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The Project Gutenberg eBook of Storia comparata degli usi
nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei
This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
will have to check the laws of the country where you are located
before using this eBook.
Title: Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri
popoli indo-europei
Author: Angelo De Gubernatis
Release date: June 13, 2012 [eBook #39988]
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/39988
Credits: Produced by Emanuela Piasentini, Barbara Magni and the
Online Distributed Proofreading Team at
http://www.pgdp.net
(This book was produced from scanned images of public
domain material from the Google Print project.)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA
COMPARATA DEGLI USI NUZIALI IN ITALIA E PRESSO GLI ALTRI
POPOLI INDO-EUROPEI ***
nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei
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Title: Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri
popoli indo-europei
Author: Angelo De Gubernatis
Release date: June 13, 2012 [eBook #39988]
Language: Italian
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COMPARATA DEGLI USI NUZIALI IN ITALIA E PRESSO GLI ALTRI
POPOLI INDO-EUROPEI ***
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A. DE GUBERNATIS
STORIA COMPARATA
DEGLI
USI NUZIALI IN ITALIA
E PRESSO
GLI ALTRI POPOLI INDO-EUROPEI
SECONDA EDIZIONE
RIVEDUTA E AMPLIATA DALL'AUTORE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1878.
STORIA COMPARATA
DEGLI
USI NUZIALI IN ITALIA
E PRESSO
GLI ALTRI POPOLI INDO-EUROPEI
SECONDA EDIZIONE
RIVEDUTA E AMPLIATA DALL'AUTORE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1878.
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Proprietà letteraria.
Tip. Treves.
INDICE
Tip. Treves.
INDICE
Page 6
AI NUOVI LETTORI.
Dopo nove anni, riprendo nelle mani il mio libretto a cui il pubblico italiano
fece così cortese accoglienza. S'io dovessi scriverlo oggi da capo, forse lo
farei molto più ampio e gli darei un altro ordine. Ma, poichè il libro, com'è
nato, non dispiacque e non fu trovato inutile, prendo coraggio a lasciarlo
stare qual è, aggiungendo solo qua e là alcuna notizia che m'è venuta alle
mani da sè stessa dopo pubblicato il lavoro e che può contribuire a renderlo
manco imperfetto, lieto intanto che esso abbia servito ad avviare in Italia un
nuovo genere di ricerche sopra i nostri usi popolari. In appendice si
troveranno pure riprodotte alcune notizie speciali sopra gli usi corsi e
veneziani, venute alla luce alcuni anni dopo la pubblicazione della presente
operetta, che ha forse, in parte, determinato i loro autori a raccoglierle.
Io non ho ora, in ogni modo, a far altro se non ringraziare l'intelligente
editore che m'ha procurato un primo pubblico indulgente ed augurarmi che
egli possa trovarmene ora in Italia un secondo non meno benevolo, il quale
non trovi superflua la ristampa d'un libro che tratta di un uso il quale può
trasformarsi, ma che si rinnoverà sempre fin che ci saranno nel mondo un
Adamo, un'Eva ed un serpente seduttore che faccia da procolo e da
paraninfo.
Angelo De Gubernatis.
Dopo nove anni, riprendo nelle mani il mio libretto a cui il pubblico italiano
fece così cortese accoglienza. S'io dovessi scriverlo oggi da capo, forse lo
farei molto più ampio e gli darei un altro ordine. Ma, poichè il libro, com'è
nato, non dispiacque e non fu trovato inutile, prendo coraggio a lasciarlo
stare qual è, aggiungendo solo qua e là alcuna notizia che m'è venuta alle
mani da sè stessa dopo pubblicato il lavoro e che può contribuire a renderlo
manco imperfetto, lieto intanto che esso abbia servito ad avviare in Italia un
nuovo genere di ricerche sopra i nostri usi popolari. In appendice si
troveranno pure riprodotte alcune notizie speciali sopra gli usi corsi e
veneziani, venute alla luce alcuni anni dopo la pubblicazione della presente
operetta, che ha forse, in parte, determinato i loro autori a raccoglierle.
Io non ho ora, in ogni modo, a far altro se non ringraziare l'intelligente
editore che m'ha procurato un primo pubblico indulgente ed augurarmi che
egli possa trovarmene ora in Italia un secondo non meno benevolo, il quale
non trovi superflua la ristampa d'un libro che tratta di un uso il quale può
trasformarsi, ma che si rinnoverà sempre fin che ci saranno nel mondo un
Adamo, un'Eva ed un serpente seduttore che faccia da procolo e da
paraninfo.
Angelo De Gubernatis.
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AL CONTE GEZA KUUN
IN UNGHERIA
Mio carissimo Geza.
Questo libretto che fu pubblicato, per la prima volta, senza alcuna dedica,
nell'anno in cui ci siamo conosciuti, vuol essere ora dedicato a te, come
pubblico pegno di un'amicizia la quale non mi ha procurato fin qui altro se
non grandi e soavi consolazioni, e che io mi auguro possa, fin che vivremo,
recarci conforto. Gli anni che passano fanno invecchiare ogni cosa intorno a
noi, ma non i sentimenti, che, quanto più mettono radice nel tempo, più
gagliardi crescono. Possa il tuo nome messo sulla prima pagina di questo
libretto fortunato ricordare per molto tempo ed a molti il bene che ti vuole
Firenze, primavera del 1877.
il tuo
ANGELO DE GUBERNATIS.
IN UNGHERIA
Mio carissimo Geza.
Questo libretto che fu pubblicato, per la prima volta, senza alcuna dedica,
nell'anno in cui ci siamo conosciuti, vuol essere ora dedicato a te, come
pubblico pegno di un'amicizia la quale non mi ha procurato fin qui altro se
non grandi e soavi consolazioni, e che io mi auguro possa, fin che vivremo,
recarci conforto. Gli anni che passano fanno invecchiare ogni cosa intorno a
noi, ma non i sentimenti, che, quanto più mettono radice nel tempo, più
gagliardi crescono. Possa il tuo nome messo sulla prima pagina di questo
libretto fortunato ricordare per molto tempo ed a molti il bene che ti vuole
Firenze, primavera del 1877.
il tuo
ANGELO DE GUBERNATIS.
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P R E FA Z I O N E
alla prima edizione
Non so se io dico una grande eresia; ma parmi che la storia si scriva molto
più che non si faccia. Sopra le miriadi d'uomini che vengono ogni secolo a
popolare e fecondare, da vivi e da morti, la terra, infimo è al certo il
numero de' privilegiati, che, per lustro od infamia, sono eletti
all'immortalità. Mentre il grosso degli uomini nasce, lavora e si estingue,
martire uniforme, ne' periodi veloci di oscure generazioni, io non so se
come fiore o come crusca, alla superficie, si agita e dà spettacolo di sè
un'aristocratica famiglia di benefattori e di tiranni che rimorchia, in parte,
le moltitudini e seco le trascina a dividere la sua pubblica fortuna. Ma,
come nella prospera sorte de' così detti grandi, il pubblico beneficio, il più
delle volte, è, in realtà, assai poco, per la ragione medesima, precipitando
essi, il popolo alla sua volta non muore mai tutto; egli non è stato il solo
autore della sua così detta nazionale grandezza, e però, quando questa
appare più gloriosa, egli la gode assai male; per altro verso, egli prende
pure una minima parte alla sua rovina; e, però, continuerà facilmente a
vivere anche dopo che questa, o per suo vizio organico, o per alcuna
violenza di interni ed esterni nemici, sia cessata. I protagonisti della storia
raccomandano il nome loro alla posterità col monumento, ma periscono
come le loro istituzioni; il popolo a cui nessuno innalza monumenti, per
compenso e quasi direi per vendetta della natura, vive immortale come le
sue tradizioni e le sue patriarcali consuetudini.
Mi pare poi che se volgessimo soltanto lo sguardo intorno a noi medesimi,
per osservare come la storia odierna vada intessendo le sue fila, a traverso
le quali presumeranno le generazioni future giudicare la nostra, come noi
giudichiamo, senza appello, le passate, io non credo che seguiremmo con
tanta passione il racconto delle gesta consegnate da autenticissimi, se si
alla prima edizione
Non so se io dico una grande eresia; ma parmi che la storia si scriva molto
più che non si faccia. Sopra le miriadi d'uomini che vengono ogni secolo a
popolare e fecondare, da vivi e da morti, la terra, infimo è al certo il
numero de' privilegiati, che, per lustro od infamia, sono eletti
all'immortalità. Mentre il grosso degli uomini nasce, lavora e si estingue,
martire uniforme, ne' periodi veloci di oscure generazioni, io non so se
come fiore o come crusca, alla superficie, si agita e dà spettacolo di sè
un'aristocratica famiglia di benefattori e di tiranni che rimorchia, in parte,
le moltitudini e seco le trascina a dividere la sua pubblica fortuna. Ma,
come nella prospera sorte de' così detti grandi, il pubblico beneficio, il più
delle volte, è, in realtà, assai poco, per la ragione medesima, precipitando
essi, il popolo alla sua volta non muore mai tutto; egli non è stato il solo
autore della sua così detta nazionale grandezza, e però, quando questa
appare più gloriosa, egli la gode assai male; per altro verso, egli prende
pure una minima parte alla sua rovina; e, però, continuerà facilmente a
vivere anche dopo che questa, o per suo vizio organico, o per alcuna
violenza di interni ed esterni nemici, sia cessata. I protagonisti della storia
raccomandano il nome loro alla posterità col monumento, ma periscono
come le loro istituzioni; il popolo a cui nessuno innalza monumenti, per
compenso e quasi direi per vendetta della natura, vive immortale come le
sue tradizioni e le sue patriarcali consuetudini.
Mi pare poi che se volgessimo soltanto lo sguardo intorno a noi medesimi,
per osservare come la storia odierna vada intessendo le sue fila, a traverso
le quali presumeranno le generazioni future giudicare la nostra, come noi
giudichiamo, senza appello, le passate, io non credo che seguiremmo con
tanta passione il racconto delle gesta consegnate da autenticissimi, se si
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voglia, ma poco sinceri documenti, alla storia; delle gesta, io dico, le quali,
per essere state pubbliche, immaginiamo universali, per essere state
pompose, supponiamo importanti, per essere antiche, veneriamo.
Certo, quando si ritenga per fermo che l'arte meretricia, la quale converte
spesso la ragione dell'individuo o della parte in solenne ragione di Stato,
non imbelletti mai la vergogna de' grandi, quando si ritenga per fermo che
lo storiografo non sia mai condotto nè da vezzo rettorico, nè da vigliacca
assentazione ad esagerare, a travestire, ad inventar nulla di ciò ch'ei narra,
ha pure la sua importanza la narrazione delle pubbliche vicende di un
popolo costituito in proprio Stato; ma, come nello studio della natura,
prima del fenomeno, vuole osservarsi la legge, così ragion vuole che si
ricerchi la vita intima ed immutabile di un popolo, innanzi di
rappresentarcelo nelle sue esteriori, più aperte bensì, ma assai meno
complete e assai più combinate manifestazioni. Il più delle volte, il
fenomeno non è la legge in atto, che appare, ma l'eccezione della legge,
l'anomalia; così la storia ci riferisce della vita di un popolo molto più che il
suo modo di essere costantemente, il suo modo di apparire in alcune
circostanze eccezionali.
A costo pertanto di lasciar parere che io dica qui una seconda eresia, piglio
la parola nel suo senso etimologico e più nobile e non chiamo la così detta
storia d'un popolo altrimenti che la sua caricatura, quando pure esso non
sia qualcosa di peggio, destinato a mascherarlo. Poichè, eziandio facendosi
una distinzione molto larga fra la storia delle democrazie e quella delle
monarchie, oligarchie e teocrazie, non può sfuggire come presso le prime
ancora non di rado avvenga che il popolo, per affermarsi insieme e per
consentire fiducioso con tutti, nasconda e neghi individualmente sè stesso o
sia ci sottragga la sua propria e vera parte di originalità.
Per fare la storia e per dare degno soggetto al filosofo di meditarla è
necessario adunque qualche cosa di più profondo e di più saldo che il vago
e mobile tessuto degli avvenimenti esterni, i quali esprimono
imperfettamente il carattere d'un popolo come le escandescenze o le
imposture quelle d'un individuo. Negli individui molte delle azioni loro si
attribuiscono alla loro eccitabilità nervosa od a ragioni segrete; anche ai
popoli si vuole tener conto di cosiffatta eccitabilità e di certe ragioni
per essere state pubbliche, immaginiamo universali, per essere state
pompose, supponiamo importanti, per essere antiche, veneriamo.
Certo, quando si ritenga per fermo che l'arte meretricia, la quale converte
spesso la ragione dell'individuo o della parte in solenne ragione di Stato,
non imbelletti mai la vergogna de' grandi, quando si ritenga per fermo che
lo storiografo non sia mai condotto nè da vezzo rettorico, nè da vigliacca
assentazione ad esagerare, a travestire, ad inventar nulla di ciò ch'ei narra,
ha pure la sua importanza la narrazione delle pubbliche vicende di un
popolo costituito in proprio Stato; ma, come nello studio della natura,
prima del fenomeno, vuole osservarsi la legge, così ragion vuole che si
ricerchi la vita intima ed immutabile di un popolo, innanzi di
rappresentarcelo nelle sue esteriori, più aperte bensì, ma assai meno
complete e assai più combinate manifestazioni. Il più delle volte, il
fenomeno non è la legge in atto, che appare, ma l'eccezione della legge,
l'anomalia; così la storia ci riferisce della vita di un popolo molto più che il
suo modo di essere costantemente, il suo modo di apparire in alcune
circostanze eccezionali.
A costo pertanto di lasciar parere che io dica qui una seconda eresia, piglio
la parola nel suo senso etimologico e più nobile e non chiamo la così detta
storia d'un popolo altrimenti che la sua caricatura, quando pure esso non
sia qualcosa di peggio, destinato a mascherarlo. Poichè, eziandio facendosi
una distinzione molto larga fra la storia delle democrazie e quella delle
monarchie, oligarchie e teocrazie, non può sfuggire come presso le prime
ancora non di rado avvenga che il popolo, per affermarsi insieme e per
consentire fiducioso con tutti, nasconda e neghi individualmente sè stesso o
sia ci sottragga la sua propria e vera parte di originalità.
Per fare la storia e per dare degno soggetto al filosofo di meditarla è
necessario adunque qualche cosa di più profondo e di più saldo che il vago
e mobile tessuto degli avvenimenti esterni, i quali esprimono
imperfettamente il carattere d'un popolo come le escandescenze o le
imposture quelle d'un individuo. Negli individui molte delle azioni loro si
attribuiscono alla loro eccitabilità nervosa od a ragioni segrete; anche ai
popoli si vuole tener conto di cosiffatta eccitabilità e di certe ragioni
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occulte; ma, evidentemente, nè quella nè queste non bastano di certo a
lasciarci intendere quello che un popolo abbia potuto essere o quello che
sia.
Ma, sotto la storia pubblica o civile o politica o convenzionale che
addimandar si voglia, vi è una storia viva e perenne che si potrebbe forse
chiamar domestica, poichè vive della vita delle famiglie, nel loro intimo
focolare e nelle loro mutue relazioni d'ogni giorno. Questa storia accetta o
subisce dalle vicende e dalle istituzioni politiche quello che le conviene o
quello che non può evitare; ma conserva, a traverso le fasi della storia
esterna che hanno potuto alterarla, un fondamento tradizionale, il quale è
tanto più solido e puro quanto meno varia e accidentata riuscì la vita
pubblica. Questa nuova specie di storia si studierà dunque meglio presso
que' popoli che non ebbero storie propriamente dette. Dirò di più:
sopprimendo le storie della vita dei popoli di una razza, l'unità della razza,
nel legame dell'uso e della tradizione, emergerà al nostro pensiero
ricreatore delle nostre origini, con una evidenza sorprendente, non
risultando più altre varietà nella razza medesima, all'infuori di quelle che
determinarono, ne' primi tempi, la discordia delle famiglie, la distinzione
delle famiglie in tribù, e la loro dispersione, varietà che il diverso clima e
la diversa regione hanno quindi potuto accrescere ed alimentare, molte
consuetudini d'un popolo essendo intimamente legate con le condizioni
fisiche le quali esso, nelle sue migrazioni, incontra; così che certi usi
antichi si depongono per altri nuovi che sorgono; ma sempre è rimasto
qualcosa che ci richiama all'unità caratteristica della razza. Questo
qualcosa è nel nostro sangue; questo qualcosa può diminuire ed offuscarsi:
ma non si perde. Nello stesso modo, in seno ad una famiglia, si notano
diverso carattere, diverso umore, diversa maniera di favellare; e due
fratelli differiranno fra loro tanto che l'uno parrà straniero all'altro; essi
saranno fra loro orribilmente discordi e divisi; e pure, se noi, che ci
troviamo al di fuori delle loro differenze, li osserviamo senza alcuna
preoccupazione, ne scorgeremo soltanto la somiglianza e la
consanguineità, li affermeremo figliuoli d'uno stesso parente. Basta una
linea per dare la somiglianza ad un ritratto; ora questa linea lega tuttora il
gran quadro delle famiglie alle quali diedesi il nome d'Indo-Europee. L'uso
della prima famiglia patriarcale si moltiplicò nelle famiglie successive, e,
lasciarci intendere quello che un popolo abbia potuto essere o quello che
sia.
Ma, sotto la storia pubblica o civile o politica o convenzionale che
addimandar si voglia, vi è una storia viva e perenne che si potrebbe forse
chiamar domestica, poichè vive della vita delle famiglie, nel loro intimo
focolare e nelle loro mutue relazioni d'ogni giorno. Questa storia accetta o
subisce dalle vicende e dalle istituzioni politiche quello che le conviene o
quello che non può evitare; ma conserva, a traverso le fasi della storia
esterna che hanno potuto alterarla, un fondamento tradizionale, il quale è
tanto più solido e puro quanto meno varia e accidentata riuscì la vita
pubblica. Questa nuova specie di storia si studierà dunque meglio presso
que' popoli che non ebbero storie propriamente dette. Dirò di più:
sopprimendo le storie della vita dei popoli di una razza, l'unità della razza,
nel legame dell'uso e della tradizione, emergerà al nostro pensiero
ricreatore delle nostre origini, con una evidenza sorprendente, non
risultando più altre varietà nella razza medesima, all'infuori di quelle che
determinarono, ne' primi tempi, la discordia delle famiglie, la distinzione
delle famiglie in tribù, e la loro dispersione, varietà che il diverso clima e
la diversa regione hanno quindi potuto accrescere ed alimentare, molte
consuetudini d'un popolo essendo intimamente legate con le condizioni
fisiche le quali esso, nelle sue migrazioni, incontra; così che certi usi
antichi si depongono per altri nuovi che sorgono; ma sempre è rimasto
qualcosa che ci richiama all'unità caratteristica della razza. Questo
qualcosa è nel nostro sangue; questo qualcosa può diminuire ed offuscarsi:
ma non si perde. Nello stesso modo, in seno ad una famiglia, si notano
diverso carattere, diverso umore, diversa maniera di favellare; e due
fratelli differiranno fra loro tanto che l'uno parrà straniero all'altro; essi
saranno fra loro orribilmente discordi e divisi; e pure, se noi, che ci
troviamo al di fuori delle loro differenze, li osserviamo senza alcuna
preoccupazione, ne scorgeremo soltanto la somiglianza e la
consanguineità, li affermeremo figliuoli d'uno stesso parente. Basta una
linea per dare la somiglianza ad un ritratto; ora questa linea lega tuttora il
gran quadro delle famiglie alle quali diedesi il nome d'Indo-Europee. L'uso
della prima famiglia patriarcale si moltiplicò nelle famiglie successive, e,
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nel moltiplicarsi, naturalmente prese modo differente; ma nè le varie
inclinazioni che divisero per tempo le tribù di una stessa antica unica
famiglia e talora persino le armarono l'una contro l'altra, nè la varietà del
colore locale, nè l'incontro con altre razze, nè, mi si permetta l'espressione,
il lungo uso dell'uso, hanno potuto presso alcun popolo estinguere i
caratteri essenziali della primitiva sua stirpe.
Un autore indiano, alcuni secoli innanzi all'êra volgare, a proposito degli
usi domestici e particolarmente nuziali dell'India, scriveva: «Varii sono gli
usi secondo le regioni ed i luoghi, i quali possono osservarsi nelle nozze;
noi recheremo soltanto quello che essi hanno di comune [1].» Lo stesso
pressapoco debbo io qui ripetere, in questo primo saggio di una storia
comparata degli usi nuziali. Ma poichè l'Italia formerà l'oggetto speciale
delle mie ricerche, ho bisogno di prevenire il giudizio del lettore italiano,
affinchè per avventura non s'inorgoglisca se anche, per la copia degli usi, il
nostro paese sia forse sovra ogni altro ricco. Non c'è di che andare troppo
superbi; questi usi non sono tutti indigeni; nella loro varietà, invece, essi
provano pur troppo come l'Italia fu visitata da stranieri d'ogni nazione;
Greci ed Arabi nel mezzogiorno, Celti e Germani nel settentrione hanno più
largamente contribuito, invadendo la nostra contrada, e confondendosi
quindi con noi, a trasformarci in parte nelle nostre consuetudini; e soltanto
nell'Italia di mezzo e nella Sardegna, ove lo straniero si arrestò meno,
l'antica tradizione italica può, nella sua povertà, gloriarsi di essere rimasta
più originale. Converrà quindi, quando io verrò riferendo gli usi nuziali
d'Italia, tener qualche conto della provincia onde li ho rilevati; quelli
dell'Italia centrale, ossia di quella Italia che sta in digrosso fra l'antica
Magna Grecia e l'antica Gallia Transpadana, sono, per lo più, indigeni;
quelli della rimanente Italia, non di rado, importati. Il che non toglie che
spesso fra usi indigeni ed importati si trovi somiglianza; poichè la
somiglianza ha la sua ragione nel vincolo di parentela Indo-Europea.
Solamente, dove, per esempio, nell'Italia superiore, l'uso nuziale, che sente
di feudalismo, ci richiama spesso alla dominazione germanica, arrivando
per tal modo a noi di seconda mano, nella media Italia, ove sente ancora il
pagano, risaliamo direttamente con esso, malgrado il papa, e forse un poco
a motivo di esso, all'antico e tutto nostro mondo latino.
inclinazioni che divisero per tempo le tribù di una stessa antica unica
famiglia e talora persino le armarono l'una contro l'altra, nè la varietà del
colore locale, nè l'incontro con altre razze, nè, mi si permetta l'espressione,
il lungo uso dell'uso, hanno potuto presso alcun popolo estinguere i
caratteri essenziali della primitiva sua stirpe.
Un autore indiano, alcuni secoli innanzi all'êra volgare, a proposito degli
usi domestici e particolarmente nuziali dell'India, scriveva: «Varii sono gli
usi secondo le regioni ed i luoghi, i quali possono osservarsi nelle nozze;
noi recheremo soltanto quello che essi hanno di comune [1].» Lo stesso
pressapoco debbo io qui ripetere, in questo primo saggio di una storia
comparata degli usi nuziali. Ma poichè l'Italia formerà l'oggetto speciale
delle mie ricerche, ho bisogno di prevenire il giudizio del lettore italiano,
affinchè per avventura non s'inorgoglisca se anche, per la copia degli usi, il
nostro paese sia forse sovra ogni altro ricco. Non c'è di che andare troppo
superbi; questi usi non sono tutti indigeni; nella loro varietà, invece, essi
provano pur troppo come l'Italia fu visitata da stranieri d'ogni nazione;
Greci ed Arabi nel mezzogiorno, Celti e Germani nel settentrione hanno più
largamente contribuito, invadendo la nostra contrada, e confondendosi
quindi con noi, a trasformarci in parte nelle nostre consuetudini; e soltanto
nell'Italia di mezzo e nella Sardegna, ove lo straniero si arrestò meno,
l'antica tradizione italica può, nella sua povertà, gloriarsi di essere rimasta
più originale. Converrà quindi, quando io verrò riferendo gli usi nuziali
d'Italia, tener qualche conto della provincia onde li ho rilevati; quelli
dell'Italia centrale, ossia di quella Italia che sta in digrosso fra l'antica
Magna Grecia e l'antica Gallia Transpadana, sono, per lo più, indigeni;
quelli della rimanente Italia, non di rado, importati. Il che non toglie che
spesso fra usi indigeni ed importati si trovi somiglianza; poichè la
somiglianza ha la sua ragione nel vincolo di parentela Indo-Europea.
Solamente, dove, per esempio, nell'Italia superiore, l'uso nuziale, che sente
di feudalismo, ci richiama spesso alla dominazione germanica, arrivando
per tal modo a noi di seconda mano, nella media Italia, ove sente ancora il
pagano, risaliamo direttamente con esso, malgrado il papa, e forse un poco
a motivo di esso, all'antico e tutto nostro mondo latino.
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E spiegatomi così sovra gl'intendimenti che io ebbi nel distendere il
presente lavoro, non avrei altro d'essenziale che mi prema d'aggiungere, se
non che, prima di offrire ai concittadini miei il povero frutto delle mie
povere fatiche, mi è necessario render grazie alle cortesi persone che mi
vennero in aiuto nelle ricerche. So bene che non si troveranno nel mio libro
tutte le notizie relative agli usi nuziali, e che quest'opera potrà col concorso
di futuri scrittori ancora centuplicarsi; io non ho quindi la pretesa d'avere
punto punto esaurito il mio argomento; ma ho fiducia che il poco che ho
detto possa difficilmente contradirsi, e che serva intanto come di scheletro
ad opere di più ampio disegno che sopra gli usi popolari, non per appagare
una lieve curiosità, ma per far parlare un solo linguaggio all'uomo Indo-
Europeo, auguro vivamente possano un giorno concepirsi e mandarsi ad
effetto da qualche nostro felice ingegno.
In parte vidi io medesimo, in parte udii, in parte lessi quello che io
descrivo, primo forse esplorando i nostri Statuti Municipali per cavarne
notizie relative all'uso popolare; ma, per l'Italia odierna, io debbo
specialmente molto alla sollecitudine di due sorelle mie, della signora
Carolina Bertoldo residente a Riva di Chieri, dell'ing. Giuseppe
Chiaroviglio da Pinerolo, del cavalier Alerino Como da Alba, di Agostino
Isola da Novi Ligure, del benemeritissimo delle storie Genovesi cav.
Emanuele Celesia, di Pietro Vayra ed Antonio Bertolotti Canavesani, di
monsignor Losana vescovo di Biella, di Desiderio Chilovi Tridentino, di
Pietro ed Emilio Ferrari residenti nella Lunigiana, del prof. Giuliano
Vanzolini da Pesaro, del cav. Marcolini da Fano, del professor Luigi
Morandi Tudertino, del cav. Andrea Miotti Valtellinese, del prof.
Ferdinando Santini residente ad Arpino, del cav. Gabriello Cherubini da
Atri e del prof. Giuseppe Pitrè Palermitano. Per gli usi Russi, oltre
all'esserne io medesimo stato testimonio oculare ed essenzial parte, mi
giovarono assai le rimembranze di mia moglie e di mia suocera; e, per
alcuni canti popolari Russi che illustrano l'uso nuziale del distretto di
Tarszok, i lettori italiani ringrazieranno l'amabile zelo della signora
Tatiana Lvoff.
Le donne hanno contribuito a questo libro quello ch'esso contiene forse di
più poetico; possa ora il libro medesimo, come povero compenso a tanta
presente lavoro, non avrei altro d'essenziale che mi prema d'aggiungere, se
non che, prima di offrire ai concittadini miei il povero frutto delle mie
povere fatiche, mi è necessario render grazie alle cortesi persone che mi
vennero in aiuto nelle ricerche. So bene che non si troveranno nel mio libro
tutte le notizie relative agli usi nuziali, e che quest'opera potrà col concorso
di futuri scrittori ancora centuplicarsi; io non ho quindi la pretesa d'avere
punto punto esaurito il mio argomento; ma ho fiducia che il poco che ho
detto possa difficilmente contradirsi, e che serva intanto come di scheletro
ad opere di più ampio disegno che sopra gli usi popolari, non per appagare
una lieve curiosità, ma per far parlare un solo linguaggio all'uomo Indo-
Europeo, auguro vivamente possano un giorno concepirsi e mandarsi ad
effetto da qualche nostro felice ingegno.
In parte vidi io medesimo, in parte udii, in parte lessi quello che io
descrivo, primo forse esplorando i nostri Statuti Municipali per cavarne
notizie relative all'uso popolare; ma, per l'Italia odierna, io debbo
specialmente molto alla sollecitudine di due sorelle mie, della signora
Carolina Bertoldo residente a Riva di Chieri, dell'ing. Giuseppe
Chiaroviglio da Pinerolo, del cavalier Alerino Como da Alba, di Agostino
Isola da Novi Ligure, del benemeritissimo delle storie Genovesi cav.
Emanuele Celesia, di Pietro Vayra ed Antonio Bertolotti Canavesani, di
monsignor Losana vescovo di Biella, di Desiderio Chilovi Tridentino, di
Pietro ed Emilio Ferrari residenti nella Lunigiana, del prof. Giuliano
Vanzolini da Pesaro, del cav. Marcolini da Fano, del professor Luigi
Morandi Tudertino, del cav. Andrea Miotti Valtellinese, del prof.
Ferdinando Santini residente ad Arpino, del cav. Gabriello Cherubini da
Atri e del prof. Giuseppe Pitrè Palermitano. Per gli usi Russi, oltre
all'esserne io medesimo stato testimonio oculare ed essenzial parte, mi
giovarono assai le rimembranze di mia moglie e di mia suocera; e, per
alcuni canti popolari Russi che illustrano l'uso nuziale del distretto di
Tarszok, i lettori italiani ringrazieranno l'amabile zelo della signora
Tatiana Lvoff.
Le donne hanno contribuito a questo libro quello ch'esso contiene forse di
più poetico; possa ora il libro medesimo, come povero compenso a tanta
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gentilezza, nel venire fra le loro mani, non parere nè troppo indiscreto nè
troppo pesante.
Santo Stefano di Calcinaia, 1.º settembre 1868.
Angelo De-Gubernatis.
INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA
troppo pesante.
Santo Stefano di Calcinaia, 1.º settembre 1868.
Angelo De-Gubernatis.
INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA
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SCOPO DEL MATRIMONIO.
Dall'inno vedico al catechismo cattolico si è sempre consacrato il
matrimonio per una sola potente ragione, quella di procrear figliuoli; ma la
ragione fu spesso sottintesa o temperata da un naturale istinto di poesia, che
non permetteva di considerare la compagna dell'uomo come un solo servile
strumento di generazione. Unico il Diritto romano pose per legge e
considerò come sacro [2] che il matrimonio si compie per cagione
dell'ottener figli. Unico il Diritto romano distinse, per legge, la dignità della
donna da quella dell'uomo, decretando che vi sia potestà sopra il maschio e
che la femmina si possa dar nelle mani, ossia, ciò che torna poi il
medesimo, manomettere [3]. Unico il diritto sacro romano inventò una dea
Viriplaca [4], ossia placatrice del marito, alla quale s'innalzò pure un tempio
a fine di comporre le contese domestiche.
La donna riuscì per tal modo, una schiava dell'uomo, e, malgrado il
cristianesimo, questo barbaro sentimento penetrò ancora dal diritto romano
nell'italiano. Gli statuti di Lugo, confermati nel 1520 dal duca Alfonso di
Ferrara, affermano nel marito il diritto di batterla, e se adultera, di esporla
sul rogo, tanto che muoia ove a lui piaccia [5]. La barbarie della legge
contribuì ovunque in Italia a rendervi talora barbaro l'uso. Quindi alla legge
stessa la necessità talora di correggersi e di contraddirsi per sopprimere
l'uso che perseguitava la donna. Gli Statuti di Perugia, pubblicati nel
1523 [6] mettono una multa ai maschi che insultino per via una donna di
buona condizione e di buona fama. Un decreto del 13 maggio 1709,
pubblicato dalla Repubblica di Genova [7], tenta correggere lo stesso abuso
nell'isola di Corsica, ove era pur divenuto un'arte di darsi moglie. La donna
si rispetta male finchè si considera da meno dell'uomo; e il diritto romano
che ne proclamava la servitù contribuì non poco a rimuovere dai nostri usi
quella specie di culto per la donna che prima di essere cristiano fu celtico e
Dall'inno vedico al catechismo cattolico si è sempre consacrato il
matrimonio per una sola potente ragione, quella di procrear figliuoli; ma la
ragione fu spesso sottintesa o temperata da un naturale istinto di poesia, che
non permetteva di considerare la compagna dell'uomo come un solo servile
strumento di generazione. Unico il Diritto romano pose per legge e
considerò come sacro [2] che il matrimonio si compie per cagione
dell'ottener figli. Unico il Diritto romano distinse, per legge, la dignità della
donna da quella dell'uomo, decretando che vi sia potestà sopra il maschio e
che la femmina si possa dar nelle mani, ossia, ciò che torna poi il
medesimo, manomettere [3]. Unico il diritto sacro romano inventò una dea
Viriplaca [4], ossia placatrice del marito, alla quale s'innalzò pure un tempio
a fine di comporre le contese domestiche.
La donna riuscì per tal modo, una schiava dell'uomo, e, malgrado il
cristianesimo, questo barbaro sentimento penetrò ancora dal diritto romano
nell'italiano. Gli statuti di Lugo, confermati nel 1520 dal duca Alfonso di
Ferrara, affermano nel marito il diritto di batterla, e se adultera, di esporla
sul rogo, tanto che muoia ove a lui piaccia [5]. La barbarie della legge
contribuì ovunque in Italia a rendervi talora barbaro l'uso. Quindi alla legge
stessa la necessità talora di correggersi e di contraddirsi per sopprimere
l'uso che perseguitava la donna. Gli Statuti di Perugia, pubblicati nel
1523 [6] mettono una multa ai maschi che insultino per via una donna di
buona condizione e di buona fama. Un decreto del 13 maggio 1709,
pubblicato dalla Repubblica di Genova [7], tenta correggere lo stesso abuso
nell'isola di Corsica, ove era pur divenuto un'arte di darsi moglie. La donna
si rispetta male finchè si considera da meno dell'uomo; e il diritto romano
che ne proclamava la servitù contribuì non poco a rimuovere dai nostri usi
quella specie di culto per la donna che prima di essere cristiano fu celtico e
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Germanico, quella specie di culto estetico alla madre, alla sposa, alla
indovina, ossia all'essere di più delicato e più pronto sentire, che ci lascia
così felicemente distinguere la donna dalla femmina. Perciò, in Italia, e,
precisamente nel seno del cattolicismo, nell'Italia del papa, ossia nell'Italia
della superstizione, più ostinati che altrove si mantennero gli usi fallici. Non
sono molti anni che a Veroli nella Sabina si compievano ancora processioni
falliche. E mi sembra simbolo di un'antica processione fallica, l'uso che
vigeva, nella città di Gallese, per la festa di San Famiano, nella quale si
portava attorno un talamo acceso [8]. Nel seguito di quest'operetta, ci
accadrà di notare i varii usi persistenti in Italia, come augurio di fecondità
alla sposa, alcuni de' quali troveremo perfettamente conformi con altri de'
tempi patriarcali vedici. Qui si benedice ancora la terra perchè porti buon
grano; si benedice la sposa perchè riesca feconda; ed altra virtù alla
benedizione non si desidera.
La donna pel nostro popolo unicamente partorisce; resta perciò una cruda
ironìa la risposta che l'epicureo imperatore Elio Vero dava alle lagnanze
della moglie negletta: «Soffri ch'io mi dia piacere con altre. Perocchè il
nome di moglie suona dignità e non voluttà» [9]. Elio Vero metteva così la
donna al di sotto di quello che piace ai sensi: ne faceva una fredda cosa
elegante.
indovina, ossia all'essere di più delicato e più pronto sentire, che ci lascia
così felicemente distinguere la donna dalla femmina. Perciò, in Italia, e,
precisamente nel seno del cattolicismo, nell'Italia del papa, ossia nell'Italia
della superstizione, più ostinati che altrove si mantennero gli usi fallici. Non
sono molti anni che a Veroli nella Sabina si compievano ancora processioni
falliche. E mi sembra simbolo di un'antica processione fallica, l'uso che
vigeva, nella città di Gallese, per la festa di San Famiano, nella quale si
portava attorno un talamo acceso [8]. Nel seguito di quest'operetta, ci
accadrà di notare i varii usi persistenti in Italia, come augurio di fecondità
alla sposa, alcuni de' quali troveremo perfettamente conformi con altri de'
tempi patriarcali vedici. Qui si benedice ancora la terra perchè porti buon
grano; si benedice la sposa perchè riesca feconda; ed altra virtù alla
benedizione non si desidera.
La donna pel nostro popolo unicamente partorisce; resta perciò una cruda
ironìa la risposta che l'epicureo imperatore Elio Vero dava alle lagnanze
della moglie negletta: «Soffri ch'io mi dia piacere con altre. Perocchè il
nome di moglie suona dignità e non voluttà» [9]. Elio Vero metteva così la
donna al di sotto di quello che piace ai sensi: ne faceva una fredda cosa
elegante.
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LIBRO PRIMO
PRIMA DELLE NOZZE
PRIMA DELLE NOZZE
Page 17
I.
Quando la fanciulla è bambina.
La pupa de' Latini, pupattola degli Italiani, poupée de' Francesi, è il primo
oggetto che richiama l'attenzione della donna al suo destino; ancora
bambina ella è già madre; la bambola ch'ella inventò per bisogno di
prodigar tenerezze a qualcosa di più debole ch'essa non sia, fu creazione del
suo solo istinto di madre. La pupattola è comune all'uso indo-europeo;
paidiskê l'addimandano i Greci, come noi diciamo bambola presso
bambina; e per la stessa analogia gli Indiani chiamavano la pupattola putrì,
o dàruputrì, dàruputrikà, che vale fanciulla di legno [10].
Quando la fanciulla è bambina.
La pupa de' Latini, pupattola degli Italiani, poupée de' Francesi, è il primo
oggetto che richiama l'attenzione della donna al suo destino; ancora
bambina ella è già madre; la bambola ch'ella inventò per bisogno di
prodigar tenerezze a qualcosa di più debole ch'essa non sia, fu creazione del
suo solo istinto di madre. La pupattola è comune all'uso indo-europeo;
paidiskê l'addimandano i Greci, come noi diciamo bambola presso
bambina; e per la stessa analogia gli Indiani chiamavano la pupattola putrì,
o dàruputrì, dàruputrikà, che vale fanciulla di legno [10].
Page 18
II.
Quando la fanciulla cresce.
La donna si anticipa le gioie nuziali ne' giuochi fanciulleschi, ove la sposa è
figura prediletta. Lascio stare, per ora, la parte che i fanciulli pigliano nelle
vere nozze, ora per fare allegria, ora per festeggiare, ora per maledire,
dovendo qua e là farvi accenno in diversi capitoli; quello che essi ripetono
ora facevano in antico; quello che si nota fra noi, osservasi pure, a mia
notizia, in Germania, tra i Bretoni, tra i Finni, nell'India; la festa è un po' per
loro, perchè essi sono lo scopo finale della festa. Essi rompono le vecchie
stoviglie, essi mandano urli di gioia, essi salutano e servono [11] gli sposi, e
talora, per ischerzo, li arrestano; talora vanno più in là; per esser fatti tacere
con regalini d'ogni maniera, molestano gli sposi per mezzo di ostinate
insolenze. I fanciulli sono adunque la morale, il coro della favola; e come la
favola è spesso fatta per la morale, così la festa nuziale è animata da
fanciulli, la presenza de' quali è necessaria come un augurio per la fecondità
del talamo.
Per questa parte probabilmente che i fanciulli da lungo tempo hanno preso
alle feste nuziali, la tendenza nei loro giuochi ad imitarle. Io so di parecchi
giuochi somiglianti che si fanno in Italia, de' quali il più evidente parmi
quello che usa in Piemonte detto dell'ambasciatore, che qui descriverò,
poichè mal noto o punto ai non Piemontesi. Ambasciatore chiamano i
Piemontesi nel loro giuoco, come i Toscani ne' loro stornelli, il messaggiero
d'amore. Un fanciullo che figura il capo di casa dà la mano a due fanciulle
che formano catena con altre disposte in una lunga fila. L'ambasciatore, che
è un altro fanciullo, si avanza e con la cantilena, alla quale io segno qui
sotto le note, dice solennemente:
Sur imbasciatur [12]
Quando la fanciulla cresce.
La donna si anticipa le gioie nuziali ne' giuochi fanciulleschi, ove la sposa è
figura prediletta. Lascio stare, per ora, la parte che i fanciulli pigliano nelle
vere nozze, ora per fare allegria, ora per festeggiare, ora per maledire,
dovendo qua e là farvi accenno in diversi capitoli; quello che essi ripetono
ora facevano in antico; quello che si nota fra noi, osservasi pure, a mia
notizia, in Germania, tra i Bretoni, tra i Finni, nell'India; la festa è un po' per
loro, perchè essi sono lo scopo finale della festa. Essi rompono le vecchie
stoviglie, essi mandano urli di gioia, essi salutano e servono [11] gli sposi, e
talora, per ischerzo, li arrestano; talora vanno più in là; per esser fatti tacere
con regalini d'ogni maniera, molestano gli sposi per mezzo di ostinate
insolenze. I fanciulli sono adunque la morale, il coro della favola; e come la
favola è spesso fatta per la morale, così la festa nuziale è animata da
fanciulli, la presenza de' quali è necessaria come un augurio per la fecondità
del talamo.
Per questa parte probabilmente che i fanciulli da lungo tempo hanno preso
alle feste nuziali, la tendenza nei loro giuochi ad imitarle. Io so di parecchi
giuochi somiglianti che si fanno in Italia, de' quali il più evidente parmi
quello che usa in Piemonte detto dell'ambasciatore, che qui descriverò,
poichè mal noto o punto ai non Piemontesi. Ambasciatore chiamano i
Piemontesi nel loro giuoco, come i Toscani ne' loro stornelli, il messaggiero
d'amore. Un fanciullo che figura il capo di casa dà la mano a due fanciulle
che formano catena con altre disposte in una lunga fila. L'ambasciatore, che
è un altro fanciullo, si avanza e con la cantilena, alla quale io segno qui
sotto le note, dice solennemente:
Sur imbasciatur [12]
Page 19
(mi) (fa) (sol) (la) (sol)
quindi facendo alcuni passi indietro:
Lantantirulirulena
(mi) (sol) (sol) (re) (mi) (mi) (do) (sol);
il fanciullo si avanza di nuovo e ridice:
Sur imbasciatur
quindi si ritrae al suo posto, cantando:
Lantantirulirlàlà
(do)
Allora le fanciulle guidate dal capo di casa si avanzano verso il messaggero
d'amore e cantano:
Cosa völi vui? [13]
Lantantirulirulena [14]
Cosa völi vui? [15]
Lantantirulirulà.
Ritorna la volta dell'ambasciatore, che avanzandosi al primo e al terzo,
ritirandosi al secondo e quarto versetto, ricomincia a cantare:
I vöi üna d' vostre fie [16]
Lantantirulirulena, ecc.
Le fanciulle e il capo di casa, muovendo di nuovo incontro, domandano:
Quala völi vui? [17]
Lantantirulirulena, ecc.
La risposta dell'ambasciatore non è sempre la medesima; ora egli dice che
vorrebbe la bionda, ora la bruna, ora la più bella e così via finchè il giuoco
quindi facendo alcuni passi indietro:
Lantantirulirulena
(mi) (sol) (sol) (re) (mi) (mi) (do) (sol);
il fanciullo si avanza di nuovo e ridice:
Sur imbasciatur
quindi si ritrae al suo posto, cantando:
Lantantirulirlàlà
(do)
Allora le fanciulle guidate dal capo di casa si avanzano verso il messaggero
d'amore e cantano:
Cosa völi vui? [13]
Lantantirulirulena [14]
Cosa völi vui? [15]
Lantantirulirulà.
Ritorna la volta dell'ambasciatore, che avanzandosi al primo e al terzo,
ritirandosi al secondo e quarto versetto, ricomincia a cantare:
I vöi üna d' vostre fie [16]
Lantantirulirulena, ecc.
Le fanciulle e il capo di casa, muovendo di nuovo incontro, domandano:
Quala völi vui? [17]
Lantantirulirulena, ecc.
La risposta dell'ambasciatore non è sempre la medesima; ora egli dice che
vorrebbe la bionda, ora la bruna, ora la più bella e così via finchè il giuoco
Page 20
si stanca. Le fanciulle interpellano l'ambasciatore sul mestiere dello sposo
che fa domandare la loro compagna:
Che mestè farála? [18]
Lantantirulirulena, ecc.
Qui pure la risposta dell'ambasciatore può essere varia; ora la sposa è
destinata a diventare principessa, ora fruttivendola, ora qualcosa di meno,
secondo l'umore variamente burlesco dell'ambasciatore. Ma non di rado
avviene che il giuoco si guasta e la partita si scombina, poichè la fanciulla si
sente offesa di essere chiamata ad un mestiere troppo vile. Allora si mettono
in mezzo i pacieri e si studia di placarla col rifare il giuoco ed invitarla a
nozze più illustri. Le fanciulle e il capo di casa ripigliano le loro domande,
una delle quali sopra la dote [19] che il marito intende fare alla sposa. Dopo
alcune altre domande e risposte, il capo di casa e le fanciulle lasciano
andare la fanciulla eletta alle nozze con le parole sacramentali:
Piévla püra ch'a l'è vostra [20]
Lantantirulirulena, ecc.
L'ambasciatore la mena con sè e tutti, fanciulli e fanciulle, che pigliano
parte al giuoco, formano un circolo e girano, mettendo grida di gioia,
poichè la sposa è fatta.
Io suppongo che questo animatissimo giuoco dei fanciulli piemontesi sia di
origine celtica, per la gran parte che nelle nozze assume l'ambasciatore [21].
Il giuoco riproduce, al vivo, tutta una chiesta nuziale alla maniera celtica,
sebbene la chiesta stessa, in genere, e le danze che la conchiudono siano
conformi a tutto il rito indo-europeo.
Probabilmente, in Piemonte, appena l'uso celtico, che dura pur sempre tra i
Bretoni, si andò perdendo, divenne un giuoco da fanciulli.
Così pure la moscacieca, che si fa nell'Annoverese [22], per nozze, è
diventata, in Piemonte, un giuoco da fanciulli, mentre vi scomparve dall'uso
nuziale. Un fanciullo bendato deve, fra molte fanciulle, ritrovare la sua; se
egli si sbaglia, diviene ridicolo a tutta la brigata.
che fa domandare la loro compagna:
Che mestè farála? [18]
Lantantirulirulena, ecc.
Qui pure la risposta dell'ambasciatore può essere varia; ora la sposa è
destinata a diventare principessa, ora fruttivendola, ora qualcosa di meno,
secondo l'umore variamente burlesco dell'ambasciatore. Ma non di rado
avviene che il giuoco si guasta e la partita si scombina, poichè la fanciulla si
sente offesa di essere chiamata ad un mestiere troppo vile. Allora si mettono
in mezzo i pacieri e si studia di placarla col rifare il giuoco ed invitarla a
nozze più illustri. Le fanciulle e il capo di casa ripigliano le loro domande,
una delle quali sopra la dote [19] che il marito intende fare alla sposa. Dopo
alcune altre domande e risposte, il capo di casa e le fanciulle lasciano
andare la fanciulla eletta alle nozze con le parole sacramentali:
Piévla püra ch'a l'è vostra [20]
Lantantirulirulena, ecc.
L'ambasciatore la mena con sè e tutti, fanciulli e fanciulle, che pigliano
parte al giuoco, formano un circolo e girano, mettendo grida di gioia,
poichè la sposa è fatta.
Io suppongo che questo animatissimo giuoco dei fanciulli piemontesi sia di
origine celtica, per la gran parte che nelle nozze assume l'ambasciatore [21].
Il giuoco riproduce, al vivo, tutta una chiesta nuziale alla maniera celtica,
sebbene la chiesta stessa, in genere, e le danze che la conchiudono siano
conformi a tutto il rito indo-europeo.
Probabilmente, in Piemonte, appena l'uso celtico, che dura pur sempre tra i
Bretoni, si andò perdendo, divenne un giuoco da fanciulli.
Così pure la moscacieca, che si fa nell'Annoverese [22], per nozze, è
diventata, in Piemonte, un giuoco da fanciulli, mentre vi scomparve dall'uso
nuziale. Un fanciullo bendato deve, fra molte fanciulle, ritrovare la sua; se
egli si sbaglia, diviene ridicolo a tutta la brigata.
Page 21
In Piemonte, usa ancora un altro giuoco che si riferisce alle nozze. Esso
rappresenta i doni da farsi alla sposa. I fanciulli stanno seduti in giro. Il
capo-giuoco domanda a ciascuno di essi quello ch'essi sarebbero disposti a
regalare alla sposa. I fanciulli rispondono, avendo cura di evitare, nella
descrizione dell'oggetto ch'essi destinano alla sposa, la lettera r. Ove si
sbaglino, lasciano nelle mani del capo-giuoco un piccolo pegno da
riscattarsi, in fin di giuoco, per mezzo di una penitenza. Particolarmente le
fanciulle, nella minuta descrizione degli oggetti per la sposa, mostrano una
sollecitudine tutta amorosa; i loro occhietti si animano e brillano quanto
vorrebbero far brillare le stupende vesti delle quali intendono regalare
liberalmente la loro sposa.
In Toscana usa il giuoco del verde [23]; piace agli innamorati; chi perde, in
questo giuoco, perde spesso l'amore; poichè per il damo e per l'amata è
segno d'obblio, di disprezzo, il non trovare il verde nelle mani di chi ama. I
bambini lo fanno volontieri coi vecchi che hanno altri pensieri pel capo,
sapendo come sogliono rimediare con doni alle patite sconfitte; gli amanti
maliziosi, nel principio de' loro timidi amori, mettono volentieri, per
condizione, un bacio che chi perde deve dare o lasciarsi dare da chi ha
vinto; gli amanti inoltrati invece s'insospettiscono, diffidano, s'adirano, si
allontanano talvolta, per la sola cagione del verde dimenticato [24]. L'uso
tuttavia va in disuso; ed è a prevedersi che resterà, col tempo, un solo
giuoco da fanciulli, finchè alla loro volta i fanciulli, per la cresciuta serietà
de' tempi, diventati serii, non ismettano anch'essi di giuocare.
Ho inteso che in Grecia gli innamorati dividono per mezzo una foglia di
platano, la quale devono rimettere insieme quando si ritrovano.
rappresenta i doni da farsi alla sposa. I fanciulli stanno seduti in giro. Il
capo-giuoco domanda a ciascuno di essi quello ch'essi sarebbero disposti a
regalare alla sposa. I fanciulli rispondono, avendo cura di evitare, nella
descrizione dell'oggetto ch'essi destinano alla sposa, la lettera r. Ove si
sbaglino, lasciano nelle mani del capo-giuoco un piccolo pegno da
riscattarsi, in fin di giuoco, per mezzo di una penitenza. Particolarmente le
fanciulle, nella minuta descrizione degli oggetti per la sposa, mostrano una
sollecitudine tutta amorosa; i loro occhietti si animano e brillano quanto
vorrebbero far brillare le stupende vesti delle quali intendono regalare
liberalmente la loro sposa.
In Toscana usa il giuoco del verde [23]; piace agli innamorati; chi perde, in
questo giuoco, perde spesso l'amore; poichè per il damo e per l'amata è
segno d'obblio, di disprezzo, il non trovare il verde nelle mani di chi ama. I
bambini lo fanno volontieri coi vecchi che hanno altri pensieri pel capo,
sapendo come sogliono rimediare con doni alle patite sconfitte; gli amanti
maliziosi, nel principio de' loro timidi amori, mettono volentieri, per
condizione, un bacio che chi perde deve dare o lasciarsi dare da chi ha
vinto; gli amanti inoltrati invece s'insospettiscono, diffidano, s'adirano, si
allontanano talvolta, per la sola cagione del verde dimenticato [24]. L'uso
tuttavia va in disuso; ed è a prevedersi che resterà, col tempo, un solo
giuoco da fanciulli, finchè alla loro volta i fanciulli, per la cresciuta serietà
de' tempi, diventati serii, non ismettano anch'essi di giuocare.
Ho inteso che in Grecia gli innamorati dividono per mezzo una foglia di
platano, la quale devono rimettere insieme quando si ritrovano.
Page 22
III.
Pronostici.
La funzione più importante della vita è il matrimonio; occorre quindi averlo
propizio; le stelle, il cielo, la sorte, il destino si invocano come augurii. La
fanciulla incomincia a sottintendere ch'ella non può mancare di maritarsi.
Ma quando gli amanti si fanno desiderare ella sa il modo di attirarli a sè e di
vincerli.
Nell'India [25] e in Grecia v'erano formole per far nascere l'amore e per far
arrivare lo sposo. Nell'India, la fanciulla le recitava sopra una pelle di vacca
tentando il suo destino. Queste formole usano pure nella Germania
meridionale [26]; la giaculatoria ha la virtù di destare l'amore nella persona
indifferente che si ama [27]. Nato l'amore, chi ne è posseduto diventa furioso.
La Venere ellenica si vendicava spesso così de' ribelli al suo potere; e le
streghe del medio evo avevano mille maniere d'unguenti e di incantamenti
per muovere la passione d'amore o allontanarla. Nelle nostre novelline non
di rado l'eroe è acceso, per erba o bevanda che gli passarono le streghe, da
subita passione per altra donna che non sia quella che egli ama.
Posta la necessità di un marito, bisogna sapere di qual parte egli verrà, e
quale sarà la sua condizione, e quando e dove si faranno le nozze. Ora, con
la rovina di Delfo non rovinarono tutti gli oracoli; le nostre fanciulle ne
conoscono parecchi i quali, a senso loro, non possono sbagliare; e, poichè la
sorte è quella che deve decidere, esse la tentano in ogni onesta maniera. A
Roma i due iddii Pilummo e Picummo, secondo Nonio Marcello,
presiedevano anticamente agli auspicii per nozze; e in Toscana, era l'uso di
digiunare, per assicurarsi un felice matrimonio [28].
In Grecia ed in Roma si pigliavano pure augurii per nozze da parecchi
uccelli. Rileviamo da Plutarco che i Greci consultavano, per sapere se la
Pronostici.
La funzione più importante della vita è il matrimonio; occorre quindi averlo
propizio; le stelle, il cielo, la sorte, il destino si invocano come augurii. La
fanciulla incomincia a sottintendere ch'ella non può mancare di maritarsi.
Ma quando gli amanti si fanno desiderare ella sa il modo di attirarli a sè e di
vincerli.
Nell'India [25] e in Grecia v'erano formole per far nascere l'amore e per far
arrivare lo sposo. Nell'India, la fanciulla le recitava sopra una pelle di vacca
tentando il suo destino. Queste formole usano pure nella Germania
meridionale [26]; la giaculatoria ha la virtù di destare l'amore nella persona
indifferente che si ama [27]. Nato l'amore, chi ne è posseduto diventa furioso.
La Venere ellenica si vendicava spesso così de' ribelli al suo potere; e le
streghe del medio evo avevano mille maniere d'unguenti e di incantamenti
per muovere la passione d'amore o allontanarla. Nelle nostre novelline non
di rado l'eroe è acceso, per erba o bevanda che gli passarono le streghe, da
subita passione per altra donna che non sia quella che egli ama.
Posta la necessità di un marito, bisogna sapere di qual parte egli verrà, e
quale sarà la sua condizione, e quando e dove si faranno le nozze. Ora, con
la rovina di Delfo non rovinarono tutti gli oracoli; le nostre fanciulle ne
conoscono parecchi i quali, a senso loro, non possono sbagliare; e, poichè la
sorte è quella che deve decidere, esse la tentano in ogni onesta maniera. A
Roma i due iddii Pilummo e Picummo, secondo Nonio Marcello,
presiedevano anticamente agli auspicii per nozze; e in Toscana, era l'uso di
digiunare, per assicurarsi un felice matrimonio [28].
In Grecia ed in Roma si pigliavano pure augurii per nozze da parecchi
uccelli. Rileviamo da Plutarco che i Greci consultavano, per sapere se la
Page 23
fidanzata sarebbe stata sposa fedele, le cornacchie, le quali gracchiando
fanno ingiuria alla castità di Penelope, che, per una sola vita, attese il marito
assente, quando invece esse, morto il marito, rimangono vedove per nove
intiere generazioni; le cornacchie erano sacre anche in Roma a Giunone
Dea delle nozze, onde abbiamo da Festo che al di là del Tevere vi era un
luogo sacro ad esse, detto perciò corniscarum divarum locus [29]. Plinio ci fa
ancora sapere che una specie di sparviere detto Egituo, zoppo d'un piede,
era di ottimo augurio per le nozze [30]. Ma già fin dai tempi di Cicerone, che
ne fa motto nel suo trattato De divinatione, i riti augurali si erano smessi
nelle nozze, ed erano solo rimasti gli auguri come mediatori e testimoni
delle cerimonie nuziali [31]; questi auspici delle nozze sono ancora ricordati
da Giovenale e da Lucano.
A novembre s'incomincia, come dicono nel Canavese
A purtè le büsche pr fe' 'l nì [32].
Ma la vigilia dell'Epifania, e, in genere, il tempo fra il Natale e l'Epifania, si
elegge particolarmente dalle fanciulle così in Italia, come, a mia notizia, in
Germania, in Russia e Scandinavia, per riscaldare i loro amori. Gli antichi
Ateniesi chiamavano col nome di Gamelione il mese di gennaio, siccome
quello in cui celebravasi il maggior numero di matrimonii.
Altro giorno propizio a tirare l'oroscopo per nozze è in Italia, in Grecia, in
Francia, in Isvezia e, come suppongo, anche in Germania, la vigilia di San
Giovanni.
Nell'Umbria, la sera dell'Epifania, le ragazze, per sapere se troveranno
marito, vanno nude (così almeno, perchè l'oroscopo riescisse bene,
dovrebbero andare) a cogliere un ramo d'olivo verde. Preparano un
posticino sul focolare, staccano una fogliuzza, la bagnano di saliva e la
buttano quindi sul focolare; se la fogliuzza fa tre salti, o per lo meno gira e
rigira sopra sè stessa, ne traggono augurio di prossimo e felice matrimonio;
se, al contrario, la foglia brucia senza muoversi, ogni speranza di
matrimonio è perduta. Mi piace qui ricordare l'erba che, presso
l'Atharvaveda [33], si rallegra innanzi a quello che arriva.
fanno ingiuria alla castità di Penelope, che, per una sola vita, attese il marito
assente, quando invece esse, morto il marito, rimangono vedove per nove
intiere generazioni; le cornacchie erano sacre anche in Roma a Giunone
Dea delle nozze, onde abbiamo da Festo che al di là del Tevere vi era un
luogo sacro ad esse, detto perciò corniscarum divarum locus [29]. Plinio ci fa
ancora sapere che una specie di sparviere detto Egituo, zoppo d'un piede,
era di ottimo augurio per le nozze [30]. Ma già fin dai tempi di Cicerone, che
ne fa motto nel suo trattato De divinatione, i riti augurali si erano smessi
nelle nozze, ed erano solo rimasti gli auguri come mediatori e testimoni
delle cerimonie nuziali [31]; questi auspici delle nozze sono ancora ricordati
da Giovenale e da Lucano.
A novembre s'incomincia, come dicono nel Canavese
A purtè le büsche pr fe' 'l nì [32].
Ma la vigilia dell'Epifania, e, in genere, il tempo fra il Natale e l'Epifania, si
elegge particolarmente dalle fanciulle così in Italia, come, a mia notizia, in
Germania, in Russia e Scandinavia, per riscaldare i loro amori. Gli antichi
Ateniesi chiamavano col nome di Gamelione il mese di gennaio, siccome
quello in cui celebravasi il maggior numero di matrimonii.
Altro giorno propizio a tirare l'oroscopo per nozze è in Italia, in Grecia, in
Francia, in Isvezia e, come suppongo, anche in Germania, la vigilia di San
Giovanni.
Nell'Umbria, la sera dell'Epifania, le ragazze, per sapere se troveranno
marito, vanno nude (così almeno, perchè l'oroscopo riescisse bene,
dovrebbero andare) a cogliere un ramo d'olivo verde. Preparano un
posticino sul focolare, staccano una fogliuzza, la bagnano di saliva e la
buttano quindi sul focolare; se la fogliuzza fa tre salti, o per lo meno gira e
rigira sopra sè stessa, ne traggono augurio di prossimo e felice matrimonio;
se, al contrario, la foglia brucia senza muoversi, ogni speranza di
matrimonio è perduta. Mi piace qui ricordare l'erba che, presso
l'Atharvaveda [33], si rallegra innanzi a quello che arriva.
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In Piemonte, come in Russia (e forse pure in Germania) usa per l'Epifania
nella focaccia, che in tal giorno si mangia, mettere due fave, l'una nera,
l'altra bianca; l'una rappresenta il re, l'altra la regina; i due che trovano la
fava, ossia il re e la regina, si levano e si baciano; il re e la regina
rappresentano evidentemente gli sposi [34].
A Riva di Chieri si piglia uno stelo d'erba a più nodi e si rompe ciascuno di
questi nodi, dicendo all'uno: io mi sposerò qui, e all'altro io mi sposerò
fuori. L'ultimo nodo è quello che deve dir la verità. Somiglia questo
oroscopo a quello che pigliano le innamorate francesi, e, per riflesso di
moda, le nostre sopra i petali della margheritina per indovinare la forza
dell'amore della persona amata.
A Riva di Chieri ancora, e nel Canavese, all'Epifania, le ragazze da marito
usano lanciare la pantofola o lo zoccolo verso la porta di casa; se la punta si
volge verso la porta, il segno è buono, la ragazza, entro il carnovale,
piglierà marito; se no, no. Lo stesso pronostico si leva a Pinerolo, ma il
primo giorno dell'anno. Una simile usanza vige ancora in Russia, ove si
getta una pianella sopra la strada; lo sposo dovrà arrivare da quella parte
verso la quale si volge la punta della pantofola.
I pronostici nuziali del Bolognese ci sono descritti così dalla signora
Carolina Coronedi Berti [35]. «Una ragazza si mette alla punta d'un piede
una ciabatta e dal sommo d'una scala la getta in basso; palpitante discende
tosto insieme alle compagne, per vedere da qual lato sia rivolta la punta; se
verso l'uscio di strada, coglie l'augurio d'andare in quell'anno a marito; se
verso la scala, si prepara a rimanere zitella. Dopo questo viene un altro
esperimento: Far ai quater canton. E vuol dire, prendere un anello, un
vasetto pieno di cenere, un altro pieno di acqua, ed una chiave, ponendo ad
uno ad uno questi oggetti a' quattro canti della stanza, e facendo attenzione
di coprirli acciò ne resti nascosta la qualità a chi ne va in cerca. Quindi si fa
entrare una delle giovani che vogliono mettersi alla prova, la quale si
avanza fra il timore e la speranza verso l'uno de' canti, e a quello a cui si
sente più attirata. Se vi troverà l'anello sarà come la buona notizia di
maritarsi; se la chiave, avrà in quell'anno il governo della casa. Ma se
incappa nella cenere, può esser certa di morire. L'acqua indica ch'ella ha da
sparger lagrime. — L'usanza di consultare gli spilli poche donne la
nella focaccia, che in tal giorno si mangia, mettere due fave, l'una nera,
l'altra bianca; l'una rappresenta il re, l'altra la regina; i due che trovano la
fava, ossia il re e la regina, si levano e si baciano; il re e la regina
rappresentano evidentemente gli sposi [34].
A Riva di Chieri si piglia uno stelo d'erba a più nodi e si rompe ciascuno di
questi nodi, dicendo all'uno: io mi sposerò qui, e all'altro io mi sposerò
fuori. L'ultimo nodo è quello che deve dir la verità. Somiglia questo
oroscopo a quello che pigliano le innamorate francesi, e, per riflesso di
moda, le nostre sopra i petali della margheritina per indovinare la forza
dell'amore della persona amata.
A Riva di Chieri ancora, e nel Canavese, all'Epifania, le ragazze da marito
usano lanciare la pantofola o lo zoccolo verso la porta di casa; se la punta si
volge verso la porta, il segno è buono, la ragazza, entro il carnovale,
piglierà marito; se no, no. Lo stesso pronostico si leva a Pinerolo, ma il
primo giorno dell'anno. Una simile usanza vige ancora in Russia, ove si
getta una pianella sopra la strada; lo sposo dovrà arrivare da quella parte
verso la quale si volge la punta della pantofola.
I pronostici nuziali del Bolognese ci sono descritti così dalla signora
Carolina Coronedi Berti [35]. «Una ragazza si mette alla punta d'un piede
una ciabatta e dal sommo d'una scala la getta in basso; palpitante discende
tosto insieme alle compagne, per vedere da qual lato sia rivolta la punta; se
verso l'uscio di strada, coglie l'augurio d'andare in quell'anno a marito; se
verso la scala, si prepara a rimanere zitella. Dopo questo viene un altro
esperimento: Far ai quater canton. E vuol dire, prendere un anello, un
vasetto pieno di cenere, un altro pieno di acqua, ed una chiave, ponendo ad
uno ad uno questi oggetti a' quattro canti della stanza, e facendo attenzione
di coprirli acciò ne resti nascosta la qualità a chi ne va in cerca. Quindi si fa
entrare una delle giovani che vogliono mettersi alla prova, la quale si
avanza fra il timore e la speranza verso l'uno de' canti, e a quello a cui si
sente più attirata. Se vi troverà l'anello sarà come la buona notizia di
maritarsi; se la chiave, avrà in quell'anno il governo della casa. Ma se
incappa nella cenere, può esser certa di morire. L'acqua indica ch'ella ha da
sparger lagrime. — L'usanza di consultare gli spilli poche donne la
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dimenticano. Prima di coricarsi, mettono alla punta del guanciale tre spilli;
l'uno avrà la capocchia rossa, l'altro bianca, il terzo nera. Messe in letto, e
trovandosi allo scuro, cambiano la posizione agli spilli in modo da
confonderne i colori, poi ne estraggono uno e lo piantano all'estremo
opposto del guanciale. Al primo raggio di luce, volgono gli occhi allo spillo,
e se la sorte è favorevole avran levato il rosso. Il bianco significa che le
cose di famiglia seguiteranno senza nessun cambiamento; il nero, al solito,
è indicazione di morte. — Si fanno dalle nostre ragazze esperimenti col
piombo fuso e gettato in acqua, e dalle svariate forme che prende, come di
martello, vanga, forbici e simili, fanno giudizio del mestiere a cui il futuro
sposo sarà dedicato.» La stessa scrittrice ci fa ancora conoscere un altro
uso [36]. «Nell'estate le spighe de' prati sono alle fanciulle strumenti per
tentare la sorte. Ne staccano una, la troncano per metà, e la parte staccata
accomodano un'altra volta al posto come intera, prendono poi la spiga fra le
dita della sinistra mano, e dando colla destra un colpo sul braccio,
esclamano: Viva o morta? Se al colpo la spiga staccata si slancia via,
l'amore è vivo, cioè il giovane ama davvero, ma se l'erba non si muove, oh
allora la ragazza non è riamata; ed ecco il mal augurio. Il seme di certe erbe
campestri che a guisa di leggiero involucro di sottil piuma, staccato dal
vento s'inalza e percorre l'aria, è di buon augurio se volge il suo corso verso
il volto della fidanzata; quel seme chiamano furtòna (fortuna) e vedendolo
in aria si sta fermi per indagare la direzione che prende.»
Non meno diffusa è l'usanza di consultare il destino intorno allo sposo
futuro, per mezzo delle figure che si osservano sopra il ghiaccio. A
Pinerolo, nel Canavese e nel Mantovano, la notte dell'Epifania, le fanciulle
mettono fuori di casa, possibilmente sul tetto, una scodella piena d'acqua.
L'acqua diacciandosi nella notte, dalle impronte che si vedranno sul
ghiaccio, le quali, nel Canavese, sono attribuite ai tre Re Magi, la fanciulla
al mattino indovinerà il mestiere dello sposo predestinato.
Poichè le donne credono alla predestinazione; e fu tempo che vi credevano
anche gli uomini. Leggo nella vita di Settimio Severo, presso gli Scriptores
Historiæ Augustæ [37], come questo imperatore sposò una fanciulla,
credendola sortita a nozze regie, se pure, come è probabile, non simulò di
credere quello che gli tornava. Così, presso il Lalita-Vistara [38], Buddha
non conoscendo ancora la sua futura sposa, appena la incontra, sente ch'è
l'uno avrà la capocchia rossa, l'altro bianca, il terzo nera. Messe in letto, e
trovandosi allo scuro, cambiano la posizione agli spilli in modo da
confonderne i colori, poi ne estraggono uno e lo piantano all'estremo
opposto del guanciale. Al primo raggio di luce, volgono gli occhi allo spillo,
e se la sorte è favorevole avran levato il rosso. Il bianco significa che le
cose di famiglia seguiteranno senza nessun cambiamento; il nero, al solito,
è indicazione di morte. — Si fanno dalle nostre ragazze esperimenti col
piombo fuso e gettato in acqua, e dalle svariate forme che prende, come di
martello, vanga, forbici e simili, fanno giudizio del mestiere a cui il futuro
sposo sarà dedicato.» La stessa scrittrice ci fa ancora conoscere un altro
uso [36]. «Nell'estate le spighe de' prati sono alle fanciulle strumenti per
tentare la sorte. Ne staccano una, la troncano per metà, e la parte staccata
accomodano un'altra volta al posto come intera, prendono poi la spiga fra le
dita della sinistra mano, e dando colla destra un colpo sul braccio,
esclamano: Viva o morta? Se al colpo la spiga staccata si slancia via,
l'amore è vivo, cioè il giovane ama davvero, ma se l'erba non si muove, oh
allora la ragazza non è riamata; ed ecco il mal augurio. Il seme di certe erbe
campestri che a guisa di leggiero involucro di sottil piuma, staccato dal
vento s'inalza e percorre l'aria, è di buon augurio se volge il suo corso verso
il volto della fidanzata; quel seme chiamano furtòna (fortuna) e vedendolo
in aria si sta fermi per indagare la direzione che prende.»
Non meno diffusa è l'usanza di consultare il destino intorno allo sposo
futuro, per mezzo delle figure che si osservano sopra il ghiaccio. A
Pinerolo, nel Canavese e nel Mantovano, la notte dell'Epifania, le fanciulle
mettono fuori di casa, possibilmente sul tetto, una scodella piena d'acqua.
L'acqua diacciandosi nella notte, dalle impronte che si vedranno sul
ghiaccio, le quali, nel Canavese, sono attribuite ai tre Re Magi, la fanciulla
al mattino indovinerà il mestiere dello sposo predestinato.
Poichè le donne credono alla predestinazione; e fu tempo che vi credevano
anche gli uomini. Leggo nella vita di Settimio Severo, presso gli Scriptores
Historiæ Augustæ [37], come questo imperatore sposò una fanciulla,
credendola sortita a nozze regie, se pure, come è probabile, non simulò di
credere quello che gli tornava. Così, presso il Lalita-Vistara [38], Buddha
non conoscendo ancora la sua futura sposa, appena la incontra, sente ch'è
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dessa. Egli ha la piena intelligenza delle sue virtù. Ora a questi
presentimenti che sono diventati una superstizione particolarmente
femminina, io do volentieri una origine mitica. Mi par difficile che una
giovinetta dica d'una cosa accaduta «il cuore me lo diceva», se simili avvisi
del cuore non abbia mai udito vantare prima da sua madre; la credenza ne'
presentimenti è tradizionale, ereditaria di madre in figlia. Buddha s'accosta
alla sua sposa e ha l'intendimento della sua virtù; Buddha è il sole, quello
che vede tutto; la sua sposa è l'aurora; il sole s'accosta all'aurora; il sole
trova la sua sposa, la indovina alla prima. Per altra parte, l'aurora è la più
sollecita a destarsi; è la prima a vedere, a scoprire; essa prevede; l'aurora è
donna, e la donna si paragonò all'aurora; ossia si fece indovina. Ma non solo
l'aurora è sposa del sole; anche talora la nuvola: la nuvola tuona; la nuvola
avvisa; la nuvola è donna; e la donna si paragonò alla nuvola, ossia si fece
pitonessa, sibilla, druidessa, fata, profetessa. Come aurora, presente; come
nuvola, predice.
Ad altri pronostici ricorrono ancora in Italia e fuori le fanciulle da marito.
Nel contado di Pinerolo, per sapere se un matrimonio avrà luogo sì o no,
mettono insieme due pallottole di stoppa destinate a rappresentare gli sposi
desiderati; quindi le due pallottole si abbruciano nell'aria; se le ceneri si
sollevano, buon segno, il matrimonio si fa; se restano giù, cade pure ogni
speranza nella povera villanella. Un'altra forma dello stesso uso è il così
detto mignofet; si mettono due fantoccioni di stoppa l'uno innanzi l'altro e
s'appicca loro il fuoco; cadono essi l'uno verso l'altro? e tutto andrà bene; si
voltano essi da un'altra parte? ed anche le nozze si voltano.
Nell'Atharvaveda, è una strofa ove si invita la sposa a salire sopra una
navicella della fortuna che la porterà verso il suo predestinato. Il Weber, che
la scoperse e la citò [39], riferisce alcune usanze germaniche, le quali mi
sembrano bene provare come la formola d'invito alla fanciulla perchè si
imbarchi con la sua fortuna dovesse pure accompagnare qualche
esperimento che le fanciulle indiane facevano della loro sorte come spose.
Ora una tale corrispondenza de' giuochi a certe popolari usanze, parmi che
renderebbe, a chi lo tentasse, molto interessante un altro libro, che si
potrebbe intitolare la storia dei giuochi. Auguro pertanto che, fra tanti
giuocatori, uno se ne trovi, che il desiderio di illustrar l'arte, alla quale si
presentimenti che sono diventati una superstizione particolarmente
femminina, io do volentieri una origine mitica. Mi par difficile che una
giovinetta dica d'una cosa accaduta «il cuore me lo diceva», se simili avvisi
del cuore non abbia mai udito vantare prima da sua madre; la credenza ne'
presentimenti è tradizionale, ereditaria di madre in figlia. Buddha s'accosta
alla sua sposa e ha l'intendimento della sua virtù; Buddha è il sole, quello
che vede tutto; la sua sposa è l'aurora; il sole s'accosta all'aurora; il sole
trova la sua sposa, la indovina alla prima. Per altra parte, l'aurora è la più
sollecita a destarsi; è la prima a vedere, a scoprire; essa prevede; l'aurora è
donna, e la donna si paragonò all'aurora; ossia si fece indovina. Ma non solo
l'aurora è sposa del sole; anche talora la nuvola: la nuvola tuona; la nuvola
avvisa; la nuvola è donna; e la donna si paragonò alla nuvola, ossia si fece
pitonessa, sibilla, druidessa, fata, profetessa. Come aurora, presente; come
nuvola, predice.
Ad altri pronostici ricorrono ancora in Italia e fuori le fanciulle da marito.
Nel contado di Pinerolo, per sapere se un matrimonio avrà luogo sì o no,
mettono insieme due pallottole di stoppa destinate a rappresentare gli sposi
desiderati; quindi le due pallottole si abbruciano nell'aria; se le ceneri si
sollevano, buon segno, il matrimonio si fa; se restano giù, cade pure ogni
speranza nella povera villanella. Un'altra forma dello stesso uso è il così
detto mignofet; si mettono due fantoccioni di stoppa l'uno innanzi l'altro e
s'appicca loro il fuoco; cadono essi l'uno verso l'altro? e tutto andrà bene; si
voltano essi da un'altra parte? ed anche le nozze si voltano.
Nell'Atharvaveda, è una strofa ove si invita la sposa a salire sopra una
navicella della fortuna che la porterà verso il suo predestinato. Il Weber, che
la scoperse e la citò [39], riferisce alcune usanze germaniche, le quali mi
sembrano bene provare come la formola d'invito alla fanciulla perchè si
imbarchi con la sua fortuna dovesse pure accompagnare qualche
esperimento che le fanciulle indiane facevano della loro sorte come spose.
Ora una tale corrispondenza de' giuochi a certe popolari usanze, parmi che
renderebbe, a chi lo tentasse, molto interessante un altro libro, che si
potrebbe intitolare la storia dei giuochi. Auguro pertanto che, fra tanti
giuocatori, uno se ne trovi, che il desiderio di illustrar l'arte, alla quale si
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appassiona, muova a soddisfare con la vanità sua la nostra curiosità,
raccogliendo materiali per l'opera da me proposta, alla quale non farebbero
certamente difetto i lettori.
Oltre l'Epifania, è vivamente desiderata dalle nostre fanciulle la notte di S.
Giovanni [40], per interrogare l'oracolo d'amore. In Santo Stefano di
Calcinaia, piccolo borgo ad otto miglia toscane da Firenze, ove io sto
scrivendo queste pagine, le fanciulle ricorrono a tre forme di oroscopi.
Verso l'albeggiare, pigliano del piombo e lo liquefanno; così liquefatto lo
mettono nell'acqua, ove il piombo assume figura di un omino; secondo la
figura di quest'omino, argomentano del mestiere che farà il loro sposo.
Oppure le fanciulle, pigliano tre fave; sbucciano l'una per intero, l'altra a
mezzo, la terza punto e le involgono in tre pezzi di carta per riporle sotto il
guanciale; la notte ne levano a caso una di sotto il guanciale: se la fava è
tutta sbucciata, lo sposo sarà un povero; se a mezzo, nè povero nè ricco; se
punto, lo sposo sarà ricco. Finalmente, ancora consultano la sera le stelle e
ne fissano particolarmente tre, le quali chiamano de' mercanti; la notte,
com'esse dicono, sogneranno inevitabilmente tre uomini; e l'uomo che esse
vedranno in mezzo sarà lo sposo loro destinato.
A Modica, scrive il signor Amabile, nel primo giorno di ottobre, la ragazza
semina due fave in un vaso, l'una per sè, l'altra per colui che le diresse
qualche occhiatina amorosa; e se le due fave spunteranno prima della
novena o nel corso della novena dell'Arcangelo Raffaele, il matrimonio pare
assicurato; se spunta la sola fava del maschio, è segno che la fanciulla
mancherà di parola, se la sola fava della fanciulla, essa verrà invece tradita.
La fava è un noto simbolo fallico, uno de' motivi per cui era considerata
come cibo impuro dagli antichi, onde Pitagora si asteneva dal mangiarla.
Mattia di Martino, in uno scritterello sopra gli usi e le credenze della
Sicilia [41], ci fa conoscere un altro pronostico fatto con le fave: una donna
gli raccontò come assistendo ad una di quelle fattucchierie che sogliono
farsi la sera di San Giovanni «vide mettere in un sacco tre fave, una intera
(sana), una senza l'occhio, (la parte nera pizzicata), ed una terza sgusciata
(munnata); ciascuna avvolta in un pezzetto di carta. Dopo averle mosse ben
bene, vi si faceva mettere dentro la mano a quella ragazza a cui si voleva
predire che razza di marito avesse a pigliare; se si tirava su quella intera,
raccogliendo materiali per l'opera da me proposta, alla quale non farebbero
certamente difetto i lettori.
Oltre l'Epifania, è vivamente desiderata dalle nostre fanciulle la notte di S.
Giovanni [40], per interrogare l'oracolo d'amore. In Santo Stefano di
Calcinaia, piccolo borgo ad otto miglia toscane da Firenze, ove io sto
scrivendo queste pagine, le fanciulle ricorrono a tre forme di oroscopi.
Verso l'albeggiare, pigliano del piombo e lo liquefanno; così liquefatto lo
mettono nell'acqua, ove il piombo assume figura di un omino; secondo la
figura di quest'omino, argomentano del mestiere che farà il loro sposo.
Oppure le fanciulle, pigliano tre fave; sbucciano l'una per intero, l'altra a
mezzo, la terza punto e le involgono in tre pezzi di carta per riporle sotto il
guanciale; la notte ne levano a caso una di sotto il guanciale: se la fava è
tutta sbucciata, lo sposo sarà un povero; se a mezzo, nè povero nè ricco; se
punto, lo sposo sarà ricco. Finalmente, ancora consultano la sera le stelle e
ne fissano particolarmente tre, le quali chiamano de' mercanti; la notte,
com'esse dicono, sogneranno inevitabilmente tre uomini; e l'uomo che esse
vedranno in mezzo sarà lo sposo loro destinato.
A Modica, scrive il signor Amabile, nel primo giorno di ottobre, la ragazza
semina due fave in un vaso, l'una per sè, l'altra per colui che le diresse
qualche occhiatina amorosa; e se le due fave spunteranno prima della
novena o nel corso della novena dell'Arcangelo Raffaele, il matrimonio pare
assicurato; se spunta la sola fava del maschio, è segno che la fanciulla
mancherà di parola, se la sola fava della fanciulla, essa verrà invece tradita.
La fava è un noto simbolo fallico, uno de' motivi per cui era considerata
come cibo impuro dagli antichi, onde Pitagora si asteneva dal mangiarla.
Mattia di Martino, in uno scritterello sopra gli usi e le credenze della
Sicilia [41], ci fa conoscere un altro pronostico fatto con le fave: una donna
gli raccontò come assistendo ad una di quelle fattucchierie che sogliono
farsi la sera di San Giovanni «vide mettere in un sacco tre fave, una intera
(sana), una senza l'occhio, (la parte nera pizzicata), ed una terza sgusciata
(munnata); ciascuna avvolta in un pezzetto di carta. Dopo averle mosse ben
bene, vi si faceva mettere dentro la mano a quella ragazza a cui si voleva
predire che razza di marito avesse a pigliare; se si tirava su quella intera,
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segno che doveva essere benestante; se quella senza l'occhio, tignoso; se
quella sgusciata, nudo [42].»
A Mineo, in Sicilia, la notte di San Giovanni, le ragazze mettono alla
finestra la così detta spina (il fiore del cardo selvatico); ove la spina si apra
e fiorisca nella notte, esse si sposeranno, oppure il loro amante sarà fedele.
Ma le più copiose notizie sopra gli usi popolari siciliani del San Giovanni
che si riferiscono alle nozze le trovo in una lettera che il mio amico
Giuseppe Pitrè diresse nell'anno 1871 alla cara e compianta baronessa Ida
Reinsberg von Düringsfeld. «Tutte le fanciulle insofferenti d'indugio, nei
tredici giorni che precedono la festa di Sant'Antonino, cercano propiziarselo
con una tredicina, durante la quale altre nella chiesa di lui, altre nel silenzio
delle pareti domestiche lo pregano a caldi occhi perchè con S. Pasquale e S.
Onofrio avvii un matrimonio tra lei e un giovane grazioso e simpatico; di
che l'invocazione:
Sant'Antuninu,
Mittitilu 'n caminu;
San Pasquali,
Facitulu fari;
Santu Nofriu gluriusu:
Beddu, picciottu e graziusu!
Ora supponiamo negli invocati santi le migliori disposizioni di questo
mondo a favore della troppo ingenua supplicante; chi, e di qual mestiere
sarà lo sposo di là da venire? e chi lo sa? E come si fa a saperlo? Niente di
più facile, dicono le donne, non s'ha che attendere la festa di S. Giovanni
Battista, e se ne vedrà la esperienza. Allora verso il mezzogiorno, quando il
sole è più alto, ogni ragazza che sente il pizzicor d'amore mette innanzi
l'uscio di casa sua una catinella con acqua limpida e fresca; fonde un pezzo
di piombo, e ve lo riversa d'un colpo. Il piombo, istantaneamente
raffreddato, vien tratto fuori dall'acqua; tremante e palpitante la ragazza lo
guarda, lo affissa e vi scorge, o crede di scorgervi, un carro, una vanga, una
vela, una pialla e che so io; ed ecco fatto: il futuro sposo sarà un carrettiere,
un contadino, un pescatore, un falegname! — In Belpasso, comunello su
quel di Catania, si cerca appurare il mestiere dell'amante per mezzo della
quella sgusciata, nudo [42].»
A Mineo, in Sicilia, la notte di San Giovanni, le ragazze mettono alla
finestra la così detta spina (il fiore del cardo selvatico); ove la spina si apra
e fiorisca nella notte, esse si sposeranno, oppure il loro amante sarà fedele.
Ma le più copiose notizie sopra gli usi popolari siciliani del San Giovanni
che si riferiscono alle nozze le trovo in una lettera che il mio amico
Giuseppe Pitrè diresse nell'anno 1871 alla cara e compianta baronessa Ida
Reinsberg von Düringsfeld. «Tutte le fanciulle insofferenti d'indugio, nei
tredici giorni che precedono la festa di Sant'Antonino, cercano propiziarselo
con una tredicina, durante la quale altre nella chiesa di lui, altre nel silenzio
delle pareti domestiche lo pregano a caldi occhi perchè con S. Pasquale e S.
Onofrio avvii un matrimonio tra lei e un giovane grazioso e simpatico; di
che l'invocazione:
Sant'Antuninu,
Mittitilu 'n caminu;
San Pasquali,
Facitulu fari;
Santu Nofriu gluriusu:
Beddu, picciottu e graziusu!
Ora supponiamo negli invocati santi le migliori disposizioni di questo
mondo a favore della troppo ingenua supplicante; chi, e di qual mestiere
sarà lo sposo di là da venire? e chi lo sa? E come si fa a saperlo? Niente di
più facile, dicono le donne, non s'ha che attendere la festa di S. Giovanni
Battista, e se ne vedrà la esperienza. Allora verso il mezzogiorno, quando il
sole è più alto, ogni ragazza che sente il pizzicor d'amore mette innanzi
l'uscio di casa sua una catinella con acqua limpida e fresca; fonde un pezzo
di piombo, e ve lo riversa d'un colpo. Il piombo, istantaneamente
raffreddato, vien tratto fuori dall'acqua; tremante e palpitante la ragazza lo
guarda, lo affissa e vi scorge, o crede di scorgervi, un carro, una vanga, una
vela, una pialla e che so io; ed ecco fatto: il futuro sposo sarà un carrettiere,
un contadino, un pescatore, un falegname! — In Belpasso, comunello su
quel di Catania, si cerca appurare il mestiere dell'amante per mezzo della
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farina. La ragazza prende uno staccio, e colle mani rivolte indietro tanto che
nè anche lei veda nulla, si mette a cernere e cernere. Terminata l'opera, si
volta e chinasi a guardare la farina caduta; la quale se è a barre dà indizio
che c'è a vista un falegname, se a rivelature e a mucchietti, un contadino,
ecc. — Le ragazze dello stesso Belpasso e di Assoro, un giorno prima della
festa, si riuniscono in varii gruppi. Colei, a cui venga nel giuoco la volta
sua, addoppia un laccio o una cordella e dai due capi messi insieme lo
avvolge a un pezzettino di legno, a un bubbolo, a una cosa qualunque; e
così avvolto lo gira per tre volte di seguito senza pure vederlo, intorno alla
persona, e secondo i suoi desiderii ripete:
San Giovanni sì, San Giovanni no;
Sì m'hè pigghiari a iddu,
Pozz'essiri 'mbrugghiatu, o dunca no.
Se S. Giovanni vuol bene alla ragazza, in capo al terzo giro, il laccio o la
cordella dev'essere talmente intrigato che i due capi del principio s'hanno a
trovare in fine, e quello che è sopra deve passar sotto. E qui sta, m'ha detto
una buona donna di quel comune, il miracolo di S. Giovanni. In Prizzi e
Salaparuta ogni fanciulla corta di sorte raccoglie un fiore, detto perciò
Ciura di S. Giovanni, gli abbruciacchia le estremità della corolla e lo ripone
in un buco all'aria aperta. Il domani, se esso è ravvivato, se ne promettono
buoni augurii pel futuro sposo e per l'indole e condizion sua, altrimenti egli
o non si troverà o porterà la mala ventura. In Milazzo questo fiore è un
piccolo carciofo selvaggio [43], in Assoro e in Belpasso un quissimile, ma in
Belpasso lo si mette sui forni invece che in un buco qualunque. A Monte S.
Giuliano (l'antico Erice, prov. di Trapani), nel giorno di cui parliamo, ogni
ragazza getta dalla sua casa in mezzo la via una mela, e la tiene d'occhio
finchè altri la raccolga. Se il primo a passare per quella via è un uomo, sarà
questo un augurio di sicure e non lontane nozze; se una donna, o essa
raccoglie la mela, e questo vuol dire che non c'è da sperare nessun
matrimonio; o la guarda senza toccarla, e questo significa che la ragazza
che attende il presagio resterà vedova; se un prete, ella morrà nubile. Nè
questa maniera di trarre auspicii è solamente per San Giuliano. Se ci
fermiamo a Milazzo, ne veggiamo una anche più curiosa. Quivi le donne,
sopratutto le ragazze, fanno, secondo la loro intenzione, la novena a San
nè anche lei veda nulla, si mette a cernere e cernere. Terminata l'opera, si
volta e chinasi a guardare la farina caduta; la quale se è a barre dà indizio
che c'è a vista un falegname, se a rivelature e a mucchietti, un contadino,
ecc. — Le ragazze dello stesso Belpasso e di Assoro, un giorno prima della
festa, si riuniscono in varii gruppi. Colei, a cui venga nel giuoco la volta
sua, addoppia un laccio o una cordella e dai due capi messi insieme lo
avvolge a un pezzettino di legno, a un bubbolo, a una cosa qualunque; e
così avvolto lo gira per tre volte di seguito senza pure vederlo, intorno alla
persona, e secondo i suoi desiderii ripete:
San Giovanni sì, San Giovanni no;
Sì m'hè pigghiari a iddu,
Pozz'essiri 'mbrugghiatu, o dunca no.
Se S. Giovanni vuol bene alla ragazza, in capo al terzo giro, il laccio o la
cordella dev'essere talmente intrigato che i due capi del principio s'hanno a
trovare in fine, e quello che è sopra deve passar sotto. E qui sta, m'ha detto
una buona donna di quel comune, il miracolo di S. Giovanni. In Prizzi e
Salaparuta ogni fanciulla corta di sorte raccoglie un fiore, detto perciò
Ciura di S. Giovanni, gli abbruciacchia le estremità della corolla e lo ripone
in un buco all'aria aperta. Il domani, se esso è ravvivato, se ne promettono
buoni augurii pel futuro sposo e per l'indole e condizion sua, altrimenti egli
o non si troverà o porterà la mala ventura. In Milazzo questo fiore è un
piccolo carciofo selvaggio [43], in Assoro e in Belpasso un quissimile, ma in
Belpasso lo si mette sui forni invece che in un buco qualunque. A Monte S.
Giuliano (l'antico Erice, prov. di Trapani), nel giorno di cui parliamo, ogni
ragazza getta dalla sua casa in mezzo la via una mela, e la tiene d'occhio
finchè altri la raccolga. Se il primo a passare per quella via è un uomo, sarà
questo un augurio di sicure e non lontane nozze; se una donna, o essa
raccoglie la mela, e questo vuol dire che non c'è da sperare nessun
matrimonio; o la guarda senza toccarla, e questo significa che la ragazza
che attende il presagio resterà vedova; se un prete, ella morrà nubile. Nè
questa maniera di trarre auspicii è solamente per San Giuliano. Se ci
fermiamo a Milazzo, ne veggiamo una anche più curiosa. Quivi le donne,
sopratutto le ragazze, fanno, secondo la loro intenzione, la novena a San
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Giovanni. Al nono giorno, si mettono in via a sentir parole che
eventualmente il primo incontrato dirà. Le prime parole che udranno
saranno indizio se l'oggetto per cui han fatto la novena sarà o non sarà per
avverarsi. A mo' d'esempio, sentiamo a dire: nenti, nenti, è inutili; oppure
mmalidittu ddu jornu, ovvero sunu perduti li spisi, e allora diranno: la cosa
non avverrà, non può avvenire.»
A Venezia, le ragazze prendono la ventura mischiando insieme i tarocchi, e
poi vi fanno passare ad una ad una tutte le carte, dicendo: uomo, bell'uomo,
mercante, ladro, spia. Se quando passa il due di spade, si dice bell'uomo, è
segno che si sposerà un bell'uomo, se si dice spia, è segno che si sposerà
una spia, e così di seguito. Il giuoco si fa pure con una variante per sapere
se si è amati: si dice: mi ama, mi brama, mi vuol bene, così così, non me ne
vuole; la parola che si dice quando passa il due di spade dice la verità. Si
prova ancora l'amore nel modo seguente: si toglie un capello al damo, lo si
distende sopra una mano; con le unghie del pollice e dell'indice dell'altra
mano si distende in giù tre volte, ricordando il damo; poi si guarda come il
capello è rimasto: se il capello si rizza, è segno che il damo vuol bene (si
può confrontar qui la prova che si fa nell'Umbria con la fogliolina d'ulivo);
se nè si rizza nè si distende, l'amante non è caldo, se rimane disteso,
l'amante è intieramente freddo, e fa solo per celia. La vigilia di San
Giovanni si fanno tre lettere col nome che si vuole, ma differente per
ciascuna lettera, che si chiude ma non si suggella; e si va sul tetto e si
mettono le tre lettere sotto gli embrici. All'alba si torna sul tetto, e si è sicuri
di trovare una delle tre lettere aperte; il nome che è scritto in quella lettera
che s'apre è il nome dello sposo futuro. Si fa pure a Venezia la prova del
piombo, o quella della chiara d'uovo che le somiglia, ed anche quella della
pantofola, che si getta giù dalla scala; mancano tanti anni al matrimonio
quanti sono gli scalini che la pantofola ha passati andando giù, onde le
ragazze mettono ogni arte nel buttar con la punta del piede la pantofola
perch'ella ritorni allo scalino da cui si butta. Si pianta pure frumento in un
vaso, lo si inaffia e si mette al buio; dopo otto giorni, il grano è nato; se si
trova duro, verde, bello, si sposerà un giovine bello e ricco, se si trova
bianco o giallo, lo sposo non varrà niente. Se il frumento è bello, lo si lega
con un nastro rosso, e lo si mette in vista sul balcone, perchè si vegga quale
fortuna sta per toccare alla fanciulla. Si ascoltano pure a Venezia i nomi di
eventualmente il primo incontrato dirà. Le prime parole che udranno
saranno indizio se l'oggetto per cui han fatto la novena sarà o non sarà per
avverarsi. A mo' d'esempio, sentiamo a dire: nenti, nenti, è inutili; oppure
mmalidittu ddu jornu, ovvero sunu perduti li spisi, e allora diranno: la cosa
non avverrà, non può avvenire.»
A Venezia, le ragazze prendono la ventura mischiando insieme i tarocchi, e
poi vi fanno passare ad una ad una tutte le carte, dicendo: uomo, bell'uomo,
mercante, ladro, spia. Se quando passa il due di spade, si dice bell'uomo, è
segno che si sposerà un bell'uomo, se si dice spia, è segno che si sposerà
una spia, e così di seguito. Il giuoco si fa pure con una variante per sapere
se si è amati: si dice: mi ama, mi brama, mi vuol bene, così così, non me ne
vuole; la parola che si dice quando passa il due di spade dice la verità. Si
prova ancora l'amore nel modo seguente: si toglie un capello al damo, lo si
distende sopra una mano; con le unghie del pollice e dell'indice dell'altra
mano si distende in giù tre volte, ricordando il damo; poi si guarda come il
capello è rimasto: se il capello si rizza, è segno che il damo vuol bene (si
può confrontar qui la prova che si fa nell'Umbria con la fogliolina d'ulivo);
se nè si rizza nè si distende, l'amante non è caldo, se rimane disteso,
l'amante è intieramente freddo, e fa solo per celia. La vigilia di San
Giovanni si fanno tre lettere col nome che si vuole, ma differente per
ciascuna lettera, che si chiude ma non si suggella; e si va sul tetto e si
mettono le tre lettere sotto gli embrici. All'alba si torna sul tetto, e si è sicuri
di trovare una delle tre lettere aperte; il nome che è scritto in quella lettera
che s'apre è il nome dello sposo futuro. Si fa pure a Venezia la prova del
piombo, o quella della chiara d'uovo che le somiglia, ed anche quella della
pantofola, che si getta giù dalla scala; mancano tanti anni al matrimonio
quanti sono gli scalini che la pantofola ha passati andando giù, onde le
ragazze mettono ogni arte nel buttar con la punta del piede la pantofola
perch'ella ritorni allo scalino da cui si butta. Si pianta pure frumento in un
vaso, lo si inaffia e si mette al buio; dopo otto giorni, il grano è nato; se si
trova duro, verde, bello, si sposerà un giovine bello e ricco, se si trova
bianco o giallo, lo sposo non varrà niente. Se il frumento è bello, lo si lega
con un nastro rosso, e lo si mette in vista sul balcone, perchè si vegga quale
fortuna sta per toccare alla fanciulla. Si ascoltano pure a Venezia i nomi di
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quelli che passano la mattina di San Giovanni, e si fa pure una prova simile
a quella toscana e siciliana delle fave [44]. La prova de' fagiuoli riunisce
insieme le due prove; si va alla riva, e quando l'acqua è calma, si buttano ad
uno ad uno in mare, i tre fagiuoli dicendo:
Fasiol, bel fasiol,
Va più lontan che ti pol;
Va più lontan del mar,
Dime 'l nome de quello che m'à da sposar.
Allora si ascolta, ed il primo nome che si ode è quello di colui che si deve
sposare.
Per una simile ventura, s'invoca pure alla vigilia di Sant'Agostino questo
santo:
Sant'Agustin de l'abito,
Santo sè e santo sarè,
La mia fortuna vu la savè;
De la del mar, de qua del mar,
Diseme 'l nome che m'à da capitar.
Allora s'ascolta quello che l'acqua risponde, e il primo nome che si ode
rammentare sarà quello dello sposo futuro.
In Francia, nel mattino di San Giovanni, è il trifoglio che annunzia alle
ragazze un prossimo matrimonio o un matrimonio felice [45]. Una simile
credenza esiste in Italia pel trifoglio delle quattro foglie; lo rammenta pure
S. Farina, nel suo Tesoro di Donnina.
Nella Svezia, secondo il Léouzon Le Duc [46], la vigilia di San Giovanni tre
ragazze si raccolgono a preparare in silenzio un pasticcio, che insieme
fanno cuocere e dividono a caso in tre parti; le quali mangiano. Vanno
quindi a dormire e sognano la notte inevitabilmente un giovane che muove
alla lor volta con una dolcissima bevanda; quello è il giovine destinato a
menarle all'altare. È chiara la somiglianza di quest'uso con quelli di
Calcinaia sopra riferiti; un altro, pure della Svezia, ci richiama ai medesimi;
ma io temo che il Léouzon Le Duc non ce lo abbia descritto per intiero.
a quella toscana e siciliana delle fave [44]. La prova de' fagiuoli riunisce
insieme le due prove; si va alla riva, e quando l'acqua è calma, si buttano ad
uno ad uno in mare, i tre fagiuoli dicendo:
Fasiol, bel fasiol,
Va più lontan che ti pol;
Va più lontan del mar,
Dime 'l nome de quello che m'à da sposar.
Allora si ascolta, ed il primo nome che si ode è quello di colui che si deve
sposare.
Per una simile ventura, s'invoca pure alla vigilia di Sant'Agostino questo
santo:
Sant'Agustin de l'abito,
Santo sè e santo sarè,
La mia fortuna vu la savè;
De la del mar, de qua del mar,
Diseme 'l nome che m'à da capitar.
Allora s'ascolta quello che l'acqua risponde, e il primo nome che si ode
rammentare sarà quello dello sposo futuro.
In Francia, nel mattino di San Giovanni, è il trifoglio che annunzia alle
ragazze un prossimo matrimonio o un matrimonio felice [45]. Una simile
credenza esiste in Italia pel trifoglio delle quattro foglie; lo rammenta pure
S. Farina, nel suo Tesoro di Donnina.
Nella Svezia, secondo il Léouzon Le Duc [46], la vigilia di San Giovanni tre
ragazze si raccolgono a preparare in silenzio un pasticcio, che insieme
fanno cuocere e dividono a caso in tre parti; le quali mangiano. Vanno
quindi a dormire e sognano la notte inevitabilmente un giovane che muove
alla lor volta con una dolcissima bevanda; quello è il giovine destinato a
menarle all'altare. È chiara la somiglianza di quest'uso con quelli di
Calcinaia sopra riferiti; un altro, pure della Svezia, ci richiama ai medesimi;
ma io temo che il Léouzon Le Duc non ce lo abbia descritto per intiero.
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Secondo questo viaggiatore e dotto francese, le ragazze svedesi
compongono a San Giovanni un mazzo di nove fiori diversi, fra i quali
sempre l'hypericum o fior di San Giovanni; questi fiori vogliono essere
raccolti da nove campi diversi. Composto il mazzetto, lo mettono sotto il
guanciale e si coricano; quello che nella notte sogneranno, avverrà. Non
sembra egli probabile che ogni fiore abbia un suo proprio significato? e che
dal tirar fuori del mazzo a caso uno di quei fiori si disegni alle fanciulle
svedesi il loro destino? [47].
Ad altri oracoli d'amore ricorrono in Grecia per San Giovanni, ai quali
allude pure il canto popolare:
La sorte gettai per provarti
E la mia sorte mi disse che moglie ti pigli:
ed una prova sarebbe accennata in questo distico:
La mia mano ha ben presa la tua tenera mano,
Quest'è segno buono ch'io ti farò compagna [48].
Il dottor Pierviviano Zecchini, ne' suoi Quadri della Grecia Moderna [49], ci
ha fatti conoscere due de' pronostici nuziali ai quali ricorrono le fanciulle
greche. «San Giovanni, egli scrive, è per queste ragazze quello che San
Nicolò è per le giovani di molti paesi d'Italia, il quale, dappoi che dotò tre
fanciulle per condurre ad onor lor giovinezza, facendo il miracolo del pomo
d'oro, venne generalmente considerato il protettore delle pitocche, tanto più
che difficilmente ne troverebbero uno in terra, e al certo è meglio averlo in
paradiso che qui, ove lo stesso patrocinio è spesso pericoloso. Le zitelle
dell'isole dell'Egeo, nella vigilia della festa di quel santo, riunisconsi
insieme in varii drappelli, sia nelle chiuse stanze, sia nell'aperto de' campi,
con un bel pomo in mano, che però è meno bello delle fiorite lor guance; e
la prima cura in cui si occupano dopo qualche colloquio amichevole, o
qualche giuoco innocente, è di farsi recare dell'acqua da un secchio, o da
una sorgente. La persona ch'è incaricata di tale uffizio non deve proferire
alcuna parola, ed è perciò che quell'acqua è detta acqua secreta. Avuta che
la s'ebbe, se ne riempie un gran vaso, entro il quale ciascuna ragazza mette
il suo pomo, indi coprono il vaso, e lo chiudono a chiave; finita questa
compongono a San Giovanni un mazzo di nove fiori diversi, fra i quali
sempre l'hypericum o fior di San Giovanni; questi fiori vogliono essere
raccolti da nove campi diversi. Composto il mazzetto, lo mettono sotto il
guanciale e si coricano; quello che nella notte sogneranno, avverrà. Non
sembra egli probabile che ogni fiore abbia un suo proprio significato? e che
dal tirar fuori del mazzo a caso uno di quei fiori si disegni alle fanciulle
svedesi il loro destino? [47].
Ad altri oracoli d'amore ricorrono in Grecia per San Giovanni, ai quali
allude pure il canto popolare:
La sorte gettai per provarti
E la mia sorte mi disse che moglie ti pigli:
ed una prova sarebbe accennata in questo distico:
La mia mano ha ben presa la tua tenera mano,
Quest'è segno buono ch'io ti farò compagna [48].
Il dottor Pierviviano Zecchini, ne' suoi Quadri della Grecia Moderna [49], ci
ha fatti conoscere due de' pronostici nuziali ai quali ricorrono le fanciulle
greche. «San Giovanni, egli scrive, è per queste ragazze quello che San
Nicolò è per le giovani di molti paesi d'Italia, il quale, dappoi che dotò tre
fanciulle per condurre ad onor lor giovinezza, facendo il miracolo del pomo
d'oro, venne generalmente considerato il protettore delle pitocche, tanto più
che difficilmente ne troverebbero uno in terra, e al certo è meglio averlo in
paradiso che qui, ove lo stesso patrocinio è spesso pericoloso. Le zitelle
dell'isole dell'Egeo, nella vigilia della festa di quel santo, riunisconsi
insieme in varii drappelli, sia nelle chiuse stanze, sia nell'aperto de' campi,
con un bel pomo in mano, che però è meno bello delle fiorite lor guance; e
la prima cura in cui si occupano dopo qualche colloquio amichevole, o
qualche giuoco innocente, è di farsi recare dell'acqua da un secchio, o da
una sorgente. La persona ch'è incaricata di tale uffizio non deve proferire
alcuna parola, ed è perciò che quell'acqua è detta acqua secreta. Avuta che
la s'ebbe, se ne riempie un gran vaso, entro il quale ciascuna ragazza mette
il suo pomo, indi coprono il vaso, e lo chiudono a chiave; finita questa
Page 33
operazione, lo collocano sopra la terrazza della casa, o su d'un luogo
elevato, un poggetto, se in campagna; ed ivi lo si lascia all'aria libera
durante la notte. Nel domani, cioè nel giorno della festa del santo, voi
vedete quelle angeliche creature prese da una curiosità e trepidezza
inesprimibile, stringersi di nuovo insieme, finiti i vespri della chiesa; ned è
a temere che alcuna tardi a raggiungere le sue compagne. Postesi in
ginocchio, d'accordo innalzano una tenera e divota preghiera a San
Giovanni, la quale in conclusione non è che una invocazione ad Amore.
Cantato quest'inno, si fanno recare di nuovo il misterioso vaso pieno
d'acqua, che vien portato con somma precauzione; tosto che l'hanno
dinanzi, piene di una impaziente sollecitudine, lo aprono e ciascuna alla sua
volta prende un po' di quell'acqua secreta per versarla in un piccolo vaso,
nel quale pone anche il pomo che il giorno addietro aveva tuffato nel vaso
maggiore; e fatti tre segni di croce sì sopra l'uno che l'altro dei due
recipienti, comincia così ad apostrofare il santo nuvolato: «oh gran santo
Giovanni! fa che s'io debba sposare N.... questo vaso giri a destra, e, se non
deve essere mio sposo, si volga a mancina.» Quella delle giovani che
pronunciò questa preghiera, congiunge le mani in atto supplichevole, e
tenendo i pollici elevati e disgiunti tra loro, si mette davanti ad una delle sue
compagne, la quale fa la stessa cosa; appresso v'è una che colloca
sull'estremità di quei quattro pollici così ritti il vaso che, dicesi, non manca
mai di girare da sè a destra o a sinistra. Nello stesso giorno di san Giovanni
pongono in opera un altro mezzo, oltre quello del vaso pensile; e consiste
nel lavarsi il volto con quell'acqua secreta, in cui dev'essere già stato
immerso il pomo di ciascuna; poco dopo si conducono in istrada, se chiuse
erano in camera, o nel paese, se in campagna; strano è poi il primo nome di
un giovine che sentan a pronunciare, sia quello che debba essere il loro
sposo.» Il dottor Zecchini ricorda ancora l'uso delle fanciulle greche, per
assicurarsi se sono amate, di percotere sulla mano un petalo di rosa; se il
petalo scoppia, è buon segno; così il capraio di Teocrito, nella prima delle
egloghe, si duole con l'amata che il petalo d'un papavero schiacciato sul
braccio non avesse scoppiato.
Nell'India, il sedersi sulla coscia sinistra d'un uomo è segno di volerlo fare
suo sposo; il sedersi invece sulla coscia destra è proprio dei figli e delle
nuore [50]. Un moto singolare del braccio avverte il re Dushyanta
elevato, un poggetto, se in campagna; ed ivi lo si lascia all'aria libera
durante la notte. Nel domani, cioè nel giorno della festa del santo, voi
vedete quelle angeliche creature prese da una curiosità e trepidezza
inesprimibile, stringersi di nuovo insieme, finiti i vespri della chiesa; ned è
a temere che alcuna tardi a raggiungere le sue compagne. Postesi in
ginocchio, d'accordo innalzano una tenera e divota preghiera a San
Giovanni, la quale in conclusione non è che una invocazione ad Amore.
Cantato quest'inno, si fanno recare di nuovo il misterioso vaso pieno
d'acqua, che vien portato con somma precauzione; tosto che l'hanno
dinanzi, piene di una impaziente sollecitudine, lo aprono e ciascuna alla sua
volta prende un po' di quell'acqua secreta per versarla in un piccolo vaso,
nel quale pone anche il pomo che il giorno addietro aveva tuffato nel vaso
maggiore; e fatti tre segni di croce sì sopra l'uno che l'altro dei due
recipienti, comincia così ad apostrofare il santo nuvolato: «oh gran santo
Giovanni! fa che s'io debba sposare N.... questo vaso giri a destra, e, se non
deve essere mio sposo, si volga a mancina.» Quella delle giovani che
pronunciò questa preghiera, congiunge le mani in atto supplichevole, e
tenendo i pollici elevati e disgiunti tra loro, si mette davanti ad una delle sue
compagne, la quale fa la stessa cosa; appresso v'è una che colloca
sull'estremità di quei quattro pollici così ritti il vaso che, dicesi, non manca
mai di girare da sè a destra o a sinistra. Nello stesso giorno di san Giovanni
pongono in opera un altro mezzo, oltre quello del vaso pensile; e consiste
nel lavarsi il volto con quell'acqua secreta, in cui dev'essere già stato
immerso il pomo di ciascuna; poco dopo si conducono in istrada, se chiuse
erano in camera, o nel paese, se in campagna; strano è poi il primo nome di
un giovine che sentan a pronunciare, sia quello che debba essere il loro
sposo.» Il dottor Zecchini ricorda ancora l'uso delle fanciulle greche, per
assicurarsi se sono amate, di percotere sulla mano un petalo di rosa; se il
petalo scoppia, è buon segno; così il capraio di Teocrito, nella prima delle
egloghe, si duole con l'amata che il petalo d'un papavero schiacciato sul
braccio non avesse scoppiato.
Nell'India, il sedersi sulla coscia sinistra d'un uomo è segno di volerlo fare
suo sposo; il sedersi invece sulla coscia destra è proprio dei figli e delle
nuore [50]. Un moto singolare del braccio avverte il re Dushyanta
Page 34
dell'avvicinarsi della sposa nella Çakuntalâ di Kâlidása. I moti del corpo
seguono quelli dell'anima; nell'India e in Russia, si crede ancora che l'uomo
provi il bisogno di starnutare quando una donna pensa a lui.
In Italia si dice: «Chi a digiuno ha starnutato sarà nel giorno regalato o
mortificato.» A me sembra, per cagione del buon senso attribuito ai
proverbi, che quest'ultima parte del proverbio, ossia la mortificazione che
segue lo starnuto, sia un'aggiunta posteriore [51] fatta da chi non credeva alla
sincerità del primo proverbio. Gli augurii poi che accompagnano fra noi
l'uomo che starnuta, i prosit, le felicità, i Dio ti prosperi, i bonheur, gli
inchini che accolgono, ovunque ne arrivi il caso, colui che starnuta, sono,
come parmi, un resto della superstiziosa credenza, che considerava lo
starnuto come una benedizione.
I medici troveranno forse a questi augurii una ragione tutta igienica, ed
avranno l'augurio che si fa allo starnutante, come uno scongiuro di qualsiasi
caso apopletico che potesse cogliere l'uomo nell'atto dello starnutare. Ma io
non so allora perchè non si farebbero simiglianti augurii per colui che ha un
accesso di tosse, per dire d'un caso molto più pericoloso.
Stimo invece veramente che si avesse lo starnuto come avviso profetico, e
interpreto pur questa credenza col mito del tuono. Il tuono è uccello di buon
augurio, è il gallo che canta e farà piovere, nella mitologia vedica [52]; è
insomma il nunzio della pioggia; l'uomo suscitato da Prometeo, nella
mitologia ellenica, si fa sentire per mezzo di uno starnuto: ora Prometeo è
un eroe tutto solare e congiunto ai fenomeni del cielo tempestoso.
