe di fredda conparisione, altressì
come uno uomo castro (1527); e non potrebe ingenerare nè giacere con
femmina, chè egli à perduto la forza e lo vigore.
(1527) com I home chi cust perdu ses coilles C. F. R.
Cap. DXV.
Lo re domanda erba per fare ingenerare. Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga di quattro palmi o di meno e è a guisa di
crescioni, e à fiori violetti, e lo seme vermiglio, e radice piccole forcute. Chi
la facesse pestare e bollire con mele, e mangiassene XXX dì a digiuno, egli
ingienerebbe, s'egli o la femina non fosse sterile.
Cap. DXVI.
femina come l'uomo.
Cap. DXIIII.
Lo re domanda erba per infrescare il corpo. Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga di due palmi o di meno, e à foglie in guisa
d'isoppo, e fiori gialli, e seme giallo, e radice forcute. Chi la pestasse, e
bevesse lo sugo uno dì a digiuno, egli sarebe di fredda conparisione, altressì
come uno uomo castro (1527); e non potrebe ingenerare nè giacere con
femmina, chè egli à perduto la forza e lo vigore.
(1527) com I home chi cust perdu ses coilles C. F. R.
Cap. DXV.
Lo re domanda erba per fare ingenerare. Sidrac risponde:
Anche è un'erba lunga di quattro palmi o di meno e è a guisa di
crescioni, e à fiori violetti, e lo seme vermiglio, e radice piccole forcute. Chi
la facesse pestare e bollire con mele, e mangiassene XXX dì a digiuno, egli
ingienerebbe, s'egli o la femina non fosse sterile.
Cap. DXVI.
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Lo re domanda erba per la sete. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di mezzo palmo, fiori bianchi, seme bianco, foglie e
radici. Chi tenesse uno poco di quella erba sotto la lingua, tanto quanto egli
la tenesse non avrebe sete dentro.
Cap. DXVII.
Lo re domanda per disfare incantamenti. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba di meno di due palmi, e à foglie come salcio, fiori
gialli, e seme giallo, e radice piccole. Che l'ardesse tanto a lunga, quanto lo
suo fumo durasse, incantamento che v'avesse sarebe disfatto, e niuno
incantamento vi potrebe fare.
Cap. DXVIII.
Lo re domanda erba per pericolo d'acqua. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba poco meno di due palmi e di meno, foglie violette,
seme giallo, radici corte. Chi passasse acqua dolce con essa, egli non
avrebbe niuno pericolo; tutto fosse l'acqua molta pericolosa, si non potrebe
egli annegare.
Anche è un'erba di mezzo palmo, fiori bianchi, seme bianco, foglie e
radici. Chi tenesse uno poco di quella erba sotto la lingua, tanto quanto egli
la tenesse non avrebe sete dentro.
Cap. DXVII.
Lo re domanda per disfare incantamenti. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba di meno di due palmi, e à foglie come salcio, fiori
gialli, e seme giallo, e radice piccole. Che l'ardesse tanto a lunga, quanto lo
suo fumo durasse, incantamento che v'avesse sarebe disfatto, e niuno
incantamento vi potrebe fare.
Cap. DXVIII.
Lo re domanda erba per pericolo d'acqua. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba poco meno di due palmi e di meno, foglie violette,
seme giallo, radici corte. Chi passasse acqua dolce con essa, egli non
avrebbe niuno pericolo; tutto fosse l'acqua molta pericolosa, si non potrebe
egli annegare.
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Cap. DXVIIII.
Lo re domanda erba per salvare memoria. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba lunga come uno uomo o di meno, in guisa d'ulivo, e à
fiori a guisa di bottoni biondi, seme vermiglio, radice lunghe e grosse. Chi
portasse uno di questi fiori sopra capo, non potrebe perdere la sua memoria,
per niuna cagione, per cruccio nè per vino nè per niun'altra cosa.
Cap. DXX.
Lo re domanda erba per incantare i suoi nimici. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba di lungheza di sei palmi o di meno, e à sottili fronde a
guisa di ramerino, e fiori verdi, e il seme nero, vermiglie radici e lunghe e
forcute. Chi questa erba portasse sopra sè, e passasse in terra tra suoi
mortali nimici, niuno gli potrebe nuocere, tutto ch'eglino avessono la sua
morte giurata.
Cap. DXXI.
Lo re domanda erba per farnetico. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di due palmi, e à VII rami, e in ciascuno ramo à uno
fiore biadetto, seme giallo, e gialle radici un poco forcute. Chi la bollisse
Lo re domanda erba per salvare memoria. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba lunga come uno uomo o di meno, in guisa d'ulivo, e à
fiori a guisa di bottoni biondi, seme vermiglio, radice lunghe e grosse. Chi
portasse uno di questi fiori sopra capo, non potrebe perdere la sua memoria,
per niuna cagione, per cruccio nè per vino nè per niun'altra cosa.
Cap. DXX.
Lo re domanda erba per incantare i suoi nimici. Sidrac risponde:
Anch'è un'erba di lungheza di sei palmi o di meno, e à sottili fronde a
guisa di ramerino, e fiori verdi, e il seme nero, vermiglie radici e lunghe e
forcute. Chi questa erba portasse sopra sè, e passasse in terra tra suoi
mortali nimici, niuno gli potrebe nuocere, tutto ch'eglino avessono la sua
morte giurata.
Cap. DXXI.
Lo re domanda erba per farnetico. Sidrac risponde:
Anche è un'erba di due palmi, e à VII rami, e in ciascuno ramo à uno
fiore biadetto, seme giallo, e gialle radici un poco forcute. Chi la bollisse
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con mele, e facesse di quelle inpiastro, e mettesselo sopra il capo raso di
colui che à il farnetico, egli guarirebbe.
Cap. DXXII.
Lo re domanda erba per colui che non può tenere l'orina (1528). Sidrac
risponde:
Anche è un'erba d'uno palmo, e à molte foglie a guisa di menta, fiori
vermigli, radici gialle. Chi beesse il suo sugo a digiuno, egli gli
conforterebbe le reni, chi la beesse tre dì.
E altressì queste erbe che noi abiamo nominate, quando sono secche,
ànno altresì la loro vertude, come verdi. E anche ne sono molte volte altre
assai, maravigliosamente virtudiose, che l'uomo le potrebe trovare per
l'universo mondo; ma nonne vogliamo fare menzione, che tropo sarebe
grave; che per tutte le cose à vertù, ciò è nelle parole e nell'erbe e nelle
pietre preziose; ma sopratutto sono le vertudi nelle parole. Ciò sono le
parole che adorano Iddio, lo criatore di tutto il mondo. Tali parole vagliono
a tutti bisogni, e scanpano e scanperanno le persone di molti pericoli. E noi
facciamo priego a l'altissimo signore del cielo e della terra, che scanpi
quello ch'è scritto qui de' pericoli dello 'nferno e delle brighe del mondo.
Iddio gli dia buona vita e sanità conpiuta. Amen. E faretene a Cristo
orazione, per quelli che à scritta questa ragione.
(1528) Nel C. R. 2.: a guarire delle reni.
Cap. DXXIII.
colui che à il farnetico, egli guarirebbe.
Cap. DXXII.
Lo re domanda erba per colui che non può tenere l'orina (1528). Sidrac
risponde:
Anche è un'erba d'uno palmo, e à molte foglie a guisa di menta, fiori
vermigli, radici gialle. Chi beesse il suo sugo a digiuno, egli gli
conforterebbe le reni, chi la beesse tre dì.
E altressì queste erbe che noi abiamo nominate, quando sono secche,
ànno altresì la loro vertude, come verdi. E anche ne sono molte volte altre
assai, maravigliosamente virtudiose, che l'uomo le potrebe trovare per
l'universo mondo; ma nonne vogliamo fare menzione, che tropo sarebe
grave; che per tutte le cose à vertù, ciò è nelle parole e nell'erbe e nelle
pietre preziose; ma sopratutto sono le vertudi nelle parole. Ciò sono le
parole che adorano Iddio, lo criatore di tutto il mondo. Tali parole vagliono
a tutti bisogni, e scanpano e scanperanno le persone di molti pericoli. E noi
facciamo priego a l'altissimo signore del cielo e della terra, che scanpi
quello ch'è scritto qui de' pericoli dello 'nferno e delle brighe del mondo.
Iddio gli dia buona vita e sanità conpiuta. Amen. E faretene a Cristo
orazione, per quelli che à scritta questa ragione.
(1528) Nel C. R. 2.: a guarire delle reni.
Cap. DXXIII.
Page 416
Lo re domanda: qual'è il più degno luogo del mondo? Sidrac risponde:
Lo più degno luogo del mondo si è lo bellico del mondo, cioè
Ierusalem, e per ragione egli dee essere corporalmente; chè il bellico del
mondo si è lo mezzo del mondo; e chi vi fosse, tanto sarebbe presso del
levante come del ponente, e di mezzo giorno come di tramontana. In quella
terre sarà la terra di promessione, nella quale sarà fatto lo giudicamento del
figliuolo di Dio, quando egli verrà in terra la seconde volta, a giudicare i
vivi e' morti; chè quando lo mondo finirà, sarà conpiuto lo comandamento
di Dio.
Cap. DXXIIII.
Lo re domanda: quando tutto il mondo finirà, e il figliuolo di Dio verrà a
giudicare i vivi e' morti, quali saranno i vivi e quali saranno i morti? Sidrac
risponde:
Spiritualmente e corporalmente egli giudicherà i vivi e' morti. I vivi
sono quelli che saranno istati suoi amici, che saranno degni d'avere la vita
che mai non averà fine, e la conpagnia degli angeli in cielo. E li morti
saranno quelli che saranno istati suoi nimici, che non avranno voluto in
opere e in parole ubidire i suoi comandamenti, onde egli saranno degni
d'avere le pene dello 'nferno, nella conpagnia del diavolo. Che egli non
vorrà seco ma che una maniera di gente: ciò fieno quelli che l'averanno
conosciuto, e ciascuno dì lo conoscieranno, e lo suo comandamento
faranno. Ma sopra tutte maniere di rei giudicherà quelli che le sue parole
sapranno, e gli suoi comandamenti non osserveranno: ciò fieno gli falsi
cristiani. Ma gli buoni che saranno del suo popolo, i quali comandamenti
osserveranno, quelli fieno e sono dal cominciamento del mondo giudicati ad
avere la vita senpre eternale, e la gloria del cielo. E altressì tutti i
miscredenti saranno giudicati a senpre eternali pene.
Lo più degno luogo del mondo si è lo bellico del mondo, cioè
Ierusalem, e per ragione egli dee essere corporalmente; chè il bellico del
mondo si è lo mezzo del mondo; e chi vi fosse, tanto sarebbe presso del
levante come del ponente, e di mezzo giorno come di tramontana. In quella
terre sarà la terra di promessione, nella quale sarà fatto lo giudicamento del
figliuolo di Dio, quando egli verrà in terra la seconde volta, a giudicare i
vivi e' morti; chè quando lo mondo finirà, sarà conpiuto lo comandamento
di Dio.
Cap. DXXIIII.
Lo re domanda: quando tutto il mondo finirà, e il figliuolo di Dio verrà a
giudicare i vivi e' morti, quali saranno i vivi e quali saranno i morti? Sidrac
risponde:
Spiritualmente e corporalmente egli giudicherà i vivi e' morti. I vivi
sono quelli che saranno istati suoi amici, che saranno degni d'avere la vita
che mai non averà fine, e la conpagnia degli angeli in cielo. E li morti
saranno quelli che saranno istati suoi nimici, che non avranno voluto in
opere e in parole ubidire i suoi comandamenti, onde egli saranno degni
d'avere le pene dello 'nferno, nella conpagnia del diavolo. Che egli non
vorrà seco ma che una maniera di gente: ciò fieno quelli che l'averanno
conosciuto, e ciascuno dì lo conoscieranno, e lo suo comandamento
faranno. Ma sopra tutte maniere di rei giudicherà quelli che le sue parole
sapranno, e gli suoi comandamenti non osserveranno: ciò fieno gli falsi
cristiani. Ma gli buoni che saranno del suo popolo, i quali comandamenti
osserveranno, quelli fieno e sono dal cominciamento del mondo giudicati ad
avere la vita senpre eternale, e la gloria del cielo. E altressì tutti i
miscredenti saranno giudicati a senpre eternali pene.
Page 417
Cap. DXXV.
Lo re domanda: La città del figliuolo di Dio Ierusalem, la quale è nel
bellico del mondo, di cui sarà alla dopo la sua morte? Sidrac risponde:
La città del figliuolo di Dio sarà di più gente e di più lingnaggi. Molti
re la disiderranno d'avere per la sua dignità. E VII volte dee essere presa e
guasta; e molta buona gente vi sarà morta e lapidata. La prima gente che la
piglieranno, apresso la morte del figliuolo di Dio, saranno quelli che
l'uccideranno, li giudei, ch'elli la teranno apresso poco tenpo; che la torrà
loro il popolo di Dio, e la signoregeranno, gli quali saranno convertiti al
figliuolo di Dio: ciò fieno gli greci, gli quali signoregeranno gran parte del
mondo, e saranno in loro tenpo la più pregiata e la più possente gente del
mondo; gli quali sapranno tutta l'arte della stolomia. Questa gente greca per
la loro potenzia e signoria innorgogliranno; e Iddio, per distruggere il loro
orgoglio, farà nasciere uno uomo, Macometto d'Iberia, della più forte gente
del mondo; e torrà loro tutta la terra, e gitteragli in uno cantone del mondo,
in Romania, e perderà podere e senno.
Cap. DXXVI.
Lo re domanda: qual'uomo sarà quelli che nascierà di boschi che sì grande
sarà? Sidrac risponde:
Egli sarà uno uomo Macometto, povero e di laida fazione, pastore di
cavagli; e sarà amonito (1529) dal diavolo, tanto ch'egli lo farà suo profeta,
per suo reo ingegno, e non avrà se non XL uomini in suo podere. Per gli
aguati e scaltrimenti del diavolo, e' ingannerà molta gente; e la maggiore
parte del mondo convertirà a sè; e guadagnerà la magior parte del mondo,
inverso il levante; e ordinerà in fra la gente una legge molta malvagia; e
tutto questo farà per l'amunimento (1530) del diavolo. Egli ordinerà inanzi
Lo re domanda: La città del figliuolo di Dio Ierusalem, la quale è nel
bellico del mondo, di cui sarà alla dopo la sua morte? Sidrac risponde:
La città del figliuolo di Dio sarà di più gente e di più lingnaggi. Molti
re la disiderranno d'avere per la sua dignità. E VII volte dee essere presa e
guasta; e molta buona gente vi sarà morta e lapidata. La prima gente che la
piglieranno, apresso la morte del figliuolo di Dio, saranno quelli che
l'uccideranno, li giudei, ch'elli la teranno apresso poco tenpo; che la torrà
loro il popolo di Dio, e la signoregeranno, gli quali saranno convertiti al
figliuolo di Dio: ciò fieno gli greci, gli quali signoregeranno gran parte del
mondo, e saranno in loro tenpo la più pregiata e la più possente gente del
mondo; gli quali sapranno tutta l'arte della stolomia. Questa gente greca per
la loro potenzia e signoria innorgogliranno; e Iddio, per distruggere il loro
orgoglio, farà nasciere uno uomo, Macometto d'Iberia, della più forte gente
del mondo; e torrà loro tutta la terra, e gitteragli in uno cantone del mondo,
in Romania, e perderà podere e senno.
Cap. DXXVI.
Lo re domanda: qual'uomo sarà quelli che nascierà di boschi che sì grande
sarà? Sidrac risponde:
Egli sarà uno uomo Macometto, povero e di laida fazione, pastore di
cavagli; e sarà amonito (1529) dal diavolo, tanto ch'egli lo farà suo profeta,
per suo reo ingegno, e non avrà se non XL uomini in suo podere. Per gli
aguati e scaltrimenti del diavolo, e' ingannerà molta gente; e la maggiore
parte del mondo convertirà a sè; e guadagnerà la magior parte del mondo,
inverso il levante; e ordinerà in fra la gente una legge molta malvagia; e
tutto questo farà per l'amunimento (1530) del diavolo. Egli ordinerà inanzi
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la sua morte uno capo della sua legge, e chiamerallo Califfo; e comanderà a
lui e al suo popolo che difendano la sua legge colla spada. E così
sopraprenderà una grande parte del mondo; ma alla fine egli perderanno
C
tutto, che gli saracini regneranno oltra a VII quarantuno anni. Quando questo
termine fia compiuto, egli sarà presso alla fine della loro signoria; pure a
quello termine averanno egli perduto le tre parti del loro podere; e saranno
in servigio del popolo del figliuolo di Dio, latini (1531). Ma altra
generazione di gente che quelli latini loro toglierà la terra in prima; che altra
gente più miscredenti che saracini torrà loro la terra (1532), che quando gli
saracini saranno nel loro grande istato, egli signoregeranno grande parte del
levante e ponente, e Ispagna e la magior parte dell'isole di mare di Turchia e
d'Erminia e di Soria la grande e la piccola; ch'egli saranno idolatri, la
magiore parte di loro.
(1529) enseigne C. F. R.
(1530) industria C. R. 2.
(1531) en servage as latins pueple dou fis de Deu C. F. R.
(1532) autre nacion che cil a chi tolleront la terre, et autres plus mescreans diaus, tatars, chant il
seront au comencement de leur honor, segnoreront ecc. C. F. R.
Cap. DXXVII.
Lo re domanda: questa brutta gente saracini terranno molte terre che
signoregeranno il ponente (1533)? Sidrac risponde:
Uno tenpo le terranno; ma apresso ciò verranno uno reame
franceschi (1534), che saranno una sola gente (1535), molti fermi nella
credenza e nelle virtù d'Iddio; e in quello reame sarà uno re, che avrà nome
Carlo magnio, che istrugierà molta di quella gente miscredenti; e torrà loro
molte terre, per la volontà di Dio. E da quello Carlo inanzi, dimorerà tutta la
gente miscredenti nel servigio (1536) del popolo del figliuolo di Dio.
lui e al suo popolo che difendano la sua legge colla spada. E così
sopraprenderà una grande parte del mondo; ma alla fine egli perderanno
C
tutto, che gli saracini regneranno oltra a VII quarantuno anni. Quando questo
termine fia compiuto, egli sarà presso alla fine della loro signoria; pure a
quello termine averanno egli perduto le tre parti del loro podere; e saranno
in servigio del popolo del figliuolo di Dio, latini (1531). Ma altra
generazione di gente che quelli latini loro toglierà la terra in prima; che altra
gente più miscredenti che saracini torrà loro la terra (1532), che quando gli
saracini saranno nel loro grande istato, egli signoregeranno grande parte del
levante e ponente, e Ispagna e la magior parte dell'isole di mare di Turchia e
d'Erminia e di Soria la grande e la piccola; ch'egli saranno idolatri, la
magiore parte di loro.
(1529) enseigne C. F. R.
(1530) industria C. R. 2.
(1531) en servage as latins pueple dou fis de Deu C. F. R.
(1532) autre nacion che cil a chi tolleront la terre, et autres plus mescreans diaus, tatars, chant il
seront au comencement de leur honor, segnoreront ecc. C. F. R.
Cap. DXXVII.
Lo re domanda: questa brutta gente saracini terranno molte terre che
signoregeranno il ponente (1533)? Sidrac risponde:
Uno tenpo le terranno; ma apresso ciò verranno uno reame
franceschi (1534), che saranno una sola gente (1535), molti fermi nella
credenza e nelle virtù d'Iddio; e in quello reame sarà uno re, che avrà nome
Carlo magnio, che istrugierà molta di quella gente miscredenti; e torrà loro
molte terre, per la volontà di Dio. E da quello Carlo inanzi, dimorerà tutta la
gente miscredenti nel servigio (1536) del popolo del figliuolo di Dio.
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(1533) terranno la terra che signoreggieranno quelli del ponente? C. R. 2. — Ma migliore lezione
ci sembra quella del C. F. R.: teront mout la terre ch'il signoreront en ponent?
(1534) veront franceis C. F. R.
(1535) bone gens C. F. R.
(1536) servage C. F. R.
Cap. DXXVIII.
Lo re domanda e dice: dopo questo che sarà (1537)? Sidrac risponde:
Apresso la morte del re Carlo magnio veranno quelli del ponente,
latini, della fe' del figliuolo di Dio; e torranno loro molte terre, a quella
lorda gente saracina, e guarderanno Damiato e Antioccia, e la città del
figliuolo di Dio, Gerusalemme. E molti di quelli che faranno lo
comandamento e lo conquisto, dimoreranno in Soria (1538); e gli altri
torneranno al ponente; e quelli rimarranno uno grande tenpo (1539). Ma poi
verrà del levante uno soldano (1540); quelli torrà molte terre al popolo del
figliuolo di Dio, e anche la nobile città di Gerusalemme. Ma poi a uno
tenpo uscirà una brutta gente d'entro a due montagne; ciò fieno tartari; e
torranno tutto il levante a quella lorda gente saracina. E quand'elli saranno
al cominciamento del loro onore, i saracini terranno grande parte del
mondo. Poi averanno alla venuta de' tartari perduto lo ponente e lo levante e
grande parte delle loro terre. Ma lo Califo fia morto per quelli tartari e
preso. Apresso uno tenpo uscirà fuori uno re di quella lorda gente saracina,
e farà molte diversità al popolo del figliuolo di Dio; e torrà loro molte terre,
e confonderà (1541) Robraste e Antinocie, e le metterà in grande distretta.
(1537) Nel n. t. presso a questo la morte del re Carlo? — Abb. corr. col C. R. 2. — Probabilmente
doveva leggersi: che sarà dopo la morte del re Carlo.
(1538) Nel n. t. manca dimoreranno. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1539) et la terront I grant tens C. F. R.
(1540) I roi ce est Salahadin C. F. R.
(1541) Abbiasi presente il significato del vb. confundre nell'ant. franc.
ci sembra quella del C. F. R.: teront mout la terre ch'il signoreront en ponent?
(1534) veront franceis C. F. R.
(1535) bone gens C. F. R.
(1536) servage C. F. R.
Cap. DXXVIII.
Lo re domanda e dice: dopo questo che sarà (1537)? Sidrac risponde:
Apresso la morte del re Carlo magnio veranno quelli del ponente,
latini, della fe' del figliuolo di Dio; e torranno loro molte terre, a quella
lorda gente saracina, e guarderanno Damiato e Antioccia, e la città del
figliuolo di Dio, Gerusalemme. E molti di quelli che faranno lo
comandamento e lo conquisto, dimoreranno in Soria (1538); e gli altri
torneranno al ponente; e quelli rimarranno uno grande tenpo (1539). Ma poi
verrà del levante uno soldano (1540); quelli torrà molte terre al popolo del
figliuolo di Dio, e anche la nobile città di Gerusalemme. Ma poi a uno
tenpo uscirà una brutta gente d'entro a due montagne; ciò fieno tartari; e
torranno tutto il levante a quella lorda gente saracina. E quand'elli saranno
al cominciamento del loro onore, i saracini terranno grande parte del
mondo. Poi averanno alla venuta de' tartari perduto lo ponente e lo levante e
grande parte delle loro terre. Ma lo Califo fia morto per quelli tartari e
preso. Apresso uno tenpo uscirà fuori uno re di quella lorda gente saracina,
e farà molte diversità al popolo del figliuolo di Dio; e torrà loro molte terre,
e confonderà (1541) Robraste e Antinocie, e le metterà in grande distretta.