Raffigurato il tuono come uno starnuto del Dio, si potè agevolmente dare
anco allo starnuto, in genere, la virtù di presagire. In Oriente, lo starnuto,
specialmente del re, viene accompagnato da preghiere; per i Greci e per i
Latini, era una specie di oracolo. È noto il culto che ebbe ne' paesi
germanici il tuono e come vi si denominasse dal medesimo il giorno che noi
sacrammo pure a Giove tonante, ossia il giovedì (Donnerstag). Perciò il
giovedì rimase per i Tedeschi devoti alle antiche loro credenze, giorno di
riposo [53] e di festa; ma il giovedì, il giorno del tuono, viene essenzialmente
prescelto per compimento delle nozze, e i contadini tedeschi chiamano una
bella fanciulla da marito granata del tuono [54]. Giove tuona, Giove starnuta,
Giove benedice; il giorno sacro a Giove è ancora sacro a Giunone arbitra di
seguono quelli dell'anima; nell'India e in Russia, si crede ancora che l'uomo
provi il bisogno di starnutare quando una donna pensa a lui.
In Italia si dice: «Chi a digiuno ha starnutato sarà nel giorno regalato o
mortificato.» A me sembra, per cagione del buon senso attribuito ai
proverbi, che quest'ultima parte del proverbio, ossia la mortificazione che
segue lo starnuto, sia un'aggiunta posteriore [51] fatta da chi non credeva alla
sincerità del primo proverbio. Gli augurii poi che accompagnano fra noi
l'uomo che starnuta, i prosit, le felicità, i Dio ti prosperi, i bonheur, gli
inchini che accolgono, ovunque ne arrivi il caso, colui che starnuta, sono,
come parmi, un resto della superstiziosa credenza, che considerava lo
starnuto come una benedizione.
I medici troveranno forse a questi augurii una ragione tutta igienica, ed
avranno l'augurio che si fa allo starnutante, come uno scongiuro di qualsiasi
caso apopletico che potesse cogliere l'uomo nell'atto dello starnutare. Ma io
non so allora perchè non si farebbero simiglianti augurii per colui che ha un
accesso di tosse, per dire d'un caso molto più pericoloso.
Stimo invece veramente che si avesse lo starnuto come avviso profetico, e
interpreto pur questa credenza col mito del tuono. Il tuono è uccello di buon
augurio, è il gallo che canta e farà piovere, nella mitologia vedica [52]; è
insomma il nunzio della pioggia; l'uomo suscitato da Prometeo, nella
mitologia ellenica, si fa sentire per mezzo di uno starnuto: ora Prometeo è
un eroe tutto solare e congiunto ai fenomeni del cielo tempestoso.
Raffigurato il tuono come uno starnuto del Dio, si potè agevolmente dare
anco allo starnuto, in genere, la virtù di presagire. In Oriente, lo starnuto,
specialmente del re, viene accompagnato da preghiere; per i Greci e per i
Latini, era una specie di oracolo. È noto il culto che ebbe ne' paesi
germanici il tuono e come vi si denominasse dal medesimo il giorno che noi
sacrammo pure a Giove tonante, ossia il giovedì (Donnerstag). Perciò il
giovedì rimase per i Tedeschi devoti alle antiche loro credenze, giorno di
riposo [53] e di festa; ma il giovedì, il giorno del tuono, viene essenzialmente
prescelto per compimento delle nozze, e i contadini tedeschi chiamano una
bella fanciulla da marito granata del tuono [54]. Giove tuona, Giove starnuta,
Giove benedice; il giorno sacro a Giove è ancora sacro a Giunone arbitra di
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matrimoni, ossia sacro alle nozze; Giove starnuta; Giove si sposa, l'uomo
starnuta; dunque una donna ha pensato a lui; non altra origine parmi che si
possa attribuire più probabile alla superstizione indiana e russa, e in parte
pure italiana. Poichè, non conviene obbliarlo, se i creduli sono da
compatirsi, se la credulità umana è deplorevole, l'origine della credenza ha
quasi sempre un significato naturale che appaga la ragione. Ora io non so se
ho precisamente indovinato qui le fonti del proverbio italiano, che riguarda
lo starnuto, ma son contento di questa breve digressione che mi porge
opportunità di raccomandare ai nostri raccoglitori e comparatori di proverbi
la maggiore importanza ed utilità che avrebbero le loro fatiche se di alcuno
dei proverbi omai messi tutti insieme (gli essenziali al meno), si
muovessero finalmente a rintracciare quello che più ci rileva, cioè la loro
origine mitica e storica.
starnuta; dunque una donna ha pensato a lui; non altra origine parmi che si
possa attribuire più probabile alla superstizione indiana e russa, e in parte
pure italiana. Poichè, non conviene obbliarlo, se i creduli sono da
compatirsi, se la credulità umana è deplorevole, l'origine della credenza ha
quasi sempre un significato naturale che appaga la ragione. Ora io non so se
ho precisamente indovinato qui le fonti del proverbio italiano, che riguarda
lo starnuto, ma son contento di questa breve digressione che mi porge
opportunità di raccomandare ai nostri raccoglitori e comparatori di proverbi
la maggiore importanza ed utilità che avrebbero le loro fatiche se di alcuno
dei proverbi omai messi tutti insieme (gli essenziali al meno), si
muovessero finalmente a rintracciare quello che più ci rileva, cioè la loro
origine mitica e storica.
Page 36
IV.
Come si fa l'amore.
Sull'amore fu scritto tanto, dal Cantico dei Cantici a Stendhal. E pure il
capitolo che io metto qui era ancora da scriversi. Io so che, dal più al meno,
l'amore è sempre il medesimo, in sostanza; ma, nella forma, varia assai; e
variano poi non poco fra loro l'amore per l'amore e l'amore pel matrimonio.
Io mi lascio qui occupare da quest'ultimo soltanto.
A quale età incominciano gli amori? Non parlo degli erotici, ma di quelli
che hanno per fine il connubio. La questione, presso di noi, è risolta dalla
sola fanciulla; appena ella sia matura, le si può permettere d'incominciare a
far l'amore.
Ma nell'India antica, ove si facevano spose di otto anni, nell'India odierna,
ove si usa fidanzare le figlie a cinque o sei anni, sebbene si consegnino al
marito solo fra i dieci o dodici anni, ossia soltanto dopo che abbiano dato
segni di fecondità; presso i turchi ove si destina la fanciulla a tre o quattro
anni, per consegnarla a dodici o tredici: nel Kirmàn, ove si promettono le
fanciulle a nove anni e a tredici si sposano, non rimane evidentemente alle
fanciulle nessun tempo per fare all'amore. E, in genere, si può dire che ove
l'autorità paterna preme troppo la famiglia, non hanno luogo innamoramenti
che conducano a nozze.
Presso i Serbi la fanciulla viene fidanzata, prima di essere matura alle
nozze; ella obbedisce quindi al destino che le fa il padre. Il padre dispone
pure della fanciulla tra i russi; e lo stesso avveniva nella società romana,
ove la tirannide paterna era il solo governo della famiglia [55].
Il matrimonio si combinava dai parenti, che facevano gli sposi prima di
innamorarli [56].
Come si fa l'amore.
Sull'amore fu scritto tanto, dal Cantico dei Cantici a Stendhal. E pure il
capitolo che io metto qui era ancora da scriversi. Io so che, dal più al meno,
l'amore è sempre il medesimo, in sostanza; ma, nella forma, varia assai; e
variano poi non poco fra loro l'amore per l'amore e l'amore pel matrimonio.
Io mi lascio qui occupare da quest'ultimo soltanto.
A quale età incominciano gli amori? Non parlo degli erotici, ma di quelli
che hanno per fine il connubio. La questione, presso di noi, è risolta dalla
sola fanciulla; appena ella sia matura, le si può permettere d'incominciare a
far l'amore.
Ma nell'India antica, ove si facevano spose di otto anni, nell'India odierna,
ove si usa fidanzare le figlie a cinque o sei anni, sebbene si consegnino al
marito solo fra i dieci o dodici anni, ossia soltanto dopo che abbiano dato
segni di fecondità; presso i turchi ove si destina la fanciulla a tre o quattro
anni, per consegnarla a dodici o tredici: nel Kirmàn, ove si promettono le
fanciulle a nove anni e a tredici si sposano, non rimane evidentemente alle
fanciulle nessun tempo per fare all'amore. E, in genere, si può dire che ove
l'autorità paterna preme troppo la famiglia, non hanno luogo innamoramenti
che conducano a nozze.
Presso i Serbi la fanciulla viene fidanzata, prima di essere matura alle
nozze; ella obbedisce quindi al destino che le fa il padre. Il padre dispone
pure della fanciulla tra i russi; e lo stesso avveniva nella società romana,
ove la tirannide paterna era il solo governo della famiglia [55].
Il matrimonio si combinava dai parenti, che facevano gli sposi prima di
innamorarli [56].
Page 37
Se molti pertanto di tali matrimoni si fanno ancora tra noi ne ha colpa il
diritto romano [57]. Il diritto germanico portava invece altra libertà; i
Germani si sposavano assai tardi; anzi, avevano per cosa turpe che un uomo
conoscesse donna innanzi ai vent'anni [58]; questo voleva dire, che, prima di
imporsi un legame, l'uomo doveva sentirsi libero e liberamente imporselo.
Nè ad una donna era concesso, innanzi alla sua maturità, nè fidanzarsi, nè
essere fidanzata. Il diritto longobardico prescriveva i dodici anni
compiuti [59]. Anche la Brunilde dell'Edda aspetta i suoi dodici inverni per
darsi uno sposo. In Francia, non prima dei dodici anni, poteva una fanciulla
essere sposata. In Grecia, non prima de' quindici [60]; Platone, poi, nelle
Leggi e Aristotile nella Rettorica, fermano come età giusta per i maritaggi,
alla donna quella che passa fra i sedici e i diciotto; all'uomo quella che cade
fra i trenta e i trentacinque anni [61]; convien dire, che quell'ideale de' due
filosofi rispondesse alla consuetudine già viva tra la gente più ragionevole e
temperata. Così, nell'India, mentre sappiamo che l'uso esisteva di fidanzare
bambini e di sposare i figli giovanissimi, il Sahityadarpan.a viene fuori con
una sentenza moderatrice dell'uso: «L'uom saggio come penserà alle donne,
innanzi di aver terminato il suo tempo? il sole non manifesta il rosso
vespertino innanzi d'aver percorso l'intiero mondo».
Per tal modo, ora vediamo l'uso diventar legge e confermare; ora la legge
diventar uso e riparare.
In Italia, a dispetto del diritto romano, le fanciulle innanzi di andar a marito,
vogliono far all'amore, e in nessun paese forse si ama di più che fra noi, io
non dico certo con maggior forza, ma intendo con maggior facilità, varietà e
gaiezza. Qui ed in Grecia e un tantino pure in Ispagna i fidanzati si amano
cantando; vi è strepito e vi è pompa ne' nostri amori; perciò i nostri amori si
prestano agevolmente a venir descritti. In Italia poi il canto popolare è quasi
tutto amore: e ci sovrabbonda.
Quale contrasto fra le nostre fanciulle da marito e la serba Roskanda vittima
di Marco Cralievic', in onore della quale la poesia canta: «La fanciulla
crebbe rinchiusa, crebbe, dicono, quindici anni, nè vide sole nè luna [62]». Si
lotta qui ancora e in Grecia e in Ispagna contro la gelosia de' parenti; ma
essa non basta ad arrestare ne' suoi amori la giovine coppia che si vuol
sposare. In un racconto popolare spagnuolo [63], l'amante inveisce, con una
diritto romano [57]. Il diritto germanico portava invece altra libertà; i
Germani si sposavano assai tardi; anzi, avevano per cosa turpe che un uomo
conoscesse donna innanzi ai vent'anni [58]; questo voleva dire, che, prima di
imporsi un legame, l'uomo doveva sentirsi libero e liberamente imporselo.
Nè ad una donna era concesso, innanzi alla sua maturità, nè fidanzarsi, nè
essere fidanzata. Il diritto longobardico prescriveva i dodici anni
compiuti [59]. Anche la Brunilde dell'Edda aspetta i suoi dodici inverni per
darsi uno sposo. In Francia, non prima dei dodici anni, poteva una fanciulla
essere sposata. In Grecia, non prima de' quindici [60]; Platone, poi, nelle
Leggi e Aristotile nella Rettorica, fermano come età giusta per i maritaggi,
alla donna quella che passa fra i sedici e i diciotto; all'uomo quella che cade
fra i trenta e i trentacinque anni [61]; convien dire, che quell'ideale de' due
filosofi rispondesse alla consuetudine già viva tra la gente più ragionevole e
temperata. Così, nell'India, mentre sappiamo che l'uso esisteva di fidanzare
bambini e di sposare i figli giovanissimi, il Sahityadarpan.a viene fuori con
una sentenza moderatrice dell'uso: «L'uom saggio come penserà alle donne,
innanzi di aver terminato il suo tempo? il sole non manifesta il rosso
vespertino innanzi d'aver percorso l'intiero mondo».
Per tal modo, ora vediamo l'uso diventar legge e confermare; ora la legge
diventar uso e riparare.
In Italia, a dispetto del diritto romano, le fanciulle innanzi di andar a marito,
vogliono far all'amore, e in nessun paese forse si ama di più che fra noi, io
non dico certo con maggior forza, ma intendo con maggior facilità, varietà e
gaiezza. Qui ed in Grecia e un tantino pure in Ispagna i fidanzati si amano
cantando; vi è strepito e vi è pompa ne' nostri amori; perciò i nostri amori si
prestano agevolmente a venir descritti. In Italia poi il canto popolare è quasi
tutto amore: e ci sovrabbonda.
Quale contrasto fra le nostre fanciulle da marito e la serba Roskanda vittima
di Marco Cralievic', in onore della quale la poesia canta: «La fanciulla
crebbe rinchiusa, crebbe, dicono, quindici anni, nè vide sole nè luna [62]». Si
lotta qui ancora e in Grecia e in Ispagna contro la gelosia de' parenti; ma
essa non basta ad arrestare ne' suoi amori la giovine coppia che si vuol
sposare. In un racconto popolare spagnuolo [63], l'amante inveisce, con una
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strofa, contro la vecchia suocera, e in un canto popolare [64] disfida il padre
della fanciulla ch'ei vuole far sua.
Amore, nel mezzogiorno, è audace e non ha scrupoli e non fa differenza, o,
come dice Pietro Belfiore, nella Tancia di Buonarroti il giovine [65]:
. . . . . . . non la guarda al casato,
Nè fa provanze, o leggi Prioristi;
Ma ch'egli agguaglia il piccin col maggiore,
E nobiltà non guarda, nè onore.
Amore fra noi è un vero attacco, che si fa col canto. Nell'Abruzzo teramano,
piglia talora forma di una caccia [66], e se la fanciulla si mostra ritrosa, sono
schioppettate di versi insolenti che la maltrattano.
A Mineo in Sicilia, sembra, ad un assedio per approcci, l'amante fa tanti
passi quanti sono i versi ch'egli canta; all'ultimo verso, che chiamano piede,
egli fa pure l'ultimo passo, e si trova sotto la finestra della innamorata. In
altre parti della Sicilia, amore è seduzione; la comare tenta il cuore della
fanciulla, con le lodi del giovine:
Signura zita [67], signora damuzza [68]
Voi siti ciuri [69] di vera biddizza [70]
Lu vostru zitu si tagghia e sminuzza
E cè sguagghia [71] lu cori a stizza a stizza [72]
Beddu [73] diamanti aviti a ssa [74] manuzza [75]
'N pettini d'oru 'ntra ssa biunna trizza [76]
Quannu [77] si 'nguaggirà [78] ssa zitiduzza
Spinci [79], Amuri, bannera [80] d'alligrizza.
Vi fazzu, 'ngnura [81] zita, la bon'ura,
Cu ssa facciudda [82] di 'na ninfa antera [83]
Aviti li vranchizzi [84] di la luna,
E lu sblennuri [85] di 'na nova sfera [86];
Aviti un garzuneddu ca v'adura,
Ch'è chinu di biddizzi di primera;
Gesù lodatu sia ca junci ss'ura,
Si junci tu stinnardu [87] e la bannera.
della fanciulla ch'ei vuole far sua.
Amore, nel mezzogiorno, è audace e non ha scrupoli e non fa differenza, o,
come dice Pietro Belfiore, nella Tancia di Buonarroti il giovine [65]:
. . . . . . . non la guarda al casato,
Nè fa provanze, o leggi Prioristi;
Ma ch'egli agguaglia il piccin col maggiore,
E nobiltà non guarda, nè onore.
Amore fra noi è un vero attacco, che si fa col canto. Nell'Abruzzo teramano,
piglia talora forma di una caccia [66], e se la fanciulla si mostra ritrosa, sono
schioppettate di versi insolenti che la maltrattano.
A Mineo in Sicilia, sembra, ad un assedio per approcci, l'amante fa tanti
passi quanti sono i versi ch'egli canta; all'ultimo verso, che chiamano piede,
egli fa pure l'ultimo passo, e si trova sotto la finestra della innamorata. In
altre parti della Sicilia, amore è seduzione; la comare tenta il cuore della
fanciulla, con le lodi del giovine:
Signura zita [67], signora damuzza [68]
Voi siti ciuri [69] di vera biddizza [70]
Lu vostru zitu si tagghia e sminuzza
E cè sguagghia [71] lu cori a stizza a stizza [72]
Beddu [73] diamanti aviti a ssa [74] manuzza [75]
'N pettini d'oru 'ntra ssa biunna trizza [76]
Quannu [77] si 'nguaggirà [78] ssa zitiduzza
Spinci [79], Amuri, bannera [80] d'alligrizza.
Vi fazzu, 'ngnura [81] zita, la bon'ura,
Cu ssa facciudda [82] di 'na ninfa antera [83]
Aviti li vranchizzi [84] di la luna,
E lu sblennuri [85] di 'na nova sfera [86];
Aviti un garzuneddu ca v'adura,
Ch'è chinu di biddizzi di primera;
Gesù lodatu sia ca junci ss'ura,
Si junci tu stinnardu [87] e la bannera.
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'Ngnura zita, vi fazzu la bon'ura,
Facci 'nfatata di ninfa sirena,
Ccà [88] cc'é lu vostru zitu chi v'adura,
Chinu di fantasia tuta sirena:
'Ntra ssu pittuzzu portati la luna,
E 'intra li manu lu suli, Gna Mena [89],
E sia ludata 'sta jurnata e 'st'ura,
Guditivi lu munnu sanza pena.
Più spesso il seduttore è il damo stesso, come in un canto popolare
piemontese inedito, il quale io pubblico qui non perchè, secondo la variante
del Nisard,
Il faut de l'inédit, n'en fût-il plus au monde,
ma perchè questo dialogo in versi fra il pretendente e la dama, goffo com'è,
rende ad evidenza i rozzi amori delle campagne piemontesi, dove spesso
una crollata di spalle od uno sgarbo simigliante della ragazza che
accompagni un suo sorriso è un'eloquente maniera d'invito. Si cantava, un
tempo, a Riva di Chieri, nella prima visita che il giovine faceva alla stalla
della ragazza. La ragazza finisce con una risposta insolente, dove accenna,
come se ella ama poco, egli ama punto, dopo la quale, probabilmente, ella si
ritirava ridendo, e col suo riso, impegnava l'amante al ritorno:
— Bela fìa d'l faudal rigà,
Seve cuntenta che 'l me braie a tucu vost faudà?
— El me faudà l'è d' canavassia,
Venta tuchelu cun bela grassia.
— Oh bela fìa, stala fr'sca l'eva ant la sìa?
— A sta fr'sca e dulenta.
— Si turneisa n'autra seira, sariive cuntent?
— O cuntenta, o no, p'r na volta venta nen di che d'no.
— O bella fìa, chi sei tant bin risponde,
L'acqua d'l mar va a bell'unde.
— O bel unde, o bei saut,
Mì sai rispunde sussì e d'autr.
— Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?
Facci 'nfatata di ninfa sirena,
Ccà [88] cc'é lu vostru zitu chi v'adura,
Chinu di fantasia tuta sirena:
'Ntra ssu pittuzzu portati la luna,
E 'intra li manu lu suli, Gna Mena [89],
E sia ludata 'sta jurnata e 'st'ura,
Guditivi lu munnu sanza pena.
Più spesso il seduttore è il damo stesso, come in un canto popolare
piemontese inedito, il quale io pubblico qui non perchè, secondo la variante
del Nisard,
Il faut de l'inédit, n'en fût-il plus au monde,
ma perchè questo dialogo in versi fra il pretendente e la dama, goffo com'è,
rende ad evidenza i rozzi amori delle campagne piemontesi, dove spesso
una crollata di spalle od uno sgarbo simigliante della ragazza che
accompagni un suo sorriso è un'eloquente maniera d'invito. Si cantava, un
tempo, a Riva di Chieri, nella prima visita che il giovine faceva alla stalla
della ragazza. La ragazza finisce con una risposta insolente, dove accenna,
come se ella ama poco, egli ama punto, dopo la quale, probabilmente, ella si
ritirava ridendo, e col suo riso, impegnava l'amante al ritorno:
— Bela fìa d'l faudal rigà,
Seve cuntenta che 'l me braie a tucu vost faudà?
— El me faudà l'è d' canavassia,
Venta tuchelu cun bela grassia.
— Oh bela fìa, stala fr'sca l'eva ant la sìa?
— A sta fr'sca e dulenta.
— Si turneisa n'autra seira, sariive cuntent?
— O cuntenta, o no, p'r na volta venta nen di che d'no.
— O bella fìa, chi sei tant bin risponde,
L'acqua d'l mar va a bell'unde.
— O bel unde, o bei saut,
Mì sai rispunde sussì e d'autr.
— Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?
Page 40
— La mia füssa parei d'la vostra savrìa deve risposta.
— Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?
— La mia l'è sut al tavul, la vostra l'è a ca d'l diavul [90].
Negli Apennini liguri, gli innamorati cantano la seguente canzone, che io
ricevo dalla gentilezza del Celesia: la fanciulla non vuole aprire all'amante
ma al fidanzato; perciò il giovine promette ritornare il giorno dopo con
l'anello. Se non sia intieramente opera di popolo, questa canzone spira tutta
la grazia e naturalezza dei canti popolari:
— Chi picca la mia porta?
Chi l'è che picca lì?
— L'è il vostr'amant, Maria;
Vi prego in cortesia,
Bella, vegnì a dervì [91]
— V'ho mai dovert [92] a st'ora,
Nanca vi vôi dervì [93];
Son scalza, in camisola,
Mi [94] dentro e voi di fora,
Sté [95] lì fin che l'è dì.
— La porta di voi, bella,
Mai più la vederò,
Me fate [96] un gran disdegno,
Lo porterò per segno,
Fin che scamperò.
— Se vú mì bandonate,
Mì 'm morirò d' magon [97];
Ma 'm [98] preme il mio onore
Tant come il vostro amore;
Abbié [99] un po' compassion.
— Se il raggio della luna
Splendesse come il sol,
Mì vorris scriv [100], Marìa,
La vostra scortesìa
In lod del vostr'onor.
— Vi las la bonasira [101];
— Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?
— La mia l'è sut al tavul, la vostra l'è a ca d'l diavul [90].
Negli Apennini liguri, gli innamorati cantano la seguente canzone, che io
ricevo dalla gentilezza del Celesia: la fanciulla non vuole aprire all'amante
ma al fidanzato; perciò il giovine promette ritornare il giorno dopo con
l'anello. Se non sia intieramente opera di popolo, questa canzone spira tutta
la grazia e naturalezza dei canti popolari:
— Chi picca la mia porta?
Chi l'è che picca lì?
— L'è il vostr'amant, Maria;
Vi prego in cortesia,
Bella, vegnì a dervì [91]
— V'ho mai dovert [92] a st'ora,
Nanca vi vôi dervì [93];
Son scalza, in camisola,
Mi [94] dentro e voi di fora,
Sté [95] lì fin che l'è dì.
— La porta di voi, bella,
Mai più la vederò,
Me fate [96] un gran disdegno,
Lo porterò per segno,
Fin che scamperò.
— Se vú mì bandonate,
Mì 'm morirò d' magon [97];
Ma 'm [98] preme il mio onore
Tant come il vostro amore;
Abbié [99] un po' compassion.
— Se il raggio della luna
Splendesse come il sol,
Mì vorris scriv [100], Marìa,
La vostra scortesìa
In lod del vostr'onor.
— Vi las la bonasira [101];
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Diman ritornerò;
Vi porterò ú anello [102]
Tutto dorato e bello;
Con quel vi sposerò.
Dalla lingua adoperata in questo canto mi parrebbe che esso fosse passato
in Liguria dal Monferrato, mentre poi vi spira dentro un'aura di serenata
provenzale.
Nel Canavese è popolarissima una canzone che chiamano Martina, la quale
cantata forse, in antico, da un così detto Martino di Madonna che tornava
dalla fiera con un dono per la sua innamorata, o per il padre di essa, si ripete
ora innanzi alla porta delle stalle dai giovani pretendenti e dalle ragazze che
vi sono ricercate, chiamate le vioire ossia le vegliatrici. È una gara di canto.
Vi sono strofe obbligate che tutti sanno a memoria; ve ne sono altre
intermedie che conviene improvvisare; se quei di fuori, cioè i giovani,
s'arrestano nel canto e non trovano più la via di continuare, non pure non
viene loro aperto l'uscio dalle vegliatrici, ma essi si raccomandano alle
gambe per non lasciarsi riconoscere e per evitare il ridicolo; se, invece,
s'imbrogliano le vegliatrici, i giovani irrompono nella stalla, urlano e
sghignazzano per la riportata vittoria.
Quindi si danno liberamente a corteggiar le loro dame; ma se, mentre essi
corteggiano, arriva un'altra brigata di giovani per cantar Martina e dal canto
escono pur questi con onore, si apre alla nuova brigata ed i primi venuti se
ne vanno, per la necessità di obbedire al proverbio canavesano che dice: chi
ch'a l'a môt ch'ansaca [103]. Ecco ora le strofe obbligate della canzone
Martina; prima delle ultime due strofe vanno le improvvisate, le quali
possono essere molte o poche, secondo la pazienza od impazienza degli
innamorati [104]:
I giovani: Oh! buña seira, vioire,
Corpo d' mi! buña seira.
Oh! buña seira, vioire,
O vioire, buña seira.
Le giovani: Chielu ch'a j'è lì d' fora?
Corpo d' mi, chi ch'a j'è lì?
Vi porterò ú anello [102]
Tutto dorato e bello;
Con quel vi sposerò.
Dalla lingua adoperata in questo canto mi parrebbe che esso fosse passato
in Liguria dal Monferrato, mentre poi vi spira dentro un'aura di serenata
provenzale.
Nel Canavese è popolarissima una canzone che chiamano Martina, la quale
cantata forse, in antico, da un così detto Martino di Madonna che tornava
dalla fiera con un dono per la sua innamorata, o per il padre di essa, si ripete
ora innanzi alla porta delle stalle dai giovani pretendenti e dalle ragazze che
vi sono ricercate, chiamate le vioire ossia le vegliatrici. È una gara di canto.
Vi sono strofe obbligate che tutti sanno a memoria; ve ne sono altre
intermedie che conviene improvvisare; se quei di fuori, cioè i giovani,
s'arrestano nel canto e non trovano più la via di continuare, non pure non
viene loro aperto l'uscio dalle vegliatrici, ma essi si raccomandano alle
gambe per non lasciarsi riconoscere e per evitare il ridicolo; se, invece,
s'imbrogliano le vegliatrici, i giovani irrompono nella stalla, urlano e
sghignazzano per la riportata vittoria.
Quindi si danno liberamente a corteggiar le loro dame; ma se, mentre essi
corteggiano, arriva un'altra brigata di giovani per cantar Martina e dal canto
escono pur questi con onore, si apre alla nuova brigata ed i primi venuti se
ne vanno, per la necessità di obbedire al proverbio canavesano che dice: chi
ch'a l'a môt ch'ansaca [103]. Ecco ora le strofe obbligate della canzone
Martina; prima delle ultime due strofe vanno le improvvisate, le quali
possono essere molte o poche, secondo la pazienza od impazienza degli
innamorati [104]:
I giovani: Oh! buña seira, vioire,
Corpo d' mi! buña seira.
Oh! buña seira, vioire,
O vioire, buña seira.
Le giovani: Chielu ch'a j'è lì d' fora?
Corpo d' mi, chi ch'a j'è lì?
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Sangh d' mi; chi ch'a j'è fora?
Chielu? chi ch'a j'è lì?
I giovani: I sun Martin d' Madona,
Corpo d' mi! i sun Martina,
I sun Martin d' Madonna
Sangh d' mi! Martin Martina,
Le giovani: Duv sestu stait, Martina?
Corp d' mi! duv sestu stait?
Duv sestu stait Martina?
Sangh d' mi! duv sestu stait?
I giovani: A la gran fera, vioire,
Corpo d' mi! a la gran fera,
A la gran fera, vioire,
Sangue d' mi! a la gran fera,
Le giovani: Cos l'astu cumprà d' fera,
Corp d' mi! cos t'as cumprà?
Cos l'astu cumprà d' fera,
Sangh d' mi! cos t'as cumprà?
I giovani: Un bel caplin, vioire,
Corp d' mi, vioire, ün caplin.
Un bel caplin, vioire,
Sangh d' mi! vioire, ün caplin.
Le vegliatrici seguono a domandare col canto come sia ornato il cappello,
quanto costi, a chi sia destinato: se i giovani rispondono finalmente che esso
va al padrone della stalla, le vegliatrici per lo più si dichiarano contente;
allora i giovani ripigliano:
I giovani: Dörbimi l'üss, o vioire,
Corpo d' mi, dörbimi l'üss,
Dörbimi l'üss, vioire,
Sangh d' mi, dörbimi l'üss.
Chielu? chi ch'a j'è lì?
I giovani: I sun Martin d' Madona,
Corpo d' mi! i sun Martina,
I sun Martin d' Madonna
Sangh d' mi! Martin Martina,
Le giovani: Duv sestu stait, Martina?
Corp d' mi! duv sestu stait?
Duv sestu stait Martina?
Sangh d' mi! duv sestu stait?
I giovani: A la gran fera, vioire,
Corpo d' mi! a la gran fera,
A la gran fera, vioire,
Sangue d' mi! a la gran fera,
Le giovani: Cos l'astu cumprà d' fera,
Corp d' mi! cos t'as cumprà?
Cos l'astu cumprà d' fera,
Sangh d' mi! cos t'as cumprà?
I giovani: Un bel caplin, vioire,
Corp d' mi, vioire, ün caplin.
Un bel caplin, vioire,
Sangh d' mi! vioire, ün caplin.
Le vegliatrici seguono a domandare col canto come sia ornato il cappello,
quanto costi, a chi sia destinato: se i giovani rispondono finalmente che esso
va al padrone della stalla, le vegliatrici per lo più si dichiarano contente;
allora i giovani ripigliano:
I giovani: Dörbimi l'üss, o vioire,
Corpo d' mi, dörbimi l'üss,
Dörbimi l'üss, vioire,
Sangh d' mi, dörbimi l'üss.
Page 43
Le giovani: Eco düvert, Martina,
Corpo d' mi, l'üss è düvert,
A l'è düvert, Martina,
Sangh d' mi, l'üss è düvert.
Il canto era già caro agli innamorati romani, come parmi rilevare dal
Curculion di Plauto [105]; ma in Toscana, particolarmente, l'amore visse e
vive di canto. Nel mese di maggio, altrimenti chiamato mese degli amori,
mese degli asini [106], mensis hilaritatis, si festeggia qui la natura che si
rifeconda e il canto viene ad accompagnare questo allegro ridestamento; e
poichè il mondo vegetale e l'animale si danno vita reciproca, si benedice ai
campi e si preparano nuove spese, si porta in giro un albero fronzuto, il così
detto maio, carico di fiori e frutte, come segno che la natura è ridesta, e si
pianta innanzi all'uscio delle belle come augurio di una fecondità novella.
Ma in Italia è difficile immaginare una festa senza suoni e canti; in Toscana,
ove il maggio si festeggia, cantano pure il maggio, e maggio, per l'appunto,
si addimanda questa canzone. A San Romolo, paesello, che dista due sole
miglia dal luogo in cui scrivo, il primo di maggio, usavano raccogliersi
sotto un padiglione dodici garzoni e dodici fanciulle per cantare il maggio;
in altre parti della Toscana e nel Perugino, usano i maggiaiuoli andare
attorno in brigata, di casa in casa, presso le varie innamorate, che
discendono a regalarli di uova, formaggio, berlingozzi, rinfreschi e simili
presenti. Il Tigri [107] riferisce due delle antiche canzoni che si cantano per
calendimaggio, ossia il primo giorno di maggio; la seconda soltanto fa
all'oggetto nostro ed è questa:
Or è di maggio, e fiorito è il limone;
Ora è di maggio, e gli è fiorito i rami;
Ora è di maggio che fiorito è i fiori;
Noi salutiamo di casa il padrone.
Salutiam le ragazze co' suoi dami.
Salutiam le ragazze co' suoi amori.
Talora i suoni e canti per la festa di maggio sono accompagnati da giuochi;
così era in Francia [108]; così ancora in Sardegna e particolarmente ad Ozieri.
«I giovani d'ambo i sessi si adunano e siedono in circolo innanzi alla casa
Corpo d' mi, l'üss è düvert,
A l'è düvert, Martina,
Sangh d' mi, l'üss è düvert.
Il canto era già caro agli innamorati romani, come parmi rilevare dal
Curculion di Plauto [105]; ma in Toscana, particolarmente, l'amore visse e
vive di canto. Nel mese di maggio, altrimenti chiamato mese degli amori,
mese degli asini [106], mensis hilaritatis, si festeggia qui la natura che si
rifeconda e il canto viene ad accompagnare questo allegro ridestamento; e
poichè il mondo vegetale e l'animale si danno vita reciproca, si benedice ai
campi e si preparano nuove spese, si porta in giro un albero fronzuto, il così
detto maio, carico di fiori e frutte, come segno che la natura è ridesta, e si
pianta innanzi all'uscio delle belle come augurio di una fecondità novella.
Ma in Italia è difficile immaginare una festa senza suoni e canti; in Toscana,
ove il maggio si festeggia, cantano pure il maggio, e maggio, per l'appunto,
si addimanda questa canzone. A San Romolo, paesello, che dista due sole
miglia dal luogo in cui scrivo, il primo di maggio, usavano raccogliersi
sotto un padiglione dodici garzoni e dodici fanciulle per cantare il maggio;
in altre parti della Toscana e nel Perugino, usano i maggiaiuoli andare
attorno in brigata, di casa in casa, presso le varie innamorate, che
discendono a regalarli di uova, formaggio, berlingozzi, rinfreschi e simili
presenti. Il Tigri [107] riferisce due delle antiche canzoni che si cantano per
calendimaggio, ossia il primo giorno di maggio; la seconda soltanto fa
all'oggetto nostro ed è questa:
Or è di maggio, e fiorito è il limone;
Ora è di maggio, e gli è fiorito i rami;
Ora è di maggio che fiorito è i fiori;
Noi salutiamo di casa il padrone.
Salutiam le ragazze co' suoi dami.
Salutiam le ragazze co' suoi amori.
Talora i suoni e canti per la festa di maggio sono accompagnati da giuochi;
così era in Francia [108]; così ancora in Sardegna e particolarmente ad Ozieri.
«I giovani d'ambo i sessi si adunano e siedono in circolo innanzi alla casa
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d'uno di essi; allora ricopronsi d'un bianco lenzuolo, e collocano in mezzo a
loro un canestro in cui ciascuno degli astanti depone un oggetto proprio.
Eseguito il deposito, una ragazzina eletta dalla società ad estrarre le cose
nascoste, copre il canestro e gli siede accanto. Ma innanzi che la giovinetta
s'accinga all'estrazione, una delle fanciulle che compongono il giuoco,
intuona una strofa d'una canzone così concepita:
Maju maju beni venga
Cun totu su sole e amore
Cun s'arma e cun su fiore
E cun sa margaritina.
Succede a questa un'altra strofa di felice augurio e di complimento, finita la
quale, la ragazza estrae dal canestro un oggetto di cui il proprietario è
designato ad accettare il voto e la felicitazione. La cantatrice ripetendo poi
la strofa primiera, a quella ne aggiunge un'altra di funesto presagio, che si
rivolge e devesi accettare dalla persona, il cui oggetto è
contemporaneamente tratto dal canestro. Continuando il giuoco in questa
maniera sino alla perfetta mancanza di oggetti, ne avviene che mezza
l'assemblea è favorita, l'altra maltrattata» [109].
Questa descrizione di un giuoco della sorte fatta col canestro agevola,
parmi, la via a dichiarare una espressione tedesca, molto originale. I
tedeschi dicono: einen Korb geben, ossia dare un corbello [110] per rifiutare
e particolarmente dare un rifiuto di matrimonio. È probabile che, in un
giuoco di sorte, simile a quello che si fa in Sardegna, si lasciasse
qualcheduno dei giovani senza regali, ossia col canestro vuoto.
Abbiamo veduto fin qui in quale età si incominci a far l'amore, per fine di
matrimonio, e come il canto sia fra noi mezzano di tali amori; mi giova ora
ricercare quale stagione dell'anno sia loro più propizia e qual luogo li
favorisca meglio.
Trattandosi di usi popolari, conviene studiarli fra il popolo, e
particolarmente nel contado, dove il popolo è più di sè stesso.
La vera poesia dei nostri amori vive sulle aie e nelle stalle; la prima
conoscenza si fa per lo più sulle aie, quando si batte il grano o si spanna il
loro un canestro in cui ciascuno degli astanti depone un oggetto proprio.
Eseguito il deposito, una ragazzina eletta dalla società ad estrarre le cose
nascoste, copre il canestro e gli siede accanto. Ma innanzi che la giovinetta
s'accinga all'estrazione, una delle fanciulle che compongono il giuoco,
intuona una strofa d'una canzone così concepita:
Maju maju beni venga
Cun totu su sole e amore
Cun s'arma e cun su fiore
E cun sa margaritina.
Succede a questa un'altra strofa di felice augurio e di complimento, finita la
quale, la ragazza estrae dal canestro un oggetto di cui il proprietario è
designato ad accettare il voto e la felicitazione. La cantatrice ripetendo poi
la strofa primiera, a quella ne aggiunge un'altra di funesto presagio, che si
rivolge e devesi accettare dalla persona, il cui oggetto è
contemporaneamente tratto dal canestro. Continuando il giuoco in questa
maniera sino alla perfetta mancanza di oggetti, ne avviene che mezza
l'assemblea è favorita, l'altra maltrattata» [109].
Questa descrizione di un giuoco della sorte fatta col canestro agevola,
parmi, la via a dichiarare una espressione tedesca, molto originale. I
tedeschi dicono: einen Korb geben, ossia dare un corbello [110] per rifiutare
e particolarmente dare un rifiuto di matrimonio. È probabile che, in un
giuoco di sorte, simile a quello che si fa in Sardegna, si lasciasse
qualcheduno dei giovani senza regali, ossia col canestro vuoto.
Abbiamo veduto fin qui in quale età si incominci a far l'amore, per fine di
matrimonio, e come il canto sia fra noi mezzano di tali amori; mi giova ora
ricercare quale stagione dell'anno sia loro più propizia e qual luogo li
favorisca meglio.
Trattandosi di usi popolari, conviene studiarli fra il popolo, e
particolarmente nel contado, dove il popolo è più di sè stesso.
La vera poesia dei nostri amori vive sulle aie e nelle stalle; la prima
conoscenza si fa per lo più sulle aie, quando si batte il grano o si spanna il
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granturco; si conferma l'inverno nelle calde stalle. Nel Pesarese, per
esempio, il giovine leva dal pagliaio una pagliuzza, e si gingilla con essa
dichiarando il suo amore alla ragazza, con una di queste tre formole quasi
consacrate «A vlet donca to' marit? [111]» V' piac'ria la mi' persona? [112]»
«V' piac'ria chesa nostra? [113]» Al che, la ragazza abbassa gli occhi, e,
avvolgendosi attorno alle dita le fettuccie dello zinnale o copriseno,
risponde, secondo la sua varia modestia e voglia, con un «magara fussa!
[114]» oppure con un «Santit mal bab o malla mama [115]».
Nel Monferrato, scrive il signor Ferraro [116], nella vigilia di Natale o
dell'Epifania, si usa circondare un cerchio di legno di aranci, di castagne, di
pomi, e si attacca al solaio. Se la ragazza, a cui un giovanotto offre frutta,
accetta dalle mani di lui qualche cosa, si intende che accetti anche di
amarlo.
Talvolta, fatta la prima conoscenza ne' campi o sull'aia o alle vendemmie, si
elegge come luogo per dichiarare l'amore il sagrato della chiesa.
Nell'Osimano, per esempio, i contadini che hanno fissata una ragazza,
l'appostano al fine della messa sulla porta della chiesa; e quando ella esce,
con un colpo di gomito, le fanno intendere come sospirano per essa.
Non di rado ancora le ragazze si attirano dietro i giovani, quando muovono
vestite pomposamente nella processione del Corpus Domini. E queste
nostre processioni mi richiamano in mente la descrizione che ci fa
Senofonte Efesio delle nozze di Abrocome ed Anzia. «Celebravasi la festa
di Diana, solennità del paese, andandosi dalla città al tempio, per lo spazio
di sette ottavi di miglio. Era d'uopo che gissero in processione tutte le
donzelle di quella contrada, sontuosamente adorne ecc.... Poichè
costumanza era in quella ragunata di trovare gli sposi alle pulzelle e le
donne ai garzoni» [117].
Ma dove l'amore piglia più spesso radice è nelle stalle. Ordinariamente,
quando il giovine vi entra, sa già quello che va a cercarvi; ma rimane, per
contro, ancora incerto, se la ragazza da marito, o mariora, come in
Piemonte la chiamano, lo voglia o no. Per non esporsi alla vergogna di un
rifiuto, egli manda alcuna volta innanzi il così detto messaggiero d'amore.
esempio, il giovine leva dal pagliaio una pagliuzza, e si gingilla con essa
dichiarando il suo amore alla ragazza, con una di queste tre formole quasi
consacrate «A vlet donca to' marit? [111]» V' piac'ria la mi' persona? [112]»
«V' piac'ria chesa nostra? [113]» Al che, la ragazza abbassa gli occhi, e,
avvolgendosi attorno alle dita le fettuccie dello zinnale o copriseno,
risponde, secondo la sua varia modestia e voglia, con un «magara fussa!
[114]» oppure con un «Santit mal bab o malla mama [115]».
Nel Monferrato, scrive il signor Ferraro [116], nella vigilia di Natale o
dell'Epifania, si usa circondare un cerchio di legno di aranci, di castagne, di
pomi, e si attacca al solaio. Se la ragazza, a cui un giovanotto offre frutta,
accetta dalle mani di lui qualche cosa, si intende che accetti anche di
amarlo.
Talvolta, fatta la prima conoscenza ne' campi o sull'aia o alle vendemmie, si
elegge come luogo per dichiarare l'amore il sagrato della chiesa.
Nell'Osimano, per esempio, i contadini che hanno fissata una ragazza,
l'appostano al fine della messa sulla porta della chiesa; e quando ella esce,
con un colpo di gomito, le fanno intendere come sospirano per essa.
Non di rado ancora le ragazze si attirano dietro i giovani, quando muovono
vestite pomposamente nella processione del Corpus Domini. E queste
nostre processioni mi richiamano in mente la descrizione che ci fa
Senofonte Efesio delle nozze di Abrocome ed Anzia. «Celebravasi la festa
di Diana, solennità del paese, andandosi dalla città al tempio, per lo spazio
di sette ottavi di miglio. Era d'uopo che gissero in processione tutte le
donzelle di quella contrada, sontuosamente adorne ecc.... Poichè
costumanza era in quella ragunata di trovare gli sposi alle pulzelle e le
donne ai garzoni» [117].
Ma dove l'amore piglia più spesso radice è nelle stalle. Ordinariamente,
quando il giovine vi entra, sa già quello che va a cercarvi; ma rimane, per
contro, ancora incerto, se la ragazza da marito, o mariora, come in
Piemonte la chiamano, lo voglia o no. Per non esporsi alla vergogna di un
rifiuto, egli manda alcuna volta innanzi il così detto messaggiero d'amore.
Page 46
V.
Il messaggiero d'amore.
Lasciando stare i cigni, le colombe, gli sparvieri, gli uccelli insomma della
leggenda popolare, che portano le novelle agli amanti, messaggiero
d'amore, sensale, mezzano [118], baccelliere [119], marussè [120] o malossè [121],
camerata [122], ruffiano [123], domandatore [124] sono varii appellativi, che si
danno in Italia al procuratore di matrimoni [125], il quale talvolta si confonde
pure col paraninfo, di cui avremo occasione di ragionare nel secondo libro
di quest'opera.
A me piace notare fra gli altri il titolo di baccelliere [126], per l'etimologia
significativa della parola. Poichè baccelliere viene da baculus, e ricorda, per
l'appunto, il bastoncello degli antichi ambasciatori, a incominciare dal
caduceo di Mercurio, l'ambasciatore degli Dei. Il bazvalan, ossia procolo
de' Bretoni [127], ed i procoli ungheresi, portano ancora tali bacchette, ornate
di nastri e fiori, quando muovono a fare la domanda della sposa. Presso i
Bretoni, l'ufficio di bazvalan è un privilegio de' sarti, i quali vi mettono zelo
singolarissimo. Essi devono sapere tutta la storia della famiglia del
pretendente e ridirla, al caso, come pure avere notizia di tutte le sue
sostanze. Il bazvalan combina le nozze con la madre della fanciulla, fa gli
inviti per le nozze medesime, ed assiste ad esse, come personaggio
principale. Nell'India antica, talvolta erano due compagni o parenti del
garzone che facevano da procoli presso il padre della fanciulla; talora era il
guru o maestro spirituale del giovine.
Così da noi, specialmente nelle campagne, non di rado, il procolo è il
parroco od il prete confessore.
In Russia, il procolo è un parente dello sposo; così per l'ordinario in Italia;
questo parente fra noi è talvolta lo stesso padre; così nell'India odierna, la
Il messaggiero d'amore.
Lasciando stare i cigni, le colombe, gli sparvieri, gli uccelli insomma della
leggenda popolare, che portano le novelle agli amanti, messaggiero
d'amore, sensale, mezzano [118], baccelliere [119], marussè [120] o malossè [121],
camerata [122], ruffiano [123], domandatore [124] sono varii appellativi, che si
danno in Italia al procuratore di matrimoni [125], il quale talvolta si confonde
pure col paraninfo, di cui avremo occasione di ragionare nel secondo libro
di quest'opera.
A me piace notare fra gli altri il titolo di baccelliere [126], per l'etimologia
significativa della parola. Poichè baccelliere viene da baculus, e ricorda, per
l'appunto, il bastoncello degli antichi ambasciatori, a incominciare dal
caduceo di Mercurio, l'ambasciatore degli Dei. Il bazvalan, ossia procolo
de' Bretoni [127], ed i procoli ungheresi, portano ancora tali bacchette, ornate
di nastri e fiori, quando muovono a fare la domanda della sposa. Presso i
Bretoni, l'ufficio di bazvalan è un privilegio de' sarti, i quali vi mettono zelo
singolarissimo. Essi devono sapere tutta la storia della famiglia del
pretendente e ridirla, al caso, come pure avere notizia di tutte le sue
sostanze. Il bazvalan combina le nozze con la madre della fanciulla, fa gli
inviti per le nozze medesime, ed assiste ad esse, come personaggio
principale. Nell'India antica, talvolta erano due compagni o parenti del
garzone che facevano da procoli presso il padre della fanciulla; talora era il
guru o maestro spirituale del giovine.
Così da noi, specialmente nelle campagne, non di rado, il procolo è il
parroco od il prete confessore.
In Russia, il procolo è un parente dello sposo; così per l'ordinario in Italia;
questo parente fra noi è talvolta lo stesso padre; così nell'India odierna, la
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domanda è fatta dal padre del giovine a quello della fanciulla.
A Palermo e nel Birman [128], la procuratrice del matrimonio è invece la
madre o altra donna da lei deputata; così, nel Canavese, ove non si trovi il
bacialer, è una comare quella che mette insieme le nozze. Ma, quasi
sempre, fra noi, la domanda ai parenti è preceduta dalla domanda del
pretendente alla fanciulla, e dal consenso di questa; ossia prima il cuore dei
giovani elegge, quindi la ragione dei vecchi approva o condanna.
A Palermo e nel Birman [128], la procuratrice del matrimonio è invece la
madre o altra donna da lei deputata; così, nel Canavese, ove non si trovi il
bacialer, è una comare quella che mette insieme le nozze. Ma, quasi
sempre, fra noi, la domanda ai parenti è preceduta dalla domanda del
pretendente alla fanciulla, e dal consenso di questa; ossia prima il cuore dei
giovani elegge, quindi la ragione dei vecchi approva o condanna.
Page 48
VI.
Il matrimonio per libera elezione.
Chiamo l'attenzione del lettore sopra un fatto singolare; il maggior rispetto
alla donna si nota nelle caste militari. Mentre la figlia del bràhmano, o
sacerdote, o legislatore, vien destinata dal padre alle nozze, la figlia del
cavaliero è lasciata libera nella scelta dello sposo. L'uomo deve meritare la
donna e non la donna l'uomo. Le corti d'amore, i tornei, le giostre del nostro
così detto medio evo, ove premio del valore era la mano d'una donna, sono
più antiche del medio evo, che le ereditava da più remoti secoli di vita
guerriera insieme e patriarcale.
Nell'India, la maniera onde si stringevano matrimonii fra principi e baroni,
o cavalieri, o guerrieri che addimandar si vogliano, era detta svayamvara,
ossia la scelta da sè, l'elezione spontanea.
Acvalàyana [129], scrittore indiano, ci descrive otto modi di nozze, fra i quali
mi paiono meritar nota i seguenti: 1.º quello per cui il giovine fa dono di un
paio di bovi e quindi sposa la ragazza, detto matrimonio dei r'ishi, (che
ricorda il matrimonio bràhmanico e degli antichi Germani [130]); 2.º quello
per cui il giovane sposa la ragazza, dopo che i giovani si sono fra loro
piaciuti, anche senza il consenso dei parenti, detto matrimonio alla maniera
de' ganharvi [131] o svayamvara, e in uso presso i guerrieri. Di questa
seconda forma di matrimonio abbiamo nella letteratura indiana parecchi
esempi illustri; così la ninfa Çakuntalà sposa il re Dushyanta, la principessa
Damayantì il re Nala, Sità il principe Ràma, Dràupadì il guerriero Arg'una,
Devayànì il re Yayàtì, il quale ultimo tuttavia ricusa [132], perchè stima, da
quel pio re e devoto ai sacerdoti ch'egli è, che il padre solo abbia diritto di
disporre della propria figlia. Nel Mahàbhàrata, vien detto che il
Il matrimonio per libera elezione.
Chiamo l'attenzione del lettore sopra un fatto singolare; il maggior rispetto
alla donna si nota nelle caste militari. Mentre la figlia del bràhmano, o
sacerdote, o legislatore, vien destinata dal padre alle nozze, la figlia del
cavaliero è lasciata libera nella scelta dello sposo. L'uomo deve meritare la
donna e non la donna l'uomo. Le corti d'amore, i tornei, le giostre del nostro
così detto medio evo, ove premio del valore era la mano d'una donna, sono
più antiche del medio evo, che le ereditava da più remoti secoli di vita
guerriera insieme e patriarcale.
Nell'India, la maniera onde si stringevano matrimonii fra principi e baroni,
o cavalieri, o guerrieri che addimandar si vogliano, era detta svayamvara,
ossia la scelta da sè, l'elezione spontanea.
Acvalàyana [129], scrittore indiano, ci descrive otto modi di nozze, fra i quali
mi paiono meritar nota i seguenti: 1.º quello per cui il giovine fa dono di un
paio di bovi e quindi sposa la ragazza, detto matrimonio dei r'ishi, (che
ricorda il matrimonio bràhmanico e degli antichi Germani [130]); 2.º quello
per cui il giovane sposa la ragazza, dopo che i giovani si sono fra loro
piaciuti, anche senza il consenso dei parenti, detto matrimonio alla maniera
de' ganharvi [131] o svayamvara, e in uso presso i guerrieri. Di questa
seconda forma di matrimonio abbiamo nella letteratura indiana parecchi
esempi illustri; così la ninfa Çakuntalà sposa il re Dushyanta, la principessa
Damayantì il re Nala, Sità il principe Ràma, Dràupadì il guerriero Arg'una,
Devayànì il re Yayàtì, il quale ultimo tuttavia ricusa [132], perchè stima, da
quel pio re e devoto ai sacerdoti ch'egli è, che il padre solo abbia diritto di
disporre della propria figlia. Nel Mahàbhàrata, vien detto che il
Page 49
matrimonio, per via di svayamvara, ossia in cui la fanciulla si elegge lo
sposo che più le piace, è caro ai poeti [133].
Di fatto, i poeti hanno nella descrizione di tali scelte nuziali occasione di
sfoggiare tutta la loro arte. Le assemblee di principi, nelle quali la giovine
principessa si elegge lo sposo, le prove che i pretendenti hanno a dare del
loro valore, l'incoronamento dell'eletto per parte della fanciulla [134], sono un
campo ove l'immaginazione del poeta può accendersi e animare al nostro
sguardo pitture vivissime. Poichè raro è che uno svayamvara non sia
accompagnato da una gara di valore fra i contendenti. La sposa si ha da
conquistare. Indra con la forza conquista Sità, nel Rigveda, Ràma suo
successore, nel Ràmàyana, la conquista per mezzo della prova di un arco
meraviglioso, cui nessuno riusciva a trattare; Bellerofonte, per varii cimenti
superati, conquista la figlia del re Proeto. Alla sposa de' poeti e de' racconti
popolari piace lo straordinario; perciò lo sposo deve mostrarsi mandato dal
destino, o predestinato con qualche miracolo; chè, secondo il proverbio, gli
sposi Dio li fa e poi li accoppia [135]. E di grandi miracoli sono autori gli
sposi delle leggende care al popolo; tale, per esempio, il Sigifredo e il
Sigurd dell'epopea germanica e scandinava. I contendenti scommettono
l'impossibile [136], e alcuno si trova pur sempre che deve vincere.
In una novellina greca [137], ove tre fratelli vincono tutti, il re non sapendo
decidere chi di loro meglio valga, per levare di mezzo ogni invidia, sposa
esso stesso la fanciulla disputata.
Nel Pan' c' anada (odierno Pengiab), i Greci d'Alessandro avevano notata
una tribù, presso la quale i giovani e le ragazze si eleggevano da sè stessi in
matrimonio. La tribù doveva al certo essere guerriera, come ce lo
confermano gli odierni bellicosi principi e briganti Rag'puti, i quali,
malgrado il vicinato degli Inglesi, assai gelosi delle loro antiche tradizioni,
non hanno dismesso il poetico uso dello svayamvara. Il signor Chiefalà,
nella sua Descrizione della città di Benares [138], scrive: «Quando una
principessa di Ragaa (tribù reale) era in età di maritarsi e le si dava il
permesso di scegliersi lo sposo, allora veniva condotta in un giardino ove si
trovavano radunati molti giovani della sua tribù, fra' quali lo sposo a suo
piacere essa indicava. L'uso della cerimonia per manifestare il loro assenso
era il seguente. Tenea essa una ghirlanda di fiori, la passava al collo di colui
sposo che più le piace, è caro ai poeti [133].
Di fatto, i poeti hanno nella descrizione di tali scelte nuziali occasione di
sfoggiare tutta la loro arte. Le assemblee di principi, nelle quali la giovine
principessa si elegge lo sposo, le prove che i pretendenti hanno a dare del
loro valore, l'incoronamento dell'eletto per parte della fanciulla [134], sono un
campo ove l'immaginazione del poeta può accendersi e animare al nostro
sguardo pitture vivissime. Poichè raro è che uno svayamvara non sia
accompagnato da una gara di valore fra i contendenti. La sposa si ha da
conquistare. Indra con la forza conquista Sità, nel Rigveda, Ràma suo
successore, nel Ràmàyana, la conquista per mezzo della prova di un arco
meraviglioso, cui nessuno riusciva a trattare; Bellerofonte, per varii cimenti
superati, conquista la figlia del re Proeto. Alla sposa de' poeti e de' racconti
popolari piace lo straordinario; perciò lo sposo deve mostrarsi mandato dal
destino, o predestinato con qualche miracolo; chè, secondo il proverbio, gli
sposi Dio li fa e poi li accoppia [135]. E di grandi miracoli sono autori gli
sposi delle leggende care al popolo; tale, per esempio, il Sigifredo e il
Sigurd dell'epopea germanica e scandinava. I contendenti scommettono
l'impossibile [136], e alcuno si trova pur sempre che deve vincere.
In una novellina greca [137], ove tre fratelli vincono tutti, il re non sapendo
decidere chi di loro meglio valga, per levare di mezzo ogni invidia, sposa
esso stesso la fanciulla disputata.
Nel Pan' c' anada (odierno Pengiab), i Greci d'Alessandro avevano notata
una tribù, presso la quale i giovani e le ragazze si eleggevano da sè stessi in
matrimonio. La tribù doveva al certo essere guerriera, come ce lo
confermano gli odierni bellicosi principi e briganti Rag'puti, i quali,
malgrado il vicinato degli Inglesi, assai gelosi delle loro antiche tradizioni,
non hanno dismesso il poetico uso dello svayamvara. Il signor Chiefalà,
nella sua Descrizione della città di Benares [138], scrive: «Quando una
principessa di Ragaa (tribù reale) era in età di maritarsi e le si dava il
permesso di scegliersi lo sposo, allora veniva condotta in un giardino ove si
trovavano radunati molti giovani della sua tribù, fra' quali lo sposo a suo
piacere essa indicava. L'uso della cerimonia per manifestare il loro assenso
era il seguente. Tenea essa una ghirlanda di fiori, la passava al collo di colui
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che volea per isposo, il giovane la riceveva ed in segno di acconsentimento
la teneva al collo senza restituirla, e con ciò l'accordo era fatto, e si
sposavano. Questa usanza esiste ancora al giorno d'oggi e si pratica presso i
Marattes, e dovunque hanno essi dominio proprio.» Nel così detto nostro
medio evo, lo svayamvara doveva essere pure in onore presso certe tribù
slave e presso i Tedeschi e gli Scandinavi. Io lo argomento, per le prime, da
un bel canto popolare russo, che ricevo da Tarszok, evidentemente antico, il
quale dice:
Io sedeva nel castello,
Io infilava le perle
Sopra il rosso velluto.
Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere,
Egli agitò l'ala destra,
Egli toccò il piatto,
Il piatto d'argento,
E disperse le grosse perle
Fino all'ultima,
E la fanciulla incominciò a piangere,
Mentre le stava innanzi il padre.
«Non piangere, fanciulla mia,
Io inviterò per te i principi, i boiari;
Essi raccoglieranno le tue grosse perle,
Fino all'ultima.»
Quanto ai Tedeschi, sono un documento sufficiente, per dire dei più noti, i
Nibelunghi, come per gli Scandinavi, le Edda e la saga di Ervora, e per i
Franchi, i Reali di Francia, dove il re Erminione fa bandire un torneamento,
al quale intervengono molti signori per isposare Drusiana. È uno
svayamvara il matrimonio medievale della principessa Teodolinda col re
Autari suo ospite.
La leggenda greca del matrimonio di Elena disputata da trenta garzoni, e la
scelta fatta da Menelao, rilevano dal mondo eroico ellenico la medesima
usanza, che, secondo Ateneo [139], era pur viva tra i Marsigliesi, presso i
la teneva al collo senza restituirla, e con ciò l'accordo era fatto, e si
sposavano. Questa usanza esiste ancora al giorno d'oggi e si pratica presso i
Marattes, e dovunque hanno essi dominio proprio.» Nel così detto nostro
medio evo, lo svayamvara doveva essere pure in onore presso certe tribù
slave e presso i Tedeschi e gli Scandinavi. Io lo argomento, per le prime, da
un bel canto popolare russo, che ricevo da Tarszok, evidentemente antico, il
quale dice:
Io sedeva nel castello,
Io infilava le perle
Sopra il rosso velluto.
Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere,
Egli agitò l'ala destra,
Egli toccò il piatto,
Il piatto d'argento,
E disperse le grosse perle
Fino all'ultima,
E la fanciulla incominciò a piangere,
Mentre le stava innanzi il padre.
«Non piangere, fanciulla mia,
Io inviterò per te i principi, i boiari;
Essi raccoglieranno le tue grosse perle,
Fino all'ultima.»
Quanto ai Tedeschi, sono un documento sufficiente, per dire dei più noti, i
Nibelunghi, come per gli Scandinavi, le Edda e la saga di Ervora, e per i
Franchi, i Reali di Francia, dove il re Erminione fa bandire un torneamento,
al quale intervengono molti signori per isposare Drusiana. È uno
svayamvara il matrimonio medievale della principessa Teodolinda col re
Autari suo ospite.
La leggenda greca del matrimonio di Elena disputata da trenta garzoni, e la
scelta fatta da Menelao, rilevano dal mondo eroico ellenico la medesima
usanza, che, secondo Ateneo [139], era pur viva tra i Marsigliesi, presso i
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quali la fanciulla, in un convito, offriva la tazza a quello de' giovani, che più
le piaceva.
Ne' nostri usi popolari la fanciulla generalmente si elegge lo sposo; quindi i
parenti, se non hanno nulla in contrario, dispongono l'affare.
Così è degno di osservarsi, come presso il Ramayan.a [140], Ràma e Sità,
quantunque sposati, per via di svayamvara, si uniscono col pieno consenso
dei loro genitori. Se non che le nostre fanciulle del popolo, invece di troni
nelle assemblee, si contentano di una povera panca nelle stalle. Questa
panca, che non manca neppure alle capanne dei Russi e dei Finni [141], è
destinata a ricevere i giovani pretendenti. Nel contado di Bra, in Piemonte, i
giovani vanno insieme alla stalla, dove siede la dama de' loro pensieri; l'un
dopo l'altro si recano a corteggiarla, e quando alcuno indugia troppo, si
scuotono i gioghi delle bovine, per fargli intendere che è tempo di levarsi e
di lasciare il posto a chi vien dopo.
Nelle stalle del Canavese, le fanciulle da marito si siedono sopra la lunga
panca; i giovani, che, per lo più, dopo avere vittoriosamente cantato la
Martina, entrarono nella stalla, sono ricevuti alla panca. Ed il ricevimento
ha le sue formalità. Qualunque giovane che sia seduto presso la mariora o
fanciulla da marito, se un altro giovane arriva, deve cedergli il posto. Il
mancare a questo riguardo è cagione talvolta, nel Canavese, di spargimento
di sangue. A Riva di Chieri il giovane che visita la fanciulla da marito può
sperar bene, se egli viene invitato a ritornare.
A Pinerolo, la fanciulla, va ad accendere il fuoco, quando un damo le deve
piacere, ed insieme coi parenti si beve; il non fare, come la chiamano, tale
onestà, val quanto congedare il pretendente.
Nella valle di Andorno, la fanciulla lascia cadere a terra il fuso perchè le sia
raccolto dal giovane, al quale vuol dare speranze, cui essa poi consola
intieramente, quando gli mette in mano delle nocciuole.
Nella campagna d'Alba, il giovine, entrando nella stalla, getta alla fanciulla
un fazzoletto; se la fanciulla lo ritiene, egli pure è ricevuto; se invece glielo
restituisce, deve tenersi per congedato.
Nell'Abruzzo Ultra I, il giovine porta la notte, all'uscio della ragazza un
ceppo di quercia, detto tecchio; se il ceppo è messo in casa, il pretendente
le piaceva.
Ne' nostri usi popolari la fanciulla generalmente si elegge lo sposo; quindi i
parenti, se non hanno nulla in contrario, dispongono l'affare.
Così è degno di osservarsi, come presso il Ramayan.a [140], Ràma e Sità,
quantunque sposati, per via di svayamvara, si uniscono col pieno consenso
dei loro genitori. Se non che le nostre fanciulle del popolo, invece di troni
nelle assemblee, si contentano di una povera panca nelle stalle. Questa
panca, che non manca neppure alle capanne dei Russi e dei Finni [141], è
destinata a ricevere i giovani pretendenti. Nel contado di Bra, in Piemonte, i
giovani vanno insieme alla stalla, dove siede la dama de' loro pensieri; l'un
dopo l'altro si recano a corteggiarla, e quando alcuno indugia troppo, si
scuotono i gioghi delle bovine, per fargli intendere che è tempo di levarsi e
di lasciare il posto a chi vien dopo.
Nelle stalle del Canavese, le fanciulle da marito si siedono sopra la lunga
panca; i giovani, che, per lo più, dopo avere vittoriosamente cantato la
Martina, entrarono nella stalla, sono ricevuti alla panca. Ed il ricevimento
ha le sue formalità. Qualunque giovane che sia seduto presso la mariora o
fanciulla da marito, se un altro giovane arriva, deve cedergli il posto. Il
mancare a questo riguardo è cagione talvolta, nel Canavese, di spargimento
di sangue. A Riva di Chieri il giovane che visita la fanciulla da marito può
sperar bene, se egli viene invitato a ritornare.
A Pinerolo, la fanciulla, va ad accendere il fuoco, quando un damo le deve
piacere, ed insieme coi parenti si beve; il non fare, come la chiamano, tale
onestà, val quanto congedare il pretendente.
Nella valle di Andorno, la fanciulla lascia cadere a terra il fuso perchè le sia
raccolto dal giovane, al quale vuol dare speranze, cui essa poi consola
intieramente, quando gli mette in mano delle nocciuole.
Nella campagna d'Alba, il giovine, entrando nella stalla, getta alla fanciulla
un fazzoletto; se la fanciulla lo ritiene, egli pure è ricevuto; se invece glielo
restituisce, deve tenersi per congedato.
Nell'Abruzzo Ultra I, il giovine porta la notte, all'uscio della ragazza un
ceppo di quercia, detto tecchio; se il ceppo è messo in casa, il pretendente
Page 52
può entrarvi anch'esso; se invece, il ceppo è lasciato ov'egli il lasciò, al
giovine non resta altro partito, se non quello di ripigliarsi, in modo che
nessuno lo vegga, il ceppo, e ritentare, se gli piace, la prova ad altri usci. Un
uso simile incontrò il prof. Ferraro a Serra San Bruno di Calabria: «l'amante
usa di notte mettere davanti alla casa della ragazza, da lui presa ad amare,
un ceppo vestito di nastri, fazzoletti, ecc., se il ceppo è ritirato, la ragazza
accetta l'amor suo; se no i parenti dicono: non abbiamo figlie da marito, e
allontanano il ceppo.»
Nel Montenegro, come apprendiamo dai signori Frilley e Wlahovic [142], la
domanda della sposa è fatta da alcuni delegati dello sposo o proszi
(chieditori). Siedono a tavola, bevono tre volte; quindi il capo dei chieditori
offre da bere alla fanciulla. Se essa accetta, è segno che i parenti
consentono; allora il rappresentante dello sposo dà quasi per caparra, come
presso i Pugliesi, una mela, nella quale è conficcata una moneta, che la
fanciulla consegna al padre, al fratello, o, insomma, al capo di casa.
giovine non resta altro partito, se non quello di ripigliarsi, in modo che
nessuno lo vegga, il ceppo, e ritentare, se gli piace, la prova ad altri usci. Un
uso simile incontrò il prof. Ferraro a Serra San Bruno di Calabria: «l'amante
usa di notte mettere davanti alla casa della ragazza, da lui presa ad amare,
un ceppo vestito di nastri, fazzoletti, ecc., se il ceppo è ritirato, la ragazza
accetta l'amor suo; se no i parenti dicono: non abbiamo figlie da marito, e
allontanano il ceppo.»
Nel Montenegro, come apprendiamo dai signori Frilley e Wlahovic [142], la
domanda della sposa è fatta da alcuni delegati dello sposo o proszi
(chieditori). Siedono a tavola, bevono tre volte; quindi il capo dei chieditori
offre da bere alla fanciulla. Se essa accetta, è segno che i parenti
consentono; allora il rappresentante dello sposo dà quasi per caparra, come
presso i Pugliesi, una mela, nella quale è conficcata una moneta, che la
fanciulla consegna al padre, al fratello, o, insomma, al capo di casa.
Page 53
VII.
Gli sposi si provano.
Dopo essersi eletti, gli sposi si provano. Le prove più semplici si usano nel
Pesarese e in Terra d'Otranto. Nel Pesarese, il giovine invita la fanciulla a
varii lavori campestri o domestici, per misurarne la forza e la destrezza,
avvertendo, quando si batte il grano, di mettersi petto a petto, innanzi ad
essa; al che rifiutandosi una delle parti, si avrebbe il rifiuto come un segno
di corruccio. E cosiffatti esperimenti, per lo più, si rinnovano.
Al Capo di Leuca, nel distretto di Gallipoli, è la sposa che prova la
robustezza dello sposo. Un giovane non merita d'impalmare alcuna ragazza,
finch'egli non abbia almeno portato lo stendardo (cacciatu lu stennardu)
nella processione, che si fa per la festa del santo del luogo, e nell'aver fatto
il Battente «si tiene tanto, scrive il signor De Simone [143], a queste prove
che ho udito dire in un rifiuto di matrimonio da parte della madre della
sposa: vole sse'nzura (l'uomo richiedente) e nu ha cacciatu ancora lu
stinnardu.» Nei luoghi in cui fanno tuttavia le processioni dei Battenti,
guardasi al sangue che spruzza dai loro corpi flagellati; chi ha il più bel
sangue, è il giovane alla moda; se pure non avesse fatto almeno una volta il
Battente sarebbe rifiutato, quando offrisse la mano sua a qualche ragazza.
È ancora una specie di svayamvara della donna, il quale mi richiama ai vari
casi riferiti nel Libro dei Giudici, di donne date come premio al valore
dell'uomo, e all'uso degli antichi Scandinavi, presso i quali, verso il Natale,
o propriamente, nel solstizio d'inverno, le fanciulle indicavano ai loro
amanti il fatto eroico, che essi dovevano compiere per meritare la loro
mano.
Nell'Arpinate, le fanciulle misurano l'amore dei fidanzati dal colore del
nastro, onde essi avvolgono, nella domenica delle Palme, il ramo d'ulivo
Gli sposi si provano.
Dopo essersi eletti, gli sposi si provano. Le prove più semplici si usano nel
Pesarese e in Terra d'Otranto. Nel Pesarese, il giovine invita la fanciulla a
varii lavori campestri o domestici, per misurarne la forza e la destrezza,
avvertendo, quando si batte il grano, di mettersi petto a petto, innanzi ad
essa; al che rifiutandosi una delle parti, si avrebbe il rifiuto come un segno
di corruccio. E cosiffatti esperimenti, per lo più, si rinnovano.
Al Capo di Leuca, nel distretto di Gallipoli, è la sposa che prova la
robustezza dello sposo. Un giovane non merita d'impalmare alcuna ragazza,
finch'egli non abbia almeno portato lo stendardo (cacciatu lu stennardu)
nella processione, che si fa per la festa del santo del luogo, e nell'aver fatto
il Battente «si tiene tanto, scrive il signor De Simone [143], a queste prove
che ho udito dire in un rifiuto di matrimonio da parte della madre della
sposa: vole sse'nzura (l'uomo richiedente) e nu ha cacciatu ancora lu
stinnardu.» Nei luoghi in cui fanno tuttavia le processioni dei Battenti,
guardasi al sangue che spruzza dai loro corpi flagellati; chi ha il più bel
sangue, è il giovane alla moda; se pure non avesse fatto almeno una volta il
Battente sarebbe rifiutato, quando offrisse la mano sua a qualche ragazza.
È ancora una specie di svayamvara della donna, il quale mi richiama ai vari
casi riferiti nel Libro dei Giudici, di donne date come premio al valore
dell'uomo, e all'uso degli antichi Scandinavi, presso i quali, verso il Natale,
o propriamente, nel solstizio d'inverno, le fanciulle indicavano ai loro
amanti il fatto eroico, che essi dovevano compiere per meritare la loro
mano.
Nell'Arpinate, le fanciulle misurano l'amore dei fidanzati dal colore del
nastro, onde essi avvolgono, nella domenica delle Palme, il ramo d'ulivo
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che portano loro dalla chiesa. Se il nastro è giallo, indica trattare la fanciulla
da pazza; se verde, che la si vuol tenere in sola speranza; se rosso, guerra;
se bianco, pace; se turchino, amore [144].
Nell'Ascolano, per la festa di Sant'Emidio, gli sposi arrivano alla piazza
dell'Arringo in Ascoli. La sposa si mette in mezzo; suonatori che
strimpellano, mimi che fanno smorfie d'ogni maniera ridicole, si mettono
attorno alla sposa, per provocarne il riso. Guai se la sposa ride! ella non sarà
una buona massaia, nè una donna prudente; e lo sposo perciò l'abbandona al
suo destino.
Nella campagna di Perugia, ora lo sposo, ora la suocera provano la sposa; le
si presenta una polpetta; la sposa deve ingoiarla intiera o sana, come dicono
nell'Umbria; se, invece, ella stenta a mandarla giù, se ne levano sinistri
augurii.
A Riva di Chieri, in Piemonte, quando, nel primo giorno delle nozze, si
porta in tavola il tacchino, la sposa deve prontamente alzarsi; se non lo fa, si
porta uno scaldaletto sotto la sua sedia, dicendosi che la sposa è fredda e
bisogna riscaldarla.
A Pinerolo in Piemonte, a Pernate nel Novarese, e a Gallarate in Lombardia,
la suocera sbarra la porta con una scopa; se la sposa è prudente, deve alzarla
e portarla al posto suo; se invece vi passa sopra, vorrà essere una cattiva
massaia.
Nella montagna di Pistoja [145] e nel Campidanese in Sardegna si prova
l'amore del giovine, con lo scambiarle la ragazza. Ma, in Sardegna,
propriamente, lo scambio è fatto al padre del giovine, che va, per suo
desiderio ed in suo nome, a fare la chiesta della fanciulla. Il messaggiero
arriva, e, adoperando un linguaggio che ci trasporta ad una età affatto
patriarcale, dice: «Io vengo a cercare una giovenca bianca e di una bellezza
perfetta che voi possedete e che potrebbe fare la gloria del mio gregge e la
consolazione de' miei vecchi anni». Gli ospiti comprendono, ma
dissimulano e rispondono con linguaggio altrettanto figurato; e alfine,
mostrando di consentire, presentano l'una dopo l'altra le donne della casa,
all'infuori dell'aspettata e soggiungendo sempre: «è questa che desiderate?»
Sul diniego del forestiere, simulando di averla lungamente cercata,
da pazza; se verde, che la si vuol tenere in sola speranza; se rosso, guerra;
se bianco, pace; se turchino, amore [144].
Nell'Ascolano, per la festa di Sant'Emidio, gli sposi arrivano alla piazza
dell'Arringo in Ascoli. La sposa si mette in mezzo; suonatori che
strimpellano, mimi che fanno smorfie d'ogni maniera ridicole, si mettono
attorno alla sposa, per provocarne il riso. Guai se la sposa ride! ella non sarà
una buona massaia, nè una donna prudente; e lo sposo perciò l'abbandona al
suo destino.
Nella campagna di Perugia, ora lo sposo, ora la suocera provano la sposa; le
si presenta una polpetta; la sposa deve ingoiarla intiera o sana, come dicono
nell'Umbria; se, invece, ella stenta a mandarla giù, se ne levano sinistri
augurii.
A Riva di Chieri, in Piemonte, quando, nel primo giorno delle nozze, si
porta in tavola il tacchino, la sposa deve prontamente alzarsi; se non lo fa, si
porta uno scaldaletto sotto la sua sedia, dicendosi che la sposa è fredda e
bisogna riscaldarla.
A Pinerolo in Piemonte, a Pernate nel Novarese, e a Gallarate in Lombardia,
la suocera sbarra la porta con una scopa; se la sposa è prudente, deve alzarla
e portarla al posto suo; se invece vi passa sopra, vorrà essere una cattiva
massaia.
Nella montagna di Pistoja [145] e nel Campidanese in Sardegna si prova
l'amore del giovine, con lo scambiarle la ragazza. Ma, in Sardegna,
propriamente, lo scambio è fatto al padre del giovine, che va, per suo
desiderio ed in suo nome, a fare la chiesta della fanciulla. Il messaggiero
arriva, e, adoperando un linguaggio che ci trasporta ad una età affatto
patriarcale, dice: «Io vengo a cercare una giovenca bianca e di una bellezza
perfetta che voi possedete e che potrebbe fare la gloria del mio gregge e la
consolazione de' miei vecchi anni». Gli ospiti comprendono, ma
dissimulano e rispondono con linguaggio altrettanto figurato; e alfine,
mostrando di consentire, presentano l'una dopo l'altra le donne della casa,
all'infuori dell'aspettata e soggiungendo sempre: «è questa che desiderate?»
Sul diniego del forestiere, simulando di averla lungamente cercata,
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ritornano, all'ultimo, con la fanciulla richiesta, la quale si lascia trascinare
come per forza. Il forestiere allora si alza, batte le mani e grida: «è quanto
io desidero» [146].
Anche nell'India, secondo il Kàuçikasùtra, sul punto di partire viene
scambiata la sposa allo sposo; nell'Annoverese, si mettono le donne in giro
intorno alla sposa; si porta via il lume e lo sposo deve afferrare la sposa; se
afferra invece un'altra, sinistro augurio; ed egli stesso è oggetto di ridicolo.
Ho già notato come il nostro giuoco della moscacieca debba riferirsi ad una
tale usanza.
In Isvezia, nella Slesia superiore polacca, presso Saarlouis, e nella
campagna di Pistoja, invece della sposa, conducono prima al giovine la più
vecchia donna della casa, la quale viene così esposta alla berlina.
In altre forme ancora si provano gli sposi nell'India e in Germania.
Negli usi del popolo tedesco, il fidanzato, per accertarsi che la fanciulla con
cui egli ha parlato sarà moglie pulita e massaia, fa portare del cacio e lo
affetta, offrendone alla fidanzata; se questa mangia il cacio senza nettarlo,
lo sposo è minacciato che la fanciulla non gli farà, qual moglie, buona
compagnia [147].
Secondo Açvalàyana, una delle prime cose che si ha da cercare nelle nozze
indiane, è la onestà della famiglia; la figlia dev'essere data ad un uomo
prudente, la donna dev'essere saggia, bella, costumata e fornita di buoni
segni (lakshanya, indizii). L'amante perciò mette insieme otto acervi di terra
levata da luoghi diversi, e parla a ciascuno di essi così: «L'ordine è la prima
cosa, nell'ordine sta la verità; dove questa fanciulla è nata, là essa vada».
(Ossia mostri con questa prova augurale, di qual casato essa sia e qual
parentado essa meriti). «La verità si faccia palese,» quindi rivolto alla
fanciulla, le dice: «piglia uno di questi».
Se la sposa eleggeva la zolla d'un terreno che si fecondasse due volte l'anno,
era prova che alla sua prole non sarebbe mai venuto meno il cibo; se la zolla
del terreno levato da una stalla, prenunziava ricchezza di bestiame; se la
polvere di zolla levata dal circolo ove si celebrava il sacrificio, era segno di
molta devozione; se la zolla estratta da un lago che si disseccasse, rivelava
prudenza e cortesia in ogni cosa e con tutti; se la zolla formata da un terreno
come per forza. Il forestiere allora si alza, batte le mani e grida: «è quanto
io desidero» [146].
Anche nell'India, secondo il Kàuçikasùtra, sul punto di partire viene
scambiata la sposa allo sposo; nell'Annoverese, si mettono le donne in giro
intorno alla sposa; si porta via il lume e lo sposo deve afferrare la sposa; se
afferra invece un'altra, sinistro augurio; ed egli stesso è oggetto di ridicolo.
Ho già notato come il nostro giuoco della moscacieca debba riferirsi ad una
tale usanza.
In Isvezia, nella Slesia superiore polacca, presso Saarlouis, e nella
campagna di Pistoja, invece della sposa, conducono prima al giovine la più
vecchia donna della casa, la quale viene così esposta alla berlina.
In altre forme ancora si provano gli sposi nell'India e in Germania.
Negli usi del popolo tedesco, il fidanzato, per accertarsi che la fanciulla con
cui egli ha parlato sarà moglie pulita e massaia, fa portare del cacio e lo
affetta, offrendone alla fidanzata; se questa mangia il cacio senza nettarlo,
lo sposo è minacciato che la fanciulla non gli farà, qual moglie, buona
compagnia [147].
Secondo Açvalàyana, una delle prime cose che si ha da cercare nelle nozze
indiane, è la onestà della famiglia; la figlia dev'essere data ad un uomo
prudente, la donna dev'essere saggia, bella, costumata e fornita di buoni
segni (lakshanya, indizii). L'amante perciò mette insieme otto acervi di terra
levata da luoghi diversi, e parla a ciascuno di essi così: «L'ordine è la prima
cosa, nell'ordine sta la verità; dove questa fanciulla è nata, là essa vada».
(Ossia mostri con questa prova augurale, di qual casato essa sia e qual
parentado essa meriti). «La verità si faccia palese,» quindi rivolto alla
fanciulla, le dice: «piglia uno di questi».
Se la sposa eleggeva la zolla d'un terreno che si fecondasse due volte l'anno,
era prova che alla sua prole non sarebbe mai venuto meno il cibo; se la zolla
del terreno levato da una stalla, prenunziava ricchezza di bestiame; se la
polvere di zolla levata dal circolo ove si celebrava il sacrificio, era segno di
molta devozione; se la zolla estratta da un lago che si disseccasse, rivelava
prudenza e cortesia in ogni cosa e con tutti; se la zolla formata da un terreno
Page 56
ove si giuocasse, minacciava passione al giuoco; se la zolla di un trivio, si
tradiva impudica; se la zolla di landa, si manifestava infeconda; se la zolla
di sepolcro, avrebbe ucciso il proprio marito. Altri augurii analoghi a
questo, fatto con gli otto acervi, possono ancora riscontrarsi ne' sùtra.
A Tarnassari, sopra la costa del Coromandel, secondo la relazione del nostro
viaggiatore Ludovico Barthema [148], vigeva, nel secolo decimosesto,
quest'uso: «Sarà un giovine che parlerà con una donna d'amore e le vorrà
dar ad intendere che con tutto il cuore le vuol bene e che non è cosa al
mondo che per lei non facesse, e stando in questo ragionamento piglierà una
pezza ben bagnata nell'olio e appiccagli dentro il fuoco e se lo pone sopra il
braccio a carne nuda e mentre che quella brucia egli sta a parlare
quietamente con quella donna e senza una minima perturbazione non si
curando che s'abbruci il braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e
che per lei è apparecchiato a fare ogni gran cosa.»
A Pernate, nel Novarese, la prova a rovescio; è lo sposo che, per assicurarsi
se la sposa lo ama, le dà un pizzicotto.
Ma la più comune, pur troppo, delle prove, e più conforme agli usi moderni,
è quella che si ricorda in un canto popolare Albanese, alla quale sola,
mentre forse tutte le altre scompariranno, si può assicurare l'immortalità:
Tu, se mi vuoi per moglie,
Mantieni costante la fede,
Quattro, cinque, sei anni,
Non per domani, doman l'altro o sta sera,
Su, va all'estero,
Va, lavora in Oriente!
E con il lavoro raccogli denaro,
E poi vedrai che io vengo [149].
tradiva impudica; se la zolla di landa, si manifestava infeconda; se la zolla
di sepolcro, avrebbe ucciso il proprio marito. Altri augurii analoghi a
questo, fatto con gli otto acervi, possono ancora riscontrarsi ne' sùtra.
A Tarnassari, sopra la costa del Coromandel, secondo la relazione del nostro
viaggiatore Ludovico Barthema [148], vigeva, nel secolo decimosesto,
quest'uso: «Sarà un giovine che parlerà con una donna d'amore e le vorrà
dar ad intendere che con tutto il cuore le vuol bene e che non è cosa al
mondo che per lei non facesse, e stando in questo ragionamento piglierà una
pezza ben bagnata nell'olio e appiccagli dentro il fuoco e se lo pone sopra il
braccio a carne nuda e mentre che quella brucia egli sta a parlare
quietamente con quella donna e senza una minima perturbazione non si
curando che s'abbruci il braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e
che per lei è apparecchiato a fare ogni gran cosa.»
A Pernate, nel Novarese, la prova a rovescio; è lo sposo che, per assicurarsi
se la sposa lo ama, le dà un pizzicotto.
Ma la più comune, pur troppo, delle prove, e più conforme agli usi moderni,
è quella che si ricorda in un canto popolare Albanese, alla quale sola,
mentre forse tutte le altre scompariranno, si può assicurare l'immortalità:
Tu, se mi vuoi per moglie,
Mantieni costante la fede,
Quattro, cinque, sei anni,
Non per domani, doman l'altro o sta sera,
Su, va all'estero,
Va, lavora in Oriente!
E con il lavoro raccogli denaro,
E poi vedrai che io vengo [149].
Page 57
VIII.
L'autorità del padre e del fratello nelle nozze.
La famiglia è una monarchia, dove il padre fa da re; se il padre manca, il
maggiore de' fratelli ne sostiene le veci.
I re sogliono considerare il regno come una loro proprietà; così il capo di
casa o capoccia, come lo chiamano in Toscana e nell'Umbria, in molti
codici umani, possiede moglie e figli, come chi dicesse, greggi e campi. Il
marito arriva a espropriare il padre o il fratello maggiore, il capoccia, in
somma, di quello ch'egli tiene per suo; e diventa proprietario alla sua volta.
L'inno vedico, alla fanciulla che si sposa dice esplicitamente: io ti sciolgo di
qui (cioè dal padre), ma non di qui (cioè non dal marito); e queste parole
possono servire per i legisti di lucido commentario al disputato mundio.
Nell'India, come si può agevolmente scorgere dalle leggi di Manu, l'autorità
domestica è tutta presso il padre; ed, ove il padre manchi, presso il fratello;
sono essi che dispongono della figlia o sorella, la quale non può in alcuna
maniera da sè emanciparsi; è necessario che il pretendente la domandi a'
suoi proprietarii, e, in certo modo, la compri [150].
Nel Diritto romano, l'autorità paterna non solo è monarchica, ma dispotica,
assoluta; il padre ha diritto di vendere il figlio, poichè ha diritto di
ucciderlo [151].
L'autorità materna non conta invece nulla, poichè le madri non posseggono
i figli; i figli possono quindi liberamente sposarsi senza il consenso della
madre, ma nol possono, ove il padre loro padrone nol voglia [152].
Il Diritto longobardico e il comunale italiano si modellarono, per questo
articolo, intieramente sopra il Diritto romano; ma il primo raddolcisce
alquanto il decreto, facendo partecipe anche la madre nella facoltà di vietare
L'autorità del padre e del fratello nelle nozze.
La famiglia è una monarchia, dove il padre fa da re; se il padre manca, il
maggiore de' fratelli ne sostiene le veci.
I re sogliono considerare il regno come una loro proprietà; così il capo di
casa o capoccia, come lo chiamano in Toscana e nell'Umbria, in molti
codici umani, possiede moglie e figli, come chi dicesse, greggi e campi. Il
marito arriva a espropriare il padre o il fratello maggiore, il capoccia, in
somma, di quello ch'egli tiene per suo; e diventa proprietario alla sua volta.
L'inno vedico, alla fanciulla che si sposa dice esplicitamente: io ti sciolgo di
qui (cioè dal padre), ma non di qui (cioè non dal marito); e queste parole
possono servire per i legisti di lucido commentario al disputato mundio.
Nell'India, come si può agevolmente scorgere dalle leggi di Manu, l'autorità
domestica è tutta presso il padre; ed, ove il padre manchi, presso il fratello;
sono essi che dispongono della figlia o sorella, la quale non può in alcuna
maniera da sè emanciparsi; è necessario che il pretendente la domandi a'
suoi proprietarii, e, in certo modo, la compri [150].
Nel Diritto romano, l'autorità paterna non solo è monarchica, ma dispotica,
assoluta; il padre ha diritto di vendere il figlio, poichè ha diritto di
ucciderlo [151].
L'autorità materna non conta invece nulla, poichè le madri non posseggono
i figli; i figli possono quindi liberamente sposarsi senza il consenso della
madre, ma nol possono, ove il padre loro padrone nol voglia [152].
Il Diritto longobardico e il comunale italiano si modellarono, per questo
articolo, intieramente sopra il Diritto romano; ma il primo raddolcisce
alquanto il decreto, facendo partecipe anche la madre nella facoltà di vietare
Page 58
o permettere [153]; gli Statuti di Riva di Trento [154] restringono il caso di
colpa alle nozze volontarie d'una fanciulla, senza il consenso paterno, o
fraterno, od anche materno, se il padre e il fratello manchino, con un uomo
infame o di troppo bassa condizione; gli Statuti di Lugo finalmente, che
pure manifestano carattere ferocissimo, permettono ai figli una scappatoia,
notando come il padre od il fratello o l'avo e quanti hanno, in somma, la
facoltà del divieto, debbano godere del pieno uso della ragione. Si vede
bene che la legge formidabile dovea contraddirsi e mostrarsi più clemente
nell'uso. L'uso era già più umano della legge presso gli stessi legislatori; ed
a me basta per rendermene persuaso questo bel passo di Ennio, onde si
scorge come la vittima non muovea sempre silenziosa al supplizio e
riusciva alcuna volta a commuovere il suo sacrificatore: «O padre, io sono
da te indegnamente offesa; poichè, se tu giudicavi tristo Cresfonte, per qual
motivo a lui mi destinavi in moglie? se onesto, perchè mi obblighi contro
mia voglia a lasciarlo, quando egli mi vuole?» [155].
colpa alle nozze volontarie d'una fanciulla, senza il consenso paterno, o
fraterno, od anche materno, se il padre e il fratello manchino, con un uomo
infame o di troppo bassa condizione; gli Statuti di Lugo finalmente, che
pure manifestano carattere ferocissimo, permettono ai figli una scappatoia,
notando come il padre od il fratello o l'avo e quanti hanno, in somma, la
facoltà del divieto, debbano godere del pieno uso della ragione. Si vede
bene che la legge formidabile dovea contraddirsi e mostrarsi più clemente
nell'uso. L'uso era già più umano della legge presso gli stessi legislatori; ed
a me basta per rendermene persuaso questo bel passo di Ennio, onde si
scorge come la vittima non muovea sempre silenziosa al supplizio e
riusciva alcuna volta a commuovere il suo sacrificatore: «O padre, io sono
da te indegnamente offesa; poichè, se tu giudicavi tristo Cresfonte, per qual
motivo a lui mi destinavi in moglie? se onesto, perchè mi obblighi contro
mia voglia a lasciarlo, quando egli mi vuole?» [155].
Page 59
IX.
Nozze per ordine superiore.
Notai di sopra, come la casta guerriera abbia mostrato, più di ogni altra,
rispetto alla donna; ma alla casta guerriera corrispondeva pur troppo, nel
medio evo, un reggimento feudale; e nel reggimento feudale, la sola
padrona rimaneva donna; il resto, o maschio o femmina che fosse, si
considerava come cosa vile e venale. La libertà de' matrimonii era fra gli
infimi vassalli interdetta; e, mentre pur si voleva si moltiplicassero perchè si
moltiplicassero le braccia al lavoro, ciò si voleva in quel modo e con quelle
condizioni che piacesse meglio al signore di imporre. Tra i Lettoni, per
relazione del signor Henriet, prima dell'ultimo decreto imperiale per la
emancipazione de' contadini, si raccoglievano in un determinato giorno di
festa dal padrone i giovani e le ragazze della terra in una osteria; rinchiusi
nell'osteria per un'ora, il fattore distribuiva loro noci e pane pepato.
Ricevuto il qual dono, proprio delle nozze [156], i giovani e le ragazze si
sceglievano e uscivano quindi, a due a due, dall'osteria per farsi benedire.
Della proprietà sembra lecito il disporre a piacere; finchè pertanto resta per
legge o l'uso tollera che il lavoratore sia un annesso della terra lavorata per
il signore, quest'ultimo può trattare l'uomo e la terra al modo medesimo.
Non recano quindi meraviglia le sentenze delle Assisiæ Hierosolym [157],
che proibiscono il matrimonio di alcun contadino, sia maschio o femmina,
al di fuori della terra, senza che il signore della terra in cui il contadino è
passato ne restituisca l'equivalente al proprietario.
Sopra i servi della gleba aveva dunque il signore feudale potestà suprema
per le nozze; egli le ordinava od impediva a sua posta; le ritardava,
interrompeva, aggravava senza che alcuna autorità venisse a limitarne gli
arbitrii. E potrebbe forse essere un resto infelice di tali consuetudini l'uso
Nozze per ordine superiore.
Notai di sopra, come la casta guerriera abbia mostrato, più di ogni altra,
rispetto alla donna; ma alla casta guerriera corrispondeva pur troppo, nel
medio evo, un reggimento feudale; e nel reggimento feudale, la sola
padrona rimaneva donna; il resto, o maschio o femmina che fosse, si
considerava come cosa vile e venale. La libertà de' matrimonii era fra gli
infimi vassalli interdetta; e, mentre pur si voleva si moltiplicassero perchè si
moltiplicassero le braccia al lavoro, ciò si voleva in quel modo e con quelle
condizioni che piacesse meglio al signore di imporre. Tra i Lettoni, per
relazione del signor Henriet, prima dell'ultimo decreto imperiale per la
emancipazione de' contadini, si raccoglievano in un determinato giorno di
festa dal padrone i giovani e le ragazze della terra in una osteria; rinchiusi
nell'osteria per un'ora, il fattore distribuiva loro noci e pane pepato.
Ricevuto il qual dono, proprio delle nozze [156], i giovani e le ragazze si
sceglievano e uscivano quindi, a due a due, dall'osteria per farsi benedire.
Della proprietà sembra lecito il disporre a piacere; finchè pertanto resta per
legge o l'uso tollera che il lavoratore sia un annesso della terra lavorata per
il signore, quest'ultimo può trattare l'uomo e la terra al modo medesimo.
Non recano quindi meraviglia le sentenze delle Assisiæ Hierosolym [157],
che proibiscono il matrimonio di alcun contadino, sia maschio o femmina,
al di fuori della terra, senza che il signore della terra in cui il contadino è
passato ne restituisca l'equivalente al proprietario.
Sopra i servi della gleba aveva dunque il signore feudale potestà suprema
per le nozze; egli le ordinava od impediva a sua posta; le ritardava,
interrompeva, aggravava senza che alcuna autorità venisse a limitarne gli
arbitrii. E potrebbe forse essere un resto infelice di tali consuetudini l'uso
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che, scomparso quasi intieramente in Francia, si mantiene ancora in
Piemonte dove la contadina che si sposa porta al suo padrone una specie di
coccarda fatta con nastri, la quale chiamano livrea. Cosiffatta livrea viene
pure distribuita fra le varie persone che gli sposi intendono invitare alla
festa nuziale, e particolarmente al banchetto dove il padrone interviene, se
egli lo voglia, come di diritto [158].
Qualche riserbo maggiore si osservava nelle forme, quando la sposa non era
già una contadina, ma soltanto una vassalla sottoposta al gran feudatario. Il
feudatario le domandava quello che nel medio evo chiamavano maritagii
servigium. Egli mandava tre de' suoi baroni alla donzella, con l'intimazione:
Signora, voi mi dovete il servigio di maritarvi [159]. Essa era costretta ad
eleggerne uno. Permesse le nozze, dovea quindi pagarsi con più maniere di
balzelli al feudatario il nuptiaticum o diritto di nozze, il più esecrando de'
quali che aveva nome marcheta, dovrò più oltre illustrare [160]. All'incontro,
se il feudatario menava moglie, non pagava nessun tributo ad alcuno,
fuorchè al re, e imponeva a' suoi vassalli un tributo novello, chiamato
auxilium od aiuto. Che al re si dovesse una specie di tributo per nozze, lo
argomento dal brano di una carta di Enrico III re d'Inghilterra, ove si
proibisce a' signori qualsiasi maritaggio senza il consenso reale [161].
Nel Dekhan, il re ha facoltà d'imporre un maritaggio, quando un
pretendente rifiutato gli si presenta a cavallo di alcuni rami di palma, lacero
e insanguinato per le ferite, onde il proverbio dekhanico: «per gli amanti
disperati non vi è altra salvezza che il cavallo fatto con rami di palma [162].».
Piemonte dove la contadina che si sposa porta al suo padrone una specie di
coccarda fatta con nastri, la quale chiamano livrea. Cosiffatta livrea viene
pure distribuita fra le varie persone che gli sposi intendono invitare alla
festa nuziale, e particolarmente al banchetto dove il padrone interviene, se
egli lo voglia, come di diritto [158].
Qualche riserbo maggiore si osservava nelle forme, quando la sposa non era
già una contadina, ma soltanto una vassalla sottoposta al gran feudatario. Il
feudatario le domandava quello che nel medio evo chiamavano maritagii
servigium. Egli mandava tre de' suoi baroni alla donzella, con l'intimazione:
Signora, voi mi dovete il servigio di maritarvi [159]. Essa era costretta ad
eleggerne uno. Permesse le nozze, dovea quindi pagarsi con più maniere di
balzelli al feudatario il nuptiaticum o diritto di nozze, il più esecrando de'
quali che aveva nome marcheta, dovrò più oltre illustrare [160]. All'incontro,
se il feudatario menava moglie, non pagava nessun tributo ad alcuno,
fuorchè al re, e imponeva a' suoi vassalli un tributo novello, chiamato
auxilium od aiuto. Che al re si dovesse una specie di tributo per nozze, lo
argomento dal brano di una carta di Enrico III re d'Inghilterra, ove si
proibisce a' signori qualsiasi maritaggio senza il consenso reale [161].
Nel Dekhan, il re ha facoltà d'imporre un maritaggio, quando un
pretendente rifiutato gli si presenta a cavallo di alcuni rami di palma, lacero
e insanguinato per le ferite, onde il proverbio dekhanico: «per gli amanti
disperati non vi è altra salvezza che il cavallo fatto con rami di palma [162].».
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X.
Nozze per procura.
Non so se abbiano usato altrove che in Europa, in altro tempo che nel medio
evo, fra altra gente che principesca; e se usino oggi ancora tra principi,
confesso di non sapere; ma credo saper certo che le formalità le quali
usavano nel medio evo per una tal cerimonia sono oggi dismesse.
L'incaricato, per parte dello sposo, aveva il diritto di mettere, come in segno
di matrimonio consumato, una gamba sopra il letto della sposa. Ove gli
ambasciatori erano più di uno, come nel caso di Pipino con la Berta
d'Ungheria, presso i Reali di Francia, suppongo che un tal diritto fosse
riserbato al più anziano. L'ambasciatore portava, in nome dello sposo, alla
sposa i doni e l'anello; e con l'anello sposava. Quando il re Ottone manda di
Germania alla prigioniera Adelaide un suo ambasciatore con l'anello,
intende significarle ch'egli la tiene già per propria sposa. Tal senso ha pure
l'anello coi doni, che, ne' Canti Illirici, il re Stefano manda alla giovine
Roskanda, convertendo in svat o procuratore il suo ministro Teodoro.
Nozze per procura.
Non so se abbiano usato altrove che in Europa, in altro tempo che nel medio
evo, fra altra gente che principesca; e se usino oggi ancora tra principi,
confesso di non sapere; ma credo saper certo che le formalità le quali
usavano nel medio evo per una tal cerimonia sono oggi dismesse.
L'incaricato, per parte dello sposo, aveva il diritto di mettere, come in segno
di matrimonio consumato, una gamba sopra il letto della sposa. Ove gli
ambasciatori erano più di uno, come nel caso di Pipino con la Berta
d'Ungheria, presso i Reali di Francia, suppongo che un tal diritto fosse
riserbato al più anziano. L'ambasciatore portava, in nome dello sposo, alla
sposa i doni e l'anello; e con l'anello sposava. Quando il re Ottone manda di
Germania alla prigioniera Adelaide un suo ambasciatore con l'anello,
intende significarle ch'egli la tiene già per propria sposa. Tal senso ha pure
l'anello coi doni, che, ne' Canti Illirici, il re Stefano manda alla giovine
Roskanda, convertendo in svat o procuratore il suo ministro Teodoro.
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XI.
Monogamia, poligamia e poliandria.
Come il celibato, per chi non faccia professione di astinenza [163], è un
delitto contro la società, così la poligamia, la quale, se non distrugge
intieramente, pregiudica assai il principale elemento della società ch'è la
famiglia. L'uso indo-europeo, rispettando la santità della famiglia, si fonda
sopra la monogamia; ma, come non vi ha legge che non si violi, così non vi
ha, si può dire, uso che non diventi abuso. L'abuso cerca giustificarsi con
pretesti; e non mancano ai poligami pretesti mitologici. Gli Olimpi sono
pieni di apparenti contraddizioni e anomalie; prese queste apparenze come
leggi alla vita terrena si rischia di spostare ogni principio di economia
sociale. Il dio od eroe si presenta alcuna volta con una donna sola, per la
quale mette in moto e scompiglio cielo e terra; talvolta invece si abbandona
ad ogni nuova figura della bellezza, ora schiavo alle lusinghe di una donna,
ora suo instabile seduttore.
Ove sono poligami gli dêi, è naturale trovare poligami anche gli eroi che
appaiono come la loro seconda forma. Nel Ràmàyana, sono illustri le due
mogli di Daçaratha; nel Mahàbhàrata, le due mogli di Pàndu; e le due
mogli epiche appaiono per lo più come rivali. I Nibelunghi e le Edda, con la
leggenda delle due donne amate da Sigifredo-Sigurd, e rivali, sembrano
avere alcuna coscienza della poligamia eroica. La stessa rivalità si
manifesta nella leggenda semitica delle due mogli di Abramo, e, come
parmi, anche delle due mogli di Giacobbe.
Ma la poligamia non è necessaria nel mito, dove anzi vediamo, per lo più,
l'eroe fedele all'unica sua sposa, la quale ora egli muove a conquistare, ora a
ritogliere dalle mani del suo rapitore; nell'uso, la poligamia è proscritta, e la
legge la condanna, sebbene talora lo stesso legislatore abbia peccato o
Monogamia, poligamia e poliandria.
Come il celibato, per chi non faccia professione di astinenza [163], è un
delitto contro la società, così la poligamia, la quale, se non distrugge
intieramente, pregiudica assai il principale elemento della società ch'è la
famiglia. L'uso indo-europeo, rispettando la santità della famiglia, si fonda
sopra la monogamia; ma, come non vi ha legge che non si violi, così non vi
ha, si può dire, uso che non diventi abuso. L'abuso cerca giustificarsi con
pretesti; e non mancano ai poligami pretesti mitologici. Gli Olimpi sono
pieni di apparenti contraddizioni e anomalie; prese queste apparenze come
leggi alla vita terrena si rischia di spostare ogni principio di economia
sociale. Il dio od eroe si presenta alcuna volta con una donna sola, per la
quale mette in moto e scompiglio cielo e terra; talvolta invece si abbandona
ad ogni nuova figura della bellezza, ora schiavo alle lusinghe di una donna,
ora suo instabile seduttore.
Ove sono poligami gli dêi, è naturale trovare poligami anche gli eroi che
appaiono come la loro seconda forma. Nel Ràmàyana, sono illustri le due
mogli di Daçaratha; nel Mahàbhàrata, le due mogli di Pàndu; e le due
mogli epiche appaiono per lo più come rivali. I Nibelunghi e le Edda, con la
leggenda delle due donne amate da Sigifredo-Sigurd, e rivali, sembrano
avere alcuna coscienza della poligamia eroica. La stessa rivalità si
manifesta nella leggenda semitica delle due mogli di Abramo, e, come
parmi, anche delle due mogli di Giacobbe.
Ma la poligamia non è necessaria nel mito, dove anzi vediamo, per lo più,
l'eroe fedele all'unica sua sposa, la quale ora egli muove a conquistare, ora a
ritogliere dalle mani del suo rapitore; nell'uso, la poligamia è proscritta, e la
legge la condanna, sebbene talora lo stesso legislatore abbia peccato o
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pecchi in contrario. Questo è il caso di Augusto, il quale, come abbiamo da
Svetonio, per impedire la troppo frequente mutazione di matrimonii, pose
un freno alla facoltà del divorzio, mentre egli stesso nella sua vita diede
esempii affatto contrarii. Bigamo fu Antonio, secondo il racconto di
Plutarco [164]. E l'imperatore Carino menò ben nove mogli, come ci riferisce
Flavio Vopisco [165]. Giulio Cesare aveva conceduto per legge il diritto
d'esser poligamo ai soli Quiriti; ma la legge, comunicata ad Elio Cinna
tribuno della plebe, non ebbe l'onore della promulgazione [166].
Della poligamia presso gli Ateniesi, discorre Ateneo [167]; egli cita pure
l'esempio dell'eroe Priamo poligamo, senza che Ecuba se l'abbia per male;
ma non si parla qui propriamente di più mogli, sì bene di concubine, oltre la
moglie. Così, ragionandosi delle donne di Teseo, si dice ch'egli rapì Elena,
Arianna, Ippolita e le figlie di Cercione e di Sinide, e sposò invece
legittimamente Melibea madre di Aiace. Più mogli effettive ebbe invece
Filippo il Macedone; e così parecchi altri sovrani, i quali si fanno lecito e
legittimo ogni arbitrio. È famosa, fra tutte, per le sue conseguenze, la
poligamia di Arrigo VIII d'Inghilterra. Alfonso X, re di Spagna, voleva, alla
maniera degli odierni Parsi, sostituire alla prima moglie che gli pareva
sterile una seconda capace di far figliuoli; ma, mentre le nozze si
combinavano, la prima moglie s'ingravidò; preoccupato soltanto della
successione, il re lasciò andare la nuova sposa, che, dotata, consegnò al
proprio fratello.
Il trovare in parecchi de' nostri Statuti un articolo a posta per punire i
poligami, ci prova come spesso in Italia si dovesse, nel medio evo,
infrangere l'uso della monogamia. Negli Statuti di Trento [168], i bigami sono
multati, e se non pagano, frustati; in quelli di Rovigno [169], frustati,
spodestati ed esiliati; in quelli di Civitavecchia, se non pagano, bruciati
vivi; in quelli draconiani di Lugo, multati senz'altro nel capo, purchè il
matrimonio siasi consumato [170].
Meno frequenti, invece, i casi di poliandria; ma pure ad essi accenna alcuno
de' nostri Statuti [171], e presso gli antichi Britanni, per memoria di Giulio
Cesare [172], e presso gli Spartani, per memoria di Senofonte e Polibio,
volendosi accennare ai soli Indoeuropei, intieramente conformi all'uso.
Nelle leggende indiane, sono famose una ninfa che sposò dieci fratelli,
Svetonio, per impedire la troppo frequente mutazione di matrimonii, pose
un freno alla facoltà del divorzio, mentre egli stesso nella sua vita diede
esempii affatto contrarii. Bigamo fu Antonio, secondo il racconto di
Plutarco [164]. E l'imperatore Carino menò ben nove mogli, come ci riferisce
Flavio Vopisco [165]. Giulio Cesare aveva conceduto per legge il diritto
d'esser poligamo ai soli Quiriti; ma la legge, comunicata ad Elio Cinna
tribuno della plebe, non ebbe l'onore della promulgazione [166].
Della poligamia presso gli Ateniesi, discorre Ateneo [167]; egli cita pure
l'esempio dell'eroe Priamo poligamo, senza che Ecuba se l'abbia per male;
ma non si parla qui propriamente di più mogli, sì bene di concubine, oltre la
moglie. Così, ragionandosi delle donne di Teseo, si dice ch'egli rapì Elena,
Arianna, Ippolita e le figlie di Cercione e di Sinide, e sposò invece
legittimamente Melibea madre di Aiace. Più mogli effettive ebbe invece
Filippo il Macedone; e così parecchi altri sovrani, i quali si fanno lecito e
legittimo ogni arbitrio. È famosa, fra tutte, per le sue conseguenze, la
poligamia di Arrigo VIII d'Inghilterra. Alfonso X, re di Spagna, voleva, alla
maniera degli odierni Parsi, sostituire alla prima moglie che gli pareva
sterile una seconda capace di far figliuoli; ma, mentre le nozze si
combinavano, la prima moglie s'ingravidò; preoccupato soltanto della
successione, il re lasciò andare la nuova sposa, che, dotata, consegnò al
proprio fratello.
Il trovare in parecchi de' nostri Statuti un articolo a posta per punire i
poligami, ci prova come spesso in Italia si dovesse, nel medio evo,
infrangere l'uso della monogamia. Negli Statuti di Trento [168], i bigami sono
multati, e se non pagano, frustati; in quelli di Rovigno [169], frustati,
spodestati ed esiliati; in quelli di Civitavecchia, se non pagano, bruciati
vivi; in quelli draconiani di Lugo, multati senz'altro nel capo, purchè il
matrimonio siasi consumato [170].
Meno frequenti, invece, i casi di poliandria; ma pure ad essi accenna alcuno
de' nostri Statuti [171], e presso gli antichi Britanni, per memoria di Giulio
Cesare [172], e presso gli Spartani, per memoria di Senofonte e Polibio,
volendosi accennare ai soli Indoeuropei, intieramente conformi all'uso.
Nelle leggende indiane, sono famose una ninfa che sposò dieci fratelli,
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Gàutamì che sposò sette sapienti, Dràupadì che sposò i cinque fratelli
panduidi [173]; ma è preziosa la confessione dello stesso Mahàbhàrata che
riferisce tali casi di poliandria, e li dice contrarî alle usanze ed alle leggi
vediche [174]. Di maniera che sembra doversi supporre qualche ragione fisica
ed economica aver solamente determinato i Britanni e gli Spartani ad uscire
dalla legge generale. Il Wilson lasciò scritto: «Fra gli abitatori del Butan,
una famiglia di fratelli possiede una moglie in comune, ed osservando la
sterilità del paese in cui prevale usanza siffatta, non è troppo necessario il
domandarsi qual sia il motivo di un tale accomodamento. Egli è
probabilmente lo stesso motivo, quello cioè, d'uno scarso nutrimento, che
portò fra gli Sciti la stessa usanza, secondo che ci insegna Erodoto. Meno
agevolmente si spiega per qual ragione la tribù de' Nairi del Malabar segua
un tale costume; pure, poichè vi son traccie di parentela, quantunque omai
dissipate, fra questi e la gente dell'Himàlaya, esse traccie indicano che i
Nairi poterono venir dalle montagne e portare con sè quell'usanza» [175]. Al
che il professore Foucaux, il quale ha riportato le parole del Wilson [176],
soggiunge il nome dei Dardi, tribù montanara del Kaçmira, ove una sola
donna è moglie di più fratelli, e quello degli isolani di Lancerote, nelle
Canarie, ove, secondo l'informazione di Béthencourt, viaggiatore del secolo
decimoquinto, ciascuna donna, per lo più, bastava per tre mariti.
panduidi [173]; ma è preziosa la confessione dello stesso Mahàbhàrata che
riferisce tali casi di poliandria, e li dice contrarî alle usanze ed alle leggi
vediche [174]. Di maniera che sembra doversi supporre qualche ragione fisica
ed economica aver solamente determinato i Britanni e gli Spartani ad uscire
dalla legge generale. Il Wilson lasciò scritto: «Fra gli abitatori del Butan,
una famiglia di fratelli possiede una moglie in comune, ed osservando la
sterilità del paese in cui prevale usanza siffatta, non è troppo necessario il
domandarsi qual sia il motivo di un tale accomodamento. Egli è
probabilmente lo stesso motivo, quello cioè, d'uno scarso nutrimento, che
portò fra gli Sciti la stessa usanza, secondo che ci insegna Erodoto. Meno
agevolmente si spiega per qual ragione la tribù de' Nairi del Malabar segua
un tale costume; pure, poichè vi son traccie di parentela, quantunque omai
dissipate, fra questi e la gente dell'Himàlaya, esse traccie indicano che i
Nairi poterono venir dalle montagne e portare con sè quell'usanza» [175]. Al
che il professore Foucaux, il quale ha riportato le parole del Wilson [176],
soggiunge il nome dei Dardi, tribù montanara del Kaçmira, ove una sola
donna è moglie di più fratelli, e quello degli isolani di Lancerote, nelle
Canarie, ove, secondo l'informazione di Béthencourt, viaggiatore del secolo
decimoquinto, ciascuna donna, per lo più, bastava per tre mariti.
Page 65
XII.
Nozze fra parenti.
Vi sono due correnti nell'uso indo-europeo; nell'una, le nozze fra i più
intimi, per non perdere la nobiltà della propria razza, si favoriscono;
nell'altra, a rinfrescare il sangue ed animare i commerci, e a raddoppiare la
vita, si cercano le nozze fuori del proprio circolo e talora fuori del proprio
paese. Quando i paesi sono nemici, le nozze pigliano forma di un
rapimento. Nell'India, abbiamo consigli, perchè i membri di uno stesso
gotra non si ricongiungano; ne abbiamo poi altri che hanno vigore di legge,
i quali non permettono alle caste di mescolarsi. Il solo Buddha appare
spregiudicato: suo padre Çuddhodana disposto a farne la volontà dice
pertanto al sommo de' bràhmani: «Se si trova una fanciulla che possegga
tali qualità (cioè quelle che Buddha ha descritto), sia ella di razza kshatriya,
o bràhmanica, o vàiçya, o çùdra, menala qua. E perchè no? Il giovinetto non
bada nè alla famiglia, nè alla razza; il giovinetto sta attento alle sole
qualità» [177]. Quanto meno tollerante per questo rispetto l'Occidente, ove
ora si vieta al popolano di sposare una nobile, ora ad una nobile di sposare
un popolano. Tucidide narra [178]: «I popolani di Samo si sollevarono contro
gli ottimati, in ciò aiutati dagli Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne
uccisero in tutti dugento incirca, quattrocento ne confinarono e si divisero le
loro terre ed abitazioni. Dopo di questo, avendo gli Ateniesi accordata loro
con decreto l'indipendenza in premio di fedeltà, governavano d'allora in poi
la repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i possidenti di terre, e vietarono
a qual si fosse popolano di menar moglie nobile, e di sposare ai nobili le
proprie fanciulle». In Roma, fino alla legge Canuleia, era vietato ai
popolani di sposare donne patrizie e ai patrizii di sposar popolane; il qual
pregiudizio, malgrado la legge Canuleia, e malgrado la rivoluzione
francese, si accarezza oggi ancora dal patriziato, al quale non so quanto
Nozze fra parenti.
Vi sono due correnti nell'uso indo-europeo; nell'una, le nozze fra i più
intimi, per non perdere la nobiltà della propria razza, si favoriscono;
nell'altra, a rinfrescare il sangue ed animare i commerci, e a raddoppiare la
vita, si cercano le nozze fuori del proprio circolo e talora fuori del proprio
paese. Quando i paesi sono nemici, le nozze pigliano forma di un
rapimento. Nell'India, abbiamo consigli, perchè i membri di uno stesso
gotra non si ricongiungano; ne abbiamo poi altri che hanno vigore di legge,
i quali non permettono alle caste di mescolarsi. Il solo Buddha appare
spregiudicato: suo padre Çuddhodana disposto a farne la volontà dice
pertanto al sommo de' bràhmani: «Se si trova una fanciulla che possegga
tali qualità (cioè quelle che Buddha ha descritto), sia ella di razza kshatriya,
o bràhmanica, o vàiçya, o çùdra, menala qua. E perchè no? Il giovinetto non
bada nè alla famiglia, nè alla razza; il giovinetto sta attento alle sole
qualità» [177]. Quanto meno tollerante per questo rispetto l'Occidente, ove
ora si vieta al popolano di sposare una nobile, ora ad una nobile di sposare
un popolano. Tucidide narra [178]: «I popolani di Samo si sollevarono contro
gli ottimati, in ciò aiutati dagli Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne
uccisero in tutti dugento incirca, quattrocento ne confinarono e si divisero le
loro terre ed abitazioni. Dopo di questo, avendo gli Ateniesi accordata loro
con decreto l'indipendenza in premio di fedeltà, governavano d'allora in poi
la repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i possidenti di terre, e vietarono
a qual si fosse popolano di menar moglie nobile, e di sposare ai nobili le
proprie fanciulle». In Roma, fino alla legge Canuleia, era vietato ai
popolani di sposare donne patrizie e ai patrizii di sposar popolane; il qual
pregiudizio, malgrado la legge Canuleia, e malgrado la rivoluzione
francese, si accarezza oggi ancora dal patriziato, al quale non so quanto
Page 66
prosperi; poichè nello studio di farsi un erede, raro lo trovano; chè, siccome
da una botte vuota non è da cavar vino, così neppure alcun seme, altro che
poco e tristo, da piante intisichite. E i nostri Statuti comunali assai poco
democratici, per la massima parte, mantengono vivo l'infelice privilegio:
valga d'esempio il decreto che segue [179]: «Non sia lecito a persona alcuna
far parentado con signori, caporali, ed altri principali dell'isola, così di qua
come di là de' monti senza la solita licenza». La licenza naturalmente non si
dava, se potesse dispiacere al capo della casa con cui si volea stringere il
parentado. Più umano l'editto di Rothari, pone soltanto per condizione che
la fanciulla non sia una schiava, la quale il padrone non poteva sposare, se
prima non l'avea messa in libertà [180].
Non potendosi, col progresso de' tempi e con la civiltà, proibir sempre e per
tutte le nozze fra gente di condizione diversa, si volle almeno bandire dalle
nozze coi cittadini il forestiero. Già i Romani proscrivevano da ogni
connubio con i cittadini colui che non godeva della romana
cittadinanza [181]; ma, quando la legge è troppo stretta, l'uso l'allarga da sè
ed allargata la fa ricomparire, e a suo tempo riconoscere, sotto la forma di
nuova legge; così si spiega che Valentiniano e Valente abbiano per legge
escluso dal connubio coi Romani i soli barbari non appartenenti alle
provincie dell'impero; finchè i barbari, così detti, arrivarono da sè e si
misero in casa nostra e la fecero casa loro, e disposero de' connubi a modo e
usanza loro.
Ma l'amor del campanile cionondimeno è rimasto in Italia e le mamme
nostre continuano ad aver paura di forestieri e forestiere. Nella valle
d'Andorno, le madri dicono alle figliuole che le piante forestiere lassù non
fanno buon frutto, e hanno un proverbio loro che dice: alle veglie ed ai balli
mai sotto il ponte della Balma. Ora questo ponte è al fine della valle, e
vogliono significare con ciò, che vi è pericolo a passarlo o a lasciarlo
passare; il che non toglie tuttavia che l'accolgano bene e direi quasi
cavallerescamente, quando un forestiero arriva. Il modo è questo, secondo
una descrizione che mi venne favorita dalla gentilezza del compianto Mons.
Losana vescovo di Biella. «Ad un'ora di notte veste lo sposo gli abiti di
mezza festa, si caccia un pistolone nella saccoccia, e sotto l'ascella, e solo
od anche accompagnato da qualche coetaneo, si dirige verso il Cantone
dove spera trovar corrispondenza d'amore. Giunto alle prime case, spara un
da una botte vuota non è da cavar vino, così neppure alcun seme, altro che
poco e tristo, da piante intisichite. E i nostri Statuti comunali assai poco
democratici, per la massima parte, mantengono vivo l'infelice privilegio:
valga d'esempio il decreto che segue [179]: «Non sia lecito a persona alcuna
far parentado con signori, caporali, ed altri principali dell'isola, così di qua
come di là de' monti senza la solita licenza». La licenza naturalmente non si
dava, se potesse dispiacere al capo della casa con cui si volea stringere il
parentado. Più umano l'editto di Rothari, pone soltanto per condizione che
la fanciulla non sia una schiava, la quale il padrone non poteva sposare, se
prima non l'avea messa in libertà [180].
Non potendosi, col progresso de' tempi e con la civiltà, proibir sempre e per
tutte le nozze fra gente di condizione diversa, si volle almeno bandire dalle
nozze coi cittadini il forestiero. Già i Romani proscrivevano da ogni
connubio con i cittadini colui che non godeva della romana
cittadinanza [181]; ma, quando la legge è troppo stretta, l'uso l'allarga da sè
ed allargata la fa ricomparire, e a suo tempo riconoscere, sotto la forma di
nuova legge; così si spiega che Valentiniano e Valente abbiano per legge
escluso dal connubio coi Romani i soli barbari non appartenenti alle
provincie dell'impero; finchè i barbari, così detti, arrivarono da sè e si
misero in casa nostra e la fecero casa loro, e disposero de' connubi a modo e
usanza loro.
Ma l'amor del campanile cionondimeno è rimasto in Italia e le mamme
nostre continuano ad aver paura di forestieri e forestiere. Nella valle
d'Andorno, le madri dicono alle figliuole che le piante forestiere lassù non
fanno buon frutto, e hanno un proverbio loro che dice: alle veglie ed ai balli
mai sotto il ponte della Balma. Ora questo ponte è al fine della valle, e
vogliono significare con ciò, che vi è pericolo a passarlo o a lasciarlo
passare; il che non toglie tuttavia che l'accolgano bene e direi quasi
cavallerescamente, quando un forestiero arriva. Il modo è questo, secondo
una descrizione che mi venne favorita dalla gentilezza del compianto Mons.
Losana vescovo di Biella. «Ad un'ora di notte veste lo sposo gli abiti di
mezza festa, si caccia un pistolone nella saccoccia, e sotto l'ascella, e solo
od anche accompagnato da qualche coetaneo, si dirige verso il Cantone
dove spera trovar corrispondenza d'amore. Giunto alle prime case, spara un
Page 67
colpo, segnale alle veglie, che vi arrivano amorosi. Immantinente i giovani
del paese escono ad incontrarlo e trovatolo in abito di etichetta
coll'indispensabile cappello, si fanno rimettere l'arma e l'introducono in
quante veglie egli desidera, nè più l'abbandonano finchè chiegga esso di
ritornare a casa. Allora l'accompagnano sino al luogo dove l'hanno trovato e
restituitagli la pistola e fattegli alcune cortesie, lo lasciano andare. Nelle
notti susseguenti, ritornando, lo stesso segnale, la stessa accoglienza, la
stessa compagnia finchè l'amoroso non sia fidanzato».
In Toscana, un proverbio dice: moglie e buoi de' paesi tuoi, e uno stornello
canta:
del paese escono ad incontrarlo e trovatolo in abito di etichetta
coll'indispensabile cappello, si fanno rimettere l'arma e l'introducono in
quante veglie egli desidera, nè più l'abbandonano finchè chiegga esso di
ritornare a casa. Allora l'accompagnano sino al luogo dove l'hanno trovato e
restituitagli la pistola e fattegli alcune cortesie, lo lasciano andare. Nelle
notti susseguenti, ritornando, lo stesso segnale, la stessa accoglienza, la
stessa compagnia finchè l'amoroso non sia fidanzato».
In Toscana, un proverbio dice: moglie e buoi de' paesi tuoi, e uno stornello
canta:
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Pampani e uva
E la mia mamma sempre lo diceva,
L'amor del forestiero poco dura.
E fanno eco a queste popolari sentenze, i rigorosi divieti presso i nostri
Statuti comunali di sposar gente forestiera [182].
Ora, in Italia, pur troppo, forestiero non vuol dire uomo d'altra nazione, ma
d'altro campanile; sì che, restringendosi sempre più i limiti de' connubii
possibili, non è meraviglia che lo stesso sentimento d'orgoglio,
d'indipendenza, d'egoismo, abbia portato, presso certi popoli, l'uso delle
nozze tra i parenti, anche tra i più stretti.
In Toscana, quando due non si possono mettere d'accordo dicono: Fra me e
te siamo parenti, non ci si può pigliare. Il proverbio va dietro il Diritto
romano, che escludeva il connubio fra ascendenti e discendenti e fra parenti
collaterali fino al settimo grado [183].
Ma de' più solleciti a violarlo furono per l'appunto imperatori romani. È
celebre la risposta che la matrigna di Antonino Caracalla diede al figliastro,
che l'ammirava ignuda [184]: detto e fatto scelleratissimi, che la legge
avrebbe puniti, se non si chiamava col nome poco onesto di Augusto
l'iniquo incestuoso; poichè di Augusto, Caligola si compiaceva narrare che
il suo incesto con la figlia Giulia avea dato il giorno alla madre di lui,
mostro. Nè potè valere a Claudio il suo espediente, per sottrarsi ad ogni
biasimo, quando sposata la propria nipote Agrippina, diede a tutti il
permesso di fare il medesimo; egli non riuscì a trovare altri imitatori
all'infuori di due suoi adepti; ed apparve così alla storia, come uno stupido
violator di leggi.
In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti; non tra
collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio Probo nel
proemio al suo libro [185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo personaggio
ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma ciò, per gli usi
nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani stupra una dopo le altre
tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una mostruosa eccezione. E Alcibiade
è un'altra mostruosa eccezione presso i Greci, siccome quello che dormì con
E la mia mamma sempre lo diceva,
L'amor del forestiero poco dura.
E fanno eco a queste popolari sentenze, i rigorosi divieti presso i nostri
Statuti comunali di sposar gente forestiera [182].
Ora, in Italia, pur troppo, forestiero non vuol dire uomo d'altra nazione, ma
d'altro campanile; sì che, restringendosi sempre più i limiti de' connubii
possibili, non è meraviglia che lo stesso sentimento d'orgoglio,
d'indipendenza, d'egoismo, abbia portato, presso certi popoli, l'uso delle
nozze tra i parenti, anche tra i più stretti.
In Toscana, quando due non si possono mettere d'accordo dicono: Fra me e
te siamo parenti, non ci si può pigliare. Il proverbio va dietro il Diritto
romano, che escludeva il connubio fra ascendenti e discendenti e fra parenti
collaterali fino al settimo grado [183].
Ma de' più solleciti a violarlo furono per l'appunto imperatori romani. È
celebre la risposta che la matrigna di Antonino Caracalla diede al figliastro,
che l'ammirava ignuda [184]: detto e fatto scelleratissimi, che la legge
avrebbe puniti, se non si chiamava col nome poco onesto di Augusto
l'iniquo incestuoso; poichè di Augusto, Caligola si compiaceva narrare che
il suo incesto con la figlia Giulia avea dato il giorno alla madre di lui,
mostro. Nè potè valere a Claudio il suo espediente, per sottrarsi ad ogni
biasimo, quando sposata la propria nipote Agrippina, diede a tutti il
permesso di fare il medesimo; egli non riuscì a trovare altri imitatori
all'infuori di due suoi adepti; ed apparve così alla storia, come uno stupido
violator di leggi.
In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti; non tra
collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio Probo nel
proemio al suo libro [185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo personaggio
ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma ciò, per gli usi
nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani stupra una dopo le altre
tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una mostruosa eccezione. E Alcibiade
è un'altra mostruosa eccezione presso i Greci, siccome quello che dormì con
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la propria figlia [186]; egli vuole, com'è noto, far parlare ad ogni costo di sè;
ed è con questo intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul
talamo del re di Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta
come discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da
Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in Grecia, in
Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era fatto tra persone
intime e migliore si riconosceva. Il Vispered [187] lo dice esplicito: «Io amo
quelli che sono sposati con parenti»; e se i parenti erano padre e figlia,
madre e figlio, meglio; il matrimonio riusciva privilegiato.
Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono tali
matrimoni come gli ottimi.
ed è con questo intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul
talamo del re di Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta
come discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da
Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in Grecia, in
Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era fatto tra persone
intime e migliore si riconosceva. Il Vispered [187] lo dice esplicito: «Io amo
quelli che sono sposati con parenti»; e se i parenti erano padre e figlia,
madre e figlio, meglio; il matrimonio riusciva privilegiato.
Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono tali
matrimoni come gli ottimi.
Page 70
XIII.
Come la fanciulla si domanda.
Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il matrimonio,
come dicono nell'India, alla maniera de' gandharvi [188], dove insomma
interviene l'autorità de' parenti e la festa non è solamente della giovine
coppia, ma più forse delle loro rispettive famiglie, ha importanza la
cerimonia della chiesta nuziale.
Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso italiano è
questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per esplorare se non vi sia
pericolo di rifiuto; quindi muove il padre stesso dello sposo a fare la
domanda; in Sicilia, come appare dai canti popolari e dalle informazioni del
Pitrè, assume piuttosto un tale ufficio la madre.
Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:
— Arsira [189] me' matruzza [190] mi spiau [191]
E mi dissi unni [192] vai, figghiuzzu miu?
— Matruzza, unni la zita mi nni vaju [193]
Ca cc'è 'na bedda [194] di geniu miu.
— Fighiuzzu, 'nsignamillu [195] ca cci vaju
Quantu tanticchia [196] mi nni preju iu [197]
— Vossia [198], cci dici; senziu nun haju [199]
Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju [200].
In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo della
chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il puntamento, ossia si fissa
Come la fanciulla si domanda.
Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il matrimonio,
come dicono nell'India, alla maniera de' gandharvi [188], dove insomma
interviene l'autorità de' parenti e la festa non è solamente della giovine
coppia, ma più forse delle loro rispettive famiglie, ha importanza la
cerimonia della chiesta nuziale.
Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso italiano è
questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per esplorare se non vi sia
pericolo di rifiuto; quindi muove il padre stesso dello sposo a fare la
domanda; in Sicilia, come appare dai canti popolari e dalle informazioni del
Pitrè, assume piuttosto un tale ufficio la madre.
Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:
— Arsira [189] me' matruzza [190] mi spiau [191]
E mi dissi unni [192] vai, figghiuzzu miu?
— Matruzza, unni la zita mi nni vaju [193]
Ca cc'è 'na bedda [194] di geniu miu.
— Fighiuzzu, 'nsignamillu [195] ca cci vaju
Quantu tanticchia [196] mi nni preju iu [197]
— Vossia [198], cci dici; senziu nun haju [199]
Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju [200].
In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo della
chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il puntamento, ossia si fissa
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il giorno delle nozze. Che il medesimo a Roma si facesse lo argomento da
questo brano di Terenzio [201]: «Mosso da tal fama Cremete se ne venne a
me spontaneo, per dare a mio figlio in moglie l'unica sua figlia
immensamente dotata. Mi piacque; feci la promessa; si fermò questo giorno
alle nozze.» In questa prima cerimonia, quando le parti si trovano
d'accordo, gli sposi si danno la mano; e l'aver compiuto un tale atto è un
primo e forte legame, come lo era per gl'Indiani [202]. Il padre della Tancia al
cittadino Pietro Belfiore, dice:
La v'ha data la man, l'è obbrigata
Non ci bisogna su nè sal nè olio [203]
Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia, come quello che
conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi sono assai
popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il toccamano e il dare
l'anello quello che, nella credenza comune, sembra legar più è l'aver dato
l'anello della promessa, chiamato dai Latini anulus pronubus, diverso da
quello che si dà ora in chiesa dal prete quando benedice le nozze omai
combinate e non più possibili a rompersi senza grave scandalo. L'anello
della promessa è un pegno di unione futura; l'anello che si dà in chiesa è
simbolo dell'unione che si fa. L'uso dell'anulus pronubus è generale in
Italia, dato «o per segno di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel
pegno i cuori si leghino [204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'anulus
pronubus non è ancora vincolo legale di matrimonio [205]; lo è invece pel
diritto visigotico e longobardico [206], e più poi ne' nostri canti popolari, uno
de' quali dice così:
Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!
M'è stato detto, amor, che siete sposo.
Se siate sposo ancora non lo so;
Ancora siete a tempo a dir di no.
Se siete sposo ancor non lo so io;
Ancora siete a tempo a dirgli addio.
Quando vi vederò l'anello in dito
Allor ci piglierò pena e partito.
Quando vi vederò l'anello d'oro,
questo brano di Terenzio [201]: «Mosso da tal fama Cremete se ne venne a
me spontaneo, per dare a mio figlio in moglie l'unica sua figlia
immensamente dotata. Mi piacque; feci la promessa; si fermò questo giorno
alle nozze.» In questa prima cerimonia, quando le parti si trovano
d'accordo, gli sposi si danno la mano; e l'aver compiuto un tale atto è un
primo e forte legame, come lo era per gl'Indiani [202]. Il padre della Tancia al
cittadino Pietro Belfiore, dice:
La v'ha data la man, l'è obbrigata
Non ci bisogna su nè sal nè olio [203]
Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia, come quello che
conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi sono assai
popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il toccamano e il dare
l'anello quello che, nella credenza comune, sembra legar più è l'aver dato
l'anello della promessa, chiamato dai Latini anulus pronubus, diverso da
quello che si dà ora in chiesa dal prete quando benedice le nozze omai
combinate e non più possibili a rompersi senza grave scandalo. L'anello
della promessa è un pegno di unione futura; l'anello che si dà in chiesa è
simbolo dell'unione che si fa. L'uso dell'anulus pronubus è generale in
Italia, dato «o per segno di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel
pegno i cuori si leghino [204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'anulus
pronubus non è ancora vincolo legale di matrimonio [205]; lo è invece pel
diritto visigotico e longobardico [206], e più poi ne' nostri canti popolari, uno
de' quali dice così:
Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!
M'è stato detto, amor, che siete sposo.
Se siate sposo ancora non lo so;
Ancora siete a tempo a dir di no.
Se siete sposo ancor non lo so io;
Ancora siete a tempo a dirgli addio.
Quando vi vederò l'anello in dito
Allor ci piglierò pena e partito.
Quando vi vederò l'anello d'oro,
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Allor ci piglierò partito e duolo [207].
Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro; anzi
nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al tempo di
Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come nell'agro Tuderte
e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi rammento, chiamano questo
anello nuziale la fede, e nel Veneto, la vera; ora vera è parola slava che vale
precisamente la fede.
L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposo alla sposa; ma talora
può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con Adelaide [208], o
dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge alla sposa, come ne
abbiamo un caso presso il Bandello [209], o fatto dare, come ci occorre
presso il Doni [210]. Nell'India era una vecchia parente che metteva in dito ai
due sposi un anello di ferro [211]. Tra principi si trova pure il caso in cui la
fanciulla per ordine paterno si fidanzi per mezzo di un anello, che ella
manda allo sposo destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la
stringe pur tanto che ritraendosi ella possa provocare un casus belli [212].
L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne
vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della promessa,
no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual proposito mi piace
rilevare, da un eccellente scritto di Dora d'Istria [213], l'uso che la dotta ed
elegante scrittrice ha potuto osservare tra i Serbi: «I pesma sembrano avere
inteso a rendere popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a
distinguere i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro
semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà il
basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le tradizioni
orientali, la mela vien considerata come un simbolo di seduzione. Una mela
sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle mani di Paride, Hera, il
tipo della matrona ellenica, e Athene, la vergine austera, consentirono a
mostrarsi ignude come Afrodite nel cospetto di un pastor frigio. Una
fanciulla serba più prudente che non fosse l'Eva della Genesi, si affretta a
gettar sul naso di Mirko la mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua
mela», grida ella irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda
lungi col piede la mela che Stoiano vuol farle accettare; ma colei che più
risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente sorride sì
Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro; anzi
nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al tempo di
Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come nell'agro Tuderte
e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi rammento, chiamano questo
anello nuziale la fede, e nel Veneto, la vera; ora vera è parola slava che vale
precisamente la fede.
L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposo alla sposa; ma talora
può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con Adelaide [208], o
dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge alla sposa, come ne
abbiamo un caso presso il Bandello [209], o fatto dare, come ci occorre
presso il Doni [210]. Nell'India era una vecchia parente che metteva in dito ai
due sposi un anello di ferro [211]. Tra principi si trova pure il caso in cui la
fanciulla per ordine paterno si fidanzi per mezzo di un anello, che ella
manda allo sposo destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la
stringe pur tanto che ritraendosi ella possa provocare un casus belli [212].
L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne
vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della promessa,
no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual proposito mi piace
rilevare, da un eccellente scritto di Dora d'Istria [213], l'uso che la dotta ed
elegante scrittrice ha potuto osservare tra i Serbi: «I pesma sembrano avere
inteso a rendere popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a
distinguere i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro
semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà il
basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le tradizioni
orientali, la mela vien considerata come un simbolo di seduzione. Una mela
sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle mani di Paride, Hera, il
tipo della matrona ellenica, e Athene, la vergine austera, consentirono a
mostrarsi ignude come Afrodite nel cospetto di un pastor frigio. Una
fanciulla serba più prudente che non fosse l'Eva della Genesi, si affretta a
gettar sul naso di Mirko la mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua
mela», grida ella irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda
lungi col piede la mela che Stoiano vuol farle accettare; ma colei che più
risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente sorride sì
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tosto ch'ella scorge come nelle mani di Mirko risplende l'anello d'oro,
l'anello della promessa.»
Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia in
origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di osservare
come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non usa più offrire
l'anello.
Nell'India antica, secondo i sùtra, i due messaggieri d'amore, lasciata la
casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e frutti, andavano soli alla
casa della sposa, si annunziavano al padre, e in presenza di tutti i parenti,
esposto prima il loro mandato, scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi
dello sposo e domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre
i parenti erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il più
bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i messaggieri toccano
una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la stessa coppa veniva quindi
posta sul capo della sposa, come augurio di fecondità. Recitata qualche
formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo faceva sedere sopra l'erba kuça e
gli dava a bere latte con miele; lo sposo presentava quindi i suoi primi doni
alla sposa.
Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi, manifesta il
proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui elegge un giorno propizio,
appresta i doni e si avvia con essi alla casa della sposa. Il padre fa la
promessa e presenta i doni; il padre della sposa, prima di rispondere, tenta
gli augurii; e, ove egli consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le
promesse e si fissa il giorno solenne per le nozze. Ma fra i Bràhmani corre
ancora quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze,
purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di alcun
dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come penitenza poi,
egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà. L'apparato del viaggio si
fornisce in tutto punto, e il giovine fidanzato si mette in via; ma com'egli è
appena giunto fuor della città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che
gli domanda ove sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio,
pur ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste e si
sollecitano le nozze.
l'anello della promessa.»
Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia in
origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di osservare
come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non usa più offrire
l'anello.
Nell'India antica, secondo i sùtra, i due messaggieri d'amore, lasciata la
casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e frutti, andavano soli alla
casa della sposa, si annunziavano al padre, e in presenza di tutti i parenti,
esposto prima il loro mandato, scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi
dello sposo e domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre
i parenti erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il più
bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i messaggieri toccano
una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la stessa coppa veniva quindi
posta sul capo della sposa, come augurio di fecondità. Recitata qualche
formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo faceva sedere sopra l'erba kuça e
gli dava a bere latte con miele; lo sposo presentava quindi i suoi primi doni
alla sposa.
Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi, manifesta il
proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui elegge un giorno propizio,
appresta i doni e si avvia con essi alla casa della sposa. Il padre fa la
promessa e presenta i doni; il padre della sposa, prima di rispondere, tenta
gli augurii; e, ove egli consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le
promesse e si fissa il giorno solenne per le nozze. Ma fra i Bràhmani corre
ancora quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze,
purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di alcun
dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come penitenza poi,
egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà. L'apparato del viaggio si
fornisce in tutto punto, e il giovine fidanzato si mette in via; ma com'egli è
appena giunto fuor della città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che
gli domanda ove sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio,
pur ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste e si
sollecitano le nozze.
Page 74
Nelle leggi della Germania settentrionale, una delle formole per le quali si
facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia mia per l'onore e pel
matrimonio e per la metà del letto, per la serratura e per le chiavi» [214],
intendendosi con ciò che il matrimonio dovesse riuscire onorato e che la
moglie, oltre alla partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il
dominio della casa.
In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente
dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa abita. Il
padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il forestiero risponde:
«Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce, se voi la volete lasciar
entrare.» Il padre lo fa entrare, e si tratta; la fanciulla origlia intanto dalla
stanza vicina; se i due contraenti si mettono d'accordo e combinano le
nozze, la fanciulla incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel
governo di Tver, dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le
trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si reca in
visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come è l'uso russo,
prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si siede e prega Dio.
Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della sposa, ove giunto, i due
suoceri ripiegano in su un lembo della loro pelliccia [215], e il padre dello
sposo dice: «Quello che hai immaginato, facciamolo; battiamo le mani».
Allora la palma dell'uno batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si
chiama il battimano; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo
chiamano il toccamano; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani
solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di altre parti
d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de' loro contratti sia un
vero battimano. Fatto il battimano, i contadini russi aggiungono: «Dio ci
permetta di vivere amici e di visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e
sale insieme, di modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti
finiscono in bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si
scambiano, oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in
Russia, che la sposa è bevuta, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il padre dello
sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare via la sposa? Se
non ne avete voi, manderemo i nostri a prendere la principessa» [216]. Il
padre della sposa risponde: «Io stesso la condurrò; non vi recherò codesto
disturbo». Alla sua volta, la madre della sposa presenta i suoi doni per lo
facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia mia per l'onore e pel
matrimonio e per la metà del letto, per la serratura e per le chiavi» [214],
intendendosi con ciò che il matrimonio dovesse riuscire onorato e che la
moglie, oltre alla partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il
dominio della casa.
In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente
dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa abita. Il
padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il forestiero risponde:
«Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce, se voi la volete lasciar
entrare.» Il padre lo fa entrare, e si tratta; la fanciulla origlia intanto dalla
stanza vicina; se i due contraenti si mettono d'accordo e combinano le
nozze, la fanciulla incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel
governo di Tver, dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le
trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si reca in
visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come è l'uso russo,
prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si siede e prega Dio.
Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della sposa, ove giunto, i due
suoceri ripiegano in su un lembo della loro pelliccia [215], e il padre dello
sposo dice: «Quello che hai immaginato, facciamolo; battiamo le mani».
Allora la palma dell'uno batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si
chiama il battimano; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo
chiamano il toccamano; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani
solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di altre parti
d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de' loro contratti sia un
vero battimano. Fatto il battimano, i contadini russi aggiungono: «Dio ci
permetta di vivere amici e di visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e
sale insieme, di modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti
finiscono in bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si
scambiano, oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in
Russia, che la sposa è bevuta, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il padre dello
sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare via la sposa? Se
non ne avete voi, manderemo i nostri a prendere la principessa» [216]. Il
padre della sposa risponde: «Io stesso la condurrò; non vi recherò codesto
disturbo». Alla sua volta, la madre della sposa presenta i suoi doni per lo
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sposo e pel mandatario, dicendo: «ricevete, signor mandatario, questo per le
pene vostre, per averci dato un erede, e questo per il principe [217]: un
fazzoletto ed un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa [218]». Dopo
di ciò, il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa piglia
il pasticcietto (pirog), preparato per l'occasione, col lembo diritto della
pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia del padre dello sposo, il
quale, appena ricevutolo, corre, con quanta più prestezza può, verso la
propria dimora, senza toccare con la mano il pasticcietto. A una tal forma di
chiesta nuziale si riferisce il seguente canto popolare del distretto di Tarszok
(governo di Tver), nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come
paurosa, a difesa, delle sue dilette compagne, dei cigni, secondo la sua
poetica immagine, e dice:
Tu, mio sostentatore padre,
Non biasimarmi, non metterti in collera,
Mio sostentatore padre,
Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,
Le mie care compagne.
Tu, mia carissima compagna N. N.,
Avvicinati a me, alla malinconia amara,
Aiutami a sopportare la mia tristezza.
Voi, mie care compagne,
Siete senza pietà;
Forse i vostri visi sono di carta,
Le ardenti lacrime di perla,
I cuori più duri della pietra.
Tu, mio sostentatore padre,
E tu, mia cara madre,
Non battete delle mani [219],
Nè il lembo contro il lembo [220].
Non impegnarmi, sostentatore padre,
Nè tu mia propria madre
Con impegni forti,
Forti, eterni.
pene vostre, per averci dato un erede, e questo per il principe [217]: un
fazzoletto ed un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa [218]». Dopo
di ciò, il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa piglia
il pasticcietto (pirog), preparato per l'occasione, col lembo diritto della
pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia del padre dello sposo, il
quale, appena ricevutolo, corre, con quanta più prestezza può, verso la
propria dimora, senza toccare con la mano il pasticcietto. A una tal forma di
chiesta nuziale si riferisce il seguente canto popolare del distretto di Tarszok
(governo di Tver), nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come
paurosa, a difesa, delle sue dilette compagne, dei cigni, secondo la sua
poetica immagine, e dice:
Tu, mio sostentatore padre,
Non biasimarmi, non metterti in collera,
Mio sostentatore padre,
Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,
Le mie care compagne.
Tu, mia carissima compagna N. N.,
Avvicinati a me, alla malinconia amara,
Aiutami a sopportare la mia tristezza.
Voi, mie care compagne,
Siete senza pietà;
Forse i vostri visi sono di carta,
Le ardenti lacrime di perla,
I cuori più duri della pietra.
Tu, mio sostentatore padre,
E tu, mia cara madre,
Non battete delle mani [219],
Nè il lembo contro il lembo [220].
Non impegnarmi, sostentatore padre,
Nè tu mia propria madre
Con impegni forti,
Forti, eterni.
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XIV.
La sposa si accaparra.
L'anello pronubo è la prima delle caparre; ma altre ordinariamente
l'accompagnano anco presso i Romani, come appare evidente da un passo di
Giulio Capitolino, tra gli Scriptores Historiæ Augustæ [221]. L'uso italiano le
ha continuate non contraddetto dal Diritto longobardico, la cui meta era una
vera caparra [222]. La caparra in danaro o strenna (come la chiamano nel
Canavese e nel Biellese) che lo sposo dà, in Piemonte, alla sposa, non
eccede mai la somma di lire cinquanta [223]; se le nozze si guastano, per
causa dello sposo egli perde la sua caparra; se, per causa della sposa, la
caparra viene restituita a colui che la diede, raddoppiata talora, come usa
nel contado di Pinerolo ed anche nell'Osimano. La caparra si dà
generalmente il dì delle promesse, ossia, come dicono nel Canavese, il
giorno in cui si va a baciare la sposa, poichè da quel giorno veramente i
parenti dello sposo la riconoscono con un bacio. Ma non sempre la sposa
accetta la caparra in danaro, a molte fanciulle sembrando offesa quel pegno;
o se, come nell'Abruzzo [224], l'accettano, esse hanno cura di levare, all'unica
moneta che acconsentono di ricevere, il valore di moneta; perciò, bucatala,
se l'appendono al collo ad uso medaglia, quale pegno di fede promessa.
È ancora una specie di caparra la cerimonia nuziale del governo di Tver, in
Russia, che si chiama bere la beltà della ragazza. In una bottiglia di
acquavite si mette un'erba detta del diavolo; la si orna di nastri e candelotti
ed il padre dello sposo deve riscattare questo diavolo per mezzo di cinque
kapeika [225]. A tale offerta gli si dice: «La nostra principessa [226] non vale
solo questo;» allora il mandatario aggiunge ancora; gli si ripete il
medesimo, ed egli sempre aggiunge, finchè la somma non sia arrivata fino a
cinquanta kapeika [227].
La sposa si accaparra.
L'anello pronubo è la prima delle caparre; ma altre ordinariamente
l'accompagnano anco presso i Romani, come appare evidente da un passo di
Giulio Capitolino, tra gli Scriptores Historiæ Augustæ [221]. L'uso italiano le
ha continuate non contraddetto dal Diritto longobardico, la cui meta era una
vera caparra [222]. La caparra in danaro o strenna (come la chiamano nel
Canavese e nel Biellese) che lo sposo dà, in Piemonte, alla sposa, non
eccede mai la somma di lire cinquanta [223]; se le nozze si guastano, per
causa dello sposo egli perde la sua caparra; se, per causa della sposa, la
caparra viene restituita a colui che la diede, raddoppiata talora, come usa
nel contado di Pinerolo ed anche nell'Osimano. La caparra si dà
generalmente il dì delle promesse, ossia, come dicono nel Canavese, il
giorno in cui si va a baciare la sposa, poichè da quel giorno veramente i
parenti dello sposo la riconoscono con un bacio. Ma non sempre la sposa
accetta la caparra in danaro, a molte fanciulle sembrando offesa quel pegno;
o se, come nell'Abruzzo [224], l'accettano, esse hanno cura di levare, all'unica
moneta che acconsentono di ricevere, il valore di moneta; perciò, bucatala,
se l'appendono al collo ad uso medaglia, quale pegno di fede promessa.
È ancora una specie di caparra la cerimonia nuziale del governo di Tver, in
Russia, che si chiama bere la beltà della ragazza. In una bottiglia di
acquavite si mette un'erba detta del diavolo; la si orna di nastri e candelotti
ed il padre dello sposo deve riscattare questo diavolo per mezzo di cinque
kapeika [225]. A tale offerta gli si dice: «La nostra principessa [226] non vale
solo questo;» allora il mandatario aggiunge ancora; gli si ripete il
medesimo, ed egli sempre aggiunge, finchè la somma non sia arrivata fino a
cinquanta kapeika [227].
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XV.
Ricambi di doni nuziali.
Le nozze non son fatte per gli avari; si dà e si riceve in esse con allegra
spensieratezza, e nessuno tien conto di quello che vi ha speso. Si mangia e
si beve in casa altrui; si dà da mangiare e da bere in casa propria; è sempre
la stessa abbondanza; le economie verranno poi. In Toscana il popolo si
burla di chi fa le nozze col baccalà, per indicare che le sue nozze furono
meschine, senza confetti, senza regali, senza feste. I doni, per augurio di
fecondità volano per tutte le parti; oltre agli sposi, ne hanno gli stretti
parenti, i convitati, i compagni, le compagne; ma in tutti è gara di render più
che non si è ricevuto. Riesce difficile pertanto tener conto esatto di tutti i
doni che sogliono farsi nelle nozze; ma importa il sapere di qual sorta
particolarmente siano, ed in qual modo particolarmente si facciano.
I cibi, fra i doni, non contano, tanto più ch'essi ci daranno occasione di un
articoletto speciale, come saremo, nel secondo libro di quest'operetta, a
banchettar con gli sposi. Ma conterà bene il dono d'una vacca che lo sposo
indiano faceva alla sposa e al prete maestro [228], e il dono germanico della
stessa vacca fatto, ai tempi di Tacito, dallo sposo alla sposa [229]; importerà
il dono d'una camicia che la sposa indiana [230] tesseva e cuciva pel dì delle
nozze allo sposo, certo, come la sposa russa, affinchè il principe [231]
vedesse il lavoro della sposa; e il dono è popolare a quasi tutto l'uso indo-
europeo [232]; un canto illirico [233] ricorda, fra gli altri doni della sposa allo
sposo, una elegante camicia che non era stata nè filata nè tessuta, ma che la
fanciulla stessa (figlia del doge di Venezia) aveva per tre anni, giorno e
notte, con le proprie mani, lavorata e contesta d'oro finissimo. Io cito, fra gli
altri luoghi d'Italia, la Liguria, il Piemonte, il Milanese, il Pesarese e il
Perugino, ove la fanciulla mette gran cura a ben cucire la camicia ch'ella
regala allo sposo; nell'Arpinate poi, nell'Abruzzo Teramano e presso il Lago
Ricambi di doni nuziali.
Le nozze non son fatte per gli avari; si dà e si riceve in esse con allegra
spensieratezza, e nessuno tien conto di quello che vi ha speso. Si mangia e
si beve in casa altrui; si dà da mangiare e da bere in casa propria; è sempre
la stessa abbondanza; le economie verranno poi. In Toscana il popolo si
burla di chi fa le nozze col baccalà, per indicare che le sue nozze furono
meschine, senza confetti, senza regali, senza feste. I doni, per augurio di
fecondità volano per tutte le parti; oltre agli sposi, ne hanno gli stretti
parenti, i convitati, i compagni, le compagne; ma in tutti è gara di render più
che non si è ricevuto. Riesce difficile pertanto tener conto esatto di tutti i
doni che sogliono farsi nelle nozze; ma importa il sapere di qual sorta
particolarmente siano, ed in qual modo particolarmente si facciano.
I cibi, fra i doni, non contano, tanto più ch'essi ci daranno occasione di un
articoletto speciale, come saremo, nel secondo libro di quest'operetta, a
banchettar con gli sposi. Ma conterà bene il dono d'una vacca che lo sposo
indiano faceva alla sposa e al prete maestro [228], e il dono germanico della
stessa vacca fatto, ai tempi di Tacito, dallo sposo alla sposa [229]; importerà
il dono d'una camicia che la sposa indiana [230] tesseva e cuciva pel dì delle
nozze allo sposo, certo, come la sposa russa, affinchè il principe [231]
vedesse il lavoro della sposa; e il dono è popolare a quasi tutto l'uso indo-
europeo [232]; un canto illirico [233] ricorda, fra gli altri doni della sposa allo
sposo, una elegante camicia che non era stata nè filata nè tessuta, ma che la
fanciulla stessa (figlia del doge di Venezia) aveva per tre anni, giorno e
notte, con le proprie mani, lavorata e contesta d'oro finissimo. Io cito, fra gli
altri luoghi d'Italia, la Liguria, il Piemonte, il Milanese, il Pesarese e il
Perugino, ove la fanciulla mette gran cura a ben cucire la camicia ch'ella
regala allo sposo; nell'Arpinate poi, nell'Abruzzo Teramano e presso il Lago
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Maggiore, la sposa non regala solamente d'una camicia lo sposo, ma quanti
parenti maschi si trovano nella casa di lui; nel Pistoiese, oltre lo sposo, si
regalano della camicia i due paraninfi detti scozzoni.
In molti luoghi d'Italia, lo sposo veste a nuovo, per intiero, la sposa, per
quanto ne deve al di fuori apparire; in altri, una sola parte del vestiario vien
regalata. In alcuni paesi del Tarentino, a Gallarate e Turbigo di Lombardia,
a Cossato-Biellese e a Palermo, trovo indicate particolarmente le scarpe
come dono nuziale; il che mi richiama all'uso germanico, per cui lo sposo
diventa padrone della sposa, mettendole un nuovo paio di scarpe; ed al
russo, che fa mandare le scarpe alla sposa sopra un piatto, certo, affinchè,
pur nel toccare per la prima volta la soglia maritale, la sposa appaia intatta,
per la stessa ragione per cui la sposa romana nell'entrare in casa dello sposo
non dovea toccarne coi piedi la soglia. In altri luoghi finalmente, come per
esempio a Carpignano in Lombardia, si regalano solo oggetti da lavoro,
cioè un coltellino, un agoraio, un par di forbici e un ditale; o, come nel
Pesarese, fra poveri, una rocca o conocchia lavorata e ornata. Questi ultimi
usi confermano gli antichi romani del camillus che portava gli utensili della
donna, e della conocchia apprestata che accompagnava la sposa [234]. Il
medesimo uso romano della conocchia nuziale, si mantiene ancora nel
Monferrato Albese, a Monte Crestese nell'Ossola, nella valle d'Andorno
(Biellese), in Sardegna, in Corsica, come rilevo da un canto popolare
côrso [235], il quale dice:
Quando andereti sposata
Purtereti li frineri;
e in Toscana ove un canto popolare satirico, che somiglia ad una novella,
motteggia così la donna che non sa filare:
La bella donna che ha perso la rocca!
E tutto il lunedì la va cercando;
Il martedì la trova mezza rotta,
Mercoledì la porta rassettando,
Il giovedì le pettina la stoppa,
Il venerdì la va inconocchiando,
Il sabato si liscia un po' la testa,
parenti maschi si trovano nella casa di lui; nel Pistoiese, oltre lo sposo, si
regalano della camicia i due paraninfi detti scozzoni.
In molti luoghi d'Italia, lo sposo veste a nuovo, per intiero, la sposa, per
quanto ne deve al di fuori apparire; in altri, una sola parte del vestiario vien
regalata. In alcuni paesi del Tarentino, a Gallarate e Turbigo di Lombardia,
a Cossato-Biellese e a Palermo, trovo indicate particolarmente le scarpe
come dono nuziale; il che mi richiama all'uso germanico, per cui lo sposo
diventa padrone della sposa, mettendole un nuovo paio di scarpe; ed al
russo, che fa mandare le scarpe alla sposa sopra un piatto, certo, affinchè,
pur nel toccare per la prima volta la soglia maritale, la sposa appaia intatta,
per la stessa ragione per cui la sposa romana nell'entrare in casa dello sposo
non dovea toccarne coi piedi la soglia. In altri luoghi finalmente, come per
esempio a Carpignano in Lombardia, si regalano solo oggetti da lavoro,
cioè un coltellino, un agoraio, un par di forbici e un ditale; o, come nel
Pesarese, fra poveri, una rocca o conocchia lavorata e ornata. Questi ultimi
usi confermano gli antichi romani del camillus che portava gli utensili della
donna, e della conocchia apprestata che accompagnava la sposa [234]. Il
medesimo uso romano della conocchia nuziale, si mantiene ancora nel
Monferrato Albese, a Monte Crestese nell'Ossola, nella valle d'Andorno
(Biellese), in Sardegna, in Corsica, come rilevo da un canto popolare
côrso [235], il quale dice:
Quando andereti sposata
Purtereti li frineri;
e in Toscana ove un canto popolare satirico, che somiglia ad una novella,
motteggia così la donna che non sa filare:
La bella donna che ha perso la rocca!
E tutto il lunedì la va cercando;
Il martedì la trova mezza rotta,
Mercoledì la porta rassettando,
Il giovedì le pettina la stoppa,
Il venerdì la va inconocchiando,
Il sabato si liscia un po' la testa,
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Domenica non fila perch'è festa.
Che la conocchia poi sia pure indispensabile compagna della fanciulla
tedesca che va a marito lo raccolgo da un canto popolare che, fra i Tedeschi,
dice:
Riceve il miglior marito,
Quella che sa meglio filare [236].
Un altro de' doni nuziali più caratteristici, è il cinto, cingolo, centurino o
cintone, o nastro, o zona che si voglia addomandare, onde le nostre spose si
ricingono la vita mentre vanno pomposamente vestite al tempio.
Talora, invece del semplice nastro, le spose portano un grembiale; ond'è,
che fra i doni nuziali, ora troviamo un nastro, ora un grembiule, e che le
espressioni solvere zonam e sciogliere o far cadere il grembiule valgono il
medesimo.
Il Symes [237], sullo scorcio del secolo passato, notava nell'Indo-Cina, fra gli
altri doni nuziali alla sposa quello di tre tubbeck o cinture. E la cintura non
mancava alle spose indiane, greche, romane [238], celtiche; ma forse
l'avevano in proprio; che, in Francia, invece, fosse consueto dono dello
sposo, lo si può supporre dal Jeu de Robin et de Marion nella pastorale di
Adam de la Hale [239]. È nota la virtù attribuita dalla leggenda germanica
alla cintura delle fanciulle. Brunilde, finchè questa non si scioglie, è
prodigiosa; caduta questa, riesce una donna come le altre [240]. E alla cintura
nuziale allude pure un canto popolare dell'Estonia, ove la leggendaria Salma
va dicendo allo sposo da lei eletto: «Caro giovine, caro fidanzato, tu m'hai
dato il tempo di crescere, dammi ancora quello di vestirmi. L'orfanella si
veste con fatica; essa è lenta, la povera, a cingersi la cintura [241].»
Meno importanti i doni della sposa allo sposo, e meno significativi: così
non credo che la cintura a fil d'argento e perle tessuta dalla sposa di
Zante [242], secondo il canto popolare, allo sposo, abbia un simbolo
speciale [243]. La camicia vedemmo già per qual desiderio di raccomandarsi
la sposa regali al suo fidanzato; e d'altri doni molto caratteristici che si
facciano allo sposo io non so; nè il canto russo [244] che accompagna una di
cosiffatte donazioni li determina:
Che la conocchia poi sia pure indispensabile compagna della fanciulla
tedesca che va a marito lo raccolgo da un canto popolare che, fra i Tedeschi,
dice:
Riceve il miglior marito,
Quella che sa meglio filare [236].
Un altro de' doni nuziali più caratteristici, è il cinto, cingolo, centurino o
cintone, o nastro, o zona che si voglia addomandare, onde le nostre spose si
ricingono la vita mentre vanno pomposamente vestite al tempio.
Talora, invece del semplice nastro, le spose portano un grembiale; ond'è,
che fra i doni nuziali, ora troviamo un nastro, ora un grembiule, e che le
espressioni solvere zonam e sciogliere o far cadere il grembiule valgono il
medesimo.
Il Symes [237], sullo scorcio del secolo passato, notava nell'Indo-Cina, fra gli
altri doni nuziali alla sposa quello di tre tubbeck o cinture. E la cintura non
mancava alle spose indiane, greche, romane [238], celtiche; ma forse
l'avevano in proprio; che, in Francia, invece, fosse consueto dono dello
sposo, lo si può supporre dal Jeu de Robin et de Marion nella pastorale di
Adam de la Hale [239]. È nota la virtù attribuita dalla leggenda germanica
alla cintura delle fanciulle. Brunilde, finchè questa non si scioglie, è
prodigiosa; caduta questa, riesce una donna come le altre [240]. E alla cintura
nuziale allude pure un canto popolare dell'Estonia, ove la leggendaria Salma
va dicendo allo sposo da lei eletto: «Caro giovine, caro fidanzato, tu m'hai
dato il tempo di crescere, dammi ancora quello di vestirmi. L'orfanella si
veste con fatica; essa è lenta, la povera, a cingersi la cintura [241].»
Meno importanti i doni della sposa allo sposo, e meno significativi: così
non credo che la cintura a fil d'argento e perle tessuta dalla sposa di
Zante [242], secondo il canto popolare, allo sposo, abbia un simbolo
speciale [243]. La camicia vedemmo già per qual desiderio di raccomandarsi
la sposa regali al suo fidanzato; e d'altri doni molto caratteristici che si
facciano allo sposo io non so; nè il canto russo [244] che accompagna una di
cosiffatte donazioni li determina:
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Per la città, per la città sono incominciati i suoni,
Nel gineceo, nel gineceo si portarono i doni,
Faceva doni, faceva doni la giovinetta:
Accogli, o signore, i doni, accogli i doni, o bravo giovine,
E contro i doni miei non isdegnarti,
I doni miei, i doni miei son magri,
Le mie nozze, le mie nozze non sono d'importanza.
Più larga si mostra la sposa verso il procolo; verso la sposa poi abbondano
di generosità, oltre lo sposo, i parenti e gli amici di lui e di lei; di maniera
che, ove questi sian molti, la sposa per le sue nozze ha quasi da farsi un
corredo. In qualche raro luogo, interviene pure fra i donatori il prete, che
altrove e per lo più, sull'esempio indiano, ripete, per contro, un regalo per
sè. Presso il Lago Maggiore, alla sposa che viene a visitarlo, il parroco offre
danaro, ed in Como era l'uso, forse vivo ancora, che il vescovo inviasse la
magnifica palma che gli viene offerta per la settimana santa, alla prima
sposa nobile che s'impalmasse dopo la domenica delle Palme.
Presso il Lago Maggiore, la guidazza o pronuba regala alla sposa danaro o
tela da camicie. A Monte Crestese, nell'Ossola, mentre dura il finto
piagnisteo in casa della sposa, per la vicina separazione, una vecchia, alla
quale danno nome di landa, prende il grembiule della sposa all'ingiù, e fa
con essa che piange o finge di piangere, un giro davanti a tutti i parenti ed
amici, i quali gettano i loro doni nel grembiule. A riva di Chieri, quando una
povera giovine si marita, i parenti delle due parti vanno presso i ricchi e
dicono loro: Noi vi invitiamo pel giorno, ecc., se voi volete venire a
regalare la sposa. Quelli che accettano si recano all'ora fissata presso la
sposa, l'accompagnano in chiesa e quindi alla sua nuova dimora. Colà
giunta, essa si mette sulla soglia, tiene con una mano rialzato il grembiule e
con l'altra una borsa, e le donne mettono nel grembiule una camicia o
qualche altro abito che, fino a quel momento, portarono sul braccio; gli
uomini offrono danaro; se essi lo mettono nella borsa, la sposa deve
dividerlo con la famiglia; se lo mettono in seno alla sposa, rimane
esclusivamente per lei. I donatori hanno diritto di baciare la sposa. Così nei
paesi montani dell'Abruzzo Teramano, mentre gli sposi stanno a sedere, gli
astanti si baciano e versano danaro in un fazzoletto disteso apposta presso
Nel gineceo, nel gineceo si portarono i doni,
Faceva doni, faceva doni la giovinetta:
Accogli, o signore, i doni, accogli i doni, o bravo giovine,
E contro i doni miei non isdegnarti,
I doni miei, i doni miei son magri,
Le mie nozze, le mie nozze non sono d'importanza.
Più larga si mostra la sposa verso il procolo; verso la sposa poi abbondano
di generosità, oltre lo sposo, i parenti e gli amici di lui e di lei; di maniera
che, ove questi sian molti, la sposa per le sue nozze ha quasi da farsi un
corredo. In qualche raro luogo, interviene pure fra i donatori il prete, che
altrove e per lo più, sull'esempio indiano, ripete, per contro, un regalo per
sè. Presso il Lago Maggiore, alla sposa che viene a visitarlo, il parroco offre
danaro, ed in Como era l'uso, forse vivo ancora, che il vescovo inviasse la
magnifica palma che gli viene offerta per la settimana santa, alla prima
sposa nobile che s'impalmasse dopo la domenica delle Palme.
Presso il Lago Maggiore, la guidazza o pronuba regala alla sposa danaro o
tela da camicie. A Monte Crestese, nell'Ossola, mentre dura il finto
piagnisteo in casa della sposa, per la vicina separazione, una vecchia, alla
quale danno nome di landa, prende il grembiule della sposa all'ingiù, e fa
con essa che piange o finge di piangere, un giro davanti a tutti i parenti ed
amici, i quali gettano i loro doni nel grembiule. A riva di Chieri, quando una
povera giovine si marita, i parenti delle due parti vanno presso i ricchi e
dicono loro: Noi vi invitiamo pel giorno, ecc., se voi volete venire a
regalare la sposa. Quelli che accettano si recano all'ora fissata presso la
sposa, l'accompagnano in chiesa e quindi alla sua nuova dimora. Colà
giunta, essa si mette sulla soglia, tiene con una mano rialzato il grembiule e
con l'altra una borsa, e le donne mettono nel grembiule una camicia o
qualche altro abito che, fino a quel momento, portarono sul braccio; gli
uomini offrono danaro; se essi lo mettono nella borsa, la sposa deve
dividerlo con la famiglia; se lo mettono in seno alla sposa, rimane
esclusivamente per lei. I donatori hanno diritto di baciare la sposa. Così nei
paesi montani dell'Abruzzo Teramano, mentre gli sposi stanno a sedere, gli
astanti si baciano e versano danaro in un fazzoletto disteso apposta presso
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di loro. A Vistronio, nel Canavese, la sposa impalmata usava sedersi sui
gradini esterni della chiesa, e lasciarsi baciare da quanti deponevano danaro
sul piatto ch'ella teneva in mano.
Or questa cerimonia del bacio alla sposa è certamente antica, e vige ancora,
sotto forma alquanto diversa, in alcuni paeselli della valle di Susa, dove
quanti incontrano la sposa mentre ella esce di chiesa hanno diritto di
baciarla, all'Allumiere, presso Civitavecchia [245], nella Sardegna di mezzo e
settentrionale [246] e altrove; ma non vien detto e non ebbi modo di sapere se
il bacio vi sia mercato come a Riva di Chieri, nell'Abruzzo e nel Canavese,
o gratuitamente concesso, in obbedienza alla consuetudine.
Ma, per tornare ai doni, recherà meraviglia che tanti abbondino ancora in
Italia per nozze, quando i nostri Statuti concordemente intesero a
rimuoverli; egli è che, se ora la liberalità è ancora molta, in passato essa era
immensa e fuor d'ogni consiglio; temendosi pertanto che il fasto di un solo
giorno nuziale portasse la miseria nelle famiglie, si posero decreti a frenarli;
poichè non si trattava di far donativi alla sposa, alla maniera di Aureliano,
presso Flavio Vopisco [247], e di tutti i principi antichi e moderni che sono
liberali, per le nozze da loro combinate, della sostanza pubblica, ma di
impoverire solamente sè stessi, volendo ornare sovra ogni altra donna la
nuova sposa. Ma la legge statutaria, nel voler togliere via uno scandalo,
esagerò senza dubbio la restrizione de' doni, e, per ciò ch'ella aveva di
eccessivo, non fu osservata, mentre l'abuso massimo, che forse intendeva
ferire, cessò del tutto.
Questo abuso è il così detto morgincap che ci offrirà soggetto d'un capitolo
a sè, nel terzo libro di quest'opera; qualche Statuto, di fatto, lo nomina
esplicitamente, come, per esempio, quello di Casalmaggiore [248]; ma
l'occasione di levar via l'abuso, o l'eccesso, fece abusare ed eccedere il
primo anonimo legislatore statutario ed i suoi pedissequi anonimi imitatori,
con la stranezza de' loro rigori proibitivi. Il morgincap e la pompa eccessiva
delle nozze potevano veramente perturbare l'ordine economico delle
famiglie; ma lo scambio di doni che l'onesta allegrezza d'una festa
domestica consigliava e consiglia agli sposi ed ai loro parenti ed amici, non
riuscendo pericoloso, fu cagione che il divieto di esso, malgrado il solo
gradini esterni della chiesa, e lasciarsi baciare da quanti deponevano danaro
sul piatto ch'ella teneva in mano.
Or questa cerimonia del bacio alla sposa è certamente antica, e vige ancora,
sotto forma alquanto diversa, in alcuni paeselli della valle di Susa, dove
quanti incontrano la sposa mentre ella esce di chiesa hanno diritto di
baciarla, all'Allumiere, presso Civitavecchia [245], nella Sardegna di mezzo e
settentrionale [246] e altrove; ma non vien detto e non ebbi modo di sapere se
il bacio vi sia mercato come a Riva di Chieri, nell'Abruzzo e nel Canavese,
o gratuitamente concesso, in obbedienza alla consuetudine.
Ma, per tornare ai doni, recherà meraviglia che tanti abbondino ancora in
Italia per nozze, quando i nostri Statuti concordemente intesero a
rimuoverli; egli è che, se ora la liberalità è ancora molta, in passato essa era
immensa e fuor d'ogni consiglio; temendosi pertanto che il fasto di un solo
giorno nuziale portasse la miseria nelle famiglie, si posero decreti a frenarli;
poichè non si trattava di far donativi alla sposa, alla maniera di Aureliano,
presso Flavio Vopisco [247], e di tutti i principi antichi e moderni che sono
liberali, per le nozze da loro combinate, della sostanza pubblica, ma di
impoverire solamente sè stessi, volendo ornare sovra ogni altra donna la
nuova sposa. Ma la legge statutaria, nel voler togliere via uno scandalo,
esagerò senza dubbio la restrizione de' doni, e, per ciò ch'ella aveva di
eccessivo, non fu osservata, mentre l'abuso massimo, che forse intendeva
ferire, cessò del tutto.
Questo abuso è il così detto morgincap che ci offrirà soggetto d'un capitolo
a sè, nel terzo libro di quest'opera; qualche Statuto, di fatto, lo nomina
esplicitamente, come, per esempio, quello di Casalmaggiore [248]; ma
l'occasione di levar via l'abuso, o l'eccesso, fece abusare ed eccedere il
primo anonimo legislatore statutario ed i suoi pedissequi anonimi imitatori,
con la stranezza de' loro rigori proibitivi. Il morgincap e la pompa eccessiva
delle nozze potevano veramente perturbare l'ordine economico delle
famiglie; ma lo scambio di doni che l'onesta allegrezza d'una festa
domestica consigliava e consiglia agli sposi ed ai loro parenti ed amici, non
riuscendo pericoloso, fu cagione che il divieto di esso, malgrado il solo
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pretesto di correggere la vanità femminile, e il lusso smodato, come appena
la legge veniva promulgata, incontrasse il ridicolo [249].
la legge veniva promulgata, incontrasse il ridicolo [249].
Page 83
XVI.
La dote.
La dote può essere di tre maniere: l'una è quella che la sposa può ricevere
dalla propria famiglia, chiamata perciò dalla legge longobardica col nome
di phaderphium; l'altra è una specie di riscatto della sposa che lo sposo fa,
pagando alla famiglia di lei una grossa somma per impossessarsene: il che i
Longobardi chiamavano mundium, ossia il diritto di tutela che dal padre
passava al marito, ossia il diritto di farsi mundualdo [250]; gli corrisponde, in
parte, la nostra controdote. Il terzo caso di dote è quello in cui, sopra l'erario
pubblico, si mandano fanciulle a marito con dote.
Abbiamo da Erodoto che, presso gli antichi Veneti, i giovani garzoni i quali
pigliavano moglie versavano al pubblico erario una piccola somma, con la
quale si dotavano le povere fanciulle. E una reminiscenza di questo uso
antico mi sembra il decreto emanato dalla repubblica veneziana, affinchè
per rendere più solenne la cerimonia delle nozze «dodici fanciulle di
condotta irreprensibile e di non comune avvenenza, tratte dalle famiglie più
povere, venissero dotate dalla nazione e andassero all'altare accompagnate
dal Doge stesso rivestito del suo regal manto e circondato del pomposo suo
seguito» [251].
Dove manca lo Stato, perchè lo Stato è il principe, si incontrano alcuni casi
capricciosi di doti fatte a povere fanciulle da principi; così, presso il
Bandello, Ottone III dota la onesta Gualdrada di tutto il Casentino e di
parecchie Castella in Val d'Arno, Piero d'Aragona dota le due figlie di
messer Lionato, e, presso il Boccaccio, Carlo d'Angiò dota le due figlie di
messer Neri.
In antico, la vera dote era quella che il marito faceva alla moglie o ai parenti
di essa, i quali volevano rimborsarsi de' servigi che perdevano. Nell'India
La dote.
La dote può essere di tre maniere: l'una è quella che la sposa può ricevere
dalla propria famiglia, chiamata perciò dalla legge longobardica col nome
di phaderphium; l'altra è una specie di riscatto della sposa che lo sposo fa,
pagando alla famiglia di lei una grossa somma per impossessarsene: il che i
Longobardi chiamavano mundium, ossia il diritto di tutela che dal padre
passava al marito, ossia il diritto di farsi mundualdo [250]; gli corrisponde, in
parte, la nostra controdote. Il terzo caso di dote è quello in cui, sopra l'erario
pubblico, si mandano fanciulle a marito con dote.
Abbiamo da Erodoto che, presso gli antichi Veneti, i giovani garzoni i quali
pigliavano moglie versavano al pubblico erario una piccola somma, con la
quale si dotavano le povere fanciulle. E una reminiscenza di questo uso
antico mi sembra il decreto emanato dalla repubblica veneziana, affinchè
per rendere più solenne la cerimonia delle nozze «dodici fanciulle di
condotta irreprensibile e di non comune avvenenza, tratte dalle famiglie più
povere, venissero dotate dalla nazione e andassero all'altare accompagnate
dal Doge stesso rivestito del suo regal manto e circondato del pomposo suo
seguito» [251].
Dove manca lo Stato, perchè lo Stato è il principe, si incontrano alcuni casi
capricciosi di doti fatte a povere fanciulle da principi; così, presso il
Bandello, Ottone III dota la onesta Gualdrada di tutto il Casentino e di
parecchie Castella in Val d'Arno, Piero d'Aragona dota le due figlie di
messer Lionato, e, presso il Boccaccio, Carlo d'Angiò dota le due figlie di
messer Neri.
In antico, la vera dote era quella che il marito faceva alla moglie o ai parenti
di essa, i quali volevano rimborsarsi de' servigi che perdevano. Nell'India
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antica, la mercede consisteva oltre alla moneta çulka, in tori o vacche, il
qual dono poi il prete sacrificatore ripeteva per sè. Che presso gli antichi
Greci il marito dotasse la moglie, lo prova ad evidenza un passo
dell'Iliade [252], ove Agamennone offre per isposa una delle sue figlie ad
Achille, senza ch'egli si dia l'incomodo di dotarla. Presso i Romani, la
cerimonia della coemptio prova che il marito dovea pure comprare, in certo
modo, la moglie; ma, alla sua volta, questa era ordinariamente dotata, per
una ragione che ci viene espressa da una risposta di Lesbonico, nel
Trinummus di Plauto [253], ove parrebbe al giovine che, se egli non dotasse
la propria sorella, questa dovrebbe reputarsi più tosto concubina che
moglie. E che la dote portata dalla moglie al marito fosse in Roma uso
antico, lo argomentiamo dai tre assi che già al tempo di Varrone [254] le
spose doveano, per tradizional consuetudine, nell'andare a marito aver seco,
uno cioè per simbolo della dote, e gli altri due per l'offerta sacrificale.
L'emptio adunque era reciproca, e però il nome di coemptio, e la formola
solenne: Ubi tu Caius ego Caia che Plutarco ci spiega così: Ove tu signore e
padron di casa, anch'io signora e padrona di casa. La qual formola tanto
simpatica non trovò poi presso il Diritto romano quella conferma ed
applicazione che ottenne in realtà presso altri popoli che una tal formola
non possedevano, come, per esempio, i Germani, appo i quali, come
nell'odierna Svizzera, era senza dubbio il marito che dotava la moglie [255], e
pure la moglie veniva rispettata come sacra.
In generale, l'uso indo-europeo porta la dotazione della moglie per parte del
marito. Presso i Franchi, lo sposo nel mettere in chiesa l'anello alla sposa,
ripeteva dopo il prete: «con questo io ti sposo» e versava tre danari nella
mano destra o nella borsa della sposa (lasciando gli altri dieci al prete) e
con ciò diceva: «e vi doto de' miei beni» [256].
Lo stesso uso vige fra la gente tartarica; presso gli antichi Finni, i Turchi e i
Turcomanni odierni lo sposo compra la sposa. Gli ultimi, anzi, per
informazione del signor Blocqueville, hanno prezzi varii secondo la forza e
la bellezza della sposa [257].
Nell'odierna Italia, il contado di Atri mi sembra conservar traccie dell'uso di
comprar la sposa dal capo di famiglia, il quale non lascia menar via la
figlia, se prima non gli vengano consegnati in dono uno o più polli.
qual dono poi il prete sacrificatore ripeteva per sè. Che presso gli antichi
Greci il marito dotasse la moglie, lo prova ad evidenza un passo
dell'Iliade [252], ove Agamennone offre per isposa una delle sue figlie ad
Achille, senza ch'egli si dia l'incomodo di dotarla. Presso i Romani, la
cerimonia della coemptio prova che il marito dovea pure comprare, in certo
modo, la moglie; ma, alla sua volta, questa era ordinariamente dotata, per
una ragione che ci viene espressa da una risposta di Lesbonico, nel
Trinummus di Plauto [253], ove parrebbe al giovine che, se egli non dotasse
la propria sorella, questa dovrebbe reputarsi più tosto concubina che
moglie. E che la dote portata dalla moglie al marito fosse in Roma uso
antico, lo argomentiamo dai tre assi che già al tempo di Varrone [254] le
spose doveano, per tradizional consuetudine, nell'andare a marito aver seco,
uno cioè per simbolo della dote, e gli altri due per l'offerta sacrificale.
L'emptio adunque era reciproca, e però il nome di coemptio, e la formola
solenne: Ubi tu Caius ego Caia che Plutarco ci spiega così: Ove tu signore e
padron di casa, anch'io signora e padrona di casa. La qual formola tanto
simpatica non trovò poi presso il Diritto romano quella conferma ed
applicazione che ottenne in realtà presso altri popoli che una tal formola
non possedevano, come, per esempio, i Germani, appo i quali, come
nell'odierna Svizzera, era senza dubbio il marito che dotava la moglie [255], e
pure la moglie veniva rispettata come sacra.
In generale, l'uso indo-europeo porta la dotazione della moglie per parte del
marito. Presso i Franchi, lo sposo nel mettere in chiesa l'anello alla sposa,
ripeteva dopo il prete: «con questo io ti sposo» e versava tre danari nella
mano destra o nella borsa della sposa (lasciando gli altri dieci al prete) e
con ciò diceva: «e vi doto de' miei beni» [256].
Lo stesso uso vige fra la gente tartarica; presso gli antichi Finni, i Turchi e i
Turcomanni odierni lo sposo compra la sposa. Gli ultimi, anzi, per
informazione del signor Blocqueville, hanno prezzi varii secondo la forza e
la bellezza della sposa [257].
Nell'odierna Italia, il contado di Atri mi sembra conservar traccie dell'uso di
comprar la sposa dal capo di famiglia, il quale non lascia menar via la
figlia, se prima non gli vengano consegnati in dono uno o più polli.
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Ora sarebbe difficile il giudicare quale de' due usi sia stato migliore, visto
che la compra della sposa che si faceva in Germania non toglieva alcun
rispetto alla donna e la dote solita a darsi dai Romani alle figlie affinchè non
paressero concubine, non tolse che la donna romana venisse considerata
assai da meno che il vir. Certo che la prima origine dell'uso è barbara; ma
l'uso restò in Germania solamente pro forma, mentre a Roma, dove la
forma, per una specie di pudore, si modificò, lo spirito dell'uso
religiosamente si mantenne. Un sentimento invece di vera civiltà
progrediente spira negli Statuti e nelle antiche consuetudini dell'Istria, dove
il fratello, per legge di giustizia, divide in parte uguale il patrimonio con la
sorella che va a marito, ed il marito mette i suoi beni in comune od a metà
con quelli della moglie. Ecco in qual modo si esprimono gli Statuti
Municipali di Cittanuova [258]: «Per casion, che in le parte del Istria se
contrage multi matrimoni delle quali non se fa algun istromento, volemo
che tutti matrimoni fatti, e contrati in Zidanoua, e per lo so destreto, se
intenda esser fra e suor.» Il qual passo, per sè, mi sarebbe riuscito alquanto
oscuro, se non veniva a dichiararmelo il riscontro con un altro degli Statuti
Municipali di Rovigno [259], che dice: «Costume et consuetudine antica è
d'Histria la quale approvemo et laudemo, et però statuendo ordenemo, che
tutti li matrimoni sino qui contratti, et che de coetero legittimamente si
contrazerano in Rovigno, et destretto di questa natura esser se intenda come
per matrimonio marito et moglie, fradello et sorella essere se dicernono in
questo, massime, che in universal beni mobili et stabili, ragion e ation tutte
al tempo del contrazer matrimonio speranza esser roba, et la qual si
acquistasse per essi, overo ciascun titolo, modo ragion overo cagion come
fratelli si intendano; cioè che tutti gli beni, ragion et ation siano tutti
insieme per essa ragion per mità, salvo se convention per special patto fra
gli preditti fatto non fosse in contrario.» Il che si conferma pure dal capitolo
79 de' medesimi Statuti, dove si prescrive «se tra do sarà copula de
matrimonio secondo l'uso della provincia dell'Histria, et come è ditto avanti
et alcuni di quelli vorrà allegar in ragion non esser maridada e frà et suor,
non sia aldìto nissuno di loro matrimonio, se non per pubblico instrumento
fatto per mano di pubblico nodaro, et se altram.te fosse fatto sia di nissun
valor.».
che la compra della sposa che si faceva in Germania non toglieva alcun
rispetto alla donna e la dote solita a darsi dai Romani alle figlie affinchè non
paressero concubine, non tolse che la donna romana venisse considerata
assai da meno che il vir. Certo che la prima origine dell'uso è barbara; ma
l'uso restò in Germania solamente pro forma, mentre a Roma, dove la
forma, per una specie di pudore, si modificò, lo spirito dell'uso
religiosamente si mantenne. Un sentimento invece di vera civiltà
progrediente spira negli Statuti e nelle antiche consuetudini dell'Istria, dove
il fratello, per legge di giustizia, divide in parte uguale il patrimonio con la
sorella che va a marito, ed il marito mette i suoi beni in comune od a metà
con quelli della moglie. Ecco in qual modo si esprimono gli Statuti
Municipali di Cittanuova [258]: «Per casion, che in le parte del Istria se
contrage multi matrimoni delle quali non se fa algun istromento, volemo
che tutti matrimoni fatti, e contrati in Zidanoua, e per lo so destreto, se
intenda esser fra e suor.» Il qual passo, per sè, mi sarebbe riuscito alquanto
oscuro, se non veniva a dichiararmelo il riscontro con un altro degli Statuti
Municipali di Rovigno [259], che dice: «Costume et consuetudine antica è
d'Histria la quale approvemo et laudemo, et però statuendo ordenemo, che
tutti li matrimoni sino qui contratti, et che de coetero legittimamente si
contrazerano in Rovigno, et destretto di questa natura esser se intenda come
per matrimonio marito et moglie, fradello et sorella essere se dicernono in
questo, massime, che in universal beni mobili et stabili, ragion e ation tutte
al tempo del contrazer matrimonio speranza esser roba, et la qual si
acquistasse per essi, overo ciascun titolo, modo ragion overo cagion come
fratelli si intendano; cioè che tutti gli beni, ragion et ation siano tutti
insieme per essa ragion per mità, salvo se convention per special patto fra
gli preditti fatto non fosse in contrario.» Il che si conferma pure dal capitolo
79 de' medesimi Statuti, dove si prescrive «se tra do sarà copula de
matrimonio secondo l'uso della provincia dell'Histria, et come è ditto avanti
et alcuni di quelli vorrà allegar in ragion non esser maridada e frà et suor,
non sia aldìto nissuno di loro matrimonio, se non per pubblico instrumento
fatto per mano di pubblico nodaro, et se altram.te fosse fatto sia di nissun
valor.».
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XVII.
Il corredo.
Vi son luoghi parecchi, ove la dote non si richiede dal marito nè dal padre, e
si domanda invece dal primo e si concede o si desidera spontaneamente dal
secondo che la sposa si rechi al nuovo suo soggiorno abbondantemente
fornita di tutto ciò che deve bastare a vestir sè e ornare la casa maritale.
Questo che ora è un supplemento, ora un complemento alla dote chiamasi
fardello in Piemonte, sa robba (ossia la roba) in Sardegna, l'addobbo
nell'Abruzzo Teramano, il corredo o i corredi in Toscana, i quali ci sono
così definiti dagli Statuti di Lucca [260]: «Sono i corredi, secondo il comune
uso di parlare, quelle vestimenta, locali et beni mobili, i quali porta seco la
donna a marito in tempo di nozze.»
Mi piace osservare, come già nell'inno vedico, intitolato sùryàsùkta [261],
abbiamo una specie di corredo nuziale nel cofano (koça), nel coltrone
(upabarhan·am) e nel belletto (abhyan' g' anam) che la sposa porta con sè,
mentre viene condotta alla casa dello sposo.
Il cofano, il letto, e l'occorrente per la teletta sono pure indispensabili a
quasi tutti i nostri corredi. Il coltrone, e talora più d'uno, vuol essere sempre
di lana, il cofano o baule può essere supplito da un cassettone o da una
guardaroba. Questo cofano poi suol mettersi a' piedi del letto nuziale, come
per suo compimento. I letti talora son due, come raccolgo da un atto del
1184; ad un Fulcone che prende in moglie la sorella di certi Balzamo e
Nicola, questi promettono fra l'altre cose «duos lectos francinscos, duas
culcetras de lana, duos plumagios de lana plenos» [262].
Il letto è veramente la parte essenziale del corredo nuziale, e che ciò fosse
pure tra i Romani parmi potersi chiaramente rilevare da un passo di
Cicerone, nella sua orazione pro Cluentio [263].
Il corredo.
Vi son luoghi parecchi, ove la dote non si richiede dal marito nè dal padre, e
si domanda invece dal primo e si concede o si desidera spontaneamente dal
secondo che la sposa si rechi al nuovo suo soggiorno abbondantemente
fornita di tutto ciò che deve bastare a vestir sè e ornare la casa maritale.
Questo che ora è un supplemento, ora un complemento alla dote chiamasi
fardello in Piemonte, sa robba (ossia la roba) in Sardegna, l'addobbo
nell'Abruzzo Teramano, il corredo o i corredi in Toscana, i quali ci sono
così definiti dagli Statuti di Lucca [260]: «Sono i corredi, secondo il comune
uso di parlare, quelle vestimenta, locali et beni mobili, i quali porta seco la
donna a marito in tempo di nozze.»
Mi piace osservare, come già nell'inno vedico, intitolato sùryàsùkta [261],
abbiamo una specie di corredo nuziale nel cofano (koça), nel coltrone
(upabarhan·am) e nel belletto (abhyan' g' anam) che la sposa porta con sè,
mentre viene condotta alla casa dello sposo.
Il cofano, il letto, e l'occorrente per la teletta sono pure indispensabili a
quasi tutti i nostri corredi. Il coltrone, e talora più d'uno, vuol essere sempre
di lana, il cofano o baule può essere supplito da un cassettone o da una
guardaroba. Questo cofano poi suol mettersi a' piedi del letto nuziale, come
per suo compimento. I letti talora son due, come raccolgo da un atto del
1184; ad un Fulcone che prende in moglie la sorella di certi Balzamo e
Nicola, questi promettono fra l'altre cose «duos lectos francinscos, duas
culcetras de lana, duos plumagios de lana plenos» [262].
Il letto è veramente la parte essenziale del corredo nuziale, e che ciò fosse
pure tra i Romani parmi potersi chiaramente rilevare da un passo di
Cicerone, nella sua orazione pro Cluentio [263].
Page 87
Ma non sempre il letto si somministra completo dalla sposa, e nella
Lomellina, per esempio, il fusto ed il pagliariccio vogliono esser procurati
dallo sposo.
La fanciulla cura, appena promessa, e talvolta anche prima, di arredare nella
casa paterna tutta una stanza de' mobili ed oggetti ch'ella porterà nella casa
dello sposo; e il trasporto di tanta roba è, per certi paesi nostri, una
cerimonia solenne. Io posso qui ricordare, fra gli altri, l'uso di Cossato nel
Biellese, quello di Sardegna e quello dell'Abruzzo Teramano. Intorno al
primo, ecco quanto mi scriveva il compianto monsignor Gio. Pietro Losana,
vescovo di Biella: «I parenti della sposa devono provvederla d'un letto
compito. Il paese è agricolo; i contadini più agiati usano farne una
solennità; lo caricano su d'un carro, ma tutto allestito e bell'e fatto col suo
cuscino e perfino con la coperta già rivoltata. Il letto è tutto guarnito di
fiori, di nastri ed altre cianfrusaglie. I buoi od i cavalli inghirlandati a festa.
Il carro, così fatto elegante, segue la comitiva che accompagna la sposa alla
nuova sua dimora.»
In Sardegna [264]: «Lo sposo accompagnato da' suoi parenti ed amici, tutti a
cavallo, si parte dalla casa paterna; una quantità di carri proporzionata a
quella degli oggetti che si devono trasportare segue la comitiva. Quando si è
giunti alla dimora della sposa, i parenti di questa rimettono il corredo allo
sposo; egli osserva ogni cosa minutamente e fa quindi caricare sopra i suoi
carri ogni oggetto; quindi si ritorna alla casa dello sposo. Due suonatori di
launedda, scelti fra i più capaci, aprono il corteggio, eseguendo arie
campestri. Seguono giovanotti, donzelle e donne; tutti vestono i loro abiti
più belli e portano sopra la testa o le spalle gli oggetti fragili che non si
credette di poter mettere senza rischio sopra i carri. Un giovine, per
esempio, porta sopra una spalla un grande specchio con larga cornice
dorata, un altro sopra l'una e l'altra spalla un quadro di santo (il santo
protettore della fanciulla e il santo protettore del giovane) dipinto con colori
vivissimi e spiccati; un terzo è caricato d'un gran cestone pieno di tazze di
maiolica o di porcellana, vasi di vetro celeste per fiori e simiglianti oggetti;
un quarto finalmente trasporta sopra il suo berretto piatto una cesta ripiena
di bicchieri, di caraffe ecc. Immediatamente dopo camminano di fronte
quattro o sei ragazze o donne [265], ciascuna delle quali porta sopra la sua
testa parecchi guanciali tutti più o manco ornati di nastri color rosa e di fiori
Lomellina, per esempio, il fusto ed il pagliariccio vogliono esser procurati
dallo sposo.
La fanciulla cura, appena promessa, e talvolta anche prima, di arredare nella
casa paterna tutta una stanza de' mobili ed oggetti ch'ella porterà nella casa
dello sposo; e il trasporto di tanta roba è, per certi paesi nostri, una
cerimonia solenne. Io posso qui ricordare, fra gli altri, l'uso di Cossato nel
Biellese, quello di Sardegna e quello dell'Abruzzo Teramano. Intorno al
primo, ecco quanto mi scriveva il compianto monsignor Gio. Pietro Losana,
vescovo di Biella: «I parenti della sposa devono provvederla d'un letto
compito. Il paese è agricolo; i contadini più agiati usano farne una
solennità; lo caricano su d'un carro, ma tutto allestito e bell'e fatto col suo
cuscino e perfino con la coperta già rivoltata. Il letto è tutto guarnito di
fiori, di nastri ed altre cianfrusaglie. I buoi od i cavalli inghirlandati a festa.
Il carro, così fatto elegante, segue la comitiva che accompagna la sposa alla
nuova sua dimora.»
In Sardegna [264]: «Lo sposo accompagnato da' suoi parenti ed amici, tutti a
cavallo, si parte dalla casa paterna; una quantità di carri proporzionata a
quella degli oggetti che si devono trasportare segue la comitiva. Quando si è
giunti alla dimora della sposa, i parenti di questa rimettono il corredo allo
sposo; egli osserva ogni cosa minutamente e fa quindi caricare sopra i suoi
carri ogni oggetto; quindi si ritorna alla casa dello sposo. Due suonatori di
launedda, scelti fra i più capaci, aprono il corteggio, eseguendo arie
campestri. Seguono giovanotti, donzelle e donne; tutti vestono i loro abiti
più belli e portano sopra la testa o le spalle gli oggetti fragili che non si
credette di poter mettere senza rischio sopra i carri. Un giovine, per
esempio, porta sopra una spalla un grande specchio con larga cornice
dorata, un altro sopra l'una e l'altra spalla un quadro di santo (il santo
protettore della fanciulla e il santo protettore del giovane) dipinto con colori
vivissimi e spiccati; un terzo è caricato d'un gran cestone pieno di tazze di
maiolica o di porcellana, vasi di vetro celeste per fiori e simiglianti oggetti;
un quarto finalmente trasporta sopra il suo berretto piatto una cesta ripiena
di bicchieri, di caraffe ecc. Immediatamente dopo camminano di fronte
quattro o sei ragazze o donne [265], ciascuna delle quali porta sopra la sua
testa parecchi guanciali tutti più o manco ornati di nastri color rosa e di fiori
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e di foglie di mirto. La mezzina di rame o di terra, di cui la moglie deve
servirsi per attingere acqua alla fonte, posa, in tal giorno, sopra un
guancialetto scarlatto collocato sulla testa della più bella fra le fanciulle del
luogo; questo vaso ha quasi sempre una forma antica elegantissima; esso è
decorato di nastri e ripieno di fiori naturali. Parecchi fanciulli portano
quindi varii piccoli utensili di casa; e, in somma, si mette in mostra tutto ciò
che dovrà arredare la casa. A questa avanguardia che, naturalmente, leva
non poco strepito, succede, in silenzio, una numerosa cavalcata, in mezzo
alla quale lo sposo si fa distinguere per lo splendore degli abiti nuovissimi,
e per la ricca bardatura del cavallo (imprestata, per lo più, in tali occasioni,
dai signori del luogo).
I carri sono tirati da bovi, i quali su la punta delle loro corna fasciate,
portano un arancio [266]. Tutti questi carri procedono in fila; i due primi
portano parecchi materassi affatto nuovi, messi diligentemente gli uni sovra
gli altri, e formanti sovra ogni carro una pila quadrata; i due carri seguenti
sono caricati dei legni da letto e di tutti i loro accessorii; in una mezza
dozzina d'altri si veggono le sedie disposte a piramide e ornate di lauro e di
mirto; quindi le tavole e le panche, e poi due immensi cassoni, l'uno de'
quali contiene la biancheria di casa, l'altro gli abiti della sposa; due carri
sono occupati dagli arnesi di cucina [267] e parecchi utensili, fra i quali si
nota un'ampia provvisione di fusi e di conocchie, e fra queste una
apparecchiata e fornita per la filatura [268].
Tre o quattro carri pieni di grano compongono la prima provvigione della
nuova famiglia; dopo il grano, segue naturalmente la macina e quanto
occorre in Sardegna per fabbricare il pane. Finalmente il paziente
molentu [269] attaccato con una lunga fune alla macina che lo precede e
ch'egli deve far muovere la prima volta, chiude piacevolmente il corteggio.
Con la coda o le orecchie ornate di mirto e di nastri, questo pacifico animale
attrae sopra di sè gli ultimi sguardi della moltitudine già stanca dello
spettacolo che ha contemplato; l'ilarità che esso eccita forma allora un
piacevole diversivo alla serietà della pompa precedente. Il corteggio è, per
lo più, seguito da tre o quattro tracche (specie di carri), che trasportano
parecchie ragazze, amiche o parenti della sposa, incaricate di
ammobigliarne la casa e metterne in ordine il corredo; il loro costume, in
tale solennità, è sommamente splendido. Tutta la comitiva essendo giunta in
servirsi per attingere acqua alla fonte, posa, in tal giorno, sopra un
guancialetto scarlatto collocato sulla testa della più bella fra le fanciulle del
luogo; questo vaso ha quasi sempre una forma antica elegantissima; esso è
decorato di nastri e ripieno di fiori naturali. Parecchi fanciulli portano
quindi varii piccoli utensili di casa; e, in somma, si mette in mostra tutto ciò
che dovrà arredare la casa. A questa avanguardia che, naturalmente, leva
non poco strepito, succede, in silenzio, una numerosa cavalcata, in mezzo
alla quale lo sposo si fa distinguere per lo splendore degli abiti nuovissimi,
e per la ricca bardatura del cavallo (imprestata, per lo più, in tali occasioni,
dai signori del luogo).
I carri sono tirati da bovi, i quali su la punta delle loro corna fasciate,
portano un arancio [266]. Tutti questi carri procedono in fila; i due primi
portano parecchi materassi affatto nuovi, messi diligentemente gli uni sovra
gli altri, e formanti sovra ogni carro una pila quadrata; i due carri seguenti
sono caricati dei legni da letto e di tutti i loro accessorii; in una mezza
dozzina d'altri si veggono le sedie disposte a piramide e ornate di lauro e di
mirto; quindi le tavole e le panche, e poi due immensi cassoni, l'uno de'
quali contiene la biancheria di casa, l'altro gli abiti della sposa; due carri
sono occupati dagli arnesi di cucina [267] e parecchi utensili, fra i quali si
nota un'ampia provvisione di fusi e di conocchie, e fra queste una
apparecchiata e fornita per la filatura [268].
Tre o quattro carri pieni di grano compongono la prima provvigione della
nuova famiglia; dopo il grano, segue naturalmente la macina e quanto
occorre in Sardegna per fabbricare il pane. Finalmente il paziente
molentu [269] attaccato con una lunga fune alla macina che lo precede e
ch'egli deve far muovere la prima volta, chiude piacevolmente il corteggio.
Con la coda o le orecchie ornate di mirto e di nastri, questo pacifico animale
attrae sopra di sè gli ultimi sguardi della moltitudine già stanca dello
spettacolo che ha contemplato; l'ilarità che esso eccita forma allora un
piacevole diversivo alla serietà della pompa precedente. Il corteggio è, per
lo più, seguito da tre o quattro tracche (specie di carri), che trasportano
parecchie ragazze, amiche o parenti della sposa, incaricate di
ammobigliarne la casa e metterne in ordine il corredo; il loro costume, in
tale solennità, è sommamente splendido. Tutta la comitiva essendo giunta in
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casa dello sposo, si procede allo scaricamento de' carri, che s'opera con lo
stesso ordine seguitosi nella marcia. Lo sposo dà l'esempio caricandosi
primo, sopra le spalle, uno de' materassi del letto nuziale; allora gli altri
giovani gli sbarrano la via alla camera e succede fra loro una lotta. Bene
spesso questi ultimi, avendo ciascuno un materasso, lo gettano sopra lo
sposo e ne lo opprimono, per far allusione senza dubbio al fardello ch'egli
sta per imporsi.»
Un simigliante impedimento allo sposo si osserva nell'uso del contado
Teramano. Anzi, tutti i parenti della sposa si siedono sopra i bauli, facendo
sacramento che non lasceranno portar via la roba; ricevuti alcuni regali
dallo sposo, accondiscendono. Si caricano parecchi giumenti ornati, e la
comitiva si mette in via; ma giunti alla dimora della sposa, ricominciano i
contrasti; e conviene allo sposo dar prima da bere e da mangiare, s'egli vuol
mettere in casa il così detto addobbo.
Del resto, il corredo della sposa è più o meno ricco, secondo l'amor proprio
ed i mezzi di lei, dello sposo e dei parenti. Vi fu tempo e vi sono ancora
luoghi in Italia ove la vanità del corredo e la paura che i mariti si facciano
usurpatori vanno così lontano che la dote si dimezza nelle vesti e nelle
gioie; il quale eccesso si studiarono di correggere i nostri Statuti, ma, come
ordinariamente avviene, in modo eccessivo, e stranamente inquisitorio, di
maniera che anche il modesto corredo della povera Tancia poteva correre il
rischio di riuscire contra legem [270].
Ella ce lo descrive ne' versi che seguono [271]:
E 'l mio corredo, che lo lasceróe?
La mia gammurra co' nastrin di stame
E la becca [272] ch'i' ho di taffettà,
Il vezzo di coralli e 'l mio carcame [273]
S'io nol porto, a chi domin rimarrà?
E quel bell'orciolin nuovo di rame,
Le mie stoviglie bianche chi l'arà?
E' miei sei sciugatoi col puntiscritto,
E duo' lenzuol cuciti a sopraggitto?
stesso ordine seguitosi nella marcia. Lo sposo dà l'esempio caricandosi
primo, sopra le spalle, uno de' materassi del letto nuziale; allora gli altri
giovani gli sbarrano la via alla camera e succede fra loro una lotta. Bene
spesso questi ultimi, avendo ciascuno un materasso, lo gettano sopra lo
sposo e ne lo opprimono, per far allusione senza dubbio al fardello ch'egli
sta per imporsi.»
Un simigliante impedimento allo sposo si osserva nell'uso del contado
Teramano. Anzi, tutti i parenti della sposa si siedono sopra i bauli, facendo
sacramento che non lasceranno portar via la roba; ricevuti alcuni regali
dallo sposo, accondiscendono. Si caricano parecchi giumenti ornati, e la
comitiva si mette in via; ma giunti alla dimora della sposa, ricominciano i
contrasti; e conviene allo sposo dar prima da bere e da mangiare, s'egli vuol
mettere in casa il così detto addobbo.
Del resto, il corredo della sposa è più o meno ricco, secondo l'amor proprio
ed i mezzi di lei, dello sposo e dei parenti. Vi fu tempo e vi sono ancora
luoghi in Italia ove la vanità del corredo e la paura che i mariti si facciano
usurpatori vanno così lontano che la dote si dimezza nelle vesti e nelle
gioie; il quale eccesso si studiarono di correggere i nostri Statuti, ma, come
ordinariamente avviene, in modo eccessivo, e stranamente inquisitorio, di
maniera che anche il modesto corredo della povera Tancia poteva correre il
rischio di riuscire contra legem [270].
Ella ce lo descrive ne' versi che seguono [271]:
E 'l mio corredo, che lo lasceróe?
La mia gammurra co' nastrin di stame
E la becca [272] ch'i' ho di taffettà,
Il vezzo di coralli e 'l mio carcame [273]
S'io nol porto, a chi domin rimarrà?
E quel bell'orciolin nuovo di rame,
Le mie stoviglie bianche chi l'arà?
E' miei sei sciugatoi col puntiscritto,
E duo' lenzuol cuciti a sopraggitto?
Page 90
XVIII.
Mentre la sposa si prepara.
L'essere detti, per tre volte, in chiesa, le visite fra parenti, lo scambio de'
doni, i primi banchetti, le provvisioni per le nozze, gli inviti per il giorno
delle nozze, tutto ciò occupa assai le nostre famiglie che stanno per fare la
sposa. Lo stesso, meno le pubblicazioni in chiesa, avveniva in Roma, in
Grecia, nell'India e presso gli altri popoli indo-europei. In Roma, inoltre, il
dì delle nozze raccoglievansi di primo mattino in casa della sposa quanti più
potevano parenti ed amici invitati. La casa dello sposo e quella della sposa
si ornavano di fiori, ghirlande e tende di lana. I parenti lontani, gli amici, i
conoscenti non invitati, se conoscevano le leggi della buona creanza,
doveano raccogliersi nella strada, per rendere onore agli sposi; al che si
riferisce il passo seguente di Giovenale [274]: «Domani, di primo mattino, ho
da fare un complimento nella valle di Quirino. Perchè il complimento? Che
mi domandi tu? L'amico si sposa e non vuol aver troppa gente attorno».
Nell'India antica, in uno de' tre giorni, ne' quali si dice: oggi o domani o
dopo domani condurranno via la sposa, il guru o maestro spirituale dello
sposo, arrivato qual messaggiero, come veniva il mattino, benedicea con
acqua e purificava la fanciulla; dopo di che, alcune donne, regalate di cibi e
bevande, intrecciavano una danza.
Arrivava allora lo sposo, e seguiva un lungo ricambio di doni e gentilezze,
accompagnato da benedizioni e sacrifici tra le due famiglie che stavano per
conchiudere il parentado.
Nell'India odierna, la notte che precede le nozze, gli sposi mangiano con i
parenti del riso, e vanno quindi con lampade, riso, acqua fresca e betel in
mano a visitare i vicini e far loro presenti.
Mentre la sposa si prepara.
L'essere detti, per tre volte, in chiesa, le visite fra parenti, lo scambio de'
doni, i primi banchetti, le provvisioni per le nozze, gli inviti per il giorno
delle nozze, tutto ciò occupa assai le nostre famiglie che stanno per fare la
sposa. Lo stesso, meno le pubblicazioni in chiesa, avveniva in Roma, in
Grecia, nell'India e presso gli altri popoli indo-europei. In Roma, inoltre, il
dì delle nozze raccoglievansi di primo mattino in casa della sposa quanti più
potevano parenti ed amici invitati. La casa dello sposo e quella della sposa
si ornavano di fiori, ghirlande e tende di lana. I parenti lontani, gli amici, i
conoscenti non invitati, se conoscevano le leggi della buona creanza,
doveano raccogliersi nella strada, per rendere onore agli sposi; al che si
riferisce il passo seguente di Giovenale [274]: «Domani, di primo mattino, ho
da fare un complimento nella valle di Quirino. Perchè il complimento? Che
mi domandi tu? L'amico si sposa e non vuol aver troppa gente attorno».
Nell'India antica, in uno de' tre giorni, ne' quali si dice: oggi o domani o
dopo domani condurranno via la sposa, il guru o maestro spirituale dello
sposo, arrivato qual messaggiero, come veniva il mattino, benedicea con
acqua e purificava la fanciulla; dopo di che, alcune donne, regalate di cibi e
bevande, intrecciavano una danza.
Arrivava allora lo sposo, e seguiva un lungo ricambio di doni e gentilezze,
accompagnato da benedizioni e sacrifici tra le due famiglie che stavano per
conchiudere il parentado.
Nell'India odierna, la notte che precede le nozze, gli sposi mangiano con i
parenti del riso, e vanno quindi con lampade, riso, acqua fresca e betel in
mano a visitare i vicini e far loro presenti.
Page 91
Presso i Brettoni, gli inviti alle nozze si fanno, cantando, dal bazvalan, il
quale, accompagnato da uno de' parenti più stretti dello sposo, si reca nelle
varie case, possibilmente nel punto in cui le famiglie sogliono mettersi a
tavola; egli picchia tre volte alla porta, si dichiara bazvalan o messaggiero
nuziale, e viene festeggiato e fatto assidere alla mensa [275].
Nella Germania meridionale [276], il fidanzato e il suo compagno vanno pel
villaggio, di casa in casa; e il fidanzato dice: «Voi siete pregati per le nozze
martedì all'albergo.... Venite senza fallo; occorrendo, vi renderemo la
pariglia. Non dimenticate di venire.» In ogni casa, la massaia apre la
dispensa, ne leva un pane e un coltello e presenta il tutto, dicendo allo
sposo: tagliate del pane. Il fidanzato taglia una fetta e la porta con sè. E qui
abbiamo un'altra prova dello sposo; poichè si argomenta ch'egli riuscirà un
cattivo capo di casa, ove non affetti bene il pane.
In Russia, prima che tramonti il sole del giorno che precede le nozze, la
giovine fidanzata si lamenta così:
Mi sederò io, la mesta mestizia,
Su la bianca panca,
Presso la lucida finestra;
Tu, mio sostentatore padre,
Tu, mia propria madre,
Vi siete infastiditi, mio sostentatore padre,
E tu, mia propria madre,
Della mia testa balzana,
Della mia treccia castagna.
La mia bellezza, la mia vergine bellezza passerà,
Passerà, cambierà,
Si mescolerà col nero fango,
Col nero fango lutulento, vischioso.
Tu, mia aurora,
Mia aurora vespertina,
Perchè così presto, o aurora, tu arrivi?
E più l'aria si abbuia e più si fa tenero e più si dispera il canto della giovine
fidanzata russa, al quale non saprei in vero contrapporre altri più delicati e
quale, accompagnato da uno de' parenti più stretti dello sposo, si reca nelle
varie case, possibilmente nel punto in cui le famiglie sogliono mettersi a
tavola; egli picchia tre volte alla porta, si dichiara bazvalan o messaggiero
nuziale, e viene festeggiato e fatto assidere alla mensa [275].
Nella Germania meridionale [276], il fidanzato e il suo compagno vanno pel
villaggio, di casa in casa; e il fidanzato dice: «Voi siete pregati per le nozze
martedì all'albergo.... Venite senza fallo; occorrendo, vi renderemo la
pariglia. Non dimenticate di venire.» In ogni casa, la massaia apre la
dispensa, ne leva un pane e un coltello e presenta il tutto, dicendo allo
sposo: tagliate del pane. Il fidanzato taglia una fetta e la porta con sè. E qui
abbiamo un'altra prova dello sposo; poichè si argomenta ch'egli riuscirà un
cattivo capo di casa, ove non affetti bene il pane.
In Russia, prima che tramonti il sole del giorno che precede le nozze, la
giovine fidanzata si lamenta così:
Mi sederò io, la mesta mestizia,
Su la bianca panca,
Presso la lucida finestra;
Tu, mio sostentatore padre,
Tu, mia propria madre,
Vi siete infastiditi, mio sostentatore padre,
E tu, mia propria madre,
Della mia testa balzana,
Della mia treccia castagna.
La mia bellezza, la mia vergine bellezza passerà,
Passerà, cambierà,
Si mescolerà col nero fango,
Col nero fango lutulento, vischioso.
Tu, mia aurora,
Mia aurora vespertina,
Perchè così presto, o aurora, tu arrivi?
E più l'aria si abbuia e più si fa tenero e più si dispera il canto della giovine
fidanzata russa, al quale non saprei in vero contrapporre altri più delicati e
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più commoventi, non pur tra i dotti, ma nemmeno tra i popolari:
Il roseo sole gira.
E tu, o stella errante,
Dietro le nuvole sei passata
Lunge dalla chiara luna;
Così la nostra vergine
D'una in altra stanza è passata,
D'uno in altro tetto,
E, nel passare, s'impensierì,
E tra le lagrime, disse:
Signor mio, babbo mio,
Non sarebbe egli possibile fare altrimenti,
E me vergine non maritare?
Tanta mestizia, tanto sgomento che occupa tutti i canti popolari russi,
relativi alle nozze, non toglie tuttavia che la festa delle fanciulle o
dievisgnik, la sera del giorno che precede il nuziale, non riesca animata e
gioconda; egli è che, più del canto, riesce a rallegrarla la copia de' cibi e
delle bevande.
Il roseo sole gira.
E tu, o stella errante,
Dietro le nuvole sei passata
Lunge dalla chiara luna;
Così la nostra vergine
D'una in altra stanza è passata,
D'uno in altro tetto,
E, nel passare, s'impensierì,
E tra le lagrime, disse:
Signor mio, babbo mio,
Non sarebbe egli possibile fare altrimenti,
E me vergine non maritare?
Tanta mestizia, tanto sgomento che occupa tutti i canti popolari russi,
relativi alle nozze, non toglie tuttavia che la festa delle fanciulle o
dievisgnik, la sera del giorno che precede il nuziale, non riesca animata e
gioconda; egli è che, più del canto, riesce a rallegrarla la copia de' cibi e
delle bevande.
Page 93
XIX.
Il bagno; la sposa si veste.
In Italia, non so che i bagni, i quali pure vi si fanno, per decenza,
ordinariamente un giorno prima delle nozze, siano accompagnati da alcuna
solennità. E pure un carattere sacro essi avevano di certo a Roma, come lo
conferma un passo di Servio: «Con l'acqua e col fuoco, egli commenta, i
mariti accoglievano le mogli. Onde pure oggidì si portano innanzi le faci e
l'acqua attinta da una limpida fonte per mezzo di un fanciullo assortito [277]
o d'una fanciulla che prende parte alle nozze, con la quale solevansi lavare i
piedi agli sposi». Oggi ancora, in alcuni luoghi della Sabina, le donne
maritate non possono recarsi alla fonte, per attingervi acqua; le sole
fanciulle possono farlo.
Ora quest'uso del lavare i piedi agli sposi, e di levar l'acqua da una fonte
particolare, non era solo romano, ma greco ed indiano.
In Grecia, l'acqua destinata al bagno nuziale deve essere di fonte o di fiume,
essere acqua viva, in somma. Nella Troade, era famoso per tale uso lo
Scamandro, al quale, presso Eschine, la fidanzata, che si bagna, volge
questa preghiera: «togliti, o Scamandro, la mia verginità [278]; in Magnesia,
godeva della stessa fama il Meandro; in Atene, la fontana Kallirhoe, intorno
alla quale così informa Tucidide [279]: «d'appresso è la fontana di cui si
servivano per gli usi più importanti, la quale, dopo essere stata restaurata
dai tiranni, nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima,
quando v'erano le sorgenti scoperte, si chiamava Kallirhoe. Da cotesti tempi
lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell'acqua, prima delle
cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni». E, in Grecia ancora, era un
fanciullo che dovea levar l'acqua per lo sposo e una fanciulla l'acqua per la
sposa [280].
Il bagno; la sposa si veste.
In Italia, non so che i bagni, i quali pure vi si fanno, per decenza,
ordinariamente un giorno prima delle nozze, siano accompagnati da alcuna
solennità. E pure un carattere sacro essi avevano di certo a Roma, come lo
conferma un passo di Servio: «Con l'acqua e col fuoco, egli commenta, i
mariti accoglievano le mogli. Onde pure oggidì si portano innanzi le faci e
l'acqua attinta da una limpida fonte per mezzo di un fanciullo assortito [277]
o d'una fanciulla che prende parte alle nozze, con la quale solevansi lavare i
piedi agli sposi». Oggi ancora, in alcuni luoghi della Sabina, le donne
maritate non possono recarsi alla fonte, per attingervi acqua; le sole
fanciulle possono farlo.
Ora quest'uso del lavare i piedi agli sposi, e di levar l'acqua da una fonte
particolare, non era solo romano, ma greco ed indiano.
In Grecia, l'acqua destinata al bagno nuziale deve essere di fonte o di fiume,
essere acqua viva, in somma. Nella Troade, era famoso per tale uso lo
Scamandro, al quale, presso Eschine, la fidanzata, che si bagna, volge
questa preghiera: «togliti, o Scamandro, la mia verginità [278]; in Magnesia,
godeva della stessa fama il Meandro; in Atene, la fontana Kallirhoe, intorno
alla quale così informa Tucidide [279]: «d'appresso è la fontana di cui si
servivano per gli usi più importanti, la quale, dopo essere stata restaurata
dai tiranni, nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima,
quando v'erano le sorgenti scoperte, si chiamava Kallirhoe. Da cotesti tempi
lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell'acqua, prima delle
cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni». E, in Grecia ancora, era un
fanciullo che dovea levar l'acqua per lo sposo e una fanciulla l'acqua per la
sposa [280].
Page 94
Nell'India, il paese dalle abluzioni per eccellenza, sono innumerevoli le
fonti sacre, alle quali può essere attinta l'acqua del bagno nuziale. Ma
sempre, innanzi di adoperarsi, questa viene benedetta.
Nell'Atharvaveda [281] si conservano parecchie formole per una tale
benedizione. Nell'India odierna, lo stesso suocero lava i piedi allo sposo con
acqua, latte e sterco di vacca [282]; segue la congiunzione delle mani e la
libazione dell'acqua sopra le palme unite degli sposi.
Finito il bagno, l'antica sposa indiana rilasciava le sue vesti sudicie al
procolo (ordinariamente lo suocero od il prete) recitandosi questo versetto:
«Quanto di cattivo e d'impuro sarà accaduto nelle nozze e nel trasporto
della sposa, lo scuotiamo sovra il procolo». Il procolo levava i panni sudici
con un bastone di udumbara, e andava ad appenderli nella selva ad un
albero, a fine di purificarli; intanto la sposa si ornava e vestiva di nuovo,
mentre le si recitavano versetti d'augurio, per la fecondità e un vivere lungo
e felice. Quindi le si applicava un pettine di giunco a cento denti, con
augurii perchè il sudicio cadesse. Al qual uso, oltre il romano dell'asta [283],
con cui si pettinava dagli astanti la sposa, mi piace richiamare il russo, per
cui ciascuno de' convitati a cena dà un colpo di pettine alla sposa già
pettinata e depone una moneta sul vassoio che le sta innanzi.
Tra i canti albanesi di Sicilia [284] è questo che accompagna la sposa, quando
essa viene condotta al bagno; e la menzione che vi è fatta della neve e del
ghiaccio, mi fa supporre che il canto sia più antico della migrazione degli
Albanesi in Sicilia, e nato veramente tra i monti dell'Epiro:
Fiocca neve e fa pioggia
E la bella andò a lavare.
Ruppe il ghiaccio col piede
E la neve con la mano.
Spirò un venticello dritto dritto
Che le tolse il velo delicato,
E glie lo raccolse il di lei vecchio padre,
E col velo ritornarono a casa.
In Russia pure, il canto accompagna la cerimonia del bagno, fatto per
traspirazione, così dallo sposo come dalla sposa. Nella stanza del bagno si
fonti sacre, alle quali può essere attinta l'acqua del bagno nuziale. Ma
sempre, innanzi di adoperarsi, questa viene benedetta.
Nell'Atharvaveda [281] si conservano parecchie formole per una tale
benedizione. Nell'India odierna, lo stesso suocero lava i piedi allo sposo con
acqua, latte e sterco di vacca [282]; segue la congiunzione delle mani e la
libazione dell'acqua sopra le palme unite degli sposi.
Finito il bagno, l'antica sposa indiana rilasciava le sue vesti sudicie al
procolo (ordinariamente lo suocero od il prete) recitandosi questo versetto:
«Quanto di cattivo e d'impuro sarà accaduto nelle nozze e nel trasporto
della sposa, lo scuotiamo sovra il procolo». Il procolo levava i panni sudici
con un bastone di udumbara, e andava ad appenderli nella selva ad un
albero, a fine di purificarli; intanto la sposa si ornava e vestiva di nuovo,
mentre le si recitavano versetti d'augurio, per la fecondità e un vivere lungo
e felice. Quindi le si applicava un pettine di giunco a cento denti, con
augurii perchè il sudicio cadesse. Al qual uso, oltre il romano dell'asta [283],
con cui si pettinava dagli astanti la sposa, mi piace richiamare il russo, per
cui ciascuno de' convitati a cena dà un colpo di pettine alla sposa già
pettinata e depone una moneta sul vassoio che le sta innanzi.
Tra i canti albanesi di Sicilia [284] è questo che accompagna la sposa, quando
essa viene condotta al bagno; e la menzione che vi è fatta della neve e del
ghiaccio, mi fa supporre che il canto sia più antico della migrazione degli
Albanesi in Sicilia, e nato veramente tra i monti dell'Epiro:
Fiocca neve e fa pioggia
E la bella andò a lavare.
Ruppe il ghiaccio col piede
E la neve con la mano.
Spirò un venticello dritto dritto
Che le tolse il velo delicato,
E glie lo raccolse il di lei vecchio padre,
E col velo ritornarono a casa.
In Russia pure, il canto accompagna la cerimonia del bagno, fatto per
traspirazione, così dallo sposo come dalla sposa. Nella stanza del bagno si
Page 95
scherza, si ride e si canta; le compagne lavano la giovine sposa, la quale,
uscendo dal bagno, canta melanconicamente così:
Io, pervenuta all'ultimo, prego Dio,
Lo stesso Cristo del cielo,
La Santa Madre di Dio,
Nella mia bellezza di vergine,
Con le mie care giovani compagne,
O larga strada, luce mia,
O larga strada aperta ai sollazzi,
Ho finito di camminare sopra di te,
Ho finito di sollazzarmi
Con le mie care giovani compagne,
Nella mia bellezza di vergine.
Vicini miei, cari vicini a me più prossimi,
Non ricordatevi de' miei dispettucci e delle mie insolenze;
Attribuite, miei cari vicini,
Le insolenze alla semplicità della vergine,
I piccoli dispetti alla bellezza della vergine;
Amara lamentatrice, mi accosto
Alla mia pulita camera,
Al mio vasto cortile,
Alla nuova porta,
Agli intagliati pilastri.
E, mentre le viene intrecciata la chioma, essa rivolta ad una compagna le
dice tutta carezzante:
Tu, mia cara sorella, tortorella,
N. N.
Intrecciami la mia treccia castagna,
Che sia fortissima, che sia finissima.
Intrecciami un nastro rosso,
Legami, tortorella mia,
Tre nodi,
Tali che mai non si disfacciano.
uscendo dal bagno, canta melanconicamente così:
Io, pervenuta all'ultimo, prego Dio,
Lo stesso Cristo del cielo,
La Santa Madre di Dio,
Nella mia bellezza di vergine,
Con le mie care giovani compagne,
O larga strada, luce mia,
O larga strada aperta ai sollazzi,
Ho finito di camminare sopra di te,
Ho finito di sollazzarmi
Con le mie care giovani compagne,
Nella mia bellezza di vergine.
Vicini miei, cari vicini a me più prossimi,
Non ricordatevi de' miei dispettucci e delle mie insolenze;
Attribuite, miei cari vicini,
Le insolenze alla semplicità della vergine,
I piccoli dispetti alla bellezza della vergine;
Amara lamentatrice, mi accosto
Alla mia pulita camera,
Al mio vasto cortile,
Alla nuova porta,
Agli intagliati pilastri.
E, mentre le viene intrecciata la chioma, essa rivolta ad una compagna le
dice tutta carezzante:
Tu, mia cara sorella, tortorella,
N. N.
Intrecciami la mia treccia castagna,
Che sia fortissima, che sia finissima.
Intrecciami un nastro rosso,
Legami, tortorella mia,
Tre nodi,
Tali che mai non si disfacciano.
Page 96
Presso gli Albanesi di Calabria incontriamo pure canti, che ricreano la
fidanzata, mentre essa vien pettinata, mentre le vien messa la keza, specie di
cuffia o berretta, mentre le si indossa la tzoga o gonnella nuziale, e le si
attacca alla keza, un velo con uno spillone sormontato da colomba [285]. Ma
invece di essere la sposa quella che canta, cantano le compagne ora unite,
ora divise in due cori che alternativamente si rispondono. Si apre il canto
così:
O tu sposa, avventurata sposa!
È venuta l'ora che vai sposa.
Va sposa questa signora
Al fianco di un signore:
Voi dunque, signore e vicine,
Pettinatele bene la treccia,
Intrecciategliela mollemente, e fatene palla;
Non le spezzate alcun filo,
Sì che le sia grave quest'ora.
Allora il primo dei cori incomincia:
Sul trono del padronato
Ora leggiadramente acconcia il crine
Colla keza fulgente,
Coll'animo altero del tuo signore,
O decoro delle donzelle,
Levati, chè tardasti assai.
Il secondo coro risponde:
Non fu tardo alcuno,
Chè solo tardò la signora madre
A comprarle la tzoga,
Acciò non le s'involasse ratta;
Ora che volete affrettarla
In quest'ultima ora?
Appena folgora il sole.
fidanzata, mentre essa vien pettinata, mentre le vien messa la keza, specie di
cuffia o berretta, mentre le si indossa la tzoga o gonnella nuziale, e le si
attacca alla keza, un velo con uno spillone sormontato da colomba [285]. Ma
invece di essere la sposa quella che canta, cantano le compagne ora unite,
ora divise in due cori che alternativamente si rispondono. Si apre il canto
così:
O tu sposa, avventurata sposa!
È venuta l'ora che vai sposa.