(1537) Nel n. t. presso a questo la morte del re Carlo? — Abb. corr. col C. R. 2. — Probabilmente
doveva leggersi: che sarà dopo la morte del re Carlo.
(1538) Nel n. t. manca dimoreranno. — Abb. suppl. col C. R. 2.
(1539) et la terront I grant tens C. F. R.
(1540) I roi ce est Salahadin C. F. R.
(1541) Abbiasi presente il significato del vb. confundre nell'ant. franc.
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Cap. DXXVIIII.
Lo re domanda e dice: appresso (1542)? Sidrac risponde:
Quelli del ponente franchi, apresso uno tenpo passeranno lo mare, per
grande forza, e per conquistare la città del figliuolo di Dio loro signore, cioè
Ierusalem; e poi prenderanno consiglio d'andare in altra parte, e niente
faranno, anzi torneranno indietro; onde a questa gente franca non rimarrà
poi gente in Soria, che tutto fia de' saracini, onde egli monteranno in grande
orgoglio; e quello sarà loro diretano podere, e presso della loro fine.
Apresso a poco tenpo passeranno gli franceschi per terra e per mare, e
conquisteranno tutta la terra, per la loro grande forza, di grande gente; e
piglieranno tutte le forteze e le terre de' saracini; e fornirannola tutta di
cristiani, e terrannola uno grande tenpo. E uno di loro terrà la terra di verso
gli tartari, sicchè intra loro non avrà ma uno (1543) grande fiume d'acque
fredde, che vengono d'oriente. Questo uomo domanderà una nobile donna
cristiana, donna del Caire e di Babillonia, per moglie; ma quelli che
governerà e terrà ivi, no' glie la vorrà dare; onde quelli che guarderà gli
passi dell'acque fredde ne sdegnerà molto, e avrallo in grande dispetto; e
però penserà di tradire la terra. E manderà a dire a coloro che usciranno
delle due montagne, tartari, e prometterà loro di dare loro lo
passaggio (1544), e d'essere in loro aiuto contra i cristiani. E per questa
cagione passeranno i tartari, e piglieranno a forza tutta la terra di fuori.
Allora quelli del Cairo e di Babilonia, che fieno fermamente credenti nel
figliuolo di Dio, gli sconfigieranno, caccieranno i tartari di là da quello
fiume dell'acque fredde; e piglieranno colui che gli arà traditi. Poi apresso
uno tenpo quelli delle due montagnie faranno conpagnia cogli greci, per
conquistare il Cairo e Babillonia; e verranno per grande forza; e
conquisteranno tutta la terra, dentro e di fuori, del Cairo e di Babillonia; e
uccideranno molto del popolo del figliuolo di Dio; e loro terranno tutte le
terre, in tale modo che non rimarrà loro di tutte che una città sopra mare,
Alexandria, e una forteza in terra, lo franco Moreale; e terrannola uno
grande tempo; e averà molte riccheze nella città del figliuolo di Dio,
Ierusalem. Ma apresso uno tenpo quelli del ponente, franchi, per grande
gelosia si raguneranno molti insieme, che le guerre faranno in tutto finire tra
Lo re domanda e dice: appresso (1542)? Sidrac risponde:
Quelli del ponente franchi, apresso uno tenpo passeranno lo mare, per
grande forza, e per conquistare la città del figliuolo di Dio loro signore, cioè
Ierusalem; e poi prenderanno consiglio d'andare in altra parte, e niente
faranno, anzi torneranno indietro; onde a questa gente franca non rimarrà
poi gente in Soria, che tutto fia de' saracini, onde egli monteranno in grande
orgoglio; e quello sarà loro diretano podere, e presso della loro fine.
Apresso a poco tenpo passeranno gli franceschi per terra e per mare, e
conquisteranno tutta la terra, per la loro grande forza, di grande gente; e
piglieranno tutte le forteze e le terre de' saracini; e fornirannola tutta di
cristiani, e terrannola uno grande tenpo. E uno di loro terrà la terra di verso
gli tartari, sicchè intra loro non avrà ma uno (1543) grande fiume d'acque
fredde, che vengono d'oriente. Questo uomo domanderà una nobile donna
cristiana, donna del Caire e di Babillonia, per moglie; ma quelli che
governerà e terrà ivi, no' glie la vorrà dare; onde quelli che guarderà gli
passi dell'acque fredde ne sdegnerà molto, e avrallo in grande dispetto; e
però penserà di tradire la terra. E manderà a dire a coloro che usciranno
delle due montagne, tartari, e prometterà loro di dare loro lo
passaggio (1544), e d'essere in loro aiuto contra i cristiani. E per questa
cagione passeranno i tartari, e piglieranno a forza tutta la terra di fuori.
Allora quelli del Cairo e di Babilonia, che fieno fermamente credenti nel
figliuolo di Dio, gli sconfigieranno, caccieranno i tartari di là da quello
fiume dell'acque fredde; e piglieranno colui che gli arà traditi. Poi apresso
uno tenpo quelli delle due montagnie faranno conpagnia cogli greci, per
conquistare il Cairo e Babillonia; e verranno per grande forza; e
conquisteranno tutta la terra, dentro e di fuori, del Cairo e di Babillonia; e
uccideranno molto del popolo del figliuolo di Dio; e loro terranno tutte le
terre, in tale modo che non rimarrà loro di tutte che una città sopra mare,
Alexandria, e una forteza in terra, lo franco Moreale; e terrannola uno
grande tempo; e averà molte riccheze nella città del figliuolo di Dio,
Ierusalem. Ma apresso uno tenpo quelli del ponente, franchi, per grande
gelosia si raguneranno molti insieme, che le guerre faranno in tutto finire tra
Page 421
cristiani. E quando egli fieno tanta grande moltitudine ragunati, egli si
partiranno in due parti: l'una parte andrà in Romania, sopra i Greci e sopra i
Tartari, che saranno con loro in compagnia, e toranno loro la magior parte
di Romania. L'altra parte andranno nelle contrade d'Alexandra, e andranno
contra i tartari loro nimici, e si gli sconfigeranno malamente, e loro torranno
tutte le terre, e andranno loro dietro infino alla terra di Baldacca; e quivi
dimoreranno III anni; e tutto dì verrà aiuto a' loro nimici. E uno dì di
venerdì andranno alla battaglia gli cristiani incontro a' tarteri; e nel
cominciamento della battaglia avranno lo migliore gli cristiani sopra di loro
nimici, infino al mezzo dì; ma dal mezzo dì inanzi gli loro nimici avranno
vigore sopra loro, e sconfigeranno malamente, e caccerannogli fuori di loro
terra, e uccideranno molti, e molti ne faranno annegare, al passare ch'egli
faranno lo fiume dell'acque fredde; e loro torranno altra volta la terra del
figliuolo di Dio, Gerusalem, e ancora lo Caire e Babillonia; in tale maniera
che non rimarrà loro altro che Alexandria e Moreale. Allora n'andrà la
novella in ponente; e non dimorerà III anni che gli cristiani passeranno
daccapo, e passeranno molto grande gente; e con loro passerà lo loro capo,
che sarà padre della magione del figliuolo di Dio, ch'egli chiameranno papa;
co' lui molti re e baroni, e medesimamente lo re di Spagna. Questi
guadagneranno tutto, e gitteranno i loro nimici fuori della loro terra, e
uccideranno molti di loro, e caccierannogli insino a Baldacca, là ov'egli
saranno istati isconfitti in prima; e quivi istaranno all'assedio; e gli tartari
crescieranno molto tutto dì; e così faranno XIII mesi; e poi una domenica
usciranno alla battaglia. Allora lo padre della magione del figliuolo di Dio
monterà in alto, e amonirà la sua gente di benfare, e loro comanderà che
egli vengano alla battaglia, al nome di Dio padre e filio e spirito santo.
Allora fia la battaglia, e gli cristiani avranno la vittoria, che gli tartari fieno
isconfitti malamente. E quella sarà la più aspra giornata di battaglia, che
mai sia al mondo, chè grande moltitudine di tarteri saranno quivi morti, poi
lo rimanente andranno uccidendo e cacciando, LXXXVII giornate, tanto
che saranno all'albore secco; e quivi dimoreranno V mesi. E a loro giugnerà
vivanda d'ogni parte, però ch'egli signoregeranno tutta la terra; e la magior
parte convertiranno alla fede del figliuolo di Dio; e tutti quelli che non si
vorranno convertire, si uccideranno colle spade. Che se allora le pietre e
l'erbe avessono lingue, si griderebono, uccidete i miscredenti, che al
figliuolo di Dio non vogliono credere. Apresso gli tartari si raguneranno
incontro ai loro nimici, e anche saranno a l'altra volta sconfitti; e
partiranno in due parti: l'una parte andrà in Romania, sopra i Greci e sopra i
Tartari, che saranno con loro in compagnia, e toranno loro la magior parte
di Romania. L'altra parte andranno nelle contrade d'Alexandra, e andranno
contra i tartari loro nimici, e si gli sconfigeranno malamente, e loro torranno
tutte le terre, e andranno loro dietro infino alla terra di Baldacca; e quivi
dimoreranno III anni; e tutto dì verrà aiuto a' loro nimici. E uno dì di
venerdì andranno alla battaglia gli cristiani incontro a' tarteri; e nel
cominciamento della battaglia avranno lo migliore gli cristiani sopra di loro
nimici, infino al mezzo dì; ma dal mezzo dì inanzi gli loro nimici avranno
vigore sopra loro, e sconfigeranno malamente, e caccerannogli fuori di loro
terra, e uccideranno molti, e molti ne faranno annegare, al passare ch'egli
faranno lo fiume dell'acque fredde; e loro torranno altra volta la terra del
figliuolo di Dio, Gerusalem, e ancora lo Caire e Babillonia; in tale maniera
che non rimarrà loro altro che Alexandria e Moreale. Allora n'andrà la
novella in ponente; e non dimorerà III anni che gli cristiani passeranno
daccapo, e passeranno molto grande gente; e con loro passerà lo loro capo,
che sarà padre della magione del figliuolo di Dio, ch'egli chiameranno papa;
co' lui molti re e baroni, e medesimamente lo re di Spagna. Questi
guadagneranno tutto, e gitteranno i loro nimici fuori della loro terra, e
uccideranno molti di loro, e caccierannogli insino a Baldacca, là ov'egli
saranno istati isconfitti in prima; e quivi istaranno all'assedio; e gli tartari
crescieranno molto tutto dì; e così faranno XIII mesi; e poi una domenica
usciranno alla battaglia. Allora lo padre della magione del figliuolo di Dio
monterà in alto, e amonirà la sua gente di benfare, e loro comanderà che
egli vengano alla battaglia, al nome di Dio padre e filio e spirito santo.
Allora fia la battaglia, e gli cristiani avranno la vittoria, che gli tartari fieno
isconfitti malamente. E quella sarà la più aspra giornata di battaglia, che
mai sia al mondo, chè grande moltitudine di tarteri saranno quivi morti, poi
lo rimanente andranno uccidendo e cacciando, LXXXVII giornate, tanto
che saranno all'albore secco; e quivi dimoreranno V mesi. E a loro giugnerà
vivanda d'ogni parte, però ch'egli signoregeranno tutta la terra; e la magior
parte convertiranno alla fede del figliuolo di Dio; e tutti quelli che non si
vorranno convertire, si uccideranno colle spade. Che se allora le pietre e
l'erbe avessono lingue, si griderebono, uccidete i miscredenti, che al
figliuolo di Dio non vogliono credere. Apresso gli tartari si raguneranno
incontro ai loro nimici, e anche saranno a l'altra volta sconfitti; e
Page 422
uccideranno tanti di loro, che di XVIIII iscanperà uno. E caccierannogli
infino all'albore secco. Quegli che iscanperanno, piglieranno altro cammino,
e si metteranno nella terra di loro nazioni, giorgiani, che i più di loro
saranno di quella terra; e gli altri si riduceranno nella terra diserta di
Tarsi (1545). E quando i cristiani saranno al grande albore secco, egli vi
dimoreranno due mesi; e tuttavia andrà loro apresso la vivanda, e le cose
bisognevoli al popolo, che tutte le genti gli serviranno, per tema ch'avranno
di loro. In cotale dì chente lo figliuolo di Dio risuciterà, passando da morte
a vita, lo padre della magione, del figliuolo di Dio, papa, farà sagrificio
della messa al figliuolo di Dio, a quello albore secco, e in quell'ora che il
papa sagrificheràe, averrà che l'albore secco rinverdirà, e metterà fiori e
foglie e frutti (1546). E allora sapranno egli che la grazia di Dio sarà distesa
sopra loro; chè il verdire dell'albore significa che il popolo del figliuolo di
Dio avranno vendicata l'onta e la ingiuria che tutti i miscredenti gli aveano
fatta, di ciò, ch'egli noll'ànno creduto. E allora la boce di Dio dirà che
vadano inanzi, e andrannovi XXV giornate, e poi torneranno adietro.
(1542) Nel C. R. 2.: dopo questo che fia?
(1543) che I. C. F. R.
(1544) et mandera dire as tatars che il lor dora le passage C. F. R.
(1545) Se perdront au desert C. F. R.
(1546) Ved. ciò che scrive il Polo dell'albero secco (cap. XXX).
Cap. DXXX.
Lo re domanda: di quale maniera sono gli alberi (1547)? Sidrac risponde:
Egli sono II albori secchi, e egli andranno al più a lungi (1548), lo
quale sarà sì grosso, che sette uomini nol potrebono abracciare (1549), e
sarà cavato dentro; e sarà si presso al diserto, là ove lo sole non dimora se
non una ora del giorno; e si è al capo del levante. E quivi ordineranno i
cristiani gente per tutto il mondo, per guardare la terra (1550). Poi
ritorneranno indietro alla città del figliuolo di Dio, Gerusalem, e indi Caire
infino all'albore secco. Quegli che iscanperanno, piglieranno altro cammino,
e si metteranno nella terra di loro nazioni, giorgiani, che i più di loro
saranno di quella terra; e gli altri si riduceranno nella terra diserta di
Tarsi (1545). E quando i cristiani saranno al grande albore secco, egli vi
dimoreranno due mesi; e tuttavia andrà loro apresso la vivanda, e le cose
bisognevoli al popolo, che tutte le genti gli serviranno, per tema ch'avranno
di loro. In cotale dì chente lo figliuolo di Dio risuciterà, passando da morte
a vita, lo padre della magione, del figliuolo di Dio, papa, farà sagrificio
della messa al figliuolo di Dio, a quello albore secco, e in quell'ora che il
papa sagrificheràe, averrà che l'albore secco rinverdirà, e metterà fiori e
foglie e frutti (1546). E allora sapranno egli che la grazia di Dio sarà distesa
sopra loro; chè il verdire dell'albore significa che il popolo del figliuolo di
Dio avranno vendicata l'onta e la ingiuria che tutti i miscredenti gli aveano
fatta, di ciò, ch'egli noll'ànno creduto. E allora la boce di Dio dirà che
vadano inanzi, e andrannovi XXV giornate, e poi torneranno adietro.
(1542) Nel C. R. 2.: dopo questo che fia?
(1543) che I. C. F. R.
(1544) et mandera dire as tatars che il lor dora le passage C. F. R.
(1545) Se perdront au desert C. F. R.
(1546) Ved. ciò che scrive il Polo dell'albero secco (cap. XXX).
Cap. DXXX.
Lo re domanda: di quale maniera sono gli alberi (1547)? Sidrac risponde:
Egli sono II albori secchi, e egli andranno al più a lungi (1548), lo
quale sarà sì grosso, che sette uomini nol potrebono abracciare (1549), e
sarà cavato dentro; e sarà si presso al diserto, là ove lo sole non dimora se
non una ora del giorno; e si è al capo del levante. E quivi ordineranno i
cristiani gente per tutto il mondo, per guardare la terra (1550). Poi
ritorneranno indietro alla città del figliuolo di Dio, Gerusalem, e indi Caire
Page 423
di Babilonia. Apresso usciranno indiani, e non terranno ma una parte della
terra d'una gente credenti nel figliuolo di Dio (1551). Quelli manderanno
per soccorso al signore di Babilonia, e quelli manderà loro gran soccorso,
però ch'egli saranno credenti al figliuolo di Dio; e Idio darà loro vittoria
sopra i miscredenti; onde molti di loro fieno morti, e gli altri si
convertiranno alla fede del figliuolo di Dio; doventeranno subbietti al
signiore di Babillonia, per soccorso ch'egli averà fatto loro.
(1547) li alberi secchi? C. R. 2.
(1548) au plus loins C. F. R.
(1549) che VII homes poront estre de dens C. F. R.
(1550) Adonc establiront gent en la terre por elle garder C. F. R.
(1551) Apres iront Indiens, et veront et tolleront I grant partie de la terre de une gent creant au fis de
Dieu C. F. R.
Cap. DXXXI.
Lo re domanda: che saràe apresso di questo? Sidrac risponde:
Apresso uno tenpo quelli (1552) saranno contra di loro nell'aiuto de'
tartari; e poi s'accorderanno di venire al ponente, e diventeranno buoni
amici insieme. Allora fia il mondo tutto in buona pace, a la subizione di
quelli del ponente, franchi (1553); e ciò durerà uno grande tenpo. Ma poi
verrà gente molto disconosciuta (1554), e faranno molte ingiurie al popolo
del figliuolo di Dio, cristiani; e guadagneranno la terra infino all'acque
fredde. I cristiani s'asenberranno contro a costoro, tre nazioni del popolo del
figliuolo di Dio, e andranno contra coloro, e metterannogli a niente; e tutti
quegli che scanperanno di coloro, si convertiranno alla fede del figliuolo di
Dio. Allora ritorneranno anche all'acque fredde, e passeranno; e
ritorneranno alla città del figliuolo di Dio, e avranno grande concordia e
leale amore intra loro; e ciascuno di loro vorrà donare la signoria l'uno
all'altro; e niuno di loro la vorrà ricevere, per fare onore al suo conpagno.
Allora, uno dì ch'egli saranno in grandi pensieri di queste cose, istando
terra d'una gente credenti nel figliuolo di Dio (1551). Quelli manderanno
per soccorso al signore di Babilonia, e quelli manderà loro gran soccorso,
però ch'egli saranno credenti al figliuolo di Dio; e Idio darà loro vittoria
sopra i miscredenti; onde molti di loro fieno morti, e gli altri si
convertiranno alla fede del figliuolo di Dio; doventeranno subbietti al
signiore di Babillonia, per soccorso ch'egli averà fatto loro.
(1547) li alberi secchi? C. R. 2.
(1548) au plus loins C. F. R.
(1549) che VII homes poront estre de dens C. F. R.
(1550) Adonc establiront gent en la terre por elle garder C. F. R.
(1551) Apres iront Indiens, et veront et tolleront I grant partie de la terre de une gent creant au fis de
Dieu C. F. R.
Cap. DXXXI.
Lo re domanda: che saràe apresso di questo? Sidrac risponde:
Apresso uno tenpo quelli (1552) saranno contra di loro nell'aiuto de'
tartari; e poi s'accorderanno di venire al ponente, e diventeranno buoni
amici insieme. Allora fia il mondo tutto in buona pace, a la subizione di
quelli del ponente, franchi (1553); e ciò durerà uno grande tenpo. Ma poi
verrà gente molto disconosciuta (1554), e faranno molte ingiurie al popolo
del figliuolo di Dio, cristiani; e guadagneranno la terra infino all'acque
fredde. I cristiani s'asenberranno contro a costoro, tre nazioni del popolo del
figliuolo di Dio, e andranno contra coloro, e metterannogli a niente; e tutti
quegli che scanperanno di coloro, si convertiranno alla fede del figliuolo di
Dio. Allora ritorneranno anche all'acque fredde, e passeranno; e
ritorneranno alla città del figliuolo di Dio, e avranno grande concordia e
leale amore intra loro; e ciascuno di loro vorrà donare la signoria l'uno
all'altro; e niuno di loro la vorrà ricevere, per fare onore al suo conpagno.
Allora, uno dì ch'egli saranno in grandi pensieri di queste cose, istando
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insieme, si verrà una boce da cielo, e dirà loro: andate, e ciascuno di voi
segga nel suo seggio, e faccia sagrificio a Dio; e quello sagrificio che più
sarà alzato, di colui per cui si fa sia la signoria. Elli così lo faranno. Allora
lo sagrificio di quello del ponente sarà più alzato grandemente, e elli
avranno la signoria sopra tutti; e daranno le sottane signorie agli altri. E ciò
sarà diritta ragione, ch'egli saranno signori degli altri, egli saranno
avanterani (1555) in signoria e in potenzia. Ma egli per la loro umiltà e per
la loro bontà vorranno dare l'altre piccole signorie agli altri; si loro
confermerà la signoria (1556). E queste cose credo che saranno presso al
nascimento del falso profeta anticristo, figliuolo del diavolo. Apresso ciò
alquanto tenpo, molte città profonderanno e cadranno, e molte genti
nascieranno, e molte dislealtà e falsità si faranno, e molte province
arderanno. E questi saranno i segni della venuta del falso profeta anticristo.
(1552) les griex C. F. R.
(1553) et tous seront suges as latins de ponent C. F. R.
(1554) desconoissans C. F. R.
(1555) avanzeranno in signoria e in potenza — Pare che da avantar il traduttore abbia fatto
avanterani. Il C. F. R. ha: seront davant.
(1556) Corregg. col C. F. R.: et notre segnor... si lor confermera la segnorie.
Cap. DXXXII.
Lo re domanda: lo falso profeta onde verrà e onde nascierà? Sidrac
risponde:
Lo falso profeta anticristo nascierà nella grande Babilonia e Caire,
d'una malvagia femmina della schiatta d'Adamo, lo quale concieputo nel
ventre di sua madre, si sarà pieno di spirito di diavolo; e si nodrirà in ria
cosa, per incantatori, e sarà re del mondo, perch'elli sottometterà a sè tutta
gente, per IIII modi. Ch'elli convertirà in prima a sè tutti i ricchi uomini e
nobili, ciò è per doni di grande ricchezze, e lo minuto popolo per paura,
ch'egli sarà di crudeli tormenti ch'egli ordinerà sopra loro (1557). E d'altra
segga nel suo seggio, e faccia sagrificio a Dio; e quello sagrificio che più
sarà alzato, di colui per cui si fa sia la signoria. Elli così lo faranno. Allora
lo sagrificio di quello del ponente sarà più alzato grandemente, e elli
avranno la signoria sopra tutti; e daranno le sottane signorie agli altri. E ciò
sarà diritta ragione, ch'egli saranno signori degli altri, egli saranno
avanterani (1555) in signoria e in potenzia. Ma egli per la loro umiltà e per
la loro bontà vorranno dare l'altre piccole signorie agli altri; si loro
confermerà la signoria (1556). E queste cose credo che saranno presso al
nascimento del falso profeta anticristo, figliuolo del diavolo. Apresso ciò
alquanto tenpo, molte città profonderanno e cadranno, e molte genti
nascieranno, e molte dislealtà e falsità si faranno, e molte province
arderanno. E questi saranno i segni della venuta del falso profeta anticristo.
(1552) les griex C. F. R.
(1553) et tous seront suges as latins de ponent C. F. R.
(1554) desconoissans C. F. R.
(1555) avanzeranno in signoria e in potenza — Pare che da avantar il traduttore abbia fatto
avanterani. Il C. F. R. ha: seront davant.
(1556) Corregg. col C. F. R.: et notre segnor... si lor confermera la segnorie.
Cap. DXXXII.