Va sposa questa signora
Al fianco di un signore:
Voi dunque, signore e vicine,
Pettinatele bene la treccia,
Intrecciategliela mollemente, e fatene palla;
Non le spezzate alcun filo,
Sì che le sia grave quest'ora.
Allora il primo dei cori incomincia:
Sul trono del padronato
Ora leggiadramente acconcia il crine
Colla keza fulgente,
Coll'animo altero del tuo signore,
O decoro delle donzelle,
Levati, chè tardasti assai.
Il secondo coro risponde:
Non fu tardo alcuno,
Chè solo tardò la signora madre
A comprarle la tzoga,
Acciò non le s'involasse ratta;
Ora che volete affrettarla
In quest'ultima ora?
Appena folgora il sole.
Page 97
Tutte le donne insieme intuonano finalmente il canto:
O sorella e signora sposa,
Ecco il difuori per te si chiude,
Il difuori e tutto il mondo estraneo.
Come la colomba dei cieli
Coll'amore del compagno tuo
Tu felice sotto la pioggia,
E al fragore delle quercie,
Abbi decoro, sorella mia,
Come il sole quando sorge,
Come il sole nelle saliere,
Come la torta in sulle tovaglie.
Quando la sposa era vestita, si riteneva dai Romani come ottima
consuetudine ch'ella si coricasse sul letto con gli abiti nuziali [286], forse per
la stessa cagione che in Russia si siedono innanzi di imprendere gravi
negozii o lunghi viaggi. Nessun negozio più grave, di fatto, e nessun
viaggio più lungo di quello che imprende la giovine sposa. Ella viaggia da
un mondo ad un altro, da una vita all'altra; così ella potesse, nel suo ultimo
sonno di vergine dimenticare quanto abbandona, e risvegliarsi ricca di liete
speranze!
O sorella e signora sposa,
Ecco il difuori per te si chiude,
Il difuori e tutto il mondo estraneo.
Come la colomba dei cieli
Coll'amore del compagno tuo
Tu felice sotto la pioggia,
E al fragore delle quercie,
Abbi decoro, sorella mia,
Come il sole quando sorge,
Come il sole nelle saliere,
Come la torta in sulle tovaglie.
Quando la sposa era vestita, si riteneva dai Romani come ottima
consuetudine ch'ella si coricasse sul letto con gli abiti nuziali [286], forse per
la stessa cagione che in Russia si siedono innanzi di imprendere gravi
negozii o lunghi viaggi. Nessun negozio più grave, di fatto, e nessun
viaggio più lungo di quello che imprende la giovine sposa. Ella viaggia da
un mondo ad un altro, da una vita all'altra; così ella potesse, nel suo ultimo
sonno di vergine dimenticare quanto abbandona, e risvegliarsi ricca di liete
speranze!
Page 98
LIBRO SECONDO
LE NOZZE
LE NOZZE
Page 99
I.
Come sono vestiti gli sposi.
Il lucido giorno arriva; gli sposi sono pronti a mettersi in via; prima che essi
muovano e ci occupino altrimenti, osserviamone le foggie del vestire. Esse
vogliono apparire solenni; ove la povertà tolga di spendere in pompose
vesti, è lecito, per tal giorno, pigliarne ad imprestito, come sappiamo che
avveniva alle antiche spose veneziane; «esse non arrossivano, scrive la
signora Renier Michel [287], di prendere in prestanza, per quel dì, li fregi, e
sino la corona d'oro che lor venìa posta in cima al capo, qual segnale di
nuove spose. Il Governo avea cura di abbigliare in pari modo quelle che
venivano dotate dal pubblico; ma, finita la festa, dovevano esse restituire
tutti gli ornamenti, non ritenendo per sè che la dote.»
Incominciamo dal capo della sposa; come si pettinasse solennemente presso
i Romani e nell'India e si pettini fra gli Albanesi ed in Russia, abbiamo
sopra veduto. Accennammo pure di sopra alla keza o cuffia o berretta delle
Albanesi. La cuffia è simbolo delle donne maritate; nella Piccola Russia,
quando una ragazza si è lasciata sedurre, le compagne le mettono per forza
sul capo il fazzoletto a mo' di cuffia, come le donne maritate lo portano. In
Germania [288], le donne maritate mettono alla sposa una cuffia, con nastro
di seta rosa, mentre le non maritate cercano impedirlo. In Piemonte [289] la
nuova sposa porta una cuffia a piume, in Corsica una cuffia bianca
arricciata [290], a Castelnuovo Magra in Lunigiana una rete di seta rossa [291]
con nappe rosse pendenti, e sopra la rete, da una parte, un piccolissimo e
grazioso cappellino di paglia, dall'altra ricche ciocche di fiori,
particolarmente garofani. Talora, oltre la cuffia, occorre ancora un
fazzoletto o un velo, come presso le spose albanesi e le côrse [292]; talora il
velo solo, talora il velo e la corona. Ma al velo ed alla corona nuziale
dovremo concedere più oltre un paio di capitoletti distinti. Onde, per finire
Come sono vestiti gli sposi.
Il lucido giorno arriva; gli sposi sono pronti a mettersi in via; prima che essi
muovano e ci occupino altrimenti, osserviamone le foggie del vestire. Esse
vogliono apparire solenni; ove la povertà tolga di spendere in pompose
vesti, è lecito, per tal giorno, pigliarne ad imprestito, come sappiamo che
avveniva alle antiche spose veneziane; «esse non arrossivano, scrive la
signora Renier Michel [287], di prendere in prestanza, per quel dì, li fregi, e
sino la corona d'oro che lor venìa posta in cima al capo, qual segnale di
nuove spose. Il Governo avea cura di abbigliare in pari modo quelle che
venivano dotate dal pubblico; ma, finita la festa, dovevano esse restituire
tutti gli ornamenti, non ritenendo per sè che la dote.»
Incominciamo dal capo della sposa; come si pettinasse solennemente presso
i Romani e nell'India e si pettini fra gli Albanesi ed in Russia, abbiamo
sopra veduto. Accennammo pure di sopra alla keza o cuffia o berretta delle
Albanesi. La cuffia è simbolo delle donne maritate; nella Piccola Russia,
quando una ragazza si è lasciata sedurre, le compagne le mettono per forza
sul capo il fazzoletto a mo' di cuffia, come le donne maritate lo portano. In
Germania [288], le donne maritate mettono alla sposa una cuffia, con nastro
di seta rosa, mentre le non maritate cercano impedirlo. In Piemonte [289] la
nuova sposa porta una cuffia a piume, in Corsica una cuffia bianca
arricciata [290], a Castelnuovo Magra in Lunigiana una rete di seta rossa [291]
con nappe rosse pendenti, e sopra la rete, da una parte, un piccolissimo e
grazioso cappellino di paglia, dall'altra ricche ciocche di fiori,
particolarmente garofani. Talora, oltre la cuffia, occorre ancora un
fazzoletto o un velo, come presso le spose albanesi e le côrse [292]; talora il
velo solo, talora il velo e la corona. Ma al velo ed alla corona nuziale
dovremo concedere più oltre un paio di capitoletti distinti. Onde, per finire
Page 100
quello ch'io so intorno alla testa della sposa, aggiungerò qui ancora come, in
alcune parti del Trentino, le fanciulle portino sul capo una fogliolina verde,
simbolo evidente di verginità, la quale perdono il dì delle nozze, in cui
s'intrecciano ai capelli della sposa fiori finti.
Intorno al collo portano in Germania un filo rosso, che può ricordar forse il
nastro rosso e nero di lana delle spose indiane [293]. Rosso è, per lo più, il
fazzoletto che le spose piemontesi portano intorno al collo, e la collana de'
così detti dorini (che sono ghiandette d'oro, vuoto o pieno, a più o meno
giri, secondo la dote della sposa) onde esse medesime fanno la loro
massima pompa, e le granate con fermaglio d'oro che ricingono il collo
delle spose di Castelnuovo Magra in Lunigiana, contengono forse il
medesimo simbolo, presagio più facile ad indovinarsi dal lettore che a
dichiararsi da me.
La veste della sposa, secondo l'uso antico, è per lo più bianca; e l'uso si
mantiene quasi universalmente presso i popoli indo-europei. Accenno come
una singolarità la consuetudine di Ortonuovo in Lunigiana, ove la sposa
porta una gonnella di panno nero con busto guernito di rosso allacciato sul
davanti con una stringa rossa. Vuolsi poi notare come in Italia, dopo
l'invenzione della seta, la vanità delle spose del contado faccia loro spesso
preferire all'antica veste nuziale bianca (l'alba tunica romana), una veste di
seta o nera od a vivi colori.
Intorno alla vita vedemmo già usarsi dalle spose un nastro, o cintura, per lo
più di color rosso; un tal nastro portano pure gli sposi nel Trentino, legato al
braccio.
Sul grembo, spesso in Italia, il grembiale; le calze, ora bianche, ora rosse; le
scarpe ora rosse addirittura, ora legate con nastri di seta scarlatta.
Nell'India, vestendosi la sposa, si diceva: «le dee, che questo (abito) hanno
filato, tessuto e disteso e piegatine intorno i lembi, ti vestano fino alla
vecchiaia. Vivendo a lungo, vestiti di questo. Con quell'attrattiva che è ne'
dadi e nelle bevande spiritose, con quell'attrattiva che si trova ne' figli, con
quell'attrattiva che ha una coscia ignuda, con quella, o Açvin, ornatela. Così
noi orniamo allo sposo suo questa sposa; la rallegrino di figli Indra, Agni,
Varuna, Bhaga, Soma.»
alcune parti del Trentino, le fanciulle portino sul capo una fogliolina verde,
simbolo evidente di verginità, la quale perdono il dì delle nozze, in cui
s'intrecciano ai capelli della sposa fiori finti.
Intorno al collo portano in Germania un filo rosso, che può ricordar forse il
nastro rosso e nero di lana delle spose indiane [293]. Rosso è, per lo più, il
fazzoletto che le spose piemontesi portano intorno al collo, e la collana de'
così detti dorini (che sono ghiandette d'oro, vuoto o pieno, a più o meno
giri, secondo la dote della sposa) onde esse medesime fanno la loro
massima pompa, e le granate con fermaglio d'oro che ricingono il collo
delle spose di Castelnuovo Magra in Lunigiana, contengono forse il
medesimo simbolo, presagio più facile ad indovinarsi dal lettore che a
dichiararsi da me.
La veste della sposa, secondo l'uso antico, è per lo più bianca; e l'uso si
mantiene quasi universalmente presso i popoli indo-europei. Accenno come
una singolarità la consuetudine di Ortonuovo in Lunigiana, ove la sposa
porta una gonnella di panno nero con busto guernito di rosso allacciato sul
davanti con una stringa rossa. Vuolsi poi notare come in Italia, dopo
l'invenzione della seta, la vanità delle spose del contado faccia loro spesso
preferire all'antica veste nuziale bianca (l'alba tunica romana), una veste di
seta o nera od a vivi colori.
Intorno alla vita vedemmo già usarsi dalle spose un nastro, o cintura, per lo
più di color rosso; un tal nastro portano pure gli sposi nel Trentino, legato al
braccio.
Sul grembo, spesso in Italia, il grembiale; le calze, ora bianche, ora rosse; le
scarpe ora rosse addirittura, ora legate con nastri di seta scarlatta.
Nell'India, vestendosi la sposa, si diceva: «le dee, che questo (abito) hanno
filato, tessuto e disteso e piegatine intorno i lembi, ti vestano fino alla
vecchiaia. Vivendo a lungo, vestiti di questo. Con quell'attrattiva che è ne'
dadi e nelle bevande spiritose, con quell'attrattiva che si trova ne' figli, con
quell'attrattiva che ha una coscia ignuda, con quella, o Açvin, ornatela. Così
noi orniamo allo sposo suo questa sposa; la rallegrino di figli Indra, Agni,
Varuna, Bhaga, Soma.»
Page 101
L'attenzione si fermò assai meno sopra gli abiti dello sposo; pure si può
notare che trionfa anche in essi il color rosso, per lo stesso simbolo che di
sopra ho accennato. Attorno al cappello, al braccio, alla vita, alle calze, alle
scarpe splendono nastri rossi; ama i fiori anche lo sposo, ed ove usano le
ghirlande o le corone, s'inghirlanda o s'incorona; ed ove usa il velo ei si
lascia velare.
notare che trionfa anche in essi il color rosso, per lo stesso simbolo che di
sopra ho accennato. Attorno al cappello, al braccio, alla vita, alle calze, alle
scarpe splendono nastri rossi; ama i fiori anche lo sposo, ed ove usano le
ghirlande o le corone, s'inghirlanda o s'incorona; ed ove usa il velo ei si
lascia velare.
Page 102
II.
Lo sposo arriva.
Solo, difficilmente ei s'arrischia; lo accompagna, per lo più, il procolo o il
camerata e talora una intiera brigata di giovani, fra suoni, grida, spari di
pistoloni o schioppi. I ragazzi, al solito, gli fanno contrasto; ma di questi
impedimenti nuziali vedremo, di proposito, in un prossimo capitolo. In
Sardegna, lo sposo viene accompagnato dai paraninfi e dal prete del
villaggio, specie di mezzano. Appena la sposa vede arrivare lo sposo si
getta ai piedi della madre, e, piangendo e singhiozzando, ne invoca la
benedizione. Ne' dintorni di Fenestrelle, in Piemonte, lo sposo muove con
tutto il parentado, e, secondo la espressione popolare piemontese, trova
sempre, alla dimora della sposa, l'uscio di legno [294], che vuol dire la porta
chiusa. Quei di fuori fanno alcuni bizzarri complimenti, spesso in rima, ai
quali rispondono, dopo avere aperto, ed essere state ritrovate, dove stavano
con essa nascoste, le amiche della sposa. Questi dialoghi fra gli amici dello
sposo e le amiche della sposa sono popolari all'uso indo-europeo; e noi
conserviamo ancora il canto relativo de' Brettoni, e quello degli Albanesi.
Ma, presso i Brettoni, canta per la fanciulla e per le sue compagne, il loro
avvocato che si chiama breutaer; il bazvalan o procolo, arrivato coi
compagni dello sposo, a cavallo, nel cortile della sposa, la invita col canto
ad uscire; il breutaer risponde; finito il dialogo fra loro, lo sposo coi
compagni resta fuori; il bazvalan viene introdotto e siede un istante a
tavola; dopo di che, il bazvalan discende a pigliare lo sposo [295].
Presso gli Albanesi di Calabria, mentre le compagne finiscono di vestire la
sposa e la porta sta sempre chiusa, arriva lo sposo co' suoi e dicono [296]:
Rondinella dal bianco collo,
Apri tosto, e mi ti mostra,
Lo sposo arriva.
Solo, difficilmente ei s'arrischia; lo accompagna, per lo più, il procolo o il
camerata e talora una intiera brigata di giovani, fra suoni, grida, spari di
pistoloni o schioppi. I ragazzi, al solito, gli fanno contrasto; ma di questi
impedimenti nuziali vedremo, di proposito, in un prossimo capitolo. In
Sardegna, lo sposo viene accompagnato dai paraninfi e dal prete del
villaggio, specie di mezzano. Appena la sposa vede arrivare lo sposo si
getta ai piedi della madre, e, piangendo e singhiozzando, ne invoca la
benedizione. Ne' dintorni di Fenestrelle, in Piemonte, lo sposo muove con
tutto il parentado, e, secondo la espressione popolare piemontese, trova
sempre, alla dimora della sposa, l'uscio di legno [294], che vuol dire la porta
chiusa. Quei di fuori fanno alcuni bizzarri complimenti, spesso in rima, ai
quali rispondono, dopo avere aperto, ed essere state ritrovate, dove stavano
con essa nascoste, le amiche della sposa. Questi dialoghi fra gli amici dello
sposo e le amiche della sposa sono popolari all'uso indo-europeo; e noi
conserviamo ancora il canto relativo de' Brettoni, e quello degli Albanesi.
Ma, presso i Brettoni, canta per la fanciulla e per le sue compagne, il loro
avvocato che si chiama breutaer; il bazvalan o procolo, arrivato coi
compagni dello sposo, a cavallo, nel cortile della sposa, la invita col canto
ad uscire; il breutaer risponde; finito il dialogo fra loro, lo sposo coi
compagni resta fuori; il bazvalan viene introdotto e siede un istante a
tavola; dopo di che, il bazvalan discende a pigliare lo sposo [295].
Presso gli Albanesi di Calabria, mentre le compagne finiscono di vestire la
sposa e la porta sta sempre chiusa, arriva lo sposo co' suoi e dicono [296]:
Rondinella dal bianco collo,
Apri tosto, e mi ti mostra,
Page 103
Chè ti è venuto l'amante alla porta.
Le donne rispondono maliziosamente dal di dentro:
Zitti, via, che è impedita,
Abbiamo la biancheria nel bucato,
Abbiamo il pane al forno;
Quanto ne lo leviamo, e poi vengo.
Gli uomini:
Colà su, colà per il monte,
Colà era una pianura grande,
Dove pascolavano le pernici;
Mi si lanciò uno sparviero [297],
La più bella ne scelse,
E me la rapì per il cielo.
Le donne si volgono allora a consigliare la sposa compagna, perchè pigli il
suo partito:
O sposa, tu sorella mia,
Servi tu il signor tuo,
Lascia gli ufficii che hai,
E prendi quelli che troverai.
Gli uomini fanno coraggio allo sposo, affinchè compia ardito il suo disegno:
O tu, signore sposo,
Non andare timido,
Chè non vai a combattere,
Ma vai a prendere
Quel capo (gentile come) una mela
Quella vita (sottile come) una verga.
Le donne aprono la porta; gli uomini irrompono; lo sposo fa atto di rapire la
sposa; le donne si lamentano così:
Le donne rispondono maliziosamente dal di dentro:
Zitti, via, che è impedita,
Abbiamo la biancheria nel bucato,
Abbiamo il pane al forno;
Quanto ne lo leviamo, e poi vengo.
Gli uomini:
Colà su, colà per il monte,
Colà era una pianura grande,
Dove pascolavano le pernici;
Mi si lanciò uno sparviero [297],
La più bella ne scelse,
E me la rapì per il cielo.
Le donne si volgono allora a consigliare la sposa compagna, perchè pigli il
suo partito:
O sposa, tu sorella mia,
Servi tu il signor tuo,
Lascia gli ufficii che hai,
E prendi quelli che troverai.
Gli uomini fanno coraggio allo sposo, affinchè compia ardito il suo disegno:
O tu, signore sposo,
Non andare timido,
Chè non vai a combattere,
Ma vai a prendere
Quel capo (gentile come) una mela
Quella vita (sottile come) una verga.
Le donne aprono la porta; gli uomini irrompono; lo sposo fa atto di rapire la
sposa; le donne si lamentano così:
Page 104
O sparviero, primo sparviero,
Lasciami andare la pernice;
Ecco tristamente, poichè l'hai afferrata
Di lagrime inonda il seno.
Lo sposo è occupato della sposa; i compagni rispondono per lui:
Non la lascio, e non la rimuovo,
Chè io per me la voglio.
Vedendo una parte delle donne disperato il partito, salutano la sposa e la
benedicono in nome de' suoi parenti:
Prendi tu dunque, sorella mia,
Prendi il saluto dalle compagne,
Dalle compagne, o dalle vicine.
Prendi la benedizione di tua madre,
Di tua madre, e del padre tuo.
L'altra parte si volta dolorosamente verso la madre in nome della sposa che,
tutta occupata del suo dolore, non può più parlare:
Che ti ho io fatto, o madre mia,
E mi rimuovi dal tuo seno,
Dal tuo seno, e dal tuo focolare?
Ma la madre, che nell'uso popolare indo-europeo non accompagna mai la
figlia nè alla chiesa nè al banchetto, perchè deve stare in casa a piangere,
soffocata dalle lacrime, non può nulla rispondere; e neppure il vecchio
padre. In nome loro pertanto una parte delle donne benedice la sposa:
Abbiti la benedizione tu, o figlia,
Vanne come il sole quando esce.
I nostri nomi nei tuoi figli
Si ripetano, e sieno onorati,
Quando noi saremo trapassati.
Lasciami andare la pernice;
Ecco tristamente, poichè l'hai afferrata
Di lagrime inonda il seno.
Lo sposo è occupato della sposa; i compagni rispondono per lui:
Non la lascio, e non la rimuovo,
Chè io per me la voglio.
Vedendo una parte delle donne disperato il partito, salutano la sposa e la
benedicono in nome de' suoi parenti:
Prendi tu dunque, sorella mia,
Prendi il saluto dalle compagne,
Dalle compagne, o dalle vicine.
Prendi la benedizione di tua madre,
Di tua madre, e del padre tuo.
L'altra parte si volta dolorosamente verso la madre in nome della sposa che,
tutta occupata del suo dolore, non può più parlare:
Che ti ho io fatto, o madre mia,
E mi rimuovi dal tuo seno,
Dal tuo seno, e dal tuo focolare?
Ma la madre, che nell'uso popolare indo-europeo non accompagna mai la
figlia nè alla chiesa nè al banchetto, perchè deve stare in casa a piangere,
soffocata dalle lacrime, non può nulla rispondere; e neppure il vecchio
padre. In nome loro pertanto una parte delle donne benedice la sposa:
Abbiti la benedizione tu, o figlia,
Vanne come il sole quando esce.
I nostri nomi nei tuoi figli
Si ripetano, e sieno onorati,
Quando noi saremo trapassati.
Page 105
Questi rimproveri che la sposa addolorata volge alla madre sono pure assai
poeticamente resi in un canto popolare russo. Lo sposo arriva co' suoi
compagni a cavallo, secondo la consuetudine più universale all'uso indo-
europeo; la sposa inquieta interroga la madre, che, per mezzo di vaghe
risposte, si studia, come può, di allontanare dalla figlia il dolore che le
sovrasta; ma, quando la compagnia entra in casa e si stacca dal muro la
sacra immagine, innanzi alla quale si devono gli sposi prosternare per
essere benedetti, anche la madre si unisce a benedire:
— Madre, perchè nel campo c'è la polvere?
Signora, perchè nel campo c'è la polvere?
— Sono i cavalli che scherzano;
Luce mia cara, sono i cavalli che scherzano.
— Madre, nel cortile le visite arrivano,
Signora, nel cortile le visite arrivano!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, sul verone le visite arrivano,
Signora, sul verone le visite arrivano!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, nella stanza nuova vengono,
Signora, nella stanza nuova vengono!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, dal muro levano l'immagine santa,
Signora, dal muro levano l'immagine santa!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
poeticamente resi in un canto popolare russo. Lo sposo arriva co' suoi
compagni a cavallo, secondo la consuetudine più universale all'uso indo-
europeo; la sposa inquieta interroga la madre, che, per mezzo di vaghe
risposte, si studia, come può, di allontanare dalla figlia il dolore che le
sovrasta; ma, quando la compagnia entra in casa e si stacca dal muro la
sacra immagine, innanzi alla quale si devono gli sposi prosternare per
essere benedetti, anche la madre si unisce a benedire:
— Madre, perchè nel campo c'è la polvere?
Signora, perchè nel campo c'è la polvere?
— Sono i cavalli che scherzano;
Luce mia cara, sono i cavalli che scherzano.
— Madre, nel cortile le visite arrivano,
Signora, nel cortile le visite arrivano!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, sul verone le visite arrivano,
Signora, sul verone le visite arrivano!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, nella stanza nuova vengono,
Signora, nella stanza nuova vengono!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, dal muro levano l'immagine santa,
Signora, dal muro levano l'immagine santa!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Page 106
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, mi benedicono,
Signora, mi benedicono!
— Fanciulla, il Signore sia con te,
Luce mia cara, il Signore sia con te [298].
— Madre, mi benedicono,
Signora, mi benedicono!
— Fanciulla, il Signore sia con te,
Luce mia cara, il Signore sia con te [298].
Page 107
III.
Il pianto della sposa.
L'uso indo-europeo primitivo lasciava piangere la sposa una sola volta,
quando veniva lo sposo, e benedetta dal padre e dalla madre, la menava alla
sua nuova dimora. La benedizione de' parenti bastava senza quella del
prete; le funzioni domestiche bastavano senza quelle della chiesa. Allora si
poteva dal rituale notare, in modo preciso, quando alla sposa spettasse di
piangere. Ciò non si può ora, che lo sposo riceve in consegna la sposa non
una, ma due o tre volte: la prima in casa, quando gli sposi s'avviano alla
chiesa, la seconda nella chiesa stessa, la terza quando si torna di chiesa,
correndo in parecchi paesi l'uso che gli sposi tornino dalla chiesa a far la
prima refezione nella casa della sposa, la quale, come si dice, alle Langhe
Albesi in Piemonte, ha bisogno di forze per la fatica del viaggio.
Questa molteplicità di congedi contribuì forse a fare scomparire in molti
luoghi l'antico uso che faceva piangere la sposa prima di recarsi a marito.
Pure di una cosiffatta usanza di vedica antichità, sono ancora molte le
traccie in Italia, in Grecia, in Albania, tra gli Slavi e tra i Finni.
Per quello che mi consta dell'Italia, la cerimonia del pianto della sposa è
viva in Sardegna, presso il Lago Maggiore, nella valle d'Andorno, a Monte
Crestese nell'Ossola, nell'Abruzzo Ultra 1.º, nell'Arpinate, in Calabria, in
Sicilia, nel Bolognese, nel Fanese, nell'Osimano, nel Tudertino; e dico la
cerimonia del pianto e non il pianto, dico il pianto infinto e non le pie
lagrime che la madre e la figlia insieme confondono nel dolore del distacco;
poichè questo dolore non è un uso, ma una voce sempre viva della natura,
che non concede ad alcuno di lasciar senza rammarico le persone e le cose
amate; dove si ama, si piange; ma perchè in molti luoghi si piange senza
amare, quest'altro pianto è dell'uso.
Il pianto della sposa.
L'uso indo-europeo primitivo lasciava piangere la sposa una sola volta,
quando veniva lo sposo, e benedetta dal padre e dalla madre, la menava alla
sua nuova dimora. La benedizione de' parenti bastava senza quella del
prete; le funzioni domestiche bastavano senza quelle della chiesa. Allora si
poteva dal rituale notare, in modo preciso, quando alla sposa spettasse di
piangere. Ciò non si può ora, che lo sposo riceve in consegna la sposa non
una, ma due o tre volte: la prima in casa, quando gli sposi s'avviano alla
chiesa, la seconda nella chiesa stessa, la terza quando si torna di chiesa,
correndo in parecchi paesi l'uso che gli sposi tornino dalla chiesa a far la
prima refezione nella casa della sposa, la quale, come si dice, alle Langhe
Albesi in Piemonte, ha bisogno di forze per la fatica del viaggio.
Questa molteplicità di congedi contribuì forse a fare scomparire in molti
luoghi l'antico uso che faceva piangere la sposa prima di recarsi a marito.
Pure di una cosiffatta usanza di vedica antichità, sono ancora molte le
traccie in Italia, in Grecia, in Albania, tra gli Slavi e tra i Finni.
Per quello che mi consta dell'Italia, la cerimonia del pianto della sposa è
viva in Sardegna, presso il Lago Maggiore, nella valle d'Andorno, a Monte
Crestese nell'Ossola, nell'Abruzzo Ultra 1.º, nell'Arpinate, in Calabria, in
Sicilia, nel Bolognese, nel Fanese, nell'Osimano, nel Tudertino; e dico la
cerimonia del pianto e non il pianto, dico il pianto infinto e non le pie
lagrime che la madre e la figlia insieme confondono nel dolore del distacco;
poichè questo dolore non è un uso, ma una voce sempre viva della natura,
che non concede ad alcuno di lasciar senza rammarico le persone e le cose
amate; dove si ama, si piange; ma perchè in molti luoghi si piange senza
amare, quest'altro pianto è dell'uso.
Page 108
Ma l'uso per riuscir tale, dovette pure avere il suo perchè; ed il perchè io lo
trovo in un altro uso, che formerà il soggetto di un prossimo capitolo che si
intitola: Il rapimento della sposa. Il canto popolare ci ricorda questo pianto
obbligatorio nuziale, e de' saggi ne recammo già dalla poesia russa ed
albanese; i contrasti del Carmen Nuptiale di Catullo lasciano indovinare la
stessa usanza; e nell'agro Tuderte poi si canta ancora:
La giovinetta, quando si marita,
Con due parole abbandona la mamma:
Dice: la libertà per me è finita,
L'ultimo giorno che porto la palma [299].
A tal pianto, che fa, che dice lo sposo? Nel contado Osimano egli è pronto a
soggiungere: «Che avete che piagnete tanto? Avete paura di non trovare il
pa? [300] State zitta, magnerete, beverete e starete in santa pace.» — Meno
cortese invece il paraninfo greco [301], alla piangente dice in nome dello
sposo: «se piange, lasciatela»; al che la sposa prontamente soggiunge:
«menatemi via, ma lasciatemi piangere.»
La sposa deve inevitabilmente piangere, e il perchè lo vedremo, come pure
perchè, mentre la sposa stava intenta al suo piagnisteo, lo sposo indiano
mandasse un grido d'evviva.
trovo in un altro uso, che formerà il soggetto di un prossimo capitolo che si
intitola: Il rapimento della sposa. Il canto popolare ci ricorda questo pianto
obbligatorio nuziale, e de' saggi ne recammo già dalla poesia russa ed
albanese; i contrasti del Carmen Nuptiale di Catullo lasciano indovinare la
stessa usanza; e nell'agro Tuderte poi si canta ancora:
La giovinetta, quando si marita,
Con due parole abbandona la mamma:
Dice: la libertà per me è finita,
L'ultimo giorno che porto la palma [299].
A tal pianto, che fa, che dice lo sposo? Nel contado Osimano egli è pronto a
soggiungere: «Che avete che piagnete tanto? Avete paura di non trovare il
pa? [300] State zitta, magnerete, beverete e starete in santa pace.» — Meno
cortese invece il paraninfo greco [301], alla piangente dice in nome dello
sposo: «se piange, lasciatela»; al che la sposa prontamente soggiunge:
«menatemi via, ma lasciatemi piangere.»
La sposa deve inevitabilmente piangere, e il perchè lo vedremo, come pure
perchè, mentre la sposa stava intenta al suo piagnisteo, lo sposo indiano
mandasse un grido d'evviva.
Page 109
IV.
Prima delle sacre funzioni.
Nell'India antica, era la suocera quella che faceva gli onori allo sposo
venuto per portarle via la figlia; ma gli onori avevano per lo sposo assai
poca attrattiva; la suocera di lui lo picchiava, con un pestello da mortaio, e
lo tirava in casa pel naso. Il primo uso del picchiare lo sposo è pure
germanico; ma, come il Weber [302] avverte, non la suocera, ma la comitiva
nuziale fa, in Germania, un tale sgarbo allo sposo. Il suocero invece più
onestamente offriva allo sposo indiano un miscuglio di miele e gli
preparava da sedere sovra l'erba kuça. Presso i Tartari di Kazan è lo sposo
che si fa precedere dal miele, ch'egli manda con uova e burro in dono alla
sposa. Anche nella valle d'Andorno in Piemonte, lo sposo, di primo mattino,
manda, entro un paniere, tutta una colazione allestita in casa alla sposa:
poich'è uso che innanzi d'andare in chiesa gli sposi e compagni e parenti
loro, in casa della sposa, facciano il primo spuntino.
Rifocillata, la compagnia si dispone a partire, i suonatori accordano i loro
istrumenti e le campane incominciano con lo suonare a festa. La madre
benedice la figliuola, che in Ungheria s'inginocchia e riceve sul capo l'acqua
benedetta [303]. È una specie di sacramento domestico.
Così, presso i Brettoni, quando lo sposo è entrato in casa, il capoccia gli
consegna una cinghia da cavallo, che lo sposo passa alla cintura della sua
fidanzata. Mentre egli affibbia e sfibbia la cinghia, il breutaer intuona un
canto che incomincia: Ho veduto in un prato una giovine cavalla gioiosa,
ecc.; dopo di che s'invocano le benedizioni del cielo; il breutaer fa
scambiare gli anelli agli sposi e giurarsi di rimanere uniti sulla terra come il
dito all'anello, per durare uniti nel cielo. La sposa esce quindi dalla casa col
paraninfo (che non è il bazvalan), il quale ha tante liste d'argento sull'abito
Prima delle sacre funzioni.
Nell'India antica, era la suocera quella che faceva gli onori allo sposo
venuto per portarle via la figlia; ma gli onori avevano per lo sposo assai
poca attrattiva; la suocera di lui lo picchiava, con un pestello da mortaio, e
lo tirava in casa pel naso. Il primo uso del picchiare lo sposo è pure
germanico; ma, come il Weber [302] avverte, non la suocera, ma la comitiva
nuziale fa, in Germania, un tale sgarbo allo sposo. Il suocero invece più
onestamente offriva allo sposo indiano un miscuglio di miele e gli
preparava da sedere sovra l'erba kuça. Presso i Tartari di Kazan è lo sposo
che si fa precedere dal miele, ch'egli manda con uova e burro in dono alla
sposa. Anche nella valle d'Andorno in Piemonte, lo sposo, di primo mattino,
manda, entro un paniere, tutta una colazione allestita in casa alla sposa:
poich'è uso che innanzi d'andare in chiesa gli sposi e compagni e parenti
loro, in casa della sposa, facciano il primo spuntino.
Rifocillata, la compagnia si dispone a partire, i suonatori accordano i loro
istrumenti e le campane incominciano con lo suonare a festa. La madre
benedice la figliuola, che in Ungheria s'inginocchia e riceve sul capo l'acqua
benedetta [303]. È una specie di sacramento domestico.
Così, presso i Brettoni, quando lo sposo è entrato in casa, il capoccia gli
consegna una cinghia da cavallo, che lo sposo passa alla cintura della sua
fidanzata. Mentre egli affibbia e sfibbia la cinghia, il breutaer intuona un
canto che incomincia: Ho veduto in un prato una giovine cavalla gioiosa,
ecc.; dopo di che s'invocano le benedizioni del cielo; il breutaer fa
scambiare gli anelli agli sposi e giurarsi di rimanere uniti sulla terra come il
dito all'anello, per durare uniti nel cielo. La sposa esce quindi dalla casa col
paraninfo (che non è il bazvalan), il quale ha tante liste d'argento sull'abito
Page 110
quante migliaia di lire porta la sposa in dote [304]. Segue il fidanzato con la
donzella d'onore; il bazvalan fa salire lo sposo tenendo la briglia al suo
cavallo, il breutaer solleva di peso la sposa, ponendola dietro lo sposo, e
compiendo così l'ufficio del dr'idhapurusha o uomo forte del cerimoniale
indiano che sollevava di peso la sposa sopra la pelle di toro distesa presso il
fuoco sacrificale e forse la portava pure sopra il carro, come nell'odierno
uso germanico. Messi a cavallo gli sposi, tutta la comitiva, pure a cavallo,
parte di galoppo verso la chiesa; e il primo che arriva si guadagna un
montone e il secondo alcuni nastri [305].
In Russia, gli sposi vanno invece alla chiesa in due carri distinti, tirati da tre
cavalli, dopo che la sposa ha raccomandato il suo giardino al padre, col
canto che segue:
Per la campagna, il cigno gridava,
Nel gineceo Annetta piangeva:
Dio giudichi il padre mio!
Consegnano la fanciulla a gente straniera,
Rimane il verde giardino senza di me,
Si seccheranno tutti i fiori del giardino,
Il mio roseo, il mio bianco fiore,
L'azzurro, il celeste fiordaliso.
Io farò questa raccomandazione al padre mio:
Alzati, o babbo, di buon'ora,
Innaffia, di frequente, ogni mio fiore,
All'aurora ed al tramonto,
E più ancora con la tua mesta lacrima.
Ma il lasciare la soglia della casa, per muovere alla chiesa non è sempre
senza cerimonie; in Germania, la giovine coppia gitta sulla soglia che deve
attraversare un tizzone acceso [306], quasi per avvertire sè stessa come il
passo che sta per fare vuol essere difficile, od a purificarsi. In Sardegna,
mentre la sposa esce dalla casa paterna, le viene presentata una cestina
piena di tortore, a ciascuna delle quali essa deve dare la libertà [307]. Anche
la Venus sponsa de' Latini rappresentavasi con una colomba in mano; e nei
sarcofagi de' primi tempi della Chiesa, a simboleggiare la fedeltà coniugale,
donzella d'onore; il bazvalan fa salire lo sposo tenendo la briglia al suo
cavallo, il breutaer solleva di peso la sposa, ponendola dietro lo sposo, e
compiendo così l'ufficio del dr'idhapurusha o uomo forte del cerimoniale
indiano che sollevava di peso la sposa sopra la pelle di toro distesa presso il
fuoco sacrificale e forse la portava pure sopra il carro, come nell'odierno
uso germanico. Messi a cavallo gli sposi, tutta la comitiva, pure a cavallo,
parte di galoppo verso la chiesa; e il primo che arriva si guadagna un
montone e il secondo alcuni nastri [305].
In Russia, gli sposi vanno invece alla chiesa in due carri distinti, tirati da tre
cavalli, dopo che la sposa ha raccomandato il suo giardino al padre, col
canto che segue:
Per la campagna, il cigno gridava,
Nel gineceo Annetta piangeva:
Dio giudichi il padre mio!
Consegnano la fanciulla a gente straniera,
Rimane il verde giardino senza di me,
Si seccheranno tutti i fiori del giardino,
Il mio roseo, il mio bianco fiore,
L'azzurro, il celeste fiordaliso.
Io farò questa raccomandazione al padre mio:
Alzati, o babbo, di buon'ora,
Innaffia, di frequente, ogni mio fiore,
All'aurora ed al tramonto,
E più ancora con la tua mesta lacrima.
Ma il lasciare la soglia della casa, per muovere alla chiesa non è sempre
senza cerimonie; in Germania, la giovine coppia gitta sulla soglia che deve
attraversare un tizzone acceso [306], quasi per avvertire sè stessa come il
passo che sta per fare vuol essere difficile, od a purificarsi. In Sardegna,
mentre la sposa esce dalla casa paterna, le viene presentata una cestina
piena di tortore, a ciascuna delle quali essa deve dare la libertà [307]. Anche
la Venus sponsa de' Latini rappresentavasi con una colomba in mano; e nei
sarcofagi de' primi tempi della Chiesa, a simboleggiare la fedeltà coniugale,
Page 111
si rappresentano talora tortore, talora delfini [308]. Nella campagna d'Alba,
fino all'anno 1848, nella vigilia del giorno in cui si festeggiano i due santi
della città, per la qual festa si dà il fuoco ad una colomba, che dà così
principio ai fuochi d'artifizio, perfettamente come la colombina di casa
Pazzi che, in Firenze, per la settimana santa si brucia, affinchè i contadini
tirino gli augurii per la raccolta dell'anno; nella campagna d'Alba, io dico,
fino all'anno 1848, era l'ultima sposa fattasi prima della festa, che doveva
dare il fuoco alla colomba. Ora queste tortore e queste colombe compagne
della sposa, di ottimo augurio anche nelle nozze de' Brettoni, che cosa
significano? Sono esse simbolo d'innocenza o d'amore o di fecondità o di
tutto questo insieme? E le tortore che la sposa sarda mette in libertà non
potrebbero essere segno della innocenza che la fanciulla è prossima a
perdere? o pure, come parmi più probabile, non simboleggierebbero esse la
libertà che la fanciulla, sottratta all'autorità paterna, va cercando nella gioia
delle nozze?
Comunque ciò sia, ecco gli sposi in istrada, per non tornare indietro, divisi
per lo più, finchè il prete non li abbia uniti in chiesa, e sostenuti ciascuno
dai proprii parenti, mentre i suonatori, le campane, lo sparo de' mortaletti e
degli schioppi e gli evviva della folla accompagnano la marcia più solenne
che festosa di tutta la comitiva nuziale, la quale quanta fosse, in passato,
possiamo raccogliere da una prova negativa, io voglio dire presso gli Statuti
Fiorentini del 1415 [309], ove si pone il divieto che il corteggio nuziale possa
comporsi di oltre duecento persone, cioè cento per parte. Nè alcun vocabolo
potrebbe essere qui più proprio di corteggio, per esprimere la comitiva
nuziale, poichè dove son principi, ivi è corte; e che gli sposi siano principi
lo vedremo nel capitolo seguente. Noto intanto, come nel Canavese, quando
un uomo s'avvia per pigliar parte ad alcuna comitiva nuziale, sia solito a
dire ch'ei va a far onore, o sia, a far la corte.
fino all'anno 1848, nella vigilia del giorno in cui si festeggiano i due santi
della città, per la qual festa si dà il fuoco ad una colomba, che dà così
principio ai fuochi d'artifizio, perfettamente come la colombina di casa
Pazzi che, in Firenze, per la settimana santa si brucia, affinchè i contadini
tirino gli augurii per la raccolta dell'anno; nella campagna d'Alba, io dico,
fino all'anno 1848, era l'ultima sposa fattasi prima della festa, che doveva
dare il fuoco alla colomba. Ora queste tortore e queste colombe compagne
della sposa, di ottimo augurio anche nelle nozze de' Brettoni, che cosa
significano? Sono esse simbolo d'innocenza o d'amore o di fecondità o di
tutto questo insieme? E le tortore che la sposa sarda mette in libertà non
potrebbero essere segno della innocenza che la fanciulla è prossima a
perdere? o pure, come parmi più probabile, non simboleggierebbero esse la
libertà che la fanciulla, sottratta all'autorità paterna, va cercando nella gioia
delle nozze?
Comunque ciò sia, ecco gli sposi in istrada, per non tornare indietro, divisi
per lo più, finchè il prete non li abbia uniti in chiesa, e sostenuti ciascuno
dai proprii parenti, mentre i suonatori, le campane, lo sparo de' mortaletti e
degli schioppi e gli evviva della folla accompagnano la marcia più solenne
che festosa di tutta la comitiva nuziale, la quale quanta fosse, in passato,
possiamo raccogliere da una prova negativa, io voglio dire presso gli Statuti
Fiorentini del 1415 [309], ove si pone il divieto che il corteggio nuziale possa
comporsi di oltre duecento persone, cioè cento per parte. Nè alcun vocabolo
potrebbe essere qui più proprio di corteggio, per esprimere la comitiva
nuziale, poichè dove son principi, ivi è corte; e che gli sposi siano principi
lo vedremo nel capitolo seguente. Noto intanto, come nel Canavese, quando
un uomo s'avvia per pigliar parte ad alcuna comitiva nuziale, sia solito a
dire ch'ei va a far onore, o sia, a far la corte.
Page 112
V.
Gli sposi incoronati.
Se non è una corona, sarà una ghirlanda; se la corona non è d'oro, sarà di un
altro metallo; se non si adopera corona, saranno fiori; ma sempre usò e
sempre usa ricingere di un serto il capo degli sposi. Poichè gli sposi son
principi, e principi, perchè il primo degli sposi, lo sposo mitico, il sole è
sommo principe incoronato. Al sole fanno corona i suoi raggi; gli sposi
della terra, nel difetto di raggi solari, immaginarono cingersi il capo di oro o
metallo che all'oro somigli, o di vaghi fiori. Il principato degli sposi dura, in
Russia, quanto le nozze, o sia per lo più otto giorni; è un resto del culto agli
sposi come ai principi mi sembra l'uso da pochi anni scomparso nella
campagna d'Alba, ove un drappello di soldati presentava le armi agli sposi
che passavano, mentre che l'ufficiale di guardia offeriva un mazzo di fiori
alla sposa.
Ora è interessante il vedere come l'uso della corona o ghirlanda nuziale sia
popolare a quasi tutti i popoli indo-europei. Per l'India, sappiamo che lo
sposo muove tuttora incoronato alla dimora della sposa; per la Russia, che i
due paraninfi tengono levata sul capo degli sposi per tutto il tempo del sacro
rito una corona metallica, d'oro per i ricchi, indorata o di ottone per i
poveri [310]; per la Grecia, che i due sposi portano una ghirlanda, la quale
serbano di poi sopra il letto; per l'Albania, allude alla corona nuziale un
grazioso canto popolare, ove si dice, fra l'altro:
Quando passano il parentado con lo sposo
Prendi i pampini della bianca vite,
Sì prendi i pampini della vite bianca,
E ne intessi due corone [311].
Gli sposi incoronati.
Se non è una corona, sarà una ghirlanda; se la corona non è d'oro, sarà di un
altro metallo; se non si adopera corona, saranno fiori; ma sempre usò e
sempre usa ricingere di un serto il capo degli sposi. Poichè gli sposi son
principi, e principi, perchè il primo degli sposi, lo sposo mitico, il sole è
sommo principe incoronato. Al sole fanno corona i suoi raggi; gli sposi
della terra, nel difetto di raggi solari, immaginarono cingersi il capo di oro o
metallo che all'oro somigli, o di vaghi fiori. Il principato degli sposi dura, in
Russia, quanto le nozze, o sia per lo più otto giorni; è un resto del culto agli
sposi come ai principi mi sembra l'uso da pochi anni scomparso nella
campagna d'Alba, ove un drappello di soldati presentava le armi agli sposi
che passavano, mentre che l'ufficiale di guardia offeriva un mazzo di fiori
alla sposa.
Ora è interessante il vedere come l'uso della corona o ghirlanda nuziale sia
popolare a quasi tutti i popoli indo-europei. Per l'India, sappiamo che lo
sposo muove tuttora incoronato alla dimora della sposa; per la Russia, che i
due paraninfi tengono levata sul capo degli sposi per tutto il tempo del sacro
rito una corona metallica, d'oro per i ricchi, indorata o di ottone per i
poveri [310]; per la Grecia, che i due sposi portano una ghirlanda, la quale
serbano di poi sopra il letto; per l'Albania, allude alla corona nuziale un
grazioso canto popolare, ove si dice, fra l'altro:
Quando passano il parentado con lo sposo
Prendi i pampini della bianca vite,
Sì prendi i pampini della vite bianca,
E ne intessi due corone [311].
Page 113
Presso i latini sappiamo che si coronava la nuova sposa con verbene ed erbe
scelte da lei medesima, e Imene si cingeva le tempie coi fiori della fragrante
maggiorana [312]; fra i primi cristiani, entrambi gli sposi si
incoronavano [313].
Nell'uso moderno europeo, generalmente, s'incorona invece solo più la
sposa [314]; e come le antiche spose, per memoria di Suida, dedicavano il
cinto nuziale a Diana, le nostre dedicano la loro ghirlanda nuziale alla
Vergine, che ne ha preso il posto e ne compie, presso le donne, i più delicati
uffici [315].
scelte da lei medesima, e Imene si cingeva le tempie coi fiori della fragrante
maggiorana [312]; fra i primi cristiani, entrambi gli sposi si
incoronavano [313].
Nell'uso moderno europeo, generalmente, s'incorona invece solo più la
sposa [314]; e come le antiche spose, per memoria di Suida, dedicavano il
cinto nuziale a Diana, le nostre dedicano la loro ghirlanda nuziale alla
Vergine, che ne ha preso il posto e ne compie, presso le donne, i più delicati
uffici [315].
Page 114
VI.
Gli sposi velati.
Il velo può avere un doppio simbolo, o di legare materialmente gli sposi o
di rappresentarne la innocenza; il fatto che le vedove non solevano,
passando a seconde nozze, ripigliare il velo nuziale [316] può convenire per
la dichiarazione così d'un simbolo come dell'altro. E il pudore naturale alle
vergini dovette loro farlo più accetto e contribuire a perpetuarne l'uso; se
bene, per verità, anche a tal pudore vi siano state e vi siano eccezioni [317]. Il
velo che ora vediamo per lo più bianco sul capo delle spose, come
desiderato segno di candore, in origine era di un color rosso di fuoco; e però
flammeum lo chiamavano i Latini. Io inclino quindi a credere che il
desiderio di fargli simboleggiare la innocenza fosse in origine il minimo, e
che il colore del velo simboleggiasse piuttosto la prima unione maritale. Per
i Latini, il flammeum doveva essere simbolo d'unione sempiterna, se
dobbiamo attenerci alla sola interpretazione che, sotto questa voce, ne dà
Festo [318], il quale nota come la moglie del flamine, alla quale non era
lecito il far divorzio, portasse di continuo il flammeum; ma non è
impossibile che la flaminica portasse il flammeum ossia il velo color
fiamma, color del fuoco generatore, per l'unica ragione che si chiamava
flaminica. Si noti tuttavia come il velo nuziale si converte ordinariamente
anche per le donne maritate moderne in cuffia: la qual cuffia, come il velo,
rappresenta non tanto l'innocenza che si ha, quanto quella che si è perduta,
come mi sembra provarlo l'usanza della Piccola Russia da me ricordata, per
la quale si copre il capo con un fazzoletto a modo di cuffia, anche alla
fanciulla che, senza maritarsi, ha peccato.
Il velo si metteva nelle antiche nozze sul capo dello sposo non meno che
della sposa; e sappiamo che, velati, nella cerimonia sacrificale, solevano
pure mostrarsi gli sposi romani. I cristiani adottarono l'uso del velo nuziale
Gli sposi velati.
Il velo può avere un doppio simbolo, o di legare materialmente gli sposi o
di rappresentarne la innocenza; il fatto che le vedove non solevano,
passando a seconde nozze, ripigliare il velo nuziale [316] può convenire per
la dichiarazione così d'un simbolo come dell'altro. E il pudore naturale alle
vergini dovette loro farlo più accetto e contribuire a perpetuarne l'uso; se
bene, per verità, anche a tal pudore vi siano state e vi siano eccezioni [317]. Il
velo che ora vediamo per lo più bianco sul capo delle spose, come
desiderato segno di candore, in origine era di un color rosso di fuoco; e però
flammeum lo chiamavano i Latini. Io inclino quindi a credere che il
desiderio di fargli simboleggiare la innocenza fosse in origine il minimo, e
che il colore del velo simboleggiasse piuttosto la prima unione maritale. Per
i Latini, il flammeum doveva essere simbolo d'unione sempiterna, se
dobbiamo attenerci alla sola interpretazione che, sotto questa voce, ne dà
Festo [318], il quale nota come la moglie del flamine, alla quale non era
lecito il far divorzio, portasse di continuo il flammeum; ma non è
impossibile che la flaminica portasse il flammeum ossia il velo color
fiamma, color del fuoco generatore, per l'unica ragione che si chiamava
flaminica. Si noti tuttavia come il velo nuziale si converte ordinariamente
anche per le donne maritate moderne in cuffia: la qual cuffia, come il velo,
rappresenta non tanto l'innocenza che si ha, quanto quella che si è perduta,
come mi sembra provarlo l'usanza della Piccola Russia da me ricordata, per
la quale si copre il capo con un fazzoletto a modo di cuffia, anche alla
fanciulla che, senza maritarsi, ha peccato.
Il velo si metteva nelle antiche nozze sul capo dello sposo non meno che
della sposa; e sappiamo che, velati, nella cerimonia sacrificale, solevano
pure mostrarsi gli sposi romani. I cristiani adottarono l'uso del velo nuziale
Page 115
solamente verso il terzo o quarto secolo dell'era volgare, poichè in odio del
flammeum pagano, parve loro assai tempo empia consuetudine; e forse
d'allora in qua, non volendosi o non potendosi sopprimere il velo, se ne
mutò il color rosso in bianco. Durò l'uso del velo nuziale per tutto il medio
evo in chiesa, nè solo per la sposa, ma anche per lo sposo. Quattro uomini
tenevano i quattro angoli del velo sospeso sopra le due teste incoronate
degli sposi, sempre che non si trattasse di vedovi [319]. E un testimonio
oculare mi scrive aver notato in una cerimonia nuziale a Parigi, nel tempio
della Madeleine, or sono pochi anni, come, ad un certo punto della messa, si
distendesse da due parenti sul capo degli sposi un velo oblungo. «Le Greche
dell'Armenia, scrive il signor Zecchini, pel giorno delle loro nozze portano
un velo di color rosso e giallo, col quale si coprono la testa e tutto il corpo.»
flammeum pagano, parve loro assai tempo empia consuetudine; e forse
d'allora in qua, non volendosi o non potendosi sopprimere il velo, se ne
mutò il color rosso in bianco. Durò l'uso del velo nuziale per tutto il medio
evo in chiesa, nè solo per la sposa, ma anche per lo sposo. Quattro uomini
tenevano i quattro angoli del velo sospeso sopra le due teste incoronate
degli sposi, sempre che non si trattasse di vedovi [319]. E un testimonio
oculare mi scrive aver notato in una cerimonia nuziale a Parigi, nel tempio
della Madeleine, or sono pochi anni, come, ad un certo punto della messa, si
distendesse da due parenti sul capo degli sposi un velo oblungo. «Le Greche
dell'Armenia, scrive il signor Zecchini, pel giorno delle loro nozze portano
un velo di color rosso e giallo, col quale si coprono la testa e tutto il corpo.»
Page 116
VII.
Il tappeto degli sposi.
Quello che il velo sul capo, esprime il tappeto nuziale disteso sotto i piedi
degli sposi e sopra i sedili uniti ov'essi siedono; è simbolo, cioè, del primo
materiale congiungimento [320]. Gli sposi russi, per quanto dura la sacra
funzione, restano in piedi sovra un tappeto di raso color rosa; gli sposi
cercano mettervi i piedi nello stesso tempo, poichè si crede che nella casa
padroneggerà quello o quella che metterà primo il piede sul tappeto nuziale.
Gli sposi indiani rimanevano sopra una rossa pelle di toro. Gli sposi romani
sedevano sopra scanni fra loro congiunti con una pelle della vittima
sacrificata, la quale, come si rileva da certi bassorilievi, era una vacca.
Noto, per incidente, come nel sacrificio nuziale degli antichi Finni si
sacrificava pure un toro [321]. Ora, una reminiscenza di cosiffatti usi
simbolici mi sembra di certo ancora il tappeto o cuscino rosso, sopra il
quale, nell'agro Tuderte, innanzi la soglia della casa, la suocera fa
inginocchiare la sposa [322].
Il tappeto degli sposi.
Quello che il velo sul capo, esprime il tappeto nuziale disteso sotto i piedi
degli sposi e sopra i sedili uniti ov'essi siedono; è simbolo, cioè, del primo
materiale congiungimento [320]. Gli sposi russi, per quanto dura la sacra
funzione, restano in piedi sovra un tappeto di raso color rosa; gli sposi
cercano mettervi i piedi nello stesso tempo, poichè si crede che nella casa
padroneggerà quello o quella che metterà primo il piede sul tappeto nuziale.
Gli sposi indiani rimanevano sopra una rossa pelle di toro. Gli sposi romani
sedevano sopra scanni fra loro congiunti con una pelle della vittima
sacrificata, la quale, come si rileva da certi bassorilievi, era una vacca.
Noto, per incidente, come nel sacrificio nuziale degli antichi Finni si
sacrificava pure un toro [321]. Ora, una reminiscenza di cosiffatti usi
simbolici mi sembra di certo ancora il tappeto o cuscino rosso, sopra il
quale, nell'agro Tuderte, innanzi la soglia della casa, la suocera fa
inginocchiare la sposa [322].
Page 117
VIII.
Gli sposi inanellati.
Altri son gli anelli della promessa, altro l'anello che si mette, in presenza del
prete, solennemente in chiesa. In Russia, in Albania, sul Pindo, gli sposi
scambiano i loro anelli tre volte. Scambio di anelli tra gli sposi notiamo
pure nelle Edda, fra i Germani e fra i Brettoni. Rosso doveva essere l'anello
nuziale scandinavo, e d'oro lo mantenne generalmente l'uso nuziale indo-
europeo, forse in memoria del c'akra o circolo o disco del sole, il primo
degli sposi.
Questo anello si mette, come è noto, al quarto dito, chiamato perciò
anulare, cui nel medio evo si reputava corrispondere una vena del cuore.
Secondo un rituale della chiesa di Rheims, il prete provava l'anello sulle tre
prime dita, recitando per ciascun dito una formula ripetuta dal fidanzato, e
al quarto dito si fermava con un'altra formola [323]. Ma conviene che lo
sposo abbia alcuna avvertenza nel mettere in chiesa l'anello alla sposa;
poichè la sposa trae pronostici dalla maggiore o minor violenza con cui lo
sposo l'inanella; se lo sposo canavesano e il perugino introduca, per
esempio, l'anello al di là della seconda congiuntura nel dito della sposa,
questa deve rimanere avvertita che lo sposo sarà un tiranno domestico e che
la bastonerà. Grande sventura poi il perdere l'anello nuziale; in Germania,
de' due sposi morrà primo quello che avrà perduto l'anello; e, nel Perugino,
si dice che starà tanti anni nel purgatorio colui che avrà perduto l'anello
nuziale.
Gli sposi inanellati.
Altri son gli anelli della promessa, altro l'anello che si mette, in presenza del
prete, solennemente in chiesa. In Russia, in Albania, sul Pindo, gli sposi
scambiano i loro anelli tre volte. Scambio di anelli tra gli sposi notiamo
pure nelle Edda, fra i Germani e fra i Brettoni. Rosso doveva essere l'anello
nuziale scandinavo, e d'oro lo mantenne generalmente l'uso nuziale indo-
europeo, forse in memoria del c'akra o circolo o disco del sole, il primo
degli sposi.
Questo anello si mette, come è noto, al quarto dito, chiamato perciò
anulare, cui nel medio evo si reputava corrispondere una vena del cuore.
Secondo un rituale della chiesa di Rheims, il prete provava l'anello sulle tre
prime dita, recitando per ciascun dito una formula ripetuta dal fidanzato, e
al quarto dito si fermava con un'altra formola [323]. Ma conviene che lo
sposo abbia alcuna avvertenza nel mettere in chiesa l'anello alla sposa;
poichè la sposa trae pronostici dalla maggiore o minor violenza con cui lo
sposo l'inanella; se lo sposo canavesano e il perugino introduca, per
esempio, l'anello al di là della seconda congiuntura nel dito della sposa,
questa deve rimanere avvertita che lo sposo sarà un tiranno domestico e che
la bastonerà. Grande sventura poi il perdere l'anello nuziale; in Germania,
de' due sposi morrà primo quello che avrà perduto l'anello; e, nel Perugino,
si dice che starà tanti anni nel purgatorio colui che avrà perduto l'anello
nuziale.
Page 118
IX.
Communione di cibi e di bevande.
Vi ha un proverbio francese che dice: Boire et manger, coucher ensemble,
c'est mariage ce me semble. Questo proverbio si riferisce evidentemente
all'uso di far bere e mangiare gli sposi insieme, uso che diede luogo nel
medio evo a parecchi abusi [324].
Nell'India vedica, si versava sopra le mani de' due sposi unite una doppia
manata di grano arrostito.
Fra i Parsi, mentre gli sposi si danno la mano, il maubad versa loro sopra le
mani unite riso e frumento.
La romana confarreatio, che consacrava le nozze, doveva avere il
medesimo significato, ossia rappresentare la communione di ogni bene fra
gli sposi.
La confarreazione si celebrava nel cospetto del Pontefice, del Flamine e di
dieci testimonii. Le Vestali preparavano un minestrone di farro con cui si
aspergeva la vittima simbolica del sacrificio nuziale. Di quello stesso farro
facevasi un pane del quale entrambi gli sposi doveano mangiare.
In alcuni cantoni della Brettagna, il prete taglia una fetta di pane bianco e lo
spezza fra gli sposi; quindi versa vino in una tazza d'argento, che lo sposo
beve in parte, passando il resto alla sposa.
In Russia, gli sposi, per un antico uso ereditato forse dai Greci, che lo hanno
pure conservato, si scambiano tre volte in chiesa il calice contenente vino;
l'ultima goccia dev'essere bevuta dalla sposa, la quale intende così di volere,
in seguito, vuotare, rassegnata il calice delle amarezze [325].
Communione di cibi e di bevande.
Vi ha un proverbio francese che dice: Boire et manger, coucher ensemble,
c'est mariage ce me semble. Questo proverbio si riferisce evidentemente
all'uso di far bere e mangiare gli sposi insieme, uso che diede luogo nel
medio evo a parecchi abusi [324].
Nell'India vedica, si versava sopra le mani de' due sposi unite una doppia
manata di grano arrostito.
Fra i Parsi, mentre gli sposi si danno la mano, il maubad versa loro sopra le
mani unite riso e frumento.
La romana confarreatio, che consacrava le nozze, doveva avere il
medesimo significato, ossia rappresentare la communione di ogni bene fra
gli sposi.
La confarreazione si celebrava nel cospetto del Pontefice, del Flamine e di
dieci testimonii. Le Vestali preparavano un minestrone di farro con cui si
aspergeva la vittima simbolica del sacrificio nuziale. Di quello stesso farro
facevasi un pane del quale entrambi gli sposi doveano mangiare.
In alcuni cantoni della Brettagna, il prete taglia una fetta di pane bianco e lo
spezza fra gli sposi; quindi versa vino in una tazza d'argento, che lo sposo
beve in parte, passando il resto alla sposa.
In Russia, gli sposi, per un antico uso ereditato forse dai Greci, che lo hanno
pure conservato, si scambiano tre volte in chiesa il calice contenente vino;
l'ultima goccia dev'essere bevuta dalla sposa, la quale intende così di volere,
in seguito, vuotare, rassegnata il calice delle amarezze [325].
Page 119
Ne' dintorni di Bolzano (Trentino), due ragazzi sostengono due vasi pieni di
vino; il prete versa da bere allo sposo e alla sposa, che bevono allo stesso
bicchiere; quindi si fanno bere tutti gli astanti.
Tutto ciò fa parte del cerimoniale sacro; ma vi sono usi, i quali, anche non
presente il sacerdote, restano sacri, tenendo le parti del sacerdote il padre.
Così, se gli sposi non divisero i cibi e le vivande in chiesa, lo faranno
appena giunti a casa.
Nella valle di Susa, gli sposi mangiano allo stesso piatto e bevono allo
stesso bicchiere [326].
Lo stesso uso vive in Sardegna [327] e presso il Lago Maggiore.
L'indiano Gobhila scrive d'un cibo sacrificale, che nel secondo giorno delle
nozze gli sposi dovevano mangiare insieme, e il Weber [328] annota come
nell'antiche usanze del settentrione, e in Colonia, e ne' Siebenbürgen gli
sposi bevono allo stesso bicchiere.
Nell'Indocina [329], al banchetto nuziale gli sposi mangiano allo stesso
piatto; così, generalmente, nell'India odierna, al banchetto che si fa nel
quarto giorno delle feste nuziali.
Marco Cralievic', l'eroe de' Serbi, fra gli altri doni che egli reca alla sposa,
ha pure una ciotola, nella quale egli deve bere con essa; e sappiamo da
Quinto Curzio [330] come, presso i Macedoni, gli sposi spartissero con la
spada lo stesso pane, ed insieme lo gustassero.
vino; il prete versa da bere allo sposo e alla sposa, che bevono allo stesso
bicchiere; quindi si fanno bere tutti gli astanti.
Tutto ciò fa parte del cerimoniale sacro; ma vi sono usi, i quali, anche non
presente il sacerdote, restano sacri, tenendo le parti del sacerdote il padre.
Così, se gli sposi non divisero i cibi e le vivande in chiesa, lo faranno
appena giunti a casa.
Nella valle di Susa, gli sposi mangiano allo stesso piatto e bevono allo
stesso bicchiere [326].
Lo stesso uso vive in Sardegna [327] e presso il Lago Maggiore.
L'indiano Gobhila scrive d'un cibo sacrificale, che nel secondo giorno delle
nozze gli sposi dovevano mangiare insieme, e il Weber [328] annota come
nell'antiche usanze del settentrione, e in Colonia, e ne' Siebenbürgen gli
sposi bevono allo stesso bicchiere.
Nell'Indocina [329], al banchetto nuziale gli sposi mangiano allo stesso
piatto; così, generalmente, nell'India odierna, al banchetto che si fa nel
quarto giorno delle feste nuziali.
Marco Cralievic', l'eroe de' Serbi, fra gli altri doni che egli reca alla sposa,
ha pure una ciotola, nella quale egli deve bere con essa; e sappiamo da
Quinto Curzio [330] come, presso i Macedoni, gli sposi spartissero con la
spada lo stesso pane, ed insieme lo gustassero.
Page 120
X.
Intorno all'Altare.
A simboleggiare il viaggio della vita che i due sposi insieme faranno,
l'antico sposo indiano pigliava per mano la sposa e le faceva fare tre giri
intorno all'altare, dicendo: «Vieni, sposiamoci, facciamo figli. Uniti
d'amore, gloriosi, contenti, viviamo cento anni.» Gli stessi giri intorno
all'altare compievano gli sposi romani, mentre innanzi alla sposa, per
augurio di fecondità, si portava il farro. Nelle nozze russe, i due sposi
tengono da una mano una candela, e, pigliandosi per l'altra mano, fanno
pure tre giri intorno all'altare; quindi si baciano. Un'altra cerimonia
somigliante era quella de' sette passi della sposa indiana verso il nord-est,
per ciascuno de' quali lo sposo faceva un augurio; all'ultimo, egli diceva:
«fa l'ultimo passo come amica; siimi affezionata; possiamo noi aver molti
figli e questi diventino vecchi.» Il che detto, come gli odierni sposi russi,
così gli indiani accostavano volto a volto. Al Weber [331] i sette passi indiani
richiamano pure in mente i sette salti dell'uso nuziale germanico.
Quest'ultimo uso, meglio che il viaggio in comune degli sposi, può forse
indicare soltanto che la sposa sta per fare il gran passo. Il salto della sposa
ebraica ha forse il medesimo significato, se pure non è un semplice salto di
gioia, come quello di Bigio, nello Stufaiolo del Doni [332].
Intorno all'Altare.
A simboleggiare il viaggio della vita che i due sposi insieme faranno,
l'antico sposo indiano pigliava per mano la sposa e le faceva fare tre giri
intorno all'altare, dicendo: «Vieni, sposiamoci, facciamo figli. Uniti
d'amore, gloriosi, contenti, viviamo cento anni.» Gli stessi giri intorno
all'altare compievano gli sposi romani, mentre innanzi alla sposa, per
augurio di fecondità, si portava il farro. Nelle nozze russe, i due sposi
tengono da una mano una candela, e, pigliandosi per l'altra mano, fanno
pure tre giri intorno all'altare; quindi si baciano. Un'altra cerimonia
somigliante era quella de' sette passi della sposa indiana verso il nord-est,
per ciascuno de' quali lo sposo faceva un augurio; all'ultimo, egli diceva:
«fa l'ultimo passo come amica; siimi affezionata; possiamo noi aver molti
figli e questi diventino vecchi.» Il che detto, come gli odierni sposi russi,
così gli indiani accostavano volto a volto. Al Weber [331] i sette passi indiani
richiamano pure in mente i sette salti dell'uso nuziale germanico.
Quest'ultimo uso, meglio che il viaggio in comune degli sposi, può forse
indicare soltanto che la sposa sta per fare il gran passo. Il salto della sposa
ebraica ha forse il medesimo significato, se pure non è un semplice salto di
gioia, come quello di Bigio, nello Stufaiolo del Doni [332].
Page 121
XI.
Ove le nozze si celebrano.
Nel recinto domestico si celebravano le nozze indiane, slave, germaniche,
greche e latine, sia che il solo padre della sposa sacrificasse, sia ch'egli
chiamasse ancora, per la cerimonia, un sacerdote sacrificatore.
Nell'India meridionale, le nozze si fanno ancora sotto padiglioni sostenuti
da colonne in legno molto elevate [333]. Nel medio evo, in Francia, si
celebravano le nozze sulla soglia della chiesa. E che in Toscana, fino al
secolo decimoquinto si consacrassero pure nozze fuori di chiesa lo
argomentiamo da un divieto degli Statuti Fiorentini del 1415 [334] perchè un
tale scandalo non si rinnovi. Nell'introduzione del marchese Campori agli
Statuti di Modena [335], a proposito d'un matrimonio civile celebrato nel
1289, trovo poi queste parole: «Ritornando in sul dire della celebrazione di
quel matrimonio, troviamo avesse luogo non in una chiesa, ma bensì nel
cortile della casa di Lanfranco Rangoni, dove, benchè fosse il verno, oltre a
duecento persone, tra nobili e popolani, erano convenute. Un Caretti, senza
più uom laico e che vent'anni più tardi apparisce notato nella matricola de'
giudici, richiese entrambi i giovani se ad unirsi in matrimonio
acconsentissero; alla qual dimanda affermativamente risposero; dopo di
che, i padri degli sposi innanzi a lui il consenso loro prestarono. «Allora,
dice il documento nostro, Tobia Rangoni sposò coll'anello la figlia sua ad
Aldrobandino, e poscia nella camera stessa di lui fu ad essi apprestato il
letto nuziale. Nè allora, nè in altra circostanza, che ci sia nota, questa forma
di matrimonio civile che era, al dire del Caretti medesimo, secondo le
consuetudini della città, porse luogo a protestazione del clero, che pure in
tante altre circostanze ciò che stimava di pertinenza sua alacremente contro
l'autorità laicale soleva propugnare.»
Ove le nozze si celebrano.
Nel recinto domestico si celebravano le nozze indiane, slave, germaniche,
greche e latine, sia che il solo padre della sposa sacrificasse, sia ch'egli
chiamasse ancora, per la cerimonia, un sacerdote sacrificatore.
Nell'India meridionale, le nozze si fanno ancora sotto padiglioni sostenuti
da colonne in legno molto elevate [333]. Nel medio evo, in Francia, si
celebravano le nozze sulla soglia della chiesa. E che in Toscana, fino al
secolo decimoquinto si consacrassero pure nozze fuori di chiesa lo
argomentiamo da un divieto degli Statuti Fiorentini del 1415 [334] perchè un
tale scandalo non si rinnovi. Nell'introduzione del marchese Campori agli
Statuti di Modena [335], a proposito d'un matrimonio civile celebrato nel
1289, trovo poi queste parole: «Ritornando in sul dire della celebrazione di
quel matrimonio, troviamo avesse luogo non in una chiesa, ma bensì nel
cortile della casa di Lanfranco Rangoni, dove, benchè fosse il verno, oltre a
duecento persone, tra nobili e popolani, erano convenute. Un Caretti, senza
più uom laico e che vent'anni più tardi apparisce notato nella matricola de'
giudici, richiese entrambi i giovani se ad unirsi in matrimonio
acconsentissero; alla qual dimanda affermativamente risposero; dopo di
che, i padri degli sposi innanzi a lui il consenso loro prestarono. «Allora,
dice il documento nostro, Tobia Rangoni sposò coll'anello la figlia sua ad
Aldrobandino, e poscia nella camera stessa di lui fu ad essi apprestato il
letto nuziale. Nè allora, nè in altra circostanza, che ci sia nota, questa forma
di matrimonio civile che era, al dire del Caretti medesimo, secondo le
consuetudini della città, porse luogo a protestazione del clero, che pure in
tante altre circostanze ciò che stimava di pertinenza sua alacremente contro
l'autorità laicale soleva propugnare.»
Page 122
XII.
La parte del prete.
Il concilio di Trento [336] stabilisce la nullità del matrimonio se non sia
contratto in presenza del parroco e di testimonii; il qual decreto della
Chiesa, preso alla lettera, dovea poi, nell'opinione del secolo
decimosettimo, far parere legittime le nozze, come quelle di Lucia
Mondella con Lorenzo Tramaglino [337].
Il prete supplì il padre, nelle funzioni di combinatore e consecratore di
nozze; e in qualche caso supplì la pronuba, o, come il feudatario medievale,
anche lo stesso marito.
Nel compiere tali ufficii e ancora nel rinunciare ai medesimi, il prete si fa
pagare; raro è che il parroco si contenti, come nell'Abruzzo Teramano, che
gli sposi gli bacino le mani. Egli vuol doni, e la gallina che si dà
nell'Arpinate al parroco e il bicchier di birra, la candela e il ramo di
rosmarino involto in un filo sfilacciato di seta rossa che ricevono il pastore
ed il sagrestano, nell'Havelland [338], sono gli infimi doni che gli sposi
possano rilasciare alla chiesa. Il prete indiano richiedeva, senz'altro, una
vacca, e, per di più, riceveva in dono i panni sudici della sposa ch'ei solo
avrebbe, secondo la credenza inspirata al volgo, potuto purificare.
In Francia, nel medio evo, il prete soleva pure intervenire al banchetto
nuziale; ma fosse pudore, fosse malizia, esso preferì, in seguito, convertire
il suo diritto in denaro.
Io inclino tuttavia a credere che il pudore trattenesse assai pochi dal
partecipare al banchetto nuziale, per lo più indecentissimo, riflettendo come
le frequenti lagnanze de' primi scrittori della Chiesa contro i preti, diaconi e
sottodiaconi che assistevano ai banchetti nuziali, provino soltanto il piacere
La parte del prete.
Il concilio di Trento [336] stabilisce la nullità del matrimonio se non sia
contratto in presenza del parroco e di testimonii; il qual decreto della
Chiesa, preso alla lettera, dovea poi, nell'opinione del secolo
decimosettimo, far parere legittime le nozze, come quelle di Lucia
Mondella con Lorenzo Tramaglino [337].
Il prete supplì il padre, nelle funzioni di combinatore e consecratore di
nozze; e in qualche caso supplì la pronuba, o, come il feudatario medievale,
anche lo stesso marito.
Nel compiere tali ufficii e ancora nel rinunciare ai medesimi, il prete si fa
pagare; raro è che il parroco si contenti, come nell'Abruzzo Teramano, che
gli sposi gli bacino le mani. Egli vuol doni, e la gallina che si dà
nell'Arpinate al parroco e il bicchier di birra, la candela e il ramo di
rosmarino involto in un filo sfilacciato di seta rossa che ricevono il pastore
ed il sagrestano, nell'Havelland [338], sono gli infimi doni che gli sposi
possano rilasciare alla chiesa. Il prete indiano richiedeva, senz'altro, una
vacca, e, per di più, riceveva in dono i panni sudici della sposa ch'ei solo
avrebbe, secondo la credenza inspirata al volgo, potuto purificare.
In Francia, nel medio evo, il prete soleva pure intervenire al banchetto
nuziale; ma fosse pudore, fosse malizia, esso preferì, in seguito, convertire
il suo diritto in denaro.
Io inclino tuttavia a credere che il pudore trattenesse assai pochi dal
partecipare al banchetto nuziale, per lo più indecentissimo, riflettendo come
le frequenti lagnanze de' primi scrittori della Chiesa contro i preti, diaconi e
sottodiaconi che assistevano ai banchetti nuziali, provino soltanto il piacere
Page 123
della recidiva. La speculazione potè invece più presto decidere il prete a
privarsi di doni e vantaggi incerti, per assecurare ai suoi ozii una rendita
fissa. Così troviamo ora che il prete per lo più, nelle cerimonie nuziali,
riceve solamente danaro. Nel Pesarese, lo sposo dava al prete un papetto o
un testone, o un mezzo scudo [339] ed al sagrestano uno zapparin [340]. La
qual conversione del dono in danaro, premeva tanto al nostro prete ch'ei la
volle pur consegnata, come legge, negli Statuti municipali [341].
Gioverà ora vedere, per merito di quali ufficii, il prete riceve la sua mercede
nella cerimonia nuziale. Ai sacrificii antichi, ne' quali si sacrificavano o si
fingevano di sacrificare il simbolico toro ed altri animali fecondatori, come
la porca romana, con grande spargimento di grano, riso, farro, simboli di
fecondità, e di acqua purificatrice, sottentrò presso i cristiani la così detta
Messa degli sposi, nella quale si finge di sacrificare in corpo e sangue ed
anima il fecondatore per eccellenza, la bellissima tra le figure del sole, il
Cristo. Poco su poco giù, sono gli stessi inchini, le stesse benedizioni, le
stesse preghiere, lo stesso spettacolo. Se non che, il prete indiano
accompagnava gli sposi nella camera nuziale, e continuava a dirigerne e
benedirne ogni movimento e recitar formole molto espressive, finchè non
vedesse il matrimonio intieramente consumato [342]; il prete cristiano si
fermò sulla soglia della chiesa. Tuttavia è notevole come anche in Francia, e
particolarmente in Brettagna, il prete cristiano abbia cercato di protrarre
l'uso antico, recandosi nel medio evo a benedire il letto nuziale, sopra il
quale stavano gli sposi (sedentes vel jacentes, come dice il cerimoniale)
[343], con le seguenti parole: «benedite questi cari giovani come voi avete
benedetto Tobia e Sara; degnatevi benedirli così, o Signore, affinchè nel
nome vostro essi vivano e invecchino e si moltiplichino lungamente, pel
Cristo Signor Nostro. Così sia.» Altre formole di benedizione del letto
nuziale si trovano ne' rituali della Francia medievale.
privarsi di doni e vantaggi incerti, per assecurare ai suoi ozii una rendita
fissa. Così troviamo ora che il prete per lo più, nelle cerimonie nuziali,
riceve solamente danaro. Nel Pesarese, lo sposo dava al prete un papetto o
un testone, o un mezzo scudo [339] ed al sagrestano uno zapparin [340]. La
qual conversione del dono in danaro, premeva tanto al nostro prete ch'ei la
volle pur consegnata, come legge, negli Statuti municipali [341].
Gioverà ora vedere, per merito di quali ufficii, il prete riceve la sua mercede
nella cerimonia nuziale. Ai sacrificii antichi, ne' quali si sacrificavano o si
fingevano di sacrificare il simbolico toro ed altri animali fecondatori, come
la porca romana, con grande spargimento di grano, riso, farro, simboli di
fecondità, e di acqua purificatrice, sottentrò presso i cristiani la così detta
Messa degli sposi, nella quale si finge di sacrificare in corpo e sangue ed
anima il fecondatore per eccellenza, la bellissima tra le figure del sole, il
Cristo. Poco su poco giù, sono gli stessi inchini, le stesse benedizioni, le
stesse preghiere, lo stesso spettacolo. Se non che, il prete indiano
accompagnava gli sposi nella camera nuziale, e continuava a dirigerne e
benedirne ogni movimento e recitar formole molto espressive, finchè non
vedesse il matrimonio intieramente consumato [342]; il prete cristiano si
fermò sulla soglia della chiesa. Tuttavia è notevole come anche in Francia, e
particolarmente in Brettagna, il prete cristiano abbia cercato di protrarre
l'uso antico, recandosi nel medio evo a benedire il letto nuziale, sopra il
quale stavano gli sposi (sedentes vel jacentes, come dice il cerimoniale)
[343], con le seguenti parole: «benedite questi cari giovani come voi avete
benedetto Tobia e Sara; degnatevi benedirli così, o Signore, affinchè nel
nome vostro essi vivano e invecchino e si moltiplichino lungamente, pel
Cristo Signor Nostro. Così sia.» Altre formole di benedizione del letto
nuziale si trovano ne' rituali della Francia medievale.
Page 124
XIII.
Augurii di fecondità alla sposa.
Quasi tutta la cerimonia nuziale è simbolica del congiungimento degli sposi
e della fecondità loro augurata. Ma vi sono, fra l'altre, alcune cerimonie più
significative, che meritano di fermare la nostra attenzione. Il grano, che la
folla getta ancora sopra gli sposi che passano in Sardegna [344], in Sicilia e
ad Ortonuovo in Lunigiana, ricorda il grano sparso a piene mani nelle
cerimonie nuziali indiane e latine, il grano che soleva portarsi innanzi alla
sposa latina, affinch'ella diventasse feconda, il grano che l'odierna suocera
indiana versa sul capo della nuora. Il cestino di pulcini che, nella campagna
di Bra, si fa abbracciare alla sposa ed i bambini che presso i Brettoni si
mettevano nel letto nuziale degli sposi, ricordano l'uso vedico di mettere un
bel bambino sopra il seno della sposa, per lo stesso augurio di fecondità.
I Romani facevano sedere la sposa sopra una pietra Priapea; ed un senso
fallico aveva pure la pietra sopra il letame, ed altre pietre alle quali lo sposo
indiano, a più riprese, faceva accostare la sposa, dalla quale scongiuravasi
pertanto Viçvàvasu il genio della verginità. Le zuppe di tutta carne che si
mangiano nell'Altmark, in Germania [345], dagli sposi, affinchè il loro
bestiame s'accresca, ricordano i numerosi inni e riti vedici, i quali, con la
fecondità degli sposi, auguravano la prosperità alla casa. A tutti questi atti
augurali, aggiungansi i frequenti augurii di numerosa figliuolanza fatti, per
ogni verso, con smorfie e parole agli sposi; e, dopo avere tutto notato ed
esserci persuasi che le credenze più antiche sono le più tenaci, e che il
mondo non minaccia spopolarsi, per difetto d'augurii alle spose affinchè si
fecondino, diamoci pure un po' di spasso e permettiamoci pure di ridere,
alla volta nostra, coi versi inesorabili di Tito Lucrezio, ripetendo al credulo
volgo il suo eloquente nequidquam [346].
Augurii di fecondità alla sposa.
Quasi tutta la cerimonia nuziale è simbolica del congiungimento degli sposi
e della fecondità loro augurata. Ma vi sono, fra l'altre, alcune cerimonie più
significative, che meritano di fermare la nostra attenzione. Il grano, che la
folla getta ancora sopra gli sposi che passano in Sardegna [344], in Sicilia e
ad Ortonuovo in Lunigiana, ricorda il grano sparso a piene mani nelle
cerimonie nuziali indiane e latine, il grano che soleva portarsi innanzi alla
sposa latina, affinch'ella diventasse feconda, il grano che l'odierna suocera
indiana versa sul capo della nuora. Il cestino di pulcini che, nella campagna
di Bra, si fa abbracciare alla sposa ed i bambini che presso i Brettoni si
mettevano nel letto nuziale degli sposi, ricordano l'uso vedico di mettere un
bel bambino sopra il seno della sposa, per lo stesso augurio di fecondità.
I Romani facevano sedere la sposa sopra una pietra Priapea; ed un senso
fallico aveva pure la pietra sopra il letame, ed altre pietre alle quali lo sposo
indiano, a più riprese, faceva accostare la sposa, dalla quale scongiuravasi
pertanto Viçvàvasu il genio della verginità. Le zuppe di tutta carne che si
mangiano nell'Altmark, in Germania [345], dagli sposi, affinchè il loro
bestiame s'accresca, ricordano i numerosi inni e riti vedici, i quali, con la
fecondità degli sposi, auguravano la prosperità alla casa. A tutti questi atti
augurali, aggiungansi i frequenti augurii di numerosa figliuolanza fatti, per
ogni verso, con smorfie e parole agli sposi; e, dopo avere tutto notato ed
esserci persuasi che le credenze più antiche sono le più tenaci, e che il
mondo non minaccia spopolarsi, per difetto d'augurii alle spose affinchè si
fecondino, diamoci pure un po' di spasso e permettiamoci pure di ridere,
alla volta nostra, coi versi inesorabili di Tito Lucrezio, ripetendo al credulo
volgo il suo eloquente nequidquam [346].
Page 125
XIV.
Allegrezze perchè si fa la sposa.
In Germania, la vigilia delle nozze, i ragazzi rompono tutte le vecchie
stoviglie della casa, levando grida di gioia. A Gallarate e Turbigo, in
Lombardia, il più ardito vicino entra di soppiatto nella stanza ove la
compagnia nuziale festeggia, e getta in mezzo ad essa una scodella di terra,
che naturalmente va in pezzi; dalla strada allora i ragazzi fanno
strepitosamente evviva alla sposa. Nel Fanese, la suocera presenta alla
sposa una pentola piena di cenere e di cattive erbe; la sposa la butta in terra;
e quanto più minuti pezzi se ne fanno, più il matrimonio sarà felice e
fecondo. In generale, per tutta Italia, si ha per buon augurio che in giorno di
nozze si rompa qualche cosa. Ed è troppo evidente di quali guasti sia
simbolo, una tal cerimonia, perchè io abbia bisogno di interpretare il
malizioso proverbio Perugino: «se si rompe qualche cosa è male per la
sposa.»
Ai ragazzi che fanno festa agli sposi, soglionsi ancor gettare confetti,
ciambelle e noci, che ricordano le nuces juglandes de' Romani. Allora i
ragazzi se ne vanno via contenti e le loro grida risuonano soltanto di lunghi
evviva. Ma guai se si tardi o si neghi ai gridatori il dono; le grida si fanno
insolenti; non si rompono più cocci, ma vetri e tetti, e si fa ingiuria alla
sposa, come se questa nell'unirsi ad un uomo, abbia incontrato la massima
tra le vergogne. Già Astolfo re dei Longobardi poneva una multa per
impedire in Italia l'abuso di gettare immondizie sopra la sposa [347]. Gli
Statuti di Firenze del 1415 [348] proibiscono che si gettino sassi contro o
sopra la casa, dove le nozze si fanno; gli Statuti di Città di Castello [349]
vietano che si gettino pietre, o immondizie o si faccia strepito alla casa di
chi fa nozze; un decreto finalmente della Repubblica Veneta del 1562 [350]
ha quanto segue: «Nelle feste che si faranno di nozze, come di compagnie,
Allegrezze perchè si fa la sposa.
In Germania, la vigilia delle nozze, i ragazzi rompono tutte le vecchie
stoviglie della casa, levando grida di gioia. A Gallarate e Turbigo, in
Lombardia, il più ardito vicino entra di soppiatto nella stanza ove la
compagnia nuziale festeggia, e getta in mezzo ad essa una scodella di terra,
che naturalmente va in pezzi; dalla strada allora i ragazzi fanno
strepitosamente evviva alla sposa. Nel Fanese, la suocera presenta alla
sposa una pentola piena di cenere e di cattive erbe; la sposa la butta in terra;
e quanto più minuti pezzi se ne fanno, più il matrimonio sarà felice e
fecondo. In generale, per tutta Italia, si ha per buon augurio che in giorno di
nozze si rompa qualche cosa. Ed è troppo evidente di quali guasti sia
simbolo, una tal cerimonia, perchè io abbia bisogno di interpretare il
malizioso proverbio Perugino: «se si rompe qualche cosa è male per la
sposa.»
Ai ragazzi che fanno festa agli sposi, soglionsi ancor gettare confetti,
ciambelle e noci, che ricordano le nuces juglandes de' Romani. Allora i
ragazzi se ne vanno via contenti e le loro grida risuonano soltanto di lunghi
evviva. Ma guai se si tardi o si neghi ai gridatori il dono; le grida si fanno
insolenti; non si rompono più cocci, ma vetri e tetti, e si fa ingiuria alla
sposa, come se questa nell'unirsi ad un uomo, abbia incontrato la massima
tra le vergogne. Già Astolfo re dei Longobardi poneva una multa per
impedire in Italia l'abuso di gettare immondizie sopra la sposa [347]. Gli
Statuti di Firenze del 1415 [348] proibiscono che si gettino sassi contro o
sopra la casa, dove le nozze si fanno; gli Statuti di Città di Castello [349]
vietano che si gettino pietre, o immondizie o si faccia strepito alla casa di
chi fa nozze; un decreto finalmente della Repubblica Veneta del 1562 [350]
ha quanto segue: «Nelle feste che si faranno di nozze, come di compagnie,
Page 126
et di cadauna altra, siano del tutto prohibiti li festoni sì a porte et fenestre
come in ogni altro loco, nè possano usarsi tamburi, trombe squarzade, et
simili instrumenti, nè meno alcuna sorte di codette, o altra artiglieria.»
Pure lo sparo di mortaletti, schioppi e pistole e il suono di campane
continua ad accompagnare la festa nuziale in molti luoghi d'Italia, come
pure in Germania; ma non in segno di spregio alla sposa, sì bene di festa. I
giocolieri o troctingi medievali sono sostituiti dai presenti torottotela
subalpini e buffoni marchigiani, e montenegrini [351], i quali accompagnano
il suono e il canto di movimenti assai grotteschi; anzi, presso Novi Ligure,
il buffo è lo sposo medesimo, il quale precede la comitiva, spiccando salti
meravigliosamente bizzarri, fra gli evviva della folla. Il violino e la viola
sono poi gli ordinarii strumenti coi quali si rallegra ora la marcia nuziale ne'
contadi d'Italia, se bene dei tamburi accennati nel decreto della repubblica
veneta vi siano ancora vestigia tra noi [352].
Nella marcia romana e greca, le tede o fiaccole, simboliche del fuoco
domestico e del fuoco generatore acceso dalle madri, ornavano la pompa
nuziale. Nell'uso moderno, gli sposi non portano la candela fuori della
chiesa, gli Slavi, e i Tedeschi che ne fanno uso, avendo per costume di
donarli al prete, come gli Italiani del medio evo [353]. È singolare tuttavia
l'uso di Civita di Penne, ove, all'uscire degli sposi dalla chiesa, si presenta
un uomo con una grande paniera, adorna di dolci e nocciuole infilate, sul
capo, e in mezzo alla paniera un grosso lume.
All'uso delle tede nuziali vuolsi evidentemente ascrivere l'origine della
burlesca espressione italiana far lume, che vuol dire assistere a bocca
asciutta al godimento degli sposi o innamorati.
Nell'India ancora, si porta una lampada accesa, mentre la sposa muove alla
dimora dello sposo, qualunque sia l'ora del giorno, non volendosi, di certo,
sopprimere al fuoco il suo simbolo, che in questo caso, non è tanto
d'illuminare quanto di augurare alla sposa vigilanza e fecondità; così,
nell'India vedica, gli sposi si facevano precedere dal fuoco nuziale che non
doveva estinguersi mai; e una formola conservata dall'Atharvaveda [354], da
recitarsi mentre la sposa entrava in casa, le raccomanda il fuoco e l'acqua,
come l'uso romano voleva che la nuova sposa fosse accolta con acqua e
fuoco. Quanto all'origine della cerimonia, è possibile che sia mitica;
come in ogni altro loco, nè possano usarsi tamburi, trombe squarzade, et
simili instrumenti, nè meno alcuna sorte di codette, o altra artiglieria.»
Pure lo sparo di mortaletti, schioppi e pistole e il suono di campane
continua ad accompagnare la festa nuziale in molti luoghi d'Italia, come
pure in Germania; ma non in segno di spregio alla sposa, sì bene di festa. I
giocolieri o troctingi medievali sono sostituiti dai presenti torottotela
subalpini e buffoni marchigiani, e montenegrini [351], i quali accompagnano
il suono e il canto di movimenti assai grotteschi; anzi, presso Novi Ligure,
il buffo è lo sposo medesimo, il quale precede la comitiva, spiccando salti
meravigliosamente bizzarri, fra gli evviva della folla. Il violino e la viola
sono poi gli ordinarii strumenti coi quali si rallegra ora la marcia nuziale ne'
contadi d'Italia, se bene dei tamburi accennati nel decreto della repubblica
veneta vi siano ancora vestigia tra noi [352].
Nella marcia romana e greca, le tede o fiaccole, simboliche del fuoco
domestico e del fuoco generatore acceso dalle madri, ornavano la pompa
nuziale. Nell'uso moderno, gli sposi non portano la candela fuori della
chiesa, gli Slavi, e i Tedeschi che ne fanno uso, avendo per costume di
donarli al prete, come gli Italiani del medio evo [353]. È singolare tuttavia
l'uso di Civita di Penne, ove, all'uscire degli sposi dalla chiesa, si presenta
un uomo con una grande paniera, adorna di dolci e nocciuole infilate, sul
capo, e in mezzo alla paniera un grosso lume.
All'uso delle tede nuziali vuolsi evidentemente ascrivere l'origine della
burlesca espressione italiana far lume, che vuol dire assistere a bocca
asciutta al godimento degli sposi o innamorati.
Nell'India ancora, si porta una lampada accesa, mentre la sposa muove alla
dimora dello sposo, qualunque sia l'ora del giorno, non volendosi, di certo,
sopprimere al fuoco il suo simbolo, che in questo caso, non è tanto
d'illuminare quanto di augurare alla sposa vigilanza e fecondità; così,
nell'India vedica, gli sposi si facevano precedere dal fuoco nuziale che non
doveva estinguersi mai; e una formola conservata dall'Atharvaveda [354], da
recitarsi mentre la sposa entrava in casa, le raccomanda il fuoco e l'acqua,
come l'uso romano voleva che la nuova sposa fosse accolta con acqua e
fuoco. Quanto all'origine della cerimonia, è possibile che sia mitica;
Page 127
l'aurora, la prima delle spose, la sposa del sole, ci presenta anch'essa alle
sue nozze un fenomeno di fuoco ed acqua, ossia di luce e rugiada.
sue nozze un fenomeno di fuoco ed acqua, ossia di luce e rugiada.
Page 128
XV.
Il rapimento della sposa.
Risaliamo qui ancora al mito, ed all'epopea che ne deriva. In questa prima
tra le creazioni artistiche dell'umano intelletto, il Dio o l'eroe si conquista la
sposa, sottraendola al suo guardiano, che la tiene occulta. La giovine sposa,
allieva delle fate, cresce nelle tenebre; il giovine sposo, altro allievo delle
fate, esce anch'esso dalle acque tenebrose [355]. Il giovine sposo, sottrae alle
tenebre la giovine principessa, ossia la rapisce ai draghi, ai demonii; e in
altre parole più brevi e intelligibili, il sole sposa l'aurora, la figlia della
notte. Questo è il più frequente motivo mitico ed epico. Ed a questo motivo
io riferisco la cerimonia del rapimento che occorre talvolta nell'uso nuziale
indo-europeo. Gli scrittori romani, notando l'uso, vollero spiegarlo come
una reminiscenza dell'antico ratto delle Sabine; e trovarono a' dì nostri,
molti critici, che ripeterono senz'altro quelle stesse origini dell'uso. Ma chi
consideri come il ratto delle Sabine sia un avvenimento del mito, e non
della storia, e come Romolo sia l'eroe dell'epopea latina, e però stia fuori
degli avvenimenti terrestri [356] e chi consideri ancora come, presso altri
popoli, i quali non ricordano nella loro storia alcun ratto di Sabine lo stesso
uso si conserva, non vorrà confermare un pregiudizio che nacque in tempo
in cui il cielo mitologico era chiuso alla critica quanto e più forse
dell'astronomico.
Il principe degli sposi, lo sposo visibile d'ogni giorno, lo sposo celeste, lo
sposo alle nozze del quale con Sùryà è dedicato un intiero inno vedico, i cui
versetti servirono poi nell'antichità indiana di formole per il cerimoniale
delle nozze, il sole, insomma, servì di modello agli sposi. Egli sposa
l'aurora e la rapisce dal potere sinistro de' genii della notte: l'aurora versa la
rugiada; la sposa rapita deve necessariamente piangere. Ma il sole rasciuga
Il rapimento della sposa.
Risaliamo qui ancora al mito, ed all'epopea che ne deriva. In questa prima
tra le creazioni artistiche dell'umano intelletto, il Dio o l'eroe si conquista la
sposa, sottraendola al suo guardiano, che la tiene occulta. La giovine sposa,
allieva delle fate, cresce nelle tenebre; il giovine sposo, altro allievo delle
fate, esce anch'esso dalle acque tenebrose [355]. Il giovine sposo, sottrae alle
tenebre la giovine principessa, ossia la rapisce ai draghi, ai demonii; e in
altre parole più brevi e intelligibili, il sole sposa l'aurora, la figlia della
notte. Questo è il più frequente motivo mitico ed epico. Ed a questo motivo
io riferisco la cerimonia del rapimento che occorre talvolta nell'uso nuziale
indo-europeo. Gli scrittori romani, notando l'uso, vollero spiegarlo come
una reminiscenza dell'antico ratto delle Sabine; e trovarono a' dì nostri,
molti critici, che ripeterono senz'altro quelle stesse origini dell'uso. Ma chi
consideri come il ratto delle Sabine sia un avvenimento del mito, e non
della storia, e come Romolo sia l'eroe dell'epopea latina, e però stia fuori
degli avvenimenti terrestri [356] e chi consideri ancora come, presso altri
popoli, i quali non ricordano nella loro storia alcun ratto di Sabine lo stesso
uso si conserva, non vorrà confermare un pregiudizio che nacque in tempo
in cui il cielo mitologico era chiuso alla critica quanto e più forse
dell'astronomico.
Il principe degli sposi, lo sposo visibile d'ogni giorno, lo sposo celeste, lo
sposo alle nozze del quale con Sùryà è dedicato un intiero inno vedico, i cui
versetti servirono poi nell'antichità indiana di formole per il cerimoniale
delle nozze, il sole, insomma, servì di modello agli sposi. Egli sposa
l'aurora e la rapisce dal potere sinistro de' genii della notte: l'aurora versa la
rugiada; la sposa rapita deve necessariamente piangere. Ma il sole rasciuga
Page 129
la rugiada; lo sposo non piange, ma rasciuga il pianto della sposa. L'uso ed
il fenomeno celeste, a vicenda, si dichiarano.
Vediamo ora come quest'uso siasi mantenuto. Dionigi d'Alicarnasso lo
chiama greco ed antico [357], ed è noto come a Sparta la cerimonia nuziale
fosse un vero rapimento che lo sposo faceva d'accordo coi parenti. Nel rito
romano, ai tempi di Catullo [358] il marito fingeva di rapire dalle braccia
della madre la sposa. La stessa finzione si rinnova nell'uso nuziale sardo; e
a Casalvieri, nell'Arpinate, la forma del rapimento è questa:
«Lo sposo accompagnato dai parenti trova chiusa la casa della sposa; nè,
per picchiar ch'ei faccia, alcuno lo sente; onde, tutto smanioso, ne
domanderà i vicini che rispondono di non saperne nulla. Allora egli si
aggira per quei dintorni ed, in un fosso, troverà una scala a piuoli rotta in
qualche parte; egli, racconciatala, con questa sale per una finestra nella casa
della sposa. Dopo molto cercare trova la sposa nascosta in qualche
cantuccio, e con essa egli discende ad aprire la porta della casa tutto
festante ed allegro. Allora il padre e la madre della sposa gli dicono: «Or
che l'hai ritrovata l'hai meritata», ed il padre di lui presenta innanzi la porta
della casa ai genitori della sposa una coscia di pecora, dicendo: «ecco la
carne morta e dateci la viva [359].» Dopo di ciò, la sposa viene benedetta e
consegnata allo sposo, che la mena verso la sua dimora.
La stessa cerimonia del rapimento è nell'uso Turanico. Per l'Ungheria, me lo
fa supporre la consuetudine che vi si mantiene del serraglio [360]; per i
Turcomanni, il Boqueville attesta come, dopo una viva lotta simulata fra gli
amici dello sposo e i parenti della sposa, questa, resistente, viene portata
via, di fuga sopra un tappeto; per i Finni è ancora il Kalevala che ci
istruisce. Lo sposo finnico come l'indiano e lo slavo viene o manda a pigliar
la sposa con un carro tirato da cavalli. La sposa piange a lungo e non sa
decidersi; la madre le rimprovera quell'abbandono; un fanciullo la consola;
le comari la consigliano intorno ai doveri; alfine lo sposo mena via la sposa
ed i ragazzi cantano: «Un uccello nero è venuto dal fondo della foresta fino
a noi, e ci ha rapito una bell'oca.»
il fenomeno celeste, a vicenda, si dichiarano.
Vediamo ora come quest'uso siasi mantenuto. Dionigi d'Alicarnasso lo
chiama greco ed antico [357], ed è noto come a Sparta la cerimonia nuziale
fosse un vero rapimento che lo sposo faceva d'accordo coi parenti. Nel rito
romano, ai tempi di Catullo [358] il marito fingeva di rapire dalle braccia
della madre la sposa. La stessa finzione si rinnova nell'uso nuziale sardo; e
a Casalvieri, nell'Arpinate, la forma del rapimento è questa:
«Lo sposo accompagnato dai parenti trova chiusa la casa della sposa; nè,
per picchiar ch'ei faccia, alcuno lo sente; onde, tutto smanioso, ne
domanderà i vicini che rispondono di non saperne nulla. Allora egli si
aggira per quei dintorni ed, in un fosso, troverà una scala a piuoli rotta in
qualche parte; egli, racconciatala, con questa sale per una finestra nella casa
della sposa. Dopo molto cercare trova la sposa nascosta in qualche
cantuccio, e con essa egli discende ad aprire la porta della casa tutto
festante ed allegro. Allora il padre e la madre della sposa gli dicono: «Or
che l'hai ritrovata l'hai meritata», ed il padre di lui presenta innanzi la porta
della casa ai genitori della sposa una coscia di pecora, dicendo: «ecco la
carne morta e dateci la viva [359].» Dopo di ciò, la sposa viene benedetta e
consegnata allo sposo, che la mena verso la sua dimora.
La stessa cerimonia del rapimento è nell'uso Turanico. Per l'Ungheria, me lo
fa supporre la consuetudine che vi si mantiene del serraglio [360]; per i
Turcomanni, il Boqueville attesta come, dopo una viva lotta simulata fra gli
amici dello sposo e i parenti della sposa, questa, resistente, viene portata
via, di fuga sopra un tappeto; per i Finni è ancora il Kalevala che ci
istruisce. Lo sposo finnico come l'indiano e lo slavo viene o manda a pigliar
la sposa con un carro tirato da cavalli. La sposa piange a lungo e non sa
decidersi; la madre le rimprovera quell'abbandono; un fanciullo la consola;
le comari la consigliano intorno ai doveri; alfine lo sposo mena via la sposa
ed i ragazzi cantano: «Un uccello nero è venuto dal fondo della foresta fino
a noi, e ci ha rapito una bell'oca.»
Page 130
XVI.
Il serraglio.
Allo sposo rapitore è naturale che parenti, amici, vicini, conterranei
contrastino la sposa rapita; quindi, per la sposa rapita, si armano le guerre
epiche; e dal mondo epico-mitico l'uso popolare ha derivato, fra gli altri
impedimenti nuziali, la cerimonia del serraglio, con la quale s'impedisce
l'allontanamento della sposa.
Nell'India antica, parecchie ragazze cercavano trattenere con varii scherzi lo
sposo mentre egli veniva a pigliare la sposa; e lo sposo le placava con doni.
Così, in Russia, sono ancora le fanciulle che arrestano lo sposo prima
ch'egli arrivi alla chiesa; e lo sposo le manda via contente con moneta
spicciola e pan pepato.
Quando lo sposo, nell'Heideboden in Ungheria [361], conduce via la sposa, la
gioventù del villaggio con un nastro di seta impedisce la via; gli sposi si
riscattano con un bicchiere di vino e un po' di pane, sebbene, alla prima, il
procuratore della brigata dimandi assai più.
Questa cerimonia è chiamata generalmente in Italia fare il serraglio, in
Corsica, far la travata o far la spallera, nel Pistoiese, far la parata, nella
Valtellina, far la serra, nel Tarentino, fare lo steccato [362] od anche fare la
parata [363], e in parecchi luoghi del Piemonte, fare la barricata.
In generale, stimasi poco onorata la sposa di quei nostri contadi ove l'uso
vige, se gli amici non arrestano gli sposi, mentre partono; arrestando lo
sposo, si prova di stimare la sposa; perciò le spose si mostrano sempre liete
di un tale contrasto, il quale consiste, per lo più, in un semplice nastro che
la sposa stessa deve tagliare, e talora pure in una vera barricata (il serraglio
qui appare simbolico della verginità della sposa).
Il serraglio.
Allo sposo rapitore è naturale che parenti, amici, vicini, conterranei
contrastino la sposa rapita; quindi, per la sposa rapita, si armano le guerre
epiche; e dal mondo epico-mitico l'uso popolare ha derivato, fra gli altri
impedimenti nuziali, la cerimonia del serraglio, con la quale s'impedisce
l'allontanamento della sposa.
Nell'India antica, parecchie ragazze cercavano trattenere con varii scherzi lo
sposo mentre egli veniva a pigliare la sposa; e lo sposo le placava con doni.
Così, in Russia, sono ancora le fanciulle che arrestano lo sposo prima
ch'egli arrivi alla chiesa; e lo sposo le manda via contente con moneta
spicciola e pan pepato.
Quando lo sposo, nell'Heideboden in Ungheria [361], conduce via la sposa, la
gioventù del villaggio con un nastro di seta impedisce la via; gli sposi si
riscattano con un bicchiere di vino e un po' di pane, sebbene, alla prima, il
procuratore della brigata dimandi assai più.
Questa cerimonia è chiamata generalmente in Italia fare il serraglio, in
Corsica, far la travata o far la spallera, nel Pistoiese, far la parata, nella
Valtellina, far la serra, nel Tarentino, fare lo steccato [362] od anche fare la
parata [363], e in parecchi luoghi del Piemonte, fare la barricata.
In generale, stimasi poco onorata la sposa di quei nostri contadi ove l'uso
vige, se gli amici non arrestano gli sposi, mentre partono; arrestando lo
sposo, si prova di stimare la sposa; perciò le spose si mostrano sempre liete
di un tale contrasto, il quale consiste, per lo più, in un semplice nastro che
la sposa stessa deve tagliare, e talora pure in una vera barricata (il serraglio
qui appare simbolico della verginità della sposa).
Page 131
Del serraglio nuziale trovo già ricordo per la Toscana, presso il Sacchetti e
poi nella decima novella di Agnolo Firenzuola [364] e in uno scritto, forse
inedito, del Rinuccini, che, per quanto spetta le nozze, io riferisco per
intiero, in nota, da un manoscritto della Magliabecchiana [365].
Quando la sposa va fuor di paese, il serraglio si fa agli sposi sulla porta del
paese; ed ordinariamente è la sposa quella che con le forbici taglia il
serraglio, se pur questo serraglio è solamente un nastro o cordoncino da
potersi tagliare con le forbici, quasi voglia la sposa mostrare con tale atto
ch'essa va via volentieri e che non le importa di perdere quello che perderà.
Se invece si tratti di un serraglio impossibile a tagliarsi con forbici,
provvedono la ronchetta del marito e le braccia di lui e della brigata
soddisfatta ne' doni, occorrendo talora di rovesciare una vera barricata
composta di parecchi attrezzi da campagna.
Pure alcuna volta accade che la brigata de' giovani, ricevuta, per rispetto
alla consuetudine, una piccola moneta, regali invece essa stessa con lauti
cibi e bevande gli sposi.
L'uso del serraglio dura, per quanto è pervenuto a mia notizia, quantunque
si vada ora sensibilmente perdendo, nel Monferrato, nell'alto Canavese,
nell'Ossola, presso il Lago Maggiore, nella Valtellina, nel Trentino (Valle di
Non), nel Fanese, nel Pesarese, in alcuni contadi della Toscana, in Corsica,
nell'Abruzzo Teramano e nel Tarentino.
L'uso è de' più caratteristici nelle nostre cerimonie nuziali, e può servire di
lucido commento alla più bella pagina dell'epopea. Lo sposo, sia che tolga
la sposa stessa, sia che tolga alla sposa quello ch'essa custodisce più
gelosamente, è sempre un rapitore; ora le cose vietate non ottenendosi senza
difficoltà, allo sposo rapitore, che pur finisce col trionfare, si oppone, per
via, qualche ostacolo; il serraglio è figura evidente di ostacoli siffatti che lo
sposo rapitore incontra. Adamo Oleario, che viaggiava nell'anno 1637 in
Persia, vi aveva notato quest'uso. Quando si faceva il contratto nuziale, tutti
gli astanti dovevano tenere le mani distese, poichè in tal modo s'impedivano
loro atti di spregio allo sposo, come per esempio, il taglio di un lembo della
vesta, con imprecazione affinchè lo sposo riesca impotente; ma di ciò si
vedrà meglio nel nostro libretto sopra gli usi natalizii.
poi nella decima novella di Agnolo Firenzuola [364] e in uno scritto, forse
inedito, del Rinuccini, che, per quanto spetta le nozze, io riferisco per
intiero, in nota, da un manoscritto della Magliabecchiana [365].
Quando la sposa va fuor di paese, il serraglio si fa agli sposi sulla porta del
paese; ed ordinariamente è la sposa quella che con le forbici taglia il
serraglio, se pur questo serraglio è solamente un nastro o cordoncino da
potersi tagliare con le forbici, quasi voglia la sposa mostrare con tale atto
ch'essa va via volentieri e che non le importa di perdere quello che perderà.
Se invece si tratti di un serraglio impossibile a tagliarsi con forbici,
provvedono la ronchetta del marito e le braccia di lui e della brigata
soddisfatta ne' doni, occorrendo talora di rovesciare una vera barricata
composta di parecchi attrezzi da campagna.
Pure alcuna volta accade che la brigata de' giovani, ricevuta, per rispetto
alla consuetudine, una piccola moneta, regali invece essa stessa con lauti
cibi e bevande gli sposi.
L'uso del serraglio dura, per quanto è pervenuto a mia notizia, quantunque
si vada ora sensibilmente perdendo, nel Monferrato, nell'alto Canavese,
nell'Ossola, presso il Lago Maggiore, nella Valtellina, nel Trentino (Valle di
Non), nel Fanese, nel Pesarese, in alcuni contadi della Toscana, in Corsica,
nell'Abruzzo Teramano e nel Tarentino.
L'uso è de' più caratteristici nelle nostre cerimonie nuziali, e può servire di
lucido commento alla più bella pagina dell'epopea. Lo sposo, sia che tolga
la sposa stessa, sia che tolga alla sposa quello ch'essa custodisce più
gelosamente, è sempre un rapitore; ora le cose vietate non ottenendosi senza
difficoltà, allo sposo rapitore, che pur finisce col trionfare, si oppone, per
via, qualche ostacolo; il serraglio è figura evidente di ostacoli siffatti che lo
sposo rapitore incontra. Adamo Oleario, che viaggiava nell'anno 1637 in
Persia, vi aveva notato quest'uso. Quando si faceva il contratto nuziale, tutti
gli astanti dovevano tenere le mani distese, poichè in tal modo s'impedivano
loro atti di spregio allo sposo, come per esempio, il taglio di un lembo della
vesta, con imprecazione affinchè lo sposo riesca impotente; ma di ciò si
vedrà meglio nel nostro libretto sopra gli usi natalizii.
Page 132
XVII.
Per istrada.
La maggior solennità delle antiche nozze romane era la così detta deductio;
il popolo affollavasi alla porta, onde la sposa doveva essere condotta alla
casa maritale tra le fiaccole, i suoni [366], gli osceni motti Fescennini, gli
augurii e gli evviva al Dio Talassio, una specie di Fallo latino. I parenti, gli
amici intimi, la pronuba erano della comitiva; così pure un puer camillus
col vaso cumerum, e tre patrimi et madrimi pueri praetextati, l'uno de' quali
precedeva con una fiaccola di spina bianca, di ottimo augurio nelle nozze,
gli altri due guidavano la sposa. In Grecia usano ancora nel corteo nuziale
esser presenti i saltatori, i suonatori ed i cantori d'inni epitalamici; la sposa
carica di ornamenti procede in mezzo a due donne che la sostengono.
La stessa pompa si nota nelle antiche e moderne nozze di tutto l'Oriente,
ove il massimo lusso di vesti, bardature e carri è sfoggiato. Nell'India poi,
lungo il viaggio, gli sposi solevano recitar varie formole di augurio per la
fecondità e felicità e di scongiuro contro le malattie e contro i ladri che si
potessero incontrare per via. Tali formole ci sono, nella massima parte,
conservate dall'Atharvaveda. Così gli sposi romani in viaggio si
raccomandavano alla Iuno domiduca o iterduca.
Secondo gli Statuti di Modena, sopra citati, la deductio in pubblico era il
vincolo vero del matrimonio; così la traduttione, che vale il medesimo,
secondo gli Statuti di Lucca [367]. Forse per questa ragione, e per evitare
maggiori scandali, gli Statuti di Narni e di qualche altra città italiana
stabiliscono che la sposa non possa essere menata via di notte.
È uso ancora in alcune parti d'Italia [368] che la comitiva nuziale, nel tornar
dalla chiesa, faccia il giro alle case de' prossimi parenti ed amici, ov'è
rallegrata di cibi e di bevande. A Riva di Chieri, talora, innanzi a tali case,
Per istrada.
La maggior solennità delle antiche nozze romane era la così detta deductio;
il popolo affollavasi alla porta, onde la sposa doveva essere condotta alla
casa maritale tra le fiaccole, i suoni [366], gli osceni motti Fescennini, gli
augurii e gli evviva al Dio Talassio, una specie di Fallo latino. I parenti, gli
amici intimi, la pronuba erano della comitiva; così pure un puer camillus
col vaso cumerum, e tre patrimi et madrimi pueri praetextati, l'uno de' quali
precedeva con una fiaccola di spina bianca, di ottimo augurio nelle nozze,
gli altri due guidavano la sposa. In Grecia usano ancora nel corteo nuziale
esser presenti i saltatori, i suonatori ed i cantori d'inni epitalamici; la sposa
carica di ornamenti procede in mezzo a due donne che la sostengono.