Lo re domanda: lo falso profeta onde verrà e onde nascierà? Sidrac
risponde:
Lo falso profeta anticristo nascierà nella grande Babilonia e Caire,
d'una malvagia femmina della schiatta d'Adamo, lo quale concieputo nel
ventre di sua madre, si sarà pieno di spirito di diavolo; e si nodrirà in ria
cosa, per incantatori, e sarà re del mondo, perch'elli sottometterà a sè tutta
gente, per IIII modi. Ch'elli convertirà in prima a sè tutti i ricchi uomini e
nobili, ciò è per doni di grande ricchezze, e lo minuto popolo per paura,
ch'egli sarà di crudeli tormenti ch'egli ordinerà sopra loro (1557). E d'altra
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parte conquisterà gli uomini sottili di scienzia, per grande sottiglieza di
scienzia, ch'egli sarà molto pieno di sottili arti, e parlerà molto
ingiegniosamente; però ch'egli saprà tutte l'arti e tutte le scritture, e sarà
uomo di grande memoria. Per altra parte egli convertirà a sè i religiosi, e
quelli che avranno abandonato il mondo per amore di Dio, per segni e per
miracoli, ch'egli per gli suoi incantamenti mosterrà ch'egli farà iscendere
fuoco d'aria, che arderà tutti gli suoi aversari; e i morti farà per arte di
spirito maligno parere sucitati, ch'egli porteranno testimonianza di ciò
ch'egli farà; e in questo modo (1558), che i diavoli enterranno nel corpo
d'alcuno uomo dampne (1559), e si lo porteranno, e farannolo favellare per
loro ingegnio, tutto altressì come s'egli fosse vivo. E si farà adorare e
coltivare come Idio; edificherà la città del figliuolo di Dio, Gerusalem; e la
gente della prima leggie, ciò sono gli giudei, lo riceveranno a grande onore,
ch'egli verranno a lui di tutte parti del secolo. Ma alla fine egli torneranno
alla diritta fede del figliuolo di Dio, per la predicazione di due buoni
uomini, d'Enoc e d'Elia, ch'egli saranno veraci signori e leali a Dio, elli
sofferranno troppo grandi e aspri tormenti. E questi buoni uomini saranno
istati rapiti in cielo, è molto tenpo, e di cielo verranno a contastare lo falso
profeta; e quello falso profeta gli faràe uccidere. E regneràe tre anni, e poi
indegniamente per grande diavoleria metterà lo suo padiglione (1560), però
ch'egli vorrà vincere gli giusti uomini, e quivi si troverrà morto di morte
subitana, chè Idio l'ucciderà per lo sancto spirito di sua bocca; ciò è a dire
ch'egli sarà morto per lo suo sancto comandamento. Quelli giorni saranno
gli uomini minori che ora. E il falso profeta regnerà poco più di due anni e
mezzo. E noi siamo minori che gli nostri antichi.
(1557) ce est par paor che il lor fera et per iustice che il metra sur iaus C. F. R.
(1558) Ne entendes mie quo il pora les mors resusciter, mais le diable entrera ec. C. F. R.
(1559) Pare che il trad. non abbia intesa la parola franc., onde l'ha trascritta come trovavala.
(1560) au monte Tabor C. F. R.
Cap. DXXXIII.
Lo re domanda: che farà Idio poi (1561)? Sidrac risponde:
scienzia, ch'egli sarà molto pieno di sottili arti, e parlerà molto
ingiegniosamente; però ch'egli saprà tutte l'arti e tutte le scritture, e sarà
uomo di grande memoria. Per altra parte egli convertirà a sè i religiosi, e
quelli che avranno abandonato il mondo per amore di Dio, per segni e per
miracoli, ch'egli per gli suoi incantamenti mosterrà ch'egli farà iscendere
fuoco d'aria, che arderà tutti gli suoi aversari; e i morti farà per arte di
spirito maligno parere sucitati, ch'egli porteranno testimonianza di ciò
ch'egli farà; e in questo modo (1558), che i diavoli enterranno nel corpo
d'alcuno uomo dampne (1559), e si lo porteranno, e farannolo favellare per
loro ingegnio, tutto altressì come s'egli fosse vivo. E si farà adorare e
coltivare come Idio; edificherà la città del figliuolo di Dio, Gerusalem; e la
gente della prima leggie, ciò sono gli giudei, lo riceveranno a grande onore,
ch'egli verranno a lui di tutte parti del secolo. Ma alla fine egli torneranno
alla diritta fede del figliuolo di Dio, per la predicazione di due buoni
uomini, d'Enoc e d'Elia, ch'egli saranno veraci signori e leali a Dio, elli
sofferranno troppo grandi e aspri tormenti. E questi buoni uomini saranno
istati rapiti in cielo, è molto tenpo, e di cielo verranno a contastare lo falso
profeta; e quello falso profeta gli faràe uccidere. E regneràe tre anni, e poi
indegniamente per grande diavoleria metterà lo suo padiglione (1560), però
ch'egli vorrà vincere gli giusti uomini, e quivi si troverrà morto di morte
subitana, chè Idio l'ucciderà per lo sancto spirito di sua bocca; ciò è a dire
ch'egli sarà morto per lo suo sancto comandamento. Quelli giorni saranno
gli uomini minori che ora. E il falso profeta regnerà poco più di due anni e
mezzo. E noi siamo minori che gli nostri antichi.
(1557) ce est par paor che il lor fera et per iustice che il metra sur iaus C. F. R.
(1558) Ne entendes mie quo il pora les mors resusciter, mais le diable entrera ec. C. F. R.
(1559) Pare che il trad. non abbia intesa la parola franc., onde l'ha trascritta come trovavala.
(1560) au monte Tabor C. F. R.
Cap. DXXXIII.
Lo re domanda: che farà Idio poi (1561)? Sidrac risponde:
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Quaranta dì rimarranno, però ch'egli possano fare sodisfacimento,
quelli che per lo suo inganno furono messi in errore. E apresso questo non
sa niuno uomo quando lo giudicamento dee essere fatto. Ma apresso lo
giudicamento di Dio, saranno due resurresioni, cioè che Idio risuciterà tutte
criature umane, in anima e in corpo.
(1561) Nel n. t.: che fa Idio più? — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.
Cap. DXXXIIII.
Lo re domanda: in qual giorno suciteranno? Sidrac risponde:
In quello medesimo dì che lo figliuolo di Dio risucitò di morte,
risuciterà egli loro; chè li cieli lassù saranno pieni di buone anime di coloro
che dopo la morte del figliuolo di Dio furono morti; e i buoni che allora
morranno di paura, incontanente suciteranno.
Cap. DXXXV.
Lo re domanda: risuciteranno quelli che sono nel ventre della madre?
Sidrac risponde:
Tutti coloro suciteranno, che nel ventre di loro madre furono vivi; e di
tale statura, come se egli fossono vivuti XXX anni. E tutti i buoni avranno
tali corpi, che mai non morranno; e saranno di meravigliosa bellezza. E li
malvagi avranno altressì corpi, che mai non morranno; e avranno dolore e
pene senza fine. E per tutte le pene che avranno, non usciranno dello
'nferno, e morire non potranno.
quelli che per lo suo inganno furono messi in errore. E apresso questo non
sa niuno uomo quando lo giudicamento dee essere fatto. Ma apresso lo
giudicamento di Dio, saranno due resurresioni, cioè che Idio risuciterà tutte
criature umane, in anima e in corpo.
(1561) Nel n. t.: che fa Idio più? — Abb. pref. la lez. del C. R. 2.
Cap. DXXXIIII.
Lo re domanda: in qual giorno suciteranno? Sidrac risponde:
In quello medesimo dì che lo figliuolo di Dio risucitò di morte,
risuciterà egli loro; chè li cieli lassù saranno pieni di buone anime di coloro
che dopo la morte del figliuolo di Dio furono morti; e i buoni che allora
morranno di paura, incontanente suciteranno.
Cap. DXXXV.
Lo re domanda: risuciteranno quelli che sono nel ventre della madre?
Sidrac risponde:
Tutti coloro suciteranno, che nel ventre di loro madre furono vivi; e di
tale statura, come se egli fossono vivuti XXX anni. E tutti i buoni avranno
tali corpi, che mai non morranno; e saranno di meravigliosa bellezza. E li
malvagi avranno altressì corpi, che mai non morranno; e avranno dolore e
pene senza fine. E per tutte le pene che avranno, non usciranno dello
'nferno, e morire non potranno.
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Cap. DXXXVI.
Lo re domanda: in quale ora sarà fatto lo giudicamento? Sidrac risponde:
Nella mezza notte; a tale ora come lo figliuolo di Dio ispoglierà lo
ninferno, a quella medesima ora diliberrà egli gli suoi amici di questo
secolo.
Cap. DXXXVII.
Lo re domanda: come verrà lo figliuolo di Dio al giudicamento? Sidrac
risponde:
Egli verrà come uno posente inperadore e come uno possente re, che
dee entrare in una città: che l'uomo porta inanzi lui la sua corona e le sue
altre conoscienze, perchè lo suo avenimento sia conosciuto. E in cotale
modo verrà lo figliuolo di Dio, a fare lo suo giudicamento. E in quello
modo verrà egli di cielo co' gli suoi ordini degli angieli; e gli suoi angeli
andranno dinanzi da lui, e porteranno la sua crocie, e si isveglieranno tutto
le genti, e risuciteranno, però ch'egli si levino contra (1562) l'avenimento
del figliuolo di Dio. Tutti gli alimenti turberanno inanzi lui; e quando il
fuoco andrà inanzi lui, egli seranno dinanzi lui. Allora sarà grande tempesta,
che tutti gli alimenti si turberanno per lui incontro agli felloni.
(1562) encontre C. F. R.
Cap. DXXXVIII.
Lo re domanda: in quale ora sarà fatto lo giudicamento? Sidrac risponde:
Nella mezza notte; a tale ora come lo figliuolo di Dio ispoglierà lo
ninferno, a quella medesima ora diliberrà egli gli suoi amici di questo
secolo.
Cap. DXXXVII.
Lo re domanda: come verrà lo figliuolo di Dio al giudicamento? Sidrac
risponde:
Egli verrà come uno posente inperadore e come uno possente re, che
dee entrare in una città: che l'uomo porta inanzi lui la sua corona e le sue
altre conoscienze, perchè lo suo avenimento sia conosciuto. E in cotale
modo verrà lo figliuolo di Dio, a fare lo suo giudicamento. E in quello
modo verrà egli di cielo co' gli suoi ordini degli angieli; e gli suoi angeli
andranno dinanzi da lui, e porteranno la sua crocie, e si isveglieranno tutto
le genti, e risuciteranno, però ch'egli si levino contra (1562) l'avenimento
del figliuolo di Dio. Tutti gli alimenti turberanno inanzi lui; e quando il
fuoco andrà inanzi lui, egli seranno dinanzi lui. Allora sarà grande tempesta,
che tutti gli alimenti si turberanno per lui incontro agli felloni.
(1562) encontre C. F. R.
Cap. DXXXVIII.
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Lo re domanda: dove sarà il giudicamento e chi il farà? Sidrac risponde:
In una valle. La valle significa questo mondo; e lo monte di questa
valle è lo cielo. Però sarà fatto questo giudicamento, ch'ello sarà fatto in
questo mondo, là ove i malvagi saranno istabiliti dalla sinistra parte del
nostro signore, e li buoni e gli giusti dalla destra parte, come le
berbici (1563). La sua destra è la sua gloria; e la sua sinistra, giustizia. Ma li
giusti per la loro umilità andranno in cielo, e gli malvagi andranno sotto la
terra, in ninferno, là ov'egli non avranno niuna redenzione.
(1563) come brebis C. F. R.
Cap. DXXXVIIII.
Lo re domanda: in che forma si dimosterrà il figliuolo di Dio? Sidrac
risponde:
Lo figliuolo di Dio si dimosterrà in quella medesima forma ch'egli fia,
quand'egli trafigureràe tra li suoi disciepoli, in una montagna. Agli felloni si
dimosterrà in quella maniera egli fia quand'elli sarà in crocie.
Cap. DXL.
Lo re domanda: sarà scura l'aria? Sidrac risponde:
Non, niente, ma una grandissima chiarezza, in similitudine di croce, la
quale sarà più lucente e più bella che il sole; e elli faràe lo giudicamento,
che a lui sarà fatta la 'ngiuria. E allora ch'egli averà vinti e sottomessi i suoi
In una valle. La valle significa questo mondo; e lo monte di questa
valle è lo cielo. Però sarà fatto questo giudicamento, ch'ello sarà fatto in
questo mondo, là ove i malvagi saranno istabiliti dalla sinistra parte del
nostro signore, e li buoni e gli giusti dalla destra parte, come le
berbici (1563). La sua destra è la sua gloria; e la sua sinistra, giustizia. Ma li
giusti per la loro umilità andranno in cielo, e gli malvagi andranno sotto la
terra, in ninferno, là ov'egli non avranno niuna redenzione.
(1563) come brebis C. F. R.
Cap. DXXXVIIII.
Lo re domanda: in che forma si dimosterrà il figliuolo di Dio? Sidrac
risponde:
Lo figliuolo di Dio si dimosterrà in quella medesima forma ch'egli fia,
quand'egli trafigureràe tra li suoi disciepoli, in una montagna. Agli felloni si
dimosterrà in quella maniera egli fia quand'elli sarà in crocie.
Cap. DXL.
Lo re domanda: sarà scura l'aria? Sidrac risponde:
Non, niente, ma una grandissima chiarezza, in similitudine di croce, la
quale sarà più lucente e più bella che il sole; e elli faràe lo giudicamento,
che a lui sarà fatta la 'ngiuria. E allora ch'egli averà vinti e sottomessi i suoi
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nimici, elli averà la sua isposa ricevuta. Allora sarà nella sua maestade, cioè
a dire che l'umanità riposerà nella divinità.
Cap. DXLI.
Lo re domanda: gli ministri del figliuolo di Dio saranno al giudicamento?
Sidrac risponde:
Le loro coscienzie avranno sedie, e quivi si riposeranno egli; e
quand'egli avranno vinto lo secolo e gli vizii, egli saranno veduti in aria;
ch'egli è scritto ch'egli saranno sopra sedie al giudicamento.
Cap. DXLII.
Lo re domanda: come sarà fatto il giudicamento? Sidrac risponde:
Allora (1564) saranno mescolati i buoni e li malvagi insieme, e molti
v'avrà di quelli che paranno buoni, e saranno rei; e tali sono che sono tenuti
rei, che sono molti buoni uomini. Ma allora dipartiranno gli angeli gli buoni
da' rei; tutto altressì come lo grano è sparto dalla paglia, così saranno
dipartiti in tre parti: l'una parte è de' perfetti uomini, gli quali faranno lo
giudicamento col nostro signore insieme; e l'altra maniera, gli quali saranno
giudicati ad avere la gloria di paradiso, ciò fieno gli buoni; la terza saranno i
malvagi, che saranno dannati ad avere ispiritual (1565) pene.
(1564) Ores sont C. F. R.
(1565) sempiternale C. R. 2.
a dire che l'umanità riposerà nella divinità.
Cap. DXLI.
Lo re domanda: gli ministri del figliuolo di Dio saranno al giudicamento?
Sidrac risponde:
Le loro coscienzie avranno sedie, e quivi si riposeranno egli; e
quand'egli avranno vinto lo secolo e gli vizii, egli saranno veduti in aria;
ch'egli è scritto ch'egli saranno sopra sedie al giudicamento.
Cap. DXLII.
Lo re domanda: come sarà fatto il giudicamento? Sidrac risponde:
Allora (1564) saranno mescolati i buoni e li malvagi insieme, e molti
v'avrà di quelli che paranno buoni, e saranno rei; e tali sono che sono tenuti
rei, che sono molti buoni uomini. Ma allora dipartiranno gli angeli gli buoni
da' rei; tutto altressì come lo grano è sparto dalla paglia, così saranno
dipartiti in tre parti: l'una parte è de' perfetti uomini, gli quali faranno lo
giudicamento col nostro signore insieme; e l'altra maniera, gli quali saranno
giudicati ad avere la gloria di paradiso, ciò fieno gli buoni; la terza saranno i
malvagi, che saranno dannati ad avere ispiritual (1565) pene.
(1564) Ores sont C. F. R.
(1565) sempiternale C. R. 2.
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Cap. DXLIII.
Lo re domanda: quali saranno quelli che faranno il giudicamento? Sidrac
risponde:
Li buoni che debono nasciere, li quali anunzieranno la venuta del gran
profeta figliuolo di Dio; e quelli che saranno presso all'avenimento del
figliuolo di Dio, e sufferranno per lui martirio, siccome fieno apostoli e tutti
quelli che saranno principali confessori della sua magione; e quelli che
serveranno la loro verginitade per lo suo amore, e faranno de' loro corpi
astinenzia, gente religiosa; quelli che mosteranno che averanno seguitata la
sua dottrina all'asenpro del figliuolo di Dio; poi (1566) saranno degni
d'avere lo regno del cielo co' lui.
(1566) por ce C. F. R.
Cap. DXLIIII.
Lo re domanda: chi saranno quelli che così saranno giudicati? Sidrac
risponde:
Quelli che lealmente meneranno la loro vita con le loro femmine; e
quelli che raccatteranno gli loro peccati per limosine e per buone
penitenzie. A coloro dirà lo figliuolo di Dio: venite, benedetti dal padre mio,
e si riceverete lo regnio, che v'è aparecchiato dal cominciamento del
mondo. Io ebbi fame, e voi mi desti da mangiare; io ebbi sete, e voi mi desti
da bere; io fui ignudo, e voi mi vestisti; io fui sanza albergo, e voi
m'albergasti; io fui malato, e voi mi vicitasti. Che il figliuolo di Dio sarà
quivi come uomo, e tutti gli altri intorno a lui corporalmente. E queste
parole fieno dette, perchè tutti sapiano bene per quale ragione saranno salvi
o dannati ciascuno.
Lo re domanda: quali saranno quelli che faranno il giudicamento? Sidrac
risponde:
Li buoni che debono nasciere, li quali anunzieranno la venuta del gran
profeta figliuolo di Dio; e quelli che saranno presso all'avenimento del
figliuolo di Dio, e sufferranno per lui martirio, siccome fieno apostoli e tutti
quelli che saranno principali confessori della sua magione; e quelli che
serveranno la loro verginitade per lo suo amore, e faranno de' loro corpi
astinenzia, gente religiosa; quelli che mosteranno che averanno seguitata la
sua dottrina all'asenpro del figliuolo di Dio; poi (1566) saranno degni
d'avere lo regno del cielo co' lui.
(1566) por ce C. F. R.
Cap. DXLIIII.
Lo re domanda: chi saranno quelli che così saranno giudicati? Sidrac
risponde:
Quelli che lealmente meneranno la loro vita con le loro femmine; e
quelli che raccatteranno gli loro peccati per limosine e per buone
penitenzie. A coloro dirà lo figliuolo di Dio: venite, benedetti dal padre mio,
e si riceverete lo regnio, che v'è aparecchiato dal cominciamento del
mondo. Io ebbi fame, e voi mi desti da mangiare; io ebbi sete, e voi mi desti
da bere; io fui ignudo, e voi mi vestisti; io fui sanza albergo, e voi
m'albergasti; io fui malato, e voi mi vicitasti. Che il figliuolo di Dio sarà
quivi come uomo, e tutti gli altri intorno a lui corporalmente. E queste
parole fieno dette, perchè tutti sapiano bene per quale ragione saranno salvi
o dannati ciascuno.
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Cap. DXLV.
Lo re domanda: saravvi niuno perito (1567) sanza giudicamento? Sidrac
risponde:
Si, sono quelli che fecero o faranno peccato sanza legge; e quelli che
faranno peccato apresso la morte del figliuolo di Dio, e vorranno del tutto
tenere la vecchia leggie, sanza la nuova, in tutto saranno sanza leggie. E
quelli che negheranno il figliuolo di Dio, tornerà il giudicio in loro
dannazione, ch'egli vedranno colui che egli crocifissero. Che tutti i malvagi
fieno altressì come stati consentevoli alla morte del figliuolo di Dio.
(1567) Nel cod. pericolo. — Abb. corr. perito sulla scorta del C. F. R. e del C. R. 2., che ha: se nullo
perirà senza giudicio.
Cap. DXLVI.
Lo re domanda: quali saranno quelli che saranno dannati e quelli che
saranno salvi? Sidrac risponde:
Li buoni che fanno e fecero lo comandamento di Dio; e gli profeti
ch'annunziarono la venuta del figliuolo di Dio; e li suoi ministri apostoli; e
li giudei che innanzi la venuta del figliuolo di Dio non peccarono contra gli
X comandamenti che loro invierà Idio; e quelli che faranno lo
comandamento di Dio. I cristiani saranno salvi e degni d'avere gloria del
cielo; e quelli che peccheranno contra i X comandamenti, che Idio manderà
a uno uomo; e quelli falsi che per le loro male opere divoreranno lo
figliuolo di Dio, e peccheranno contra lui e contra i suoi comandamenti;
quelli saranno gli perduti e' dannati. E a coloro dirà il figliuolo di Dio:
partitevi da me, voi che siete maledetti. Allora mosterranno loro gli buoni,
per gli loro meriti (1568), che gli rei non vollono seguire nè in detti nè in
Lo re domanda: saravvi niuno perito (1567) sanza giudicamento? Sidrac
risponde:
Si, sono quelli che fecero o faranno peccato sanza legge; e quelli che
faranno peccato apresso la morte del figliuolo di Dio, e vorranno del tutto
tenere la vecchia leggie, sanza la nuova, in tutto saranno sanza leggie. E
quelli che negheranno il figliuolo di Dio, tornerà il giudicio in loro
dannazione, ch'egli vedranno colui che egli crocifissero. Che tutti i malvagi
fieno altressì come stati consentevoli alla morte del figliuolo di Dio.
(1567) Nel cod. pericolo. — Abb. corr. perito sulla scorta del C. F. R. e del C. R. 2., che ha: se nullo
perirà senza giudicio.
Cap. DXLVI.
Lo re domanda: quali saranno quelli che saranno dannati e quelli che
saranno salvi? Sidrac risponde:
Li buoni che fanno e fecero lo comandamento di Dio; e gli profeti
ch'annunziarono la venuta del figliuolo di Dio; e li suoi ministri apostoli; e
li giudei che innanzi la venuta del figliuolo di Dio non peccarono contra gli
X comandamenti che loro invierà Idio; e quelli che faranno lo
comandamento di Dio. I cristiani saranno salvi e degni d'avere gloria del
cielo; e quelli che peccheranno contra i X comandamenti, che Idio manderà
a uno uomo; e quelli falsi che per le loro male opere divoreranno lo
figliuolo di Dio, e peccheranno contra lui e contra i suoi comandamenti;
quelli saranno gli perduti e' dannati. E a coloro dirà il figliuolo di Dio:
partitevi da me, voi che siete maledetti. Allora mosterranno loro gli buoni,
per gli loro meriti (1568), che gli rei non vollono seguire nè in detti nè in
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fatti i loro meriti nè le loro opere (1569). Apresso dirà che egli sono degni
di tutti tormenti; che il figliuolo di Dio turberà le foglie (1570). E tutte le
altre cose passibilmente giudicheràe. Egli darà dirittamente la sentenzia
contro gli felloni; onde gli senberràe ch'egli sieno felloni; che ciascuno
giudicherà la sua coscienzia, che egli saranno alluminati della croce di Dio.
Chè tutto altressì come lo sole è ora veduto da tutte genti, tutto altressì
aparirà la croce del figliuolo di Dio a la coscienzia di tutti.
(1568) car les bons diront et monstreront par lor merites che li mauvais etc. C. F. R.
(1569) lor dis ne lor fais C. F. R.
(1570) Onde sieno uscite le foglie non sapremmo. Nel C. F. R.: eaus troblera le fis en la soe ire, et le
feu li devorera.
Cap. DXLVII.
Lo re domanda: conosceranno allora il bene e 'l male che fecero in questo
secolo? Sidrac risponde:
La dottrina e l'esenpro di quelli che insegniano la venuta del figliuolo
di Dio ed i suoi ministri, e quelli che scriveranno i suoi santi vangeli e
parole, e quelli che sofferanno per lui martiri e morte, e quelli che saranno
governatori della sua santa chiesa, e i confessori, e quelli che per lo suo
amore guarderanno la loro verginità e la sua dottrina e li suoi asenpri,
saranno veduti da tutti; e vedrassi apertamente lo loro bene, ch'egli avranno
fatto; e molto grande allegrezza avranno di ciò, ch'egli avranno ischifati i
mali. E gli malvagi vedranno in loro ciò ch'egli doveano avere ischifato; di
che egli avranno grande trestizia. Ma quella trestizia e dolore non varrà loro
niente.
Cap. DXLVIII.
di tutti tormenti; che il figliuolo di Dio turberà le foglie (1570). E tutte le
altre cose passibilmente giudicheràe. Egli darà dirittamente la sentenzia
contro gli felloni; onde gli senberràe ch'egli sieno felloni; che ciascuno
giudicherà la sua coscienzia, che egli saranno alluminati della croce di Dio.
Chè tutto altressì come lo sole è ora veduto da tutte genti, tutto altressì
aparirà la croce del figliuolo di Dio a la coscienzia di tutti.
(1568) car les bons diront et monstreront par lor merites che li mauvais etc. C. F. R.
(1569) lor dis ne lor fais C. F. R.
(1570) Onde sieno uscite le foglie non sapremmo. Nel C. F. R.: eaus troblera le fis en la soe ire, et le
feu li devorera.
Cap. DXLVII.
Lo re domanda: conosceranno allora il bene e 'l male che fecero in questo
secolo? Sidrac risponde:
La dottrina e l'esenpro di quelli che insegniano la venuta del figliuolo
di Dio ed i suoi ministri, e quelli che scriveranno i suoi santi vangeli e
parole, e quelli che sofferanno per lui martiri e morte, e quelli che saranno
governatori della sua santa chiesa, e i confessori, e quelli che per lo suo
amore guarderanno la loro verginità e la sua dottrina e li suoi asenpri,
saranno veduti da tutti; e vedrassi apertamente lo loro bene, ch'egli avranno
fatto; e molto grande allegrezza avranno di ciò, ch'egli avranno ischifati i
mali. E gli malvagi vedranno in loro ciò ch'egli doveano avere ischifato; di
che egli avranno grande trestizia. Ma quella trestizia e dolore non varrà loro
niente.
Cap. DXLVIII.
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Lo re domanda: che sarà dopo il giudicamento? Sidrac risponde:
Quando lo giudicamento sarà fatto, si sarà traboccato lo diavolo nel
profondo dello 'nferno, con tutti gli malvagi insieme co' lui; e lo figliuolo di
Dio andrà egli con tutti i suoi compagni nella città del suo padre, cioè la
stazione del cielo. E saranno tutti i buoni nell'umanitade del figliuolo di
Dio, e regneranno nella sua santa magione, nella divinità. Lo figliuolo di
Dio sarà allegro di tutte le allegrezze de' suoi sudditi; e ciascuno avrà
compiuta allegrezza, in vedere lo figliuolo di Dio.
Cap. DXLVIIII.
Lo re domanda: che sarà fatto del secolo (1571) dopo lo suo giudicamento?
Sidrac risponde:
Egli arderà tutto; che tutto altressì come l'acqua del diluvio uccise lo
secolo, e montò sopra gli nuvoli (1572) XV gonbiti, tutto altresì sarà lo
fuoco più alto ch'e' monti XV gonbita. L'amirazione (1573) di questo
secolo, e le parti e le stagioni, ciò sono gli freddi e gli caldi e le gragnuole e
li venti e i tuoni e le folgore e l'altre tribolazioni di questo secolo, saranno
allora tutti purgati; e rimarranno netti e mutati; che Idio gli muterà. Che
tutto altressì come la figura de' nostri corpi passerà, e riavremo altro corpo,
che troppo sarà migliore che questo, tutto altressì la figura di questo secolo
trapasserà tutto; e avrà poi più graziosa forma; che Idio farà novello cielo e
novella terra; e poi apresso rinovellerà lo sole e la luna e le stelle, che ora
non si finano d'andare nè di correre. Tutte cose fieno rinovellate, che il sole
sarà VII volte più bello che ora; la luna e tutte l'altre stelle saranno vestite di
molta bella chiarezza. L'acqua che toccherà lo corpo del figliuolo di Dio, e
che laverà gli corpi de' buoni uomini, in questo secolo, si sarà più chiara che
niuno cristallo; la terra che nodrirà lo corpo del Figliuolo di Dio dentro da
sè, si sarà paradiso; la terra, però ch'ella sarà innacquata del sangue de'
buoni, che per l'amore del figliuolo di Dio egli lo sparsono, ella sarà
Quando lo giudicamento sarà fatto, si sarà traboccato lo diavolo nel
profondo dello 'nferno, con tutti gli malvagi insieme co' lui; e lo figliuolo di
Dio andrà egli con tutti i suoi compagni nella città del suo padre, cioè la
stazione del cielo. E saranno tutti i buoni nell'umanitade del figliuolo di
Dio, e regneranno nella sua santa magione, nella divinità. Lo figliuolo di
Dio sarà allegro di tutte le allegrezze de' suoi sudditi; e ciascuno avrà
compiuta allegrezza, in vedere lo figliuolo di Dio.
Cap. DXLVIIII.
Lo re domanda: che sarà fatto del secolo (1571) dopo lo suo giudicamento?
Sidrac risponde:
Egli arderà tutto; che tutto altressì come l'acqua del diluvio uccise lo
secolo, e montò sopra gli nuvoli (1572) XV gonbiti, tutto altresì sarà lo
fuoco più alto ch'e' monti XV gonbita. L'amirazione (1573) di questo
secolo, e le parti e le stagioni, ciò sono gli freddi e gli caldi e le gragnuole e
li venti e i tuoni e le folgore e l'altre tribolazioni di questo secolo, saranno
allora tutti purgati; e rimarranno netti e mutati; che Idio gli muterà. Che
tutto altressì come la figura de' nostri corpi passerà, e riavremo altro corpo,
che troppo sarà migliore che questo, tutto altressì la figura di questo secolo
trapasserà tutto; e avrà poi più graziosa forma; che Idio farà novello cielo e
novella terra; e poi apresso rinovellerà lo sole e la luna e le stelle, che ora
non si finano d'andare nè di correre. Tutte cose fieno rinovellate, che il sole
sarà VII volte più bello che ora; la luna e tutte l'altre stelle saranno vestite di
molta bella chiarezza. L'acqua che toccherà lo corpo del figliuolo di Dio, e
che laverà gli corpi de' buoni uomini, in questo secolo, si sarà più chiara che
niuno cristallo; la terra che nodrirà lo corpo del Figliuolo di Dio dentro da
sè, si sarà paradiso; la terra, però ch'ella sarà innacquata del sangue de'
buoni, che per l'amore del figliuolo di Dio egli lo sparsono, ella sarà
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inbellita di molte maniere di fiori e di delizie, delli ulivi e delle rose. Questo
è lo giudicamento che Idio farà. La terra la quale è piena di spine e di
cardoni, si sarà benedetta da Dio senpiternalmente, e mai non avranno
labore nè dolore.
(1571) mondo C. R. 2.
(1572) sopra li omini C. R. 2.
(1573) La mirablete des choses C. F. R.
Cap. DL.
Lo re domanda: che corpi avranno gli buoni uomini? Sidrac risponde:
Egli avranno gli corpi sette cotanti più belli che lo sole; e di più bello
coraggio e' saranno, di quello tenpo ch'egli erano, quando egli trapassarono
di questo secolo.
Cap. DLI.
Lo re domanda: saranno egli ignudi o vestiti? Sidrac risponde:
Egli saranno ignudi di convotizia (1574) e di malizia; e saranno vestiti
di vestimento di grazia e di gloria e di salvazione e d'allegrezza. Averanno e
saranno ripieni di perfetto senno e di tutte bellezze; e gli loro membri non
avranno vergognia (1575), più che noi abiamo del volto e degli occhi,
quando l'uno mira l'altro.
(1574) convoitise C. F. R.
(1575) e di loro membro C. R. 2.
è lo giudicamento che Idio farà. La terra la quale è piena di spine e di
cardoni, si sarà benedetta da Dio senpiternalmente, e mai non avranno
labore nè dolore.
(1571) mondo C. R. 2.
(1572) sopra li omini C. R. 2.
(1573) La mirablete des choses C. F. R.
Cap. DL.
Lo re domanda: che corpi avranno gli buoni uomini? Sidrac risponde:
Egli avranno gli corpi sette cotanti più belli che lo sole; e di più bello
coraggio e' saranno, di quello tenpo ch'egli erano, quando egli trapassarono
di questo secolo.
Cap. DLI.
Lo re domanda: saranno egli ignudi o vestiti? Sidrac risponde:
Egli saranno ignudi di convotizia (1574) e di malizia; e saranno vestiti
di vestimento di grazia e di gloria e di salvazione e d'allegrezza. Averanno e
saranno ripieni di perfetto senno e di tutte bellezze; e gli loro membri non
avranno vergognia (1575), più che noi abiamo del volto e degli occhi,
quando l'uno mira l'altro.
(1574) convoitise C. F. R.
(1575) e di loro membro C. R. 2.
Page 435
Cap. DLII.
Lo re domanda: potranno egli fare ciò che vorranno senza licenzia? Sidrac
risponde:
Egli non vorranno niuna cosa, altro che buona. E però faranno egli
francamente ciò ch'egli vorranno. In tutti luoghi ov'egli vorranno essere,
saranno, sanza punto dimorare. E' non avranno altra cosa in opra, fuori che
riguardare Dio (1576); e lo loderanno; e la loro loda si è ciòe, che ànno la
visione del nostro signore.
(1576) Ellino non vorranno altra cosa che riguardare Dio C. R. 2.
Cap. DLIII.
Lo re domanda: che allegrezza avranno? Sidrac risponde:
L'alegrezza sarà tanta, che mai occhi d'uomo tanto videro, nè orecchie
udirono, nè cuore non potrebe tanto pensare, ciò che Idio à ordinato a
coloro che lui ameranno e seguiranno; ch'egli avranno senpre etternale vita,
e senpiternale fede, e conoscimento di Dio, abondanzia di tutti i beni, senza
niuno mancamento, e sanza niuna fame. Gli corpi avranno VII ispeziali
glorie, e l'anime altre VII. Gli corpi avranno belleza, isnellità, forteza,
francheza, diletto, sanità, onore, sicurtà, allegrezza (1577); alla quale ci
conduce quelli che vive e regna per tutti i secoli de' secoli. Amen.
(1577) Il C. R. 2. seguita: l'anime avranno sapienza, amistà, concordia, potestà, onore, sicurtà,
allegrezze.
Lo re domanda: potranno egli fare ciò che vorranno senza licenzia? Sidrac
risponde:
Egli non vorranno niuna cosa, altro che buona. E però faranno egli
francamente ciò ch'egli vorranno. In tutti luoghi ov'egli vorranno essere,
saranno, sanza punto dimorare. E' non avranno altra cosa in opra, fuori che
riguardare Dio (1576); e lo loderanno; e la loro loda si è ciòe, che ànno la
visione del nostro signore.
(1576) Ellino non vorranno altra cosa che riguardare Dio C. R. 2.
Cap. DLIII.
Lo re domanda: che allegrezza avranno? Sidrac risponde:
L'alegrezza sarà tanta, che mai occhi d'uomo tanto videro, nè orecchie
udirono, nè cuore non potrebe tanto pensare, ciò che Idio à ordinato a
coloro che lui ameranno e seguiranno; ch'egli avranno senpre etternale vita,
e senpiternale fede, e conoscimento di Dio, abondanzia di tutti i beni, senza
niuno mancamento, e sanza niuna fame. Gli corpi avranno VII ispeziali
glorie, e l'anime altre VII. Gli corpi avranno belleza, isnellità, forteza,
francheza, diletto, sanità, onore, sicurtà, allegrezza (1577); alla quale ci
conduce quelli che vive e regna per tutti i secoli de' secoli. Amen.
(1577) Il C. R. 2. seguita: l'anime avranno sapienza, amistà, concordia, potestà, onore, sicurtà,
allegrezze.
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Cap. DLIIII.
Come Sidrac domanda lo re. Botus come li risponde (1578).
Sidracco domanda lo re: volete voi altra cosa, ch'io sono aparecchiato
di tutto dirvi, per la volontà del nostro signore? Lo re rispuose e disse: Iddio
ti benedica, e ti dia la sua grazia sempre; chè tu m'ài mostrata la via, per la
quale io posso andare a essere de' sergenti del re del cielo. Tu m'ài tratto di
scurità e messo in chiarezza; tu m'ài detto pienamente ciò ch'io desiderava
di sapere, e non poteva trovare persona che dire me lo sapesse. Ora io ò
assai saputo delle cose che sono buone all'anima e al corpo salvare. Però
possiamo oggi mai pensare del nostro fatto, al quale noi possiamo oggimai
intendere; che però siamo noi venuti in questo strano paese.
Ora cominciamo (1579) al fatto del re Botus.
(1578) Nel C. R. 2.: Qui parla come Sydrach domanda lo re, e lo re Botus risponde.
(1579) retornons C. F. R.
Cap. DLV.
Come lo re Botoso volle compiere ciò ch'egli avea inpreso a fare.
Allora montò a cavallo lo re Botus, egli e la sua gente e il suo maestro
Sidraco; e vennono all'entrare della terra del re Garabo, a fare la torre
ch'egli dovea fare. E Sidrac fece venire maestri, e fece mettere pietre nel
fondamento della torre, al nome di Dio; e in XVI dì fue la torre fatta e
compiuta.
Come Sidrac domanda lo re. Botus come li risponde (1578).
Sidracco domanda lo re: volete voi altra cosa, ch'io sono aparecchiato
di tutto dirvi, per la volontà del nostro signore? Lo re rispuose e disse: Iddio
ti benedica, e ti dia la sua grazia sempre; chè tu m'ài mostrata la via, per la
quale io posso andare a essere de' sergenti del re del cielo. Tu m'ài tratto di
scurità e messo in chiarezza; tu m'ài detto pienamente ciò ch'io desiderava
di sapere, e non poteva trovare persona che dire me lo sapesse. Ora io ò
assai saputo delle cose che sono buone all'anima e al corpo salvare. Però
possiamo oggi mai pensare del nostro fatto, al quale noi possiamo oggimai
intendere; che però siamo noi venuti in questo strano paese.
Ora cominciamo (1579) al fatto del re Botus.
(1578) Nel C. R. 2.: Qui parla come Sydrach domanda lo re, e lo re Botus risponde.
(1579) retornons C. F. R.
Cap. DLV.
Come lo re Botoso volle compiere ciò ch'egli avea inpreso a fare.
Allora montò a cavallo lo re Botus, egli e la sua gente e il suo maestro
Sidraco; e vennono all'entrare della terra del re Garabo, a fare la torre
ch'egli dovea fare. E Sidrac fece venire maestri, e fece mettere pietre nel
fondamento della torre, al nome di Dio; e in XVI dì fue la torre fatta e
compiuta.
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Cap. DLVI.
Quando lo re Garabo vide che lo re Botus avea fatta e conpiuta la torre,
egli fue tutto isconfortato, e non seppe che consiglio si dovesse pigliare. E
seppe allora bene che gl'idoli nè loro forza no' gli poteano valere niente.
Ond'egli fece aparecchiare messaggi, e mandò pregando lo re Botus, che
avesse merciè di lui.
Cap. DLVII.
Lo re Botus gli mandò a dire, per lo consiglio di Sidrac suo maestro,
che s'egli volesse lasciare in tutto gl'idoli, e credere nel vero Iddio, egli
avrebbe merciè di lui. E lo re Garabo gli mandò a dire, ch'egli lo farà
volentieri. E così si convertì a Dio, e ruppe tutti gl'idoli ch'egli avea. Lo re
Botus, inanzi ch'egli morisse convertie tutto le sue contrade, e quelle dello
re Garabo, alla fede del figliuolo di Dio, per lo consiglio di Sidrac suo
maestro. Ma apresso alla morte di Sidrac e dello re Botus, per lo consiglio
del diavolo tutti ritornarono ad adorare gl'idoli, e furono poi piggiori che
prima (1580).
Conpiuto di scrivere a' dì XIIII di febraio, 1382, per mano di Benedetto di
Banco degli Albizi. Cristo ne sia lodato. Amen. Alle 3 ore.
(1580) Dopo queste parole il C. R. 2. seguita: Così finisce lo savio filosofo il suo libro d'astrologia,
nominato Sydrach, lo quale lasciò la scienza dopo lui, ond'ella fue profitabile alla giente. Ora
preghiamo tutti comunemente Idio lo creatore che ci dia la sua grazia, che noi possiamo
intendere e mettere in opera ciò che questo libro del savio filosofo c'insegna, a onore del corpo
e profitto dell'anima. Amen. — Le stesse parole leggonsi nel C. F. R.
Quando lo re Garabo vide che lo re Botus avea fatta e conpiuta la torre,
egli fue tutto isconfortato, e non seppe che consiglio si dovesse pigliare. E
seppe allora bene che gl'idoli nè loro forza no' gli poteano valere niente.
Ond'egli fece aparecchiare messaggi, e mandò pregando lo re Botus, che
avesse merciè di lui.
Cap. DLVII.
Lo re Botus gli mandò a dire, per lo consiglio di Sidrac suo maestro,
che s'egli volesse lasciare in tutto gl'idoli, e credere nel vero Iddio, egli
avrebbe merciè di lui. E lo re Garabo gli mandò a dire, ch'egli lo farà
volentieri. E così si convertì a Dio, e ruppe tutti gl'idoli ch'egli avea. Lo re
Botus, inanzi ch'egli morisse convertie tutto le sue contrade, e quelle dello
re Garabo, alla fede del figliuolo di Dio, per lo consiglio di Sidrac suo
maestro. Ma apresso alla morte di Sidrac e dello re Botus, per lo consiglio
del diavolo tutti ritornarono ad adorare gl'idoli, e furono poi piggiori che
prima (1580).
Conpiuto di scrivere a' dì XIIII di febraio, 1382, per mano di Benedetto di
Banco degli Albizi. Cristo ne sia lodato. Amen. Alle 3 ore.
(1580) Dopo queste parole il C. R. 2. seguita: Così finisce lo savio filosofo il suo libro d'astrologia,
nominato Sydrach, lo quale lasciò la scienza dopo lui, ond'ella fue profitabile alla giente. Ora
preghiamo tutti comunemente Idio lo creatore che ci dia la sua grazia, che noi possiamo
intendere e mettere in opera ciò che questo libro del savio filosofo c'insegna, a onore del corpo
e profitto dell'anima. Amen. — Le stesse parole leggonsi nel C. F. R.