La stessa pompa si nota nelle antiche e moderne nozze di tutto l'Oriente,
ove il massimo lusso di vesti, bardature e carri è sfoggiato. Nell'India poi,
lungo il viaggio, gli sposi solevano recitar varie formole di augurio per la
fecondità e felicità e di scongiuro contro le malattie e contro i ladri che si
potessero incontrare per via. Tali formole ci sono, nella massima parte,
conservate dall'Atharvaveda. Così gli sposi romani in viaggio si
raccomandavano alla Iuno domiduca o iterduca.
Secondo gli Statuti di Modena, sopra citati, la deductio in pubblico era il
vincolo vero del matrimonio; così la traduttione, che vale il medesimo,
secondo gli Statuti di Lucca [367]. Forse per questa ragione, e per evitare
maggiori scandali, gli Statuti di Narni e di qualche altra città italiana
stabiliscono che la sposa non possa essere menata via di notte.
È uso ancora in alcune parti d'Italia [368] che la comitiva nuziale, nel tornar
dalla chiesa, faccia il giro alle case de' prossimi parenti ed amici, ov'è
rallegrata di cibi e di bevande. A Riva di Chieri, talora, innanzi a tali case,
Page 133
s'improvvisano le danze, al suono degli istrumenti portati dai musici che
precedono la comitiva.
precedono la comitiva.
Page 134
XVIII.
Danze nuziali.
Come non mancano il canto e il suono, raro è che manchi la danza ad una
festa nuziale. Lo stesso Buddha, che dichiara di non amare nè la musica, nè
i profumi, nè i banchetti, nè le danze, nè il vino, nelle sue proprie nozze, per
operare secondo gli usi del mondo [369], si lascia vedere in mezzo ad
ottantaquattro mila donne e si abbandona ai giuochi, ai piaceri, ai suoni e ai
canti.
Nell'India vedica, secondo l'Atharvaveda, appena la sposa era partita, le sue
sorelle e compagne, nella casa paterna, intrecciavano le danze, le quali
dovevano aver carattere molto somigliante a quello delle danze funebri. La
danza era dell'uso e non capricciosa; e tale è rimasta nell'uso moderno, se
bene si vada pure perdendo. Nell'Heideboden, in Ungheria, l'uno de' due
paraninfi suol dire: «Siamo noi pure qui, io ed il mio compagno, e non
vogliamo lasciar cadere quest'uso, anzi più tosto promuoverlo [370].» Il
paraninfo invita, per conto dello sposo, la sposa alla danza, e le danze son
tre, la prima con lo sposo; ma gli sposi non si toccano; essi toccano
soltanto, l'uno da una parte l'altro dall'altra, il lembo d'uno stesso fazzoletto;
e così danzano; le altre due danze sono della sposa coi due paraninfi.
Noi vedemmo il caso di Riva di Chieri, in Piemonte, ove, mentre si mena
via la sposa, si danza; lo stesso avviene nella pompa nuziale dell'India
odierna; a Templin si danzava alla mezzanotte del primo giorno di festa
dalla sposa con uomini travestiti da donna. Ma per lo più le danze sono
l'ultima cerimonia della festa, e, dove la festa dura tre o più giorni, si
rimandano all'ultimo giorno. In Grecia, al terzo giorno «le parenti e le
amiche vanno con la sposa alla fonte, ed ella attinge in brocca nuova ch'ha
seco e butta nella fonte cose da mangiare e minuzzolini di pane; poi ballano
Danze nuziali.
Come non mancano il canto e il suono, raro è che manchi la danza ad una
festa nuziale. Lo stesso Buddha, che dichiara di non amare nè la musica, nè
i profumi, nè i banchetti, nè le danze, nè il vino, nelle sue proprie nozze, per
operare secondo gli usi del mondo [369], si lascia vedere in mezzo ad
ottantaquattro mila donne e si abbandona ai giuochi, ai piaceri, ai suoni e ai
canti.
Nell'India vedica, secondo l'Atharvaveda, appena la sposa era partita, le sue
sorelle e compagne, nella casa paterna, intrecciavano le danze, le quali
dovevano aver carattere molto somigliante a quello delle danze funebri. La
danza era dell'uso e non capricciosa; e tale è rimasta nell'uso moderno, se
bene si vada pure perdendo. Nell'Heideboden, in Ungheria, l'uno de' due
paraninfi suol dire: «Siamo noi pure qui, io ed il mio compagno, e non
vogliamo lasciar cadere quest'uso, anzi più tosto promuoverlo [370].» Il
paraninfo invita, per conto dello sposo, la sposa alla danza, e le danze son
tre, la prima con lo sposo; ma gli sposi non si toccano; essi toccano
soltanto, l'uno da una parte l'altro dall'altra, il lembo d'uno stesso fazzoletto;
e così danzano; le altre due danze sono della sposa coi due paraninfi.
Noi vedemmo il caso di Riva di Chieri, in Piemonte, ove, mentre si mena
via la sposa, si danza; lo stesso avviene nella pompa nuziale dell'India
odierna; a Templin si danzava alla mezzanotte del primo giorno di festa
dalla sposa con uomini travestiti da donna. Ma per lo più le danze sono
l'ultima cerimonia della festa, e, dove la festa dura tre o più giorni, si
rimandano all'ultimo giorno. In Grecia, al terzo giorno «le parenti e le
amiche vanno con la sposa alla fonte, ed ella attinge in brocca nuova ch'ha
seco e butta nella fonte cose da mangiare e minuzzolini di pane; poi ballano
Page 135
in tondo; e quella è l'ultima festa» [371]. Il ballo tondo usa pure in Sardegna
per le nozze; e forse ci viene descritto in questi versi concitati, coi quali si
conchiudono le nozze della Tancia e della Cosa, nella dotta commedia
rusticale del Buonarroti:
per le nozze; e forse ci viene descritto in questi versi concitati, coi quali si
conchiudono le nozze della Tancia e della Cosa, nella dotta commedia
rusticale del Buonarroti:
Page 136
Il ballo s'intrecci
Braccia con braccia;
Mentre un s'allaccia,
L'altro si strecci;
Qualch'un si scoppi,
Chi si raddoppi;
Poi ciascun pigli per mano
La sua dama, e andiam pian piano.
Nei dintorni di Bolzano, si balla dagli sposi, prima di aprire le danze, quello
che, nel Trentino, si chiama la tudeschina, e consiste in una serie di
movimenti graziosi fatti a piacere, ma, a tempo di musica, per i quali lo
sposo insegue danzando la sposa, e le si avvicina, ma non la raggiunge mai.
La danza nuziale tra il popolo si fa all'aperto; tra la gente che ha nome di
civile, invece, entro sale splendidamente illuminate. Il popolo danza per lo
più di giorno; la gente civile di notte; ond'è per essa il divieto di prolungare
le danze oltre le tre di sera, che s'incontra negli Statuti di Firenze del
1415 [372]. Esso finisce veramente le feste nuziali con le danze, ed è, dalla
sala delle danze, quando si danza, che, secondo il Codice del Cerimoniale
francese, gli sposi che sanno vivere, devono, inosservati, scivolare, l'uno
dopo l'altro, al talamo [373].
Braccia con braccia;
Mentre un s'allaccia,
L'altro si strecci;
Qualch'un si scoppi,
Chi si raddoppi;
Poi ciascun pigli per mano
La sua dama, e andiam pian piano.
Nei dintorni di Bolzano, si balla dagli sposi, prima di aprire le danze, quello
che, nel Trentino, si chiama la tudeschina, e consiste in una serie di
movimenti graziosi fatti a piacere, ma, a tempo di musica, per i quali lo
sposo insegue danzando la sposa, e le si avvicina, ma non la raggiunge mai.
La danza nuziale tra il popolo si fa all'aperto; tra la gente che ha nome di
civile, invece, entro sale splendidamente illuminate. Il popolo danza per lo
più di giorno; la gente civile di notte; ond'è per essa il divieto di prolungare
le danze oltre le tre di sera, che s'incontra negli Statuti di Firenze del
1415 [372]. Esso finisce veramente le feste nuziali con le danze, ed è, dalla
sala delle danze, quando si danza, che, secondo il Codice del Cerimoniale
francese, gli sposi che sanno vivere, devono, inosservati, scivolare, l'uno
dopo l'altro, al talamo [373].
Page 137
XIX.
Sulla soglia.
Le soglie della porta, nella dimora dello sposo, si ornavano pel ricevimento
della sposa. In Grecia, secondo Plutarco, le si coprivano di rami d'ulivo e di
alloro; in Roma, con bende di lana e fiori, dopo averle unte con grasso di
lupo e di porco. Lo sposo indiano, giunto con la sposa alla casa maritale, le
diceva: «Io sono IL, e tu sei LA, io sono il Saman e tu sei la Ric', io il cielo,
tu la terra; uniamoci e facciamo figliuoli [374].» Presso i Romani, già
notammo come la sposa con la formola: ubi tu Gaius, ibi ego Gaja, che
recitava pure alla soglia della casa maritale, intendesse significare la sua
parte di dominio; e si cita presso la Zeitschrift del Wolf [375], l'antica formola
tedesca, che diceva: «Dove io sono l'uomo, là tu sei la donna, e dove tu sei
la donna, là io sono l'uomo.» È notevole poi l'uso comune fra Roma antica
e l'India, che lo sposo o chi per lui sollevava di peso sopra il limitare della
casa la sposa, la quale non doveva nè toccare le soglie, nè esserne toccata.
Per l'India vedica, ricordano quest'uso l'Atharvaveda e il Kàuçikasütra; per
Roma antica, Plauto [376], Catullo [377], Lucano [378].
Non ripetendosi la medesima cerimonia per le vedove, parrebbe quasi che
le soglie toccate dalla sposa dovessero toglierle quello che le rimaneva di
più prezioso; gli antichi tuttavia preferivano vedere in tale cerimonia un
nuovo simbolo del rapimento; e ad essi si accosta Augusto Rossbach, il
dotto illustratore degli usi nuziali di Roma antica [379].
Nella Grecia moderna, il signor Zecchini osservò l'uso seguente: «Quando
la giovane è giunta alla porta, su d'un crivello distendesi un tappeto, e sopra
esso la si fa camminare nell'atto che si approssima al marito. Se il crivello
non si rompesse sotto i suoi piedi, ned essa manca di pesarvi con tutto il suo
Sulla soglia.
Le soglie della porta, nella dimora dello sposo, si ornavano pel ricevimento
della sposa. In Grecia, secondo Plutarco, le si coprivano di rami d'ulivo e di
alloro; in Roma, con bende di lana e fiori, dopo averle unte con grasso di
lupo e di porco. Lo sposo indiano, giunto con la sposa alla casa maritale, le
diceva: «Io sono IL, e tu sei LA, io sono il Saman e tu sei la Ric', io il cielo,
tu la terra; uniamoci e facciamo figliuoli [374].» Presso i Romani, già
notammo come la sposa con la formola: ubi tu Gaius, ibi ego Gaja, che
recitava pure alla soglia della casa maritale, intendesse significare la sua
parte di dominio; e si cita presso la Zeitschrift del Wolf [375], l'antica formola
tedesca, che diceva: «Dove io sono l'uomo, là tu sei la donna, e dove tu sei
la donna, là io sono l'uomo.» È notevole poi l'uso comune fra Roma antica
e l'India, che lo sposo o chi per lui sollevava di peso sopra il limitare della
casa la sposa, la quale non doveva nè toccare le soglie, nè esserne toccata.
Per l'India vedica, ricordano quest'uso l'Atharvaveda e il Kàuçikasütra; per
Roma antica, Plauto [376], Catullo [377], Lucano [378].
Non ripetendosi la medesima cerimonia per le vedove, parrebbe quasi che
le soglie toccate dalla sposa dovessero toglierle quello che le rimaneva di
più prezioso; gli antichi tuttavia preferivano vedere in tale cerimonia un
nuovo simbolo del rapimento; e ad essi si accosta Augusto Rossbach, il
dotto illustratore degli usi nuziali di Roma antica [379].
Nella Grecia moderna, il signor Zecchini osservò l'uso seguente: «Quando
la giovane è giunta alla porta, su d'un crivello distendesi un tappeto, e sopra
esso la si fa camminare nell'atto che si approssima al marito. Se il crivello
non si rompesse sotto i suoi piedi, ned essa manca di pesarvi con tutto il suo
Page 138
corpo, nutrirebbesi in suo danno alcuni sospetti che allarmerebbero lo
sposo.»
sposo.»
Page 139
XX.
La suocera.
Le suocere hanno nell'opinione popolare quel posto medesimo che le
matrigne: sono tristi. Quindi nel Pesarese, chiamano bacio di Giuda quello
che la suocera dà alla nuora; nell'Umbria dicono: suocera e nuora, tempesta
e gragnuola; nella Fiera del Buonarroti [380], un tale volendo far sacramento
per qualcosa di spiacevole, grida: orbè, suocera mia! E, nella novella 227 di
Franco Sacchetti, il piacevole motto di una nuora diventa proverbio «Buon
per te, passera, che non avesti suocera.»
Nella bocca della suocera, suonano sempre rampogne per la nuora; e la
stessa veneranda madre di Ettore presso l'Iliade [381], non fa eccezione, ne'
lamenti di Elena.
Una delle pretese della suocera è di dormir più della nuora, o almeno
quanto questa. La nuora, secondo il precetto di Buddha, deve andar l'ultima
a dormire e levarsi la prima [382]; Draùpadì, presso il Mahàbhàrata, volendo
assicurare Satyabhamà come ella compia i suoi doveri verso la suocera,
osserva che il sonno suo e quello della suocera durano del pari.
È interessante ora l'udire dal nostro Regaldi [383], come, nella valle di Susa,
la suocera accolga la nuora: «Quando la brigata giunge alla casa dello sposo
trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in
sulla soglia si affaccia la suocera burbera nel volto, colla mestola appesa
alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora: — «Che cosa volete?
— Entrare in vostra casa e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi.
— Eh! voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che
l'assetto della casa. — Lasciatemi provare e vedrete. — Ma qui si tratta di
pascolare e mugnere gli armenti, di tagliare il fieno e lavorare i campi. —
Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi. — Di alzarsi la prima e coricarsi
La suocera.
Le suocere hanno nell'opinione popolare quel posto medesimo che le
matrigne: sono tristi. Quindi nel Pesarese, chiamano bacio di Giuda quello
che la suocera dà alla nuora; nell'Umbria dicono: suocera e nuora, tempesta
e gragnuola; nella Fiera del Buonarroti [380], un tale volendo far sacramento
per qualcosa di spiacevole, grida: orbè, suocera mia! E, nella novella 227 di
Franco Sacchetti, il piacevole motto di una nuora diventa proverbio «Buon
per te, passera, che non avesti suocera.»
Nella bocca della suocera, suonano sempre rampogne per la nuora; e la
stessa veneranda madre di Ettore presso l'Iliade [381], non fa eccezione, ne'
lamenti di Elena.
Una delle pretese della suocera è di dormir più della nuora, o almeno
quanto questa. La nuora, secondo il precetto di Buddha, deve andar l'ultima
a dormire e levarsi la prima [382]; Draùpadì, presso il Mahàbhàrata, volendo
assicurare Satyabhamà come ella compia i suoi doveri verso la suocera,
osserva che il sonno suo e quello della suocera durano del pari.
È interessante ora l'udire dal nostro Regaldi [383], come, nella valle di Susa,
la suocera accolga la nuora: «Quando la brigata giunge alla casa dello sposo
trova chiusa la porta; la nuora picchia tre volte; al terzo picchio si apre, e in
sulla soglia si affaccia la suocera burbera nel volto, colla mestola appesa
alla cintura, e comincia questo dialogo con la nuora: — «Che cosa volete?
— Entrare in vostra casa e obbedirvi in quanto vi piaccia di comandarmi.
— Eh! voi altre ragazze leggiere e capricciose ben altro avete in capo che
l'assetto della casa. — Lasciatemi provare e vedrete. — Ma qui si tratta di
pascolare e mugnere gli armenti, di tagliare il fieno e lavorare i campi. —
Ed io taglierò il fieno e lavorerò i campi. — Di alzarsi la prima e coricarsi
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l'ultima perchè la vecchia suocera possa alzarsi l'ultima e coricarsi la prima.
— Ed io farò anche questo. — Ma voi verrete meno a tante fatiche. — Iddio
e vostro figlio mi aiuteranno.» A queste affettuose parole, la suocera smette
l'aria burbera e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora: —
Vieni, figlia mia, le dice, vieni e possa tu non mai scordarti delle fatte
promesse. — Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa
che da quell'istante fa gli onori della casa e invita tutta la compagnia a
prender posto al banchetto di nozze.»
In Calabria, segue il Regaldi, la suocera, all'entrare nella casa, avvolge un
lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi e congiungendone i
capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno
stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici, insieme con gli sposi,
stendono le mani, intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi
alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima,
cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa.
Gli onori del ricevimento alla sposa li fa la suocera, ma prima ella vuole
assicurarsi che la nuora sarà laboriosa e benevola; nel Bolognese e altrove
la suocera mette la scopa attraverso alla porta; la nuora deve levarla e
mettersi con quella scopa a spazzar subito le camere; se non lo fa, la
suocera si mette in collera; in Lunigiana, nell'Umbria, nell'Arpinate, la
suocera domanda alla nuora se porti guerra o pace; la sposa risponde pace;
allora le due donne si abbracciano; a un tale dialogo si riferiscono pure due
versi d'un canto popolare umbro, che dicono:
Te benedico colla palma dell'ulia (olivo)
Possi portà la pace a casa mia.
Al che la sposa risponde: «Così speriamo.» Ma non sempre la suocera vede
bene le nozze, e però alcuna volta si astiene pure dai complimenti. A
Pinerolo, quando essa è contraria alle nozze, se ne rimane in casa, per
apprestare la cena. Lo sgarbo prenunzia evidentemente grandi battaglie fra
le due donne. Così negli usi de' Brettoni, quando la madre di famiglia vede
arrivare il bazvalan per trattar nozze che non le vanno, finge non vederlo e
gli volta le spalle, occupandosi del fuoco.
— Ed io farò anche questo. — Ma voi verrete meno a tante fatiche. — Iddio
e vostro figlio mi aiuteranno.» A queste affettuose parole, la suocera smette
l'aria burbera e stringendosi amorevolmente fra le braccia la nuora: —
Vieni, figlia mia, le dice, vieni e possa tu non mai scordarti delle fatte
promesse. — Poi, levandosi la mestola dalla cintura, la consegna alla sposa
che da quell'istante fa gli onori della casa e invita tutta la compagnia a
prender posto al banchetto di nozze.»
In Calabria, segue il Regaldi, la suocera, all'entrare nella casa, avvolge un
lungo nastro color di rosa dietro alle spalle degli sposi e congiungendone i
capi innanzi al petto, trae seco la desiderata coppia, rappresentando così uno
stretto vincolo d'amore. Poscia i parenti e gli amici, insieme con gli sposi,
stendono le mani, intrecciandole a modo di corona nello spianato innanzi
alla porta della casa e a suono di musiche cominciano una ridda lietissima,
cantando ad un tempo in lor favella consigli e ammonimenti alla sposa.
Gli onori del ricevimento alla sposa li fa la suocera, ma prima ella vuole
assicurarsi che la nuora sarà laboriosa e benevola; nel Bolognese e altrove
la suocera mette la scopa attraverso alla porta; la nuora deve levarla e
mettersi con quella scopa a spazzar subito le camere; se non lo fa, la
suocera si mette in collera; in Lunigiana, nell'Umbria, nell'Arpinate, la
suocera domanda alla nuora se porti guerra o pace; la sposa risponde pace;
allora le due donne si abbracciano; a un tale dialogo si riferiscono pure due
versi d'un canto popolare umbro, che dicono:
Te benedico colla palma dell'ulia (olivo)
Possi portà la pace a casa mia.
Al che la sposa risponde: «Così speriamo.» Ma non sempre la suocera vede
bene le nozze, e però alcuna volta si astiene pure dai complimenti. A
Pinerolo, quando essa è contraria alle nozze, se ne rimane in casa, per
apprestare la cena. Lo sgarbo prenunzia evidentemente grandi battaglie fra
le due donne. Così negli usi de' Brettoni, quando la madre di famiglia vede
arrivare il bazvalan per trattar nozze che non le vanno, finge non vederlo e
gli volta le spalle, occupandosi del fuoco.
Page 141
Ma se la suocera accetta le nozze, assicuratasi coi dialoghi sovra descritti
che la nuora le viene ossequente, mette il suo amor proprio nel bene
riceverla ed ospitarla. Da un capitolo antecedente rilevammo l'uso di
accogliere la sposa col grano per augurio di fecondità; la grazia de' Sardi, i
confetti, gli zuccherini che si gettano alla sposa contengono il medesimo
simbolo. Simbolo di fecondità e di ospitalità era il pane e il vino che
anticamente gli sposi trovavano preparati sulla porta della loro dimora; nei
dintorni di Ciamberì, in Savoia, la suocera attende alla soglia gli sposi con
un pane e del sale; in Russia, mentre lo suocero presenta agli sposi la sacra
immagine, la suocera solleva pure sopra le loro teste un pane con un cavo
nel mezzo ripieno di sale. La suocera sarda riceve la sposa con grano e sale.
La polpetta della suocera perugina e la schiacciata della suocera abruzzese
suppliscono evidentemente il pane ed il grano. In Corsica, la suocera
presenta alla sposa un tinedru di caghiatu [384]; l'osimana un boccale di
vino. Nel Tarentino, fino al secolo decimosesto, era l'uso che la sposa, al
suo ingresso nella casa, fosse imboccata con una cucchiaiata di miele, cibo
sovra ogni altro accetto nelle nozze tartare.
È notevole ancora come l'uso indiano e romano di versar l'acqua ai piedi
della nuova sposa che entrava in casa siasi mantenuto in alcune parti della
Sardegna, ove la suocera accoglie ancora la sposa con un bicchier d'acqua
che versa innanzi la sposa, mentre questa passa la soglia della camera
nuziale. La suocera deve essere dalla nuora considerata come la sua
padrona e il suocero come il suo padrone; perciò messere (msé), ossia mio
signore, chiamano le nuore piemontesi lo suocero, e madonna, ossia mia
signora, la suocera; il qual onore reso alla suocera rilevo pure da un canto
popolare toscano:
Quando sarà quel benedetto giorno
Che le tue scale salirò pian piano?
I tuoi fratelli mi verranno intorno,
Ad uno ad un gli toccherò la mano.
Quando sarà quel dì, cara colonna,
Che la tua mamma chiamerò madonna?
che la nuora le viene ossequente, mette il suo amor proprio nel bene
riceverla ed ospitarla. Da un capitolo antecedente rilevammo l'uso di
accogliere la sposa col grano per augurio di fecondità; la grazia de' Sardi, i
confetti, gli zuccherini che si gettano alla sposa contengono il medesimo
simbolo. Simbolo di fecondità e di ospitalità era il pane e il vino che
anticamente gli sposi trovavano preparati sulla porta della loro dimora; nei
dintorni di Ciamberì, in Savoia, la suocera attende alla soglia gli sposi con
un pane e del sale; in Russia, mentre lo suocero presenta agli sposi la sacra
immagine, la suocera solleva pure sopra le loro teste un pane con un cavo
nel mezzo ripieno di sale. La suocera sarda riceve la sposa con grano e sale.
La polpetta della suocera perugina e la schiacciata della suocera abruzzese
suppliscono evidentemente il pane ed il grano. In Corsica, la suocera
presenta alla sposa un tinedru di caghiatu [384]; l'osimana un boccale di
vino. Nel Tarentino, fino al secolo decimosesto, era l'uso che la sposa, al
suo ingresso nella casa, fosse imboccata con una cucchiaiata di miele, cibo
sovra ogni altro accetto nelle nozze tartare.
È notevole ancora come l'uso indiano e romano di versar l'acqua ai piedi
della nuova sposa che entrava in casa siasi mantenuto in alcune parti della
Sardegna, ove la suocera accoglie ancora la sposa con un bicchier d'acqua
che versa innanzi la sposa, mentre questa passa la soglia della camera
nuziale. La suocera deve essere dalla nuora considerata come la sua
padrona e il suocero come il suo padrone; perciò messere (msé), ossia mio
signore, chiamano le nuore piemontesi lo suocero, e madonna, ossia mia
signora, la suocera; il qual onore reso alla suocera rilevo pure da un canto
popolare toscano:
Quando sarà quel benedetto giorno
Che le tue scale salirò pian piano?
I tuoi fratelli mi verranno intorno,
Ad uno ad un gli toccherò la mano.
Quando sarà quel dì, cara colonna,
Che la tua mamma chiamerò madonna?
Page 142
XXI.
Il dominio della sposa.
La suocera è la padrona vecchia, la nuora è la padrona giovine della casa.
Perciò, entrando nella casa maritale, essa suole ricevere alcuni simboli del
suo nuovo dominio. Presso i Germani del settentrione appendevano al
fianco della sposa le chiavi [385]; e nel poemetto su Rig, presso l'Edda di
Soemund, troviamo Snoer, la fidanzata di Karl, portarsele al fianco. La
sposa romana riceveva anch'essa le chiavi, e, accadendo divorzio, le
restituiva [386]; nel Ducange [387], si aggiunge come nel medio evo le vedove
solessero gettare le chiavi e il cinto nuziale sopra il cadavere del marito. Un
altro simbolo popolare del dominio della sposa nella casa è la mestola, che
la suocera, ed ove questa manca, lo suocero le presenta. L'uso vigeva nella
Germania settentrionale [388]: e vive ancora nei dintorni di Ciamberì in
Savoia, a Riva di Chieri, a Pinerolo in Piemonte e a Lugnacco nell'alto
Canavese; quindi l'espressione popolare italiana tenere il mestolo, che
equivale a dominare. A Castelnuovo di Magra in Lunigiana la sposa entra in
casa con due grembiali; la suocera ne slaccia uno e lo porta sopra il letto
matrimoniale, intendendo con ciò di darne a lei il possesso.
La rocca, che in molti luoghi d'Italia la suocera presenta alla nuora, è
simbolo del lavoro che l'aspetta; la granata, che talora le attraversa
l'ingresso nella casa maritale, è simbolo dell'ordine e della pulizia con cui
ella dovrà tenere la casa.
Il dominio della sposa.
La suocera è la padrona vecchia, la nuora è la padrona giovine della casa.
Perciò, entrando nella casa maritale, essa suole ricevere alcuni simboli del
suo nuovo dominio. Presso i Germani del settentrione appendevano al
fianco della sposa le chiavi [385]; e nel poemetto su Rig, presso l'Edda di
Soemund, troviamo Snoer, la fidanzata di Karl, portarsele al fianco. La
sposa romana riceveva anch'essa le chiavi, e, accadendo divorzio, le
restituiva [386]; nel Ducange [387], si aggiunge come nel medio evo le vedove
solessero gettare le chiavi e il cinto nuziale sopra il cadavere del marito. Un
altro simbolo popolare del dominio della sposa nella casa è la mestola, che
la suocera, ed ove questa manca, lo suocero le presenta. L'uso vigeva nella
Germania settentrionale [388]: e vive ancora nei dintorni di Ciamberì in
Savoia, a Riva di Chieri, a Pinerolo in Piemonte e a Lugnacco nell'alto
Canavese; quindi l'espressione popolare italiana tenere il mestolo, che
equivale a dominare. A Castelnuovo di Magra in Lunigiana la sposa entra in
casa con due grembiali; la suocera ne slaccia uno e lo porta sopra il letto
matrimoniale, intendendo con ciò di darne a lei il possesso.
La rocca, che in molti luoghi d'Italia la suocera presenta alla nuora, è
simbolo del lavoro che l'aspetta; la granata, che talora le attraversa
l'ingresso nella casa maritale, è simbolo dell'ordine e della pulizia con cui
ella dovrà tenere la casa.
Page 143
XXII.
Cibi e banchetti nuziali.
Nelle nozze si dà al mangiare tanta importanza, che nozze e banchetto da
sposi vennero a significare il medesimo [389]. La novellina piemontese, che
finisce ordinariamente in un matrimonio dell'eroe con l'eroina conchiude
con questo ritornello: «A l'an fait tante nosse e tanti spatüss; e mi i j'era
daré d'l'üss; a l'an gnanca name na f'tta d'prüss [390].» Qui la parola nozze
vale evidentemente banchetto nuziale; così, a quanto pare, nel Bestiaire
francese:
Et feroît pour nous grant mangier,
Et grans noces et gran convi.
E nozze si chiamano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più
specialmente poi certe cialde che si fabbricano in occasione di nozze, onde
probabilmente l'adagio: pan di nozze. Così ad uno che sia allegro suolsi
domandare se egli venga da nozze, dove si mangia bene e si beve meglio,
come ci lascia indovinare il procolo Nencione, nel Mogliazzo del Berni:
E' sarà buon che noi beiàmo un tratto,
Ch'io voglio a queste nozze scorporare!
Nella Tancia del Buonarroti, al conchiudersi di un doppio matrimonio, si
canta:
Andiam di brigata
Intanto a bere
E a godere
Una 'nsalata
Cibi e banchetti nuziali.
Nelle nozze si dà al mangiare tanta importanza, che nozze e banchetto da
sposi vennero a significare il medesimo [389]. La novellina piemontese, che
finisce ordinariamente in un matrimonio dell'eroe con l'eroina conchiude
con questo ritornello: «A l'an fait tante nosse e tanti spatüss; e mi i j'era
daré d'l'üss; a l'an gnanca name na f'tta d'prüss [390].» Qui la parola nozze
vale evidentemente banchetto nuziale; così, a quanto pare, nel Bestiaire
francese:
Et feroît pour nous grant mangier,
Et grans noces et gran convi.
E nozze si chiamano veramente in Toscana i banchetti nuziali, ma più
specialmente poi certe cialde che si fabbricano in occasione di nozze, onde
probabilmente l'adagio: pan di nozze. Così ad uno che sia allegro suolsi
domandare se egli venga da nozze, dove si mangia bene e si beve meglio,
come ci lascia indovinare il procolo Nencione, nel Mogliazzo del Berni:
E' sarà buon che noi beiàmo un tratto,
Ch'io voglio a queste nozze scorporare!
Nella Tancia del Buonarroti, al conchiudersi di un doppio matrimonio, si
canta:
Andiam di brigata
Intanto a bere
E a godere
Una 'nsalata
Page 144
E doman cialde
Faremo a falde,
Berlingozzi e bastoncelli
Per le nozze di duo' anelli.
Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio detto
croccante, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto, tutti i
convitati applaudono; non occorre indicare il senso di questa cerimonia. A
questo punto, ci dice la signora Coronedi Berti, uno de' convitati va di
soppiatto sotto la tavola, prende un lembo della vesta della sposa e lo cuce
ad un calzone dello sposo; e ciò vuol dire che la loro unione è fatta e non
può più disfarsi.
Le cialde, le ciambelle, le schiacciate, le polpette [391], i confetti, gli
zuccherini, la grazia [392], gli spinnagghi [393], gli uccelli [394], i trionfi [395], i
pemmata [396], i lunghetti [397], i tortelletti, i ravioli [398], accompagnano ogni
festa nuziale nell'uso indo-europeo. Il miele di terra d'Otranto si ritrova
nelle nozze tartare ed indiane. Le noci delle nozze albanesi sono supplite
nell'India da quelle di coco. L'uso romano di distribuir nelle nozze le noci ai
fanciulli, come segno di abbandonare i pensieri fanciulleschi, ci è reso
popolare dai versi di Virgilio [399] e di Catullo [400]. E il citato proverbio
piemontese conferma ancora tal uso:
Pan e nus
Vita da spus [401].
Secondo il signor De Simone, nel circondario di Taranto, i commensali del
banchetto nuziale, quando sono giunti ad mala, prendono ciascuno un
frutto, lo intaccano col coltello, collocano nell'intaccatura una moneta
d'argento e la regalano alla sposa; oppure versano un po' di vino in un
bicchiere, e vi buttano dentro una moneta; la sposa morde il frutto, assaggia
il vino, e raccoglie la moneta.
Da Olearius apprendiamo che in Persia, se un invitato tardava alle nozze,
veniva coricato sopra una scala ritta, con la testa rivolta all'ingiù, e battuto
sotto i piedi con una pezzuola attortigliata, fin ch'ei non si riscattasse con
qualche regalo.
Faremo a falde,
Berlingozzi e bastoncelli
Per le nozze di duo' anelli.
Nel banchetto nuziale bolognese trionfa un colossale pasticcio detto
croccante, che la sposa deve rompere; e quando il pasticcio è rotto, tutti i
convitati applaudono; non occorre indicare il senso di questa cerimonia. A
questo punto, ci dice la signora Coronedi Berti, uno de' convitati va di
soppiatto sotto la tavola, prende un lembo della vesta della sposa e lo cuce
ad un calzone dello sposo; e ciò vuol dire che la loro unione è fatta e non
può più disfarsi.
Le cialde, le ciambelle, le schiacciate, le polpette [391], i confetti, gli
zuccherini, la grazia [392], gli spinnagghi [393], gli uccelli [394], i trionfi [395], i
pemmata [396], i lunghetti [397], i tortelletti, i ravioli [398], accompagnano ogni
festa nuziale nell'uso indo-europeo. Il miele di terra d'Otranto si ritrova
nelle nozze tartare ed indiane. Le noci delle nozze albanesi sono supplite
nell'India da quelle di coco. L'uso romano di distribuir nelle nozze le noci ai
fanciulli, come segno di abbandonare i pensieri fanciulleschi, ci è reso
popolare dai versi di Virgilio [399] e di Catullo [400]. E il citato proverbio
piemontese conferma ancora tal uso:
Pan e nus
Vita da spus [401].
Secondo il signor De Simone, nel circondario di Taranto, i commensali del
banchetto nuziale, quando sono giunti ad mala, prendono ciascuno un
frutto, lo intaccano col coltello, collocano nell'intaccatura una moneta
d'argento e la regalano alla sposa; oppure versano un po' di vino in un
bicchiere, e vi buttano dentro una moneta; la sposa morde il frutto, assaggia
il vino, e raccoglie la moneta.
Da Olearius apprendiamo che in Persia, se un invitato tardava alle nozze,
veniva coricato sopra una scala ritta, con la testa rivolta all'ingiù, e battuto
sotto i piedi con una pezzuola attortigliata, fin ch'ei non si riscattasse con
qualche regalo.
Page 145
Simbolo fallico sembrano gli uccelletti vivi che presso il Lago Maggiore e
nell'Arpinate portano ancora in tavola, sotto un coperchio, agli sposi. E un
altro simbolo fallico contiene certamente il tacchino ornato di nastri rossi,
che a Riva di Chieri in Piemonte, nella campagna d'Alba Monferrina e in
Ispagna [402], si riserva per l'ultimo giorno del banchetto nuziale,
banchettandovisi tre giorni. L'arrivo del tacchino in tavola viene anzi
accolto a Riva di Chieri con singolari dimostrazioni d'onore, e il buffone o
torottotela, prima che lo si mangi, ne recita un testamento in versi, rozzo
componimento, in dialetto, di qualche moderno poetastro [403]. Oltre il
buffone, appare ne' banchetti nuziali il musico. Terenzio, negli Adelfi, ci
ricorda i suonatori di tibia [404]. «I Greci, scrive il dottor Zecchini, rallegrano
i loro banchetti di nozze cogl'improvvisi di un vate ch'è un pitocco del
paese, cantati da lui al suono della sua mandola, mentre due danzatori
grotteschi ne accrescono la gioia co' loro salti. Omero (Odiss. III) ci dipinge
questa festa tale quale la si vede presentemente:
«Rallegravansi assisi a lauta mensa
Di Menelao gli amici ed i vicini;
Mentre vate divin tra lor cantava
L'argentea cetra percotendo, e due
Danzatori agilissimi nel mezzo
Contempravano al canto i dotti salti.»
A Riva di Chieri, in Piemonte, un suonator di violino e un individuo che
porta un vassoio pieno di fiori, s'introducono in fin di pranzo nella sala del
banchetto, e quello che porta i fiori, canta così:
Oh! vui, pare d' la spusa, iv presentruma la piüma d'oca:
Adess chi eve mariá la fia venta pagaje la dota.
Oh! vui, pare d' 'l spus, iv presentruma la fiur d'ürtia,
Chi la teñe nè pes nè mei cum a füssa vostra fia.
Oh! vui, signura spusa, chi sei tant bin vestia,
Ne smie la nostra mándula quand l'è si bin fiuria;
Oh! vui, signur spus, chi sei tant bin vestì,
nell'Arpinate portano ancora in tavola, sotto un coperchio, agli sposi. E un
altro simbolo fallico contiene certamente il tacchino ornato di nastri rossi,
che a Riva di Chieri in Piemonte, nella campagna d'Alba Monferrina e in
Ispagna [402], si riserva per l'ultimo giorno del banchetto nuziale,
banchettandovisi tre giorni. L'arrivo del tacchino in tavola viene anzi
accolto a Riva di Chieri con singolari dimostrazioni d'onore, e il buffone o
torottotela, prima che lo si mangi, ne recita un testamento in versi, rozzo
componimento, in dialetto, di qualche moderno poetastro [403]. Oltre il
buffone, appare ne' banchetti nuziali il musico. Terenzio, negli Adelfi, ci
ricorda i suonatori di tibia [404]. «I Greci, scrive il dottor Zecchini, rallegrano
i loro banchetti di nozze cogl'improvvisi di un vate ch'è un pitocco del
paese, cantati da lui al suono della sua mandola, mentre due danzatori
grotteschi ne accrescono la gioia co' loro salti. Omero (Odiss. III) ci dipinge
questa festa tale quale la si vede presentemente:
«Rallegravansi assisi a lauta mensa
Di Menelao gli amici ed i vicini;
Mentre vate divin tra lor cantava
L'argentea cetra percotendo, e due
Danzatori agilissimi nel mezzo
Contempravano al canto i dotti salti.»
A Riva di Chieri, in Piemonte, un suonator di violino e un individuo che
porta un vassoio pieno di fiori, s'introducono in fin di pranzo nella sala del
banchetto, e quello che porta i fiori, canta così:
Oh! vui, pare d' la spusa, iv presentruma la piüma d'oca:
Adess chi eve mariá la fia venta pagaje la dota.
Oh! vui, pare d' 'l spus, iv presentruma la fiur d'ürtia,
Chi la teñe nè pes nè mei cum a füssa vostra fia.
Oh! vui, signura spusa, chi sei tant bin vestia,
Ne smie la nostra mándula quand l'è si bin fiuria;
Oh! vui, signur spus, chi sei tant bin vestì,
Page 146
I smie nost persi quand l'è si bin fiurì.
Oh! vui, signura spusa, iv presentruma 'l branc,
E se l'omu l'é nen bel sarà tant pi galant.
Oh! vui, signur spus, iv daruma d'intende
Che l'uma purtà ste fiur p'r chi n'y e fasse vende [405].
Dopo questa tirata alla borsa dello sposo, i due vanno intorno distribuendo
mazzi di fiori. Dicono maliziosamente alla sposa ch'essi presentano una
ghianda bucata, e la consigliano, se lo sposo voglia batterla, a pigliare la
valle de' prati:
Vui, signura spusa, iv presentruma ün giandus furà;
Quand l'om a veña a batve, pié la val di prà.
Se chila as tröva lesta,
As campa giü d'la fnesta,
S'as tröva d'sgagià,
A pìa la val di prà. [406]
Questo tra i canti che suonano alle mense nuziali è de' più decenti; ma le
caste orecchie della musa non potrebbero tollerare certi sguaiati strambotti
che si permettono oggi ancora nelle campagne marchigiane i buffoni alle
nozze; come neppure certe uscite smodatamente allegre, con le quali la
compagnia tentata dai fumi del vino, promuove in ogni rustico banchetto il
rossore sul volto alla giovine sposa. Tempo di nozze, tempo di ciarle, dice
un proverbio piemontese [407]; ma poichè la ciarla è di rado innocente,
poichè la procax fescennina locutio evocata da Catullo [408] non si tace,
poichè invano gli Statuti comunali italiani, a correggere gli scandali, vollero
ridurre il numero de' convitati permessi ne' banchetti nuziali [409] a
proporzioni modeste, la madre addolorata e le vergini sorelle e parenti e
compagne della sposa se ne astengono quasi sempre, più per naturale
pudore, che per obbedienza al precetto degli antichi padri della Chiesa, i
quali non si stancavano di predicare contro l'indecenza de' banchetti nuziali.
Fin dai tempi di Varrone solevano i ragazzi soffiare alle orecchie della sposa
novella i motti più insolenti ed osceni [410]; chè, se i doni dello sposo li
facevano spesso tacere, a quel comprato silenzio non di rado seguiva il
Oh! vui, signura spusa, iv presentruma 'l branc,
E se l'omu l'é nen bel sarà tant pi galant.
Oh! vui, signur spus, iv daruma d'intende
Che l'uma purtà ste fiur p'r chi n'y e fasse vende [405].
Dopo questa tirata alla borsa dello sposo, i due vanno intorno distribuendo
mazzi di fiori. Dicono maliziosamente alla sposa ch'essi presentano una
ghianda bucata, e la consigliano, se lo sposo voglia batterla, a pigliare la
valle de' prati:
Vui, signura spusa, iv presentruma ün giandus furà;
Quand l'om a veña a batve, pié la val di prà.
Se chila as tröva lesta,
As campa giü d'la fnesta,
S'as tröva d'sgagià,
A pìa la val di prà. [406]
Questo tra i canti che suonano alle mense nuziali è de' più decenti; ma le
caste orecchie della musa non potrebbero tollerare certi sguaiati strambotti
che si permettono oggi ancora nelle campagne marchigiane i buffoni alle
nozze; come neppure certe uscite smodatamente allegre, con le quali la
compagnia tentata dai fumi del vino, promuove in ogni rustico banchetto il
rossore sul volto alla giovine sposa. Tempo di nozze, tempo di ciarle, dice
un proverbio piemontese [407]; ma poichè la ciarla è di rado innocente,
poichè la procax fescennina locutio evocata da Catullo [408] non si tace,
poichè invano gli Statuti comunali italiani, a correggere gli scandali, vollero
ridurre il numero de' convitati permessi ne' banchetti nuziali [409] a
proporzioni modeste, la madre addolorata e le vergini sorelle e parenti e
compagne della sposa se ne astengono quasi sempre, più per naturale
pudore, che per obbedienza al precetto degli antichi padri della Chiesa, i
quali non si stancavano di predicare contro l'indecenza de' banchetti nuziali.
Fin dai tempi di Varrone solevano i ragazzi soffiare alle orecchie della sposa
novella i motti più insolenti ed osceni [410]; chè, se i doni dello sposo li
facevano spesso tacere, a quel comprato silenzio non di rado seguiva il
Page 147
pianto della povera sposa oltraggiata e delle stesse compagne che le erano
date per farle coraggio. Prætextatis, dice Festo, nefas erat obsceno verbo
uti, quasi che il far dire cose oscene ai soli fanciulli non fosse delitto assai
più grande.
date per farle coraggio. Prætextatis, dice Festo, nefas erat obsceno verbo
uti, quasi che il far dire cose oscene ai soli fanciulli non fosse delitto assai
più grande.
Page 148
LIBRO TERZO
IL MATRIMONIO SI CONSUMA
IL MATRIMONIO SI CONSUMA
Page 149
I.
Si prendono gli augurii.
Nell'uso nuziale indo-europeo, il matrimonio è un sacramento, assistito da
una caterva di iddii. Essi, come primi sposi, ammaestrano e proteggono i
mortali che si avviano alla vita coniugale. L'inno vedico ci descrive un
matrimonio solare, e la compagnia di quelle nozze celesti diviene quindi la
proteggitrice delle nozze terrene. In Grecia, a Roma, in Germania, negli
stessi usi cristiani, ove Cristo e la Madonna figurano talora ad incoronare i
novelli sposi, si ha il medesimo intervento della divinità, auguratrice di lieti
e fecondi connubii. Ma il maggior lusso di iddii o genii evocati a render
propizie le nozze si osserva nell'antico uso romano. Quanto più l'Olimpo
romano appare povero per sè, tanto maggiore fu ne' Romani lo studio di
popolarlo con esseri al tutto immaginarii ed allegorici. Lasciando stare
Talassio, Giunone e Diana, dio e dee agli sposi popolari ed accettissimi, si
finse un iddio per ogni funzione del rito nuziale, come gli antichi Indiani
per ciascuna di tali funzioni aveano una propria formola; onde i lamenti di
Sant'Agostino, nella sua Città di Dio [411].
Tuttavia i più solenni sacrificii nuziali erano in onore di Giunone; in essi,
toglievasi alla vittima il fiele e lo si buttava via, per significare come ogni
amarezza dovesse star lontana dalle nozze [412].
A Roma era considerato come di buon augurio il fulmine per le nozze,
probabilmente per la stessa cagione che faceva ai Germani preferire il
giovedì o donnerstag, giorno del fulmine, per la celebrazione del
matrimonio [413]. Ma il fulmine dovrebbe, a quanto sembra, non menar
pioggia, poichè un proverbio tedesco dice: se il giorno delle nozze piove, la
sposa non ha nutrita bene la gatta. Altre superstizioni vivono ancora circa
le nozze in Italia e fuori.
Si prendono gli augurii.
Nell'uso nuziale indo-europeo, il matrimonio è un sacramento, assistito da
una caterva di iddii. Essi, come primi sposi, ammaestrano e proteggono i
mortali che si avviano alla vita coniugale. L'inno vedico ci descrive un
matrimonio solare, e la compagnia di quelle nozze celesti diviene quindi la
proteggitrice delle nozze terrene. In Grecia, a Roma, in Germania, negli
stessi usi cristiani, ove Cristo e la Madonna figurano talora ad incoronare i
novelli sposi, si ha il medesimo intervento della divinità, auguratrice di lieti
e fecondi connubii. Ma il maggior lusso di iddii o genii evocati a render
propizie le nozze si osserva nell'antico uso romano. Quanto più l'Olimpo
romano appare povero per sè, tanto maggiore fu ne' Romani lo studio di
popolarlo con esseri al tutto immaginarii ed allegorici. Lasciando stare
Talassio, Giunone e Diana, dio e dee agli sposi popolari ed accettissimi, si
finse un iddio per ogni funzione del rito nuziale, come gli antichi Indiani
per ciascuna di tali funzioni aveano una propria formola; onde i lamenti di
Sant'Agostino, nella sua Città di Dio [411].
Tuttavia i più solenni sacrificii nuziali erano in onore di Giunone; in essi,
toglievasi alla vittima il fiele e lo si buttava via, per significare come ogni
amarezza dovesse star lontana dalle nozze [412].
A Roma era considerato come di buon augurio il fulmine per le nozze,
probabilmente per la stessa cagione che faceva ai Germani preferire il
giovedì o donnerstag, giorno del fulmine, per la celebrazione del
matrimonio [413]. Ma il fulmine dovrebbe, a quanto sembra, non menar
pioggia, poichè un proverbio tedesco dice: se il giorno delle nozze piove, la
sposa non ha nutrita bene la gatta. Altre superstizioni vivono ancora circa
le nozze in Italia e fuori.
Page 150
A Mineo, in Sicilia, per esempio, gli sposi inginocchiati all'altare devono
levarsi insieme, poichè morrà prima chi primo si leverà. Altro uso
somigliante, che vigeva già sotto forma poco diversa a Roma [414], si
osserva nell'Umbria, a Novi Ligure, a Lomello, e nelle Langhe di Alba
Monferrina, ove gli sposi entrano nella camera nuziale ciascuno con una
propria candela accesa ed insieme la spengono, o la fanno spegnere dalla
madre dello sposo o della sposa, perchè il pregiudizio è ancora diffuso, che
morrà prima quello il cui lume si sarà spento prima. A Novi Ligure, stanno
ancora attenti gli sposi alla prima persona che l'indomani delle nozze viene
a visitarli; l'augurio è tristo, se questa persona sia un vecchio od un prete. A
questi incontri per via in nessun luogo si dà nondimeno tanta importanza,
quanto presso gli Indiani ed i Brettoni. Nell'India se il padre dello sposo,
mentre va a fare la chiesta, si abbatte in un gatto, o in un serpente, o in uno
sciacallo, forse pure in un corvo, che sappiamo essere anco per gli Indiani
uccello di sinistro augurio, torna indietro e rinuncia o pure elegge altro
giorno più fortunato. Così, tra i Brettoni, se il bazvalan, mentre va a fare la
chiesta, incontra una pica od un corvo ritorna sopra i suoi passi; egli
procede invece lieto innanzi se ode il grido della tortora, la quale abbiamo
già veduto di sopra [415] accompagnare spesso gli sposi. In Russia e in
Germania si crede funesto il matrimonio quando il carro nuziale incontra
una lepre, ossia quando la lepre va contro il carro. L'origine di questa
credenza è, senza dubbio, indiana. Uno dei frequenti appellativi sanscriti
della luna è quello che porta la lepre; la lepre che attraversa il carro nuziale
vale quanto il fare le nozze quando la luna non è propizia, ossia nelle fasi
tenebrose della luna.
levarsi insieme, poichè morrà prima chi primo si leverà. Altro uso
somigliante, che vigeva già sotto forma poco diversa a Roma [414], si
osserva nell'Umbria, a Novi Ligure, a Lomello, e nelle Langhe di Alba
Monferrina, ove gli sposi entrano nella camera nuziale ciascuno con una
propria candela accesa ed insieme la spengono, o la fanno spegnere dalla
madre dello sposo o della sposa, perchè il pregiudizio è ancora diffuso, che
morrà prima quello il cui lume si sarà spento prima. A Novi Ligure, stanno
ancora attenti gli sposi alla prima persona che l'indomani delle nozze viene
a visitarli; l'augurio è tristo, se questa persona sia un vecchio od un prete. A
questi incontri per via in nessun luogo si dà nondimeno tanta importanza,
quanto presso gli Indiani ed i Brettoni. Nell'India se il padre dello sposo,
mentre va a fare la chiesta, si abbatte in un gatto, o in un serpente, o in uno
sciacallo, forse pure in un corvo, che sappiamo essere anco per gli Indiani
uccello di sinistro augurio, torna indietro e rinuncia o pure elegge altro
giorno più fortunato. Così, tra i Brettoni, se il bazvalan, mentre va a fare la
chiesta, incontra una pica od un corvo ritorna sopra i suoi passi; egli
procede invece lieto innanzi se ode il grido della tortora, la quale abbiamo
già veduto di sopra [415] accompagnare spesso gli sposi. In Russia e in
Germania si crede funesto il matrimonio quando il carro nuziale incontra
una lepre, ossia quando la lepre va contro il carro. L'origine di questa
credenza è, senza dubbio, indiana. Uno dei frequenti appellativi sanscriti
della luna è quello che porta la lepre; la lepre che attraversa il carro nuziale
vale quanto il fare le nozze quando la luna non è propizia, ossia nelle fasi
tenebrose della luna.
Page 151
II.
Giorni per le nozze e loro durata.
Nel capitolo intorno ai cibi e banchetti nuziali, vedemmo come a Riva di
Chieri e nell'Albese si banchetti tre giorni, ma al terzo giorno soltanto si
mangi il tacchino. Con ciò s'intende che la giornata vuol essere grassa;
grassi i cibi, grassi i discorsi, grasse le opere; lo spirito è vinto dalla carne;
o, in una parola più esplicita, il matrimonio si consuma. Ma, perchè tre
giorni d'attesa? Perchè l'uso indo-europeo è questo. E perchè sia tale l'uso
indo-europeo, Gobhila, antico autore indiano, ci mette in via d'indovinarlo.
«Dopo tre notti, egli scrive, ha luogo la copula, dicono gli uni; tempo
opportuno per la copula è il momento in cui alla sposa che si trova nel mese
è appena cessato il sangue.» Il mese lunare e il mese delle donne facendosi
corrispondere, si comprende ancora perchè dagli antichi si preferisse per la
celebrazione de' matrimoni il plenilunio e il novilunio, e la luna o Lucina ne
fosse la proteggitrice. Celebrandosi poi i matrimonii, appena la fanciulla
divenisse matura, si capisce perchè si ponesse tanta attenzione a que' tre
giorni famosi, e all'indomani soltanto de' tre giorni le nozze si
consumassero.
Col tempo, serbandosi l'uso, se ne dimenticò la ragione; l'uso medesimo,
per questo stesso obblio della sua origine, a capriccio de' preti si abusò, qual
mezzo di penitenza, imposto agli sposi. Così, nell'India stessa, secondo il
commentatore Pàraskara, si danno già, oltre all'astinenza delle tre prime
notti, astinenze di sei, di dodici notti ed anche di un anno. Così il professor
Cristoforo Baggiolini mi scrive che un certo parroco del Vercellese
imponeva per ordinaria penitenza ai nuovi maritati di astenersi per dieci,
quindici ed anche venti giorni dal far letto comune; a Gallarate e Turbigo gli
sposi rimangono divisi per otto giorni; in Valtellina usano fare omaggio alla
Vergine de' gaudii maritali ritardati per tre notti. Così una misura
Giorni per le nozze e loro durata.
Nel capitolo intorno ai cibi e banchetti nuziali, vedemmo come a Riva di
Chieri e nell'Albese si banchetti tre giorni, ma al terzo giorno soltanto si
mangi il tacchino. Con ciò s'intende che la giornata vuol essere grassa;
grassi i cibi, grassi i discorsi, grasse le opere; lo spirito è vinto dalla carne;
o, in una parola più esplicita, il matrimonio si consuma. Ma, perchè tre
giorni d'attesa? Perchè l'uso indo-europeo è questo. E perchè sia tale l'uso
indo-europeo, Gobhila, antico autore indiano, ci mette in via d'indovinarlo.
«Dopo tre notti, egli scrive, ha luogo la copula, dicono gli uni; tempo
opportuno per la copula è il momento in cui alla sposa che si trova nel mese
è appena cessato il sangue.» Il mese lunare e il mese delle donne facendosi
corrispondere, si comprende ancora perchè dagli antichi si preferisse per la
celebrazione de' matrimoni il plenilunio e il novilunio, e la luna o Lucina ne
fosse la proteggitrice. Celebrandosi poi i matrimonii, appena la fanciulla
divenisse matura, si capisce perchè si ponesse tanta attenzione a que' tre
giorni famosi, e all'indomani soltanto de' tre giorni le nozze si
consumassero.
Col tempo, serbandosi l'uso, se ne dimenticò la ragione; l'uso medesimo,
per questo stesso obblio della sua origine, a capriccio de' preti si abusò, qual
mezzo di penitenza, imposto agli sposi. Così, nell'India stessa, secondo il
commentatore Pàraskara, si danno già, oltre all'astinenza delle tre prime
notti, astinenze di sei, di dodici notti ed anche di un anno. Così il professor
Cristoforo Baggiolini mi scrive che un certo parroco del Vercellese
imponeva per ordinaria penitenza ai nuovi maritati di astenersi per dieci,
quindici ed anche venti giorni dal far letto comune; a Gallarate e Turbigo gli
sposi rimangono divisi per otto giorni; in Valtellina usano fare omaggio alla
Vergine de' gaudii maritali ritardati per tre notti. Così una misura
Page 152
semplicemente igienica, al modo stesso che il divieto assoluto di ogni carne
nell'India e della carne porcina presso gli Ebrei, e pel venerdì e sabato, della
carne grassa presso i Cristiani, divenne un comandamento religioso. Nel
medio evo, in Italia, era generale l'uso tra gli sposi di fare un po' di
astinenza, ma, come rilevo dal Muratori, non tanto per conformarsi all'uso
oramai invecchiato, quanto per obbedire al precetto della Chiesa [416]. In
Grecia, passavano pure generalmente tre giorni prima che gli sposi
consacrati si unissero [417]; e lo stesso avveniva in Roma [418]; il
cristianesimo vi mise di suo una nuova superstizione; lasciò credere, cioè,
come in Germania [419] si crede, che le tre notti di astinenza siano necessarie
per iscacciare il Diavolo e salvare la povera anima. Nelle Edda, «Gerd
piglia tempo nove notti prima d'acostarsi a Frey. Frey risponde al
messaggio: una notte è lunga, due son più lunghe; come passarne tre?» È
noto come, nelle Edda, il numero simbolico nove, tiene quasi sempre il
posto del tre. Nel Belgio la stessa usanza; e presso i Turchi ancora lo sposo
si unisce con la sposa solamente il quarto giorno [420].
In Italia, noto la presenza di quest'uso a Riva di Chieri, ad Alba Monferrina,
nel Milanese, nella Valtellina, nel Pesarese, nel Fanese, nell'Osimano,
nell'Umbria, nel Teramano, e nell'Arpinate. Nel Genovesato lo osservava
fin dal secolo decimoquarto il Sacchetti [421].
Ma se gli sposi acconsentono a darsi tanta mortificazione, cercano poi la via
di alleviarla, occupando i tre giorni di astinenza con feste. Ed ecco, per qual
motivo le feste nuziali sogliono in parecchi paesi durare più giorni; ecco per
qual motivo, se incominciano il lunedì, finiscono il giovedì, se
incominciano il giovedì, finiscono la domenica, se incominciano il sabato,
finiscono il lunedì; esse hanno da durare da tre a quattro giorni; ma non è
caso che alcuna festa nuziale, fatta secondo il rito, s'incominci in Italia di
mercoledì o di venerdì.
Il venerdì essendo giorno di magro, non è possibile che in detto giorno si
pensi ad un connubio; per il mercoledì, alle Langhe di Alba Monferrina,
corrono due proverbi: sposa mercorina è peggiore della brina, e sposa
mercorina fa andare il marito in rovina. Il lunedì in vece, ossia il giorno
sacro alla luna, il giovedì, ossia il giorno sacro a Giove tonante, e la
domenica o il giorno del Signore, giorno del sole, sono considerati come
nell'India e della carne porcina presso gli Ebrei, e pel venerdì e sabato, della
carne grassa presso i Cristiani, divenne un comandamento religioso. Nel
medio evo, in Italia, era generale l'uso tra gli sposi di fare un po' di
astinenza, ma, come rilevo dal Muratori, non tanto per conformarsi all'uso
oramai invecchiato, quanto per obbedire al precetto della Chiesa [416]. In
Grecia, passavano pure generalmente tre giorni prima che gli sposi
consacrati si unissero [417]; e lo stesso avveniva in Roma [418]; il
cristianesimo vi mise di suo una nuova superstizione; lasciò credere, cioè,
come in Germania [419] si crede, che le tre notti di astinenza siano necessarie
per iscacciare il Diavolo e salvare la povera anima. Nelle Edda, «Gerd
piglia tempo nove notti prima d'acostarsi a Frey. Frey risponde al
messaggio: una notte è lunga, due son più lunghe; come passarne tre?» È
noto come, nelle Edda, il numero simbolico nove, tiene quasi sempre il
posto del tre. Nel Belgio la stessa usanza; e presso i Turchi ancora lo sposo
si unisce con la sposa solamente il quarto giorno [420].
In Italia, noto la presenza di quest'uso a Riva di Chieri, ad Alba Monferrina,
nel Milanese, nella Valtellina, nel Pesarese, nel Fanese, nell'Osimano,
nell'Umbria, nel Teramano, e nell'Arpinate. Nel Genovesato lo osservava
fin dal secolo decimoquarto il Sacchetti [421].
Ma se gli sposi acconsentono a darsi tanta mortificazione, cercano poi la via
di alleviarla, occupando i tre giorni di astinenza con feste. Ed ecco, per qual
motivo le feste nuziali sogliono in parecchi paesi durare più giorni; ecco per
qual motivo, se incominciano il lunedì, finiscono il giovedì, se
incominciano il giovedì, finiscono la domenica, se incominciano il sabato,
finiscono il lunedì; esse hanno da durare da tre a quattro giorni; ma non è
caso che alcuna festa nuziale, fatta secondo il rito, s'incominci in Italia di
mercoledì o di venerdì.
Il venerdì essendo giorno di magro, non è possibile che in detto giorno si
pensi ad un connubio; per il mercoledì, alle Langhe di Alba Monferrina,
corrono due proverbi: sposa mercorina è peggiore della brina, e sposa
mercorina fa andare il marito in rovina. Il lunedì in vece, ossia il giorno
sacro alla luna, il giovedì, ossia il giorno sacro a Giove tonante, e la
domenica o il giorno del Signore, giorno del sole, sono considerati come
Page 153
propizii. Quanto al venerdì, sembra sia stato escluso dal solo ricordo
cristiano della passione di Cristo, in memoria della quale si impose il
digiuno; poichè, al contrario, come giorno sacro a Venere dovea esso
preferirsi nelle nozze; e di qui spieghiamo perchè il venerdì, o giorno di
Freia, sia ancora in Germania uno de' giorni prescelti per le nozze [422], ed
anzi precisamente il giorno in cui gli sposi si uniscono [423].
Detto de' giorni, può giovare il conoscere quali stagioni l'uso indo-europeo
preferisca per la celebrazione delle nozze. E qui pure è sorprendente come
la razza indo-europea palesi la sua unità. Nell'India, in Grecia, in Germania
si designava come tempo propizio alle nozze quello che passava fra
l'equinozio d'autunno e quello di primavera, ma specialmente l'inverno.
Presso i Romani, secondo Macrobio [424], erano funesti alle nozze i quattro
giorni dopo le calende, le none e le idi. Nella Francia medievale, si
celebravano i matrimoni dopo il Natale [425].
In Italia, il maggior numero di matrimonii si fa in carnovale, o sia
nell'inverno. Tra gli altri mesi dell'anno, si sfugge particolarmente il
maggio, per il proverbio siciliano che dice: «La spusa majulina nun si godi
la curtina», variante del proverbio latino che diceva: maio nubunt mala [426].
In Sicilia, si evita ancora il mese d'agosto, come nefasto per le nozze; uso
superstizioso oggi, ma in origine fondato, senza dubbio, sovra alcuna
ragione naturale.
In Persia tutti i tempi dell'anno son buoni per le nozze, eccetto il mese del
ramazan, e i dieci giorni dell'Ashur, ne' quali si celebra la morte di Hussein.
Sovra i quali usi particolari nondimeno corre spesso l'uso generale del buon
senso, il quale permette nozze a qualsiasi stagione dell'anno, ove la
necessità lo porti; e vi è necessità, osserva l'indiano commentatore di
Âçvalàyana, e pecca anzi quel padre che non riconosca una tale necessità,
ogni qual volta ei «non mariti la figliuola, appena è diventata donna.»
cristiano della passione di Cristo, in memoria della quale si impose il
digiuno; poichè, al contrario, come giorno sacro a Venere dovea esso
preferirsi nelle nozze; e di qui spieghiamo perchè il venerdì, o giorno di
Freia, sia ancora in Germania uno de' giorni prescelti per le nozze [422], ed
anzi precisamente il giorno in cui gli sposi si uniscono [423].
Detto de' giorni, può giovare il conoscere quali stagioni l'uso indo-europeo
preferisca per la celebrazione delle nozze. E qui pure è sorprendente come
la razza indo-europea palesi la sua unità. Nell'India, in Grecia, in Germania
si designava come tempo propizio alle nozze quello che passava fra
l'equinozio d'autunno e quello di primavera, ma specialmente l'inverno.
Presso i Romani, secondo Macrobio [424], erano funesti alle nozze i quattro
giorni dopo le calende, le none e le idi. Nella Francia medievale, si
celebravano i matrimoni dopo il Natale [425].
In Italia, il maggior numero di matrimonii si fa in carnovale, o sia
nell'inverno. Tra gli altri mesi dell'anno, si sfugge particolarmente il
maggio, per il proverbio siciliano che dice: «La spusa majulina nun si godi
la curtina», variante del proverbio latino che diceva: maio nubunt mala [426].
In Sicilia, si evita ancora il mese d'agosto, come nefasto per le nozze; uso
superstizioso oggi, ma in origine fondato, senza dubbio, sovra alcuna
ragione naturale.
In Persia tutti i tempi dell'anno son buoni per le nozze, eccetto il mese del
ramazan, e i dieci giorni dell'Ashur, ne' quali si celebra la morte di Hussein.
Sovra i quali usi particolari nondimeno corre spesso l'uso generale del buon
senso, il quale permette nozze a qualsiasi stagione dell'anno, ove la
necessità lo porti; e vi è necessità, osserva l'indiano commentatore di
Âçvalàyana, e pecca anzi quel padre che non riconosca una tale necessità,
ogni qual volta ei «non mariti la figliuola, appena è diventata donna.»
Page 154
III.
Il jus primæ noctis.
Dalle notizie de' viaggiatori italiani nelle Indie orientali raccogliamo come
l'erede, nelle famiglie, non fosse già il primogenito, ma il secondogenito.
Che il medesimo uso vivesse nel medioevo germanico lo raccogliamo dal
Du Cange [427]. Quest'uso trae la sua origine dalla costumanza presso certi
popoli, certe caste, certe famiglie di concedere il godimento della sposa per
la prima notte non allo sposo, ma ad uno straniero; e questo straniero era un
viaggiatore qualsiasi a Tarnassari, e un bràhmano nel Malabar [428]. In
origine, dovea considerarsi come una pena l'esercizio di un tale diritto,
poichè troviamo che nell'India il viaggiatore e il bràhmano non solo ne
venivano pregati come di un favore, ma specialmente ricompensati.
Il figlio che ne nasceva, come spurio, non poteva ereditare; e, per lo più, se
ne faceva un prete, come negli usi nostri si fa ordinariamente prete o frate il
figlio di nobile che abbia poca sostanza da eredare. È da notarsi come
nell'antica credenza vedica si supponeva che un demonio si nascondesse
nella vergine, il quale ne venisse via col sangue [429]; è da ricordarsi ancora
come i panni insanguinati si davano al prete, il quale solo, dicevasi, aveva
ancora virtù di purificarli [430]; quindi si comprenderà, parmi, perchè lo
sposo cedesse volentieri ad altri il suo posto per la prima notte.
Lo stesso uso viveva ancora in Europa nel medioevo; ma quello che, in
Asia, facevasi dai preti, come per grazia e per mestiere, in Europa si
continuò a fare dai medesimi e dai feudatarii, come per diritto finchè la
pazienza de' sudditi potè reggere al sopruso. L'idea di purificare la sposa
essendo scomparsa, rimaneva soltanto più la cura di pregustarla; gli sposi,
resi accorti dell'inganno, e riconosciuta la iniquità della gravezza, si
levarono contro i loro tiranni che in parte spensero, in parte obbligarono a
Il jus primæ noctis.
Dalle notizie de' viaggiatori italiani nelle Indie orientali raccogliamo come
l'erede, nelle famiglie, non fosse già il primogenito, ma il secondogenito.
Che il medesimo uso vivesse nel medioevo germanico lo raccogliamo dal
Du Cange [427]. Quest'uso trae la sua origine dalla costumanza presso certi
popoli, certe caste, certe famiglie di concedere il godimento della sposa per
la prima notte non allo sposo, ma ad uno straniero; e questo straniero era un
viaggiatore qualsiasi a Tarnassari, e un bràhmano nel Malabar [428]. In
origine, dovea considerarsi come una pena l'esercizio di un tale diritto,
poichè troviamo che nell'India il viaggiatore e il bràhmano non solo ne
venivano pregati come di un favore, ma specialmente ricompensati.
Il figlio che ne nasceva, come spurio, non poteva ereditare; e, per lo più, se
ne faceva un prete, come negli usi nostri si fa ordinariamente prete o frate il
figlio di nobile che abbia poca sostanza da eredare. È da notarsi come
nell'antica credenza vedica si supponeva che un demonio si nascondesse
nella vergine, il quale ne venisse via col sangue [429]; è da ricordarsi ancora
come i panni insanguinati si davano al prete, il quale solo, dicevasi, aveva
ancora virtù di purificarli [430]; quindi si comprenderà, parmi, perchè lo
sposo cedesse volentieri ad altri il suo posto per la prima notte.
Lo stesso uso viveva ancora in Europa nel medioevo; ma quello che, in
Asia, facevasi dai preti, come per grazia e per mestiere, in Europa si
continuò a fare dai medesimi e dai feudatarii, come per diritto finchè la
pazienza de' sudditi potè reggere al sopruso. L'idea di purificare la sposa
essendo scomparsa, rimaneva soltanto più la cura di pregustarla; gli sposi,
resi accorti dell'inganno, e riconosciuta la iniquità della gravezza, si
levarono contro i loro tiranni che in parte spensero, in parte obbligarono a
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desistere dalle loro nefande pretese, od a convertirle, almeno, in un tributo
di danaro o di dono o di cibi. Non potendo o non volendo il signore
partecipare al banchetto nuziale, delegava talora a rappresentarlo qualche
suo servo con due cani [431].
Presso il Du Cange [432], troviamo numerosi esempii di feudatarii ed anche
di vescovi che si usurparono nel medio evo un tale diritto, e si nota pure
sull'autorità dell'Historia Sabaudiæ, come la stessa consuetudine, sotto il
nome cazzagio, esisteva anche in Piemonte. Era mio debito adunque il
rintracciare nelle nostre storie la presenza dell'uso; ed ecco quanto pervenni
a raccogliere in proposito.
Quello che il Du Cange riferisce da Lattanzio intorno a Massimiano
Galerio, pregustatore delle vergini spose, può essere un caso isolato di
arbitrio sovrano, somigliante a quello di re Giovanni d'Aragona, il quale
tuttavia dopo aver desiderata la vergine sposa del conte di Prata si decise a
farla sua legittima moglie [433]. Ma ricorda un uso feudale inveterato la lega
offensiva e difensiva fatta dalla comunità di Pergine con la comunità e città
di Vicenza contro i signori di Castel di Pergine ed altri loro collegati,
nell'anno 1166. Tommaso Gar, in una sua dotta memoria, che gli piacque
modestamente intitolare: Episodio del medio-evo trentino [434], lo ha già
rilevato: «Codesto stupido e ferino abuso, egli scrive, che offende la dignità
umana nel sentimento più delicato, era stato assunto a quei tempi fra i diritti
regali e non solamente si esercitava di fatto o nei casi più favorevoli
redimevasi per danaro, ma figurava bruttamente anche nel gius pubblico di
qualche estraneo principato ecclesiastico.»
Nel 1525, Pietro Buzzi venne arso vivo dai contadini di Nonci presso
Roveredo, per avere usurpato il diritto d'uno sposo nella prima notte delle
nozze. Il dottor Zecchini ci fa sapere che un uso simile vigeva nel medio
evo presso i feudatarii del Friuli.
Quanto al Piemonte, mi aiutano a riscontrarlo alcune utili notizie che trovo
sparse qua e là in un'opera di amena ed istruttiva lettura che va pubblicando
ad Ivrea il signor Antonio Bertolotti [435]. Le cerimonie con le quali si
compie tuttora il carnevale d'Ivrea, il più caratteristico fra quelli dell'alta
Italia, alludono evidentemente ad una festa, per la morte di un feudatario,
che voleva deflorare una vergine sposa, o sia riserbarsi il jus primae noctis.
di danaro o di dono o di cibi. Non potendo o non volendo il signore
partecipare al banchetto nuziale, delegava talora a rappresentarlo qualche
suo servo con due cani [431].
Presso il Du Cange [432], troviamo numerosi esempii di feudatarii ed anche
di vescovi che si usurparono nel medio evo un tale diritto, e si nota pure
sull'autorità dell'Historia Sabaudiæ, come la stessa consuetudine, sotto il
nome cazzagio, esisteva anche in Piemonte. Era mio debito adunque il
rintracciare nelle nostre storie la presenza dell'uso; ed ecco quanto pervenni
a raccogliere in proposito.
Quello che il Du Cange riferisce da Lattanzio intorno a Massimiano
Galerio, pregustatore delle vergini spose, può essere un caso isolato di
arbitrio sovrano, somigliante a quello di re Giovanni d'Aragona, il quale
tuttavia dopo aver desiderata la vergine sposa del conte di Prata si decise a
farla sua legittima moglie [433]. Ma ricorda un uso feudale inveterato la lega
offensiva e difensiva fatta dalla comunità di Pergine con la comunità e città
di Vicenza contro i signori di Castel di Pergine ed altri loro collegati,
nell'anno 1166. Tommaso Gar, in una sua dotta memoria, che gli piacque
modestamente intitolare: Episodio del medio-evo trentino [434], lo ha già
rilevato: «Codesto stupido e ferino abuso, egli scrive, che offende la dignità
umana nel sentimento più delicato, era stato assunto a quei tempi fra i diritti
regali e non solamente si esercitava di fatto o nei casi più favorevoli
redimevasi per danaro, ma figurava bruttamente anche nel gius pubblico di
qualche estraneo principato ecclesiastico.»
Nel 1525, Pietro Buzzi venne arso vivo dai contadini di Nonci presso
Roveredo, per avere usurpato il diritto d'uno sposo nella prima notte delle
nozze. Il dottor Zecchini ci fa sapere che un uso simile vigeva nel medio
evo presso i feudatarii del Friuli.
Quanto al Piemonte, mi aiutano a riscontrarlo alcune utili notizie che trovo
sparse qua e là in un'opera di amena ed istruttiva lettura che va pubblicando
ad Ivrea il signor Antonio Bertolotti [435]. Le cerimonie con le quali si
compie tuttora il carnevale d'Ivrea, il più caratteristico fra quelli dell'alta
Italia, alludono evidentemente ad una festa, per la morte di un feudatario,
che voleva deflorare una vergine sposa, o sia riserbarsi il jus primae noctis.
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La tradizione fa del tiranno un marchese di Monferrato, il quale si
rappresenta oggi ancora per mezzo d'un fantoccione, che viene fatto ardere,
sovra un terreno zappato, ogni anno, dai più recenti sposi della parrocchia.
Oltre i marchesi di Monferrato, sembrano avere usato del jus primae noctis,
che il popolo oggidì stranamente chiama il diritto del fodro, forse per
esprimere il diritto sovrano, il diritto del signore, anche i Conti di S.
Martino a Vische, i conti Valperga a Castellamonte, i Tizzoni a Crescentino
ed i Biandrate a san Giorgio. Per i Biandrate mi sembra una prova eloquente
l'udire, per relazione del signor Bertolotti, come nella storia manoscritta di
San Giorgio di Vitale Priè, l'autore, segretario comunale, ed anche, per
qualche tempo, della stessa casa Biandrate, si adoperi a combattere la
tradizione vigente in paese, secondo la quale anche quei feudatari si
usurpavano il diritto della prima notte. Il popolo pazienta, ma non
dimentica. Quei di Feletto poi sono oggi ancora canzonati per l'antico
barbaro diritto che pesava sopra di loro, per la tirannide dei conti di San
Martino di Rivarolo; e, pel nome di Feletto, sebbene filologicamente non
sia da tenersene alcun conto, merita nota l'etimologia che il popolo gli
attribuisce da flere, piangere. Le etimologie che il popolo trova per i suoi
villaggi e le sue città, per quanto ridicole, rispetto al linguaggio, si
riferiscono pure quasi sempre ad una tradizione storica, che ha un
valore [436]. Il popolo sostiene che Feletto si chiamò dal pianto, perchè il
feudatario usurpava ai mariti la sposa per la prima notte; nè io posso trovar
più accettabile l'etimologia del signor Bertolotti, che fa piangere Feletto, per
i danni recati dal fiumicello Orco. Io mi fido assai più, in questo caso, alla
tradizione del volgo, per quanto Felectum non abbia niente di comune con
flere. Nella memoria del popolo rimaneva un triste ricordo che la occupava
tutta; per quel ricordo, volendo spiegarsi la sua origine, non seppe
principiare altrimenti che da esso. Ed a chi consideri la monotonia della vita
ne' villaggi non parrà strano che vi si rammentino per secoli le violenze
patite, per causa d'insolenti signori, che vennero un giorno a turbare l'ordine
e la pace uniforme delle famiglie.
Le vendette del popolo, quando pure esso riesca a vendicarsi,
proporzionandosi ordinariamente al ricevuto insulto, noi possiamo dalla
natura della vendetta argomentare quella dell'insulto. Molti de' feudatarii
venivano dal popolo indignato offesi ne' genitali; è lecito argomentare che,
rappresenta oggi ancora per mezzo d'un fantoccione, che viene fatto ardere,
sovra un terreno zappato, ogni anno, dai più recenti sposi della parrocchia.
Oltre i marchesi di Monferrato, sembrano avere usato del jus primae noctis,
che il popolo oggidì stranamente chiama il diritto del fodro, forse per
esprimere il diritto sovrano, il diritto del signore, anche i Conti di S.
Martino a Vische, i conti Valperga a Castellamonte, i Tizzoni a Crescentino
ed i Biandrate a san Giorgio. Per i Biandrate mi sembra una prova eloquente
l'udire, per relazione del signor Bertolotti, come nella storia manoscritta di
San Giorgio di Vitale Priè, l'autore, segretario comunale, ed anche, per
qualche tempo, della stessa casa Biandrate, si adoperi a combattere la
tradizione vigente in paese, secondo la quale anche quei feudatari si
usurpavano il diritto della prima notte. Il popolo pazienta, ma non
dimentica. Quei di Feletto poi sono oggi ancora canzonati per l'antico
barbaro diritto che pesava sopra di loro, per la tirannide dei conti di San
Martino di Rivarolo; e, pel nome di Feletto, sebbene filologicamente non
sia da tenersene alcun conto, merita nota l'etimologia che il popolo gli
attribuisce da flere, piangere. Le etimologie che il popolo trova per i suoi
villaggi e le sue città, per quanto ridicole, rispetto al linguaggio, si
riferiscono pure quasi sempre ad una tradizione storica, che ha un
valore [436]. Il popolo sostiene che Feletto si chiamò dal pianto, perchè il
feudatario usurpava ai mariti la sposa per la prima notte; nè io posso trovar
più accettabile l'etimologia del signor Bertolotti, che fa piangere Feletto, per
i danni recati dal fiumicello Orco. Io mi fido assai più, in questo caso, alla
tradizione del volgo, per quanto Felectum non abbia niente di comune con
flere. Nella memoria del popolo rimaneva un triste ricordo che la occupava
tutta; per quel ricordo, volendo spiegarsi la sua origine, non seppe
principiare altrimenti che da esso. Ed a chi consideri la monotonia della vita
ne' villaggi non parrà strano che vi si rammentino per secoli le violenze
patite, per causa d'insolenti signori, che vennero un giorno a turbare l'ordine
e la pace uniforme delle famiglie.
Le vendette del popolo, quando pure esso riesca a vendicarsi,
proporzionandosi ordinariamente al ricevuto insulto, noi possiamo dalla
natura della vendetta argomentare quella dell'insulto. Molti de' feudatarii
venivano dal popolo indignato offesi ne' genitali; è lecito argomentare che,
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per quelli, i tiranni avessero peccato. Un simigliante caso trovo ricordato,
come avvenuto a Vische, ove i testimonii, secondo gli atti di quell'archivio
comunale, e consultati dalla diligenza del signor Bertolotti, deponevano per
un orrendo sfregio fatto ad una giovine sposa, ed ove il popolo rese al suo
signore la pariglia [437]. E, secondo ogni probabilità, la rivolta canavesana,
detta il tuchinaggio o tusinaggio [438], che quanto ci rimane ancora oscura,
tanto merita di venire illustrata, ebbe principio dalla stancata pazienza de'
mariti, sebbene più cause abbiano forse contribuito a riscaldarla. Chè, se la
mediazione di Amedeo VI e VII di Savoia salvò dall'ira popolare molti
signori, non consta che, sopita la ribellione, siansi dai signori rinnovati gli
scandali antichi; ed i San Martino e i Tizzoni di Vische e Crescentino, che
sul principio del secolo decimosesto probabilmente il tentarono, fecero
misera fine tra le mani del popolo risollevato.
come avvenuto a Vische, ove i testimonii, secondo gli atti di quell'archivio
comunale, e consultati dalla diligenza del signor Bertolotti, deponevano per
un orrendo sfregio fatto ad una giovine sposa, ed ove il popolo rese al suo
signore la pariglia [437]. E, secondo ogni probabilità, la rivolta canavesana,
detta il tuchinaggio o tusinaggio [438], che quanto ci rimane ancora oscura,
tanto merita di venire illustrata, ebbe principio dalla stancata pazienza de'
mariti, sebbene più cause abbiano forse contribuito a riscaldarla. Chè, se la
mediazione di Amedeo VI e VII di Savoia salvò dall'ira popolare molti
signori, non consta che, sopita la ribellione, siansi dai signori rinnovati gli
scandali antichi; ed i San Martino e i Tizzoni di Vische e Crescentino, che
sul principio del secolo decimosesto probabilmente il tentarono, fecero
misera fine tra le mani del popolo risollevato.
Page 158
IV.
Il paraninfo e la pronuba.
Il paraninfo assiste lo sposo, la pronuba la sposa. Il paraninfo è spesso una
sola cosa col compare (cum patre) e procolo, per lo più o il padre dello
sposo, o un vecchio suo parente, o il prete; la pronuba, che adempie spesso
gli ufficii della comare (cum matre), e mezzana, è per lo più una suocera od
una vecchia parente. Stando così le cose, non è meraviglia che gli sposi
sopportino testimonii al compimento delle loro nozze; sono padri e maestri,
madri e consigliere, non già indiscreti curiosi i loro assistenti. Gli inni
vedici ci lasciano vedere chiaramente come il prete guidasse gli sposi
inesperti fino all'ultimo; e il prete francese che nel medio evo benediceva
ancora il letto nuziale, e il malossè o mezzano vogherese che riceve tuttora
in dono una camicia, ricordano, parmi, il dono delle camicie che gli sposi
dell'età vedica rilasciavano al loro assistente presso il talamo, e l'uso
germanico, che il Weber [439] cita dal Weinhold, per cui allo sposo,
l'indomani delle nozze, sono messi innanzi al letto abiti nuovi.
I paraninfi hanno nell'inno nuziale vedico una parte essenziale, e così
ancora nell'uso odierno nuziale montenegrino [440].
Dagli usi italici non pare che siasi mai ricevuto fra noi il testimonio
maschio ad assistere gli sposi sul talamo, nè forse alcuna donna; Catullo
dice soltanto alle donne: collocate puellulam; dopo il che sembra la pronuba
si ritirasse. Così la pronuba turca è mandata via dagli stessi sposi, quando
loro paia di non avere più bisogno di lei.
Nell'uso odierno italiano, la pronuba è una delle suocere: essa tuttavia,
mentre la romana innanzi di guidarla al lectus genialis, sparso di rose,
faceva sedere la sposa sul fallo d'un Priapo [441], si contenta di allestire il
Il paraninfo e la pronuba.
Il paraninfo assiste lo sposo, la pronuba la sposa. Il paraninfo è spesso una
sola cosa col compare (cum patre) e procolo, per lo più o il padre dello
sposo, o un vecchio suo parente, o il prete; la pronuba, che adempie spesso
gli ufficii della comare (cum matre), e mezzana, è per lo più una suocera od
una vecchia parente. Stando così le cose, non è meraviglia che gli sposi
sopportino testimonii al compimento delle loro nozze; sono padri e maestri,
madri e consigliere, non già indiscreti curiosi i loro assistenti. Gli inni
vedici ci lasciano vedere chiaramente come il prete guidasse gli sposi
inesperti fino all'ultimo; e il prete francese che nel medio evo benediceva
ancora il letto nuziale, e il malossè o mezzano vogherese che riceve tuttora
in dono una camicia, ricordano, parmi, il dono delle camicie che gli sposi
dell'età vedica rilasciavano al loro assistente presso il talamo, e l'uso
germanico, che il Weber [439] cita dal Weinhold, per cui allo sposo,
l'indomani delle nozze, sono messi innanzi al letto abiti nuovi.
I paraninfi hanno nell'inno nuziale vedico una parte essenziale, e così
ancora nell'uso odierno nuziale montenegrino [440].
Dagli usi italici non pare che siasi mai ricevuto fra noi il testimonio
maschio ad assistere gli sposi sul talamo, nè forse alcuna donna; Catullo
dice soltanto alle donne: collocate puellulam; dopo il che sembra la pronuba
si ritirasse. Così la pronuba turca è mandata via dagli stessi sposi, quando
loro paia di non avere più bisogno di lei.
Nell'uso odierno italiano, la pronuba è una delle suocere: essa tuttavia,
mentre la romana innanzi di guidarla al lectus genialis, sparso di rose,
faceva sedere la sposa sul fallo d'un Priapo [441], si contenta di allestire il
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letto, spogliare la sposa, dare consigli di moderazione e spegnere
modestamente il lume.
Nell'Arpinate, anzi, il padre e la madre dello sposo vanno primi a letto, e dal
letto ricevono gli sposi; e dato loro il permesso di dormire insieme, li
lasciano andar liberi e soli al nido.
modestamente il lume.
Nell'Arpinate, anzi, il padre e la madre dello sposo vanno primi a letto, e dal
letto ricevono gli sposi; e dato loro il permesso di dormire insieme, li
lasciano andar liberi e soli al nido.
Page 160
V.
Gli sposi soli.
Alfine! — Ma essi devono stare attenti al letto. A Pernate, nel Novarese, è
costume che la compagnia nuziale, prima d'andarsene, salti sopra il letto
degli sposi e lo guasti. Nel Canavese, usano assodarlo e renderlo scomodo
col mettere sotto i lenzuoli e i materassi patate, rape, pannocchie di meliga.
Assicuratisi del letto, devono guardare al solaio, se questo sia di legno;
poichè, in quella notte, ci ha da piovere; la brigata, a Quassolo, nell'alto
Canavese, prepara, quando può, agli sposi una simile sorpresa; e se il solaio
non è di legno, gli sposi devono turarsi gli orecchi, per non udire il suono
de' pifferi e tamburi che si farà sotto le loro finestre, per non lasciarli aver
pace. È una rozza reminiscenza dell'antico epitalamio, e oltre a questo, ha
un significato speciale che sarà meglio rilevato dal nostro libretto sopra gli
usi natalizii.
Gli sposi soli.
Alfine! — Ma essi devono stare attenti al letto. A Pernate, nel Novarese, è
costume che la compagnia nuziale, prima d'andarsene, salti sopra il letto
degli sposi e lo guasti. Nel Canavese, usano assodarlo e renderlo scomodo
col mettere sotto i lenzuoli e i materassi patate, rape, pannocchie di meliga.
Assicuratisi del letto, devono guardare al solaio, se questo sia di legno;
poichè, in quella notte, ci ha da piovere; la brigata, a Quassolo, nell'alto
Canavese, prepara, quando può, agli sposi una simile sorpresa; e se il solaio
non è di legno, gli sposi devono turarsi gli orecchi, per non udire il suono
de' pifferi e tamburi che si farà sotto le loro finestre, per non lasciarli aver
pace. È una rozza reminiscenza dell'antico epitalamio, e oltre a questo, ha
un significato speciale che sarà meglio rilevato dal nostro libretto sopra gli
usi natalizii.
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VI.
Epitalamio.
Dopo che la sposa ha mangiato la sua mela codogna, secondo il precetto di
Solone [442], dopo che la sposa ha battuto lo sposo col ramo di ulivo
benedetto, secondo il rito andaluso [443], dopo che gli sposi hanno spento i
lumi, non resta a noi altro che ritrarci ed osservare la lieta brigata, che fuori
della porta, o per non lasciarli dormire, o per coprirne lo strepito che si
suppone vogliano fare, o per impedire che le compagne intendano il grido
della vergine che passa, ha già intuonato il libero epitalamio:
Su, giovinetti, ai ludi
D'amor! su, a chi più sudi;
Come colombe, al murmure;
Com'edera, ai tenaci
Amplessi; e conche, ai baci [444].
Il di più che si può dire, si può anche meglio che dire immaginare [445].
Epitalamio.
Dopo che la sposa ha mangiato la sua mela codogna, secondo il precetto di
Solone [442], dopo che la sposa ha battuto lo sposo col ramo di ulivo
benedetto, secondo il rito andaluso [443], dopo che gli sposi hanno spento i
lumi, non resta a noi altro che ritrarci ed osservare la lieta brigata, che fuori
della porta, o per non lasciarli dormire, o per coprirne lo strepito che si
suppone vogliano fare, o per impedire che le compagne intendano il grido
della vergine che passa, ha già intuonato il libero epitalamio:
Su, giovinetti, ai ludi
D'amor! su, a chi più sudi;
Come colombe, al murmure;
Com'edera, ai tenaci
Amplessi; e conche, ai baci [444].
Il di più che si può dire, si può anche meglio che dire immaginare [445].
Page 162
VII.
Il giorno dopo.
Gli sposi essendo così difinitivamente fatti [446], il giorno dopo, la madre
dello sposo arriva, nel Palermitano, col cioccolatto, per ridar le forze agli
sposi. La sposa presenta alla suocera i panni insanguinati, affinchè ella
riceva una soddisfazione, ossia si convinca che la sposa era novizia, e le due
suocere, al primo loro incontro, si mostrano, con reciproci rallegramenti, gli
stessi panni. L'uso è antico e sparso non pure tra gli Indo-Europei, ma anche
tra i Semiti e gli Egizii.
Presso Adamo Oleario, che viaggiava in Persia nell'anno 1637, trovo riferito
il seguente uso persiano. Celebrate le nozze, se la sposa non era vergine, lo
sposo usava rinviarla, tagliandole talora anche il naso o le orecchie (il taglio
del naso si usava pure nell'India, come rileviamo da un racconto del
Panciatantra, per punire le mogli infedeli); se la sposa invece era vergine,
lo sposo mandava ai parenti le prove della verginità ed allora banchettavasi
allegramente per tre giorni. A tali festini venivano spesso invitati poeti, i
quali portavano sovra un piatto un albero i cui rami erano carichi di frutti.
L'albero doveva simboleggiare la verginità della sposa. Ogni astante cerca
di carpirne un frutto; se gli riesce, il marito deve riscattarlo con un regalo;
se il rapitore, invece, vien sorpreso in flagrante, deve restituire al marito
cento volte più ch'ei non ha preso.
Il marchese Orazio Antinori mi assicura d'aver visto l'indomani della
consumazione d'un matrimonio, a Maratona, in Grecia, spiegati sulla
finestra della camera nuziale i panni insanguinati. Nella Piccola Russia
questi venivano portati processionalmente pel villaggio; e da pochi anni
soltanto vennero sostituiti da una simbolica bandiera rossa, come può
rilevarsi da un quadro di Sukoloff, che rappresenta una festa nuziale. Se la
Il giorno dopo.
Gli sposi essendo così difinitivamente fatti [446], il giorno dopo, la madre
dello sposo arriva, nel Palermitano, col cioccolatto, per ridar le forze agli
sposi. La sposa presenta alla suocera i panni insanguinati, affinchè ella
riceva una soddisfazione, ossia si convinca che la sposa era novizia, e le due
suocere, al primo loro incontro, si mostrano, con reciproci rallegramenti, gli
stessi panni. L'uso è antico e sparso non pure tra gli Indo-Europei, ma anche
tra i Semiti e gli Egizii.
Presso Adamo Oleario, che viaggiava in Persia nell'anno 1637, trovo riferito
il seguente uso persiano. Celebrate le nozze, se la sposa non era vergine, lo
sposo usava rinviarla, tagliandole talora anche il naso o le orecchie (il taglio
del naso si usava pure nell'India, come rileviamo da un racconto del
Panciatantra, per punire le mogli infedeli); se la sposa invece era vergine,
lo sposo mandava ai parenti le prove della verginità ed allora banchettavasi
allegramente per tre giorni. A tali festini venivano spesso invitati poeti, i
quali portavano sovra un piatto un albero i cui rami erano carichi di frutti.
L'albero doveva simboleggiare la verginità della sposa. Ogni astante cerca
di carpirne un frutto; se gli riesce, il marito deve riscattarlo con un regalo;
se il rapitore, invece, vien sorpreso in flagrante, deve restituire al marito
cento volte più ch'ei non ha preso.
Il marchese Orazio Antinori mi assicura d'aver visto l'indomani della
consumazione d'un matrimonio, a Maratona, in Grecia, spiegati sulla
finestra della camera nuziale i panni insanguinati. Nella Piccola Russia
questi venivano portati processionalmente pel villaggio; e da pochi anni
soltanto vennero sostituiti da una simbolica bandiera rossa, come può
rilevarsi da un quadro di Sukoloff, che rappresenta una festa nuziale. Se la
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pubblica allegrezza per la sposa deflorata è tanta, non può recar meraviglia
che lo sposo abbia potuto per la contentezza della trovata e tolta verginità,
dare talora in premio alla sposa tutta o quasi la sua fortuna. Questa liberalità
dello sposo chiamavasi col nome di morgincap o morgengabe o dono del
mattino, poichè nel mattino che succedeva alla notte del consumato
matrimonio soleva, nel medio evo, lo sposo germanico spogliarsi di una
parte delle sue sostanze, in favore della fanciulla ch'egli avea fatto diventar
donna. Nel codice dell'imperator Lodovico (XII, 134) il morgengabe è
definito «un regalo fatto alla donna pel massimo de' pregi ch'ella abbia
ricevuto da Dio [447]» e di cui ella fa sacrificio al marito. Il diritto
Longobardico [448] stabilisce già tuttavia che il regalo dello sposo non possa
eccedere la quarta parte del suo avere; ma che l'ordine fosse male osservato
si può rilevare dalla ventesima dissertazione del Muratori [449] e dalla
preoccupazione di quasi tutti i nostri Statuti comunali per impedire le
eccessive donazioni per parte de' mariti. Che l'uso poi non fosse
esclusivamente germanico, ci consta dal sapere come la sposa greca, dopo
la prima notte nuziale (νὺξ μυστική) fosse pure, oltre che dai parenti, come
negli usi nostri, generosamente regalata dal marito.
La sposa indiana, dopo la prima notte, per dieci giorni non usciva dalla casa
maritale; la sposa nostra, generalmente, vi si trattiene per otto; il pudore la
nasconde alle ciarle indiscrete del mondo, il pudore, per rispetto al quale lo
sposo del Lago Maggiore è sollecito ad alzarsi il mattino per levare i
puntelli che la brigata, volendo far vergogna alla sposa, pose nella notte alla
casa, come se il ludus Veneris, per troppa energia, avesse potuto farla
crollare. L'antica formola indiana invita la sposa a salire lieta sul talamo, ma
a destarsi col primo raggio del mattino; e questa è pure la sollecitudine
continua delle spose pudiche e prudenti; ma la brigata maligna non lo
permette sempre. Nel Trentino essa ha cura di mettere assi alle finestre o di
chiuderne le esterne imposte, affinchè il primo raggio del mattino indicato
dal poeta indiano non risvegli gli sposi, e la vergogna li sorprenda quando
accade che fra le risate del volgo si levino a giorno avanzato. Così
nemmeno la luna di miele, che è pur tanto invidiata e tanto fuggitiva, può
dirsi priva delle sue amarezze; le cure della fanciulla non son finite; quelle
della donna hanno già principiato; e, fra le une e le altre, si agitano speranze
miste di timori, ed illusioni piene di disinganni. La giovine sposa ha sempre
che lo sposo abbia potuto per la contentezza della trovata e tolta verginità,
dare talora in premio alla sposa tutta o quasi la sua fortuna. Questa liberalità
dello sposo chiamavasi col nome di morgincap o morgengabe o dono del
mattino, poichè nel mattino che succedeva alla notte del consumato
matrimonio soleva, nel medio evo, lo sposo germanico spogliarsi di una
parte delle sue sostanze, in favore della fanciulla ch'egli avea fatto diventar
donna. Nel codice dell'imperator Lodovico (XII, 134) il morgengabe è
definito «un regalo fatto alla donna pel massimo de' pregi ch'ella abbia
ricevuto da Dio [447]» e di cui ella fa sacrificio al marito. Il diritto
Longobardico [448] stabilisce già tuttavia che il regalo dello sposo non possa
eccedere la quarta parte del suo avere; ma che l'ordine fosse male osservato
si può rilevare dalla ventesima dissertazione del Muratori [449] e dalla
preoccupazione di quasi tutti i nostri Statuti comunali per impedire le
eccessive donazioni per parte de' mariti. Che l'uso poi non fosse
esclusivamente germanico, ci consta dal sapere come la sposa greca, dopo
la prima notte nuziale (νὺξ μυστική) fosse pure, oltre che dai parenti, come
negli usi nostri, generosamente regalata dal marito.
La sposa indiana, dopo la prima notte, per dieci giorni non usciva dalla casa
maritale; la sposa nostra, generalmente, vi si trattiene per otto; il pudore la
nasconde alle ciarle indiscrete del mondo, il pudore, per rispetto al quale lo
sposo del Lago Maggiore è sollecito ad alzarsi il mattino per levare i
puntelli che la brigata, volendo far vergogna alla sposa, pose nella notte alla
casa, come se il ludus Veneris, per troppa energia, avesse potuto farla
crollare. L'antica formola indiana invita la sposa a salire lieta sul talamo, ma
a destarsi col primo raggio del mattino; e questa è pure la sollecitudine
continua delle spose pudiche e prudenti; ma la brigata maligna non lo
permette sempre. Nel Trentino essa ha cura di mettere assi alle finestre o di
chiuderne le esterne imposte, affinchè il primo raggio del mattino indicato
dal poeta indiano non risvegli gli sposi, e la vergogna li sorprenda quando
accade che fra le risate del volgo si levino a giorno avanzato. Così
nemmeno la luna di miele, che è pur tanto invidiata e tanto fuggitiva, può
dirsi priva delle sue amarezze; le cure della fanciulla non son finite; quelle
della donna hanno già principiato; e, fra le une e le altre, si agitano speranze
miste di timori, ed illusioni piene di disinganni. La giovine sposa ha sempre
Page 164
fretta di divenir madre per togliersi a tanta smaniosa incertezza; così
all'uccello non sembra mai suo il nido, finch'esso non vi abbia covata,
nudrita e addestrata al volo una novella prole.
all'uccello non sembra mai suo il nido, finch'esso non vi abbia covata,
nudrita e addestrata al volo una novella prole.
Page 165
LIBRO QUARTO
LE NUOVE NOZZE
LE NUOVE NOZZE
Page 166
I.
Quando le nozze vanno a monte.
Vi sono tre casi di nuove nozze: il primo, per causa di rifiuto e divorzio; il
secondo, per causa di morte; il terzo, per causa di vecchiaia. Ne' due primi
casi vi è separazione; nel terzo, confermazione degli sposi.
Il rifiuto suppone la suprema autorità del marito che rinvia la moglie, il
divorzio suppone una separazione consentita tra le due parti, che non si
accordano. Ma diverse le cerimonie, se le nozze vanno a monte innanzi di
essere consacrate o dopo la loro consecrazione. In Germania allo sposo o
alla sposa in fallimento si dava un corbello vuoto; nella Piccola Russia, una
zucca, equivalente a cosa vuota; e in Francia nocciuole, per indicar forse al
pretendente o alla fanciulla respinta che per loro è ancora tempo da inezie
infantili, come il marito romano spargeva ai fanciulli le noci, per significare
ch'egli rinunciava ai loro giochi [450]. In Toscana, d'uno sposo fallito si dice
ch'egli ebbe la stincata o gambata; presso il Lago Maggiore, ch'egli ha
preso la tela del sacco [451]; nel Canavese, ch'egli ha cavato un ceppo [452] o
che venne buttato giù. Essendosi poi anticipato dallo sposo qualche pegno
od arra, si restituisce o si ritiene secondo l'uso romano [453] e statutario [454],
per rispetto alla colpabilità del disertore.
Per quasi tutta l'Italia, poi, corre l'uso di spargere crusca o segatura o cenere
fra la casa della chiesta fanciulla e quella dello sposo fallito, come a
dimostrare ch'egli fece una cosa inutile, ossia, come si dice, un buco
nell'acqua. Per ragione analoga, in Germania, si sparge la via di paglia trita
alla fanciulla che, recandosi a marito, non si trova più vergine [455].
Quando le nozze vanno a monte.
Vi sono tre casi di nuove nozze: il primo, per causa di rifiuto e divorzio; il
secondo, per causa di morte; il terzo, per causa di vecchiaia. Ne' due primi
casi vi è separazione; nel terzo, confermazione degli sposi.
Il rifiuto suppone la suprema autorità del marito che rinvia la moglie, il
divorzio suppone una separazione consentita tra le due parti, che non si
accordano. Ma diverse le cerimonie, se le nozze vanno a monte innanzi di
essere consacrate o dopo la loro consecrazione. In Germania allo sposo o
alla sposa in fallimento si dava un corbello vuoto; nella Piccola Russia, una
zucca, equivalente a cosa vuota; e in Francia nocciuole, per indicar forse al
pretendente o alla fanciulla respinta che per loro è ancora tempo da inezie
infantili, come il marito romano spargeva ai fanciulli le noci, per significare
ch'egli rinunciava ai loro giochi [450]. In Toscana, d'uno sposo fallito si dice
ch'egli ebbe la stincata o gambata; presso il Lago Maggiore, ch'egli ha
preso la tela del sacco [451]; nel Canavese, ch'egli ha cavato un ceppo [452] o
che venne buttato giù. Essendosi poi anticipato dallo sposo qualche pegno
od arra, si restituisce o si ritiene secondo l'uso romano [453] e statutario [454],
per rispetto alla colpabilità del disertore.
Per quasi tutta l'Italia, poi, corre l'uso di spargere crusca o segatura o cenere
fra la casa della chiesta fanciulla e quella dello sposo fallito, come a
dimostrare ch'egli fece una cosa inutile, ossia, come si dice, un buco
nell'acqua. Per ragione analoga, in Germania, si sparge la via di paglia trita
alla fanciulla che, recandosi a marito, non si trova più vergine [455].
Page 167
II.
Nozze di vedove.
La moglie ripudiata o che separavasi dal marito soleva restituirgli le chiavi
dal marito confidatele, simbolo di domestico dominio [456]. Il marito nella
casa è sovrano, e a lui spetta il diritto di perdonare e di punire; quindi allora
che, per caso, la moglie battesse lui, o lo picchiasse, egli viene sottoposto
alla pena dell'asino, o sia a cavalcare un asino con la faccia rivolta verso la
coda di esso, la quale, svergognato, egli deve pure tenere in mano [457]. Una
pena simile fu, non ha molto ancora, inflitta nella valle di Stura ad un
marito che si lasciava picchiare dalla propria moglie [458].
Ma non basta: muore il marito: e la casa deve farsi deserta; e la moglie ha
da seguirlo nella tomba: la moglie che sopravvive, sopravvive soltanto per
la sua infamia, e la vedova che si rimarita viene dai testimonii dello
scandalo perseguitata. Questo è, pur troppo, l'uso indo-europeo diventato
barbaro. Ora con tale uso, se ne combina un altro che trasse le prime origini
da un sentimento di paura, poichè appare dagli stessi inni vedici che i mariti
temevano essere fatti morire dalle loro mogli; l'uso vo' dire che trasse
migliaia e milioni forse di vedove indiane a perire miseramente sul rogo,
per scellerato impulso de' brâhmani, i quali convertirono l'uso in un vero
comandamento religioso, affidati a certe mostruose apparenze del mito che
sembravano legittimarlo. In Grecia, lo sposo non si degnava di menare esso
stesso la vedova; se la faceva, in vece, condurre da un amico, o parente, il
νυμφαγωγός. A Roma, nessuna cerimonia si compieva pel matrimonio delle
vedove. In Germania, oltre alla paglia trita che si spargeva e si sparge per la
via percorsa dalla vedova sposa, pretendevasi pure in qualche luogo dai
parenti del primo sposo un'ammenda in danaro [459]; in Francia usava il
barbaro charivari [460], di cui il solo nome vi si conservò: in Italia, sotto il
nome di scampanata (Toscana) o tucca (Pesaro) o facioreso (Novi), vive
Nozze di vedove.
La moglie ripudiata o che separavasi dal marito soleva restituirgli le chiavi
dal marito confidatele, simbolo di domestico dominio [456]. Il marito nella
casa è sovrano, e a lui spetta il diritto di perdonare e di punire; quindi allora
che, per caso, la moglie battesse lui, o lo picchiasse, egli viene sottoposto
alla pena dell'asino, o sia a cavalcare un asino con la faccia rivolta verso la
coda di esso, la quale, svergognato, egli deve pure tenere in mano [457]. Una
pena simile fu, non ha molto ancora, inflitta nella valle di Stura ad un
marito che si lasciava picchiare dalla propria moglie [458].
Ma non basta: muore il marito: e la casa deve farsi deserta; e la moglie ha
da seguirlo nella tomba: la moglie che sopravvive, sopravvive soltanto per
la sua infamia, e la vedova che si rimarita viene dai testimonii dello
scandalo perseguitata. Questo è, pur troppo, l'uso indo-europeo diventato
barbaro. Ora con tale uso, se ne combina un altro che trasse le prime origini
da un sentimento di paura, poichè appare dagli stessi inni vedici che i mariti
temevano essere fatti morire dalle loro mogli; l'uso vo' dire che trasse
migliaia e milioni forse di vedove indiane a perire miseramente sul rogo,
per scellerato impulso de' brâhmani, i quali convertirono l'uso in un vero
comandamento religioso, affidati a certe mostruose apparenze del mito che
sembravano legittimarlo. In Grecia, lo sposo non si degnava di menare esso
stesso la vedova; se la faceva, in vece, condurre da un amico, o parente, il
νυμφαγωγός. A Roma, nessuna cerimonia si compieva pel matrimonio delle
vedove. In Germania, oltre alla paglia trita che si spargeva e si sparge per la
via percorsa dalla vedova sposa, pretendevasi pure in qualche luogo dai
parenti del primo sposo un'ammenda in danaro [459]; in Francia usava il
barbaro charivari [460], di cui il solo nome vi si conservò: in Italia, sotto il
nome di scampanata (Toscana) o tucca (Pesaro) o facioreso (Novi), vive
Page 168
ancora la cosa, per rimediare forse alla quale, od allo scandalo supposto nel
matrimonio delle vedove, a Perugia, secondo Angelo Degli Ubaldi,
giureconsulto del secolo decimoquinto, le vedove si sposavano solamente di
notte. Era antichissima opinione in Italia che l'anima dell'estinto marito
dovesse rattristarsi per le nuove nozze della vedova già sua sposa [461]; il
titolo di univira, che troviamo dato nelle antiche iscrizioni alle mogli d'un
solo marito, era, di certo, per ragione di encomio [462]; e le penitenze che i
sacerdoti de' primi secoli cristiani imponevano alle vedove che si
rimaritavano mostrano che la chiesa stessa cristiana le disapprovava [463].
Nel Napoletano la vedova dovea tagliarsi i capelli e farne sacrificio al
marito estinto; ed oggi ancora, a Mineo, in Sicilia, essa deve andare alla
chiesa coi capelli arruffati [464]. Così la chiesa segue le superstizioni e le
feconda con novello apparato; le superstizioni secondate menano quindi
allo scandalo; la chiesa allora interviene per farlo cessare; ma nè il suo veto,
nè quello di alcuni Statuti comunali [465] valsero a far cessare l'indecente
abuso che la inerte indifferenza de' governi italiani ha fino a' dì nostri
tollerato. Esso disturba tuttora molte nozze di vedove nelle campagne del
Vercellese, di Cuneo e di Pinerolo in Piemonte, di Novi Ligure, della
Valtellina, del Comasco, del Trentino, del Pistoiese, del Pesarese,
dell'Umbria e dell'Abruzzese teramano; dura spesso tre sere, e non ha
limite, e cagiona talora avvenimenti assai luttuosi, se gli sposi non si
affrettano a placare l'insolente brigata, invitandola a copiose ed elette
libazioni, licenziandola quindi con volto festivo e quasi riconoscente. Il
volgo è una bestia selvaggia che non rinuncia agevolmente alle sue vecchie
abitudini; e quella delle scampanate per le vedove è una tra le più bestiali.
matrimonio delle vedove, a Perugia, secondo Angelo Degli Ubaldi,
giureconsulto del secolo decimoquinto, le vedove si sposavano solamente di
notte. Era antichissima opinione in Italia che l'anima dell'estinto marito
dovesse rattristarsi per le nuove nozze della vedova già sua sposa [461]; il
titolo di univira, che troviamo dato nelle antiche iscrizioni alle mogli d'un
solo marito, era, di certo, per ragione di encomio [462]; e le penitenze che i
sacerdoti de' primi secoli cristiani imponevano alle vedove che si
rimaritavano mostrano che la chiesa stessa cristiana le disapprovava [463].
Nel Napoletano la vedova dovea tagliarsi i capelli e farne sacrificio al
marito estinto; ed oggi ancora, a Mineo, in Sicilia, essa deve andare alla
chiesa coi capelli arruffati [464]. Così la chiesa segue le superstizioni e le
feconda con novello apparato; le superstizioni secondate menano quindi
allo scandalo; la chiesa allora interviene per farlo cessare; ma nè il suo veto,
nè quello di alcuni Statuti comunali [465] valsero a far cessare l'indecente
abuso che la inerte indifferenza de' governi italiani ha fino a' dì nostri
tollerato. Esso disturba tuttora molte nozze di vedove nelle campagne del
Vercellese, di Cuneo e di Pinerolo in Piemonte, di Novi Ligure, della
Valtellina, del Comasco, del Trentino, del Pistoiese, del Pesarese,
dell'Umbria e dell'Abruzzese teramano; dura spesso tre sere, e non ha
limite, e cagiona talora avvenimenti assai luttuosi, se gli sposi non si
affrettano a placare l'insolente brigata, invitandola a copiose ed elette
libazioni, licenziandola quindi con volto festivo e quasi riconoscente. Il
volgo è una bestia selvaggia che non rinuncia agevolmente alle sue vecchie
abitudini; e quella delle scampanate per le vedove è una tra le più bestiali.
Page 169
III.
Nozze d'argento e nozze d'oro.
Di argento si chiamano le nozze che si rinnovano da sposi vissuti insieme
d'accordo per venticinque anni, d'oro le seconde nozze degli sposi, dopo
cinquant'anni di felice unione.
Queste ultime, per essere più rare, riescono pure più commoventi.
Esse si usano anche in Piemonte, ove la cerimonia principale consiste
nell'andata in chiesa.
Procedono a due a due, e la processione viene aperta dai due bambini più
piccoli dell'ultima generazione; seguono gli altri, per ordine di età, fino ai
due vecchi che la chiudono.
Il prete benedice le nozze, ma naturalmente non dà più l'anello, per la stessa
ragione che non permette di ridarlo alle vedove. Si torna dalla chiesa nello
stesso ordine con cui vi si è andati, e i parenti si raccolgono a banchetto
intorno ai loro due vecchi; si mangia, si beve e si ride più che la gravezza
degli anni ai due vecchi non conceda; e si balla anche, aprendosi e
rinnovandosi dai vecchi sposi le danze antiche. Ma la troppa allegrezza, ne'
vecchi, fa paura; l'indomani della festa è spesso giorno di lutto, e, con lo
stesso ordine, la medesima comitiva ritorna spesso alla chiesa; ma nessuno
più ride; le nozze d'oro hanno lasciato ai vivi un'eredità di lugubri
gramaglie, simili a quelle del sole che indossa i suoi abiti più belli, quando,
dal remoto occidente, lancia alla terra l'ultimo suo sorriso.
Nozze d'argento e nozze d'oro.
Di argento si chiamano le nozze che si rinnovano da sposi vissuti insieme
d'accordo per venticinque anni, d'oro le seconde nozze degli sposi, dopo
cinquant'anni di felice unione.
Queste ultime, per essere più rare, riescono pure più commoventi.
Esse si usano anche in Piemonte, ove la cerimonia principale consiste
nell'andata in chiesa.
Procedono a due a due, e la processione viene aperta dai due bambini più
piccoli dell'ultima generazione; seguono gli altri, per ordine di età, fino ai
due vecchi che la chiudono.
Il prete benedice le nozze, ma naturalmente non dà più l'anello, per la stessa
ragione che non permette di ridarlo alle vedove. Si torna dalla chiesa nello
stesso ordine con cui vi si è andati, e i parenti si raccolgono a banchetto
intorno ai loro due vecchi; si mangia, si beve e si ride più che la gravezza
degli anni ai due vecchi non conceda; e si balla anche, aprendosi e
rinnovandosi dai vecchi sposi le danze antiche. Ma la troppa allegrezza, ne'
vecchi, fa paura; l'indomani della festa è spesso giorno di lutto, e, con lo
stesso ordine, la medesima comitiva ritorna spesso alla chiesa; ma nessuno
più ride; le nozze d'oro hanno lasciato ai vivi un'eredità di lugubri
gramaglie, simili a quelle del sole che indossa i suoi abiti più belli, quando,
dal remoto occidente, lancia alla terra l'ultimo suo sorriso.