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Page 439
Page 440
INDICE
Avvertenza preliminare pag. ix
Prologo » 1
Cap. 1. Ebe Idio mai cominciamento? » 33
» 2. Puote Idio essere veduto? » 34
» 3. È Iddio in tutti luoghi e per tutti? » 35
» 4. Sentono tutte le cose Idio? » ivi
» 5. Che fece Idio primamente? » 36
» 6. Quando furono fatti gli angioli? » 37
» 7. Di che servono gli angeli in cielo? » 38
» 8. Gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare? » 40
» 9. Che forma ànno gli angioli e se sanno tutto? » ivi
» 10. Fece Iddio l'uomo colle sue mani? » 44
» 11. Dove fu fatto Adamo? » 46
» 12. Quando Adamo fu fuori del paradiso dove andò egli? » 49
» 13. Fece Adamo altro peccato inverso lo suo criatore, se
non quello ch'egli trapassò lo suo comandamento e
mangiò lo pome? » 50
» 14. Che cose tolse Adamo a Dio, e come gliele converrà
rendere? » 53
» 15. Perchè non fue perduto di tutto in tutto, che così
grandissimo peccato avea fatto? » ivi
» 16. Perchè non mandò Iddio uno angelo inanzi per lui
diliberare, o ch'egli avesse fatto uno uomo per lui
deliberare? » 54
Avvertenza preliminare pag. ix
Prologo » 1
Cap. 1. Ebe Idio mai cominciamento? » 33
» 2. Puote Idio essere veduto? » 34
» 3. È Iddio in tutti luoghi e per tutti? » 35
» 4. Sentono tutte le cose Idio? » ivi
» 5. Che fece Idio primamente? » 36
» 6. Quando furono fatti gli angioli? » 37
» 7. Di che servono gli angeli in cielo? » 38
» 8. Gli diavoli sanno tutte le cose e possonle fare? » 40
» 9. Che forma ànno gli angioli e se sanno tutto? » ivi
» 10. Fece Iddio l'uomo colle sue mani? » 44
» 11. Dove fu fatto Adamo? » 46
» 12. Quando Adamo fu fuori del paradiso dove andò egli? » 49
» 13. Fece Adamo altro peccato inverso lo suo criatore, se
non quello ch'egli trapassò lo suo comandamento e
mangiò lo pome? » 50
» 14. Che cose tolse Adamo a Dio, e come gliele converrà
rendere? » 53
» 15. Perchè non fue perduto di tutto in tutto, che così
grandissimo peccato avea fatto? » ivi
» 16. Perchè non mandò Iddio uno angelo inanzi per lui
diliberare, o ch'egli avesse fatto uno uomo per lui
deliberare? » 54
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» 17. Perchè vorrà egli nascere di vergine e come sarà ella
vergine quand'egli nascerà di lei? » 55
» 18. Quanto tempo visse Adamo? » 57
» 19. Perchè è chiamata morte, e quante morti sono? » 58
» 20. Nuoce agli uomini di quale morte e' si facciano? » 59
» 21. Come vanno l'anime nell'altro secolo? » 61
» 22. Che cosa è paradiso celestiale? » 64
» 23. Chi fu fatto innanzi tra il corpo o l'anima? » ivi
» 24. Chi parla o 'l corpo o l'anima? » 65
» 25. L'anima ch'è ispirito solamente, che non à corpo nè
membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere,
come può sentire gioia e gloria in cielo, e pene e
dolore nello 'nferno? » 67
» 26. Qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo? » 68
» 27. Dove abita l'anima? » 69
» 28. Perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue
è tutto fuori? » 70
» 29. Come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore? » 71
» 30. Come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo
alla sua similitudine? » 72
» 31. Quando noi siamo fatti alla simiglianza di Dio, perchè
non possiamo noi fare altressì com'egli? » 73
» 32. Lo sangue che diviene quando lo corpo è morto? » 74
» 33. Che diviene lo fuoco quand'egli è spento? » 75
» 34. Perchè non si parte l'anima, quando lo corpo perde la
metà del sangue e più? » 76
» 35. Di qual natura è 'l corpo e di quale compressione? » 77
» 36. L'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o
sono facte ciascuno giorno? » 78
» 37. Quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono
avere nulla scusa? » 79
» 38. Dee l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di
Dio? » 80
vergine quand'egli nascerà di lei? » 55
» 18. Quanto tempo visse Adamo? » 57
» 19. Perchè è chiamata morte, e quante morti sono? » 58
» 20. Nuoce agli uomini di quale morte e' si facciano? » 59
» 21. Come vanno l'anime nell'altro secolo? » 61
» 22. Che cosa è paradiso celestiale? » 64
» 23. Chi fu fatto innanzi tra il corpo o l'anima? » ivi
» 24. Chi parla o 'l corpo o l'anima? » 65
» 25. L'anima ch'è ispirito solamente, che non à corpo nè
membro, nè prendere nè tenere non si può, nè vedere,
come può sentire gioia e gloria in cielo, e pene e
dolore nello 'nferno? » 67
» 26. Qual'è più sicura tra l'anima e 'l corpo? » 68
» 27. Dove abita l'anima? » 69
» 28. Perchè non puote dimorare nel corpo quando lo sangue
è tutto fuori? » 70
» 29. Come è ciò, che in questo mondo chi vive e chi muore? » 71
» 30. Come potrebbe l'uomo sapere che Idio facesse l'uomo
alla sua similitudine? » 72
» 31. Quando noi siamo fatti alla simiglianza di Dio, perchè
non possiamo noi fare altressì com'egli? » 73
» 32. Lo sangue che diviene quando lo corpo è morto? » 74
» 33. Che diviene lo fuoco quand'egli è spento? » 75
» 34. Perchè non si parte l'anima, quando lo corpo perde la
metà del sangue e più? » 76
» 35. Di qual natura è 'l corpo e di quale compressione? » 77
» 36. L'anime sono fatte dal cominciamento del mondo o
sono facte ciascuno giorno? » 78
» 37. Quelli che Idio nè nullo bene conoscono s'elli possono
avere nulla scusa? » 79
» 38. Dee l'uomo fare altra cosa che 'l comandamento di
Dio? » 80
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» 39. Perchè è chiamata morte? » ivi
» 40. Quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono? » 81
» 41. Idio è di grande guidardone? » 82
» 42. Le gienerazioni che saranno al tempo del figliuolo di
Dio, saranno egli credenti a lui tutti comunemente? » 83
» 43. Che comandamento farà Iddio al suo popolo? » 84
» 44. Qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e la
più degna e la più bella? » 85
» 45. Qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e la
più maledetta e la più paurosa? » 86
» 46. Le buone anime non avranno duolo del male delle rie
anime? » 87
» 47. Che vale meglio o la santà o la malizia? » ivi
» 48. Che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? » 88
» 49. Lo cruccio e la gioia onde viene? » 90
» 50. Dopo lo tempo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo
averà istolomia nel mondo per insegnare? » 91
» 51. Chi bene nè male non fa è menato a peccato? » 92
» 52. Se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al
peccato. » 94
» 53. Se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa. » 95
» 54. De' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici? » 96
» 55. Che cosa è gentileza? » ivi
» 56. Come fa freddo quando il tempo è chiaro? » 97
» 57. Puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi
per neuno segno? » 98
» 58. Sarà giammai rilevata la grandezza del diavolo altressì
com'ella fu al mio tempo? » 99
» 59. Perchè non fece Iddio all'uomo, quando la persona
avesse mangiato una volta, ched elli se ne potesse
istare una semana? » 100
» 60. Come muore altressì il ricco come il povero? » 101
» 61. Dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? » ivi
» 40. Quanti secoli sono, e quanti mondi, e come si tengono? » 81
» 41. Idio è di grande guidardone? » 82
» 42. Le gienerazioni che saranno al tempo del figliuolo di
Dio, saranno egli credenti a lui tutti comunemente? » 83
» 43. Che comandamento farà Iddio al suo popolo? » 84
» 44. Qual'è la più sicura cosa che sia e la più benedetta e la
più degna e la più bella? » 85
» 45. Qual'è la più laida cosa che sia, e la più pericolosa e la
più maledetta e la più paurosa? » 86
» 46. Le buone anime non avranno duolo del male delle rie
anime? » 87
» 47. Che vale meglio o la santà o la malizia? » ivi
» 48. Che podere dona Iddio all'anima in questo mondo? » 88
» 49. Lo cruccio e la gioia onde viene? » 90
» 50. Dopo lo tempo che 'l figliuolo di Dio monterà in cielo
averà istolomia nel mondo per insegnare? » 91
» 51. Chi bene nè male non fa è menato a peccato? » 92
» 52. Se quelli che non fanno nè bene nè male è menato al
peccato. » 94
» 53. Se la signoria de' fare asprezza o de' essere piatosa. » 95
» 54. De' l'uomo fare bene a' suoi parenti e a' suoi amici? » 96
» 55. Che cosa è gentileza? » ivi
» 56. Come fa freddo quando il tempo è chiaro? » 97
» 57. Puote l'uomo conosciere li buoni uomeni dalli malvagi
per neuno segno? » 98
» 58. Sarà giammai rilevata la grandezza del diavolo altressì
com'ella fu al mio tempo? » 99
» 59. Perchè non fece Iddio all'uomo, quando la persona
avesse mangiato una volta, ched elli se ne potesse
istare una semana? » 100
» 60. Come muore altressì il ricco come il povero? » 101
» 61. Dee l'uomo giudicare gli poveri come gli ricchi? » ivi
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» 62. Dee l'uomo avere mercè del suo nimico? » 102
» 63. Può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono? » 103
» 64. Come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena
nel suo corpo? » 105
» 65. Puote la femina portare più di due figliuoli a uno
corpo? » 107
» 66. Qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere? » 109
» 67. Qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè? » 110
» 68. Come puote essere l'uomo leale? » ivi
» 69. La prodezza e la paura di che aviene? » 111
» 70. La lebbra e la tigna di che aviene? » 112
» 71. Tutte le cose Idio fece, furono fatte dal cominciamento
del mondo? » 113
» 72. Chi vi nodriscie lo frutto della terra? » 114
» 73. Le bestie come arabbiano? » 115
» 74. Chi vive più che cosa che sia in questo mondo? » 116
» 75. Se Dio pascie tutte le cose. » 117
» 76. Le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima? » ivi
» 77. Il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto
quanto noi facciamo? » 118
» 78. Lo mondo quanto viverà? » 119
» 79. À egli altra gente che viva oltre la terra, in mare? » 121
» 80. Perch'alcuno uomo è nero e altro bianco? » 124
» 81. Fellonia di che aviene? » 125
» 82. Perchè sono le bestie di molti colori? » 126
» 83. Quegli che mangiano e beono più che mestieri non è
loro, fanno male? » 127
» 84. Che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia? » ivi
» 85. Chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o le
cose fredde? » 128
» 86. Quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come
si potrebbe ciò cessare? » 129
» 87. Che vale meglio o l'amore della femina o l'odio? » 130
» 63. Può lo reo uomo avere l'amore di Dio come il buono? » 103
» 64. Come puote la creatura uscire della femmina ch'è piena
nel suo corpo? » 105
» 65. Puote la femina portare più di due figliuoli a uno
corpo? » 107
» 66. Qual'è la migliore cosa che l'uomo possa avere? » 109
» 67. Qual'è la peggiore cosa che l'uomo possa avere in sè? » 110
» 68. Come puote essere l'uomo leale? » ivi
» 69. La prodezza e la paura di che aviene? » 111
» 70. La lebbra e la tigna di che aviene? » 112
» 71. Tutte le cose Idio fece, furono fatte dal cominciamento
del mondo? » 113
» 72. Chi vi nodriscie lo frutto della terra? » 114
» 73. Le bestie come arabbiano? » 115
» 74. Chi vive più che cosa che sia in questo mondo? » 116
» 75. Se Dio pascie tutte le cose. » 117
» 76. Le bestie e gli uccelli e' pesci ànno anima? » ivi
» 77. Il popolo che sarà al tenpo di Dio morranno tanto
quanto noi facciamo? » 118
» 78. Lo mondo quanto viverà? » 119
» 79. À egli altra gente che viva oltre la terra, in mare? » 121
» 80. Perch'alcuno uomo è nero e altro bianco? » 124
» 81. Fellonia di che aviene? » 125
» 82. Perchè sono le bestie di molti colori? » 126
» 83. Quegli che mangiano e beono più che mestieri non è
loro, fanno male? » 127
» 84. Che cosa è la migliore e la piggiore cosa che sia? » ivi
» 85. Chi dà magiore iscienzia o migliore, le cose calde o le
cose fredde? » 128
» 86. Quando l'uomo è fello e crucciato e malinconoso, come
si potrebbe ciò cessare? » 129
» 87. Che vale meglio o l'amore della femina o l'odio? » 130
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» 88. Quando l'uomo è gioioso e allegro, od egli oda alcuna
cosa che non gli piaccia, come si cruccia egli? » 131
» 89. Se dee l'uomo amare la femina, e la femina l'uomo
sanza biasimo. » 133
» 90. Onde viene la grasseza del corpo? » 134
» 91. Dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella,
quand'ella falla? » 135
» 92. Di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo? » ivi
» 93. Dee l'uomo amare lo suo buono amico? » 137
» 94. Può l'uomo fare lo suo profitto sanza travaglio? » 138
» 95. Dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri? » 140
» 96. Come si dee l'uomo contenere con tutta gente? » ivi
» 97. Quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e
quando il povero diventa ricco val più? » 142
» 98. La malvagia maniera e' costumi donde viene? » 143
» 99. Lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente
fermato il martello e le tanaglie e l'ancudine? » 144
» 100. Quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male? » ivi
» 101. De' l'uomo essere casto di tutte cose? » 145
» 102. Con cui dee l'uomo andare e cui dee l'uomo schifare? » 146
» 103. Che vale meglio, o riccheza od onore? » 147
» 104. De' l'uomo portare onore al povero come al ricco in
giustizia? » 148
» 105. Lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco
nella sua ricchezza. » ivi
» 106. Dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? » 149
» 107. Come fiatano i cani più ch'altra bestia? » 150
» 108. Quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui
femine fanno male? » 151
» 109. Può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza
o per niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire? » 152
» 110. È buono a rispondere a quelli che folle parla? » 153
» 111. Qual'è la più grave cosa che sia? » 154
cosa che non gli piaccia, come si cruccia egli? » 131
» 89. Se dee l'uomo amare la femina, e la femina l'uomo
sanza biasimo. » 133
» 90. Onde viene la grasseza del corpo? » 134
» 91. Dee l'uomo gastigare la femina, e conbattella,
quand'ella falla? » 135
» 92. Di che cosa escie gelosia, e perchè è geloso l'uomo? » ivi
» 93. Dee l'uomo amare lo suo buono amico? » 137
» 94. Può l'uomo fare lo suo profitto sanza travaglio? » 138
» 95. Dee l'uomo fare bene e dare carità a' poveri? » 140
» 96. Come si dee l'uomo contenere con tutta gente? » ivi
» 97. Quando lo ricco perde la sua riccheza val meno, e
quando il povero diventa ricco val più? » 142
» 98. La malvagia maniera e' costumi donde viene? » 143
» 99. Lo ferro ch'è forte e duro, come fue primieramente
fermato il martello e le tanaglie e l'ancudine? » 144
» 100. Quelli che giurano lo loro Iddio fanno egli male? » ivi
» 101. De' l'uomo essere casto di tutte cose? » 145
» 102. Con cui dee l'uomo andare e cui dee l'uomo schifare? » 146
» 103. Che vale meglio, o riccheza od onore? » 147
» 104. De' l'uomo portare onore al povero come al ricco in
giustizia? » 148
» 105. Lo povero se si diletta nella sua povertà, come lo ricco
nella sua ricchezza. » ivi
» 106. Dee vantarsi l'uomo di quello ch'à fatto? » 149
» 107. Come fiatano i cani più ch'altra bestia? » 150
» 108. Quelli ch'ànno cupideza dell'altrui cose o dell'altrui
femine fanno male? » 151
» 109. Può l'uomo scanpare dalla morte, per nulla ricchezza
o per niuna cosa, per forza o per ardire nè per fuggire? » 152
» 110. È buono a rispondere a quelli che folle parla? » 153
» 111. Qual'è la più grave cosa che sia? » 154
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» 112. Quelli che si travagliano e non sanno aiutare, perchè
non fanno eglino? » 155
» 113. Come infolliscono le genti? » ivi
» 114. Grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al
corpo quand'egli si parte dall'anima? » 156
» 115. Cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l
giovane? » 157
» 116. Piove più in un luogo che in un altro? » 158
» 117. Perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare? » 159
» 118. È buono di trasmettersi di tutte cose con tutte genti? » 160
» 119. Perchè Iddio fecie il mondo? » 162
» 120. Come fu fatto il mondo, e come si tiene egli? » 163
» 121. À gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del sole,
altressì come noi qui? » 164
» 122. Quanto è il mondo lungo e largo e ispesso? » 165
» 123. Perchè vorrà Iddio disfare lo mondo di tutto in tutto? » 166
» 124. Come volano gli uccelli per aria. » 167
» 125. La piova di che viene? » ivi
» 126. Di che vengono le neve? » 168
» 127. La tempesta di che aviene? » 169
» 128. Li tuoni e li lanpi che sono? » 170
» 129. Onde vengono gli venti? » 171
» 130. Come monta e sale l'acqua nell'alte montagnie? » 171
» 131. L'acque onde escono e vanno? » 172
» 132. Perchè è il mare insalato? » 173
» 133. Onde vengono l'acque calde, che surgono sopra terra? » 174
» 134. Che cosa è zolfo? » 175
» 135. La folgore di che viene e di che sono? » ivi
» 136. Le montagne e le rocche furono create dal
cominciamento del mondo? » 176
» 137. Da quale parte viene lo diluvio? » 177
» 138. Verrà altra volta lo diluvio in terra? » 178
non fanno eglino? » 155
» 113. Come infolliscono le genti? » ivi
» 114. Grava all'anima quand'ella si parte dal corpo, e al
corpo quand'egli si parte dall'anima? » 156
» 115. Cui de' l'uomo più temere, o l'uomo vecchio o 'l
giovane? » 157
» 116. Piove più in un luogo che in un altro? » 158
» 117. Perchè non fece Idio l'uomo che non potesse peccare? » 159
» 118. È buono di trasmettersi di tutte cose con tutte genti? » 160
» 119. Perchè Iddio fecie il mondo? » 162
» 120. Come fu fatto il mondo, e come si tiene egli? » 163
» 121. À gente di sotto a noi, che vegano lo chiarore del sole,
altressì come noi qui? » 164
» 122. Quanto è il mondo lungo e largo e ispesso? » 165
» 123. Perchè vorrà Iddio disfare lo mondo di tutto in tutto? » 166
» 124. Come volano gli uccelli per aria. » 167
» 125. La piova di che viene? » ivi
» 126. Di che vengono le neve? » 168
» 127. La tempesta di che aviene? » 169
» 128. Li tuoni e li lanpi che sono? » 170
» 129. Onde vengono gli venti? » 171
» 130. Come monta e sale l'acqua nell'alte montagnie? » 171
» 131. L'acque onde escono e vanno? » 172
» 132. Perchè è il mare insalato? » 173
» 133. Onde vengono l'acque calde, che surgono sopra terra? » 174
» 134. Che cosa è zolfo? » 175
» 135. La folgore di che viene e di che sono? » ivi
» 136. Le montagne e le rocche furono create dal
cominciamento del mondo? » 176
» 137. Da quale parte viene lo diluvio? » 177
» 138. Verrà altra volta lo diluvio in terra? » 178
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» 139. Quando Noè entrò nell'arca, e prese di ciascuna bestia
e uccielli un paio, che bisogno avea di rea bestia, e di
metterla nell'arca, i scorpioni e tarantole e altre ree
bestie? » ivi
» 140. L'oro onde viene? » 179
» 141. Le perle e gli carbonchi onde vengono? » 180
» 142. Quante terre sono al mondo? » 181
» 143. Puote l'uomo andare intorno al mondo? » 182
» 144. Potrebbe l'uomo andare tanto in su una nave, che
tuttavia la spingesse il vento inanzi, ch'egli potesse
venire presso al fermamento? » 183
» 145. Che non creò Iddio l'uomo che potesse vivere lungo
tenpo? » 183
» 146. Quali angieli pigliano l'anime? » 185
» 147. Quale è meglio, od opera o castità? » 186
» 148. Di che vengono gli tremuoti? » 187
» 149. Le piante perchè mutano lo loro segno e fannoli
contro? » 188
» 150. Le stelle che vanno per l'aria, vanno elleno, e come
cagiono elle? » 190
» 151. Quanti cieli sono? » 191
» 152. Quanto è alto lo cielo da terra? » 192
» 153. Di quale virtù è il fermamento? » ivi
» 154. Se le pianete e le stelle sono di gran virtude. » 193
» 155. Di che maniere sono l'acque? » 197
» 156. Quanti mari sono? » 198
» 157. Perchè fecie Idio ritondo il mondo? » 199
» 158. Perchè fece Idio lo sole caldo e la luna fredda? » ivi
» 159. Quale è la maggiore cosa che sia? » 200
» 160. Quale è più o la rena della terra o le candelle del
mare? » ivi
» 161. Potrebbe l'uomo contare l'onde del mare o la rena
della terra? » 201
e uccielli un paio, che bisogno avea di rea bestia, e di
metterla nell'arca, i scorpioni e tarantole e altre ree
bestie? » ivi
» 140. L'oro onde viene? » 179
» 141. Le perle e gli carbonchi onde vengono? » 180
» 142. Quante terre sono al mondo? » 181
» 143. Puote l'uomo andare intorno al mondo? » 182
» 144. Potrebbe l'uomo andare tanto in su una nave, che
tuttavia la spingesse il vento inanzi, ch'egli potesse
venire presso al fermamento? » 183
» 145. Che non creò Iddio l'uomo che potesse vivere lungo
tenpo? » 183
» 146. Quali angieli pigliano l'anime? » 185
» 147. Quale è meglio, od opera o castità? » 186
» 148. Di che vengono gli tremuoti? » 187
» 149. Le piante perchè mutano lo loro segno e fannoli
contro? » 188
» 150. Le stelle che vanno per l'aria, vanno elleno, e come
cagiono elle? » 190
» 151. Quanti cieli sono? » 191
» 152. Quanto è alto lo cielo da terra? » 192
» 153. Di quale virtù è il fermamento? » ivi
» 154. Se le pianete e le stelle sono di gran virtude. » 193
» 155. Di che maniere sono l'acque? » 197
» 156. Quanti mari sono? » 198
» 157. Perchè fecie Idio ritondo il mondo? » 199
» 158. Perchè fece Idio lo sole caldo e la luna fredda? » ivi
» 159. Quale è la maggiore cosa che sia? » 200
» 160. Quale è più o la rena della terra o le candelle del
mare? » ivi
» 161. Potrebbe l'uomo contare l'onde del mare o la rena
della terra? » 201
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» 162. Quante stelle sono in cielo? » 202
» 163. Quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che
caddono, e quanti ne dimorano in cielo? » 203
» 164. Quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o'
pesci? » 204
» 165. Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre creature
che vermini e bestie o uccielli o pesci? » 204
» 166. Quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli che
va di giorno? » 205
» 167. Quale è maggiore prodezza o quella di città o quella
de' boschi? » 206
» 168. Dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o
di ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie o
d'altre cose? » 208
» 169. Dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente? » ivi
» 170. Dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto
onore? » 209
» 171. Come si puote l'uomo tenere della sua grande
volontà? » 210
» 172. Quale è lo magiore diletto che sia? » 211
» 173. Desi l'uomo dilettare colla femina? » 212
» 174. Quando l'una oste è contra l'altra come si deono
conbattere? » 213
» 175. Quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non
potrebbe vivere? » 214
» 176. Chi trovò e fece lo primo stormento del mondo, e come
fu fatto? » 215
» 177. L'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa
e intende lo suo cuore? » 216
» 178. Perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero? » 217
» 179. Dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde
vengono? » 218
» 180. Tutte le criature che sono fatte possono sapere la
volontà della cogitazione di Dio? » ivi
» 163. Quanti angeli creò Idio, e quanti furono quelli che
caddono, e quanti ne dimorano in cielo? » 203
» 164. Quali sono più o le genti o le bestie o gli uccegli o'
pesci? » 204
» 165. Iddio ch'è tutto possente perchè non fece altre creature
che vermini e bestie o uccielli o pesci? » 204
» 166. Quale è più ardito o quelli che va di notte o quegli che
va di giorno? » 205
» 167. Quale è maggiore prodezza o quella di città o quella
de' boschi? » 206
» 168. Dee l'uomo rinproverare l'uno all'altro o di povertà o
di ricchezza o di malizie o di malvagità di sua moglie o