Page 170
APPENDICE
Page 171
I.
USI NUZIALI VENETI
(Raccolti da Dom. Giuseppe Bernoni).
I primi passi.
Apena che i tosi xe grandi el so pensier xe de catarse la morosa, perchè,
come la dona no pol star senza l'omo [466], gnanca po l'omo no pol star senza
la dona [467].
Co' i s'à trovà la regazza che ghe dà a genio, alora i cerca de darse a
conosser. Prima, dunque, i ghe spassisa soto i so balconi e i ghe dà dele
ociae; po i va de note e i ghe canta dele canzon, minzionandola anca per
nome [468], e dopo, a poco a poco, i ghe tien drio co' la vien fora de casa, e i
la saluda. Alora i stà a osservar cossa che fa la regazza; e se i vede che la
ghe tien drio co i oci quando i passa, e che la ghe risponde quando i la
saluda, i tol a sperar ben, e i se fa coragio, i ghe dimanda se la xe contenta
de farghe l'amor [469].
La tosa, per solito, tol tempo tre giorni a pensar. Passà sti tre giorni, la
risponde al toso che l'à dimandada, che la sarave anca persuasa de farghe
l'amor, basta che nol la mena a torzio, e che i genitori ghe permeta [470].
Quando la regazza no xe contenta e no la vol saverghene de sto moroso, no
la se fa vedar ai balconi e la resta su la so camara, e, se lu seguita a passar,
la ghe canta a drio dele canzon, con dito che nol staga a pensar altro a
ela [471].
USI NUZIALI VENETI
(Raccolti da Dom. Giuseppe Bernoni).
I primi passi.
Apena che i tosi xe grandi el so pensier xe de catarse la morosa, perchè,
come la dona no pol star senza l'omo [466], gnanca po l'omo no pol star senza
la dona [467].
Co' i s'à trovà la regazza che ghe dà a genio, alora i cerca de darse a
conosser. Prima, dunque, i ghe spassisa soto i so balconi e i ghe dà dele
ociae; po i va de note e i ghe canta dele canzon, minzionandola anca per
nome [468], e dopo, a poco a poco, i ghe tien drio co' la vien fora de casa, e i
la saluda. Alora i stà a osservar cossa che fa la regazza; e se i vede che la
ghe tien drio co i oci quando i passa, e che la ghe risponde quando i la
saluda, i tol a sperar ben, e i se fa coragio, i ghe dimanda se la xe contenta
de farghe l'amor [469].
La tosa, per solito, tol tempo tre giorni a pensar. Passà sti tre giorni, la
risponde al toso che l'à dimandada, che la sarave anca persuasa de farghe
l'amor, basta che nol la mena a torzio, e che i genitori ghe permeta [470].
Quando la regazza no xe contenta e no la vol saverghene de sto moroso, no
la se fa vedar ai balconi e la resta su la so camara, e, se lu seguita a passar,
la ghe canta a drio dele canzon, con dito che nol staga a pensar altro a
ela [471].
Page 172
El permesso.
De regola no pol un toso far l'amor co 'na tosa, co' i genitori de ela no ghe
permete [472].
Dunque, se sto toso ga bone intenzion, el va elo, o el manda un'altra
persona, dai genitori, a vedar se lori xe contenti ch'el ghe fazza l'amor.
Alora i genitori tol informazion, e, se i cognosse che el toso xe un bon toso,
e che el xe per la regazza [473], e che ela sia contenta, i ghe dà tempo
quindese giorni, un mese, do mesi, conforme, perchè i fazza la prova.
La dimanda.
Passà sti quindese giorni, o el mese, o i do, se sti morosi no se comoda, i se
lassa; e se inveçe i se comoda, alora, in un giorno che se stabilisse, i
genitori dela regazza fa un disnar, o 'na çena, e el toso va a sto disnar, o
çena, co so pare e co so mare, e là el fa la dimanda dela tosa, e per primo
pegno el ghe regala un picolo aneleto [474] o qualche altra cossa. Co' el l'à
dimandada, el va a farghe l'amor ogni oto giorni, e anca de più, se i genitori
dela tosa xe contenti [475].
El segno.
Dopo la dimanda vien el segno [476].
El segno xe un anelo d'oro [477], che el moroso dà a la regazza, perchè tutti
cognossa che la xe impegnada e che nissun altro no la pol dimandar.
In quela che el ghe dà l'anelo, el tol anca el tempo per el matrimonio: sto
tempo pol esser sie mesi, un ano, do ani e anca più, conforme che i so
interessi ghe permete.
Dunque, da là un toco che i ga fato la dimanda, se i morosi trova d'esser
contenti tuti do, i stabilisse la zornada per el segno, e alora i genitori de ela
parecia un altro disnar, o una çena, che se ciama segno, e là el moroso ghe
De regola no pol un toso far l'amor co 'na tosa, co' i genitori de ela no ghe
permete [472].
Dunque, se sto toso ga bone intenzion, el va elo, o el manda un'altra
persona, dai genitori, a vedar se lori xe contenti ch'el ghe fazza l'amor.
Alora i genitori tol informazion, e, se i cognosse che el toso xe un bon toso,
e che el xe per la regazza [473], e che ela sia contenta, i ghe dà tempo
quindese giorni, un mese, do mesi, conforme, perchè i fazza la prova.
La dimanda.
Passà sti quindese giorni, o el mese, o i do, se sti morosi no se comoda, i se
lassa; e se inveçe i se comoda, alora, in un giorno che se stabilisse, i
genitori dela regazza fa un disnar, o 'na çena, e el toso va a sto disnar, o
çena, co so pare e co so mare, e là el fa la dimanda dela tosa, e per primo
pegno el ghe regala un picolo aneleto [474] o qualche altra cossa. Co' el l'à
dimandada, el va a farghe l'amor ogni oto giorni, e anca de più, se i genitori
dela tosa xe contenti [475].
El segno.
Dopo la dimanda vien el segno [476].
El segno xe un anelo d'oro [477], che el moroso dà a la regazza, perchè tutti
cognossa che la xe impegnada e che nissun altro no la pol dimandar.
In quela che el ghe dà l'anelo, el tol anca el tempo per el matrimonio: sto
tempo pol esser sie mesi, un ano, do ani e anca più, conforme che i so
interessi ghe permete.
Dunque, da là un toco che i ga fato la dimanda, se i morosi trova d'esser
contenti tuti do, i stabilisse la zornada per el segno, e alora i genitori de ela
parecia un altro disnar, o una çena, che se ciama segno, e là el moroso ghe
Page 173
dà sto anelo ala regazza e 'l tol el tempo per el matrimonio, e tuti cognosse
sti sposi.
Sul segno va pare e mare del toso e un pochi de parenti de elo e de ela.
Dopo l'anelo, ela xe novizza e lu sposo [478], e el pol andarghe in casa
magari ogni sera.
Nassendo discorsi [479], se ela lassa el moroso, ghe toca dar indrio l'anelo; e
se inveçe xe elo che lassa la morosa, a ela ghe resta tuto quanto, e lu no ga
dirito d'aver gnente indrio [480].
Regai tra morosi.
Fra morosi e morose se açeta e se dà regai.
I regai che fa el moroso ala morosa de regola xe questi:
Da Pasqua: una fugazza co do botiglie de çipro o de malega; da Nadal: una
scatola de mandolato e un vaseto de mostarda; dai Morti: una scatola de
fava; da S. Martin: i maroni; da S. Marco: el bocolo [481].
Se el vol po, el ghe dà qualcossa anca el dì del so nome de ela, e cussì el
primo de l'ano; ma no xe de dover.
Le tose adesso usa darghe ai morosi dei fazzoleti de seda [482] o una siarpeta
co un pontapeto. Una volta el costume gera de darghe un per de tirache
recamae, co i so fiocheti in colori e col cuor in mezo [483] e un per de
ligambi.
No xe permesso po de dar e gnanca de açetar petini, santi, libri de ciesa,
forfe e aghi, perchè i petini xe roba per strigarie; i libri e i santi xe
dispiaçeri; la forfe xe lingua cativa, e i aghi xe roba che ponze. E chi dona
de sta roba no se marida sicuro.
El portar de la sposa.
sti sposi.
Sul segno va pare e mare del toso e un pochi de parenti de elo e de ela.
Dopo l'anelo, ela xe novizza e lu sposo [478], e el pol andarghe in casa
magari ogni sera.
Nassendo discorsi [479], se ela lassa el moroso, ghe toca dar indrio l'anelo; e
se inveçe xe elo che lassa la morosa, a ela ghe resta tuto quanto, e lu no ga
dirito d'aver gnente indrio [480].
Regai tra morosi.
Fra morosi e morose se açeta e se dà regai.
I regai che fa el moroso ala morosa de regola xe questi:
Da Pasqua: una fugazza co do botiglie de çipro o de malega; da Nadal: una
scatola de mandolato e un vaseto de mostarda; dai Morti: una scatola de
fava; da S. Martin: i maroni; da S. Marco: el bocolo [481].
Se el vol po, el ghe dà qualcossa anca el dì del so nome de ela, e cussì el
primo de l'ano; ma no xe de dover.
Le tose adesso usa darghe ai morosi dei fazzoleti de seda [482] o una siarpeta
co un pontapeto. Una volta el costume gera de darghe un per de tirache
recamae, co i so fiocheti in colori e col cuor in mezo [483] e un per de
ligambi.
No xe permesso po de dar e gnanca de açetar petini, santi, libri de ciesa,
forfe e aghi, perchè i petini xe roba per strigarie; i libri e i santi xe
dispiaçeri; la forfe xe lingua cativa, e i aghi xe roba che ponze. E chi dona
de sta roba no se marida sicuro.
El portar de la sposa.
Page 174
Co la ga l'anelo, alora la regazza scominzia a pareciarse el so portar. Sto
portar xe la roba d'atorno e la roba che ocore per la casa.
Andando in casa de la madona, no la ga altro dover che de fornir la camara
da leto de tuto quelo che bisogna: no andando, alora ghe toca tuto a ela, che
vol dir: camara da leto, tinelo e anca la cusina. Se po i genitori de la sposa
no pol, ela fa la camara da leto, e el sposo fa la cusina, che xe tuto quelo che
sta sul fogher, come caldiera, stagnada, farsora, caena, trepíe, secio e
scaldaleto, perchè tovagie, tovagioi, veri e piati ghe toca a la sposa.
La camara da leto dei sposi deve aver una coceta da matrimonio col so
pagiazzo, stramazzo de lana, cavazzal e do cussini; do comò, do scabei, sie
careghe e un specio.
Oto giorni avanti el matrimonio la sposa co so mare va in casa nova, e la se
parecia tuto quanto.
El sposo no tol in consegna gnente e nol fa nissuna carta; ma se la sposa
mor, e no la lassa fioi, tuto torna a la so famegia, fora che el leto che resta al
sposo, co la vera da matrimonio.
El compare de l'anelo.
El compare de l'anelo lo seglie el sposo tra i so amiçi, o tra i conossenti dela
so famegia.
La comare xe la mugier del compare, o, se nol ga mugier, so mare o la so
morosa.
El dover del compare xe:
El giorno avanti el matrimonio el deve mandar a la sposa 'na scatola granda
de confeture co drento un bambinel de zucaro.
Assieme a la scatola de confeture el ga dover de mandarghe un bel bochè de
fiori sechi, e, se el xe un compare cortesan, anca el so pedestal co la so
campana de vero.
Dopo, el deve mandar ala ciesa quatro candele de çera per la messa dei
sposi; e più grosse che le xe, xe megio.
portar xe la roba d'atorno e la roba che ocore per la casa.
Andando in casa de la madona, no la ga altro dover che de fornir la camara
da leto de tuto quelo che bisogna: no andando, alora ghe toca tuto a ela, che
vol dir: camara da leto, tinelo e anca la cusina. Se po i genitori de la sposa
no pol, ela fa la camara da leto, e el sposo fa la cusina, che xe tuto quelo che
sta sul fogher, come caldiera, stagnada, farsora, caena, trepíe, secio e
scaldaleto, perchè tovagie, tovagioi, veri e piati ghe toca a la sposa.
La camara da leto dei sposi deve aver una coceta da matrimonio col so
pagiazzo, stramazzo de lana, cavazzal e do cussini; do comò, do scabei, sie
careghe e un specio.
Oto giorni avanti el matrimonio la sposa co so mare va in casa nova, e la se
parecia tuto quanto.
El sposo no tol in consegna gnente e nol fa nissuna carta; ma se la sposa
mor, e no la lassa fioi, tuto torna a la so famegia, fora che el leto che resta al
sposo, co la vera da matrimonio.
El compare de l'anelo.
El compare de l'anelo lo seglie el sposo tra i so amiçi, o tra i conossenti dela
so famegia.
La comare xe la mugier del compare, o, se nol ga mugier, so mare o la so
morosa.
El dover del compare xe:
El giorno avanti el matrimonio el deve mandar a la sposa 'na scatola granda
de confeture co drento un bambinel de zucaro.
Assieme a la scatola de confeture el ga dover de mandarghe un bel bochè de
fiori sechi, e, se el xe un compare cortesan, anca el so pedestal co la so
campana de vero.
Dopo, el deve mandar ala ciesa quatro candele de çera per la messa dei
sposi; e più grosse che le xe, xe megio.
Page 175
Co' i sposi va al pranzo, i va in gondola; e quatro de ste gondole toca al
compare.
Dopo el disnar vien la tola bianca, e el compare ga dover de mandar per la
tola bianca sie botiglie de malega o de çipro, e sie de rosolio, che forma
dodese.
La bonaman al nonzolo de la ciesa toca al compare, e cussì toca anca a elo
de dar qualcossa ai povareti, che, co' i sposi va in ciesa, i trova per strada.
E po ghe sarave el regalo a la sposa — un per de recini, o un manin, o un
pontapeto; — ma adesso no i ghe bada, e pochi xe i compari che fa sto
regalo [484].
El giorno che i seglie.
I matrimoni se fa quasi sempre de domenega, perchè, se xe de luni, i sposi
vien mati; se xe de marti — marti, martirio — i fa un bruto fin; se xe de
mercore e de zioba, sti giorni no xe boni gnanca lori; se xe de venare —
venare curto termine — i mor presto; e se xe de sabo; de sabo, no, perchè
de sabo piove e fa cativo tempo, e po de sabo no se marida che i vedui [485].
Sul mese no i ghe bada, tuti xe istessi, e i se marida co i vol.
Regai a la sposa.
Do o tre zorni avanti el matrimonio tuti i parenti e conossenti va a trovar la
sposa, e tuti ghe porta dei regai: se la sposa xe povareta, i ghe porta robe da
torno, come traverse, cotole, fazzoleti; e se la xe cussì e cussì, i ghe porta de
le galantarie, come recini, manini, pontapeti [486]. Tuti sti regali ela la li tien
sora 'na tola perchè tuti veda.
La sposa se parecia.
compare.
Dopo el disnar vien la tola bianca, e el compare ga dover de mandar per la
tola bianca sie botiglie de malega o de çipro, e sie de rosolio, che forma
dodese.
La bonaman al nonzolo de la ciesa toca al compare, e cussì toca anca a elo
de dar qualcossa ai povareti, che, co' i sposi va in ciesa, i trova per strada.
E po ghe sarave el regalo a la sposa — un per de recini, o un manin, o un
pontapeto; — ma adesso no i ghe bada, e pochi xe i compari che fa sto
regalo [484].
El giorno che i seglie.
I matrimoni se fa quasi sempre de domenega, perchè, se xe de luni, i sposi
vien mati; se xe de marti — marti, martirio — i fa un bruto fin; se xe de
mercore e de zioba, sti giorni no xe boni gnanca lori; se xe de venare —
venare curto termine — i mor presto; e se xe de sabo; de sabo, no, perchè
de sabo piove e fa cativo tempo, e po de sabo no se marida che i vedui [485].
Sul mese no i ghe bada, tuti xe istessi, e i se marida co i vol.
Regai a la sposa.
Do o tre zorni avanti el matrimonio tuti i parenti e conossenti va a trovar la
sposa, e tuti ghe porta dei regai: se la sposa xe povareta, i ghe porta robe da
torno, come traverse, cotole, fazzoleti; e se la xe cussì e cussì, i ghe porta de
le galantarie, come recini, manini, pontapeti [486]. Tuti sti regali ela la li tien
sora 'na tola perchè tuti veda.
La sposa se parecia.
Page 176
I vestiti de la sposa xe do: uno per la ciesa e uno per el pranzo, che xe el
megio.
I vestiti ghe toca ai genitori dela sposa, e el sposo no ga altro pensier che
quelo dela vera [487].
Co' la va in ciesa la se mete in testa 'na veleta negra, e co' la va al pranzo, la
se mete 'na bandina de fiori sechi [488].
La benedizion del pare.
Dopo la pareciada e avanti che riva el sposo, la sposa va in camara de so
pare, e là la se ghe buta in zenocion, e, pianzando, la ghe dise che el ghe
perdona se la ga fato qualcossa, e la ghe dimanda la so benedizion [489].
Questo xe un giorno che la sposa pianze e ride.
El sposo ariva.
El sposo vien a levar la sposa col compare e co la comare e co i so genitori
e parenti.
Elo xe vestio de stofa qualunque, magari in giacheta, perchè in ciesa el va
come el vol, e xe al pranzo che el se mete i megio vestiti che el ga, e roba
che nol gabia mai portà.
Apena che el xe in casa de la sposa, el va dai genitori de ela, el ghe fa un
pochi de complimenti e el ghe presenta el compare; dopo, col compare, el
va dela sposa e el fa istesso [490].
I sposi va in ciesa.
I va in ciesa che xe ancora scuro, perchè i matrimonî se fa a la prima messa.
Tanto se i va in gondola, come se i va a pie, la sposa va avanti col compare,
po vien el sposo co la comare, e po i genitori de elo e de ela, e dopo i
megio.
I vestiti ghe toca ai genitori dela sposa, e el sposo no ga altro pensier che
quelo dela vera [487].
Co' la va in ciesa la se mete in testa 'na veleta negra, e co' la va al pranzo, la
se mete 'na bandina de fiori sechi [488].
La benedizion del pare.
Dopo la pareciada e avanti che riva el sposo, la sposa va in camara de so
pare, e là la se ghe buta in zenocion, e, pianzando, la ghe dise che el ghe
perdona se la ga fato qualcossa, e la ghe dimanda la so benedizion [489].
Questo xe un giorno che la sposa pianze e ride.
El sposo ariva.
El sposo vien a levar la sposa col compare e co la comare e co i so genitori
e parenti.
Elo xe vestio de stofa qualunque, magari in giacheta, perchè in ciesa el va
come el vol, e xe al pranzo che el se mete i megio vestiti che el ga, e roba
che nol gabia mai portà.
Apena che el xe in casa de la sposa, el va dai genitori de ela, el ghe fa un
pochi de complimenti e el ghe presenta el compare; dopo, col compare, el
va dela sposa e el fa istesso [490].
I sposi va in ciesa.
I va in ciesa che xe ancora scuro, perchè i matrimonî se fa a la prima messa.
Tanto se i va in gondola, come se i va a pie, la sposa va avanti col compare,
po vien el sposo co la comare, e po i genitori de elo e de ela, e dopo i
Page 177
parenti [491].
Co' i va in ciesa, se ghe xe qualche can che sbragia, i sposi va mal, parchè
can che sbragia porta drento l'ano malatia, becaria [492] o prigionia; se inveçe
ghe xe qualche can e che sto can no sbragia, tuto va ben, e i sposi sarà
fedeli, perchè can porta fedeltà; e se po ghe va drio un gato, alora xe
tradimento, e i sposi stà inquieti sempre infin che i vive. Intivando in t'un
zoto, xe disgrazie e malore, e intivando in t'un gobo, i sposi gavarà fortuna.
Co' i va in ciesa e che piove e tira vento, se dise che i sposi ga magnà fora
de la pignata [493], e no i pol andar ben; ma se piove solamente, alora,
gnente, la sposa va co l'abondanza.
A l'altar.
In ciesa che i xe, la sposa, el sposo e el compare se inzenocia su 'na
bancheta pareciada a posta, e tuti i altri i stà da drio, inzenociai anca lori. El
sposo xe a banda dreta, e el compare a banda zanca dela sposa.
La vera la mete prima el prete in çimeta del deo, po vien el sposo, che la
mete a so posto, in dove che la ga da andar [494]; e questa xe 'na vera che no
se pol più cavar. Dopo, el compare mete l'anelo nel deo de mezo, e xe per
questo che el se ciama compare de l'anelo: sto anelo po xe quelo che el
sposo ga regalà a la sposa quando el ghe fava l'amor. Quando che de primo
intro la vera no va ben drento e che la se intopa, el xe un matrimonio che no
va ben de sicuro.
Al prete per la messa ghe va do franchi o do franchi e mezo, che ghe toca al
sposo; al nonzolo, un franco e anca più, perchè el toca bezzi dal sposo e
anca dal compare; a la ciesa po resta le quatro candele de çera che ghe
manda el compare.
El rinfresco.
Dopo la messa vien el rinfresco [495].
Co' i va in ciesa, se ghe xe qualche can che sbragia, i sposi va mal, parchè
can che sbragia porta drento l'ano malatia, becaria [492] o prigionia; se inveçe
ghe xe qualche can e che sto can no sbragia, tuto va ben, e i sposi sarà
fedeli, perchè can porta fedeltà; e se po ghe va drio un gato, alora xe
tradimento, e i sposi stà inquieti sempre infin che i vive. Intivando in t'un
zoto, xe disgrazie e malore, e intivando in t'un gobo, i sposi gavarà fortuna.
Co' i va in ciesa e che piove e tira vento, se dise che i sposi ga magnà fora
de la pignata [493], e no i pol andar ben; ma se piove solamente, alora,
gnente, la sposa va co l'abondanza.
A l'altar.
In ciesa che i xe, la sposa, el sposo e el compare se inzenocia su 'na
bancheta pareciada a posta, e tuti i altri i stà da drio, inzenociai anca lori. El
sposo xe a banda dreta, e el compare a banda zanca dela sposa.
La vera la mete prima el prete in çimeta del deo, po vien el sposo, che la
mete a so posto, in dove che la ga da andar [494]; e questa xe 'na vera che no
se pol più cavar. Dopo, el compare mete l'anelo nel deo de mezo, e xe per
questo che el se ciama compare de l'anelo: sto anelo po xe quelo che el
sposo ga regalà a la sposa quando el ghe fava l'amor. Quando che de primo
intro la vera no va ben drento e che la se intopa, el xe un matrimonio che no
va ben de sicuro.
Al prete per la messa ghe va do franchi o do franchi e mezo, che ghe toca al
sposo; al nonzolo, un franco e anca più, perchè el toca bezzi dal sposo e
anca dal compare; a la ciesa po resta le quatro candele de çera che ghe
manda el compare.
El rinfresco.
Dopo la messa vien el rinfresco [495].
Page 178
Sto rinfresco i lo fa a casa dela sposa e el ghe toca ai so genitori; e se no xe
a casa dela sposa, i lo fa a un cafè o a una biraria, e alora el ghe toca al
sposo.
Al rinfresco va tuti quei che xe invidai: parenti, amisi, conossenti.
Prima i porta l'aqua de limon, o, se la xe zente povareta, l'aqua col mistrà,
po el cafè coi baicoli, po el rosolio cole mandole, e dopo el çipro, o la
malega cole fugazzete e i buzzolai.
Dopo el rinfresco la sposa resta a casa dei so genitori, e intanto la se parecia
per el pranzo.
El pranzo.
El pranzo xe ai quatro o cinque boti.
I lo fa ne le megio locande, anca se i xe cussì e cussì, perchè in quel giorno
no i ghe bada; e va a ordinarlo el sposo qualche giorno avanti.
Oto parte del pranzo toca al sposo — la soa, quela dela sposa, quele del
compare e dela comare, e quele dei genitori de elo e dela sposa — i altri,
quanti che i xe, paga ognun la so parte, perchè al pranzo no ghe xe inviti, e
va, dei parenti e amiçi, chi vol. Chi no vol star al pranzo, o no vol pagar, va
sul'ora dela tola bianca, e anca lori porta qualcossa: torte, botiglie, fugazze...
cussì.
Monta prima su 'na gondola la sposa col compare, po su un'altra el sposo
cola comare, dopo su un'altra pare e mare del sposo, e po su un'altra i
genitori dela sposa: i parenti monta su altre gondole, quatro per gondola, i
omeni spartai da le done.
Co' i monta in gondola per andar al disnar, tuto el popolo core a vedarli, e
ognun dise la soa.
A l'ato del smontar se ferma le gondole dela sposa e del sposo, e smonta
prima i parenti e i genitori, po el sposo: l'ultima de tuti xe la sposa, e i
parenti e tuta la compagnia ghe va incontro a farghe festa.
a casa dela sposa, i lo fa a un cafè o a una biraria, e alora el ghe toca al
sposo.
Al rinfresco va tuti quei che xe invidai: parenti, amisi, conossenti.
Prima i porta l'aqua de limon, o, se la xe zente povareta, l'aqua col mistrà,
po el cafè coi baicoli, po el rosolio cole mandole, e dopo el çipro, o la
malega cole fugazzete e i buzzolai.
Dopo el rinfresco la sposa resta a casa dei so genitori, e intanto la se parecia
per el pranzo.
El pranzo.
El pranzo xe ai quatro o cinque boti.
I lo fa ne le megio locande, anca se i xe cussì e cussì, perchè in quel giorno
no i ghe bada; e va a ordinarlo el sposo qualche giorno avanti.
Oto parte del pranzo toca al sposo — la soa, quela dela sposa, quele del
compare e dela comare, e quele dei genitori de elo e dela sposa — i altri,
quanti che i xe, paga ognun la so parte, perchè al pranzo no ghe xe inviti, e
va, dei parenti e amiçi, chi vol. Chi no vol star al pranzo, o no vol pagar, va
sul'ora dela tola bianca, e anca lori porta qualcossa: torte, botiglie, fugazze...
cussì.
Monta prima su 'na gondola la sposa col compare, po su un'altra el sposo
cola comare, dopo su un'altra pare e mare del sposo, e po su un'altra i
genitori dela sposa: i parenti monta su altre gondole, quatro per gondola, i
omeni spartai da le done.
Co' i monta in gondola per andar al disnar, tuto el popolo core a vedarli, e
ognun dise la soa.
A l'ato del smontar se ferma le gondole dela sposa e del sposo, e smonta
prima i parenti e i genitori, po el sposo: l'ultima de tuti xe la sposa, e i
parenti e tuta la compagnia ghe va incontro a farghe festa.
Page 179
El posto dela novizza xe a metà tola, e ghe stà a fianco el compare, e de
fazza la ga el sposo cola comare a fianco; i veci de casa xe ala testa dela
tola, e i altri dove che i vol.
De consueto el pranzo xe questo: — Un bocal de vin a testa e del megio —
risi coi figadei — lesso (carne e polastri) — rosto co la salata — fritura de
figà e de çervele indorae [496].
Po vien la tola bianca: torte, tortioni, bodini, e in mezo un crocante fato far
a posta, co drento un oseleto.
Al punto che la sposa co un cortelo spaca sto crocante e salta fora l'oseleto,
scominzia i viva a la novizza, e chi dise barzelete, e chi indovinei, chi
storiele da ridar e chi altre robe. Tosi e tose gnente a tola, perchè la xe 'na
zornada che tuto xe lecito, e no sta ben che ghe sia tosi, e manco po putele.
Intanto che i ride, che i canta, e che i se la conta, la mare de la novizza va a
far la parte de la confetura che ga mandà el compare, e la ghe ne dà un poca
a tuti, scominziando dala sposa, ma el compare e el sposo resta po senza,
perchè el compare ghe la renunzia a la novizza, e el sposo ala comare.
I bali e soni.
Co i ga terminà el pranzo i leva via la tola e va su el balo.
El primo balo xe dela novizza col compare, el secondo del sposo cola
comare — e no va su altri in sti do bali; — dopo va in balo chi voi, e la
sposa bala squasi sempre col compare, parchè in quel giorno la xe tuta de
elo [497].
Se bala fin a meza note, e anca fin a un boto e ai do boti, e alora la
compagnia compagna a casa i sposi, e i va a casa anca lori.
I bali e soni ghe toca al sposo.
Soli.
fazza la ga el sposo cola comare a fianco; i veci de casa xe ala testa dela
tola, e i altri dove che i vol.
De consueto el pranzo xe questo: — Un bocal de vin a testa e del megio —
risi coi figadei — lesso (carne e polastri) — rosto co la salata — fritura de
figà e de çervele indorae [496].
Po vien la tola bianca: torte, tortioni, bodini, e in mezo un crocante fato far
a posta, co drento un oseleto.
Al punto che la sposa co un cortelo spaca sto crocante e salta fora l'oseleto,
scominzia i viva a la novizza, e chi dise barzelete, e chi indovinei, chi
storiele da ridar e chi altre robe. Tosi e tose gnente a tola, perchè la xe 'na
zornada che tuto xe lecito, e no sta ben che ghe sia tosi, e manco po putele.
Intanto che i ride, che i canta, e che i se la conta, la mare de la novizza va a
far la parte de la confetura che ga mandà el compare, e la ghe ne dà un poca
a tuti, scominziando dala sposa, ma el compare e el sposo resta po senza,
perchè el compare ghe la renunzia a la novizza, e el sposo ala comare.
I bali e soni.
Co i ga terminà el pranzo i leva via la tola e va su el balo.
El primo balo xe dela novizza col compare, el secondo del sposo cola
comare — e no va su altri in sti do bali; — dopo va in balo chi voi, e la
sposa bala squasi sempre col compare, parchè in quel giorno la xe tuta de
elo [497].
Se bala fin a meza note, e anca fin a un boto e ai do boti, e alora la
compagnia compagna a casa i sposi, e i va a casa anca lori.
I bali e soni ghe toca al sposo.
Soli.
Page 180
Soli che i xe, i sposi se spogia, e... i va in leto.
A leto la sposa ga da aver sempre la dreta; e cussì se la dreta xe viçina a la
porta, se volta el leto.
I sposi va in leto tuti do d'acordo, parchè chi va in leto prima mor prima, e
cussì i lassa la lume impizzada sin che la se destua ela sola, parchè se la
destua la sposa mor prima ela, e se la destua el sposo mor prima elo.
I oto giorni che segue.
A la matina, apena che xe giorno, la mare de la novizza va in camara dei
sposi a portarghe el cafè co i vovi drento; e co i xe levai, ela ghe fa el leto, e
nissun altro in quel zorno ghe pol metar man [498]. Se la novizza no ga mare,
va una sorela, che sia maridada, o una qualche so àmia.
Quel giorno i fa un disnar a casa dei sposi, e ghe va el compare, i genitori
de elo e de ela, e un pochi de parenti: sto disnar ghe toca al sposo, ma anca
el compare fa qualcossa [499].
Per oto giorni la novizza deve star in casa senza mai sortir — cussì almanco
fa anca adesso le tose de bon sesto e quele che no vol esser criticae — e la
riçeve le amighe, i parenti, i conossenti che va a farghe visita. In sti oto
giorni va so mare a farghe le spese e tuto quelo che ghe ocore [500].
I do vestiti dela sposa — quelo dela ciesa e quelo del pranzo — resta per do
giorni destirai sul leto dei sposi, e tute le amighe e conossenti li va a vedar,
e ognuna dise la soa.
Passà i oto giorni, la sorte vestia col vestito da sposa e la va a messa col
sposo anca elo vestio col vestito da nozze. La messa i la va a scoltar in ciesa
S. Marco, magari che i staga a Castelo o in fondi a S. Marta.
Dopo la messa, i va dal compare che li ga sposai, a farghe visita, e po da la
so famegia de elo, e là i resta a disnar.
Alora, tuto xe terminà; i sposi torna a casa, i xe sposi veci, e anca lori pol
cantar:
A leto la sposa ga da aver sempre la dreta; e cussì se la dreta xe viçina a la
porta, se volta el leto.
I sposi va in leto tuti do d'acordo, parchè chi va in leto prima mor prima, e
cussì i lassa la lume impizzada sin che la se destua ela sola, parchè se la
destua la sposa mor prima ela, e se la destua el sposo mor prima elo.
I oto giorni che segue.
A la matina, apena che xe giorno, la mare de la novizza va in camara dei
sposi a portarghe el cafè co i vovi drento; e co i xe levai, ela ghe fa el leto, e
nissun altro in quel zorno ghe pol metar man [498]. Se la novizza no ga mare,
va una sorela, che sia maridada, o una qualche so àmia.
Quel giorno i fa un disnar a casa dei sposi, e ghe va el compare, i genitori
de elo e de ela, e un pochi de parenti: sto disnar ghe toca al sposo, ma anca
el compare fa qualcossa [499].
Per oto giorni la novizza deve star in casa senza mai sortir — cussì almanco
fa anca adesso le tose de bon sesto e quele che no vol esser criticae — e la
riçeve le amighe, i parenti, i conossenti che va a farghe visita. In sti oto
giorni va so mare a farghe le spese e tuto quelo che ghe ocore [500].
I do vestiti dela sposa — quelo dela ciesa e quelo del pranzo — resta per do
giorni destirai sul leto dei sposi, e tute le amighe e conossenti li va a vedar,
e ognuna dise la soa.
Passà i oto giorni, la sorte vestia col vestito da sposa e la va a messa col
sposo anca elo vestio col vestito da nozze. La messa i la va a scoltar in ciesa
S. Marco, magari che i staga a Castelo o in fondi a S. Marta.
Dopo la messa, i va dal compare che li ga sposai, a farghe visita, e po da la
so famegia de elo, e là i resta a disnar.
Alora, tuto xe terminà; i sposi torna a casa, i xe sposi veci, e anca lori pol
cantar:
Page 181
Finito el carneval, finiti i spassi,
Finito de magnar boni boconi;
Un fogio de carta e 'na pena da lapi:
Finito el carneval, finiti i spassi!
Finito de magnar boni boconi;
Un fogio de carta e 'na pena da lapi:
Finito el carneval, finiti i spassi!
Page 182
II.
USI NUZIALI CÒRSI
(Raccolti da A. Provenzali — Livorno, G. B. Zecchini, 1874.)
Matrimoni e vescovati son dal Cielo destinati, questo già si sa, ma in
Corsica non si contentano, come i babbi e le mamme in generale, di dare
una mano al destino; vorrebbero rendersene padroni addirittura, e tenaci
negli amori come negli odii, il desiderio di perpetuare i primi, muove
talvolta i genitori a fidanzare fino dalla culla i loro figliuoli. Seduta presso
la culla della sua bambina, la madre còrsa vagheggia col pensiero il giorno
in cui la vedrà sposa felice, e cantandole la ninna-nanna descrive i costumi
nuziali del suo paese.
Recherò qui alcuni versi di una di queste canzoni singolari, che ne
compendia i principali, e mi servirà quasi di testo.
Quandu anderetti sposata
Purteretti li frinèri [501]
N' anderetti incavalcíata
Cun tutti li mudracchèri [502]
Passeretti insannicciata [503]
A caramusa imbuffata. [504]
Lu sposu n'andrà davanti
Cu li sò belli cusciali
Vi saranno tutti quanti
Li sò cugini carnali
Alla Zonza di Tavèra [505]
Vi faranu la spallera [506].
Quand'arrivate a lu stazzu [507]
USI NUZIALI CÒRSI
(Raccolti da A. Provenzali — Livorno, G. B. Zecchini, 1874.)
Matrimoni e vescovati son dal Cielo destinati, questo già si sa, ma in
Corsica non si contentano, come i babbi e le mamme in generale, di dare
una mano al destino; vorrebbero rendersene padroni addirittura, e tenaci
negli amori come negli odii, il desiderio di perpetuare i primi, muove
talvolta i genitori a fidanzare fino dalla culla i loro figliuoli. Seduta presso
la culla della sua bambina, la madre còrsa vagheggia col pensiero il giorno
in cui la vedrà sposa felice, e cantandole la ninna-nanna descrive i costumi
nuziali del suo paese.
Recherò qui alcuni versi di una di queste canzoni singolari, che ne
compendia i principali, e mi servirà quasi di testo.
Quandu anderetti sposata
Purteretti li frinèri [501]
N' anderetti incavalcíata
Cun tutti li mudracchèri [502]
Passeretti insannicciata [503]
A caramusa imbuffata. [504]
Lu sposu n'andrà davanti
Cu li sò belli cusciali
Vi saranno tutti quanti
Li sò cugini carnali
Alla Zonza di Tavèra [505]
Vi faranu la spallera [506].
Quand'arrivate a lu stazzu [507]
Page 183
Duve avete poi da stani,
Surterà la suceroni,
E bi tuccherà le mani;
E bi sarà presentatu
Un tinedru di caghiatu [508].
Frequenti sono i matrimoni fra consanguinei e si considerano come i meglio
auspicati: — L'equa core e lu sangue strigne, sogliono dire, e: — Fra i
nemici la spada, fra i parenti l'amore.
I costumi patriarcali dell'isola favoriscono queste unioni. In molti paesi i
giovinetti e le fanciulle si dilettano de' giuochi che simboleggiano le nozze
o almeno l'amore. Non soltanto come altrove nella stagione quando il cuore
sembra aprirsi ai dolci affetti, ma in ogni lieta solennità si porta in giro un
albero fronzuto, si pianta dinanzi alla casa delle belle, e lì canti e suoni
senza fine. Altre volte, e specialmente per S. Giovanni, invece di piantare lu
macchiu, si brucia un tronco e spesso un albero intiero, fanciulle e
giovinetti intrecciano le danze intorno alla grande fucaraja, e prima di
separarsi si abbracciano cordialmente salutandosi col nome di compari e
comari di abruschiu [509].
Questi ed altri simili giuochi amorosi sono più frequenti nella valle del
Tàravo e nei monti del Coscione ove è maggiore la innocenza dei costumi,
e dove i matrimoni si sogliono contrarre in più tenera età.
Appena una ragazza tocca i sedici anni, se è niente niente belloccia e non le
si conosce alcun amoretto, le comari brontolano queste od altre parole: —
Ogni scuffiaccia bole la sua barittaccia, e quest'occhiu di sole, questo
specchiu d'e zittelle non avrà il suo innamuratu! — E i poveri genitori si
sentono rintronare il poco gentile proverbio: — Donne e vinu sbruglia
magazzinu. — E la mamma che si strugge di trovare un buon marito alla
figliuola, intanto che lo cerca, le ricorda i sacramentali proverbi: — Donna
di finestra, donna disonesta — Donna di specchiu distrughie la casa —
Alla donna pazza piace più lu cembalu che lu frenu.
Nè dal canto suo il babbo si dà pace, finchè non vede il figliuolo colla sua
brava sposa al fianco e gli va ripetendo: — Dona bona, bale più che uno
casale — Dona da bene val più di ogni bene — Dona bona bale una
Surterà la suceroni,
E bi tuccherà le mani;
E bi sarà presentatu
Un tinedru di caghiatu [508].
Frequenti sono i matrimoni fra consanguinei e si considerano come i meglio
auspicati: — L'equa core e lu sangue strigne, sogliono dire, e: — Fra i
nemici la spada, fra i parenti l'amore.
I costumi patriarcali dell'isola favoriscono queste unioni. In molti paesi i
giovinetti e le fanciulle si dilettano de' giuochi che simboleggiano le nozze
o almeno l'amore. Non soltanto come altrove nella stagione quando il cuore
sembra aprirsi ai dolci affetti, ma in ogni lieta solennità si porta in giro un
albero fronzuto, si pianta dinanzi alla casa delle belle, e lì canti e suoni
senza fine. Altre volte, e specialmente per S. Giovanni, invece di piantare lu
macchiu, si brucia un tronco e spesso un albero intiero, fanciulle e
giovinetti intrecciano le danze intorno alla grande fucaraja, e prima di
separarsi si abbracciano cordialmente salutandosi col nome di compari e
comari di abruschiu [509].
Questi ed altri simili giuochi amorosi sono più frequenti nella valle del
Tàravo e nei monti del Coscione ove è maggiore la innocenza dei costumi,
e dove i matrimoni si sogliono contrarre in più tenera età.
Appena una ragazza tocca i sedici anni, se è niente niente belloccia e non le
si conosce alcun amoretto, le comari brontolano queste od altre parole: —
Ogni scuffiaccia bole la sua barittaccia, e quest'occhiu di sole, questo
specchiu d'e zittelle non avrà il suo innamuratu! — E i poveri genitori si
sentono rintronare il poco gentile proverbio: — Donne e vinu sbruglia
magazzinu. — E la mamma che si strugge di trovare un buon marito alla
figliuola, intanto che lo cerca, le ricorda i sacramentali proverbi: — Donna
di finestra, donna disonesta — Donna di specchiu distrughie la casa —
Alla donna pazza piace più lu cembalu che lu frenu.
Nè dal canto suo il babbo si dà pace, finchè non vede il figliuolo colla sua
brava sposa al fianco e gli va ripetendo: — Dona bona, bale più che uno
casale — Dona da bene val più di ogni bene — Dona bona bale una
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corona — ed altre massime simili, tanto che, persuaso alfine che Senza
moglie a lato l'uomo non è beato, e che — Chi ha la dona a lu locu ha vinto
lu jocu [510] — si decide a scegliere una compagna.
Nulla dirò dei pronostici, giudizj e pregiudizi che guidano questa scelta, nè
del modo di fare la domanda, o del ricambio dei doni nuziali, chè ciò
menerebbe per le lunghe, correndo grande varietà fra i diversi cantoni e,
come dicono gli stessi isolani: — In Corsica tanti paesi e tante usanze.
Il Valery ne cita una singolarissima. Egli afferma che a Bastèlica fino al
1817 non si soleva celebrare nozze in chiesa se non per la Madonna di
agosto, lo che non impediva che in ogni tempo, e più specialmente durante
la vendemmia, si facessero solenni promesse di matrimonio, suggellate da
una festa domestica detta dell'abbraccio, perchè tutti gli astanti avevano
diritto di abbracciare la sposa, la quale dopo il ballo se ne andava a
convivere collo sposo, aspettando l'agosto seguente per santificare l'unione.
Quasi tutte le spose còrse vanno fornite di un compiuto abito nazionale, del
quale noterò le faldette [511], il telu e il mandile. Le faldette o fallette sono
un'acconciatura di seta o di filo nero o celeste scuro che copre il capo a
guisa del velo comunemente chiamato mesere. Si attacca alla vita con delle
cordelline, è piuttosto ampio, tanto da poter ricoprire le braccia e le mani. Il
telu è una specie di faldetta, ma più piccolo, e non essendo attaccato alla
vita somiglia più al mesere. Il mandile è un fazzoletto che le popolane
portano, come le donne di Procida, attorcigliato al capo ed annodato con bel
garbo da parte. In casa lo tengono talvolta anche le signore. E di toilette
basti. Ho voluto far cenno delle faldette perchè tengono frequentemente
luogo del velo nuziale e della cuffia bianca arricciata che portano le novelle
spose.
Veniamo ora al giorno solenne, giorno di gioia pura, di universale
allegrezza, nel quale anche le inimicizie talvolta cessano, o per lo meno
fanno tregua, perchè nulla turbi la santità del rito.
In molti villaggi la sposa trova sui gradini dell'altare un cestello ricolmo di
fiori e di frutte che suol tenere in mano durante la benedizione.
Salutati dagli spari dei masculi (mortaletti) e dalle acclamazioni del popolo,
gli sposi escono di chiesa, e nei paesi più ricchi di cereali, lungo la via si
moglie a lato l'uomo non è beato, e che — Chi ha la dona a lu locu ha vinto
lu jocu [510] — si decide a scegliere una compagna.
Nulla dirò dei pronostici, giudizj e pregiudizi che guidano questa scelta, nè
del modo di fare la domanda, o del ricambio dei doni nuziali, chè ciò
menerebbe per le lunghe, correndo grande varietà fra i diversi cantoni e,
come dicono gli stessi isolani: — In Corsica tanti paesi e tante usanze.
Il Valery ne cita una singolarissima. Egli afferma che a Bastèlica fino al
1817 non si soleva celebrare nozze in chiesa se non per la Madonna di
agosto, lo che non impediva che in ogni tempo, e più specialmente durante
la vendemmia, si facessero solenni promesse di matrimonio, suggellate da
una festa domestica detta dell'abbraccio, perchè tutti gli astanti avevano
diritto di abbracciare la sposa, la quale dopo il ballo se ne andava a
convivere collo sposo, aspettando l'agosto seguente per santificare l'unione.
Quasi tutte le spose còrse vanno fornite di un compiuto abito nazionale, del
quale noterò le faldette [511], il telu e il mandile. Le faldette o fallette sono
un'acconciatura di seta o di filo nero o celeste scuro che copre il capo a
guisa del velo comunemente chiamato mesere. Si attacca alla vita con delle
cordelline, è piuttosto ampio, tanto da poter ricoprire le braccia e le mani. Il
telu è una specie di faldetta, ma più piccolo, e non essendo attaccato alla
vita somiglia più al mesere. Il mandile è un fazzoletto che le popolane
portano, come le donne di Procida, attorcigliato al capo ed annodato con bel
garbo da parte. In casa lo tengono talvolta anche le signore. E di toilette
basti. Ho voluto far cenno delle faldette perchè tengono frequentemente
luogo del velo nuziale e della cuffia bianca arricciata che portano le novelle
spose.
Veniamo ora al giorno solenne, giorno di gioia pura, di universale
allegrezza, nel quale anche le inimicizie talvolta cessano, o per lo meno
fanno tregua, perchè nulla turbi la santità del rito.
In molti villaggi la sposa trova sui gradini dell'altare un cestello ricolmo di
fiori e di frutte che suol tenere in mano durante la benedizione.
Salutati dagli spari dei masculi (mortaletti) e dalle acclamazioni del popolo,
gli sposi escono di chiesa, e nei paesi più ricchi di cereali, lungo la via si
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suol gettare in capo alla sposa riso, grano e farro, come augurio di
fecondità.
Oltre quest'uso che ricorda le cerimonie nuziali indiane, greche e latine ve
ne sono altri parimente di origine antichissima. Tutte le volte che la sposa
passa vicino ad un torrente vi tuffa le mani e prega il Signore che le
mantenga l'anima e il corpo puri come quella limpida onda.
In alcuni villaggi dei distretti di Ajaccio e di Sartène, nei monti di Coscione,
e nella Valle del Niolo si suol fare lungo corteggio alla sposa. Gli uomini
che spesso a cavallo l'accompagnano al villaggio dello sposo, sono chiamati
nel dialetto oltramontano Mudracchèri e nel cismontano Mugliacchèri (da
mulier). Arrivati a mezza strada, s'incomincia una bizzarra pantomima. I
parenti della sposa si fingono corrucciati e risoluti di riportarla seco; ella
stessa mostra di non voler proseguire il cammino. Lo sposo domanda il
perchè. Si risponde che la fanciulla deve ritornare alla casa paterna. Egli
allora la prende bravamente per un braccio, e, forte dell'autorità del
Vangelo, le comanda di seguirlo. I parenti cercano opporsi, gridano,
minacciano, si dà mano ai bastoni e alle schioppette. La sposa si mostra
perplessa, frattanto vengono i paceri: la pace è presto fatta e ricomincia
l'allegria con forti grida e schioppettate all'aria. Talvolta il contrasto è
mosso dalle parenti e dalle amiche della sposa, e non occorre dire che in tali
casi il baccano è maggiore, come infiniti sono i dispettucci che la malizia di
tutte quelle donne immagina per far disperare il povero sposo.
Anche presso i Romani i genitori della sposa si fingevano pentiti di lasciare
la figliuola partire dalle pareti domestiche per andare in altra casa. Alcuni
viaggiatori narrano di aver trovato una simile costumanza presso gli
abitatori della Polinesia. Ma non allontaniamoci tanto.
Oltre i Mudracchèri anche i Frinèri fanno parte del corteggio nuziale, anzi
lo precedono. Si chiamano così alcuni giovani che portano una conocchia
(Frenu) ornata di nastri e fiocchi e con un fazzoletto pendente dalla cima a
guisa di banderuola.
Spesso si usa fare la Travata e Parrata detta anche Spallèra, specie di siepe
o serraglio, che s'inalza nelle vie per cui passa il corteggio, e si fa dalla
gente del villaggio in cui la sposa va a prender dimora. Quello dei
fecondità.
Oltre quest'uso che ricorda le cerimonie nuziali indiane, greche e latine ve
ne sono altri parimente di origine antichissima. Tutte le volte che la sposa
passa vicino ad un torrente vi tuffa le mani e prega il Signore che le
mantenga l'anima e il corpo puri come quella limpida onda.
In alcuni villaggi dei distretti di Ajaccio e di Sartène, nei monti di Coscione,
e nella Valle del Niolo si suol fare lungo corteggio alla sposa. Gli uomini
che spesso a cavallo l'accompagnano al villaggio dello sposo, sono chiamati
nel dialetto oltramontano Mudracchèri e nel cismontano Mugliacchèri (da
mulier). Arrivati a mezza strada, s'incomincia una bizzarra pantomima. I
parenti della sposa si fingono corrucciati e risoluti di riportarla seco; ella
stessa mostra di non voler proseguire il cammino. Lo sposo domanda il
perchè. Si risponde che la fanciulla deve ritornare alla casa paterna. Egli
allora la prende bravamente per un braccio, e, forte dell'autorità del
Vangelo, le comanda di seguirlo. I parenti cercano opporsi, gridano,
minacciano, si dà mano ai bastoni e alle schioppette. La sposa si mostra
perplessa, frattanto vengono i paceri: la pace è presto fatta e ricomincia
l'allegria con forti grida e schioppettate all'aria. Talvolta il contrasto è
mosso dalle parenti e dalle amiche della sposa, e non occorre dire che in tali
casi il baccano è maggiore, come infiniti sono i dispettucci che la malizia di
tutte quelle donne immagina per far disperare il povero sposo.
Anche presso i Romani i genitori della sposa si fingevano pentiti di lasciare
la figliuola partire dalle pareti domestiche per andare in altra casa. Alcuni
viaggiatori narrano di aver trovato una simile costumanza presso gli
abitatori della Polinesia. Ma non allontaniamoci tanto.
Oltre i Mudracchèri anche i Frinèri fanno parte del corteggio nuziale, anzi
lo precedono. Si chiamano così alcuni giovani che portano una conocchia
(Frenu) ornata di nastri e fiocchi e con un fazzoletto pendente dalla cima a
guisa di banderuola.
Spesso si usa fare la Travata e Parrata detta anche Spallèra, specie di siepe
o serraglio, che s'inalza nelle vie per cui passa il corteggio, e si fa dalla
gente del villaggio in cui la sposa va a prender dimora. Quello dei
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Mudracchèri che riporta il trionfo del vanto [512], cioè galoppando giunge
primo alla parrata, ha il diritto di offrire alla sposa su di un canestro pieno
di fiori le chiavi della casa coniugale, congratulandosi con poesie, come ad
esempio questa:
«Che mai cerchi, o peregrina,
In un lido a te straniero?
Non più oltre t'incammina,
Chè vietato t'è il sentiero.
Ma se sei la sposa amante,
Di colui che t'è dappresso,
Deh! t'arresta un solo istante
E avrai libero l'ingresso.
Ora accetta, o bella, in dono
Di bei fior questo mazzetto,
Fior che dolci pegni sono
Di un fraterno e puro affetto.
Poi del tetto conjugale
Prendi tu le chiavi ancora,
In cui scevra di ogni male
Possa far lunga dimora.
Ora il cielo benedica,
Cara sposa, il vostro imene
E con man prodiga e amica,
Vi ricolmi di ogni bene!»
Presi i fiori e le chiavi, la sposa ringrazia la comitiva, fa un cenno, e la
parrata si leva, la gente dei due villaggi si ricambia dimostrazioni di affetto
e insieme unita accompagna la sposa fino alla casa dello sposo.
Sulla soglia, per lo più adorna di fiori e ghirlande di lauro, sta la suocera,
non burbera in volto e colla mestola alla cintura, come in tanti altri luoghi,
ma raggiante di gioia dà la mano alla nuora e le presenta il mazzo delle
chiavi, per affidarle il governo della famiglia, quindi le porge una conocchia
ed un fuso ornati di pimpinelle, e la saluta con questo canto che si chiama
della buona ventura [513]:
primo alla parrata, ha il diritto di offrire alla sposa su di un canestro pieno
di fiori le chiavi della casa coniugale, congratulandosi con poesie, come ad
esempio questa:
«Che mai cerchi, o peregrina,
In un lido a te straniero?
Non più oltre t'incammina,
Chè vietato t'è il sentiero.
Ma se sei la sposa amante,
Di colui che t'è dappresso,
Deh! t'arresta un solo istante
E avrai libero l'ingresso.
Ora accetta, o bella, in dono
Di bei fior questo mazzetto,
Fior che dolci pegni sono
Di un fraterno e puro affetto.
Poi del tetto conjugale
Prendi tu le chiavi ancora,
In cui scevra di ogni male
Possa far lunga dimora.
Ora il cielo benedica,
Cara sposa, il vostro imene
E con man prodiga e amica,
Vi ricolmi di ogni bene!»
Presi i fiori e le chiavi, la sposa ringrazia la comitiva, fa un cenno, e la
parrata si leva, la gente dei due villaggi si ricambia dimostrazioni di affetto
e insieme unita accompagna la sposa fino alla casa dello sposo.
Sulla soglia, per lo più adorna di fiori e ghirlande di lauro, sta la suocera,
non burbera in volto e colla mestola alla cintura, come in tanti altri luoghi,
ma raggiante di gioia dà la mano alla nuora e le presenta il mazzo delle
chiavi, per affidarle il governo della famiglia, quindi le porge una conocchia
ed un fuso ornati di pimpinelle, e la saluta con questo canto che si chiama
della buona ventura [513]:
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«Siate boi la ben venuta,
Cara sposa in questa casa,
Che boi siate bona e astuta
Ne so' certa e persuasa.
Diu vi dia qui bona sorte,
Longa vita e santa morte.
Ecce ormai la vossa rocca
Cu lu fusu e cu la lana,
Di accudì tuttu a boi tocca
Ch'e' so' becchia e pocu sana.
Ora entrate e Diu ci dia
Pace e gioia. E cusì sia!
Beninteso che molte suocere rivogliono subito le chiavi, e dopo essersi date
pro forma il titolo di vecchie, a quattr'occhi colla nuora parlano un altro
linguaggio.
Una signora di Corte mi raccontava che la sua suocera, che fu per lei una
seconda madre, non appena si erano trovate sole le aveva detto: Di grazia,
voi che d'ora innanzi sarete chiamata la sposa, non permettete che io sia
detta dai servi la padrona vecchia.
Finita la canzone, la suocera presenta agli sposi un barattolo di latte
quagliato, essi ne prendono una cucchiaiata, quindi ne gusta tutta la
compagnia. Intanto la più stretta parente del nuovo marito avvolge un lungo
nastro color di rosa dietro le spalle della coppia felice e la trae seco nella
sala, ove è già apparecchiato il banchetto nel quale non manca mai di
figurare il piatto nazionale detto Fiadone, torta fatta di uova e brocciu, che
è una specie di ricotta dolcissima composta di fior di latte, miele o
zucchero.
Prima di sedersi a tavola, usa in alcuni luoghi che allontanati per un
momento gli uomini e i ragazzi, le donne fanno sedere la sposa su di uno
staio pieno di grano, e toltane ciascuna una manciata gliela versano sul
capo, girandole attorno e cantando in coro la seguente ballatetta, cogli
augurii espressi nella quale io termino ben volentieri questa cicalata:
Dio vi colmi di ogni bene,
Cara sposa in questa casa,
Che boi siate bona e astuta
Ne so' certa e persuasa.
Diu vi dia qui bona sorte,
Longa vita e santa morte.
Ecce ormai la vossa rocca
Cu lu fusu e cu la lana,
Di accudì tuttu a boi tocca
Ch'e' so' becchia e pocu sana.
Ora entrate e Diu ci dia
Pace e gioia. E cusì sia!
Beninteso che molte suocere rivogliono subito le chiavi, e dopo essersi date
pro forma il titolo di vecchie, a quattr'occhi colla nuora parlano un altro
linguaggio.
Una signora di Corte mi raccontava che la sua suocera, che fu per lei una
seconda madre, non appena si erano trovate sole le aveva detto: Di grazia,
voi che d'ora innanzi sarete chiamata la sposa, non permettete che io sia
detta dai servi la padrona vecchia.
Finita la canzone, la suocera presenta agli sposi un barattolo di latte
quagliato, essi ne prendono una cucchiaiata, quindi ne gusta tutta la
compagnia. Intanto la più stretta parente del nuovo marito avvolge un lungo
nastro color di rosa dietro le spalle della coppia felice e la trae seco nella
sala, ove è già apparecchiato il banchetto nel quale non manca mai di
figurare il piatto nazionale detto Fiadone, torta fatta di uova e brocciu, che
è una specie di ricotta dolcissima composta di fior di latte, miele o
zucchero.
Prima di sedersi a tavola, usa in alcuni luoghi che allontanati per un
momento gli uomini e i ragazzi, le donne fanno sedere la sposa su di uno
staio pieno di grano, e toltane ciascuna una manciata gliela versano sul
capo, girandole attorno e cantando in coro la seguente ballatetta, cogli
augurii espressi nella quale io termino ben volentieri questa cicalata:
Dio vi colmi di ogni bene,
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Figli maschi in quantità,
Senza duoli e senza pene.
Dio vi accordi lunga età,
Poi vi accolga in Paradiso,
L'un dall'altro mai diviso!
FINE.
Senza duoli e senza pene.
Dio vi accordi lunga età,
Poi vi accolga in Paradiso,
L'un dall'altro mai diviso!
FINE.
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NOTE:
[1] Açvâlayana Gr'ihyasûtra. I
[2] Ennio, presso Festo, ha:
Ducit me uxorem sibi liberûm quærendûm gratia,
e Varrone, presso Macrobio, va più in là: «uxorem liberorum quærendorum
causa ducere, religiosum est.». Presso gli odierni Parsi, il marito piglia una
seconda moglie, se la prima sia sterile, e assoggetta la prima alla seconda.
[3] Gajus, I, 108: «Sed in potestate quidem et masculi et feminæ esse solent; in
manum autem feminæ tantum conveniunt.»
[4] Cfr. Valerio Massimo, II, 16.
[5] Ita quod moriatur si viro suo placuerit.
[6] Rubr. 75: Quoniam est inhonestum verecundiam facere mulieribus, statuimus
quod quicumque masculus fecerit alicui mulieri bonæ conditionis et famæ
iniuriose cadere de capite vel acceperit vettam vel drapellum vel velectum vel
pannum quem in capite deportaret, puniatur pro vice quolibet in XXV lib. den.
[7] Si trova nelle Addizioni agli Statuti di Corsica, Lione 1843: «Avendo avuto
notizia che si vada sempre più addimesticando l'abuso già tanto tempo introdotto
di baciare in istrada pubblica e di attaccare secondo il vocabolo di quel paese,
cioè di levare la scufia, o dar di mano, o di fare altri atti di famigliarità alle
giovani, perchè impossibilitate queste dal pregiudicio che nell'altrui opinione ne
sentono a più maritarsi con altri siano costrette a sposarsi con loro, ecc.»
[8] Statuti di Gallese, pubblicati in Gallese nel 1576, lib. V: «Perchè egli è cosa
concedente che nelle feste solenni celebrate dalla santa chiesa cattolica romana e
parimenti dalla nostra città s'abbino da ornare ed onorare con gli lumi maggiori
che si possono, e somigliantemente per manutenere le buone e laudabili
consuetudini di questa nostra città di Gallese, per il presente capitolo, statuimo
ed ordiniamo che tutti gli artigiani della nostra città di Gallese siano obbligati e
debbano ogni anno perpetuamente un mese avanti la festa della solennità del
glorioso San Famiano advocato et Protettore della nostra Patria, creare due
Rettori della loro arte, quali Rettori così creati, abbiano da esercitare il loro
ufficio del Rettorato per un anno continuamente, e debbano fare un Talamo, o
vero un Cirio, ad uso e stil di Roma, e detto Cirio basti per tutta l'arte, sino che
serrà buono adoprare e detti Rettori abbino cura e debbano processionalmente
farlo portare per tutta la città acceso, ecc.»
[1] Açvâlayana Gr'ihyasûtra. I
[2] Ennio, presso Festo, ha:
Ducit me uxorem sibi liberûm quærendûm gratia,
e Varrone, presso Macrobio, va più in là: «uxorem liberorum quærendorum
causa ducere, religiosum est.». Presso gli odierni Parsi, il marito piglia una
seconda moglie, se la prima sia sterile, e assoggetta la prima alla seconda.
[3] Gajus, I, 108: «Sed in potestate quidem et masculi et feminæ esse solent; in
manum autem feminæ tantum conveniunt.»
[4] Cfr. Valerio Massimo, II, 16.
[5] Ita quod moriatur si viro suo placuerit.
[6] Rubr. 75: Quoniam est inhonestum verecundiam facere mulieribus, statuimus
quod quicumque masculus fecerit alicui mulieri bonæ conditionis et famæ
iniuriose cadere de capite vel acceperit vettam vel drapellum vel velectum vel
pannum quem in capite deportaret, puniatur pro vice quolibet in XXV lib. den.
[7] Si trova nelle Addizioni agli Statuti di Corsica, Lione 1843: «Avendo avuto
notizia che si vada sempre più addimesticando l'abuso già tanto tempo introdotto
di baciare in istrada pubblica e di attaccare secondo il vocabolo di quel paese,
cioè di levare la scufia, o dar di mano, o di fare altri atti di famigliarità alle
giovani, perchè impossibilitate queste dal pregiudicio che nell'altrui opinione ne
sentono a più maritarsi con altri siano costrette a sposarsi con loro, ecc.»
[8] Statuti di Gallese, pubblicati in Gallese nel 1576, lib. V: «Perchè egli è cosa
concedente che nelle feste solenni celebrate dalla santa chiesa cattolica romana e
parimenti dalla nostra città s'abbino da ornare ed onorare con gli lumi maggiori
che si possono, e somigliantemente per manutenere le buone e laudabili
consuetudini di questa nostra città di Gallese, per il presente capitolo, statuimo
ed ordiniamo che tutti gli artigiani della nostra città di Gallese siano obbligati e
debbano ogni anno perpetuamente un mese avanti la festa della solennità del
glorioso San Famiano advocato et Protettore della nostra Patria, creare due
Rettori della loro arte, quali Rettori così creati, abbiano da esercitare il loro
ufficio del Rettorato per un anno continuamente, e debbano fare un Talamo, o
vero un Cirio, ad uso e stil di Roma, e detto Cirio basti per tutta l'arte, sino che
serrà buono adoprare e detti Rettori abbino cura e debbano processionalmente
farlo portare per tutta la città acceso, ecc.»
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[9] Elio Spartiano, nella vita di Elio Vero, presso gli Scriptores Historiæ
Augustæ; ed Th. Vallaurius, Augustæ Taurinorum, 1853: Patere me per alias
exercere cupiditates meas. Uxor enim dignitatis nomen est, non voluptatis.
[10] Essa ci viene già ricordata nel Mahàbharàta.
[11] Tra i latini, per esempio. Quindi Varrone, presso Nonio: Sic in privatis
domibus pueri liberi et pueræ ministrabant; ed Ovidio, ne' Fasti, a proposito di
un sacrificio domestico:
Stat puer et manibus lata canistra tenet.
Inde ubi ter fruges medios immisit in ignes
Porrigit incisos filia parva favos.
[12] «Signor ambasciatore.»
[13] «Che volete voi.»
[14] Cantando questo versetto le fanciulle e il capo di casa fanno alcuni passi
indietro.
[15] Le fanciulle si avanzano di nuovo col capo di casa.
[16] «Io voglio una delle vostre figlie.»
[17] «Quale volete voi?»
[18] «Qual mestiere farà ella?»
[19] Vedi il capitolo Sulla dote nel secondo libro di quest'opera.
[20] «Pigliatevela pure ch'ella è vostra.»
[21] Vedi nel primo libro di quest'opera, il capitolo intorno al messaggero
d'amore e quello intorno alla chiesa.
[22] Cfr. Kuhn u. Schwarz: Norddeutsche Sagen, Märchen u. Gebräuche,
Leipzig 1848 e, in questo libro, il capitolo che intitolo: «Gli sposi si provano.»
[23] Ecco, in qual modo, lo descrive il Fanfani, nel suo Dizionario dell'uso
Toscano: «Verde chiamasi la pianta del bossolo che si mantiene sempre verde.
Nella quaresima è costume che due, specialmente gl'innamorati, spiccano una o
più foglie di verde e la custodiscono gelosamente, guardando di non la perdere; e
se l'uno la perde, dee dare all'altro o questa o quella cosa pattovita fra loro. Ciò si
dice fare al verde, e ogni volta che i due si trovano insieme, l'uno dice tosto
all'altro: fuori il verde!»
[24] Vedi ancora, in questo primo libro, il capitolo che descrive «come si fa
l'amore.»
[25] Cfr. Atharvaveda, VI, 89.
[26] Cfr. Weber Indische Studien, V.
[27] Cfr. Schönwerth e Weinhold citati dal Weber negli Indische Studien.
[28] Cfr. Gelli, nella Sporta, atto 5.º, scena 5.ª «Io ti so dir, Lapo, che tu avevi
digiunato la vigilia di Santa Caterina, a tor la moglie che tu avevi tolta.»
Augustæ; ed Th. Vallaurius, Augustæ Taurinorum, 1853: Patere me per alias
exercere cupiditates meas. Uxor enim dignitatis nomen est, non voluptatis.
[10] Essa ci viene già ricordata nel Mahàbharàta.
[11] Tra i latini, per esempio. Quindi Varrone, presso Nonio: Sic in privatis
domibus pueri liberi et pueræ ministrabant; ed Ovidio, ne' Fasti, a proposito di
un sacrificio domestico:
Stat puer et manibus lata canistra tenet.
Inde ubi ter fruges medios immisit in ignes
Porrigit incisos filia parva favos.
[12] «Signor ambasciatore.»
[13] «Che volete voi.»
[14] Cantando questo versetto le fanciulle e il capo di casa fanno alcuni passi
indietro.
[15] Le fanciulle si avanzano di nuovo col capo di casa.
[16] «Io voglio una delle vostre figlie.»
[17] «Quale volete voi?»
[18] «Qual mestiere farà ella?»
[19] Vedi il capitolo Sulla dote nel secondo libro di quest'opera.
[20] «Pigliatevela pure ch'ella è vostra.»
[21] Vedi nel primo libro di quest'opera, il capitolo intorno al messaggero
d'amore e quello intorno alla chiesa.
[22] Cfr. Kuhn u. Schwarz: Norddeutsche Sagen, Märchen u. Gebräuche,
Leipzig 1848 e, in questo libro, il capitolo che intitolo: «Gli sposi si provano.»
[23] Ecco, in qual modo, lo descrive il Fanfani, nel suo Dizionario dell'uso
Toscano: «Verde chiamasi la pianta del bossolo che si mantiene sempre verde.
Nella quaresima è costume che due, specialmente gl'innamorati, spiccano una o
più foglie di verde e la custodiscono gelosamente, guardando di non la perdere; e
se l'uno la perde, dee dare all'altro o questa o quella cosa pattovita fra loro. Ciò si
dice fare al verde, e ogni volta che i due si trovano insieme, l'uno dice tosto
all'altro: fuori il verde!»
[24] Vedi ancora, in questo primo libro, il capitolo che descrive «come si fa
l'amore.»
[25] Cfr. Atharvaveda, VI, 89.
[26] Cfr. Weber Indische Studien, V.
[27] Cfr. Schönwerth e Weinhold citati dal Weber negli Indische Studien.
[28] Cfr. Gelli, nella Sporta, atto 5.º, scena 5.ª «Io ti so dir, Lapo, che tu avevi
digiunato la vigilia di Santa Caterina, a tor la moglie che tu avevi tolta.»
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[29] Corniscarum divarum locus erat trans Tiberim cornicibus dicatus, quod in
Junonis tutela esse putabantur.
[30] Accipitrum genera sexdecim invenimus; ex iis Egituum claudum altero pede
prosperrimi augurii nuptialibus negotiis. Hist. Nat, X. 8.
[31] Nihil fere quondam majoris rei nisi auspicato, nec privatim quidam
gerebatur. Quod etiam nunc auspices nuptiarum declarant, qui re omissa nomen
tantum tenent.
[32] «A portare i fuscelli per fare il nido.»
[33] VII, 38.
[34] Vedi, nel secondo libro di quest'opera, il capitolo che s'intitola: «Gli sposi
incoronati.» — L'uso medesimo della focaccia con le fave, esisteva pure in
Francia, secondo Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, Meurs et
Usages de la France. «Il etait d'usage, depuis un temps immémorial, et par une
tradition qui remontait jusqu'aux saturnales des romains, de servir, la veille des
Rois, un gâteau dans lequel on enfermait une féve qui designait le roi du festin.
Ce gâteau des Rois se tirait en famille. Les cérémonies qui s'observaient en cette
occasion, avec une fidélité traditionnelle, ont été décrites par Pasquier dans ses
Recherches de la France (IV. 9). Le gâteau, coupé en autant de parts qu'il y a de
conviés, on met un petit enfant sous la table, lequel le maître interroge sous le
nom de Phébe (Phoebus ou Apollon), comme si ce fût un qui, en l'innocence de
son âge, representât un oracle d'Apollon. À cet interrogatoire, l'enfant rêpond
d'un mot latin: domine (seigneur, maître). Sur cela, le maître l'adjure de dire à
qui il distribuera la portion de gâteau qu'il tient dans sa main; l'enfant le nomme
ainsi qu'il lui tombe en la pensée, sans acception de la dignité des personnes,
jusques à ce que la part soit donnée où est la féve; celui qui l'a est réputé roi de
la compagnie, encore qu'il soit moindre en autorité. Et, ce fait, chacun se
déborde à boire, manger et danser. Tacite, au livre XIII de ses Annales, dit que
dans les fêtes consacrées à Saturne, on était dans l'usage de tirer au sort la
royauté.»
[35] Rivista Europea — Anno III, vol. 2.º fasc. 1.º
[36] Rivista Europea. Anno V, vol. 3.º fasc. 1.º
[37] Ed. Th. Vallaurius: Quum amissa uxore aliam vellet ducere, genituras
sponsarum requirebat, ipse quoque matheseos peritissimus; et quum audisset
esse in Syria quamdam, quæ id genituræ haberet, ut regi jungeretur, eandem
uxorem petiit....
[38] Nella versione Tibetana tradotta dal prof. Foucaux: Histoire du Bouddha
Sakya Mouni.
[39] Op. cit.
[40] Nel Comasco è il proverbio:
La rôsada de san Giovan
La guariss tüc'c'i malann.
Junonis tutela esse putabantur.
[30] Accipitrum genera sexdecim invenimus; ex iis Egituum claudum altero pede
prosperrimi augurii nuptialibus negotiis. Hist. Nat, X. 8.
[31] Nihil fere quondam majoris rei nisi auspicato, nec privatim quidam
gerebatur. Quod etiam nunc auspices nuptiarum declarant, qui re omissa nomen
tantum tenent.
[32] «A portare i fuscelli per fare il nido.»
[33] VII, 38.
[34] Vedi, nel secondo libro di quest'opera, il capitolo che s'intitola: «Gli sposi
incoronati.» — L'uso medesimo della focaccia con le fave, esisteva pure in
Francia, secondo Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, Meurs et
Usages de la France. «Il etait d'usage, depuis un temps immémorial, et par une
tradition qui remontait jusqu'aux saturnales des romains, de servir, la veille des
Rois, un gâteau dans lequel on enfermait une féve qui designait le roi du festin.
Ce gâteau des Rois se tirait en famille. Les cérémonies qui s'observaient en cette
occasion, avec une fidélité traditionnelle, ont été décrites par Pasquier dans ses
Recherches de la France (IV. 9). Le gâteau, coupé en autant de parts qu'il y a de
conviés, on met un petit enfant sous la table, lequel le maître interroge sous le
nom de Phébe (Phoebus ou Apollon), comme si ce fût un qui, en l'innocence de
son âge, representât un oracle d'Apollon. À cet interrogatoire, l'enfant rêpond
d'un mot latin: domine (seigneur, maître). Sur cela, le maître l'adjure de dire à
qui il distribuera la portion de gâteau qu'il tient dans sa main; l'enfant le nomme
ainsi qu'il lui tombe en la pensée, sans acception de la dignité des personnes,
jusques à ce que la part soit donnée où est la féve; celui qui l'a est réputé roi de
la compagnie, encore qu'il soit moindre en autorité. Et, ce fait, chacun se
déborde à boire, manger et danser. Tacite, au livre XIII de ses Annales, dit que
dans les fêtes consacrées à Saturne, on était dans l'usage de tirer au sort la
royauté.»
[35] Rivista Europea — Anno III, vol. 2.º fasc. 1.º
[36] Rivista Europea. Anno V, vol. 3.º fasc. 1.º
[37] Ed. Th. Vallaurius: Quum amissa uxore aliam vellet ducere, genituras
sponsarum requirebat, ipse quoque matheseos peritissimus; et quum audisset
esse in Syria quamdam, quæ id genituræ haberet, ut regi jungeretur, eandem
uxorem petiit....
[38] Nella versione Tibetana tradotta dal prof. Foucaux: Histoire du Bouddha
Sakya Mouni.
[39] Op. cit.
[40] Nel Comasco è il proverbio:
La rôsada de san Giovan
La guariss tüc'c'i malann.
Page 192
Vedi le Canzoni popolari comasche, raccolte dal dottor G. B. Bolza, Vienna,
1867; e un canto popolare spagnuolo, riferito dal Caballero (Cuentos y poesias
populares Andaluces):
La mañana da San Juan
Cuaja la almendra y la nuez,
Asi cuajan los amores
Cuando dos se quieren bien.
[41] Noto, 1874.
[42] Cfr. pure per lo stesso uso Avolio, Canti popolari di Noto.
[43] Suppongo che il Pitré col nome di carciofo selvaggio intenda qualificare il
semprevivolo.
[44] «Se tol tre amoli; uno e'l se pela tuto, e uno el se pela mezo, e uno el se
lassa come ch'el xe; e se va via, e resta le amighe; e queste sconde sti tre amoli
soto tre piati, uno per piato. Alora se vien fora, e se va coi i oci bendai, e se tol
quel piato che se vol. Se se tol el piato dove ze l'amolo pelà, se va a star da
povereta; se se va a torse quelo de l'amolo mezo pelà, se va a star cussì e cussì; e
se se tol quelo de l'amolo intiero, se va a star da signora.» Credenze popolari
veneziane raccolte da Dom. Gius. Bernoni; Venezia, Antonelli. 1874
[45] Da un articolo di Clemet-Mullet, pubblicato nel N. 56 della Revue Orientale
et Américaine.
[46] La Baltique. Paris, Hachette.
[47] Si confrontino gli otto acervi dell'uso indiano, nel capitolo: Gli sposi si
provano, in questo medesimo primo libro.
[48] Vedi Tommaseo, Canti greci.
[49] Firenze, 1876, terza edizione, pag. 327-329.
[50] Vedi Mahàbhàrata, vol. 1, 5873-5875.
[51] Tuttavia era già romana la superstizione che fosse di cattivo augurio lo
starnutare di primo mattino, e di buono invece lo starnutare nel pomeriggio.
[52] Vedi le mie Fonti vediche dell'Epopea.
[53] Quindi venne l'uso nostro di far riposare gli scuolari il giovedì.
[54] Vedi Rocholz, Deutscher Glaube und Brauch, vol. 2, pag. 42. Berlino,
1867. Le granate, con le quali la tradizione popolare si rappresenta le streghe,
appartengono evidentemente al medesimo mito.
[55] Vedi, in questo libro, il capitolo che s'intitola: L'autorità del padre e del
fratello nelle nozze.
[56] Presso Orelli ed Henzen si trovano iscrizioni le quali ricordano mogli
romane morte a 13, a 12 ed anche ad 11 anni. Trovo poi nelle Petri Excerptiones,
come la fanciulla poteva a sette anni venir fidanzata e a dodici sposarsi. La
stessa età per le promesse è fissata da Modestinus, Differentiarum, 4.
1867; e un canto popolare spagnuolo, riferito dal Caballero (Cuentos y poesias
populares Andaluces):
La mañana da San Juan
Cuaja la almendra y la nuez,
Asi cuajan los amores
Cuando dos se quieren bien.
[41] Noto, 1874.
[42] Cfr. pure per lo stesso uso Avolio, Canti popolari di Noto.
[43] Suppongo che il Pitré col nome di carciofo selvaggio intenda qualificare il
semprevivolo.
[44] «Se tol tre amoli; uno e'l se pela tuto, e uno el se pela mezo, e uno el se
lassa come ch'el xe; e se va via, e resta le amighe; e queste sconde sti tre amoli
soto tre piati, uno per piato. Alora se vien fora, e se va coi i oci bendai, e se tol
quel piato che se vol. Se se tol el piato dove ze l'amolo pelà, se va a star da
povereta; se se va a torse quelo de l'amolo mezo pelà, se va a star cussì e cussì; e
se se tol quelo de l'amolo intiero, se va a star da signora.» Credenze popolari
veneziane raccolte da Dom. Gius. Bernoni; Venezia, Antonelli. 1874
[45] Da un articolo di Clemet-Mullet, pubblicato nel N. 56 della Revue Orientale
et Américaine.
[46] La Baltique. Paris, Hachette.
[47] Si confrontino gli otto acervi dell'uso indiano, nel capitolo: Gli sposi si
provano, in questo medesimo primo libro.
[48] Vedi Tommaseo, Canti greci.
[49] Firenze, 1876, terza edizione, pag. 327-329.
[50] Vedi Mahàbhàrata, vol. 1, 5873-5875.
[51] Tuttavia era già romana la superstizione che fosse di cattivo augurio lo
starnutare di primo mattino, e di buono invece lo starnutare nel pomeriggio.
[52] Vedi le mie Fonti vediche dell'Epopea.
[53] Quindi venne l'uso nostro di far riposare gli scuolari il giovedì.
[54] Vedi Rocholz, Deutscher Glaube und Brauch, vol. 2, pag. 42. Berlino,
1867. Le granate, con le quali la tradizione popolare si rappresenta le streghe,
appartengono evidentemente al medesimo mito.
[55] Vedi, in questo libro, il capitolo che s'intitola: L'autorità del padre e del
fratello nelle nozze.
[56] Presso Orelli ed Henzen si trovano iscrizioni le quali ricordano mogli
romane morte a 13, a 12 ed anche ad 11 anni. Trovo poi nelle Petri Excerptiones,
come la fanciulla poteva a sette anni venir fidanzata e a dodici sposarsi. La
stessa età per le promesse è fissata da Modestinus, Differentiarum, 4.
Page 193
[57] Dovevano informarsi di certo a tale diritto gli Statuti di Lucca, editi a Lucca
nel 1539, i quali concedevano la facoltà di menar moglie, quantunque non
matura.
[58] Cesare: «Intra annum vero XX feminæ notitiam habuisse in turpissimis
habent rebus.»
[59] Nell'editto di Liutprando, art. 112, ediz. Baudi di Vesme e Neigebaur, leggo:
«De puella unde antea diximus, ut non ante XII annos legitima sit ad
maritandum, sic modo statuimus, ut non intrante ipso duodecimo anno, sed
expleto, sit legitima ad maritandum. Ideo autem hoc diximus, quia multos
intentiones de causis istais cognovimus, et apparuit nobis immatura causa sit
ante expletos duodecim quod annos.»
[60] Vi furono tuttavia eccezioni.
[61] A questo ideale s'accosta il proverbio palermitano: «Omu di vintottu e
fimmina di dicidottu.» Termine estremo specialmente per la donna, poichè un
altro proverbio, pure palermitano, soggiunge: «Figghia di dicidott'anni, maritala
o la scanni.» Ciò non toglie naturalmente che donne di maggior età in Sicilia
non si maritino, e poichè mi trovo col discorso a Palermo, mi piace riferire la
descrizione assai lepida che fa Ricordano Malaspini, o chi per lui, nella sua
Storia Fiorentina, del matrimonio e parto di Costanza, madre di Federico II:
Il papa Clemente «trattò con Costanza sirocchia del re Guglielmo che era
monaca, e d'anni 50, e fecela uscire del monastero, e dispensò ch'ella potesse
essere al secolo e usare matrimonio. E occultamente la feciono partire di Sicilia
e venire a Roma; e la chiesa la fece dare per moglie al detto Arrigo imperatore.
Onde appresso ne nacque colui che poi fu chiamato Federico secondo
imperatore, che tante persecuzioni fece alla chiesa, indi dietro, e non senza
giudizio di Dio essendo nato da monaca sacrata e d'età d'anni 50; che era quasi
impossibile a natura di femmina di partorire figliuolo. E troviamo che quando la
detta Costanza imperatrice era gravida del detto Federico, si sospettava per il
paese, che per la sua antichità non potesse avere figliuoli nè essere grossa. Onde
s'ordinò ch'ella partorisse nel mezzo della piazza di Palermo sotto un padiglione.
E si mandò bando: che quale donna volesse andare a vedere, potesse. E assai ve
ne andarono e vidonla; così cessò il sospetto.»
[62] Si confrontino nelle novelline, gli allievi e le allieve delle fate, che non
dovevano mai vedere alcuno e star di continuo nelle tenebre, fino al dì delle
nozze; il fondo di tali novelline è evidentemente mitico, e allude ora al sole, ora
all'aurora che escono dalla notte.
[63] La suegra del diablo presso i Cuentos y poesias populares Andaluces,
raccolti dal Caballero:
Yo te quisiera querer
Y tu madre non me deja
El demonio de la veja
En todo se ha de meter.
[64] Ib.
nel 1539, i quali concedevano la facoltà di menar moglie, quantunque non
matura.
[58] Cesare: «Intra annum vero XX feminæ notitiam habuisse in turpissimis
habent rebus.»
[59] Nell'editto di Liutprando, art. 112, ediz. Baudi di Vesme e Neigebaur, leggo:
«De puella unde antea diximus, ut non ante XII annos legitima sit ad
maritandum, sic modo statuimus, ut non intrante ipso duodecimo anno, sed
expleto, sit legitima ad maritandum. Ideo autem hoc diximus, quia multos
intentiones de causis istais cognovimus, et apparuit nobis immatura causa sit
ante expletos duodecim quod annos.»
[60] Vi furono tuttavia eccezioni.
[61] A questo ideale s'accosta il proverbio palermitano: «Omu di vintottu e
fimmina di dicidottu.» Termine estremo specialmente per la donna, poichè un
altro proverbio, pure palermitano, soggiunge: «Figghia di dicidott'anni, maritala
o la scanni.» Ciò non toglie naturalmente che donne di maggior età in Sicilia
non si maritino, e poichè mi trovo col discorso a Palermo, mi piace riferire la
descrizione assai lepida che fa Ricordano Malaspini, o chi per lui, nella sua
Storia Fiorentina, del matrimonio e parto di Costanza, madre di Federico II:
Il papa Clemente «trattò con Costanza sirocchia del re Guglielmo che era
monaca, e d'anni 50, e fecela uscire del monastero, e dispensò ch'ella potesse
essere al secolo e usare matrimonio. E occultamente la feciono partire di Sicilia
e venire a Roma; e la chiesa la fece dare per moglie al detto Arrigo imperatore.
Onde appresso ne nacque colui che poi fu chiamato Federico secondo
imperatore, che tante persecuzioni fece alla chiesa, indi dietro, e non senza
giudizio di Dio essendo nato da monaca sacrata e d'età d'anni 50; che era quasi
impossibile a natura di femmina di partorire figliuolo. E troviamo che quando la
detta Costanza imperatrice era gravida del detto Federico, si sospettava per il
paese, che per la sua antichità non potesse avere figliuoli nè essere grossa. Onde
s'ordinò ch'ella partorisse nel mezzo della piazza di Palermo sotto un padiglione.
E si mandò bando: che quale donna volesse andare a vedere, potesse. E assai ve
ne andarono e vidonla; così cessò il sospetto.»
[62] Si confrontino nelle novelline, gli allievi e le allieve delle fate, che non
dovevano mai vedere alcuno e star di continuo nelle tenebre, fino al dì delle
nozze; il fondo di tali novelline è evidentemente mitico, e allude ora al sole, ora
all'aurora che escono dalla notte.
[63] La suegra del diablo presso i Cuentos y poesias populares Andaluces,
raccolti dal Caballero:
Yo te quisiera querer
Y tu madre non me deja
El demonio de la veja
En todo se ha de meter.
[64] Ib.
Page 194
Aunque pongan a tu puerta
La artilleria real,
Y a tu padre de artillero,
Con tigo me he de casar.
[65] Atto 4.º, scena 6.ª.
[66] Fra gli altri si canta questo rispetto un po' ardito:
Fior di mentuccia
Pigliam lo scoppietto e andamo a caccia
Per dar l'uccelletto a Mariuccia.
Più assai decente un canto-serenata, che gli amanti nell'Abruzzo teramano vanno
accompagnati da chitarra o cornamusa a cantare sotto le finestre delle belle ed
incomincia:
Luna di notte e sol di mezzogiorno,
Stella Dïana e paradiso eterno, ecc.
[67] Zitella, e qui, particolarmente, fidanzata.
[68] Damigella, donzella, in accordo col damo, che è fidanzato.
[69] Fiore.
[70] Bellezza.
[71] Squaglia.
[72] A stilla a stilla.
[73] Bello.
[74] Codesta.
[75] Piccola mano.
[76] Bionda treccia.
[77] Quando.
[78] Si ingaggierà, si impegnerà.
[79] Spiega o spingi.
[80] Bandiera.
[81] Signora.
[82] Faccietta.
[83] Altiera.
[84] Bianchezze.
[85] Splendore.
[86] Di un sole nascente.
[87] Lo stendardo.
La artilleria real,
Y a tu padre de artillero,
Con tigo me he de casar.
[65] Atto 4.º, scena 6.ª.
[66] Fra gli altri si canta questo rispetto un po' ardito:
Fior di mentuccia
Pigliam lo scoppietto e andamo a caccia
Per dar l'uccelletto a Mariuccia.
Più assai decente un canto-serenata, che gli amanti nell'Abruzzo teramano vanno
accompagnati da chitarra o cornamusa a cantare sotto le finestre delle belle ed
incomincia:
Luna di notte e sol di mezzogiorno,
Stella Dïana e paradiso eterno, ecc.
[67] Zitella, e qui, particolarmente, fidanzata.
[68] Damigella, donzella, in accordo col damo, che è fidanzato.
[69] Fiore.
[70] Bellezza.
[71] Squaglia.
[72] A stilla a stilla.
[73] Bello.
[74] Codesta.
[75] Piccola mano.
[76] Bionda treccia.
[77] Quando.
[78] Si ingaggierà, si impegnerà.
[79] Spiega o spingi.
[80] Bandiera.
[81] Signora.
[82] Faccietta.
[83] Altiera.
[84] Bianchezze.
[85] Splendore.
[86] Di un sole nascente.
[87] Lo stendardo.
Page 195
[88] Qui.
[89] Signora Filomena.
[90] Reco qui la traduzione italiana:
— Bella fanciulla dal grembiule a strisce,
Siete contenta che le mie brache tocchino il vostro
grembiule?
— Il mio grembiule è di canevaccio,
Convien toccarlo con buona grazia.
— Oh! bella fanciulla, sta ella fresca l'acqua nella secchia?
— Ella sta fresca e dolente.
— Se io tornassi un'altra sera, sareste voi contenta?
— O contenta o no, per una volta, non conviene dir di no.—
— O bella fanciulla, che sapete tanto bene rispondere,
L'acqua del mare va a bell'onde.
— O bell'onde, o bei salti,
Io so rispondere questo ed altro.
— Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio?
— Se il mio fosse pari al vostro, saprei darvi risposta.
— Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio?
— Il mio è sotto il tavolo, il vostro è a casa del diavolo.
[91] Venite ad aprire.
[92] Aperto.
[93] Neanche vi voglio aprire.
[94] Io.
[95] State.
[96] Mi fate, o pure, secondo la lezione del Celesia, m'è fatt, cioè, mi è fatto.
[97] Dolore, crepacuore.
[98] A me, mi.
[99] Abbiate.
[100] Io vorrei scrivere.
[101] Vi lascio la buonasera.
[102] L'anello.
[103] Chi ha macinato, insacchi. Io debbo questi particolari al signor A.
Bertolotti che primo pubblicò la canzone Martina de' Canavesani nelle sue
geniali Passeggiate nel Canavese. — Vengo pure avvertito come nel Pesarese, a
Fenestrelle e in Calabria usino canti improvvisi in occasione di nozze; ma non
sono riuscito a procurarmene.
[104] La traduzione italiana suona così:
— Oh! buona sera, vegliatrici.
[89] Signora Filomena.
[90] Reco qui la traduzione italiana:
— Bella fanciulla dal grembiule a strisce,
Siete contenta che le mie brache tocchino il vostro
grembiule?
— Il mio grembiule è di canevaccio,
Convien toccarlo con buona grazia.
— Oh! bella fanciulla, sta ella fresca l'acqua nella secchia?
— Ella sta fresca e dolente.
— Se io tornassi un'altra sera, sareste voi contenta?
— O contenta o no, per una volta, non conviene dir di no.—
— O bella fanciulla, che sapete tanto bene rispondere,
L'acqua del mare va a bell'onde.
— O bell'onde, o bei salti,
Io so rispondere questo ed altro.
— Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio?
— Se il mio fosse pari al vostro, saprei darvi risposta.
— Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio?
— Il mio è sotto il tavolo, il vostro è a casa del diavolo.
[91] Venite ad aprire.
[92] Aperto.
[93] Neanche vi voglio aprire.
[94] Io.
[95] State.
[96] Mi fate, o pure, secondo la lezione del Celesia, m'è fatt, cioè, mi è fatto.
[97] Dolore, crepacuore.
[98] A me, mi.
[99] Abbiate.
[100] Io vorrei scrivere.
[101] Vi lascio la buonasera.
[102] L'anello.
[103] Chi ha macinato, insacchi. Io debbo questi particolari al signor A.
Bertolotti che primo pubblicò la canzone Martina de' Canavesani nelle sue
geniali Passeggiate nel Canavese. — Vengo pure avvertito come nel Pesarese, a
Fenestrelle e in Calabria usino canti improvvisi in occasione di nozze; ma non
sono riuscito a procurarmene.
[104] La traduzione italiana suona così:
— Oh! buona sera, vegliatrici.
Page 196
Pel corpo mio, buona sera.
Oh! buona sera, vegliatrici,
Vegliatrici, buona sera.
— Chi è egli che c'è lì fuori?
Pel corpo mio, chi c'è lì?
Pel sangue mio chi c'è egli fuori?
Chi è egli? chi c'è li?
— Io son Martino di Madonna,
Pel corpo mio, io son Martina,
Io son Martino di Madonna,
Pel sangue mio! Martino Martina!
— Dove se' tu stato, Martina?
Pel corpo mio, dove se' tu stato?
Dove se' tu stato, Martina?
Pel sangue mio, dove se' tu stato?
— Alla gran fiera, o vegliatrici,
Pel corpo mio, alla gran fiera,
Alla gran fiera vegliatrici.
Pel sangue mio, alla gran fiera.
— Che hai tu comprato per la fiera,
Pel corpo mio, che hai tu comprato?
Che hai tu comprato per la fiera?
Pel sangue mio, che hai tu comprato?
— Un bel cappellotto, vegliatrici,
Pel corpo mio, vegliatrici, un cappellotto,
Un bel cappellotto, vegliatrici.
Pel sangue mio, vegliatrici, un cappellotto.
— Apritemi l'uscio, vegliatrici.
Pel corpo mio, apritemi l'uscio,
Apritemi l'uscio, vegliatrici,
Pel sangue mio, apritemi l'uscio.
— Ecco aperto, Martina,
Pel corpo mio, l'uscio è aperto,
Esso è aperto, Martina,
Pel sangue mio, l'uscio è aperto.
[105] Phaedromus s'accosta alla porta della vergine Planesium e canta: «Quid si
adeam ad fores atque occentem?» Palinurus: «Si lubet; neque veto, neque, jubeo,
etc.» Phaedromus: «Pessuli, heus, pessuli! vos saluto lubens, vos amo, vos volo,
vos peto atque obsecro, Gerite amanti mihi morem amoenissimi, etc.» Sembra
una delle nostre serenate.
[106] A motivo del loro caldo negli amori, che li rende pure filarmonici alla loro
maniera. I Romani nelle calende, e none di maggio, sacrificando al Dio lare,
incoronavano di pani un somarello, probabile simbolo di fecondità.
[107] Canti popolari toscani, 2.ª edizione.
[108] Ciò appare da una nota di Benedetto Curzio al quinto Arresto d'Amore di
Marziale d'Alvernia, ricordata dal Minucci, in una sua lunga nota al Malmantile
Oh! buona sera, vegliatrici,
Vegliatrici, buona sera.
— Chi è egli che c'è lì fuori?
Pel corpo mio, chi c'è lì?
Pel sangue mio chi c'è egli fuori?
Chi è egli? chi c'è li?
— Io son Martino di Madonna,
Pel corpo mio, io son Martina,
Io son Martino di Madonna,
Pel sangue mio! Martino Martina!
— Dove se' tu stato, Martina?
Pel corpo mio, dove se' tu stato?
Dove se' tu stato, Martina?
Pel sangue mio, dove se' tu stato?
— Alla gran fiera, o vegliatrici,
Pel corpo mio, alla gran fiera,
Alla gran fiera vegliatrici.
Pel sangue mio, alla gran fiera.
— Che hai tu comprato per la fiera,
Pel corpo mio, che hai tu comprato?
Che hai tu comprato per la fiera?
Pel sangue mio, che hai tu comprato?
— Un bel cappellotto, vegliatrici,
Pel corpo mio, vegliatrici, un cappellotto,
Un bel cappellotto, vegliatrici.
Pel sangue mio, vegliatrici, un cappellotto.
— Apritemi l'uscio, vegliatrici.
Pel corpo mio, apritemi l'uscio,
Apritemi l'uscio, vegliatrici,
Pel sangue mio, apritemi l'uscio.
— Ecco aperto, Martina,
Pel corpo mio, l'uscio è aperto,
Esso è aperto, Martina,
Pel sangue mio, l'uscio è aperto.
[105] Phaedromus s'accosta alla porta della vergine Planesium e canta: «Quid si
adeam ad fores atque occentem?» Palinurus: «Si lubet; neque veto, neque, jubeo,
etc.» Phaedromus: «Pessuli, heus, pessuli! vos saluto lubens, vos amo, vos volo,
vos peto atque obsecro, Gerite amanti mihi morem amoenissimi, etc.» Sembra
una delle nostre serenate.
[106] A motivo del loro caldo negli amori, che li rende pure filarmonici alla loro
maniera. I Romani nelle calende, e none di maggio, sacrificando al Dio lare,
incoronavano di pani un somarello, probabile simbolo di fecondità.
[107] Canti popolari toscani, 2.ª edizione.
[108] Ciò appare da una nota di Benedetto Curzio al quinto Arresto d'Amore di
Marziale d'Alvernia, ricordata dal Minucci, in una sua lunga nota al Malmantile
Page 197
del Lippi: «Prima die maii mensis juvenes pluribus ludis ac jocis sese exercere
consueverunt, arborem sæpenumero deportantes, ac in loco publico, aut etiam
ante alicujus egregii viri januam, vel frequentius amicae fores plantantes,
vestitam nonnunquam promiscuis adamantibus, intersignis atque
emblematibus.» L'uso de' maggi, è, del resto, popolarissimo in Francia ed in
Germania.
[109] Luciano, Cenni sulla Sardegna.
[110] L'espressione italiana corbellare ha un senso somigliante, e proviene da
corbello; corbelli o tasche chiamano in Toscana i testicoli; così pure l'espressione
analoga minchionare.
[111] Riv. Europea, anno V, vol. I, fasc. I, pag. 90.
[112] Volete dunque toglier marito?
[113] Vi piacerebbe la mia persona?
[114] Vi piacerebbe la casa nostra?
[115] Magari fosse!
[116] Sentite il babbo mio o la mia mamma.
[117] Gli amori di Abrocome e d'Anzia volgarizzati da Anton M. Salvini. Pisa,
1816.
[118] Così è chiamato l'intromettitore Agnolo di Giovanni De' Bardi pel
matrimonio di Francesco Guicciardini, ne' Ricordi autobiografici del medesimo,
vol. X delle Opere inedite, pubblicate dal compianto Giuseppe Canestrini.
[119] In molti luoghi del Piemonte.
[120] Presso il Lago Maggiore.
[121] Nel Vogherese.
[122] A Riva di Chieri e a Gallarate.
[123] Nel Pesarese e nel Fanese.
[124] Nel Bolognese.
[125] Proxeneta lo chiamavano gli antichi. Vedi Hotman: De veteri ritu
nuptiarum.
[126] Bacialer nel Canavesano.
[127] Vedi Villemarqué, Barzaz Breiz (Chants populaires de Brétagne).
[128] Vedi la Relazione del Symes.
[129] Gr'ihyasùtra.
[130] Tacito, Germania, rammenta fra i doni nuziali tedeschi: «boves et frenatum
equum et scutum cum framea gladioque.»
[131] Semi-angioli e semi-demonii indiani.
[132] Mahàbhàrata, vol. 1, 3384, 3385.
consueverunt, arborem sæpenumero deportantes, ac in loco publico, aut etiam
ante alicujus egregii viri januam, vel frequentius amicae fores plantantes,
vestitam nonnunquam promiscuis adamantibus, intersignis atque
emblematibus.» L'uso de' maggi, è, del resto, popolarissimo in Francia ed in
Germania.
[109] Luciano, Cenni sulla Sardegna.
[110] L'espressione italiana corbellare ha un senso somigliante, e proviene da
corbello; corbelli o tasche chiamano in Toscana i testicoli; così pure l'espressione
analoga minchionare.
[111] Riv. Europea, anno V, vol. I, fasc. I, pag. 90.
[112] Volete dunque toglier marito?
[113] Vi piacerebbe la mia persona?
[114] Vi piacerebbe la casa nostra?
[115] Magari fosse!
[116] Sentite il babbo mio o la mia mamma.
[117] Gli amori di Abrocome e d'Anzia volgarizzati da Anton M. Salvini. Pisa,
1816.
[118] Così è chiamato l'intromettitore Agnolo di Giovanni De' Bardi pel
matrimonio di Francesco Guicciardini, ne' Ricordi autobiografici del medesimo,
vol. X delle Opere inedite, pubblicate dal compianto Giuseppe Canestrini.
[119] In molti luoghi del Piemonte.
[120] Presso il Lago Maggiore.
[121] Nel Vogherese.
[122] A Riva di Chieri e a Gallarate.
[123] Nel Pesarese e nel Fanese.
[124] Nel Bolognese.
[125] Proxeneta lo chiamavano gli antichi. Vedi Hotman: De veteri ritu
nuptiarum.
[126] Bacialer nel Canavesano.
[127] Vedi Villemarqué, Barzaz Breiz (Chants populaires de Brétagne).
[128] Vedi la Relazione del Symes.
[129] Gr'ihyasùtra.
[130] Tacito, Germania, rammenta fra i doni nuziali tedeschi: «boves et frenatum
equum et scutum cum framea gladioque.»
[131] Semi-angioli e semi-demonii indiani.
[132] Mahàbhàrata, vol. 1, 3384, 3385.
Page 198
[133] Vol. 1, 4091.
[134] Così Dràupadì incorona l'eroe vittorioso.
[135] E, a Lomello, si dice che matrimonio e vescovato sono da Dio destinati;
nel quinto atto della Tancia del Buonarroti, scena ultima:
In buona fè gli è vero quel dettato,
Ch'un parentado in cielo è stabilito.
[136] Così portar caldo il latte da lontano, attraversare le fiamme, trovar l'acqua
della vita, uccidere il mostro, strappare al mostro il vero tesoro, fabbricar castelli
d'oro, combattere con la sposa stessa, travestita da Moro terribile, strappare al
mostro tre capelli, ecc.
[137] Hahn, Griechische und Albanesische Märchen.
[138] Livorno, 1824, pag. 116.
[139] Vol. I, c. XIII, pag. 13.
[140] Vol. I, c. III.
[141] Questi ultimi, in un loro inno, presso il Kalevala, la chiamano la lunga
panca dell'ospitalità.
[142] Le Monténégro contemporain, Paris, Plon, 1876.
[143] La vita della terra d'Otranto, nella Rivista Europea, 1876.
[144] Anco, presso i Germani, il bianco e il turchino erano due colori sacri. Vedi
Rochholz, Deutscher Glaube und Brauch. Berlin, 1867, p. 191-285, II Band.
[145] Per informazione del prof. G. B. Giuliani, che la visitò e studiò a palmo a
palmo.
[146] Vedi Lamarmora, Voyages en Sardaigne de 1819 à 1825; e il capitolo di
questo libro che intitolo: Come la fanciulla si domanda.
[147] Veggasi una prova dello sposo tedesco, nel capitolo che intitolo: Mentre la
sposa si prepara, in questo stesso primo libro.
[148] Vedi la Raccolta di viaggi del Ramusio.
[149] Vedi Camarda, Appendice alla Grammatologia comparata della lingua
albanese, e, in questo primo libro, il capitolo che tratta della Dote.
[150] Vedi più oltre il capitolo che parla della Dote.
[151] Le 12 tavole: «In liberos suprema Patrum auctoritas esto, venundare,
occidere liceto....»
[152] Petri Exceptiones: «Mulieres liberos in potestate non habent, ideoque filii
et filiæ sine consensu matris matrimonia contrahere possunt. Quod non possunt
facere sine consensu patris, in cujus potestate sunt.»
[153] Editto di Rothari, art. 214, ed. Baudi di Vesme. «Si quis liberam puellam
absque consilium parentum aut voluntatem duxerit uxorem, componat anagrip
[134] Così Dràupadì incorona l'eroe vittorioso.
[135] E, a Lomello, si dice che matrimonio e vescovato sono da Dio destinati;
nel quinto atto della Tancia del Buonarroti, scena ultima:
In buona fè gli è vero quel dettato,
Ch'un parentado in cielo è stabilito.
[136] Così portar caldo il latte da lontano, attraversare le fiamme, trovar l'acqua
della vita, uccidere il mostro, strappare al mostro il vero tesoro, fabbricar castelli
d'oro, combattere con la sposa stessa, travestita da Moro terribile, strappare al
mostro tre capelli, ecc.
[137] Hahn, Griechische und Albanesische Märchen.
[138] Livorno, 1824, pag. 116.
[139] Vol. I, c. XIII, pag. 13.
[140] Vol. I, c. III.
[141] Questi ultimi, in un loro inno, presso il Kalevala, la chiamano la lunga
panca dell'ospitalità.
[142] Le Monténégro contemporain, Paris, Plon, 1876.
[143] La vita della terra d'Otranto, nella Rivista Europea, 1876.
[144] Anco, presso i Germani, il bianco e il turchino erano due colori sacri. Vedi
Rochholz, Deutscher Glaube und Brauch. Berlin, 1867, p. 191-285, II Band.
[145] Per informazione del prof. G. B. Giuliani, che la visitò e studiò a palmo a
palmo.
[146] Vedi Lamarmora, Voyages en Sardaigne de 1819 à 1825; e il capitolo di
questo libro che intitolo: Come la fanciulla si domanda.
[147] Veggasi una prova dello sposo tedesco, nel capitolo che intitolo: Mentre la
sposa si prepara, in questo stesso primo libro.
[148] Vedi la Raccolta di viaggi del Ramusio.
[149] Vedi Camarda, Appendice alla Grammatologia comparata della lingua
albanese, e, in questo primo libro, il capitolo che tratta della Dote.
[150] Vedi più oltre il capitolo che parla della Dote.
[151] Le 12 tavole: «In liberos suprema Patrum auctoritas esto, venundare,
occidere liceto....»
[152] Petri Exceptiones: «Mulieres liberos in potestate non habent, ideoque filii
et filiæ sine consensu matris matrimonia contrahere possunt. Quod non possunt
facere sine consensu patris, in cujus potestate sunt.»
[153] Editto di Rothari, art. 214, ed. Baudi di Vesme. «Si quis liberam puellam
absque consilium parentum aut voluntatem duxerit uxorem, componat anagrip
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solidos vigenti et propter faida alios XX; de mundium autem qualiter convenerit
et lex havet, sic tamen si ambo liberi sunt.»
[154] Vedi Gar, Biblioteca Trentina, disª XVI-XVIII. Trento, 1861, art. 74:
«Statuimus, si quæ fœmina ad sui postam, sine consensu patris, vel si non
haberet patrem, sine consensu fratris, vel si non haberet patrem nec fratrem, sine
consensu matris, nuberet alicui ignominioso, vel alicui longe minoris
conditionis, quam ipsa, privetur et privata sit ab omni successione paterna,
materna, fraterna et sororina ipso facto; et hoc si nupserit ipsi ignominioso ante
vigesimum quartum annum; si vero post vigesimum quartum annum nupserit tali
viro, tunc privetur tertia parte haereditatis tantum.»
[155]
Injuria abs te afficior indigna, pater;
Nam si Cresphontem existimabas improbum,
Cur me huic locabas nuptiis? sin est probus,
Cur talem invitam invitum cogis linquere?
Un somigliante rimprovero torna nello Stichus di Plauto, I, 2, 73:
Nam aut olim, nisi tibi placebant, non datas oportuit
Aut nunc non aequum est abduci, pater.
[156] In Piemonte, il proverbio dice:
Pan e nus
Vita da spus.
In Albania usano invece le nocciuole; quindi la chiesta nuziale, presso un canto
popolare, edito dal Camarda:
M'ha mandato sua signoria
Per uno staccio,
Per una focaccia,
Per una fanciulla
Bellina,
Io non la tocco, non l'ammazzo,
Ma la regalo di pecore e di capre,
E le do pane e nocciole,
Or me la dai, o che mi dici?
Vedi il capitolo che tratta de' cibi e banchetti nuziali, nel terzo libro di
quest'opera, e il capitolo primo del quarto libro.
[157] Cap. 270; presso il Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce
Forismaritagium «Se aucun vilain de qui que se soit se marie avec vilaine
d'autre liue, sans le coumandement dou Seignor de la vilaine, le Seignor dou
vilain, à qui sera mariée la vilaine estrange, rendra au Seignor de la vilaine un
autre en eschange à la vilaine, de tel auge par la connaissance de bonnes gens. Et
se ils ne treuvent vilaine, qui la vaille, il li donra le meilleur vilain qu'il aura
et lex havet, sic tamen si ambo liberi sunt.»
[154] Vedi Gar, Biblioteca Trentina, disª XVI-XVIII. Trento, 1861, art. 74:
«Statuimus, si quæ fœmina ad sui postam, sine consensu patris, vel si non
haberet patrem, sine consensu fratris, vel si non haberet patrem nec fratrem, sine
consensu matris, nuberet alicui ignominioso, vel alicui longe minoris
conditionis, quam ipsa, privetur et privata sit ab omni successione paterna,
materna, fraterna et sororina ipso facto; et hoc si nupserit ipsi ignominioso ante
vigesimum quartum annum; si vero post vigesimum quartum annum nupserit tali
viro, tunc privetur tertia parte haereditatis tantum.»
[155]
Injuria abs te afficior indigna, pater;
Nam si Cresphontem existimabas improbum,
Cur me huic locabas nuptiis? sin est probus,
Cur talem invitam invitum cogis linquere?
Un somigliante rimprovero torna nello Stichus di Plauto, I, 2, 73:
Nam aut olim, nisi tibi placebant, non datas oportuit
Aut nunc non aequum est abduci, pater.
[156] In Piemonte, il proverbio dice:
Pan e nus
Vita da spus.
In Albania usano invece le nocciuole; quindi la chiesta nuziale, presso un canto
popolare, edito dal Camarda:
M'ha mandato sua signoria
Per uno staccio,
Per una focaccia,
Per una fanciulla
Bellina,
Io non la tocco, non l'ammazzo,
Ma la regalo di pecore e di capre,
E le do pane e nocciole,
Or me la dai, o che mi dici?
Vedi il capitolo che tratta de' cibi e banchetti nuziali, nel terzo libro di
quest'opera, e il capitolo primo del quarto libro.
[157] Cap. 270; presso il Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce
Forismaritagium «Se aucun vilain de qui que se soit se marie avec vilaine
d'autre liue, sans le coumandement dou Seignor de la vilaine, le Seignor dou
vilain, à qui sera mariée la vilaine estrange, rendra au Seignor de la vilaine un
autre en eschange à la vilaine, de tel auge par la connaissance de bonnes gens. Et
se ils ne treuvent vilaine, qui la vaille, il li donra le meilleur vilain qu'il aura
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d'auge de marier; et cil qui sera marié à la vilaine estrange meurt, le Seignor dou
vilain doit avoir son eschange, se la vilaine torne à son premier Seignor.»
E nel capitolo seguente: «Se aucune vilaine vait de aucun cazal en autre, qui ne
soit de son Seignor, et le Seignor du lieue ou elle sera venue, n'a pooir de li
marier, il doit donner à son Seignor une autre vilaine en eschange, à la
connaissance de bonnes gens sans faillir.»
[158] Trovo ricordata, presso Rabelais, la livrea nuziale, quando Panurgo
annunzia il suo proposito di menar moglie «Je vous convierai à mes noces; vous
aurez de ma livrée.» Vedi ancora, per la parte del feudatario, nel terzo libro, i due
capitoli che trattano de' cibi e banchetti nuziali e del jus primæ noctis. È tuttavia
possibile che la livrea nuziale distribuita a tutti i convitati delle nozze sia un
emblema della dignità signorile degli sposi, la compagnia de' quali rimane la
loro corte. Veggasi il capitolo che tratta degli sposi incoronati.
[159] Vedi Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Maritagium, e Chéruel,
Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France.
«Dame, vous devez le service de vous marier.»
[160] Vedi, nel terzo libro di quest'opera, il capitolo che tratta del jus primae
noctis.
[161] Presso Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Maritagium: «Cum per
experientiam didicimus quod quamplures Dominæ regni nostri, spreta
securitate, quæ per legem et antiquam consuetudinem regni Angliæ capi solet et
debet ab eis, ne se maritari permitterent sine consensu et voluntate nostra, non
requisito super hoc nostri assensu, unde tam nobis quam Coronæ nostræ et
damnum et opprobrium emerserunt.»
[162] Morale di Tiruvalluvar.
[163] E non sono i preti quelli che prima e dopo Gregorio VII l'abbiano fatta. Il
loro vizio è antico, come possiamo rilevare dallo scandalo che ai padri della
chiesa dava la condotta del primo clero, e dal passo che segue di Landolfo
seniore cronista milanese, relativo ai tempi di Ariberto (II, 35): «Humanam ac
fragilem naturam sciens; qui sine uxore vitam in sacerdotio agere videbantur
viris uxoratis ordinis utriusque ne ab illis inhoneste circumvenirentur, semper
suspecti erant.» Concordano i lamenti di Pier Damiano, di Andrea, monaco
vallambrosano, e di altri scrittori contemporanei e posteriori, poco sospetti di
parzialità verso i detrattori della chiesa.
[164] Nel parallelo fra Demetrio e Antonio.
[165] Scriptores Historiæ Augustæ, ed. Th. Vallaurius: «Uxores ducendo ac
reiiciendo ac novem duxit, pulsis plaerisque praegnantibus.»
[166] Svetonio, Iulius Caesar: «Helvius Cinna, tribunus plebis, plerisque
confessus est, habuisse se scriptam paratamque legem, quam Caesar ferre
jussisset, cum ipse abesset, uti uxores liberorum quaerendûm causa, quas et quot
vellet, ducere liceret.»
[167] XIII, 1.
[168] Vedi Gar, Biblioteca trentina, dispense III-VI.
vilain doit avoir son eschange, se la vilaine torne à son premier Seignor.»
E nel capitolo seguente: «Se aucune vilaine vait de aucun cazal en autre, qui ne
soit de son Seignor, et le Seignor du lieue ou elle sera venue, n'a pooir de li
marier, il doit donner à son Seignor une autre vilaine en eschange, à la
connaissance de bonnes gens sans faillir.»
[158] Trovo ricordata, presso Rabelais, la livrea nuziale, quando Panurgo
annunzia il suo proposito di menar moglie «Je vous convierai à mes noces; vous
aurez de ma livrée.» Vedi ancora, per la parte del feudatario, nel terzo libro, i due
capitoli che trattano de' cibi e banchetti nuziali e del jus primæ noctis. È tuttavia
possibile che la livrea nuziale distribuita a tutti i convitati delle nozze sia un
emblema della dignità signorile degli sposi, la compagnia de' quali rimane la
loro corte. Veggasi il capitolo che tratta degli sposi incoronati.
[159] Vedi Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Maritagium, e Chéruel,
Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France.
«Dame, vous devez le service de vous marier.»
[160] Vedi, nel terzo libro di quest'opera, il capitolo che tratta del jus primae
noctis.
[161] Presso Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Maritagium: «Cum per
experientiam didicimus quod quamplures Dominæ regni nostri, spreta
securitate, quæ per legem et antiquam consuetudinem regni Angliæ capi solet et
debet ab eis, ne se maritari permitterent sine consensu et voluntate nostra, non
requisito super hoc nostri assensu, unde tam nobis quam Coronæ nostræ et
damnum et opprobrium emerserunt.»
[162] Morale di Tiruvalluvar.
[163] E non sono i preti quelli che prima e dopo Gregorio VII l'abbiano fatta. Il
loro vizio è antico, come possiamo rilevare dallo scandalo che ai padri della
chiesa dava la condotta del primo clero, e dal passo che segue di Landolfo
seniore cronista milanese, relativo ai tempi di Ariberto (II, 35): «Humanam ac
fragilem naturam sciens; qui sine uxore vitam in sacerdotio agere videbantur
viris uxoratis ordinis utriusque ne ab illis inhoneste circumvenirentur, semper
suspecti erant.» Concordano i lamenti di Pier Damiano, di Andrea, monaco
vallambrosano, e di altri scrittori contemporanei e posteriori, poco sospetti di
parzialità verso i detrattori della chiesa.
[164] Nel parallelo fra Demetrio e Antonio.
[165] Scriptores Historiæ Augustæ, ed. Th. Vallaurius: «Uxores ducendo ac
reiiciendo ac novem duxit, pulsis plaerisque praegnantibus.»
[166] Svetonio, Iulius Caesar: «Helvius Cinna, tribunus plebis, plerisque
confessus est, habuisse se scriptam paratamque legem, quam Caesar ferre
jussisset, cum ipse abesset, uti uxores liberorum quaerendûm causa, quas et quot
vellet, ducere liceret.»
[167] XIII, 1.
[168] Vedi Gar, Biblioteca trentina, dispense III-VI.
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[169] Statuti municipali di Rovigno, Trieste, 1851; III, 51.
[170] Volgarizzamento dell'anno 1451: «Ad emendare la malizia de li homini et
la nequitia de le femmine le quali non desistono usurpare contro Dio la sancta
madre chiesia et lo sancto matrimonio adunando moglie ad moglie fermamente
ordinando dicemo che qualunque mosso da lo spirito cattivo havente la sua
legittima moglie ardiscerà pigliare l'altra moglie, e se ne sarà facta accusa o
querela de lui et serà facta legitima proba per testimonii o vero per publico
instrumento paghi libre cinquecento, la quale pena se non poterà pagare sia
arso.»
[171] Quello, per esempio, di Civitavecchia qui sopra ricordato.
[172] De bello Gallico: «Britanni uxores habent deni, duodenique inter se
communes, et maxime fratres cum fratribus et parentes cum liberis; sed si qui
sunt ex hi snati, eorum habentur liberi a quibus primum virgines quæque ductæ
sunt.»
[173] Vedi il primo libro del Mahàbhàrata.
[174] Tuttavia una strofa dell'Atharvaveda (lib. XIV) lascia supporre la
poliandria. Quando la sposa è giunta alla casa maritale, si invitano gli uomini a
seminare in quel campo fruttifero. La legge permette poi alla donna che il marito
non feconda di unirsi ad un altro parente perchè fecondi il suo campo o khsetra.
[175] Selections from the Mahàbhàrata, pag. 66, in nota.
[176] Le Mahàbhàrata; onze épisodes tirés de ce poéme epique;
nell'Introduzione.
[177] Lalita Vistàra, tradotto sopra la versione tibetana dal professore Foucaux.
[178] VIII, 21.
[179] Statuti Criminali dell'isola di Corsica. Lione, 1843.
[180] Art. 222. Edicta regum Langobardorum, ed. Baudi di Vesme «Si quis
ancillam suam propriam matrimoniare voluerit ad uxorem, sit ei licentiam;
tamen deveat eam libera thingare, etc.»
[181] Pure furono sempre vietati dalla legge romana connubii fra patrizii, e, non
che schiavi e schiave, liberti o liberte o figli di liberti e liberte, e specialmente
istrioni. La legge su questo punto era tanto severa, che se la figlia di un senatore
sposava un libertino, il padre veniva espulso dal Senato. E presso Paulus
abbiamo: «Qui senator est, quive filius, neposve ex filio, proneposve ex filio
nato, cujus eorum est, erit; ne quis eorum sponsam, uxoremve, sciens, dolo malo
habeto libertinam; aut eam quæ ipsa, cujusve pater materve artem ludicram
facit, fecerit, etc.»
[182] Seneca ha, nel lib. IV De Benefic. «Promisi tibi filiam in matrimonium;
postea peregrinus apparuisti. Non est mihi cum extraneo connubium.» E
Macrobio, nel primo de' Saturnali: «peregrinis nulla cum Romanis necessitudo.»
L'avere sposata Cleopatra e Berenice, straniere, fece gran torto, presso i Romani,
al triumviro Antonio e a Tito imperatore.
[170] Volgarizzamento dell'anno 1451: «Ad emendare la malizia de li homini et
la nequitia de le femmine le quali non desistono usurpare contro Dio la sancta
madre chiesia et lo sancto matrimonio adunando moglie ad moglie fermamente
ordinando dicemo che qualunque mosso da lo spirito cattivo havente la sua
legittima moglie ardiscerà pigliare l'altra moglie, e se ne sarà facta accusa o
querela de lui et serà facta legitima proba per testimonii o vero per publico
instrumento paghi libre cinquecento, la quale pena se non poterà pagare sia
arso.»
[171] Quello, per esempio, di Civitavecchia qui sopra ricordato.
[172] De bello Gallico: «Britanni uxores habent deni, duodenique inter se
communes, et maxime fratres cum fratribus et parentes cum liberis; sed si qui
sunt ex hi snati, eorum habentur liberi a quibus primum virgines quæque ductæ
sunt.»
[173] Vedi il primo libro del Mahàbhàrata.
[174] Tuttavia una strofa dell'Atharvaveda (lib. XIV) lascia supporre la
poliandria. Quando la sposa è giunta alla casa maritale, si invitano gli uomini a
seminare in quel campo fruttifero. La legge permette poi alla donna che il marito
non feconda di unirsi ad un altro parente perchè fecondi il suo campo o khsetra.
[175] Selections from the Mahàbhàrata, pag. 66, in nota.
[176] Le Mahàbhàrata; onze épisodes tirés de ce poéme epique;
nell'Introduzione.
[177] Lalita Vistàra, tradotto sopra la versione tibetana dal professore Foucaux.
[178] VIII, 21.
[179] Statuti Criminali dell'isola di Corsica. Lione, 1843.
[180] Art. 222. Edicta regum Langobardorum, ed. Baudi di Vesme «Si quis
ancillam suam propriam matrimoniare voluerit ad uxorem, sit ei licentiam;
tamen deveat eam libera thingare, etc.»
[181] Pure furono sempre vietati dalla legge romana connubii fra patrizii, e, non
che schiavi e schiave, liberti o liberte o figli di liberti e liberte, e specialmente
istrioni. La legge su questo punto era tanto severa, che se la figlia di un senatore
sposava un libertino, il padre veniva espulso dal Senato. E presso Paulus
abbiamo: «Qui senator est, quive filius, neposve ex filio, proneposve ex filio
nato, cujus eorum est, erit; ne quis eorum sponsam, uxoremve, sciens, dolo malo
habeto libertinam; aut eam quæ ipsa, cujusve pater materve artem ludicram
facit, fecerit, etc.»
[182] Seneca ha, nel lib. IV De Benefic. «Promisi tibi filiam in matrimonium;
postea peregrinus apparuisti. Non est mihi cum extraneo connubium.» E
Macrobio, nel primo de' Saturnali: «peregrinis nulla cum Romanis necessitudo.»
L'avere sposata Cleopatra e Berenice, straniere, fece gran torto, presso i Romani,
al triumviro Antonio e a Tito imperatore.
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[183] Quelli di Gallese almeno ne adducevano una ragione scusabile; si temeva
che l'ingresso di sconosciuti nella città, per via di matrimonio, vi portasse
canaglia. Così, nelle Constitutiones di Ancona, si richiedeva, perchè il forestiero
potesse pigliar moglie nella città, ch'egli vi dimorasse almeno da due anni; il che
viene quanto a dire ch'egli vi fosse sufficientemente conosciuto.
[184] Elio Spartiano, presso gli Scriptores Historiae Augustae, ed. Th.
Vallaurius. «Interest scire quemadmodum novercam suam Antoninus duxisse
dicatur; quæ cum esset pulcherrima et quasi per negligentiam se maxima
corporis parte nudasset, dixissetque Antoninus: vellem si liceret, respondisse
fertur: si libet licet. An nescis te imperatorem esse et leges dare non accipere?
Quo audito, furor inconditus ad effectum criminis roboratus est; nuptiasque eas
celebravit, etc.»
[185] De vita excellentium imperatorum: «Neque enim Cimoni fuit turpe,
Atheniensum summo viro, sororem germanam in matrimonio habere. At id
quidem nostris moribus nefas habetur.»
[186] Il caso nefando è riferito così dall'oratore Lisia, presso Ateneo (XII, 16):
«Navigando insieme nell'Ellesponto Assioco e Alcibiade, in Abido, menarono in
comune due mogli, Medonziade e Xinocepe. Quindi essendo loro nata una figlia,
nè sapendo essi se da Assioco o da Alcibiade, come fu in età da marito,
dormirono pure con essa, con la quale se usava Alcibiade diceva essere dessa
figlia di Assioco, se Assioco, di Alcibiade.»
[187] III, 18.
[188] Nella leggenda di Çakuntalâ presso il Mahâbhârata sono indicate otto
maniere di matrimonii indiani, quello ad uso brâhmanico (brâhmah), quello ad
uso degli dêi (dâivas), quello ad uso dei sapienti rishi (ârshas), quello a modo di
Prâgèapati, cioè fatto col solo intento di ottener prole (prâg'âpatyas), quello ad
uso dei demonii celesti (âsurah), quello ad uso dei musici, ballerini ed angeli
celesti, cioè il matrimonio per amore, per inclinazione, il matrimonio
gandharvico (gândharvah), quello ad uso dei rakshasi o mostri rapitori, cioè il
matrimonio fatto col rapimento della sposa (râkshas), e infine il matrimonio a
uso de' mostruosi selvaggi antropofagi piçâc'i (pâiçâc'as). Al guerriero erano
leciti il matrimonio per amore e il matrimonio per rapimento; i matrimonii a uso
de' demonii e de' piçâc'i, ossia la sola congiunzione carnale fatta per violenza o
per sorpresa non erano leciti ad alcuno, od al più alle infime caste sociali.
[189] «Ieri a sera.»
[190] «La mia mammina.»
[191] «Mi osservò», ma come chi vuole interrogare.
[192] «Ove.»
[193] «Io ci vado.»
[194] «Bella.»
[195] «Guidamici, indicamelo.»
[196] «Un tantino.»
che l'ingresso di sconosciuti nella città, per via di matrimonio, vi portasse
canaglia. Così, nelle Constitutiones di Ancona, si richiedeva, perchè il forestiero
potesse pigliar moglie nella città, ch'egli vi dimorasse almeno da due anni; il che
viene quanto a dire ch'egli vi fosse sufficientemente conosciuto.
[184] Elio Spartiano, presso gli Scriptores Historiae Augustae, ed. Th.
Vallaurius. «Interest scire quemadmodum novercam suam Antoninus duxisse
dicatur; quæ cum esset pulcherrima et quasi per negligentiam se maxima
corporis parte nudasset, dixissetque Antoninus: vellem si liceret, respondisse
fertur: si libet licet. An nescis te imperatorem esse et leges dare non accipere?
Quo audito, furor inconditus ad effectum criminis roboratus est; nuptiasque eas
celebravit, etc.»
[185] De vita excellentium imperatorum: «Neque enim Cimoni fuit turpe,
Atheniensum summo viro, sororem germanam in matrimonio habere. At id
quidem nostris moribus nefas habetur.»
[186] Il caso nefando è riferito così dall'oratore Lisia, presso Ateneo (XII, 16):
«Navigando insieme nell'Ellesponto Assioco e Alcibiade, in Abido, menarono in
comune due mogli, Medonziade e Xinocepe. Quindi essendo loro nata una figlia,
nè sapendo essi se da Assioco o da Alcibiade, come fu in età da marito,
dormirono pure con essa, con la quale se usava Alcibiade diceva essere dessa
figlia di Assioco, se Assioco, di Alcibiade.»
[187] III, 18.
[188] Nella leggenda di Çakuntalâ presso il Mahâbhârata sono indicate otto
maniere di matrimonii indiani, quello ad uso brâhmanico (brâhmah), quello ad
uso degli dêi (dâivas), quello ad uso dei sapienti rishi (ârshas), quello a modo di
Prâgèapati, cioè fatto col solo intento di ottener prole (prâg'âpatyas), quello ad
uso dei demonii celesti (âsurah), quello ad uso dei musici, ballerini ed angeli
celesti, cioè il matrimonio per amore, per inclinazione, il matrimonio
gandharvico (gândharvah), quello ad uso dei rakshasi o mostri rapitori, cioè il
matrimonio fatto col rapimento della sposa (râkshas), e infine il matrimonio a
uso de' mostruosi selvaggi antropofagi piçâc'i (pâiçâc'as). Al guerriero erano
leciti il matrimonio per amore e il matrimonio per rapimento; i matrimonii a uso
de' demonii e de' piçâc'i, ossia la sola congiunzione carnale fatta per violenza o
per sorpresa non erano leciti ad alcuno, od al più alle infime caste sociali.
[189] «Ieri a sera.»
[190] «La mia mammina.»
[191] «Mi osservò», ma come chi vuole interrogare.
[192] «Ove.»
[193] «Io ci vado.»
[194] «Bella.»
[195] «Guidamici, indicamelo.»
[196] «Un tantino.»
Page 203
[197] «Io ne godo.»
[198] «Vossignoria.»
[199] «Non ho senso, son fuori di me.»
[200] «Non vedo.»
[201] Andria:
Hac fama impulsus, Chremes
Ultro ad me venit, unicam gnatam suam
Cum dote summa filio uxorem ut daret.
Placuit, despondi; hic nuptiis dictus est dies.
Propriamente, era il padre della ragazza o sponsa sperata quello che spondebat;
il giovine o sponsus speratus dal padre suo stipulabatur.
[202] Cfr. i matrimonii di Devayánì e di Draupadì, presso il Mâhabhârata, I,
3379, 3380, 7341.
[203] Buonarroti, Tancia, atto 4.º, scena 4ª. E un canto popolare toscano, presso
il Tigri:
Saprai pur, bello, che legati siamo,
E sposar tu non puoi altra persona.
Colla man destra femmo il toccamano,
E colla lingua ci demmo parola.
Se tu con altra in Chiesa ti dirai,
Le tue pubblicazion fermato avrai.
Secondo la Sporta del Gelli (scena 6.ª, atto 5.º), basta la stretta di mano fra il
suocero e il genero:
Franzino: «Siate testimoni, spettatori; ponete su la mano.»
Ghirigoro: «Eccola.»
Franzino: «Padrone, ponete su la vostra.»
Alamanno: «Perchè? Eccola.»
Franzino: «Buon pro vi faccia a tuttaddua; la Fiammetta vostra
figliuola è moglie qui di Alamanno mio padrone.»
[204] Isidorus Hisp., lib. 2. De Divin. Offic., cap. 15: «Quod in primis nuptiis,
anulus a sponso sponsæ datur, sit nimirum vel propter mutuæ dilectionis signum,
vel propter id magis, ut eodem pignore eorum corda jungantur.»
[205] «Anuli subarratio non est de substantia matrimonii, sed pro signo et pro
quadam investitura.» Cfr. Monterenzio, negli scolii delle Sanctionum et
Provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris Bononiæ. Bologna, 1569, t.
2.º
[206] Lib. 3, tit. I. Cfr. Baronius, Ann. 58, num. 51 et seg. — L'editto di
Liutprando, art. 30: «Si quiscumque sæcularis parentem nostram saecularem
[198] «Vossignoria.»
[199] «Non ho senso, son fuori di me.»
[200] «Non vedo.»
[201] Andria:
Hac fama impulsus, Chremes
Ultro ad me venit, unicam gnatam suam
Cum dote summa filio uxorem ut daret.
Placuit, despondi; hic nuptiis dictus est dies.
Propriamente, era il padre della ragazza o sponsa sperata quello che spondebat;
il giovine o sponsus speratus dal padre suo stipulabatur.
[202] Cfr. i matrimonii di Devayánì e di Draupadì, presso il Mâhabhârata, I,
3379, 3380, 7341.
[203] Buonarroti, Tancia, atto 4.º, scena 4ª. E un canto popolare toscano, presso
il Tigri:
Saprai pur, bello, che legati siamo,
E sposar tu non puoi altra persona.
Colla man destra femmo il toccamano,
E colla lingua ci demmo parola.
Se tu con altra in Chiesa ti dirai,
Le tue pubblicazion fermato avrai.
Secondo la Sporta del Gelli (scena 6.ª, atto 5.º), basta la stretta di mano fra il
suocero e il genero:
Franzino: «Siate testimoni, spettatori; ponete su la mano.»
Ghirigoro: «Eccola.»
Franzino: «Padrone, ponete su la vostra.»
Alamanno: «Perchè? Eccola.»
Franzino: «Buon pro vi faccia a tuttaddua; la Fiammetta vostra
figliuola è moglie qui di Alamanno mio padrone.»
[204] Isidorus Hisp., lib. 2. De Divin. Offic., cap. 15: «Quod in primis nuptiis,
anulus a sponso sponsæ datur, sit nimirum vel propter mutuæ dilectionis signum,
vel propter id magis, ut eodem pignore eorum corda jungantur.»
[205] «Anuli subarratio non est de substantia matrimonii, sed pro signo et pro
quadam investitura.» Cfr. Monterenzio, negli scolii delle Sanctionum et
Provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris Bononiæ. Bologna, 1569, t.
2.º
[206] Lib. 3, tit. I. Cfr. Baronius, Ann. 58, num. 51 et seg. — L'editto di
Liutprando, art. 30: «Si quiscumque sæcularis parentem nostram saecularem
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disponsat cum solo anulo, eam subarrat et suam facit.»
[207] E un altro canto popolare toscano:
Dissi: Quell'uomo, datemi un anello,
Che c'è me' pa' che mi vuol maritare,
E mi vuol dare a un giovan di castello,
Io voglio un giovanin che sia 'l più bello.
[208] Per mezzo di un ambasciatore; così agli ambasciatori del re di pagania
d'oltremare, la principessa Orsola di Ungheria, nella Leggenda di questa santa,
presso il Del Lungo, dice: «ed allora compieremo il matrimonio e la
convenzione carnale; e al quale se voi siete mandati a ciò e se voi avete balìa
aiutoria, per cagione di compiere tutto lo suo intendimento, datemi l'anello per
nome del figliuolo di messere lo re d'Oltremare.»
[209] Nella novella della Gualdrada, ove all'onesta fanciulla Ottone III consegna
l'anello della promessa in nome di Guido, lo sposo che le destina.
[210] Novella ventesimaprima, ove si ricorda la sola buona azione di che abbia
forse meritato lode in sua vita il duca Alessandro de' Medici. Udito come due
cortigiani avevano tradito una povera fanciulla, egli si reca presso la medesima
in compagnia di loro e «cavatosi un ricco anello di dito, lo porge a colui che
promesso aveva di prenderla per donna e disse: «sposala.» In Francia, in simili
casi, colui che era obbligato a sposare, dovea ricevere invece di un anello
metallico, per segno d'infamia, un anello di paglia. La paglia ha un originario
significato fallico. Cfr. Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs
et coutumes de la France.
[211] Cfr. Weber. Op. cit.
[212] Io ricordo il caso di Maria di Borgogna, impegnata per tal modo col duca
Massimiliano d'Austria, riferito nelle Memorie del Commines, Cologne, 1615, p.
507, 508: «Ainsi d'aucuns commencérent à pratiquer le mariage du fils de
l'Empereur, à present Roi des Romains: dont autresfois auoit esté paroles entre
l'Empereur et le duc Charles, et la chose accordée entre eux deux. Si auoit
l'Empereur une lettre faite de la main de la dite Damoiselle, du commandement
de son Père et un anneau, où il y avoit un diamant.»
[213] La nationalité Serbe d'après les chants populaires.
[214] «Despondeo tibi filiam meam in honorem et uxorem et dimidium lectum, in
seras et claves.» Presso Stiernhoek, citato dal Mittermaier, Grundsätze des
gemeinen deutschen Privatrechts.
[215] Un simile uso viveva tra i Romani, quando si trattava dai loro ambasciatori
per la pace; un lembo ripiegato della toga significava pace: disteso, invece,
guerra.
[216] Ossia la sposa; cfr., nel secondo libro, il capitolo che tratta degli Sposi
incoronati.
[217] Lo sposo; come sopra.
[207] E un altro canto popolare toscano:
Dissi: Quell'uomo, datemi un anello,
Che c'è me' pa' che mi vuol maritare,
E mi vuol dare a un giovan di castello,
Io voglio un giovanin che sia 'l più bello.
[208] Per mezzo di un ambasciatore; così agli ambasciatori del re di pagania
d'oltremare, la principessa Orsola di Ungheria, nella Leggenda di questa santa,
presso il Del Lungo, dice: «ed allora compieremo il matrimonio e la
convenzione carnale; e al quale se voi siete mandati a ciò e se voi avete balìa
aiutoria, per cagione di compiere tutto lo suo intendimento, datemi l'anello per
nome del figliuolo di messere lo re d'Oltremare.»
[209] Nella novella della Gualdrada, ove all'onesta fanciulla Ottone III consegna
l'anello della promessa in nome di Guido, lo sposo che le destina.
[210] Novella ventesimaprima, ove si ricorda la sola buona azione di che abbia
forse meritato lode in sua vita il duca Alessandro de' Medici. Udito come due
cortigiani avevano tradito una povera fanciulla, egli si reca presso la medesima
in compagnia di loro e «cavatosi un ricco anello di dito, lo porge a colui che
promesso aveva di prenderla per donna e disse: «sposala.» In Francia, in simili
casi, colui che era obbligato a sposare, dovea ricevere invece di un anello
metallico, per segno d'infamia, un anello di paglia. La paglia ha un originario
significato fallico. Cfr. Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs
et coutumes de la France.
[211] Cfr. Weber. Op. cit.
[212] Io ricordo il caso di Maria di Borgogna, impegnata per tal modo col duca
Massimiliano d'Austria, riferito nelle Memorie del Commines, Cologne, 1615, p.
507, 508: «Ainsi d'aucuns commencérent à pratiquer le mariage du fils de
l'Empereur, à present Roi des Romains: dont autresfois auoit esté paroles entre
l'Empereur et le duc Charles, et la chose accordée entre eux deux. Si auoit
l'Empereur une lettre faite de la main de la dite Damoiselle, du commandement
de son Père et un anneau, où il y avoit un diamant.»
[213] La nationalité Serbe d'après les chants populaires.
[214] «Despondeo tibi filiam meam in honorem et uxorem et dimidium lectum, in
seras et claves.» Presso Stiernhoek, citato dal Mittermaier, Grundsätze des
gemeinen deutschen Privatrechts.
[215] Un simile uso viveva tra i Romani, quando si trattava dai loro ambasciatori
per la pace; un lembo ripiegato della toga significava pace: disteso, invece,
guerra.
[216] Ossia la sposa; cfr., nel secondo libro, il capitolo che tratta degli Sposi
incoronati.
[217] Lo sposo; come sopra.
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[218] Tali fazzoletti e asciugamani sogliono essere riccamente ricamati in rosso.
[219] Cioè, «non fate il battimano.»
[220] Cioè, non avvicinate i due lembi delle pelliccie ripiegati.
[221] Vi si parla di Massimino Giuniore: «Desponsata illi erat Junia Fadilla,
proneptis Antonini; quam postea accepit Toxotius eiusdem familiae senator, qui
periit post præturam, cuius etiam poemata exstant. Manserunt autem apud eam
arrhæ regiæ, quæ tales (ut Junius Cordus loquitur, harum rerum perscrutator)
fuisse dicuntur monolium de albis novem, reticulum de prasinis undecim,
dextrocherium cum costula de hyacinthis quatuor, præter vestes auratas et
omnes regias, ceteraque insignia sponsalium.»
Nelle Petri Excerptiones poi trovo questo precetto: «Si quis uxorem ducere
aliquam voluerit mulierem et in tempore sponsalium aliquid ei arrharum
nomine, causa futuri matrimonii, dederit, veluti anulum, monile, pelles vel aliud
simile, si per mulierem steterit, quominus matrimonium sequatur, nisi justa
causa impediat, reddat arrhas in duplum, vel etiam in quadruplum, si forte ita
pactum fuerit inter eos. Sin vero per virum steterit, nisi justa causa interveniat,
tunc arrhas amittat, vel si pactus est, quadruplum.»
[222] Cfr. Glossarium Cavense, citato dal Du Cange sotto la voce Meta.
[223] Nella descrizione che ci fa Jacopo Salviati delle nozze di Bernardo
Rucellai con Nannina de' Medici, la caparra o mancia che lo sposo dà alla sposa
appare di fiorini 100 larghi e mani 1000 di grossoni.
[224] Abruzzo Ultra I.
[225] Venti centesimi.
[226] Intendi, sposa.
[227] Due lire italiane.
[228] Se lo sposo era un bràhmano, poichè, se guerriero, dovea cedere al prete
maestro una terra, se agricoltore o mercante, un cavallo.
[229] Secondo il Birlinger, Volksthümliches aus Schwaben, usa tuttodì lo stesso
dono in Isvevia; la vacca accompagna il carro della sposa. — Fra i doni nuziali
germanici, figura pure il gallo. Cfr. Simrock, Handbuch der Deutschen
Mythologie (nell'Arpinate si dà una gallina al prete); in Francia, usava il dono
d'un cavallo alle ragazze che accompagnavano la sposa. Cfr. Chéruel,
Dictionnaire des institutions, Moeurs et coutumes de la France.
[230] Cfr. Atharvaveda, lib. 14.
[231] «Lo sposo.»
[232] Anche fra i Turchi trovo ricordato un somigliante dono nuziale. Cfr.
Ubicini, La Turquie actuelle.
[233] Miçkievic', Canti Illirici.
[234] Plinio, VIII, 48: «Lanam cum colo et fuso Tanaquil, quæ eadem Coecilia
vocata est, in templo Sangi durasse, prodente se, auctor est M. Varro, factamque
[219] Cioè, «non fate il battimano.»
[220] Cioè, non avvicinate i due lembi delle pelliccie ripiegati.
[221] Vi si parla di Massimino Giuniore: «Desponsata illi erat Junia Fadilla,
proneptis Antonini; quam postea accepit Toxotius eiusdem familiae senator, qui
periit post præturam, cuius etiam poemata exstant. Manserunt autem apud eam
arrhæ regiæ, quæ tales (ut Junius Cordus loquitur, harum rerum perscrutator)
fuisse dicuntur monolium de albis novem, reticulum de prasinis undecim,
dextrocherium cum costula de hyacinthis quatuor, præter vestes auratas et
omnes regias, ceteraque insignia sponsalium.»
Nelle Petri Excerptiones poi trovo questo precetto: «Si quis uxorem ducere
aliquam voluerit mulierem et in tempore sponsalium aliquid ei arrharum
nomine, causa futuri matrimonii, dederit, veluti anulum, monile, pelles vel aliud
simile, si per mulierem steterit, quominus matrimonium sequatur, nisi justa
causa impediat, reddat arrhas in duplum, vel etiam in quadruplum, si forte ita
pactum fuerit inter eos. Sin vero per virum steterit, nisi justa causa interveniat,
tunc arrhas amittat, vel si pactus est, quadruplum.»
[222] Cfr. Glossarium Cavense, citato dal Du Cange sotto la voce Meta.
[223] Nella descrizione che ci fa Jacopo Salviati delle nozze di Bernardo
Rucellai con Nannina de' Medici, la caparra o mancia che lo sposo dà alla sposa
appare di fiorini 100 larghi e mani 1000 di grossoni.
[224] Abruzzo Ultra I.
[225] Venti centesimi.
[226] Intendi, sposa.
[227] Due lire italiane.
[228] Se lo sposo era un bràhmano, poichè, se guerriero, dovea cedere al prete
maestro una terra, se agricoltore o mercante, un cavallo.
[229] Secondo il Birlinger, Volksthümliches aus Schwaben, usa tuttodì lo stesso
dono in Isvevia; la vacca accompagna il carro della sposa. — Fra i doni nuziali
germanici, figura pure il gallo. Cfr. Simrock, Handbuch der Deutschen
Mythologie (nell'Arpinate si dà una gallina al prete); in Francia, usava il dono
d'un cavallo alle ragazze che accompagnavano la sposa. Cfr. Chéruel,
Dictionnaire des institutions, Moeurs et coutumes de la France.
[230] Cfr. Atharvaveda, lib. 14.
[231] «Lo sposo.»
[232] Anche fra i Turchi trovo ricordato un somigliante dono nuziale. Cfr.
Ubicini, La Turquie actuelle.
[233] Miçkievic', Canti Illirici.
[234] Plinio, VIII, 48: «Lanam cum colo et fuso Tanaquil, quæ eadem Coecilia
vocata est, in templo Sangi durasse, prodente se, auctor est M. Varro, factamque
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ab ea togam regiam undulatam in aede Fortunæ, qua Servius Tullus fuerat usus.
Inde factum ut nubentes virgines comitaretur colus comta cum fuso et stamine.»
[235] Cfr. Tommaseo, Canti Côrsi. In Corsica chiamano freno la conocchia.
[236]
Die bekommt den besten Mann
Die am besten spinnen kann.
Cfr. Deutsche Lieder in Volkes Herz und Mund, Leipzig, 1864.
[237] Relazione della sua ambasciata al regno d'Ava.
[238] Presso i Romani doveva essere di lana pecorina; si confronti il nastro
rosso e nero di lana, che le spose indiane portavano, secondo i gr'ihyasùtra, e le
spose della Germania meridionale portano, secondo Schönwerth.
[239]
Robins m'aime
Robins m'a
Robins m'a demandée,
Si m'arà.
Robins m'acata cotele
D'escarlate bone et bele
Soukanie et chainturele
A leur i va.
Cfr. Nisard, Des chansons populaires, t. 1.
[240] Cfr. Der Nibelunge noth; la cintura sembra simbolo di verginità.
[241] Cfr. Léouzon Le Duc, La Baltique.
[242] Cfr. Tommaseo, Canti Greci.
[243] Così neppure la cintura di lana rossa e le calze bianche con impronta
gialla, che, presso i Brettoni, i bazvalan e il breutaer ricevono in dono. Cfr.
Villemarqué, Barzaz Breiz, Chants populaires de la Bretagne.
[244] Governo di Tver.
[245] Per notizia che me ne reca l'avvocato Valenziani di Roma.
[246] Cfr. Lamarmora. Voyages en Sardaigne — Domenech, Bergers et
Bandits, Souvenir d'un voyage en Sardaigne. — Mercato è il bacio che Ottone
III, presso il Bandello, e Piero d'Aragona, presso il Boccaccio, danno in fronte
alla giovine sposa; essi se ne creano cavalieri, dopo averla dotata; e così hanno
comprato il diritto del bacio.
[247] Cfr. Scriptores historiæ Augustæ; Aureliano fece sposare a Bonoso la gota
Hunila, vergine di regio sangue, a fine di strappare dalle confidenze di lei i
segreti della formidabile sua gente, e però scrisse, fra l'altro, a Gallonio Avito
suo legato in Tracia: Nunc tamen quoniam placuit Bonoso Hunilam dari, dabis
ei, iuxta breve infra scriptum, omnia quæ precipimus: sumptu etiam publico
Inde factum ut nubentes virgines comitaretur colus comta cum fuso et stamine.»
[235] Cfr. Tommaseo, Canti Côrsi. In Corsica chiamano freno la conocchia.
[236]
Die bekommt den besten Mann
Die am besten spinnen kann.
Cfr. Deutsche Lieder in Volkes Herz und Mund, Leipzig, 1864.
[237] Relazione della sua ambasciata al regno d'Ava.
[238] Presso i Romani doveva essere di lana pecorina; si confronti il nastro
rosso e nero di lana, che le spose indiane portavano, secondo i gr'ihyasùtra, e le
spose della Germania meridionale portano, secondo Schönwerth.
[239]
Robins m'aime
Robins m'a
Robins m'a demandée,
Si m'arà.
Robins m'acata cotele
D'escarlate bone et bele
Soukanie et chainturele
A leur i va.
Cfr. Nisard, Des chansons populaires, t. 1.
[240] Cfr. Der Nibelunge noth; la cintura sembra simbolo di verginità.
[241] Cfr. Léouzon Le Duc, La Baltique.
[242] Cfr. Tommaseo, Canti Greci.
[243] Così neppure la cintura di lana rossa e le calze bianche con impronta
gialla, che, presso i Brettoni, i bazvalan e il breutaer ricevono in dono. Cfr.
Villemarqué, Barzaz Breiz, Chants populaires de la Bretagne.
[244] Governo di Tver.
[245] Per notizia che me ne reca l'avvocato Valenziani di Roma.
[246] Cfr. Lamarmora. Voyages en Sardaigne — Domenech, Bergers et
Bandits, Souvenir d'un voyage en Sardaigne. — Mercato è il bacio che Ottone
III, presso il Bandello, e Piero d'Aragona, presso il Boccaccio, danno in fronte
alla giovine sposa; essi se ne creano cavalieri, dopo averla dotata; e così hanno
comprato il diritto del bacio.
[247] Cfr. Scriptores historiæ Augustæ; Aureliano fece sposare a Bonoso la gota
Hunila, vergine di regio sangue, a fine di strappare dalle confidenze di lei i
segreti della formidabile sua gente, e però scrisse, fra l'altro, a Gallonio Avito
suo legato in Tracia: Nunc tamen quoniam placuit Bonoso Hunilam dari, dabis
ei, iuxta breve infra scriptum, omnia quæ precipimus: sumptu etiam publico
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nuptias celebrabis. Brevis munerum fuit: tunicas palliolatas hyacinthinas
subsericas: tunicam auro clavatam subsericam librilem unam, interulas dilores
duas, et reliqua quæ matronæ conveniunt. Ipsi dabis aureos Philippeos centum,
argenteos Antoninianos mille, aeris sestertium decies.
[248] Statuta Casalis Majoris, Milano, 1717; «Statutum est, quod Mariti de
coetero non teneantur, nec debeant fecere uxoribus donationem propter nuptias,
nec morgincap, nec aliquid aliud ultra promissionem dotis, quam acceperint ab
Uxoribus.»
[249] Si veggano nella novella 137, di Franco Sacchetti, le beffe che vi si fanno
già dello Statuto fiorentino, per ciò che spetta gli ornamenti delle donne, le quali,
mutando nome alle cose, ingannavano facilmente la legge. E perchè i lettori
possano formarsi un'idea delle minuzie nelle quali si perdevano i nostri Statuti,
recherò loro un brano degli Statuti di Fano e alcuni brani degli Statuti di Firenze
del 1415 (lib. IV. Ordinamenta circa sponsalia et nuptias). I primi dicono:
«Declarantes quod nullus dare possit simil et semel uxori seu sponsæ pannum
granæ sive scarlactum et pannum sirici; nec dare possit ultra duas vestes ut
superius dictum est; neque possint dari d.nabus neque portari unquam valeant
p. d.nas vestes aliquæ panni deaurati, nec possint portare supra dorsum vel in
capite ornamenta aurea vel argentea vel de perlis; vel alicuius alterius generis
in totum valoris ultra viginti ducatorum sub pœna et bamno cuilibet portanti
vestes seu ornamenta contra formam p.entis statuti decem ducatorum pro
qualibet veste et qualibet vice de dotibus earum applicandorum co.i Fani, etc.»
E i secondi: «Nulla persona audeat, vel præsumat, nec etiam possit in forzerino,
vel scatola, vel aliqua alia re alicui mulieri nuptæ, antequam viro tradatur, nec
postea pro usu huiusmodi mulieris mittere, aut portare, aut mitti aut portari
facere aliquas perlas, naccheras, vel lapides pretiosas in grillanda, in frenello,
cordono, cordiglio, cintura vel alia re apta ad cingendam, vel in formaglio, vel
in fregiatura, ricamatura, abbottonatura, aut fogliettis nec aliquo alio modo pro
usu huiusmodi mulieris valoris ultra quadraginta florenos auri, sub poena, etc.
Et quod nullus sponsus, quando in civitate Florentiæ vel ejus comitatu dabit
anulum matrimonialem eius sponsæ seu uxori, possit eidem dare, vel mittere
ultra duos anulos, qui non possint, nec valeant excedere valorem seu costum
duodecim florenorum auri intra ambobus, etc.» Non meno intolleranti poi gli
Statuti di Perugia (Perugia, 1526): «Quod nulla uxor cuiuscumque conditionis
existat quæ ad maritum iverit possit nec debeat donare vel largiri alicui
consanguineo mariti aut alteri cuicumque personæ aliquod munus vel aliquam
rem consistentem in pondere numero vel mensura, nec ipsum munus aut rem
possit accipere ab aliqua persona ex parte viri vel alia quacumque persona.»
[250] Al tempo di Giovanni Villani, come appare dalla sua cronaca lib. 2, c. 9,
dovea già questa parola avere un altro senso: «E feciono la Legge, che ancora si
chiama Longobarda; e tengono ancora e' Pugliesi, e gli altri Italiani in quelle
parte, dove danno Monualdo, overo il volgare Monovaldo alle donne, quando si
obbligano in alcun contratto; e fu buona e giusta legge.»
[251] Renier Michiel, Origine delle feste veneziane.
[252] Libro IX:
subsericas: tunicam auro clavatam subsericam librilem unam, interulas dilores
duas, et reliqua quæ matronæ conveniunt. Ipsi dabis aureos Philippeos centum,
argenteos Antoninianos mille, aeris sestertium decies.
[248] Statuta Casalis Majoris, Milano, 1717; «Statutum est, quod Mariti de
coetero non teneantur, nec debeant fecere uxoribus donationem propter nuptias,
nec morgincap, nec aliquid aliud ultra promissionem dotis, quam acceperint ab
Uxoribus.»
[249] Si veggano nella novella 137, di Franco Sacchetti, le beffe che vi si fanno
già dello Statuto fiorentino, per ciò che spetta gli ornamenti delle donne, le quali,
mutando nome alle cose, ingannavano facilmente la legge. E perchè i lettori
possano formarsi un'idea delle minuzie nelle quali si perdevano i nostri Statuti,
recherò loro un brano degli Statuti di Fano e alcuni brani degli Statuti di Firenze
del 1415 (lib. IV. Ordinamenta circa sponsalia et nuptias). I primi dicono:
«Declarantes quod nullus dare possit simil et semel uxori seu sponsæ pannum
granæ sive scarlactum et pannum sirici; nec dare possit ultra duas vestes ut
superius dictum est; neque possint dari d.nabus neque portari unquam valeant
p. d.nas vestes aliquæ panni deaurati, nec possint portare supra dorsum vel in
capite ornamenta aurea vel argentea vel de perlis; vel alicuius alterius generis
in totum valoris ultra viginti ducatorum sub pœna et bamno cuilibet portanti
vestes seu ornamenta contra formam p.entis statuti decem ducatorum pro
qualibet veste et qualibet vice de dotibus earum applicandorum co.i Fani, etc.»
E i secondi: «Nulla persona audeat, vel præsumat, nec etiam possit in forzerino,
vel scatola, vel aliqua alia re alicui mulieri nuptæ, antequam viro tradatur, nec
postea pro usu huiusmodi mulieris mittere, aut portare, aut mitti aut portari
facere aliquas perlas, naccheras, vel lapides pretiosas in grillanda, in frenello,
cordono, cordiglio, cintura vel alia re apta ad cingendam, vel in formaglio, vel
in fregiatura, ricamatura, abbottonatura, aut fogliettis nec aliquo alio modo pro
usu huiusmodi mulieris valoris ultra quadraginta florenos auri, sub poena, etc.
Et quod nullus sponsus, quando in civitate Florentiæ vel ejus comitatu dabit
anulum matrimonialem eius sponsæ seu uxori, possit eidem dare, vel mittere
ultra duos anulos, qui non possint, nec valeant excedere valorem seu costum
duodecim florenorum auri intra ambobus, etc.» Non meno intolleranti poi gli
Statuti di Perugia (Perugia, 1526): «Quod nulla uxor cuiuscumque conditionis
existat quæ ad maritum iverit possit nec debeat donare vel largiri alicui
consanguineo mariti aut alteri cuicumque personæ aliquod munus vel aliquam
rem consistentem in pondere numero vel mensura, nec ipsum munus aut rem
possit accipere ab aliqua persona ex parte viri vel alia quacumque persona.»
[250] Al tempo di Giovanni Villani, come appare dalla sua cronaca lib. 2, c. 9,
dovea già questa parola avere un altro senso: «E feciono la Legge, che ancora si
chiama Longobarda; e tengono ancora e' Pugliesi, e gli altri Italiani in quelle
parte, dove danno Monualdo, overo il volgare Monovaldo alle donne, quando si
obbligano in alcun contratto; e fu buona e giusta legge.»
[251] Renier Michiel, Origine delle feste veneziane.
[252] Libro IX:
Page 208
Ho di tre figlie nella reggia il fiore,
Crisotemi, Laodice, Ifianassa.
Qual più d'esse il talenta a sposa ei prenda
Senza dotarla, ed a Peléo la meni.
Doterolla io medesimo e di tal dote
Qual non s'ebbe giammai altra donzella.
[253] III, 2:
Nolo ego mihi te tam prospicere, qui meam egestatem leves;
Sed ut inops infamis ne sim; ne mi hanc famam differant,
Me germanam meam sororem in concubinatum tibi
Sic sine dote dedisse magis quam in matrimonium.
[254] Presso Nonio, XII: «Nubentes veteri lege Romana asses tres ad maritum
venientes solere pervehere, atque unum quem in manu teneret et tamquam
emendi causa marito dare, alium quem in pede haberent in foco Larum
familiarum ponere, tertium quem in sacciperione condidissent compito vicinali
solere resonare.»
[255] Tacito: Dotem non uxor marito, sed uxori maritus offert. E per il medio
evo Germanico, il Mittermaier (Grundsätze des gemeinen deutschen
Privatrechts) scrive: «Der Ausdruck: Dos kommt zwar in den alten Deutscher
Rechtsquellen vor; allein er bezeichnete damals nur ein vom Ehemanne der
Frau bei Eingehung der Ehe angewiesene Vermögesstück, und noch zuweilen
kommt in Mittelalter in diesem sinne Dos vor.»
[256] Cfr. Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes
de la France.
[257] Se la fanciulla è forte, ben fatta e bella, il prezzo è di 100 toman o 160
toman (4640 o 6960 franchi circa). Per una donna ordinaria il futuro sposo paga
una dote di 60 od 80 toman. Se la ragazza poi ha qualche difetto fisico, assai
meno. — Per chi ami tal genere di confronti, rilevo da Ricordano Malaspini (o
chi per lui), quali erano le doti che nel principio del secolo decimoterzo si
davano in Firenze alle fanciulle da marito: «Libbre cento era comune dote, e
libbre dugento o trecento era tenuta a quel tempo grandissima dote, avvegnachè
il fiorino d'oro valea soldi venti.» E dal Chronicon Placentinum del Musso,
presso il Muratori, Rerum Italicarum scriptores, t. XVI, quali erano nel secolo
decimoquarto le doti a Piacenza; «Magnæ dotes nunc oportet dari. Et
communiter nunc dantur in dotem Floreni CCCC et Floreni D et Floreni DC
auri et plus.» Le principesse portano talora in dote regni ed imperi; quindi
leggiamo, per esempio, nella vita di Marco Antonino scritta da Giulio
Capitolino, presso gli Scriptores Historiæ Augustæ: «Multi autem ferunt
Commodum omnino ex adulterio natum; siquidem in Faustinam satis constat
apud Caietam conditiones sibi et nauticas et gladiatorias elegisse; de qua cum
diceretur Antonino Marco, ut repudiaret, si non occideret, dixisse fertur: «Si
uxorem dimittimus, reddamus et dotem.» Dos autem quid erat, nisi imperium
quod ille ab socero, volente Hadriano adoptatus, acceperat?»
[258] Trieste, 1861, II, 24.
Crisotemi, Laodice, Ifianassa.
Qual più d'esse il talenta a sposa ei prenda
Senza dotarla, ed a Peléo la meni.
Doterolla io medesimo e di tal dote
Qual non s'ebbe giammai altra donzella.
[253] III, 2:
Nolo ego mihi te tam prospicere, qui meam egestatem leves;
Sed ut inops infamis ne sim; ne mi hanc famam differant,
Me germanam meam sororem in concubinatum tibi
Sic sine dote dedisse magis quam in matrimonium.
[254] Presso Nonio, XII: «Nubentes veteri lege Romana asses tres ad maritum
venientes solere pervehere, atque unum quem in manu teneret et tamquam
emendi causa marito dare, alium quem in pede haberent in foco Larum
familiarum ponere, tertium quem in sacciperione condidissent compito vicinali
solere resonare.»
[255] Tacito: Dotem non uxor marito, sed uxori maritus offert. E per il medio
evo Germanico, il Mittermaier (Grundsätze des gemeinen deutschen
Privatrechts) scrive: «Der Ausdruck: Dos kommt zwar in den alten Deutscher
Rechtsquellen vor; allein er bezeichnete damals nur ein vom Ehemanne der
Frau bei Eingehung der Ehe angewiesene Vermögesstück, und noch zuweilen
kommt in Mittelalter in diesem sinne Dos vor.»
[256] Cfr. Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes
de la France.
[257] Se la fanciulla è forte, ben fatta e bella, il prezzo è di 100 toman o 160
toman (4640 o 6960 franchi circa). Per una donna ordinaria il futuro sposo paga
una dote di 60 od 80 toman. Se la ragazza poi ha qualche difetto fisico, assai
meno. — Per chi ami tal genere di confronti, rilevo da Ricordano Malaspini (o
chi per lui), quali erano le doti che nel principio del secolo decimoterzo si
davano in Firenze alle fanciulle da marito: «Libbre cento era comune dote, e
libbre dugento o trecento era tenuta a quel tempo grandissima dote, avvegnachè
il fiorino d'oro valea soldi venti.» E dal Chronicon Placentinum del Musso,
presso il Muratori, Rerum Italicarum scriptores, t. XVI, quali erano nel secolo
decimoquarto le doti a Piacenza; «Magnæ dotes nunc oportet dari. Et
communiter nunc dantur in dotem Floreni CCCC et Floreni D et Floreni DC
auri et plus.» Le principesse portano talora in dote regni ed imperi; quindi
leggiamo, per esempio, nella vita di Marco Antonino scritta da Giulio
Capitolino, presso gli Scriptores Historiæ Augustæ: «Multi autem ferunt
Commodum omnino ex adulterio natum; siquidem in Faustinam satis constat
apud Caietam conditiones sibi et nauticas et gladiatorias elegisse; de qua cum
diceretur Antonino Marco, ut repudiaret, si non occideret, dixisse fertur: «Si
uxorem dimittimus, reddamus et dotem.» Dos autem quid erat, nisi imperium
quod ille ab socero, volente Hadriano adoptatus, acceperat?»
[258] Trieste, 1861, II, 24.
Page 209
[259] Trieste, 1861, II, 77.
[260] Lucca, 1539, lib. II, c. 25.
[261] R'igveda, X, 85.
[262] Cfr. il Codice diplomatico del regno di Carlo I e II d'Angiò edito dal Del
Giudice. Napoli, 1863, vol. I, pag. 45 dell'appendice.
[263] «Lectum genialem (che è il letto matrimoniale) quem biennio ante filiæ
suæ nubenti straverat, in eadem domo sibi ornari et sterni expulsa atque
exturbata filia jubet, nubet genero socrus.»
[264] Traduco dal Lamarmora, Voyages en Sardaigne.
[265] Anche nella valle d'Andorno (Biellese), sono parecchie fanciulle che
portano in varii cestoni il corredo della sposa alla sua nuova dimora. A Monte
Crestese, nell'Ossola, una ragazza porta la conocchia; un'altra, il corredo entro
una gerla. A Civita di Penne una sola donna, al finire della funzione di chiesa, si
avanza col carico di cuscini, lenzuola e coperte nuziali, e accompagna gli sposi
alla loro dimora.
[266] Questo arancio de' Sardi può forse rappresentare i pomi d'oro, consueto
dono per le nozze eroiche, presso l'antica poesia serba e scandinava.
[267] Anche nella valle d'Andorno, fanno parte del corredo due scodelle e due
cucchiai; e la nuova coppia se ne deve servire, finchè duri la luna di miele.
[268] L'uso, come di sopra vedemmo, è intieramente romano.
[269] L'asino.
[270] Così gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV: «Quod nulla domina possit
portare vel portari facere, mittere vel mitti facere forzerinos ad domum sui
mariti valoris ultra sexdecim florenorum.» Gli Statuti di Perugia (Perugia, 1526)
permettono al corredo delle spose due sole vesti di gala (honorabiles). Negli
Statuti di Narni (Narni, 1716, lib. III, cap. 67) si concedono soltanto «panni lanæ
pro Muliere, duo lecta pannorum, unum soppedanium de ligno.» Più liberali di
minuzie gli Statuti di Gallese (Gallese, 1576, lib. II), ove si comprende pure il
regalo per lo suocero e per la suocera. «Vestis ricca et zona argentea pro honore
sit in arbitrio contrahentium matrimonium. Una reticella serici fini ponderis
quinque unciarum, alia vera reticella similis serici ponderis trium unciarum.
Lectum unum lanæ seu plumæ, cum capitale ponderis, scilicet lanæ librarum
triginta quinque, si plumæ librarum quinquaginta, unum par linteorum
sponsalium trium telorum quolibet linteo, justæ et decentis misure; una coperta
lanea nova, una capsa lignea seu duo Forzerii lignaminis, una tobalia magna,
duo tuballeoli albi, duo torzaroli bombacis, quatros bendoni etiam bambacis,
septem toballeoli albi ampli, quinque alii toballeoli extremi, et si sponsa
invenerit in domo viri socrum afferat secum unam petiam panni tele septem
brachiorum canape, seu lini, si etiam invenerit socerum quod autem sit socer
solus debeat secum afferre dictam petiam tele quatuordecim brachiorum:
Quatuor subiculus seu camisas foemineas sponsalitias, unum sciuccatorium p.
capite et unum toballeolum p. lecto.»
[271] Atto 4.º, scena 5ª.
[260] Lucca, 1539, lib. II, c. 25.
[261] R'igveda, X, 85.
[262] Cfr. il Codice diplomatico del regno di Carlo I e II d'Angiò edito dal Del
Giudice. Napoli, 1863, vol. I, pag. 45 dell'appendice.
[263] «Lectum genialem (che è il letto matrimoniale) quem biennio ante filiæ
suæ nubenti straverat, in eadem domo sibi ornari et sterni expulsa atque
exturbata filia jubet, nubet genero socrus.»
[264] Traduco dal Lamarmora, Voyages en Sardaigne.
[265] Anche nella valle d'Andorno (Biellese), sono parecchie fanciulle che
portano in varii cestoni il corredo della sposa alla sua nuova dimora. A Monte
Crestese, nell'Ossola, una ragazza porta la conocchia; un'altra, il corredo entro
una gerla. A Civita di Penne una sola donna, al finire della funzione di chiesa, si
avanza col carico di cuscini, lenzuola e coperte nuziali, e accompagna gli sposi
alla loro dimora.
[266] Questo arancio de' Sardi può forse rappresentare i pomi d'oro, consueto
dono per le nozze eroiche, presso l'antica poesia serba e scandinava.
[267] Anche nella valle d'Andorno, fanno parte del corredo due scodelle e due
cucchiai; e la nuova coppia se ne deve servire, finchè duri la luna di miele.
[268] L'uso, come di sopra vedemmo, è intieramente romano.
[269] L'asino.
[270] Così gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV: «Quod nulla domina possit
portare vel portari facere, mittere vel mitti facere forzerinos ad domum sui
mariti valoris ultra sexdecim florenorum.» Gli Statuti di Perugia (Perugia, 1526)
permettono al corredo delle spose due sole vesti di gala (honorabiles). Negli
Statuti di Narni (Narni, 1716, lib. III, cap. 67) si concedono soltanto «panni lanæ
pro Muliere, duo lecta pannorum, unum soppedanium de ligno.» Più liberali di
minuzie gli Statuti di Gallese (Gallese, 1576, lib. II), ove si comprende pure il
regalo per lo suocero e per la suocera. «Vestis ricca et zona argentea pro honore
sit in arbitrio contrahentium matrimonium. Una reticella serici fini ponderis
quinque unciarum, alia vera reticella similis serici ponderis trium unciarum.
Lectum unum lanæ seu plumæ, cum capitale ponderis, scilicet lanæ librarum
triginta quinque, si plumæ librarum quinquaginta, unum par linteorum
sponsalium trium telorum quolibet linteo, justæ et decentis misure; una coperta
lanea nova, una capsa lignea seu duo Forzerii lignaminis, una tobalia magna,
duo tuballeoli albi, duo torzaroli bombacis, quatros bendoni etiam bambacis,
septem toballeoli albi ampli, quinque alii toballeoli extremi, et si sponsa
invenerit in domo viri socrum afferat secum unam petiam panni tele septem
brachiorum canape, seu lini, si etiam invenerit socerum quod autem sit socer
solus debeat secum afferre dictam petiam tele quatuordecim brachiorum:
Quatuor subiculus seu camisas foemineas sponsalitias, unum sciuccatorium p.
capite et unum toballeolum p. lecto.»
[271] Atto 4.º, scena 5ª.
Page 210
[272] Cintura.
[273] Un ornamento del capo.
[274] II:
Officium cras
Primo sole mihi peragendum in valle Quirini,
Quae causa officii? quid quaeris? nubit amicus,
Nec multos adhibet.
[275] Cfr. Villemarqué. Chants populaires de la Bretagne.
[276] Cfr. il racconto di Auerbach: La pipa.
[277] Mi parrebbe che in questo caso, sia il senso che meglio convenga al
disputato epiteto di puer felicissimus; ecco, del rimanente, il testo medesimo di
Servio: «Aqua et igni mariti uxores accipiebant. Unde et hodie faces prælucent
et aqua petita de puro fonte per puerum felicissimum vel puellam quæ interest
nuptiis, de qua solebant nubentibus pedes lavari.»
[278] . . . . . λάβε μου, Σκάμανδρε, τὴν παρθενίαν
[279] II, 15.
[280] Cfr. Becker. Charicles, III.
[281] Libro XIV. Cfr. gli Indische studien di Weber.
[282] Considerato come purificatore. L'acqua che le fanciulle annoveresi gettano
dietro la loro compagna che si marita, mi sembra pure avere un simbolo di
purificazione. Cfr. Kuhn und Schwarz, Norddeutsche Sagen, Märchen und
Gebräuche. Leipzig, 1848.
[283] Cfr. Plutarco, nella Vita di Romolo.
[284] Presso la Raccolta de' canti popolari Siciliani, ordinata da Lionardo Vigo.
[285] Cfr. Camarda. Appendice al Saggio di Grammatologia comparata della
lingua albanese.
[286] Presso Festo: «Regillis, tunicis albis et reticulis luteis utrisque rectis, textis
susum versum a stantibus pridie nuptiarum diem virgines indutæ cubitum ibant
ominis causa, ut etiam in togis virilibus dandis observari solet.»
[287] Origine delle feste veneziane.
[288] Cfr. Simrock, Handbuch der Deutschen Mythologie.
[289] A Riva di Chieri.
[290] Cfr. la cronachetta, presso i Canti Côrsi del Tommaseo.
[291] Si rammentino le reticelle color d'arancio delle spose romane, citate da
Festo.
[292] Queste ultime portano sopra la cuffia un fazzoletto di Cambrì o d'altra tela
fina pendente sugli omeri.
[273] Un ornamento del capo.
[274] II:
Officium cras
Primo sole mihi peragendum in valle Quirini,
Quae causa officii? quid quaeris? nubit amicus,
Nec multos adhibet.
[275] Cfr. Villemarqué. Chants populaires de la Bretagne.
[276] Cfr. il racconto di Auerbach: La pipa.
[277] Mi parrebbe che in questo caso, sia il senso che meglio convenga al
disputato epiteto di puer felicissimus; ecco, del rimanente, il testo medesimo di
Servio: «Aqua et igni mariti uxores accipiebant. Unde et hodie faces prælucent
et aqua petita de puro fonte per puerum felicissimum vel puellam quæ interest
nuptiis, de qua solebant nubentibus pedes lavari.»
[278] . . . . . λάβε μου, Σκάμανδρε, τὴν παρθενίαν
[279] II, 15.
[280] Cfr. Becker. Charicles, III.
[281] Libro XIV. Cfr. gli Indische studien di Weber.
[282] Considerato come purificatore. L'acqua che le fanciulle annoveresi gettano
dietro la loro compagna che si marita, mi sembra pure avere un simbolo di
purificazione. Cfr. Kuhn und Schwarz, Norddeutsche Sagen, Märchen und
Gebräuche. Leipzig, 1848.
[283] Cfr. Plutarco, nella Vita di Romolo.
[284] Presso la Raccolta de' canti popolari Siciliani, ordinata da Lionardo Vigo.
[285] Cfr. Camarda. Appendice al Saggio di Grammatologia comparata della
lingua albanese.
[286] Presso Festo: «Regillis, tunicis albis et reticulis luteis utrisque rectis, textis
susum versum a stantibus pridie nuptiarum diem virgines indutæ cubitum ibant
ominis causa, ut etiam in togis virilibus dandis observari solet.»
[287] Origine delle feste veneziane.
[288] Cfr. Simrock, Handbuch der Deutschen Mythologie.
[289] A Riva di Chieri.
[290] Cfr. la cronachetta, presso i Canti Côrsi del Tommaseo.
[291] Si rammentino le reticelle color d'arancio delle spose romane, citate da
Festo.
[292] Queste ultime portano sopra la cuffia un fazzoletto di Cambrì o d'altra tela
fina pendente sugli omeri.
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[293] Nell'India meridionale usano il tali, una specie di figuretta di divinità
fecondatrice, per un nastro, color zafferano, a 108 fili finissimi, sospesa al collo
delle donne maritate. Cfr. Lazzaro Papi, Lettere sulle Indie Orientali.
[294] L'üss d'bosch.
[295] Cfr. Villemarqué. Op. cit.
[296] Cfr. Camarda. Op. cit.
[297] Anche nella poesia popolare russa vedemmo già personificato lo sposo in
uno sparviero; nella poesia vedica, lo sparviero porta l'ambrosia, figura del fallo
che porta il seme genitale.
[298] Dopo pubblicato questo libretto uscì a Londra (Ellis e Green, 1872) un
libro prezioso intitolato: The songs of the Russian people by W. R. G. Ralston,
ove un lungo e interessante capitolo (pag. 262-308) è consacrato ai canti nuziali
della Russia. A tale capitolo rinvio il lettore che volesse più ampie notizie sopra
le nozze russe.
[299] La palma si dà alle vergini; cfr. l'uso del vescovo di Como nel capitolo del
primo libro che s'intitola: Ricambio di doni nuziali.
[300] Il padre, il babbo.
[301] Cfr. Tommaseo, Canti greci.
[302] Cfr. Tommaseo, Op. Cit.
[303] Cfr. Sztachovicz, Braut-Sprüche und Braut-Lieder auf dem Heideboden
in Ungern. — Anche ne' Sassoni Siebenbürgen si accompagnano gli sposi che
lasciano la casa della sposa, per recarsi in chiesa, con alcuni versetti di
benedizioni. Cfr. Schuster. Siebenbürgisch-sächsische Volkslieder,
Sprichwörter, Rätsel, Zauberformeln und Kinder-Dichtungen, Hermannstadt,
1865. — Leggo poi in una vita di Buddha (The life or Legend of Gâudama the
Buddha of the Burmese, by the rev. P. Bigandet) come, per le nozze di lui, i
Pounhas abbiano pure versato acqua benedetta sopra la testa degli sposi. L'uso
dell'acqua benedetta versata sul capo degli sposi è pure vedico. Cfr. Weber,
Indische Studien, v.
[304] In Piemonte, suole la stessa sposa portare tanti giri di dorini (ghiandette
d'oro) intorno al collo, quante sono le migliaia di lire ch'essa ha di dote.
[305] Cfr. Villemarqué, Op. cit.
[306] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.
[307] Cfr. Domenech. Op. cit.
[308] Cfr. Martigny. Dictionnaire des antiquités chrétiennes.
[309] Libro IV.
[310] Cfr. nel primo capitolo di questo libro, l'uso delle antiche spose veneziane.
[311] Presso la Raccolta di Canti popolari Siciliani, fatta da Leonardo Vigo.
[312] Cfr. Festo, sotto la voce corolla; e Catullo, In Nuptias Juliæ et Manlii:
fecondatrice, per un nastro, color zafferano, a 108 fili finissimi, sospesa al collo
delle donne maritate. Cfr. Lazzaro Papi, Lettere sulle Indie Orientali.
[294] L'üss d'bosch.
[295] Cfr. Villemarqué. Op. cit.
[296] Cfr. Camarda. Op. cit.
[297] Anche nella poesia popolare russa vedemmo già personificato lo sposo in
uno sparviero; nella poesia vedica, lo sparviero porta l'ambrosia, figura del fallo
che porta il seme genitale.
[298] Dopo pubblicato questo libretto uscì a Londra (Ellis e Green, 1872) un
libro prezioso intitolato: The songs of the Russian people by W. R. G. Ralston,
ove un lungo e interessante capitolo (pag. 262-308) è consacrato ai canti nuziali
della Russia. A tale capitolo rinvio il lettore che volesse più ampie notizie sopra
le nozze russe.
[299] La palma si dà alle vergini; cfr. l'uso del vescovo di Como nel capitolo del
primo libro che s'intitola: Ricambio di doni nuziali.
[300] Il padre, il babbo.
[301] Cfr. Tommaseo, Canti greci.
[302] Cfr. Tommaseo, Op. Cit.
[303] Cfr. Sztachovicz, Braut-Sprüche und Braut-Lieder auf dem Heideboden
in Ungern. — Anche ne' Sassoni Siebenbürgen si accompagnano gli sposi che
lasciano la casa della sposa, per recarsi in chiesa, con alcuni versetti di
benedizioni. Cfr. Schuster. Siebenbürgisch-sächsische Volkslieder,
Sprichwörter, Rätsel, Zauberformeln und Kinder-Dichtungen, Hermannstadt,
1865. — Leggo poi in una vita di Buddha (The life or Legend of Gâudama the
Buddha of the Burmese, by the rev. P. Bigandet) come, per le nozze di lui, i
Pounhas abbiano pure versato acqua benedetta sopra la testa degli sposi. L'uso
dell'acqua benedetta versata sul capo degli sposi è pure vedico. Cfr. Weber,
Indische Studien, v.
[304] In Piemonte, suole la stessa sposa portare tanti giri di dorini (ghiandette
d'oro) intorno al collo, quante sono le migliaia di lire ch'essa ha di dote.
[305] Cfr. Villemarqué, Op. cit.
[306] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.
[307] Cfr. Domenech. Op. cit.
[308] Cfr. Martigny. Dictionnaire des antiquités chrétiennes.
[309] Libro IV.
[310] Cfr. nel primo capitolo di questo libro, l'uso delle antiche spose veneziane.
[311] Presso la Raccolta di Canti popolari Siciliani, fatta da Leonardo Vigo.
[312] Cfr. Festo, sotto la voce corolla; e Catullo, In Nuptias Juliæ et Manlii:
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Cinge tempora floribus
Suaveolentis amaraci.
[313] «Jam quidem virgo tradita est, jam Corona sponsus, jam palmata
consularis, jam cyclade pronuba, jam toga Senator honoratur.» — Cfr. pure i
vetri del Garucci ove appare lo stesso Gesù Cristo ad incoronare gli sposi.
[314] Da un disegno presso il Lamarmora, entrambi gli sposi sardi appaiono
incoronati.
[315] Uso di Sinigaglia, nelle Marche. — Dalla risposta di Nicolò I, papa, ai
Bulgari, cap. III, presso il Muratori, Antiquitates italicæ, dissertatio vigesima, de
actibus mulierum, rilevo come gli sposi bulgari dovessero portar corona e come
gli sposi italiani fossero soliti ad assumere le due corone in chiesa «.... Post hæc
autem de Ecclesia egressi Coronas in capitibus gestant, quæ semper in Ecclesia
ipsa sunt solitæ reservari.» Forse dette corone erano metalliche.
[316] Nella risposta sopra citata del papa Nicolò I: «Velamen illud non suscipit,
qui ad secundas nuptias migrat.»
[317] Tertulliano si lagnava già delle cristiane che non voleano velarsi, mentre le
arabe si coprivano tutta la faccia: De Virg. vel. 17: «Indicabunt vos arabiæ
ethnicæ, quæ non caput sed faciem quoque ita totam tegunt, ut uno oculo
liberato contentæ sint dimidiam frui lucem quam totam faciem prostituere.» Che
l'uso di velarsi poi presso le donne che si maritano o maritate, fosse pure
indiano, lo argomentiamo da una prova negativa, presso il Lalita-Vistàra,
secondo la versione che dal Tibetano ne fece il Foucaux: «Cependant Gopâ, la
jeune femme de la famille de Çâkya, en présence de son beau-père, et de sa belle
mère, et des gens de la maison quelqu'ils fussent, ne voilait pas son visage. Et
ceux-ci se disaient, en la blâmant avec sévérité: Ne conviendrait-il pas de
reprendre cette jeune femme qui n'est jamais voilée?»
[318] Flammeo amicitur nubens ominis boni causa, quod eo assidue utebatur
flaminica, id est flaminis uxor, cui non licebat facere divortium. — Lo sposo
indiano vela oggi egli stesso la sposa appena terminate le funzioni. — In
Tessaglia, la sposa tiene il velo fino alla casa dello sposo.
[319] Cfr. Muratori. Antiquitates Italicæ, Diss. XX.
[320] In Germania, gli sposi devono stare tanto vicini, mentre il matrimonio si
celebra, che nessuno possa fra loro vedere. Cfr. Kuhn und Schwarz, Op. cit.
[321] Cfr. Kalevala, 20 runo, versione di Léouzon Le Duc, Paris, 1868.
[322] L'uso è alquanto somigliante; ma ignoro di qual colore sia il tappeto che
copre lo scanno e il tavolo, sopra i quali è fatta discendere in Sardegna la sposa,
presso la soglia della casa maritale.
[323] Ecco il formulario:
Al pollice: «Par cet anel l'Église enjoint
All'indice: «Que nos deux coeurs en un soient joints
Al medio: «Par vrai amour et loyale foy
All'anulare: «Pour tant je te mets en ce doy.»
Suaveolentis amaraci.
[313] «Jam quidem virgo tradita est, jam Corona sponsus, jam palmata
consularis, jam cyclade pronuba, jam toga Senator honoratur.» — Cfr. pure i
vetri del Garucci ove appare lo stesso Gesù Cristo ad incoronare gli sposi.
[314] Da un disegno presso il Lamarmora, entrambi gli sposi sardi appaiono
incoronati.
[315] Uso di Sinigaglia, nelle Marche. — Dalla risposta di Nicolò I, papa, ai
Bulgari, cap. III, presso il Muratori, Antiquitates italicæ, dissertatio vigesima, de
actibus mulierum, rilevo come gli sposi bulgari dovessero portar corona e come
gli sposi italiani fossero soliti ad assumere le due corone in chiesa «.... Post hæc
autem de Ecclesia egressi Coronas in capitibus gestant, quæ semper in Ecclesia
ipsa sunt solitæ reservari.» Forse dette corone erano metalliche.
[316] Nella risposta sopra citata del papa Nicolò I: «Velamen illud non suscipit,
qui ad secundas nuptias migrat.»
[317] Tertulliano si lagnava già delle cristiane che non voleano velarsi, mentre le
arabe si coprivano tutta la faccia: De Virg. vel. 17: «Indicabunt vos arabiæ
ethnicæ, quæ non caput sed faciem quoque ita totam tegunt, ut uno oculo
liberato contentæ sint dimidiam frui lucem quam totam faciem prostituere.» Che
l'uso di velarsi poi presso le donne che si maritano o maritate, fosse pure
indiano, lo argomentiamo da una prova negativa, presso il Lalita-Vistàra,
secondo la versione che dal Tibetano ne fece il Foucaux: «Cependant Gopâ, la
jeune femme de la famille de Çâkya, en présence de son beau-père, et de sa belle
mère, et des gens de la maison quelqu'ils fussent, ne voilait pas son visage. Et
ceux-ci se disaient, en la blâmant avec sévérité: Ne conviendrait-il pas de
reprendre cette jeune femme qui n'est jamais voilée?»
[318] Flammeo amicitur nubens ominis boni causa, quod eo assidue utebatur
flaminica, id est flaminis uxor, cui non licebat facere divortium. — Lo sposo
indiano vela oggi egli stesso la sposa appena terminate le funzioni. — In
Tessaglia, la sposa tiene il velo fino alla casa dello sposo.
[319] Cfr. Muratori. Antiquitates Italicæ, Diss. XX.
[320] In Germania, gli sposi devono stare tanto vicini, mentre il matrimonio si
celebra, che nessuno possa fra loro vedere. Cfr. Kuhn und Schwarz, Op. cit.
[321] Cfr. Kalevala, 20 runo, versione di Léouzon Le Duc, Paris, 1868.
[322] L'uso è alquanto somigliante; ma ignoro di qual colore sia il tappeto che
copre lo scanno e il tavolo, sopra i quali è fatta discendere in Sardegna la sposa,
presso la soglia della casa maritale.
[323] Ecco il formulario:
Al pollice: «Par cet anel l'Église enjoint
All'indice: «Que nos deux coeurs en un soient joints
Al medio: «Par vrai amour et loyale foy
All'anulare: «Pour tant je te mets en ce doy.»
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Cfr. Chéruel, Op. cit.
[324] Lo Statutum Synodale Nicolai Episcopi Andegavensis, ann. 1277, cap. III
(presso il Du Cange, Op. cit.): «Intelleximus nonnullos volentes et intendentes
matrimonium ad invicem contrahere, nomine matrimonii potare, et per hoc
credentes se ad invicem matrimonium contraxisse, carnaliter se commiscent.
Verum cum per hoc nullum matrimonium contrahatur, et ob hoc quoniam plures
jam fuerint decepti, vobis firmiter injungimus, quod frequenter et in publice
Ecclesiis parochialibus vestris dicatis, quod per prædicta ejusmodi
matrimonium nec sponsalia contrahantur.»
[325] Nella cena, che si fa la vigilia delle nozze, in Russia (governo di Mosca) i
convitati bevono vino e dicono: è amaro. Allora i due sposi si abbracciano come
a provare che l'amaro diviso diventa dolce.
[326] Cfr. Regaldi. La Dora.
[327] Cfr. Lamarmora. Op. cit.
[328] Op. cit.
[329] Symes. Op. cit.
[330] VIII, 4, 27 «hoc erat apud Macedones sanctissimum coeuntium pignus,
quem divisum gladio uterque libabat.»
[331] Op. cit. «Cfr. Die sieben Schritte beim Ordale und vor Allem Kuhn's
Angaben über den Siebensprung. Vestphäl. Sagen, wonach dieser Brauch bereits
der indogermanischen Urzeit anzugehören scheint.»
[332] Scena ultima: il vecchio Nicolò dà in isposa al famiglio Bigio la serva
Caterina:
Bigio: Io voglio tôr qui la vostra fante di cucina.
Caterina: Vedi, balordo, di' madonna Caterina.
Bigio: La signora Caterina, e copularmi come comanda la legge.
Nicolò: Fa prima un salto.
Bigio: Ecco fatto.
[333] Quindi Citranguy, nella tragedia Tamulica, sopra Saranga: «Regina, voi
siete capace di legare e scuotere una montagna con un pugno di capelli; di
innalzare un padiglione nuziale, senza aiuto di colonne.»
[334] Lib. IV «intrare debeant in unam ecclesiam ordinatam pro libito voluntatis
et in eadem ecclesia sponsalitia huiusmodi debeant celebrari et non alibi sub
poena, etc.»
[335] Modena, 1864.
[336] Sessione 24, c. I.
[337] Cfr. Manzoni, I Promessi sposi: cap. VI. «Il signor curato va cavando fuori
certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io invece vorrei
spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandoglisi davanti i due sposi, con due
[324] Lo Statutum Synodale Nicolai Episcopi Andegavensis, ann. 1277, cap. III
(presso il Du Cange, Op. cit.): «Intelleximus nonnullos volentes et intendentes
matrimonium ad invicem contrahere, nomine matrimonii potare, et per hoc
credentes se ad invicem matrimonium contraxisse, carnaliter se commiscent.
Verum cum per hoc nullum matrimonium contrahatur, et ob hoc quoniam plures
jam fuerint decepti, vobis firmiter injungimus, quod frequenter et in publice
Ecclesiis parochialibus vestris dicatis, quod per prædicta ejusmodi
matrimonium nec sponsalia contrahantur.»
[325] Nella cena, che si fa la vigilia delle nozze, in Russia (governo di Mosca) i
convitati bevono vino e dicono: è amaro. Allora i due sposi si abbracciano come
a provare che l'amaro diviso diventa dolce.
[326] Cfr. Regaldi. La Dora.
[327] Cfr. Lamarmora. Op. cit.
[328] Op. cit.
[329] Symes. Op. cit.
[330] VIII, 4, 27 «hoc erat apud Macedones sanctissimum coeuntium pignus,
quem divisum gladio uterque libabat.»
[331] Op. cit. «Cfr. Die sieben Schritte beim Ordale und vor Allem Kuhn's
Angaben über den Siebensprung. Vestphäl. Sagen, wonach dieser Brauch bereits
der indogermanischen Urzeit anzugehören scheint.»
[332] Scena ultima: il vecchio Nicolò dà in isposa al famiglio Bigio la serva
Caterina:
Bigio: Io voglio tôr qui la vostra fante di cucina.
Caterina: Vedi, balordo, di' madonna Caterina.
Bigio: La signora Caterina, e copularmi come comanda la legge.
Nicolò: Fa prima un salto.
Bigio: Ecco fatto.
[333] Quindi Citranguy, nella tragedia Tamulica, sopra Saranga: «Regina, voi
siete capace di legare e scuotere una montagna con un pugno di capelli; di
innalzare un padiglione nuziale, senza aiuto di colonne.»
[334] Lib. IV «intrare debeant in unam ecclesiam ordinatam pro libito voluntatis
et in eadem ecclesia sponsalitia huiusmodi debeant celebrari et non alibi sub
poena, etc.»
[335] Modena, 1864.
[336] Sessione 24, c. I.
[337] Cfr. Manzoni, I Promessi sposi: cap. VI. «Il signor curato va cavando fuori
certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io invece vorrei
spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandoglisi davanti i due sposi, con due
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testimonii, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il
matrimonio è bell'e fatto.»
[338] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.
[339] Lire 1, o 1 50 o 2 50.
[340] Centesimi 25.
[341] Cfr. Statuta Castri Fidardi (Castelfidardo), Maceratae, 1588, lib. quartus:
«Item statuimus et ordinamus quod in sponsalitiis ipsis, vel postea quacumque
ipsorum occasione, nullus audeat cereos vel cereum seu fatioletta apportare, sed
pecuniam tantum solvat et offerat ad Altare; et qui contra fecerit. etc.»
[342] Cfr., nel terzo libro, i capitoli che s'intitolano: La pronuba, e Il Jus primæ
Noctis.
[343] Cfr. Villemarqué. Op. cit.
[344] Cfr. Domenech. Op. cit.
[345] Cfr. Weber. Op. cit.
[346] De Rerum natura, IV:
Nec divina satum genitalem numina quoiquam
Absterrent, pater a natis ne dulcibus unquam.
Appelletur, et ut sterili Venere exigat aevom;
Quod plerumque putant, et multo sanguine moesti
Conspergunt aras, adolentque altaria donis,
Ut gravidas reddant uxores semine largo.
Nequidquam Divom numen, sorteisque fatigant.
[347] «Pervenit ad nos, quod dum quidam homines ad suscipiendam sponsam
cujusdam sponsi cum Paranympho et Troctingis (specie di giocolieri che saltano)
ambularent, perversi homines aquam sordidam et stercora super ipsum
jactassent, etc.»
[348] Lib. III: «Si quis proiecerit lapides ad domum, vel super domum alicuius
tempore quo ibi fierent nuptiæ.»
[349] Editi a Città di Castello, 1538: «Statuimus et ordinamus quod nullus
audeat vel presumat projicere lapidem vel petrudinem (sic) aliquam vel facere
aliquem rumorem ad domum alicuius nuptias celebrantis de die vel de nocte.»
[350] Cfr. Mutinelli. Lessico Veneto.
[351] Cfr. Miçkievic'. Canti Illirici.
[352] Tale, per esempio, è il tamburello a sonagli che usa negli Abruzzi.
[353] Cfr., di sopra il capitolo che intitolai: La parte del prete.
[354] Cfr. Weber. Op. cit.
[355] Cfr. i miei Studi sull'Epopea Indiana.
matrimonio è bell'e fatto.»
[338] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.
[339] Lire 1, o 1 50 o 2 50.
[340] Centesimi 25.
[341] Cfr. Statuta Castri Fidardi (Castelfidardo), Maceratae, 1588, lib. quartus:
«Item statuimus et ordinamus quod in sponsalitiis ipsis, vel postea quacumque
ipsorum occasione, nullus audeat cereos vel cereum seu fatioletta apportare, sed
pecuniam tantum solvat et offerat ad Altare; et qui contra fecerit. etc.»
[342] Cfr., nel terzo libro, i capitoli che s'intitolano: La pronuba, e Il Jus primæ
Noctis.
[343] Cfr. Villemarqué. Op. cit.
[344] Cfr. Domenech. Op. cit.
[345] Cfr. Weber. Op. cit.
[346] De Rerum natura, IV:
Nec divina satum genitalem numina quoiquam
Absterrent, pater a natis ne dulcibus unquam.
Appelletur, et ut sterili Venere exigat aevom;
Quod plerumque putant, et multo sanguine moesti
Conspergunt aras, adolentque altaria donis,
Ut gravidas reddant uxores semine largo.
Nequidquam Divom numen, sorteisque fatigant.
[347] «Pervenit ad nos, quod dum quidam homines ad suscipiendam sponsam
cujusdam sponsi cum Paranympho et Troctingis (specie di giocolieri che saltano)
ambularent, perversi homines aquam sordidam et stercora super ipsum
jactassent, etc.»
[348] Lib. III: «Si quis proiecerit lapides ad domum, vel super domum alicuius
tempore quo ibi fierent nuptiæ.»
[349] Editi a Città di Castello, 1538: «Statuimus et ordinamus quod nullus
audeat vel presumat projicere lapidem vel petrudinem (sic) aliquam vel facere
aliquem rumorem ad domum alicuius nuptias celebrantis de die vel de nocte.»
[350] Cfr. Mutinelli. Lessico Veneto.
[351] Cfr. Miçkievic'. Canti Illirici.
[352] Tale, per esempio, è il tamburello a sonagli che usa negli Abruzzi.
[353] Cfr., di sopra il capitolo che intitolai: La parte del prete.
[354] Cfr. Weber. Op. cit.
[355] Cfr. i miei Studi sull'Epopea Indiana.
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[356] In uno studio speciale sovra l'Epopea latina, pubblicato nel Libero
Pensiero di Parma, nell'anno 1868, ho tentato mostrare come la vera e sola
epopea latina sia nella vita di Romolo, personaggio eminentemente mitico.
[357] Ἑλληνικόν τε καὶ ἀρχαῖον ἔθος
[358] Il Carmen nuptiale ci offre un'idea di tali contrasti:
At tu ne pugna cum tali coniuge, virgo.
Non aequum est pugnare, pater quoi tradidit ipse,
Ipse pater cum matre, quibus parere necesse est.
Virginitas non tota tua est, etc.
[359] Da lettera del prof. Ferdinando Santini.
[360] Cfr. il capitolo seguente.
[361] Cfr. Sztachovicz. Op. cit.
[362] «Staccatu.»
[363] «Apparatu.»
[364] «Costui adunque (un tal di Prato) sapendo ch'un suo amico menava
moglie, pensò subito, come è usanza di queste contrade, di farle un serraglio.»
[365] Dico forse inedito, perchè non vorrei che qualche eruditissimo e
gentilissimo bibliofilo mi venisse tosto, se io pubblico per inedito ciò che forse
non lo è più, a dare accusa di falso, come avviene tanto spesso in queste care
controversie dei nostri letterati; quasi che ci fosse così gran merito a scoprire un
manoscritto, quando questo manoscritto si trova inscritto a catalogo; quasi che
provenga molta più gloria a chi copia da un manoscritto che a chi copia da un
libro; quasi che ogni copiator di manoscritti diventasse un Angelo Mai. Io do per
inedito lo scritto che segue; se non lo è, poco male; io lo ripubblico perchè
nessuno lo conosce, o tanto pochi ne hanno notizia da non riuscire superflua una
nuova edizione. Per dare poi il suo a chi spetta, debbo ancora soggiugnere come
fu una indicazione del dotto ed ora compianto bibliotecario della
Magliabecchiana cav. Canestrini, che mi pose il manoscritto fra le mani. È una
inezia per la quale parrà che io spenda troppe parole; ma poichè sovra tali inezie
si spacciano e si pretendono, in giornata, diplomi d'immortalità, è bene avvertire
il lettore che io non vi pretendo affatto.
Considerazioni sopra l'usanze mutate nel presente secolo del 1600 cominciate a
notare da me, cav. Tommaso Rinuccinj, l'anno 1665 e con pensiero d'andar
seguitando fino a che Dio benedetto mi darà vita, trovandomi nell'età d'anni 69.
Nozze.
Concluso che era un Parentado, gl'interessati dell'una e dell'altra banda, ne
davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per mezzo d'un servitore
ai più lontani; poi per il giorno stabilito a uscir fuori la fanciulla in abito di sposa
s'invitavano le parenti fino in terzo grado ad accompagnarla alla messa; e
nell'uscir di casa s'incontravano alla porta una mano di giovani, che facevano il
serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de' suoi contenti, e mostrare di non
Pensiero di Parma, nell'anno 1868, ho tentato mostrare come la vera e sola
epopea latina sia nella vita di Romolo, personaggio eminentemente mitico.
[357] Ἑλληνικόν τε καὶ ἀρχαῖον ἔθος
[358] Il Carmen nuptiale ci offre un'idea di tali contrasti:
At tu ne pugna cum tali coniuge, virgo.
Non aequum est pugnare, pater quoi tradidit ipse,
Ipse pater cum matre, quibus parere necesse est.
Virginitas non tota tua est, etc.
[359] Da lettera del prof. Ferdinando Santini.
[360] Cfr. il capitolo seguente.
[361] Cfr. Sztachovicz. Op. cit.
[362] «Staccatu.»
[363] «Apparatu.»
[364] «Costui adunque (un tal di Prato) sapendo ch'un suo amico menava
moglie, pensò subito, come è usanza di queste contrade, di farle un serraglio.»
[365] Dico forse inedito, perchè non vorrei che qualche eruditissimo e
gentilissimo bibliofilo mi venisse tosto, se io pubblico per inedito ciò che forse
non lo è più, a dare accusa di falso, come avviene tanto spesso in queste care
controversie dei nostri letterati; quasi che ci fosse così gran merito a scoprire un
manoscritto, quando questo manoscritto si trova inscritto a catalogo; quasi che
provenga molta più gloria a chi copia da un manoscritto che a chi copia da un
libro; quasi che ogni copiator di manoscritti diventasse un Angelo Mai. Io do per
inedito lo scritto che segue; se non lo è, poco male; io lo ripubblico perchè
nessuno lo conosce, o tanto pochi ne hanno notizia da non riuscire superflua una
nuova edizione. Per dare poi il suo a chi spetta, debbo ancora soggiugnere come
fu una indicazione del dotto ed ora compianto bibliotecario della
Magliabecchiana cav. Canestrini, che mi pose il manoscritto fra le mani. È una
inezia per la quale parrà che io spenda troppe parole; ma poichè sovra tali inezie
si spacciano e si pretendono, in giornata, diplomi d'immortalità, è bene avvertire
il lettore che io non vi pretendo affatto.
Considerazioni sopra l'usanze mutate nel presente secolo del 1600 cominciate a
notare da me, cav. Tommaso Rinuccinj, l'anno 1665 e con pensiero d'andar
seguitando fino a che Dio benedetto mi darà vita, trovandomi nell'età d'anni 69.
Nozze.
Concluso che era un Parentado, gl'interessati dell'una e dell'altra banda, ne
davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per mezzo d'un servitore
ai più lontani; poi per il giorno stabilito a uscir fuori la fanciulla in abito di sposa
s'invitavano le parenti fino in terzo grado ad accompagnarla alla messa; e
nell'uscir di casa s'incontravano alla porta una mano di giovani, che facevano il
serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de' suoi contenti, e mostrare di non
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volerla lasciar uscire, se non donava loro qualcosa, al che rispondeva la sposa
con cortesia, e dava loro, o anello, o smaniglio, o cosa simile, et allora quello
che haveva parlato (che era sempre uno de più giovani e riguardevoli della
truppa) ringraziava e pigliava a servire la sposa, con darli di braccio sino alla
carrozza o per tutta la strada se s'andava a piedi, come per lo più seguiva, e al
ritorno a casa restavano a banchetto tutti quei parenti e parente che erano stati
invitati, e quelli del serraglio restavano licenziati. L'anello si dava poi in altro
giorno, nel quale si faceva una colizione grande di confettura bianca, et un
festino di ballo, dove era sala capace, o pure si giuocava a Giulé, se era stagione
da vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c'era un uomo in capo alla sala
che con una listra, che haveva in mano, chiamava per ordine de' gradi di
parentela ciascuno; e così senza confusione andava ciascuno al suo luogo, le
donne da una banda, e gli uomini dall'altra. Mentre erano a tavola al banchetto
delle nozze, soleva ordinariamente comparire con mandato di quello, che haveva
parlato nel serraglio, che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti
d'odori, il regalo che haveva havuto da lei, e lo sposo rimandava il bacile con 30-
40, e fino in 60, e 100 scudi, secondo le facoltà, de quali se ne serviva poi quello
con gli altri compagni in una cena tra loro, o in fare una mascherata, o altra festa
simile.
Si dismesse poi il far il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi del
denaro in uso proprio; onde questo costume non si riconosce adesso se non in
Corte, che quando una delle dame della Ser.ma Gran Duchessa se ne va sposa a
casa sua, i paggi del Gran Duca vi fanno il serraglio e la servono sino alla porta
del palazzo, e fanno poi del denaro un banchetto tra di loro.
Si dismesse ancora ne' banchetti il chiamare i parenti nel mettersi a tavola con
l'ordine del grado del parentado, onde pare ne siano nati due disordini, cioè, che
non tutti gl'invitati sanno in riguardo degli altri il loro grado, e si mettono a fare
insieme tante cerimonie, per voler mandare in su gli altri, che genera confusione,
e disagio per chi è di già al suo posto. E l'altro, che in vece di molti parenti si
invitavano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quelli e qualche
volta questi amici sono tanti, che escludono dall'invito molti parenti (per non
esser la sala capace di tante persone) che si va perdendo quella famigliarità, che
dovrebbe essere tra i parenti.
S'è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo
d'altri, ma s'è introdotto di farlo per polizza, scrivendosi in un quarto di foglio.
N. dà conto a V. S. Ill. che ha maritata la N. sua figliola o sorella al sig. N. in via
tale, e si consegnano ad un servitore o altra persona domestica di casa, che le
porta dove vanno, lasciandole in casa di ciascuno. E perchè molti hanno
cominciato, per meno briga, a fare stampare queste polizze, pare che si possa
credere, che l'usanza s'introduce comunemente.
La funzione dell'anello s'è fatta quasi sempre in casa, se bene qualch'uno l'ha
voluto, per devozione, dare in chiesa, e le spose vestivano quel giorno di bianco,
e con una veste che aveva le maniche aperte fino in terra, ma poi s'è dismesso, e
il colore, e la foggia, vestendosi ciascheduna sposa all'uso dell'altre donne, e di
che colore più li piace.
con cortesia, e dava loro, o anello, o smaniglio, o cosa simile, et allora quello
che haveva parlato (che era sempre uno de più giovani e riguardevoli della
truppa) ringraziava e pigliava a servire la sposa, con darli di braccio sino alla
carrozza o per tutta la strada se s'andava a piedi, come per lo più seguiva, e al
ritorno a casa restavano a banchetto tutti quei parenti e parente che erano stati
invitati, e quelli del serraglio restavano licenziati. L'anello si dava poi in altro
giorno, nel quale si faceva una colizione grande di confettura bianca, et un
festino di ballo, dove era sala capace, o pure si giuocava a Giulé, se era stagione
da vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c'era un uomo in capo alla sala
che con una listra, che haveva in mano, chiamava per ordine de' gradi di
parentela ciascuno; e così senza confusione andava ciascuno al suo luogo, le
donne da una banda, e gli uomini dall'altra. Mentre erano a tavola al banchetto
delle nozze, soleva ordinariamente comparire con mandato di quello, che haveva
parlato nel serraglio, che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti
d'odori, il regalo che haveva havuto da lei, e lo sposo rimandava il bacile con 30-
40, e fino in 60, e 100 scudi, secondo le facoltà, de quali se ne serviva poi quello
con gli altri compagni in una cena tra loro, o in fare una mascherata, o altra festa
simile.
Si dismesse poi il far il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi del
denaro in uso proprio; onde questo costume non si riconosce adesso se non in
Corte, che quando una delle dame della Ser.ma Gran Duchessa se ne va sposa a
casa sua, i paggi del Gran Duca vi fanno il serraglio e la servono sino alla porta
del palazzo, e fanno poi del denaro un banchetto tra di loro.
Si dismesse ancora ne' banchetti il chiamare i parenti nel mettersi a tavola con
l'ordine del grado del parentado, onde pare ne siano nati due disordini, cioè, che
non tutti gl'invitati sanno in riguardo degli altri il loro grado, e si mettono a fare
insieme tante cerimonie, per voler mandare in su gli altri, che genera confusione,
e disagio per chi è di già al suo posto. E l'altro, che in vece di molti parenti si
invitavano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quelli e qualche
volta questi amici sono tanti, che escludono dall'invito molti parenti (per non
esser la sala capace di tante persone) che si va perdendo quella famigliarità, che
dovrebbe essere tra i parenti.
S'è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo
d'altri, ma s'è introdotto di farlo per polizza, scrivendosi in un quarto di foglio.
N. dà conto a V. S. Ill. che ha maritata la N. sua figliola o sorella al sig. N. in via
tale, e si consegnano ad un servitore o altra persona domestica di casa, che le
porta dove vanno, lasciandole in casa di ciascuno. E perchè molti hanno
cominciato, per meno briga, a fare stampare queste polizze, pare che si possa
credere, che l'usanza s'introduce comunemente.
La funzione dell'anello s'è fatta quasi sempre in casa, se bene qualch'uno l'ha
voluto, per devozione, dare in chiesa, e le spose vestivano quel giorno di bianco,
e con una veste che aveva le maniche aperte fino in terra, ma poi s'è dismesso, e
il colore, e la foggia, vestendosi ciascheduna sposa all'uso dell'altre donne, e di
che colore più li piace.
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[366] Plauto, nella Casina, IV. 3:
Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,
Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo.
[367] «Et se (lo sposo) menerà la ditta donna, fatta la festa delle nozze dal dì
della ditta traduttione, guadagni i frutti, le rendite e l'entrate de' beni di essa
donna. Et dal dì della ditta festiva e pubblica traduttione, tutti i beni della ditta
donna, posti nell'inventario, si intendino e siano per autorità del presente Statuto
assegnati et dati per dote allo sposo, sia, o non sia seguita la copula carnale, o
che la ditta donna sia pubere, ovvero che la sia impubere.»
[368] Per esempio, nel Piemonte e nel Trentino.
[369] Histoire du Buddha Sakya Mouni traduite du tibétain par Foucaux.
[370] Sztachovicz. Op. cit.
[371] Tommaseo. Canti greci.
[372] Lib. IV: «In domo nuptiarum nocte sequenti post dictam diem nuptiarum
post tertium sonum campanae, quæ pulsatur de sero alle tre, non possit danzari,
sonari, carolari, vel tripudiari, et quod contra fecerit puniatur, etc.»
[373] Code du Cérémonial par Mme la comtesse de Bassanville. Paris, 1867:
«La mariée se retire de bonne heure avec sa mère, en évitant d'être vue; c'est
manquer de savoir-vivre, que paraître s'apercevoir qu'elle se dispose à s'en aller.
Le marié quitte la soirée peu de temps après la mariée. Il choisit le moment où
l'on danse pour ne pas être remarqué.»
[374] Cfr. Atharvaveda, lib. XIV, presso gli Indische studien di Weber, v.
[375] Zeitschrift für Deutsche Mythologie.
[376] Casina:
Sensim super attolle limen pedes, nova nupta.
[377] In Nuptias Juliæ et Manlii:
Transfer omine cum bono
Limen aureolos pedes
Rasilemque subi forem.
[378] De bello Pharsalico:
Turritaque premens frontem matrona corona
Translata vitat contingere limina planta.
[379] Cfr. Rossbach. Untersuchungen über die Römische Ehe, Stuttgart, 1853.
[380] Giornata terza, atto secondo, scena 18.ª.
[381] XXIV:
Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,
Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo.
[367] «Et se (lo sposo) menerà la ditta donna, fatta la festa delle nozze dal dì
della ditta traduttione, guadagni i frutti, le rendite e l'entrate de' beni di essa
donna. Et dal dì della ditta festiva e pubblica traduttione, tutti i beni della ditta
donna, posti nell'inventario, si intendino e siano per autorità del presente Statuto
assegnati et dati per dote allo sposo, sia, o non sia seguita la copula carnale, o
che la ditta donna sia pubere, ovvero che la sia impubere.»
[368] Per esempio, nel Piemonte e nel Trentino.
[369] Histoire du Buddha Sakya Mouni traduite du tibétain par Foucaux.
[370] Sztachovicz. Op. cit.
[371] Tommaseo. Canti greci.
[372] Lib. IV: «In domo nuptiarum nocte sequenti post dictam diem nuptiarum
post tertium sonum campanae, quæ pulsatur de sero alle tre, non possit danzari,
sonari, carolari, vel tripudiari, et quod contra fecerit puniatur, etc.»
[373] Code du Cérémonial par Mme la comtesse de Bassanville. Paris, 1867:
«La mariée se retire de bonne heure avec sa mère, en évitant d'être vue; c'est
manquer de savoir-vivre, que paraître s'apercevoir qu'elle se dispose à s'en aller.
Le marié quitte la soirée peu de temps après la mariée. Il choisit le moment où
l'on danse pour ne pas être remarqué.»
[374] Cfr. Atharvaveda, lib. XIV, presso gli Indische studien di Weber, v.
[375] Zeitschrift für Deutsche Mythologie.
[376] Casina:
Sensim super attolle limen pedes, nova nupta.
[377] In Nuptias Juliæ et Manlii:
Transfer omine cum bono
Limen aureolos pedes
Rasilemque subi forem.
[378] De bello Pharsalico:
Turritaque premens frontem matrona corona
Translata vitat contingere limina planta.
[379] Cfr. Rossbach. Untersuchungen über die Römische Ehe, Stuttgart, 1853.
[380] Giornata terza, atto secondo, scena 18.ª.
[381] XXIV:
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... E se talvolta o suora
O fratello o cognata, o la medesma
Veneranda tua madre (chè benigno
A me fu Priamo ognor) mi rampognava,
Tu mansueto, con dolce ripiglio,
Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.
[382] Cfr. Foucaux. Histoire du Bouddha Sakya Mouni.
[383] La Dora.
[384] Un tinello di quagliata; cfr. Tommaseo, Canti Côrsi.
[385] Cfr. Mittermaier, Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts. Cfr.
la formola tedesca nel XIII capitolo del primo libro di quest'opera.
[386] Sant'Ambrogio, Epistola 47 a Syagrio: «Quo mulier offensa, claves
remisit, domum revertit.»
[387] Ed. Henschel, 1840-50.
[388] Cfr. Kuhn und Schwarz, Op. cit.
[389] Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia tedesca di Val
Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo ci offre un intiero
capitoletto interessante relativo a quegli usi nuziali, lo riferisco qui nella sua
integrità. Il libro porta questo titolo: Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed
alpi, di Valentino Carrera (Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252
leggiamo il capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la
cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava
nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo
spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di
Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato.
Il padrino, coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri
svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione —
porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le
falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi
non ha le molli donnesche carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad
educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.
E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando
s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.
Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite
canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola, onde tutti gli spechi
montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa
dal natìo casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina
sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al
tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente
mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperto
d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino,
precede gli altri e dalle penne, ond'ha ornato il capo, appare quale caraibo. Egli
tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse,
O fratello o cognata, o la medesma
Veneranda tua madre (chè benigno
A me fu Priamo ognor) mi rampognava,
Tu mansueto, con dolce ripiglio,
Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.
[382] Cfr. Foucaux. Histoire du Bouddha Sakya Mouni.
[383] La Dora.
[384] Un tinello di quagliata; cfr. Tommaseo, Canti Côrsi.
[385] Cfr. Mittermaier, Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts. Cfr.
la formola tedesca nel XIII capitolo del primo libro di quest'opera.
[386] Sant'Ambrogio, Epistola 47 a Syagrio: «Quo mulier offensa, claves
remisit, domum revertit.»
[387] Ed. Henschel, 1840-50.
[388] Cfr. Kuhn und Schwarz, Op. cit.
[389] Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia tedesca di Val
Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo ci offre un intiero
capitoletto interessante relativo a quegli usi nuziali, lo riferisco qui nella sua
integrità. Il libro porta questo titolo: Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed
alpi, di Valentino Carrera (Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252
leggiamo il capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la
cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava
nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo
spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di
Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato.
Il padrino, coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri
svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione —
porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le
falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi
non ha le molli donnesche carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad
educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.
E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando
s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.
Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite
canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola, onde tutti gli spechi
montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa
dal natìo casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina
sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al
tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente
mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperto
d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino,
precede gli altri e dalle penne, ond'ha ornato il capo, appare quale caraibo. Egli
tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse,
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quasi simbolo di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura,
il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto,
quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che inchina sul bastone la gibbosa
persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le
scarpe fibbiate, cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto
splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.
Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna
con non poca ingiuria al bel sesso.
Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non
oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto.
Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo
delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello
sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di
boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.
Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello
sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La
sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni
istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti,
chiunque ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità
della sposa.
Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo
sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a
pensare a tutti.»
[390] «Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro l'uscio; non mi
hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»
[391] Perugino.
[392] Sardegna.
[393] Sicilia.
[394] Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi nel mosto.
[395] Trentino.
[396] Grecia antica. Cfr. Becker. Charikles, III.
[397] Cfr. Musso. Chronicon Placentinum, presso il Muratori, R. It. Ser. XVI:
«Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum caxeo et croco et
zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas; et post, lotis manibus,
antequam tabulae leventur, dant bibere et confectum zuchari et post dant
bibere.»
[398] Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV.
[399] Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam
[400] In Nuptias Juliæ et Manlii:
Neu nuces pueris neget
il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto,
quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che inchina sul bastone la gibbosa
persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le
scarpe fibbiate, cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto
splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.
Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna
con non poca ingiuria al bel sesso.
Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non
oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto.
Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo
delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello
sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di
boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.
Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello
sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La
sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni
istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti,
chiunque ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità
della sposa.
Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo
sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a
pensare a tutti.»
[390] «Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro l'uscio; non mi
hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»
[391] Perugino.
[392] Sardegna.
[393] Sicilia.
[394] Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi nel mosto.
[395] Trentino.
[396] Grecia antica. Cfr. Becker. Charikles, III.
[397] Cfr. Musso. Chronicon Placentinum, presso il Muratori, R. It. Ser. XVI:
«Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum caxeo et croco et
zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas; et post, lotis manibus,
antequam tabulae leventur, dant bibere et confectum zuchari et post dant
bibere.»
[398] Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV.
[399] Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam
[400] In Nuptias Juliæ et Manlii:
Neu nuces pueris neget
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Desertum domini audiens
Concubinus amorem.
Da nuces pueris, iners
Concubine. Satis diu
Lusisti nucibus. Lubet
Jam servire Thalassio.
Concubine, nuces da.
Sordebant tibi villuli,
Concubine, hodie atque heri
Nunc tuum cinerarius
Tondet os. Miser, ah miser
Concubine, nuces da.
[401] Pane e noci, Vita da sposi.
[402] Cfr. Caballero. Cuentos y poesias populares andaluces, nel cuento che
s'intitola: La suegra del diablo. «Siendo para Panfila el pelar la pava una
perspectiva mas halagüeña que la caldera de la lejía, dejò que se degañotase su
madre, y acudió à la reja.»
[403] Lo riferisco in nota per la sua stranezza:
Che bel piasì ch' l'è p'r mi
Esse si tant bin vestì.
Im ved propi a sté bin
In grassia d'l spus Giuvanin.
S'era bütame a t'rmolé,
Quand la cüsinera l'è vnüme a ciapé;
Ma, avend sentì che, p'r mia mercede,
Am fasìu vnì a pusséde
Tüta la bela cumpagnia
D' sta spusiña tant'alegra e ardìa,
Sübit sunt vultame in alegrìa.
Oh! am pias pi esse an mes a ste spusiñe
Ch'andè tüt 'l dì cun cule galiñe.
An sissì i god üna perfeta tranquilità
Suvra sta taula tan bin parià.
Pitu l'é 'l me nom e sun ün nubilass,
L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass.
Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegrament
A vnì fin adess che vöi fé me testament.
Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöi
Ch'as fan d'tuiru fin an s'y öi,
Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so anbröi.
'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me.
A j'é pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné.
Andé dunque dal nudar; i vöi agiüsté bin i me afé,
P'r ch'ai sia pöi nen da litighé.
Sì a j'é i testimoni ch'a sun Simon Gervas e Peru
Concubinus amorem.
Da nuces pueris, iners
Concubine. Satis diu
Lusisti nucibus. Lubet
Jam servire Thalassio.
Concubine, nuces da.
Sordebant tibi villuli,
Concubine, hodie atque heri
Nunc tuum cinerarius
Tondet os. Miser, ah miser
Concubine, nuces da.
[401] Pane e noci, Vita da sposi.
[402] Cfr. Caballero. Cuentos y poesias populares andaluces, nel cuento che
s'intitola: La suegra del diablo. «Siendo para Panfila el pelar la pava una
perspectiva mas halagüeña que la caldera de la lejía, dejò que se degañotase su
madre, y acudió à la reja.»
[403] Lo riferisco in nota per la sua stranezza:
Che bel piasì ch' l'è p'r mi
Esse si tant bin vestì.
Im ved propi a sté bin
In grassia d'l spus Giuvanin.
S'era bütame a t'rmolé,
Quand la cüsinera l'è vnüme a ciapé;
Ma, avend sentì che, p'r mia mercede,
Am fasìu vnì a pusséde
Tüta la bela cumpagnia
D' sta spusiña tant'alegra e ardìa,
Sübit sunt vultame in alegrìa.
Oh! am pias pi esse an mes a ste spusiñe
Ch'andè tüt 'l dì cun cule galiñe.
An sissì i god üna perfeta tranquilità
Suvra sta taula tan bin parià.
Pitu l'é 'l me nom e sun ün nubilass,
L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass.
Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegrament
A vnì fin adess che vöi fé me testament.
Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöi
Ch'as fan d'tuiru fin an s'y öi,
Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so anbröi.
'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me.
A j'é pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné.
Andé dunque dal nudar; i vöi agiüsté bin i me afé,
P'r ch'ai sia pöi nen da litighé.
Sì a j'é i testimoni ch'a sun Simon Gervas e Peru
Page 221
Carlin Bastian Giüspin e Toni 'l gneru.
Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntenté
P'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé.
Lass i me oss a ün can bel gross.
La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà,
A smijrà bin buña à tüta quanta la taulà.
Tüta la mia piüma pi fiña
Ch'a serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta.
E arivand la necessità,
A sarà pöi già parià.
Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar,
Vöi pa passé da avar.
I lass dal bech an sü e dal pnass an giù:
E se a n'a pa pru, ch'as grata 'l cü.
[404]
Missa haec face,
Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas.
[405] «O voi, padre della sposa, vi presenteremo la penna d'oca; ora che avete
maritata la figlia conviene pagarle la dote. O voi, padre dello sposo, vi
presenteremo il fior di ortica, affinchè non la teniate nè peggio nè meglio che se
fosse vostra figlia. O voi, signora sposa, che siete sì ben vestita, ci sembrate il
nostro mandorlo quand'esso è sì bene fiorito. O voi, signore sposo, che siete sì
bene vestito, voi sembrate il nostro pesco quando è sì bene fiorito. O voi, signora
sposa, vi presenteremo il ramo, e se l'uomo non è bello sarà tanto più gentile. O
voi, signore sposo, vi daremo da intendere che abbiamo portati questi fiori,
perchè ce li facciate vendere.»
[406] «Voi, signora sposa, vi presenteremo una ghianda bucata; quando l'uomo
venga per battervi, pigliate la valle de' prati. S'ella si trova lesta, si butta giù dalla
finestra; se si trova snella, essa piglia la valle dei prati.»
[407] Dintorni di Fenestrelle.
[408] In Nuptias Juliae et Manlii.
[409] Gli Statuti di Modena, pubblicati e illustrati dal Campori, prescrivevano
che sole 12 persone, oltre la famiglia, potessero intervenire al banchetto nuziale;
e lo stesso Campori cita il banchetto di un Rossi con una Sanvitale, al quale
presero parte 1214 uomini, 386 donne e 300 servi; egli è vero che si trattava in
questo caso di nobili, i quali si mettevano quasi sempre sopra la legge.
[410] Cfr. De Habitu Virginum, opera, 1726, p. 179: «Quasdam virgines non
pudet nubentibus interesse, et in illa lascivientium libertate sermonum colloquia
incesta miscere, audire quod non licet dicere, observare et esse præsentes inter
verba turpia et temulenta convivia, quibus libidinum fomes accenditur, sponsa
ad patientiam stupri, ad audaciam sponsus animatur.»
Varrone, presso Nonio Marcellino: «Pueri obscoenis novae nuptulae aures
restaurant.»
Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntenté
P'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé.
Lass i me oss a ün can bel gross.
La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà,
A smijrà bin buña à tüta quanta la taulà.
Tüta la mia piüma pi fiña
Ch'a serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta.
E arivand la necessità,
A sarà pöi già parià.
Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar,
Vöi pa passé da avar.
I lass dal bech an sü e dal pnass an giù:
E se a n'a pa pru, ch'as grata 'l cü.
[404]
Missa haec face,
Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas.
[405] «O voi, padre della sposa, vi presenteremo la penna d'oca; ora che avete
maritata la figlia conviene pagarle la dote. O voi, padre dello sposo, vi
presenteremo il fior di ortica, affinchè non la teniate nè peggio nè meglio che se
fosse vostra figlia. O voi, signora sposa, che siete sì ben vestita, ci sembrate il
nostro mandorlo quand'esso è sì bene fiorito. O voi, signore sposo, che siete sì
bene vestito, voi sembrate il nostro pesco quando è sì bene fiorito. O voi, signora
sposa, vi presenteremo il ramo, e se l'uomo non è bello sarà tanto più gentile. O
voi, signore sposo, vi daremo da intendere che abbiamo portati questi fiori,
perchè ce li facciate vendere.»
[406] «Voi, signora sposa, vi presenteremo una ghianda bucata; quando l'uomo
venga per battervi, pigliate la valle de' prati. S'ella si trova lesta, si butta giù dalla
finestra; se si trova snella, essa piglia la valle dei prati.»
[407] Dintorni di Fenestrelle.
[408] In Nuptias Juliae et Manlii.
[409] Gli Statuti di Modena, pubblicati e illustrati dal Campori, prescrivevano
che sole 12 persone, oltre la famiglia, potessero intervenire al banchetto nuziale;
e lo stesso Campori cita il banchetto di un Rossi con una Sanvitale, al quale
presero parte 1214 uomini, 386 donne e 300 servi; egli è vero che si trattava in
questo caso di nobili, i quali si mettevano quasi sempre sopra la legge.
[410] Cfr. De Habitu Virginum, opera, 1726, p. 179: «Quasdam virgines non
pudet nubentibus interesse, et in illa lascivientium libertate sermonum colloquia
incesta miscere, audire quod non licet dicere, observare et esse præsentes inter
verba turpia et temulenta convivia, quibus libidinum fomes accenditur, sponsa
ad patientiam stupri, ad audaciam sponsus animatur.»
Varrone, presso Nonio Marcellino: «Pueri obscoenis novae nuptulae aures
restaurant.»
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Nè si risparmiavano le pronube; quindi San Gerolamo, nell'Epistola a Geronzia:
«Responde mihi, carissima in Christo filia. Inter ista nuptura es? Quem
acceptura virum? Cedo? fugitivum; an pugnaturum? Quid utrumque sequatur
intelligis, et Fescennino carmine terribilis tibi rauco sonitu buccina concrepabit,
ut quas habeas pronubas, habeas forte lugentes.»
[411] De Civitate Dei, lib. 6, cap. IX: «Cum mas et fœmina conjungantur,
adhibetur deus Jugatinus. Sit hoc ferendum. Sed domum est ducenda quæ nubit;
adhibetur deus Domiducus; ut in domo sit, adhibetur deus Domitius; ut maneat
cum viro, additur dea Manturna. Impletur cubiculum turba numinum, quando
et paranymphi inde discedunt. Adest dea Virginensis et deus pater Subigus et
dea mater Prema et dea Pertunda et Venus et Priapus. Virginensis quidem ad
hoc ut virgini zona solvatur; Subigus ut viro subigatur; Prema, ut subacta, ne se
commoveat, comprimatur.»
[412] Cfr. Nieuport, De ritibus Romanorum.
[413] Veggasi quanto abbiamo scritto, in proposito, nel capitolo dei pronostici.
[414] Cfr. Hotman, De veteri ritu nuptiarum: «rapi solebat fax nuptialis, qua
prælucente nova nupta deducta fuerat ab utrisque amicis, ut ait Festus, ne aut
uxor sub lecto viri, aut vir in sepulchro comburendam curaret, quo utraque mors
propinqua alterius captari putabatur.»
[415] Cfr. il cap. IV del secondo libro.
[416] Antiquitates Italicæ, diss. XX. De actibus mulierum. Gli sposi «a sacerdote
monebantur, ut ob reverentiam Sacramenti eo die et sequenti nocte a commercio
carnali abstinerent. Imo erant, qui per biduum et triduum subsequens
observandam indicerent continentiam.»
[417] Cfr. Becker, Op. cit.
[418] Cfr. Hotman. Op. cit. — Macrobio, lib. I, c. 15: «Primus nuptiarum dies
verecundiæ datur.» — Ricordo poi ancora l'ordine che dà Romolo, presso
Dionigi d'Alicarnasso, II, ai giovani romani che rapiscono le Sabine di serbarle
caste per una notte, quindi menarle: «καὶ φυλάττειν ἁγνὰς ἐκείνην τὴν νύκτα.»
[419] In Allgäun e Bettringen; Cfr. Weber. Op. cit.
[420] Cfr. Ubicini. La Turquie actuelle.
[421] Cfr. novella 154 «.... essendo le nozze di Genova di quest'usanza ch'elle
durano quattro dì e sempre si balla e canta, mai non si proffera nè vino, nè
confetti, perocchè dicono che profferendo il vino, e' confetti, è uno accomiatare
altrui; e l'ultimo dì la sposa giace col marito e non prima.»