d'altre cose? » 208
» 169. Dee l'uomo portare e fare onore a tutta gente? » ivi
» 170. Dee l'uomo dimenticare quelli che gli hanno fatto
onore? » 209
» 171. Come si puote l'uomo tenere della sua grande
volontà? » 210
» 172. Quale è lo magiore diletto che sia? » 211
» 173. Desi l'uomo dilettare colla femina? » 212
» 174. Quando l'una oste è contra l'altra come si deono
conbattere? » 213
» 175. Quali sono quelli menbri senza li quali l'uomo non
potrebbe vivere? » 214
» 176. Chi trovò e fece lo primo stormento del mondo, e come
fu fatto? » 215
» 177. L'uomo che nascie sordo e muto, che linguaggio pensa
e intende lo suo cuore? » 216
» 178. Perchè sono gli nuvoli l'uno bianco e l'altro nero? » 217
» 179. Dello tenpo ch'è chiaro e sereno gli nuvoli onde
vengono? » 218
» 180. Tutte le criature che sono fatte possono sapere la
volontà della cogitazione di Dio? » ivi
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» 181. Dee l'uomo tutto giorno adorare? » 219
» 182. Gli occhi che lagrimano ispesso donde viene? » 220
» 183. Quante maniere di gente de' l'uomo onorare in questo
mondo? » 221
» 184. Qual'è lo più largo uomo del mondo? » 222
» 185. In via o in camino più onorare o 'l povero o 'l ricco? » ivi
» 186. È peccato di mangiare tutte cose? » 223
» 187. De' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore? » 224
» 188. Come dee l'uomo mantenere gli figliuoli? » ivi
» 189. Qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli? » 225
» 190. Se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come
saremo istati? » 226
» 191. Perchè non vengono a bene le creature che sono
create in corpo alle loro madri? » 227
» 192. Tutte le femine sono d'una maniera? » 228
» 193. Dee l'uomo fare asapere al suo amico la dislealtà
della sua moglie? » 229
» 194. Fa alcuna cosa l'afrettare? » 229
» 195. Dee l'uomo amare tutte gente? » 230
» 196. Sono tutte le genti comunali in questo mondo e
secolo? » 231
» 197. Fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disonore a'
poveri? » 232
» 198. Porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del
figliuolo? » 233
» 199. Quelli che uccidono la gente pigliano elli loro peccato
della vita sopra loro? » 234
» 200. Quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che
l'uomo ode? » 235
» 201. À in questo secolo gente che mangino altre genti? » 236
» 202. Quale è peggio tra micidio o furto o baratto? » ivi
» 203. Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti gli
peccati che l'uomo fa in questo secolo? » 238
» 182. Gli occhi che lagrimano ispesso donde viene? » 220
» 183. Quante maniere di gente de' l'uomo onorare in questo
mondo? » 221
» 184. Qual'è lo più largo uomo del mondo? » 222
» 185. In via o in camino più onorare o 'l povero o 'l ricco? » ivi
» 186. È peccato di mangiare tutte cose? » 223
» 187. De' l'uomo salutare la gente a tutte l'ore? » 224
» 188. Come dee l'uomo mantenere gli figliuoli? » ivi
» 189. Qual dee l'uomo più amare tra la moglie o figliuoli? » 225
» 190. Se mio padre e mia madre non fossono istati, noi come
saremo istati? » 226
» 191. Perchè non vengono a bene le creature che sono
create in corpo alle loro madri? » 227
» 192. Tutte le femine sono d'una maniera? » 228
» 193. Dee l'uomo fare asapere al suo amico la dislealtà
della sua moglie? » 229
» 194. Fa alcuna cosa l'afrettare? » 229
» 195. Dee l'uomo amare tutte gente? » 230
» 196. Sono tutte le genti comunali in questo mondo e
secolo? » 231
» 197. Fanno onore nell'altro secolo a' ricchi e disonore a'
poveri? » 232
» 198. Porterà nell'altro secolo lo padre lo carico del
figliuolo? » 233
» 199. Quelli che uccidono la gente pigliano elli loro peccato
della vita sopra loro? » 234
» 200. Quale è magiore dolore che l'uomo vede o quello che
l'uomo ode? » 235
» 201. À in questo secolo gente che mangino altre genti? » 236
» 202. Quale è peggio tra micidio o furto o baratto? » ivi
» 203. Idio ch'è pietoso e misericordioso perdona egli tutti gli
peccati che l'uomo fa in questo secolo? » 238
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» 204. Perchè si travaglia l'uomo in questo secolo? » 239
» 205. Quale è la più scura cosa che sia? » 242
» 206. Lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio? » ivi
» 207. Come potrebe l'uomo salire in cielo? » 245
» 208. Dove si nasconde lo giorno la notte? » 246
» 209. Come si tengono la luna e le stelle? » 247
» 210. Come possono conosciere le genti l'ore e' punti della
notte? » ivi
» 211. Se le stelle tornano al fermamento. » 249
» 212. Se sarà continuamente guerra nel mondo. » 250
» 213. Perchè è chiamato mondo? » 251
» 214. Se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che morte
si faccino. » 252
» 215. Qual'è il più degno giorno del mondo? » ivi
» 216. Perchè fu fatto lo dormire? » 253
» 217. Quale è il più sano luogo del mondo? » 254
» 218. Quali gente sono quelle che mantengono il mondo? » 255
» 219. Quale è più alto o lo re o la giustizia? » 256
» 220. Può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co'
lui? » ivi
» 221. Uomo e femina che si traamano e si dilungano uno
grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare
come di prima? » 257
» 222. Come l'uomo alcuna volta la femina e la femina
l'uomo amansi? » 258
» 223. Chi fa uno falso saramento di Dio per x cose falsare, è
egli spergiuro per una volta? » 259
» 224. Quelli che insegniano lo bene in questo secolo
ànn'egli più guidarnone che gli altri? » ivi
» 225. Di che viene lo magiore odio del mondo? » 260
» 226. Lo pensiere che l'uomo pensa onde escie? » 261
» 227. Per che cagione sono gli uomini malvagi mali? » 262
» 228. Quali sono gli più pericolosi menbri del corpo? » 264
» 205. Quale è la più scura cosa che sia? » 242
» 206. Lo male che l'uomo fa in questo secolo è d'Iddio? » ivi
» 207. Come potrebe l'uomo salire in cielo? » 245
» 208. Dove si nasconde lo giorno la notte? » 246
» 209. Come si tengono la luna e le stelle? » 247
» 210. Come possono conosciere le genti l'ore e' punti della
notte? » ivi
» 211. Se le stelle tornano al fermamento. » 249
» 212. Se sarà continuamente guerra nel mondo. » 250
» 213. Perchè è chiamato mondo? » 251
» 214. Se Iddio si cruccia delle morti, e delle genti che morte
si faccino. » 252
» 215. Qual'è il più degno giorno del mondo? » ivi
» 216. Perchè fu fatto lo dormire? » 253
» 217. Quale è il più sano luogo del mondo? » 254
» 218. Quali gente sono quelle che mantengono il mondo? » 255
» 219. Quale è più alto o lo re o la giustizia? » 256
» 220. Può l'uomo avere riccheze corporale e portarle co'
lui? » ivi
» 221. Uomo e femina che si traamano e si dilungano uno
grande tempo e poi s'accontano, possonsi eglino amare
come di prima? » 257
» 222. Come l'uomo alcuna volta la femina e la femina
l'uomo amansi? » 258
» 223. Chi fa uno falso saramento di Dio per x cose falsare, è
egli spergiuro per una volta? » 259
» 224. Quelli che insegniano lo bene in questo secolo
ànn'egli più guidarnone che gli altri? » ivi
» 225. Di che viene lo magiore odio del mondo? » 260
» 226. Lo pensiere che l'uomo pensa onde escie? » 261
» 227. Per che cagione sono gli uomini malvagi mali? » 262
» 228. Quali sono gli più pericolosi menbri del corpo? » 264
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» 229. Qual'è la più pericolosa arte che sia e la più sicura? » ivi
» 230. Come alcuna volta muove la gaieza al corpo
dell'uomo gaio e allegro? » 265
» 231. Ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femina
ingenera egli? » 266
» 232. Che potrebe l'uomo fare, che la femina inpregnasse? » 267
» 233. Di quale parte si raguna la schiatta dell'uomo
quand'ella escie? » 268
» 234. De' l'uomo amare gli figliuoli? » 269
» 235. Incantamenti e malie sono vane? » 270
» 236. Qual è la più leggiera bestia che sia e la più
asentivole? » 271
» 237. Quale è più alto o la terra o lo mare? » 272
» 238. Le lumache perchè s'appiccano agli alberi? » ivi
» 239. Come dormono gli vecchi più leggiermente che gli
piccoli garzoni non fanno? » 273
» 240. Se Idio avesse fatto uno uomo così grande come tutto
il mondo, potrebb'egli contastare contra lui? » 274
» 241. Se Idio non avesse fatto lo secolo, di quale maniera
sarebbe il mondo? » 275
» 242. Gli angeli che Idio fece furono fatti della lena di Dio,
come Adamo lo primo uomo fue fatto? » 276
» 243. Cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli
che l'amano? » 277
» 244. Dove sono le più degne parole e d'erbe e di pietre? » ivi
» 245. Come la scurità della luna non si vede se non inverso
ponente, e tuttavia quand'ella è novella? » 278
» 246. Dee l'uomo discoprire il suo segreto al suo amico,
quand'egli fa alcuna cosa celata? » 279
» 247. Quali femine sono più utili a l'uomo quand'egli giacie
co' loro? » 280
» 248. Perchè alcuna gente si levano a mattotino da dormire
bianchi e coloriti, e altri palidi e ismalfati? » 281
» 230. Come alcuna volta muove la gaieza al corpo
dell'uomo gaio e allegro? » 265
» 231. Ciascuna volta che l'uomo s'accosta alla femina
ingenera egli? » 266
» 232. Che potrebe l'uomo fare, che la femina inpregnasse? » 267
» 233. Di quale parte si raguna la schiatta dell'uomo
quand'ella escie? » 268
» 234. De' l'uomo amare gli figliuoli? » 269
» 235. Incantamenti e malie sono vane? » 270
» 236. Qual è la più leggiera bestia che sia e la più
asentivole? » 271
» 237. Quale è più alto o la terra o lo mare? » 272
» 238. Le lumache perchè s'appiccano agli alberi? » ivi
» 239. Come dormono gli vecchi più leggiermente che gli
piccoli garzoni non fanno? » 273
» 240. Se Idio avesse fatto uno uomo così grande come tutto
il mondo, potrebb'egli contastare contra lui? » 274
» 241. Se Idio non avesse fatto lo secolo, di quale maniera
sarebbe il mondo? » 275
» 242. Gli angeli che Idio fece furono fatti della lena di Dio,
come Adamo lo primo uomo fue fatto? » 276
» 243. Cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli
che l'amano? » 277
» 244. Dove sono le più degne parole e d'erbe e di pietre? » ivi
» 245. Come la scurità della luna non si vede se non inverso
ponente, e tuttavia quand'ella è novella? » 278
» 246. Dee l'uomo discoprire il suo segreto al suo amico,
quand'egli fa alcuna cosa celata? » 279
» 247. Quali femine sono più utili a l'uomo quand'egli giacie
co' loro? » 280
» 248. Perchè alcuna gente si levano a mattotino da dormire
bianchi e coloriti, e altri palidi e ismalfati? » 281
Page 451
» 249. Lo triemo del corpo di che aviene, che alcuna volta si
muove il corpo? » 282
» 250. La vista che l'uomo vede entra negli occhi dentro? » ivi
» 251. Uno uomo solo non puote dire e parlare più cose? » 283
» 252. Se lo mare può menomare? » 284
» 253. Femina che spesso si corrompe di sua orina
dormendo, e nolla può ritenere, può ella ingravidare, e
l'uomo ingenerare? » 285
» 254. Cui dee l'uomo più amare, o i figliuoli del fratello o
quegli della sirocchia? » 287
» 255. Qua' sono le pericolose collere del corpo? » 288
» 256. Quale è la migliore carne che sia al corpo? » 290
» 257. Perchè la notte, quando l'uomo cena la mattina à
fame, e s'egli non cena si è satollo? » 291
» 258. La vivanda che l'uomo mangia come si parte ella per
lo corpo? » ivi
» 259. L'uomo ch'avrà inghiottito osso o spina, e gli sarà
ristata nella gola, e non potrà andare su nè giù, come
si potrà torre quello osso? » 292
» 260. Perchè pute lo sterco dell'uomo e della femmina? » 293
» 261. Per che cagione è l'orina della persona insalata? » ivi
» 262. Le femine ànno granelli? » 294
» 263. Come nascono i vermini nel corpo dell'uomo? » 295
» 264. Quante sono l'arti del mondo che l'uomo non si
potesse sofferire sanza loro? » 296
» 265. Come potrebe l'uomo vinciere la volontà di questo
mondo? » 297
» 266. Quali ànno magiore onore e gioia nell'altro secolo, o i
piccoli garzoni che anche non peccarono, o li buoni
che lasciano lo male per l'amore di Dio? » 298
» 267. Di quanto, poi che 'l diavolo fue abattuto, fue fatto
Adamo? » 299
» 268. Quale è il più bello vembro del corpo? » 300
» 269. Lo vento come si sente e non si vede? » 301
muove il corpo? » 282
» 250. La vista che l'uomo vede entra negli occhi dentro? » ivi
» 251. Uno uomo solo non puote dire e parlare più cose? » 283
» 252. Se lo mare può menomare? » 284
» 253. Femina che spesso si corrompe di sua orina
dormendo, e nolla può ritenere, può ella ingravidare, e
l'uomo ingenerare? » 285
» 254. Cui dee l'uomo più amare, o i figliuoli del fratello o
quegli della sirocchia? » 287
» 255. Qua' sono le pericolose collere del corpo? » 288
» 256. Quale è la migliore carne che sia al corpo? » 290
» 257. Perchè la notte, quando l'uomo cena la mattina à
fame, e s'egli non cena si è satollo? » 291
» 258. La vivanda che l'uomo mangia come si parte ella per
lo corpo? » ivi
» 259. L'uomo ch'avrà inghiottito osso o spina, e gli sarà
ristata nella gola, e non potrà andare su nè giù, come
si potrà torre quello osso? » 292
» 260. Perchè pute lo sterco dell'uomo e della femmina? » 293
» 261. Per che cagione è l'orina della persona insalata? » ivi
» 262. Le femine ànno granelli? » 294
» 263. Come nascono i vermini nel corpo dell'uomo? » 295
» 264. Quante sono l'arti del mondo che l'uomo non si
potesse sofferire sanza loro? » 296
» 265. Come potrebe l'uomo vinciere la volontà di questo
mondo? » 297
» 266. Quali ànno magiore onore e gioia nell'altro secolo, o i
piccoli garzoni che anche non peccarono, o li buoni
che lasciano lo male per l'amore di Dio? » 298
» 267. Di quanto, poi che 'l diavolo fue abattuto, fue fatto
Adamo? » 299
» 268. Quale è il più bello vembro del corpo? » 300
» 269. Lo vento come si sente e non si vede? » 301
Page 452
» 270. Come il fuoco si vede e non si può pigliare? » 302
» 271. Perchè si dice pulcella e vergine, e quale è più degna? » ivi
» 272. Qual si puote meglio tenperare di lussuria, o la
pulcella o quella che sia corrotta? » 303
» 273. Quale si puote meglio sofferire di lussuria, o l'uomo o
la femina? » 304
» 274. La femmina gravida come puote ella notricare la
criatura nel suo ventre? » 305
» 275. Dee l'uomo adontare la femina, quand'ella falla del
suo corpo? » 306
» 276. Dee l'uomo essere geloso della sua moglie? » 307
» 277. Se l'omo de' avere gelosia di sua moglie. » 308
» 278. Debbono tutte le genti bere vino? » 309
» 279. Dee l'uomo dilettarsi in niuno luogo del mondo? » 310
» 280. Dee l'uomo essere ardente di tenzone e di conbattere
colla gente? » ivi
» 281. Se l'uomo si dee vantare del suo peccato, quand'egli
l'à fatto. » 311
» 282. Nel male puossi trovare niuna iscienzia? » 312
» 283. Perchè ànno le femine la gioia e lo cruccio del secolo? » 314
» 284. Dee l'uomo andare ispesse volte a casa del suo
amico? » 315
» 285. Dee l'uomo mostrare laida cera al suo amico? » ivi
» 286. Come alcuna volta l'uomo conquisterebbe in battaglia
due uomini o tre, e alcuna volta è vinto da uno solo? » 316
» 287. È sanità di mangiare tutte cose? » 317
» 288. Quali sono quelli che si vantano più che gente del
mondo? » ivi
» 289. Perchè sono gli nuvoli così di state come di verno? » 318
» 290. Lo nuvolo ch'è piccolo, come pare, come puote
cuoprire tanta quantità di terra? » 319
» 291. Gli piccoli garzoni sono come bestie che non
intendono? » 320
» 271. Perchè si dice pulcella e vergine, e quale è più degna? » ivi
» 272. Qual si puote meglio tenperare di lussuria, o la
pulcella o quella che sia corrotta? » 303
» 273. Quale si puote meglio sofferire di lussuria, o l'uomo o
la femina? » 304
» 274. La femmina gravida come puote ella notricare la
criatura nel suo ventre? » 305
» 275. Dee l'uomo adontare la femina, quand'ella falla del
suo corpo? » 306
» 276. Dee l'uomo essere geloso della sua moglie? » 307
» 277. Se l'omo de' avere gelosia di sua moglie. » 308
» 278. Debbono tutte le genti bere vino? » 309
» 279. Dee l'uomo dilettarsi in niuno luogo del mondo? » 310
» 280. Dee l'uomo essere ardente di tenzone e di conbattere
colla gente? » ivi
» 281. Se l'uomo si dee vantare del suo peccato, quand'egli
l'à fatto. » 311
» 282. Nel male puossi trovare niuna iscienzia? » 312
» 283. Perchè ànno le femine la gioia e lo cruccio del secolo? » 314
» 284. Dee l'uomo andare ispesse volte a casa del suo
amico? » 315
» 285. Dee l'uomo mostrare laida cera al suo amico? » ivi
» 286. Come alcuna volta l'uomo conquisterebbe in battaglia
due uomini o tre, e alcuna volta è vinto da uno solo? » 316
» 287. È sanità di mangiare tutte cose? » 317
» 288. Quali sono quelli che si vantano più che gente del
mondo? » ivi
» 289. Perchè sono gli nuvoli così di state come di verno? » 318
» 290. Lo nuvolo ch'è piccolo, come pare, come puote
cuoprire tanta quantità di terra? » 319
» 291. Gli piccoli garzoni sono come bestie che non
intendono? » 320
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» 292. Com'à l'uomo alcuno menbro grande e l'altro piccolo? » 321
» 293. Lo senno onde viene? » 322
» 294. Di che viene lo pensiero che l'uomo àe, che gli pare
vedere quello che non è? » ivi
» 295. Lo sospiro onde viene? » 323
» 296. La lena onde viene? » 324
» 297. La starnuto onde viene, e come lo potrebe l'uomo
tenere? » ivi
» 298. Lo menbro dell'uomo come si distende e onde escie e
come ritorna dentro? » 325
» 299. Di quale alimento si potrebbe l'uomo meglio sofferire? » 326
» 300. La pioggia quand'ella viene, perchè muove prima lo
vento? » 327
» 301. Perchè gli uccelli femine non ànno natura come l'altre
bestie? » 328
» 302. Quale è più forte o 'l vento o l'acqua? » ivi
» 303. Perchè pena a nasciere l'uno fanciullo più che l'altro? » 329
» 304. Perchè si travaglia la gente della morte più l'una che
l'altra? » ivi
» 305. Chi sente lo dolore della morte o l'anima o il corpo? » 330
» 306. Perchè gli piccoli fanciulli non sono intendevoli
quand'elli nascono e sono noiosi al nodrire? » 331
» 307. Come dee l'uomo vivere in questo mondo? » 332
» 308. Come si dee l'uomo comportare collo suo nimico? » 333
» 309. Dee l'uomo giucare col suo amico? » 334
» 310. Se l'uomo dee dottare del suo nimico. » 335
» 311. Qual vale più o lo ricco o lo povero nell'altro secolo? » 336
» 312. Quali sono più ad agio o li poveri o li ricchi in questo
secolo? » ivi
» 313. Quali sono le più ricche genti del mondo? » 337
» 314. Quali sono li più onorati uomini del mondo? » 338
» 315. Quando tu se' in uno luogo deilo tu lasciare per
migliore cercare? » 339
» 293. Lo senno onde viene? » 322
» 294. Di che viene lo pensiero che l'uomo àe, che gli pare
vedere quello che non è? » ivi
» 295. Lo sospiro onde viene? » 323
» 296. La lena onde viene? » 324
» 297. La starnuto onde viene, e come lo potrebe l'uomo
tenere? » ivi
» 298. Lo menbro dell'uomo come si distende e onde escie e
come ritorna dentro? » 325
» 299. Di quale alimento si potrebbe l'uomo meglio sofferire? » 326
» 300. La pioggia quand'ella viene, perchè muove prima lo
vento? » 327
» 301. Perchè gli uccelli femine non ànno natura come l'altre
bestie? » 328
» 302. Quale è più forte o 'l vento o l'acqua? » ivi
» 303. Perchè pena a nasciere l'uno fanciullo più che l'altro? » 329
» 304. Perchè si travaglia la gente della morte più l'una che
l'altra? » ivi
» 305. Chi sente lo dolore della morte o l'anima o il corpo? » 330
» 306. Perchè gli piccoli fanciulli non sono intendevoli
quand'elli nascono e sono noiosi al nodrire? » 331
» 307. Come dee l'uomo vivere in questo mondo? » 332
» 308. Come si dee l'uomo comportare collo suo nimico? » 333
» 309. Dee l'uomo giucare col suo amico? » 334
» 310. Se l'uomo dee dottare del suo nimico. » 335
» 311. Qual vale più o lo ricco o lo povero nell'altro secolo? » 336
» 312. Quali sono più ad agio o li poveri o li ricchi in questo
secolo? » ivi
» 313. Quali sono le più ricche genti del mondo? » 337
» 314. Quali sono li più onorati uomini del mondo? » 338
» 315. Quando tu se' in uno luogo deilo tu lasciare per
migliore cercare? » 339
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» 316. Dee l'uomo credere ciò che le genti lo consigliano? » ivi
» 317. De' l'uomo amare i malidicenti? » 340
» 318. Se si dee l'uomo crucciare se altri gli mostra mala
cera. » 341
» 319. Può l'uomo dimenticare lo suo paese? » ivi
» 320. Quale è meglio o forza o ingiegnio? » 342
» 321. Se alcuno domanda ragione dègli l'uomo
inmantanente rispondere? » 343
» 322. Come dee l'uomo domandare quando vuole sapere
alcuna cosa? » 344
» 323. Perchè sono più savia gente quegli del ponente che
quelli del levante? » 344
» 324. Quale è più bello alla femina o lo bello corpo o la
bella persona o lo bello volto? » 346
» 325. Se le pianete sono tutte in un luogo o sono tutte d'una
maniera e natura o sono di più nature? » ivi
» 326. Se uno uomo trovasse un altro sopra la moglie? » 349
» 327. De' l'uomo pensare per la gente? » 350
» 328. De' l'uomo biasimare Dio per perdita o per dannaggio
ch'egli abbia? » 351
» 329. Di che può l'uomo avere più lodo di dare al ricco
uomo o al povero? » 352
» 330. Dee l'uomo servire a tutte genti? » 353
» 331. Quale è la più saporita cosa che sia? » ivi
» 332. Gli re e gli signori deono essere leali e larghi? » 354
» 333. Gli re deono andare in battaglia? » 355
» 334. Lo sudore del corpo onde escie e onde viene? » 357
» 335. Qual colore è meglio vestire? » ivi
» 336. Qual'è la più verde cosa che sia? » 358
» 337. Qual'è la più grassa cosa che sia? » 359
» 338. Quale vale meglio al punto della morte o lo grande
pentimento o la grande sicurtade della vita
perdurabile? » ivi
» 317. De' l'uomo amare i malidicenti? » 340
» 318. Se si dee l'uomo crucciare se altri gli mostra mala
cera. » 341
» 319. Può l'uomo dimenticare lo suo paese? » ivi
» 320. Quale è meglio o forza o ingiegnio? » 342
» 321. Se alcuno domanda ragione dègli l'uomo
inmantanente rispondere? » 343
» 322. Come dee l'uomo domandare quando vuole sapere
alcuna cosa? » 344
» 323. Perchè sono più savia gente quegli del ponente che
quelli del levante? » 344
» 324. Quale è più bello alla femina o lo bello corpo o la
bella persona o lo bello volto? » 346
» 325. Se le pianete sono tutte in un luogo o sono tutte d'una
maniera e natura o sono di più nature? » ivi
» 326. Se uno uomo trovasse un altro sopra la moglie? » 349
» 327. De' l'uomo pensare per la gente? » 350
» 328. De' l'uomo biasimare Dio per perdita o per dannaggio
ch'egli abbia? » 351
» 329. Di che può l'uomo avere più lodo di dare al ricco
uomo o al povero? » 352
» 330. Dee l'uomo servire a tutte genti? » 353
» 331. Quale è la più saporita cosa che sia? » ivi
» 332. Gli re e gli signori deono essere leali e larghi? » 354
» 333. Gli re deono andare in battaglia? » 355
» 334. Lo sudore del corpo onde escie e onde viene? » 357
» 335. Qual colore è meglio vestire? » ivi
» 336. Qual'è la più verde cosa che sia? » 358
» 337. Qual'è la più grassa cosa che sia? » 359
» 338. Quale vale meglio al punto della morte o lo grande
pentimento o la grande sicurtade della vita
perdurabile? » ivi
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» 339. Dee l'uomo piangere i morti? » 360
» 340. Venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di
paradiso e di ninferno? » 361
» 341. Che dee l'uomo dire quand'egli si leva o quand'egli si
corica? » ivi
» 342. Chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli
ingenerare, per l'una grande e l'altra piccola? » 362
» 343. Gli garzoni di X anni o di meno, perchè non
ingenerano, e le fanciulle simigliantemente perchè non
impregnano? » 363
» 344. Ànno gli diavoli pena nell'altro secolo? » 364
» 345. Quale è la più forte battaglia che sia? » ivi
» 346. Dee l'uomo dottare tutta gente? » 365
» 347. Perchè lo ferro vae inverso la stella calamita? » 366
» 348. Se tutti quelli che nascieranno morranno. » 367
» 349. Come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro
madri? » ivi
» 350. Puote l'uomo dimenticare la gioia e 'l duolo? » 368
» 351. De 'l uomo mostrare sua ragione? » ivi
» 352. Dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente? » 369
» 353. Perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio? » 370
» 354. Le bestie e gli uccegli ànno linguaggio? » 370
» 355. Qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in
questo secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei? » 371
» 356. Chi è lo più savio uomo del mondo? » 372
» 357. Qual'è la più saporita carne che sia? » ivi
» 358. À egli niuna anima al mondo che potesse sapere
quello che in tutto il mondo si fa in uno giorno? » 373
» 359. Le piccole bestie e' vermi come funno fatti per lo
mondo che tanto sono piccoli? » 374
» 360. Perchè i giovani ànno più chiara la vista che i vecchi? » ivi
» 361. Gli pesci dormono nell'acqua? » 375
» 362. Perchè gli pesci ànno pietra in testa? » 376
» 340. Venne mai niuno dell'altro secolo, che contasse di
paradiso e di ninferno? » 361
» 341. Che dee l'uomo dire quand'egli si leva o quand'egli si
corica? » ivi
» 342. Chi non avesse ma ch'una coglia potrebbe egli
ingenerare, per l'una grande e l'altra piccola? » 362
» 343. Gli garzoni di X anni o di meno, perchè non
ingenerano, e le fanciulle simigliantemente perchè non
impregnano? » 363
» 344. Ànno gli diavoli pena nell'altro secolo? » 364
» 345. Quale è la più forte battaglia che sia? » ivi
» 346. Dee l'uomo dottare tutta gente? » 365
» 347. Perchè lo ferro vae inverso la stella calamita? » 366
» 348. Se tutti quelli che nascieranno morranno. » 367
» 349. Come sono posti i fanciulli nel ventre delle loro
madri? » ivi
» 350. Puote l'uomo dimenticare la gioia e 'l duolo? » 368
» 351. De 'l uomo mostrare sua ragione? » ivi
» 352. Dee l'uomo mostrare lo suo senno tra la stolta gente? » 369
» 353. Perchè l'uno vino è bianco e l'altro è vermiglio? » 370
» 354. Le bestie e gli uccegli ànno linguaggio? » 370
» 355. Qual'è magiore profitto all'anima, o quello che fa in
questo secolo, o ciò che l'uomo le fa dopo lei? » 371
» 356. Chi è lo più savio uomo del mondo? » 372
» 357. Qual'è la più saporita carne che sia? » ivi
» 358. À egli niuna anima al mondo che potesse sapere
quello che in tutto il mondo si fa in uno giorno? » 373
» 359. Le piccole bestie e' vermi come funno fatti per lo
mondo che tanto sono piccoli? » 374
» 360. Perchè i giovani ànno più chiara la vista che i vecchi? » ivi
» 361. Gli pesci dormono nell'acqua? » 375
» 362. Perchè gli pesci ànno pietra in testa? » 376
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» 363. Di quante maniere sono pesci? » ivi
» 364. Di quante maniere sono bestie? » 377
» 365. Di quante maniere sono gli uccelli? » 378
» 366. Quale è lo più bello uccello del mondo? » 380
» 367. Qual'è la più bella bestia del mondo? » ivi
» 368. Qual'è lo più degno uccello del mondo? » 381
» 369. Quali sono gli più begli cavagli che siano? » 382
» 370. Quale è la più benignia bestia che sia? » ivi
» 371. Quale è la più bella cosa che Idio abbia fatto al
mondo? » 383
» 372. Perchè gli piccoli alberi portano grande frutto, e gli
grandi alberi portano piccoli frutti? » 383
» 373. Quali sono le più intendevoli bestie che sieno? » 384
» 374. Gli uccelli di caccia perchè non beono? » ivi
» 375. Le serpi sono istate tuttavia in questa forma? » 385
» 376. A cui escie sangue del naso e stagnare non si può, che
ne potrebbe l'uomo fare? » ivi
» 377. La rea lebbra che monta alle gambe dell'uomo come si
può guarire? » 386
» 378. Come potrebe l'uomo trarre la volatica che fortemente
è apresa nella carne. » 387
» 379. Uomo che à male stomaco che gli potrebe l'uomo
fare? » ivi
» 380. Stomaco ch'è scaldato ed è enfiato come si potrebbe
aiutare? » 388
» 381. Che può l'uomo fare al dolore dello stomaco? » ivi
» 383. Chi fosse in cammino, ed egli non potesse avere delle
cose, ed egli avesse male al fegato o allo stomaco o di
calore o di stordigione, che vi potrebe fare per
ricoverare? » 389
» 384. Perchè à lo stomaco cotante medicine? » 389
» 385. Come potrebe l'uomo stagniare lo sangue della piaga. » 390
» 364. Di quante maniere sono bestie? » 377
» 365. Di quante maniere sono gli uccelli? » 378
» 366. Quale è lo più bello uccello del mondo? » 380
» 367. Qual'è la più bella bestia del mondo? » ivi
» 368. Qual'è lo più degno uccello del mondo? » 381
» 369. Quali sono gli più begli cavagli che siano? » 382
» 370. Quale è la più benignia bestia che sia? » ivi
» 371. Quale è la più bella cosa che Idio abbia fatto al
mondo? » 383
» 372. Perchè gli piccoli alberi portano grande frutto, e gli
grandi alberi portano piccoli frutti? » 383
» 373. Quali sono le più intendevoli bestie che sieno? » 384
» 374. Gli uccelli di caccia perchè non beono? » ivi
» 375. Le serpi sono istate tuttavia in questa forma? » 385
» 376. A cui escie sangue del naso e stagnare non si può, che
ne potrebbe l'uomo fare? » ivi
» 377. La rea lebbra che monta alle gambe dell'uomo come si
può guarire? » 386
» 378. Come potrebe l'uomo trarre la volatica che fortemente
è apresa nella carne. » 387
» 379. Uomo che à male stomaco che gli potrebe l'uomo
fare? » ivi
» 380. Stomaco ch'è scaldato ed è enfiato come si potrebbe
aiutare? » 388
» 381. Che può l'uomo fare al dolore dello stomaco? » ivi
» 383. Chi fosse in cammino, ed egli non potesse avere delle
cose, ed egli avesse male al fegato o allo stomaco o di
calore o di stordigione, che vi potrebe fare per
ricoverare? » 389
» 384. Perchè à lo stomaco cotante medicine? » 389
» 385. Come potrebe l'uomo stagniare lo sangue della piaga. » 390
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» 386. Che potrebe l'uomo allo 'nfermo che avesse lo fegato
riscaldato e fosse di giallo colore? » ivi
» 387. Persona che sia troppo magra e à male nel ventre di
vermini come guarrà? » 391
» 388. Quale fu lo primo uomo che Idio fece e che
generazione fu e sarà? » ivi
» 389. Che generazione sarà quella del veracie profeta? » 392
» 390. Sarà conosciuta la natività del figliuolo di Dio? » 395
» 391. Che significheranno le maraviglie che saranno
quando lo figliuolo di Dio sarà nato? » ivi
» 392. Lo giorno che lo figliuolo di Dio nascerà saprà egli
più d'un fanciullo? » 396
» 393. Quando lo figliuolo di Dio verrà in terra con che
gente converserà egli? » 397
» 394. Lo figliuolo di Dio sarà bello uomo, e come si troverà
egli? » 398
» 395. Perchè morrà egli, perchè si lascierà egli morire? » ivi
» 396. Chi 'l vedrà e come sarà egli morto? » 399
» 397. Dove andrà egli dopo la sua risuresione? » 400
» 398. Monterà egli solo in cielo? » 401
» 399. Avrà egli magione lo figliuolo di Dio? » 402
» 400. Lo corpo del verace profeta sarà tuttavia in terra in
sua casa per lo comandamento di Dio? » 403
» 401. Ciascuno del suo popolo buoni e rei potranno fare lo
corpo del veracie profeta? » 405
» 402. Quelli che avranno podere di fare lo corpo del verace
profeta saranno eglino onorati più inanzi a Dio che gli
altri? » 406
» 403. Deono egli fare tutto giorno lo corpo del verace
profeta? » ivi
» 404. Che cosa è peccato? » 407
» 405. Come conoscierà la morte del santo profeta verace? » 408
» 406. Quale virtù farà in terra lo figliuolo di Dio? » ivi
riscaldato e fosse di giallo colore? » ivi
» 387. Persona che sia troppo magra e à male nel ventre di
vermini come guarrà? » 391
» 388. Quale fu lo primo uomo che Idio fece e che
generazione fu e sarà? » ivi
» 389. Che generazione sarà quella del veracie profeta? » 392
» 390. Sarà conosciuta la natività del figliuolo di Dio? » 395
» 391. Che significheranno le maraviglie che saranno
quando lo figliuolo di Dio sarà nato? » ivi
» 392. Lo giorno che lo figliuolo di Dio nascerà saprà egli
più d'un fanciullo? » 396
» 393. Quando lo figliuolo di Dio verrà in terra con che
gente converserà egli? » 397
» 394. Lo figliuolo di Dio sarà bello uomo, e come si troverà
egli? » 398
» 395. Perchè morrà egli, perchè si lascierà egli morire? » ivi
» 396. Chi 'l vedrà e come sarà egli morto? » 399
» 397. Dove andrà egli dopo la sua risuresione? » 400
» 398. Monterà egli solo in cielo? » 401
» 399. Avrà egli magione lo figliuolo di Dio? » 402
» 400. Lo corpo del verace profeta sarà tuttavia in terra in
sua casa per lo comandamento di Dio? » 403
» 401. Ciascuno del suo popolo buoni e rei potranno fare lo
corpo del veracie profeta? » 405
» 402. Quelli che avranno podere di fare lo corpo del verace
profeta saranno eglino onorati più inanzi a Dio che gli
altri? » 406
» 403. Deono egli fare tutto giorno lo corpo del verace
profeta? » ivi
» 404. Che cosa è peccato? » 407
» 405. Come conoscierà la morte del santo profeta verace? » 408
» 406. Quale virtù farà in terra lo figliuolo di Dio? » ivi
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» 407. Gli disciepoli del figliuolo di Dio dopo la sua andata
in cielo che faranno? » 410
» 408. Gli disciepoli del figliuolo di Dio potranno eglino
salvare gl'infermi? » ivi
» 409. Al tempo del figliuolo di Dio sarà lo mondo
moltiplicato? » 412
» 410. Quanto può essere grande lo cielo e lo 'nferno, e se vi
dee essere tutto il popolo che furono o che saranno. » 412
» 411. Quali sono più o quelli che nascono o quegli che
muoiono? » 413
» 412. Quale è magiore o l'ira di Dio o la sua grazia? » ivi
» 413. Quelli che saranno in cielo e che giamai fine non
avranno no' lo si recheranno eglino a grande
increscimento? E quelli dello 'nferno non avranno
grande invidia e non si consumeranno eglino di tanto
dimorare in pene? » 414
» 414. Quelli che sono in ninferno non avranno eglino niuno
riposo da Dio? » 415
» 415. Come potrebe l'uomo sapere di cose che l'uomo
volesse fare e di cosa ch'egli à impresa a fare, ch'egli
n'abbia bene o male, e s'egli si potrà fare di conosciere
lo suo criatore? » 416
» 416. Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, in quale
parte andò egli? » 417
» 417. Che disse l'angiolo a Giafet quand'egli piangea lo suo
figliuolo? » 418
» 418. Chi questa arte vuole fare o adoperare che uomo
vuole essere di suo corpo? » 419
» 419. Quando l'uomo fa questa arte dee egli fare orazione? » 420
» 420. Quando l'uomo fa questa arte de' egli essere solo o
con alcuno aconpagniato? » ivi
» 421. Che cosa è onnipotente e trinitade? » 421
» 422. Che cose sono invenie e come sono fatte? » 422
» 423. Che cosa è criatore? » 423
in cielo che faranno? » 410
» 408. Gli disciepoli del figliuolo di Dio potranno eglino
salvare gl'infermi? » ivi
» 409. Al tempo del figliuolo di Dio sarà lo mondo
moltiplicato? » 412
» 410. Quanto può essere grande lo cielo e lo 'nferno, e se vi
dee essere tutto il popolo che furono o che saranno. » 412
» 411. Quali sono più o quelli che nascono o quegli che
muoiono? » 413
» 412. Quale è magiore o l'ira di Dio o la sua grazia? » ivi
» 413. Quelli che saranno in cielo e che giamai fine non
avranno no' lo si recheranno eglino a grande
increscimento? E quelli dello 'nferno non avranno
grande invidia e non si consumeranno eglino di tanto
dimorare in pene? » 414
» 414. Quelli che sono in ninferno non avranno eglino niuno
riposo da Dio? » 415
» 415. Come potrebe l'uomo sapere di cose che l'uomo
volesse fare e di cosa ch'egli à impresa a fare, ch'egli
n'abbia bene o male, e s'egli si potrà fare di conosciere
lo suo criatore? » 416
» 416. Quando Giafet si partì dal suo padre Noè, in quale
parte andò egli? » 417
» 417. Che disse l'angiolo a Giafet quand'egli piangea lo suo
figliuolo? » 418
» 418. Chi questa arte vuole fare o adoperare che uomo
vuole essere di suo corpo? » 419
» 419. Quando l'uomo fa questa arte dee egli fare orazione? » 420
» 420. Quando l'uomo fa questa arte de' egli essere solo o
con alcuno aconpagniato? » ivi
» 421. Che cosa è onnipotente e trinitade? » 421
» 422. Che cose sono invenie e come sono fatte? » 422
» 423. Che cosa è criatore? » 423
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» 424. Se si dee fare quella arte o di notte o di giorno? » 424
» 425. Come dee essere fatta quella ruota? » 425
» 426. » 426
» 427. » 427
» 428. » 429
» 429. » 431
» 430. » 432
» 431. » ivi
» 432. » 433
» 433. » 434
» 434. » 436
» 435. » 437
» 436. » 438
» 437. » ivi
» 438. » 441
» 439. » 442
» 440. » 443
» 441. » 444
» 442. » 445
» 443. Saturno inprimamente. » 447
» 444. Se Aries è stato contrario alla sua pianeta che sarà? » 448
» 445. Se Gemini è stato che sarà? » ivi
» 446. Che sarà del fanciullo se Aries è stato contra a
Iuppiter? » 449
» 447. Che sarà del fanciullo se Aries è stato contro alla sua
pianeta, e Iupiter al punto della sua natività? » 451
» 448. Che sarà del fanciullo se Aries è stato contrario? » 452
» 449. Della natura del garzone. » 454
» 450. Che sarà del fanciullo se Aries è stato contro a Sol? » ivi
» 451. Che sarà del fanciullo nato in Mercurio, che ne dice
elli? » 456
» 452. Che sarà del garzone, che ne dice Mercurio? » ivi
» 425. Come dee essere fatta quella ruota? » 425
» 426. » 426
» 427. » 427
» 428. » 429
» 429. » 431
» 430. » 432
» 431. » ivi
» 432. » 433
» 433. » 434
» 434. » 436
» 435. » 437
» 436. » 438
» 437. » ivi
» 438. » 441
» 439. » 442
» 440. » 443
» 441. » 444
» 442. » 445
» 443. Saturno inprimamente. » 447
» 444. Se Aries è stato contrario alla sua pianeta che sarà? » 448
» 445. Se Gemini è stato che sarà? » ivi
» 446. Che sarà del fanciullo se Aries è stato contra a
Iuppiter? » 449
» 447. Che sarà del fanciullo se Aries è stato contro alla sua
pianeta, e Iupiter al punto della sua natività? » 451
» 448. Che sarà del fanciullo se Aries è stato contrario? » 452
» 449. Della natura del garzone. » 454
» 450. Che sarà del fanciullo se Aries è stato contro a Sol? » ivi
» 451. Che sarà del fanciullo nato in Mercurio, che ne dice
elli? » 456
» 452. Che sarà del garzone, che ne dice Mercurio? » ivi
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» 453. Che dice la Luna del fanciullo? » 457
» 454. Di quante maniere e di quante virtù sono le pietre
preziose, e ove si trovano? » 458
» 455. Che à a fare lo topazio? » 459
» 456. Che à a fare lo smeraldo? » 460
» 457. Che à a fare il rubino? » 462
» 458. Che à a fare il zaffiro? » 463
» 459. Il diaspro? » 464
» 460. Che à a fare di liguria? » 465
» 461. Che à a fare d'agate? » 466
» 462. D'amatista. » 467
» 463. Di crisolita. » ivi
» 464. D'onica. » 468
» 465. Di beriella. » 469
» 466. Di calcidonia. » ivi
» 467. Di sardonia. » 470
» 468. Di diamante. » ivi
» 469. Di giarconsia. » 472
» 470. Di grisopasa. » ivi
» 471. Di diana. » 473
» 472. Di turchiman. » ivi
» 473. Di cramis. » 475
» 474. Di vermidori. » 476
» 475. Di riflabina. » 477
» 476. Di cocrice. » ivi
» 477. Di turchimanti. » 479
» 478. Quelli ch'ànno perduto la vista? » 480
» 479. Erba da stagnare sangue. » ivi
» 480. Erba a bestie velenose. » 481
» 481. Erba per contratti guarire. » 482
» 482. Erba per avere la vista. » ivi
» 483. Qual'è buona al male degli stranguglioni? » 483
» 454. Di quante maniere e di quante virtù sono le pietre
preziose, e ove si trovano? » 458
» 455. Che à a fare lo topazio? » 459
» 456. Che à a fare lo smeraldo? » 460
» 457. Che à a fare il rubino? » 462
» 458. Che à a fare il zaffiro? » 463
» 459. Il diaspro? » 464
» 460. Che à a fare di liguria? » 465
» 461. Che à a fare d'agate? » 466
» 462. D'amatista. » 467
» 463. Di crisolita. » ivi
» 464. D'onica. » 468
» 465. Di beriella. » 469
» 466. Di calcidonia. » ivi
» 467. Di sardonia. » 470
» 468. Di diamante. » ivi
» 469. Di giarconsia. » 472
» 470. Di grisopasa. » ivi
» 471. Di diana. » 473
» 472. Di turchiman. » ivi
» 473. Di cramis. » 475
» 474. Di vermidori. » 476
» 475. Di riflabina. » 477
» 476. Di cocrice. » ivi
» 477. Di turchimanti. » 479
» 478. Quelli ch'ànno perduto la vista? » 480
» 479. Erba da stagnare sangue. » ivi
» 480. Erba a bestie velenose. » 481
» 481. Erba per contratti guarire. » 482
» 482. Erba per avere la vista. » ivi
» 483. Qual'è buona al male degli stranguglioni? » 483
Page 461
» 484. Erba per l'enteriole guarire. » ivi
» 485. Per inpregnare. » 484
» 486. Erba per guarire del giallore. » ivi
» 487. Erba per lo male dell'orinare. » 485
» 488. Erba per lo male de' denti. » ivi
» 489. Per lo fiato che pute. » 486
» 490. Erba per lo sordo. » ivi
» 491. Erba per la puzza di bocca guarire. » 487
» 492. Erba per lo freddo. » ivi
» 493. Erba per la tigna. » 487
» 494. Erba per la rogna. » 488
» 495. Erba per lo male del corpo. » ivi
» 496. Erba di parlare. » 489
» 497. Per quelli che crollano il capo. » ivi
» 498. Erba per colui che cade di rio male. » 490
» 499. Erba per sanità del fanciullo. » ivi
» 500. Erba per lo fegato. » 491
» 501. Erba per la lena. » ivi
» 502. Erba per le crepature guarire. » ivi
» 503. Erba per veghiare. » 492
» 504. Erba per vedere chiaramente. » ivi
» 505. Erba per vedere le stelle di giorno. » ivi
» 506. Erba per saldare fedite. » 493
» 507. Erba per la tossa. » ivi
» 508. Erba che fa dire dormendo ciò che l'uomo avrà fatto. » 494
» 509. Erba che non lasci l'uomo vedere. » ivi
» 510. Erba per torre la parola alle genti. » ivi
» 511. Erba d'amore. » 495
» 512. Erba d'odio. » ivi
» 513. Per iscaldare il corpo d'uomo. » 496
» 514. Erba per infrescare il corpo. » ivi
» 515. Erba per fare ingenerare. » 497
» 485. Per inpregnare. » 484
» 486. Erba per guarire del giallore. » ivi
» 487. Erba per lo male dell'orinare. » 485
» 488. Erba per lo male de' denti. » ivi
» 489. Per lo fiato che pute. » 486
» 490. Erba per lo sordo. » ivi
» 491. Erba per la puzza di bocca guarire. » 487
» 492. Erba per lo freddo. » ivi
» 493. Erba per la tigna. » 487
» 494. Erba per la rogna. » 488
» 495. Erba per lo male del corpo. » ivi
» 496. Erba di parlare. » 489
» 497. Per quelli che crollano il capo. » ivi
» 498. Erba per colui che cade di rio male. » 490
» 499. Erba per sanità del fanciullo. » ivi
» 500. Erba per lo fegato. » 491
» 501. Erba per la lena. » ivi
» 502. Erba per le crepature guarire. » ivi
» 503. Erba per veghiare. » 492
» 504. Erba per vedere chiaramente. » ivi
» 505. Erba per vedere le stelle di giorno. » ivi
» 506. Erba per saldare fedite. » 493
» 507. Erba per la tossa. » ivi
» 508. Erba che fa dire dormendo ciò che l'uomo avrà fatto. » 494
» 509. Erba che non lasci l'uomo vedere. » ivi
» 510. Erba per torre la parola alle genti. » ivi
» 511. Erba d'amore. » 495
» 512. Erba d'odio. » ivi
» 513. Per iscaldare il corpo d'uomo. » 496
» 514. Erba per infrescare il corpo. » ivi
» 515. Erba per fare ingenerare. » 497
Page 462
» 516. Erba per la sete. » ivi
» 517. Per disfare incantamenti. » 498
» 518. Erba per pericolo d'acqua. » ivi
» 519. Erba per salvare memoria. » ivi
» 520. Erba per incantare i suoi nimici. » 499
» 521. Erba per farnetico. » ivi
» 522. Erba per colui che non può tenere l'orina. » 500
» 523. Qual'è il più degno luogo del mondo? » 501
» 524. Quando tutto il mondo finirà, e il figliuolo Dio verrà a
giudicare i vivi e' morti, quali saranno i vivi e quali
saranno i morti? » 502
» 525. La città del figliuolo di Dio Ierusalem, la quale è nel
bellico del mondo, di cui sarà ella dopo la sua morte? » 503
» 526. Qual'uomo sarà quelli che nascierà di boschi che sì
grande sarà? » 504
» 527. Questa brutta gente saracini terranno molte terre che
signoregeranno il ponente? » 505
» 528. Dopo questo che sarà? » 506
» 529. Appresso? » 507
» 530. Di quale maniera sono gli alberi? » 511
» 531. Che saràe apresso di questo? » 512
» 532. Lo falso profeta onde verrà e onde nascierà? » 514
» 533. Che farà Idio poi? » 516
» 534. In qual giorno suciteranno? » ivi
» 535. Risuciteranno quelli che sono nel ventre della madre? » 517
» 536. In quale ora sarà fatto lo giudicamento? » ivi
» 537. Come verrà lo figliuolo di Dio al giudicamento? » 518
» 538. Dove sarà il giudicamento e chi il farà? » 518
» 539. In che forma si dimosterrà il figliuolo di Dio? » 519
» 540. Sarà scura l'aria? » ivi
» 541. Gli ministri del figliuolo di Dio saranno al
giudicamento? » 520
» 517. Per disfare incantamenti. » 498
» 518. Erba per pericolo d'acqua. » ivi
» 519. Erba per salvare memoria. » ivi
» 520. Erba per incantare i suoi nimici. » 499
» 521. Erba per farnetico. » ivi
» 522. Erba per colui che non può tenere l'orina. » 500
» 523. Qual'è il più degno luogo del mondo? » 501
» 524. Quando tutto il mondo finirà, e il figliuolo Dio verrà a
giudicare i vivi e' morti, quali saranno i vivi e quali
saranno i morti? » 502
» 525. La città del figliuolo di Dio Ierusalem, la quale è nel
bellico del mondo, di cui sarà ella dopo la sua morte? » 503
» 526. Qual'uomo sarà quelli che nascierà di boschi che sì
grande sarà? » 504
» 527. Questa brutta gente saracini terranno molte terre che
signoregeranno il ponente? » 505
» 528. Dopo questo che sarà? » 506
» 529. Appresso? » 507
» 530. Di quale maniera sono gli alberi? » 511
» 531. Che saràe apresso di questo? » 512
» 532. Lo falso profeta onde verrà e onde nascierà? » 514
» 533. Che farà Idio poi? » 516
» 534. In qual giorno suciteranno? » ivi
» 535. Risuciteranno quelli che sono nel ventre della madre? » 517
» 536. In quale ora sarà fatto lo giudicamento? » ivi
» 537. Come verrà lo figliuolo di Dio al giudicamento? » 518
» 538. Dove sarà il giudicamento e chi il farà? » 518
» 539. In che forma si dimosterrà il figliuolo di Dio? » 519
» 540. Sarà scura l'aria? » ivi
» 541. Gli ministri del figliuolo di Dio saranno al
giudicamento? » 520
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» 542. Come sarà fatto il giudicamento? » ivi
» 543. Quali saranno quelli che faranno il giudicamento? » 521
» 544. Chi saranno quelli che così saranno giudicati? » 522
» 545. Saravvi niuno perito sanza giudicamento? » ivi
» 546. Quali saranno quelli che saranno dannati e quelli che
saranno salvi? » 523
» 547. Conosceranno allora il bene e 'l male che fecero in
questo secolo? » 524
» 548. Che sarà dopo il giudicamento? » 525
» 549. Che sarà fatto del secolo dopo lo suo giudicamento? » ivi
» 550. Che corpi avranno gli buoni uomini? » 527
» 551. Saranno egli ignudi o vestiti? » ivi
» 552. Potranno egli fare ciò che vorranno senza licenzia? » 528
» 553. Che allegrezza avranno? » ivi
» 554. Come Sidrac domanda lo re. Botus come li risponde. » 529
» 555. Come lo re Botozo volle compiere ciò ch'egli avea
inpreso a fare. » 530
» 556 e 557. » ivi
» 543. Quali saranno quelli che faranno il giudicamento? » 521
» 544. Chi saranno quelli che così saranno giudicati? » 522
» 545. Saravvi niuno perito sanza giudicamento? » ivi
» 546. Quali saranno quelli che saranno dannati e quelli che
saranno salvi? » 523
» 547. Conosceranno allora il bene e 'l male che fecero in
questo secolo? » 524
» 548. Che sarà dopo il giudicamento? » 525
» 549. Che sarà fatto del secolo dopo lo suo giudicamento? » ivi
» 550. Che corpi avranno gli buoni uomini? » 527
» 551. Saranno egli ignudi o vestiti? » ivi
» 552. Potranno egli fare ciò che vorranno senza licenzia? » 528
» 553. Che allegrezza avranno? » ivi
» 554. Come Sidrac domanda lo re. Botus come li risponde. » 529
» 555. Come lo re Botozo volle compiere ciò ch'egli avea
inpreso a fare. » 530
» 556 e 557. » ivi
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OPERE IN CORSO DI STAMPA
Storia di Santa Caterina da Siena, con Lettere inedite di suoi
Contemporanei, per cura e con illustrazioni del dott. Francesco
Grottanelli.