[422] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.
[423] Cfr. Simbrock. Op. cit.
[424] Saturn. I. 16.
[425] Cfr. un contratto di matrimonio del 1462, presso il Du Cange. Op. cit.
«Convenerunt ulterius dicti domini de Altoforti et de Ulmo, patres dictorum
sponsi et sponsæ futurorum, facere sollempnisari dictum matrimonium de dictis
«Responde mihi, carissima in Christo filia. Inter ista nuptura es? Quem
acceptura virum? Cedo? fugitivum; an pugnaturum? Quid utrumque sequatur
intelligis, et Fescennino carmine terribilis tibi rauco sonitu buccina concrepabit,
ut quas habeas pronubas, habeas forte lugentes.»
[411] De Civitate Dei, lib. 6, cap. IX: «Cum mas et fœmina conjungantur,
adhibetur deus Jugatinus. Sit hoc ferendum. Sed domum est ducenda quæ nubit;
adhibetur deus Domiducus; ut in domo sit, adhibetur deus Domitius; ut maneat
cum viro, additur dea Manturna. Impletur cubiculum turba numinum, quando
et paranymphi inde discedunt. Adest dea Virginensis et deus pater Subigus et
dea mater Prema et dea Pertunda et Venus et Priapus. Virginensis quidem ad
hoc ut virgini zona solvatur; Subigus ut viro subigatur; Prema, ut subacta, ne se
commoveat, comprimatur.»
[412] Cfr. Nieuport, De ritibus Romanorum.
[413] Veggasi quanto abbiamo scritto, in proposito, nel capitolo dei pronostici.
[414] Cfr. Hotman, De veteri ritu nuptiarum: «rapi solebat fax nuptialis, qua
prælucente nova nupta deducta fuerat ab utrisque amicis, ut ait Festus, ne aut
uxor sub lecto viri, aut vir in sepulchro comburendam curaret, quo utraque mors
propinqua alterius captari putabatur.»
[415] Cfr. il cap. IV del secondo libro.
[416] Antiquitates Italicæ, diss. XX. De actibus mulierum. Gli sposi «a sacerdote
monebantur, ut ob reverentiam Sacramenti eo die et sequenti nocte a commercio
carnali abstinerent. Imo erant, qui per biduum et triduum subsequens
observandam indicerent continentiam.»
[417] Cfr. Becker, Op. cit.
[418] Cfr. Hotman. Op. cit. — Macrobio, lib. I, c. 15: «Primus nuptiarum dies
verecundiæ datur.» — Ricordo poi ancora l'ordine che dà Romolo, presso
Dionigi d'Alicarnasso, II, ai giovani romani che rapiscono le Sabine di serbarle
caste per una notte, quindi menarle: «καὶ φυλάττειν ἁγνὰς ἐκείνην τὴν νύκτα.»
[419] In Allgäun e Bettringen; Cfr. Weber. Op. cit.
[420] Cfr. Ubicini. La Turquie actuelle.
[421] Cfr. novella 154 «.... essendo le nozze di Genova di quest'usanza ch'elle
durano quattro dì e sempre si balla e canta, mai non si proffera nè vino, nè
confetti, perocchè dicono che profferendo il vino, e' confetti, è uno accomiatare
altrui; e l'ultimo dì la sposa giace col marito e non prima.»
[422] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.
[423] Cfr. Simbrock. Op. cit.
[424] Saturn. I. 16.
[425] Cfr. un contratto di matrimonio del 1462, presso il Du Cange. Op. cit.
«Convenerunt ulterius dicti domini de Altoforti et de Ulmo, patres dictorum
sponsi et sponsæ futurorum, facere sollempnisari dictum matrimonium de dictis
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sponso et sponsa in primo sponsalio, post festum nativitatis Domini proxime
venturum.»
[426] Cfr. Ovidio. Fast. V:
Si te proverbia tangunt,
Mense malas Maio nubere vulgus ait.
[427] Op. cit., ultima edizione, sotto la voce Burghenglish: «Burghenglish,
Rastallo vetus est Consuetudo in Burgo veteri, in quo, si pater relictis pluribus
filiis decedat, secundogenitus ei solummodo succedit in terris et tenementis,
quibus saisitus erat in burgo, cum decessit, vi istius consuetudinis; quam etiam
locum habuisse in familia Hœstratam auctor est Ludovicus Guicciardinus in
Descr. Belgii. Ea autem Lex obtinet in Comitatu et urbe Nottinghamensi, ut
habet Christoforus de S. Germano in Dialogo de Legibus Angliæ cap. VI: Natu
Minimus domicilium principale habebit, in Leg. Hoeli Boni ed. Wotton, pag.
346 Quem usum in pluribus locis viguisse testantur Mittermaier, princip. Jur.
Germanici.
[428] Cfr. la mia Storia dei viaggiatori Italiani nelle Indie orientali. Livorno,
1874.
[429] Cfr. l'inno 85.º del 10.º libro del R'igveda.
[430] Cfr. ib. e il lib. 14.º dell'Atharvaveda, presso gli Indische Studien di Weber,
V.
[431] Cfr. Chéruel. Op. cit.
[432] Op. cit. — «Sciendum est (così nelle Leges Scoticæ, lib. IV, cap. 31) quod
secundum asisam terræ, quæcumque mulier fuerit, sive nobilis, sive serva, sive
mercenaria, Marcheta sua erit una juvenca, vet 3 solidi, et rectum servientis 3
denarii. Et si filia liberi sit, et non domini villæ, Marcheta sua erti una vacca,
vel 6 solidi; et rectum servientis 6 denarii. Item Marcheta filiæ Thani vel
Ogetharii, 2 vaccae vel 12 solidi.... Item Marcheta filiæ Comitis, est Reginae, 12
vaccae.» In quem locum sic Skeneus (l'editore delle Leges Scoticae): «March
equum significat prisca Scotorum lingua. Hinc deducta metaphora ab
equitando, Marcheta mulieris, dicitur virginalis pudicitiæ prima violatio et
delibatio, quæ ab Eveno rege, dominis capitalibus fuit impie permissa, de
omnibus novis nuptis, prima nuptiarum nocte. Sed et pie a Malcolmo III sublata
fuit, et in hoc capite certo vaccarum numero et quasi pretio redimitur.» —
«Nemo (così le Leges Hoeli Boni Regis Valliae cap. 21) feminam det viro,
antequam de mercede domino reddenda fidejussorem accipiat. Puella dicitur
esse desertum Regis et ob hoc Regis est de ea amachyr (pretium virginitatis)
habere» — «Scribit præterea vir doctissimus Daniel Pabebrochius ad Vitam S.
Foranni Abbatis Walciodorosensis, eam præstationem pro redemptione primæ
noctis nuptiarum a servis glebae exigi etiamnum a praediorum dominis in
Belgii, Frisiae ac Germaniae aliquot tractibus: ad quam etiam consuetudinem
referendum illud videtur, quod olim Ambianensis Episcopus in suos dioecesanos
jus sibi competere asserebat, videlicet ut iis qui noviter nuptias inierant, tribus
prioribus noctibus post earum celebrationem una non liceret, nisi certa pecuniæ
venturum.»
[426] Cfr. Ovidio. Fast. V:
Si te proverbia tangunt,
Mense malas Maio nubere vulgus ait.
[427] Op. cit., ultima edizione, sotto la voce Burghenglish: «Burghenglish,
Rastallo vetus est Consuetudo in Burgo veteri, in quo, si pater relictis pluribus
filiis decedat, secundogenitus ei solummodo succedit in terris et tenementis,
quibus saisitus erat in burgo, cum decessit, vi istius consuetudinis; quam etiam
locum habuisse in familia Hœstratam auctor est Ludovicus Guicciardinus in
Descr. Belgii. Ea autem Lex obtinet in Comitatu et urbe Nottinghamensi, ut
habet Christoforus de S. Germano in Dialogo de Legibus Angliæ cap. VI: Natu
Minimus domicilium principale habebit, in Leg. Hoeli Boni ed. Wotton, pag.
346 Quem usum in pluribus locis viguisse testantur Mittermaier, princip. Jur.
Germanici.
[428] Cfr. la mia Storia dei viaggiatori Italiani nelle Indie orientali. Livorno,
1874.
[429] Cfr. l'inno 85.º del 10.º libro del R'igveda.
[430] Cfr. ib. e il lib. 14.º dell'Atharvaveda, presso gli Indische Studien di Weber,
V.
[431] Cfr. Chéruel. Op. cit.
[432] Op. cit. — «Sciendum est (così nelle Leges Scoticæ, lib. IV, cap. 31) quod
secundum asisam terræ, quæcumque mulier fuerit, sive nobilis, sive serva, sive
mercenaria, Marcheta sua erit una juvenca, vet 3 solidi, et rectum servientis 3
denarii. Et si filia liberi sit, et non domini villæ, Marcheta sua erti una vacca,
vel 6 solidi; et rectum servientis 6 denarii. Item Marcheta filiæ Thani vel
Ogetharii, 2 vaccae vel 12 solidi.... Item Marcheta filiæ Comitis, est Reginae, 12
vaccae.» In quem locum sic Skeneus (l'editore delle Leges Scoticae): «March
equum significat prisca Scotorum lingua. Hinc deducta metaphora ab
equitando, Marcheta mulieris, dicitur virginalis pudicitiæ prima violatio et
delibatio, quæ ab Eveno rege, dominis capitalibus fuit impie permissa, de
omnibus novis nuptis, prima nuptiarum nocte. Sed et pie a Malcolmo III sublata
fuit, et in hoc capite certo vaccarum numero et quasi pretio redimitur.» —
«Nemo (così le Leges Hoeli Boni Regis Valliae cap. 21) feminam det viro,
antequam de mercede domino reddenda fidejussorem accipiat. Puella dicitur
esse desertum Regis et ob hoc Regis est de ea amachyr (pretium virginitatis)
habere» — «Scribit præterea vir doctissimus Daniel Pabebrochius ad Vitam S.
Foranni Abbatis Walciodorosensis, eam præstationem pro redemptione primæ
noctis nuptiarum a servis glebae exigi etiamnum a praediorum dominis in
Belgii, Frisiae ac Germaniae aliquot tractibus: ad quam etiam consuetudinem
referendum illud videtur, quod olim Ambianensis Episcopus in suos dioecesanos
jus sibi competere asserebat, videlicet ut iis qui noviter nuptias inierant, tribus
prioribus noctibus post earum celebrationem una non liceret, nisi certa pecuniæ
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summa ei persoluta; quod quidem (prohibitum Litter. Philippi VI anni 1336 et
Caroli VI anni 1338) tandem penitus abrogatum fuit Abbavillensium petitione
Aresto Parlamenti Parisiensi 19 Martii anno 1409; nisi forte id juris sibi
arrogarit Episcopus, quod Concilio Carthaginiensi IV, can. 13 «sponsus et
sponsa, cum benedictionem acceperint eadem nocte pro reverentia ipsius
benedictionis in virginitate permanere» jubeantur — Oblinuit et in Galliis
nostris pessima Marchetae consuetudo sub nomine Cullage vel Culliage, ut in
hac voce observat D. De Lauriére in Gloss. juris Gallici ex Instrum. ann. 1507
cap. de Reditu Baroniæ S. Martini le Gaillard: «Item a le dit seigneur (le comte
d'Eu) audit lieu de Saint Martin droit de Cullage quand on se marie.» Singulare
autem factum hoc de re refert Boerius Decis. 297 num. 17: «Ego vidi in curia
Bituricensi coram Metropolitano processum appellationis in quo rector seu
curatus parochialis prætendebat ex consuetudine primam habere carnalem
sponsae cognitionem, quae consuetudo fuit annullata, et in emendam
condemnatus. Et pariter dici audivi, et pro certo teneri, nonnullos Vasconiæ
dominos habere facultatem prima nocte nuptiarum suorum subditorum ponendi
unam tibiam nudam ad tatus neogamae cubantis, ant componendi cum ipsis.»
Eamdem hanc consuetudinem extitisse apud Pedemontanos, quam Cazzagio
vocabant, testis est Historia Sabaudiæ. — Huius moris appendix est quod
legitur in Pacto ann. 1318 inter. Joan. de Berbigny dom. de Dercy et habitatores
ejusdem villæ ex Reg. 59 Chartoph. reg. 150: «Se aucuns de mourans en ladite
ville de Dercy, il devoit et estoit tenut à amener sa famme de au giste en la
devant dite ville de Dercy, la nuit que il s'esposoit, et se famme de Dercy se
marioit à aucun de dehors, elle devoit et estoit tenue à gesir a Dercy la nuit
qu'elle esposoit.» Mi sembra finalmente un resto del jus primæ noctis il tributo
di una moneta d'oro che presso il Chronicon Poloniæ di Boguphalus, il tedesco,
figlio del re, reclama da Walther, il robusto, che porta via Ildegonda (Heldegund)
e da quanti altri passeranno con una vergine.
[433] Cfr. Bandello, p. terza, nov. 54.ª
[434] Trento, 1856; il documento, a proposito de' diritti abusivi assunti dal
tiranno Gundebaldo e suoi antecessori, si esprime così: «Item quod hangarias et
honera ab ipso Patre et Avo suis sibi factis in totum tollantur et cassentur uti
sunt... et fruictiones primæ noctis de sponsabus.»
[435] Passeggiate nel Canavese.
[436] Così, per esempio, è noto che Federico Barbarossa distrusse Chieri; il
popolo chierese, memore di quel terribile avvenimento, dice che il nome della
città proviene dall'avere il Barbarossa, dopo averla distrutta, esclamato: non sei
più chi eri. — La tradizione, conforme alla storia, fa discendere Annibale dal
Cenisio, per Val di Susa, Giaveno, Avigliana. A Giaveno il rozzo popolo ritiene
che Annibale passando di là abbia detto in latino jam veni, onde sia venuto il
nome della città. Tali etimologie provano al tempo stesso la ignoranza del
popolo e la tenacità della sua memoria tradizionale.
[437] «Posuerunt, ut vidi, bigliam unam in foramine culi per vim Joanninae De
Rege, et ipsam per vim nudam ire et deambulare faciebant per locum Vischarum
ponendo ignem in vulvam ipsius.» I popolani di Vische alla loro volta «illustrem
Caroli VI anni 1338) tandem penitus abrogatum fuit Abbavillensium petitione
Aresto Parlamenti Parisiensi 19 Martii anno 1409; nisi forte id juris sibi
arrogarit Episcopus, quod Concilio Carthaginiensi IV, can. 13 «sponsus et
sponsa, cum benedictionem acceperint eadem nocte pro reverentia ipsius
benedictionis in virginitate permanere» jubeantur — Oblinuit et in Galliis
nostris pessima Marchetae consuetudo sub nomine Cullage vel Culliage, ut in
hac voce observat D. De Lauriére in Gloss. juris Gallici ex Instrum. ann. 1507
cap. de Reditu Baroniæ S. Martini le Gaillard: «Item a le dit seigneur (le comte
d'Eu) audit lieu de Saint Martin droit de Cullage quand on se marie.» Singulare
autem factum hoc de re refert Boerius Decis. 297 num. 17: «Ego vidi in curia
Bituricensi coram Metropolitano processum appellationis in quo rector seu
curatus parochialis prætendebat ex consuetudine primam habere carnalem
sponsae cognitionem, quae consuetudo fuit annullata, et in emendam
condemnatus. Et pariter dici audivi, et pro certo teneri, nonnullos Vasconiæ
dominos habere facultatem prima nocte nuptiarum suorum subditorum ponendi
unam tibiam nudam ad tatus neogamae cubantis, ant componendi cum ipsis.»
Eamdem hanc consuetudinem extitisse apud Pedemontanos, quam Cazzagio
vocabant, testis est Historia Sabaudiæ. — Huius moris appendix est quod
legitur in Pacto ann. 1318 inter. Joan. de Berbigny dom. de Dercy et habitatores
ejusdem villæ ex Reg. 59 Chartoph. reg. 150: «Se aucuns de mourans en ladite
ville de Dercy, il devoit et estoit tenut à amener sa famme de au giste en la
devant dite ville de Dercy, la nuit que il s'esposoit, et se famme de Dercy se
marioit à aucun de dehors, elle devoit et estoit tenue à gesir a Dercy la nuit
qu'elle esposoit.» Mi sembra finalmente un resto del jus primæ noctis il tributo
di una moneta d'oro che presso il Chronicon Poloniæ di Boguphalus, il tedesco,
figlio del re, reclama da Walther, il robusto, che porta via Ildegonda (Heldegund)
e da quanti altri passeranno con una vergine.
[433] Cfr. Bandello, p. terza, nov. 54.ª
[434] Trento, 1856; il documento, a proposito de' diritti abusivi assunti dal
tiranno Gundebaldo e suoi antecessori, si esprime così: «Item quod hangarias et
honera ab ipso Patre et Avo suis sibi factis in totum tollantur et cassentur uti
sunt... et fruictiones primæ noctis de sponsabus.»
[435] Passeggiate nel Canavese.
[436] Così, per esempio, è noto che Federico Barbarossa distrusse Chieri; il
popolo chierese, memore di quel terribile avvenimento, dice che il nome della
città proviene dall'avere il Barbarossa, dopo averla distrutta, esclamato: non sei
più chi eri. — La tradizione, conforme alla storia, fa discendere Annibale dal
Cenisio, per Val di Susa, Giaveno, Avigliana. A Giaveno il rozzo popolo ritiene
che Annibale passando di là abbia detto in latino jam veni, onde sia venuto il
nome della città. Tali etimologie provano al tempo stesso la ignoranza del
popolo e la tenacità della sua memoria tradizionale.
[437] «Posuerunt, ut vidi, bigliam unam in foramine culi per vim Joanninae De
Rege, et ipsam per vim nudam ire et deambulare faciebant per locum Vischarum
ponendo ignem in vulvam ipsius.» I popolani di Vische alla loro volta «illustrem
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Dominum Jacobum nihilomine suspicantem, dum venaretur armata manu
circonvenerunt et multis illatis vulneribus misere occidunt et quod inauditum est
et calamum a scribendo estrahit ob atrocitatem rei, membrum ejus virile
abscindunt et in os inserunt.»
[438] Il solo che, a mia notizia, abbia discorso un po' lungamente del tusinaggio
è il Durandi (Della Marca d'Ivrea. Torino, 1804, p. 118, 119); ma non ha di certo
risoluta la questione, che meriterebbe, ci sembra, di fermare l'attenzione speciale
di alcuno tra i più sapienti investigatori delle nostre storie. Ecco in quali termini
il Durandi si esprime: «Alla relazione de Bello Canepiciano, che Pietro Azario
finì di scrivere nel gennaio del 1363, si potrebbero aggiugnere altri accidenti
occorsi di poi, se stesse bene continuar la storia degli orsi e delle tigri. Ma le
popolazioni del Canavese, stanche di soffrire, fecero alla fine ciò che pur
sogliono far i popoli stracchi e angarieggiati da troppe gravezze: ruppero ogni
freno e si concertarono insieme per resistere ai loro signorotti e spegnerli.
Dinominarono tusinaggio cotesta loro unione o lega e tusino o tuchino ciascun
de' collegati. Intendeano d'indicar con siffatto nome una sola volontà in tutti di
scuotere il giogo e vendicarsi. Assai uccisioni vi seguirono, e mali gravissimi. Il
conte di Savoia s'interpose più volte tra il popolo e que' nobili e con la generosa
sua moderazione gli riuscì di metterli di accordo, massimamente nel 1385. Ma
coloro poi ritornavano ad affliggere il popolo e nei primi anni del secolo
decimoquinto, e n'era freschissima la memoria di quello, allorchè in un contratto
di affrancamento a pro de' terrazzani d'Agliè de' 20 giugno 1423 si scrivea che
«Tempora dicti tusinaggii omnes homines Canapitii erant multum dominis
rebelles, et dominos suos tradiderant oblivioni, nec in servitiis eorum
dominorum ambulabant, sed potius in destructionem personarum et bonorum.»
«Da più altri documenti di quella età ho pur raccolto che il mentovato tusinaggio
veniva a dire una cospirazione di tutti i popolani contro de' feudatari dirizzata a
liberarsi da mille gravezze e molestie, e a distrugger quelli ed usurparne i beni,
per rifarsi de' mali insino allora patiti. Ma non è chiaro donde cotal nome
derivi...»
[439] Op. Cit., V.
[440] Les parents et les proszci ayant achevé le contrat, on convient du jour où
l'époux devra envoyer le cortége nuptial pour recevoir la prétendue. Dans cet
intervalle le fiancé fait choix de deux parents ou de deux amis, chargés de servir
de parrains à sa future; ce sont les djevers ou paranymphes de l'ancienne Grèce.
Il invite également tous les jeunes gens de sa connaissance qui devront figurer
dans le cortége destiné à aller prendre la fiancée; ce sont les svati. Dès l'aube du
jour arrêté pour les épousailles, et même dès la veille, si la rèsidence de la jeune
fille est éloignée, la joyeuse compagnie des djevers et des svati, formée tout
entière de cavaliers, quand on le peut, et emmenant avec elle une monture
destinée à la jeune épouse, après avoir bu le coup de l'étrier, quitte la maison du
futur, et, précédés d'un porte-étendard ou bariaktar, chantant, caracolant, tirant
des coups de fusil, se porte à la rencontre d'un cortége semblable envoyé par les
parents de la fille. Au moment où les deux troupes sont en vue l'une de l'autre,
les deux bariaktari, se portant en avant, simulent un combat de quelques
instants, puis, mettant pied à terre, dansent, s'embrassent et déchargent leurs
circonvenerunt et multis illatis vulneribus misere occidunt et quod inauditum est
et calamum a scribendo estrahit ob atrocitatem rei, membrum ejus virile
abscindunt et in os inserunt.»
[438] Il solo che, a mia notizia, abbia discorso un po' lungamente del tusinaggio
è il Durandi (Della Marca d'Ivrea. Torino, 1804, p. 118, 119); ma non ha di certo
risoluta la questione, che meriterebbe, ci sembra, di fermare l'attenzione speciale
di alcuno tra i più sapienti investigatori delle nostre storie. Ecco in quali termini
il Durandi si esprime: «Alla relazione de Bello Canepiciano, che Pietro Azario
finì di scrivere nel gennaio del 1363, si potrebbero aggiugnere altri accidenti
occorsi di poi, se stesse bene continuar la storia degli orsi e delle tigri. Ma le
popolazioni del Canavese, stanche di soffrire, fecero alla fine ciò che pur
sogliono far i popoli stracchi e angarieggiati da troppe gravezze: ruppero ogni
freno e si concertarono insieme per resistere ai loro signorotti e spegnerli.
Dinominarono tusinaggio cotesta loro unione o lega e tusino o tuchino ciascun
de' collegati. Intendeano d'indicar con siffatto nome una sola volontà in tutti di
scuotere il giogo e vendicarsi. Assai uccisioni vi seguirono, e mali gravissimi. Il
conte di Savoia s'interpose più volte tra il popolo e que' nobili e con la generosa
sua moderazione gli riuscì di metterli di accordo, massimamente nel 1385. Ma
coloro poi ritornavano ad affliggere il popolo e nei primi anni del secolo
decimoquinto, e n'era freschissima la memoria di quello, allorchè in un contratto
di affrancamento a pro de' terrazzani d'Agliè de' 20 giugno 1423 si scrivea che
«Tempora dicti tusinaggii omnes homines Canapitii erant multum dominis
rebelles, et dominos suos tradiderant oblivioni, nec in servitiis eorum
dominorum ambulabant, sed potius in destructionem personarum et bonorum.»
«Da più altri documenti di quella età ho pur raccolto che il mentovato tusinaggio
veniva a dire una cospirazione di tutti i popolani contro de' feudatari dirizzata a
liberarsi da mille gravezze e molestie, e a distrugger quelli ed usurparne i beni,
per rifarsi de' mali insino allora patiti. Ma non è chiaro donde cotal nome
derivi...»
[439] Op. Cit., V.
[440] Les parents et les proszci ayant achevé le contrat, on convient du jour où
l'époux devra envoyer le cortége nuptial pour recevoir la prétendue. Dans cet
intervalle le fiancé fait choix de deux parents ou de deux amis, chargés de servir
de parrains à sa future; ce sont les djevers ou paranymphes de l'ancienne Grèce.
Il invite également tous les jeunes gens de sa connaissance qui devront figurer
dans le cortége destiné à aller prendre la fiancée; ce sont les svati. Dès l'aube du
jour arrêté pour les épousailles, et même dès la veille, si la rèsidence de la jeune
fille est éloignée, la joyeuse compagnie des djevers et des svati, formée tout
entière de cavaliers, quand on le peut, et emmenant avec elle une monture
destinée à la jeune épouse, après avoir bu le coup de l'étrier, quitte la maison du
futur, et, précédés d'un porte-étendard ou bariaktar, chantant, caracolant, tirant
des coups de fusil, se porte à la rencontre d'un cortége semblable envoyé par les
parents de la fille. Au moment où les deux troupes sont en vue l'une de l'autre,
les deux bariaktari, se portant en avant, simulent un combat de quelques
instants, puis, mettant pied à terre, dansent, s'embrassent et déchargent leurs
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pistolets. Tous arrivent enfin devant la maison de l'épousée, sur le seuil de
laquelle ils trouvent, prêts à les recevoir, les parents de la fille, à l'exception
toutefois du père et de la mère. Les djevers se présentant alors réclament la
mère, l'informent de leur mission, et demandent qu'il leur soit permis d'emmener
la promise. La mère doit s'opposer à leur dessein, pleurer à la rigueur, jusqu'à ce
que, calmée par les présents qui lui sont offerts, elle accorde un dernier
consentement. Le cortége des svati pénètre alors dans la maison où se trouve
ouvert un coffre, don du fiancé, et géneralement acheté au bazar de Rieka ou à
Scutari. Ce grand bahut, peint en couleurs voyantes, est destiné a recevoir les
cadeaux que chacun se fait un devoir d'apporter, et consistant en toute espèce
d'objets de toilette ou même d'ustensiles de cuisine, destinés à constituer à la fois
et le trousseau et le ménage de la jeune épouse. Pendant ce temps la mère et les
amies de la jeune fille ont emmené celle-ci, et s'occupent à la revetir des atours
qui ont été préparés, depuis la chemise de fine soie de Scutari, aux larges
manches brodées, jusq'à la yaketa de velours surchargée d'or. Au frère de la
mariée incombe le devoir de faire tomber de sa tête la kapa, emblème de
verginité, qui couvrait son front de jeune fille, et qui le voile sévère dè l'épouse
va désormais remplacer. Cependant la table est ouverte aux svati; les handjars
entament à grands coups les moutons rôtis; le vin, le café et l'eau-de-vie
circulent; et tandis que devant la porte de la maison retentissent, dans un cercle
de danseur, les cris et les arquebusades, de joyeux brindisi saluent la mariée
prête au départ.... Escortée à droite et à gauche par ses djevers et suivie par les
bruyant svati, la nouvelle épouse gagne enfin la maison où elle va commencer
une nouvelle vie. Sur le seuil de celle-ci elle aperçoit la starictchina qui vient à
sa rencontre, portant dans ses bras un jeune enfant qu'il offre à ses caresses
(conformemente al rito vedico, ed anche al brettone); cérémonie emblématique
et présage heureux des devoirs maternels qu'elle aura bientôt à remplir. Au tour
de sa belle mère de lui offrir ensuite une pomme qu'elle doit, autant que possible,
jeter pardessus le faîte de la maison; si elle n'y réussit pas, c'est de moins bon
augure. Le cortége tout entier a envahi la maison des époux, le festin des svati
commence, tandis que les djevers vont sans façons s'asseoir sur le lit nuptial où
le mari vient leur offrir les mets et les libations. A leur tour de s'occuper de la
jeune femme, et de faire pour elle tous les frais de galanterie auxquels le mari, en
qualité de maître, ne saurait condescendre sortout sous des yeux étrangers. Le
soir venu, les parrains accompagnent encore la jeune femme dans la chambre
nuptiale où l'époux se rend à son tour, après avoir reçu la bènédiction du chef de
la famille. Les djevers rejoignent enfin la compagnie joyeuse, qui, rassemblée
autour du foyer, en disperse les tisons et les cendres jusqu'à ce qu'on lui ait servi
l'eau-de-vie et les figues sèches.» Frilley et Wlahovitj. Le Montenegro
contemporain; Paris, Plon, 237 e seg.
[441] Cfr. Sant'Agostino. De Civitate Dei, VII: «Sed quid hic dicam? cum ibi
sit et Priapus nimis masculus; super cujus immanissimum fascinum sedere nova
nupta jubebatur, more honestissimo ac religiosissimo matronarum».
[442] Presso Plutarco.
[443] Cfr. Caballero, op. cit., cuento della Suegra del diablo: «Cuando los
novios se iban a retirar a la camara nupcial, llamò la tia Holofernes a su hija y la
laquelle ils trouvent, prêts à les recevoir, les parents de la fille, à l'exception
toutefois du père et de la mère. Les djevers se présentant alors réclament la
mère, l'informent de leur mission, et demandent qu'il leur soit permis d'emmener
la promise. La mère doit s'opposer à leur dessein, pleurer à la rigueur, jusqu'à ce
que, calmée par les présents qui lui sont offerts, elle accorde un dernier
consentement. Le cortége des svati pénètre alors dans la maison où se trouve
ouvert un coffre, don du fiancé, et géneralement acheté au bazar de Rieka ou à
Scutari. Ce grand bahut, peint en couleurs voyantes, est destiné a recevoir les
cadeaux que chacun se fait un devoir d'apporter, et consistant en toute espèce
d'objets de toilette ou même d'ustensiles de cuisine, destinés à constituer à la fois
et le trousseau et le ménage de la jeune épouse. Pendant ce temps la mère et les
amies de la jeune fille ont emmené celle-ci, et s'occupent à la revetir des atours
qui ont été préparés, depuis la chemise de fine soie de Scutari, aux larges
manches brodées, jusq'à la yaketa de velours surchargée d'or. Au frère de la
mariée incombe le devoir de faire tomber de sa tête la kapa, emblème de
verginité, qui couvrait son front de jeune fille, et qui le voile sévère dè l'épouse
va désormais remplacer. Cependant la table est ouverte aux svati; les handjars
entament à grands coups les moutons rôtis; le vin, le café et l'eau-de-vie
circulent; et tandis que devant la porte de la maison retentissent, dans un cercle
de danseur, les cris et les arquebusades, de joyeux brindisi saluent la mariée
prête au départ.... Escortée à droite et à gauche par ses djevers et suivie par les
bruyant svati, la nouvelle épouse gagne enfin la maison où elle va commencer
une nouvelle vie. Sur le seuil de celle-ci elle aperçoit la starictchina qui vient à
sa rencontre, portant dans ses bras un jeune enfant qu'il offre à ses caresses
(conformemente al rito vedico, ed anche al brettone); cérémonie emblématique
et présage heureux des devoirs maternels qu'elle aura bientôt à remplir. Au tour
de sa belle mère de lui offrir ensuite une pomme qu'elle doit, autant que possible,
jeter pardessus le faîte de la maison; si elle n'y réussit pas, c'est de moins bon
augure. Le cortége tout entier a envahi la maison des époux, le festin des svati
commence, tandis que les djevers vont sans façons s'asseoir sur le lit nuptial où
le mari vient leur offrir les mets et les libations. A leur tour de s'occuper de la
jeune femme, et de faire pour elle tous les frais de galanterie auxquels le mari, en
qualité de maître, ne saurait condescendre sortout sous des yeux étrangers. Le
soir venu, les parrains accompagnent encore la jeune femme dans la chambre
nuptiale où l'époux se rend à son tour, après avoir reçu la bènédiction du chef de
la famille. Les djevers rejoignent enfin la compagnie joyeuse, qui, rassemblée
autour du foyer, en disperse les tisons et les cendres jusqu'à ce qu'on lui ait servi
l'eau-de-vie et les figues sèches.» Frilley et Wlahovitj. Le Montenegro
contemporain; Paris, Plon, 237 e seg.
[441] Cfr. Sant'Agostino. De Civitate Dei, VII: «Sed quid hic dicam? cum ibi
sit et Priapus nimis masculus; super cujus immanissimum fascinum sedere nova
nupta jubebatur, more honestissimo ac religiosissimo matronarum».
[442] Presso Plutarco.
[443] Cfr. Caballero, op. cit., cuento della Suegra del diablo: «Cuando los
novios se iban a retirar a la camara nupcial, llamò la tia Holofernes a su hija y la
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dijo: Cuando estàn Vds. recogidos en su aposento, cierra bien todas las puertas y
ventanas; tapa todas las rendijas, y no dejes sin tapar sino unicamente el agujero
de la llave. — Toma en seguida una rama de olivo bendito, y ponte a pegar con
ella a tu marido hasta que yo te avise; esta cerimonia es de cajon en todas las
bodas y significa que en la alcoba manda la mujer».
[444] Traduco così l'epitalamio di Gallieno, presso Trebellio Pollione, tra gli
Scriptores historiæ Augustæ: «Fuit autem Gallienus (quod negari non potest)
oratione, poemate atque omnibus artibus clarus. Huius est illud epithalamium,
quod inter centum poetas precipuum fuit. Nam quum fratrum suorum filios
coniugaret, et omnes poetæ græci latinique epithalamia dixissent, idque per dies
plurimos, quum ille manus sponsorum teneret, ut quidam dicunt, sæpius ita
dixisse fertur:
Ite, ait, o pueri, pariter sudate medullis
Omnibus inter vos: non murmura vestra columbae,
Brachia non hederae non vincant oscula conchae.
Anche alle noci che lo sposo distribuiva ai fanciulli, Servio attribuisce lo stesso
scopo che aveva l'epitalamio: «Vulgare est ideo spargi nuces, ut rapientibus
pueris fiat strepitus, ne Puellae vox virginitatem deponentis possit audiri».
[445] Gli eleganti Fescennini di Claudiano, per le nozze di Onorio imperatore
con Maria, possono essere un saggio dell'arditissimo genere di poesia:
Et labris animam conciliantibus,
Alternum rapiat somnus anhelitum.
Amplexu caleat purpura regio;
Et vestes Tyrio sanguine fulgidas
Alter virgineus nobilitet cruor.
Tum victor madido prosilias toro,
Nocturni referens vulnera praelii.
Ducant pervigiles carmina tibiae,
Permissisque iocis turba licentior
Exultet, tetricis libera legibus.
Passim cum ducibus ludite, milites;
Passim cum pueris ludite, virgines.
[446] Meritano, in proposito, di venire ricordati due proverbii tedeschi ed uno
francese. I primi dicono: «Ist das Bett beschritten, so ist das Recht erstritten:» e
«Wenn die Decke über dem Kopf ist, so sind die Ehegatten gleich reich»; e nei
Coutumes francesi: «au coucher gagne la femme son douaire».
[447] Cfr. Mittermaier, Op. cit.
[448] Cfr. Edicta Regum Longobardorum, ed. Baudi di Vesme, e particolarmente
l'editto di Luitprando, art. 7.º «Si quis Longobardus morgincap conjugi suæ dare
voluerit quando eam sibi in coniugio sociaverit, ita decernimus, ut alia die ante
parentes et amicos suos ostendat per scriptum a testibus rovoratun, et dicat,
quia Ecce quod conjugi meæ morgincap dedi, ut in futuro pro hac causa
ventanas; tapa todas las rendijas, y no dejes sin tapar sino unicamente el agujero
de la llave. — Toma en seguida una rama de olivo bendito, y ponte a pegar con
ella a tu marido hasta que yo te avise; esta cerimonia es de cajon en todas las
bodas y significa que en la alcoba manda la mujer».
[444] Traduco così l'epitalamio di Gallieno, presso Trebellio Pollione, tra gli
Scriptores historiæ Augustæ: «Fuit autem Gallienus (quod negari non potest)
oratione, poemate atque omnibus artibus clarus. Huius est illud epithalamium,
quod inter centum poetas precipuum fuit. Nam quum fratrum suorum filios
coniugaret, et omnes poetæ græci latinique epithalamia dixissent, idque per dies
plurimos, quum ille manus sponsorum teneret, ut quidam dicunt, sæpius ita
dixisse fertur:
Ite, ait, o pueri, pariter sudate medullis
Omnibus inter vos: non murmura vestra columbae,
Brachia non hederae non vincant oscula conchae.
Anche alle noci che lo sposo distribuiva ai fanciulli, Servio attribuisce lo stesso
scopo che aveva l'epitalamio: «Vulgare est ideo spargi nuces, ut rapientibus
pueris fiat strepitus, ne Puellae vox virginitatem deponentis possit audiri».
[445] Gli eleganti Fescennini di Claudiano, per le nozze di Onorio imperatore
con Maria, possono essere un saggio dell'arditissimo genere di poesia:
Et labris animam conciliantibus,
Alternum rapiat somnus anhelitum.
Amplexu caleat purpura regio;
Et vestes Tyrio sanguine fulgidas
Alter virgineus nobilitet cruor.
Tum victor madido prosilias toro,
Nocturni referens vulnera praelii.
Ducant pervigiles carmina tibiae,
Permissisque iocis turba licentior
Exultet, tetricis libera legibus.
Passim cum ducibus ludite, milites;
Passim cum pueris ludite, virgines.
[446] Meritano, in proposito, di venire ricordati due proverbii tedeschi ed uno
francese. I primi dicono: «Ist das Bett beschritten, so ist das Recht erstritten:» e
«Wenn die Decke über dem Kopf ist, so sind die Ehegatten gleich reich»; e nei
Coutumes francesi: «au coucher gagne la femme son douaire».
[447] Cfr. Mittermaier, Op. cit.
[448] Cfr. Edicta Regum Longobardorum, ed. Baudi di Vesme, e particolarmente
l'editto di Luitprando, art. 7.º «Si quis Longobardus morgincap conjugi suæ dare
voluerit quando eam sibi in coniugio sociaverit, ita decernimus, ut alia die ante
parentes et amicos suos ostendat per scriptum a testibus rovoratun, et dicat,
quia Ecce quod conjugi meæ morgincap dedi, ut in futuro pro hac causa
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perjurio non percurrat. Ipsum autem morgincap nolumus ut amplius sit, nisi
quarta pars de ejus substantia qui ipsum morgincap fecit».
[449] Ont. It., De actibus mulierum.
[450] L'uso invece delle nocciuole nella valle d'Andorno, citato al sesto capitolo
del primo libro, sembra invece contenere un opposto significato. Cfr. pure una
nota del nono capitolo nel primo libro.
[451] Tolt sü el drapún, ossia preso il sacco vuoto, o sia che fu messo nel sacco.
[452] Cfr. L'uso abruzzese del chiedere la sposa, per mezzo d'un ceppo. A Ceppo
di Natale, come ho già avvertito, incominciano generalmente tra noi a fervere gli
amori che conducono a nozze; ma cavare un ceppo può forse avere un altro
senso, cioè fare una fatica inutile, una grande fatica non compensata da un
effetto corrispondente.
[453] Cfr. Hotmann, Op. cit. «Quod, si a pactione sponsus et sponsa discederent,
repudiumque fierit, multabatur is qui causam praebuerat; si sponsa, arrhas in
duplum reddere debebat; si sponsus, non repetebat.... Quod si neuter præbuisset
causam dissolvendorum sponsaliorum, cessabat huiusmodi poena».
[454] Cfr. Sanctionum ac provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris
Bononiæ, t. II, Bononiæ 1569 «statuimus et ordinamus quod aliquis vel aliqui
dictorum patrum, fratrum, patruorum et aliorum auctoritatem seu curam vel
gubernationem habentium domicellaram postquam in sponsas promiserint, seu
destinaverint, non audeant vel præsumant ipsas alicui alteri in sponsas
promittere vel destinare vel in matrimonio collocare, sub pœna cuilibet
prædictorum contrafacienti ducentarum librarum Bon. in quam ipso iure et facto
incurrant».
[455] Cfr. Kuhn n. Schwarz, Op. cit.
[456] Chéruel, Op. cit.
[457] Cfr. Du Cange, Op. ed. cit., s. v. Asinus.
[458] Per relazione del prof. Cr. Baggiolini. — E, a motivo della sua singolarità,
riferirò pure l'aneddoto di un marito piemontese che la moglie avea battuto in
pubblico. «Nel 1858, alla Chiusa di Cuneo, certo M., per soprannome B.,
panattiere, si lasciò pubblicamente schiaffeggiare dalla moglie. I comuni di
Chiusa, Peveragno, Beinette e Boves danno ricetto ad una società di cenciosi,
per appartenere alla quale, ognuno deve provare di non avere alcuna camicia,
che il cappello sia bucato in quattro punti almeno, i calzoni e l'abito a più repezzi
di colori diversi, e che siano privi del necessario per campare. Questa società,
che ha i suoi statuti e un proprio capo addimandato il re e residente a Boves,
capitando qualche caso di cui facciano cenno i suoi statuti, e quello sopra
descritto ne è uno, si raduna tutta nel paese dove il caso avvenne. Nel 1858, si
portarono essi pertanto alla Chiusa, in numero di circa quattrocento, sulla piazza
del Pallone, e vi si accamparono e attendarono colle loro marmitte. Allora il re,
dopo averli arringati, li invitò a fare il debito loro, chiudere cioè, prima la
bottega del M., apporvi i sigilli ed innalzarvi davanti come una barricata di
letame. Messe poi le guardie, perchè non fosse distrutta l'opera loro, gli altri si
quarta pars de ejus substantia qui ipsum morgincap fecit».
[449] Ont. It., De actibus mulierum.
[450] L'uso invece delle nocciuole nella valle d'Andorno, citato al sesto capitolo
del primo libro, sembra invece contenere un opposto significato. Cfr. pure una
nota del nono capitolo nel primo libro.
[451] Tolt sü el drapún, ossia preso il sacco vuoto, o sia che fu messo nel sacco.
[452] Cfr. L'uso abruzzese del chiedere la sposa, per mezzo d'un ceppo. A Ceppo
di Natale, come ho già avvertito, incominciano generalmente tra noi a fervere gli
amori che conducono a nozze; ma cavare un ceppo può forse avere un altro
senso, cioè fare una fatica inutile, una grande fatica non compensata da un
effetto corrispondente.
[453] Cfr. Hotmann, Op. cit. «Quod, si a pactione sponsus et sponsa discederent,
repudiumque fierit, multabatur is qui causam praebuerat; si sponsa, arrhas in
duplum reddere debebat; si sponsus, non repetebat.... Quod si neuter præbuisset
causam dissolvendorum sponsaliorum, cessabat huiusmodi poena».
[454] Cfr. Sanctionum ac provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris
Bononiæ, t. II, Bononiæ 1569 «statuimus et ordinamus quod aliquis vel aliqui
dictorum patrum, fratrum, patruorum et aliorum auctoritatem seu curam vel
gubernationem habentium domicellaram postquam in sponsas promiserint, seu
destinaverint, non audeant vel præsumant ipsas alicui alteri in sponsas
promittere vel destinare vel in matrimonio collocare, sub pœna cuilibet
prædictorum contrafacienti ducentarum librarum Bon. in quam ipso iure et facto
incurrant».
[455] Cfr. Kuhn n. Schwarz, Op. cit.
[456] Chéruel, Op. cit.
[457] Cfr. Du Cange, Op. ed. cit., s. v. Asinus.
[458] Per relazione del prof. Cr. Baggiolini. — E, a motivo della sua singolarità,
riferirò pure l'aneddoto di un marito piemontese che la moglie avea battuto in
pubblico. «Nel 1858, alla Chiusa di Cuneo, certo M., per soprannome B.,
panattiere, si lasciò pubblicamente schiaffeggiare dalla moglie. I comuni di
Chiusa, Peveragno, Beinette e Boves danno ricetto ad una società di cenciosi,
per appartenere alla quale, ognuno deve provare di non avere alcuna camicia,
che il cappello sia bucato in quattro punti almeno, i calzoni e l'abito a più repezzi
di colori diversi, e che siano privi del necessario per campare. Questa società,
che ha i suoi statuti e un proprio capo addimandato il re e residente a Boves,
capitando qualche caso di cui facciano cenno i suoi statuti, e quello sopra
descritto ne è uno, si raduna tutta nel paese dove il caso avvenne. Nel 1858, si
portarono essi pertanto alla Chiusa, in numero di circa quattrocento, sulla piazza
del Pallone, e vi si accamparono e attendarono colle loro marmitte. Allora il re,
dopo averli arringati, li invitò a fare il debito loro, chiudere cioè, prima la
bottega del M., apporvi i sigilli ed innalzarvi davanti come una barricata di
letame. Messe poi le guardie, perchè non fosse distrutta l'opera loro, gli altri si
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facevano regalare dagli abitanti il vitto, promettendo restituzione. Ma questa non
venne mai, ed il M., dopo otto giorni d'inferno, non aiutato punto dalla polizia,
che, per rispetto alle consuetudini, lascia fare, dovette discendere a patti col re,
sborsargli una grossa somma di denaro, e consegnargli molti ettolitri di grano e
di vino, senza del che non avrebbe potuto liberarsi». Per relazione di mio fratello
Luigi, ispettore delle tasse, in quegli anni, esattore alla Chiusa.
[459] Cfr. Mittermaier, Op. cit.
[460] Cfr. Chéruel, Op. cit. Vi si cita pure il caso di Carlo V, che prese parte ad
uno di tali baccani nel 1392, e per la pece che aveva addosso, corse rischio di
bruciar vivo. Del charivari o chiarivarium, chalvaricum francese così parlavano
(presso il Du Cange, Op. cit.), gli Statuti Sinodali della Chiesa d'Avignone nel
1337: «Cum sponsæ ad eorum traducuntur hospitia de ipsorum domibus bona
more prædonum rapiunt violenter, pro quibus pecuniarias ab invitis redentiones
extorquent, quas expendunt in scurrilitatibus et comessationibus inhonestis, quæ
Malprosiech damnabiliter appellant.... faciunt ludos obnoxios, quos ut eorum
verbis contra honestatis labia utamur in placitis nominant Chalvaricum». «Qui
dum contingit viros aut mulieres ad seconda vota pertransire et matrimonialiter
conjungi, et dum in Ecclesiis matrimonia fidelium et benedictiones nubentium
celebrantur sponsum et sponsam circumstantes vociferando percutiunt.... quod
ipsi tales derisores, raptores divini, perturbatores officii et sacramentorum
officia contemnentes, Chalvaritum in vulgari facientes seu fieri procurantes, a
prædictis excessibus penitus et omnino desistant sub pæna excommunicationis».
[461] Cfr. Muratori, Op. cit.
[462] Cfr. Martigny, Op. cit.
[463] Cfr. Fleury, Les moeurs chrétiens.
[464] Ma, al ritorno, tre amiche comari l'attendono; l'una distende e liscia i
capelli, un'altra li intreccia, la terza li annoda e fa su.
[465] Cfr. gli Statuti di Gallese, lib. II, Gallese 1576. «Volendo noi obviare a
molti scandali e romori che potrebbono nascere per il far delle travate e
scampanate alle vedove statuimo et generalmente ordinamo che nessuno tanto
Gallesano come anche forestiero di qual si vogli grado o conditione ardischi
sotto qual si voglia pretesto far campanate, ne travate alle vedove o vedovi che si
rimaritano nella nostra Città di Gallese nè tanpoco alle case loro farci alcuno
impedimento sotto la pena di scudi tre per chiasche persona e volta, non ostante
altro abuso che in contrario de questo per l'addietro fosse stato tollerato».
[466]
Me vogio maridar, e no sò co chi;
Se passa Nane, ghe vôi dir de sì;
Se passa Toni, ghe vôi far de oceto,
Se passa Bepi: siestu benedeto!
[467]
L'omo senza la dona è 'na pignata
venne mai, ed il M., dopo otto giorni d'inferno, non aiutato punto dalla polizia,
che, per rispetto alle consuetudini, lascia fare, dovette discendere a patti col re,
sborsargli una grossa somma di denaro, e consegnargli molti ettolitri di grano e
di vino, senza del che non avrebbe potuto liberarsi». Per relazione di mio fratello
Luigi, ispettore delle tasse, in quegli anni, esattore alla Chiusa.
[459] Cfr. Mittermaier, Op. cit.
[460] Cfr. Chéruel, Op. cit. Vi si cita pure il caso di Carlo V, che prese parte ad
uno di tali baccani nel 1392, e per la pece che aveva addosso, corse rischio di
bruciar vivo. Del charivari o chiarivarium, chalvaricum francese così parlavano
(presso il Du Cange, Op. cit.), gli Statuti Sinodali della Chiesa d'Avignone nel
1337: «Cum sponsæ ad eorum traducuntur hospitia de ipsorum domibus bona
more prædonum rapiunt violenter, pro quibus pecuniarias ab invitis redentiones
extorquent, quas expendunt in scurrilitatibus et comessationibus inhonestis, quæ
Malprosiech damnabiliter appellant.... faciunt ludos obnoxios, quos ut eorum
verbis contra honestatis labia utamur in placitis nominant Chalvaricum». «Qui
dum contingit viros aut mulieres ad seconda vota pertransire et matrimonialiter
conjungi, et dum in Ecclesiis matrimonia fidelium et benedictiones nubentium
celebrantur sponsum et sponsam circumstantes vociferando percutiunt.... quod
ipsi tales derisores, raptores divini, perturbatores officii et sacramentorum
officia contemnentes, Chalvaritum in vulgari facientes seu fieri procurantes, a
prædictis excessibus penitus et omnino desistant sub pæna excommunicationis».
[461] Cfr. Muratori, Op. cit.
[462] Cfr. Martigny, Op. cit.
[463] Cfr. Fleury, Les moeurs chrétiens.
[464] Ma, al ritorno, tre amiche comari l'attendono; l'una distende e liscia i
capelli, un'altra li intreccia, la terza li annoda e fa su.
[465] Cfr. gli Statuti di Gallese, lib. II, Gallese 1576. «Volendo noi obviare a
molti scandali e romori che potrebbono nascere per il far delle travate e
scampanate alle vedove statuimo et generalmente ordinamo che nessuno tanto
Gallesano come anche forestiero di qual si vogli grado o conditione ardischi
sotto qual si voglia pretesto far campanate, ne travate alle vedove o vedovi che si
rimaritano nella nostra Città di Gallese nè tanpoco alle case loro farci alcuno
impedimento sotto la pena di scudi tre per chiasche persona e volta, non ostante
altro abuso che in contrario de questo per l'addietro fosse stato tollerato».
[466]
Me vogio maridar, e no sò co chi;
Se passa Nane, ghe vôi dir de sì;
Se passa Toni, ghe vôi far de oceto,
Se passa Bepi: siestu benedeto!
[467]
L'omo senza la dona è 'na pignata
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Piena de aqua, lontana dal fogo;
Chi ga giudizio pol considerare:
L'omo senza la dona no pol stare.
[468] Eccone un saggio:
Dago la bona sera a questa casa,
Al pare e mare e quanta gente siete!
E la Marieta xe mia inamorata,
Quela che in casa vostra voi tenete.
Mi passo per de qua e no la vedo;
Ela xe in leto, e mi tremo dal fredo:
Ela xe in leto col papà e la mama,
E mi, meschin, la piova me bagna.
E così le seguenti che diconsi serenade:
Vieni, cara, ala finestra,
Dal balcon butite fora;
Dame almanco un quarto d'ora,
Che co ti vorìa parlar.
Vieni, bela, a la finestra:
Xe 'l tuo amante che ti ciama,
E l'è quelo che ti ama,
Che te porta tanto amor.
Mi son soto i tuoi balconi
Co le mani giunte al peto:
Vieni, vieni, el mio dileto,
No me fare più penar.
Vegna lampi e vegna toni
Che paura no i me fa:
Co' so' soto i tuoi balconi
No me pare da morir.
[469] Nelle campagne di Spilimbergo, sopra Udine, e precisamente a Barcis:
«El toso ciapa un soco (zocco) e el lo mete su la porta de la casa in dove che stà
la regazza che el ga in idea, e se ela lo tira drento, l'è segno che la xe contenta de
farghe l'amor; e se la lo lassa là, gnente, no la ghe ne vol saver.»
A Polcenigo, pure in provincia di Udine: «I se impianta co le nosele (nocciuoli).
A la festa, dopo vesparo, i tosi va a ziron co ste nosele, e i ghe ne esibisse ale
tose che i ga in idea: se le açeta, bisogna che le ghe ne toga çinque, perchè
Una no xe da dar,
Do no xe da tor,
Tre xe d'amor,
Quatro xe da mati,
Çinque xe da inamorati.
[470]
Chi ga giudizio pol considerare:
L'omo senza la dona no pol stare.
[468] Eccone un saggio:
Dago la bona sera a questa casa,
Al pare e mare e quanta gente siete!
E la Marieta xe mia inamorata,
Quela che in casa vostra voi tenete.
Mi passo per de qua e no la vedo;
Ela xe in leto, e mi tremo dal fredo:
Ela xe in leto col papà e la mama,
E mi, meschin, la piova me bagna.
E così le seguenti che diconsi serenade:
Vieni, cara, ala finestra,
Dal balcon butite fora;
Dame almanco un quarto d'ora,
Che co ti vorìa parlar.
Vieni, bela, a la finestra:
Xe 'l tuo amante che ti ciama,
E l'è quelo che ti ama,
Che te porta tanto amor.
Mi son soto i tuoi balconi
Co le mani giunte al peto:
Vieni, vieni, el mio dileto,
No me fare più penar.
Vegna lampi e vegna toni
Che paura no i me fa:
Co' so' soto i tuoi balconi
No me pare da morir.
[469] Nelle campagne di Spilimbergo, sopra Udine, e precisamente a Barcis:
«El toso ciapa un soco (zocco) e el lo mete su la porta de la casa in dove che stà
la regazza che el ga in idea, e se ela lo tira drento, l'è segno che la xe contenta de
farghe l'amor; e se la lo lassa là, gnente, no la ghe ne vol saver.»
A Polcenigo, pure in provincia di Udine: «I se impianta co le nosele (nocciuoli).
A la festa, dopo vesparo, i tosi va a ziron co ste nosele, e i ghe ne esibisse ale
tose che i ga in idea: se le açeta, bisogna che le ghe ne toga çinque, perchè
Una no xe da dar,
Do no xe da tor,
Tre xe d'amor,
Quatro xe da mati,
Çinque xe da inamorati.
[470]
Page 231
Moroso belo, fe' come i morosi:
Dal padre mio andeme a dimandare;
E se mio pare ve darà risposta,
Vegnì da mi, che so' la sposa vostra.
[471] La più comune è questa:
Ti passi per de qua, ti passi indano:
Ti frui le scarpe e no ti ga guadagno;
Ti frui le scarpe e po anca le siole:
No t'aspetar da mi bone parole.
[472] A mantenere viva questa usanza sembrami ispirato questo canto:
Mio pare e mia mare
I gera sul camin
E i fava discorseti
Per maridarme mi;
Ma mi so' stà più scaltra,
Me l'ò trovato mi:
M'ò tolto un ziogadore
Che zioga note e dì;
El m'à ziogà la dota,
E 'l m'à ziogà anca mi.
[473] Sfoglio la mia raccolta edita ed inedita dei Canti popolari, ed omettendo
ogni commento, riporto i seguenti:
No vogio più garofoli in pitèri
E gnanca far l'amor co marineri;
I marineri spuzza da catrame:
Tute le pute i fa morir da fame.
Tuti sti marineri, quando piove,
Tira la paga e ghe ne magna nove;
Tuti sti marineri, co' è bon tempo,
Tira la paga e ghe ne magna çento.
Done, no ghe ste' crede a marineri:
I xe gelosi e pieni de sospeto;
'Na cossa sola mi ve vogio dir:
'Na note a l'ano i dorme sul so leto.
Tuti me dise: Bela, no lo tor
Lo mariner, chè 'l te farà morire;
Se el me farà morir, e cussì sia:
Sposar lo vogio, el xe l'anima mia.
No vogio nè limoni, nè naranze,
E gnanca pescaori cole calze;
No vogio nè limoni, nè çedroni,
E gnanca pescaori coi calzoni.
Ti credi d'esser nata 'na regina!
Dal padre mio andeme a dimandare;
E se mio pare ve darà risposta,
Vegnì da mi, che so' la sposa vostra.
[471] La più comune è questa:
Ti passi per de qua, ti passi indano:
Ti frui le scarpe e no ti ga guadagno;
Ti frui le scarpe e po anca le siole:
No t'aspetar da mi bone parole.
[472] A mantenere viva questa usanza sembrami ispirato questo canto:
Mio pare e mia mare
I gera sul camin
E i fava discorseti
Per maridarme mi;
Ma mi so' stà più scaltra,
Me l'ò trovato mi:
M'ò tolto un ziogadore
Che zioga note e dì;
El m'à ziogà la dota,
E 'l m'à ziogà anca mi.
[473] Sfoglio la mia raccolta edita ed inedita dei Canti popolari, ed omettendo
ogni commento, riporto i seguenti:
No vogio più garofoli in pitèri
E gnanca far l'amor co marineri;
I marineri spuzza da catrame:
Tute le pute i fa morir da fame.
Tuti sti marineri, quando piove,
Tira la paga e ghe ne magna nove;
Tuti sti marineri, co' è bon tempo,
Tira la paga e ghe ne magna çento.
Done, no ghe ste' crede a marineri:
I xe gelosi e pieni de sospeto;
'Na cossa sola mi ve vogio dir:
'Na note a l'ano i dorme sul so leto.
Tuti me dise: Bela, no lo tor
Lo mariner, chè 'l te farà morire;
Se el me farà morir, e cussì sia:
Sposar lo vogio, el xe l'anima mia.
No vogio nè limoni, nè naranze,
E gnanca pescaori cole calze;
No vogio nè limoni, nè çedroni,
E gnanca pescaori coi calzoni.
Ti credi d'esser nata 'na regina!
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De un pescaor no ti te vol degnare;
E ti te degnarà d'un fornareto,
Ch'el te portarà el pan co'l fazzoleto.
No vogio un pescaor che sa da pesse;
Nè manco un ortolan che va sui orti;
Nè manco un mariner che va in marina:
Ma vogio un bel mercante da farina.
Pute, no fe' l'amor co calegheri!
I calegheri ga 'na trista fama;
I calegheri ga 'na trista fama,
Che tuto quel che i ciapa i se lo fragia.
No vogio nè garofoli, nè fiori,
E gnanca far l'amor co servitori;
I servitori toca come i gati,
La sera e la matina i lica i piati.
[474]
Ti passi per de qua gramo e dolente,
Ti credi de parlar col padre mio;
E ti te porti un aneleto in deo,
Ma el to pensier no 'l se confà col meo.
El to pensier no val 'na gazeta:
Ti ti xe rico e mi so' povareta.
[475] Ecco come nelle campagne sopra Spilimbergo, su quel di Udine, il
giovane si presenta alla casa della fidanzata per chiederla ai genitori: «Vien el
zorno dela dimanda, e el toso va a casa dela regazza, e co' el xe sula porta, el
dise: «Se comandè che vegna drento, vegno drento; se de no, resto de fora».
Alora, se i genitori dela regazza ghe risponde «vegnì drento che ghe xe logo
anca per vu», l'è segno che i xe contenti de darghe la tosa; e se no i ghe risponde
gnente, no i vol saverghene de elo.»
Questo uso può trovare spiegazione nella seguente villotta dettatami da una
donna di que' dintorni:
Gaveva 'na chitera e l'ai venduda
Per no saver sonar napoletana;
Gaveva una morosa e l'hai perduda
Per no saver parlar cola so mama.
A Carpenedo, piccolo villaggio del vicino comune di Mestre, si dà alla dimanda
un certo che di pubblicità: «La dimanda i la fa la terza festa de Pasqua. In quel
zorno se tien fiera de nose, nosele, carobe, naranze, brustolini, e de botiglie de
rosolio; e i tosi che fa la dimanda va da sti frutarioi e i se compra un tovagiol
pien de ste robe e do o quatro botiglie. Alora i speta che sia terminà vesparo, e
quando la zente vien fora de ciesa, i tol suso sto tovagiol e i va a casa dela
morosa; e cussì tuti vede.»
[476] Detto anche: el pegno, el tempo e l'anelo.
E ti te degnarà d'un fornareto,
Ch'el te portarà el pan co'l fazzoleto.
No vogio un pescaor che sa da pesse;
Nè manco un ortolan che va sui orti;
Nè manco un mariner che va in marina:
Ma vogio un bel mercante da farina.
Pute, no fe' l'amor co calegheri!
I calegheri ga 'na trista fama;
I calegheri ga 'na trista fama,
Che tuto quel che i ciapa i se lo fragia.
No vogio nè garofoli, nè fiori,
E gnanca far l'amor co servitori;
I servitori toca come i gati,
La sera e la matina i lica i piati.
[474]
Ti passi per de qua gramo e dolente,
Ti credi de parlar col padre mio;
E ti te porti un aneleto in deo,
Ma el to pensier no 'l se confà col meo.
El to pensier no val 'na gazeta:
Ti ti xe rico e mi so' povareta.
[475] Ecco come nelle campagne sopra Spilimbergo, su quel di Udine, il
giovane si presenta alla casa della fidanzata per chiederla ai genitori: «Vien el
zorno dela dimanda, e el toso va a casa dela regazza, e co' el xe sula porta, el
dise: «Se comandè che vegna drento, vegno drento; se de no, resto de fora».
Alora, se i genitori dela regazza ghe risponde «vegnì drento che ghe xe logo
anca per vu», l'è segno che i xe contenti de darghe la tosa; e se no i ghe risponde
gnente, no i vol saverghene de elo.»
Questo uso può trovare spiegazione nella seguente villotta dettatami da una
donna di que' dintorni:
Gaveva 'na chitera e l'ai venduda
Per no saver sonar napoletana;
Gaveva una morosa e l'hai perduda
Per no saver parlar cola so mama.
A Carpenedo, piccolo villaggio del vicino comune di Mestre, si dà alla dimanda
un certo che di pubblicità: «La dimanda i la fa la terza festa de Pasqua. In quel
zorno se tien fiera de nose, nosele, carobe, naranze, brustolini, e de botiglie de
rosolio; e i tosi che fa la dimanda va da sti frutarioi e i se compra un tovagiol
pien de ste robe e do o quatro botiglie. Alora i speta che sia terminà vesparo, e
quando la zente vien fora de ciesa, i tol suso sto tovagiol e i va a casa dela
morosa; e cussì tuti vede.»
[476] Detto anche: el pegno, el tempo e l'anelo.
Page 233
[477]
In mezo al mare ghe xe ciare case,
La Rizziolina che tanto me piase;
Se so papà me la volesse dare,
L'anelo d'oro ghe voria donare:
L'anelo d'oro e la veleta fina,
Per contentar la bela Rizziolina.
Quest'altra ricorda forse un uso più antico:
E vustu che te ama? dame ete,
E dame la corniola e 'l cura-rece;
E vustu che te ama? dame ò,
E dame la corniola e 'l figarò.
Ad Alpago, in provincia di Belluno, lo sposo, per segno, dà alla sposa le gusele
e un guselon (aghi d'argento da testa) co i tremoli, e corre obbligo alla sposa di
acconciarsene il capo per farne mostra nel successivo primo giorno festivo,
allorchè si porta alla chiesa.
A Polcenigo, in quel di Udine: «Una volta, la capara, gera un talero; adesso
invece squasi tuti ghe dà 'na forfe co una caenela, una britola e i zocoli. Ela ghe
dà un fazzoleto bianco e un altro scarlato.»
A Roveredo, pure in provincia di Udine: «El contrasegno xe do roche, una da
filar canevo e una da filar stopa, ben tornìe e co le so figure de omo e de dona;
un famegio per tegnir sula roca; una britola per scarsela, e una forfe cola so
ranceta. Co se vede ste robe se dise: quela xe impromessa. Per tuto el tempo che
i fa l'amor el toso ga da mantegnirghe ala tosa i zocoli e anca el capelo, e se lu va
via militar, bisogna che fazza el dover la famegia de elo.»
Ad Azzano, pure su quel di Udine: «Per segno el toso ghe dà tre o quatro file de
corai co una stela d'oro, e ela ghe dà un fazzoleto o un per de tirache.»
A Clauzetto, stessa provincia: «Perchè la regazza comparissa el moroso ghe dà
un ciamisot (veste a sacco) cola so çintura, e un per de scapini.»
[478]
De quindese ani m'ò fato novizza,
De sedese ani so andada a l'altare,
De disisete go cantà la nana,
E de disdoto i m'à ciamato mama.
[479] Disgusti.
[480] A Roveredo su quel di Udine: «El moroso tien conto de tuto, e se caso mai
ela lo lassa, bisogna che la ghe paga tuto dopio quel che la ga avuo.» E ad
Azzano: «Se xe ela che lassa elo, bisogna che la ghe daga tuto indrio, e bisogna
anca che la ghe paga i giorni che lu ga persi per ela e fin le scarpe che el ga
fruà.»
In mezo al mare ghe xe ciare case,
La Rizziolina che tanto me piase;
Se so papà me la volesse dare,
L'anelo d'oro ghe voria donare:
L'anelo d'oro e la veleta fina,
Per contentar la bela Rizziolina.
Quest'altra ricorda forse un uso più antico:
E vustu che te ama? dame ete,
E dame la corniola e 'l cura-rece;
E vustu che te ama? dame ò,
E dame la corniola e 'l figarò.
Ad Alpago, in provincia di Belluno, lo sposo, per segno, dà alla sposa le gusele
e un guselon (aghi d'argento da testa) co i tremoli, e corre obbligo alla sposa di
acconciarsene il capo per farne mostra nel successivo primo giorno festivo,
allorchè si porta alla chiesa.
A Polcenigo, in quel di Udine: «Una volta, la capara, gera un talero; adesso
invece squasi tuti ghe dà 'na forfe co una caenela, una britola e i zocoli. Ela ghe
dà un fazzoleto bianco e un altro scarlato.»
A Roveredo, pure in provincia di Udine: «El contrasegno xe do roche, una da
filar canevo e una da filar stopa, ben tornìe e co le so figure de omo e de dona;
un famegio per tegnir sula roca; una britola per scarsela, e una forfe cola so
ranceta. Co se vede ste robe se dise: quela xe impromessa. Per tuto el tempo che
i fa l'amor el toso ga da mantegnirghe ala tosa i zocoli e anca el capelo, e se lu va
via militar, bisogna che fazza el dover la famegia de elo.»
Ad Azzano, pure su quel di Udine: «Per segno el toso ghe dà tre o quatro file de
corai co una stela d'oro, e ela ghe dà un fazzoleto o un per de tirache.»
A Clauzetto, stessa provincia: «Perchè la regazza comparissa el moroso ghe dà
un ciamisot (veste a sacco) cola so çintura, e un per de scapini.»
[478]
De quindese ani m'ò fato novizza,
De sedese ani so andada a l'altare,
De disisete go cantà la nana,
E de disdoto i m'à ciamato mama.
[479] Disgusti.
[480] A Roveredo su quel di Udine: «El moroso tien conto de tuto, e se caso mai
ela lo lassa, bisogna che la ghe paga tuto dopio quel che la ga avuo.» E ad
Azzano: «Se xe ela che lassa elo, bisogna che la ghe daga tuto indrio, e bisogna
anca che la ghe paga i giorni che lu ga persi per ela e fin le scarpe che el ga
fruà.»
Page 234
In quest'ultimo paese (Azzano) corre poi l'uso che segue: «Quando un toso lassa
la morosa, sto toso tol de le piante de fava e el buta sta fava dala so porta fin a la
porta de la morosa; e cussì tuti sa che la tosa xe libera. El fa la sterneta la
domenega de matina a bonora, e chi passa per andar a messa dise: «El fantat ga
lassà la pupata.» Da ciò è derivato il detto dar la fava che si adopera colà per
significare l'abbandono che fa un amante dell'altro e che corrisponderebbe alla
stincata o gambata dei Toscani, ed al balo d'impianton dei Veneziani. A questa
usanza, che io credo diretta allo scopo di rendere pubblica la libertà ridonata
alla giovane anzichè intesa a colpirla di spregio, allude il canto che qui riporto,
sebbene incompleto:
El mio moroso m'à cargà de fava
..............
E la to fava gera tuta sbusa:
L'ò semenada e no la xe nassuda;
E la to fava la gavea i carioi:
L'ò semenada e xe nassuo i fasioi.
A Vito d'Asio, su quel di Udine: «I ghe semena de la calçina, carboni, pagia,
scartozzi su tuta la strada, scominziando da la porta de la tosa fin ala porta del
moroso, e questo se ciama far la porcita, perchè la vien a esser na cosa sporca.»
[481] Bottone di rosa. La festa di S. Marco ricorre il 25 aprile, e quindi questo
regalo, che in altro tempo sarebbe di poco o niun conto, in quel giorno ha un
pregio non indifferente, come primizia della nuova stagione.
E a proposito di fiori, ecco una nina-nana che dà a conoscere il conto in cui è
tenuta dagli amanti l'erba odorifera denominata maggiorana:
Fame la nana, pomo inzucarà,
Viso da mazorana strapiantada!
La mazorana è 'l megio fior di erba:
Meterla in boca par che la ve inçenda;
Meterla in sen, la sa da mile odori,
E la xe quela che sostien l'amore.
[482]
— Quel fazzoleto che ti porti al colo
L'astu rubato, o l'astu tolto a nolo? —
— No l'ò rubato e gnanca tolto a nolo;
La mia morosa me l'à messo al colo! —
[483]
Sia benedete le ricamadore,
Che ghe ricama el cuor ai so morosi!
Punto per punto le ghe fa 'na stela,
E in mezo 'l peto le ghe forma el cuore.
la morosa, sto toso tol de le piante de fava e el buta sta fava dala so porta fin a la
porta de la morosa; e cussì tuti sa che la tosa xe libera. El fa la sterneta la
domenega de matina a bonora, e chi passa per andar a messa dise: «El fantat ga
lassà la pupata.» Da ciò è derivato il detto dar la fava che si adopera colà per
significare l'abbandono che fa un amante dell'altro e che corrisponderebbe alla
stincata o gambata dei Toscani, ed al balo d'impianton dei Veneziani. A questa
usanza, che io credo diretta allo scopo di rendere pubblica la libertà ridonata
alla giovane anzichè intesa a colpirla di spregio, allude il canto che qui riporto,
sebbene incompleto:
El mio moroso m'à cargà de fava
..............
E la to fava gera tuta sbusa:
L'ò semenada e no la xe nassuda;
E la to fava la gavea i carioi:
L'ò semenada e xe nassuo i fasioi.
A Vito d'Asio, su quel di Udine: «I ghe semena de la calçina, carboni, pagia,
scartozzi su tuta la strada, scominziando da la porta de la tosa fin ala porta del
moroso, e questo se ciama far la porcita, perchè la vien a esser na cosa sporca.»
[481] Bottone di rosa. La festa di S. Marco ricorre il 25 aprile, e quindi questo
regalo, che in altro tempo sarebbe di poco o niun conto, in quel giorno ha un
pregio non indifferente, come primizia della nuova stagione.
E a proposito di fiori, ecco una nina-nana che dà a conoscere il conto in cui è
tenuta dagli amanti l'erba odorifera denominata maggiorana:
Fame la nana, pomo inzucarà,
Viso da mazorana strapiantada!
La mazorana è 'l megio fior di erba:
Meterla in boca par che la ve inçenda;
Meterla in sen, la sa da mile odori,
E la xe quela che sostien l'amore.
[482]
— Quel fazzoleto che ti porti al colo
L'astu rubato, o l'astu tolto a nolo? —
— No l'ò rubato e gnanca tolto a nolo;
La mia morosa me l'à messo al colo! —
[483]
Sia benedete le ricamadore,
Che ghe ricama el cuor ai so morosi!
Punto per punto le ghe fa 'na stela,
E in mezo 'l peto le ghe forma el cuore.
Page 235
[484] Ad altri impegni probabilmente va incontro il compare, e chi amasse
saperne, legga:
«El compare del'anelo xe de consueto anca el compare del primo putelo, che vol
dir el compare de san Zuane.
»Apena che el xe avisà che la sposa ga partorìo, el ga dover de mandarghe una
strica de carne, un polastro, e do vovi su un çestelo.
»Dopo i destina el giorno che i ga da batizar. El pare e el compare i va in ciesa a
pie, e la comare-levatriçe, cola tosa che porta la creatura e co quela che porta
l'arzentaria, le va in gondola.
»La gondola e la candela per el batizo ghe toca al pare, e al compare ghe toca
pagar la comare-levatriçe, la tosa che porta la creatura e quela che porta
l'arzentaria, e i do nonzoli.
»Dopo el batizo i fa el rinfresco: alora el compare va al leto de la partoriente, e,
dandoghe la man, el ghe sporze el regalo per ela e per la creatura: a ela el ghe dà
diese, dodese e anca quindese lire, e per la creatura, se la xe 'na putela, el ghe dà
un bel per de recini, e se el xe un putelo, un per de veroni (recini da putei), o se
de no, un granelo de diamante per meterlo a la recia dreta.
»Come santolo de sto putelo, o de sta putela, se sta creatura resta senza genitori,
bisogna che el se la toga con elo, perchè el vien a esser so pare. Se po el bambin
morisse, alora el ga dover de mandar la zogia, 'na bandina e quatro mazzeti de
fiori per la cassa.
»Dopo vien la cresema, e se el xe un putelo, sta cresema la fa el santolo, e se la
xe 'na putela, so mugier.
»E po, se sa, ghe xe i regai, e cussì el compare nol la termina più.»
[485] Ad Azzano, provincia di Udine: «I giorni per le nozze xe el luni, el
mercore e el sabo. El marti no se deve mai far nozze, e gnanca po el zioba,
perchè el zioba xe el giorno che le strighe se petena per andar a spasso.»
Così a Vito d'Asio: «De zioba no se se marida, e gnanca po se se petena, e quele
che se petena xe rimarcae.»
A Burano, in provincia di Venezia: «El zioba xe el giorno che le strighe se
parecia per andar a far strighezzi, e cussì de zioba nissun se marida.»
[486] A Clauzetto, su quel di Udine: «La domenega prima de maridarse, la sposa
va a grim, che vol dir ala çerca. La va co una so àmia, o co un'altra dona, in tute
le case del paese e anca fora via. Va avanti l'àmia, o la dona, e la dise: «eco qua
la sposa»; alora quei dela famegia va e i ghe regala quelo che i crede: 'na
tovagia, un tovagiol, del canevo, cussì... o anca soldi.»
[487] La vera è d'oro:
Gegia bela! co' te vedarò i anèi,
Alora podarò dir che ti è novizza;
E co' te vedarò la vera d'oro,
Alora mi dirò che per ti moro.
saperne, legga:
«El compare del'anelo xe de consueto anca el compare del primo putelo, che vol
dir el compare de san Zuane.
»Apena che el xe avisà che la sposa ga partorìo, el ga dover de mandarghe una
strica de carne, un polastro, e do vovi su un çestelo.
»Dopo i destina el giorno che i ga da batizar. El pare e el compare i va in ciesa a
pie, e la comare-levatriçe, cola tosa che porta la creatura e co quela che porta
l'arzentaria, le va in gondola.
»La gondola e la candela per el batizo ghe toca al pare, e al compare ghe toca
pagar la comare-levatriçe, la tosa che porta la creatura e quela che porta
l'arzentaria, e i do nonzoli.
»Dopo el batizo i fa el rinfresco: alora el compare va al leto de la partoriente, e,
dandoghe la man, el ghe sporze el regalo per ela e per la creatura: a ela el ghe dà
diese, dodese e anca quindese lire, e per la creatura, se la xe 'na putela, el ghe dà
un bel per de recini, e se el xe un putelo, un per de veroni (recini da putei), o se
de no, un granelo de diamante per meterlo a la recia dreta.
»Come santolo de sto putelo, o de sta putela, se sta creatura resta senza genitori,
bisogna che el se la toga con elo, perchè el vien a esser so pare. Se po el bambin
morisse, alora el ga dover de mandar la zogia, 'na bandina e quatro mazzeti de
fiori per la cassa.
»Dopo vien la cresema, e se el xe un putelo, sta cresema la fa el santolo, e se la
xe 'na putela, so mugier.
»E po, se sa, ghe xe i regai, e cussì el compare nol la termina più.»
[485] Ad Azzano, provincia di Udine: «I giorni per le nozze xe el luni, el
mercore e el sabo. El marti no se deve mai far nozze, e gnanca po el zioba,
perchè el zioba xe el giorno che le strighe se petena per andar a spasso.»
Così a Vito d'Asio: «De zioba no se se marida, e gnanca po se se petena, e quele
che se petena xe rimarcae.»
A Burano, in provincia di Venezia: «El zioba xe el giorno che le strighe se
parecia per andar a far strighezzi, e cussì de zioba nissun se marida.»
[486] A Clauzetto, su quel di Udine: «La domenega prima de maridarse, la sposa
va a grim, che vol dir ala çerca. La va co una so àmia, o co un'altra dona, in tute
le case del paese e anca fora via. Va avanti l'àmia, o la dona, e la dise: «eco qua
la sposa»; alora quei dela famegia va e i ghe regala quelo che i crede: 'na
tovagia, un tovagiol, del canevo, cussì... o anca soldi.»
[487] La vera è d'oro:
Gegia bela! co' te vedarò i anèi,
Alora podarò dir che ti è novizza;
E co' te vedarò la vera d'oro,
Alora mi dirò che per ti moro.
Page 236
Allo stesso modo che, nel concetto popolare, l'anelo e la vera hanno un diverso
significato (essendo l'anelo il simbolo di un legame tra amanti, e la vera il
simbolo di quello tra sposo e sposa), così anche nella forma differenziano l'uno
dall'altra. L'anelo è propriamente quell'anello che si vede adorno di fregi o che
porta incastonata una corniola o qualche altra pietruzza, come la così detta
turchina, e così pure quello che ha la forma di un serpente attortigliato; e la vera
è invece quell'anello che non ha fregi od ornamenti di sorta ed è affatto liscio, il
quale con questa sua semplicità e colla maggiore solidità che presenta, dinota
come il vincolo che reca sia forte, e come ormai per gli sposi sia giunto il tempo
dei serî propositi.
A Polcenigo, Azzano, Budoja: «La vera xe d'arzento, e cussì xe d'arzento anca le
çinque o sie verete che el sposo deve dar a la sposa. L'anelo inveçe, che toca al
compare, xe d'oro.»
[488] Così anche a Burano: «La sposa va in ciesa magari co l'indiana o un sial
su la testa; al pranzo po la va col vestito che la s'à fato e co 'na bandina de fiori
in testa.»
A S. Giovanni di Polcenigo, in provincia di Udine: «Tute le done che compagna i
sposi ga qualche fior in testa e i nastri da drio le spale, e i omeni ga 'na girlanda
sul capelo; ma la sposa e el sposo no ga gnente, e cussì se conosse quei che xe
sposi.»
Ad Aviano, pure in provincia di Udine: «Tuti quei dela compagnia, omeni e
done, porta sul capelo fiori e girlande, ma i sposi gnente, e i se veste de scuro».
Da quest'uso trae argomento il seguente canto, che ebbi da una donna di quei
paesi:
Se vado a nozze, vôi andar pulita,
Chè vôi parer più bon dela novizza;
Se vado a nozze, vôi andar galante,
Chè vôi parer più bon de tute quante.
A Sotto-Marina di Chioggia: «La sposa va in ciesa co un velo negro in testa e co
una palma de fiori sechi in man. Quando che la xe viçina a l'altar, el campanaro
ghe tol sta palma e el la mete su l'altar, e dopo terminà la messa, el ghe la dà
ancora, e cussì ela torna a casa sempre co sta palma in man.»
[489] Ad Azzano, in provincia di Udine: «La benedizion el pare ghe la dà la sera
avanti, dopo che xe stà stimà e portà via la dota: el ciama sta so fia sula so
camara, e el scominzia sempre co ste parole: «Adesso xe andà via la to roba,. e..
e diman ti andarà via anca ti!..»
Nella campagna di Chioggia la sposa in atto di abbandonare i genitori così
canta:
Tiogo partenza, la tiogo pianzendo
E lagrimando per tuta la via;
La mano al peto e la boca disendo:
A revederse, cara mama mia!
significato (essendo l'anelo il simbolo di un legame tra amanti, e la vera il
simbolo di quello tra sposo e sposa), così anche nella forma differenziano l'uno
dall'altra. L'anelo è propriamente quell'anello che si vede adorno di fregi o che
porta incastonata una corniola o qualche altra pietruzza, come la così detta
turchina, e così pure quello che ha la forma di un serpente attortigliato; e la vera
è invece quell'anello che non ha fregi od ornamenti di sorta ed è affatto liscio, il
quale con questa sua semplicità e colla maggiore solidità che presenta, dinota
come il vincolo che reca sia forte, e come ormai per gli sposi sia giunto il tempo
dei serî propositi.
A Polcenigo, Azzano, Budoja: «La vera xe d'arzento, e cussì xe d'arzento anca le
çinque o sie verete che el sposo deve dar a la sposa. L'anelo inveçe, che toca al
compare, xe d'oro.»
[488] Così anche a Burano: «La sposa va in ciesa magari co l'indiana o un sial
su la testa; al pranzo po la va col vestito che la s'à fato e co 'na bandina de fiori
in testa.»
A S. Giovanni di Polcenigo, in provincia di Udine: «Tute le done che compagna i
sposi ga qualche fior in testa e i nastri da drio le spale, e i omeni ga 'na girlanda
sul capelo; ma la sposa e el sposo no ga gnente, e cussì se conosse quei che xe
sposi.»
Ad Aviano, pure in provincia di Udine: «Tuti quei dela compagnia, omeni e
done, porta sul capelo fiori e girlande, ma i sposi gnente, e i se veste de scuro».
Da quest'uso trae argomento il seguente canto, che ebbi da una donna di quei
paesi:
Se vado a nozze, vôi andar pulita,
Chè vôi parer più bon dela novizza;
Se vado a nozze, vôi andar galante,
Chè vôi parer più bon de tute quante.
A Sotto-Marina di Chioggia: «La sposa va in ciesa co un velo negro in testa e co
una palma de fiori sechi in man. Quando che la xe viçina a l'altar, el campanaro
ghe tol sta palma e el la mete su l'altar, e dopo terminà la messa, el ghe la dà
ancora, e cussì ela torna a casa sempre co sta palma in man.»
[489] Ad Azzano, in provincia di Udine: «La benedizion el pare ghe la dà la sera
avanti, dopo che xe stà stimà e portà via la dota: el ciama sta so fia sula so
camara, e el scominzia sempre co ste parole: «Adesso xe andà via la to roba,. e..
e diman ti andarà via anca ti!..»
Nella campagna di Chioggia la sposa in atto di abbandonare i genitori così
canta:
Tiogo partenza, la tiogo pianzendo
E lagrimando per tuta la via;
La mano al peto e la boca disendo:
A revederse, cara mama mia!
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[490] Nella campagna di Chioggia allo sposo non è permesso entrare nella casa
della sposa, ma conviene che il padre, o altra persona incaricata, si porti presso
la sposa, e le dimandi formalmente se è persuasa e disposta di mantenere la
data parola. Avuta risposta affermativa, entra colla sua compagnia, e allora si
fa il così detto parentado, cioè lo sposo si rivolge ad ognuno dei componenti la
famiglia della sposa, e dice ad alta voce: — alla sposa: vu sè mia sposa; al
padre: vu, mio missier; alla madre: vu, mia madona; al fratello: vu, mio cugnà;
e così via via.
A Roveredo, su quel di Udine: «El sposo lassa la compagnia su la strada, e el va
in casa, e el ghe dise a so pare e a so mare de la sposa: — «Me permeteu che
mena a messa vostra fia?» Lori ghe dise, che el la mena pur; alora el va in
camara de la sposa e el ghe toca la man: — «Te dago la man da mario» — e ela
ghe la dà a elo. Dopo el toco de la man, el va a levar la compagnia, e va drento
tuti, e el compare va dala sposa e el ghe sporze la bona man (un fiorin), e la
sposa ghe sporze un fazzoleto rosso a ogio.»
Lo stesso anche a Polcenigo di Udine: «El sposo lassa i parenti su la strada, e el
va drento in casa, e el dixe: — «Madona, missier, me voleu dar la vostra fia?» —
e lori ghe risponde: — «Tolevela pur e menèvela via.»
Nella campagna di Conegliano lo sposo regala la sposa di un per de scarpete.
Ad Alpago invece il paio di scarpete è dallo sposo regalato alla madre della
sposa.
Ad Annone, in provincia di Venezia, il compare dell'anello, nell'atto di invitare la
sposa a recarsi alla chiesa, fa scorrere nelle mani di lei una moneta del valore di
due o tre lire.
[491] A Burano, in provincia di Venezia: «In ciesa no i va che in çinque — i
sposi, el compare, la comare, e un'amiga o 'na cugnada de la sposa — e nissun
altro: la sposa va avanti in mezo a le do done, e el sposo stà da drio col
compare.»
Ad Annone, in provincia di Venezia: — Prima del rito religioso la sposa è
attorniata dai soli proprî parenti e lo sposo dai suoi: dopo il rito succede lo
scambio, e così i parenti dello sposo passano a festeggiare la sposa, e quelli di
questa passano allo sposo.
A Malamocco: «Tuti quei de la compagnia se provede de confeture, e i le buta a
la zente che i incontra, e co' i va a casa i le buta dai balconi.»
Così anche a Sotto-Marina: «Quei de la compagnia tien confetura in scarsela, e
tanto ne l'andar, che nel ritornar dala ciesa, i la buta a tuti quei che i trova per la
strada, o che ghe va a drio.»
A Burano: «Apena che la sposa entra in casa del sposo, el capo de la famegia
ghe va incontro e el ghe buta sul viso una brancada de confeture, e po el fa
istesso col sposo. Al pranzo po svola sempre per aria confeture, nosele,
bomboni, e se spande vin in tola.»
A Vito d'Asio: «Per dove deve passar i sposi, i ghe buta dei fiori». E ad Azzano:
«Le famegie dei sposi tol del pan e i lo tagia a tochi e i ghe ne dà ai povareti.»
della sposa, ma conviene che il padre, o altra persona incaricata, si porti presso
la sposa, e le dimandi formalmente se è persuasa e disposta di mantenere la
data parola. Avuta risposta affermativa, entra colla sua compagnia, e allora si
fa il così detto parentado, cioè lo sposo si rivolge ad ognuno dei componenti la
famiglia della sposa, e dice ad alta voce: — alla sposa: vu sè mia sposa; al
padre: vu, mio missier; alla madre: vu, mia madona; al fratello: vu, mio cugnà;
e così via via.
A Roveredo, su quel di Udine: «El sposo lassa la compagnia su la strada, e el va
in casa, e el ghe dise a so pare e a so mare de la sposa: — «Me permeteu che
mena a messa vostra fia?» Lori ghe dise, che el la mena pur; alora el va in
camara de la sposa e el ghe toca la man: — «Te dago la man da mario» — e ela
ghe la dà a elo. Dopo el toco de la man, el va a levar la compagnia, e va drento
tuti, e el compare va dala sposa e el ghe sporze la bona man (un fiorin), e la
sposa ghe sporze un fazzoleto rosso a ogio.»
Lo stesso anche a Polcenigo di Udine: «El sposo lassa i parenti su la strada, e el
va drento in casa, e el dixe: — «Madona, missier, me voleu dar la vostra fia?» —
e lori ghe risponde: — «Tolevela pur e menèvela via.»
Nella campagna di Conegliano lo sposo regala la sposa di un per de scarpete.
Ad Alpago invece il paio di scarpete è dallo sposo regalato alla madre della
sposa.
Ad Annone, in provincia di Venezia, il compare dell'anello, nell'atto di invitare la
sposa a recarsi alla chiesa, fa scorrere nelle mani di lei una moneta del valore di
due o tre lire.
[491] A Burano, in provincia di Venezia: «In ciesa no i va che in çinque — i
sposi, el compare, la comare, e un'amiga o 'na cugnada de la sposa — e nissun
altro: la sposa va avanti in mezo a le do done, e el sposo stà da drio col
compare.»
Ad Annone, in provincia di Venezia: — Prima del rito religioso la sposa è
attorniata dai soli proprî parenti e lo sposo dai suoi: dopo il rito succede lo
scambio, e così i parenti dello sposo passano a festeggiare la sposa, e quelli di
questa passano allo sposo.
A Malamocco: «Tuti quei de la compagnia se provede de confeture, e i le buta a
la zente che i incontra, e co' i va a casa i le buta dai balconi.»
Così anche a Sotto-Marina: «Quei de la compagnia tien confetura in scarsela, e
tanto ne l'andar, che nel ritornar dala ciesa, i la buta a tuti quei che i trova per la
strada, o che ghe va a drio.»
A Burano: «Apena che la sposa entra in casa del sposo, el capo de la famegia
ghe va incontro e el ghe buta sul viso una brancada de confeture, e po el fa
istesso col sposo. Al pranzo po svola sempre per aria confeture, nosele,
bomboni, e se spande vin in tola.»
A Vito d'Asio: «Per dove deve passar i sposi, i ghe buta dei fiori». E ad Azzano:
«Le famegie dei sposi tol del pan e i lo tagia a tochi e i ghe ne dà ai povareti.»
Page 238
A Polcenigo: «El giorno che le spose va in ciesa per maridarse, le se mete 'na
cotola roversa perchè nissun ghe possa far strigarie. Una, perchè no la s'aveva
messo gnente, co' la xe stada in ciesa e che el prete ga dimandà se la xe contenta,
ela no la ga savesto risponder nè de sì, nè de no, parchè i la gaveva strigada.»
Ad Azzano, in provincia di Udine: «Parchè le strighe no possa far gnente, la
sposa destira un pinzo de la so traversa sula bancheta in dove che i se sposa, e el
sposo ghe mete un zenocio suso.»
A Vito d'Asio: «Per no esser strigae, le spose, co' le va in ciesa, se mete 'na cotola
e un corpeto roverso.»
[492] «Becaria vol dir che la sposa partorirà malamente.»
[493] E anche: i ga magnà fora del piato; e a Burano: i ga rascà la pignata; e ad
Azzano: i à licà la farzora.
[494] A S. Giovanni di Polcenigo: «La vera, prima, el prete la presenta al deo:
po, el compare la manda più suso, e po el sposo el la fa andar a so posto.»
[495] Nella campagna di Chioggia, dopo il rito religioso, si fa un momentaneo
divorzio, poichè lo sposo con tutti gli uomini dell'una e dell'altra parte, e la
sposa con tutte le donne, si portano a pranzare ognuno a casa propria.
A Mezzamonte di Polcenigo, provincia di Udine: «La compagnia, co la riva a
casa del sposo, la se ferma in cortivo, la tol in mezo la sposa, e la scominzia a
cantar:
Portène l'onoranze su la porta,
Se no la sposa la ne torna nostra;
Portène l'onoranze sul cortivo,
Se no la sposa la menemo in drio;
Portène l'onoranze su la strada,
Se no la sposa la menemo a casa.
Alora uno de casa vien fora co del vin e el dà da bevar a tuti quanti, e alora
questi lassa la sposa, e alegri i va in casa, i va a tola e i magna. Se no i ga del
vin, i ghe dà del rosolio o dei altri liquori.»
A Portogruaro, provincia di Venezia: «Apena che i vede rivar la sposa co la so
compagnia, el mezzeta tira el colo a una galina, e el se mete a zigar: «Viva la
sposa, la galina xe morta.» Alora va fora el pare del sposo co del vin e el ghe ne
dà a tuti, scominziando da la sposa; e po va la mare che compagna la sposa a
vedar la casa, e la ghe dà la scoa in segno che la deve star soto la madona, che la
xe dipendente e che la madona ghe comanda.
La galina serve el diman per far el brodo ai sposi.»
Nella campagna di Chioggia, quando lo sposo va a ricevere la sposa, le intuona
questo canto, coll'accompagnamento di strumenti, mentre la comitiva gli fa
coro:
Aro, aro, co quei bovi bianchi,
Adesso vien co mi a vangar i campi;
cotola roversa perchè nissun ghe possa far strigarie. Una, perchè no la s'aveva
messo gnente, co' la xe stada in ciesa e che el prete ga dimandà se la xe contenta,
ela no la ga savesto risponder nè de sì, nè de no, parchè i la gaveva strigada.»
Ad Azzano, in provincia di Udine: «Parchè le strighe no possa far gnente, la
sposa destira un pinzo de la so traversa sula bancheta in dove che i se sposa, e el
sposo ghe mete un zenocio suso.»
A Vito d'Asio: «Per no esser strigae, le spose, co' le va in ciesa, se mete 'na cotola
e un corpeto roverso.»
[492] «Becaria vol dir che la sposa partorirà malamente.»
[493] E anche: i ga magnà fora del piato; e a Burano: i ga rascà la pignata; e ad
Azzano: i à licà la farzora.
[494] A S. Giovanni di Polcenigo: «La vera, prima, el prete la presenta al deo:
po, el compare la manda più suso, e po el sposo el la fa andar a so posto.»
[495] Nella campagna di Chioggia, dopo il rito religioso, si fa un momentaneo
divorzio, poichè lo sposo con tutti gli uomini dell'una e dell'altra parte, e la
sposa con tutte le donne, si portano a pranzare ognuno a casa propria.
A Mezzamonte di Polcenigo, provincia di Udine: «La compagnia, co la riva a
casa del sposo, la se ferma in cortivo, la tol in mezo la sposa, e la scominzia a
cantar:
Portène l'onoranze su la porta,
Se no la sposa la ne torna nostra;
Portène l'onoranze sul cortivo,
Se no la sposa la menemo in drio;
Portène l'onoranze su la strada,
Se no la sposa la menemo a casa.
Alora uno de casa vien fora co del vin e el dà da bevar a tuti quanti, e alora
questi lassa la sposa, e alegri i va in casa, i va a tola e i magna. Se no i ga del
vin, i ghe dà del rosolio o dei altri liquori.»
A Portogruaro, provincia di Venezia: «Apena che i vede rivar la sposa co la so
compagnia, el mezzeta tira el colo a una galina, e el se mete a zigar: «Viva la
sposa, la galina xe morta.» Alora va fora el pare del sposo co del vin e el ghe ne
dà a tuti, scominziando da la sposa; e po va la mare che compagna la sposa a
vedar la casa, e la ghe dà la scoa in segno che la deve star soto la madona, che la
xe dipendente e che la madona ghe comanda.
La galina serve el diman per far el brodo ai sposi.»
Nella campagna di Chioggia, quando lo sposo va a ricevere la sposa, le intuona
questo canto, coll'accompagnamento di strumenti, mentre la comitiva gli fa
coro:
Aro, aro, co quei bovi bianchi,
Adesso vien co mi a vangar i campi;
Page 239
Aro, aro, co quei bovi rossi,
Adesso vien co mi a vangar i orti.
Quando sono prossimi alla casa dello sposo, la sposa, da festevole, ridente e
allegra che era, si fa appassionata e piangente: allora uno della comitiva,
avanzandosi verso la casa, così canta:
Cara madona, vu butève fora,
Che vien vostro fio e vostra niora;
E vostro fio vien qua ridando,
E vostra niora vien qua pianzando.
Pronta all'invito la madona esce e si fa incontro alla sposa; si abbracciano, si
baciano, e la sposa riceve una scopa, o un cesto, od altro oggetto di casa, a
seconda delle incombenze alle quali la si vuole destinata, e viene quindi
condotta a visitare le varie parti della casa.
Ad Azzano: «Va avanti el pare o el barba dela novizza a dimandar ai genitori del
sposo se i xe contenti de riçever in casa la novizza: alora vien fora la madona, o
la più vecia de la casa, co i brazzi averti e le maneghe revoltae suso, e la va
incontro a sta novizza e la ghe dise: «Niora, se' parona de drento e po de fora!» e
la la ciapa per man, e la la mena in casa. Intanto el più vecio de la famegia tira el
colo a 'na galina, e alora tuti se mete a zigar: «Eviva, eviva! eviva la galina
morta e la novizza viva!» e là i porta fora del vin e tuti beve e i fa alegrie.»
Ad Annone corre lo stesso uso. Il mezzeta, che è la persona che combinò il
matrimonio, si fa avanti e chiede se si permette alla sposa di entrare in casa, e
intanto che la suocera esce e va ad abbracciare e baciare la sposa, si fa il
sagrificio della galina, fra gli evviva, alla galina morta e novizza viva, di tutti i
parenti.
[496] Ad Alpago, provincia di Belluno: «I mazza un vedelo, e i lo cusina in tante
maniere, e no i magna che vedelo.»
Ad Annone, in provincia di Venezia, le famiglie un po' comode fanno due
desinari: uno di questi nella casa della sposa prima del rito religioso, e l'altro
nella casa dello sposo dopo celebrato il matrimonio. Fra le vivande, il così detto
sguazzett, che si fa con polli tagliati a piccoli pezzi e con molte droghe, gode di
una speciale preferenza.
[497] A Sotto-Marina, di Chioggia: «El primo balo lo fa el compare cola sposa.
Alora la sposa no intra più in balo: la va de suso su la so camara da leto, e là la
riçeve le visite dei parenti e conossenti e a tuti la ghe dà el cafè e la ghe dà le
cartoline dei confeti.»
[498] A Polcenigo (Udine): «La sposa ala matina la ghe dà a so madona, o a la
più vecia dela casa, la megio camisa che la ga.»
Così anche ad Annone, Azzano, Budoja, e in altri luoghi.
[499] Ad Annone: — Questo desinare si fa nella prima successiva domenica in
casa degli sposi, e non vi intervengono che i soli genitori della sposa, il che dà
motivo a dire che i va a stimar i dani: nella domenica poi che viene dopo si fa un
Adesso vien co mi a vangar i orti.
Quando sono prossimi alla casa dello sposo, la sposa, da festevole, ridente e
allegra che era, si fa appassionata e piangente: allora uno della comitiva,
avanzandosi verso la casa, così canta:
Cara madona, vu butève fora,
Che vien vostro fio e vostra niora;
E vostro fio vien qua ridando,
E vostra niora vien qua pianzando.
Pronta all'invito la madona esce e si fa incontro alla sposa; si abbracciano, si
baciano, e la sposa riceve una scopa, o un cesto, od altro oggetto di casa, a
seconda delle incombenze alle quali la si vuole destinata, e viene quindi
condotta a visitare le varie parti della casa.
Ad Azzano: «Va avanti el pare o el barba dela novizza a dimandar ai genitori del
sposo se i xe contenti de riçever in casa la novizza: alora vien fora la madona, o
la più vecia de la casa, co i brazzi averti e le maneghe revoltae suso, e la va
incontro a sta novizza e la ghe dise: «Niora, se' parona de drento e po de fora!» e
la la ciapa per man, e la la mena in casa. Intanto el più vecio de la famegia tira el
colo a 'na galina, e alora tuti se mete a zigar: «Eviva, eviva! eviva la galina
morta e la novizza viva!» e là i porta fora del vin e tuti beve e i fa alegrie.»
Ad Annone corre lo stesso uso. Il mezzeta, che è la persona che combinò il
matrimonio, si fa avanti e chiede se si permette alla sposa di entrare in casa, e
intanto che la suocera esce e va ad abbracciare e baciare la sposa, si fa il
sagrificio della galina, fra gli evviva, alla galina morta e novizza viva, di tutti i
parenti.
[496] Ad Alpago, provincia di Belluno: «I mazza un vedelo, e i lo cusina in tante
maniere, e no i magna che vedelo.»
Ad Annone, in provincia di Venezia, le famiglie un po' comode fanno due
desinari: uno di questi nella casa della sposa prima del rito religioso, e l'altro
nella casa dello sposo dopo celebrato il matrimonio. Fra le vivande, il così detto
sguazzett, che si fa con polli tagliati a piccoli pezzi e con molte droghe, gode di
una speciale preferenza.
[497] A Sotto-Marina, di Chioggia: «El primo balo lo fa el compare cola sposa.
Alora la sposa no intra più in balo: la va de suso su la so camara da leto, e là la
riçeve le visite dei parenti e conossenti e a tuti la ghe dà el cafè e la ghe dà le
cartoline dei confeti.»
[498] A Polcenigo (Udine): «La sposa ala matina la ghe dà a so madona, o a la
più vecia dela casa, la megio camisa che la ga.»
Così anche ad Annone, Azzano, Budoja, e in altri luoghi.
[499] Ad Annone: — Questo desinare si fa nella prima successiva domenica in
casa degli sposi, e non vi intervengono che i soli genitori della sposa, il che dà
motivo a dire che i va a stimar i dani: nella domenica poi che viene dopo si fa un
Page 240
terzo desinare, o pranzo, nella casa paterna della sposa, al quale intervengono
anche i genitori dello sposo; e quest'uso è detto far la rebaltagia.
[500] Quest'uso si mantiene anche a Sotto-Marina di Chioggia. «Per oto giorni,
sempre vestia da sposa, la resta in casa, la riçeve visite e la fa tratamenti.»
A Vito d'Asio, sopra Spilimbergo di Udine: «Le spose, che pol, rispeta i oto
giorni, e le resta in casa, e le lavora de calze». A Budoja, pure in provincia di
Udine: «Le spose stà in casa tre o quatro giorni o anca più, e perchè no le staga
in ozio, so madona ghe dà da far 'na camisa per el sposo.»
A Burano: «Le spose che va ancora ala vecia resta in casa sie o sete giorni; le
altre, po, sorte magari el giorno drio.»
Ad Azzano la cosa procede altrimenti: «La sposa se alza a scuro e prima de tute:
la va in cusina e la impizza el fogo, po la va a trar do seci de aqua, e dopo la fa el
magnar ai porsei e ale galine, e quel giorno ghe toca far tuto a ela. La seconda
matina la va po a lavorar in tei campi col capelo da nozze in testa.»
Nei dintorni di Padova, lo stesso uso: «La sposa ghe toca levarse prima de la
madona e de le cugnae e ghe toca destrigar la casa e lavar i piati, le pignate, le
caldiere e tuto quanto à servìo per el pranzo de le noze, perchè questo xe el so
dover del primo giorno.»
[501] Portatori della rocca.
[502] Accompagnatori della sposa.
[503] In sussiego.
[504] Al suono di cornamusa gonfiata.
[505] Villaggio nel distretto di Sartène.
[506] Serraglio.
[507] Dimora.
[508] Un secchio pieno di giuncata.
[509] Questa consuetudine si riscontra pure nei montanari scozzesi. Vedi fra gli
altri The fair maid of Perth, or S. Valentine's day nella seconda serie delle
Chronicles of the Canongate di W. Scott.
[510] Raccolta di proverbi còrsi del Tommaseo e del Mattei.
[511] È foggia che va declinando e non si porta per solito che in chiesa. Elegante
non si può dire al certo, sì bene modesta al sommo e dicevole a vestirla nei sacri
ufficj, perocchè sembra contribuire a raccoglimento della persona la quale
nell'orare in siffatta acconciatura somiglia le immagini di alcune Madonne
degl'insigni pittori antichi.
F. D. Falcucci. La Corsica antica illustrata nella storia, nella geografia, e nel
dialetto. (Opera inedita).
[512] V. Grimaldi, Marietta di Vico, Racconto storico.
anche i genitori dello sposo; e quest'uso è detto far la rebaltagia.
[500] Quest'uso si mantiene anche a Sotto-Marina di Chioggia. «Per oto giorni,
sempre vestia da sposa, la resta in casa, la riçeve visite e la fa tratamenti.»
A Vito d'Asio, sopra Spilimbergo di Udine: «Le spose, che pol, rispeta i oto
giorni, e le resta in casa, e le lavora de calze». A Budoja, pure in provincia di
Udine: «Le spose stà in casa tre o quatro giorni o anca più, e perchè no le staga
in ozio, so madona ghe dà da far 'na camisa per el sposo.»
A Burano: «Le spose che va ancora ala vecia resta in casa sie o sete giorni; le
altre, po, sorte magari el giorno drio.»
Ad Azzano la cosa procede altrimenti: «La sposa se alza a scuro e prima de tute:
la va in cusina e la impizza el fogo, po la va a trar do seci de aqua, e dopo la fa el
magnar ai porsei e ale galine, e quel giorno ghe toca far tuto a ela. La seconda
matina la va po a lavorar in tei campi col capelo da nozze in testa.»
Nei dintorni di Padova, lo stesso uso: «La sposa ghe toca levarse prima de la
madona e de le cugnae e ghe toca destrigar la casa e lavar i piati, le pignate, le
caldiere e tuto quanto à servìo per el pranzo de le noze, perchè questo xe el so
dover del primo giorno.»
[501] Portatori della rocca.
[502] Accompagnatori della sposa.
[503] In sussiego.
[504] Al suono di cornamusa gonfiata.
[505] Villaggio nel distretto di Sartène.
[506] Serraglio.
[507] Dimora.
[508] Un secchio pieno di giuncata.
[509] Questa consuetudine si riscontra pure nei montanari scozzesi. Vedi fra gli
altri The fair maid of Perth, or S. Valentine's day nella seconda serie delle
Chronicles of the Canongate di W. Scott.
[510] Raccolta di proverbi còrsi del Tommaseo e del Mattei.
[511] È foggia che va declinando e non si porta per solito che in chiesa. Elegante
non si può dire al certo, sì bene modesta al sommo e dicevole a vestirla nei sacri
ufficj, perocchè sembra contribuire a raccoglimento della persona la quale
nell'orare in siffatta acconciatura somiglia le immagini di alcune Madonne
degl'insigni pittori antichi.
F. D. Falcucci. La Corsica antica illustrata nella storia, nella geografia, e nel
dialetto. (Opera inedita).
[512] V. Grimaldi, Marietta di Vico, Racconto storico.
Page 241
[513] V. Histoire illustrée de la Corse del chiarissimo abate Galletti.
Page 242
INDICE
Prefazione Pag. 9
INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA
Scopo del matrimonio 17
LIBRO PRIMO
Prima delle nozze
I. Quando la fanciulla è bambina 21
II. Quando la fanciulla cresce ivi
III. Pronostici 27
IV. Come si fa l'amore 49
V. Il messaggiero d'amore 66
VI. Il matrimonio per libera elezione 68
VII. Gli sposi si provano 74
L'autorità del padre e del fratello nelle
VIII.
nozze 80
IX. Nozze per ordine superiore 83
X. Nozze per procura 87
XI. Monogamia, poligamia e poliandria 88
XII. Nozze fra parenti 93
XIII. Come la fanciulla si domanda 99
XIV. La sposa si accaparra 110
XV. Ricambio di doni nuziali 112
XVI. La dote 122
Prefazione Pag. 9
INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA
Scopo del matrimonio 17
LIBRO PRIMO
Prima delle nozze
I. Quando la fanciulla è bambina 21
II. Quando la fanciulla cresce ivi
III. Pronostici 27
IV. Come si fa l'amore 49
V. Il messaggiero d'amore 66
VI. Il matrimonio per libera elezione 68
VII. Gli sposi si provano 74
L'autorità del padre e del fratello nelle
VIII.
nozze 80
IX. Nozze per ordine superiore 83
X. Nozze per procura 87
XI. Monogamia, poligamia e poliandria 88
XII. Nozze fra parenti 93
XIII. Come la fanciulla si domanda 99
XIV. La sposa si accaparra 110
XV. Ricambio di doni nuziali 112
XVI. La dote 122
Page 243
XVII. Il corredo 128
XVIII. Mentre la sposa si prepara 135
XIX. Il bagno; la sposa si veste 139
LIBRO SECONDO
Le nozze
I. Come sono vestiti gli sposi 145
II. Lo sposo arriva 148
III. Il pianto della sposa 153
IV. Prima delle sacre funzioni 155
V. Gli sposi incoronati 159
VI. Gli sposi velati 161
VII. Il tappeto degli sposi 164
VIII. Gli sposi inanellati 165
IX. Comunione di cibi e di bevande 166
X. Intorno all'altare 168
XI. Ove le nozze si celebrano 170
XII. La parte del prete 171
XIII. Augurii di fecondità alla sposa 174
XIV. Allegrezze perchè si fa la sposa 176
XV. Il rapimento della sposa 179
XVI. Il serraglio 182
XVII. Per istrada 187
XVIII. Danze nuziali 189
XIX. Sulla soglia 192
XX. La suocera 194
XXI. Il dominio della sposa 198
XXII. Cibi e banchetti nuziali 199
LIBRO TERZO
Il matrimonio si consuma
XVIII. Mentre la sposa si prepara 135
XIX. Il bagno; la sposa si veste 139
LIBRO SECONDO
Le nozze
I. Come sono vestiti gli sposi 145
II. Lo sposo arriva 148
III. Il pianto della sposa 153
IV. Prima delle sacre funzioni 155
V. Gli sposi incoronati 159
VI. Gli sposi velati 161
VII. Il tappeto degli sposi 164
VIII. Gli sposi inanellati 165
IX. Comunione di cibi e di bevande 166
X. Intorno all'altare 168
XI. Ove le nozze si celebrano 170
XII. La parte del prete 171
XIII. Augurii di fecondità alla sposa 174
XIV. Allegrezze perchè si fa la sposa 176
XV. Il rapimento della sposa 179
XVI. Il serraglio 182
XVII. Per istrada 187
XVIII. Danze nuziali 189
XIX. Sulla soglia 192
XX. La suocera 194
XXI. Il dominio della sposa 198
XXII. Cibi e banchetti nuziali 199
LIBRO TERZO
Il matrimonio si consuma
Page 244
I. Si prendono gli augurii 211
II. Giorni per le nozze e loro durata 214
III. Il jus primæ noctis 219
IV. Il paraninfo e la pronuba 227
V. Gli sposi soli 231
VI. Epitalamio 232
VII. Il giorno dopo 234
LIBRO QUARTO
Le nuove nozze
I. Quando le nozze vanno a monte 239
II. Nozze di vedove 241
III. Nozze d'argento e nozze d'oro 245
APPENDICE
I. — USI NUZIALI VENETI
(Raccolti da Dom. Giuseppe Bernoni).
I primi passi 249
El permesso 251
La dimanda 252
El segno 253
Regai tra morosi 256
El portar de la sposa 257
El compare de l'anelo ivi
El giorno che i seglie 259
Regai a la sposa 260
La sposa se parecia ivi
La benedizion del pare 261
El sposo ariva 262
I sposi va in ciesa 263
II. Giorni per le nozze e loro durata 214
III. Il jus primæ noctis 219
IV. Il paraninfo e la pronuba 227
V. Gli sposi soli 231
VI. Epitalamio 232
VII. Il giorno dopo 234
LIBRO QUARTO
Le nuove nozze
I. Quando le nozze vanno a monte 239
II. Nozze di vedove 241
III. Nozze d'argento e nozze d'oro 245
APPENDICE
I. — USI NUZIALI VENETI
(Raccolti da Dom. Giuseppe Bernoni).
I primi passi 249
El permesso 251
La dimanda 252
El segno 253
Regai tra morosi 256
El portar de la sposa 257
El compare de l'anelo ivi
El giorno che i seglie 259
Regai a la sposa 260
La sposa se parecia ivi
La benedizion del pare 261
El sposo ariva 262
I sposi va in ciesa 263
Page 245
A l'altar 264
El rinfresco 265
El pranzo 267
I bali e soni 268
Soli 269
I oto giorni che segue ivi
II. — USI NUZIALI CORSI
Raccolti da A. Provenzali 272
El rinfresco 265
El pranzo 267
I bali e soni 268
Soli 269
I oto giorni che segue ivi
II. — USI NUZIALI CORSI
Raccolti da A. Provenzali 272
Page 246
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
le grafie alternative (Ràmàyana/Ramayan.a, Devayánì/Devayànì,
Draupadì/Dràupadì, Çakuntalà/Çakuntalâ, bràhmani/brâhmani,
medio-evo/medioevo e simili), correggendo senza annotazione
minimi errori tipografici.
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
le grafie alternative (Ràmàyana/Ramayan.a, Devayánì/Devayànì,
Draupadì/Dràupadì, Çakuntalà/Çakuntalâ, bràhmani/brâhmani,
medio-evo/medioevo e simili), correggendo senza annotazione
minimi errori tipografici.
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COMPARATA DEGLI USI NUZIALI IN ITALIA E PRESSO GLI ALTRI
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works, reports, performances and research. Project Gutenberg eBooks
may be modified and printed and given away—you may do practically
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Professor Michael S. Hart was the originator of the Project Gutenberg
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For forty years, he produced and distributed Project
Gutenberg eBooks with only a loose network of volunteer support.
Project Gutenberg eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
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This website includes information about Project Gutenberg, including
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Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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