Volgarizzamento di Valerio Massimo fatto nel buon secolo della lingua, ed
ora edito sopra varii codd. mss. dal cav. prof. Roberto de Visiani
(Disp. 2.a).
Trattati di Mascalcia di Lorenzo Rusio, per cura e con annotazioni del prof.
cav. Pietro Del Prato e prof. ab. Luigi Barbieri (vol. 2.o).
Il Romuleon di Mess. Benvenuto da Imola, inedito volgarizzamento del
secolo XIV, con note ed illustrazioni del dott. Giuseppe Guatteri (vol.
2.o).
Commento a Dante d'Anonimo trecentista non mai fin qui stampato, per
cura del cav. Pietro Fanfani (vol. 2.o).
Albertano da Brescia, Trattati Morali: volgarizzamento inedito del sec.
XIII, allestito dal cav. professor Francesco Selmi.
Storia di Santa Caterina da Siena, con Lettere inedite di suoi
Contemporanei, per cura e con illustrazioni del dott. Francesco
Grottanelli.
Volgarizzamento di Valerio Massimo fatto nel buon secolo della lingua, ed
ora edito sopra varii codd. mss. dal cav. prof. Roberto de Visiani
(Disp. 2.a).
Trattati di Mascalcia di Lorenzo Rusio, per cura e con annotazioni del prof.
cav. Pietro Del Prato e prof. ab. Luigi Barbieri (vol. 2.o).
Il Romuleon di Mess. Benvenuto da Imola, inedito volgarizzamento del
secolo XIV, con note ed illustrazioni del dott. Giuseppe Guatteri (vol.
2.o).
Commento a Dante d'Anonimo trecentista non mai fin qui stampato, per
cura del cav. Pietro Fanfani (vol. 2.o).
Albertano da Brescia, Trattati Morali: volgarizzamento inedito del sec.
XIII, allestito dal cav. professor Francesco Selmi.
Page 466
Prezzo del presente Volume, pei sig. Associati
L. 11. 40. — Porto L. —. 32.
Pubblicato il giorno 16 Giugno 1868.
L. 11. 40. — Porto L. —. 32.
Pubblicato il giorno 16 Giugno 1868.
Page 467
Nota di trascrizione
Non essendo stato possibile verificare i manoscritti di
riferimento, l'ortografia originale della trascrizione del testo
antico è stata rigorosamente conservata, anche quando
altamente dubbia e mutevole nel corso del testo. Si incontrano
grafie con -np-, -nb- piuttosto che -mp-, -mb-, -li- come -gli,
consonanti singole e doppie, ecc., apostrofazione e
accentazione diversa, anche all'interno dello stesso paragrafo.
Gli accenti putativamente mancanti non sono stati aggiunti. Per
esempio Noe e Noè ricorrono con frequenza simile, si trovano
diversi cio che potrebbero essere ciò, che in luogo di chè, si per
sì. Solo refusi evidenti, come sillabe erroneamente raddoppiate
o desinenze visibilmente sbagliate, sono segnalati. Tra questi:
p. xxix, l. 10: Che ene fiele? → Che ène fiele?
p. 49, nota (7): disse Siguore e poi cento anni → disse
Signore e poi cento anni
p. 52, l. 7: quando egli fece lo volontà → quando egli fece la
volontà
p. 233, l. 6: Quell che bene fa → Quelli che bene fa
p. 244, l. 18: diletto del socolo → diletto del secolo
p. 245, l. -4: Signore del bene, cioè Iddo → Signore del
bene, cioè Iddio
p. 249, nota (1): lè folgore → le folgore
p. 268, nota (2): laine sulente ee. → laine sulente ec.
p. 287, nota (1): a bien veu sa suer → a bien veu sa seur
p. 289, l. 8: sono molte pericolose → sono molto pericolose
p. 302, l. -4-3: che non è è corrotta → che non è corrotta
p. 331, l. 13: che à la corpo → che à lo corpo
p. 332, l. 10: nutricalgli → nutricargli
p. 334, l. 15: odiare sopra tuttele cose → odiare sopra tutte
le cose
p. 345, l. 13: potrebe di ventare → potrebe diventare
Non essendo stato possibile verificare i manoscritti di
riferimento, l'ortografia originale della trascrizione del testo
antico è stata rigorosamente conservata, anche quando
altamente dubbia e mutevole nel corso del testo. Si incontrano
grafie con -np-, -nb- piuttosto che -mp-, -mb-, -li- come -gli,
consonanti singole e doppie, ecc., apostrofazione e
accentazione diversa, anche all'interno dello stesso paragrafo.
Gli accenti putativamente mancanti non sono stati aggiunti. Per
esempio Noe e Noè ricorrono con frequenza simile, si trovano
diversi cio che potrebbero essere ciò, che in luogo di chè, si per
sì. Solo refusi evidenti, come sillabe erroneamente raddoppiate
o desinenze visibilmente sbagliate, sono segnalati. Tra questi:
p. xxix, l. 10: Che ene fiele? → Che ène fiele?
p. 49, nota (7): disse Siguore e poi cento anni → disse
Signore e poi cento anni
p. 52, l. 7: quando egli fece lo volontà → quando egli fece la
volontà
p. 233, l. 6: Quell che bene fa → Quelli che bene fa
p. 244, l. 18: diletto del socolo → diletto del secolo
p. 245, l. -4: Signore del bene, cioè Iddo → Signore del
bene, cioè Iddio
p. 249, nota (1): lè folgore → le folgore
p. 268, nota (2): laine sulente ee. → laine sulente ec.
p. 287, nota (1): a bien veu sa suer → a bien veu sa seur
p. 289, l. 8: sono molte pericolose → sono molto pericolose
p. 302, l. -4-3: che non è è corrotta → che non è corrotta
p. 331, l. 13: che à la corpo → che à lo corpo
p. 332, l. 10: nutricalgli → nutricargli
p. 334, l. 15: odiare sopra tuttele cose → odiare sopra tutte
le cose
p. 345, l. 13: potrebe di ventare → potrebe diventare
Page 468
p. 349, nota (1): trovasse uno oltro uomo → trovasse uno
altro uomo
p. 359, l. 11: olo grande pentimento → o lo grande
pentimento
p. 369, l. 6: perdono i loro diritto → perdono il loro diritto
p. 370, l. 9: l'una di giorno e l'altro di notte → l'una di giorno
e l'altra di notte
p. 371, l. 6: quella che lo 'ndende → quella che lo 'ntende
p. 386, l. 2: o inmantenente → e inmantenente
p. 386, nota (3): l'ongiement et le dlomb → l'ongiement et le
plomb
p. 389, l. 7-8: egli guaririrebbe → egli guarirebbe
p. 396, l. 5 : sara nata sopra terra → sarà nata sopra terra
p. 417, l. -2-1: Giafet andò in una; → Giafet andò in una
montagna (supposto)
p. 421, l. 7: siri Idio, nel tuo comandamento alluminami →
sire Idio, nel tuo comandamento alluminami
p. 434, l. 9: voi volete sapere → Se voi volete sapere
p. 452, l. 12: Le Aries → Se Aries
p. 473, l. 11-12: nelisola del mare d'India → nell'isola del
mare d'India
p. 476, l. 15: ben prfonda → ben profonda
p. 507, l. 10: cioè Ierusalm → cioè Ierusalem
p. 509, l. 9-10: E uno dì di venerdi → E uno dì di venerdì
p. 513, l. 10-11: onore al suo conpapagno → onore al suo
conpagno
I refusi del testo italiano sono meno ambigui:
p. xiii, l. 1: e va discorrendo → e via discorrendo
p. xxx, l. 14-15: L'uno e e l'altro → L'uno e l'altro
p. 61, nota (1): Così abbiano → Così abbiamo
p. 62, nota (10): abbiamo persecutioni → abbiano
persecutioni
p. 108, nota (2): Intenti: lo seme → Intendi: lo seme
p. 210, nota (2): potrebbe intendersi cosi → potrebbe
intendersi così
altro uomo
p. 359, l. 11: olo grande pentimento → o lo grande
pentimento
p. 369, l. 6: perdono i loro diritto → perdono il loro diritto
p. 370, l. 9: l'una di giorno e l'altro di notte → l'una di giorno
e l'altra di notte
p. 371, l. 6: quella che lo 'ndende → quella che lo 'ntende
p. 386, l. 2: o inmantenente → e inmantenente
p. 386, nota (3): l'ongiement et le dlomb → l'ongiement et le
plomb
p. 389, l. 7-8: egli guaririrebbe → egli guarirebbe
p. 396, l. 5 : sara nata sopra terra → sarà nata sopra terra
p. 417, l. -2-1: Giafet andò in una; → Giafet andò in una
montagna (supposto)
p. 421, l. 7: siri Idio, nel tuo comandamento alluminami →
sire Idio, nel tuo comandamento alluminami
p. 434, l. 9: voi volete sapere → Se voi volete sapere
p. 452, l. 12: Le Aries → Se Aries
p. 473, l. 11-12: nelisola del mare d'India → nell'isola del
mare d'India
p. 476, l. 15: ben prfonda → ben profonda
p. 507, l. 10: cioè Ierusalm → cioè Ierusalem
p. 509, l. 9-10: E uno dì di venerdi → E uno dì di venerdì
p. 513, l. 10-11: onore al suo conpapagno → onore al suo
conpagno
I refusi del testo italiano sono meno ambigui:
p. xiii, l. 1: e va discorrendo → e via discorrendo
p. xxx, l. 14-15: L'uno e e l'altro → L'uno e l'altro
p. 61, nota (1): Così abbiano → Così abbiamo
p. 62, nota (10): abbiamo persecutioni → abbiano
persecutioni
p. 108, nota (2): Intenti: lo seme → Intendi: lo seme
p. 210, nota (2): potrebbe intendersi cosi → potrebbe
intendersi così
Page 469
p. 224, nota (1): ebbe il significato si → ebbe il significato di
p. 235, nota (3): Non ci fermiano → Non ci fermiamo
p. 242, nota (1): non abbia sufficentemente considerando →
non abbia sufficentemente considerato
p. 285, nota (3): Vedi la nota segnente → Vedi la nota
seguente
p. 293, nota (3): da intendere per subiciume → da intendere
per sudiciume
p. 379, nota (1): spesso ripetute → spesso ripetuta
p. 396, nota (2): tanto più leggendesi → tanto più leggendosi
p. 430, nota (1): E qui pure è cofuso → E qui pure è confuso
p. 431, nota (3): come sia nato s'errore → come sia nato
l'errore
p. 449, nota (1): non è rigistrato → non è registrato
Numerosissimi punti mancanti nelle abbreviazioni,
specialmente in nota, sono stati regolarizzati senza ulteriori
commenti. Così virgole mancanti in nota, due punti, virgole al
posto di punti nei titoli di capitolo e nelle linee dell'indice; errori
tipografici minori (caratteri capovolti, spazi e punti mancanti o
aggiunti, punti non allineati col testo, punti in luogo di virgole,
minuscole in luogo di maiuscole, virgolette non chiuse o
ripetute, ecc.) sono stati corretti senza alcuna nota.
Le note a pie' pagina sono state rinumerate globalmente e
collocate in calce ad ogni capitolo. Di alcuni numeri errati in
originale è stato perfettamente chiaro il riferimento: quelli della
nota (1) a p. xxi, del riferimento alla nota (3) di p. 323, delle
note (1) e (2) di p. 482, delle note (1) e (2) di p. 490.
In nota è citato alcune volte, forse erroneamente, un tal
codice francese T. F. R. Non è chiaro l'errore; potrebbe trattarsi
del C. F. R. o del T. F. P. Similmente a nota (5) di p. 32 sono
citati un non meglio definito C. E. 2. ed un C. F. P. Inoltre nelle
note (3) di p. 288, (2) e (4) di p. 354, mancano i numeri dopo le
lettere C. R., per cui non è chiaro se ci si riferisca al C. R. 2.
Errori di facile risoluzione nelle sigle dei codici citati sono
invece:
p. 235, nota (3): Non ci fermiano → Non ci fermiamo
p. 242, nota (1): non abbia sufficentemente considerando →
non abbia sufficentemente considerato
p. 285, nota (3): Vedi la nota segnente → Vedi la nota
seguente
p. 293, nota (3): da intendere per subiciume → da intendere
per sudiciume
p. 379, nota (1): spesso ripetute → spesso ripetuta
p. 396, nota (2): tanto più leggendesi → tanto più leggendosi
p. 430, nota (1): E qui pure è cofuso → E qui pure è confuso
p. 431, nota (3): come sia nato s'errore → come sia nato
l'errore
p. 449, nota (1): non è rigistrato → non è registrato
Numerosissimi punti mancanti nelle abbreviazioni,
specialmente in nota, sono stati regolarizzati senza ulteriori
commenti. Così virgole mancanti in nota, due punti, virgole al
posto di punti nei titoli di capitolo e nelle linee dell'indice; errori
tipografici minori (caratteri capovolti, spazi e punti mancanti o
aggiunti, punti non allineati col testo, punti in luogo di virgole,
minuscole in luogo di maiuscole, virgolette non chiuse o
ripetute, ecc.) sono stati corretti senza alcuna nota.
Le note a pie' pagina sono state rinumerate globalmente e
collocate in calce ad ogni capitolo. Di alcuni numeri errati in
originale è stato perfettamente chiaro il riferimento: quelli della
nota (1) a p. xxi, del riferimento alla nota (3) di p. 323, delle
note (1) e (2) di p. 482, delle note (1) e (2) di p. 490.
In nota è citato alcune volte, forse erroneamente, un tal
codice francese T. F. R. Non è chiaro l'errore; potrebbe trattarsi
del C. F. R. o del T. F. P. Similmente a nota (5) di p. 32 sono
citati un non meglio definito C. E. 2. ed un C. F. P. Inoltre nelle
note (3) di p. 288, (2) e (4) di p. 354, mancano i numeri dopo le
lettere C. R., per cui non è chiaro se ci si riferisca al C. R. 2.
Errori di facile risoluzione nelle sigle dei codici citati sono
invece:
Page 470
Nota (4) di p. 180: R. C. 1. → C. R. 1.
Nota (2) di p. 237: C. B. 2. → C. R. 2.
Nota (3) di p. 271: C. R. → C. F. R.
Nota (1) di p. 414: R. C. 2. → C. R. 2.
Alcune citazioni bibliografiche in nota sono state rettificate:
Nota (1) di p. xxiii: Romvart. Beitraege zur kunde Mittelalter.
Dichtung auf Italienischen Biblioth. Mannheim, 1844.
— Romanische Inedita auf Italienischen Biblioth. Berlin,
1856. → Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung
auf Italiänischen Biblioth. Mannheim, 1844. — Romanische
Inedita auf Italiänischen Biblioth. Berlin, 1856.
Nota (1) di p. xxxiii: MAX MÜLLER, Scenza del linguaggio →
Scienza del linguaggio
Nota (6) di p. 34: Du Gange → Du Cange
Nelle citazioni il testo usa alternativamente „doppie
virgolette basse„ o »caporali», che sono state lasciate come
compaiono, salvo casi di evidente disparità.
Il testo delle lezioni alternative riportate in note è trascritto
sia in carattere normale che corsivo, senza apparente
regolarità.
I seguenti numeri romani di capitolo, errati nel testo
originale, sono stati corretti: CCXXXXII → CCLXXXXII,
CCCXXXI → CCCXXI, CCCXXIIII → CCCXXVIIII, CCCXXXVII
→ CCCLXXXI, CCCCXVVII → CCCCXXVII, CCCXXXV →
CCCCXXXV, CCCLI → CCCCLI, CCCCLXVIIII →
CCCCLXXVIIII, DXVI → DXV, DXXVIII → DXXVIIII. La
numerazione salta il numero CCCLXXXII, tanto in testo che
nell'indice.
Le descrizioni dei capitoli riportate nell'Indice presentano
piccole differenze di ortografia e punteggiatura rispetto a quelle
nel corpo del libro, e sono state mantenute come in originale,
eccetto che per l'aggiunta di alcuni punti interrogativi e finali
mancanti. Gli unici refusi corretti nell'indice sono:
Nota (2) di p. 237: C. B. 2. → C. R. 2.
Nota (3) di p. 271: C. R. → C. F. R.
Nota (1) di p. 414: R. C. 2. → C. R. 2.
Alcune citazioni bibliografiche in nota sono state rettificate:
Nota (1) di p. xxiii: Romvart. Beitraege zur kunde Mittelalter.
Dichtung auf Italienischen Biblioth. Mannheim, 1844.
— Romanische Inedita auf Italienischen Biblioth. Berlin,
1856. → Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung
auf Italiänischen Biblioth. Mannheim, 1844. — Romanische
Inedita auf Italiänischen Biblioth. Berlin, 1856.
Nota (1) di p. xxxiii: MAX MÜLLER, Scenza del linguaggio →
Scienza del linguaggio
Nota (6) di p. 34: Du Gange → Du Cange
Nelle citazioni il testo usa alternativamente „doppie
virgolette basse„ o »caporali», che sono state lasciate come
compaiono, salvo casi di evidente disparità.
Il testo delle lezioni alternative riportate in note è trascritto
sia in carattere normale che corsivo, senza apparente
regolarità.
I seguenti numeri romani di capitolo, errati nel testo
originale, sono stati corretti: CCXXXXII → CCLXXXXII,
CCCXXXI → CCCXXI, CCCXXIIII → CCCXXVIIII, CCCXXXVII
→ CCCLXXXI, CCCCXVVII → CCCCXXVII, CCCXXXV →
CCCCXXXV, CCCLI → CCCCLI, CCCCLXVIIII →
CCCCLXXVIIII, DXVI → DXV, DXXVIII → DXXVIIII. La
numerazione salta il numero CCCLXXXII, tanto in testo che
nell'indice.
Le descrizioni dei capitoli riportate nell'Indice presentano
piccole differenze di ortografia e punteggiatura rispetto a quelle
nel corpo del libro, e sono state mantenute come in originale,
eccetto che per l'aggiunta di alcuni punti interrogativi e finali
mancanti. Gli unici refusi corretti nell'indice sono:
Page 471
Avvertenza preliminare pag. vii → pag. ix
243. Cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli
che l'ao mano? → l'amano
252. Se lo mare può monomare? → menomare?
243. Cui de' l'uomo più amare, o quelli cui elli ama o quelli
che l'ao mano? → l'amano
252. Se lo mare può monomare? → menomare?
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*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IL LIBRO DI
SIDRACH: TESTO INEDITO DEL SECOLO XIV ***
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links and up to date contact information can be found at the
Foundation’s website and official page at www.gutenberg.org/contact
Section 4. Information about Donations to the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation
Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without
widespread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment. Many small
donations ($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax
exempt status with the IRS.
The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United States.
Compliance requirements are not uniform and it takes a considerable
effort, much paperwork and many fees to meet and keep up with these
requirements. We do not solicit donations in locations where we have
not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit www.gutenberg.org/donate.
While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.
International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: www.gutenberg.org/donate.
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Section 5. General Information About Project Gutenberg
electronic works
Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For forty years, he produced and distributed Project
Gutenberg eBooks with only a loose network of volunteer support.
Project Gutenberg eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.
Most people start at our website which has the main PG search facility:
www.gutenberg.org.
This website includes information about Project Gutenberg, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
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